1607/1608 – Pericle Principe di Tiro


Pericle Principe di Tiro

(“Pericles, Prince of Tire”  1607/1608)

Introduzione - Riassunto

Atto I       Atto II       Atto III       Atto IV       Atto V

Introduzione al teatro di Shakespeare

Elenco opere teatrali

Pericle Principe di Tiro


Introduzione

La ricerca della genesi di questo lavoro e il problema della sua attribuzione a Shakespeare sono tra le cose più complicate e discusse del teatro shakespeariano. Vale la pena di riferirne brevemente per aiutare ad una migliore lettura del testo.

Pericle, principe di Tiro” è annoverato dai critici fra i cosiddetti “romances”, o drammi romanzeschi dell’ultimo periodo di produzione teatrale di Shakespeare (1608-1613). Esso figura iscritto allo “Stationers’ Register” alla data del 20 maggio 1608 su richiesta di uno degli editori più prestigiosi di Londra, Edward Blunt, il quale però non lo diede mai alle stampe; probabilmente si prestò graziosamente a chiederne la registrazione a suo nome perché richiestone a sua volta dagli attori della “Compagnia del re” (“The King’s Men”) della quale faceva parte lo stesso Shakespeare; risulta infatti che un dramma dello stesso titolo fu rappresentato dai “King’s Men” al teatro “Globe” nel giugno successivo.

La registrazione doveva servire ad evitare che qualche altro editore lo pubblicasse a sua volta; ma la pubblicazione abusiva ci fu egualmente; perché avendo il lavoro incontrato grande successo di pubblico alla lettura, un’edizione pirata uscì sotto forma di un romanzo che apparve lo stesso anno 1608 a firma di George Wilkins e con il titolo: “Le penose avventure di Pericle”, e il sottotitolo: “La vera storia del dramma di Pericle, principe di Tiro, come è stata ultimamente presentata dall’illustre e antico poeta John Gower” (“The True History of the awful Adventures of Pericles, prince of Tyre, as it was lately presented by the worthy and ancient Poet John Gower)”. John Gower, un poeta inglese vissuto alla fine del 1300 – contemporaneo, cioè del grande Geoffrey Chaucer – aveva infatti per primo fatto conoscere agli inglesi questa storia nel suo poema “Confessio Amantisin cui si narrano, come confessioni di un grande amatore dei suoi peccati contro l’amore, un centinaio di storie avventurose tra le quali quella di Apollonio, principe di Tiro.

L’anno seguente, con i teatri londinesi chiusi per ordine di Giacomo I, il lavoro apparve stampato in formato in-quarto al nome di William Shakespeare, per i tipi dell’editore Henri Gosson; ma in un testo così disuguale, così visibilmente corrotto, pieno di frasi incomprensibili, abborracciate fuor d’ogni regola grammaticale, con passi in versi stampati come prosa e viceversa, da dare l’esatta impressione di essere stato buttato giù a memoria da qualche attore. Questo in-quarto fu ristampato più volte in seguito; ma nell’in-folio del 1623, che è la prima raccolta a stampa di tutti i lavori di Shakespeare, curata, sette anni dopo la sua morte, dai colleghi attori, amici e coazionisti della Compagnia dei “King’s Men” John Heminge e Henri Cordell, il titolo non figura: segno che i due sapevano di non poterlo attribuire a Shakespeare.

Così il lavoro è stato escluso dal canone dei teatro shakespeariano da tutti i curatori successivi, fino a giungere a Nicholas Rowe, che invece lo ammise nella sua monumentale raccolta in 7 volumi del teatro di Shakespeare (1709-10); lo stesso fece più tardi (1778-90) il Malone.

George Wilkins era anch’egli scrittore di teatro, autore, tra l’altro, di una commedia popolare dal titolo: “Le miserie di un matrimonio forzato” (“The Miseries of Enforced Marriage”), che risulta essere stato recitato dalla stessa compagnia dei “King’s Men” al “Globe”.

La vicenda cantata da Gower nella sua “Confessio Amantis” è tratta da uno dei pochi esemplari a noi pervenuti della romanzistica greco-latina “Historia Apollonii regis Tyri”. Una prima versione inglese di questo romanzo risulta essere apparsa a Londra nel sec. IX; ma fu il Gower a riprenderla e, nel suo verseggiare fluido e di stile famigliare, renderla popolare; e gli inglesi se ne dovevano tanto appassionare, che nel 1570 un Lawrence Twine ne fece la trama di un romanzo “The Pattern of Parsifal Adventures”, che sarà la fonte del romanzo del Wilkins e una delle principali del dramma di Shakespeare. Anche il poeta sir Philip Sydney (1554-1586) s’ispirerà alla vicenda in una delle sue composizioni poetiche della raccolta “Arcadia”

Il romanzo, è un’opera d’autore ignoto, scritta in latino – ma da alcuni ritenuta un rifacimento o addirittura una traduzione da un originale greco  risalente forse al III sec. d.C., e la cui trama è un intrico di incredibili avventure, tutte però intese e condotte a lieto fine.

Questo è il materiale che Shakespeare ha davanti a sé nell’accingersi a scrivere il “Pericle”. Cambia il nome di qualche personaggio, dispone gli eventi nella successione scenica, da poeta del teatro ch’egli è, e, pur rispettando la fonte e senza intervenire a mutare la complessa successione dei fatti, la ordina a suo modo, l’amalgama nella sua fantasia, dà una sua fisionomia ai personaggi, con un gioco di sentimenti inteso a meglio sottolineare la terribilità stessa della vicenda; il tutto con parole e cose volute da lui, e in una atmosfera voluta da lui, non più in quella che può esser suggerita dalla favola, e traduce la favola nella commedia come meccanismo dove la parola si fonde col gesto.

Da qui nasce la poesia di cui sono pervasi molti passi dell’opera: quella del “coup de foudre” onde la figlia del re di Cirene s’innamora del giovane naufrago; quella della dolce quanto volitiva castità di Marina, che muove il cuore del governatore di Cirene al racconto della scellerata istoria di lei; quella del dialogo della stessa Marina con lo sconsolato Pericle, che trae questo dallo stato di comatosa prostrazione al sommo della gioia di padre che ritrova la figlia creduta morta. Il tutto in una atmosfera di tragedia greco-rinascimentale, con il poeta John Gower in funzione di coro, e le pantomime elisabettiane a sottolinearne la consuetudine teatrale dell’epoca.

Al fondo di tutto, il poeta, senza dirlo, lascia che noi intravediamo l’ombra della giustizia divina e umana, del trionfo del bene sul male, del buono e dell’onesto sul villain, del castigo degli empi e dei malvagi. E risolve così la commedia: con una morale che non è l’aggressiva morale dei collitorti puritani – che Shakespeare combatte – ma una moralità intrinseca all’equilibrio della realtà, della realtà offesa che si vendica.

È l’ultima tappa di Shakespeare uomo e drammaturgo: il ristabilirsi della legge, l’equilibrio di una normalità che si ricompone, il riaffiorare di quelle necessità elementari dell’uomo che riconduce a una fondamentale fiducia nell’umanità.

Questo è il “Pericle”, e per questo deve dirsi un dramma essenzialmente shakespeariano, anche se in un testo corrotto e rifatto da altri; tanto shakespeariano da far dire ad autorevoli critici che se il lavoro originale fosse sopravvissuto integro, l’opera avrebbe ben potuto altamente gareggiare in pregio letterario con “Il racconto d’inverno” e la stessa “Tempesta”.


Riassunto

Antioco, fondatore e re di Antiochia, convive coniugalmente con la bellissima figlia (della quale non si fa mai il nome) e, per mantenere nascosta l’incestuosa relazione e impedire, nello stesso tempo, che qualche pretendente gli sottragga la fanciulla amata, promana una legge secondo cui chiunque aspiri alla mano della principessa debba prima risolvere un enigma, sotto la minaccia che, se non riesca, abbia mozzo il capo, e questo infisso sugli spalti delle porte della città.

Apollonio, giovane principe della città di Tiro, definito “ricchissimo e di vasta e profonda cultura”, attratto dalla fama della meravigliosa bellezza della fanciulla, giunge per mare ad Antiochia e, fidando nel suo ingegno e nella sua cultura, s’arrischia alla prova. L’enigma è così enunciato dallo stesso Antioco:

“Mi trasporta un delitto; “mi cibo delle carni di mia madre; “cerco un fratello mio, figlio di mia madre, marito di mia moglie “e non lo trovo”.

Apollonio si prende alcun tempo per riflettere, poi va da Antioco e dice: “Eccoti la soluzione. Dicesti: “Mi trasporta un delitto” e non mentisti; basta che tu guardi te stesso. Aggiungesti: “Mi cibo delle carni di mia madre”, e nemmeno in questo mentisti: guarda tua figlia”. Antioco capisce che il giovane ha trovato la soluzione, ma fissando su Apollonio gli occhi infiammati d’ira: “Sei ben lontano – gli dice – o giovane, dalla soluzione; anzi, sei del tutto fuori strada: non una sola parola giusta hai detto. Meriteresti perciò che ti facessi mozzare il capo; ma preferisco concederti trenta giorni di tempo. Ripensaci bene; e se, quando tornerai, mi porterai la soluzione esatta, mia figlia sarà tua moglie; in caso contrario, farai esperienza della durezza delle mie leggi”.

Apollonio, turbato e sconvolto, lascia così Antiochia in tutta fretta, torna in patria e di là, credendosi sempre perseguitato dal potente Antioco per aver egli rivelato il suo segreto (una voce gli ripete dentro che il rinvio concessogli non è che un rinvio alla morte), subito riparte segretamente da Tiro per far perdere la sue tracce. Giunge a Tarso. La città è oppressa dalla carestia. Apollonio s’improvvisa mercante e rifornisce di grano gli abitanti affamati. Poi, dopo alcuni mesi, decide di riprendere il mare e di far rotta verso Pentapoli, per trovare là rifugio. Il popolo di Tarso l’accompagna alla nave con grandi onori. Durante il viaggio in mare lo sorprende una tempesta che lo priva della nave e dei compagni e lo getta sulle coste della Libia, presso Cirene. Quivi lo soccorre un pescatore. Per suggerimento di questi Apollonio si reca in città in cerca di aiuto. Càpita così nel “Ginnasio”, la pubblica palestra di città, dove si mette a gareggiare con gli altri giovani e si fa apprezzare dal re per la bravura atletica e per la garbatezza dei modi, tanto da meritare un invito a cena alla reggia. Qui conosce la figlia del re, che di lui s’innamora e che vorrà diventare sua sposa.

Alcuni mesi dopo le nozze, quando la principessa sta per avere un figlio, Apollonio viene a sapere che il re Antioco e sua figlia sono morti colpiti da un fulmine e che pertanto il regno di Antiochia gli appartiene. Chiede alla moglie di lasciarlo partire per andare a prendere possesso del regno, ma quella lo vuol seguire e s’imbarca felice insieme a lui; ma, durante la navigazione, nel dare alla luce una bimba, la giovane madre cade, per sopraggiunte complicazioni, in uno stato di morte apparente; per cui, creduta morta, è rinchiusa in una cassa e calata in mare. Le onde portano il macabro natante alla deriva sulla spiaggia di Efeso; qui, per opera di un medico del posto, la apparente defunta vien fatta tornare a vivere e si ritira come sacerdotessa nel tempio di Artemide.

Intanto Apollonio, disperato per la perdita della moglie, rinuncia al regno di Antiochia e approda di nuovo a Tarso, dove lascia la neonata, cui dà il nome di Tarsia, in custodia a una coppia di coniugi, Stranguillone e Dionisiade; e, fatto voto di non più tagliarsi né barba né capelli né unghie finché la bimba sia cresciuta e si sia sposata, si rimette in mare per tornare a Tiro.

Trascorsi 15 anni, Apollonio torna a Tarso, ma non trova sua figlia. I due coniugi, ai quali l’aveva affidata, gli fanno credere che sia morta di malaria; in verità era accaduto che Dionisiade, gelosa di Tarsia che era cresciuta troppo più bella e graziosa di sua figlia, aveva dato incarico ad un suo intendente di sopprimerla. Senonché, mentre costui, dopo aver condotto la fanciulla in un luogo remoto, sta per vibrarle il colpo mortale, sopravvengono dei corsari, che gli sottraggono la fanciulla. Questa è tradotta dagli stessi corsari a Mitilene, e qui venduta a un lenone che la chiude nel suo postribolo con la speranza di trarne buoni guadagni. Ma Tarsia, non che prostituirsi, riesce ugualmente, mantenendosi casta, a far quattrini, per contentare il turpe uomo, con l’intrattenere i clienti raccontando loro le sue sventure; tra questi clienti è addirittura il principe della città, Atenagora, che, mosso a compassione, si fa suo protettore, le fa grandi regali, la raccomanda all’uomo che l’ha in custodia, la fa cantare e suonare la lira in pubblico, “e fu tanto l’entusiasmo del popolo e a tal punto salì la simpatia per lei dell’intera città, che uomini e donne ogni giorno le portavano un’infinità di doni”.

Apollonio, partito da Tarso sconsolato, torna sulla nave, si butta sul pavimento e dà ai suoi uomini quest’ordine: “Buttatemi in fondo alla nave; voglio morire fra le onde”; scende sottocoperta e comanda che si levi l’ancora verso l’alto mare. Ma il mare, dopo alcuni giorni di navigazione, torna in tempesta e sbatte la nave davanti a Mitilene. Quivi si celebravano i festeggiamenti in onore di Poseidone. Apollonio vuole che i suoi uomini partecipino alle feste (“sono già abbastanza puniti per il solo fatto di avere avuto in sorte un padrone così sventurato”) e permette che allestiscano un festino a bordo. Mentre stanno mangiando, Atenagora, che si trova a passeggiare lungo la marina, osservando il gran numero d’imbarcazioni alla fonda, nota la nave di Apollonio “che fra tutte spiccava per bellezza di forma e ricchezza d’attrezzatura”, ne fa le lodi ad alta voce e i marinai, che lo odono, lo invitano a salire a bordo. Così ha modo di conoscere Apollonio il quale, invece di festeggiare con gli altri, se ne sta solo sottocoperta, al buio e in mezzo alla sporcizia, a struggersi nel suo dolore. Il nome di Apollonio gli ricorda che anche Tarsia gli aveva raccontato di avere un padre di nome Apollonio; allora gli viene l’idea di domandare a chiamare Tarsia, per toglierlo – chissà – da quello stato di abbattimento,

Tarsia viene sulla nave e s’adopera a sollevare e distrarre Apollonio, proponendogli una serie di indovinelli. Attraverso di questi avviene così il riconoscimento padre/figlia, e il nodo della favola si scioglie: Atenagora sposa Tarsia e diviene re di Tiro, mentre Apollonio riserva per sé il regno di Antiochia. Quindi, fatta vendetta del lenone di Mitilene, per suggerimento di un “angelus” che gli appare in sogno, si reca ad Efeso, dove ritrova la moglie, sacerdotessa di Artemide. Sulla via del ritorno ad Antiochia fa scalo a Tarso per infliggere la meritata punizione ai due coniugi scellerati Stanguillione e Dionisiade e, giunto a Cirene, premia degnamente il pescatore che l’aveva raccolto naufrago e gli aveva fatto dono di metà del suo mantello.

Da allora, Apollonio condurrà una vita serena e felice fra le cure del governo e le gioie della famiglia.


Ogni Atto della Commedia è preceduto da un prologo di John Gower, poeta inglese del IV secolo contemporaneo di Chaucer.

Atto I
La commedia si apre alla corte di Antioco in Siria con l’annuncio del re di voler concedere la mano della bella figlia a chi sappia risolvere un enigma. Ma chi fallirà andrà incontro alla morte. Pericle, il giovane principe di Tiro, viene a conoscenza dell’enigma e ne indovina subito il significato: Antioco intrattiene una relazione incestuosa con la figlia. Se rivelerà la verità sarà ucciso, ma anche se darà la risposta sbagliata incorrerà nel medesimo destino. Pericle mostra di sapere la risposta ma chiede tempo per riflettere. Antioco gli concede quaranta giorni, poi manda un sicario ad ucciderlo. Ma Pericle ha lasciato Antiochia per tornare nella sua Tiro. Qui il fedele amico e consigliere Elicano gli consiglia di allontanarsi dalla città, sospettando che Antioco lo stia facendo cercare per ucciderlo. Pericle nomina reggente Elicano e si dirige per mare verso la città di Tarso, vessata dalla carestia. Con grande generosità dona al governatore Cleone e a sua moglie Dionisa scorte di grano della sua nave per venire in soccorso alla popolazione. La carestia finisce e Pericle si rimette in viaggio dopo essere stato profusamente ringraziato da Cleone e Dionisa.

Atto II
Una tempesta distrugge l’imbarcazione di Pericle che viene trascinato dalla corrente sulla costa vicino alla città di Pentapoli. Qui viene soccorso da un gruppo di pescatori che gli comunicano che il re di Pentapoli, Simonide, ha organizzato per l’indomani un torneo per dare la figlia Taisa in moglie al vincitore. Proprio allora uno dei pescatori ritrova sulla spiaggia l’armatura di Pericle che decide di partecipare al torneo. Nonostante l’equipaggiamento di Pericle sia arrugginito e malconcio, a lui va la vittoria e la mano di Taisa che si mostra molto affascinata dal principe. Simonide inizialmente pare perplesso ma presto comincia ad apprezzare Pericle e acconsente alle nozze. Nel frattempo a Tiro giunge voce che Antioco e sua figlia sono morti fulminati da una “fiamma mandata dal cielo” mentre viaggiavano in carrozza. Preoccupati dalla lunga assenza del loro sovrano, i signori propongono di assegnare la corona a Elicano ma questi, da leale amico di Pericle quale è, rifiuta. Accetta l’ipotesi di diventare re solo nell’eventualità che le ricerche di Pericle da parte dei nobili di Tiro si rivelino del tutto vane.

Atto III
A Pentapoli Pericle riceve una lettera mandata dai signori di Tiro e decidere di rientrare portando con sé anche Taisa, incinta. Nuovamente una tempesta lo sorprende durante la navigazione e Taisa muore dando alla luce la figlia Marina. I marinai suggeriscono di consegnare alle onde il corpo di Taisa per placare la tempesta. Pericle accetta a malincuore poi decide di fare sosta a Tarso perché, tra i flutti agitati, teme per la vita della piccola Marina. La buona sorte fa arrivare la cassa con il corpo di Taisa su una spiaggia vicina alla dimora di Cerimone, un mago che la riporta in vita. Pensando che Pericle sia morto nella tempesta, Taisa diventa vestale al tempio di Diana. Pericle fa rotta verso Tiro dopo aver affidato Marina alle cure di Cleone e Dionisa.

Atto IV
Marina, crescendo, supera in bellezza la figlia di Cleone e Dionisa che medita così di ucciderla. Il suo piano però fallisce perché la giovane viene rapita dai pirati e condotta in un bordello a Mitilene. Marina qui riesce a custodire la sua verginità convincendo gli uomini a perseguire la virtù e successivamente riesce ad affrancarsi dal giogo vizioso diventando nota per la sua abilità nelle arti e nella musica. Nel frattempo Pericle torna a Tarso in cerca della figlia ma il governatore e la moglie gli dicono, mentendo, che lei è morta. Disperato, il principe comincia a navigare senza meta per i mari.

Atto V
Pericle giunge casualmente a Mitilene e qui il governatore Lisimaco, nel tentativo di rincuorarlo, gli presenta Marina. Raccontandosi le rispettive vicissitudini i due comprendono così di essere padre e figlia. Subito dopo Diana appare in sogno a Pericle e lo invita a visitare il tempio di Diana dove trova l’amata Taisa. Cleone e Dionisa vengono giustiziati dal popolo che ha scoperto il loro crimine. Lisimaco sposa Marina.


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