1599 – Giulio Cesare


Giulio Cesare

(“Julius Caesar” – 1599)

Introduzione - Riassunto

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Giulio Cesare


Introduzione

Da sempre uno dei testi teatrali più noti per quel suo proporsi come un compendio di “vite” illustri, il Giulio Cesare apre la fase shakespeariana delle tragedie dell’ordine e del capovolgimento dei valori costituiti. Scritta alla svolta del XVI secolo, questa tragedia riverbera emblematicamente la crisi generale dell’universo e dell’uomo che la cultura occidentale aveva ereditato dal mondo classico, mantenendola in vita fino a tutto il Rinascimento. Una crisi che qui è rappresentata nel momento in cui scardina la stessa istituzione sacrale della Repubblica e con essa di una società che si voleva armonica e da sempre preordinata. Tragedia di Cesare, quindi, e con esso dell’ordine costituito; ma anche tragedia di Bruto o dell’ideale stesso di libertà, e con esso di un uomo e di un intellettuale distrutto dalle sue stesse virtù. E proprio perché tale tragedia potesse cogliere i dubbi e le contraddizioni che solcano anche i momenti più alti dello spirito, essa illumina in profondo il rapporto fallimentare fra virtù pubblica e privata, fra ingenuo, stoico eroismo e senso politico dell’azione. Una visione straordinariamente moderna di almeno tre grandi figure politiche: Cesare, Bruto, Antonio, esaminate nell’intreccio dei loro destini, ma anche nel segreto della loro vita interiore. Una visione che si traduce, in quel regno della parola che è il teatro, nell’opposizione di tecniche retoriche diverse, nell’ostentazione della parola come scarno fantasma della verità, ma anche come duttile, fascinoso strumento di cattura emotiva e di manipolazione delle coscienze.
Il “Giulio Cesare” è popolare soprattutto per il discorso di Marco Antonio sulle spoglie di Cesare (atto III, scena 2), brillante pezzo di oratoria con cui Antonio sobilla la plebe romana contro i congiurati, proprio mentre afferma di non volerlo fare:

“Tutti / ai Lupercali avete visto che tre volte / gli offrii la corona di re, e Cesare / la rifiutò tre volte. Ambizione, questa? / Ma Bruto dice che era ambizioso / e di sicuro egli è uomo d’onore” (“And, sure, he is an honourable man”: la trad. è di Sergio Perosa).

Una parte della forza persuasiva di questa orazione deriva dall’essere gli ascoltatori consapevoli che Antonio parla su permesso dei congiurati: egli stesso non manca di menzionare questa circostanza, suggerendo così in modo implicito che egli vorrebbe esprimersi apertamente, ma non può, perché il neonato regime di Bruto e Cassio lo imbavaglia – e questo avviene subito dopo il discorso in cui Bruto spiegava ai romani di aver ucciso Cesare in nome della libertà…

Tutto il “Giulio Cesare” può leggersi come un’indagine delle tragiche contraddizioni tra fini e mezzi in cui incorre chi, battendosi per ideali di libertà e di eguaglianza, decide di (o è costretto a) ricorrere all’uso della violenza. Un altro momento in cui viene messa in luce questa contraddizione è all’inizio dell’atto V, quando Antonio rinfaccia a Bruto (che va fiero della propria integrità morale e della propria fedeltà agli amici) di aver assassinato Cesare a tradimento. E se certamente il testo di Shakespeare non manifesta particolari simpatie per il partito cesariano (all’inizio del IV atto si vedono Ottaviano e Marco Antonio – un Antonio qui molto diverso dal personaggio che comparirà in “Antonio e Cleopatra” – spartirsi cinicamente il potere, preparandosi fra l’altro a falsificare il testamento di Cesare), si può riconoscere un’amara necessità logica nel finale del dramma: risulta quasi ovvio che debbano alla fine prevalere i campioni della politica “pura”, priva di quegli scrupoli morali che impacciano e rendono inefficace l’azione degli idealisti come Bruto. Il quale, però, può morire con la consapevolezza di aver vissuto degnamente e che tale sarà anche il giudizio dei posteri.

“Amici, romani,concittadini, prestatemi le vostre orecchie; sono venuto a seppellire Cesare, non a tesserne l’elogio. Il male che gli uomini compiono si prolunga oltre la loro vita, mentre il bene viene spesso sepolto assieme alle loro ossa.”.

E’ Antonio che parla d’innanzi al cadavere di Giulio Cesare, rivolgendosi al popolo, in uno dei monologhi più belli della letteratura shakespeariana e globale. Il “Giulio Cesare” di William Shakespeare è senza dubbio una delle sue tragedie più famose: scritto tra il 1599 e il 1600 narra la più famosa congiura della storia, quella appunto organizzata dai cospiratori Bruto, Cassio, Casca, Trebonio, Ligario, Decio, Metello Cimbro contro Cesare che verrà ucciso portando, come conseguenza, lo scontro fra gli eserciti dei congiurati stessi e di quello dei più fedeli collaboratori del “tiranno” e cioè Antonio, Ottaviano e Lepido, poi triumviri e capi di Roma. In una storia già conosciuta nel ‘600 come quella dell’assassinio di Cesare, Shakespeare approfondisce e mette in risalto la psicologia dei personaggi in maniera magistrale, sottolineando difetti e virtù tipici delle persone quali l’odio, la fedeltà, l’onore.

Estremamente importante nella tragedia la sfera sensoriale, in particolare quella uditiva (il clamore del popolo alla morte di Giulio Cesare, il rumore passi dei congiurati nel giardino di Bruto, i bisbigli cospiratori fra gli assassini) e quella tattile (i pugnali che entrano nel corpo del tiranno, le mani che si stringono fra i cospiratori, il sangue). Ci sono anche momenti estremamente onirici, degni della mano di Omero piuttosto che di Virgilio: il presagio di Calpurnia sull’uccisione di Cesare, il responso dell’indovino a Portia, moglie di Bruto, riferito anch’esso ad una congiura in atto, oppure quello più bello, l’atmosfera sognante di Bruto che canta una canzone poco prima della battaglia, forse col pensiero di un’imminente sconfitta.

Un capolavoro epocale.


RIASSUNTO

Questa tragedia fu scritta e rappresentata per la prima volta nel 1599. Giulio Cesare si reca solennemente al Senato romano in occasione della festa dei Lupercali. Qui gli viene offerta la corona di dittatore, che egli cerimoniosamente rifiuta: ma circolano voci insistenti di una sua prossima accettazione. Fra i senatori, non manca chi è preoccupato per il crescente potere di Cesare. In particolare, Cassio decide di ordire una congiura e cerca di persuadere il suo amico Bruto (uomo noto per il suo valore e la sua integrità) a parteciparvi, in nome della libertà di Roma minacciata da Cesare. All’alba, dopo una notte insonne, Bruto incontra a casa propria Cassio e altri cinque cospiratori. Insieme decidono di assassinare Cesare il giorno stesso: uno dei congiurati lo convincerà a recarsi al Senato. Nonostante oscuri presagi di disgrazie, Cesare si lascia persuadere; mentre sta per entrare in Campidoglio, i congiurati lo circondano e lo pugnalano. Giunge il console Marco Antonio (uno dei principali esponenti del partito cesariano), che si dichiara non ostile ai congiurati e chiede loro il permesso di organizzare i funerali di Cesare e di pronunciarne l’elogio funebre. Bruto gli accorda il permesso, a condizione che non parli contro i congiurati. Davanti alla cittadinanza, Bruto e Marco Antonio pronunciano i loro discorsi. Bruto spiega che l’uccisione di Cesare non è stata motivata da odio o interessi personali, ma solo dall’amore per la libertà e dalla volontà di impedire l’instaurarsi di una tirannia. Subito dopo parla Marco Antonio, il quale, con un’abile orazione e con la lettura del testamento di Cesare (che dispone lasciti in denaro ad ogni cittadino romano), infiamma gli animi dei romani contro i congiurati, che sono costretti a lasciare la città per evitare il linciaggio. Giunge a Roma Gaio Ottaviano, pronipote e figlio adottivo di Cesare. Si prepara la resa dei conti fra lui e Antonio, da una parte, e i congiurati dall’altra. Mentre a Roma i primi consolidano il loro potere mediante liste di proscrizione, in Grecia Bruto e Cassio raccolgono le loro truppe per lo scontro finale. Lo spettro di Giulio Cesare appare nottetempo a Bruto, preannunciando vendetta. La battaglia ha luogo a Filippi. Le truppe condotte da Bruto hanno la meglio sugli uomini di Ottaviano, ma Antonio prevale su Cassio, che, visto tutto perduto, si suicida. Poco dopo, anche Bruto si uccide per non cadere prigioniero dei suoi nemici. Sarà Antonio, sopraggiunto poco dopo, a rendergli l’onore delle armi e a pronunciarne l’elogio funebre.


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