1605/1608 – Macbeth


Macbeth

(“Macbeth” – 1605 – 1608)

Introduzione - Riassunto

Atto I       Atto II       Atto III       Atto IV       Atto V

Introduzione al teatro di Shakespeare

Elenco opere teatrali

Macbeth


Introduzione

Da Taote.it

S’è appena conclusa una battaglia. Duncan, re di Scozia, saputo che il generale Macbeth signore di Glamis, suo cugino, ha combattuto valorosamente, lo nomina signore di Cawdor. Prima però che i messi del re gli portino la notizia, mentre cavalca insieme con Banquo, altro valoroso generale, s’imbatte in tre streghe che lo salutano come signore di Glamis, signore di Cawdor, e futuro re; ma nello stesso tempo salutano Banquo come genitore di re. Macbeth rimane molto sorpreso, ma quando poco dopo i messi del re gli confermano la sua nuova signoria, comincia a credere alla profezia delle tre streghe. Scrive alla moglie, Lady Macbeth, una lettera per informarla dettagliatamente di tutto, mentre la sua ambizione cresce a dismisura. Quando di lì a poco saprà che il re in persona si fermerà nel castello dei Macbeth per una notte, fa in modo di giungere alla sua dimora prima del sovrano, e con la moglie prepara un piano per uccidere il re. Duncan viene ucciso e Macbeth ne prende il posto. Poco dopo verrà ucciso Banquo, mentre suo figlio Flenace riesce a scappare. Poi toccherà alla moglie e ai figli di Macduff. Durante un banchetto lo spettro di Banquo tormenterà Macbeth, ma la moglie riesce in qualche modo a giustificare agli occhi degli invitati il comportamento del re. Intanto Macduff si rifugia in Inghilterra e insieme con Malcom figlio di Duncan organizza la ribellione. Macbeth si reca dalle streghe per sapere qualcosa di più sul suo regno, e gli viene detto che nessun uomo nato di donna potrà ucciderlo, e che rimarrà al trono finché la foresta di Birnam non si muoverà verso la collina di Dunsinane. Macbeth, convinto di essere invincibile, affronta i ribelli. Ma questi, coperti ciascuno da un ramo d’albero del bosco di Birnam si avvicinano verso Dunsinane. Inoltre Macduff, prima del duello finale, dice a Macbeth di essere nato da un parto prematura con taglio cesareo. E’ la fine: Macduff decapita Macbeth, e come da copione delle streghe, il trono spetta alla discendenza di Banquo.

Questa è, per sommi capi, la trama di una delle più cruente tragedie di Shakespeare. Essa comincia con tuoni, lampi e l’inquietante presenza di tre orribili streghe che si danno appuntamento sulla landa ove dovranno incontrare Macbeth. Prima di uscire di scena insieme “cantano”: “E’ brutto il bello, è bello il brutto…” : solo il male può pronunciare tali parole. Esse da sole bastano a far capire i contenuti della tragedia. Non è un luogo comune parlare di Lady Macbeth come della più sanguinaria fra i personaggi Shakespiriani, ma la freddezza e la cattiveria delle figlie di re Lear nulla hanno da invidiare a questa Lady. Gonerilla e Regana stanno bene in sua compagnia, e le cose orrende che entrambe riescono a fare al povero Lear, loro padre, inorridiscono tanto quanto la furia assassina di quella. Tutte e tre sono ambiziose e avide di potere, fredde, consapevoli del male che fanno, votate ad esso completamente.

Per esse il brutto è bello ed il bello è brutto. Hanno invertito le polarità della morale e dell’etica, del buon senso e della ragione, dei sentimenti. Come il cieco occhio del tornado, il loro odio finalizzato può creare solo caos, disordine, morte e distruzione. Il loro colore è il rosso dell’ ira, del sangue, della furia cieca. Esse “sono” le tre streghe di questa tragedia, o per meglio dire, queste streghe sono i veri volti delle tre Lady.

Molti commentatori, citando la scena terza del quinto atto, in cui, appreso che la regina suo sposa è morta, Macbeth pronuncia il famoso monologo in cui definisce la vita “un’ombra che cammina; un povero commediante che si pavoneggia e si agita, sulla scena del mondo, per la sua ora, e poi non se ne parla più. Una favola raccontata da un idiota, piena di rumore e di furore, che non significa nulla” (Shakespeare – Opere – Sansoni, pag. 972), molti commentatori, dicevamo, ci spiegano che Shakespeare aveva della vita una tale opinione. Noi non condividiamo. A pronunciare quelle parole è Macbeth, un essere che poco prima di questo monologo dice: “Io mi sono satollato di orrori”, uno la cui ambizione ha rubato ogni energia dell’anima, uno il cui furore ha soffocato ogni voce coscienziale, uno la cui moglie gli ha partorito serpenti velenosi, un toccato dal male, uno che si è imbattuto nella propria ombra e ascoltandone la voce ha ceduto alle lusinghe. E’ Macbeth a pronunciare queste parole, Shakespeare è solo il fotografo di un’anima persa, il pittore di un triste paesaggio, il fedele registratore di un demonio scatenato. Shakespeare, profondissimo conoscitore dell’animo umano, ci conduce lungo il sentiero dell’ambizione sfrenata, per farci osservare la sua genesi, la sua crescita, la sua fine. Il grande drammaturgo è solo poesia, quella leggera e profumata brezza che soffia lieve su ogni sillaba, quella bellezza che sta sopra le più terribili tragedie, quell’inspiegabile bellezza che avvolge l’orrido, il sanguinario, lo spietato, ma che spessissimo (non lo dimentichiamo) avvolge la pietà e il perdono (vedi Prospero nella Tempesta), il comico (vedi lla rappresentazione di Piramo e Tisbe nel finale del Sogno di una notte di mezza estate, o la combriccola guidata da Maria, Feste e sir Toby nella Dodicesima notte), amore (vedi Romeo e Giulietta), teatro assoluto (vedi Amleto), etica e morale (vedi Misura per misura), ecc. In Macbeth non scorre solo sangue, ma anche poesia e profonde riflessioni, psicologia, teatralità, genialità. Shakespeare ha solo cantato, non ha definito un bel niente: troppo geniale per farlo. A lui giustifichiamo i fiumi di sangue, ogni volgare doppio senso, ogni orrore, perché la sua poesia, alla fine riesce ad uccidere le trame ed i significati. Il suo magnifico canto spesso, indossando il manto della pietà, ci tiene per mano per ammonirci, per dirigerci, per allontanarci o avvicinarci, a seconda che tratttasi di male o bene. Le parole dei suoi personaggi sono le parole che ognuno di noi pronuncia, ora quando è innamorato, ora quando è ambizioso, oppure quando è filosofo, giusto, cattivo, buono, matto, savio, ecc. Con la sua inimitabile poesia ci rivolta come calzini, mette a nudo le nostre anime, pone ciascuno di noi di fronte a se stesso, fa conoscere l’uomo all’uomo. Solo Macbeth può definire la vita così. Amleto ha altre idee su di essa, Feste altre ancora, Petrucchio, Falstaff e i mille personaggi della sua vasta opera hanno ciascuno un’ ottica diversa. Sta a noi studiare i vari personaggi, le varie trame, per cavare da esse insegnamenti nascosti nella poesia che tutto pervade e sostiene. Ed è quello che, con questi brevi commenti, stiamo cercando di fare per noi stessi. Interiorizzare le vicende e i personaggi per cercare percorsi conoscitivi.

Ma torniamo a Macbeth. Egli è un valoroso generale. Agli occhi del re Duncan è un sole, una supernova, una stella di rara grandezza: è coraggioso, valoroso, sprezzante del pericolo, leale. Improvvisamente però s’accende il lui una smisurata ambizione, ed ecco che la stella esplode: Macbeth diventa un buco nero. Da quel momento in poi la sua “forza gravitazionale” attirerà ogni “astro” o “pianeta” che si avvicina troppo e lo annienterà. Diviene un vortice distruttivo? E qui entra in campo quell’impetuoso vento che muove la sua incerta volontà: Lady Macbeth.

Ma seguiamo passo passo la vicenda. Allorché le streghe gli svelano il futuro di re, Macbeth trasalisce (Mio buon signore, perché trasalite…? – gli dice Banquo, pag. 948): l’avvelenamento è subitaneo, e l’intera tragedia è racchiusa in quel trasalimento, perché la sua mente, in un lampo, gli ha parato innanzi tutto l’orrore di cui dovrà satollarsi per raggiungere il suo scopo. Il destino suo e di chi lo circonda è segnato. Ma anche Banquo (che però reagirà) è stato morso dalla “vipera”: le streghe sono appena scomparse e si rivolge a Macbeth così: “Quegli esseri dei quali parliamo, sono stati qui veramente, o noi abbiamo mangiato di quella radice insana che fa prigioniera la ragione?” (idem). Quando la mente si surriscalda per un forte sentimento, per una passione o per un vizio, è quasi capace di dare forma ai pensieri, corpo alle idee. Macbeth deve essere re, ecco perché l’apparizione del pugnale grondande sangue. Il pugnale è nato nel momento del trasalimento, ed esso sarà il mezzo con il quale sia i Macbeth, sia i loro sicari verseranno sangue innocente. Tutto è dunque già scritto, e che la mente del futuro assassino del re di Scozia sia già orientata, è testimoniato da quanto egli dice a se stesso dopo aver saputo della nuova signoria: “Glamis e signore di Cawdor: il meglio è da venire” (id.). Cioè, il trono che mi spetta deve ancora venire. Ma che egli sia ormai preda dell’ambizione e delle streghe ce lo confermano le terribili parole che poco dopo pronuncia sempre a se stesso: “Questo incitamento soprannaturale non può essere cattivo, e non può essere buono: se cattivo, perché mi ha dato garanzia di successo cominciando con una verità? Io sono signore di Cawdor: se buono, perché io cedo ad una tentazione la cui orrenda immagine mi fa rizzare i capelli, e spinge il cuore, ch’è pur saldamente fissato, a battermi alle costole contro il natural costume? Le paure effettive sono minori delle orribili fantasticherie. Il mio pensiero, il cui assassinio ancora non è che immaginario, scuote a tal punto la mia compagine d’uomo, che l’attività della mente resta ingorgata in quella supposizione, e per me non esiste altro che ciò che non esiste” (pag. 949). “Per me non esiste altro che ciò che non esiste”. Con questa frase Shakespeare ci sta facendo capire fino a che punto la mente può essere trascinata da un pensiero alimentato dal fuoco dell’ambizione. La mente comanda sul corpo e sui sentimenti, sia nel bene che nel male. E’ meglio guardarsi dai cattivi pensieri, e non alimentarli, se no acquisiscono autonomia e forza e scuotono ogni fibra del corpo e dell’anima. Un pensiero ossessivo è capace di oscurare completamente la ragione e di farci credere che “esiste solo ciò che non esiste”: la realtà è rimossa e l’ossessione governa. Attenzione, dunque, a quel che succede a Macbeth in questa prima parte della tragedia, perché ci viene offerta la possibilità di osservare una mente ossessionata all’opera. Egli non mostra di possedere più un briciolo di volontà buona, allorché si abbandona completamente al vaticinio ed alla volontà della moglie che sa essere forte e inflessibile: “Accada quello che può accadere, il tempo e l’ora fuggono attraverso il più triste dei giorni”, dice sempre a se stesso. Non ‘accada’ quello che deve accadere, ma quello che può accadere. La differenza è notevole, perché quello che deve, comporta un affidarsi al destino, mentre quello che può, presuppone un affidamento all’ ambizione scatenata: lui e sua moglie faranno quanto può esser fatto, pur d’arrivare allo scopo. Non si pongono limiti di umana pietà. D’ora in poi, quanto si troverà sul suo cammino verrà spazzato via. Il primo a porsi sulla sua strada è Malcom, il primogenito del re appena nominato principe di Cumberland. Ed ecco quel che dice ancora una volta a se stesso Macbeth: “Questo…si trova sul mio cammino. Stelle nascondete i vostri fuochi! La luce non veda i miei tenebrosi e profondi desideri…” (pag. 950).

Che sia la tragedia dell’ambizione è ribadito ancora una volta dal nostro negativo protagonista appena più tardi nel suo castello, poco prima di rivedere la moglie: “Io, per pungere i fianchi del mio disegno, non ho altro sprone che l’ambizione…” (951). Ma adesso è giunta l’ora di occuparci della sua consorte. Lady Macbeth è il perverso mediatore tra il desiderio e l’azione. E’ il male esteriorizzato e corporificato del marito, che appunto perché materializzato e pesante, fa toccare terra al piatto dell’azione, facendo sì che quello del desiderio voli alto nel cielo in una sorta di estasi negativa. Allorché il marito le confida che vorrebbe, ma non osa, lo prende in giro col il famoso proverbio del gatto che voleva mangiare il pesce, ma senza bagnarsi i piedi: pretenderesti, gli dice, che “io non oso” stia al servizio di “io vorrei” come fa il povero gatto del proverbio? (952). Macbeth, subito dopo si dichiarerà risoluto. E’ da sottolineare, a questo punto, che nonostante egli sia preda del destino che si è “neramente” immaginato, la sua consapevolezza del male che sta per compiere rimane intatta: “Tu salda e ben ferma terra, non sentire per quale via camminano i miei passi, per paura che le pietre stesse abbiano a chiacchierare del luogo ove io mi aggiro, e tolgano al momento l’orrore presente, che con esso s’accorda”. Nella notte, Duncan, re di Scozia, viene ucciso da Macbeth. Quel pugnale che sanguinante animava la sua immaginazione ora è arma di delitto,anzi sono (sono i pugnali dei due servi del re) arma del delitto e sono macchiati del sangue del re. Secondo il piano essi dovevano esser lasciati in mano alle guardie drogate dalla moglie, ma lui le si presenta con l’armi in pugno: sarà lei a imbrattare i visi degli innocenti servi che dormono col sangue ancora caldo di Duncan, perché la colpa ricada su di loro. La tragedia è iniziata e proseguirà perché i pensieri di Macbeth sono oramai come magma incandescente desideroso solo di spazzar tutto quanto possa far vacillare il suo trono di neo re. “Oh, il mio pensiero è pieno di scorpioni, moglie cara“, dirà alla regina. E questa frase ricorda tanto il mio petto si gonfia di serpenti di Otello ormai vinto dalla gelosia e dal veleno di Jago. Il pensiero di Macbeth è mortale, dalla sua testa partono esseri velenosi come in Medusa. Il nulla avanza, il buco nero manifesta la sua presenza dal caos e dalla morte che “crea” intorno a sé. Ma dicevamo di Lady Macbeth. La sua vera natura viene palesata dalle tremende parole pronunciate subito dopo aver letto la lettera del marito sull’incontro con le streghe e aver saputo della visita del re. Invocando il soprannaturale, e precisamente gli spiriti che alimentano i pensieri di morte, ai quali chiede crudeltà: “Venite o voi spiriti che vegliate sui pensieri di morte, in quest’istante medesimo snaturate in me il sesso, e colmatemi tutta, da capo a piedi,della più atroce crudeltà. Spessite il mio sangue, occludete ogni accesso ed ogni via alla pietà…Venite alle mie poppe di donna, e prendetevi il mio latte in cambio del vostro fiele…”. Meglio fermarsi ed invocare il nome di Gesù e dei Santi per annullare questa orrenda invocazione di nera magia. E’ questo un vero e proprio patto col male assoluto, ed è il momento in cui l’orribile Lady consegna la sua vita (col suo latte che dà vita ai pargoli) al nulla. Il maestro Gesù raccomandava di “perdere” ciascuno la propria vita così come fa il seme per rivivere come pianta, e non di barattarla per la dannazione eterna: perché il nulla è proprio la negazione dell’Essere, dell’Eterna Vita che anima ogni cosa. Quanto è stato invocato da questa orribile strega, ha preso pieno possesso del corpo, del cuore e della mente, lasciando che solo la pazzia e il suicidio rimangano come uniche facoltà di Lady Macbeth. Sì, Shakespeare non aveva mai messo in bocca ai suoi personaggi parole più terribili di queste, rese ancora più sinistre da una donna che per natura “dona” la vita e allatta il bene. Non sarebbe male se ad ogni rappresentazione di Macbeth, nel momento di tale invocazione fosse presente sul palcoscenico un enorme Crocifisso. Questa è Lady Macbeth.

La nostra, è una tragedia che offre pochissimi momenti di quiete. La mente è continuamente sollecitata, il cuore tambureggiato ossessivamente, il corpo sollecitato con brividi dalla testa ai piedi. Due sono i momenti di “pace” che Shakespeare ci concede. Uno è quello del monologo del portinaio con cui si apre la scena terza dell’atto secondo (che noi non riportiamo, per non appesantire troppo il breve saggio e per non approfittare della bontà della Sansoni, il cui testo delle opere complete del grande drammaturgo curate da Mario Praz consigliamo di leggere) e l’altro è il momento in cui, finalmente, Macduff taglia la testa a Macbeth: una liberazione!

Nell’atto quarto Macbeth va a ritrovare le streghe, mentre queste danzano e cantano attorno ad una caldaia che bolle osservate e incitate da Ecate, per saperne di più. Vuol sapere quello che dovrà accadere, costi quel che costi, dovesse trattarsi delle cose più orrende (scatenare venti contro le chiese, affondare navigli, distruggere raccolti, schiantare alberi, crollare castelli, distruggere palazzi e piramidi, “…dovessero le virtù germinatrici della natura confondersi tutte insieme, tanto da saziare la distruzione fino alla nausea, rispondete a ciò che vi chiedo”. Dopo aver sottolineato che questo monologo sembra figlio di quello stregonesco di Lady Macbeth, diciamo subito che le streghe lo accontentano e gli rispondono con delle apparizioni. La prima apparizione è “una testa armata” che lo esorta a guardarsi da Macduff. La seconda è “un fanciullo insanguinato” che lo rassicura: nessun nato di donna potrà sconfiggerlo. La terza è “un fanciullo incoronato con un ramo d’albero in mano”: Macbeth sarà invitto fino a che la foresta di Birnam muoverà verso la collina di Nunsinane. Quarta apparizione: “otto re, l’ultimo con uno specchio in mano”, seguiti dallo spettro di Banquo: sono i discendenti di questi, tutti re. Certo, la presenza del soprannaturale, può pure far pensare che il destino è segnato fin dall’inizio del tempo che ci è concesso, e forse ancora prima. La sequenza delle apparizioni è frutto delle scelte di Macbeth, o le sue scelte sono frutto del destino mostrato da esse? Antica domanda questa. Noi propendiamo per il libero arbitrio: quel che uno semina, raccoglie. Ma di questi tempi di strambe teorie ne circolano tante: il nichilismo, sorretto in lunghe processioni da fantasmi del sapere, offende la Saggezza proclamando il nulla come signore dei mondi e professando apologia del caos e della distruzione. Per fortuna di tutti, poche fiammelle di modesto buon senso, di nascosto (perché la ragione è costretta nei ghetti) custodiscono piccole luci. Macbeth di turno hanno occupato il trono di tutti i megafoni, ma Macduff di turno sono pronti ad “abbattere” questi falsi maestri. Non scorrerà sangue, né streghe e profezie, perché questi “uomini grigi” (per dirla con Ende) saranno sconfitti ancora una volta da…Momo, dall’innocenza, dalla verità, dall’intelletto. Saranno sconfitti soprattutto dalle loro bugie. Il maestro Gesù invitava a giudicare l’albero dai frutti: la gente, a forza d’assaggiare, smaschererà tali falsi maestri,e finalmente i ragazzi del mondo torneranno ad essere ragazzi, e non più branco guidato da ombre. Lady Macduff, prima d’essere uccisa dai sicari di Macbeth dice: “…io sono in questo basso mondo, dove il fare del male è spesso lodevole cosa, e fare il bene qualche volta è considerato pericolosa follia…” (pag. 966). Streghe impazzavano, ma streghe ancora impazzano, a quanto sembra, perché queste parole di Macbeth (atto V scena V pag. 972) “Io comincio ad essere stanco del sole, e vorrei che la fabbrica del mondo fosse distrutta…”, strisciano come serpi velenose fra i detti del nichilismo imperante e apologeta. E qui ci nasce spontanea una domanda: è davvero possibile combattere l’odio con l’amore, o non occorre piuttosto estirpare la mal’erba? Solo finché è in noi è possibile soffocare l’odio con montagne d’amore. Una volta imperante, c’è solo d’attendere Macduff.

Per il Bloom Macbeth è “una tragedia dell’immaginazione” (Harold Bloom – Shakespeare – Rizzoli, pag. 418), ed ha perfettamente ragione: i due negativi protagonisti per potere raggiungere i lori orrendi scopi mettono in atto una sorta di magia nera, giocando fortemente d’immaginazione. Essi prefigurano nella loro mente scena dopo scena i loro delitti, dirigono la volontà a forza d’immaginazione, e quando non sono loro ad usare questa facoltà dell’anima, ci pensano le streghe. Lo stesso Bloom sottolinea poi come non si può accomunare Macbeth agli altri cattivi Shakespiriani, in quanto questi sono tutti consapevoli del male che fanno e si “crogiolano nella loro malvagità” mentre quegli “soffre profondamente sapendo di compiere azioni malvagie” (idem). Altra cosa da sottolineare fra i commenti dello stesso è la dominante, a suo parere, di quest’opera: il tempo, che non è quello della cristiana pietà dell’eternità, ma “un tempo divorante, la morte vista in maniera nichilista (pag. 426). Vorrei ancora citare un commento del Bloom: “Qualsiasi altra cosa faccia, Macbeth non ci offre certo una catarsi per i terrori che evoca. Poiché siamo costretti a interiorizzare il dramma, il ‘timore dell’ignoto’ è, in ultima istanza, timore di noi stessi” (pag. 447).

È proprio così, come per tutte le altre tragedie, Shakespeare ci rimanda a noi stessi, mette a nudo la nostra psiche, la nostra anima, ed ogni suo capolavoro è una lezione da non dimenticare, un ammonimento, un invito implicito ad usare sempre la ragione ed il buon senso, ad usare sempre la nostra testa, a non farci ipnotizzare dalle chiacchiere di chicchessia. Sì, la parola può essere velenosa come può essere guaritrice, e ciò vale sia per quella a noi diretta, sia per quella da noi pronunciata. La parola è il frutto dell’albero. Infine due parole su quanto dice la Signora Maria Luisa Zazo nel suo “Introduzione a Shakespeare” – Laterza (pag. 113): “E’ meno l’ambizione che la volontà delle tre sorelle a spingere Macbeth sulla strada del delitto”. Certo, anche questo è vero: il destino di Macbeth sembra essere stato disegnato dalle tre streghe fin dall’inizio, ma non ci dimentichiamo della forza delle forze che caratterizza l’uomo: la volontà. Con essa è possibile combattere e vincere, Giacobbe insegna (vedi Genesi). Essere forti non viene dal vincere gli altri, ma se stessi. Shakespeare sta parlando sempre e solo di noi, dell’uomo, di sé. Osserviamoci e modelliamoci secondo buon senso e coscienza: se possiamo (e volendo, possiamo) costruiamoci un mondo pulito, ordinato, non violento. Ma…partendo dal pulire, ordinare e pacificare noi stessi.

Infine una piccola curiosità. Ecco come il poeta Francesco Maria Piave sintetizza per il Macbeth di Giuseppe Verdi il famoso monologo che Macbeth dice dopo aver saputo della morte della moglie:

“La vita!… Che importa?… / E’ il racconto d’un povero idiota! / Vento e suono che nulla dinota!”(Verdi – Tutti i libretti d’opera – vol II – Newton, pag. 190) . Ma per chiudere positivamente e con una invocazione a Dio, riportiamo dello stesso bravissimo Piave, il tutti con cui si chiude il primo atto dell’opera:

“Schiudi, inferno, la bocca, ed inghiotti / nel tuo grembo l’intero creato: / sull’ignoto assassiso esecrato / le tue fiamme discendano, o Ciel. / O gran Dio, che ne’ cuori penètri, / Tu ne assisti, in Te solo fidiamo: / da Te lume, consiglio cerchiamo / a squarciar delle tenebre il vel! / L’ira tua formidabile e pronta : / colga l’empio, o fatal punitor; / e vi stampa sul volto l’impronta : / che stampasti sul primo uccisor. (pag. 182).


Articoli di Antonio Gramsci
da L”avanti!” – 1916

da La Frusta Letteraria

Antonio Gramsci fu critico teatrale dell’Avanti! per quattro anni, dal 1916 al 1920. Ripubblichiamo di seguito una sua recensione teatrale del Macbeth di Shakespeare intepretato dal “mostro sacro” dell’epoca Ruggero Ruggeri. Possiamo constatare qui solamente il nitido italiano di Gramsci. Non abbiamo i mezzi per “rivedere” Ruggeri.

1.
In un saggio recentissimo su Shakespeare, Romain Rolland ha incidentalmente espresso un giudizio che è il riconoscimento critico migliore della tragicità dell’autore inglese: «Shakespeare nel creare i suoi personaggi procede senza sforzi; si cala nel cuore di ciascuno e di esso riveste il suo pensiero, la sua forma, il suo piccolo universo; ma, egli muove dal di fuori ». Cadono così tutte le interpretazioni che del Macbeth la critica giornalistica ha recentemente cucinato per il grande pubblico. Non tragedia dell’orrore, né della paura, né dell’ambizione, come è stata volta a volta chiamata; ma tragedia solo di Macbeth, di un uomo, di un carattere, ben definito nello spazio e nel tempo. Egli solo riempie tutto il dramma, e ne è l’eroe. È una volontà, così senz’altro; volontà che riceve stimoli all’azione dal mondo esterno, ma che questi fonde nella sua personalità e fa propri, senza perdere un atomo della libertà spirituale che è caratteristica di tutti gli nomini, e senza la quale non può esservi tragedia. Shakespeare lo ha posto in un ambiente storico, in un tempo e in luogo nei quali anche il soprannaturale era elemento della realtà, era parte viva delle coscienze, e appunto perciò questo soprannaturale non è meccanico, non è astrazione fredda, non e ripiego comodo per trarre dai fatti elementi di successo; è certo esigenza, integrazione necessaria dei dramma.
Vediamo svolgersi questo dramma con una logica interiore inflessibile. La predizione delle streghe del primo atto è l’inizio di esso. Macbeth è incerto in principio, titubante; la grandezza del destino che lo attende lo scrolla fin nell’intimo della sua umanità, fa traballare, ma non distrugge d’un tratto nella sua coscienza le leggi morali che ne sono la base granitica.

Quando

mi voglia re la sorte coronarmi,
essa pure dovrà senza il mio sprone.

Ma la realtà lo attanaglia; sua moglie è lo sprone della sua volontà incerta e vacillante. Lady Macbeth, creatura meno complessa, più elementare, che appunto perciò il destino stronca così, semplicemente, senza trovare resistenza, è di quelle che tra il pensiero e l’azione non pongono intermezzo. Solo nel quarto atto, dopo che la causa scagliata da lui nel mondo ha prodotto effetti che egli non poteva prevedere, anche Macbeth si riduce a questa semplicità di concezione:

D’ora in avanti
i primi impulsi del mio cuor saranno
gl’impulsi di mia mano.

Macbeth ha a questo punto ritrovato se stesso: ma attraverso quali sanguinose esperienze! L’assassinio del re e dei suoi custodi ha fatto cadere il primo involucro della sua umanità. L’abisso ha chiamato l’abisso secondo la sua tragica necessità. La pazzia sembra afferrarlo per un istante con la tortura dell’ombra di Banco. Ma egli, nella sua forte volontà, vince questi richiami morbosi della coscienza. La moglie è ormai un’ombra, preda di allucinazioni sanguinose; il guerriero scozzese non tenta più, non esita più. Tutto gli diventa avverso, ma egli è sicuro della sua fortuna. La seconda predizione delle streghe ha prodotto in lui questa sicurezza: nessuna sanzione terrena potrà colpire isuoi delitti. E Macbeth taglia tutti i fili che legano la vita di ogni uomo a quella degli altri suoi simili. Nulla lo fa trasalire. La morte di Lady Macbeth, della tanto amata, non trae un lamento dalle sue labbra; il suo cuore è impietrito; non vive che la volontà atroce. Lady Macbeth soccombe alla visione dei fantasmi che essa stessa ha suscitato. È una debole, in fondo, che solo l’esasperazione fa diventare furia perveRsa. Come nel suo romanzo grottesco Chamisso impersona nell’ombra che è fuggita, la coscienza di Pietro Schlemil, Shakespeare, rappresenta plasticamente nella morte del sonno il rimorso della donna. E il sonno uccide quel giù vibrante fascio di nervi, nei quali la lampada della vita non dà che qualche incerto guizzo.
Il sangue cola a ruscelli in questa tragedia: si ha l’incubo del rosso nel riviverla integralmente. Re Duncano, le due sue guardie del corpo, Banco, lady Macduff, e tutta la sua famiglia muoiono e tutte queste morti sono necessarie nell’azione, fatali, date le premesse. Una orribile gorgona ha abbacinato Macbeth; Banco lo aveva subito capito, fin dalla prima previsione delle streghe:

Spesso a render certo
Il nostro danno gli stromenti delle
tenebre il vero dicono e con lievi
cose ci attraggono per gettarci poi
nei più oscuri raggiri.

Ma bisogna che Macbeth veda tutto il baratro, nel quale egli è precipitato per persuadersi di ciò. Bisogna che veda muoversi la selva, e che un uomo nato pei ferri del chirurgo lo turbi dimostrandogli vana la sua sicurezza. Solo allora il tiranno del male sente che tutto è crollato intorno a sé e ritorna debole, pauroso, uomo insomma. E la giustizia lo colpisce. Ruggeri darà stasera il gigantesco lavoro di Shakespeare. È un avvenimento artistico, al quale non possono essere estranei anche i nostri lettori, i quali anzi, perché meno intellettualmente corrotti, sono i più degni d’avvicinare e di risentire i brividi di passione del tragico inglese. Potranno Ruggeri e i suoi collaboratori ridare integralmente questi brividi, questa vita intensa, anelante alla distruzione, alla strage infeconda? Vedremo.

(23 maggio 1916).

2.
Vedere proiettata sulla scena, incarnata in persone operanti e parlanti, rinchiusa in un determinato orizzonte, un’opera che per noi è solo vissuta della vita delle parole, delle immagini che la fantasia ricrea, dei segni materiali della carta stampata, produce sempre un urto che non si riesce subito a superare. Qualche cosa si interpone tra voi e l’opera, una personalità estranea che diventa invadente, ingombrante talvolta, e alla quale bisogna abituarsi. Come tutte le opere di poesia, la tragedia di Shakespeare vive autonoma nella cechia delle parole. La suggestione di vita non ha bisogno della concretizzazione scenica per trarci nel suo cerchio fatale. Anzi. Ogni urto brutale con tutto ciò che è convenzione, mezzo, costrizione violenta, adattamento alle esigenze dell’ora e delle possibilità interpretative, produce squarci dolorosi, mortificazioni umilianti. L’arbitrio direttoriale che toglie e riduce non può non essere sacrilego. L’opera deve rimanere tal quale è sgorgata, vibrante e palpitante di vita, dalla fantasia dell’autore. Ogni parola ha una ragione, ogni atteggiamento fisico e spirituale deriva necessariamente da una personalità che è stata concepita in quel dato modo e in nessun altro. Tutto il corpo diventa lingua che esprime un mondo interiore ben definito e tagliato fra gli infiniti possibili che la libertà crea. Bisogna abituarsi a pensare al Macbeth, di Ruggeri e dimenticare alquanto quello di Shakespeare. E l’uno è infinitamente inferiore all’altro e l’adattamento non può avvenire con facilità, senza mortificazioni.
Ruggeri ha cercato per quanto, gli è stato possibile, di ridurre la tragedia alla sua persona. L’ha modernizzata, in un certo senso, poiché le opere che egli è solito dare con più successo, si conchiudono in un solo eroe, che come il tenore dei melodrammi diventa centro dell’universo. E Shakespeare invece è polifono: le azioni dell’eroe trovano risonanze in tutto l’ambiente in cui egli opera, non rimangono affermazioni di fatti, ma diventano atti, plasticamente rappresentati. Il taglio di molti particolari nuoce, cosi, enormemente, alla rappresentazione dell’eroe stesso, lo rende meno vivo. Vedere davanti a noi la prova di volontà di re Duncano vale più che il sentirla ricordare dall’assassino Vedere come Banco sia. fraudolentemente sgozzato, accresce l’orrore della rievocazione dello spettro. Vedere come fossero vivi lady Macduff, e i suoi figlioli, e come i sicari tronchino nelle loro gole la parola ingenua, il rimbrotto femminile, è necessario per l’effetto d’insieme sinfonico di questa ridda fantasmagorica di sangue e d’orrore. Il tiranno è tale per i soprusi inumani che compie, non per le parole che escono dalle sue labbra. L’opera così scarnificata diventa un moncherino, grottesco talvolta. L’espressione di Macduff che rassomiglia la moglie e i figli a una chioccia ghermita coi pulcini da un avvoltoio, non avrebbe fatto ridere la platea se questa avesse avuto dinanzi agli occhi il quadro della strage compiuta freddamente.
Piccole osservazioni che si potrebbero moltiplicare se ciò non fosse inutile, e se noi non sentissimo per Ruggeri una grande gratitudine anche per il poco che ci ha dato, e che serve da stimolo per accostarci con più amore all’opera. Come non servirà a nulla osservare che Ruggeri è così infetto di lebbra dannunziana vacua e declamatoria, che troppo spesso la sua declamazione critica ne viene sorpassata e annegata in una sentimentalità melodrammatica che stona terribilmente colla creatura di Shakespeare, né decadente, né ammalata di modernità floreale e liberty.
E il pubblico, anch’esso compenetrato dello sforzo che il Ruggeri, la Vergani, e gli altri hanno fatto, ha applaudito, e talvolta con vera convinzione.

(25 maggio 1916)


Riassunto

Macbeth e Banquo, generali dell’esercito scozzese, ascoltano stupiti le predizioni delle streghe: Macbeth sarà presto nominato signore di Cawdor dal re di Scozia Duncan, e poi ascenderà al trono; Banquo, pur senza mai regnare, avrà una discendenza regale. E, infatti, i messaggeri del re comunicano a Macbeth che Duncan lo ha eletto signore di Cawdor. L’avverarsi della prima profezia colpisce l’animo di Macbeth.

Informata dal marito delle predizioni delle streghe, Lady Macbeth ha concepito di assassinare Duncan, che sarà ospite nel loro castello, per consentire al suo sposo di cingere la corona di Scozia. Ma Macbeth indugia: soltanto la determinatezza della consorte riesce a spingerlo a compiere il delitto. Scoperto l’omicidio di Duncan, il nobile Macduff ne informa atterrito i cortigiani. Anche la seconda profezia si è avverata: Malcolm, figlio di Duncan, è fuggito nella vicina Inghilterra, suscitando il sospetto di avere ucciso il padre. Macbeth è divenuto re di Scozia. Ma le streghe hanno predetto il trono al figlio di Banquo: entrambi devono quindi essere eliminati. In un agguato notturno, Banquo è trucidato dai sicari di Macbeth. Suo figlio Fleance riesce a fuggire.

Durante un banchetto, Macbeth è informato della morte di Banquo e della fuga di suo figlio. Nel frattempo, la regina intrattiene gli ospiti che affollano le sale del castello, intonando un brindisi. Ma i festeggiamenti sono presto interrotti dall’apparizione dello spettro di Banquo che, invisibile a tutti, si mostra minaccioso a Macbeth. Invano Lady Macbeth cerca di riportare la serenità fra i presenti: sconvolto dall’apparizione di Banco, il re decide di interrogare le streghe per conoscere il suo futuro.

I responsi ricevuti hanno rassicurato Macbeth: pur ammonendolo a guardarsi da Macduff, le streghe gli hanno infatti garantito che nessun uomo nato da una donna potrà sconfiggerlo e che la sua potenza durerà finché la foresta di Birnam si muoverà contro di lui. Il re ha tuttavia, avuto conferma che la discendenza di Banquo regnerà sulla Scozia. Lady Macbeth istiga lo sposo a uccidere Macduff e a sterminarne la famiglia.

Confidando nell’aiuto dell’Inghilterra, Malcolm ha radunato un esercito pronto a invadere la Scozia. Anche Macduff, dopo lo sterminio della sua famiglia, si è unito ai combattenti. Dichiarata la guerra l’esercito di Malcolm, per celarsi al nemico, avanza nascosto dai rami strappati dagli alberi della vicina foresta di Birnam. Malcolm e Macduff si avviano a liberare la Scozia. In preda agli incubi della pazzia, Lady Macbeth rivive nel sonno l’omicidio del re Duncan, confessando i crimini compiuti. Informato della morte della consorte, Macbeth si appresta a fronteggiare l’esercito nemico. All’annuncio che la foresta di Birnam sta avanzando, il re comprende che le profezie delle streghe si stanno avverando.

Nascosti dai rami della foresta di Birnam, i soldati di Malcolm attaccano i guerrieri di Macbeth, costringendoli alla fuga. Il re è fronteggiato da Macduff che, prima di colpirlo, gli rivela di non essere nato da una donna ma di essere stato estratto a forza dal corpo materno. Le predizioni si sono avverate. Macbeth cade sotto i colpi di Macduff. L’esercito vittorioso acclama Malcolm re di Scozia.


Macbeth

Introduzione - Riassunto

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Introduzione al teatro di Shakespeare

Elenco opere teatrali