1607 – Antonio e Cleopatra


Antonio e Cleopatra

(“Antony and Cleopatra” – 1607)

Introduzione - Riassunto

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Introduzione al teatro di Shakespeare

Elenco opere teatrali

Antonio e Cleopatra


Introduzione

Antonio e Cleopatra è la storia di una coppia di amanti,una grande tragedia d’amore, un grande dramma politico, l’incontro di due culture, di due mondi . E’ l’incontro della potenza con la bellezza, il culto dell’arma con quello del piacere. E’ l’occasione per riflettere sul potere, sulle persone che lo gestiscono, esseri umani come noi…. Ma Antonio e Cleopatra è soprattutto una guerra interiore tra passione e ragione.

L’azione che è quella dell’amore fatale e anche quella della lotta tra i Triunviri dopo la morte di Cesare e della nascita dell’impero, percorre le città , le terre e i mari di tre continenti, Europa, Asia, Africa.

Cleopatra non è solo lo splendido personaggio che sappiamo, ma è anche il simbolo centrale della tragedia, il cui significato più profondo é l’incessante aspirazione umana ad una compiutezza ed a un assoluto che sono sempre irraggiungibili. Solo nella morte infatti la “coppia senza pari” potrà veramente riunirsi e l’essenza incarnata da Cleopatra potrà forse essere posseduta e conosciuta.

Ogni periodo storico, ogni epoca ha norme, convenzioni, insensibilità di vario tipo; quello che ci colpisce e ci affascina è che i testi Shakespeariani hanno saputo rivendicare comunque la loro grandezza, davanti ad ogni periodo storico, intellettuale, culturale.

Antonio e Cleopatra è la storia di una coppia di amanti. Antonio e Cleopatra è un contenitore di immagini straordinarie e ricche di fascino; è l’incontro di due culture, di due mondi. E’ l’incontro della potenza con la bellezza, il culto dell’arma con quello del piacere. Antonio e Cleopatra è un’occasione per riflettere sul potere, sulle persone che lo gestiscono, esseri umani come noi, mossi dagli stessi impulsi, abbruttiti dalle stesse debolezze. E se l’egoismo di un uomo si ripercuote su quelli che lo circondano, quello di un re si abbatte su tutto il suo popolo. Un popolo che in questa storia è totalmente assente, mai preso in considerazione quando bisogna decidere del destino del mondo e dell’umanità. Ma Antonio e Cleopatra è soprattutto una guerra interiore tra passione e ragione ed è di questa guerra sanguinosa e devastante che intendiamo parlare. La nuova forma tragica elaborata da Shakespeare nell’Amleto e poi elaborata in Otello, Macbeth e Re Lear, una forma tale da rappresentare il grande processo di trasformazione del mondo, che è poi il passaggio dal Medioevo all’età moderna; una forma mai chiusa, mai risolta, ambigua e problematica, trova nell’Antonio e Cleopatra, presumibilmente del 1608 , la sua espressione più ricca.

La mescolanza di comico e tragico, la illimitata libertà spaziale e temporale appresa dal teatro medioevale, le trasgressioni sceniche e linguistiche sono tutti elementi che raggiungono in quest’opera della piena maturità del drammaturgo il loro vero e proprio apogeo. La fonte e cioè le Vite di Plutarco viene piegata, secondo l’uso costante di Shakespeare, alle esigenze espressive; le ventiquattro oredel dramma classico diventano anni e gli anni della fonte, della storia, possono diventare giorni e minuti.

L’azione che è quella dell’amore fatale di Antonio e Cleopatra, ma anche quella della lotta tra i Triunviri dopo la morte di Cesare e della nascita dell’impero percorre le città , le terre e i mari di tre continenti: Europa, Asia, Africa; il comico si mescola continuamente al tragico e viceversa: l’unica regola del dramma sembra essere la mancanza di regole, ma non gratuita bensì intesa a dar corpo scenico alla natura sempre mutevole e inafferrabile del reale. Siamo di fronte quindi ad un’opera dai mille tempi e spazi, dai mille volti, dalle mille ambiguità e prospettive e Cleopatra non è solo lo splendido variegato prismatico personaggio che sappiamo, ma è anche il simbolo centrale della tragedia, il cui significato più profondo é l’incessante aspirazione umana ad una compiutezza ed a un assoluto che sono sempre irraggiungibili. Solo nella morte infatti la “coppia senza pari” potrà veramente riunirsi e l’essenza incarnata da Cleopatra potrà forse essere posseduta e conosciuta. Solo nella morte la frammentazione del reale potrà forse ricomporsi in unità, in un’immagine di armonia: l’uso che si è indicato del tempo e dello spazio; il linguaggio; Cleopatra anch’essa mutevole e inafferrabile e varia come l’acqua; Antonio che la passione amorosa spoglia di ogni antico tratto eroico; Enobarbo, soldato e poeta, personaggio che non resiste all’incalzare della tragedia e muore; i romani tutti privi di un’ideologia che ne giustifichi e ne sostenga l’azione, l’impossibilità dello stesso Shakespeare di esprimere un giudizio morale e politico, tutto ci riporta a una visione di frammenti.

Shakespeare ci dice che come l’assoluto è irraggiungibile, anche la visione finale dell’artista non può essere tutta detta , scritta, messa in scena. La verità ultima resta segreta. Antonio e Cleopatra è unagrande tragedia d’amore,un grande dramma politico ma è anche un memorabile discorso sull’arte e sull’esperienza artistica.

Con le grandi tragedie e con l’Antonio e Cleopatra Shakespeare non solo crea alcune delle supreme immagini del teatro ma attua una rivoluzione concettuale che soltanto il Novecento avrebbe saputo comprendere e recepire.

La forma teatrale che Shakespeare inventa per il mondo moderno non pretende né di “imitarla” né di comporne l’irresolubile dissidio in un ordine formale che rifletta un ordine del cosmo e della società: si sforza invece di seguirne, come appunto nell’Antonio e Cleopatra, il movimento, il drammatico ritmo, l’inesausta contraddizione, la frammentarietà. Il teatro rimane spettacolo, rappresentazione, divertimento, rito, ma si fa soprattutto esperienza attraverso cui conoscere. Antonio e Cleopatra più di altri testi ha vissuto del confronto, del raffronto con gli anni in cui veniva messo in scena, con le peripezie che ruotano attorno al potere, con le caratteristiche sociali e politiche dell’epoca in cui è stato messo in scena; moltissimi allestimenti teatrali, ma anche cinematografici, hanno trovato giusto adattare il testo e renderlo contemporaneo all’epoca dell’allestimento; altri hanno seguito strade diverse, sperimentali o meno, storicizzanti o meno, tutti comunque hanno affrontato, con Antonio e Cleopatra, il problema di “scegliere” una “via”, una “chiave di lettura” e di messinscena.


Note di regia

da recensito.net

Ogni periodo storico, ogni epoca ha norme, convenzioni, insensibilità di vario tipo; quello che ci colpisce e ci affascina è che i testi Shakespeariani hanno saputo rivendicare comunque la loro grandezza, davanti ad ogni periodo storico, intellettuale, culturale. Antonio e Cleopatra è la storia di una coppia di amanti. Antonio e Cleopatra è un contenitore di immagini straordinarie e ricche di fascino; è l’incontro di due culture, di due mondi. E’ l’incontro della potenza con la bellezza, il culto dell’arma con quello del piacere. Antonio e Cleopatra è un’occasione per riflettere sul potere, sulle persone che lo gestiscono, esseri umani come noi, mossi dagli stessi impulsi, abbruttiti dalle stesse debolezze. E se l’egoismo di un uomo si ripercuote su quelli che lo circondano, quello di un re si abbatte su tutto il suo popolo. Un popolo che in questa storia è totalmente assente, mai preso in considerazione quando bisogna decidere del destino del mondo e dell’umanità. Ma Antonio e Cleopatra è soprattutto una guerra interiore tra passione e ragione ed è di questa guerra sanguinosa e devastante che intendiamo parlare. La nuova forma tragica elaborata da Shakespeare nell’Amleto e poi elaborata in Otello, Macbeth e Re Lear, una forma tale da rappresentare il grande processo di trasformazione del mondo, che è poi il passaggio dal Medioevo all’età moderna; una forma mai chiusa, mai risolta, ambigua e problematica, trova nell’Antonio e Cleopatra, presumibilmente del 1608 , la sua espressione più ricca. La mescolanza di comico e tragico, la illimitata libertà spaziale e temporale appresa dal teatro medioevale, le trasgressioni sceniche e linguistiche sono tutti elementi che raggiungono in quest’opera della piena maturità del drammaturgo il loro vero e proprio apogeo. La fonte e cioè le Vite di Plutarco viene piegata, secondo l’uso costante di Shakespeare, alle esigenze espressive; le ventiquattro ore del dramma classico diventano anni e gli anni della fonte, della storia, possono diventare giorni e minuti. L’azione che è quella dell’amore fatale di Antonio e Cleopatra, ma anche quella della lotta tra i Triunviri dopo la morte di Cesare e della nascita dell’impero percorre le città , le terre e i mari di tre continenti: Europa, Asia, Africa; il comico si mescola continuamente al tragico e viceversa: l’unica regola del dramma sembra essere la mancanza di regole, ma non gratuita bensì intesa a dar corpo scenico alla natura sempre mutevole e inafferrabile del reale. Siamo di fronte quindi ad un’opera dai mille tempi e spazi, dai mille volti, dalle mille ambiguità e prospettive e Cleopatra non è solo lo splendido variegato prismatico personaggio che sappiamo, ma è anche il simbolo centrale della tragedia, il cui significato più profondo é l’incessante aspirazione umana ad una compiutezza ed a un assoluto che sono sempre irraggiungibili. Solo nella morte infatti la “coppia senza pari” potrà veramente riunirsi e l’essenza incarnata da Cleopatra potrà forse essere posseduta e conosciuta. Solo nella morte la frammentazione del reale potrà forse ricomporsi in unità, in un’immagine di armonia: l’uso che si è indicato del tempo e dello spazio; il linguaggio. Cleopatra anch’essa mutevole e inafferrabile e varia come l’acqua; Antonio che la passione amorosa spoglia di ogni antico tratto eroico; Enobarbo, soldato e poeta, personaggio che non resiste all’incalzare della tragedia e muore; i romani tutti privi di un’ideologia che ne giustifichi e ne sostenga l’azione, l’impossibilità dello stesso Shakespeare di esprimere un giudizio morale e politico, tutto ci riporta a una visione di frammenti. Shakespeare ci dice che come l’assoluto è irraggiungibile, anche la visione finale dell’artista non può essere tutta detta , scritta, messa in scena. La verità ultima resta segreta. Antonio e Cleopatra è una grande tragedia d’amore, un grande dramma politico ma è anche un memorabile discorso sull’arte e sull’esperienza artistica.

Con le grandi tragedie e con l’Antonio e Cleopatra Shakespeare non solo crea alcune delle supreme immagini del teatro ma attua una rivoluzione concettuale che soltanto il Novecento avrebbe saputo comprendere e recepire. La forma teatrale che Shakespeare inventa per il mondo moderno non pretende né di “imitarla” né di comporne l’irresolubile dissidio in un ordine formale che rifletta un ordine del cosmo e della società: si sforza invece di seguirne, come appunto nell’Antonio e Cleopatra, il movimento, il drammatico ritmo, l’inesausta contraddizione, la frammentarietà. Il teatro rimane spettacolo, rappresentazione, divertimento, rito, ma si fa soprattutto esperienza attraverso cui conoscere. Antonio e Cleopatra più di altri testi ha vissuto del confronto, del raffronto con gli anni in cui veniva messo in scena, con le peripezie che ruotano attorno al potere, con le caratteristiche sociali e politiche dell’epoca in cui è stato messo in scena.

Moltissimi allestimenti teatrali, ma anche cinematografici, hanno trovato giusto adattare il testo e renderlo contemporaneo all’epoca dell’allestimento; altri hanno seguito strade diverse, sperimentali o meno, storicizzanti o meno, tutti comunque hanno affrontato, con Antonio e Cleopatra, il problema di “scegliere” una “via”, una “chiave di lettura” e di messinscena. La mia “lettura” intende “centrare” la messinscena su tre temi portanti: primo il difficile, ambiguo, pericoloso rapporto tra politica e potere, secondo tema il conflitto terribile tra passione e ragione, terzo tema infine l’impotenza dell’uomo nei confronti delle passioni “eccessive” e quindi l’impotenza nei confronti dell’inevitabile, tragico, terribile, viaggio umano che spesso ne consegue. Intendo inoltre porre al centro, perno di tutto ciò che accade, i conflitti interiori insiti nell’uomo, le “forze” che lo circondano, lo circuiscono e lo spingono in un balletto straziante, terribile, di pulsioni, di paure, di ambizioni, di inganni, di follia addirittura; la parabola del potere, la “passione”amorosa spinta all’estremo. L’imprevedibilità delle passioni , l’incalcolabilità delle conseguenze, gli strazi e il baratro in cui può finire una coscienza saranno al centro di un allestimento, che farà della discesa agli inferi della straordinaria coppia l’asse portante. Scene, luci e musiche danno un fondamentale apporto a questo viaggio shakespeariano, accompagnandoci nelle passioni, nelle “patologie” dell’anima dei protagonisti, nel delirio e nell’ossessione di chi è braccato dai propri fantasmi, nei perversi meccanismi (amorosi, ma fatalmente anche “politici”, “sociali”) che scaturiscono dalla disputa sanguinosa tra “passione” e “ragione”.


Riassunto

Antonio, uno dei triumviri di Roma insieme a Cesare Ottaviano (che Shakespeare denomina sempre solo ‘Cesare’) e a Marco Emilio Lepido, si è fermato in Egitto dopo essersi innamorato della regina Cleopatra. Antonio riceve la notizia che sua moglie, Fulvia, si è ribellata contro Ottaviano, ed è morta. Ora il triumvirato è minacciato da Sesto Pompeo, figlio del Pompeo avversario di Giulio Cesare. Pompeo ha raccolto una flotta, insieme ai pirati Menecrate e Mena e controlla la Sardegna e la Sicilia. A causa di questa situazione, Antonio è consapevole che deve tornare a Roma. Nonostante l’opposizione di Cleopatra, parte. Tornato a Roma, Ottaviano convince Antonio a sposare sua sorella, Ottavia, per saldare i legame tra i due generali. Il luogotenente di Antonio, Enobarbo, sa che Ottavia non potrà appagarlo, dopo esser stato con Cleopatra. In un famoso passo, egli descrive il fascino di Cleopatra con un’iperbole: “l’età non può appassirla, né l’abitudine rendere insipida la sua varietà infinita: le altre donne saziano i desideri che esse alimentano, ma ella affama di sé laddove più si prodiga: poiché le cose più vili acquistano grazia in lei, così che i sacerdoti santi la benedicono nella sua lussuria.” Un indovino mette in guardia Antonio: “se giuochi con lui ad un giuoco qualunque, sei sicuro di perdere.” Antonio e Cleopatra di Lawrence Alma-Tadema.
In Egitto, Cleopatra viene a sapere del matrimonio di Antonio, e mette in atto una terribile vendetta nei confronti del messaggero che le riferisce la notizia. La sua collera si placa solo quando le sue cortigiane le assicurano che Ottavia è brutta, almeno secondo i canoni estetici elisabettiani: bassa, rozza, con il viso rotondo e con capelli sciupati. I triumviri discutono con Pompeo, e gli offrono un accordo: egli può mantenere il controllo della Sicilia e della Sardegna ma deve aiutarli a “liberare tutto il mare dai pirati” e mandargli un tributo in grano. Dopo qualche esitazione, Pompeo accetta. I generali si intrattengono in un festino sulla galea di Pompeo. Mena consiglia a Pompeo di uccidere i triumviri per diventare condottiero di Roma, ma egli non accetta. Più tardi, Ottaviano e Lepido rompono la tregua con Pompeo, e i combattimenti ripartono. Questa decisione è disapprovata da Antonio, che è furente. Una volta ritornato ad Alessandria, Antonio incorona se stesso e Cleopatra sovrani dell’Egitto e del terzo orientale dell’impero romano, che era il territorio posseduto da Antonio in quanto triumviro. Egli accusa Ottaviano di non aver spartito con lui le terre conquistate a Pompeo, ed è arrabbiato che Lepido, imprigionato da Ottaviano, è stato escluso dal triumvirato. Ottaviano cede all’ultima richiesta, ma è molto deluso dal comportamento di Antonio.
Antonio si prepara a dare battaglia ad Ottaviano. Enobarbo lo spinge a dare battaglia sulla terraferma, ove egli sarebbe avvantaggiato, anziché in mare, dove le navi di Ottaviano sono più leggere e meglio condotte. Antonio rifiuta, in quanto era stato sfidato da Ottaviano ad una battaglia navale. Cleopatra si impegna a mettere la sua flotta a disposizione di Antonio; ma, durante la battaglia navale, la regina abbandona il campo con le sue sessanta navi. Antonio la insegue causando così la disfatta del suo esercito. Vergognatosi per le sue gesta, dovute all’amore che egli prova per Cleopatra, Antonio la richiama per averlo fatto sembrare un codardo, ma pone anche il suo amore sopra ogni altra cosa, dicendo “datemi un bacio, questo basta a compensarmi.” Ottaviano manda un messaggero a chiedere a Cleopatra di consegnarli Antonio, e di allearsi con lui. Ella esita, e flirta col messaggero; nel frattempo, Antonio entra in scena e, rabbioso, condanna il comportamento della principessa. Fa frustare il messaggero, e finalmente perdona Cleopatra, e le promette di combattere un’altra battaglia per lei, questa volta sulla terraferma.
Alla vigilia della battaglia, i soldati di Antonio odono strani oracoli, che interpretano come la perdita di protezione per il loro condottiero, da parte del dio Ercole. Inoltre, Enobarbo, lo storico luogotenente di Antonio, lo abbandona per passare dalla parte del nemico. Invece di confiscare i beni di Enobarbo, che erano stati lasciati presso Antonio durante la fuga da Ottaviano, Antonio ordina che tali beni siano riportati a Enobarbo. Enobarbo è talmente colpito dalla generosità di Antonio, e così pieno di vergogna per la sua infedeltà, che si suicida. La battaglia comincia bene per Antonio, finché Ottaviano non la tramuta in una battaglia navale. Ancora una volta, Antonio perde, la sua flotta si arrende, ed egli denuncia Cleopatra: “questa infame egiziana mi ha tradito.” Antonio decide allora di uccidere la regina per il suo ennesimo tradimento. Cleopatra capisce che l’unico modo per riconquistare l’amore di Antonio, è quello di fargli credere che si è uccisa, col nome di Antonio come ultime parole. Ella si rinchiude nel suo mausoleo, e aspetta il ritorno di Antonio. Il suo piano, però, fallisce: invece che correre per vedere Cleopatra morta, con il cuore pieno di rimorso, Antonio decide che la sua vita non ha più senso. Chiede a Erote, uno dei suoi più intimi amici, di trapassarlo con una spada; Erote non riesce però ad uccidere il suo generale, e si suicida. Antonio ammira il coraggio di Erote e cerca di morire allo stesso modo, ma si ferisce solamente. In uno stato di dolore lancinante, scopre che, in realtà, Cleopatra è ancora viva. Si trascina fino al suo mausoleo, e muore tra le sue braccia. Ottaviano si reca da Cleopatra e cerca di convincerla ad arrendersi. Ella però rifiuta orgogliosa, per non essere trascinata in trionfo per le vie di Roma come una schiava qualsiasi. La cortigiana Ira descrive la loro probabile sorte: “istrioni di pronto ingegno improvviseranno commedie su di noi, rappresentando i nostri conviti alessandrini; Antonio sarà raffigurato ubriaco, ed io vedrò qualche giovanotto travestito da stridula Cleopatra avvilire la mia grandezza in atteggiamento di puttana.” Questo discorso è intriso di ironia drammatica, perché, al tempo di Shakespeare, la parte di Cleopatra era veramente recitata da un “giovanotto travestito”, e la tragedia di Shakespeare, raffigura i festini di un Antonio ubriaco. Cleopatra decide di suicidarsi, insieme alle sue ancelle Carmiana e Ira, usando il veleno di un aspide. Muore serena, pensando di rivedere Antonio nell’aldilà. Ottaviano scopre i corpi morti e ordina che sia data loro sepoltura con un funerale solenne.


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