William Shakespeare - Il Teatro

 

Indice Teatro

 

William Shakespeare - John Fletcher

I due nobili cugini

(o “I due nobili congiunti”)

(“The two noble kinsmen” - 1613)

 

 

Introduzione - Riassunto

Personaggi - Atto Primo

Atto Secondo - Atto Terzo

Atto Quarto - Atto Quinto

 

Introduzione

 

da Ti racconto i Classici

 

Il "canone" shakespeariano (canone è una parola snob per dire elenco ufficiale delle opere ritenute autentiche) solo da pochi anni comprende I due nobili congiunti. Perché? Perché è un lavoro elaborato a due mani, da Shakespeare e da John Fletcher (1579-1625) poi erroneamente attribuito, dagli stampatori della seconda metà del Seicento, alla coppia Fletcher-Beaumont in quanto i due erano stati -ed era notorio- coppia fissa per decine e decine di lavori teatrali. Siamo nel 1613: Beaumont, che scrive da tempo in coppia con Fletcher, si sposa, e sposa una donna molto ricca. Smette così di lavorare. Fletcher rimane da solo. Ha fama di essere molto bravo non tanto come poeta, ma come uomo di scena, specialista in ricche e spettacolari coreografie. Shakespeare intanto ha lasciato il teatro e si gode il meritato riposo a Stratford. Nasce da qui la collaborazione, assolutamente occasionale, su questo dramma e su altri due, Enrico VIII e Cardenio, quest'ultimo andato poi perduto. Evidentemente Shakespeare, che si era ritirato a vita privata nel 1610, aveva lasciato incompiuto o abbozzato il dramma, e gli impresari teatrali, volendolo finalizzare e mettere in scena, scelsero di affidare il lavoro a Fletcher, momentaneamente libero. Il quale poi -dopo questa occasionale opportunità- troverà in Philip Massinger un altro drammaturgo con cui fare coppia più o meno fissa.

Sul fatto che I due nobili congiunti sia proprio di Shakespeare non ci sono più dubbi: vuoi perché si è trovata un'edizione del 1634 che porta le firme dei due autori, e vuoi perché, in ogni caso, ci sono prove "induttive" molto forti. In parole povere: la mano di Shakespeare si sente. Tuttavia non in maniera così netta come negli altri due suoi drammi rimaneggiati e completati da altri, nei quali veramente anche un non specialista può distinguere, verso dopo verso, dove c'è, e dove è presumibile non ci sia, la sua mano. Questa maggiore difficoltà è legata anche a un altro elemento fondamentale: la storia o, come si dice oggi, la "fabula" non è infatti una storia originale di Shakespeare, ma è una sorta di "remake" di un lavoro poetico precedente, di Chaucer. Nel "contenuto" quindi non puoi sentirci Shakespeare, perché il contenuto è d'altri. Nella "forma" lo puoi sentire, e lo senti, ma non con l'eclatante certezza di altre situazioni analoghe. Tutto questo può portarci a definire I due nobili congiunti il meno shakespeariano dei drammi di Shakespeare, per due motivi appunto: perché il contenuto non è suo e perché la forma è stata rimaneggiata da Fletcher. Riguardo al contenuto, sia detto per inciso, anche Troilo e Cressida proviene da Chaucer, ma Troilo e Cressida è un dramma tutto scritto da Shakespeare, senza aiuti o rimaneggiamenti. Torniamo al nostro. Il Racconto del cavaliere è tra i più noti fra i Racconti di Canterbury di Chaucer (1340?-1400). Non perché sia il più bello, ma semplicemente perché è il primo. Chaucer a sua volta non se lo inventò affatto, ma lo trasse per intero da un poema giovanile del nostro Boccaccio, il Teseida (1340-41), poema che invece, si sa per certo, Shakespeare non conosceva.

 

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Riassunto

 

da Ti racconto i Classici

 

Siamo in un'immaginaria Grecia antica. Due cugini, belle e nobili figure e molto legati tra loro, Arcite e Palamone, sono chiusi insieme in un carcere ad Atene, prigionieri di guerra. Dalla finestra vedono una ragazza e se ne innamorano perdutamente, diventando rivali. La ragazza è Emilia, cognata del duca d'Atene, Teseo, che ha sposato l'amazzone Ippolita, sorella appunto d'Emilia. I due cugini (i due "congiunti" del titolo) prendono a litigare ferocemente fra loro, divisi nel diritto d'amare Emilia, che l'uno vuol togliere all'altro. Amare in senso platonico, come sogno punto e basta, perché, tanto, son rinchiusi per sempre in carcere e mai potrebbero averla. Ma avviene qualcosa di inaspettato. Arcite viene improvvisamente liberato. Teseo gli dà la libertà, ma lo bandisce da Atene, pena la morte, rispedendolo nella sua nativa Tebe. A questo punto Palamone invidia Arcite, perché lui è libero e qualcosa potrebbe tentare per avere Emilia. E Arcite – che è libero, ma è bandito da Atene – invidia invece Palamone, perché lui è in carcere sì, ma dalla finestra può ancora godersi la sua bella Emilia. Come si sviluppa la vicenda? Arcite non resiste lontano da Emilia, torna ad Atene sotto mentite spoglie e riesce a entrare alla corte di Teseo come scudiero e a starsene così molto vicino alla bella Emilia. Palamone marcisce in carcere, ma un bel giorno riesce a fuggire e si rifugia in un bosco fuori città. I due casualmente lì si incontrano. È subito baruffa, per invidia, gelosia, rivalità. Mentre duellano sopraggiunge Teseo. Vengono riconosciuti e condannati a morte, colpevoli, l'uno, Arcite, di trovarsi ad Atene nonostante il bando, l'altro, Palamone, della fuga dal carcere. Ma intervengono le due sorelle, Ippolita ed Emilia, moglie e cognata di Teseo, a chiedere pietà per loro. La vera colpa dei due è d'amare disperatamente Emilia: l'amore merita dunque pietà, non condanna. Teseo se ne convince e poiché entrambi vogliono la stessa donna -Emilia- ad entrambi per nobiltà d'animo e nobiltà d'origine la meriterebbero, non rimane che "giocarsela". È Teseo a stabilire le regole del gioco: un torneo in armi, l'uno contro l'altro, ciascuno con dei compagni. Il vincitore avrà Emilia in sposa. Ciascuno dei due contendenti chiede aiuto alla divinità in cui più crede: Arcite si rivolge a Marte, dio della guerra, Palamone si rivolge a Venere, dea dell'amore e Emilia infine si rivolge a Diana chiedendo imparzialmente che fra i due vinca chi ha più meriti. Ecco che al giorno prefissato ha luogo lo scontro. I duellanti sono assolutamente pari, in forza e in valentia, ma Arcite vince. E qui c'è un colpo di scena: durante il trionfo d'Arcite, il suo cavallo s'impenna, stramazza e fa cadere sotto al suo peso il cavaliere, ferendolo a morte. Arcite dunque muore, prima d'aver avuto l'agognato premio, l'amore di Emilia. Morendo chiama a sé Palamone, si riconcilia, e affida al cugino, amico e rivale, l'amore d'Emilia. L'avrà lui in moglie.
Questa è la storia, sviluppata lungo il corso di alcuni anni in Chaucer, di alcuni giorni in Shakespeare. Ci sono differenze tra il racconto in versi di Chaucer e il dramma di Shakespeare? Sì, notevoli. Tre le differenze sostanziali.
Chaucer non sviluppa il tema dell'amicizia, del legame profondo fra i due cugini rivali. Shakespeare invece ne fa il tema di fondo del suo dramma.
Chaucer "divinizza" molto il racconto: Venere e Marte, cui i due contendenti si sono raccomandati, hanno un ruolo fondamentale negli eventi, ne sono i veri motori responsabili, e gli esseri umani sono marionette che subiscono i capricci del destino, ovvero la volontà degli dei.
Shakespeare invece "umanizza" gli eventi, scende dall'alto dell'Olimpo alla realtà umana dei protagonisti e ci racconta una storia d'uomini.
Infine, terza differenza, solo strutturale, Shakespeare crea un "sub-plot", come si dice oggi, cioè una seconda trama parallela, tipica del teatro elisabettiano, che corre accanto alla principale e che narra la storia della figlia del carceriere di Palamone, che, innamoratasi di lui, lo fa fuggire di prigione e poi (come Ofelia nell'Amleto) diventa pazza per amore, vedendosi da lui trascurata. È la classica trama secondaria di livello popolare che spesso nella drammaturgia elisabettiana ha risvolti di comicità spinta e che qui, invece, strappa una sola piacevolissima risata, nient'affatto farsesca, e viaggia poi su toni drammatici e anche lirici, con finale felice: la ragazza guarisce dalla sua infatuazione, torna al proprio fidanzato, si avvia alla guarigione.
È bello, non è bello, il nostro dramma? Certo che è bello: c'è la mano di Shakespeare, quindi non può non essere bello. Molto bello. Anche se, va detto, senti che Shakespeare qui non ci ha messo tutto se stesso. C'erano, nella storia, molti momenti (amicizia, nobiltà, amore) che si prestavano ad alta poesia e che sono stati sfruttati sì, ma non al pieno delle possibilità. Sono sensazioni, è ovvio...
I momenti di bellezza del dramma sono proprio questi che abbiamo indicato come momenti di incompleta bellezza. Amicizia e nobiltà.
Prima ancora di entrare nel vivo della storia, Shakespeare ci presenta i due cugini ancora a Tebe, nipoti del perfido Creonte, sovrano della città. E ce li accredita: i due sono dalla parte sbagliata (Creonte è un tiranno disumano) ma sono puliti. Non condividono i modi, la politica, la morale del loro congiunto sovrano. Lo definiscono un "tiranno senza remore, cui il successo ha tolto persino la paura del cielo...", vorrebbero " farmi succhiare il sangue che mi imparenta a lui..."e sognano e progettano di "lasciare questa corte, per non condividere in nulla la sua spudorata infamia..." (I, 2). Tuttavia sono figure così nobili e leali che quando Teseo l'ateniese attacca (in una guerra giusta e santa) Creonte il tebano, entrambi combattono in difesa della loro patria: "...dobbiamo combattere per Tebe, non per Creonte. Rimanere neutrali sarebbe un disonore, opporglisi una ribellione..." (I, 2). Combattono come leoni, si fanno onore, sono i più bravi sul campo, vengono feriti, e poiché Creonte è sconfitto e ucciso finiscono prigionieri di guerra ad Atene.
Il tema, sicuramente shakespeariano, della profonda amicizia che lega i due nobilissimi cugini è introdotto con una specie di polifonia mediante analoghe storie di altre amicizie. Come in una sinfonia il motivo conduttore è introdotto e accennato, poi è ripreso e poi è finalmente svolto e sviluppato.
C'è infatti, prima che il dramma ci presenti il legame dei due nel carcere di Atene, il tema dell'amicizia fra Teseo e Piritoo: "il nodo del loro affetto, legato, intessuto e ritorto con tanta fedeltà, così a lungo, da una mano di un'arte così sottile, potrà forse logorarsi, mai sciogliersi..." (I, 3). E c'è il tema dell'amicizia, negli anni dell'infanzia, fra Emilia e una sua piccola compagna poi morta bambina: "Ciò che a lei piaceva era da me approvato e ciò che non amava, condannato... così le nostre anime facevano l'una per l'altra... Il fiore che coglievo e mi mettevo fra i seni (che appena allora cominciavano a gonfiarsi attorno alla corolla) lei lo desiderava, finché non ne trovava uno uguale, e lo metteva nella stessa culla innocente... Sul mio capo non c'era acconciatura che lei non imitasse..." (I, 3).
C'è anche, se vogliamo, qualche sfumatura dialettica che contrappone o paragona l'amicizia omosessuale con quella eterosessuale, ma sono spunti francamente irrilevanti ad una lettura poetica del dramma che è tesa a celebrare il legame d'amicizia, quello che di due anime ne fa una sola.
Eccoli dunque in carcere i nostri due protagonisti, Arcite e Palamone. Sono due figure così belle, così nobili, che "la prigione stessa è fiera di loro e nella loro cella racchiudono il mondo intero..." (II, 1). Non hanno ancora visto Emilia dalla finestra, quindi niente li contrappone. Dividono insieme il carcere a vita, quindi un futuro senza speranze... Le grazie della loro giovinezza in quel carcere dovranno avvizzirsi, non avranno mogli, non conosceranno "i dolci abbracci di una sposa innamorata, carichi di baci..." non avranno mai figli "immagini di noi stessi, per rallegrare la nostra vecchiaia...", "non conosceremo altri che noi stessi, non sentiremo che l'orologio che scandisce le nostre pene... la vite crescerà, ma noi mai la vedremo, verrà l'estate con le sue gioie, ma qui rimarrà sempre il freddo e morto inverno..." (II, 2). Insomma, è la lirica della prigionia, e ci senti, inconfondibile, la mano di Shakespeare, quella che un giorno ispirerà Byron (Chillon) e Oscar Wilde (Reading)... Ed ecco ancora la luce della poesia che entra nel buio del carcere e lo illumina: la poesia dell'amicizia. "Consideriamo questa prigione – dice Arcite – come un sacro romitaggio per sottrarci alla corruzione... Esiste oggetto degno che noi non si possa far nostro con l'immaginazione? Stando così insieme siamo una miniera infinita l'uno per l'altro, ciascuno è sposa per l'altro, siamo l'uno per l'altro padre, amico, compagno, siamo ciascuno la famiglia dell'altro...". Tale è il legame e l'affetto fra i due, tale la ricchezza dei loro animi che arrivano a convincersi che il carcere, che li unisce per sempre, sia in fondo la maggiore delle fortune che potesse toccar loro, voluta per loro dagli dei benevoli: "che pena che è vivere fuori di qui, ovunque sia!..." (II, 2).
Ma come un colpo di fulmine ecco che un giorno compare Emilia giù nel giardino. "Guarda e stupisci! ...Per il cielo, è una dea!... È tutta la bellezza che esiste! ...Non so che effetto abbia avuto su di te: io sono perduto! ...Maledetti i miei occhi che l'anno vista: adesso sento il peso delle catene!..." (II, 3).
E fra i due scoppia, improvvisa, violenta, mortale, la rivalità.
Ciascuno rivendica per sé il diritto d'amarla.
Sappiamo come si svolgono i fatti. Libero Arcite, che rimane ad Atene. In fuga Palamone. L'incontro nel bosco. Il duello. E qui, in occasione del duello appunto, altre pagine bellissime di poesia dell'amicizia. Arcite vive a corte ed è bene in carne. Palamone è appena fuggito di prigione ed è affamato, malconcio, patito. Ecco che Arcite gli porta cibo e bevande. Lo rinfranca, lo veste, lo nutre. Poi porta le armi, per il duello. Si aiutano l'un l'altro a indossare le armature, amorevolmente. L'armatura di Palamone è la più bella: Arcite l'ha rubata per lui, che ne è degno, a Teseo. "Ti stringe troppo? No. Non è troppo pesante? Ne ho portate di più leggere, ma può andare... Te l'allaccio stretta... Benissimo!... Non vuoi un altro pettorale?... Combatti a braccia nude?... avremo più libertà di movimento... sì, ma usa i guanti: quelli sono di misura piccola, ti prego, prendi i miei, mio buon cugino... Come ti sembro? ...sono molto dimagrito?... Aspetta un secondo: non è troppo stretto questo pezzo?... no, va bene... Non voglio che altro ti ferisca se non la mia spada: un livido sarebbe disonorevole... Prendi la mia spada, mi sembra migliore... grazie, no, tienila: da essa dipende la tua vita...!" (III,6).
Sono i temi dell'amicizia, della cavalleria, della nobiltà d'animo, che si fondono col tema, antico come il mondo, della rivalità in amore: e che Shakespeare (e questo è Shakespeare, non Chaucer, non Fletcher) traduce in poesia, in commozione, in tenerezza, in lirica.
Arriva Teseo. Il duello si interrompe. È lanciata l'idea del torneo, puramente "sportivo" in Chaucer, mortale, all'ultimo sangue, in Shakespeare.
Ci sono le preghiere dei contendenti (e d'Emilia) alle loro divinità, Diana per Emilia, Marte per Arcite, Venere per Palamone. Curiosissima, insolita quest'ultima. Palamone chiede a Venere d'aiutarlo vantando i propri meriti di devoto alla legge dell'amore, ma quella che vanta è una devozione tutta borghese: mai fatto il dongiovanni spaccone, mai insidiata la donna d'altri, mai dubbi sull'onestà delle donne, mai vanterie sulle proprie conquiste, mai presa in giro una ragazza, mai dato ascolto a chi non protegge la privacy delle proprie amanti...
Di chi è questa insolita preghiera, non essendo ripresa da Chaucer?È di Fletcher? È di Shakespeare?Non lo sapremo mai.Ed ecco il duello, che non vediamo in scena, ma che è raccontato da messaggeri, come tante battaglie in tanti drammi storici shakespeariani. Ecco il finale, la vittoria di Arcite, la caduta mortale del vincitore: " ...vive ancora, ma è solo un vascello che galleggia in attesa della prossima ondata. Desidera molto di parlare con voi..." (V,4) dice un messo a Palamone.E c'è l'ultimo abbraccio in punto di morte fra i due "nobili congiunti". "Oh, triste fine della nostra amicizia! Gli dei sono possenti. Arcite, se il tuo cuore, il tuo valoroso cuore virile è ancora intero, dammi le tue ultime parole. Io sono Palamone, uno che ti ama ancora mentre muori...". "Prendi Emilia, e con lei tutta la gioia del mondo; dammi la mano. Addio! Ho contato la mia ultima ora. Sono stato infedele, ma mai traditore; perdonami cugino. Un bacio alla bella Emilia. È finita. Prendila: io muoio" (V,4).Muore in scena Arcite e dice di lui Teseo "...la sua parte è finita e benché sia stata troppo corta l'ha sostenuta bene... Mai la fortuna ha giocato partita più sottile: il vinto trionfa, il vincitore perde...!" (V,4) e invita gli astanti a due successive cerimonie, le onoranze funebri per Arcite e, subito dopo, il matrimonio di Palamone ed Emilia.Abbiamo raccontato il dramma nel suo nucleo narrativo e poetico principale. Ci sono altre parti, la storia parallela della figlia del carceriere innamorata di Palamone e tutto il primo atto, alla corte di Teseo, ove tre regine sopraggiungono a turbare le nozze di Teseo con Ippolita chiedendogli di intervenire subito contro Creonte, colpevole d'aver ucciso i loro mariti re e di non restituirne i corpi. Ma la sostanza poetica di I due nobili congiunti è tutta nella celebrazione dell'amicizia ed è ciò che rende originale il dramma.Le aggiunte e le manipolazioni certamente di Fletcher sono di tipo coreografico: i villani celebrano con danze e canti le feste di calendimaggio, invitando ad assistervi Teseo e la sua corte. E siamo però alle parti meno interessanti del dramma, aggiunte per "far scena", per rendere più popolare la parte spettacolare. I due nobili congiunti è l'ultimo dramma di Shakespeare. Ancora tre anni di vita e di riposo nella sua Stratford e poi il 23 aprile del 1616 morirà. Fletcher, di quindici anni più giovane, continuerà a lavorare sino alla morte, nel 1625.

Da Teatro completo di William Shakespeare, vol. VI, traduzione di Giorgio e Miranda Melchiori, pp. 270, I drammi romanzeschi, Mondadori, I Meridiani, 1981/1995.

 

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William Shakespeare - John Fletcher

I due nobili cugini

(o “I due nobili congiunti”)

(“The two noble kinsmen” - 1613)

 

 

Personaggi

 

TESEO, Duca d'Atene

IPPOLITA, Regina delle Amazzoni, in seguito moglie di Teseo
EMILIA, sua sorella
PIRITOO, amico di Teseo
PALAMONE, ARCITE: i due nobili cugini tebani
IMENEO, dio dei matrimoni
UN RAGAZZO
ARTESIO,
soldato ateniese
TRE REGINE, vedove di re uccisi nell'assedio di Tebe
VALERIO, tebano
UN ARALDO
DONNA
, serva di Emilia
UN GENTILUOMO

MESSAGGERI
SEI CAVALIERI
, scorta di Palamone e Arcite
UN SERVITORE

CARCERIERE, al servizio di Teseo
FIGLIA del Carceriere
CORTEGGIATORE della Figlia del Carceriere
DUE AMICI del Carceriere
FRATELLO del Carceriere
UN DOTTORE
SEI RUSTICI
, di cui uno vestito da scimmia o babbuino
UN MAESTRO DI SCUOLA
NELLA e altre quattro Ragazzotte di campagna
UN TAMBURINO

Ninfe, servitori, contadini, portatore di ghirlande,

cacciatori, fanciulle, boia, soldati.

 

 

atto primo - prologo

 

Squilli di tromba.

PROLOGO
Commedie nuove e verginità son quasi lo stesso,
entrambe molto ricercate, entrambe ben pagate,
se sono intere e sane. E una buona commedia,

le cui modeste scene arrossiscono il giorno delle nozze,
e tremano di perdere l'onore,

è come una che dopo la santa unione

e commozione della prima notte tutta pudore è ancora,

e ancora mantiene l'aspetto verginale

invece di mostrare la fatica del consorte.
Noi ci auguriamo che tale sia la nostra commedia;

perché di certo ha un nobile progenitore,

un puro e un dotto ed un poeta di cui mai s'aggirò finora

uno più illustre tra l'argenteo Trento e il Po.
Chaucer, da tutti ammirato, ci fornisce la storia;
in lui costante per l'eternità essa vive.
Se noi umiliamo la sua nobile origine,
e a salutare questa fanciulla s'alzi un fischio,
o, come scuoterà l'ossa quel buon uomo e griderà da sotto terra

"Via da me la loppa senza senso di questo scrittorello che mi guasta gli allori,

e i miei lavori illustri li riduce a roba da Robin Hood!"

Con questo timore siamo qui;
poiché, a dire il vero, sarebbe fatica interminabile,
e troppo ambiziosa, aspirare ad eguagliarlo.
Deboli dunque, e quasi senza fiato,

nuotiamo in quest'acqua profonda;

a voi di darci una mano in aiuto,

e noi cambieremo corso e faremo qualcosa per salvarci;

sentirete scene, benché al di sotto della sua arte,

comunque degne d'un paio d'ore di sforzo.

Alle sue ossa dolce riposo; contentezza a voi.

Se poi la commedia non desse sfogo neppure a un po' di noia,

e c'accorgiamo che la perdita nostra è così grossa,

meglio sarà che rinunciamo.


Trombe.

Esce.

 

 

 

atto primo - scena prima

 

Musica.

Entra Imeneo con fiaccola, preceduto da un ragazzo in tunica bianca che canta e sparge fiori; segue Imeneo una ninfa avvolta nei suoi capelli sciolti e che reca una ghirlanda di grano; quindi Teseo fra altre due ninfe incoronate di grano; quindi Ippolita, la sposa, condotta da Piritoo e un altro che le tiene una corona sopra la testa, anch'essa con i capelli sciolti; dopo di lei, Emilia le regge lo strascico; poi Artesio e seguito.

IL RAGAZZO (canta)
Rose, senza l'aguzza spina,
reali, non solo nel profumo,ma nel colore,
garofani pudichi, d'odore delicato,
senza fragranza le margherite, ma così carine,
e il dolce timo schietto,

la primula, primogenita della Dea,
alfiere dell'allegra stagione,
con le stinte campanule,
e, nelle loro culle, le bocche di leone,
calendole, fiorite sulle tombe,
e consolide magre,

di cara natura tutti i dolci figli,
giacciono ai piedi di sposa e sposo
blandendo loro il senso.
Sparge fiori.
Non un angelo dell'aria,
melodioso o bell'uccello,
è assente da qui;

ma la cornacchia, l'insolente cuculo,
il corvo iettatore o la grigiosa gracchia
o gazza petulante,
possa mai su questa festa posarsi o cantare
e con sé portar discordia,
ma via da qui volare.


Entrano tre Regine in gramaglie, con veli tinti di nero e corone imperiali.

La Prima Regina cade ai piedi di Teseo;

la Seconda ai piedi di Ippolita;

la Terza davanti a Emilia.

PRIMA REGINA
Per compassione e vera nobiltà, datemi ascolto e considerazione!

SECONDA REGINA
Per amor di vostra madre, e per l'augurio che il vostro grembo sia fruttuoso datemi ascolto e considerazione!

TERZA REGINA Ora per amore di colui che Giove ha designato a onorare il vostro letto, e in nome della pura verginità, siate avvocata nostra e delle nostre sventure! Questa buona azione cancellerà dal libro dei debiti ogni cosa iscritta in conto a voi.

TESEO
Triste signora, alzatevi.

IPPOLITA
In piedi.

EMILIA
Non in ginocchio. Una donna che io possa soccorrere nella sventura per me è un obbligo.

TESEO
Qual è la vostra supplica? Parlate voi per tutte.

PRIMA REGINA
Noi siamo tre regine, i cui sovrani caddero per l'ira del crudele Creonte, e che subirono lo strazio dei corvi, l'artiglio dei nibbi, e le beccate delle cornacchie nei campi di Tebe devastati. Egli non concede che noi ne bruciamo le ossa, per porre le ceneri nell'urna, né che copriamo l'oscena vista dell'immonda morte all'occhio santo del divino Apollo, ma infetta l'aria col fetore dei nostri signori uccisi. Pietà, Duca! Tu, purificatore della terra, sfodera la tua temuta spada che fa buone gesta al mondo; dacci le ossa dei nostri re morti, che possiamo metterle in luogo sacro; e nella tua infinita bontà considera che per le nostre teste coronate non c'è tetto, se non questo che è del leone e dell'orso, e volta di ogni cosa.

TESEO
Vi prego, non restate in ginocchio; fui preso dal vostro discorso, e lasciai che le vostre ginocchia soffrissero. Ho udito le sventure dei vostri morti signori, e mi dà un tal dolore da suscitare in me rabbia e vendetta. Re Capaneo fu il vostro sire; il giorno che stava per sposarvi, in un tempo qual è per me adesso, conobbi il vostro sposo. Sull'altare di Marte, eravate bella allora; né il mantello di Giunone era più bello delle vostre trecce, né meglio la copriva; la vostra corona di grano non era allora né trebbiata né appassita; la Fortuna a voi fossettava le guance nei sorrisi. Ercole, nostro parente - più debole allora degli occhi vostri - lasciò la clava, si stravaccò sulla pelle nemea e giurò che i muscoli gli andavano in pappa. O dolore e tempo, consumatori orribili, tutto divorerete!

PRIMA REGINA
Oh, spero che un dio, un dio vi sia che aggiunga pietà al vostro coraggio, sì che vi dia arditezza e spinga voi ad offrirsi nostro campione.

TESEO
Non più in ginocchio, no, povera vedova; prostratevi invece davanti alla prode Bellona, e pregate per me, vostro soldato; sono commosso.

 

Si volge altrove.

SECONDA REGINA
Onorata Ippolita, temutissima amazzone, che uccidesti il cinghiale dalle zanne a falce, che con il braccio forte e bianco fosti vicina a fare il maschio sottomesso al tuo sesso, se non che questo tuo signore, nato per mantenere il creato in quella gerarchia in cui la Natura l'ha fissato, ti ha riportato nell'argine da cui stavi straripando, vincendo in te a un tempo e la forza e l'amore; guerriera che sai giustamente bilanciare fermezza e compassione, e che io ora so hai molto più potere su di lui ch'egli mai ebbe su di te, che controlli la sua forza come il suo amore, servo devoto al trono delle tue parole; prezioso specchio per le donne, ordinagli che noi che il fuoco della guerra brucia possiamo trovare sollievo all'ombra della sua spada; fa' ch'egli la sollevi sopra le nostre teste; parlagli con voce femminile, debole donna come una di noi tre; piangi pur di non cedere. Prestaci le tue ginocchia; ma non toccare il suolo per noi più di quanto la colomba sussulta quando le staccano la testa; dio, se lui giacesse rigonfio sul campo insanguinato, mostrando i denti al sole, sogghignando alla luna, quel che fareste voi.

IPPOLITA
Povera signora, non parlate più; io seguirei volentieri con voi questa buona impresa quanto quella cui ora mi dirigo, anche se mai finora, ho preso una strada sentendomi così felice. Il mio signore è profondamente commosso dal vostro dolore; lasciatelo così assorto. lo parlerò più tardi.

TERZA REGINA (a Emilia)
Oh, la mia supplica era iscritta nel ghiaccio, che dissolto da torrido dolore si squaglia in gocce; così ora la sofferenza senza forma viene pressata in un'angoscia più profonda.

EMILIA
Vi prego, alzatevi; il vostro dolore vi sta scritto in faccia.

TERZA REGINA
Ahimè, là non si può leggerlo; attraverso le mie lacrime, come i ciottoli distorti di un vitreo torrente, lo potrete vedere. Signora, signora, purtroppo, chi vuol conoscere tutti i tesori della terra deve conoscerne anche il centro; chi vuol pescare l'ultimo mio pesciolino, dovrà metter piombo alla sua lenza per calarmela nel cuore. Oh, perdonatemi! La disperazione che ai più acuisce il cervello fa di me una sciocca.

EMILIA
Vi prego, non dite nulla, vi prego; chi non sente o vede la pioggia, quando c'è in mezzo, non può sapere cos'è bagnato o asciutto. Se voi foste una statua dipinta da un artista, vi comprerei per istruirmi in un dolore così grande, invero un così straziante modello; ma ahimè, essendo una sorella naturale del nostro sesso, il vostro dolore batte su di me così arroventato che vi sarà riflesso e rispedito il cuore di mio fratello, e lo scalderà alla pietà se anche fosse di pietra. Vi prego, prendete conforto.

TESEO
Avanti, al tempio! Che non si perda un iota della sacra cerimonia.

PRIMA REGINA
Oh, questo rito solenne durerà più a lungo e sarà più costoso d'una guerra delle vostre supplici. Ricordate, la vostra fama rintocca nell'orecchio del mondo; quel che voi fate rapido non è cosa azzardata; il vostro impulso è più dell'altrui laborioso piano, la vostra previsione più delle imprese loro. Ma, o Giove, le vostre imprese, appena che si muovano, come le procellarie fanno ai pesci, vincono prima di attaccare. Pensate, caro Duca, pensate quali letti hanno i nostri re uccisi.

SECONDA REGINA
E quali angosce i nostri letti, ché i nostri amati signori non ne hanno alcuno.

TERZA REGINA
Di adatto ai morti. A quelli che con corde, pugnali, veleni o precipizi, stanchi della luce di questo mondo, a se stessi si son fatti orribili agenti di morte, la pietà degli uomini concede terra e ombra.

PRIMA REGINA
Ma i nostri signori giacciono impustolendo davanti al sole che ritorna, e sì che erano buoni sovrani in vita.

TESEO
È vero, ed io vi darò conforto, dando sepoltura ai vostri morti signori; il che richiederà un'azione contro Creonte.

PRIMA REGINA
E quest'azione dev'esser fatta presto. Ora va battuto il ferro; domani avrà perso calore. Allora, l'infruttuosa fatica dovrà trovar compenso nel suo stesso sudore; ora egli è sicuro, neppure si sogna che stiamo davanti alla vostra maestà, lavando con gli occhi la nostra santa supplica per rendere limpida la richiesta.

SECONDA REGINA
Ora lo sorprenderete inebriato dalla sua vittoria.

TERZA REGINA
E il suo esercito pieno di pane e indisciplina.

TESEO
Artesio, che meglio sai come scegliere quel che conviene a questa impresa, i guerrieri migliori per quest'azione, e il numero per compierla, produci e raduna le nostre macchine più valide, mentre noi eseguiamo questo grande atto della nostra vita, quest'impresa che sfida il destino nel matrimonio.

PRIMA REGINA
Vedove, diamoci la mano. Siamo ora vedove ai nostri dolori; l'indugio ci affida a una speranza languente.

TUTTE LE REGINE
Addio.

SECONDA REGINA
Siamo qui al momento sbagliato; ma come può il dolore scegliere, come il giudizio sereno, il momento più adatto per la migliore richiesta?


TESEO
Invero, buone signore, questo è un servizio, al quale mi sto avviando, più grande di qualsiasi guerra; più importante per me di tutte le imprese che ho compiuto o che in futuro potrò sostenere.

PRIMA REGINA
Tanto più lampante che la nostra supplica sarà negletta, quando le sue braccia, capaci di trattenere Giove da un concilio, e garantite dal lume della luna ti stringeranno; oh, quando ambo le sue ciliege faran cadere la loro dolcezza sulle tue labbra avide, cosa mai potrai pensare di re putrefatti e regine lacrimose, quale pena per ciò che non senti, mentre ciò che senti potrebbe far disdegnare a Marte il suo tamburo? Oh, se tu giaci anche una sola notte con lei, ogni sua ora ti farà debitore di altre cento, e non ricorderai nient'altro oltre a ciò cui quel banchetto ti invita.

IPPOLITA (s'inginocchia)
Benché assai improbabile che vi lasciate così trasportare, e altrettanto spiacente che sia io a farne richiesta, tuttavia penso che, se per non rimandare la mia gioia, che crea un desiderio più appassionato, io non mi curassi della loro disperazione che richiede un soccorso immediato, m'attirerei il biasimo di tutte le donne. Perciò, sire, poiché io metterò qui a prova le mie preghiere, o per presumere che abbiano una qualche forza o per condannare al silenzio perpetuo il loro vigore, rimandate l'evento cui ci accingiamo, ed appendete il vostro scudo davanti al cuore, a quel collo che è mia proprietà, e che io volentieri impresto perché renda servizio a queste povere regine.

TUTTE LE REGINE (a Emilia)
Oh, aiutateci adesso! La nostra causa richiede il vostro ginocchio.

EMILIA (s'inginocchia)
Se non accorderete a mia sorella la grazia con l'energia, con la prontezza e lo spirito in cui ve la chiede, d'ora innanzi non oserò chiedervi nulla, né sarò così ardita da prender mai marito.

TESEO
Vi prego alzatevi. Sto supplicando me stesso di fare ciò che voi mi chiedete in ginocchio.


Tutte le signore si alzano.

Piritoo, continua a condurre la sposa; andate e pregate gli dei per il successo e il ritorno; non omettete nulla della solennità predisposta. Regine seguite il vostro soldato. (Ad Artesio) Come detto, parti, e sulla riva d'Aulide raggiungici con le forze che puoi radunare, dove troveremo la metà d'un'armata pronta a un'impresa molto più importante. (A Ippolita) Poiché il nostro tema è la rapidità, imprimo questo bacio sul tuo fuggente labbro; (la bacia) cara, conservalo come il mio sigillo. Andate, vi vedrò partire.


La processione nuziale si muove verso il tempio.

Addio mia leggiadra sorella, Piritoo, mantieni la festa fino alla fine, non toglierle neppure un'ora.

PIRITOO
Sire, vi seguirò alle calcagna; la celebrazione della festa aspetterà il vostro ritorno.

TESEO
Cugino, ti ordino di non muoverti da Atene. Noi saremo di ritorno prima che possiate finire questi festeggiamenti, che ti prego di non decurtare. Di nuovo, a tutti addio.


La processione esce.

PRIMA REGINA
Così ancora confermi quello che dice il mondo.

SECONDA REGINA
E ti acquisti una divinità pari a Marte.

TERZA REGINA
Se non a lui superiore, poiché essendo un semplice mortale pieghi i tuoi sentimenti ad imprese divine; mentre essi, si dice, gemono sotto tale signoria.

TESEO
Poiché siamo uomini, così dovremmo fare; se sottoposti ai sensi, perdiamo il titolo di umani. Animo, signore; ora ci dirigiamo a confortarvi.


Trombe.

Escono.

 

 

 

atto primo - scena seconda

 

Entrano Palamone e Arcite.

ARCITE
Caro Palamone, più caro per affetto che per sangue  nostro cugino primo, non ancora induriti  nei vizi di natura, lasciamo la città di Tebe, e le sue tentazioni, prima di macchiare ulteriormente la nostra freschezza giovanile; perché qui vivere in astinenza è una vergogna uguale agli stravizi; poiché il non nuotare secondo la corrente sarebbe come affondare, o almeno uno sforzo inutile; e seguire il flusso generale ci porterebbe a un vortice in cui dovremmo annaspare o annegare; e se ne usciamo, ne guadagniamo solo una vita senza vigore.

PALAMONE
Il tuo consiglio è confermato dagli esempi. Quali strani relitti, fin da quando eravamo scolari, possiamo osservare aggirarsi per Tebe? Cicatrici coperte di stracci sono la ricompensa del valoroso che anticipava ai suoi ambiziosi fini onore e lingotti d'oro, che malgrado le vittorie non ottenne, ed ora è schernito dalla pace per cui s'è battuto; chi più farà offerte all'altare di un Marte così maltrattato? Mi sanguina il cuore quando vedo tali uomini, e vorrei che alla grande Giunone tornasse un attacco dell'antica gelosia per dar lavoro ai soldati , e la pace si purgasse dalla propria indigestione, e risvegliasse il suo cuore generoso, ora duro e chiuso più di quanto non sia contesa o guerra.

ARCITE
Non vai un po' fuori? Non incontri altri relitti oltre ai soldati nei vicoli e negli angoli di Tebe? Prima parlavi come se vi vedessi rovine d'ogni tipo; non scorgi altro che susciti la tua pietà oltre al militare poco considerato?

PALAMONE
Sì, mi fa pena decadenza ovunque la trovi, ma soprattutto quella di chi ha sudato in onorevoli fatiche ed è pagato con del ghiaccio per raffreddarsi.

ARCITE
Non è su questo che ho avviato il discorso; questo è valore che non è rispettato a Tebe. Io parlavo di Tebe e come, se vogliamo conservare la virtù, sia pericoloso vivere qui, dove ogni vizio è tenuto in onore; dove ogni cosa all'apparenza buona è un vizio certo, dove non essere esattamente come sono loro, ci farebbe apparire forestieri, e ad esser come loro, nient'altro che mostri.

PALAMONE
È in nostro potere - se non temiamo che degli scimmioni c'istruiscano - decidere il nostro comportamento. Perché mai dovrei affettare l'andatura di un altro, cosa non attraente quando si è sicuri di sé, od ammirarne il modo di parlare, quando col mio posso farmi capire abbastanza - e salvarmi pure, dicendo la verità? Perché sono costretto da qualche dovere gentilizio ad imitare chi giura sul suo sarto, magari finché il giurato diventa citatore? O spiegarmi perché, se il mio barbiere non è alla moda, con lui ci smena anche il mio povero mento, perché non è sforbiciato giusto allo specchio di un tale favorito? Che regola c'è che m'impone lo stocco dal mio fianco di ciondolarmelo in mano, o di camminare in punta ancor prima che la strada sia sporca? Io sarò il primo cavallo di una muta, ma mai uno che tiri sulla traccia degli altri. Queste povere piaghette non richiedono un impacco; quel che mi squarcia il petto quasi fino al cuore è...

ARCITE
Nostro zio Creonte.

PALAMONE
Lui; un tiranno senza nessun freno, i cui successi gli tolgono il timore degli dei, e la crudeltà assicura che nulla c'è al di sopra del suo potere; quasi mette la religione in crisi, e deifica solo l'incostante fortuna; e attribuisce i meriti dei suoi seguaci unicamente alle sue decisioni e azioni; manda gli uomini alla guerra e poi se ne arroga le conquiste, bottino e gloria; uno che non teme di fare il male e non osa fare il bene. Vorrei che il sangue in me che è anche suo fosse succhiato via dalle mignatte! Potessero scoppiare e cadermi di dosso con la sua peste.

ARCITE
Nobile cugino, lasciamo la sua corte, sì che in nulla siamo complici della sua infamia spudorata; il nostro latte saprà di pascolo, e noi dovremo essere o vili o ribelli, non suoi parenti in sangue se non lo saremo nelle azioni.

PALAMONE
Parole sante. Penso che l'eco dei suoi delitti abbia assordato le orecchie della giustizia celeste; i pianti delle vedove gli ritornano in gola, e non ricevono la dovuta attenzione degli dei.


Entra Valerio.

Valerio.

VALERIO
E re vi vuole; ma non vi affrettate finché la sua gran rabbia non si placa. Febo, quando spezzò la frusta e inveì contro i cavalli del sole, appena bisbigliò paragonato alle sue urla furiose.

PALAMONE
Freme ad ogni venticello. Ma cosa è successo?

VALERIO
Teseo, che quando minaccia atterisce, ha inviato a lui una sfida mortale e proclama rovina a Tebe; già è alle porte per suggellare ciò che ha promesso in rabbia.

ARCITE
Che venga; benché temiamo gli dei che rappresenta, non mette in noi un iota di terrore. Eppure chiunque riduce a un terzo la sua prestanza - ed è il caso di ciascuno di noi - quando esita nell'azione, perché col cuore sa che la sua causa è ingiusta.

PALAMONE
Lascia questi ragionamenti; ora dobbiamo lealtà a Tebe, non Creonte. Sebbene abbandonarlo sarebbe un disonore, e un tradimento opporlo; perciò dobbiamo stare dalla sua parte alla mercé del fato, che ha deciso fino al nostro ultimo minuto.

ARCITE
Così dev'essere. Questa guerra è già in corso, o ci sarà per rifiuto di qualche condizione?

VALERIO
E già partita; l'avviso ufficiale arrivò insieme all'araldo.

PALAMONE
Rechiamoci dal re, che se portasse un quarto almeno dell'onore in cui il suo nemico arriva, il sangue che arrischiamo sarebbe come un salutare salasso, non sperperato, ma investito per un buon acquisto. Ma ahimè, se le nostre mani agiscono senza il cuore, che danno potrà fare il colpo che s'abbatte?

ARCITE
Sia l'esito, l'arbitro che mai fallisce, a dirci quando noi stessi già sapremo tutto, ora obbediamo al comando della fortuna.

 

Escono.

 

 

 

atto primo - scena terza

 

Entrano Piritoo, Ippolita ed Emilia.

PIRITOO
Qui separiamoci.

IPPOLITA
Signore, addio. Riferite i miei auguri al nostro grande sire, sul cui successo io non oso avanzare il più timido dubbio; benché gli auguri un traboccante eccesso di valore, se mai fosse possibile,per sopportare una fortuna avversa. Correte al suo fianco; l'abbondanza non nuoce mai a chi ben l'amministra.

 

PIRITOO
Benché cosciente che il suo oceano non ha bisogno delle mie povere gocce, tuttavia anch'esse dovranno portare il loro contributo. (A Emilia) Gentile fanciulla, che quegli ottimi sentimenti che gli dei infondono nelle loro creazioni più riuscite continuino a regnare nel vostro cuore prezioso.

EMILIA
Grazie, signore. Ricordatemi alla maestà di nostro fratello, per la cui vittoria io pregherò la grande Bellona; e poiché nel nostro stato mortale le richieste non sono comprese senza doni, a lei offrirò ciò che a mio avviso lei gradisce. I nostri cuori sono nel suo esercito, nella sua tenda.

IPPOLITA
Nel suo cuore. Siamo state soldati, e non possiamo piangere quando i nostri amici cingono l'elmo, o partono per mare, o raccontano d'infanti impalati sulla lancia, o di donne che han cucinato le loro creature - per poi mangiarle - nelle lacrime salate versate nell'ucciderle; perciò se v'aspettate di vedere in noi tali donnette, aspetterete qui per sempre.

PIRITOO
Pace a voi dunque mentre io perseguo questa guerra, così che poi non dovrà più essere invocata.

 

Esce.

EMILIA
Come il suo desiderio segue l'amico! Dalla partenza, i suoi esercizi, pur richiedendo impegno e abilità, passavano appena un'esecuzione distratta, in cui né il vincere lo faceva attento né il perdere gl'importava, e mentre s'occupava d'una cosa con la mano, un'altra ne seguiva con la testa - la sua mente unica nutrice a questi gemelli così diversi. L'avete osservato da quando partì il nostro sovrano?

IPPOLITA
Con molta pena; e l'ho amato per questo. Insieme si sono accampati in molti luoghi poveri ed infidi, affrontando pericoli e strettezze; han superato torrenti la cui ruggente, impetuosa furia anche all'acqua più bassa era tremenda; ed hanno combattuto insieme dove la morte stessa abita; eppure il fato li ha sempre salvati. Il nodo del loro amore, legato, tessuto, intrecciato così a lungo, così fedele, e da una mano dall'arte così sottile, potrà venir consunto, ma mai sciolto. Io penso che Teseo non potrebbe arbitrare da sé dividendo in due la propria coscienza e rendendo uguale giustizia alle due parti, dire quale amore è più grande.

EMILIA
Senza dubbio uno dei due è più grande, e con ragione sarebbe scortese dire che non siete voi. Conobbi un tempo in cui gioivo d'una compagna di giochi. Voi eravate alla guerra quando arricchì la tomba lei che faceva il letto troppo orgoglioso; si congedò dalla luna - che apparì pallida alla separazione - quando in età eravamo entrambe undicenni.

IPPOLITA
Era Flavina.

EMILIA
Sì. Voi parlate dell'amore di Piritoo e Teseo; il loro ha più fondamento, è più maturo, più collegato da solido giudizio, e il loro bisogno l'uno dell'altro si può dire che irrighi le loro intrecciate radici d'affetto. Ma io e quella per cui sospiro e di cui parlavo eravamo esseri innocenti, ci amavamo perché ci amavamo, e come gli elementi che non sanno né come né perché, ma pure causano effetti straordinari con la loro attività, così le nostre anime facevano l'una per l'altra. Quel che lei amava era da me approvato, l'inverso, condannato, senza complicazioni; il fiore che coglievo e mi mettevo tra i seni - che allora appena cominciavano a sbocciare intorno al germoglio - lei desiderava  finché ne aveva un altro uguale, e l'affidava alla stessa innocente culla, dove simili alla fenice morivano nel profumo; sulla mia testa non v'era ornamento che lei non imitasse; quelli scelti da lei - graziosi, anche se forse messi senza studio - io copiavo nel mio più serio abbigliamento; se il mio orecchio aveva afferrato qualche nuova canzone, o per caso canticchiandone ne improvvisavo una, era su quella nota che cadeva la sua attenzione, anzi vi rimaneva fino a ripeterla nel sonno. Questa rievocazione - che, anche un bambino riconoscerebbe, dà un'idea assai imperfetta dell'antico trasporto - vuol dimostrare che il vero amore tra fanciulla e fanciulla può essere maggiore che tra sessi diversi.

IPPOLITA
Siete senza fiato, e tutta questa rapida tempesta è per dire che - come la vergine Flavina - voi mai amerete qualcuno che sia un uomo.

EMILIA
Sono sicura di no.

IPPOLITA
Andiamo, sorellina, non devo crederti su questo punto, anche se so che tu stessa ci credi, più di quanto mi fiderei di un appetito malato che prova ripugnanza e insieme desiderio. Ma certo, sorella, se fossi aperta al vostro argomento, avete detto abbastanza per distogliermi dal braccio del nobilissimo Teseo, per il cui successo vado ora dentro a pregare, con l'assoluta certezza che noi, più del suo Piritoo, sediamo nel posto più alto del suo cuore.

EMILIA
Non sono contro la vostra fede, ma continuo nella mia.

 

Escono.

 

 

 

atto primo - scena quarta

 

Trombe.

Rumori di battaglia all'interno; poi una ritirata.

Squilli trionfali.

Quindi entra Teseo, vincitore, con un Araldo e seguito, e Palamone e Arcite portati su carri.

Le tre Regine gli vanno incontro, e si buttano faccia a terra davanti a lui.

PRIMA REGINA
A te nessuna stella sia avversa.

SECONDA REGINA
E cielo e terra ti siano amici per sempre.

TERZA REGINA
Ad ogni fortuna che può esserti augurata, io grido il mio amen.

TESEO
Gli dei imparziali, che dall'alto dei cieli scrutano noi, loro mortale gregge, notano chi sbaglia, ed al tempo da loro scelto lo puniscono. Andate e cercate i resti dei vostri morti re, ed onorateli in tripla cerimonia; e perché nulla manchi ai loro sacri riti, noi ve ne forniremo. E quelli noi deleghiamo a servire la vostra dignità, e a supplire in ogni cosa ciò che la nostra fretta lascia incompiuto. Perciò addio, e vi seguano gli occhi benevoli del cielo.

 

Escono le Regine con seguito.

Che sono quelli?

ARALDO
Uomini di alto rango, come si può giudicare dalle loro vesti; prigionieri tebani ci hanno detto che sono figli di due sorelle, e nipoti del re.

TESEO
Per l'elmo di Marte, li ho visti in battaglia, simili a un paio di leoni, macchiati del sangue delle loro prede, aprirsi varchi in truppe spaventate. Fissai la mia attenzione costantemente su di loro, poiché offrivano uno spettacolo degno dell'occhio di un dio. Chi era il prigioniero che mi rispose quando chiesi i loro nomi?

 

ARALDO
Con licenza, si chiamano Arcite e Palamone.

TESEO
Giusto; son loro, proprio loro. Non sono morti?

ARALDO
No, ma neppure in vita; se fossero stati raccolti appena ricevute le ultime ferite, sarebbe stato possibile salvarli.

Ma respirano ancora, e sono ancora tra gli uomini.

TESEO
E tali allora trattateli. Anche la sola feccia di costoro vale milioni di volte il vino d'altri. Tutti i nostri chirurghi radunate per curarli; i nostri unguenti più preziosi, più che dosare, sprecateli; la loro vita ci preme molto di più di tutte le ricchezze di Tebe. Piuttosto d'averli liberi da questa condizione e com'erano stamane, sani e in libertà, preferirei che morissero; ma quarantamila volte meglio averli prigionieri nostri che della morte. Portateli subito via da questa nostra aria fresca, ad essi nociva, e fate per loro tutto ciò che umanamente si può - e per noi anche di più, poiché io so bene come terrori, furia, richieste d'amici, provocazioni d'amore, zelo, sfide della dama, desiderio di libertà, una febbre o una pazzia, hanno imposto fatiche cui la natura non arriverebbe senza una prepotenza, una malata ostinazione che supera in forza la ragione. Per amor nostro e per rispetto del grande Apollo, i nostri migliori offrano al meglio le loro cure. Guidateci in città, dove ristabilito l'ordine sconvolto, ci affretteremo ad Atene precedendo l'armata.

 

Trombe.

Escono.

 

 

 

atto primo - scena quinta

 

Musica.

Entrano le Regine con le bare dei loro cavalieri, in processione funebre, con seguito.

CANZONE
Urne ed essenze portate d'intorno;
sospiri e vapori oscurino il giorno;
il nostro dolore par più mortale del morire;
unguenti e incensi e facce meste,
sacre fiale riempite di lacrime,
e lamenti che volano alti per l'aere.
Venite tutti segni tristi e funerei
che son nemici del fuggente piacere;
qui raduniamo soltanto dolori,
qui raduniamo soltanto dolori.

TERZA REGINA
Questo funebre sentiero conduce alla tomba del vostro casato. Vi riprenda la gioia; con lui dorma la pace.

SECONDA REGINA
E questo alla vostra.

PRIMA REGINA
Per di qua alla vostra. Gli dei offrono mille diverse vie verso una sola fine certa.

TERZA REGINA
Questo mondo è una città fatta di vie tortuose e la morte è il mercato dove ognuna converge.


Escono in direzioni diverse.

 

Indice Teatro

Inizio pagina

 


 

William Shakespeare - John Fletcher

I due nobili cugini

(o “I due nobili congiunti”)

(“The two noble kinsmen” - 1613)

 

 

atto secondo - scena prima

 

Entrano Carceriere e Corteggiatore.

CARCERIERE
Posso disporre di poco finché sono in vita; qualcosa potrò assegnarvi, non molto. Ahimè, la prigione che governo, benché sia adatta per i nobili, raramente  questi ci vengono; prima di un salmone, bisogna pescare un sacco di pesciolini. Si dice in giro che io sia più ricco di quanto a me appaia che la voce dica il  vero. Magari fossi veramente come mi descrivono. Ma perbacco, quello che ho, sia tanto o sia poco, sarà sicuramente di mia figlia il giorno che muoio.

CORTEGGIATORE
Signore, io non chiedo di più di quello che offrite, e per vostra figlia scriverò nel contratto quello che ho promesso.

CARCERIERE
Be', ne riparliamo quando queste feste son finite. Ma avete il suo pieno consenso? Vorrei esserne sicuro prima di dare il mio.

Entra la Figlia del Carceriere con della paglia.

CORTEGGIATORE
Ce l'ho, signore. Ma eccola che viene.

CARCERIERE
Il vostro amico qui ed io stavamo appunto parlando di voi riguardo al vecchio affare; ma per ora basta così. Appena sarà finita la confusione a palazzo,  vedremo di concludere. Per il momento prendetevi cura dei due prigionieri; vi posso dire che sono due principi.

FIGLIA
Questa paglia è per la loro stanza. È un peccato che sono in prigione, ma sarebbe un peccato se fossero fuori. Io penso che hanno tanta pazienza da far  vergognare la sfortuna; la prigione stessa è onorata d'averli e hanno tutto il mondo nella loro stanza.

CARCERIERE
Hanno fama di essere due uomini compiuti in tutto.

FIGLIA
Parola mia, la fama penso che qui balbetta, perché stanno almeno un gradino sopra a come si può descriverli.

CARCERIERE
Ho sentito che in battaglia si sono comportati da eroi.

FIGLIA
Dev'essere proprio così, perché sono nobili nella sconfitta. Mi chiedo quale aspetto avrebbero avuto se fossero stati vincitori, loro che con tale educazione  quasi forzano la prigionia a sembrare libertà, la tristezza allegria e la disgrazia una sciocchezza su cui ridere.

CARCERIERE
Veramente?

 

FIGLIA
Mi sembra che si sentano prigionieri come io mi sento la duchessa d'Atene; mangiano bene, sono allegri, parlano di molte cose, ma mai della prigionia o della loro sfortuna. Eppure un mezzo sospiro, come soffocato prima ancora d'uscire, scappa ogni tanto a uno dei due; cui l'altro subito dà il rimbrotto, ma così dolcemente che vorrei io essere un sospiro ed essere rimproverato così, o almeno il sospirante ed essere consolata.

CORTEGGIATORE
lo non li ho mai visti.

CARCERIERE
Il Duca stesso li ha portati qui nel segreto della notte; per quale ragione non so.


Entrano sopra Palamone e Arcite.

Guardate, eccoli là; quello è Arcite che guarda fuori.

FIGLIA
No, signore, no, è Palamone! Arcite è il più basso dei due; lo potete scorgere in parte.

CARCERIERE
Andiamo, non fate segni. Non è noi che vorrebbero vedere. Via da qui!

FIGLIA
È una festa guardarli. Signore, come sono diversi gli uomini!


Escono il Carceriere, la Figlia, e il Corteggiatore.

PALAMONE
Come state, nobile cugino?

ARCITE
Voi come state, signore?

PALAMONE
Be', in forze sufficienti per ridere alla sventura, e sopportare gli eventi della guerra, ma siamo prigionieri per sempre, temo, cugino.

ARCITE
Penso di sì, e a quel destino ho pazientemente disposto il resto della vita.

PALAMONE
O cugino Arcite, dov'è ora Tebe? Dov'è la nostra nobile terra? Dove sono i nostri amici e parenti? Mai più avremo la consolazione di guardarli, mai di vedere l'ardita gioventù competere nei giochi dell'onore, impavesati dei pegni sgargianti delle loro dame, come alte navi a vele spiegate; e poi gettarci in mezzo a loro e come il vento dell'est lasciarli tutti dietro a noi quasi fossero nuvole pigre; così Palamone e Arcite, muovendosi appena e con sprezzatura superavano le lodi della gente, vincevano gli allori, prima che ci venissero augurati. Mai più noi due brandiremo, come gemelli in onore, le nostre armi, o sentiremo i focosi cavalli come il mare in tempesta sotto a noi! Le nostre buone spade adesso - migliori non ne portò il dio della guerra dagli occhi insanguinati - strappate al nostro fianco, come l'età dovranno arrugginire, e ornare i templi di quegli dei che ci sono avversi; queste mani mai più l'estrarranno come fulmini per folgorare eserciti interi.

ARCITE
No, Palamone, questi sogni sono prigionieri con noi; siamo qui, e qui il fiore della nostra gioventù dovrà appassire come una primavera prematura; qui si troverà la vecchiaia, e - quel che è più doloroso, Palamone - senza famiglia.

I dolci abbracci d'una amorosa moglie, carichi di baci, armati di mille cupidi, mai circonderanno il nostro collo; e non conosceremo discendenza; copie di noi stessi non vedremo mai a rallegrare l'età matura, e come ad aquilotti insegnar loro a scrutare arditamente verso bagliori d'armi, e dire 'Ricordate quel che furono i vostri padri, e vincete!' Fanciulle dal dolce sguardo piangeranno il nostro esilio, e malediranno nelle loro canzoni la fortuna cieca, finché, vergognandosi, ella vedrà il torto che ha fatto a gioventù e natura. Questo è il nostro mondo; non avremo altro da conoscere qui che noi stessi, sentiremo solo l'orologio che conta le nostre disgrazie. La vite crescerà, ma noi non la vedremo; l'estate verrà, e con lei ogni delizia, ma il morto e freddo inverno abiterà qui per sempre.

PALAMONE
Troppo vero, Arcite. I nostri levrieri tebani, che scuotevano l'antica foresta coi loro latrati, non dovremo più richiamare, né più impugnare i nostri acuti giavellotti, mentre l'infuriato cinghiale fugge come un turcasso pàrtico il nostro inseguimento, trafitto da ben temprate frecce. Tutte le belle attività, cibo e nutrimento di animi nobili, in noi due qui si spegneranno; noi moriremo - che è la maledizione della fama - infine, figli del dolore e dell'ignoranza.

ARCITE
Eppure, cugino, anche dal profondo di queste sventure, da tutto ciò che il fato può infliggerci, io vedo sorgere due consolazioni, due perfette benedizioni, se piacerà agli dei; tenere qui una coraggiosa pazienza, e usufruire delle nostre disgrazie insieme.

Finché Palamone è con me, mi prenda un colpo se penso che questa è la nostra prigione.

PALAMONE
Certamente, è una grande fortuna, cugino, che i nostri destini fossero appaiati l'uno all'altro. È verissimo, due anime poste in due nobili corpi, soffrano pure l'amarezza del fato, purché crescano insieme, non s'abbatteranno mai, non possono, e se pure fosse possibile, un coraggioso affronta la morte come il sonno, e tutto è finito.

ARCITE
E se facessimo buon uso di questo luogo che tutti gli uomini odiano tanto?

PALAMONE
Come, nobile cugino?

ARCITE
Perché non considerare questa prigione come sacro asilo, che ci protegga dalla corruzione di uomini inferiori? Siamo giovani e ancora desideriamo le vie dell'onore, che libertà e contatti volgari, veleno degli spiriti puri, potrebbero come tentatrici lusingarci a deviare da esse. Quali degni oggetti possono esistere di cui le nostre fantasie non possano appropriarsi? Ed essendo qui così insieme, siamo una risorsa infinita l'uno per l'altro; siamo moglie uno all'altro, sempre generatrice di nuova prole d'amore; siamo padre, amici, compagni; siamo, l'uno nell'altro, famiglia. lo sono il vostro erede, e voi il mio; questo luogo è il nostro patrimonio; nessun tirannico oppressore oserà privarcene; qui con un po' di pazienza avremo vita lunga e piena di affetto. Vizi non c'insidiano; la mano della guerra qui non colpisce alcuno, né i mari inghiottiscono la loro gioventù. Se fossimo in libertà, una moglie potrebbe dividerci legittimamente, o gli affari; i litigi consumarci; la malignità di uomini perversi insistere a cercarci. Potrei ammalarmi, cugino, dove voi non potreste saperlo, e così morire senza la vostra nobile mano a chiudermi gli occhi, o pregare gli dei; mille occasioni, se non fossimo qui, ci separerebbero.

PALAMONE
M'avete reso - grazie, cugino Arcite - quasi invaghito della mia prigionia. Quale disgrazia è vivere in giro per il mondo e dappertutto! È da bestia, mi sembra. Io qui trovo il palazzo; sono sicuro, maggiore contentezza; e tutti quei piaceri che lusingano la volontà degli uomini alla vanità  vedo ora chiaramente, e sono in grado di dire al mondo che è soltanto un'ombra appariscente che il vecchio Tempo passando si porta appresso. Che sarebbe stato di noi, vecchi alla corte di Creonte, dove il peccato è arbitro, lussuria e ignoranza le virtù dei grandi uomini? Cugino Arcite, se gli dei pietosi non ci avessero messi in questo posto, saremmo morti come loro, vecchi malati, non compianti, e con le maledizioni della gente per epitaffio. Devo dire di più?

ARCITE
Io vi ascolterei ancora.

PALAMONE
Lo farete. S'è mai parlato di due che s'amassero. più di noi, Arcite?

ARCITE
Sicuramente no.

PALAMONE
Non credo possibile che la nostra amicizia potrebbe mai lasciarci.

ARCITE
Fino alla morte non lo potrà;


Entrano Emilia e la sua Donna in basso.

e dopo morti i nostri spiriti saranno condotti tra quelli che amano in eterno.


Palamone vede Emilia.


Parlate ancora, signore.

EMILIA
Questo giardino ha un mondo di delizie in sé. Che fiore è questo?

DONNA
Si chiama narciso, signora.

EMILIA
Quello era un bel ragazzo, senza dubbio, ma uno sciocco ad amare se stesso; non c'erano abbastanza ragazze?

ARCITE (a Palamone)
Vi prego, continuate.

PALAMONE
Sì.

EMILIA (alla Donna)
O erano tutte dure di cuore?

DONNA
Non avrebbero potuto con uno così bello.

EMILIA
Tu non lo saresti.

DONNA
Penso che non dovrei, signora.

EMILIA
Brava figliola; ma bada bene alla tua bontà, comunque.

DONNA
Perché, signora?

EMILIA
Gli uomini sono cose matte.

ARCITE
Volete continuare, cugino?

EMILIA
Potresti ricamare questi fiori con fil di seta, ragazza?

DONNA
Sì.

EMILIA
Voglio un vestito pieno di quelli e questi qua. Questo è un bel colore; non starebbe bene su una gonna, ragazza?

DONNA
Graziosissimo, signora.

ARCITE
Cugino, cugino, che vi prende, signore? Allora, Palamone!

PALAMONE
Mai fin'adesso io fui in prigione, Arcite.

ARCITE
Insomma, che succede, amico?

PALAMONE
Guarda, e stupisci. Cielo, è una dea.

ARCITE
Oh!

PALAMONE
Inchinati.
Costei è una dea, Arcite.

EMILIA
Di tutti i fiori la rosa mi sembra il più bello.

DONNA
Perché, signora gentile?

EMILIA
È l'emblema perfetto di una fanciulla; perché quando zefiro gentilmente l'accarezza, come modestamente essa si schiude, e colora la luce coi suoi casti rossori! Quando la tramontana s'avvicina, rude e impaziente, ecco che lei, come la castità, chiude le sue bellezze di nuovo nel bocciolo, e lo lascia al rovo volgare.

DONNA
Eppure, buona signora, talvolta la sua modestia ondeggia tanto da cadere per questo; vergine, se la fanciulla ha un po' di rispetto, sarà restia a seguire il suo esempio.

EMILIA
Sei una sfacciata.

ARCITE
È meravigliosamente bella.

PALAMONE
È tutta la bellezza del mondo.

EMILIA
Il sole si fa alto, andiamo dentro. Tieni questi fiori; vedremo come l'arte può avvicinarsi ai loro colori. Ho il cuore così pieno d'allegria, potrei mettermi a ridere.

DONNA
Io potrei mettermi a letto, son sicura.

EMILIA
E portartici qualcuno?

DONNA
Quello dipende dai patti, mia signora.

EMILIA
Be', mettetevi d'accordo, allora.


Escono Emilia e la Donna.

PALAMONE
Che pensate di questa bellezza?

ARCITE
È cosa rara.

PALAMONE
È solo rara?

ARCITE
Sì, una bellezza impareggiabile.

PALAMONE
Non potrebbe un uomo ben perder se stesso per amarla?

ARCITE
Non posso parlare per voi; ma quanto a me, Al diavolo i miei occhi! Adesso sento le mie catene.

PALAMONE
L'amate dunque?

ARCITE
E chi non l'amerebbe?

PALAMONE
E la desiderate?

ARCITE
Più della libertà.

PALAMONE
Io la vidi primo.

ARCITE
Ma questo è niente.

PALAMONE
Sarà qualcosa invece.

ARCITE
Anch'io la vidi.

PALAMONE
Sì, ma non dovete amarla.

ARCITE
Non lo farò, come voi fate, per adorarla come cosa del cielo e dea beata, io l'amo come donna, per goderla; possiamo amare entrambi.

PALAMONE
Voi non l'amerete per niente.

ARCITE
Non amarla per niente? Chi me lo vieta?

PALAMONE
Io che la vidi per primo; io che primo presi possesso con gli occhi miei di tutte quelle bellezze in lei rivelate all'umanità. Se tu l'ami o hai la speranza di render vani i miei desideri, sei un traditore, Arcite, e un individuo falso, come le tue pretese su di lei. Amicizia, parentela, e ogni legame tra di noi io li rinnego, se tu solo t'azzardi a pensarla.

ARCITE
Ebbene, l'amo, e se la vita di tutta la mia famiglia dipendesse da ciò, farei così lo stesso; l'amo con tutta l'anima. Se per questo vi perderò, addio, Palamone! Lo ripeto l'amo, e nell'amarla mi ritengo degno e libero d'amarla e con gli stessi diritti sulla sua bellezza di qualsiasi Palamone o essere vivente che sia figliolo d'uomo.

PALAMONE
Io ti ho chiamato amico?

ARCITE
Sì, e tale mi avete trovato; perché siete agitato così? Lasciatevi trattare dispassionatamente. Non sono io parte del vostro sangue, del vostro cuore? Voi m'avete detto ch'io ero Palamone e voi eravate Arcite.

PALAMONE
Sì.

ARCITE
Non posso io esser soggetto a quegli affetti, quelle gioie, dolori, rabbie, paure che patisce il mio amico?

PALAMONE
Lo potete.

ARCITE
Perché allora vi comportereste così furtivo, da estraneo, così all'opposto di un nobile cugino, verso l'amore solamente? Dite la verità, mi considerate indegno della visione di lei?

PALAMONE
No, ma sleale, se insegui quella visione.

ARCITE
Perché un altro
vede per primo il nemico, debbo restare fermo, incurante del mio onore, e rinunciare all'assalto?

PALAMONE
Sì, se quello è solo.

ARCITE
Ma mettete che quello preferisca combattere con me?

PALAMONE
Aspetta che lo dica, e poi usa la tua libertà, ma se la insegui, che tu sia, come il maledetto che tradisce la patria, per sempre infame.

ARCITE
Voi siete pazzo.

PALAMONE
Dovrò esserlo, finché tu rinsavisci, Arcite; per me è importante, e se in questa pazzia t'azzardo e prendo la tua vita, sarà colpa tua.

ARCITE
Vergogna, signore, vi comportate da bambino estremamente. Io l'amerò; lo voglio, è mio dovere, ed oso farlo, ed è tutto corretto.

PALAMONE
Oh se adesso, se adesso tu traditore ed il tuo amico avessimo la fortuna d'un'ora in libertà e d'impugnare le nostre buone spade; t'insegnerei subito che cosa sia rubare l'affezione di un altro! Tu sei più vile in ciò d'un tagliaborse. Se metti ancora la testa fuori da questa finestra, sull'anima mia che ti c'inchiodo.

ARCITE
Non ci provare, scemo, non puoi, non ce la fai. Metter fuori la testa? Ci getterò il mio corpo, e salterò in giardino, appena la vedrò, e mi pianterò tra le sue braccia alla faccia tua.

Entra il Carceriere sopra.

PALAMONE
Adesso basta; arriva il guardiano. C'è tempo per spaccarti la testa con le mie catene.

ARCITE
Provaci.

CARCERIERE
Col vostro permesso, signori.

PALAMONE
Che c'è, buon guardiano?

CARCERIERE
Milord Arcite, dovete subito andare dal Duca. E perché ancora non lo so.

ARCITE
Son pronto, guardiano.

CARCERIERE
Principe Palamone, devo privarvi per qualche tempo della compagnia del vostro bel cugino.


Escono Arcite e il Carceriere.

PALAMONE
E me pure, non appena vi piaccia, della vita. Perché lo cercano? Forse la sposerà; è di bell'aspetto, ed è probabile che il Duca abbia notato sia la sua nobiltà che la persona. Ma la sua falsità! Perché un amico diventa traditore? Se ciò gli procurerà una moglie così nobile e bella, gli uomini onesti mai più dovranno amare. Ancora una volta vorrei almeno vedere quella bellezza; beato giardino, e frutta, e fiori ancora più beati che fiorite quando i suoi occhi splendidi si posano su voi! Vorrei essere, per tutta la fortuna della mia vita di poi, quell'alberello, quell'albicocco in fiore; come crescerei, e butterei le mie braccia vogliose dentro la sua finestra! Le porterei frutta degna d'esser mangiata dagli dei; gioventù e piacere mentre l'assaggia verrebbero su lei moltiplicati, e se non è già divina, la farei così vicina agli dei nella natura, che ne avrebbero paura; e allora, son sicuro, mi amerebbe.


Entra il Carceriere.

Allora, guardiano? Dov'è Arcite?

CARCERIERE
Esiliato. Il Principe Piritoo ottenne per lui la libertà; ma mai più, per giuramento e a pena della vita, dovrà mettere piede in questo regno.

PALAMONE
È un uomo fortunato!
Rivedrà Tebe, e chiamerà alle armi gli arditi giovani, che quando gli ordinerà la carica si butteranno come fuoco. Arcite avrà fortuna se oserà diventare un degno amante, e pure in campo affrontare una battaglia per lei; e se allora la perderà, sarà un freddo codardo. Quante occasioni per dimostrare coraggio e conquistarla purché sia il nobile Arcite; mille modi! Fossi libero io, farei cose di tale valorosa enormità che la signora, questa timida vergine, si dovrebbe far uomo, e cercare di possedermi!

CARCERIERE
Milord, per voi ho pure quest'incarico...

PALAMONE
Scaricarmi la vita?

CARCERIERE
No, ma da questo luogo rimuovere Vostra Signoria; le finestre sono troppo facili.

PALAMONE
L'inferno si prenda chi mi vuole tanto male! Ti prego, uccidimi.

CARCERIERE
E poi essere impiccato?

PALAMONE
Per questa buona luce, se avessi una spada ti ucciderei.

CARCERIERE
Perché mai, milord?

PALAMONE
Tu mi bombardi di tali miserabili notizie una dopo l'altra che non sei degno di vivere. Non me ne vado.

CARCERIERE
Ma dovete, milord.

PALAMONE
Potrò vedere il giardino?

CARCERIERE
No.

PALAMONE
E allora è deciso. Non me ne vado.

CARCERIERE
Dovrò costringervi allora; e poiché siete pericoloso, vi applicherò altri ferri.

PALAMONE
Avanti, buon guardiano. Li agiterò in tal modo che non dormirete più; vi farò una nuova moresca. Devo andare?

CARCERIERE
Non c'è altro da fare.

PALAMONE
Addio, cara finestra; non possa mai il vento scortese farti male. O mia signora, se hai mai provato cosa sia il dolore, immagina come soffro. Su, ora seppelliscimi.


Escono.

 

 

 

atto secondo - scena seconda

 

Entra Arcite.

ARCITE
Bandito dal regno? È un beneficio, una grazia per cui gli devo render grazie; ma bandito dal godere di quel viso per cui muoio, oh, questa fu una punizione crudele, una morte oltre l'immaginazione; una vendetta che, neppure fossi vecchio e malvagio, tutti i miei peccati potrebbero mai farmi cascare addosso. Palamone, ora sei tu in vantaggio; tu resterai a vedere i suoi occhi splendenti sorgere ogni mattina alla tua finestra, e inondarti di vita; ti nutrirai della dolcezza di una bellezza nobile che la natura mai fece di meglio, né mai farà. Buoni dei, quale felicità è toccata a Palamone! Venti a uno che arriverà a parlarle, e se lei è gentile quanto è bella, so che sarà sua; con la lingua egli sa placare tempeste, e fare le orride rocce innamorare. Come sia sia, la morte è il peggio; non lascerò lo stato. So che il mio è solo un mucchio di rovine, e là non c'è rimedio. Se vado, egli l'avrà. Decido dunque per un travestimento che compierà o terminerà il mio destino. Bene o male che vada, son contento; la vedrò e sarò a lei vicino, o sarò morto.

Entrano quattro Rustici e uno con una ghirlanda davanti a loro.

PRIMO RUSTICO
Maestri, io ci sarò, questo è sicuro.

SECONDO RUSTICO
Anch'io ci sarò.

TERZO RUSTICO
E anch'io.

QUARTO RUSTICO
E allora, eccomi qua, ragazzi; al peggio è una sgridata. Si fermi l'aratro per oggi; fischierò il recupero sulla coda delle ronzine domani.

PRIMO RUSTICO
Sono convinto che avrò la moglie gelosa come una tacchina; ma non fa niente, io ci sto, e lei borbotti.

SECONDO RUSTICO
Saltale addosso domani notte e forniscila bene, ed è subito pace.

TERZO RUSTICO
Ma sì, mettile una bacchetta in pugno, e la vedrai imparare una lezione nuova, e far la brava ragazza. Ci saremo tutti, allora, per il calendimaggio?

QUARTO RUSTICO
Esserci? E chi lo mancherebbe?

TERZO RUSTICO
Ci sarà Arcade.

SECONDO RUSTICO
E Senese, e Ricade, i migliori ragazzi che mai ballarono sotto un albero verde; e le ragazze le conoscete, eh! Ma il nostro delicato don, il maestro di scuola, ci sarà? Che ne dite? Perché è lui che dirige, lo sapete.

TERZO RUSTICO
Quello si mangia un abicì piuttosto di mancare. Andiamo, la storia è troppo avanti tra lui e la figlia del conciapelli per lasciar perdere ora; e lei dovrà vedere il Duca, e poi dovrà ballare.

QUARTO RUSTICO
Ce la faremo?

SECONDO RUSTICO
Tutti i ragazzi d'Atene ci soffieranno dietro ai pantaloni!

 

Si mette a ballare.


Ed io sarò qui ed io sarò lì,

per la nostra città,

e poi di nuovo qui
e poi di nuovo là!

Ehi, ragazzi, hurrah per i tessitori!

PRIMO RUSTICO
Ma bisognerà farlo nel bosco.

QUARTO RUSTICO
Oh, scusate.

SECONDO RUSTICO
Assolutamente, così dice la nostra cosa di studi; dove egli stesso farà un sermone al Duca molto stupefacente a nostro beneficio. È un grande nel bosco; ma portalo in pianura, e la sua scienza perde le tracce.

TERZO RUSTICO
Vedremo i giochi, e poi ognuno al suo posto; e, cari compagni, facciamo le prove senz'altro prima che le signore ci vedano, e facciamole bene, e Dio sa cosa ne potrà venir fuori.

QUARTO RUSTICO
D'accordo; finiti i giochi, toccherà a noi. Forza, ragazzi, e in gamba!

ARCITE
Scusate, onesti amici; dove siete diretti, prego?

QUARTO RUSTICO
Dove? Ma senti, che domanda!

ARCITE
Sì, è una domanda per me che non so.

TERZO RUSTICO
Ai giochi, amico.

SECONDO RUSTICO
Dove siete cresciuto per non saperlo?

ARCITE
Non lontano, signore. E questi giochi sono oggi?

PRIMO RUSTICO
Eccome se ci sono, e tali che non vedeste mai. Il Duca stesso ci sarà in persona.

ARCITE
Cosa sono le gare?

SECONDO RUSTICO
Lotta e corsa.

(A parte) Bel tipo questo qui.


TERZO RUSTICO
Tu non ci vieni?

ARCITE
Non ancora, signore.

QUARTO RUSTICO
Allora, signore, fate con comodo. Andiamo, ragazzi.

PRIMO RUSTICO
Mi dà da pensare. Quest'uomo ha l'anca per il colpo di rovescio; guardate, il corpo sembra fatto su misura.

SECONDO RUSTICO
Che m'impicchino, però se oserà provarci; che l'impicchino, pappa di prugne! Quello lottare?

Quello fa uova arrosto! Su, sbrighiamoci, ragazzi.

 

Escono i quattro Rustici e il portatore di ghirlanda.

ARCITE
Qui mi si offre un'occasione che non avrei osato sperare. Sapevo come far bene la lotta, i migliori la chiamavano eccellente; e correre più veloce di quanto il vento su un campo di grano, piegando le spighe piene, mai volasse. Tenterò e ci andrò in umile travestimento; chissà che la mia fronte non sia cinta d'alloro, e la fortuna mi favorisca a un posto dove io possa sempre restare nella vista di lei?

 

Esce

 

 

 

atto secondo - scena terza

 

Entra la Figlia del Carceriere sola.

FIGLIA
Perché dovrei amare questo signore? È improbabile che egli mai s'affezionerà a me; io sono inferiore, mio padre il volgare guardiano della sua prigione, e lui un principe. Sposarlo, nessuna speranza; fargli da concubina, è sciocco. Basta, perciò! In che situazioni siamo spinte noi ragazze quando arriviamo ai quindici! Prima lo vidi; vedendolo, pensai che era un bell'uomo; c'è tanto in lui da piacere a una donna - se a lui così piacesse concederlo - quanto mai questi occhi videro finora. Poi, ne provai pietà, e così avrebbe fatto ogni ragazza, sulla mia coscienza, che mai sognò, o promise la sua verginità a un bel ragazzo. Eppoi l'amai, estremamente l'amai, infinitamente l'amai; eppure aveva un cugino, anche bello come lui; ma nel mio cuore c'era Palamone, e là, Signore, che tumulto ci mantiene! Sentirlo cantare la sera, che paradiso! Eppure, le sue canzoni sono tristi. Che parlasse così bene mai vi fu gentiluomo; quando io entro a portargli l'acqua la mattina, prima inchina il suo nobile corpo, poi mi saluta, così: "Bella, gentile fanciulla, buon mattino; la tua dolcezza ti procuri un felice marito." Una volta mi baciò; che mi fece amar di più le mie labbra dieci giorni - Vorrei che lo facesse ogni mattina! È molto infelice, ed io altrettanto a veder la sua pena. Che dovrei fare per fargli sapere che l'amo? Perché me lo godrei così volentieri. E se mi azzardassi a liberarlo? Che dice la legge poi? Ecco qua per la legge o la famiglia! Lo farò: e stanotte, o domani, egli mi amerà.

 

Esce.

 

 

 

atto secondo - scena quarta

 

Brevi squilli di tromba e grida all'interno.

Entrano Teseo, Ippolita, Piritoo, Emilia, Arcite vestito da contadino, con una ghirlanda, e altri contadini e seguito.

TESEO (ad Arcite)
Avete ben meritato; non ho visto, dopo Ercole, un uomo dai muscoli più solidi. Quel che siate, a correre e lottare siete il migliore dei nostri tempi.

ARCITE
Sono orgoglioso di piacervi.

TESEO
Quale nazione vi dette i natali?

ARCITE
Questa, ma in regione remota, principe.

TESEO
Siete un gentiluomo?

ARCITE
Mio padre diceva così, e a tale gentilezza mi dette educazione.

TESEO
Siete il suo erede?

ARCITE
Il suo minore, sire.

TESEO
Vostro padre è certo fortunato, allora. Che prova chi siete?

ARCITE
Un po' di ogni nobile attività; sapevo come si tiene un falcone, e s'incita un nutrito latrare di cani; non m'azzardo a lodare la mia prestanza a cavallo, ma chi mi conobbe la diceva mia migliore dote; infine, e più importante, vorrei mi si pensasse un soldato.

TESEO
Siete perfetto.

PIRITOO
In fede mia, un uomo completo.

EMILIA
È così.

PIRITOO
Che ve ne pare, signora?

IPPOLITA
Son piena d'ammirazione; non ho visto un uomo così giovane, così nobile - se dice il vero - della sua condizione.

EMILIA
È certo che sua madre fu una donna bellissima; la sua faccia, direi, va in quella direzione.

IPPOLITA
Ma il suo corpo e il bollente spirito denunciano un animoso padre.

PIRITOO
Ammirate la sua virtù, che, come un sole nascosto, irrompe dai suoi abiti dimessi.

IPPOLITA
È nato bene, è certo.

TESEO
Cosa v'indusse a cercare questo posto, signore?

ARCITE
Nobile Teseo, ad acquistare fama, e servire al mio meglio una ben meritata meraviglia quale tu sei; perché solo alla tua corte, di tutte al mondo, risiede l'onore schietto.

PIRITOO
Tutto quello che dice è nobile.

TESEO
Signore, vi siamo molto grati per la vostra fatica, e non sarà vano il vostro desiderio; Piritoo, disponete di questo bravo gentiluomo.

PIRITOO
Grazie, Teseo. (ad Arcite) Qualunque cosa siate siete mio, ed io vi assegno ad un servizio nobilissimo, a questa signora, questa risplendente vergine; prego onorate la sua bontà. Avete onorato il suo bel compleanno con le vostre qualità, ed in premio, siete suo; baciate la sua bella mano, signore.

ARCITE
Signore, siete un nobile donatore. (A Emilia) Carissima bellezza, così lasciate che sigilli la mia giurata fede.


Le bacia la mano.


Se il vostro servo, la vostra più indegna creatura, appena v'offenda, ordinategli di morire; lo farà.

EMILIA
Sarebbe troppo crudele. Se meritate bene, signore, lo vedrò presto. Voi siete mio; e alquanto meglio del vostro rango vi tratterò.

PIRITOO
Vedrò che siate equipaggiato, e poiché dite che siete cavaliere, debbo pregarvi nel pomeriggio di montare; però è uno focoso.

ARCITE
Lo preferisco, principe; eviterò così d'irrigidirmi in sella.

TESEO (a Ippolita)
Cara, dovrete esser pronta, e voi, Emilia, e voi, amico, e tutti, domani prima del sole, per fare ossequio a Maggio fiorito, nel bosco di Diana. Messere, servite bene la vostra signora; Emilia, confido che non verrà appiedato.

EMILIA
Sarebbe un peccato, sire, finché ho cavalli. (Ad Arcite) Fate la vostra scelta, e quello che vi occorrerà in futuro, dovrete solo farmelo sapere; se mi servite fedelmente, v'assicuro mi troverete una padrona affezionata.

ARCITE
Se non lo faccio, ch'io mi ritrovi con quello che mio padre di più odiava, vergogna e botte.

TESEO
Andate in testa al corteo; l'avete meritato. Così sarà; riceverete tutti i tributi dovuti all'onore conquistato, sarebbe ingiusto altrimenti. Sorella, mi si maledica, avete un servitore che, se io fossi donna, farebbe da padrone; ma voi siete discreta.

EMILIA
In questo, spero, assai discreta, sire.


Trombe.

Escono.

 

 

 

atto secondo - scena quinta

 

Entra la Figlia del Carceriere, sola.

FIGLIA
Che tutti i duchi e tutti i diavoli ruggiscano pure; lui è in libertà. Ho arrischiato per lui, e l'ho condotto fuori. Ad un boschetto a un miglio da qui l'ho mandato, dove un cedro più alto degli altri si spande come un platano, proprio accanto a un ruscello, e là si terrà nascosto, finch'io gli porterò lime e cibo, perché ancora non s'è liberato dei suoi braccialetti di ferro. O amore, che bambino di cuore saldo sei! Mio padre preferiva affrontare il freddo ferro prima di farlo. Io l'amo oltre l'amore, ed oltre la ragione, o la saggezza, o la sicurtà; gliel'ho fatto sapere. Non m'importa, sono disperata. Se la legge mi scopre, e poi condanna per questo, ci saranno ragazze, fanciulle di cuore puro, che canteranno il mio elogio, e diranno alla storia che la mia morte fu nobile, quasi una martire. La via che prenderà intendo che sarà anche la mia; certo non può essere così disumano da lasciarmi qui? Se lo facesse, alle ragazze non sarà più così facile credere negli uomini. Ancora però non mi ha ringraziata per ciò che ho fatto, no, neppure un bacio, e questo, mi sembra, non è una bella cosa; e quasi ho dovuto convincerlo a tornare un uomo libero, tanto protestava per il torto che faceva a me e a mio padre. Lo stesso, spero, quando ci avrà pensato sopra, questo mio amore metterà più radici dentro a lui. Faccia quel che vorrà di me, purché mi tratti bene; perché così dovrà trattarmi, o griderò che lui, ed anche al suo cospetto, non è un uomo. Ora lo fornirò del necessario, e prenderò i miei vestiti, e per ogni sentiero della terra m'avventurerò purché lui sia con me; accanto a lui, come un'ombra sempre resterò. Entro un'ora il putiferio si scatenerà per la prigione; ed io allora sarò a baciare l'uomo che cercheranno. Addio, padre; procurati molti altri prigionieri come lui, e figlie come me, e presto potrai fare il guardiano di te stesso. Ed ora a lui.


Esce.

 

Indice Teatro

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William Shakespeare - John Fletcher

I due nobili cugini

(o “I due nobili congiunti”)

(“The two noble kinsmen” - 1613)

 

 

atto terzo - scena prima

 

Trombe in luoghi diversi.

Rumori e incitazioni come di gente alla festa del calendimaggio.

Entra Arcite, solo.

ARCITE
Il Duca ha perso Ippolita; ognuno andò ad un diverso prato. Questo è un rito solenne che si deve al Maggio fiorito, e gli Ateniesi l'offrono con cerimonie elaborate. O regina Emilia, più fresca del Maggio, più dolce dei suoi boccioli d'oro sui rami, o di tutti. O smaltati gioielli del campo o del giardino - sì, noi sfidiamo anche la riva d'ogni ninfa che fa la corrente apparire di fiori - tu, o gioiello del bosco, del mondo, hai parimenti benedetto un luogo con la tua sola presenza. Nella tua fantasia potessi io, povero mortale, un giorno introdurmi ed occupare un tuo casto pensiero! Caso tre volte beato capitare una tale padrona, e così assolutamente inaspettato! Dimmi, signora Fortuna, subito dopo Emilia mia regina, fino a che punto potrò andarne fiero. Ella si cura molto di me, mi ha messo vicino a lei; e in questa vaga mattina, primavera di tutto l'anno, mi regala un paio di cavalli; due destrieri ben degni d'esser montati da una coppia di re in un campo dove si decidesse il diritto alla corona. Ahimè, ahimè, povero cugino Palamone, povero prigioniero, tu che neppure sogni la mia fortuna, ti consideri 'oggetto più fortunato, per essere  così vicino a Emilia; mi pensi a Tebe, e perciò infelice, anche se libero. Ma se tu sapessi che io colgo il respiro della mia padrona, nell'orecchio il suo discorso, mi beo del suo sguardo - oh, cugino, quale passione s'impadronirebbe di te!

Entra Palamone come da dietro un cespuglio, in catene; agita il pugno verso Arcite.

PALAMONE
Cugino traditore, proveresti su di te la mia passione, se queste insegne di prigionia non avessi addosso, e in questa mano tenessi una spada. Per tutti i giuramenti messi insieme, io e la giustizia del mio amore faremmo di te un traditor confesso, oh, tu il più perfido che mai ebbe gentile aspetto, il più vuoto d'onore che mai portò nobile stemma, il più falso cugino che mai fu parente di sangue. Tu la chiami tua? Lo proverò anche in catene, con queste mani, prive d'armi, che tu menti, e altro non sei che un ladro in amore, uno scarto di nobiltà indegno perfino del nome di vassallo. Avessi una spada, e libero dai ceppi...

 

ARCITE
Caro cugino Palamone...

PALAMONE
Cugino Arcite, rivolgiti a me con il linguaggio che hai dimostrato coi fatti.

ARCITE
Non trovando nel cerchio del mio petto alcuna volgare qualità che mi faccia simile al blasone che m'attribuite, eccovi una risposta cortese: è la vostra passione che così travede, che essendo vostra nemica non può essere gentile con me. Onore ed onestà io rispetto e ad essi m'attengo, per quanto voi li ignoriate in me, e secondo queste norme, buon cugino, continuerò a comportarmi. Vi piaccia, perciò, esprimere in termini cortesi le vostre lagnanze, poiché la contesa è con un pari vostro, il quale intende rimuovere l'ostacolo nello spirito e con la spada di un vero gentiluomo.

PALAMONE
Non oseresti, Arcite!

ARCITE
Cugino mio, cugino mio, siete stato ben avvisato di quanto io osi; m'avete visto usare la spada contro i consigli della paura. Sicuramente da un altro non sopportereste ch'io fossi messo in dubbio, ma il silenzio rompereste, perfino in un santuario.

PALAMONE
Signore, vi ho visto agire in tali situazioni che bene potrebbero provare il vostro eroismo; avevate fama di buon e ardito cavaliere. Ma non l'intera settimana è bella se piove un giorno; il loro carattere coraggioso perdono gli uomini quando cedono al tradimento, e allora combattono come orsi forzati, che fuggirebbero se non fossero legati.

ARCITE
Cugino, meglio fareste a parlare e agitarvi così davanti a uno specchio che all'orecchio di colui che ora vi disdegna.

PALAMONE
Vieni qui, liberami da queste fredde catene, dammi una spada, anche arrugginita, e della carità di un pasto fammi credito. Vieni davanti a me poi, una buona spada in mano, e di' soltanto che Emilia è tua: io ti perdonerò il torto che mi hai fatto - la vita, pure, se avrai la vittoria; e le anime valenti tra le ombre che son morte da prodi, quando mi chiederanno notizie dalla terra, non avranno altra che questa, che tu sei coraggioso e nobile.

ARCITE
Siate di buon animo; tornate nel vostro spinoso rifugio. Sotto la protezione della notte, tornerò qui con cibo sostanzioso; quest'impicci limerò via; avrete abiti, e profumi per coprire l'odore della prigione.Dopo che vi sarete sgranchito, dite soltanto "Arcite, sono pronto," e sarà lì per voi sia spada che armatura.

PALAMONE
O voi cieli, può uno così nobile commettere un'azione vergognosa? Nessuno se non Arcite; perciò nessuno se non Arcite in questo osa tanto.

ARCITE
Dolce Palamone!

PALAMONE
Abbraccio voi e la vostra offerta, ma lo faccio solo per la vostra offerta, signore; alla vostra persona, senza ipocrisia, non potrei augurare altro che il filo della mia spada.

 

Suono di corni fuori scena.

trombe.

ARCITE
Sentite i corni; rientrate nella vostra tana, o il nostro incontro sarà sventato prima dell'inizio. Datemi la mano; addio; vi porterò ogni cosa necessaria; vi prego confortatevi e siate forte.

PALAMONE
Prego, mantenete la promessa; e fate quest'atto con faccia irata. Chiaramente voi non mi amate; mostratemivi ostile, dunque, meno olio nelle vostre parole; per quest'aria, vorrei ad ogni parola darvi un pugno, la bile in me non cede alla ragione.

ARCITE
Avete parlato chiaro. Ma scusatemi dall'usare parole offensive; quando sprono il mio cavallo, io non l'insulto; contentezza o rabbia in me hanno una sola espressione.


Suonano i corni.

Sentite, signore, suonano il raduno al banchetto; avrete capito che ho un incarico là.

PALAMONE
Signore, il vostro servizio non può piacere al cielo, e certo l'incarico è stato ottenuto con l'inganno.

ARCITE
Ben guadagnato, invece. Sono convinto che questa disputa, infetta tra noi, dev'essere curata da un salasso. Chiedo che alla vostra spada affidiate il dibattito, e non se ne parli più.

PALAMONE
Ancora una parola. Ora voi andate a contemplare la mia dama poiché, badate, essa è mia.

ARCITE
No, dunque...

PALAMONE
No, vi prego. Voi parlate di nutrirmi per ridarmi forza; ma ora vi avviate a contemplare un sole che ristora chi lo guarda; là voi avete un vantaggio su di me, ma godetelo finché io possa imporre il mio rimedio. Addio.

 

Escono.

 

 

 

atto terzo - scena seconda

 

Entra la Figlia del Carceriere sola.

FIGLIA
Non ha compreso quale macchia intendessi, è andato per conto suo. Ora è quasi mattina. Poco m'importa; vorrei che fosse notte perpetua, e l'oscurità signora della terra. Senti; è un lupo! In me il dolore ha ucciso la paura, e tranne una cosa non m'importa di nulla, e quella è Palamone. Non faccio conto se i lupi mi sbranassero, se solo egli avesse questa lima; e se lo chiamassi? Non posso gridare; se urlassi, che sarebbe poi? Se non rispondesse, richiamerei un lupo, e gli farei un bel servizio. Ho sentito strani ululati per tutta questa notte; e se fosse che già ne han fatto preda? Egli non ha armi; non può correre; il tintinnio delle sue catene potrebbe richiamare bestie feroci, che hanno in sé un istinto per riconoscere un uomo disarmato e fiutano dove c'è resistenza. Potrei giurarci che l'hanno fatto a pezzi; ulularono tutti insieme, e poi lo mangiarono; e così è finita. Fatti coraggio e suona la campana. E poi che sarà di me? Tutto è finito ora che lui è andato. No, no, m'inganno; mio padre sarà impiccato per la sua fuga, io a mendicare, se tenessi alla vita tanto da negare la mia azione; ma non lo farò, dovessi soffrire la morte in mille modi. Sono confusa; non presi cibo questi due giorni; solo un poco d'acqua. Non ho chiuso gli occhi, se non quando le palpebre spazzavan via il salmastro. Ahimè, sciogliti, vita, prima ch'io perda il senno, e non m'anneghi, o pugnali, o m'impicchi. O edificio della natura, cedi in me del tutto, Se i tuoi più forti sostegni si sono piegati! Da che parte adesso? La via migliore è la più breve alla tomba; ogni passo che erri altrove è tortura. Ecco, la luna è tramontata, i grilli stridono, la strige invoca l'alba. Ogni compito è concluso, tranne quello in cui fallisco; ma il punto è questo, una fine, ed è tutto.

 

Esce.

 

 

 

atto terzo - scena terza

 

Entra Arcite, con cibo, vino, e lime.

ARCITE
Dovrei esserci vicino. Ehi là, cugino Palamone!

Entra Palamone.

PALAMONE
Arcite?

ARCITE
Sono io. Vi ho portato cibo e lime; venite avanti e non temete, non c'è Teseo qui.

PALAMONE
E nessuno onesto come lui, Arcite.

ARCITE
Lasciate perdere; litigheremo più tardi. Venite, fatevi coraggio; non morirete come una bestia. Ecco, signore, bevete, so che siete debole; poi vi parlerò.

PALAMONE
Arcite, ora potresti avvelenarmi.

ARCITE
Potrei; ma perché dovrei aver paura di voi? Sedetevi, amico mio, basta con questi vaneggiamenti; ora, tornati ad essere quelli che eravamo, non parliamo da sciocchi e da codardi. Alla vostra salute!


Beve.

PALAMONE
Avanti.

ARCITE
Prego, allora, sedetevi, e lasciate che vi chieda, per tutta l'onestà e onore in voi, di non far menzione di questa donna, ci turberebbe. Avremo tempo abbastanza.

PALAMONE
Ebbene, signore, ve lo suggello.


Beve.

ARCITE
Mandate giù una bella sorsata, fa buon sangue, amico, non lo sentite come vi disgela?

PALAMONE
Aspettate, ve lo dirò dopo uno o due sorsi ancora.

ARCITE
Non misuratelo; il Duca ne ha altro, cugino. Ora mangiate.

PALAMONE
Sì.


Mangia.

ARCITE
Son contento che abbiate sì buon appetito.

PALAMONE
Son più contento io che abbia trovato sì buon cibo.

ARCITE
Che cosa da pazzi star qui nei boschi selvaggi, eh, cugino?

PALAMONE
Sì, per coloro con la coscienza inselvaggita.

ARCITE
Son saporite le vostre vettovaglie? La vostra fame non ha bisogno di salse, vedo.

PALAMONE
Non direi; ma se anche fosse, la vostra è troppo aspra, buon cugino. Questo cos'è?

ARCITE
Selvaggina.

PALAMONE
Carne libidinosa; datemi ancora vino. Qua, Arcite, alle ragazze conosciute ai nostri giorni! La figlia di milord sovrintendente, la ricordate?

ARCITE
Dopo di voi, cugino.

PALAMONE
Amava un uomo dai capelli neri.

ARCITE
Così fu; ebbene, signore?

PALAMONE
Ed ho sentito che si chiamava Arcite, e...

ARCITE
Avanti, allora.

PALAMONE
E l'incontrava sotto le fraschette. Che ci faceva là, cugino? Suonava il verginale?

ARCITE
Qualcosa ci faceva, signore.

PALAMONE
Che ce la faceva gemere per un mese, o due, o tre, o dieci.

ARCITE
La sorella di milord cerimoniere ebbe pure la sua parte, se ben ricordo, cugino, se non c'erano frottole in giro; brindate a lei?

PALAMONE
Sì.

ARCITE
Una bella brunetta. Ci fu un tempo che i ragazzi eran fuori a cacciare - e un bosco, e un grande faggio - e poi tutta una storia - aah!

PALAMONE
Per Emilia, ci giurerei! Pagliaccio, smettila con quest'allegria forzata; lo ripeto, quel sospiro t'è uscito per Emilia. Vile cugino, osi per primo rompere il patto?

ARCITE
Vi sbagliate.

PALAMONE
Per il cielo e la terra, niente c'è in te di onesto.

ARCITE
Allora me ne vado; siete una bestia adesso.

PALAMONE
Tale tu mi riduci, traditore.

ARCITE
Ecco quanto vi serve; lime, e camicie, e profumi. Tomo da qui a due ore, e porto quello che placherà ogni cosa.

PALAMONE
Una spada e l'armatura!

ARCITE
Non dubitate. Ora siete troppo sporco; addio. Toglietevi quei ninnoli; nulla vi mancherà.

PALAMONE
Messere...

ARCITE
Basta con le parole.

 

Esce.

PALAMONE
Se mantiene la promessa, per essa morirà.


Esce.

 

 

 

atto terzo - scena quarta

 

Entra la Figlia del Carceriere.

FIGLIA
Ho tanto freddo, e anche tutte le stelle sono andate via, tutte le stelle piccoline, che sembrano lustrini. Il sole ha visto la mia pazzia. Palamone! Ahimè, no; lui è in cielo. Dove mi trovo io ora? Quello là è il mare, e c'è una nave; veh, come balla! E c'è uno scoglio in agguato sotto l'acqua; ecco, ecco, ci va a sbattere sopra; ecco, ecco, ecco, s'è aperta una falla, e grossa anche; come gridano! Mettetela sottovento, o tutto è perduto; su con una vela bassa o due, e virate di bordo, ragazzi. Buona notte, buona notte, siete andati. Ho tanta fame. Se potessi trovare un bel ranocchio; mi racconterebbe le novità da ogni parte del mondo; poi mi farei un galeone con una conchiglia, e navigherei est e nord-est fin dal Re dei Pigmei, che sa leggere bene l'avvenire. Mio padre adesso, venti a uno che lo issano su in un batter d'occhio domani mattina; io non dirò nulla.

 

Canta.

Ché mi taglierò il vestito verde, un piede sopra il ginocchio,
e mi scorcerò la chioma d'oro, un pollice sotto l'occhio;
eh, pocchio, pocchio, pocchio.
Mi comprerà un bianco destriero perch'io ci vada su
e andrò per tutto il mondo a cercarlo in su e in giù;
eh, clicchete, clocchete, clu.
Oh, s'avessi una spina adesso, come un usignuolo,
a metterci contro il petto; sennò m'addormento come un piolo.


Esce.

 

 

 

atto terzo - scena quinta

 

Entrano un Maestro di scuola, sei Rustici, uno vestito da babbuino, e cinque ragazzotte, più un Tamburino.

MAESTRO
Vergogna, vergogna, che tediosume ed arcipazzeria sta qui in mezzo a voi! Quante volte i miei rudimenti vi son stati spiegati, spremuti dentro, e, per metafora, perfino il brodo d'uva passa e il midollo del mio intendimento servito col cucchiaino? E com'è che ancora gridate 'dove?' e 'come?'- e 'perché?' Voi cervelli di grossissima rascia, teste di genovese cotonazzo, ho detto 'così lascia', e 'lascia là', e 'poi lascia', e nessuno mi capisce? Proh deum, medius fidius , voi tutti somari siete! Mannaggia, io sto qui; qua viene il Duca; là state voi nascosti nel boschetto. Il Duca compare; io mi approssimo, e al suo cospetto sortisco un discorso sapiente, con molte figurazioni; lui sente, e approva, e borbotta, e poi grida 'Bellissimo' ed io continuo; alla fine butto il berretto in aria - attenti! allora voi, come fecero un tempo Meleagro e il cinghiale, irrompete bellini davanti a lui, come veri innamorati, vi mettete graziosamente in fila, e dolcemente, secondo la figura, spassettate e giravoltate, ragazzi.


PRIMO RUSTICO
E dolcemente così faremo, Mastro Geraldo.

SECONDO RUSTICO
Radunate la compagnia. Dov'è il tamburino?

TERZO RUSTICO
Ehi, Timoteo!

TAMBURINO
Son qui, fanatici; eccomi a voi!

MAESTRO
Ma, dico io, dove sono le donne?

QUARTO RUSTICO
Qui c'è la Franchina e Maddalena.

SECONDO RUSTICO
E la Lucietta gambe bianche, e Barbara la tettona.

PRIMO RUSTICO
E Nella la russola, che non mancò mai al suo cavaliere.

MAESTRO
Dove li avete i nastri, ragazze? Muovete leggiadro il corpo, e tenetevi dolci e leggere, ed ogni tanto riverenza e saltellino.


NELLA
Lasciate fare a noi, signore.

MAESTRO
Dov'è il rimanente dei musici?

TERZO RUSTICO
Dispersi come voi ordinaste.

MAESTRO
Accoppiatevi, dunque, e vediamo cosa manca. Dov'è il babbuino? Amico mio, la coda portala senza sconcezze o scandalezzi per le signore; e ricordati di saltare con audacia e coraggio, e quando abbai, di farlo con giudizio.

BABBUINO
Sì, signore.

MAESTRO
Quousque tandem? Qui manca una donna!

QUARTO RUSTICO
Ora si va a bischeri; gli è tutto da rifare.

MAESTRO
Abbiamo, come saggi scrittori sentenziano, lavato una tegola; siamo stati fatuus, e faticato per niente.

SECONDO RUSTICO
È la smorfiosa, lo scorfano scorbutico che promise solennemente di venire... Cecilia, la figlia del sarto; i prossimi guanti che le do saran di cane! Ma, se mi bidona una volta... Dillo tu, Arcade, lo giurò sul vino e sul pane che non mancava.

MAESTRO
Donne e anguille, dice un poeta saggio, se per la coda e con i denti non le tieni, ti sgusciano via. Nel buon uso questa era errata posizione.

PRIMO RUSTICO
La pigli un gratta-gratta; ora ci ripensa?

TERZO RUSTICO
Che cosa decidiamo, signore?

MAESTRO
Nulla; il nostro progetto si è fatto nullità, e una dolente e una pietosa nullità, per giunta.

QUARTO RUSTICO
Adesso che l'onore del borgo è in palio, adesso fa la permalosa e piscia sulle ortiche! Va in malora, questa me la ricordo; ci penserò io a te.

Entra la Figlia del Carceriere.

FIGLIA (canta)
La George Alow veniva dal sud
dalla costa dei Barbari-a;
le vennero incontro le belle fregate,
a una, a due, a tri-a.

Ben trovate, ben trovate, voi belle fregate,
e per dove veleggiate-a?
Oh, tenetemi compagnia
finché arrivo a casa mia-a.
C'eran tre allocchi che s'allocchirono per un gufino;

Uno disse che era un gufo,
l'altro disse di no;
il terzo disse che era una poiana
e le campane via gli tagliò.


TERZO RUSTICO
Ecco una bella matta, maestro, arriva al momento giusto, matta come una lepre di marzo. Se riusciamo a farla ballare, siamo di nuovo a posto; scommetto che farà i salti più belli.

PRIMO RUSTICO
Una matta? Ci siamo, ragazzi!

MAESTRO
E voi siete matta, buona donna?

FIGLIA
Sarei infelice altrimenti. Datemi la mano.

MAESTRO
Perché?

FIGLIA
Io so leggere l'avvenire. Siete scemo. Contate fino a dieci; c'è cascato. Sciuh! Amico, non dovete mangiare pane bianco; se lo fate i denti vi sanguineranno a non finire. Balliamo, allora? Io vi conosco, siete stagnino; messere stagnino, non tappate più buchi di quelli che dovreste.

MAESTRO
Dii boni, io stagnino, madamigella?

FIGLIA
Oppure negromante; evocatemi un diavolo adesso, e fategli suonare Chi passa con ossa e campanelle.

MAESTRO
Andate a prenderla, e con buoni argomenti convincetela a starci. Et opus exegi, quod nec Iovis ira nec ignis... Musica, e portatela dentro.

SECONDO RUSTICO
Venite, ragazza, ecco i passi.

FIGLIA
Conduco io.

TERZO RUSTICO
Forza, forza.

MAESTRO
Con blandizia e furberia! Via, ragazzi.


Suono di corni dentro.

Sento i corni; datemi un momento per pensare, e attenti al segnale.

 

Escono tutti tranne il Maestro.

Pallade ispirami!

Entrano Teseo, Piritoo, Ippolita, Emilia, Arcite e seguito.

TESEO
Per di qua prese il cervo.

MAESTRO
Restate, e edificatevi!

TESEO
Che abbiamo qui?

PIRITOO
Un rustico trattenimento, sulla mia vita, sire.

TESEO
Ebbene signore, procedete, ci edificheremo. Signore, sedetevi; staremo a vedere.


Vengono portati una sedia e degli sgabelli;

le signore si siedono.

MAESTRO
Tu valente Duca, ave e salute; salute grandini su voi, gentili dame!

TESEO
Freddino come inizio.

MAESTRO
Se solo v'intrattenga, il nostro rustico divertimento è fatto. Noi siamo pochi di quei congregati qui che rozza lingua fa apparir villani; e per dire la verità, e non favoleggiare siamo un'allegra brigata, oppure una ganga, o compagnia, o per estensione, chorus, che innanzi alla tua dignità una moresca danzerà. Ed io che sono l'organizzatore di tutto, per ufficio pedagogus, che faccio calare la ferula sulle brache dei piccini, e umilio con un bastone i più cresciutelli, ora introduco questa macchinazione, o quest'intrattenimento; e, grazioso duca, la cui possente-terrificante fama da Dite a Dedalo, di posta in pilastro, è diffusa in giro, aiuta me, tuo meschin ben-volente, e coi tuoi occhi ammiccanti guarda a dritta e davanti a questo 'moro' prestante, di gran peso; 'esca' viene ora avanti, che incollati insieme 'moresca' diviene, e la ragione che ci ha condotti qua, centro del nostro gioco e di studio non poco. Io compaio per primo, benché rozzo, e incolto, e fangoso, a pronunciare al tuo nobile cospetto questo discorso, ai cui grandissimi piedi depongo il mio scrittorio; prossimi, il Sire di Maggio e Madonna Lucente; la cameriera ed il famiglio, che notturnamente cercano un arazzo discreto; poi il mio signor oste con grassa consorte, che benevolo accoglie a spese sue l'esausto viaggiatore, e con un cenno informa il sommelier d'attizzare il conto; quindi il villano, fratel di latte ai vitelli , e poi il buffone, il babbuino, con lunga coda, e lungo ugual strumento, cum multis aliis che fanno il danzamento; di' 'sì', e tutti immantinente avanzeranno.

TESEO
Sì, sì, senz'altro, caro domine.

PIRITOO
Fuori perciò!

MAESTRO
Intrate, filii! Venite avanti e forza coi piedi.


Il Maestro bussa; entrano i danzatori

Si suona musica; danzano.

Signore, se un poco matti noi siamo stati, e i nostri scherzi vi sono piaciuti, ed uno su ed uno giù, dite che il maestro buffone non fu; Duca se a te siamo pure piaciuti, e abbiam danzato da bravi ragazzi, dacci soltanto un albero o due per il calendimaggio, e di nuovo, avanti sia trascorsa un'altra annata, faremoti riridere con tutta la brigata.

TESEO
Prendine venti, domine.

(A Ippolita) Come va la mia dolcezza?

IPPOLITA
Mai così divertita, signore.

EMILIA
La danza era eccellente, e quanto al prologo, non ne ho mai sentito uno migliore.

TESEO
Maestro, vi ringrazio. Si provveda a compensarli tutti.

PIRITOO
E qui c'è qualcosa di cui ornare il vostro albero.

TESEO
Ora si riprenda la caccia.

MAESTRO
Possa il cervo che cacci darti lunga emozione, e siano i tuoi cani veloci nell'azione; che riescano ad ucciderlo senza impedimenti e mangino le dame i suoi penzolamenti.


Suono di corni.

Escono Teseo, Piritoo, Ippolita, Emilia, Arcite, e seguito.

Ovvìa, c'è andata bene. Dii deaeque omnes, avete danzato proprio divinamente, ragazzotte.

 

Escono.

 

 

 

atto terzo - scena sesta

 

Entrano Bertram e i due Nobili francesi.
Entra Palamone dalla boscaglia.

PALAMONE
Circa a quest'ora mio cugino dette la parola di visitarmi di nuovo, e portare con sé due spade e due buone armature; se manca, non è né uomo né soldato. Quando mi lasciò, pensavo che una settimana non sarebbe bastata a ridarmi le forze perdute, tanto ero abbattuto e indebolito dalle privazioni. Ti ringrazio, Arcite, sei un nemico leale; ed io mi sento, così rinfrancato, capace una volta ancora d'affrontare i pericoli. Rimandare oltre farebbe pensare il mondo, quando lo verrà a sapere, che m'ingrassavo come un maiale per battermi, e non come un soldato. Perciò questa radiosa mattina sarà l'ultima; e la seconda spada che porterà, se solo non si spezza, l'ucciderò con essa; è regolare. Sicché, amore e fortuna a me!


Entra Arcite con armatura e spade.

Oh, buon giorno.

ARCITE
Buon giorno, nobile cugino.

PALAMONE
Vi ho arrecato troppo fastidio, signore.

ARCITE
Mai troppo, bel cugino, quello che è solo un debito d'onore, e mio dovere.

PALAMONE
Se così foste in tutto, signore; in voi potrei augurarmi un così gentile parente come voi mi forzate a riconoscervi nemico generoso, e vi ringrazierebbero, i miei abbracci, non i miei colpi.

ARCITE
Troverò gli uni o gli altri, se ben dati, un nobile compenso.

PALAMONE
Allora pareggerò con voi il conto.

ARCITE
Sfidatemi in questi termini cortesi, e mi apparirete più caro d'un'amante; basta con la rabbia, per quanto vi è cara ogni cosa che sia cavalleresca! Non ci hanno educati a far discorsi, amico; una volta armati, ed entrambi in guardia, irrompa la nostra furia, come il cozzare di due maree, da noi violentemente, e allora a chi il patrimonio di questa bellezza spetti veramente - senza corrucci, scherni, insulti alle nostre persone, ed altri imbronciamenti più adatti a ragazzine e scolaretti - si vedrà, e rapidamente, vostro o mio. Volete armarvi, signore? O se non vi sentite pronto ancora e forte della vecchia energia, aspetterò, cugino, ed ogni giorno vi riconforterò nella salute, nel tempo libero. Alla vostra persona sono amico, e quasi vorrei non aver detto che amavo colei, per quanto sarei morto; ma poiché amo tale signora, ed il mio amore è giustificato, non devo rinnegarlo.

PALAMONE
Arcite, tu sei così coraggioso come avversario che nessuno oltre a tuo cugino è degno d'ucciderti. Son sano e vigoroso. Scegli le armi.

ARCITE
Scegliete voi, signore.

PALAMONE
Vuoi superarmi in tutto, o lo fai per far ch'io ti risparmi?

ARCITE
Se così pensate, cugino, Vi sbagliate, perché come io sono un soldato non vi risparmierò.

PALAMONE
Ben detto.

ARCITE
Lo constaterete.

PALAMONE
Allora, poiché io sono un uomo giusto e amo, con tutta la giustizia di un innamorato ti punirò come meriti. Prendo questa.


Sceglie l'armatura.

ARCITE
Questa perciò è la mia. Armerò prima voi.

PALAMONE
D'accordo. Prego dimmi, cugino, dove rimediasti questa bella armatura?

ARCITE
È del Duca, e a dir la verità, la rubai. Vi stringo?

PALAMONE
No.

ARCITE
Non è troppo pesante?

PALAMONE
Ne ho portate di più leggere, ma farò buon uso di questa.

ARCITE
Ve l'allaccio stretta.

PALAMONE
Non abbiate timore.

ARCITE
Non volete un grande pettorale?

PALAMONE
No, no, non useremo i cavalli. Ma forse voi preferireste un tale scontro?

ARCITE
Mi è indifferente.

PALAMONE
Invero a me pure. Buon cugino, infilate la fibbia ben dentro.

ARCITE
State certo.

PALAMONE
Il mio elmo adesso.

ARCITE
Volete combattere senza bracciali?

PALAMONE
Saremo più spediti.

ARCITE
Mettete comunque i guanti. Quelli sono scadenti; ti prego prendi i miei, buon cugino.

PALAMONE
Grazie, Arcite. Come ti sembro? Son molto dimagrito?

ARCITE
In verità assai poco; l'amore vi ha trattato con riguardo.

PALAMONE
Ti garantisco che andrò fino in fondo.

ARCITE
Fatelo, senza risparmio; ve ne darò incentivo, buon cugino.

PALAMONE
A voi ora, signore.


Arma Arcite.

Mi pare quest'armatura molto simile a quella, Arcite, che indossavi il giorno che caddero i tre re, soltanto più leggera.

ARCITE
Quella era ottima, e quel giorno, ricordo bene, voi mi superaste, cugino. Non vidi mai tale valore; quando vi lanciaste sull'ala sinistra del nemico, io spronai forte per raggiungervi, e sotto di me avevo un ottimo cavallo.

PALAMONE
Lo era davvero; un bel baio, ricordo.

ARCITE
Sì, ma ogni mio sforzo fu fatica vana; correste tanto avanti a me, neppure col desiderio potei tenervi dietro; eppure un poco feci per emulazione.

PALAMONE
Più per coraggio; Siete modesto, cugino.

ARCITE
Quando vi vidi caricare in testa, i sembrò udire un tremendo scoppio di tuono levarsi dalla truppa.

PALAMONE
Ma ancor prima di quello balenò il folgore del vostro valore. Aspettate un momento; non è questo pezzo troppo stretto?

ARCITE
No, no, è perfetto.

PALAMONE
Voglio che niente t'offenda, ma la mia spada; un livido sarebbe disonore.

ARCITE
Son tutto pronto adesso.

PALAMONE
Discostiamoci allora.

ARCITE
Prendi la mia spada; la ritengo migliore.

PALAMONE
Vi ringrazio. No, tenetela, ne va della vita vostra. Eccone una; solo che regga, non chiedo di più, per ogni mia speranza. La mia causa e l'onore mi proteggano!

ARCITE
E me il mio amore!


S'inchinano in diverse direzioni, poi avanzano e si fermano.

Resta altro da dire?

PALAMONE
Questo soltanto, e basta. Tu sei il figlio di mia zia, e il sangue che desideriamo versare è fratello, in me, il tuo, e in te, il mio; la spada ho in mano, e se tu mi uccidi gli dei ed io ti perdoniamo. Se c'è un luogo destinato a coloro che dormono nell'onore, mi auguro che l'anima affaticata di chi cade vi arrivi. Combatti bene, cugino; dammi la tua nobile mano.

ARCITE
Eccola, Palamone. Questa mano mai più ti toccherà con tale affetto.

PALAMONE
Ti raccomando a Dio.

ARCITE
Se cado, maledicimi, e di' ch'ero un codardo, perché essi soltanto muoiono in queste giuste prove. Un ultimo addio, mio cugino.

PALAMONE
Addio, Arcite.


Combattono.

Poi suono di corni all'interno;

si fermano.

ARCITE
Oh, cugino, ahimè, la nostra follia ci ha perduti!

PALAMONE
Perché?

ARCITE
Questo è il Duca, a caccia come vi dissi; Se siamo scoperti, è finita. Oh, nascondetevi in nome dell'onore e della sicurezza, subito nella vostra boscaglia nuovamente, signore; troveremo per morire tempo abbastanza poi. Gentile cugino, se siete visto, vi uccidono all'istante per la vostra evasione, ed io, se voi mi rivelate, per aver rotto il bando; tutto il mondo ci disprezzerà, dicendo che avemmo una nobile contesa ma una meschina conclusione.

PALAMONE
No, no, cugino, non mi nasconderò oltre, né rinvierò questa grande occasione a una seconda prova. Conosco il vostro gioco, e l'ingiustizia della vostra causa; chi adesso si ritira, che sia disonorato!

Rimettiti
subito in guardia.

ARCITE
Siete forse ammattito?

PALAMONE
O farò mio il vantaggio di quest'ora, e quanto alla minaccia che s'avvicina la temo meno di quest'esito. Ricorda, vile cugino, io amo Emilia, e in quest'amore seppellirò te, e ogni altro ostacolo.

ARCITE
Sia allora quel che sia, imparerai, Palamone, ch'io sfido anche il morire come il parlare o il sonno; solo questo mi spaventa, che il patibolo ci privi di una morte onorata. Bada per la tua vita!

PALAMONE
Bada bene alla tua, Arcite.

Riprendono a combattere.

Suono di corni all'interno;

entrano Teseo, Ippolita, Emilia, Piritoo, e seguito.

TESEO
Quali pazzi ignoranti e malvagi traditori siete voi, che a dispetto di ordini precisi nei miei editti combattete, così in tutto come cavalieri armati, senza il mio permesso e araldi d'arbitraggio? Per Castore, entrambi morirete.

PALAMONE
Sii di parola, Teseo; poiché siamo certamente traditori entrambi, e in vilipendio di te e della tua generosità. Io sono Palamone tuo nemico da sempre, che evase dalla tua prigione - ricorda ciò che questo comporta - e questo è Arcite; un traditore così sfrontato mai calpestò questo suolo, uno più falso mai si finse amico; questo è colui per cui grazia fu chiesta e fu esiliato, costui spregia te e ciò che tu decreti, e in queste vesti, contro il tuo editto è al seguito di tua cognata, quella stella splendente di buona fortuna, la bella Emilia il cui servo devoto, se c'è un diritto nel vedere, e per primo dedicarle la propria anima, giustamente sono io - e per di più, osa pensarla sua. Di questo tradimento, da sincerissimo amante, l'ho sfidato ora a rispondere; se tu sei, come hai fama, magnanimo e nobile, vero arbitro di ogni contesa, di' 'combattete ancora', e mi vedrai, Teseo, render tale giustizia che tu stesso invidierai. Poi prendi la mia vita; ti supplicherò di farlo.

PIRITOO
O cielo, questi vale più di un uomo!

TESEO
Ho dato la parola.

ARCITE
Non cerchiamo un tuo sospiro di misericordia, Teseo; per me il morire sarà come per te pronunciar la sentenza, non ne sarò più scosso. Ma poiché costui mi chiama traditore, lascia ch'io dica almeno questo: se c'è tradimento nell'amore, nella devozione a una bellezza sì eccelsa, come io l'amo sopra ogni cosa, e in fedeltà di lei morirò, come ho rischiato qui la vita a confermarlo, come l'ho servita in virtù e dovozione, come non esiterò a uccidere questo cugino che lo nega, chiamatemi allora perfido traditore, e mi farete contento. Quanto a sprezzare la tua legge, Duca, chiedi a quella signora perché è tanto bella, e perché i suoi occhi mi comandano di stare qui ad amarla; e se lei mi chiama 'traditore', sono uno scellerato degno di restare insepolto.

PALAMONE
Sarai pietoso verso entrambi, o Teseo, se né l'uno né l'altro vorrai risparmiare. Chiudi, giusto come tu sei, il tuo nobile orecchio avverso a noi; per il tuo valore, per l'anima di tuo cugino, le cui dodici tremende fatiche ne incoronano la memoria, concedici di morire insieme, nello stesso momento, Duca; solo che lui cada un istante prima di me, sì ch'io possa dire alla mia anima che lei non sarà sua.

TESEO
Accolgo la vostra supplica, perché, a dire il vero, vostro cugino è dieci volte più colpevole, dato che io gli dimostrai più clemenza di quanta voi ne trovaste, signore, non essendo le vostre colpe maggiori delle sue. Nessuno qui parli per loro; prima che il sole tramonti, entrambi dormiranno per sempre.

IPPOLITA
Ahimè che sventura! Ora o mai più, sorella, parlate per non esser rifiutata; il vostro viso altrimenti sopporterà le maledizioni dei secoli futuri per questi due cugini perduti.

EMILIA
Nel mio viso, sorella cara, non trovo ira per loro, né rovina; la sventura che lì uccide sta nei loro occhi; ma poiché voglio esser donna e pietosa, i miei ginocchi affonderanno nel suolo se non otterrò clemenza. Aiutatemi, cara sorella; in un'azione così onorevole, i voti di ogni donna saranno per noi.


Le signore s'inginocchiano..

Molto regale fratello...

IPPOLITA
Sire, per la nostra unione in matrimonio...

EMILIA
Per il vostro onore immacolato...

IPPOLITA
Per quella fede, quella bella mano e quel cuore schietto che mi deste...

EMILIA
Per la pietà che aspettereste in altri, per le vostre virtù infinite...

IPPOLITA
Il valore, e tutte le caste notti in cui ti ho dato gioia...

TESEO
Questi sono strani incantamenti.

PIRITOO
E anch'io mi unisco; per tutta la nostra amicizia, sire, e i pericoli corsi, per tutto ciò che più amate, guerre e questa dolce signora...

EMILIA
Per ciò che non avreste osato rifiutare a una timida vergine...

IPPOLITA
Per gli occhi vostri; per la forza in me che voi giuraste superare ogni donna, quasi ogni uomo, e cui pur rinunciai, Teseo...

PIRITOO
A coronare il tutto; per la vostra anima nobilissima, cui non può mancare giusta clemenza, per primo chiedo ...

 

IPPOLITA
Ascolta poi le mie preghiere...

EMILIA
Lascia infine che io ti supplichi, sire...

PIRITOO
D'aver pietà.

IPPOLITA
Pietà.

EMILIA
Pietà per questi principi!

TESEO
Voi fate vacillare la mia parola. E s'io provassi compassione per entrambi, come l'applichereste?

EMILIA
Concedendo la vita - ma accompagnata dall'esilio.

TESEO
Siete proprio donna, sorella; avete pietà, ma vi manca il senso per applicarla. Se desiderate che vivano, escogitate un modo più sicuro dell'esilio; possono vivere questi due, avendo in sé il tormento dell'amore, senza uccidersi l'un l'altro? Ogni giorno combatterebbero per voi, ogni ora metterebbero il vostro onore alla prova manifesta delle loro spade. Siate saggia, perciò, e qui dimenticateli; ne va della vostra fama del pari col mio giuramento; io ho detto che devono morire. Meglio che cadano sul patibolo che per mano l'uno dell'altro. Non scalfite il mio onore.

EMILIA
Oh, mio nobile fratello, quel giuramento vi sfuggì, e in un momento d'ira; la vostra ragione non deve confermarlo. Se tali voti esprimessero la vera volontà, il mondo intero dovrebbe scomparire. Inoltre, io ho in serbo un altro vostro giuramento contro questo, che vale di più, perché dato con amore, e non sfuggito nella passione, ma con animo posato.

TESEO
Quale, sorella?

PIRITOO
Fatelo valere ora, buona signora.

EMILIA
Che non m'avreste mai negato alcuna cosa purché fosse onorevole richiesta, e in vostro potere concederla. Vi obbligo adesso alla vostra parola; se non la manterrete, considerate come il vostro onore ne sarebbe mortificato, perché ora che mi son decisa a chiedere, signore, son sorda a tutto eccetto che alla vostra clemenza, come la loro morte potrebbe portare rovina alla mia reputazione, maldicenza. Dovrà ogni cosa che mi ama morire per questo? Sarebbe una crudele precauzione; forse che si potano i verdi rami dritti che arrossiscono di mille boccioli in caso marciscano? O Duca Teseo, le buone madri che li hanno partoriti con dolore, e tutte le ardenti fanciulle che li amarono, se state al giuramento, malediranno me e la mia bellezza, e nei loro funebri canti per questi due cugini spregeranno la mia crudeltà, e invocheranno sfortuna per me, finché diventerò lo scherno delle donne; per amore del cielo, risparmiate loro la vita ed esiliateli.

 

TESEO
A quali condizioni?

EMILIA
Che giurino mai più di farmi oggetto della loro contesa, o di ricordarmi, o metter piede nel tuo ducato, e di rimanere, ovunque vadano, per sempre estranei l'uno all'altro.

PALAMONE
Ch'io sia tagliato a pezzi prima di fare questo giuramento! Dimenticare che l'amo? O voi dei, disprezzatemi tutti allora. L'esilio non mi dispiace, perché potremo liberamente portare le nostre spade e la nostra causa con noi; sennò non esitare a toglierci la vita, Duca. Io devo amare e voglio, e per quest'amore devo cercare di uccidere mio cugino in ogni angolo di questa terra.

TESEO
Volete voi, Arcite accettare queste condizioni?

PALAMONE
Se lo fa, è un vile.

PIRITOO
Questi sono uomini!

ARCITE
No, Duca, mai; per me sarebbe peggio che elemosinare aver salva la vita così ignobilmente. Benché io pensi di non averla mai, tuttavia conserverò l'onorato affetto e morirò per lei, anche se mi metterai a un supplizio infernale.

TESEO
Che si può fare? Perché ora provo compassione.


Le signore si alzano.

PIRITOO
Fate che non si spenga, Sire.

TESEO
Dite, Emilia, se uno dei due morisse, come dovrebbe, sareste contenta di prender l'altro per marito? Non possono avervi entrambi. Sono principi belli come gli occhi vostri, e nobili come fama ne abbia mai celebrati; guardateli, e se potete amare, terminate questa contesa. Io do il mio consenso; siete anche voi contenti, principi?

PALAMONE e ARCITE
Con tutta l'anima.

TESEO
Quello che lei rifiuterà dovrà morire dunque.

PALAMONE e ARCITE
Qualsiasi morte tu decreterai, Duca.

PALAMONE
Se muoio per quella bocca, muoio felice, e gli amanti a venire benediranno le mie ceneri.

ARCITE
Se mi rifiuta lei, mi sposerà la tomba, e soldati canteranno il mio epitaffio.

TESEO
Fate la scelta, allora.

EMILIA
Non posso, sire, sono troppo eccellenti tutti e due; per causa mia, non si torcerà un capello a questi uomini.

IPPOLITA
Che si farà di essi?

TESEO
Così io stabilisco, e sul mio onore un'altra volta, resti, o moriranno entrambi: tornerete al vostro paese, e ciascuno entro un mese, accompagnato da tre bravi cavalieri, ritornerà in questo luogo, sul quale farò erigere un obelisco; e colui che, in nostra presenza, obbligherà il cugino, in leale e cavalleresco scontro, a toccare il pilastro, avrà la dama; l'altro perderà la testa, e quella dei suoi amici; e né gli rincrescerà di perdere, né penserà di morire con qualche diritto su questa signora. Siete soddisfatti?

PALAMONE
Sì! Qua, cugino Arcite, vi sono amico di nuovo, fino a quell'ora.

ARCITE
Io v'abbraccio.

TESEO
Siete contenta, sorella?

EMILIA
Sì, per forza, sire, o ne avranno sventura tutti e due.

TESEO
Venite, stringetevi ancora la mano, e badate, sul vostro onore di gentiluomini, questa contesa resti sopita fino all'ora, fissata, e tenetevi alla promessa.

PALAMONE
Non sarai deluso di noi, Teseo.

TESEO
Venite, vi darò ospitalità adesso in qualità di principi e di amici. Quando ritornerete, il vincitore, qui stabilirò; e lo sconfitto, pure nella sua bara piangerò.

 

Escono.

 

Indice Teatro

Inizio pagina

 


 

William Shakespeare - John Fletcher

I due nobili cugini

(o “I due nobili congiunti”)

(“The two noble kinsmen” - 1613)

 

 

atto quarto - scena prima

 

Entrano il Carceriere e il suo Amico.

CARCERIERE
Non avete sentito altro? Nulla fu detto di me riguardo alla fuga di Palamone? Buon signore, ricordate.

PRIMO AMICO
Niente che io sentii, perché tornai a casa prima che l'affare fosse concluso. Ma già potevo anticipare, prima di andarmene, la grande probabilità del perdono per entrambi; perché Ippolita ed Emilia occhi-belli, in ginocchio, facevano una così convinta scena di pietà che il Duca mi sembrò stare in dubbio se seguire la sua promessa avventata o la dolce compassione di quelle due signore; e a spalleggiarle quel davvero nobile principe Piritoo, che tiene metà del suo cuore, ci si mise pure, sicché spero che andrà tutto bene; né sentii nominare il vostro nome, o la sua evasione.

CARCERIERE
Voglia il cielo che resti così!

Entra il Secondo Amico.

SECONDO AMICO
Su con la vita, amico; vi porto notizie, notizie buone.

CARCERIERE
Son benvenute.

SECONDO AMICO
Palamone vi ha scagionato, e ottenuto il vostro perdono, e rivelato come e con l'aiuto di chi riuscì a fuggire, cioè vostra figlia, il cui perdono è pure assicurato; e il prigioniero, per non parere ingrato per questo favore, le assegna una dote per il suo matrimonio, e cospicua pure, vi assicuro.

 

CARCERIERE
Voi siete un brav'uomo e le vostre notizie sono sempre buone.

PRIMO AMICO
E com'è finita?

SECONDO AMICO
Diavolo, come dovrebbe; quelle che non chiesero mai senza ottenere ebbero le loro richieste soddisfatte; i prigionieri han salva la vita.

PRIMO AMICO
Sapevo che sarebbe andata così.

SECONDO AMICO
Però ci sono nuove condizioni che sentirai a un momento più opportuno.

CARCERIERE
Spero siano buone.

SECONDO AMICO
Sono onorevoli; ma quanto a dimostrarsi buone, non saprei.

PRIMO AMICO
Si vedrà.

Entra il Corteggiatore.

CORTEGGIATORE
Ahimè, signore, dov'è vostra figlia?

CARCERIERE
Perché lo chiedete?

CORTEGGIATORE
Oh, signore, quando la vedeste?

SECONDO AMICO
Che brutto aspetto!

CARCERIERE
Questa mattina.

CORTEGGIATORE
Stava bene? Era in salute, signore? Aveva dormito?

PRIMO AMICO
Queste sono strane domande.

CARCERIERE
No, non stava molto bene, adesso che mi ci fate pensare, e proprio oggi le feci alcune domande, e lei mi dette risposte molto diverse dal solito, molto infantili, sciocche, come se fosse matta,una toccata, tanto che mi arrabbiai.

Ma che volete dire, signore?

CORTEGGIATORE
Nulla se non per pietà; ma voi dovete sapere, e meglio da me che da un altro che l'ami di meno...

CARCERIERE
Cosa, signore?

PRIMO AMICO
Non sta a posto?

SECONDO AMICO
Non sta bene?

CORTEGGIATORE
No, signore, non bene. Purtroppo è vero, è matta.

PRIMO AMICO
Non può essere.

CORTEGGIATORE
Credetemi, è la verità.

CARCERIERE
Già sospettavo quel che m'avete detto; gli dei l'aiutino! Così divenne per amore di Palamone, o nel timore per la mia sorte dopo la fuga di lui, o tutti e due.

CORTEGGIATORE
È possibile.

CARCERIERE
Ma perché tanta precipitazione, signore?

CORTEGGIATORE
Vi dirò rapidamente. Mentre ero a pescare poco fa nel grande lago che c'è dietro al palazzo, dalla riva opposta, densa di canne e carici, mentre pazientemente attendevo al mio passatempo, udii una voce, acuta; e con attenzione vi prestai orecchio, sicché ne potei dedurre che era qualcuno che cantava, e dalla sua dolcezza, un ragazzo o una donna. Lasciai allora la mia lenza a governarsi da sola, mi avvicinai, ma non vedevo ancora chi facesse quel suono, tanto i giunchi e le canne l'avevano inviluppato. Mi misi giù ad ascoltare le parole che cantava, e allora, attraverso una piccola apertura fatta dai pescatori, vidi che era vostra figlia.

CARCERIERE
Prego continuate, signore.

CORTEGGIATORE
Cantava molto, ma tutto senza senso; solo la sentii ripetere questo spesso: "Palamone è andato, è andato nel bosco a raccoglier le more; lo troverò domani."

PRIMO AMICO
Anima gentile!

CORTEGGIATORE
"Le sue catene lo tradiranno; sarà preso, e che farò io allora? Metterò insieme una bell'adunata, cento fanciulle dagli occhi neri, innamorate come sono io, col capo incoronato d'asfodeli, labbra di ciliegie e guance di rose damascene, e danzeremo tutte un saltarello davanti al Duca, e chiederemo il perdono per lui." Poi parlò di voi, signore; che dovete perder la testa domani mattina, e che lei deve raccoglier fiori per seppellirvi, e far bella la casa. Poi non cantò altro che "Salice, Salice, salice", e in mezzo c'era sempre "Palamone, bel Palamone", e "Palamone era un baldo giovanotto." Dove sedeva l'erba era alta; le trecce scompigliate una ghirlanda di giunchi incoronava; su lei s'appuntava un migliaio di fiori d'acqua di diverso colore, sì che mi sembrò come l'apparizione della bella ninfa che nutre d'acque il lago, o come Iride appena caduta dal cielo. Faceva anelli coi giunchi che crescevano vicino, e ad essi dava i motti più graziosi, "Così s'unisce il nostro vero amore", "Questo puoi perdere, non me", e altri simili. E poi piangeva, e cantava di nuovo, e sospirava, e con lo stesso fiato sorrideva e si baciava la mano.

SECONDO AMICO
Ahimè, che pena!

CORTEGGIATORE
Mi mossi verso lei; mi vide, e si buttò dritto nell'acqua. La ripescai, e la rimisi salva a terra; ma subito mi sfuggì via, e corse in città con tali grida e rapidità che, credetemi, mi lasciò molto indietro. Tre o quattro vidi da lontano andarle incontro - uno di loro riconobbi essere vostro fratello - là si fermò, e cadde, non potendo sfuggirgli. Li lasciai là con lei, e qui venni ad informarvi.


Entrano il Fratello del Carceriere, la Figlia del Carceriere, e altri.

Eccoli.

FIGLIA (canta)
Che non possiate più goder la luce, ecc.

Vero che è una bella canzone?

FRATELLO
Oh è bellissima.

FIGLIA
Così ne so altre venti.

FRATELLO
Non ne dubito.

FIGLIA
No, veramente; io so cantare "La scopa", e "Bel Robin". Voi non siete un sarto?

FRATELLO
Sì.

FIGLIA
Dov'è il mio abito da sposa?

FRATELLO
Ve lo porto domani.

FIGLIA
Fatelo, molto presto; perché io debbo uscire a chiamare le damigelle, e pagare i suonatori. Perché debbo perdere la verginità al cantar del gallo; o porterà sfortuna. (Canta) O bello, o dolce, ecc.

FRATELLO
Dovete avere molta pazienza.

CARCERIERE
È giusto.

FIGLIA
Buona sera, buoni signori. Prego sentiste mai di un certo giovane Palamone?

CARCERIERE
Sì, ragazza, lo conosciamo.

FIGLIA
Vero che è un bel giovane signore?

CARCERIERE
Così è, amore.

FRATELLO
Non contradditela in niente; sennò potrebbe delirare molto peggio di come mostra adesso.

PRIMO AMICO
Sì, è un bell'uomo.

FIGLIA
Oh, è così? Voi avete una sorella.

PRIMO AMICO
Sì.

FIGLIA
Ma lei non lo avrà mai, ditele così, per un trucco che so io. Farete bene a tenerla d'occhio; perché basta che lo veda una volta, ed è partita, fatta, e disfatta in un'ora sola. Tutte le ragazze della nostra città son cotte di lui, ma io ci rido su, e le lascio fare; piano prudente, no?

PRIMO AMICO
Sì.

FIGLIA
Ce ne saranno almeno duecento adesso incinte di lui... no, quattrocento forse; ma io resto tappata a questo riguardo, tappata come una conchiglietta; e saranno tutti maschi... lui sa come si fa... e a dieci anni saranno tutti castrati per la musica, e canteranno le guerre di Teseo.

SECONDO AMICO
Questo è strano.

FIGLIA
Più di così non sentiste mai; ma non dite nulla.

PRIMO AMICO
No.

FIGLIA
Vengono da ogni parte del ducato da lui. Vi assicuro che ieri notte ne aveva non meno di venti da servire; ma lui le diverte tutte in un paio d'ore, se ci si mette.

CARCERIERE
È perduta incurabilmente.

FRATELLO
Il cielo non voglia, fratello!

FIGLIA (al Carceriere)
Venite qui; voi siete un uomo saggio.

PRIMO AMICO
Lo sa chi è?

SECONDO AMICO
No; magari lo sapesse.

FIGLIA
Voi siete il capitano di una nave?

CARCERIERE
Sì.

FIGLIA
Dove avete la bussola?

CARCERIERE
Qui.

FIGLIA
Mettetela giusta al nord; ed ora fate rotta verso il bosco, dove Palamone giace spasimando per me. Quanto al paranco lasciatelo a me. Su l'ancora, belli miei, da bravi!

TUTTI GLI ALTRI
Oh issa! Oh, issa!

FIGLIA
È su. Il vento è buono; tesate la bolina; fuori la vela maestra! Dove hai il fischietto, capitano?

FRATELLO
Portiamola dentro.

CARCERIERE
Su in coffa, mozzo.

FRATELLO
Dov'è il pilota?

PRIMO AMICO
Son qua.

FIGLIA
Cosa avvisti?

SECONDO AMICO
Un bel bosco.

FIGLIA
Dirigi là, capitano; bordeggia! (Canta)
Quando Cinzia dalla luce riflessa, ecc.


Escono.

 

 

 

atto quarto - scena seconda

 

Entra Emilia, sola, con due ritratti.

EMILIA
Sono in tempo a tamponare quelle ferite che si dovranno aprire altrimenti e sanguinare a morte per causa mia; farò la mia scelta e porrò termine alla loro contesa. Due così baldi giovani non periranno mai per colpa mia; mai madri piangenti seguendo le morte, fredde ceneri dei loro figli, malediranno la mia crudeltà. Buon cielo, che dolce viso ha Arcite! Se la saggia Natura con tutti i suoi migliori attributi, tutte quelle bellezze che elargisce alla nascita di nobili corpi, fosse una donna mortale, e in sé avesse la ritrosia delle giovani vergini, anch'essa senza dubbio impazzirebbe per quest'uomo. Che occhi, di quale fiero splendore e viva dolcezza, ha questo giovane principe! Qui amore stesso siede sorridendo. Proprio con tali occhi il vezzoso Ganimede infiammò Giove, e costrinse il dio a rapire il divino ragazzo e porselo accanto, quale luminosa costellazione. Che fronte, di maestosa ampiezza, porta, arcuata come quella di Giunone grandi-occhi, ma assai più dolce, più liscia della spalla di Pelope! Gloria ed onore, paionmi, da essa, come da un promontorio proiettato nel cielo, spandere le ali, e cantare a tutto il mondo sottostante gli amori e le tenzoni degli dei e degli eroi accanto ad essi. Palamone non è che il suo contrasto; semplice ombra a lui, senza colore. È grigio e secco, con l'occhio mesto come se avesse perso la madre; mite temperamento, non ha spirito in sé, non ha prontezza, neppure un'oncia dell'arditezza gaia di quell'altro. Eppure questi che consideriamo difetti a lui stan bene; Narciso era un ragazzo cupo, ma bellissimo. Oh, chi può trovare il bandolo nel cuore d'una donna? Sono una sciocca; ho perso la ragione, non posso scegliere, e ho mentito così stupidamente che le donne dovrebbero picchiarmi. In ginocchio ti chiedo perdono; Palamone, tu solo sei, e tu soltanto, bello, e questi gli occhi, queste le lampade luminose di bellezza, che comandano e minacciano amore; e quale fanciulla oserebbe contrastarli? Che chiara pacatezza, eppure invitante, è nel suo bruno volto virile! O amore, questo soltanto sarà d'ora in poi il colore giusto. Resta lì, Arcite; tu sei rispetto a lui solo uno scambio, uno zingaro, il vero nobile è questo. Sono confusa, completamente persa; la mia serenità di vergine è sparita. Perché se mio fratello un minuto fa m'avesse chiesto quale dei due amavo, "Arcite", avrei detto, "pazzamente"; se ora mia sorella, "Palamone di più". State qua insieme. Vieni a chiedermi adesso, fratello... Ahimè, non so! Chiedi tu ora, dolce sorella; che ti rispondo? La fantasia è soltanto un bambinello che avendo due gingilli d'uguale delizia non sa scegliere e strilla per entrambi!


Entra un Gentiluomo.

Che c'è, signore?

GENTILUOMO
Dal nobile Duca vostro cognato, madama, vi porto avviso; i cavalieri sono arrivati.

EMILIA
Per porre fine alla contesa?

GENTILUOMO
Sì.

EMILIA
Vorrei finire io prima! Quali colpe ho commesso, casta Diana, perché la mia pura gioventù si macchi ora del sangue di principi, e la mia castità sia fatta altare su cui la vita di amanti - due più nobili e belli mai finora rallegrarono madri - sia sacrificata alla mia sfortunata bellezza?

Entrano Teseo, Ippolita, Piritoo, e seguito.

TESEO
Fateli venire subito, senza indugio; sono impaziente di vederli. I tuoi innamorati rivali sono tornati, e con i loro bravi campioni; ora, mia bella sorella, dovrai sceglierne uno.

EMILIA
Preferirei tutti e due, sì che nessuno muoia per causa mia prima del tempo.

TESEO
Chi li ha visti?

PIRITOO
Io, poco fa.

GENTILUOMO
Io pure.

Entra un Messaggero.

TESEO
Da parte di chi venite, signore?

MESSAGGERO
Dei cavalieri.

TESEO
Prego, riferite, voi che li avete visti, come sono.

MESSAGGERO
Lo farò, Sire, e sarò schietto su ciò che penso. Sei più valenti spiriti di questi che han portato - a giudicare dall'aspetto - non vidi mai, né lessi in alcun libro. Quello che sta al primo posto con Arcite, a vederlo si direbbe un coraggioso; dal viso, un principe. Le sue fattezze così dicono di lui; il colorito più scuro che nero, severo eppure nobile, lo dichiara un veterano, impavido, amante dei pericoli; le ruote degli occhi mostrano fuoco in lui, e come un leone infuriato, così appare; i capelli gli cadono lunghi dietro, neri e lucenti come ali di corvo; le spalle larghe e forti, braccia lunghe e tornite; e sulla coscia una spada, sospesa a una tracolla lavorata, con cui suggella quello che vuole, quando s'aggrotta - migliore amico, in coscienza, non ebbe mai soldato.

TESEO
L'hai descritto bene.

PIRITOO
Eppure lo trovo molto al di sotto del primo che sta con Palamone.

TESEO
Prego, descrivetelo, amico.

PIRITOO
Penso sia pure un principe, e se possibile, di rango superiore; poiché il suo aspetto ha tutto il corollario dell'onore in esso. È un po' più grande del campione descritto da lui, ma d'espressione molto più dolce; di colorito è, come l'uva matura, rossiccio; ed ha provato, non c'è dubbio, quello per cui si batte, perciò più adatto a sposare la causa come sua. Sul viso mostra le migliori speranze per ciò che ha intrapreso, e quando s'adira, allora un pacato vigore, senza passioni estreme, gl'invade il corpo, e guida il braccio verso audaci imprese; non sa paura, tale debole umore non dimostra. In testa è giallo, capelli crespi e ricci, folti e intrecciati come viluppi d'edera, che il tuono non scompiglia, sul viso porta i colori della vergine guerriera, vermiglio e bianco, poiché barba non l'ha colorato ancora; negli occhi roteanti risiede la vittoria come se da sempre volesse premiarne il valore. Ha il naso in su, distinzione d'onore; le labbra rosse, dopo la lotta, son pronte per le dame.

EMILIA
Dovranno anche questi morire?

PIRITOO
Quando parla, la lingua gli suona come una tromba; ogni sua parte è come la vorrebbe un uomo, forte e ben fatta; porta un'ascia ben temprata con impugnatura d'oro; d'età sui venticinque.

MESSAGGERO
C'è un altro, un uomo piccolo, ma d'animo forte, all'apparenza nobile come ogni altro; maggior prestanza in tale corpo non vidi mai finora.

PIRITOO
Oh, è quello con le lentiggini?

MESSAGGERO
Quello, milord. Vero che son carucce?

PIRITOO
Sì, stanno bene.

MESSAGGERO
Ma sembra, che essendo così poche e ben disposte, mostrino la grande e bella arte della Natura. È biondo di pelo, non biondo come una donna, ma di un colore virile vicino al rame; robusto e agile di corpo, che mostra uno spirito attivo; le braccia muscolose, son foderate di tendini nodosi; verso la spalla s'ingrossano un po', come le donne incinte da poco, indice che è portato al travaglio, non uno che sviene sotto il peso delle armi; saldo di cuore, calmo, ma quando si muove, un tigre; ha gli occhi grigi, che concedono misericordia quando vince; acuti nel trovare i vantaggi, e quando li trova, rapido a farli suoi; non fa torti, né li riceve; ha il viso tondo, e quando sorride appare l'amante, quando s'acciglia, il guerriero; in testa porta il serto di quercia, e in esso è infilato il pegno della sua dama; d'età sui trentasei; in mano tiene la lancia d'assalto, laminata d'argento.

TESEO
Sono tutti così?

PIRITOO
Sono tutti figli dell'onore.

TESEO
Adesso, sull'anima mia, io bramo di vederli! Milady, vedrete come si battono gli uomini ora.

IPPOLITA
Volentieri; ma non la causa, milord. Li vedrei meglio se fosse in palio il titolo di due reami; è un peccato che l'amore sia così tiranno. Che pensate voi sorellina cuor-tenero? Non piangete finché non piangon sangue, fanciulletta; così dev'essere.

TESEO
Li avete temprati con la vostra bellezza. Onorato amico, affido a voi la lizza; vi prego, preparatela degna delle persone che l'useranno.

PIRITOO
Sì, sire.

TESEO
Su, andrò io da loro; non posso trattenermi - tanto la loro fama mi ha ispirato - finché compaiano. Buon amico, siate regale.

PIRITOO
Per fasto non si sfigurerà.

EMILIA
Tu, povera fanciulla, va' e piangi il tuo errore ché un nobile cugino perderà il vincitore.

 

Escono.

 

 

 

atto quarto - scena terza

 

Entrano il Carceriere, il Corteggiatore e il Dottore.

DOTTORE
La sua pazzia cresce in certe fasi della luna più che in altre, nevvero?

CARCERIERE
È sempre in uno stato di delirio non violento; dorme poco, completamente senza appetito, però beve spesso; sogna d'un altro mondo, uno migliore; e qualsiasi discorso strampalato faccia, il nome di Palamone spunta fuori, ne infarcisce ogni argomento, lo infila in ogni questione.


Entra la Figlia del Carceriere.


Eccola che arriva; ora vedrete come si comporta.

FIGLIA
L'ho dimenticata completamente; il ritornello faceva "giù là, giù là", e l'ha composta nientemeno che Geraldo, maestro di Emilia. È un fantasioso quello là, che ci potrebbe pure marciare sulle gambe; perché nell'altro mondo, non farà in tempo Didone a vedere Palamone che subito non sarà più innamorata di Enea.

DOTTORE
Ma che dice! Pover'anima.

CARCERIERE
È così tutto il santo giorno.

FIGLIA
Allora per quell'incantesimo che vi dicevo, dovete mettervi un soldo d'argento sulla punta della lingua, sennò niente traghetto; poi, se vi capita d'arrivare dove stanno gli spiriti beati, che spettacolo allora! Noi vergini cui s'è inaridito il fegato, spaccato in pezzettini per amore, ci raduneremo là, e non faremo niente tutto il giorno se non raccoglier fiori con Proserpina. Allora io farò a Palamone un mazzolino; così lui s'accorgerà di me... poi...

DOTTORE
Com'è graziosa nella sua pazzia! Ascoltiamola ancora un po'.

FIGLIA
Invero, vi dirò, qualche volta andiamo a giocare a fendi-l'orzo, noi beati. Ma poveretti che brutta vita che fanno in quell'altro posto, un tal bruciare, friggere, bollire, fischiare, ululare, digrignare i denti, imprecare... Oh, gliela danno colma la misura; meglio stare attenti! Se uno esce di matto, o s'impicca o s'annega, è lì che si finisce - Giove ci scampi! - e lì ci mettono in un calderone di piombo fuso e grasso d'usuraio, in mezzo a un milione e passa di tagliaborse, e là si cucina come un prosciuttone che non è mai pronto.

DOTTORE
Ha il cervello pieno di stranezze!

FIGLIA
Signori e cortigiani che han messo incinte le ragazze, sono in quel posto; stanno dritti nel fuoco fino all'ombelico e nel ghiaccio fino al cuore, così la parte che ha fatto il guaio brucia e quella che ha ingannato si congela, davvero una punizione molto severa, direi, per una sciocchezza così. Credetemi, uno sposerebbe anche una strega lebbrosa per liberarsi, ve l'assicuro.

DOTTORE
Come persiste in queste fantasie! Non si tratta di un accesso di pazzia temporanea, ma di una malinconia profonda e radicata.

FIGLIA
Le sentite la gran dama e la ricca signora di città come strillano insieme? Sarei una bestia se dicessi che è divertente! Urla la prima 'Oh, il fumo!', e l'altra 'Il fuoco!'; la prima piange 'Perché mai lo feci dietro l'arazzo!', e poi ulula; l'altra maledice il suo amante e il padiglione nel giardino. (Canta)
Sarò fedele, mie stelle, mio destino, ecc.

 

Esce.

CARCERIERE
Che pensate di lei, signore?

DOTTORE
Penso che ha la mente turbata, per cui io non ho rimedi.

CARCERIERE
Ahimè, che fare allora?

DOTTORE
Che sappiate, ha mai provato affetto per qualcuno prima di vedere Palamone?

CARCERIERE
Un tempo, signore, avevo grandi speranze che si fosse decisa per questo gentiluomo amico mio.

CORTEGGIATORE
Così pensavo anch'io ed ero convinto che ci avevo fatto un buon affare ad assegnarle metà del mio patrimonio così che entrambi lei ed io al momento eravamo senza finzioni in termini pari.

DOTTORE
L'incontinente soddisfazione della vista ha sfasato gli altri sensi; potranno tornare al loro posto e svolgere le loro preordinate funzioni, ma al momento si trovano in una dislocazione stravagantissima. Questo è quanto dovete fare: confinatela in un luogo dove la luce possa dirsi arrivare di soppiatto più che le sia permesso di entrare; voi giovane signore suo amico, assumete il nome di Palamone; ditele che venite a mangiare con lei e a discorrere d'amore. Questo coglierà la sua attenzione poiché è ciò che le ossessiona la mente; ogni altro oggetto inserito tra la mente e l'occhio suo diventa solo idiozia o giocattolo della sua compulsione. Cantate per lei quelle semplici canzoni d'amore che lei dice Palamone ha cantato in prigione; presentatevi a lei appuntato di tutti i fiori più soavi di cui disponga la stagione, e a questi aggiungete altri profumi mescolati che siano piacevoli all'olfatto. Tutto questo sarà appropriato a Palamone, perché Palamone canta, e Palamone è fragrante e tutte le altre cose buone. Chiedetele il privilegio di mangiare con lei, tagliate per lei gli arrosti, bevete alla sua salute, e metteteci sempre in mezzo la speranza delle sue grazie e d'essere ricevuto nei suoi favori. Informatevi quali fanciulle sono state sue amiche e compagne di giochi e fate che vadano a trovarla e le parlino di Palamone, e portino dei regalini, come se lui volesse esser ricordato. Ella si trova in uno stato d'illusione che va combattuto con le illusioni. Ciò potrebbe ricondurla a mangiare, a dormire e riportare ciò che è al momento fuori registro in lei alla sua precedente regola e governo. Ho visto questo metodo aver successo, quante volte non so, ma di aumentarne il numero, ho grandi speranze in questo caso. Tra i vari stadi di questo trattamento io interverrò con le mie cure. Cominciamo subito, perciò, e affrettiamone il risultato, che non dubito porterà sollievo.


Escono.

 

Indice Teatro

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William Shakespeare - John Fletcher

I due nobili cugini

(o “I due nobili congiunti”)

(“The two noble kinsmen” - 1613)

 

 

atto quinto - scena prima

 

Squilli di tromba.

Entrano Teseo, Piritoo, Ippolita e seguito.

TESEO
Ch'entrino adesso, e davanti agli dei offrano le loro pie preghiere; i templi ardano splendidi di sacri fuochi, e gli altari in nubi benedette affidino il rigonfiante incenso a chi sta sopra noi. Che nulla si tralasci; hanno una nobile impresa da compiere, che farà onore alle potenze stesse che hli proteggeranno.

PIRITOO
Eccoli, Sire.

Squilli di cornetta.

Entrano Palamone e Arcite e i loro cavalieri.

TESEO
Voi nemici valenti e forti di cuore, voi nobili germani antagonisti, che oggi venite ad estinguere quell'affinità che avvampa tra voi, deponete la rabbia per un'ora e a guisa di colombe davanti ai sacri altari dei vostri patroni, gli onnitemuti dei, chinate i vostri corpi caparbi. La vostra ira è più che mortale; così sia il vostro ausilio, e poiché gli dei vi guarderanno, combattete lealmente. Vi lascio alle vostre preghiere, e tra voi divido equamente i miei auguri.

PIRITOO
La vittoria incoroni il più degno!


Escono Teseo, Piritoo, Ippolita e seguito.

PALAMONE
Già corre la clessidra che non può fermarsi finché uno di noi sarà spirato. Solo su ciò pensate, se ci fosse qualcosa in me che volesse rivelarmisi avversa in questo affare, fosse un occhio contro l'altro, braccio oppresso da braccio, distruggerei chi offende, cugino; lo farei, benché parte di me stesso. Perciò comprendete come mi comporterò con voi.

ARCITE
Io sto lottando per scacciare il vostro nome, l'antico affetto, la nostra parentela, dalla mia coscienza, e al suo posto installare qualcosa da distruggere. Perciò alziamo le vele, che guideranno questi vascelli fino a dove il celeste limitatore deciderà.

PALAMONE
Voi parlate bene. Prima che mi volti, lascia che t'abbracci, cugino;


S'abbracciano.

È l'ultimo abbraccio.

 

ARCITE
L'ultimo addio.

PALAMONE
Già, sia così; addio, cugino.

ARCITE
Addio, signore.


Escono Palamone e i suoi cavalieri.


Cavalieri, congiunti, innamorati, e anche vittime mie!

Veri devoti di Marte, il cui spirito in voi scaccia il seme della paura,

e l'apprensione che da essa è ancora più remota,

venite con me davanti al dio della nostra vocazione;

a lui chiedete di concedervi il cuore del leone e il fiato della tigre,

e la ferocia pure, e poi la rapidità, per premere, voglio dire;

e non desiderare di essere lumache.

Sapete che il mio premio sarà strappato dal sangue;

forza e grandi imprese m'incoroneranno della ghirlanda

in cui ella risiede regina dei fiori.

La nostra supplica, perciò, va fatta a colui che farà del campo una cisterna colma di sangue umano;

datemi il vostro aiuto, e chinate a lui il vostro spirito.

Si gettano a terra, quindi s'inginocchiano davanti all'altare di Marte.

Tu possente, che col tuo potere hai tinto di porpora il verde Nettuno,

il cui approssimarsi è annunciato da comete,

le cui stragi in vasto campo son proclamate da teschi insepolti,

il cui fiato distrugge la fertile messe di Cerere,

che abbatti con mano possente da avanzanti nubi di battaglia le torri squadrate,

che insieme fai e distruggi le cinte di pietra delle città;

me tuo pupillo, ultimo seguace del tuo tamburo,

istruisci quest'oggi nell'arte delle armi,

sì che a tua lode avanzi il mio stendardo

e io da te riceva il titolo di signore della giornata;

dammi, grande Marte, un segno del tuo favore.

Qui si prostrano con la faccia a terra come prima.

Si ode un rumore di ferraglia, con un breve tuono come l'irrompere di una battaglia:

quindi si alzano  tutti e s'inchinano all'altare.

O grande correttore di tempi disordinati,

scuotitore di nazioni corrotte,

grande giustiziere di polverosi e vecchi titoli,

che curi col sangue la terra che s'ammala,

e purifichi il mondo dall'eccesso di gente;

ricevo i tuoi segnali come auspici,

e nel tuo nome verso il mio intento m'avvio rinfrancato.

Andiamo.


Escono Arcite e i suoi cavalieri.
Entrano Palamone e i suoi cavalieri, con lo stesso cerimoniale.

PALAMONE
Le nostre stelle dovranno brillare di nuova luce, o estinguersi oggi;

la contesa è amore, e se la dea di esso lo concede,

lei ci darà anche la vittoria.

Unite perciò il vostro animo al mio,

voi la cui generosa nobiltà vi fa sposare la mia causa a rischio della vita;

alla dea Venere affidiamo la nostra impresa,

e il suo soccorso imploriamo per la nostra fazione.


Qui si buttano a terra, quindi s'inginocchiano come prima all'altare di Venere.

Salve, maestosa regina dei segreti,

che hai il potere di distogliere il più crudele tiranno dalla sua rabbia

e farlo piangere davanti a una fanciulla;

che con la forza d'una sola occhiata

fai tacere il tamburo di Marte e riduci gli allarmi in bisbigli;

tu che puoi far brandire la gruccia a un paralitico,

e sanarlo prima di Apollo;

che puoi costringere un re a farsi vassallo d'un suo suddito,

e indurre vecchi decrepiti a ballare;

lo spelacchiato scapolo che in gioventù,

come i ragazzini saltanti sui falò,

ha evitato le tue scottature,

tu l'acchiappi a settanta, e,

a dispetto della sua raucedine,

gli fai stonare giovanili canzoni d'amore.

Quale divinità non subisce il tuo potere?

A Febo tu aggiungi fiamme più calde delle sue;

i fuochi del cielo bruciarono il suo figlio mortale, e il tuo lui;

la cacciatrice tutta umida e fredda,

si dice cominciasse a buttar via il suo arco e sospirare.

Concedi il tuo favore a me, tuo devoto soldato,

che porta il tuo giogo come un serto di rose,

anche se è più pesante del piombo e punge più delle ortiche.

Non ho mai imprecato contro la tua legge;

né rivelato un segreto, perché non ne conosco;

né lo farei se conoscessi tutti quelli che esistono;

mai approfittai della moglie d'un altro,

né lessi le calunnie di spiriti libertini;

mai alle grandi feste cercai d'imbarazzare una bella donna,

anzi arrossii per quei signorini che ci provavano;

son stato duro con gli sbruffoni,

e gli ho chiesto con furia se avessero delle madri;

io l'avevo, una donna, e donne erano quelle che umiliavano.

Conoscevo un uomo di ottanta inverni, questo gli raccontai,

che sposò una ragazza di quattordici.

Fu il tuo potere a metter vita nella polvere;

il crampo della vecchiaia gli aveva messo un piede fuori posto,

la gotta gli aveva saldato le dita in nodi,

atroci spasmi dall'orbite sporgenti avevan quasi spinto fuori i globi,

sì che quanto di vita era in lui sembrava tormento.

Questo scheletro ebbe dalla sua tenera bella un maschietto,

ed io fui sicuro ch'era suo, perché lei giurava che lo era,

e chi non dovrebbe crederle?

Insomma io, con quelli che parlano di ciò che han fatto, non m'accompagno;

quelli che si vantano e non han fatto nulla, il disprezzo;

quelli che vorrebbero ma non han fortuna, il conforto.
No, io non amo chi divulga segreti intrighi in modo malizioso,

né chi rivela cose da tacere n linguaggio osceno;

così io  sono, e giuro che innamorato mai sospirò più sincero di me.

Perciò, tenerissima, dolce dea, concedi a me la vittoria di questa contesa,

che sarà giusta ricompensa all'amore schietto,

e benedicimi con un segno del tuo alto favore.

A questo punto si sente della musica e si vedono svolazzare colombe.

Essi si buttano di nuovo bocconi, quindi s'inginocchiano.


O tu che dagli undici ai novanta regni nel cuore umano,
cui il mondo intero è un parco per la caccia
e noi a branchi la tua preda,

ti ringrazio di questo bel segnale, che,

impresso nel mio puro, fedele cuore,

fa fiducioso il mio corpo a questa impresa.

Alziamoci e inchiniamoci alla dea.

 

S'inchinano.


L'ora s'avvicina.

Escono Palamone e i suoi cavalieri.

Musica dolce di flauti.

Entra Emilia in bianco, i capelli sciolti sulle spalle e una corona di spighe; una in bianco le regge lo strascico, i capelli ornati di fiori; una le va davanti portando una cerbiatta d'argento piena d'incenso e essenze profumate, deposte sull altare di Diana; Emilia accende.

Quindi s'inchinano e s'inginocchiano.

EMILIA
O sacra, sfuggente, fredda, e costante regina,
schiva dei bagordi, silente contemplativa,
dolce, solitaria, bianca quanto casta,

e pura come neve mossa dal vento,

che alle ninfe del seguito concedi appena il sangue del rossore,
che è la tunica del loro ordine;

io, tua sacerdotessa, qui mi prostro al tuo altare.

Oh, degnati col tuo leggiadro occhio verde,

che mai finora contemplò oggetto impuro, di guardare la tua vergine;
e, sacra argentea signora, presta il tuo orecchio,
che mai udì termini scurrili,

e la cui soglia mai oltrepassò suono volgare

alla mia supplicapregna di sacro timore.

Qui si concludeil mio ufficio vestale;

son vestita da sposa, ma il cuore è verginale;

ho un marito assegnato, ma non lo conosco.

Di due dovrei sceglierne uno, e pregare per la sua vittoria,

ma io sono senza colpa di scelta.

Se dei miei occhi dovessi perderne uno, a me son cari entrambi,
non potrei condannarne uno;

quello che morisse non subirebbe sentenza.

Perciò, regina modestissima,
quello dei due pretendenti che mi ama di più
e ne ha il diritto più vero,

fa che lui mi tolga la bionda ghirlanda;

concedi altrimenti che,

nel grado e dignità da me tenute sinora fra le devote tue, io possa continuare.
Qui la cerbiatta svanisce sotto l'altare,

e al suo posto s'innalza un arbusto con sopra una rosa.
Vedete cosa la nostra reggitrice di riflussi e flussi,
dalle viscere del suo sacro altare con miracolo espone: una rosa soltanto!
Se son bene ispirata,

questo scontro distrurrà entrambi i prodi cavalieri,

ed io dovrò crescere sola, non colta, un fiore verginale.


Qui si sente un improvviso stridere di strumenti, e la rosa cade dall'arbusto.

Il fiore è caduto, l'arbusto discende!

O signora, tu qui mi congedi; io sarò colta;
così interpreto, ma non conosco la tua volontà;
schiudi il tuo mistero.

Spero che sia contenta; i segni erano di favore.

 

S'inchinano ed escono.

 

 

 

atto quinto - scena seconda

 

Entrano il Dottore, il Carceriere, e il Corteggiatore travestito da Palamone.

DOTTORE
Il consiglio che vi ho dato le ha giovato in qualche modo?

CORTEGGIATORE
Moltissimo. Le ragazze che le fecero visita l'han quasi convinta che io sia Palamone; una mezz'ora fa venne da me sorridendo, e mi chiese cosa desideravo mangiare, e quando volevo baciarla. Le dissi, subito, e la baciai due volte.

DOTTORE
Ben fatto; venti volte sarebbe stato molto meglio, poiché la cura sta intieramente in questo.

CORTEGGIATORE
Quindi mi disse che veglierà con me stanotte, perché sapeva bene a che ora mi prenderà la crisi.

DOTTORE
Che lo faccia, e quando vi prenderà la crisi, datele quel che serve, e subito.

CORTEGGIATORE
Voleva che cantassi.

DOTTORE
Lo faceste?

CORTEGGIATORE
No.

DOTTORE
Molto male, allora; dovreste assecondarla in ogni cosa.

CORTEGGIATORE
Ahimè, che io non ho voce, signore, per accontentarla in quello.

DOTTORE
Non ha importanza, basta che facciate rumore. Se ve lo chiede ancora, fate qualsiasi cosa; giacete con lei se ve lo chiede.

CARCERIERE
Ma dottore!

DOTTORE
Sì, viene come cura.

CARCERIERE
Ma prima, col vostro permesso, viene l'onore.

DOTTORE
Questo è solo un cavillo. Mai rovinare una figliola per onore; prima curatela così, poi se vorrà essere onorata, la strada sarà aperta avanti a lei.

CARCERIERE
Grazie, dottore.

DOTTORE
Prego portatela dentro e vediamo come sta.

CARCERIERE
Sì, e le dirò che il suo Palamone l'aspetta. Però, dottore, la vostra idea non mi convince ancora.

 

Esce.

DOTTORE
Andate, andate. Voi padri siete dei begli illusi! Il suo onore? Se dovessimo curarla fino a trovare quello...

CORTEGGIATORE
Sicché, voi pensate che non sia onorata, signore?

DOTTORE
Quanti anni ha?

CORTEGGIATORE
Diciotto.

DOTTORE
Potrebbe esserlo... Ma non ha importanza, non serve al nostro scopo. Checché ne dica il padre, se v'accorgerete che il suo umore inclina al modo che dicevo, videlicet, carnalmente... mi seguite?

CORTEGGIATORE
Fin qui perfettamente, signore.

DOTTORE
Soddisfate il suo appetito, senza esitazioni; la curerà ipso facto dell'umor malinconico che l'affligge.

CORTEGGIATORE
La penso come voi, dottore.

Entrano il Carceriere, la Figlia del Carceriere e la sua inserviente.

DOTTORE
Vedrete che è così. Eccola; prego assecondatela.

CARCERIERE
Venite, il vostro amore Palamone vi aspetta, figliola, è qui da più di un'ora, per farvi visita.

FIGLIA
Lo ringrazio per la sua gentile pazienza; è un gentiluomo compìto, e gli sono molto obbligata. Vedeste mai il cavallo che mi donò?

CARCERIERE
Sì.

FIGLIA
Vi piace?

CARCERIERE
È bellissimo.

FIGLIA
Lo vedeste mai ballare?

CARCERIERE
No.

FIGLIA
Io sì, spesso. Balla molto bene, molto graziosamente, e la giga, poi, sia coda mozza o intera che lo sfidi, lui ve la gira lì, come una trottola.

CARCERIERE
Davvero straordinario.

FIGLIA
La moresca la danza a venti miglia all'ora, roba da azzoppare anche il miglior cavai di legno, se ci capisco qualcosa, di tutta la parrocchia; e galoppa anche sull'aria di "Amor leggero". Che ne pensate di questo cavallo?

CARCERIERE
Con queste qualità, penso si potrebbe farlo giocare a tennis.

FIGLIA
Uh, roba da niente.

CARCERIERE
Sa anche scrivere e leggere?

FIGLIA
Bellissima calligrafia, e tiene da sé i conti del suo fieno e foraggio; lo stalliere dovrà alzarsi presto per imbrogliarlo. Avete presente la cavalla saura del Duca?

CARCERIERE
Certamente.

FIGLIA
È perdutamente innamorata di lui, povera bestia, ma lui è come il padrone, scontroso e sdegnoso.

CARCERIERE
Che dote ha lei?

FIGLIA
Un duecento covoni, più venti staia d'avena; ma lui non la vuole. Fischia quando nitrisce, capace di allettare la cavalla di un mugnaio. Sarà per lei la morte.

DOTTORE
Che roba tira fuori!

CARCERIERE
Fate la riverenza, ecco il vostro innamorato.

CORTEGGIATORE (si fa avanti)
Tesoro, come state? Che brava; che riverenza!

FIGLIA
Vostra da comandare onestamente. Quanto dista la fine della terra, miei signori?

DOTTORE
Bah, una giornata di viaggio, ragazza.

FIGLIA (al Corteggiatore)
Ci venite con me?

CORTEGGIATORE
Per farci che, ragazza?

FIGLIA
Andiamo, per giocare a palla-sgabello. Che altro c'è da fare?

CORTEGGIATORE
Son ben disposto, se lì celebriamo il nostro matrimonio.

FIGLIA
Giusto; perché lì vi assicuro, troveremo un prete cieco per lo scopo, che s'arrischierà a sposarci, perché qui son cavillosi e rompono. E poi, mio padre sarà impiccato domani, e questo guasterebbe l'affare. Non siete Palamone voi?

CORTEGGIATORE
Non mi riconoscete?

FIGLIA
Sì, ma a voi non importa di me; io non ho nulla oltre a questa povera gonnella e due sottane grosse.

CORTEGGIATORE
Non fa niente; io vi prendo lo stesso.

FIGLIA
Lo farete davvero?

CORTEGGIATORE
Sì, per questa bella mano lo farò.

FIGLIA
Andremo a letto allora.

CORTEGGIATORE
Appena lo vorrete.

 

La bacia.

FIGLIA
O signore, voi ci vorreste restare appeso.

CORTEGGIATORE
Perché strofinate via il mio bacio?

FIGLIA
È fragrante, e mi profumerà come si deve per il matrimonio. Non è questo vostro cugino Arcite?

DOTTORE
Sì, dolcezza, e son contento che mio cugino Palamone ha fatto una così bella scelta.

FIGLIA
Pensate che mi prenderà?

DOTTORE
Sì, senza dubbio.

FIGLIA
Lo pensate anche voi?

CARCERIERE
Sì.

FIGLIA
Avremo molti bambini. Buon Dio, come siete cresciuto! Il mio Palamone spero cresca pure, bene, ora ch'è in libertà. Ahimè, povero polletto, l'hanno tenuto giù con cattivo mangiare e scomodo alloggio; ma io lo bacerò finché crescerà di nuovo.

Entra un Messaggero.

MESSAGGERO
Che fate voi qui? Perderete il più nobile spettacolo che si vide mai.

CARCERIERE
Sono in campo?

MESSAGGERO
Sì. E a voi spetta anche un compito là.

CARCERIERE
Ci vado subito. Devo proprio lasciarvi ora.

DOTTORE
Ma no, veniamo con voi. Non voglio perdermi lo scontro.

CARCERIERE
Come l'avete trovata?

DOTTORE
V'assicuro che entro tre o quattro giorni l'avrò ristabilita. (Al Corteggiatore) Non allontanatevi da lei, ma continuate a trattarla a questo modo.

CORTEGGIATORE
Così farò.

DOTTORE
Portiamola dentro.

CORTEGGIATORE
Venite, tesoro, andiamo a cena, e poi giocheremo a carte.

FIGLIA
E ci baceremo anche?

CORTEGGIATORE
Cento volte.

FIGLIA
E poi ancora venti.

CORTEGGIATORE
Sì, e venti ancora.

FIGLIA
E poi dormiremo insieme.

DOTTORE
Accettate l'offerta.

CORTEGGIATORE
Sì, perbacco, lo faremo.

FIGLIA
Però non mi farete male.

CORTEGGIATORE
No, tesoro.

FIGLIA
Se lo farete, amore, io piangerò.

 

Escono.

 

 

 

atto quinto - scena terza

Squilli di tromba.

Entrano Teseo, Ippolita, Emilia, Piritoo, e alcuni al seguito.

EMILIA
Non avanzerò oltre.

PIRITOO
Vi perderete lo spettacolo?

EMILIA
Uno scricciolo che insegue una mosca sarebbe per me migliore vista di questa ordalia. Ogni colpo che cade mette a rischio una nobile vita; ogni stoccata lamenta il luogo su cui s'abbatte, e suona più come un rintocco che una lama. Resterò qui. Mi basta che l'orecchio sia punito per ciò che accade, contro il quale non c'è rimedio per non ascoltare; senza che l'occhio sia offeso da spettacoli orrendi che può evitare.

PIRITOO
Sire, mio buon signore, vostra cognata non vuol venire oltre.

TESEO
Invece deve; perché vedrà quelle azioni eroiche dal vero che talvolta si mostrano dipinte. La natura adesso sarà autrice e attrice della fiaba, la prova sigillata da occhio e orecchio. (A Emilia) Dovete esser presente; siete la ricompensa al vincitore, il premio e la ghirlanda che incorona il titolo disputato.

EMILIA
Perdonatemi; se fossi là, non potrei guardare.

TESEO
Ma dovete esser là; questa ordalia è come si tenesse nella notte, e voi la sola stella a brillare.

EMILIA
Sono una stella spenta.
C'è solo infamia nella luce che li mostrerà l'uno all'altro;

l'oscurità, che sempre fu la madre del terrore,

che è maledetta da molti milioni di mortali, potrebbe ancora adesso,
gettando il suo mantello nero sopra entrambi,
impedendo loro di trovarsi,

riguadagnare in parte il suo buon nome,

e tanti omicidi compensare di cui s'è macchiata.

IPPOLITA
Dovete andare.

EMILIA
In verità, non posso.

TESEO
Ma i cavalieri s'accenderanno di valore vedendovi; ben sapete che di questa guerra voi siete il bottino, e dovete esser presente per compensare lo sforzo.

EMILIA
Signore, scusatemi; il titolo ad un regno può esser disputato fuori di esso.

TESEO
D'accordo, d'accordo, allora, come volete. Chi resta con voi potrà augurare questo servizio al suo nemico.

IPPOLITA
Addio, sorella; avviene che io conoscerò vostro marito prima di voi stessa per un piccolo vantaggio di tempo. Chi dei due gli dei sanno essere il migliore, io li pregherò che vi venga dato in sorte.


Escono tutti eccetto Emilia e il suo seguito.

EMILIA
Arcite ha il viso dolce,

ma il suo occhio è come una catapulta piegata o una lama tagliente in un fodero soffice;

pietà e coraggio virile son compagni di letto sul suo volto.

Palamone ha un'espressione molto minacciosa;

la fronte è corrugata, e sembra il cimitero dei suoi crucci.
Ma non sempre è così,

a volte muta in accordo con l'umore dei suoi pensieri;

a lungo l'occhio gli rimane sull'oggetto.

La malinconia gli si confà nobilmente;

come ad Arcite l'allegria,
ma la tristezza di Palamone è una forma d'allegria,
confusa in modo come se l'allegria lo facesse triste, e la tristezza allegro.

Quei mesti umori che ad altri stanno così male,

in lui sono a casa loro.


Cornette. Suonano le trombe come per un assalto.


Senti come quegli speroni del coraggio incitano i principi alla prova!

Arcite potrebbe vincermi, ma Palamone potrebbe anche ferire Arcite tanto da sfigurarne l'aspetto.

Oh, dove trovare lacrime abbastanza se tale fosse l'esito?

S'io fossi presente, potrei far danno,

perché lancerebbero sguardi verso il mio posto,

e in quell'attimo potrebbero mancare una parata o perdere un attacco che aspettava giusto quell'istante.

È molto meglio ch'io non sia là.

Oh, meglio non essere mai nata, che essere la causa di tanta sventura!


Trombe.

Clamori e trambusto all'interno con grida "Urrah Palamone!".

Entra un servitore.

Chi ha la meglio?

SERVITORE
Il grido è "Urrah Palamone!".

EMILIA
Allora è lui in vantaggio. Era da aspettarselo; aveva l'aria elegante del successo, ed è senza dubbio il migliore degli uomini. Ti prego corri e riportami cosa succede.


Grida e trombe, urla "Urrah Palamone!".

SERVITORE
Sempre Palamone.

EMILIA
Corri a informarti.

 

Esce il Servitore.

Povero innamorato, tu hai perduto!
Alla mia destra sempre portavo il tuo ritratto,
quello di Palamone alla sinistra, perché, non so, non ne avevo motivo;

solo il caso così volle.
Sul lato sinistro il cuore resta;

a Palamone toccò in sorte l'augurio migliore.


Altro clamore, e grida all'interno, e trombe.

Questo clamore di grida è sicuramente la fine dello scontro.

Entra il Servitore.

SERVITORE
Dicono che Palamone avesse spinto Arcite a meno d'un pollice dall'obelisco, sicché il grido fu generale "Urrah Palamone!" Ma poi i compagni fecero una riscossa coraggiosa, e i due sfidanti in quest'istante sono a pari vantaggio.

EMILIA
Oh se si fondessero entrambi in uno solo!

Oh, no, non ci sarebbe donna degna d'un uomo così composto;

le qualità d'ognuno, la nobiltà particolare di costoro,

danno da sole il senso di svantaggio, il valore minore, ad ogni donna vivente...


Trombe.

Grida all'interno "Arcite, Arcite!".

Ancora esultanza? È sempre "Palamone"?

SERVITORE
No, ora il grido è "Arcite".

EMILIA
Ti prego fa' attenzione a che si grida;
usa entrambe le orecchie a questo scopo.


Trombe.

Un grande clamore e grida "Arcite, vittoria!".

SERVITORE
Il grido è "Arcite" e "Vittoria!" Ascoltate, "Arcite, Vittoria!".


Si proclama la fine del combattimento dagli strumenti a fiato.

EMILIA
Anche i guerci vedevano che Arcite non era un bambinello; bontà di Dio, la ricchezza e sontuosità di spirito irradiava da lui; non poteva star più nascosta del fuoco nella stoppa, o di quanto bassi argini possano contenere acque che venti tempestosi costringono ad alzarsi. Intuivo che il buon Palamone avrebbe fallito, ma non sapevo perché così pensassi; la ragione in noi non è profeta mentre spesso lo è la fantasia.


Trombe.

Stanno uscendo. Ahimè, povero Palamone!

Entrano Teseo, Ippolita, Piritoo, Arcite vincitore, e seguito.

TESEO
Ecco, dove nostra sorella sta in attesa, ancora tremante e in ansia! Bellissima Emilia, gli dei per divino arbitraggio vi han dato questo cavaliere; è un valoroso quant'altri mai menassero un fendente. Datemi le mani. Voi ricevete lei, voi lui; siate promessi di un amore che cresce mentre voi invecchiate.

ARCITE
Emilia, per acquistare voi ho perso ciò che a me è più caro tranne l'acquisto, eppure compro a buon prezzo, rispetto a quanto vi stimo.

TESEO
O amata sorella, egli parla ora di un cavaliere valoroso quant'altri mai spronasse un nobile destriero; gli dei vollero certo che morisse scapolo perché i suoi figli non apparissero troppo simili a loro! La sua condotta m'incantò talmente che avrei detto l'Alcide rispetto a lui un pezzo di piombo. Se potessi lodarne ogni parte come l'insieme che ho descritto, il vostro Arcite non ci perderebbe; poiché chi era valente a questo modo trovò tuttavia chi lo superasse. Ho sentito due emule filoméle percuotere l'orecchio della notte con rivali gorgheggi, ora più in alto l'una, ora quell'altra, poi la prima di nuovo, e quindi superata, sì che l'udito non poteva decidere tra loro; così durò per molto tempo tra questi cugini, finché gli dei decretarono a fatica un vincitore. Cingete con gioia la corona che avete conquistato. Agli sconfitti, dategli la nostra giustizia prontamente, poiché so che la vita li tormenta e basta; si faccia qui. Non è scena per noi; andiamocene via, gioiosi giustamente, e un po' afflitti. (Ad Arcite) Offrite il braccio al vostro trofeo; so bene che non ve la lascerete sfuggire.


Arcite prende Emilia sotto braccio.

Fanfara.


Ippolita, vedo uno dei vostri occhi concepire una lacrima
che ora partorirà.

EMILIA
Questa è vittoria? O tutte voi potestà celesti, dov'è la vostra misericordia? Se non aveste decretato che così dev'essere, e ordinato a me di vivere per confortare quest'orbo, questo principe diseredato, che taglia alla sua pianta una vita che vale più di tutte le donne, ora dovrei, e vorrei, morire anch'io.

IPPOLITA
Infinita pena che quattro tali occhi si fissino su d'una sì che due per essa debban esser cecati.

TESEO
Così è purtroppo.


Escono.

 

 

 

atto quinto - scena quarta

 

Entrano Palamone e i suoi cavalieri legati, con il Carceriere, un boia, e un picchetto di soldati.

PALAMONE
C'è più d'un uomo a questo mondo che è sopravvissuto all'amore degli altri;

già, e nello stesso stato v'è più d'un padre rispetto al figlio;

qualche conforto abbiamo considerando ciò.

Noi spiriamo, ma non senza la pietà altrui;

di continuare la vita il loro augurio ci accompagna.

Ed evitiamo la detestabile miseria della vecchiaia,

aggiriamo la gotta e il catarro,

che in ore tarde tendono agguati ai grigi viandanti;

veniamo al cospetto degli dei giovani e non sfioriti,

non curvi sotto cumuli di colpe non espiate;

che certo si compiaceranno gli dei piuttosto che a cotali,

dividere il loro nettare con noi,
poiché noi siamo spiriti più chiari.

Cari congiunti miei,
che deponete la vita davanti a questo povero conforto,
per troppo, troppo poco l'avete perduta.

PRIMO CAVALIERE
Quale fine sarebbe di maggiore conforto? Su di noi i vincitori hanno solo la fortuna, il cui favore è temporaneo quanto per noi la morte è sicura; d'un granello d'onore non ci superano in peso.

SECONDO CAVALIERE
Diciamoci addio, e con la rassegnazione irritiamo la vacillante fortuna, che pure quand'è più salda, ondeggia.

TERZO CAVALIERE
Orsù, chi va per primo?

PALAMONE
Sia quello che vi condusse a questo banchetto a dar l'assaggio per tutti voi. (Al Carceriere) Aha, amico mio, amico mio, la vostra gentil figliola mi dette la libertà una volta; a voi adesso di darmela per sempre. Prego, come sta? Sentii che non stava bene; il tipo di malanno mi dette dispiacere.

CARCERIERE
Signore, s'è ben ripresa, e andrà a nozze presto.

PALAMONE
Per la mia breve vita, ne sono assai felice; è la cosa ultimissima a rendermi felice. Ti prego diglielo; raccomandami a lei, e a completarne la dote consegnale questo.

 

Dà al Carceriere la borsa.

PRIMO CAVALIERE
Su, facciamoci tutti donatori.

SECONDO CAVALIERE
È una fanciulla intatta?

PALAMONE
In verità lo credo; un'ottima creatura, per me più meritevole di quanto possa compensarla o lodarla.

TUTTI E TRE I CAVALIERI
Raccomandateci a lei.


Offrono le borse.

CARCERIERE
Gli dei vi ricompensino tutti, e rendano lei grata.

PALAMONE
Addio; e fa' che la mia vita sia ora breve quanto il mio commiato.

PRIMO CAVALIERE
Precedici, coraggioso cugino.

SECONDO CAVALIERE
Noi ti seguiremo di buon animo.

Palamone si aggiusta sul ceppo.

Grande trambusto all'interno con grida "Correte! Salvateli! Fermate!"

Entra di corsa un Messaggero.

MESSAGGERO
Ferma, ferma, oh ferma, ferma, ferma!

Entra Piritoo in furia.

PIRITOO
Fermo, là! Maledetta la furia che ci avete messo se avete fatto così presto. Nobile Palamone, gli dei mostreranno la loro gloria in una vita che avete ancora da vivere.

PALAMONE
Come può essere, dopo che ho detto che Venere è falsa? Che succede?

PIRITOO
Alzatevi, buon signore, e prestate orecchio a notizie che sono al primo udirle dolci e amare.

PALAMONE
Cosa ci ha risvegliati dal nostro sogno?

PIRITOO
Ascoltate dunque. Vostro cugino, montando un destriero che Emilia gli aveva donato, un nero, senza neppure un pelo che sia bianco, cosa che secondo alcuni ne svilisce il prezzo, e molti non comprerebbero, malgrado la razza, per via del colore - superstizione che qui trova fondamento - su questo cavallo dunque, Arcite trotta sui lastrici di Atene, che i rampini contavano, più che calpestare, perché il cavallo farebbe un miglio al balzo se il cavaliere volesse dargli sprone. Mentre così andava contando la strada di silice, danzando, come fosse, alla musica che facevano i suoi zoccoli - poiché, si dice, dal ferro ebbe origine la musica - ecco che da una pietra maligna, fredda come il vecchio Saturno e come lui pregna di malevolo fuoco, dardeggiò una scintilla, o altro zolfo ardente, se a questo scopo preparato, non saprei dire; il focoso cavallo, focoso come il fuoco, prese spavento a ciò, e cadde in quella confusione che la forza può dare all'istinto, balza, s'impenna, dimentica le regole, ricevute ed esercitate nel paziente maneggio; come il maiale uggiola al pungente sperone che lo irrita invece d'ammansirlo neppure un tratto; prova ogni trucco sleale dei cavallacci ribelli e rozzi per disarcionare il suo signore, che resta forte in sella. Quando nulla servì, ché il morso non s'incrinava, la cinghia spezzava, né gli svariati salti smuovevano il cavaliere da dove era piantato, e lo teneva saldo tra le gambe, ecco che sugli zoccoli di dietro dritto s'impenna, sì che le gambe d'Arcite, stando al di sopra del capo, sembrarono sospese per arte magica; la sua corona di vittoria proprio allora gli cadde dalla testa; e subito la bestiaccia si rovescia, e tutto il suo bruto peso diventa il carico del cavaliere. È vivo ancora; ma è la barchetta che galleggia appena, aspettando l'ultimo cavallone che la schianti. Desidera molto di parlarvi. Guardate, arriva.

Entrano Teseo, Ippolita, Emilia, e Arcite trasportato su di una sedia.

PALAMONE
O fine miserabile della nostra parentela! Gli dei sono potenti. Arcite, se il tuo cuore, il tuo nobile, coraggioso cuore, non è ancora spezzato, dammi le tue ultime parole. Io sono Palamone, che pur ti ama mentre muori.

ARCITE
Prendi Emilia, e con lei tutta la felicità del mondo; dammi la mano. Addio; ho contato il mio ultimo rintocco. Non fui fedele, ma mai cedetti al tradimento; perdonami, cugino. Un bacio dalla bella Emilia...

 

Ella lo bacia.

È finita. Prendila; io muoio.

 

Muore.

PALAMONE
La tua anima generosa trovi l'Elisio!

EMILIA
Chiudo io i tuoi occhi, principe; anime elette siano con te! Tu sei davvero un grande uomo, e finché vivrò questo giorno dedicherò alle lacrime.

PALAMONE
Ed io all'onore.

TESEO
In questo luogo combatteste la prima volta; proprio qui io vi divisi. Rimettete agli dei i vostri ringraziamenti poiché siete vivo. La sua parte è finita, e benché troppo breve la recitò egregiamente; la vostra giornata s'allunga, e la felice rugiada del cielo v'arrosa. La possente Venere ha bene adornato il suo altare, e concesso a voi il vostro amore; Marte, nostro padrone, non ha smentito il suo oracolo, ché ad Arcite concesse il favore della vittoria; così le divinità han mostrato equa giustizia. Portate via il corpo.

PALAMONE
O cugino, perché dovemmo desiderare cose che ci costano la perdita del nostro desiderio! Perché nulla poté comprare un amore prezioso se non la perdita di un amore prezioso!

TESEO
Mai la fortuna giocò partita più astuta: il vinto trionfa, il vincitore subisce il danno; eppure nella prova gli dei sono stati al massimo imparziali. Palamone, vostro cugino ha ammesso che il diritto alla signora spettava a voi, poiché voi la vedeste per primo, e subito proclamaste la vostra inclinazione; egli la restituì come un gioiello a voi rubato, e volle che il vostro animo lo congedasse perdonato. Gli dei la mia giustizia mi tolgono di mano, ed essi stessi se ne fanno gli esecutori. Conducete via la vostra signora; e fate scendere i vostri compagni dal patibolo, che io adotto come amici miei. Un giorno o due mostriamoci tristi e facciamo onore al funerale di Arcite, alla fine del quale del viso di sposi ci vestiremo per sorridere con Palamone; per il quale un'ora, già, solo un'ora fa, ero tanto afflitto com'ero felice per Arcite, e sono ora felice come per l'altro afflitto.

 

O voi celesti incantatori, quali trastulli siamo noi per voi!

Per quello che ci manca noi ridiamo;

per quello che abbiamo siamo tristi;

siamo sempre fanciulli in qualche modo.

Siamo riconoscenti per quello che è,

e smettiamo di disputare con voi che siete al di sopra del nostro scrutinio.

Andiamocene e diamoci un contegno appropriato al momento.


Squilli di tromba.

Escono.

 

 

 

atto quinto - epilogo

 

Entra la Figlia del Carceriere, sola.
 

FIGLIA
Vorrei ora chiedervi se vi è piaciuto lo spettacolo,
ma, come succede a noi scolari, mi blocco;
ho la fifarella cruenta.

Di grazia, restate ancora un poco,
e lasciate che vi guardi. Nessuno sorride?
Siamo tra i fiaschi, vedo.

Allora, chi ha mai amato una ragazzotta fresca e prosperosa, si faccia vedere...
È strano davvero se non c'è nessuno... e se gli va,
contro coscienza, che fischi, e ci guasti il mercato.

Vedo che non serve a farvi star buoni.
Forza, allora, sfogatevi! Dunque, che dite?
Non mi capite male, però. Io non vi sto provocando.
Non ne abbiamo l'intenzione.

Se la fiaba che abbiamo raccontato - perché fiaba è -

vi ha in un certo senso contentato,
perché solo a questo onesto fine ve l'abbiamo proposta,
siamo soddisfatti;

e ne avrete senza tardare, lasciatemi dire,

anche di meglio, sì da prolungare l'antico affetto che ci portate.

Noi, attori e suonatori,

restiamo servi vostri attentissimi;

e buona notte, miei signori.


Fanfara.

Esce.

 

 

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