1593/1596 – Pene d’amor perdute


Pene d’amor perdute

(“Love’s Labour’s Lost” 1593 – 1596)

Introduzione - Riassunto

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Introduzione al teatro di Shakespeare

Elenco opere teatrali

Pene d'amor perdute


Introduzione

da Teatro libero di Palermo

          Pene d’amore perdute (Love’s Labour’s Lost) scritta e rappresentata molto probabilmente prima del 1598 – ci sono tracce di una sua rappresentazione dinanzi alla regina Elisabetta nel natale del 1597 – fa parte delle cinque commedie definite, per facilità di classificazione, eufuistiche, perché affini per tematiche e genere di scrittura alla produzione poetica e letteraria degli eufuisti inglesi (dall’opera Eupheus di John Lyly del 1578) della cosiddetta University Wits. Come nella scrittura dei «Wits», la predilezione per l’uso intensivo di modelli retorici, per il costante ricorso a parallelismi e comparazioni, è strumento per l’indagine e l’impiego di tali artifici stilistici e semantici quali mezzi dell’espressività. Ciò nelle commedie shakespeareane assume una funzione critica: “smascherare” l’utilizzo convenzionale di tali stilemi formali in stridente contrasto con le forme di espressione dei veri sentimenti.

          Tutto ciò si dipana in estrema ed efficace sintesi nella forma, nella struttura di Pene d’amore perdute, risolvendo nell’accentuazione dei contrastanti personaggi del testo shakespeareano.

Quando il giovane Re di Navarra, Ferdinand – probabilmente ispirato all’ugonotto Enrico re di Navarra – e i suoi compagni, il duca di Biron, di Longueville, e di Dumaine (probabile duca di Mayenne) – decretano tre anni di astinenza per dedicarsi anima e corpo allo studio e al servizio della conoscenza, non compiono altro che un atto che ha il sapore delle accademie, dell’erudizione retorica, imperniata su i convenzionali stilemi formali, in stridente contrasto con quello che si appresteranno a vivere di lì a poco con l’incontro con la pragmaticità e vitalità della speculare principessa di Francia e della sua corte. Il contrasto tra la forma del verso e la dinamicità della vita si trova incarnato nelle relazioni e nelle contraddizioni dei personaggi. La riduzione e l’adattamento che qui se ne offre intendono mettere in risalto proprio queste paradossalità: convenzioni sociali che si ritrovano per pura necessità contraddette dalla genuinità e spontaneità dei sentimenti. Volgendo lo sguardo alla corte di Navarra e alle sue gigionesche imprese non si può che dire che le pene d’amore in Shakespeare, in realtà, non siano mai perdute. Sono, infatti, un rituale d’iniziazione verso l’età adulta. Nella nostra scrittura scenica, la parola e il gesto traggono vitalità dall’amore, all’interno di un mondo guidato dalle convenzioni sociali. Ma la parola da sola non è sufficiente a liberare l’energia sprigionata dalla scoperta della vera passione, e così ad essa, che non soddisfa del tutto l’urgenza dell’amore, non possono che associarsi ritmo e danza che liberano la paura del desiderio.

Non è un caso la scelta di una giovane compagnia per queste “pene d’amore”; è la saggia leggerezza, infatti, la chiave di lettura della complessa e ricca struttura shakespeareana, che in questo spettacolo vengono ridate attraverso l’appropriazione del gioco leggero e sublime della macchina teatrale, fatta di ritmo, iperboli, semplicità e fisicità. Leggerezza che porta in seno, però, la consapevolezza della crescita che i quattro giovani della corte di Navarra si troveranno ad aver compiuto alla fine del loro vivace e un po’ fiabesco viaggio.


da Licei di Bra

Nel variegato panorama della prima produzione teatrale shakespeariana, in cui si alternano il dramma storico, la tragedia senechiana, la farsa plautina e la commedia di carattere, occupa un proprio spazio la commedia cortese, attestata da Pene d’amor perdute e da Pene d’amor perdute, che risalgono probabilmente al 1594. Imperversava in quell’anno una terribile epidemia di peste e la corte di Elisabetta I si era rinchiusa, per proteggersi dal contagio, nel castello di Oxford. Shakespeare, rivolgendosi alla cerchia del conte di Southampton, il suo protettore, mise mano a una commedia raffinata e cortese, piena di schermaglie ingegnose e argute, di allusioni e di discorsi eloquenti: Pene d’amor perdute è, in modo inconfutabile, una commedia aristocratica composta a beneficio di un uditorio scelto. La trama è semplice: Ferdinando, re di Navarra, e i suoi tre gentiluomini di corte, stanchi di una vita dissoluta, decidono di dedicarsi agli studi e alla contemplazione, formulando un solenne giuramento che però non riusciranno a rispettare: rinunciano infatti alle donne e all’amore, votandosi per tre anni a vita ascetica e rigorosa. Li renderà spergiuri l’arrivo della bella Principessa di Francia accompagnata da tre dame della sua corte, inviata dal padre in issione speciale per recuperare i diritti sull’Aquitania.

Ben altri diritti, quelli dell’amore e della giovinezza, saranno rivendicati prima da personaggi umili o fantastici, riluttanti a seguire il decreto imposto a tutta la corte di Navarra; poi, con irresistibile progressione, il Re stesso e i suoi compagni, invaghitisi delle affascinanti fanciulle francesi, vedranno crollare miserevolmente i loro virtuosi propositi. I giovani, ormai consapevoli del proprio cedimento morale (borsaioli d’amore), inviano alle dame doni preziosi e versi lusinghieri, ma le fanciulle si mascherano e, scambiatesi i doni, che diventano così ingannevoli segni di riconoscimento, si fanno beffe dei loro pentiti corteggiatori. Il grottesco spettacolo teatrale dei Nove Prodi, che fa da comico intermezzo allo sviluppo dell’azione, viene però oscurato dalla notizia della morte improvvisa del Re di Francia: la festa di corte si interrompe, la Principessa indice un anno di lutto e chiede agli uomini, perché venga perdonato il loro spergiuro, di giurare astinenza e fedeltà per un anno, cioè per tutto il periodo del lutto. Se i tre che avevano aderito con ingenuo entusiasmo al primo giuramento, giurano di nuovo senza incertezze, lo scettico Biron ribatte che un anno è lungo, troppo lungo per una commedia, sarà quel che sarà.

Mentre il progetto iniziale sembrava vagheggiare un’utopica accademia platonica, l’irrompere della realtà della morte e il disincantato pragmatismo dello scettico Biron richiamano lo spettatore ad una condivisa lezione di tollerante quotidianità.


da delTeatro.it

A guardar bene, Pene d’amor perdute resta tuttora uno dei testi di Shakespeare meno rappresentati sui palcoscenici italiani. Colpa della sostanziale inconsistenza dell’intreccio, o dell’ardua impresa di interpretarlo come si deve? Eppure questa delicata elegia dei sentimenti sospesi e del tempo che fugge e che incombe insidioso sugli impalpabili equilibri dell’esistenza umana avrebbe tutte quelle caratteristiche di tenue malinconia e di scintillante ambiguità che ci fanno considerare così «moderne» le sue commedie, inducendoci a considerarle talora persino più intriganti dei maggiori capolavori. L’ambiguità, in questo caso, non deriva – come altrove – da travestimenti e sorridenti scambi di identità sessuale, anche se c’è un momento in cui – come nel Sogno di mezza estate – le coppie per così dire predestinate, travolte da un malizioso gioco di mascheramenti, si mescolano e si intrecciano con un’innocenza erotica solo apparentemente svagata: qui, di fatto, l’ambiguità riguarda soprattutto la natura intimamente metamorfica degli stati d’animo dei personaggi, la repentinità con cui essi trascorrono dall’allegria alla mestizia, dall’estasi dell’abbandono nel trasporto amoroso all’ombra raggelata del rimpianto.

La trama è presto detta: il re di Navarra e tre suoi gentiluomini fanno voto di star lontani per tre anni dalle tentazioni del mondo dandosi unicamente a piaceri filosofici: quando arriva in visita diplomatica la principessa di Francia con tre damigelle, scatta la chimica delle attrazioni reciproche, vietate, stuzzicate dal patto di astinenza maschile, assecondate di nascosto e infine apertamente accettate dai protagonisti. L’intarsio dei corteggiamenti multipli sembra lì lì per compiersi, ma la morte del padre induce la principessa a partire: se le passioni erano vere si vedrà, intanto il re e i suoi amici affrontino realmente un anno di castità e rinunce. Una vicenda difficile da rappresentare, si diceva: pochi sviluppi dell’azione, e un arabesco verbale dai toni sottilmente trattenuti. Lo Stabile di Torino ne ha fatto una palestra per una compagnia di giovani attori, in un progetto che prevedeva l’allestimento di tre opere scespiriane da parte di tre registi francesi: non potendo contare su grandi exploit recitativi, Dominique Pitoiset punta qui sull’ironia, sulla freschezza, immergendo il tutto in un prato di erba sintetica, con le fanciulle che arrivano in Seicento, e in abiti anni Cinquanta. Fra mazze da golf e tende da campeggio, qualche sfumatura va perduta: ma lo spettacolo è lieve e piacevole, e propone un testo che comunque non si vede spesso.


Riassunto

Ferdinando re di Navarra e i suoi nobili amici hanno fatto giuramento di non dedicarsi a niente che non sia lo studio per tre anni di seguito; è quindi esclusa la frequentazione di compagnie femminili ed anche la sia pur minima confidenza con una donna; proprio quando è ora di mettere in pratica il proponimento, però, giunge alla corte di Ferdinando la figlia del re di Francia, insieme alle sue dame di compagnia, inviata dal vecchio padre per discutere di alcune cessioni territoriali: i giovani spagnoli non fanno in tempo a ricevere le nobili francesi in nome del protocollo di corte, che si ritrovano tutti innamorati chi dell’una chi dell’altra. Segue tutta una serie di schermaglie amorose, poiché quello che da parte degli spagnoli è un sentimento sincero, dalle giovani dame viene scambiato per null’altro che frivolezza; ma allorquando Ferdinando e gli altri si rivelano definitivamente in tutta la pienezza dei loro sentimenti, un messo porta improvvisa la notizia della morte del re di Francia, sicché le giovani dame devono abbandonare la Spagna per tornare in patria.  Prima, però, una volta compresa la sincera natura del sentimento dei nobili spagnoli, fanno loro promettere che lo stesso sarà messo alla prova da un anno di eremitaggio, alla fine del quale, se il proponimento sarà rimasto immutato, esse acconsentiranno alle loro richieste.


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