William Shakespeare - Il Teatro

 

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Enrico VIII

(“The Life of King Henry the Eighth” - 1612 - 1613)

 

 

Introduzione - Riassunto

Personaggi - Atto Primo

Atto Secondo - Atto Terzo

Atto Quarto - Atto Quinto

 

Introduzione

 

L'"Enrico VIII", o meglio "La famosa storia della vita di Enrico VIII" è l'ultimo dramma di Shakespeare, e segna il ritorno, dopo un intervallo di ben 14 anni, ai grandi temi della storia nazionale affrontati nelle due grandi tetralogie che trattano le vicende del governo inglese dal 1398 al 1521, come anche nel "Re Giovanni", che risale agli esordi della sua attività di drammaturgo.

 

da Carabinieri.it

 

Quando William Shakespeare – dopo aver raccontato la storia di tanti altri sovrani inglesi – scrisse e rappresentò in teatro la sua storia, Enrico VIII era morto ormai da sessantasei anni; sua figlia Elisabetta (la grande regina che consolidò le conquiste politiche del padre) era passata a miglior vita da tredici anni. Correva l’anno 1613, e The famous history of the life of king Henry the Eight (per citare il titolo originale della tragedia: La famosa storia della vita del re Enrico Ottavo) riscosse un enorme successo di pubblico, a conforto dell’intelligenza degli spettatori, se si presta fede al Prologo che precede la rappresentazione. «Questa volta», spiega l’autore, «non vengo a farvi ridere; abbiamo da presentarvi cose gravi accigliate e tristi per alti travagli: scene di dolore d’una tale maestà e nobiltà da strapparvi dagli occhi fiumi di pianto. Quelli d’animo tenero e pietoso potranno ora, se vogliono, versare una lacrima; la vicenda la merita. Chi ha speso il suo denaro con la viva speranza di veder cose credibili, questa volta vedrà cose vere».

L’Enrico VIII fu l’ultima opera teatrale scritta da Shakespeare, che morì tre anni dopo. Nei cinque atti si raccontavano «cose vere», e relativamente recenti. Molte erano controverse e dolorose. Questo spiega perché il più grande autore elisabettiano preferì occuparsene quando ormai gli ultimi protagonisti erano definitivamente scomparsi dalla scena. La tragedia si svolge nel periodo centrale della vita del re: la fine del matrimonio con Caterina d’Aragona, incapace di dare al sovrano l’erede maschio che lui pretendeva; lo strappo con la Chiesa di Roma; il matrimonio con Anna Bolena; la nascita di Elisabetta. E proprio con la nascita della futura regina si conclude il dramma, con il panegirico dell’arcivescovo di Canterbury, Thomas Cranmer: «Questa fanciulla regale – vegli il cielo sempre su di lei – già dalla culla promette a questa terra le mille e mille benedizioni che il tempo va maturando. Ella sarà d’esempio e modello – ma non tutti quelli che or sono vivi vedranno la sua grandezza – ai principi suoi contemporanei e successori. La regina di Saba non fu mai tanto assetata di saviezza e di virtù quanto sarà quest’anima bella».
Le circostanze storiche suggerivano certo di rivolgere pubblici encomi ad Elisabetta. Ma gli inglesi – al principio del XVII secolo – avevano solide ragioni di riconoscenza per la sovrana. Gli anni di Enrico non erano stati anni facili. Il boia faceva gli straordinari, la rottura con la Chiesa Romana presentava molte incognite, e – a tratti – l’Inghilterra apparve isolata (e accerchiata) dal resto dell’Europa. Il breve regno di Edoardo, l’unico figlio maschio di Enrico, dettò le regole della Riforma, che il padre aveva appena abbozzato, e s’incrudelì la persecuzione nei confronti dei cattolici. Maria, la primogenita, andata in sposa al figlio di Carlo V, Filippo, futuro re di Spagna e cattolicissimo, ribaltò la situazione, con un tentativo di ripristinare la supremazia del papato, accompagnato da altre persecuzioni (che fecero guadagnare a Maria il soprannome di “sanguinaria”). Soltanto con Elisabetta si tirarono le somme di quella rivoluzione: e il bilancio fu positivo. L’Inghilterra conquistò definitivamente la propria insularità (dopo aver perso la regione di Calais, nel continente), che si tramutò in un elemento di forza, e non di debolezza. L’orgoglio di Enrico VIII – che non voleva ipoteche di alcun genere sul suo regno – divenne l’orgoglio di tutti gli inglesi.
Enrico era un personaggio formidabile, da ogni punto di vista. E, infatti, se ne parla ancora a quasi cinque secoli di distanza. Continua a suscitare l’interesse di biografi, di scrittori, di romanzieri e sceneggiatori. Per le sei mogli (e le innumerevoli amanti) invidia dei maschilisti impenitenti, orrore per suffragette e femministe. Ma anche per il vigore fisico, che ne faceva il campione dei tornei cavallereschi, per la crudeltà senza limiti né pentimenti. E per la saggezza con la quale regnò per moltissimi anni. Ma a farne un protagonista della Storia, e uno degli uomini che hanno contribuito a mutarne il corso, fu la decisione (in parte provocata da ragioni personali, che avevano a che vedere con le passioni, e in parte da un disegno lucido) di rompere con la Chiesa cattolica e fondarne una – quella anglicana – di cui il re d’Inghilterra è il capo supremo.
I contemporanei – come spesso accade – non si resero conto di quel che accadeva e di quel che sarebbe accaduto. La storica Antonia Fraser (moglie del commediografo Harold Pinter, Nobel per la Letteratura lo scorso anno) osserva che «nessuno predisse mai che il re si sarebbe sposato sei volte; nessuno, del resto, a tale profezia avrebbe creduto. Neanche le sei regine avrebbero creduto a chi avesse anticipato loro il destino che le attendeva: se non era prevedibile che ben due principesse andassero incontro a un ripudio, ancor meno lo era che quattro donne di origini relativamente modeste assurgessero al massimo onore di consorte del re e che due di esse, entrambe in apparenza innocue, finissero sul patibolo per alto tradimento». Infine, «nessuno avrebbe potuto prevedere che lo snello, biondo, incantevole principe – “il più bel principe d’Europa” – salito al trono d’Inghilterra nel 1509, appena prima di compiere diciott’anni, morisse quasi quarant’anni dopo, mostro di obesità, con la fama di un barbablù”. Fama meritata, per giunta.
Non si resero conto di nulla neppure nelle altre corti d’Europa, dove la storia delle sei mogli di Enrico VIII, con tutti i suoi drammi, i suoi risvolti tragici, raccapriccianti e a volte perfino comici, fu seguita con stupore e incredulità. Il re di Francia, che non era un santo nel campo delle relazioni extraconiugali, restò di stucco quando seppe che il suo rivale inglese aveva appena ripudiato la quarta moglie, sposata sei mesi prima, per amore di una ragazzetta di cui non si era mai sentito parlare e che per età avrebbe potuto essere nipote della sua prima moglie. «E questa è ora la regina?», chiese Francesco I alludendo a Caterina Howard. Quando gli dissero di sì, il re di Francia dette un gran sospiro. A questo riguardo espresse sentimenti comuni a molti l’incauta damigella di corte che nel 1540 esclamò: «Che razza di uomo, il re! Ma quante mogli vuole?».
L'incontro tra Enrico VIII e Francesco I al Campo del Drappo d'Oro (Versailles, Museo del Castello)Nel 1534, dopo che la Chiesa aveva respinto la richiesta di annullamento del matrimonio con Caterina d’Aragona avanzata da Enrico VIII, il re d’Inghilterra emanò, con l’appoggio del parlamento, l’Atto di Supremazia, che sancì la nascita della Chiesa Anglicana. La vertenza fra Roma e Londra si era trascinata per tre anni, durante i quali Enrico si era fatto concedere l’annullamento dall’arcivescovo di Canterbury, Thomas Cranmer (da lui nominato) e il papa Clemente VII aveva reagito con la scomunica. Se il re ebbe una diretta responsabilità nella rottura, il pontefice di Roma non fece nulla per evitarla. L’Atto di Supremazia del 1534 sottraeva la Chiesa inglese all’autorità papale, ponendola alle dirette dipendenze del sovrano, ma non prevedeva alcun cambiamento dottrinale e liturgico: la costituzione e i dogmi restavano quelli della Chiesa cattolica (che Enrico aveva difeso all’epoca dello scisma luterano, scrivendo persino un saggio contro il monaco di Wittenberg). La decisiva svolta in senso protestante si ebbe nel 1552, sotto il regno di Edoardo VI.
Personaggio sanguigno e irascibile, Enrico era il perfetto rappresentante del potere assoluto: il monarca che faceva e disfaceva a proprio piacimento, liberandosi bruscamente degli oppositori, favorendo i cortigiani. Chiunque ostacolasse i suoi disegni sapeva già che avrebbe fatto i conti con il boia: accadde così ad Anna Bolena e a Caterina Howard, ma lo stesso destino toccò anche a Tommaso Moro (santificato successivamente dalla Chiesa di Roma) e a John Fischer (scampò casualmente alla forca il cardinale Thomas Wolsey, che aveva guidato il governo prima di Moro, ma soltanto perché un malore lo stroncò alla vigilia dell’esecuzione). A dispetto di queste “intemperanze”, Enrico VIII fu un buon monarca: la sua rottura con la Chiesa non fu determinata soltanto dal desiderio di ripudiare la prima moglie, Caterina d’Aragona, per sposare la seconda, Anna Bolena, ma dal disagio che serpeggiava in larga parte dell’Europa in un’epoca nella quale la Chiesa non brillava per moralità. Il pugno di ferro con il quale guidò l’Inghilterra nasceva anche dall’esigenza di ridare nerbo al Paese dopo il lungo periodo di guerra civile che si era concluso con la vittoria dei Tudor contro gli York.
Un autorevolissimo storico inglese, George Macaulay Trevelyan, sostiene che «Enrico VIII mandò al rogo i protestanti, al tempo stesso in cui impiccava e decapitava i cattolici che si opponevano a una rivoluzione di ispirazione anti-clericale. E questa politica, che assume oggi un aspetto così incomprensibile, incontrò allora l’approvazione della maggioranza del popolo inglese. Nella babele di voci che si levarono durante il regno di Enrico, la nota dominante è quella di un anticlericalismo cattolico e nazionalistico. Soltanto dopo la sua morte, la logica della nuova situazione all’interno e all’estero spinse anticlericali e nazionalisti inglesi a difendersi dalla reazione cattolica attraverso l’alleanza con i protestanti; e, molto lealmente, durante il regno di Elisabetta, finirono per abbracciarne le dottrine».
All’inizio del XVI secolo l’Inghilterra era un piccolo Paese, con pochissimi abitanti. Si calcola che fossero due milioni e mezzo, mentre il re di Francia poteva già allora contare su quindici milioni di sudditi. Enrico – che, con molti secoli di anticipo, si rivelò un genio delle pubbliche relazioni – trasformò il suo regno in una potenza europea. Ricorrendo a tutte le armi della comunicazione, e assai poco a quelle degli eserciti. Il suo incontro con Francesco I nel Campo del Drappo d’Oro (vicino Calais) fu – per magnificenza – uno spettacolo straordinario, che convinse le altre corti europee a prendere nella debita considerazione quell’omone imponente, spesso allegro, sempre al centro del palcoscenico.
I diplomatici che ebbero la ventura di incontrarlo ne fecero descrizioni ammirate. Un medico spagnolo – che faceva parte del seguito di Caterina d’Aragona – disse che il re d’Inghilterra aveva «membra gigantesche». L’ambasciatore veneziano Giustinian lo trovò «bellissimo, quanto natura potrebbe fare»; scrisse che aveva una barba «che pare d’oro» e una pelle chiara e delicata come quella di una donna. «Vedere il re che gioca a tennis, con la pelle bianca sotto la camicia finissima, è la più bella cosa del mondo». I suoi appetiti (di ogni genere) erano possenti, e tali rimasero fin quasi alla fine, quando il corpo era ormai devastato, e la salute molto precaria. Ed era anche – con estrema coerenza – uomo di passioni e temperamento sopra le righe.
Nutriva un immenso amore per la vita. Donne, lusso, gioco, lotta, caccia, ballo, feste in maschera: non si negava nulla. E trasmetteva agli altri la stessa vitalità. Amava anche la musica, e sapeva suonare ogni genere di strumento. Compose parecchie canzoni. Tutte le donne cadevano ai suoi piedi, e lui – che in questo genere di rapporti si lasciava trascinare dal cuore, e non solo – non si sottraeva.
Non era, però, un uomo fatuo. Era stato educato in modo rigoroso. Praticava le buone letture, ed era in grado di fronteggiare chiunque, in qualunque genere di discussione: era ferrato persino nelle dispute dottrinarie e teologiche, e quando il papa gli negò il diritto di divorziare da Caterina, mise in seria difficoltà i teologi del Vaticano con argomentazioni sottili e ben costruite. La «questione» che si aprì con Roma, sottolinea Trevelyan, «non fu, a rigor di termini, una vera e propria questione di divorzio. Dal punto di vista tecnico, si trattava di stabilire se Enrico fosse mai stato veramente sposato con Caterina d’Aragona, poiché suo fratello Arturo era stato il primo marito di lei. Un papa precedente aveva concesso la dispensa al suo matrimonio con Enrico, ma a Clemente VII fu chiesto di dichiarare che il matrimonio non era mai stato valido, e che Enrico era ancora un robusto scapolo. Infatti, egli voleva sposare Anna Bolena. Come la maggior parte dei monarchi di quel tempo e di molti altri tempi, prima e dopo d’allora, si sarebbe perfettamente adattato a tenersela come amica, come già era, se non avesse desiderato un erede maschio legittimo per assicurare all’Inghilterra una successione indiscussa e un governo forte, dopo la sua morte. Da Caterina non poteva più attendere alcun figlio, e la loro unica erede era la principessa Maria. Non si era mai avuta una regina regnante in Inghilterra, e l’idea poco consueta di una successione femminile parve costituire per il Paese la minaccia di una guerra civile o il governo di un principe consorte straniero».
Enrico – in altre parole – si fece guidare dalla ragione di Stato. Dopo il Sacco di Roma, il papa era ostaggio dell’imperatore Carlo V, e ad Enrico – osserva un altro storico inglese, G. R. Elton – «sembrò intollerabile che gli interessi dell’Inghilterra dovessero dipendere, tramite il papa, dalla volontà dell’imperatore. Nella rabbia risvegliata dal torto personale, finì per rendersi conto di ciò che molti Inglesi avevano già chiaro da molto tempo: che l’Inghilterra, se voleva essere veramente una nazione, doveva ripudiare una giurisdizione spirituale formulata dai suoi rivali e nemici stranieri». Assecondò la storia, e ne mutò il corso, promuovendo il suo Paese al ruolo da protagonista che ancora gli compete.

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RIASSUNTO

 

L'azione è ambientata a Londra, Westminster e Kimbolton. Narra le vicende storiche del ripudio della regina Caterina d'Aragona da parte di Enrico VIII; l'allontanamento di Caterina dalla corte (in parte per gli intrighi del cardinale-ministro Thomas Wolsey, che si vendica di lei per non aver ottenuto l'arcivescovado di Toledo, non essendo Caterina intervenuta in suo favore presso l'imperatore del Sacro Romano Impero Carlo V, già Carlo I di Spagna); l'incoronazione di Anna Bolena a regina d'Inghilterra. Dopo numerosi avvenimenti tragici, la nascita della figlia Elisabetta e il suo battesimo concludono l'opera con un'atmosfera di serenità e di speranza. Accanto alla vicenda principale, sono rappresentati i drammi del duca di Buckingham (condannato a morte per gli intrighi del cardinale Wolsey) e del cardinale Wolsey (privato di tutti gli incarichi e di tutti i beni, e sostituito da Tommaso Moro nella carica di ministro, per aver scritto al papa di bloccare l'istanza di divorzio di Enrico VIII). L'autore mostra una particolare attenzione al dramma degli sconfitti della storia (duca di Buckingham, Caterina, Wolsey) ed è magnanimo nel far risaltare i loro meriti. Del resto, Shakespeare conosce gli alti e bassi della storia: quando scriveva, Tommaso Moro era stato giustiziato (1535) per avere rifiutato la ratifica del divorzio del re e la ribellione all'autorità del papa. Anche Wolsey si riscatta nella caduta, riconoscendo umilmente la "vana pompa e gloria di questo mondo", avendo ritrovato "una pace interiore che supera tutte le dignità della terra".

 

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Enrico VIII

(“The Life of King Henry the Eighth” - 1612 - 1613)

 

 

Personaggi

 

Enrico VIII, RE d'Inghilterra
Duca di BUCKINGHAM
Duca di NORFOLK, Maresciallo del Regno
Duca di SUFFOLK, Gran Siniscalco
Charles BRANDON (forse lo stesso Duca di Suffolk)
Conte di SURREY, genero di Buckingham
Lord ABERGAVENNY
Lord SANDS (Sir Walter Sands)
Sir Thomas LOVELL
Sir Henry GUILFORD
Sir Nicholas VAUX
Sir Anthony DENNY
Tre gentiluomini
Marchese di DORSET (nel corteo dell'Incoronazione)
Araldo della Giarrettiera
Cardinale WOLSEY, Arcivescovo di York, Lord Cancelliere d'Inghilterra

Lord CANCELLIERE (Sir Tommaso Moro)
Lord CIAMBELLANO
Lord SINDACO di Londra
Cardinale CAMPEGGIO, Legato del Papa
CHAPPUYS, Ambasciatore dell'Imperatore Carlo V
Arcivescovo di CANTERBURY (William Warham)
Thomas CRANMER, Cappellano del Re, poi Arcivescovo di Canterbury
Stephen GARDINER, Segretario del Re, poi Vescovo di Winchester
Thomas CROMWELL, al seguito di Wolsey, poi Segretario del Re

STOKESLEY, Vescovo di Londra
Vescovo di LINCOLN
Vescovi di ELY, ROCHESTER, SAINT ASAPH
Regina CATERINA d'Aragona, moglie di Enrico e vedova del Principe Arturo, poi Principessa Vedova

ANNA Bolena, Damigella d'onore, poi Marchesa di Pembroke, e Regina d'Inghilterra

DAMA attempata, Dama di compagnia di Anna Bolena
GRIFFITH, Gentiluomo Usciere della Regina Caterina
GENTILUOMO al seguito della Regina Caterina
PAZIENZA, Ancella della Regina Caterina
ANCELLE della Regina Caterina
MARCHESA DI DORSET, DUCHESSA DI NORFOLK: come madrine della Principessa Elisabetta
Dottor BUTTS, Medico del Re
INTENDENTE del Duca di Buckingam
SEGRETARIO di Wolsey
UFFICIALE della Guardia
USCIERE della Camera del Consiglio
GUARDAPORTONE del Palazzo Reale
AIUTANTE del Guardaportone
SCRITTURALE
BANDITORE
MESSAGGERO
PROLOGO
Nobili, Dame, Giudici, Assessori, Prelati, Guardie, Mazzieri, Persone del seguito, Servitori, Sei personaggi biancovestiti, Paggi, ecc.

 

atto primo - prologo

 

PROLOGO
Stavolta non son qui per farvi ridere. Stiamo per presentarvi eventi dall'aspetto grave e austero, tristi vicende, alte e toccanti, pregne di maestà e sofferenza, scene sì nobili da farvi sciogliere in pianto. Chi fra voi è aperto alla compassione potrà, se crede, farsi scappare una lacrima: il soggetto lo merita. Chi spende i propri soldi soltanto perché si aspetta una trama credibile, troverà in essa qualche verità. Chi poi viene a vedersi una o due scene spettacolari, che gli faccian dire che il dramma non è male, se ne stia zitto e buono, ed io m'impegno a ripagarlo del suo scellino nel breve giro di due ore: con tanto d'interessi.

Soltanto chi è qui venuto a sentire una commedia giocosa e sboccata, o un clangor d'armature, o a godersi le uscite dell'uomo dal camicione multicolore orlato di giallo, potrà dirsi deluso.

Poiché sappiatelo, cortesi uditori: a metter sullo stesso piano la nostra storia vera e tali esibizioni di giullari e duellanti, non solo rinunceremmo a fare uso del nostro cervello, ed alla nostra conclamata intenzione di presentarvi sempre e solo la Verità, ma perderemmo i più esigenti fra i nostri amici.
Pertanto, per carità di patria, e per la fama che avete, il pubblico più eletto e ben disposto che la città possa offrire, restate seri come vi vorremmo. E immaginate di vederli, i personaggi della nostra nobile istoria, esattamente quali furono in vita; immaginateli nella loro grandezza, accompagnati dalla gran folla accaldata dei loro mille seguaci.

Poi, in un istante, osservate come fan presto i potenti a cadere in disgrazia:

e se la voglia di ridere a quel punto vi assale,

siete capaci di andare a nozze con facce da funerale.

 

 

 

 

atto primo - scena prima

 

Entrano da un lato il Duca di Norfolk, dall'altro il Duca di Buckingham e Lord Abergavenny.

BUCKINGHAM
Buon giorno, e ben tornati. Come ve la siete passata dall'ultima volta che ci vedemmo in Francia?

NORFOLK
Ottimamente, Vostra Grazia; e da quel giorno sempre più ammirato da quanto vidi laggiù.

BUCKINGHAM
Una malaugurata terzana mi tenne prigioniero nella mia stanza, proprio quando quei due soli gloriosi, quei due fulgidi astri s'incontrarono nella piana di Andren.

NORFOLK
Tra Guines ed Ardres ero presente anch'io, quando si salutarono, in sella ai loro destrieri. E quando balzarono a terra, li vidi stringersi forte nel loro abbraccio, quasi a fondersi insieme in un atto di unione. Qual coalizione di quattro sovrani ce l'avrebbe spuntata contro quell'unico trono?

BUCKINGHAM
E io che in tutto quel tempo me ne restai confinato nella mia stanza!

NORFOLK
Vi siete perso, allora, lo spettacolo della gloria terrena: per cui si poteva ben dire che fino a quel momento il fasto era celibe, ma che ora si univa in nozze a un'entità superiore. Ogni nuovo giorno diventava l'araldo del successivo, finché l'ultimo giorno non fece suo ogni passato splendore. Oggi i Francesi, tutti scintillanti e laminati in oro, come idoli pagani, eclissavan gl'Inglesi; e l'indomani questi ultimi della Britannia facevano un'India, e ognuno dei presenti sembrava una miniera. I loro minuscoli paggi parevano dei cherubini, tutti belli indorati; e anche le loro dame, non use alla fatica, quasi quasi sudavano nel portare su di sé tanto fasto, e così rosse e accaldate sembravano dipinte. Una sera lo spettacolo in maschera veniva proclamato incomparabile: e la sera seguente lo si diceva insulso, e ben povera cosa. I due monarchi, pari in splendore, primeggiavano a turno quand'erano presenti: chi dei due era visibile teneva il monopolio delle lodi, e quando eran presenti tutti e due si fingeva di vederne uno solo, e nessun testimone osava fiatare o far confronti. Quando poi quei due Soli (ché così li chiamavano) coi rispettivi araldi chiamarono a disfida i più animosi cavalieri, questi seppero battersi oltre ogni immaginazione, sì che le gesta degli antichi cantari ora sembravano umanamente possibili, e si finì col dar credito anche a un Buovo d'Antona.

BUCKINGHAM
Via, state esagerando!

NORFOLK
Com'è vero che son uomo d'onore, e che l'onore esalta la mia veracità, l'evolversi dei festeggiamenti, in bocca al più brillante cronista riuscirebbe men vivido di quel che l'azione stessa esprimeva in sé. Tutto era regale: non una nota stonata nella disposizione del tutto. Il rituale impreziosiva ogni cosa, ed i cerimonieri non avrebbero potuto far di meglio.

BUCKINGHAM
E chi era il regista? Voglio dire, chi ha coordinato il corpo e le membra di questa grande festa, secondo voi?

NORFOLK
Uno che sicuramente pareva tutt'altro che tagliato per siffatte incombenze.

BUCKINGHAM
Di grazia, chi, mio signore?

NORFOLK
Tutto questo fu predisposto dalla sapiente regia del molto reverendo Cardinale di York.

BUCKINGHAM
Il diavolo se lo porti! Non esiste faccenda in cui non ficchi la sua mano ambiziosa. Cosa aveva a che fare con queste dissennate vanità? Io mi stupisco che una tal palla di lardo possa con la sua stessa mole intercettare i raggi del benefico sole e privarne la terra.

NORFOLK
Sicuramente, signore, c'è in lui la stoffa per impegni di tal fatta: ché senza il sostegno di un'antica casata (in virtù della quale possan gli eredi trovarsi il cammino segnato), senza il prestigio di alti servigi resi alla Corona, senza la parentela di potenti ministri, pure, al pari di un ragno al centro di una tela da se stesso tramata, s'impone all'attenzione, e la sola forza dei propri meriti basta a aprirgli la strada: un dono del cielo, tutto per lui, che gli procura poteri secondi soltanto a quelli del Re.

ABERGAVENNY
Non saprei dire quale dono del cielo: lascio a un occhio più esperto di svelare l'arcano. A me basta notare che la superbia in lui trasuda da tutti i pori. Donde gli deriva? Non dall'inferno? Il diavolo è ben tirchio!
O forse gliel'ha già ceduta tutta, e lui si è messo in proprio con una succursale dell'inferno.

BUCKINGHAM
Perché diavolo questa escursione in Francia lo ha visto arrogarsi il diritto di decidere - senza informarne il Re - chi dovesse scortarlo? È stato lui a rediger la lista di tutti i nobili: per la più parte coloro cui intendeva addossare il massimo della spesa col minimo dell'onore. E bastò una sua lettera - senza nemmeno l'assenso degli onorevoli membri del Consiglio - ad obbligare a partire chi fu da lui designato.

ABERGAVENNY
Conosco dei miei congiunti, almeno tre, le cui proprietà hanno subito in tal modo un tale salasso da non ritrovare mai più la prosperità di un tempo.

BUCKINGHAM
Ah, sono stati in molti a rompersi la schiena col carico dei castelli venduti per finanziare la grande spedizione. A che è servita tanta vanità se non a far sapere ai quattro venti che il loro futuro è ipotecato?

NORFOLK
Mi tormenta pensare che la pace fra noi e la Francia non ripaghi l'investimento fatto per concluderla.

BUCKINGHAM
Ciascuno di noi, dopo il tremendo temporale che ne seguì, si sentì come ispirato; e indipendentemente proruppe in un'universale profezia: che una tale tempesta scompigliando la veste di questa pace, era il preludio di un'improvvisa rottura.

NORFOLK
Che si è già consumata: poiché la Francia ha violato gli accordi, e confiscato i beni dei nostri mercanti a Bordeaux.

ABERGAVENNY
È dunque per questo che il nostro ambasciatore è stato messo a tacere?

NORFOLK
Proprio così, perdiana!

ABERGAVENNY
Gran bella pace davvero, ed acquistata a carissimo prezzo.

BUCKINGHAM
Ebbene, tutta questa faccenda fu il nostro reverendo Cardinale a architettarla.

NORFOLK
Mi consenta Vostra Grazia, la corte è edotta della privata contesa tra il Cardinale e voi. Vi do un consiglio (prendetelo da un cuore che non vi augura altro che onore, prosperità e fortuna): considerate l'ostilità del Cardinale e il suo grande potere come una cosa sola; considerate inoltre che agli obbiettivi del suo odio protervo non fanno difetto strumenti per l'azione. La sua natura la conoscete, sapete quant'è vendicativo, come io so che la sua spada è lunga e affilatissima, e ben possiamo dire ch'essa arriva lontano e - dove non arriva - lui sa come scagliarla. Resti segreto questo mio consiglio: vi tornerà salutare. Ma ecco che viene, proprio quello scoglio che io vi raccomando di schivare.

Entrano il Cardinale Wolsey, preceduto dal portatore del sigillo reale, con alcune guardie e due Segretari che portano documenti. Il Cardinale passando fissa lo sguardo su Buckingham, e Buckingham su di lui, tutti e due con piglio sdegnoso.

WOLSEY
L'intendente del Duca di Buckingham, neh? La sua deposizione dov'è?

SEGRETARIO
Eccola, per servirvi.

WOLSEY
È presente di persona?

SEGRETARIO
Sì, se così piace a Vostra Grazia.

WOLSEY
Bene, allora ne sapremo di più, e Buckingham abbasserà la cresta.


Esce il Cardinale Wolsey col seguito.

BUCKINGHAM
Questo cagnaccio di macellaio ha il dente avvelenato: ma non ho il potere di metterlo in museruola. Meglio perciò non svegliarlo se dorme. La scienza di uno spiantato val più del sangue di un nobile.

 

NORFOLK
Come, ve la prendete calda? Chiedete a Dio un po' di sangue freddo: l'unica medicina che faccia al caso vostro.

BUCKINGHAM
Gli leggo scritte in faccia prove contro di me: mi ha squadrato con gli occhi come il più abbietto degli oggetti, e in questo momento tiene in serbo per me qualche stangata. Ora è andato dal Re: lo seguirò, e sarà lui ad abbassare lo sguardo.

NORFOLK
Fermatevi, signore! E che la vostra ragione parli alla vostra collera di ciò che state per fare: le ripide alture si attaccano dapprima a passo lento. La collera è come un corsiero focoso che, lasciato a se stesso, resta fiaccato dal suo proprio impeto. Non c'è uomo in Inghilterra capace di consigliarmi come fate voi: siate per voi stesso ciò che sareste per il vostro amico.

BUCKINGHAM
Andrò dal Re, e con la voce dell'onore farò tacere una volta per tutte l'insolenza di questo figlio di Ipswich; oppure dovrò proclamare che a nulla più valgono gli alti natali.

NORFOLK
Fate bene attenzione: non appiccate il fuoco al rogo del vostro nemico a costo di restare strinato voi stesso. Nell'impeto della corsa si rischia a volte di oltrepassare il traguardo e perdere: per aver corso troppo! Non sapete forse che la fiamma che fa salire il liquido sino a traboccare sembra aumentarne il volume ma ne fa grande spreco? Siate saggio: vi dico e ripeto che non c'è in Inghilterra un solo spirito più forte del vostro per farvi da guida, se solo con la linfa della ragione voleste estinguere o quanto meno placare il fuoco della passione.

BUCKINGHAM
Signore, vi sono grato, e son pronto a seguire la vostra prescrizione; ma questo monumento di superbia (e non lo chiamo così per eccesso di bile, ma per motivi sinceri) a me risulta, da fonti riservate e prove limpide come sorgenti di luglio - quando si può contarvi ogni granello di sabbia - corrotto e traditore.

NORFOLK
Traditore? Non me lo dite!

BUCKINGHAM
Lo dirò al Re, con prove indistruttibili quanto pareti rocciose. State bene a sentire: questo sant'uomo - o volpe, o lupo, o tutti e due (giacché lui è tanto astuto quanto vorace, e tanto propenso a far danni quanto capace di farli) - in cui la volontà ed il potere s'infettano a vicenda, sì, reciprocamente, al fine unico di esaltare il proprio rango, in Francia come qui in patria, è stato lui ad istigare il Re nostro sovrano a quest'ultimo oneroso trattato, e allo storico incontro che ha dato fondo a così gran tesori e che, come un calice,si è rotto in mano a chi lo risciacquava.

NORFOLK
In fede, è stato proprio così.

BUCKINGHAM
Vi prego, signore, lasciatemi dire: questo furbone d'un Cardinale ha formulato le clausole del trattato come piaceva a lui. Per farle ratificare bastò che lui dicesse "Così sia": col gran bel risultato di far camminare i morti colle stampelle. Ma il nostro Cardinale di corte così ha voluto, e tanto basta: giacché il degno Wolsey non può sbagliare, e questa è opera sua. Ne consegue questo (e per me ha tutta l'aria di una cucciolata di quella vecchia cagna, il tradimento): l'Imperatore Carlo, col pretesto di far visita alla Regina sua zia (un vero e proprio pretesto, ché in realtà lui viene per abboccarsi con Wolsey) arriva qui in visita ufficiale. Egli ha paura che l'incontro fra i due Re di Francia e d'Inghilterra, e la loro alleanza possa recargli nocumento, e negli accordi sottoscritti intravede un pericolo latente. Quindi segretamente viene a patti col nostro Cardinale - ci potrei giurare (e dico bene, ne son più che certo: l'Imperatore avrà pagato senza ricevere promesse, e ha visto accolta la sua istanza prima di averla formulata) - e una volta spianata la strada, ben lastricata d'oro, l'Imperatore esprime il desiderio che lui si presti a deviare il Re dalla sua rotta, violando la pace di cui sopra. È giusto che il Re sappia - e presto lo saprà, per bocca mia - che così il Cardinale fa compravendita a proprio arbitrio del suo onore, e tutto a proprio vantaggio personale.

NORFOLK
Mi duole sentir questo su di lui, e vorrei augurarmi che in qualcosa qualcuno l'abbia giudicato male.

BUCKINGHAM
No, non cambierei una sola sillaba ve lo descrivo nella veste esatta che alla prova dei fatti avrà indossato.

Entra Brandon, preceduto da un Ufficiale della Guardia, e seguito da due o tre Guardie.

BRANDON
Ufficiale, eseguite gli ordini.

UFFICIALE
Signore, mio Duca di Buckingham e Conte di Hereford, Stafford e Northampton, io qui vi arresto per alto tradimento, nel nome del nostro augusto sovrano, il Re.

BUCKINGHAM
Come vedete, amico mio, son già incappato nella rete, per cader vittima di ignominiosa trama.

BRANDON
Sono dolente di vedervi privato della libertà, e di prendere parte a codesta incombenza. Sua Altezza desidera che vi portiamo alla Torre.

BUCKINGHAM
Non mi servirà a nulla protestarmi innocente, poiché questa è una macchia che tinge in nero quel che in me è immacolato. Il volere del cielo sia fatto in questa, come in ogni altra cosa: obbedisco. O mio Lord Abergavenny, vi dico addio.

BRANDON
Non ancora, ché dovrà farvi compagnia. (Ad Abergavenny) Il Re vuole che vi portiamo alla Torre, e lì vi renderà edotto di ogni altra sua ulteriore decisione.

ABERGAVENNY
Come ha detto il Duca: Sia fatto il volere del cielo, e al volere del Re non posso che obbedire.

BRANDON
Ho qui un mandato d'arresto, firmato dal Re, per Lord Montacute e per le persone del confessore del Duca, John de la Car, e del suo cancelliere, tale Gilbert Perk...

BUCKINGHAM
Ah, è così? Son questi gli strumenti del complotto! Nessun altro, spero.

BRANDON
C'è un monaco, un certosino.

BUCKINGHAM
E chi, Nicholas Hopkins?

BRANDON
In persona.

BUCKINGHAM
Il mio intendente m'ha tradito! L'onnipotente Cardinale lo ha tentato con l'oro: l'arco della mia vita è conchiuso. Non son che l'ombra del povero Buckingham, la cui persona è ora investita da un nembo improvviso che ottenebra il luminoso mio sole. Addio, miei signori.


Escono.

 

 

 

atto primo - scena seconda

 

Squilli di tromba.

Entrano Re Enrico, che si appoggia alla spalla del Cardinale Wolsey, i Nobili e Sir Thomas Lovell. Il Cardinale prende posto ai piedi del Re, sulla destra del trono.

RE
La mia vita stessa, con quanto ha di più prezioso, vi è grata per tale grande servigio. Mi son trovato nel mirino di una congiura pronta ad esplodere, e ringrazio voi che l'avete disinnescata. Chiamate al nostro cospetto quel galantuomo dell'intendente di Buckingham: di persona lo sentirò confermare le confessioni già rese, e punto per punto i tradimenti del suo padrone egli riferirà una volta ancora.

Rumori da dentro, e grida di "Largo alla Regina! ".

Entra la Regina Caterina introdotta dai Duchi di Norfolk e Suffolk. Ella s'inginocchia.

Il Re scende dal trono, la fa alzare, la bacia, e la fa sedere accanto a sé.

CATERINA
Non posso, devo restare in ginocchio, da supplicante che sono

RE
Alzatevi, e prendete posto al nostro fianco. Metà della supplica siamo decisi a ignorarla: avete già la metà del nostro potere, l'altra metà sarà vostra prima che lo chiediate. Formulate il vostro desiderio, e sarete esaudita.

CATERINA
Ringrazio Vostra Maestà. Dovreste amare voi stesso, e in quell'amore non trascurare di avere cura dell'onor vostro, e della dignità del vostro ufficio: è questo il succo della mia petizione.

RE
Procedete, regina mia.

CATERINA
Mi vien fatto osservare, e non da pochi - tutte persone di provata lealtà - che i vostri sudditi son quanto mai scontenti: ché li hanno tartassati di balzelli tali da risultare un colpo al cuore di ogni loro residua fedeltà. Ed anche se per questi abusi, mio buon Lord Cardinale, le lagnanze più aspre a cui dan voce sono dirette a voi, in quanto istigatore di siffatte esazioni, pure il Re nostro sovrano - che senza macchia il cielo ne conservi l'onore - persino lui non sfugge a irrispettose invettive, sì, da far saltare i cardini dell'obbedienza, e in cui quasi si avverte il rombo cupo della sedizione.

NORFOLK
Non "quasi si avverte": si avverte in pieno! Giacché con queste imposte i lanaioli tutti, non più in grado di mantenere i numerosi loro lavoranti, han licenziato i filatori, cardatori, follatori, tessitori: i quali, ad altri mestieri impreparati, pungolati dalla fame e privi d'altre risorse, per disperazione si gettano allo sbaraglio, tutti in gran tumulto, pronti a rischiare il tutto e per tutto.

RE
Imposte? Ma quando? E quali imposte? Monsignor Cardinale, voi che, come noi, siete oggi sotto accusa, cosa sapete di queste imposte?

WOLSEY
Sire, con vostra licenza, so solo quello che mi compete da vicino, fra le tante funzioni dello Stato: mi limito a trovarmi in prima fila, là dove gli altri marciano al passo con me.

CATERINA
Davvero, monsignore? Non ne sapete più degli altri? Ma siete voi ad approntare misure a tutti note, e tutt'altro che provvide per quelli che non ne vogliono sapere, eppure devono recalcitrando subirle. Queste esazioni, di cui il sovrano vuol essere informato, son già pestilenziali a sentirne parlare e, quanto a subirne il peso, c'è da rompersi il dosso. Si dice in giro che a escogitarle siete stato voi: così non fosse, sareste bersaglio di una riprovazione immeritata.

RE
Imposte, imposte! Ma di che natura? In che consistono, vediamo un po', coteste imposte?

CATERINA
Son troppo avventata nell'abusare della vostra pazienza; ma m'infonde coraggio il perdono promesso. Il malcontento dei sudditi si deve ad ordinanze che spremono da ciascuno la sesta parte delle sue sostanze, quale tributo con criterio d'urgenza: e il pretesto ivi addetto sono le vostre guerre di Francia. Il che dà la stura a bocche temerarie, le lingue sputano sui loro doveri, e si freddano i cuori, gelando ogni lealtà. Le loro imprecazioni fanno oggi le veci delle preghiere, e si è arrivati al punto che la docile obbedienza si è fatta succube delle passioni incontrollate di ognuno. Vorrei che Vostra Altezza si occupasse della questione seduta stante: nessun problema appare oggi più urgente.

RE
Parola mia, tutto questo va contro al mio volere.

WOLSEY
Per quanto mi riguarda, non ho attuato queste misure, se non per voto unanime, di cui ho poi preso atto dopo l'esperta ratifica dei giudici. Se sono calunniato da ignoranti malelingue, che non conoscono le mie qualità né la mia persona, eppure si eleggono a cronisti delle mie azioni, lasciatemi dire che questo non è che il fato di chi ha il potere, l'irta boscaglia che ostacola il cammino della virtù. Ma non dobbiamo desistere da azioni necessarie per tema di dovercela vedere con censori malevoli: che sempre, come squali voraci, seguono un vascello da poco messo in mare, senz'altro ricavarne che vane bramosie. Spesso le nostre azioni migliori son ritenute da critici fallaci, inattendibili in passato, opera altrui, o di dubbio valore. Ed altrettanto spesso le peggiori, più congeniali a spiriti volgari, vengon propagandate come il meglio di cui siamo capaci. Dovessimo starcene immoti, per tema che ogni nostra mossa sia criticata o derisa, dovremmo metter radice qui, dove siamo assisi, qual meri simulacri del potere.

RE
Le cose fatte bene, curate nei dettagli, non danno certo adito a timori; le cose fatte con improvvisazione, lascian temere pei risultati. Ci sono precedenti per cotesta ordinanza? Credo proprio nessuno. Non dobbiamo strappare i nostri sudditi dal terreno delle leggi per ripiantarli a nostro arbitrio. Un sesto dei propri averi? Un tributo da far tremare! Via, è come prendere da ciascun albero rami, corteccia e parte del fusto: anche a lasciarlo con le sue radici, così sconciato, l'aria ne suggerà ogni linfa. In ogni contea che ha contestato l'ordinanza, mandate nostre lettere con un perdono incondizionato per chiunque abbia negato la validità del decreto. Vi prego, provvedete: vi affido questo compito.

WOLSEY (al Segretario)
Una parola a quattr'occhi. Siano spedite lettere in ogni contea con il grazioso perdono del Re. I Comuni, tartassati come sono, hanno una pessima opinione di me: mettete in giro la voce che per mia personale intercessione si è giunti alla revoca e al perdono. Vi darò presto istruzioni ulteriori al riguardo.

 

Esce il Segretario.
Entra l'Intendente.

CATERINA
Mi dispiace che il Duca di Buckingham sia incorso nel vostro corruccio.

RE
Dispiace a molti. È un gentiluomo assai colto, e un oratore di raro talento. Nessuno è più di lui dotato dalla natura: ha una tale istruzione che dei grandi maestri avrebbero molto da imparare da lui, e lui non avrebbe mai bisogno dell'altrui sapere. Eppure, vedete, quando queste sì nobili doti si orientano in direzioni sbagliate, perché si è corrotta la mente, possono assumere forme distorte, dieci volte più brutte di quanto prima eran belle. Quest'uomo così raffinato da essere ritenuto un prodigio - e quanto a noi, come rapiti nell'ascoltarlo, un'ora del suo eloquio volava in un minuto - costui, o madonna, ha rivestito di costumi mostruosi le grazie che una volta eran sue, e si è tinto di nero, manco si fosse insozzato all'inferno. Restate qui: saprete di lui - ché questo gentiluomo era il suo braccio destro - cose che umiliano il senso dell'onore. Fategli recitare di nuovo la storia di quelle trame, che mai ci stancheremo di udire per quanto essa ci faccia soffrire.

WOLSEY
Fatevi avanti, e con animo schietto riferite le cose che voi, da suddito zelante e fedele, avete raccolto dalla viva voce del Duca di Buckingham.

RE
Parlate liberamente.

INTENDENTE
Innanzitutto, egli era uso dire - e lo diceva ogni giorno, ché tanto si era estesa l'infezione - che se il Re fosse defunto senza prole, tanto avrebbe fatto da impadronirsi dello scettro. Queste precise parole gliele ho sentite pronunciare davanti a suo genero, Lord Abergavenny, al quale giurò che si sarebbe vendicato del Cardinale.

WOLSEY
Vostra Altezza si compiaccia di rilevare quanto è pericoloso un atteggiamento del genere: frustrato nelle sue speranze circa la vostra augusta persona, queste sue voglie si sono incancrenite, ed estese dalla vostra persona a quella dei vostri amici.

CATERINA
Mio dotto Lord Cardinale, cercate di parlare con spirito di carità.

RE
Continuate. Su che cosa fondava il suo titolo alla corona se fossimo venuti a mancare?

Lo hai udito, su questo punto, dir mai qualcosa?

INTENDENTE
Su questo punto, egli è stato istigato da un'assurda profezia di Nicholas Henton.

RE
E chi è questo Henton?

INTENDENTE
Un frate certosino, Sire: il suo confessore, che a ogni minuto gli metteva in testa l'idea di farsi re.

RE
E tu come lo sai?

INTENDENTE
Non molto prima che Vostra Altezza accorresse in Francia, il Duca, che si trovava al La Rosa, nella parrocchia di San Lorenzo in Polleria, mi domandò che voci circolavano tra la gente di Londra in merito alla spedizione di Francia. Io replicai che la gente temeva i Francesi avrebbero violato la parola data, con grave rischio per il Re. E subito il Duca disse che questo era, difatti, il timore: egli sospettava che si sarebbero avverate certe parole dette da un santo frate. Più d'una volta - mi disse - costui mi mandò a dire di dar licenza a John de la Car, mio cappellano, a un'ora convenuta, di recepire una comunicazione di non poco momento. E dopo che, sotto il sigillo della confessione, ebbe fatto solennemente giurare al mio cappellano di non farne parola con nessuna creatura vivente, eccetto me, con piglio solenne e severo, pesando a lungo le parole, finì con questa uscita: "Né il Re né i suoi eredi - ditelo pure al Duca - avranno lunga vita. Che si sforzi di guadagnarsi il favore del popolo: sarà il Duca a governar l'Inghilterra".

CATERINA
Se ben vi conosco voi eravate l'intendente del Duca, e perdeste l'incarico per le lagnanze dei fittavoli. Guardatevi bene dall'accusare, per puro rancore, un nobile personaggio, così macchiando la vostra più nobile anima. Guardatevi bene, vi dico. Sì, ve ne scongiuro di tutto cuore.

RE
Lasciatelo dire. E tu, continua.

INTENDENTE
Sull'anima mia, non dirò che la verità. Io dissi al Duca mio signore che per maleficio diabolico il monaco poteva ingannarsi; e ch'era pericoloso per lui di ruminarci tanto sopra, sin tanto che il Maligno non innescasse una delle sue trame, così che lui, abboccando, vi desse esecuzione. E lui mi replicò: "Ma va' là! Non ci rimetto nulla" - e aggiunse inoltre che se il Re, nella sua recente malattia, fosse venuto a mancare, le teste del Cardinale e di Sir Thomas Lovell sarebbero cadute.

RE
Ohibò! Tanto corrotto? Ohibò, ohibò, c'è del marcio in quell'uomo! Hai qualcos'altro da dire?

INTENDENTE
Sì, mio Sire.

RE
Vai avanti.

INTENDENTE
Trovandosi a Greenwich, dopo che Vostra Altezza ebbe rimproverato il Duca per Sir William Bulmer...

RE
Ricordo bene la circostanza: era mio servo giurato, quando il Duca lo prese al suo servizio.

Ma va' avanti. Che accadde?

INTENDENTE
"Se" - disse lui - "Se per questo finissi imprigionato nella Torre, com'è lecito pensare, reciterei la parte che il padre mio intendeva recitare con l'usurpatore Riccardo: quando, trovandosi a Salisbury fece istanza di esser da lui ricevuto. Se fosse stata accolta, nell'atto di rendergli l'omaggio dovuto, lo avrebbe trafitto col pugnale".

RE
Un tradimento colossale!

WOLSEY
Ora, madonna, potrebbe mai vivere al sicuro Sua Altezza, con quest'uomo lasciato in libertà?

CATERINA
Dio ci perdoni tutti!

RE
C'è qualcos'altro che vorresti dire: che cosa?

INTENDENTE
Dopo "il Duca mio padre" ed "il pugnale" si tese tutto e, con una mano sull'elsa della spada e l'altra premuta sul cuore, levati gli occhi al cielo, esplose in un atroce giuramento, il cui tenore era che, se avesse dovuto patire ingiustizia, avrebbe superato suo padre: così come l'esecuzione supera un malcerto proposito.

RE
A questo dunque voleva arrivare: a ficcarci il pugnale in corpo. Egli si trova in arresto: sia processato subito. Se gli sarà possibile trovar clemenza nella legge, l'avrà; in caso contrario, non la cerchi tra noi. Per il giorno e la notte! Quello è un traditore di tre cotte!

 

 

 

atto primo - scena terza

 

Entrano il Lord Ciambellano e Lord Sands.

CIAMBELLANO
È mai possibile che la gente si lasci stregare in modo così assurdo dalle magie della Francia?

SANDS
Le nuove mode, per quanto ridicole come non mai - per non dire indecorose - trovan sempre seguaci.

CIAMBELLANO
Per quanto riesco a capire, tutto il bene che i nostri Inglesi han ricavato dall'ultima spedizione, si riduce a un paio di buffe smorfie... Ma le hanno scelte ad arte, giacché quando le esibiscono, lì per lì giurereste che persino i loro nasi abbian dispensato consigli a Pepino o Clotario, tanto son sussiegosi.

SANDS
Le gambe poi se le son storpiate a furia di riverenze. Chi non li avesse mai visti andare al passo, potrebbe pensare che fra loro imperversino i crampi, o il mal di garretti.

CIAMBELLANO
Diavolo, signore! Le loro vesti hanno acquisito un taglio così pagano che di cristiano, certo, non è rimasto più nulla. Che c'è ora?

 

Entra Sir Thomas Lovell.

Che novità, Sir Thomas?

LOVELL
In fede mia, signore, Non si parla d'altro che del nuovo proclama affisso all'ingresso del Palazzo.

CIAMBELLANO
E cosa si proclama?

LOVELL
La riforma dei nostri intraprendenti viaggiatori, che riempion la corte di duelli, di ciarle e di sarti.

CIAMBELLANO
Ne sono felice: adesso si spera che i nostri monsieurs capiranno che un cortigiano inglese può saperla lunga, e mai aver visto il Louvre.

LOVELL
Costoro saranno tenuti - così dispone il proclama - o a lasciar perdere quel tanto di assurdità e pennacchi che hanno acquistato in Francia, con tutti gli annessi e connessi della loro imbecillità - quali i puntigli dell'etichetta, i duelli, i corteggiamenti spinti, le offese a uomini tanto più saggi di loro, in nome di una saggezza straniera - rinnegando una volta per tutte la loro fede nel tennis e nelle calze lunghe, nelle braghette a sbuffo e in siffatte altre insegne del viaggiare, e tornando a comportarsi da uomini dabbene, oppure saran tenuti a far fagotto, e via dai vecchi compari! Là, ne son certo, essi potranno cum privilegio, a furia di oui, consumare nel ridicolo gli ultimi resti di un'esistenza dissoluta.

SANDS
Era tempo di dar loro una bella purga: questi loro malanni si erano fatti contagiosi.

CIAMBELLANO
Che perdita per le nostre dame, la partenza di questi insulsi elegantoni!

LOVELL
Sicuro, perdinci! E piangeranno davvero, signori miei: quei furbi figli di puttana hanno un'arte infallibile nel manometter le dame. Un contrappunto francese e una sviolinata non hanno rivali.

SANDS
Sviolinatori, al diavolo! Sono contento di vederli partire, poiché sicuramente non c'era modo di convertirli. E ora un onesto signore di campagna quale son io, messo fuori gioco da un pezzo, potrà fare un bell'assolo, farsi ascoltare per un'ora e, presso la nostra madama, passare per un buon musico.

CIAMBELLANO
Ben detto, Lord Sands. Non vi è ancora caduto il dente della lussuria?

SANDS
No, mio signore, né mi cadrà finché me ne resta la radice.

CIAMBELLANO
Sir Thomas, dove stavate andando?

LOVELL
Dal Cardinale. Anche Vossignoria è fra gli invitati.

CIAMBELLANO
Già, è vero. Stasera offre un rinfresco, anzi una gran cena, a molti nobili e dame. Sarà presente, ve l'assicuro, il fior fiore delle belle del regno.

LOVELL
Quell'uomo di chiesa ha davvero la munificenza nel cuore: una mano prodiga quanto la terra che ci dà nutrimento. Le sue rugiade piovono dappertutto.

CIAMBELLANO
La sua munificenza è fuori dubbio. Chi dice il contrario ha un dente avvelenato.

SANDS
Lui può, signore. Lui se lo può permettere: in lui la parsimonia sarebbe un peggior peccato dell'eresia. Per uomini del suo rango la munificenza è un dovere: son loro a dare l'esempio, su questa terra.

CIAMBELLANO
Giusto, è così: ma sono in pochi oggigiorno, a dare di tali esempi. La barca aspetta. Vostra Signoria s'accomodi. Venite, ottimo Sir Thomas, altrimenti faremo tardi, e proprio non vorrei, giacché sono stato pregato, assieme a Sir Henry Guilford, di far da maestro delle cerimonie, stasera.

SANDS
Son tutto vostro.


Escono.

 

 

 

atto primo - scena quarta

 

Musica di oboe.

Una piccola tavola per il Cardinale, sotto il baldacchino, e una tavola più lunga per gli ospiti.

Entrano da un lato Anna Bolena e diverse altre dame e gentiluomini invitati; dall'altro lato entra Sir Henry Guilford.

GUILFORD
Signore, a tutte voi il benvenuto da parte di Sua Grazia, e per tutte un saluto. Questa serata egli vuol dedicarla a voi e all'onesta letizia: nella speranza che nessuna, in questa eletta comitiva, si sia portata appresso un solo dispiacere. Egli vi vorrebbe tutte in festa: la buona compagnia anzitutto, e poi buon vino e buona tavola ci rendono migliori.


Entrano il Lord Ciambellano, Lord Sands e Sir Thomas Lovell.


Oh, signor mio, arrivate in ritardo. A me, il solo pensiero di una sì lieta compagnia ha messo le ali ai piedi.

CIAMBELLANO
Voi siete giovane, Sir Harry Guilford...

SANDS
Sir Thomas Lovell, se il Cardinale intrattenesse soltanto la metà dei miei pensieri profani, qualcuna di costoro ancor prima di mettersi a tavola sarebbe servita che meglio non si potrebbe. Parola d'onore, questo sì ch'è un amabile concorso di bellezze!

LOVELL
Oh, se Vossignoria potesse far lì per lì da confessore ad una o due di loro!

SANDS
Magari! Se la caverebbero con penitenze ben lievi.

LOVELL
Quanto lievi, di grazia?

SANDS
Quanto un giaciglio di piume.

CIAMBELLANO
Dolci signore, volete per cortesia sedervi? Sir Harry, fatele accomodare da quel lato, che io mi occupo di questo. Sta per arrivare Sua Grazia. No, non vi farò rabbrividire: due dame, una accanto all'altra, raggelano l'ambiente. Mio Lord Sands, voi siete tipo da tenerle sveglie: prendete posto, vi prego, fra queste due signore.

SANDS
Certo, affé mia, e ne son grato a Vossignoria. Con vostra licenza, gentili dame, perdonatemi se mi scappa di dir qualche birbonata: ho imparato da mio padre.

ANNA
Era matto, signore?

SANDS
Oh, matto da legare, tremendamente matto, persino in amore ma non ha mai morso nessuna. Faceva proprio quel che farei io: in un sol fiato ne baciava venti.

CIAMBELLANO
Ben detto, mio signore; almeno voi siete ben sistemato. Signori, vi farò far penitenza se queste belle signore vi pianteranno, annoiate.

SANDS
Quanto alla mia piccola cura d'anime, lasciate fare a me.

Oboe.

Entra il Cardinal Wolsey e prende posto nel suo seggio.

WOLSEY
Siate i benvenuti, miei diletti ospiti. La nobile dama o il gentiluomo che non sian lieti e spensierati non mi vogliono bene. E adesso, a conferma del mio benvenuto, io brindo alla salute di voi tutti.

SANDS
Vostra Grazia è magnanimo. Datemi una coppa grande abbastanza da contenere la mia gratitudine, e risparmiatemi di sprecare il fiato.

WOLSEY
Mio caro Lord Sands, vi son molto obbligato: intrattenete le vostre vicine. Signore, mi sembrate imbronciate. Signori, di chi è la colpa?

SANDS
Date tempo al vino rosso di imporporare quelle gote leggiadre, monsignore. Saran poi loro a parlare sì da ridurci al silenzio.

ANNA
Siete un gran bel capo ameno, caro il mio Lord Sands.

SANDS
Sicuro: quando son io a guidare il gioco. Alla salute, Duchessa. E voi bevete, madonna, che io brindo a qualcosa...

ANNA
Che non potete mostrarmi.

SANDS
Ve l'avevo detto, Vostra Grazia, che le si sarebbe subito sciolta la lingua...


Tamburi e trombe.

Salve di artiglieria.

WOLSEY
Che accade?

CIAMBELLANO
Qualcuno vada a dare un'occhiata.

 

Esce un Servitore.

WOLSEY
Che bellicosi clamori son mai questi, e a che scopo? No, mie dame, non abbiate timore: le convenzioni di guerra vi rendono intoccabili.

Entra il Servitore.

CIAMBELLANO
Insomma, di che si tratta?

SERVITORE
Una brigata di nobili forestieri, a quel che sembra: hanno lasciato la barca e son scesi a terra, e vengon qui in pompa magna, da ambasciatori di principi stranieri.

WOLSEY
Mio buon Lord Ciambellano, andate, dategli il benvenuto, voi che parlate francese e, vi prego, accoglieteli degnamente e scortateli alla nostra presenza, dove questa costellazione di bellezze risplenderà in pieno su di loro.

Qualcuno l'accompagni.


Esce il Lord Ciambellano, con la sua scorta.

Tutti si alzano, e si portano via le tavole.


Ecco il banchetto va a rotoli. Ma sapremo rimediare. A voi tutti, buona digestione, e ancora una volta vi voglio subissare di saluti: benvenuti, voi tutti!


Oboe.

Entrano il Re e altri, in maschera, abbigliati come pastori, preceduti dal Lord Ciambellano.

Sfilano subito davanti al Cardinale e graziosamente lo salutano.


Che nobile compagnia! In che posso servirvi?

CIAMBELLANO
Poiché non parlano inglese, mi hanno pregato di dire a Vostra Grazia che, avendo avuto sentore che un così nobile ed elegante convito avrebbe qui avuto luogo stasera, il meno che potevano fare - per via del profondo rispetto che nutron per la bellezza - era lasciare i loro armenti e, con vostro cortese salvacondotto, avere facoltà di posare gli occhi su queste dame, e intrattenerle per un'oretta in lieta compagnia.

WOLSEY
Dite, Lord Ciambellano, che fanno onore alla mia modesta dimora. Del che io li ripago con mille grazie, e li invito a far festa come più loro aggrada.


Si scelgono le dame.

Il Re sceglie Anna Bolena.

RE
La mano più leggiadra che mai abbia sfiorato: oh, Bellezza! Sino ad ora non ti conoscevo! Musica. Danza

WOLSEY
Mio signore.

CIAMBELLANO
Vostra Grazia?

WOLSEY
Vi prego, dite loro da parte mia: dovrebbe esserci fra loro una persona più degna di questo seggio di quanto io non sia: alla quale sarei lieto di cederlo con ogni affetto e devozione, se solo la riconoscessi.

CIAMBELLANO
Riferirò, monsignore.

 

Bisbigliano.

WOLSEY
Cosa rispondono?

CIAMBELLANO
Quella tal persona - confessano in coro - è veramente fra loro: preferirebbero fosse Vostra Grazia a scoprirla, e allora lui prenderà il vostro posto.

WOLSEY
Vediamo dunque. Con cortese licenza di voi tutti, signori: qui cade la mia scelta di un Re.

RE (togliendosi la maschera)
L'avete scoperto, Cardinale! Gran bella brigata, Eminenza: sapete darvi bel tempo. Meno male che siete uomo di chiesa, se no vi direi, Cardinale, che ora come ora potrei pensar male.

WOLSEY
Mi compiaccio che Vostra Altezza prenda gusto a scherzare.

RE
Mio Lord Ciambellano, ti prego, fatti avanti: chi è quella bella signora?

CIAMBELLANO
Se così vi piace, Altezza, la figlia di Sir Thomas Bullen, Visconte di Rochford: una delle dame di Sua Altezza la Regina.

RE
Cielo, che bocconcino! Dolcezza mia, sarei ben sgarbato a invitarvi alla danza senza rubarvi un bacio.

Alla salute, signori! Passate in giro la coppa.

WOLSEY
Sir Thomas Lovell, è pronto il rinfresco nella camera riservata?

LOVELL
Sì, monsignore.

WOLSEY
Altezza,
temo che con la danza vi siate un po' accaldato.

RE
Anche troppo, temo.

WOLSEY
Troverete aria più fresca, mio Sire, nella sala adiacente.

RE
Che ognuno vi accompagni la sua dama. Mia dolce compagna, non devo ancora lasciarvi. Facciamo festa, mio buon Lord Cardinale: ho ancora una mezza dozzina di brindisi per queste belle signore, e un altro giro di danza in cui guidarle, e poi potremo metterci a sognare chi sia il favorito delle belle. Musicanti, attaccate!


Escono, al suono delle trombe.

 

Indice Teatro

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Enrico VIII

(“The Life of King Henry the Eighth” - 1612 - 1613)

 

 

atto secondo - scena prima

 

Entrano, da porte diverse, due Gentiluomini.

PRIMO GENTILUOMO
Dove andate così di fretta?

SECONDO GENTILUOMO
Oh, Dio vi conservi. Vado all'Alta Corte, a vedere che ne sarà del gran Duca di Buckingham.

PRIMO GENTILUOMO
Vi risparmierò il disturbo, signore. È già finito tutto, a parte il rituale del rientro del prigioniero alla Torre.

SECONDO GENTILUOMO
Eravate presente?

PRIMO GENTILUOMO
Presente, eccome!

SECONDO GENTILUOMO
Vi prego, ditemi com'è andata.

PRIMO GENTILUOMO
Fate presto a indovinarlo.

SECONDO GENTILUOMO
L'han dichiarato colpevole?

PRIMO GENTILUOMO
Sì, proprio così, e per questo l'han condannato.

SECONDO GENTILUOMO
Me ne dispiace.

PRIMO GENTILUOMO
Sono in molti a dolersene.

SECONDO GENTILUOMO
Ma di grazia, come è andata?

PRIMO GENTILUOMO
Ve lo dirò in breve. Il gran Duca si presentò alla sbarra, e di ogni accusa si proclamò sempre innocente, adducendo molti scaltri argomenti per sottrarsi alla legge. Il procuratore del Re, al contrario, gli contestò deposizioni, prove e confessioni dei vari testi, al che il Duca pretese che comparissero in aula, per un confronto viva voce. Al che si presentarono, quali testi a carico, il suo intendente, il suo cancelliere Gilbert Perk, e poi John Car, suo confessore, e in più quel diavolo d'un monaco, Hopkins, colui a cui dobbiamo tutto questo bel guaio.

 

SECONDO GENTILUOMO
Non era quello che gli dette a bere le sue profezie?

PRIMO GENTILUOMO
Infatti. Tutti costoro gli mossero pesanti accuse, ch'egli avrebbe voluto respingere sdegnosamente: ma in verità non poteva; e così i Pari, con tali testimonianze, l'han giudicato colpevole di alto tradimento. A lungo lui s'è difeso, e con eloquenza, per salvarsi, ma è solo riuscito a suscitar compassione, o non gli han dato retta.

 

SECONDO GENTILUOMO
E in conclusione, come si comportò?

PRIMO GENTILUOMO
Quando lo riportarono alla sbarra per fargli ascoltare la sua campana a morto, e cioè la sentenza, egli fu sconvolto da tale angoscia da ritrovarsi in un bagno di sudore, e profferì con rabbia qualche imprudente invettiva. Ma riprese presto il controllo di sé, e si mantenne sereno fino alla fine, mostrando la più nobile equanimità.

SECONDO GENTILUOMO
Non credo abbia paura della morte.

PRIMO GENTILUOMO
Ne son più che sicuro. Non è mai stato una donnicciola. Tutt'al più potrebbe affliggersi per la causa dei suoi mali.

SECONDO GENTILUOMO
Sicuramente il Cardinale sta dietro a tutto questo.

PRIMO GENTILUOMO
È probabile, visti i tanti indizi: dapprima, l'incriminazione di Kildare, l'allora Viceré d'Irlanda, rimosso il quale fu spedito laggiù il Conte di Surrey, e a spron battuto, per impedirgli di accorrere in aiuto del suocero.

SECONDO GENTILUOMO
Uno stratagemma politico di non piccola perfidia.

PRIMO GENTILUOMO
Al suo ritorno non dubito che saprà ben ripagarlo. È ormai notorio, e in ogni ambiente, che chiunque incontri il favore del Re, il Cardinale senza indugio gli trova un incarico, e il più lontano possibile dalla Corte.

SECONDO GENTILUOMO
La gente del popolo lo odia ferocemente e - sulla mia coscienza - lo vorrebbe dieci braccia sotterra. Il Duca è altrettanto amato, tutti stravedono per lui, lo chiamano Buckingham il Magnifico, specchio di ogni virtù cortese...

Entra Buckingham, reduce dal processo, preceduto da una scorta armata, col filo della scure rivolto verso di lui e alabardieri ai due lati, scortato da Sir Thomas Lovell, Sir Nicholas Vaux, Sir Walter Sands, gente del popolo, ecc.

PRIMO GENTILUOMO
Restate dove siete, signore. Eccolo lì, il grand'uomo in disgrazia di cui stavate parlando.

SECONDO GENTILUOMO
Facciamoci sotto, lo vedremo meglio.

BUCKINGHAM
Tutti voi, brava gente, che siete venuti sin qui a compatirmi, ascoltate ciò che ho da dire, e poi andate a casa e lasciatemi al mio destino. Oggi mi è stata inflitta una condanna da traditore, e con questo marchio mi tocca di morire; pure, il cielo mi è testimone; e se ho una coscienza, mi sprofondi nelle tenebre al colpo della mannaia, se non sono un suddito leale. Alla legge non porto rancore per la mia morte: con tali prove, non poteva esserci altra sentenza. Ma coloro che l'han voluta, li vorrei un po' più cristiani. Sian quel che sono, li perdono di cuore; ma stiano attenti a non gloriarsi di tanto malfare, e a non erigere le loro latrine sulle tombe dei grandi, ché allora il mio sangue innocente dovrà gridar vendetta. Non m'illudo mi resti ancora da vivere in questo mondo, né chiederò la grazia, anche se la clemenza del Re va bene al di là di ogni possibile colpa ch'io osi commettere. Voi pochi che mi avete amato e avete la temerità di piangere per Buckingham, voi nobili amici e compagni, perdere i quali è l'unico suo amaro rimpianto, l'unica vera morte, accompagnatemi da buoni angeli al mio destino. E quando l'acciaio si abbatterà su di me per l'eterno divorzio, fate delle vostre preci un'unica dolce nube sacrificale e sollevate in cielo l'anima mia. Muoviamoci, in nome di Dio.

LOVELL
Vostra Grazia, vi supplico, per carità, se mai alcun risentimento nel profondo del cuore nutriste verso di me, concedetemi un sincero perdono.

BUCKINGHAM
Sir Thomas Lovell, ben volentieri io vi perdono, come vorrei io stesso venir perdonato: perdono a tutti. Per quanto innumerevoli siano le offese da me ricevute, non ve n'è una che possa impedirmi di fare la pace. Nessun nero rancore profanerà la mia tomba. Ricordatemi a Sua Maestà; e se lui vi chiede di Buckingham, vi prego di dirgli che l'avete incontrato quasi in cielo. I miei voti e le mie preghiere vanno tuttora al Re, e finché la mia anima non mi avrà lasciato io invocherò benedizioni su di lui. Possa egli vivere più anni di quanti io faccia in tempo ora a contare. Possa il suo regno restare sempre amato e benigno e, quando la canizie l'avrà portato alla tomba, che lui e la sua bontà sian fusi in un unico monumento.

LOVELL
Vostra Grazia, ho il dovere di accompagnarvi giù al fiume, per poi passare le consegne a Sir Nicholas Vaux, che resterà al vostro fianco sino alla fine.

VAUX
Tenetevi pronti, laggiù, che arriva il Duca: preparate il battello, ed addobbatelo come si conviene a sì gran personaggio.

BUCKINGHAM
No, Sir Nicholas, lasciate perdere: il mio rango ormai non è che una presa in giro. Quando arrivai qui, ero Lord Gran Connestabile e Duca di Buckingham; ora sono il povero Edward Bohun. Eppure mi sento più ricco dei miei indegni accusatori, che mai conobbero il significato della lealtà. Che io ora sigillo col mio sangue, un sangue che un giorno sconteranno all'inferno. Il mio nobile padre, Enrico di Buckingham, che per primo si sollevò contro l'usurpatore Riccardo, mentre correva dal suo vassallo Banister in cerca d'aiuto, in tal frangente da quel miserabile venne tradito, per cui perì senz'ombra di processo: la pace sia con lui. Enrico Settimo, appena asceso al trono, sinceramente commosso dalla fine di mio padre, con atto veramente regale, mi reintegrò nei miei titoli, e da tanta rovina restituì al mio nome tutta la sua nobiltà. Ora suo figlio Enrico Ottavo, vita, onore, titolo, con tutto ciò che mi rendeva felice, in un sol colpo ha strappato per sempre da questo mondo. Il mio processo l'ho avuto e, va anche detto, fu nobilmente condotto: il che mi rende un po' più fortunato del mio sfortunato genitore. Eppure a tutt'oggi ci unisce una sola fortuna: entrambi fummo distrutti da nostre creature, dai dipendenti più amati, da vassalli infedeli - il più mostruoso dei servizi. Il cielo ha in tutto un fine; ma voi che mi state ascoltando sappiatelo per certo - ve lo dice un morituro: se mai sarete prodighi di affetto e fiducia assicuratevi di non essere incauti; poiché coloro che vi fate amici e a cui donate il cuore, appena avran percepito la minima battuta d'arresto nelle vostre fortune, scivoleran via da voi come acqua, né mai più si faran ritrovare se non per colarvi a picco. Tutti voi, buona gente, pregate per me. Devo ora lasciarvi: l'ultima ora della mia lunga, tormentata esistenza è suonata per me. Addio. E quando vi sentirete in vena di meste rievocazioni, dite della mia caduta. Ho finito, e che Iddio mi perdoni.


Escono il Duca col seguito.

PRIMO GENTILUOMO
Oh, che pietosa vicenda! Signore, essa non può che attirare un mare di guai, temo, sulle teste di chi l'ha provocata.

 

SECONDO GENTILUOMO
Se il Duca è senza colpa, è una vicenda straziante; eppure posso accennarvi a una calamità incombente che, una volta accaduta, sarà peggiore di questa.

PRIMO GENTILUOMO
Gli angeli santi ce ne scampino! Che sarà mai? Non dubiterete della mia segretezza, signore?

SECONDO GENTILUOMO
È un segreto così grave, che ci vorrà un riserbo assoluto perché non trapeli.

PRIMO GENTILUOMO
Fidatevi di me: non sono uso a parlare.

SECONDO GENTILUOMO
Voglio fidarmi: ve lo dirò, signore.

Non avete sentito, negli ultimi tempi, quanto si mormori di una separazione fra il Re e Caterina?

PRIMO GENTILUOMO
Sì, ma è durato poco: appena il Re ne ha avuto sentore, incollerito, ha subito dato ordine al Lord Sindaco di Londra di mettere a tacere la diceria, e zittire le voci che osavano propalarla.

SECONDO GENTILUOMO
Ma tale maldicenza, signore, risulta ora verace, visto che torna a circolare più insistente che mai, e si dà per certo che il Re sia disposto a rischiare. O il Cardinale o qualcun altro della sua cricca hanno, in odio alla buona Regina, insufflato in lui un dubbio che porterà lei a sicura rovina. A conferma di questo da qualche giorno è giunto fra noi il Cardinale Campeggio, e per questa faccenda, come pensano tutti.

PRIMO GENTILUOMO
È stato il Cardinale; e unicamente per vendicarsi dell'Imperatore che non gli ha concesso quello che lui voleva: la sede arcivescovile di Toledo. La ragione è questa.


SECONDO GENTILUOMO
Penso che avete fatto centro. Ma non è crudele che sia lei a doverne pagare lo scotto? Il Cardinale farà come vuole lui, ed ella sarà sacrificata.

PRIMO GENTILUOMO
Ci sarebbe da piangere. Siam troppo esposti, qui, per discutere questo: ne riparliamo a quattr'occhi.

 

Escono.

 

 

 

atto secondo - scena seconda

 

Entra il Lord Ciambellano, leggendo una lettera.


CIAMBELLANO (legge)
"Mio signore, i cavalli commissionati da Vostra Signoria sono stati scelti, addestrati ed equipaggiati con la massima sollecitudine. Erano giovani e belli, e della migliore razza del Nord. Non appena essi furono pronti a partire per Londra, un emissario del Lord Cardinale, su mandato ed autorità superiori, me li ha portati via con questa giustificazione: il suo padrone deve potersi servire prima di ogni altro suddito, se non del Re. Il che, signore, ci ha tappato la bocca." Temo che andrà a finire proprio così. E va bene, se li tenga pure. Quello farà piazza pulita di tutto.

Entrano, affiancandosi al Lord Ciambellano, i Duchi di Norfolk e Suffolk.

NORFOLK
Salute, mio Lord Ciambellano.

CIAMBELLANO
Buongiorno alle Vostre Grazie.

SUFFOLK
Che fa di bello il Re?

CIAMBELLANO
L'ho lasciato solo in preda ai crucci e ai suoi mesti pensieri.

NORFOLK
Ma cos'è che lo affligge?

CIAMBELLANO
Sembra che le sue nozze con la moglie del fratello abbiano preso a turbargli la coscienza.

SUFFOLK (a parte)
Macché, la sua coscienza la sta turbando ben bene un'altra signora.

NORFOLK
Proprio così. Questa è opera del Cardinale. Il Cardinale-Re, quel sacerdote bendato, da vero primogenito della Fortuna, gira la ruota come vuole lui. Un giorno anche il Re lo capirà.

SUFFOLK
Preghiamo Iddio che lo faccia, se mai vorrà capire se stesso.

NORFOLK
Con quale santocchieria si dedica a tutti i suoi intrighi! Con quanto zelo! Ed ora che ha incrinato l'alleanza fra noi e l'Imperatore - il grande nipote della Regina - ecco che va a infilarsi nell'animo del Re per seminare in esso dubbi, apprensioni, drammi di coscienza, disperazione e timori - e tutto per il suo matrimonio. E per tirar fuori il Re da tutto questo, ecco che gli consiglia il divorzio, la perdita di colei che come un prezioso monile lui s'è tenuto vent'anni accanto al cuore, senza che mai perdesse il suo lustro; di colei che l'ama con la superiore purezza con cui gli angeli amano gli uomini buoni; di colei che sempre, anche quando le calerà addosso il più fiero colpo della Fortuna, vorrà benedire il Re: e tutto questo vi pare cristiano?

CIAMBELLANO
Ci guardi il cielo da siffatti consiglieri! È ben vero che queste voci s'odono dappertutto, che ogni bocca ne parla, e ogni cuore onesto ci piange su. Tutti quelli che osano affrontare il problema, ne scorgono il fine ultimo: la sorella del Re di Francia. Il cielo aprirà un giorno gli occhi del Re, che troppo a lungo han dormito sulla temerità di quest'uomo malvagio.

SUFFOLK
E ci libererà da questa soggezione.

NORFOLK
Dobbiamo proprio pregare, e con fervore, per la nostra liberazione; altrimenti quest'uomo prepotente ci ridurrà tutti da principi a paggetti. Le cariche di tutti sono alla sua mercé: quasi un unico impasto che lui plasma a suo arbitrio.

SUFFOLK
Quanto a me, signori miei, io non lo amo né lo temo - ed è questo il mio credo. Com'è vero che sono stato creato senza di lui, resto quel che sono, al Re piacendo. I suoi anatemi e le sue benedizioni non mi toccano: son del pari aria calda, e non vi presto fede. Lo conoscevo prima, e lo conosco adesso; lo voglio lasciare a colui che lo ha fatto montare in superbia: il Papa.

NORFOLK
Entriamo e troviamo qualche argomento per distrarre un po' il Re da questi tristi pensieri che troppo lo angustiano. Mio signore, vi va di farci compagnia?

CIAMBELLANO
Scusatemi, il Re mi ha dato un altro incarico altrove. E poi vi accorgerete che non è proprio il momento di recargli disturbo. Salute alle Signorie Vostre.

NORFOLK
Grazie, buon Lord Ciambellano.


Esce il Lord Ciambellano.

Il Re scosta un sipario e appare assorto nella lettura.

SUFFOLK
Che malinconico aspetto! Di certo è assai afflitto.

RE
Ohibò, chi va là?

NORFOLK
Dio non voglia che sia in collera.

RE
Chi va là, ripeto? Come osate intromettervi mentre sto a meditare in solitudine? Ohibò, per chi mi prendete?

NORFOLK
Per un grazioso monarca che perdona ogni offesa che non sia volontaria. Se abbiamo così mancato è per affari di stato, per i quali veniamo a conoscere il vostro volere sovrano.

RE
Come avete l'ardire? Fuori di qui! Ve lo dirò io, quando è tempo di affari. Vi sembra questo - ohibò - il momento per le cure terrene?


Entrano Wolsey e Campeggio con una delega pontificia.

Chi c'è adesso? Il mio buon Cardinale? Oh mio Wolsey, pace della mia coscienza ferita, tu sei un balsamo degno di un re. (A Campeggio) Siate il benvenuto, reverendissimo e dotto monsignore, nel nostro regno. Disponete di esso come di noi. (A Wolsey) Caro monsignore, datevi da fare per dimostrare che non dico per dire.

WOLSEY
Sire, non sia mai detto. Ma non potrebbe Vostra Maestà concederci un'ora soltanto di udienza privata?

RE (a Norfolk e Suffolk)
Andate, che abbiamo da fare.

NORFOLK (a parte a Suffolk)
Per nulla superbo, il reverendo!

SUFFOLK (a parte a Norfolk)
Superbia ne ha da vendere. Io non ne subirei il contagio, nemmeno al suo posto. Ma non si può andare avanti così.

NORFOLK (a parte a Suffolk)
Dovesse durare, gli assesterò una stoccata coi fiocchi.

SUFFOLK (a parte a Norfolk)
E io un'altra.


Escono Norfolk e Suffolk.

WOLSEY
Vostra Maestà ha dato una bella lezione di saviezza a ogni altro principe, col rimettere spontaneamente il vostro scrupolo al giudizio della Cristianità. Chi oggi potrà risentirsi? Quale ostilità potrà toccarvi? Gli spagnoli, che con lei hanno legami di sangue e di affetto, dovranno ammettere, se resta loro un briciolo d'onestà, che il processo è istruito secondo onore e giustizia. I chierici tutti - mi riferisco ai più gran dottori dei regni cristiani - potranno dire liberamente la loro. Roma, nutrice di sapienza, da voi stesso nobilmente invitata, ha voluto inviarci il portavoce di noi tutti, quest'uomo retto, e sacerdote giusto e dotto, il Cardinale Campeggio, che, Altezza, vi presento di bel nuovo.

RE
E di bel nuovo io gli do il benvenuto tra le mie braccia, mentre ringrazio il Sacro Collegio dell'affetto che mi porta.
Mi hanno mandato proprio l'uomo che avrei voluto.

CAMPEGGIO
Vostra Grazia non può che meritare l'affetto di ogni straniero, tale è la sua nobiltà. Nelle mani di Vostra Altezza io consegno un mandato in virtù del quale, per ordine della Curia di Roma, voi, mio Lord Cardinale di York, vi unirete a me, loro servitore, per un giudizio imparziale sulla causa in questione.

RE
Due uomini di pari equità.

La Regina sarà messa a parte seduta stante del motivo della vostra visita. Dov'è Gardiner?

WOLSEY
So che Vostra Maestà l'ha sempre amata, con cuore così tenero da non poterle negare ciò che a una donna di minor rango spetterebbe per legge: il libero patrocinio di dotti difensori.

RE
Certo, ed avrà anche i migliori, e il mio favore andrà al migliore di essi. Dio non voglia altrimenti! Cardinale, ti prego, fammi chiamare Gardiner, il nuovo segretario: lo trovo un uomo in gamba.

Entra Gardiner.

WOLSEY (a parte a Gardiner)
Qua la mano, e vita prospera e felice: adesso siete al servizio del Re.

GARDINER (a parte a Wolsey)
Ma pur sempre agli ordini di Vostra Grazia, cui debbo la mia carriera.

RE
Fatevi avanti, Gardiner. Cammina con lui, bisbigliando

CAMPEGGIO
Mio Arcivescovo di York, non era un tal Dottor Pace il predecessore di costui?

WOLSEY
Sì, era lui.

CAMPEGGIO
Non era stimato uomo di alta dottrina?

WOLSEY
Sì, certo.

CAMPEGGIO
Credetemi, allora circola una brutta voce, e proprio su di voi, Lord Cardinale.

WOLSEY
Come? Su di me?

CAMPEGGIO
La gente non esita a dire che voi n'eravate geloso e, temendo la sua ascesa - tanto virtuoso era colui - a forza di affidargli missioni all'estero lo faceste tanto soffrire ch'egli impazzì e ne morì.

WOLSEY
La pace celeste sia con lui: così si esprime la carità cristiana. Quanto ai mormoratori, saran puniti nelle sedi appropriate. Quell'uomo era un folle, perché voleva esser virtuoso a tutti costi. Questo brav'uomo invece, se gli do un ordine, segue le mie istruzioni: a nessun altro darei tanta confidenza. Imparate, fratello: non si vive per finire in pugno a chi val meno di noi.

RE
Informate la Regina con la discrezione del caso.


Esce Gardiner.


Il posto più accogliente a cui io possa pensare per un sì eletto confronto di dotti, è Blackfriars. Colà vi consulterete su questa intricata questione. Mio Wolsey, provvedete agli arredi. Oh, monsignore, non è un tormento per un uomo che si rispetti, dover lasciare una compagna tanto dolce? Oh, coscienza, coscienza! Che organo sensibile! Ma intanto mi toccherà lasciarla.


Escono.

 

 

 

atto secondo - scena terza

 

Entrano Anna Bolena e una Dama attempata.

ANNA
No, neppure per questo. È qui il punto dolente: Sua Altezza ha vissuto con lei tanto a lungo, e lei è una signora così buona che nessuna linguaccia poté mai far della maldicenza su di lei - sulla mia vita, lei che non fece mai male a una mosca! - Ed ora, ahimè, dopo che il sole per tanti anni ha illuminato il suo trono, sempre accrescendone la maestà e il fasto - cose a cui è mille volte più amaro rinunciare, di quanto a suo tempo non fosse dolce accedere - dopo tutto questo, darle poi il benservito, è crudeltà da impietosire un mostro.

DAMA
Cuori fra i più induriti si struggono nel piangerne il destino.

ANNA
Oh sant'Iddio, sarebbe stato assai meglio se mai l'avesse conosciuto, il fasto. Anche se è solo un bene temporale, pure, se la capricciosa Fortuna lo strappa a chi ne gode, è un dolore straziante come quando l'anima si strappa dal corpo.

DAMA
Ahi, povera signora! Eccola ridiventata straniera fra noi.

ANNA
A maggior ragione su lei deve calare un velo di pietà. In verità, lo giuro, è meglio esser di umili natali e contentarsi di vivere con gente di modesta condizione che non far spicco su tutti in uno sfavillio di dolore ed indossare una pena trapunta d'oro.

DAMA
Il contentarsi resta il migliore fra i nostri averi.

ANNA
Sul mio onore, e sulla mia verginità, non ci terrei, a fare la regina.

DAMA
Mal me n'incolga s'io non lo vorrei, a costo di giocarmela, la verginità. E questo vale anche per voi, alla faccia di queste vostre pose insincere. Voi che della donna avete tutte le bellezze avete anche un cuore di donna, che ha sempre aspirato a fare spicco, alla ricchezza, all'autorità. Le quali cose, in fede mia, sono manna del cielo: doni che con tutto il rispetto per ogni affettazione in contrario, la vostra tenera, elastica coscienza saprebbe far suoi, sol che voleste stiracchiarla un po'.

ANNA
Ma no, ve lo giuro.

DAMA
Ma sì, giuramenti o no. Non vorreste far la regina?

ANNA
No, per tutti i tesori del creato.

DAMA
È strano: io mi presterei per un soldo bucato a fare la regina, pur vecchia come sono. Ma, di grazia, che ne direste di fare la duchessa? Siete forte abbastanza da sostenere il peso di un tale titolo?

 

ANNA
No, davvero.

DAMA
Allora siete proprio deboluccia. Scendiamo di un gradino: non vorrei essere un giovane conte e imbattermi in voi, per poco più di un modesto rossore. Se sulla vostra persona non ce la fate a portare un tal peso, mai avrete la forza di generare un erede.

ANNA
Che modo di esprimersi! Ancora una volta vi giuro, non vorrei far la regina per nulla al mondo.

DAMA
E io vi giuro che per la piccola Inghilterra vi fareste anche impalare su uno scettro. Io stessa ci proverei, per la contea di Caernarvon, a costo di regnare soltanto su di essa. Attenta!

Arriva qualcuno.

Entra il Lord Ciambellano.

CIAMBELLANO
Buongiorno, mie dame. Quanto costerebbe sapere il segreto di cui state confabulando?

ANNA
Mio buon signore, nemmeno la fatica di domandarlo: non ne vale la pena. Stavamo commiserando i dolori della nostra sovrana.

CIAMBELLANO
Nobile occupazione, che ben si addice a donne di buon carattere. Ci sono speranze che tutto si accomoderà.

ANNA
Prego Iddio che così sia.

CIAMBELLANO
Avete un animo nobile, e le benedizioni celesti cercan creature come voi. Onde possiate, mia bella signora, capire che parlo con sincerità, e che in alta considerazione teniamo le vostre innumeri virtù, la Maestà del Re vi comunica che ha un'ottima opinione di voi, e si propone di onorarvi con un titolo non meno sontuoso di quello di Marchesa di Pembroke: al quale titolo aggiunge un appannaggio annuale di mille sterline l'anno, per sua munificenza.

ANNA
Io non lo so che genere di obbedienza ci si aspetti da me. Per quanto io possa valere, son sempre un nulla, né le mie preghiere sono parole debitamente consacrate, né le mie aspirazioni valgono più di vuote vanità: pure preghiere e aspirazioni son tutto ciò che posso offrire in cambio. Supplico Vostra Signoria, degnatevi di esprimere la mia più devota gratitudine a Sua Altezza, con tutto il rossore di un'umile ancella che prega per la sua salute e la sua gloria.

CIAMBELLANO
Madonna, non mancherò di confermare l'alto concetto che il Re ha di voi. (A parte) L'ho scrutinata a puntino. Onestà e bellezza si fondono in lei così bene da conquistare il Re; chi può mai dire che da tal donna non possa nascere una gemma da illuminar tutta l'isola?

Andrò dal Re, a dirgli che ci siamo parlati.

ANNA
Mio onorato signore!


Esce il Lord Ciambellano.

DAMA
Ecco, così è la vita: ma guarda, guarda... Da sedici anni sto a corte a mendicare e sono ancora una povera dama di corte, né ho mai imbroccato il momento giusto, fra il troppo presto e il troppo tardi, per bussare a quattrini. E voi - o destino! - un pesciolino giunto fresco fresco - o scandalo tre volte scandaloso tal fortuna forzata! - vi lasciate saziare prima ancor d'aprir bocca.

ANNA
È tutto così strano...

DAMA
Ma che sapore ha? Amaro? Quaranta soldi che no. C'era una volta una dama - dice un'antica favola - che non voleva esser regina, non lo voleva no, per tutto il limo d'Egitto: la conoscete?

 

ANNA
Via, volete celiare.

DAMA
Con un soggetto come voi potrei librarmi più in alto dell'allodola: Marchesa di Pembroke! Mille sterline l'anno, un mero pegno di stima, senza contropartita! Parola mia, questo vuol dire altre migliaia a venire: la coda degli onori è lunga più della veste. Ormai è chiaro: un titolo di duchessa ve lo potete accollare. Dite, non vi sentite un po' più forte di prima?

 

ANNA
Cara la mia signora, divertitevi pure con le vostre fantasie personali, ma lasciatemene fuori. Vorrei non esser mai nata se questo annunzio mi scombussola più di tanto: ma mi fa tremare il pensiero di quel che può seguirne. La Regina è in preda allo sconforto, e noi la stiamo dimenticando, da troppo tempo assenti. Vi prego, non mettetela a parte di quanto avete qui udito.

DAMA
Ma per chi mi prendete?


Escono.

 

 

 

atto secondo - scena quarta

 

Trombe, fanfare e cornette.

Entrano due Mazzieri con corte verghe d'argento; li seguono due Segretari in toga dottorale; indi l'Arcivescovo di Canterbury, solo, e dopo di lui, i Vescovi di Lincoln, Ely, Rochester e Saint Asaph; a breve distanza seguono un Gentiluomo che porta la borsa col Gran Sigillo e una berretta cardinalizia; poi due preti, ciascuno dei quali porta una croce d'argento; poi Griffith, un Gentiluomo di Palazzo a capo scoperto, accompagnato da un Ufficiale della Guardia con mazza d'argento, seguito da due Gentiluomini che portano due imponenti bastoni d'argento; dopo di essi, fianco a fianco, i due Cardinali, Wolsey e Campeggio; indi due Nobili con spada e mazza.

 

Il Re prende posto sotto il baldacchino. I due Cardinali siedono ai piedi del trono in veste di giudici. La Regina Caterina prende posto a una certa distanza dal Re. I Vescovi si dispongono ai due lati della Corte, come si fa in concistoro, e sotto di loro prendon posto gli Scritturali. I Pari seggono accanto ai Vescovi. Il resto del seguito si dispone in bell'ordine su tutto il palcoscenico.

WOLSEY
Stiamo per dar lettura del nostro mandato da Roma: che sia fatto silenzio.

RE
Ma che bisogno c'è? È stato già letto pubblicamente, e la sua autorità è universalmente riconosciuta. Non sprechiamo altro tempo.

WOLSEY
Così sia. Si proceda.

SCRITTURALE
Dite: "Enrico, Re d'Inghilterra, si presenti alla Corte".

BANDITORE
Enrico, Re d'Inghilterra, si presenti alla Corte.

RE
Presente.

SCRITTURALE
Dite: "Caterina, Regina d'Inghilterra, si presenti alla Corte".

BANDITORE
Caterina, Regina d'Inghilterra, si presenti alla Corte.


La Regina Caterina non risponde, si leva dal suo scranno, attraversa la sala, si accosta al Re e s'inghinocchia ai suoi piedi;

indi parla.

CATERINA
Sire, vi prego di render giustizia al mio buon diritto, e di concedermi la vostra pietà: giacché io son povera e derelitta, una donna straniera, nata al di fuori dei vostri domini, che qui non può trovare né un giudice imparziale, né alcuna certezza di equità e comprensione in un tale processo. Ahimè, Sire, in che vi ho recato offesa? Quale pretesto la mia condotta ha offerto al vostro cruccio, che ora dobbiate così procedere a ripudiarmi e togliermi la grazia del vostro favore? Il cielo mi è testimone: sono stata per voi una sposa sottomessa e fedele, in ogni occasione prona al vostro volere, sempre timorosa di dare esca alla vostra disapprovazione, soggetta, certo, a ogni vostro umore, lieto o cruccioso, ch'io vi leggessi in viso. C'è mai stato un momento in cui mi sia opposta a un vostro desiderio senza farlo anche mio? Avete un qualche amico ch'io non mi sia sforzata di amare, pur sapendo ch'egli mi era nemico? Ho mai avuto un amico che essendosi attirato la vostra collera io abbia continuato a favorire, senza invece avvertirlo di ritenersi licenziato? Sire, vogliate ricordarvi che sono stata vostra moglie in tale obbedienza per più di vent'anni, e da voi ho avuto la benedizione di numerosa prole. Se nei corsi e trascorsi di questo tempo voi foste in grado di riferire e di provare alcunché contro l'onor mio, o la mia fede al vincolo nuziale, o l'amore dovuto alla vostra sacra persona, in nome di Dio cacciatemi via, e che il più turpe disprezzo mi sbatta la porta in viso, e così mi consegni alla più dura giustizia. Con vostra licenza, Sire, il Re vostro padre ebbe fama di principe di grande prudenza, e di eccellente, impareggiabile ingegno e giudizio. Ferdinando, mio padre il Re di Spagna, fu sempre riconosciuto come uno dei principi più saggi che mai colà avessero regnato, da molti anni. È un fatto incontestabile che fu da essi convocato un consiglio di esperti di ogni paese, per dibattere la questione: ed essi decretarono la legittimità delle nostre nozze. Per cui umilmente vi supplico, Sire, di risparmiarmi, fino a quando non mi sarò consigliata con gli amici che ho in Spagna, il cui parere voglio sollecitare. Altrimenti, nel nome di Dio, si compia il vostro volere.

WOLSEY
Signora, voi qui avete di fronte, e da voi scelti, questi reverendi padri, uomini di singolare integrità e dottrina; proprio così, gli eletti della nazione, qui radunati a patrocinare la vostra causa. Sarà pertanto inutile che voi chiediate alla Corte un rinvio: sia per la vostra serenità personale, che per ristabilire la calma nell'animo turbato del Re.

CAMPEGGIO
Sua Grazia ha detto bene e ha detto giusto. Pertanto, madonna, mi sembra appropriato dar seguito a quest'udienza reale, ed esporre e ascoltare i rispettivi argomenti senz'altro indugio.

CATERINA
Lord Cardinale, è a voi che mi rivolgo.

WOLSEY
Come volete, signora.

CATERINA
Monsignore, sto per mettermi a piangere; ma riflettendo che siamo una regina, o almeno ci siamo a lungo illuse di esserlo - e in ogni caso la figlia d'un Re - le mie stille di pianto convertirò in faville di fuoco.

WOLSEY
Cercate invece di controllarvi.

CATERINA
Lo farò, quando avrete imparato l'umiltà. Anzi, prima: altrimenti Iddio mi punirà. Credo davvero, convinta da prove inconfutabili, che mi siate nemico, e vi contesto il diritto di esser voi a giudicarmi: poiché siete voi che avete soffiato sul fuoco tra me e il mio signore (che Iddio lo estingua colla sua rugiada) io ripeto pertanto che m'ispirate un disgusto infinito, e sì, dal profondo dell'anima vi ricuso come giudice, dato che - come ripeto - vi ritengo il mio più perfido nemico, e vi considero per nulla amico della verità.

WOLSEY
Ed io dichiaro  he non parlate come quella di sempre, voi che sempre in passato avete dato esempio di amore cristiano e dimostrato nei fatti un animo gentile, e una saggezza che alle donne è negata. Mi fate torto, madonna; non nutro alcun livore contro di voi, né saprei essere ingiusto con voi o chiunque altro. La mia condotta a tutt'oggi, e anche quella a venire, è pienamente avallata da un mandato del Collegio dei Cardinali: ma sì, l'intero concistoro di Roma. Mi accusate di aver soffiato sul fuoco. Io lo nego. Il Re è presente: se venisse a sapere he mi rimangio ciò che ho detto e fatto, saprebbe far scempio, e con ragione, della mia falsità, sì, proprio come voi avete fatto della mia integrità. Se egli sa che io sono innocente di ciò che mi rinfacciate, sa pure che voi mi fate torto. Perciò sta in lui curar la mia ferita, e la cura consiste nel togliervi dalla testa tali pensieri; e prima che sia Sua Altezza a dire la sua, vi imploro, o graziosa regina, di ripensare a quanto avete detto, e non tornarci più sopra.

CATERINA
Monsignore, monsignore, sono una donna semplice, troppo indifesa per fare fronte alla vostra astuzia. Siete mansueto e umile a parole, e la facciata del rango e del potere voi la mascherate di umiltà e mansuetudine; ma il vostro cuore trabocca di superbia, rancore ed arroganza. Avete, grazie alla fortuna e al favore di Sua Altezza, salito in punta di piedi i gradini più bassi, e ora siete montato là dove i potenti sono al vostro servizio, e le vostre parole, a voi asservite, seguono fedelmente il vostro volere e ogni vostro comando. Ho il dovere di dirvi che il prestigio della vostra persona vi sta più a cuore della vostra alta vocazione spirituale; per cui ripeto che vi ricuso come giudice e, in questa sede, davanti a tutti voi, mi appello al Papa, a che l'intera mia causa sia avocata a Sua Santità, e a che sia lui a giudicarmi.


S'inchina al Re e accenna ad allontanarsi.

CAMPEGGIO
La Regina è ostinata, refrattaria alla giustizia, pronta a contestarla, e piena di disprezzo per la Corte: così non va. Se ne sta pure andando.

RE
Richiamatela.

BANDITORE
Caterina, Regina d'Inghilterra, si presenti alla Corte.

GRIFFITH
Signora, vi stan richiamando.

CATERINA
Occorre farmelo notare? Vi prego, uscite anche voi: rientrate se vi richiamano. Ora, che Iddio m'aiuti, questi mi fanno perdere la pazienza. Suvvia, muovetevi. Qui non ci voglio restare; no, e mai più in futuro intendo far atto dipresenza per questa faccenda in alcuno dei loro tribunali.


Escono la Regina Caterina e il suo seguito.

RE
Va' per la tua strada, Kate. Chiunque al mondo racconterà di avere una sposa migliore, non sia creduto in nulla per quest'unica menzogna. Tu sei l'unica - se le tue rare qualità, la soave dolcezza, la mitezza d'una santa, la tua condotta di moglie esemplare, docile sin nel comandare, e ogni tua altra dote regale e virtuosa potessero descriverti - la regina delle regine della terra. Ella è di nobili natali, e verso di me si è comportata in armonia con la sua pura nobiltà.

WOLSEY
Graziosissimo Sire, con la più profonda umiltà chiedo a Vostra Altezza che si compiaccia di dichiarare al cospetto di tutte queste orecchie (qui dove son derubato e messo alla gogna io devo esser prosciolto, anche se non su due piedi e mai risarcito del tutto) se mai io abbia insufflato questa faccenda a Vostra Altezza, oppure suscitato nella vostra mente scrupoli tali da indurvi a metterla in discussione, o se mai vi ho detto - a parte i rendimenti di grazie al Signore per una tale Regina - una sola, la più piccola parola che mai potesse arrecar pregiudizio alla sua attuale dignità, o anche solo sfiorarne l'integrità personale.

RE
Mio Lord Cardinale, io ve ne assolvo. Sì, sul mio onore, vi affranco da tali accuse. Non sarò io a insegnarvi che avete molti nemici, i quali non sanno perché lo sono ma, come cagnacci di villaggio, abbaiano quando gli altri lo fanno. Qualcuno di costoro  ha provocato l'ira della Regina. Ritenetevi assolto. Ma la volete più ampia, l'assoluzione? Avete sempre desiderato lasciar dormire l'intera questione, e mai avete voluto metterla in discussione, ma avete spesso, spesso, intralciato i primi passi del procedimento. Sul mio onore, su questo ho detto la mia sul buon Lord Cardinale, e fino a qui l'ho assolto. Ora, su ciò che m'indusse a questi passi oserò prendervi un po' di tempo e attenzione. Notate dunque cosa mi spinse a ciò, come andaron le cose - fate attenzione. La prima volta che mi sentii pungere la coscienza da scrupoli e rimorsi, fu per certi discorsi pronunciati dal Vescovo di Bayonne, l'allora ambasciatore di Francia, che era stato qui inviato a negoziare un matrimonio tra il Duca d'Orleans e nostra figlia Maria. Nel corso di questi negoziati, prima dell'accordo finale, lui - intendo dire il Vescovo - chiese un aggiornamento per poter chiarire al Re suo sovrano se nostra figlia era o non era legittima, visto che ci eravamo sposati con la vedova già moglie del fratel nostro. Questo rinvio mi scosse in fondo alla coscienza, mi trafisse l'animo, sì, con la violenza d'un ferro accuminato, facendomi balzare il cuore in petto; così aprendo la strada a molte intricate riflessioni che s'infittirono e mi forzarono a questo grave dubbio. Innanzitutto, mi parve che non mi arridesse il benvolere del cielo, che aveva imposto alla natura che il grembo della mia sposa, se mai impregnato da un erede maschio, non dovesse infondergli altra vita se non quella che la tomba dà ai morti: visto che i figli maschi o morivano nella sede stessa del concepimento, o poco dopo esser venuti al mondo. Da ciò mi venne fatto di pensare che questo era un giudizio di Dio su di me, e che il mio regno, ben degno del più nobile erede del mondo, non avrebbe ricevuto da me questa gioia. Ne consegue che io soppesai il pericolo incombente sui miei reami per tal difetto di discendenza, e questo mi procurò più d'una crisi tormentosa. Così, alla deriva nel mare burrascoso della mia coscienza, drizzai il timone verso questo rimedio, per il quale siam qui, oggi assieme adunati: vale a dire, mi proposi di mettermi a posto con la coscienza, la quale pareva allora gravemente malata - e non è ancora guarita - con l'aiuto di tutti i più reverendi padri del paese e i più dotti fra i dotti. Dapprima cominciai in forma privata con voi, monsignore di Lincoln. Voi ricordate come l'angoscia mi faceva sudare la prima volta che mi rivolsi a voi.

LINCOLN
Assai bene, mio Sire.

RE
Ho parlato a lungo. Abbiatemi la compiacenza di dire in che misura mi rassicuraste.

LINCOLN
Con licenza di Vostra Altezza, la domanda, sul primo momento, mi fece vacillare, poiché toccava un problema di suprema importanza dalle tremende implicazioni: tanto che consegnai al dubbio il più audace consiglio che vi potessi dare, e supplicai Vostra Altezza d'intraprendere il corso che state qui percorrendo.

RE
Mi rivolsi poi a voi, monsignore di Canterbury, e ottenni il vostro assenso alla convocazione di quest'assemblea. Mi feci scrupolo di convocare tutte le eminenze presenti in questa alta Corte, e procedetti con la formale autorizzazione di ciascuno, di vostro pugno firmata e sigillata. Procedete pertanto, poiché non c'è ombra di avversione contro la personadella buona Regina, ma sono invece le spinose, laceranti ragioni che ho appena esposto, a promuovere questa causa. Dimostratemi la legittimità del matrimonio e, sulla mia vita e dignità di re, ci terremo contentidi consumare il resto di nostra vita mortale con lei, la nostra Regina Caterina, piuttosto che con la creatura più eletta he il mondo offra a mo' di paragone.


CAMPEGGIO
Con licenza di Vostra Altezza: in assenza della Regina, s'impone la necessità di aggiornare questo processo a data da destinarsi. Nel frattempo occorre rivolgere un caldo appello alla Regina perché rinunci a far ricorso a Sua Santità, come intende fare.

RE (a parte)
Mi rendo conto che questi cardinali mi menano per il naso. Aborro queste lungaggini dilatorie, e gli stratagemmi di Roma. Mio dotto e beneamato servitore, Cranmer, torna presto, ti prego. Col tuo rientro, lo so, ritroverò la pace. - La seduta è tolta. Muoviamoci, dico - .

 

Escono nell'ordine in cui sono entrati.

 

Indice Teatro

Inizio pagina

 


 

Enrico VIII

(“The Life of King Henry the Eighth” - 1612 - 1613)

 

 

atto terzo - scena prima

 

Entrano la Regina Caterina e le sue Ancelle intente al lavoro.

CATERINA
Prendi il liuto, figliola. Il mio animo è in preda a tristi pensieri. Canta, e falli svanire, se puoi. Lascia stare il lavoro.

CANZONE
Quando Orfeo sul liuto dispiegava il suo canto s'inchinavano a lui,

sì, come per incanto, e gli alberi e le vette ammantate di neve.

Riviveva ogni pianta, si schiudeva ogni fiore:

sì, come a primavera, quando il dolce tepore

del sole scherza con la pioggia lieve.

Le forze della natura, nell'udirlo cantare

- sì, persino le onde in tumulto del mare -

a lui si piegavan, da lui eran placate.
Sì, la dolce arte della musica è tale

che lo strazio del cuore, la pena più esiziale

pace trovano in lei, e ne sono acquietate.

Entra un Gentiluomo.

CATERINA
Che succede?

GENTILUOMO
Col buon volere di Vostra Grazia, i due eminenti Cardinali attendono nella sala del trono.

CATERINA
Voglion parlare con me?

GENTILUOMO
Così m'han pregato di dirvi, signora.

CATERINA
Pregate le Loro Eminenze di farsi avanti

 

Esce il Gentiluomo.


Cosa possono volere da me, una povera donna indifesa caduta in disgrazia? Non mi piace questa visita. Ora che ci penso, dovrebbero essere uomini giusti, onesta la loro missione: solo che l'abito non fa il monaco.

 

Entrano i due Cardinali, Wolsey e Campeggio.

WOLSEY
Pace all'Altezza Vostra.

CATERINA
Le Vostre Grazie mi trovano qui che faccio un po' la massaia. Vorrei esserlo in tutto e per tutto, in previsione del peggio. Cosa desiderate da me, reverendi signori?

WOLSEY
Abbiate la compiacenza, nobile signora, di ritirarvi nella vostra stanza privata, e vi spiegheremo per filo e per segno il perché della nostra visita.

CATERINA
Spiegatelo qui. Non ho mai fatto nulla, sulla mia coscienza, che imponga segretezza. Oh, se ogni altra donna potesse dir questo con l'innocenza con cui lo dico io! Miei signori, non m'importa - e in questo son fortunata più di tante - se le mie azioni son scandagliate da ogni lingua, scrutinate da ogni occhio, e se malignità e maldicenza si esercitan su di loro: io so d'aver condotto una vita specchiata. Se la vostra missione è d'indagare su di me, e sulla mia condotta di sposa, ditelo senza tante perifrasi. La verità esige franchezza.

WOLSEY
Tanta est erga te mentis integritas, Regina serenissima...

CATERINA
Oh, mio buon signore, niente latino! Non sono stata tanto pigra, dal giorno del mio avvento, da non imparare la lingua del paese in cui vivo. Una lingua straniera rende la mia causa più strana e sospetta. Vi prego, parlate inglese: le qui presenti vi saranno grate se direte la verità, per il bene della loro povera padrona. Credetemi, le è stato fatto un gran torto. Lord Cardinale, il mio peggior peccato di commissione potete bene assolverlo in inglese.

WOLSEY
Nobile signora, mi duole che la mia integrità debba ingenerare (assieme ai servigi resi alle Vostre Maestà) sospetti così profondi, malgrado la mia assoluta buonafede. Noi non veniamo in veste di accusatori, a macchiare l'onore benedetto da tutti gli onesti, né a consegnarvi in alcun modo al dolore - soffrite sin troppo, onesta Regina; ma solo a sapere che posizione intendete assumere nella grave controversia tra il Re e voi, e a comunicarvi, da uomini schietti e dabbene, le nostre meditate opinioni, e a confortarvi nelle vostre ragioni.

CAMPEGGIO
Onoratissima signora, il Cardinale di York, per il suo nobile carattere, la devozione e l'obbedienza da sempre tributati a Vostra Grazia, dimenticando - nella sua bontà - i recenti attacchi alla sua veracità e alla sua persona - davvero eccessivi - vi offre, come anch'io, in segno di pace, i suoi servigi, come anche i suoi consigli.

CATERINA (a parte)
Per poi tradirmi. Ringrazio entrambe le Loro Eminenze per le buone intenzioni. Parlate da uomini onesti: voglia Iddio che lo siate! Ma come darvi un'immediata risposta su una questione così grave, che tocca così da vicino il mio onore, e più da vicino la mia vita, io temo - col mio scarso intelletto, e di fronte a persone di tale gravità e dottrina - io temo in verità di non saperlo. Stavo qui lavorando tra le mie ancelle e, Dio lo sa, mai mi sarei aspettata tali visitatori o una missione di tal fatta. Nell'interesse di colei che fui - qui, lo sento, la mia grandezza dà l'ultimo bagliore - care le mie Eminenze, datemi il tempo di riflettere sulla mia causa. Ahimè, sono una donna senza speranza e senza amici!

WOLSEY
Madonna, fate torto all'affetto del Re con questi timori: le vostre speranze non si contano, e così i vostri amici.

CATERINA
In Inghilterra c'è poco a mio favore: credete davvero, monsignori, che qualche inglese osi ben consigliarmi? O essermi amico dichiarato, e contrariare Sua Altezza (un suddito così temerario da dir quel che pensa), e restare tra i vivi? No, in fede mia. I miei amici, quelli che possono compensare le mie afflizioni, quelli che possono aspirare alla mia fiducia, non vivono qui. Essi sono, come ogni altro mio conforto, lontani, nella mia terra natale, signori miei.

CAMPEGGIO
Se solo Vostra Grazia mettesse da parte le sue pene, e si lasciasse consigliare!

CATERINA
E come, signore?

CAMPEGGIO
Rimettete la vostra causa principale alla protezione del Re. Egli vi ama, ed è assai magnanimo. Sarà tanto meglio pel vostro onore e per la causa vostra; giacché se dovrete sottostare a regolare processo ve ne uscirete disonorata.

WOLSEY
Vi dice il giusto.

CATERINA
Mi suggerite ciò che entrambi vi augurate, la mia rovina. Vi pare un consiglio da cristiani? Vergognatevi! C'è ancora un cielo sopra di noi: colà è assiso un giudice che nessun re potrà mai corrompere.

CAMPEGGIO
La vostra agitazione ci fa torto.

CATERINA
A vostra maggior vergogna. Vi credevo santi uomini di chiesa, sull'anima mia, due venerabili, cardinali virtù: ma ora vi temo come peccati cardinali, e cuori senz'anima. Vergogna a voi, monsignori! Ravvedetevi! È questo il conforto? Il cordiale che portate a una dama infelice, a una donna da voi rovinata, derisa, spregiata? Non vi auguro la metà delle mie sventure: son più cristiana di voi. Ma dite pure che vi ho avvertito: attenti, per amore del cielo, attenti, se non volete che un giorno si abbatta su di voi il fardello delle mie pene.

WOLSEY
Madonna, questa è pura follia. Il bene che noi vi offriamo lo trasformate in male.

CATERINA
E voi mi trasformate nel nulla. Guai a voi, per tali false professioni di fede. Vorreste indurmi - se aveste un'ombra di giustizia o pietà, se foste altro che non due tonache prelatizie - ad affidare la mia causa malferma nelle mani di chi mi odia? Ahimè, mi ha già bandito dal suo letto e dal suo affetto, sin troppo tempo fa. Sono vecchia, signori, e l'unico rapporto che ancora mi lega a lui resta la mia obbedienza. Cos'altro può capitarmi dopo tanta disgrazia? Sono le vostre macchinazioni a fare di me la reietta che sono.

 

CAMPEGGIO
Le vostre paure fanno di peggio.

CATERINA
Ho vissuto anche troppo - lasciatelo dire a me, visto che la virtù non trova avvocati - da moglie, e da moglie fedele? Una donna - oso affermarlo senza sicumera - mai sino ad ora segnata dal sospetto? Non sono sempre, con tutto l'amore di cui sono capace, andata incontro al Re, non l'ho amato e obbedito, secondo solo a Dio? Non sono stata, nell'affetto mio cieco, sin troppo devota, quasi dimentica delle mie preghiere, pur di farlo felice? Ed è questa la ricompensa? Non è giusto, signori. Portatemi una donna fedele al suo sposo, una che non ha mai sognato altra gioia se non il piacere di lui, e a quella donna, quand'ella ha dato tutto, aggiungerò di mio un altro onore: una grande pazienza.

WOLSEY
Madonna, voi divagate dal bene a cui miriamo.

CATERINA
Monsignore, non oso macchiarmi della colpa di rinunciare spontaneamente al nobile titolo a cui mi ha fatto sposa il vostro sovrano. Soltanto la morte potrà divorziarmi dalle mie prerogative regali.

WOLSEY
Vi prego, ascoltatemi.

CATERINA
Oh, non avessi mai calcato questa terra inglese, o dato retta alle lusinghe che vi allignano! Avete volti d'angelo, ma il cielo conosce i vostri cuori. Cos'avverrà di me ora, infelicissima donna? Sono la donna più sventurata del mondo. Ahimè, povere ragazze, cosa più avrete in sorte? Naufragate su un regno dove non ci sono pietà né amici, né speranze, né congiunti che piangan per me, dove a momenti mi si nega una tomba. Come il giglio che era una volta padrone del campo dove fioriva, io chinerò la testa per lasciarmi morire.

WOLSEY
Se Vostra Grazia si lasciasse convincere dell'onestà delle nostre intenzioni, stareste meglio. Perché dovremmo, cara signora, per che motivo, farvi del torto? Ahimè, il nostro rango, la natura del nostro magistero si opporrebbero a tanto. A noi spetta lenire gli affanni, non crearne di nuovi. Per amor di Dio, riflettete a ciò che fate, a come potreste, sì, danneggiare voi stessa, e fino in fondo alienarvi la confidenza del Re, facendo come voi fate. I cuori dei principi baciano l'obbedienza, tanto l'apprezzano: ma con chi recalcitra si gonfiano sino a scoppiare, tremendi come tempeste. Lo so che avete un'indole nobile e mansueta, un'anima serena come un mare calmo. Vi prego di crederci quel che diciamo di essere, messaggeri di pace, amici, e servi fidati.

CAMPEGGIO
Tali ci troverete, madonna. Fate torto alle vostre virtù con queste ansie da donnicciola. Uno spirito nobile come quel che in voi è infuso, sempre respinge tali dubbi da sé come moneta falsa. Il Re vi ama: attenta a non perderne l'affetto. Quanto a noi, se vi garba affidarci i vostri interessi, siamo pronti a prodigarci col massimo impegno al vostro servizio.

CATERINA
Fate quel che vi pare, monsignori, e perdonatemi, prego, se mi son comportata in modo scortese. Sapete che sono una donna, cui difetta l'ingegno per dare risposte adeguate a personaggi di tale levatura. Vi prego, porgete i miei ossequi a Sua Maestà. Egli ha tuttora il mio cuore, e avrà i miei fervidi voti finché avrò vita. Venite, reverendi padri, prodigatemi i vostri consigli. Lo implora colei che, sbarcando in questo paese, mai avrebbe pensato al prezzo che, per tali onori, poi avrebbe pagato.

 

Escono.

 

 

 

atto terzo - scena seconda

 

Entrano il Duca di Norfolk, il Duca di Suffolk, Lord Surrey e il Lord Ciambellano.

NORFOLK
Se ora farete fronte comune nelle proteste e premerete su di lui senza tregua, il Cardinale finirà coll'esserne travolto. Se vi lasciate sfuggire questo momento propizio, posso solo promettervi che vi toccherà subire altre e nuove indegnità oltre a quelle che già vi tocca sopportare.

SURREY
Sono felice di cogliere la minima occasione che in me risvegli la memoria di mio suocero, il Duca, per vendicarmi di costui.

SUFFOLK
Chi fra i Pari del regno è andato esente dal suo disprezzo, o quantomeno dalla sua straordinaria mancanza di tatto?Quando mai ebbe riguardo per le più nobili qualità di chicchessia, all'infuori di sé?

CIAMBELLANO
Miei Pari, fate presto a parlare. So bene quel che si merita da voi e me, ma di quel che possiamo fargli (anche se ora il momento ci sembra favorevole) ho una grande paura. Se non ce la fate a interdirgli l'accesso al Re, non provatevi mai ad attentare a lui, ché la sua lingua è stregata quando lui parla al Re.

NORFOLK
Oh, non abbiate paura di lui. Quel suo incantesimo è rotto: il Re ha scoperto qualcosa su di lui che ha reso amaro per sempre il miele dei suoi discorsi. No: ora ha messo radici nel reale disdegno, e non se ne caverà fuori.

SURREY
Signore, notizie come questa mi rendono felice. Ne vorrei una ogni ora.

NORFOLK
Credetemi, è la verità. Nella questione del divorzio il suo doppio gioco è ormai così scoperto, che ci fa la figura che augurerei a un mio nemico.

SURREY
E come son venuti alla luce i suoi intrighi?

SUFFOLK
Nel modo più inatteso.

SURREY
Ma come, come?

SUFFOLK
Le lettere del Cardinale al Papa, per un disguido, sono finite sotto gli occhi del Re, e in esse lui ha letto che il Cardinale ha chiesto a Sua Santità di sospendere la decisione sul divorzio. Poiché se essa fosse stata presa, "Mi rendo conto" - lui scrive - "che il mio Re è impegolato nella passione per una creatura della Regina, madonna Anna Bolena".

SURREY
Il Re ha la lettera?

SUFFOLK
Potete crederci.

SURREY
E gli basterà?

CIAMBELLANO
Il Re ha così compreso come lui traccheggi sempre occultando le proprie mene. Ma su questo scoglio tutti i suoi trucchi vanno a picco, e la sua medicina la porta al funerale del paziente: il Re ha già impalmato la bella signora.

SURREY
Fosse vero!

SUFFOLK
Potete congratularvi con voi stesso, signore: vi giuro, il vostro desiderio è realtà.

SURREY
Allora tutta la mia gioia segua la congiunzione dei due astri.

SUFFOLK
E così sia - dico io.

NORFOLK
Lo diciamo tutti.

SUFFOLK
La data dell'incoronazione è già fissata. Perdinci, una notizia calda calda, e forse è meglio non propalarla a tutti. Ma, miei signori, colei è una splendida creatura, di perfetta armonia fisica e spirituale. Mi sono convinto che da lei verrà a questo paese un qualche dono di Dio, che vi lascerà tracce memorabili.

SURREY
Ma il Re la manderà giù, la lettera del Cardinale? Che Dio non voglia!

NORFOLK
No davvero, perbacco!

SUFFOLK
No, no! Ci sono altre vespe che gli ronzano sotto il naso, ma questa sarà la prima a trafiggere. Il Cardinale Campeggio se n'è scappato a Roma, insalutato ospite, ha lasciato in sospeso la causa del Re, e corre a spron battuto, da emissario del nostro Cardinale, a secondarne le trame. E vi assicuro che, alla notizia, il Re ha tuonato "Ohibò!"

CIAMBELLANO
Che Iddio gli dia esca, e lo faccia tuonare "Ohibò!" più forte ancora.

NORFOLK
Ma signore, quando rientra Cranmer?

SUFFOLK
È già rientrato, con le opinioni da lui raccolte, che hanno convinto il Re al divorzio, poiché hanno l'avallo di quasi tutte le università più famose del mondo cristiano. Tra breve, credo, sarà proclamato il suo secondo matrimonio, e l'incoronazione di lei. Caterina non sarà più chiamata Regina, ma Principessa Vedova del Principe Arturo.

NORFOLK
Questo Cranmer è una degna persona, e ce l'ha messa tutta nella faccenda del Re.

SUFFOLK
Proprio così, e per questo lo vedremo promosso ad Arcivescovo.

NORFOLK
Così ho sentito.

SUFFOLK
E così è.

 

Entrano Wolsey e Cromwell Il Cardinale.

NORFOLK
Guardatelo, come è scuro in viso!

WOLSEY
Quel plico, Cromwell, l'avete dato al Re?

CROMWELL
Direttamente nelle sue mani, nella sua stanza da letto.

WOLSEY
Ma lo ha aperto, l'involucro?

CROMWELL
Seduta stante l'ha dissuggellato, e ha scorso il primo dei documenti con aria preoccupata: e un certo allarme gli si leggeva in viso. A voi ha ordinato di presentarvi a lui qui stamattina.

WOLSEY
È già pronto ad apparire in pubblico?

CROMWELL
Direi di sì, a questo punto.

WOLSEY
Lasciatemi solo un momento.

 

Esce Cromwell.


(A parte) Ha da essere la Duchessa d'Alençon, sorella del Re di Francia: è lei che dovrà sposare. Anna Bolena? No, nessun'Anna Bolena per il Re. Qui ci vuol'altro che un bel viso. Bolena! No, niente Bolene, per quanto sta in noi. Con impazienza attendo le notizie da Roma. Marchesa di Pembroke?

NORFOLK
È assai imbronciato.

SUFFOLK
Forse ha saputo che il Re ce l'ha con lui, ed affila le armi.

SURREY
Le affili come si deve, Signore, per la Tua giustizia!

WOLSEY (a parte)
La dama d'onore dell'ex Regina, la figlia d'un cavaliere, padrona della sua padrona? Regina della Regina? Questa candela fa fumo: tocca a me soffiarci sopra e puff! eccola spenta. Anche se so che è virtuosa e ricca di meriti? Intanto, a me risulta luterana arrabbiata, e poi andrebbe a detrimento della nostra causa, il fatto che essa divida letto e segreti del nostro ombroso monarca. E adesso ci salta fuori un eretico, un arcieretico, Cranmer, uno che si è insinuato nel favore del Re, e ora gli fa da oracolo.

NORFOLK
Qualcosa lo sta tormentando.

Entra il Re, leggendo una pergamena ,e Lovell.

SURREY
Se almeno questo qualcosa gli rodesse ogni fibra e anche la molla che gli fa battere il cuore!

SUFFOLK
Il Re! Il Re!

RE
Che cumuli di ricchezze ha saputo ammassare nelle sue mani! E quale marea di spese, a ogni ora che passa, rifluisce da lui! In nome del buon governo, ma come fa a rastrellare tutto questo? - Ebbene, signori miei, l'avete visto, il Cardinale?

NORFOLK
Mio Sire, siamo stati qui ad osservarlo. Un'insolita agitazione gli sta turbando il cervello. Si morde le labbra, trasalisce, s'arresta di colpo, contempla il pavimento, si tocca la tempia col dito, d'un trattocammina a passi lesti, poi si ferma di nuovo, si batte forte il petto, e subito rivolge i suoi sguardi alla luna: lo abbiamo visto atteggiarsi nelle pose più strane.

RE
E lo credo bene: la sua mente è in subbuglio. Questa mattina mi ha mandato in esame documenti di stato, su mia richiesta: e indovinate che ci ho trovato, inserito, ne son convinto, inavvertitamente? Nientedimeno che un inventario, il quale specifica i diversi articoli della sua argenteria, i suoi gioielli, tessuti pregiati e oggetti ornamentali d'inestimabile valore, che io trovo incompatibile con le fortune di un privato.

NORFOLK
L'ha voluto il cielo: sarà stato uno spirito ad infilare nel plico quest'inventario, per ricrearvi la vista.

RE
Se potessimo crederlo immerso in meditazioni oltremondane, e intente a fini spirituali, lo lasceremmo alla sua contemplazione. Ma ho paura che i suoi pensieri si fermino ben al di sotto della luna, in ambiti indegni di un sì profondo meditare.

 

Il Re si accomoda sul trono e bisbiglia qualcosa a Lovell, che si accosta al Cardinale.

WOLSEY
Il cielo mi perdoni. Dio sempre vi benedica, Altezza!

RE
Mio caro monsignore, voi siete colmo di celestiali sostanze, e nella vostra mente portate l'inventario delle vostre virtù, proprio quelle che or ora passavate in rassegna. A malapena vi resta il tempo di sottrarre agli esercizi spirituali una breve pausa per occuparvi di rendiconti terreni. È vero, in questo io vi ritengo un cattivo amministratore, e sono lieto che almeno in questo mi somigliate.

WOLSEY
Sire, alle sacre funzioni dedico qualche tempo, ed altro tempo a meditare sulle altre mie funzioni di uomo di governo; e la natura esige i suoi momenti di ricreazione, che per forza di cose anch'io, sua fragile creatura, fra i miei confratelli mortali, dovrò pure osservare.

RE
Belle parole.

WOLSEY
E che Vostra Altezza possa sempre appaiare - e io darvene motivo - le mie buone azioni alle belle parole.

RE
Ben detto, ancora una volta! Dire bene le cose equivale a farle bene, eppure le parole non sono azioni. Mio padre vi amava. Diceva di amarvi, e con azione appropriata ebbe a confermare le parole coi fatti. Dalla mia ascesa al trono vi ho tenuto vicino al cuore, e non solo vi ho affidato impieghi altamente remunerativi, ma ho anche ridotto di un bel po' le mie sostanze, nel colmarvi di generose prebende.

 

WOLSEY (a parte)
Che significa questo?

SURREY (a parte)
Il Signore continui nell'opera intrapresa!

RE
Non ho fatto di voi il primo dei miei ministri? Vi prego, ditemi, se quanto sto per affermare vi risulta vero, e se vi va di confessarlo ditemi anche se vi sentite a noi obbligato, oppure no. Che avete da dire?

WOLSEY
Mio sovrano, confesso che i vostri regali favori, profusi giorno per giorno su di me, hanno di molto superato quanto dovuto ai miei zelanti uffici, che pure sono andati al di là di tutto ciò che si può chiedere a un uomo. I miei sforzi son sempre rimasti al di sotto dei miei desideri, ma pur sempre all'altezza dei miei talenti. Le mie mire personali sono state mie nella misura in cui hanno sempre mirato al bene della vostra sacra e augusta persona e all'interesse dello stato. Quanto ai grandi favori riversati su di me, pover'uomo immeritevole, non posso che esprimervi i miei più devoti ringraziamenti, pregando il cielo per voi, e la mia lealtà, che non ha fatto che crescere e crescerà sempre, sinché l'inverno della morte non l'avrà uccisa.

RE
Gran bella risposta, che dà risalto all'immagine di un suddito leale e sottomesso. L'onore del quale è la sua stessa ricompensa, così come, nel caso inverso, il disonore è la sua stessa punizione. Io presumo che, come la mia mano vi è stata prodiga di doni e il mio cuore di affetti, e il mio potere v'ha inondato di onori, più di chiunque altro, così la vostra mano, ed il cuore, ed il cervello, ed ogni facoltà in vostro potere avrebbero dovuto - a parte ogni vincolo di fedeltà - proprio per l'intimo legame di affetto che ci lega, operare per me, il vostro amico, più che per ogni altro.

WOLSEY
Io qui dichiaro d'essermi sempre prodigato per il bene di Vostra Altezza, più che per il mio; d'essere quel che sono, sono stato e sempre sarò - quand'anche il mondo intero facesse a pezzi la fedeltà che vi deve per ripudiarla dal fondo dell'anima, quand'anche i pericoli irrompessero in tanti, quanti il pensiero ne può immaginare, ed apparissero in forme ancora più orrende - pure la mia fedeltà, come una roccia di contro a marea ribollente, dovrebbe infrangere le ondate di sì turbolenta fiumana ed incrollabile restar tutta vostra.

RE
Assai nobili parole. Prendete nota, signori: egli ha un cuore leale, l'avete visto mettervelo a nudo. Leggetemi questo.


Gli passa dei documenti.

e dopo, questo; e poi, su a colazione, se ancora vi resta un po' d'appetito.


Esce il Re, fissando corrucciato il Cardinale; i Nobili gli si accalcano dietro, sorridendo e bisbigliando.

WOLSEY
Che significa questo? Che collera improvvisa è mai questa? Che ho fatto per meritarla? Se n'è andato con un'occhiataccia, quasi che la rovina gli schizzasse dagli occhi. Così guata il leone furente il temerario cacciatore che l'ha ferito e ne sarà annientato. Devo leggere questo foglio: qui, temo, è la spiegazione della sua ira. Proprio così: questo foglio mi ha rovinato. È l'inventario di tutto quell'universo di ricchezze che ho ammassato per i miei fini - in realtà, per guadagnarmi il papato e finanziare i miei alleati di Roma. Oh distrazione in cui solo uno stolto poteva incappare! Qual diavolo maligno mi indusse a infilare questo grosso segreto nel plico che avevo inviato al Re? Non c'è alcun modo di rimediare? Qualche nuova trovata, per toglierglielo dalla testa? Lo so che lo manderà sulle furie, eppure ne ho una che, se faccio le cose giuste, a dispetto della sfortuna, mi toglierà dalle peste. E questo cos'è? "Al Papa"? La lettera - ci giurerei - con tutto quello che scrissi a Sua Santità. Eh no, a questo punto, addio! Ho toccato il punto più alto della mia grandezza, e ora da quello zenith della mia gloria volo verso il tramonto. Saprò cadere come una luminosa meteora nella sera, e nessun uomo mi vedrà mai più.

Entrano, alla volta di Wolsey, i Duchi di Norfolk e Suffolk, il Conte di Surrey, e il Lord Ciambellano.

NORFOLK
Udite il volere del Re, Cardinale, che vi ingiunge di riconsegnare all'istante il Gran Sigillo nelle nostre mani, e di restare agli arresti ad Asher House, la sede del Vescovo di Winchester, fino a nuove istruzioni da parte di Sua Altezza.

WOLSEY
Alto là! Dov'è il vostro mandato, signori? Le parole non bastano a un'ingiunzione di tale gravità.

SUFFOLK
Chi osa far resistenza quand'esse esprimono, per bocca sua, una precisa volontà del Re?

WOLSEY
Finché non trovo qualcosa di più di una volontà o di parole - mi riferisco al vostro odio - sappiate, zelanti signori, che ho il dovere di oppormi, e lo farò. Ora tocco con mano di qual vile metallo siete forgiati: la malignità. Con quale entusiasmo tenete dietro alle mie disgrazie per pascervi di esse, e con quanta prontezza e voluttà mettete becco in tutto ciò che concorre alla mia rovina! Seguite le vie della vostra invidia, uomini maligni: davvero una procedura da cristiani - e senza dubbio, avrete a suo tempo, per questo, la giusta mercede. Quel sigillo che mi chiedete con tanta irruenza, il Re, padrone vostro e mio, me l'ha affidato di sua propria mano; mi ha ordinato di goderne, con la carica e gli onori connessi, vita natural durante e, a conferma della sua generosità, l'investitura è avallata da lettere patenti. E ora chi me la toglie?

SURREY
Il Re che ve l'ha data.

WOLSEY
Dovrà farlo di persona.

SURREY
Sei un tracotante traditore, prete.

WOLSEY
Tracotante sei tu, e mentitore. Nel giro di quarantott'ore Surrey l'avrà capito che era meglio bruciarsi la lingua che parlarmi così.

SURREY
La tua ambizione, peccatore scarlatto, ha privato questo paese, che tuttora lo piange, di mio suocero, il nobile Buckingham. Le teste di tutti i Cardinali tuoi confratelli, con te e tutto il meglio delle tue doti, non valgono un solo capello di lui. All'inferno le vostre trame! Mi avete mandato a fare il Viceré in Irlanda perché non potessi aiutarlo, lontano dal Re e da tutti coloro che avrebbero potuto ottenere clemenza per le accuse da te profferite, mentre la vostra sublime bontà, con cristiana pietà, gli dava l'assoluzione con la mannaia.

WOLSEY
Questo, con tutto il resto che questo Conte raccontafavole mi mette in conto, dichiaro falso in tutto e per tutto. Il Duca fu giudicato secondo la legge. Quanto io fossi incolpevole d'ogni malanimo personale nella sua fine, lo testimoniano i suoi nobili giudici e la sua ignobile causa. Se io amassi menare la lingua, signore, potrei dirvi che di onestà come di onore, ne avete ben poca, e che in fatto di lealtà e fedeltà verso il Re, mio per sempre regale padrone, posso vedermela con uomini ben più sensati d'un Surrey, e di tutti quelli che ne apprezzano le follie.

SURREY
Sull'anima mia, rete, la tua tonaca ti protegge, altrimenti  ti sentiresti la mia spada nel fondo del cuore.

Signori, come potete tollerare una tale arroganza, e da un tale individuo? Se siamo tanto imbelli da farci insultare così da uno straccio di porpora, addio nobiltà! Che Sua Grazia faccia altri progressi, e ci abbagli con la sua berretta, manco fossimo allodole.

WOLSEY
Ogni forma di bontà è veleno per il tuo stomaco.

SURREY
Sì, quella bontà che consiste nel rastrellare l'intera ricchezza del paese in un unico ammasso nelle vostre mani, Cardinale, e a forza d'estorsioni. La bontà dei messaggi intercettati che avete scritto al Papa a detrimento del Re. La vostra bontà, giacché mi provocate, sarà data in pasto alla gente. Mio Duca di Norfolk, giacché voi siete veramente nobile e vi stanno a cuore il bene comune, la condizione della nostra bistrattata nobiltà, i nostri eredi - i quali, se costui vive, potranno sì e no fare i gentiluomini - tirate fuori la gran somma dei suoi peccati, le imputazioni collezionate in una vita. Vi farò trasalire: peggio della campanella dell'ostia, quando la bella mora era tra le vostre braccia, Cardinale, intenta a baciarvi.

WOLSEY
Quanto, affé mia, potrei disprezzare quest'uomo, se non me lo vietasse la carità cristiana!

NORFOLK
Quei capi d'accusa, monsignore, sono in mano del Re: mi basti dire che sono infamanti.

WOLSEY
Tanto più chiara e immacolata rifulgerà la mia innocenza, appena il Re avrà capito che gli sono fedele.

SURREY
Non basterà a salvarvi. Ringrazio la mia memoria: ricordo ancora qualcuna di queste accuse, e ve le sciorino. Ora, Cardinale, se siete capace di arrossire e gridare "Colpevole!" dimostrerete un pizzico d'onestà.

WOLSEY
Continuate, signore. Sfido le vostre peggiori accuse. Se arrossisco, è nel vedere un nobile che non si sa controllare.

SURREY
Meglio perdere il controllo che la testa. A voi, in guardia! In primo luogo, senza l'assenso o all'insaputa del Re vi siete dato da fare per diventare legato del Papa, e con tali poteri avete usurpato le prerogative di tutti i Vescovi.

NORFOLK
Secondo: in tutti i vostri dispacci a Roma, o anche a principi stranieri, c'era sempre scritto "Ego et Rex meus", così che il Re era messo in sottordine alla vostra persona.

SUFFOLK
Terzo: all'insaputa del Re, così come del Consiglio, quando vi recaste dall'Imperatore in qualità di ambasciatore, aveste l'ardire di portarvi fino in Fiandra il Gran Sigillo.

SURREY
Ancora: avete inviato un'ampia delega a Gregorio de Cassado, affinché concludesse all'insaputa del Re o senza l'avallo dello stato, un'alleanza tra Sua Altezza e Ferrara.

SUFFOLK
E per pura ambizione avete fatto coniare il vostro cappello cardinalizio sulla moneta del Re.

SURREY
Inoltre, avete mandato somme incalcolabili - e come ve le siete procurate lo lascio alla vostra coscienza - per foraggiare Roma e preparare il terreno a nuovi onori per voi, portando né più né meno alla rovina tutto il reame. Ce ne sono moltre altre, ma poiché hanno a che fare con voi, per la loro odiosità, non mi ci voglio sporcare la bocca.

CIAMBELLANO
O mio signore, non infierite troppo su un uomo caduto: siate virtuoso. Le sue colpe sono esposte al rigore delle leggi. Siano esse, non voi, a castigarlo. Mi piange il cuore a vederlo ridotto a un'ombra del grand'uomo che era.

SURREY
Io lo perdono.

SUFFOLK
Lord Cardinale, è inoltre volere del Re - dal momento che tutte le azioni da voi ultimamente compiute in virtù dei vostri poteri di legato presso questo regno costituiscono violazione del praemunire - che sia pertanto contro di voi spiccato il seguente mandato per la confisca di tutti i vostri beni, terreni, immobili, e mobili, di qualunque tipo, e con decadenza dalla protezione del Re. Questo è il mio incarico.

NORFOLK
E così vi lasciamo alle vostre meditazioni sulla vita virtuosa. Quanto al vostro ostinato rifiuto di restituirci il Gran Sigillo, il Re ne verrà informato e, fuor di dubbio, saprà come ringraziarvi. Cosicché addio, monsignor Cardinal Poco-di-buono.


Escono tutti eccetto Wolsey.

WOLSEY
E così addio, voi che dei poco di buono siete stati con me. Addio, e un lungo addio, a tutta la mia grandezza. Questa è l'umana condizione: oggi uno mette fuori le tenere foglie della speranza, domani fiorisce, poi porta su di sé un fitto rigoglio di onori. Al terzo giorno arriva una gelata, una gelata mortale, e proprio quando lui pensa, fiducioso e sereno, che di sicuro la sua grandezza sta per maturare, ecco che lo attacca alle radici e lui poi crolla, come a me sta accadendo. Mi sono avventurato, come i bambini giocosi che nuotano aggrappati a vesciche, per troppe estati in un mare di gloria, ma in acque per me troppo fonde: il mio orgoglio smodato si è alla fine sgonfiato sotto di me, e ora mi lascia esausto ed invecchiato nel mio ufficio, alla mercé di un turbolento torrente che m'inghiottirà per sempre. Vana pompa e gloria di questo mondo, io vi odio. Sento che il mio cuore rinasce con me. Oh quanto disgraziato il poveretto che dipende dal favore dei principi! Ci sono, tra quel sorriso a cui vorremmo aspirare, l'aspetto benigno dei principi, e il loro rovinoso potere più spasimi e terrori di quanti ne provino le donne, ne infliggano le guerre. E quando egli cade, cade come Lucifero, e per non più sperare.


Entra Cromwell, e ristà sbigottito.

Che c'è ora, Cromwell?

CROMWELL
Non ho il coraggio di parlare, signore.

WOLSEY
Come, sgomento per le mie disgrazie? Può il tuo spirito stupirsi del declino di un grande? Davvero, se piangi tu, son proprio un uomo finito.

CROMWELL
Come si sente Vostra Grazia?

WOLSEY
Bene, se per questo. Mai stato così felice, mio buon Cromwell. Ora conosco me stesso, e dentro di me sento una pace che trascende ogni pompa terrena, una coscienza serena e tranquilla. Il Re mi ha guarito. Io ne ringrazio umilmente Sua Altezza, che da queste mie spalle - questi pilastri in rovina - ha pietosamente sottratto un carico da affondare un'intera flotta: l'eccesso di onori. Oh, è un fardello, Cromwell, un fardello troppo pesante per uno che aspiri al cielo!

CROMWELL
Son lieto che Vostra Grazia l'abbia presa per il verso giusto.

WOLSEY
Lo spero proprio: ché mi sento ora in grado, per via d'una fortezza d'animo che sento in me, di sopportare avversità più numerose e più gravi assai di quanto osino prepararmi i miei codardi nemici. Che notizie ci sono?

CROMWELL
La più grave, e la peggiore, è che siete incorso nel ripudio del Re.

WOLSEY
Dio lo benedica!

CROMWELL
Inoltre, Ser Tommaso Moro è stato scelto al vostro posto, come Lord Cancelliere.

WOLSEY
Questa non me l'aspettavo! Ma è un uomo dotto. Che possa continuare a lungo nel favore di Sua Altezza, e rendere giustizia nell'interesse della verità e della sua coscienza, sì che le sue ossa, quando avrà compiuto il suo corso e riposerà benedetto, possano avere una tomba di lacrime d'orfani, versate per lui. Che altro c'è?

CROMWELL
Cranmer è ritornato con tutti gli onori, ed è stato insediato come Arcivescovo di Canterbury.

WOLSEY
Questa sì è una notizia!

CROMWELL
Infine, Lady Anna, che il Re ha segretamente e da tempo sposato, stamani è stata vista in pubblico nella sua veste di regina, mentre andava in cappella, e ora non si parla d'altro che della sua incoronazione.

WOLSEY
Eccolo, il peso che mi ha tirato a fondo! Oh, Cromwell, il Re mi ha fatto lo sgambetto: tutte le mie glorie le ho perdute per sempre per quella sola donna. Nessun sole si leverà ad annunciare i miei onori o indorerà mai più le brigate di nobili schierati in attesa di un mio sorriso. Va', sta' alla larga da me, Cromwell: io sono un pover'uomo in disgrazia, ormai indegno di esserti signore e padrone. Cerca udienza dal Re - quel sole che prego non tramonti mai. Gli ho detto chi sei, e quanto sei fedele. Egli saprà innalzarti. Qualche pallido ricordo di me saprà indurlo - io ne conosco la nobile natura - a non sacrificare anche i buoni servigi che promettevi di rendere. Buon Cromwell, non lo trascurare; datti da fare adesso, e prepara la tua futura salvezza.

CROMWELL
O mio signore, devo dunque lasciarvi? Devo rinunciare per forza ad un padrone così buono, nobile e fedele? Siatemi testimoni, voi che non avete cuori di pietra, dello strazio di Cromwell nel lasciare il suo signore.
Il Re avrà i miei servigi, ma le mie preghiere saranno sempre e soltanto per voi.

WOLSEY
Cromwell, io non pensavo di versare una lacrima, con tutte le mie sventure, ma tu mi costringi, con la tua onesta dedizione, a fare come una donna. Asciughiamoci gli occhi, e dammi ancora ascolto, Cromwell; e quando sarò dimenticato, com'è destino, per dormire nel marmo freddo e inerte, là dove non si dovrà più parlare di me, di' che ti son stato maestro. Di' che Wolsey, che una volta percorse le vie della gloria, e scandagliò tutti gli abissi e tutte le secche del potere, ti pilotò, pur facendo naufragio, sulla via del successo: una rotta sicura e certa, anche se il tuo padrone non seppe seguirla. Osserva bene la mia caduta, e ciò che mi ha rovinato. Cromwell, ti esorto caldamente, sbarazzati dell'ambizione: fu il peccato degli angeli. Cosa può dunque l'uomo, l'immagine del suo Creatore, sperare di ricavarne? Ama te stesso dopo tutti gli altri, abbi cari i cuori di chi ti odia. La corruzione non rende più dell'onestà. Nella tua destra porta sempre una dolce pace, per ridurre al silenzio le lingue invidiose. Sii giusto, vivi senza paura. Agisci soltanto nell'interesse della tua patria, del tuo Dio, e della verità. Se poi dovessi cadere, o Cromwell, cadrai da martire benedetto. Servi il Re; e ora, ti prego, conducimi dentro. Compila un inventario di tutti i miei averi, fino all'ultimo centesimo: tutto questo è del Re. Il mio abito, e la mia integrità verso il cielo, è tutto ciò che oso oggi dir mio. O Cromwell, Cromwell, se solo avessi servito il mio Dio con metà dello zelo con cui ho servito il mio Re! Egli non mi avrebbe, alla mia età, lasciato inerme alla mercé dei miei nemici.

CROMWELL
Buon signore, siate forte.

WOLSEY
Lo sono. Addio alle speranze della corte: le mie speranze sono affidate al cielo.


Escono.

 

 

Indice Teatro

Inizio pagina

 


 

Enrico VIII

(“The Life of King Henry the Eighth” - 1612 - 1613)

 

 

atto quarto - scena prima

 

Entrano due Gentiluomini, e s'incontrano.

PRIMO GENTILUOMO
Felice di rivedervi.

SECONDO GENTILUOMO
Anch'io.

PRIMO GENTILUOMO
Siete venuto per trovarvi un posto da cui assistere al ritorno di Lady Anna dall'incoronazione?

SECONDO GENTILUOMO
Solo per questo. L'ultima volta che c'incontrammo, il Duca di Buckingham tornava dal suo processo.

PRIMO GENTILUOMO
Proprio così. Ma quella fu un'occasione di dolore, questa, di generale esultanza.

SECONDO GENTILUOMO
Meno male. Gli abitanti della città, ne son certo, han dimostrato appieno il loro attaccamento al sovrano, con lo zelo di sempre - occorre dargliene atto - celebrando questa giornata con spettacoli, cortei, e solenni onoranze.

PRIMO GENTILUOMO
Mai così imponenti, né, vi assicuro, accolte con tanto favore.

SECONDO GENTILUOMO
Posso avere l'ardire di chiedervi cosa c'è scritto nel foglio che avete in mano?

PRIMO GENTILUOMO
Come no. È la lista di coloro cui oggi spettano le funzioni attinenti alla cerimonia dell'incoronazione. Il Duca di Suffolk è il primo della lista, e gli spetta di fare il Gran Siniscalco; poi viene il Duca di Norfolk, che è Conte Maresciallo. Gli altri potete vederli da voi.

SECONDO GENTILUOMO
Grazie, signore. Se già non conoscessi questo rituale vi sarei più che obbligato per questa lista. Ma vi prego, ditemi, cosa ne è stato di Caterina, la Principessa Vedova? Che piega ha preso la sua vicenda?

 

PRIMO GENTILUOMO
Posso dirvi anche questo. L'Arcivescovo di Canterbury, accompagnato da altri dotti e reverendi padri del suo rango, ha tempo fa tenuto un'udienza a Dunstable, a sei miglia da Ampthill, dimora della Principessa. A tale udienza ella fu da costoro più volte convocata, ma non si presentò. A farla breve, per non essersi presentata, e a causa dei recenti scrupoli del Re, con l'unanime assenso di tutti questi dotti personaggi, è stata divorziata, e il suo matrimonio reso nullo a tutti gli effetti. Da allora l'hanno trasferita a Kimbolton, dove ora si trova, e per di più malata.

SECONDO GENTILUOMO
Ahimè, povera signora!

Suonan le trombe.

Facciamoci sotto, arriva la Regina.


Suono di oboi.


Corteo dell'incoronazione

 

 

  • Squillo prolungato di trombe.

  • Due Giudici.

  • Il Lord Cancelliere, preceduto dal Sigillo e dalla mazza.

  • Coristi che cantano.

  • Musica.

  • Il Sindaco di Londra, con in pugno la mazza.

  • L'Araldo della Giarrettiera in cotta d'armi, con in capo una corona di rame dorato.

  • Il Marchese di Dorset, che impugna uno scettro d'oro, con in capo una coroncina d'oro.

  • Con lui il Conte di Surrey, che porta la verga d'argento con la colomba, e in capo la corona di conte.

  • Collari a "S" su entrambi.

  • Il Duca di Suffolk in tenuta di gala, la corona in capo, e in mano una lunga verga bianca da Gran Siniscalco.

  • Con lui il Duca di Norfolk, con la verga di Maresciallo e la corona in capo.

  • Collari di "S".

  • Un baldacchino portato da quattro baroni dei Cinque Porti:

  • sotto di esso la Regina Anna nell'abito cerimoniale, coi capelli sciolti e riccamente adorni di perle, incoronata.

  • Ai due lati la scortano Stokeley, Vescovo di Londra, e Gardiner, Vescovo di Winchester.

  • La vecchia Duchessa di Norfolk, con corona d'oro lavorata a fiori, che regge lo strascico della Regina.

  • Alcune dame o Contesse, con semplici diademi d'oro senza fiori.

Escono, dopo aver percorso in quest'ordine, e solennemente, la scena, seguiti da una grande fanfara di trombe.

SECONDO GENTILUOMO
Davvero regale il corteo, credetemi. Questi qui li conosco, ma chi è che porta lo scettro?

PRIMO GENTILUOMO
Il Marchese di Dorset; e quello con la verga è il Conte di Surrey.

SECONDO GENTILUOMO
Un gentiluomo ardito e valoroso. E quello non è il Duca di Suffolk?

PRIMO GENTILUOMO
Proprio lui, il Gran Siniscalco.

SECONDO GENTILUOMO
E quello non è il Duca di Norfolk?

PRIMO GENTILUOMO
Sì.

SECONDO GENTILUOMO (guardando la Regina)
Dio ti benedica! Hai il viso più dolce su cui mai abbia posato lo sguardo. Signore, com'è vero che ho un'anima, costei è un angelo. Il nostro Re ha tutte le Indie fra le sue braccia, anzi, tesori più grandi e preziosi, quando se la stringe al petto. Non so dar torto alla sua coscienza.

PRIMO GENTILUOMO
Quelli che reggono il baldacchino d'onore sopra di lei sono quattro baroni dei Cinque Porti.

SECONDO GENTILUOMO
Fortunati quegli uomini, e tutti quelli che le stanno vicino! Se ho ben capito, colei che regge lo strascico è quell'anziana nobildonna, la Duchessa di Norfolk.

PRIMO GENTILUOMO
Proprio così, e tutte le altre sono contesse.

SECONDO GENTILUOMO
Lo dicono i loro diademi. Queste sì sono stelle!

PRIMO GENTILUOMO
In qualche caso, cadenti.

SECONDO GENTILUOMO
Lasciamo perdere...


Fine del corteo.

Entra un terzo Gentiluomo.

PRIMO GENTILUOMO
Dio vi salvi, signore. Dove siete stato, a scalmanarvi così?

TERZO GENTILUOMO
In mezzo alla folla, nell'Abbazia, dove non c'era posto neanche più per un dito. Sono senza fiato, tale è l'afrore della loro esultanza.

SECONDO GENTILUOMO
Avete assistito alla cerimonia?

TERZO GENTILUOMO
Proprio così.

PRIMO GENTILUOMO
E com'era?

TERZO GENTILUOMO
Valeva proprio la pena di vederla.

SECONDO GENTILUOMO
Caro signore, raccontatecela.

TERZO GENTILUOMO
Farò del mio meglio.

La sontuosa fiumana di dame e cavalieri, avendo accompagnato la Regina a un luogo predisposto nel coro, rifluì a una certa distanza da lei, mentre Sua Grazia sedette a riposare un po' per una mezz'oretta su un ricco trono, esponendo generosamente alle folle la beltà della sua persona. Credetemi, signore, è la donna più splendida che mai si sia giaciuta con un uomo; e quando la gente poté vederla da presso, si levò un frastuono qual di sartiame investito in mare da fiera tempesta, con altrettanto fragore di suoni discordi. Cappelli, mantelli - persino farsetti, mi parve - volarono all'aria, e se le teste potessero farlo, le avrebbero perdute. Un tale tripudio mai prima l'ho veduto. Donne grosse e ventrute, a men di una settimana dal parto, come gli arieti nelle guerre d'un tempo, cozzavano contro la calca, facendosi largo a spintoni. Nessun uomo al mondo avrebbe potuto dire, "Questa è mia moglie": tutti erano avvinti in uno straordinario garbuglio.

SECONDO GENTILUOMO
E poi che è successo?

TERZO GENTILUOMO
Finalmente Sua Grazia si levò e con ritegno, a piccoli passi, raggiunse l'altare, ove s'inginocchiò, e come una santa levò al cielo i suoi begli occhi e pregò devotamente; poi si levò di nuovo e s'inchinò alla folla; e allora, per mano dell'Arcivescovo di Canterbury, ella ricevette i regali attributi d'una regina, come l'olio santo, la corona di Edoardo il Confessore, la verga con la colomba della pace, ed altrettali emblemi, a lei nobilmente conferiti. Compiuto il rito, il coro, con tutti i più scelti musici del regno, insieme intonarono il Te Deum. Così ella si congedò, e in pompa magna ripercorse il medesimo itinerario sino a York Place, ove si tiene il banchetto.

PRIMO GENTILUOMO
Signore, non dovete più chiamarlo York Place. Lo era in passato, ma dopo la caduta del Cardinale quel nome non esiste più: adesso è proprietà del Re, e si chiama Whitehall.

TERZO GENTILUOMO
Lo so, ma il cambiamento è così recente che il vecchio nome l'ho ancora sulle labbra.

SECONDO GENTILUOMO
Chi erano i due reverendi vescovi che camminavano a fianco della Regina?

TERZO GENTILUOMO
Stokesley e Gardiner: l'uno, da segretario del Re, appena nominato Vescovo di Winchester, e l'altro, il Vescovo di Londra.

SECONDO GENTILUOMO
Quello di Winchester si dice non ami molto l'Arcivescovo, il virtuoso Cranmer.

TERZO GENTILUOMO
Lo sanno tutti, in Inghilterra. Tuttavia non siamo ancora alla rottura. Quando ci arriveremo, Cranmer troverà un alleato che non lo lascerà solo.

SECONDO GENTILUOMO
E chi mai, se è lecito, sarà costui?

TERZO GENTILUOMO
Thomas Cromwell, un uomo che il Re tiene in grande stima, e in verità un degno amico. Il Re lo ha fatto custode dei ioielli della Corona, ed è già membro del Consiglio Privato.

SECONDO GENTILUOMO
Meriterà ancora di meglio.

TERZO GENTILUOMO
Sì, senz'alcun dubbio. Venite, gentiluomini, potete venire con me. Sto andando a corte, e colà sarete miei ospiti: ho una qualche influenza. Strada facendo, saprò dirvi dell'altro.

GLI ALTRI DUE
Ai vostri ordini, signore.

 

Escono.

 

 

 

atto quarto - scena seconda

 

Entra Caterina, la Principessa Vedova, inferma, sorretta da Griffith, suo gentiluomo d'onore, e da Pazienza, sua ancella.

GRIFFITH
Come si sente Vostra Grazia?

CATERINA
Oh, Griffith, malata da morire: le mie gambe come rami stracarichi si piegano a terra, pronte a deporre il loro fardello. Portami una sedia. Così: ora mi pare di sentirmi un po' meglio. Non mi dicevi, Griffith, nel condurmi qui, che è morto il gran beniamino della grandezza, il Cardinale Wolsey?

GRIFFITH
Sì, signora, ma credevo che Vostra Grazia, presa com'era dal dolore, non mi avesse sentito.

CATERINA
Te ne prego, buon Griffith, dimmi come è morto. Se è morto bene, è una fortuna che mi abbia preceduto, a mia edificazione.

GRIFFITH
È morto bene, corre voce, signora. Dopo che il ferreo Conte di Northumberland l'ebbe arrestato a York e l'ebbe condotto con sé per rispondere di assai gravi imputazioni, d'un tratto egli cadde malato, e s'aggravò a tal punto da non poter cavalcare la sua mula.

CATERINA
Ahimè, pover'uomo!

GRIFFITH
Alfine, a piccole tappe, riuscì ad arrivare a Leicester, e prese alloggio nell'abbazia, dove il reverendo abate, con tutto il suo convento, gli dette onorata accoglienza. A lui si rivolse con queste parole: "O padre abate, un vecchio, schiantato dalle tempeste di governo, è venuto a deporre fra voi le stanche ossa. Dategli, per carità, un pezzetto di terra". Quindi andò a letto, dove la sua ostinata malattia lo incalzò senza tregua; e tre notti dopo, all'incirca alle otto, esattamente l'ora ch'egli stesso aveva predetto per la propria fine, pieno di contrizione, meditazioni incessanti, lacrime e rimpianti, restituì al mondo i suoi onori, e al cielo la sua parte immortale, e riposò in pace.

CATERINA
Riposi dunque in pace, e non gli pesino le sue colpe. Ma mi concederai, Griffith, di parlarti di lui, sia pure con indulgenza. Egli era un uomo di sconfinata superbia, eternamente bramoso di competer coi prìncipi: uno che a forza di trame aveva avviluppato tutto il regno. La simonia per lui era cosa lecita, la sua opinione era legge. Al cospetto del Re non esitava a mentire, con un'eterna duplicità di parola e intenzioni. Mai dimostrò compassione, se non quando intendeva rovinare qualcuno. Le sue promesse erano sempre grandiose, come lui allora, ma di esse poi non restava nulla, come lui adesso. Del proprio corpo fece un uso immorale, dando al clero un brutto esempio d'immoralità.

GRIFFITH
Nobile signora, le cattive azioni degli uomini sono iscritte nel bronzo, le loro virtù le scriviamo sull'acqua. Mi consentite, Altezza, di parlare ora del bene che c'era in lui?

CATERINA
Sì, buon Griffith, altrimenti sarei davvero cattiva.

GRIFFITH
Questo Cardinale, pur se d'umili origini, indubbiamente fu dalla culla destinato a grandi onori. Egli fu uno studioso, uno studioso serio e competente, eccezionalmente sagace, buon oratore e persuasivo; agro e scostante con quelli che non l'amavano ma, con chi ne cercava l'amicizia, dolce come l'estate. E anche se era insaziabile nel prendere - il che è una colpa - pure, nel dare, signora, egli fu principesco: eterni testimoni a suo favore quei centri gemelli del sapere ch'egli volle fondare, Ipswich e Oxford - uno dei quali cadde con lui, ricusando di sopravvivere alla bontà di chi l'aveva voluto, e l'altro, per quanto incompiuto, già tanto famoso ed eccellente per cultura, e tuttora in ascesa, che la cristianità proclamerà per sempre i meriti dell'uomo. La sua rovina finì per colmarlo di felicità, poiché allora, e soltanto allora, egli ritrovò se stesso scoprendo la beatitudine di non contare più nulla; e, per aggiungere maggiori onori ai suoi anni di quanto gli uomini potessero offrirgli, morì nel timor di Dio.

CATERINA
Dopo la mia morte non desidero altro araldo, né altro testimone delle mie azioni da viva, per preservare il mio onore da ogni contaminazione, se non un cronista onesto come Griffith. Colui che più odiavo in vita, tu mi costringi a onorarlo con la tua scrupolosa veracità e il tuo equilibrio, ora che è cenere. La pace sia con lui. Pazienza, restami vicina, e abbassami il guanciale: non ti disturberò per molto. Buon Griffith, di' ai musici di suonarmi quella mesta melodia che ho indicato per il mio funerale, mentre giaccio a meditare sulla celeste armonia a cui sto per andare incontro.


Musica mesta e solenne.

GRIFFITH
S'è addormentata. Sediamo in silenzio, mia cara ragazza, per tema di svegliarla. Piano, mia dolce Pazienza.

La Visione
Entrano, incedendo solennemente uno dopo l'altro, sei personaggi biancovestiti, col capo adorno di ghirlande d'alloro, e maschere dorate sul viso; in mano portano ramoscelli d'alloro e di palma. Prima s'inchinano a lei, poi danzano, e dopo qualche figura di danza, i primi due levano alta sul suo capo un'altra ghirlanda, al che gli altri quattro s'inchinano con riverenza. Indi i due che reggono la ghirlanda la consegnano ai due più prossimi, che nella loro danza eseguono le stesse evoluzioni, sempre tenendo la ghirlanda sospesa sul suo capo. Fatto ciò, essi consegnano la medesima ghirlanda agli ultimi due, che eseguono gli stessi movimenti nel medesimo ordine. Al che, come per ispirazione, la dormiente prorompe in segni d'esultanza e leva le braccia al cielo; e allora essi svaniscono sempre danzando, portandosi via la ghirlanda.

 

La musica continua.

CATERINA
Spiriti di pace, dove siete? Siete andati via tutti, lasciandomi qui nella mia infelicità?

GRIFFITH
Signora, ci siam qui noi.

CATERINA
Non siete voi che invoco. Avete visto entrare nessuno da che mi sono assopita?

GRIFFITH
Nessuno, signora.

CATERINA
No? Non avete visto appena adesso una schiera di beati invitarmi a banchetto, i cui volti fulgenti gettavan su di me mille raggi, come di un sole? Essi mi hanno promesso beatitudine eterna e mi han portato ghirlande, Griffith, che io sento d'esser tuttora indegna d'indossare: ma certamente ne diverrò degna.

GRIFFITH
Mi colma di gioia, madonna, il sapervi posseduta da sì bei sogni.

CATERINA
Congedate i musici. Questa musica mi opprime e mi turba.


La musica s'interrompe.

PAZIENZA
Avete notato quanto s'è alterata Sua Grazia improvvisamente? Com'è tirato il suo viso? Come s'è fatta pallida? e di colore terreo? Guardate i suoi occhi.

GRIFFITH
Se ne sta andando, ragazza. Prega, prega.

PAZIENZA
Il cielo la conforti.

Entra un Messaggero.

MESSAGGERO
Con licenza di Vostra Grazia...

CATERINA
Sei un bell'insolente! Non meritiamo più alcuna deferenza?

GRIFFITH
Dovreste vergognarvi, sapendo ch'ella non rinuncia agli onori d'un tempo, a comportarvi così rudemente.

Forza, inginocchiatevi.

MESSAGGERO
Umilmente supplico il perdono di Vostra Altezza: è stata la fretta a rendermi sgarbato. Attende udienza un gentiluomo inviato dal Re per vedervi.

CATERINA
Fatelo entrare, Griffith; ma questo individuo non voglio vederlo mai più.

 

Esce il Messaggero.

Entra Lord Chappuys.


Se la vista non m'inganna, dovreste essere il signor ambasciatore dell'Imperatore, mio augusto nipote; e il vostro nome è Chappuys.

CHAPPUYS
In persona, signora: al vostro servizio.

CATERINA
Oh, mio signore, i tempi e i titoli sono stati del tutto stravolti per me, dalla prima volta che ci siam conosciuti.

Ma vi prego, cosa desiderate da me?

CHAPPUYS
Nobile signora, in primo luogo, offrire a Vostra Grazia i miei servigi; e poi c'è una richiesta del Re, ch'io venga a farvi visita. Egli molto si affligge per la vostra infermità, e per mezzo mio vi manda i suoi principeschi ossequi, e di tutto cuore vi esorta alla consolazione.

CATERINA
O mio buon signore, la consolazione arriva troppo tardi, come una grazia a esecuzione compiuta. Quel dolce balsamo, somministrato per tempo, mi avrebbe guarita, ma ormai non c'è consolazione che tenga - soltanto preghiere. Come sta Sua Altezza?

CHAPPUYS
Signora, in buona salute.

CATERINA
Buon pro gli faccia, e possa sempre star bene, anche quando m'intratterrò coi vermi, e il mio povero nome sarà bandito dal regno. Pazienza, quella lettera che vi ho dettata, è stata recapitata?

PAZIENZA
No, signora.

CATERINA
Signore, umilissimamente vi prego di consegnarla al Re mio sovrano.

CHAPPUYS
Ben volentieri, signora.

CATERINA
In essa raccomandavo alla sua bontà l'immagine dei nostri casti amori, la sua giovane figlia - le rugiade celesti piovano fitte su di lei a benedirla! - scongiurandolo di darle un'educazione virtuosa. Ella è giovane, e d'indole nobile e riservata. Spero che sappia ben meritare: che lui l'ami un poco, per amore di sua madre, che ha amato lui, Dio sa con quanto affetto. L'altra mia modesta petizione è che la sua nobile grazia mostri qualche pietà per le mie infelici ancelle, che per tanto tempo hanno seguito fedelmente la mia buona e cattiva fortuna. Non c'è una fra esse, oso dichiarare - e non è questo il momento di dire il falso - che non meriti, per virtù e autentica nobiltà d'animo, per onestà e condotta irreprensibile, un marito degno di questo nome, e quantomeno nobile: e certo sarà ben fortunato chi le prenderà in moglie. L'ultima istanza è per i miei servitori: sono loro i più poveri, ma la povertà non poté mai allontanarli da me - che essi ricevano il salario loro dovuto e anche qualcosa di più, così mi ricorderanno. Se fosse piaciuto al cielo concedermi lunga vita e mezzi sufficienti, non ci separeremmo così. Questo è tutto quel che gli ho scritto e, mio buon signore, per ciò che di più caro avete al mondo, se augurate la pace di Cristo alle anime dei trapassati, ergetevi ad amico di questa povera gente, e insistete col Re perché mi renda quest'ultimo atto di giustizia.

CHAPPUYS
In nome di Dio, lo farò, o ch'io possa perdere la mia qualità di uomo.

CATERINA
Vi ringrazio, onorato signore. Ricordatemi a Sua Altezza, in tutta umiltà. Ditegli che la sua lunga tribolazione sta per lasciare questo mondo terreno. Ditegli che l'ho benedetto in punto di morte, giacché così farò. Mi si annebbia la vista. Addio, mio signore. Griffith, addio. No, Pazienza, non lasciarmi ancora. Devo andare a letto: chiamami le altre ancelle. Quando sarò morta, mia brava ragazza, vedi che mi trattino come si conviene: spargi su di me i fiori della purezza, che tutto il mondo sappia che fui una moglie casta fino alla tomba. Imbalsamatemi, poi preparatemi la camera ardente: anche se non più regina, da regina dovete sotterrarmi, e da figlia di re. Altro non posso dire.

 

Escono, sostenendo Caterina.

 

Indice Teatro

Inizio pagina

 


 

Enrico VIII

(“The Life of King Henry the Eighth” - 1612 - 1613)

 

 

atto quinto - scena prima

 

atto quinto - scena prima

 

Entra Gardiner, Vescovo di Winchester, preceduto da un Paggio con una torcia.

Gli si fa incontro Thomas Lovell.

GARDINER
È già suonata l'una: vero, ragazzo?

PAGGIO
Appena adesso.

GARDINER
Queste ore dovremmo dedicarle al necessario, non al superfluo: il tempo per dar ristoro al corpo con il conforto del riposo. Non dovremmo proprio sciupare queste ore. Ben trovato, Sir Thomas! Dove andate a quest'ora di notte?

LOVELL
Siete stato dal Re, monsignore?

GARDINER
Sì, Sir Thomas, e l'ho lasciato che giocava a primiera con il Duca di Suffolk.

LOVELL
Anch'io devo andare da lui, prima che vada a letto. Col vostro permesso.

GARDINER
Un momento, Sir Thomas Lovell. Cosa c'è che non va? Mi avete l'aria di andar di fretta: se non vi pare troppo indiscreto da parte mia, date all'amico vostro almeno un sentore di questa missione notturna. Gli affari che vanno in giro a mezzanotte, come si dice facciano i fantasmi, son di natura ben più inquietante degli affari che si sbrigan di giorno.

LOVELL
Monsignore, mi siete caro, e oso affidare alle vostre orecchie un segreto assai più grave di questa incombenza. La Regina ha le doglie. Dicono che sia ridotta a malpartito, e si teme possa morire nel parto.

GARDINER
Il frutto che reca in grembo prego con tutto il cuore che possa trovar la fortuna di sopravvivere; ma il fusto, Sir Thomas, vorrei vederlo sin d'ora sradicato.

 

LOVELL
Potrei quasi anch'io recitare un "Amen", eppure la mia coscienza mi dice ch'ella è una buona creatura e che, dolce regina, merita auguri migliori da parte nostra.

GARDINER
Ma signore, signore, ascoltatemi, Sir Thomas: voi siete un gentiluomo della mia identica fede. So che siete saggio e devoto e, lasciatemi dire, le cose non andranno mai bene, mai, Sir Thomas Lovell, ve l'assicuro io, sino a che Cranmer, Cromwell - i suoi due strumenti - e lei stessa non dormiranno nella tomba.

LOVELL
Signore, voi mi parlate dei due personaggi più in vista del reame. Cromwell, oltre che dei gioielli della Corona, è stato fatto Conservatore dell'Archivio di Stato, e segretario del Re; e per di più, signore, ha già la strada aperta per altre promozioni di cui col tempo dovrà farsi carico. L'Arcivescovo è il braccio destro e il portavoce del Re, e chi osa fiatare una sola sillaba contro di lui?

GARDINER
Sì, ce ne sono, Sir Thomas, di quelli che osano, e io per primo mi sono azzardato a dire quel che penso di lui; e in verità proprio oggi, signore, se posso dirvelo, penso di avere messo in subbuglio i Pari del Consiglio, dicendo che lui -  come io so bene, e come sanno anche loro - è un arci-eretico di tre cotte, una pestilenza che sta impestando il paese; al che essi, allarmati, si son confidati col Re, il quale ha preso tanto sul serio le nostre rimostranze che, con sua somma grazia e regale sollecitudine, prevedendo le crudeli calamità che i nostri argomenti gli han prospettato, ha dato ordine che domattina sia convocato alla presenza del Consiglio. Quello è un'erbaccia velenosa, Sir Thomas, e dobbiamo estirparla. Dalle vostre incombenze vi ho troppo a lungo trattenuto. Buonanotte, Sir Thomas.

LOVELL
Molte notti serene, monsignore. Sempre al vostro servizio.


Escono Gardiner e il Paggio.
Entrano il Re e Suffolk


RE
Charles, basta giocare, stanotte. La testa ce l'ho altrove: siete un osso troppo duro.

SUFFOLK
Sire, non v'avevo mai battuto prima d'ora.

RE
Ben di rado, Charles; ma non ce la spunterete mai, se mi concentro nel gioco. Allora, Lovell, che notizie dalla Regina?

LOVELL
Non ho potuto comunicarle di persona ciò che mi avete ordinato, ma tramite la sua ancella le ho inviato il messaggio; ella vi trasmette i suoi ringraziamenti con la più grande umiltà, e implora l'Altezza Vostra di pregare ardentemente per lei.

RE
Cosa mi dici, ohibò? Di pregare per lei? Come, siamo già alle doglie?

LOVELL
Così dice l'ancella, e tale è la sofferenza che ogni spasimo è quasi una morte.

RE
Ahimè, la mia buona Regina!

SUFFOLK
Dio la sollevi incolume dal suo fardello, e le sia dolce il travaglio, perch'ella allieti Vostra Altezza con un erede.

RE
È mezzanotte, Charles: ti prego, a letto, e nelle tue preghiere ricorda lo stato della mia povera Regina. Lasciami solo, che devo riflettere a cose per cui la compagnia sarebbe di scarso aiuto.

SUFFOLK
Auguro a Vostra Altezza una notte tranquilla, e nelle mie orazioni ricorderò la mia buona Regina.

RE
Buona notte, Charles.


Esce Suffolk.
Entra Sir Anthony Denny.

Ebbene, signore, che accade?

DENNY
Sire, vi ho portato Sua Eminenza l'Arcivescovo, come m'avete comandato.

RE
Ohibò! Canterbury?

DENNY
Sì, mio buon Sire.

RE
Avete ragione. Dov'è, Denny?

DENNY
È a disposizione di Vostra Altezza.

RE
Portatelo al nostro cospetto.


Esce Denny.

LOVELL (a parte)
Dev'essere la faccenda di cui ha parlato il Vescovo. Arrivo al momento giusto.

Entrano Cranmer e Denny.

RE
Sgombrate la galleria! Lovell ha l'aria d'indugiare Ohibò! Andate, vi dico! Allora?

 

Escono Lovell e Denny.

CRANMER (a parte)
Mi sento in ansia: perché un tale cipiglio? Ha l'aria di quando incute terrore. Qualcosa non va.

RE
Ebbene, monsignore? Vi garberà di sapere perché vi ho fatto chiamare.

CRANMER (inginocchiandosi)
È mio dovere tenermi a disposizione di Vostra Altezza.

RE
Vi prego, alzatevi, mio buon e grazioso Arcivescovo di Canterbury. Venite, io e voi faremo un giretto assieme: ho novità da raccontarvi. Suvvia, venite, datemi la mano. Ah, mio bravo monsignore, mi piange il cuore a quel che sto per dirvi, e assai mi duole riferirvi quanto segue. Ho ultimamente, e con sommo rammarico, udito molte incresciose - ripeto, monsignore, incresciose - lagnanze su di voi. Considerate le quali abbiamo deciso, noi e il nostro Consiglio, che voi dobbiate, questa mattina, presentarvi al nostro cospetto, ed io so che non potrete scagionarvi con troppa facilità. Per cui sinché non si terrà un regolare processo per le accuse di cui dovrete rispondere, farete bene ad armarvi di santa pazienza, e rassegnarvi a traslocare nella nostra Torre. Siete un nostro Pari, e non possiamo che fare così: altrimenti nessun testimone oserebbe parlare contro di voi.

CRANMER (inginocchiandosi)
Ringrazio umilmente Vostra Altezza e son ben lieto di cogliere questa buona occasione di farmi passare al vaglio in tutto e per tutto, così che il grano e il loglio sian belli e separati: poiché so che nessuno è soggetto a dicerie tanto calunniose quanto me, pover'uomo.

RE
Alzati, buon Canterbury: la tua fedeltà e integrità son ben radicate in noi, che ti siamo amici. Dammi la mano, alzati: i  prego, facciamo due passi. Ora, su quel che c'è di più sacro, che razza d'uomo siete? Monsignore, io m'aspettavo che mi avreste fatto formale richiesta a che io m'adoprassi a mettervi a confronto coi vostri accusatori, e a farvi dire la vostra senz'altre restrizioni.

CRANMER
Temutissimo Sire, le virtù su cui mi reggo sono veracità e onestà. Se mi verranno meno, io stesso, coi miei nemici, trionferò sulla mia persona, che per me non ha peso  senza quelle virtù. Non temo nulla che possa esser detto ai miei danni.

RE
Ma non sapete in che posizione vi trovate al cospetto del mondo, del mondo intero? I vostri nemici sono molti, e non dappoco. Le loro trame son fitte in proporzione, e non sempre la giustizia e la verità di una causa comportano il verdetto che sarebbe lecito aspettarsi. Con quale facilità anime corrotte non possono procurarsi furfanti altrettanto corrotti per spergiurarvi contro? Tali cose sono avvenute in passato. Avete potenti avversari, armati d'una perfidia non meno potente. V'illudete di trovare migliore fortuna - intendo, in fatto di testimoni spergiuri - del vostro Maestro, colui di cui siete ministro, quando ancora viveva su questa terra malvagia? Via, andiamo: voi mi scambiate un precipizio per un'innocua scarpata, e corteggiate la vostra rovina.

CRANMER
Dio e Vostra Maestà proteggano la mia innocenza, o finirò per cadere nella trappola che mi stan preparando.

RE
Fatevi coraggio! Essi non l'avranno vinta se non gliela daremo vinta. Rasserenatevi, e stamattina vedete di presentarvi davanti a loro. Se la spunteranno e, incriminandovi con accuse formali, vi faranno arrestare, non tralasciate d'usare le più cogenti confutazioni, con tutta la veemenza he  l'occasione saprà ispirarvi. Se le vostre istanze  non sortiranno effetto, mostrate loro questo mio anello, ed appellatevi a noi di fronte a tutti. Ma guarda, il galantuomo piange! È onesto, sul mio onore. Per la beata madre di Dio, giuro che il suo cuore è sincero, e che in tutto il mio regno non c'è anima migliore. E ora andate, e fate come vi dico.

 

Esce Cranmer.

Le sue lacrime gli han soffocato la parola in gola.

Entra la Dama attempata.

GENTILUOMO (da dentro)
Indietro! Che cosa volete?

Entra Lovell, correndole appresso.

DAMA
Indietro non torno. La notizia che porto fa del mio ardire un gesto di cortesia. Che angeli benigni volino ora sul tuo capo regale, e proteggano la tua persona con le loro ali benedette.

RE
Ora dal tuo aspetto indovino il messaggio. La Regina ha partorito? Rispondi: "Sì, ed è un maschio".

DAMA
Sì, sì, mio Sire, è un bel maschietto. Il Dio del cielo la benedica, ora come in futuro! È una femmina, il che promette maschi in avvenire. Sire, la vostra Regina desidera una visita, e vorrebbe che voi faceste conoscenza colla nuova venuta. Vi somiglia come ciliegia a ciliegia.

RE
Lovell!

LOVELL
Sire?

RE
Datele cento marchi. Vado dalla Regina.

 

Esce.

DAMA
Cento marchi? Sulle mie pupille, ne pretendo di più. Questa è la mercede d'un qualsiasi staffiere. Ne avrò di più, e glieli caverò fuori a forza di rimbrotti. È per questo che ho detto che la bimba gli somiglia? O avrò di più, o dirò che non è vero. Ora, finché è caldo, devo battere il ferro.

 

Escono.

 

 

 

atto quinto - scena seconda

 

Entra Cranmer, Arcivescovo di Canterbury, in attesa di fronte alla camera del Consiglio.

CRANMER
Spero di non essere troppo in ritardo. Eppure il gentiluomo inviatomi dal Consiglio mi ha pregato di venire in gran fretta. Porte sbarrate? Che significa? Ehi! Chi è di servizio? Dovete pur riconoscermi!

Entra un Usciere.

USCIERE
Certo, monsignore; ma anche così non posso servirvi.

CRANMER
E perché?

USCIERE
Vostra Grazia dovrà aspettare d'essere chiamato.

Entra il Dottor Butts.

CRANMER
Ah, è così?

BUTTS (a parte)
Questa è proprio una carognata! Sono contento d'esser passato di qui al momento giusto. Il Re ne sarà subito informato.

 

Esce.

CRANMER (a parte)
È Butts, il medico del Re. Mentre passava, con quanto allarme ha posato gli occhi su di me! Dio non voglia ch'egli sia nunzio della mia rovina, che certo questa è una trappola innescata da qualcuno che mi vuol male - per umiliare la mia dignità - li ravveda il Signore,  mai ho provocato il loro rancore - altrimenti avrebbero vergogna a farmi fare anticamera, io, come loro membro del Consiglio, tra paggi, staffieri e lacchè. Ma è d'uopo piegarsi al loro volere, e attenderò con pazienza.

Entrano il Re e Butts, affacciati a una finestra.

BUTTS
Vorrei mostrare a Vostra Grazia il più assurdo spettacolo...

RE
Di che si tratta, Butts?

BUTTS
... che Vostra Altezza, credo, abbia visto da un pezzo.

RE
Dove, corpo di Bacco?

BUTTS
Laggiù, mio Sire: ben alta promozione, per l'Arcivescovo di Canterbury, fare anticamera in pompa magna, tra attendenti, paggi e lacchè.

RE
Ohibò! È proprio lui. È così che si scambiano onori reciproci? Meno male che c'è ancora qualcuno sopra di loro! M'ero illuso che fra tutti avessero raggranellato onestà a sufficienza - o quanto meno, buona creanza - da non tollerare che un uomo della sua posizione, e così vicino al nostro cuore, fosse lasciato ad attendere i comodi delle Lor Signorie, e addirittura alla porta, come un corriere della posta. Per Maria vergine, Butts, che mascalzonata! Lasciamoli fare, e accostiamo la tenda: tra poco ne sentiremo di altre.


Osservano da dietro la tenda.

Viene introdotto il tavolo delle udienze, con sedie e sgabelli, e posto sotto un baldacchino.

Entra il Lord Cancelliere e si dispone all'estremità superiore del tavolo, sulla sinistra, lasciando uno scranno vuoto sopra di lui, quello riservato all'Arcivescovo di Canterbury. Il Duca di Suffolk, il Duca di Norfolk, Surrey, il Lord Ciambellano e Gardiner si siedono, nell'ordine, ai due lati, e Cromwell all'estremità inferiore, in qualità di Segretario.

CANCELLIERE
Diteci l'ordine del giorno, signor segretario. Perché si riunisce il Consiglio?

CROMWELL
Se così piace alle Vostre Eccellenze, la voce principale riguarda Sua Grazia di Canterbury.

GARDINER
Gli è stato notificato?

CROMWELL
Certo.

NORFOLK
Chi c'è fuori ad aspettare?

USCIERE
Fuori, mie nobili Eccellenze?

GARDINER
Sì.

USCIERE
Sua Grazia l'Arcivescovo è da mezz'ora che attende il piacer vostro.

CANCELLIERE
Fatelo entrare.

USCIERE
Ora Vostra Grazia può entrare.

 

Cranmer s'accosta al tavolo del Consiglio.

CANCELLIERE
Mio buon Lord Arcivescovo, assai mi duole di prender parte a questa udienza, e vedere vuoto quel seggio; ma siam tutti uomini fragili per natura, e proni alle debolezze della carne. Di angeli ce ne sono pochi; e per cotesta fragilità e mancanza di senno, voi che per primo dovreste dare l'esempio vi siete comportato male, e non poco, innanzitutto verso il Re, poi verso le sue leggi, disseminando per tutto il regno, col vostro magistero e i vostri cappellani - così c'informano - opinioni nuove, pericolose e aberranti, che sono ereticali e che, non contestate, possono dimostrarsi perniciose.

GARDINER
E la contestazione dovrà anche essere immediata, miei nobili signori: chi doma i cavalli selvaggi non li mette al passo, guidandoli a mano per renderli mansueti, ma tappa loro la bocca con duri morsi, e li frusta fino a ridurli all'obbedienza. Se noi tolleriamo - per quieto vivere e per un ingenuo riguardo verso la dignità d'un solo uomo - questa malattia contagiosa, addio a ogni medicina! Che ne consegue allora? Sommovimenti e tumulti, con un generale degrado dell'intero stato, come in tempi recenti possono attestare, a caro prezzo, i nostri vicini del nord della Germania, tuttora oggetto di commozione nel nostro ricordo.

CRANMER
Miei buoni signori, sinora, in tutto il corso della mia vita e del mio ufficio, mi son sempre affannato, e con non poca dedizione, a indirizzare il mio magistero e il vigoroso esercizio della mia autorità verso un unico fine, e senza tentennamenti. E il fine fu sempre quello del bene operare. Non esiste al mondo - lo dico con purezza di cuore, signori miei - uomo che più di me detesti, e più si adopri a combattere, nell'intimo della coscienza e nell'adempimento delle sue funzioni, i violatori della pace sociale. Voglia il cielo che il Re non trovi mai un cuore più indisciplinato del mio. Soltanto chi trova nutrimento nel livore e nella tortuosa malignità osa azzannare i migliori. Io supplico le Vostre Eccellenze di far sì che in questo caso di giustizia, i miei accusatori, chiunque essi siano, mi confrontino viso a viso e apertamente mi rinfaccino le loro accuse.

SUFFOLK
No, monsignore, non è possibile: siete membro del Consiglio, e in quanto tale nessuno oserà accusarvi.

GARDINER
Monsignore, visto che abbiamo da sbrigare affari più urgenti, con voi taglieremo corto. È desiderio di Sua Altezza che, per un processo più equo, e col nostro assenso, siate da qui trasferito alla Torre; dove, una volta tornato un suddito come gli altri, vi accorgerete che sono in molti ad accusarvi a viso aperto: più, temo, di quanti abbiate messi nel conto.

CRANMER
Ah, mio buon Vescovo di Winchester, vi ringrazio. Siete sempre stato un buon amico. Se l'avrete vinta, troverò in Vostra Grazia un giudice e un giurato: siete così pietoso! Vedo a cosa mirate: alla mia distruzione. L'amore e la mansuetudine, Eminenza, ben più dell'ambizione si addicono a un uomo di chiesa. Le anime smarrite van riportate all'ovile con discrezione, senza respingerne alcuna. Che io sappia discolparmi, per quanto mettiate a dura prova la mia pazienza, non ci son dubbi, come non ci sono sulla scarsa coscienza con cui commettete dei torti giornalmente. Potrei dire dell'altro, ma il rispetto pel vostro ufficio m'induce a discrezione.

GARDINER
Monsignore, monsignore, siete un settario: questa è la pura verità. La vernice di cui vi fate bello rivela, a chi ben vi conosce, il senso e la debolezza dei vostri argomenti.

CROMWELL
Mio Vescovo di Winchester, con vostra cortese licenza, siete un po' troppo severo. Uomini di tale nobiltà, per quanto fallibili, dovrebbero trovare rispetto per ciò che sono stati. È crudeltà calcare la mano su di un uomo caduto.

GARDINER
Signor segretario, chiedo scusa a Vostro Onore, ma siete l'ultimo, in tutto questo consesso, a poter dire così.

CROMWELL
Perché mai, monsignore?

GARDINER
Non vi conosco per un fiancheggiatore di questa nuova setta? Voi non siete affidabile.

CROMWELL
Non affidabile?

GARDINER
Non affidabile, ripeto.

CROMWELL
Magari lo foste, anche a metà: v'inseguirebbero le preghiere, non le paure degli uomini.

GARDINER
Mi ricorderò di questo spudorato linguaggio.

CROMWELL
Fatelo.
E ricordatevi anche della vostra vita spudorata.

CANCELLIERE
Questo è troppo! Basta, signori, un po' di ritegno!

GARDINER
Ho finito.

CROMWELL
Anch'io.

CANCELLIERE
Dunque, quanto a voi, monsignore, è stabilito - con l'assenso di tutti, mi pare - che senza indugio siate condotto alla Torre in stato d'arresto, per rimanervi fin quando il Re non ci avrà comunicato le sue ulteriori decisioni. Siete tutti d'accordo, signori?

TUTTI
Sì.

CRANMER
Non c'è un'alternativa più clemente, signori miei? Devo proprio andarci, alla Torre?

GARDINER
Che altro vi aspettavate? Siete straordinariamente cocciuto. Sia pronto lì qualcuno della guardia.

Entrano le Guardie.

CRANMER
Per me? Mi tocca andarci come un traditore?

GARDINER
Prendetelo in consegna, e scortatelo come si deve alla Torre.

CRANMER
Al tempo, miei nobili amici: ho ancora qualcosa da dire. Guardate, signori: in virtù di quest'anello io sottraggo la mia causa alle grinfie di uomini crudeli, per affidarla al più alto e nobile dei giudici, il Re mio sovrano.

CIAMBELLANO
Questo è l'anello del Re.

SURREY
Non è un'imitazione.

SUFFOLK
Santo cielo, è l'anello autentico! Ve l'avevo detto, quando prendemmo a far rotolare questo sasso insidioso, che ci sarebbe rovinato addosso.

NORFOLK
Credete, signori miei, che il Re consentirà che si torca a quest'uomo anche un sol mignolo?

CIAMBELLANO
È ormai fin troppo chiaro quanto mai gli stia a cuore la sorte di costui. Se almeno potessi salvare la faccia!

CROMWELL
Il cuore me lo diceva che andando a caccia di dicerie e calunnie contro quest'uomo, della cui onestà soltanto il diavolo e i suoi seguaci potrebbero risentirsi, voi soffiavate su un fuoco che vi avrebbe bruciati. E ora a voi!

Entra il Re, con un minaccioso cipiglio, e siede sul suo scranno.

GARDINER
Temuto sovrano, quanto ci sentiamo obbligati al cielo, in quotidiano rendimento di grazie, per averci dato un tal principe! Non solo buono e saggio, ma quanto mai religioso: uno che in tutta obbedienza fa della Chiesa il supremo traguardo del proprio onore e, per corroborare tale sacro dovere, con profondo rispetto, qui si presenta in veste di Re a giudicare la causa fra essa Chiesa e questo gran peccatore.

 

RE
Siete sempre stato bravo nei panegirici estemporanei, Vescovo di Winchester. Ma sappiate che non sono venuto per dare ascolto a tali lusinghe, che al mio cospetto mostran troppo la corda per camuffare le colpe. Con me non attacca. Voi mi fate il leccapiedi, e a forza di leccate credete di tenermi buono: non so per chi mi prendi, ma son più che sicuro che hai un'indole crudele e sanguinaria. (A Cranmer) Sedete, onest'uomo. Ora vediamo se il più superbo, il più temerario fra voi, osa tanto da minacciarti con un dito. Su quanto c'è di più sacro, farebbe meglio a crepare che a pensare anche un solo istante che un tal consesso non fa per te.

SURREY
Se così piace a Vostra Grazia...

RE
No, signore, non mi piace affatto. Credevo di avere uomini passabilmente intelligenti e assennati nel mio Consiglio, ma non ce n'è uno. Vi par riguardoso, signori, lasciar che quest'uomo, questo galantuomo - e pochi fra voi meritano un tale titolo - quest'onest'uomo, faccia anticamera come un lacchè pidocchioso, fuori della porta? Un uomo eminente quanto voi? Andiamo, che vergogna è mai questa? Forse che il mio mandato v'imponeva di dimenticare chi siete? Io vi detti la facoltà d'interrogarlo da membro del Consiglio, non già da attendente. Vedo che fra voi c'è qualcuno il quale, più per rancore che per rigore morale, lo porterebbe al Giudizio finale, se ne avesse la facoltà: ma non l'avrà mai, finché avrò vita.

CIAMBELLANO
Almeno in parte, o temutissimo sovrano, piaccia a Vostra Grazia accettar le mie scuse a nome di tutti. Ci eravamo proposti, nel metterlo agli arresti, di garantirgli - se esiste al mondo la buona fede - un processo e una discolpa equi agli occhi del mondo, non un atto ostile. Ne sono certo, per quanto mi riguarda.

RE
Bene, bene, signori, trattatelo con rispetto, e accoglietelo con ogni riguardo: ne è più che degno. Vi dico solo questo a sua lode: se un principe può mai essere debitore di un suddito, io lo sono di lui, per la sua devozione ed i servizi resi. Finiamola di fare storie! Abbracciatelo tutti. Fate la pace, che diavolo, signori miei! Monsignore di Canterbury, ho un'incombenza per voi a cui non potete sottrarvi: c'è una leggiadra bimbetta che ancora non è battezzata: dovrete farle da padrino, e risponder per lei.

CRANMER
Il più grande monarca di questo mondo potrebbe gloriarsi di tale onore. Come ho fatto a meritarlo, io che son solo un povero, umile suddito di Vostra Maestà?

RE
Via, via, monsignore, lo dite per risparmiarvi i cucchiai d'argento. Avrete con voi due nobili compagne, l'anziana Duchessa di Norfolk e la signora Marchesa di Dorset. Non vi pare che basti? Ancora una volta, mio Vescovo di Winchester, v'ingiungo di abbracciare quest'uomo e volergli bene.

GARDINER
Con cuore sincero e amor fraterno: ecco fatto.

CRANMER
E il cielo sia testimone di quanto io tenga a questa dichiarazione.

RE
Uomo buono, queste lacrime di gioia mostrano quanto è schietto il tuo cuore. E vedo qui confermata la voce comune che di te dice: "Provate a far lo sgambetto all'Arcivescovo di Canterbury, e ve lo fate amico per sempre". Suvvia, signori, non stiamo a gingillarci: non vedo l'ora che questa mia piccina mi diventi cristiana. Ho fatto di voi una cosa sola. Restate uniti, signori: io ne avrò forza crescente, voi sempre nuovi onori.

 

Escono.

 

 

 

atto quinto - scena terza

 

Trambusto e clamori dall'esterno.

Entrano il Guardaportone e il suo Aiutante.

GUARDAPORTONE
La smetterete presto con questa cagnara, farabutti. Avete preso la corte per il Paris Garden? Finitela di sbraitare, villanzoni!

VOCE DALL'INTERNO
Buon maestro guardaportone, io lavoro alla mensa.

GUARDAPORTONE
Lavori alla forca, e va' a farti impiccare, gaglioffo È questo il posto per fare baccano? Portatemi una dozzina di randelli di melo, e belli robusti: altro che questi fuscelli! Vi scorticherò la cotenna. Volete assistere al battesimo, volete? Avete voglia di birra e focacce, eh, tangheri che siete?

AIUTANTE
Vi prego, signore, un po' di pazienza. È impossibile - a meno di spazzarli via dal portone a cannonate - disperdere costoro: come tenerli a letto all'alba del Calendimaggio - il che non sia mai detto. È più facile spostare la cattedrale di San Paolo che questi qui.

GUARDAPORTONE
Ma come sono entrati, che vadano a impiccarsi?

AIUTANTE
Ahimè, vai a saperlo! Come entra la marea? Per quante legnate possa distribuire un robusto randello da quattro piedi - vedete voi, signore, quel che ne resta - non mi son risparmiato.

GUARDAPORTONE
Risparmiato un bel niente, messere!

AIUTANTE
Non sono mica un Sansone, o un Ser Guy, o un Colbrando, da falciarmeli sotto; ma se ho risparmiato qualcuno con una testa da colpire, fosse giovane o vecchio, femmina o maschio, cornuto o cornificatore, che non possa sperare di rivedere mai più un quarto di bue, a costo di rinunciare a una vacca intera, e Dio salvi la vacca.

VOCE DALL'INTERNO
Mi senti, mastro guardaportone?

GUARDAPORTONE
Un attimo e vengo a prenderti, cucciolone che sei. Tieni la porta chiusa, mariolo!

AIUTANTE
Ma che volete che faccia?

GUARDAPORTONE
Che altro vuoi fare, se non pestonarli a dozzine? Ma dove siamo, alle gare di Moorfields? O forse che qui a corte è sbarcato uno di questi buffi Indiani con un arnese grosso così, che le donne ci stringono d'assedio? Dio mi perdoni, che brulicame di fornicatori a 'sta porta! Sulla mia coscienza di cristiano, questo battesimo, da solo, ne farà saltar fuori altri mille: padri, padrini e compagnia bella, son tutti qui.

AIUTANTE
I cucchiai d'argento si allungheranno, signore. C'è un tizio proprio a due passi dal portone, che dovrebbe essere un braciere con la faccia che si ritrova, perché, in coscienza, gli ardono nel naso venti giorni di canicola: tutti quelli che gli stanno attorno son come all'equatore, e come penitenza gli basta e avanza. Quella meteora fiammeggiante l'ho colpita tre volte sulla testa, e lui tre volte m'ha starnutito in faccia: quel suo naso l'è come un mortaio, puntato lì, pronto a spararci addosso. Accanto a lui c'era la moglie di un merciaio, un cervello di gallina che m'ha inveito contro, fin quando quel suo cappelluccio a colabrodo non l'è caduto di testa: perché aveva dato esca a una tale conflagrazione sociale. Una volta l'ho mancata, la meteora, e ho colpito la donna, che ha gridato "Aiuto! ", e allora ho visto accorrere da lontano una quarantina di manganellatori volati a soccorrerla: il fior fiore dello Strand, dove lei è di casa. Quelli mi sono saltati addosso. Io ho tenuto duro, ma alla fine mi han messo con le spalle al muro. Io ho continuato a tenergli testa, quando d'un tratto una serqua di ragazzotti alle loro spalle, le truppe irregolari, mi han scaricato addosso una tale gragnuola di sassi che ho pensato bene di lasciar perder l'onore e dargli partita vinta. Il diavolo era tra loro, credo: ci giurerei.

GUARDAPORTONE
Sono questi i giovinastri che fan baccano a teatro, e si accapigliano per qualche mela morsicata, che non c'è pubblico che li sopporti se non gli attaccabrighe di Tower Hill o i loro cari confratelli, la teppa di Limehouse. Alcuni li ho sbattuti al Limbo Patrum, dove li faranno ballare, per questi tre giorni; senza contare il ricevimento a suon di frusta che gli riservano i due sbirri.

Entra il Lord Ciambellano.

CIAMBELLANO
Misericordia divina, che moltitudine! E continuano a venire, vengono da ogni parte, come se qui tenessimo una fiera; ma dove sono i guardaportoni, questi sfaticati furfanti? Bella figura avete fatto, messeri! Un'assai scelta marmaglia avete lasciato entrare: son questi qui i vostri fedeli amici delle borgate? Troveremo una gran quantità di spazio, senza dubbio, da riservare alle dame, quando ripasseranno da qui dopo il battesimo.

GUARDAPORTONE
Con licenza di Vostro Onore, non siamo superuomini, e quel che potevamo fare in due senza esser fatti a pezzi, l'abbiamo fatto. Non basterebbe un esercito a tenerli a bada.

CIAMBELLANO
Com'è vero che son vivo, se il Re se la prende con me, vi farò mettere tutti ai ferri, seduta stante; e sulle vostre teste fioccheranno salatissime multe, per la vostra negligenza. Siete dei lavativi, e state qui a scolarvi dei bei fiaschi, invece di fare il vostro dovere. - Udite! Suonan le trombe. Stanno già ritornando dal battesimo. Apritevi un varco nella calca, e tenetelo aperto per far passare il corteo come si conviene, o vi troverò io una cella a Marshalsea, dove vi farete buona compagnia per un paio di mesi.

GUARDAPORTONE
Fate largo laggiù, per la Principessina!

AIUTANTE
Tu, omaccione, fatti da parte o ti rintrono la zucca!

GUARDAPORTONE
Tu, vestito di cammellotto, levati dalla ringhiera o ti scaravento dabbasso!

 

Escono.

 

 

 

 

atto quinto - scena quarta

 

Entrano i Trombettieri, suonando;

poi due Assessori, il Lord Sindaco di Londra, l'Araldo della Giarrettiera, Cranmer, il Duca di Norfolk col suo bastone di Maresciallo, il Duca di Suffolk, due Nobili che portano grandi conche con i doni di battesimo; indi quattro Nobili che reggono un baldacchino sotto il quale c'è la Duchessa di Norfolk, la madrina, che porta la bambina avvolta in un prezioso costume, ecc. , lo strascico retto da una Dama; poi segue la Marchesa di Dorset, l'altra madrina, con altre Dame. Il corteo fa il giro del palcoscenico, e l'Araldo della Giarrettiera prende la parola.

ARALDO
Iddio, nella tua infinita bontà, manda vita prospera, lunga e sempre felice alla nobilissima e possente Elisabetta, Principessa d'Inghilterra.

Fanfara.

Entrano il Re e le Guardie.

CRANMER
E sulla Vostra Altezza reale e sulla buona Regina le mie nobili madrine ed io stesso invochiamo, per questa graziosissima infante, ogni gioia e consolazione che mai il cielo riservi alla felicità dei genitori: che, a ogni ora che passa, esse cadano su di voi.

RE
Grazie, buon Lord Arcivescovo. Come l'avete chiamata?

CRANMER
Elisabetta.

RE
Alzatevi, monsignore. (All'infante) Con questo bacio abbiti la mia benedizione: ti protegga Iddio, alle Cui mani rimetto la tua vita.

CRANMER
Amen.

RE
Mie nobili madrine, siete state troppo generose: vi ringrazio di cuore, e così farà questa damina, appena saprà esprimersi in inglese.

CRANMER
Sire, lasciatemi parlare. Il cielo ora m'ispira, e le parole che sto per pronunciare nessuno le creda adulatorie, giacché si dimostreranno veraci. Questa infante reale - Dio sempre l'accompagni - seppure nella culla, sin da ora promette a questo paese mille e mille benedizioni, che il tempo porterà a maturazione. Ella sarà - ma pochi fra i vivi di oggi faranno in tempo a vedere tanta bontà - un modello per tutti i prìncipi viventi nell'età sua, e per tutti quelli delle età a venire. La Regina di Saba non fu mai più assetata di saggezza e di luminosa virtù di quest'anima pura. Tutte le grazie principesche che plasmano un sovrano possente come quello che abbiamo, con tutte le virtù che adornano i buoni, saranno in lei raddoppiate. La Verità sarà sua nutrice, pensieri santi e devoti la consiglieran sempre, ed ella sarà amata e temuta. La sua gente la benedirà, i suoi nemici tremeranno come un campo di grano battuto dai venti e abbasseranno la testa nel dolore. Il bene crescerà con lei; sotto di lei ognuno mangerà in pace all'ombra della sua vigna i frutti del suo lavoro, e canterà gli allegri canti del tempo di pace con tutti suoi vicini. Ella farà conoscere il vero Dio, e chi le starà intorno apprenderà da lei le più perfette vie dell'onore, e ad esse, non già a legami di sangue, dovrà la sua grandezza. Né questa pace si spegnerà con lei, ma come quando, morto l'uccello favoloso, la vergine Fenice, dalle sue ceneri rinasce un novello erede, di lei non meno prodigioso, così ella lascerà le sue beate virtù a qualcuno - quando il cielo la chiamerà a sé da questa nube di tenebra - che dalle sacre ceneri del suo onore s'innalzerà come una stella, non meno grande per fama: un'altra stella fissa. Pace, prosperità, amore, verità, terrore, che furono al servizio di questa eletta infante, diventeranno suoi, e come una vigna gli cresceranno attorno. Ovunque risplenderà il fulgido sole del cielo, là saranno il suo onore e la gloria del suo nome, e daran vita a nuove nazioni. Egli verrà a fioritura e come un cedro allungherà i suoi rami su tutte le pianure circostanti: i figli dei nostri figli vedranno ciò, e benediranno il cielo.

RE
Tu annunci dei prodigi.

CRANMER
Ella vivrà, per la felicità dell'Inghilterra, sino ad età avanzata; molti giorni la vedranno sul trono, e non uno di essi trascorrerà senza il coronamento d'una nobile azione. Come vorrei non saperne di più! Purtroppo ella dovrà morire, dovrà, ché i santi la vorranno fra loro; e vergine ancora, il più immacolato dei gigli, ella ritornerà alla terra, e il mondo intero prenderà il lutto per lei.

RE
Oh, Lord Arcivescovo, ora mi hai reso finalmente uomo! mai prima di questa felice creatura io avevo creato qualcosa. La gioia di quest'oracolo mi gratifica tanto che quando sarò in cielo mi pungerà il desiderio di vedere cosa fa questa bimba, e loderò il mio Creatore. Grazie a voi tutti. A voi, mio buon Lord Sindaco, e a voi, bravi confratelli, resto molto obbligato: la vostra presenza mi ha altamente onorato, e avrete prova della mia gratitudine. Signori, aprite il corteo: dovete tutti visitar la Regina, e lei vi vuol ringraziare, altrimenti rimarrebbe male. Quest'oggi, che nessuno pensi di avere qualcosa da sbrigare a casa. Resteran tutti qui: per questa piccina faremo festa per tutto il dì.

 

Escono.

 

 

 

atto quinto - epilogo

 

Il nostro dramma - scommetto dieci a uno -
non può piacere a tutti. Se per svagarsi un po' venne qualcuno,
e sonnecchiare un atto o due, ne esce ora frastornato:
troppi squilli di tromba! E lui dirà - lo diamo per scontato -
che non val nulla. Chi venne per gridare: "Buona questa! "
a invettive rivolte a tutto e a tutti, ora protesta
di sentirsi deluso. Eppure, una speranza ci sostiene:
che tutto quel che sarà detto in bene
di questo dramma, si affida unicamente
allo spirito aperto e intelligente
delle signore (ne avete viste in scena). Se sorrideranno
dicendo "Niente male! ", il loro esempio presto seguiranno
i loro baldi cavalieri: ché mai sentimmo dire
che restan sole, le dame, ad applaudire.

 

Indice Teatro

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