1588/1592 – Enrico VI – Parte II


Enrico VI – Parte II

(“Henry VI, part 2” – 1588 – 1592)

Introduzione - Riassunto

Atto I       Atto II       Atto III       Atto IV       Atto V

Introduzione al teatro di Shakespeare

Elenco opere teatrali

Enrico VI - Parte II


Introduzione

da Wikipedia

Con quest’opera si apre, anche da un punto di vista semplicemente cronologico (la sua stesura è fatta risalire dagli studiosi agli anni 1588-1592), la lunga e complessa produzione shakespeariana.
Il dramma storico, basato sulla vita del monarca Enrico VI d’Inghilterra, si compone di altre due parti: l‘Enrico VI, parte II e l’Enrico VI, parte III; ma allo stesso tempo è il primo capitolo della tetralogia minore del bardo assieme a Riccardo III.
È il dramma del potere, indagato nei suoi aspetti più torbidi e oscuri, vissuto come fatalità e maledizione – come testimonia la maledizione contro gli inglesi di Giovanna d’Arco sul rogo, nella quarta scena del V atto – che incombe come una cappa asfissiante non solo su chi se lo ritrova a gestire senza averlo cercato (come appunto Enrico VI) ma anche su coloro la cui vita è presentata invece come un’interminabile sforzo per raggiungerlo, agguantarlo e mantenerlo. Il tema del peso del potere è un elemento centrale, che continua a svilupparsi nelle successive parti dell’opera.

« Ci fu mai monarca che occupasse un trono in terra e fosse meno felice di me? Appena uscito di culla fui fatto re all’età di nove mesi; e non vi fu mai suddito che desiderasse di essere sovrano quanto io desidero di essere suddito »
(Enrico VI, parte II – Atto 4, scena 9)

Shakespeare, non ancora trentenne, dimostra di ben conoscere gli arcana imperii, i meccanismi segreti del governo e delle lotte di potere, le logiche spietate che presiedono alle alleanze e ai tradimenti, alle promesse di fedeltà eterna e ai repentini spergiuri, alle richieste di perdono o di pietà da parte dei vinti e alle sete di vendetta dei vincitori.
Il sottofondo di ogni vicenda è quello eterno della lotta fratricida di Caino che colpisce suo fratello Abele (evocata esplicitamente da Winchester nella scena terza del primo atto) e delle inevitabili tristi conseguenze che questo delitto originario riproduce nella storia senza mai trovare redenzione, come un veleno versato alla sorgente di un fiume e che mai si diluisce o dissolve durante il suo corso, mantenendo intatti nel tempo il suo potere letale e la sua capacità di infettare le valli che attraversa; forse, soltanto quando le acque sfoceranno e si disperderanno nel mare aperto, alla fine della storia umana, questo veleno perderà la sua concentrazione mortale.


Riassunto

La parte prima si era aperta con il cordoglio per un funerale; la parte seconda si apre invece con la gioia per un matrimonio annunciato, quello di Enrico VI con Margherita d’Angiò. Ma questa felicità non è affatto condivisa da molti membri autorevoli della corte, per i quali “questo matrimonio è fatale” (Atto I, scena 1), essendo parte di un accordo di tregua in cui il re, “ben felice di barattare due ducati con la bella figlia di un duca” (Atto I), accordava condizioni molto favorevoli alla Francia di Carlo VI.
L’intrigo e la ribellione covano sotto la cenere attorno al re e assediano la sua lieve felicità; persino le donne sono contagiate da questo fascino mortale del potere, e se in questo sembrano “presuntuose e perverse” (Atto I, scena 2), tuttavia esse testimoniano una diversa autocoscienza (Eleonora, di fronte alle titubanze del marito Gloucester: “Se fossi uomo e duca e il più prossimo parente, toglierei di mezzo questi noiosi inciampi e mi spianerei la strada sui loro corpi decapitati; ma pur essendo donna, non sarò fiacca nel far la mia parte nel dramma della fortuna”. Atto I scena 2).
Nella seconda scena del secondo atto, durante una passeggiata serale nel giardino della casa di York, accade un fatto centrale per l’intera vicenda narrata nell’Enrico VI: York esce allo scoperto con i suoi buoni amici Salisbury e Warwick, del grande e potente clan dei Nevil, e chiedendo loro apertamente “che cosa pensino del suo indiscutibile diritto alla corona d’Inghilterra” ne ottiene il prezioso appoggio, ancorché segreto. Sulla base di questo patto, la corda dell’intrigo si stringe sempre più attorno a Gloucester, il fedele protettore del re, cui vengono estesi i sospetti che si nutrono sul conto di sua moglie Eleonora e pertanto gli viene revocato il ruolo di Protettore; nonostante dubiti della veridicità delle accuse (“Il duca è virtuoso, mite e di troppo buoni costumi per sognare il male o per adoperarsi per la mia rovina”, e “è mia viva speranza che riusciate a giustificarvi pienamente di ogni sospetto: la coscienza mi dice che siete innocente” (Atto III, scena 1)), Enrico non ha la forza di opporsi alle accuse che vengono rivolte al suo ex protettore, con lo scopo di farlo cadere e di eliminare un ostacolo ai piani di coloro che agiscono e si comportano da congiurati, anche se – e non è paradossale in Shakespeare questa ulteriore complessità della trama – da un punto di vista giuridico sono nel giusto e rivendicano il loro buon diritto. Ma con i mezzi dei congiurati.
Del resto, lo stesso Gloucester avverte che “questi sono tempi pericolosi: la virtù è soffocata dalla vile ambizione e la carità cacciata di qui dal rancore; l’istigazione al male domina e la giustizia è sparita” (Atto III, scena 1) e, prima di essere arrestato, mette in guardia Enrico sulle trame che si stanno compiendo alle sue spalle (“Così re Enrico getta via il bastone prima che le gambe abbiano la forza di sostenergli il corpo; così il pastore è allontanato a forza dal tuo fianco e i lupi ringhiano contendendo chi ti addenterà per primo”, Atto III, scena I.)
In questo frangente decisivo, York incoraggia se stesso all’impresa, e la fortuna aiuta gli audaci: una sommossa in Irlanda consente a York, incaricato di sedarla, di radunare sotto il suo comando, senza destare sospetti, un grande esercito. La morte di Gloucester, assassinato durante la sua prigionia e prima del processo, consente ai veri alleati di York, cioè Salisbury e Warwick, di accusare davanti al re e al popolo Suffolk, Wichester e la stessa regina Margherita. Complice una sommossa, Suffolk viene così esiliato e deve dire addio all’Inghilterra e a Margherita, sua amante. E, come spesso avviene in Shakespeare, proprio in questo frangente al perfido Suffolk vengono ispirate parole d’addio a Margherita di una struggente bellezza:

« Così il povero Suffolk è dieci volte bandito, una volta dal re e nove da te medesima. Non è questa terra che mi importi, quando tu non ci sia; il deserto sarebbe anche troppo popolato se Suffolk avesse la tua celestiale compagnia, perché dove sei tu, colà è il mondo con tutti i piaceri che può dare; e dove non sei tu, non è che desolazione. Non posso più parlare, vivi e godi: io stesso avrò gioia soltanto dal sapere che tu vivi »
(Enrico VI parte II, Atto terzo, scena II)

Intanto anche il cardinale di Winchester muore “bestemmiando Dio e maledicendo gli uomini”(Atto II, scena II) in un delirio di sensi di colpa e di disperazione (Atto III, scena III); e muore Suffolk, ucciso da pirati che hanno intercettato la sua barca mentre egli, insieme ad altri gentiluomini, attraversava lo stretto per raggiungere il suo esilio in Francia.
Il piano di York prosegue senza intoppi; tutte le sue mosse riescono; i suoi nemici si eliminano tra di loro senza che egli debba scoprirsi o destare sospetti. Manca ancora una mossa per preparare il terreno propizio alla sua azione: come egli stesso ammette “Susciterò in Inghilterra una tenebrosa tempesta che manderà migliaia di anime in paradiso o le precipiterà all’inferno; e questo tremendo turbine non cesserà di infuriare finché l’aureo serto sul mio capo, come i raggi luminosi dello splendido sole, non calmi la furia di questo pazzo uragano” (Atto III, scena I). Lo strumento di questi disordini sarà Jack Cade, una losca figura di “demonio… e furfante”, un abile sobillatore senza scrupoli, che ama presentarsi come giustiziere del popolo e rivoluzionario che “vuol dare nuova veste allo stato, o rivoltarla e farvi nuovo pelo… animato dallo spirito di buttar giù re e principi…e giura di fare una riforma generale: in Inghilterra le pagnotte da sette soldi e mezzo saranno vendute per un soldo; la capacità del boccale sarà triplicata…tutto il regno sarà di tutti…e quando sarò re non ci sarà più denaro, tutti mangeranno e berranno a mie spese e vi vestirò tutti con la stessa livrea perché andiate d’accordo come buoni fratelli e mi riveriate come vostro signore” (Atto IV, scena II).
Il motto di questo brigante del Kent è: “Il nostro ordine è il massimo disordine!” (Atto IV, scena II). Alla testa del suo esercito costituito da “una moltitudine cenciosa di servi e contadini rozzi e spietati” (Atto IV, scena II), Cade avanza verso Londra, se ne impadronisce, costringe il re alla fuga e assapora l’ebbrezza del potere:

« La mia bocca sarà il parlamento d’Inghilterra…e non si sposerà ragazza che non mi dia il tributo della sua verginità, prima che l’abbiano gli altri; gli uomini saranno miei vassalli diretti; inoltre ordiniamo e comandiamo che le loro mogli siano tanto libere quanto il cuore sa desiderare o lingua sa dire. »
(Atto IV, scena 7)

Ma ben presto viene abbandonato da quella stessa folla che lo aveva poco prima acclamato e reso padrone di Londra. “Ci fu mai piuma che si movesse al vento come questa moltitudine?”(Atto IV, scena VIII). Con questo amaro commento, Cade fugge e poco dopo viene ucciso. In questo frangente, il duca di York torna in Inghilterra alla testa dell’esercito che gli era stato messo a disposizione per sedare la rivolta irlandese. Nella sua mente un solo pensiero:“Dall’Irlanda viene York in armi per rivendicare il suo diritto e togliere la corona dal capo del debole Enrico…Ah, santa maestà! Chi non vorrebbe comprarti a caro prezzo? Obbediscano coloro che non sanno comandare” (Atto V, scena I). Ma egli pensa di dover ancora dissimulare le sue intenzioni “finché Enrico non sia più debole ed io più forte”.
Tuttavia gli eventi precipitano e finalmente i giochi finora nascosti si rivelano apertamente:

« Allora, York, schiudi i tuoi pensieri a lungo celati e lascia che la tua lingua vada di pari col tuo cuore. Falso re! Ti ho chiamato re? No, tu non sei re, né atto a governare e a reggere moltitudini, tu che non osi né sai importi a un traditore. Alla tua testa non si addice una corona; la tua mano è fatta per stringere un bordone di pellegrino e non per onorare lo scettro temuto del principe. Codesta corona d’oro deve cingere la mia fronte, che spianandosi o accigliandosi può, come la lancia di Achille, uccidere o sanare. Ecco qua una mano adatta a tenere alto uno scettro e con quello sancire leggi sovrane. Cedimi il tuo posto, per il Cielo! »
(Atto V, scena 1)

Segue uno scontro cruento tra i partigiani di York, cioè innanzitutto i suoi figli Edoardo e Riccardo[17], e quindi Salisbury e Warwick, contro i partigiani di Enrico, ovvero Somerset e i due Clifford, padre e figlio. Nella sera di quella giornata, la vittoria arride agli York; il re e i resti dei suoi sostenitori si sono ritirati a Londra per salvare il salvabile e tentare una controffensiva. Il duca di York sa che deve incalzarli e non dare loro tregua.


Enrico VI – Parte II

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