William Shakespeare - Il Teatro

 

Indice Teatro

 

Il racconto d'inverno

(“Winter's tale” - 1611)

 

 

Introduzione - Riassunto

Personaggi - Atto Primo

Atto Secondo - Atto Terzo

Atto Quarto - Atto Quinto

 

Introduzione

 

L’opera (The Winter's Tale) è una tragicommedia o commedia romantica, ma é stata considerata a lungo semplicemente una commedia o una tragedia a lieto fine ed è una rappresentazione sulla gelosia, sull’errore e sul tempo. ‘Racconto d’inverno’ è stato scritto nel 1611 da uno Shakespeare maturo che, tra viaggi in mare (la Boemia è bagnata dal mare in questa finzione teatrale) e salti temporali, ci conduce all’interno di questa grande favola con uno sguardo privo di giudizio, perché raccontare è conoscere, comprendere. Governa su tutto la trama del Tempo che crea e svela l’errore, che mette tutti alla prova, che ha il potere di ridare senso agli accadimenti di una vita intera: il Tempo, la vita più forte delle ossessioni, delle paure e degli errori degli esseri umani.

‘ [...] La figlia di un pastore e ciò che la riguarda è l'argomento svolto dal Tempo. Consentitelo, se prima d'ora avete sciupato il Tempo; se così non è stato, consentite che il Tempo v'auguri sinceramente lui stesso di non sciuparlo mai. [...] ’

Dal punto di vista drammaturgico, ‘Racconto d’inverno’ è nettamente diviso in due parti: nella prima ci sono tutti i connotati della tragedia, mentre nella seconda la trama si svolge fino al lieto fine. Il sospetto del tradimento, la richiesta dell'avvelenamento, l'inimicizia che esplode tra i due re, vecchi amici, colorano di tinte fosche il dramma, preparando lo spettatore ad un epilogo tragico. Ma nella seconda parte entrano in scena numerosi elementi che modificano l’intreccio dell’opera: scene bucoliche e pastorali vengono allegramente arricchite da canzoni e danze, nelle quali appaiono anche dei satiri, personaggi tipici della commedia antica.

 

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Riassunto

 

Polissene e Leonte sono, rispettivamente, i re di Boemia e di Sicilia, grandi amici di infanzia. Polissene va a rendere omaggio a Leonte in Sicilia, e vi permane nove mesi, al termine dei quali si accinge a salutare l'amico per tornare nel suo regno. Leonte, dispiaciuto per la partenza, supplica l'amico di restare, e prega anche la propria moglie, Ermione, di dissuaderlo dall'andar via. Inizialmente inamovibile, Polissene cede alle lusinghe di Ermione e decide di prolungare il soggiorno: Leonte, però, sembra turbato dall'eccessiva confidenza tra i due. Poiché Ermione è in avanzato stato di gravidanza, in Leonte si insinua il sospetto che la paternità non sia sua ma dell'amico Polissene. Roso dalla gelosia, incarica Camillo, barone di Sicilia, di avvelenare l'amico: quest'ultimo, sebbene non voglia contraddire il suo re, si trova in conflitto poiché non intende macchiarsi dell'omicidio. Polissene, avvertito da Camillo, decide di fuggire e porta con sé il cortigiano per risparmiarlo dalla punizione di Leonte. La fuga, però, conferma i sospetti di Leonte, che allontana Mamilio, il suo piccolo figlio, da Ermione, e la offende verbalmente, facendola condurre poi in prigione nonostante il suo stato: la condizione le procurerà un parto prematuro, così che Ermione darà alla luce una bimba che chiamerà Perdita. Per sincerarsi dei suoi sospetti, Leonte decide di interrogare l'Oracolo di Delfi, e manda presso di lei Cleomene e Dione, due cortigiani, per raccoglierne il responso. Nel frattempo Paolina, moglie del barone di Sicilia Antigono, preleva la piccola dalla prigione in cui è nata ed affronta Leonte, dichiarandosi pronta a giurare sulla nobiltà di Ermione. Leonte la caccia in malo modo, ma non trova il coraggio di far uccidere la piccola: la affida così ad Antigono, chiedendogli di sbarazzarsene. Intanto Ermione viene processata, ma il responso dell'oracolo, che avrebbe dovuto decretarne la colpevolezza, depone invece a favore della regina, che viene dichiarata casta e vittima di un marito geloso. Leonte è incredulo, quando giunge la notizia che Mamilio, privato dell'affetto della madre e sapendola accusata dal padre, muore di crepacuore. Alla notizia, Ermione ha un malessere: portata fuori dal tribunale, ne annuncerà la morte Paolina, condendo il suo discorso contro il re con parole severe. A Leonte non rimane altro che scontare il rimorso della morte della moglie e dei figli a causa dei suoi infondati sospetti. Antigono intanto, giunto alle sponde della Boemia, abbandona la piccola Perdita che viene trovata e raccolta da un contadino ed un pastore, che la accudiscono facendole da padri ma che non ne conoscono la reale identità sebbene capiscano, dai tesori che la piccola ha con sé, che sia di nobili origini. Antigono viene nel frattempo sbranato da un orso e la nave che lo ha condotto in Boemia affonda: in tal modo, nessuno in Sicilia sa che Perdita è stata risparmiata da morte certa dai due uomini. Passano quindici anni e Perdita, divenuta una fanciulla bellissima, si innamora di Florizel, figlio di Polissene ignaro che la giovine fosse figlia di un re. D'altro canto Florizel, per non svelare la sua identità, si spaccia agli occhi dei pastori come un loro simile, assumendo il nome di Doricle. Polissene e Camillo, desiderosi di capire le strane frequentazioni di Florizel, si mascherano da contadini e, sotto mentite spoglie, si presentano ad una festa campestre desiderosi di spiare il principe. La festa è ricca di danze e di personaggi particolari come il vagabondo Autolico, truffatore e ladro di professione. Polissene, capite le intenzioni del figlio di sposare Perdita, svela la propria identità ed intima a Florizel di lasciar perdere la ragazza, minacciando quest'ultima di non vedere più suo figlio. Camillo consiglia al giovane di tentare una via di fuga: presentarsi a Leonte con Perdita fingendo di essere tornati da lui per cancellare i ricordi dell'accusa di adulterio che Polissene si vide infliggere quindici anni prima; in tal modo Camillo avrebbe potuto anche tornare nel paese natìo, spingendo Polissene a rincorrere il figlio. Giungono in Sicilia, alla corte di Leonte, prima Florizel e Perdita, spacciata per principessa della Libia; dopo poco arrivano Polissene e Camillo in città, ed anche Autolico con i pastori che trovarono anni prima la piccola Perdita sulla spiaggia boema, desiderosi di dire la verità sulla ragazza, nella quale avevano riconosciuto una discendenza nobile. Si scopre la verità ed i re, con i rispettivi figli, si trovano tutti in casa di Paolina per festeggiare. I due pastori nel frattempo, aiutati da Autolico nel portare la verità a galla, gli strappano la promessa di condurre una vita migliore e senza sotterfugi di dubbia moralità. Nella casa di Paolina è custodita una statua dalle sembianze di Ermione: Leonte si strugge dal dolore guardando come essa sia perfettamente somigliante alla moglie. Paolina allora svela che la statua è in realtà Ermione stessa, trasformata in statua per magia per non permetterle di morire di dolore: rompe così l'incantesimo, riconducendo la regina a nuova vita. La tragicommedia si conclude con il preannunciato matrimonio tra Florizel e Perdita e tra Camillo e Paolina.

 

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Il racconto d'inverno

(“Winter's tale” - 1611)

 

 

Personaggi

 

LEONTE, re di Sicilia
MAMILLIO, giovane principe di Sicilia

CAMILLO, nobile siciliano
ANTIGONO, nobile siciliano
CLEOMENE, nobile siciliano
DIONE, nobile siciliano

POLISSENE, re di Boemia
FLORIZEL, principe di Boemia
ARCHIDAMO, nobile boemo

VECCHIO PASTORE, supposto padre di Perdita
CONTADINO, suo figlio

AUTOLICO, furfante

UN MARINAIO
UN CARCERIERE

ERMIONE, regina e moglie di Leonte
PERDITA, figlia di Leonte e Ermione
PAOLINA, moglie di Antigono
EMILIA, dama di compagnia di Ermione
MOPSA, pastore
DORCA, pastore

Altri nobili e signori, signore, ufficiali e servitori, pastori e pastore.
Tempo, che fa il Coro.

Scena: parte in Sicilia e parte in Boemia.

 

 

atto primo - scena prima

 

Entrano Camillo e Archidamo.

ARCHIDAMO
Se mai vi capiterà, Camillo, di visitare la Boemia, in un'occasione simile a questa in cui io presto qui i miei servizi, vedrete, come ho detto, grande diversità tra la nostra Boemia e la vostra Sicilia.

CAMILLO
Penso che l'estate ventura il re di Sicilia intende restituire a Boemia la visita che giustamente gli deve.

ARCHIDAMO
Il nostro ricevervi allora ci farà vergogna, ma compenseremo con l'affetto: perché davvero...

CAMILLO
Vi prego...

ARCHIDAMO
Parlo schiettamente e so quel che dico: noi non possiamo con tale magnificenza... in un così raro... non so che dire... vi daremo bevande che inducono il sonno, così che i vostri sensi (incapaci di notare le nostre manchevolezze) possano, se non lodarci, almeno non biasimarci.

CAMILLO
Voi ripagate troppo a dismisura ciò che vi viene donato spontaneamente.

ARCHIDAMO
Credetemi, parlo come m'istruisce la ragione e la sincerità mi detta.

 

CAMILLO
Sicilia non potrà mai essere eccessivamente gentile col Boemia. Sono stati educati insieme e un tale affetto s'è radicato tra loro che ora può solo ramificarsi. Da quando gli onori più tardi e i doveri dei regnanti li hanno separati, la loro amicizia ha continuato a durare, anche senza incontri personali, in regale rappresentanza, con scambi di doni, lettere, affettuose ambasciate, così, anche se lontani, si sono sentiti vicini; si son stretta la mano, come sopra grandi spazi; e abbracciati, potremmo dire, da dove soffiano opposti venti. Preservino gli dei il loro affetto!

 

ARCHIDAMO
Penso non vi sia al mondo malizia o ragione che possa alterarlo. Voi avete indescrivibile consolazione nel vostro giovane principe Mamillio: è il gentiluomo di maggior promessa che mi sia mai capitato di vedere.

CAMILLO
Sono del tutto d'accordo con voi per quanto fa ben sperare: è un ragazzo valente; uno che rallegra il popolo e ringiovanisce i vecchi cuori: quelli che si reggevano sulle stampelle prima che nascesse, ora desiderano prolungare la vita per vederlo adulto.

ARCHIDAMO
Sarebbero altrimenti contenti di morire?

CAMILLO
Sì; se non ci fosse un'altra ragione per desiderare di vivere.

ARCHIDAMO
Se il re non avesse un figlio, vorrebbero vivere sulle stampelle finché non ne arrivasse uno.

Escono.

 

 

 

atto primo - scena seconda

 

POLISSENE
Nove volte la stella dell'acqua ha contato il pastore da quando lasciammo vuoto il nostro trono. Lo stesso tempo, fratello mio, si riempirebbe dei nostri ringraziamenti; ma egualmente partiremmo da qui in debito perpetuo: perciò, come uno zero (messo nel posto giusto) moltiplico con un "grazie" i mille e mille che gli stanno davanti.

LEONTE
Trattenete un poco i vostri grazie, e fateli quando partirete.

POLISSENE
Sarà domani, sire.
Sono turbato dal timore di ciò che può accadere o svilupparsi in nostra assenza; che non soffino in patria venti di tempesta a farci dire "giusto presentimento". Inoltre, il mio lungo soggiorno ha stancato vostra maestà.

LEONTE
Siamo capaci di ben altre prove, fratello.

POLISSENE
Non più indugi.

LEONTE
Ancora sette giorni.

POLISSENE
Davvero, domani.

LEONTE
Facciamo a metà, allora: e basta contrattare.

POLISSENE
Non insistete, vi supplico, così.
Non c'è lingua eloquente, alcuna, al mondo, che potrebbe convincermi come la vostra: e così cederei anche ora, se dietro la vostra richiesta vi fosse una necessità, anche contro il mio interesse. I miei affari, tuttavia, mi costringono a tornare; trascurarli (per amor vostro) sarebbe per me una punizione; restare, un fardello e un fastidio per voi: ad evitare entrambi, addio fratello.

LEONTE
Ha la lingua legata la nostra regina? Parlate.

ERMIONE
Avevo deciso, sire, di restare zitta finché non l'avreste costretto a giurare di dover partire. Ma voi, sire, gli parlate con poco calore. Ditegli che certamente tutto va bene in Boemia; questa buona notizia ci è arrivata ieri: ditegli questo, e avrà perso la sua miglior difesa.

LEONTE
Ben detto, Ermione.

ERMIONE
Dire che vuole rivedere il figlio, sarebbe una buona ragione: ma allora lo dica, e parta; lo giuri che è così, e non sarà trattenuto, anzi, lo cacceremo via di qui a bastonate. Tuttavia, la vostra regale presenza oso chiedere in prestito per un'altra settimana. Quando in Boemia voi ospiterete il mio signore, io gli darò consenso di rimanere un mese oltre la data prefissa alla partenza: e in verità, Leonte, sai che non ti amo un battito dell'orologio meno d'una moglie devota al suo signore. Rimarrete?

POLISSENE
No, signora.

ERMIONE
Andiamo, su, lo farete?

POLISSENE
Non posso, veramente.

ERMIONE
Veramente! Mi contrastate con proteste fiacche; ma io, se anche cercaste di smuovere le stelle fuori dall'orbite coi vostri giuramenti, direi ugualmente "niente partenza, sire". Veramente non partirete: il veramente di una donna non è da meno di quello d'un uomo. Ancora volete partire? Volete dunque costringermi a tenervi prigioniero, anziché ospite: così che pagherete la retta  alla partenza, risparmiando i ringraziamenti? Che ne dite? Mio prigioniero? O mio ospite? Giuro su quel vostro terribile "veramente" che uno dei due sarete.

 

POLISSENE
Vostro ospite allora, signora: esser vostro prigioniero implicherebbe che vi ho offesa; cosa per me meno facile da commettere che per voi da punire.

ERMIONE
Non carceriera quindi, ma ospite premurosa. Venite, voglio chiedervi dei giochi del mio signore e vostri, quando eravate ragazzi. Insieme eravate due bei monelli, vero?

POLISSENE
Eravamo, bella regina, due giovani per cui non esisteva il dopo, e il domani era come l'oggi, e pensavamo che saremmo stati ragazzi sempre.

ERMIONE
Non era il mio signore il più birbante dei due?

POLISSENE
Eravamo come agnellini gemelli che ruzzano nel sole e belano l'uno all'altro: ci scambiavamo innocenza per innocenza: non conoscevamo la dottrina della malizia, e neppure ci sognavamo che altri la conoscesse. Se avessimo continuato quella vita, e la nostra natura fanciullesca non si fosse rafforzata con un sangue più saldo, avremmo potuto arditamente dire al cielo "siamo innocenti", una volta riscattata la colpa originale.

ERMIONE
Da ciò si deduce che da allora avete trasgredito.

POLISSENE
Mia sacra signora, le tentazioni sono arrivate più tardi: poiché in quei giorni implumi mia moglie era bambina; e la vostra preziosa persona non aveva ancora incontrato lo sguardo del mio giovane compagno di giochi.

ERMIONE
Adesso poi! Non tiriamo conclusioni, o direte che la vostra regina ed io siamo due demoni. Ma continuate; dei peccati che vi abbiamo fatto commettere, risponderemo, se con noi avete commesso il primo peccato, e con noi avete continuato nella colpa, senza mai scivolare con altre.

LEONTE
È convinto?

ERMIONE
Resterà, mio signore.

LEONTE
Alla mia richiesta, rifiutava. Ermione, mia adorata, non hai mai parlato a miglior proposito.

ERMIONE
Mai?

LEONTE
Mai, eccetto un'altra volta.

ERMIONE
Allora, ho parlato bene due volte? Quando è stata la prima? Ti prego dimmi: saziateci di lodi, ingrassateci come animali da cortile: una buona azione, rimasta senza lode, ne uccide mille che la lode poteva ispirare. Le lodi sono la nostra ricompensa. Con un solo tenero bacio correremo mille miglia, con lo sperone a mala pena un acro. Ma torniamo al punto: la mia ultima riuscita è stata convincerlo a restare: quale la prima? C'è una sorella maggiore, se ho capito bene: come vorrei che si chiamasse Grazia! Solo una volta prima d'ora ho parlato bene? Quando? Su, dimmi: non vedo l'ora!

LEONTE
Ebbene, fu quando tre malinconici mesi morirono inaciditi, prima che riuscissi a farti aprire la bianca mano, per sigillare il mio amore: fu quando dicesti "sono vostra per sempre".

ERMIONE
Si chiama Grazia davvero. Ecco dunque! Ho parlato bene due volte: la prima mi guadagnò per sempre uno sposo regale; la seconda, per qualche tempo un amico.

 

Dà la mano a Polissene.

LEONTE (a parte)
Troppo calore, troppo! Spingere l'amicizia a questo punto è mescolare il sangue. Mi trema il cuore: mi danza dentro, ma non di gioia, non di gioia. Tale cortesia può assumere un viso aperto, attingere schiettezza dalla sincerità, generosità, bontà di cuore, e fare onore a chi la usa: questo lo ammetto; ma premersi le palme, incrociarsi le dita, come fanno adesso, farsi sorrisini studiati come allo specchio; e poi sospirare, come fosse la morte del cervo. O questa è cortesia che non piace al mio cuore, né alla mia fronte. Mamillio, sei tu il mio ragazzino?

 

MAMILLIO
Sì, mio buon signore.

LEONTE
Invero: sei il mio bel galletto. Che c'è, ti sei sporcato il naso? Dicono che è una copia del mio. Su, capitano: dobbiamo esser senza macchia, voglio dire puliti, capitano: macchiato è il bue, la giovenca, il vitello; e tutti son cornuti - continua ad arpeggiare sul palmo! Allora vitellino giocherellone! Sei il mio vitellino tu?

MAMILLIO
Sì, se vi piace, mio signore.

LEONTE
Ti ci vuole una zucca pelosa e i virgulti che ci ho io, per esser tutto come me: eppure dicono che siamo quasi come due uova; lo dicono le donne, (che direbbero qualsiasi cosa): ma se anche fossero false come gramaglie ritinte, come il vento e le acque, come i dadi che vorrebbe chi non rispetta limiti tra il suo e il mio, sarebbe comunque vero che questo ragazzo mi somiglia. Vieni, signor paggio, guardami con quei tuoi occhi azzurri: dolce birbone! Caro, carne mia! Può tua madre? È possibile? Passione, la tua intensità pugnala il cuore. Tu fai possibile l'impossibile, sei della natura dei sogni - come può essere? - Ti associ all'irreale e consorti col nulla. Perciò è assai credibile che tu possa associarti a qualsiasi cosa; e così fai, ben oltre il lecito, ed io lo vedo qui, al punto che il cervello se ne infetta, mentre la fronte s'indurisce.

POLISSENE
Che ha Sicilia?

ERMIONE
Sembra agitato.

POLISSENE
Che c'è signor mio? Come va? Vi sentite bene, mio ottimo fratello?

ERMIONE
Mostrate una fronte molto corrucciata: siete in collera, mio signore?

LEONTE
No, vi assicuro.
Come talvolta la natura tradisce la sua scempiaggine, la sua tenerezza, e diventa un trastullo per cuori induriti! Guardando i lineamenti del viso di mio figlio, m'è parso di tornare indietro ventitré anni e mi son visto senza brache, col giubbettino di velluto verde; il pugnale in museruola perché non mordesse il padroncino, e diventasse, come spesso succede agli ornamenti, pericoloso: com'ero simile allora, pensavo, a questo nocciolino, questo fagioletto, questo signorino. Mio franco amico, accetterete mai uova per moneta?

MAMILLIO
No, signore, io mi batterò.

LEONTE
Lo farete? Auguri, allora!

Fratello mio, siete anche voi così preso dal vostro principino, come noi sembriamo esserlo dal nostro?

POLISSENE
Quando sono a casa, signore, è lui tutto il mio svago, la mia gioia, la mia attività: ora mio amico per la vita, poi mio nemico; il mio favorito, il mio soldato, il mio ministro, tutto. Lui fa un giorno di luglio breve come in dicembre; e con l'infanzia bizzosa cura in me pensieri che mi farebbero denso il sangue.

LEONTE
Lo stesso incarico ha con me questo scudiero: ora noi due faremo una passeggiata, mio signore, e vi lasciamo ai vostri più gravi passi. Ermione, mostra come ci ami nel benvenuto a nostro fratello; ciò che in Sicilia è prezioso sia dato liberamente; dopo di te, e il mio piccolo briccone, è lui che ha più diritto al mio affetto.

ERMIONE
Se ci cercaste, saremo nel giardino: vi aspettiamo là?

LEONTE
Fate come vi aggrada: vi troverò, ovunque siate sotto il cielo. (A parte) Adesso sto pescando, anche se non vedete che vi do lenza. Andate, andate! Come offre il becco, il muso a lui! E s'arma con l'audacia d'una moglie davanti al marito compiacente!


Escono Polissene, Ermione e seguito.


Già partita! Dura come un ceppo! Immersa fino alle ginocchia! Sulla testa e le orecchie ho qualcosa di biforcuto. Va' a giocare ragazzo, va': tua madre gioca, e gioco pure io; ma recito una parte così vergognosa che i fischi finali mi porteranno alla tomba: urla e disprezzo saranno la mia campana. Va' a giocare, ragazzo, va'. Ce ne sono stati (o mi sbaglio) cornuti prima d'ora, e più d'un marito (anche adesso, ora, mentre parlo) si tiene la moglie sotto braccio e neppure immagina che è stata drenata in sua assenza e il suo vicino ha pescato nel suo stagno, messer Sorriso, il suo vicino: be', è un conforto, che altri hanno le chiuse, e queste chiuse sono state aperte come la mia, contro la loro volontà. Se tutti coloro cui la moglie è infedele, dovessero disperarsi, un decimo degli uomini s'impiccherebbe. E non c'è rimedio alla faccenda; è come un pianeta lascivo che influisce quando è in ascendenza; e ci sa fare, credetemi, da  est a ovest, da nord a sud, non c'è come difendere il pancino. State tranquilli, lascerà entrare e uscire il nemico, armie bagagli: molte migliaia già han l'infezione, ma non sentono nulla. Allora, ragazzo?

MAMILLIO
Sono come voi, dicono.

LEONTE
Questo è un conforto. Camillo, sei qui?

CAMILLO
Sì, mio buon sire.

LEONTE
Va' a giocare, Mamillio, da bravo.


Esce Mamillio.


Camillo, questo grande signore rimarrà più a lungo.

 

CAMILLO
Avete dovuto faticare perché l'ancora prendesse: quando la gettavate, tornava sempre su.

LEONTE
L'hai notato?

CAMILLO
Non voleva restare alle vostre richieste; insisteva sui suoi affari urgenti.

LEONTE
Te ne sei accorto?
(A parte) M'hanno già incorniciato; mi bisbigliano intorno "Sicilia è uno di quelli": la cosa dev'essere già avanti, se per ultimo arriva a me. Come spieghi, Camillo, ch'è rimasto?

CAMILLO
A richiesta della buona regina.

LEONTE
Della regina, certo. "Buona" anche ci starebbe, ma come stanno le cose, non direi. L'hanno notato altri, oltre a te? Perché la tua mente è pronta, assorbe più delle zucche ordinarie: sono i più acuti quelli che l'han notato? Solo le teste fuor dall'ordinario? Quelli seduti in fondo forse non han visto l'affare? Parla!

CAMILLO
L'affare, sire? Penso che i più già sanno che Boemia si trattiene.

LEONTE
Nient'altro?

CAMILLO
Che resta.

LEONTE
Sì, ma perché?

CAMILLO
Per soddisfare vostra maestà, e le insistenze della nostra graziosa regina.

LEONTE
Soddisfare? Le richieste della tua regina? Soddisfare? Basta così. Io ti ho affidato, Camillo, quanto è più vicino al mio cuore, come pure i miei più segreti pensieri, dai quali tu, come un prete, m'hai sollevato la coscienza: da te partivo come un penitente migliorato. Ma ci siamo ingannati sulla tua integrità, ingannati da ciò ch'era apparenza.

CAMILLO
Non sia mai, sire!

LEONTE
Mi spiego meglio: tu non sei onesto: o, se tendi a esserlo, sei un vile, che all'onestà taglia le gambe, frenandola nel giusto corso: oppure devi esser considerato un servitore innestato nella mia fiducia, ma negligente; oppure uno stolto che assiste a un gioco accanito, con grandi poste, e lo prende per uno scherzo.

CAMILLO
Mio grazioso signore, posso essere negligente, sciocco e pauroso; nessuno è immune da tali difetti al punto che negligenza, stoltezza e paura, tra le infinite attività del mondo, non vengan fuori prima o poi. Nei vostri affari, mio signore, se mai son stato negligente, sapendolo, mia fu la stoltezza: se deliberatamente ho fatto lo sciocco, mia fu la negligenza, che non valutava lo scopo: se mai ho avuto paura di fare qualcosa del cui esito dubitavo, anche quando l'azione urlava per esser eseguita, fu una paura che spesso infetta i più saggi: queste, sire, sono perdonabili debolezze di cui l'onestà non è esente. Ma, supplico vostra grazia, d'essere più franco con me; scopritemi l'offesa col suo vero volto: se non la riconosco, non è mia di certo.

LEONTE
Non avete visto, Camillo? (Ma dovete aver visto, o sull'occhio avete un cristallino più denso d'un corno di cornuto) o udito? (Poiché non può non correr voce davanti a visione così lampante) o pensato? (Poiché non sa pensare chi così non pensa.) Che mia moglie scivola? Ammetterai, se non lo neghi spudoratamente, d'avere occhi, orecchi, intelligenza, e allora di' che mia moglie è una donna leggera, e merita il nome di una qualsiasi filatrice che si concede prima delle nozze: dillo, e dammene le prove!

CAMILLO
Io non resterei a sentire la mia regina così oltraggiata, senza prendere immediata vendetta: ch'io possa morire, se avete detto mai parole più sconvenienti di queste; ripeterle soltanto, anche se fossero vere, sarebbe un peccato più nero delle vostre accuse.

LEONTE
Non è niente bisbigliare? Appoggiarsi guancia a guancia? Sfiorarsi naso a naso? Baciarsi a labbra aperte? Interrompere il riso con un sospiro (segno infallibile di onestà spezzata)? Premersi i piedi? Imboscarsi negli angoli? Desiderare orologi più rapidi? Che le ore siano minuti? Che mezzogiorno sia mezzanotte? E che tutti gli occhi abbian la cataratta, eccetto i loro. Tranne i loro, così che il delitto non sia visto? È niente questo? Be', allora il mondo, e tutto in esso, è nulla, il cielo che ci copre è nulla, Boemia nulla, mia moglie è nulla e tutti questi nulla sono nulla, se questo è nulla.

CAMILLO
Mio buon signore, guarite da questo malsano pensiero, e presto, perché è assai pericoloso.

LEONTE
Di' che è così, che è vero.

CAMILLO
No, no, mio signore.

LEONTE
Lo è; mentite, mentite; io dico che menti, Camillo, e ti odio, e ti giudico un villano sciocco, un servo idiota, o un opportunista oscillante che insieme vede il bene e il male, e li tien buoni entrambi: fosse il fegato di mia moglie infetto come la sua vita, non vivrebbe uno svuotarsi di clessidra.

CAMILLO
E chi la infetta?

LEONTE
Per Giove, colui che se la porta, come medaglia, appesa al petto: Boemia; che se io avessi servi fedeli, con occhi che vedessero insieme il mio onore e i loro profitti, i loro particolari guadagni, farebbero ciò che disfarebbe il fare oltre: già, e tu suo coppiere, - che io da bassa condizione ho innalzato a nobili cariche, che puoi vedere chiaro come il cielo la terra e la terra il cielo, come io sono amareggiato, potresti drogare una coppa, per dare al mio nemico una smorfia che gli resti sulla bocca, e a me un cordiale.

CAMILLO
Mio signore, potrei farlo, e non con una pozione fulminea, ma un farmaco lento, che non operi improvviso, come il veleno: ma non posso credere incrinata la mia nobile padrona (che io credo e rispetto come mia regina). Io ti ho amato...

LEONTE
E allora dubita, e va' all'inferno! Mi credi così confuso e dissennato, da ordinarmi da me questa tortura; da inquinare la purezza e il candore delle mie lenzuola, (che conservate danno il sonno, ma macchiate diventano pungoli, spine, ortiche, aghi di vespa) gettare scandalo sul sangue del principe, mio figlio, (che io credo mio e amo come mio)senza maturate ragioni? Farei cosa del genere? A questo punto si può diventar pazzi?

CAMILLO
Debbo credervi, sire: vi credo; e toglierò di mezzo il Boemia; purché, rimosso costui, vostra altezza riprenderà la sua regina, come prima, almeno per amore di vostro figlio, e poi per sigillare le lingue maldicenti in corti e regni a voi noti e alleati.

LEONTE
Tu mi consigli ciò che avevo già deciso di fare: non getterò macchia sul suo onore, nessuna.

CAMILLO
Mio signore, andate dunque; e col viso che l'amico porta alle feste, intrattenete Boemia e la vostra regina. Sono il coppiere del re: se da me avrà una bevanda salutare, non consideratemi vostro servo.

LEONTE
Molto bene: fallo, e avrai la metà del mio cuore; non farlo, e spezzerai il tuo.

CAMILLO
Lo farò, mio signore.

LEONTE
Mi mostrerò cordiale, come mi hai consigliato.

 

Esce.

CAMILLO
O sfortunata signora! Ma io in che situazione mi trovo? Debbo avvelenare il buon Polissene, e la mia ragione per farlo è l'obbedienza al mio padrone; uno che, turbato dentro sé, vuole turbare tutti intorno a lui. Fare quest'atto vuol dire avanzamento. Se anche potessi trovare esempi a migliaia di regicidi che hanno prosperato, non lo farei: ma poiché né bronzo, né pietra, né pergamena ne ricorda alcuno, rinunci la scelleraggine stessa. Devo lasciare la corte: farlo, o no, è per me rovina sicura. Una buona stella s'affacci! Ecco Boemia.

Entra Polissene.

POLISSENE
Che strano: mi sembra che il mio favore qui cominci a calare. Perché non parla? Buon giorno, Camillo.

CAMILLO
Salute a voi, molto regale signore!

POLISSENE
Che c'è di nuovo a corte?

CAMILLO
Niente di speciale, mio signore.

POLISSENE
Il re ha una faccia come se avesse perso una provincia, una regione che amasse come se stesso: proprio ora l'ho salutato con la normale cortesia, ma lui, volgendo gli occhi dall'altra parte, e facendo una smorfia di disgusto, se ne scappa, lasciandomi a far congetture su cosa può essere successo che cambia così le sue maniere.

CAMILLO
Non oso saperlo, mio signore.

POLISSENE
Non osate? Come...? Voi sapete, e non osate? Fatemi capire: si tratta di qualcosa di simile. Perché, quello che voi stesso sapete, dovete saperlo, e non potete dire che non osate. Buon Camillo, la vostra faccia alterata è per me uno specchio che mi mostra la mia, pure, alterata; perciò devo essere io la causa di questo cambiamento, trovandomi così cambiato io stesso.

CAMILLO
C'è una malattia che in alcuni di noi sconvolge gli umori, ma io non posso nominare il malanno, e voi lo diffondete, anche se state bene.

POLISSENE
Io lo diffondo? Non ditemi ora che ho l'occhio del basilisco. Ho guardato migliaia di persone, e direi che ne han tratto profitto, nessuno, almeno, è mai morto. Camillo - per il gentiluomo che è certo in voi, e per la vostra cultura ed esperienza, che adornano la nobiltà non meno del nome illustre, ereditato dagli avi, - vi scongiuro -, se sapete qualcosa di cui è giusto ch'io sia informato, non tenetemi nell'ignoranza, nascondendomela.

CAMILLO
Non posso rispondere.

POLISSENE
Un male che io diffondo, mentre sto bene? Devo aver una risposta. Mi senti, Camillo? Io ti chiedo, per tutti i doveri che l'onore comporta, e tra i quali non è da trascurare questa mia richiesta, che tu riveli quale malanno tu sospetti che mi strisci contro, quanto è lontano, o vicino, come si può prevenire, se si può: e se no, come meglio sopportarlo.

CAMILLO
Signore, parlerò; poiché è sul mio onore che ne vengo richiesto, e da persona che ritengo onorevole. Perciò notate il mio consiglio, che dev'essere seguito non appena l'avrò profferito, o entrambi, voi ed io saremo perduti, e buona notte!

POLISSENE
Parlate, buon Camillo.

CAMILLO
Sono stato incaricato di assassinarvi.

POLISSENE
Da chi, Camillo?

CAMILLO
Dal re.

POLISSENE
E perché mai?

CAMILLO
Pensa, anzi lo giura con tutta sicurezza, come l'avesse visto, o v'avesse lui forzato a farlo, che voi avete accostato la sua regina in modo sconveniente.

POLISSENE
Allora possa il mio nobile sangue diventare poltiglia infetta, e il mio nome appaiarsi a chi tradì il Migliore! Si muti in tanfo la mia reputazione senza macchia e offenda la narice più ottusa ovunque io vada, e si eviti il mio arrivo, anzi lo si maledica, più della peggiore peste di cui s'abbia memoria, parlata o scritta!

CAMILLO
Smuovetelo da questo pensiero giurando su ogni singola stella in cielo; e sui loro influssi; più facile sarebbe proibire al mare d'obbedire alla luna che rimuovere col giuramento o scuotere con la ragione l'edificio della sua pazzia, le cui fondamenta poggiano sulla sua fede cieca, e dureranno la vita del suo corpo.

POLISSENE
Come è cresciuta questa fissazione?

CAMILLO
Non so: ma son convinto che è meglio evitare ciò che è cresciuto che chiedersi come sia cresciuto. Se, perciò, v'affidate all'onestà racchiusa in questo corpo, che voi vi porterete appresso in pegno, partiamo stanotte! Il vostro seguito informerò con discrezione, e a due o tre, da porte diverse, li farò uscire di città. Quanto a me, metto al servizio vostro la fortuna che qui ho perduto rivelando tutto. Non esitate, sull'onore dei miei genitori, ho detto il vero: ma se cercherete le prove, io non oso appoggiarvi; né voi sarete più sicuro di uno condannato dalla parola di un re, che ne ha giurato la morte.

POLISSENE
Ti credo: gli ho visto il cuore in faccia. Dammi la mano, sii il mio pilota, e sarai sempre accanto a me. Le mie navi sono pronte e i miei s'aspettavano la mia partenza già due giorni fa. Questa gelosia è per una creatura preziosa: e dev'esser grande poiché ella è rara; e dev'esser violenta perché egli è potente; e se lui si crede disonorato da uno che sempre gli si è professato amico, tanto più crudele vorrà essere la sua vendetta. Sto nell'ombra della paura: una rapida partenza mi assista, e aiuti la graziosa regina, oggetto della sua fissazione, ma innocente del suo maligno sospetto! Camillo, andiamo: ti rispetterò come un padre se mi farai uscir vivo da qui. Via! Presto!

CAMILLO
La mia carica mi dà le chiavi di ogni porta: prego vostra altezza di cogliere il momento propizio. Andiamo, signore.

 

Escono.

 

Indice Teatro

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Il racconto d'inverno

(“Winter's tale” - 1611)

 

 

atto secondo - scena prima

 

Entrano Ermione, Mamillio, e dame del seguito.

ERMIONE
Prendete con voi il ragazzo: è così noioso che non lo sopporto più.

PRIMA DAMA
Venite, mio grazioso signore, sarò io la vostra compagna di giochi?

MAMILLIO
Non voi, no.

PRIMA DAMA
E perché mio dolce signore?

MAMILLIO
Voi mi baciate forte, e mi parlate come se fossi ancora piccolo. Preferisco voi.

SECONDA DAMA
E perché mai, mio signore?

MAMILLIO
Non perché le vostre ciglia son più nere; però le ciglia nere, dicono, stanno meglio a certe donne, purché non siano troppo folte, ma in semicerchio, oppure a mezza luna, come fatte con una penna.

SECONDA DAMA
Chi v'ha insegnato questo?

MAMILLIO
L'ho imparato sulla faccia delle donne. Ora vi prego, di che colore avete i sopraccigli?

PRIMA DAMA
Blu, mio signore.

MAMILLIO
Via, questo è uno scherzo: blu ho veduto il naso d'una donna, ma non i sopraccigli.

PRIMA DAMA
Sentite un po', la regina vostra madre s'arrotonda; uno di questi giorni avremo un nuovo bel principino da servire, e allora giocherete con noi, solo se lo vogliamo.

 

SECONDA DAMA
È diventata ultimamente un bel palloncino: Dio la benedica!

ERMIONE
Ma senti queste! Venite, signore, eccomi di nuovo a voi: prego, sedeteci accanto, e raccontateci una storia.

MAMILLIO
La volete allegra o triste?

ERMIONE
Allegra quanto volete.

MAMILLIO
Una storia triste è più adatta all'inverno: ne so una di spiriti e folletti.

ERMIONE
Sentiamo quella, buon signore. Su, sedete, su, e fate il possibile per spaventarmi con i vostri spiriti: siete bravissimo.

MAMILLIO
C'era un uomo...

ERMIONE
Sì, ma sedete qui: avanti.

MAMILLIO
...che abitava vicino a un cimitero: la racconto piano, così quei grilli là non la sentiranno.

ERMIONE
Be', allora, dimmela all'orecchio.

Entra Leonte, con Antigono, nobili e altri.

LEONTE
L'avete incontrato là? Col seguito? E Camillo, pure?

UN NOBILE
Dietro il bosco di pini li ho incontrati, mai visto uomini andar così di fretta: li ho seguiti cogli occhi fino alle loro navi.

LEONTE
E così son confermato nella mia condanna! Il mio sospetto era verità! Ah, se potessi ancora dubitare! Quanta maledizione nella mia conferma! Un ragno può trovarsi nella tazza, e uno può bere, e andarsene, senza esserne avvelenato (perché il suo sapere non è infetto); ma se si mostra l'aborrito ingrediente all'occhio suo, se lo s'informa di cosa ha bevuto, la gola gli sconquassa, e i fianchi, il vomito violento. Io ho bevuto e ho visto il ragno. Camillo è stato in questo il suo aiutante, il suo mezzano: c'è un complotto contro la mia vita, la mia corona; tutti i miei sospetti sono veri: il falso impostore che io assoldai, era da lui già stato assoldato: lui rivelò il mio piano, ed io rimango straziato; sì, un giochino da rigirarsi come voglion loro. Come son state aperte le porte?

UN NOBILE
Per la grande autorità di lui che spesso già aveva dato ordini simili a nome vostro.

LEONTE
Lo so fin troppo bene. Datemi il ragazzo: son contento che non l'abbiate allattato; anche se ha la mia impronta, fin troppo del vostro sangue avete messo in lui.

ERMIONE
Cos'è questo, uno scherzo?

LEONTE Portate via il ragazzo; non deve venirle vicino; portatelo via; e che lei si trastulli con quello di cui è incinta; perché è Polissene che ti ha gonfiata a questo modo.

 

Esce Mamillio, con una dama.

ERMIONE
Avrei solo da dire che non è vero, e giuro che credereste alla mia parola, comunque siate disposto a dir di no.

LEONTE
Voi, miei signori, guardatela, osservatela bene: fareste appena in tempo a dire "è una bella donna", che subito l'onestà del vostro cuore vi farà aggiungere: "peccato che non sia perbene, degna d'onore"; lodatela per questa sua forma esterna (che veramente merita alti elogi) ma poi l'alzar di spalle, gli "ah" e gli "eh", le piccole marchiature che usa la calunnia. Oh no, mi sbaglio, che la carità usa; perché la calunnia marchierebbe anche la virtù in persona - queste spallucciate, gli "ah" ed "eh", appena abbiate detto "è bella", s'intromettono prima che possiate dire "è onesta": ma si sappia, per bocca di chi più ne deve soffrire: ella è un'adultera!

ERMIONE
Se ciò lo dicesse un furfante (il più incallito furfante di questo mondo) sarebbe ancora più furfante per questo; voi, mio signore, fate solo un errore.

LEONTE
Voi, mia signora, avete preso per errore Polissene per Leonte. O tu cosa... no, non chiamerò così una persona del tuo rango, perché la vostra barbarie, valendosi del mio precedente, non usi lo stesso linguaggio per ogni grado, dimenticando la giusta distanza tra il principe e il mendicante. Io ho detto che è un'adultera; e ho detto con chi: inoltre, è colpevole di tradimento, e Camillo è suo complice, e uno che sa anche ciò che ella stessa dovrebbe vergognarsi di sapere, insieme al suo scellerato complice, ed è che ella è una scambia-letto, volgare quanto quelle cui il popolino dà i titoli più crudi; già, e sapeva anche di questa loro fuga.

ERMIONE
Sulla mia vita, no, non ne sapevo niente. Quanto vi affliggerà, quando conoscerete di più, d'avermi così insultata in pubblico! Mio gentile signore, non potrete certo rendermi giustizia, allora, dicendo soltanto che avete sbagliato.

LEONTE
No: se io sbaglio, con le fondamenta su cui costruisco,  llora la terra non è grande abbastanza per la trottola di uno scolaretto. Portatela in prigione! Chi la difende sarà colpevole sicuramente solo che apra bocca.

ERMIONE
Un pianeta malefico influisce: devo portar pazienza finché i cieli si mostrino in aspetto più benigno. Miei buoni signori, non sono facile alle lagrime, com'è comune al nostro sesso, e la mancanza di questa vana rugiada seccherà la vostra pietà: ma io porto qui quel dignitoso dolore che brucia molto più di quanto le lagrime anneghino: prego voi tutti, miei signori, giudicatemi coi pensieri più adeguati con cui la vostra carità vorrà ispirarvi; e così sarà fatta la volontà del re.

LEONTE
Sarò obbedito?

ERMIONE
Chi viene con me? Prego vostra maestà di lasciarmi le mie donne, poiché, vedete, la mia condizione lo richiede. Non piangete, sciocchine, non ce n'è motivo: quando saprete che la vostra padrona ha meritato la prigione, allora spargete lagrime alla mia uscita: questa prova cui vado incontro mi darà più rispetto. Addio, mio signore: non ho mai desiderato di vedervi dispiaciuto, ma ora penso che lo farò. Venite, donne; avete il permesso.

LEONTE
Andate, eseguite i nostri ordini: via!


Esce la regina, sotto scorta; e le dame.

UN NOBILE
Vostra altezza vi supplico, richiamate la regina.

ANTIGONO
Siate ben certo di quello che fate, sire, affinché la vostra giustizia non si dimostri violenza, in cui tre grandi soffrirebbero, voi stesso, la vostra regina, vostro figlio.

UN NOBILE
Per lei mio signore, son pronto a rischiar la vita, e lo farò, sire, se vorrete accettarla; la regina è immacolata agli occhi del cielo, e vostri, voglio dire per quello di cui l'accusate.

ANTIGONO
Se sarà provato che non è così, io metterò le stalle dove ora alloggio mia moglie; la porterò in giro al guinzaglio; non le crederò al di là di quello che vedo e tocco: perché ogni pollice di donna a questo mondo, anzi, ogni pezzettino di carne femminile è falso,  se lei lo è.

LEONTE
Tacete.

UN NOBILE
Mio buon signore...

ANTIGONO
È per voi che parliamo, non per noi: vi ha messo su un qualche metti-male che andrà all'inferno per questo: vorrei saper chi è questo furfante, lo maltratterei per bene. Se l'onore di lei è incrinato, io ho tre figlie: la maggiore di undici; la seconda e la terza, nove e circa cinque: se è vero, la pagheranno. Sul mio onore le castrerò tutte; non vedranno i quattordici per generare bastardi: sono le mie eredi, ma preferisco restare senza discendenza piuttosto che rischiare da loro figli illegittimi.

LEONTE
Basta; smettete. Voi sentite questa faccenda con l'olfatto spento come il naso di un morto: ma io la vedo e la tocco come voi sentite se faccio così; e insieme vedete gli organi dei sensi.

ANTIGONO
Se è così, non ci serve una tomba per seppellire l'onestà: non ce n'è più un granello per ingentilire l'aspetto di questo enorme letamaio.

LEONTE
Dunque, non mi si crede?

UN NOBILE
Preferirei non si credesse a voi che a me, signore, in questo caso: e sarei più contento se si confermasse l'onor suo che il vostro sospetto, per quanto ciò vi possa rincrescere.

LEONTE
Insomma, perché mai dobbiamo discutere con voi, invece di seguire il nostro forte impulso? La nostra autorità non richiede i vostri consigli, solo la nostra naturale bontà vi mette a parte di ciò; e se voi, per scemenza, vera o finta, non sapete o non volete accettare la verità, come noi, sappiate allora che non ci occorre più il vostro consiglio: la questione, la perdita, il guadagno, la soluzione, è tutto giustamente affare nostro.

ANTIGONO
E io, mio signore, vorrei che aveste giudicato in silenzio, senza aperte rivelazioni.

LEONTE
Come poteva essere? Tu sei rincretinito dall'età, o sei nato imbecille. La fuga di Camillo, aggiunta alla loro intimità, (che era evidente quanto nessuna che mai destasse sospetto, e cui mancava solo la vista, nient'altro che la prova d'aver visto, ogni altra circostanza confermando il fatto) ci obbliga a fare così. Tuttavia, per maggiore conferma (poiché in un'azione di questa importanza sarebbe ssai deplorevole decidere  d'impulso), ho già spedito alla sacra Delfo, al tempio d'Apollo, Cleomene e Dione, dei quali conoscete la più adeguata perizia: essi ora dall'Oracolo ci porteranno tutto; questo consiglio spirituale ricevuto, mi fermerà o spingerà avanti. Ho fatto bene?

UN NOBILE
Ben fatto, mio signore.

LEONTE
Per quanto io sia soddisfatto e non m'occorra più di quel che so, l'Oracolo, tuttavia, metterà ad altri il cuore in pace, come costui la cui ignorante credulità non vuole arrendersi all'evidenza. Così abbiamo deciso di negare a lei accesso alla nostra persona, affinché non porti a termine il tradimento dei due fuggiaschi. Venite, seguiteci; dobbiamo parlare in pubblico, poiché questa storia ci sconvolgerà tutti.

ANTIGONO (a parte)
Sì, per il molto ridere, a mio giudizio, se la schietta verità venisse fuori.

 

Escono.

 

 

 

atto secondo - scena seconda

 

Entrano Paolina, un gentiluomo, e seguito.

PAOLINA
Il governatore della prigione, chiamatelo; Fategli sapere chi sono. Buona signora, non c'è corte in Europa degna di te; che fai tu dunque in prigione?

Entra il carceriere.

Orsù, buon signore, mi conoscete, no?

IL CARCERIERE
Una gran signora che io tengo in alta stima.

PAOLINA
Vi piaccia allora condurmi dalla regina.

IL CARCERIERE
Non posso, signora: ho ordini precisi, e contrari.

PAOLINA
Quanta briga per impedire all'onestà e all'onore l'accesso di visite gentili! È possibile, prego, vedere le sue donne? Una di esse? Emilia?

IL CARCERIERE
Abbiate la bontà, signora, di allontanare il vostro seguito, ed io condurrò fuori Emilia.

PAOLINA
Vi prego, chiamatela. Voi ritiratevi.


Escono il gentiluomo e il seguito.

IL CARCERIERE
In più, signora, io devo esser presente al vostro colloquio.

PAOLINA
Va bene: sia: fa pure.

 

Esce il carceriere.


Tante storie per fare apparire macchiata l'innocenza da superare l'arte dei tintori.

Entra il carceriere, con Emilia.

Cara gentildonna, come sta la nostra graziosa signora?

EMILIA
Come una così nobile e sventurata possono stare insieme: tra spaventi e dolori (che mai una signora delicata ne sopportò di maggiori) ella, un po' prima del tempo, s'è sgravata.

PAOLINA
Un maschio?

EMILIA
Una femmina; e una bella creatura, sana, e piena di vita: la regina ne ha grande conforto. Dice: "Mia povera prigioniera, sono innocente come te."

PAOLINA
Son pronta a giurarlo: queste nefaste, lunatiche stramberie del re, sian maledette! Bisogna che lo sappia, e lo saprà: è un compito che s'addice meglio a una donna. Me ne occuperò io: e se non gliela canto bene, mi caschi la lingua, che non possa mai più far da trombetta alla mia rabbia paonazza. Vi prego, Emilia, esprimete la mia devozione alla regina: se vorrà affidarmi la sua piccola neonata, la mostrerò al re, e m'impegno ad essere il suo più fervido avvocato. Chissà che non si commuova alla vista dell'infante: spesso il silenzio della pura innocenza persuade, dove falliscono le parole.

EMILIA
Degnissima signora, la vostra lealtà e bontà sono così evidenti che non potrà mancare alla vostra generosa impresa un lieto fine: non c'è donna al mondo più adatta per questa missione. Prego la signoria vostra d'attendere nella stanza accanto, io informerò subito della vostra nobilissima offerta la regina, che oggi già batteva su questo progetto, ma non osava proporlo a persone di fiducia per paura di un rifiuto.

PAOLINA
Ditele, Emilia, che userò tutta la mia lingua; se la saggezza che ne uscirà sarà pari all'ardimento del mio cuore, non si dubiti del mio successo.

EMILIA
Che siate benedetta! Vado dalla regina: vi prego, venite di là.

IL CARCERIERE
Signora, se piacerà alla regina affidarvi l'infante, io non so in cosa potrò incorrere, non avendo ricevuto istruzioni.

PAOLINA
Non dovete temere, signore: questa bambina era prigioniera dell'utero, ed ora, per legge e procedimento della grande natura, ne è stata liberata ed affrancata; non è oggetto della collera del re; né è colpevole (se ci sono colpe) dei trascorsi della regina.

IL CARCERIERE
Lo credo bene.

PAOLINA
Non abbiate paura: sul mio onore, starò tra voi e il rischio.

 

Escono.

 

 

 

atto secondo - scena terza

 

Leonte, solo.

LEONTE
Né di notte, né di giorno, non ho riposo: è debolezza prendersela tanto: debolezza e nient'altro. Se la causa non fosse in vita, parte di essa, lei l'adultera: poiché il re seduttore è ben al di là del mio braccio, oltre la mira e la portata della mia mente: sicuro da complotti: ma lei posso averla in pugno: mettiamo che scompaia, distrutta dal fuoco, una metà del mio sonno forse ritornerebbe.

 

Entra un servitore.

 

Chi va là?

SERVITORE
Mio signore!

LEONTE
Come sta il ragazzo?

SERVITORE
Ha riposato bene questa notte; si spera che la malattia sia finita.

LEONTE
Quanta nobiltà di fronte al disonore di sua madre! Subito è sfiorito, e crollato, ha sofferto profondamente, si è presa e legata la vergogna dell'atto su se stesso, ha perso la vivacità, l'appetito, il sonno, è crollato in un languore. Lasciami solo: va, vedi come sta.

 

Esce il servitore.

 

Vergogna, vergogna! Non devo pensare a lui; lo stesso pensiero delle mie vendette su di lui si ritorce su di me: già in sé troppo potente, oltre che in vassalli ed alleati; lascialo stare fino al momento buono. La vendetta immediata prendila su di lei. Camillo e Polissene ridono di me; si divertono con la mia disgrazia: non riderebbero se potessi raggiungerli, come non riderà lei, che è in mio potere.

Entra Paolina, portando un neonato, con Antigono, nobili e servitori, che cercano di trattenerla.

UN NOBILE
Non dovete entrare.

PAOLINA
Aiutatemi, piuttosto, buoni signori: O temete, ahimè, la sua ira di tiranno più della vita della regina? Una gentile anima innocente, più pura di quanto lui sia geloso.

ANTIGONO
Basta così.

SERVITORE
Signora, non ha dormito stanotte, e ha ordinato di non far passare nessuno.

PAOLINA
Calmatevi, buon signore; io vengo a portargli il sonno. Siete voi che gli strisciate intorno come ombre, e sospirate ad ogni suo inutile lamento; siete voi che nutrite la causa della sua insonnia. Io vengo con parole salutari quanto vere, oneste, come salute e verità, a purgarlo di quell'umore che gl'impedisce il sonno.

LEONTE
Cos'è questo baccano, eh?

PAOLINA
Nessun baccano, mio signore; ma un necessario colloquio riguardo ai compari di battesimo per vostra maestà.

LEONTE
Come? Via questa donna impertinente! Antigono, ti avevo incaricato di tenerla lontana da me, sapevo che ci avrebbe provato.

ANTIGONO
Così le ho detto, mio signore, a evitare il vostro dispiacere e il mio castigo, di non farvi visita.

LEONTE
Ma come, non sai frenarla?

PAOLINA
Da tutte le cose disoneste sì: in questa - a meno che lui non segua il vostro esempio, imprigionarmi perché sprigiono onore - state certo, che non mi lascerò comandare.

ANTIGONO
Ecco ora, sentitela: quando vuol correre io le do briglia; e non c'è verso che inciampi.

PAOLINA
Mio buon sire, a voi vengo, - e, vi supplico d'ascoltarmi, io che mi professo la vostra leale serva, il vostro medico, la vostra più devota consigliera, e che pure oso d'apparir meno tale, nel confortare i vostri mali, di quanti sembrano più fidati; - dico, dunque, che vengo da parte della vostra buona regina.

 

LEONTE
Buona regina!

PAOLINA
Buona regina, sire, buona regina: buona regina dico, e lo proverei con le armi, se solo fossi un uomo, il più meschino dei vostri.

LEONTE
Portatela via.

PAOLINA
Chi non ha riguardo per i propri occhi mi tocchi per primo: me ne vado da me; ma prima, farò la mia ambasciata. La buona regina (perché buona lo è) vi ha partorito una figlia; eccola; (mette giù il neonato) la raccomanda alla vostra benedizione.

LEONTE
Fuori! Strega mascolina! Via di qui, dalla porta: ruffiana scaldaletti!

PAOLINA
Non è così: io di queste cose sono ignorante quanto voi nel darmi questo titolo: e onesta almeno quanto voi siete matto; il che è sufficiente, ve lo garantisco, per passare per onesti, in questo mondo.

LEONTE
Traditori!
Che aspettate a buttarla fuori? Dalle il bastardo, vecchio scimunito! Sottomesso alla sottana, sgallottato giù da madama Gallina. Prendi il bastardo, prendilo, ti dico! Dallo alla tua befana.

PAOLINA
Per sempre siano disonorate le tue mani, se tocchi la principessa dopo l'ingiusta ingiuria di cui l'ha ricoperta!

LEONTE
Ha paura di sua moglie.

PAOLINA
Vorrei che anche voi ne aveste; allora di sicuro chiamareste vostri i vostri bambini.

LEONTE
Un nido di traditori!

ANTIGONO
Non io, per la sacra luce.

PAOLINA
Ed io neppure; e nessun altro qui, se non un solo, lui stesso; perché lui solo consegna alla calunnia, la cui lama è più tagliente della spada, il sacro onore suo, della regina, del suo erede, e della sua bambina; e non c'è verso (e come stanno le cose, è una maledizione che non si possa costringerlo) di strappargli quest'idea fissa, che è marcia come mai è stata sana quercia o pietra.

LEONTE
Puttana di lunga lingua! Prima batte il marito, e adesso morde me! Non è mia questa marmocchia; è frutto di Polissene. Via di qui, e con quella che l'ha partorita, buttatela insieme nel fuoco!

PAOLINA
È vostra; e potremmo applicare a voi il vecchio proverbio: "somiglia tanto a voi, purtroppo!". Guardate signori, anche se in piccolo, è la copia esatta del padre: occhi, naso e bocca; l'aggrottare le ciglia, la fronte, il labbro perfino, le graziose fossette sul mento e sulla guancia, il sorriso; fin nella forma della mano, unghie, dita: e tu buona madre Natura, che l'hai fatta tanto simile a chi l'ha generata, se presiedi anche all'ordine della mente, tra tutti i colori non metterci il giallo, che lei non sospetti, come lui, che i suoi bambini non siano del marito!

LEONTE
Strega immonda! E tu, buono a nulla, meriti d'essere impiccato, che non sei capace di farla tacere.

ANTIGONO
Impiccate ogni marito che non riesca in quest'impresa e non vi resterà neanche un suddito.

LEONTE
Ancora una volta portatela via.

PAOLINA
Il sire più indegno e snaturato non potrebbe far peggio.


LEONTE
Ti farò bruciare.

PAOLINA
Fate pure: è più eretico chi accende il fuoco, di quella che ci brucia dentro. Non vi chiamo tiranno; ma questo crudelissimo trattamento della vostra regina - senz'altro fondamento nell'accusa se non le vostre sconquassate fantasie - puzza di tirannide, e vi farà ignobile, anzi abbietto al mondo.

LEONTE
Per l'obbedienza che mi dovete, portatela fuori da questa stanza! Se io fossi un tiranno, sarebbe ancora in vita?

Non oserebbe chiamarmi così, se mi sapesse tale. Portatela via!

PAOLINA
Prego, non mi spingete; me ne vado. Guardate la vostra bambina, mio signore; è vostra: Giove le dia un migliore spirito guida! Giù le mani voialtri! Voi, a compiacerlo così nella sua follia, non gli farete del bene, nessuno di voi. Va bene, va bene: addio; ce ne andiamo.

 

Esce.

LEONTE
Tu, traditore, hai messo su tua moglie a farmi questo. Mia figlia? Che idea! Anzi tu, che hai il cuore così tenero verso di lei, prendila e falla bruciare subito; proprio a te dico, a nessun altro che a te. Eseguisci: e entro un'ora portami notizia che è fatto, e con testimoni fidati, o ti toglieròla vita, e tutto il resto che tu chiami tuo. Se rifiuti e vuoi affrontare il mio sdegno, dillo; il cervello bastardo con le mie proprie manifarò schizzar fuori. Va', portala al fuoco; poiché tu hai messo su tua moglie.

ANTIGONO
Non l'ho fatto, sire: questi signori, miei nobili pari, se a loro piacerà, potranno discolparmi.

NOBILI
È così, mio sovrano, lui non ha colpa, se lei è venuta qui.

LEONTE
Bugiardi tutti.

UN NOBILE
Supplico vostra altezza di farci miglior credito: vi abbiamo sempre servito fedelmente: e supplichia o di così stimarci: e in ginocchio vi chiediamo (in ricompensa deinostri devoti servigi passati e a venire) di desistere da questo proposito, che essendo così orribile e sanguinoso, deve per forza condurre a un esito nefasto. Tutti c'inginocchiamo.

 

LEONTE
Sono una piuma per ogni vento che spira: dovrò vivere per vedere questa bastarda inginocchiarsi e chiamarmi padre? Meglio bruciarla adesso che maledirla poi. Ma sia: che viva. Eppure, nemmen questo. Voi signore, venite qua, voi ch'eravate così teneramente zelantecon Madama Chioccia, vostra comare, per salvar la vita alla bastarda - perché bastarda è, sicuro come questa barba è grigia - cosa siete pronto a rischiare per salvare la vita alla marmocchia?

ANTIGONO
Qualsiasi cosa, sire, nei limiti della mia capacità, e delle regole dell'aristocrazia, almeno tanto impegnerò il poco sangue che mi resta per salvare l'innocente: ogni cosa possibile.

LEONTE
Sarà possibile. Giura su questa spada che obbedirai il mio comando.

ANTIGONO
Lo farò, mio signore.

LEONTE
Nota ed esegui: m'intendi? Perché se fallisci in qualche particolare, sarà non solo la morte per te, ma per tua moglie lingua-sozza (che per questa volta perdoniamo). Noi t'ingiungiamo, come nostro vassallo, di prendere con te questo bastardo femmina e di portarlo in qualche remoto e deserto luogo, ben fuori dal nostro regno, e di abbandonarlo là (senza altra pietà) alle sue risorse e alla benignità del clima. Poiché esso è venuto a noi per estranea ventura, io ti ordino secondo giustizia, a rischio della perdita dell'anima e del tormento del corpo, di consegnarlo da estraneo a qualche luogo dove il caso lo salvi o lo finisca. Prendilo.

ANTIGONO
Giuro che lo farò; anche se una morte rapida sarebbe stata più pietosa. Vieni, povera infante; qualche potente voce ispiri corvi e avvoltoi ad esser tue nutrici! Lupi ed orsi, si dice, dimenticando la loro ferocia, han già compiuto tali opere buone. Signore, prosperate più di quanto meriti quest'azione; e il cielo contro quest'empietà, lotti al tuo fianco, povera cosina, condannata a perderti!

 

Esce, con la bambina.

LEONTE
No: non alleverò il frutto d'un altro.

Entra un servitore.

SERVITORE
Piaccia a vostra altezza: corrieri da coloro che avete mandati all'oracolo, son qui da un'ora: Cleomene e Dione, felicemente arrivati da Delfo, sono entrambi sbarcati, e s'affrettano alla corte.

 

UN NOBILE
Compiacetevi, sire, son stati rapidi oltre ogni attesa.

LEONTE
Ventitré giornisono stati in viaggio: il rapido ritorno è un segno che il grande Apollo vuole al più presto rivelarci la verità sul fatto. Preparatevi, signori; convocate un tribunale, che si giudichi la nostra infedelissima consorte; visto che è stata in pubblico accusata, le sarà fatto un giusto e pubblico processo. Finch'ella vive il cuore mi sarà di peso. Lasciatemi. E pensate ai miei ordini.

 

Escono.

 

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Il racconto d'inverno

(“Winter's tale” - 1611)

 

 

atto terzo - scena prima

 

Entrano Cleomene e Dione.

CLEOMENE
Il clima è temperato, l'aria dolcissima, l'isola fertile, il tempio assai più bello di quanto se ne dica.

DIONE
Io parlerò, poiché mi han molto colpito, degli abiti celestiali (penso sia questo il termine adatto) e l'aria venerabile dei preti che li indossano. E il sacrificio! Che cerimonia solenne e spirituale fu l'offerta!

CLEOMENE
Ma, soprattutto, l'esplosione e poi l'assordante voce dell'oracolo, sorella al tuono di Giove, mi colsero così di sorpresa, che rimasi annientato.

DIONE
Se l'esito del viaggio sarà favorevole alla regina, - voglia il cielo! - come per noi è stato raro, piacevole, veloce, avremo usato bene il nostro tempo.

CLEOMENE
Grande Apollo risolvi tutto per il meglio! Questi proclami che scaricano accuse sopra Ermione mi piacciono poco.

DIONE
La fretta e furia del procedimento o chiarirà o chiuderà l'affare: quando l'oracolo (così dal gran sacerdote di Apollo sigillato) svelerà il suo contenuto, qualcosa d'inatteso sorprenderà allora la nostra conoscenza. Andiamo; cavalli freschi! E propizio sia l'esito.

Escono.

 

 

 

atto terzo - scena seconda

 

LEONTE
Quest'assise (con nostra grande pena la dichiariamo aperta) è un colpo per il nostro cuore: l'imputata è figlia di re, nostra moglie, e da noi troppo amata. Lungi da noi l'accusa di tirannide, poiché così, apertamente, iniziamo un processo, che avrà il suo corso fino alla condanna od al proscioglimento. S'introduca l'accusata.

UFFICIALE
È desiderio di sua maestà che la regina compaia di persona davanti a questo tribunale. Silenzio!

Entra Ermione sotto scorta.

Paolina e dame seguono.

LEONTE
Si legga l'accusa.

UFFICIALE
Ermione, regina del nobile Leonte, re di Sicilia, tu sei qui accusata e imputata di alto tradimento per aver commesso adulterio con Polissene, re di Boemia, e aver cospirato con Camillo per togliere la vita al nostro sovrano signore, il re, tuo regale marito: il quale proposito essendo stato in parte rivelato dalle circostanze, tu, Ermione, in contrasto alla fedeltà e all'obbedienza di un leale suddito, li consigliasti e aiutasti, per la loro salvezza, a fuggire nottetempo.

ERMIONE
Poiché quel che ho da dire, non può che contraddire l'accusa, e la sola testimonianza a mio favore, è quella che viene da me stessa, non mi gioverà molto pronunciarmi "non colpevole": essendo la mia integrità accusata di falso, per tale, quando l'esprimerò, sarà accolta. Tuttavia, se i poteri celesti seguono le nostre azioni umane (e lo fanno), non dubito che l'innocenza farà arrossire la falsa accusa, e tremare la tirannia davanti alla pazienza. Voi, mio signore, sapete per primo (anche se ora sembra siate l'ultimo) che la mia vita passata è stata tanto continente, casta e fedele quanto adesso sono infelice; il che sorpassa ciò che una tragedia può illustrare, anche se ordita e recitata per incantare gli spettatori. Infatti guardate: io compagna di letto del re, colei che possiede la metà del trono, figlia di un grande re, e madre di un promettente principe, sto qui a cianciare e far discorsi per la vita e l'onore davanti a chiunque abbia voglia di ascoltare. La vita, io l'apprezzo, quanto rispetto il dolore (del quale farei a meno): l'onore, è l'eredità che lascio ai miei, e questo solo io difendo. Richiamo  alla vostra coscienza, sire, prima che Polissenevenisse a corte, quanto fossi nel vostro favore, e come questo favore meritassi; dopo la sua venuta, con quale staordinario contegno ho trasgredito per trovarmi ora qui? Se d'una iota oltre i limiti dell'onore, in atti o volontà ho mai inclinato, s'induriscano i cuori di chi m'ascolta, e i miei consanguinei maledicano la mia tomba!

LEONTE
Non ho mai sentito che alcuno di questi vizi sfrontati avesse meno impudenza per negare di aver commesso il fatto, di quanta ne avesse per farlo.

 

ERMIONE
Questo è vero, signore, però, è un commento che non mi riguarda.

LEONTE
Non volete ammetterlo.

ERMIONE
Più che responsabile di ciò che ora mi torna col nome di colpa, non posso riconoscermi. Quanto a Polissene, con il quale sono accusata, confesso che l'amavo come meritava il suo onore e con l'affetto che conviene a una del mio grado; quell'affetto, e non altro, che voi stesso ordinavate: non aver fatto così sarebbe stato in me, credo, insieme disobbedienza e ingratitudine verso voi, e verso il vostro amico, il cui affetto per voi s'era dichiarato liberamente fin da quando poté parlare, da bambino, tutto vostro. Per la congiura poi non saprei dire che sapore abbia, anche se mi fosse servita qui per assaggiarla: tutto quel che so è che Camillo era un uomo onesto; e perché abbia lasciato la corte, gli stessi dèi (se non ne sanno più di me) lo ignorano.

LEONTE
Sapevate della sua partenza, come sapete ciò che avete cominciato a fare in sua assenza.

ERMIONE
Signore, voi parlate una lingua che non capisco: la mia vita è alla mercé dei vostri sogni, ed io qui la depongo.

LEONTE
Le vostre azioni sono i miei sogni. Voi avete avuto un bastardo da Polissene, ed io l'ho soltanto sognato!

Ogni ritegno avete sorpassato (fanno così i criminali) e adesso passate sopra ogni verità, ma insistere a negarla non vale la fatica; perché come è stata esposta la tua marmocchia, com'era giusto, non essendoci padre a riconoscerla (il che, veramente, è più un misfatto tuo che suo), così tu assaggerai la nostra giustizia; nel cui aspetto più mite non aspettarti meno della morte.

ERMIONE
Signore, risparmiatevi le minacce: l'orco con cui vorreste spaventarmi, io lo cerco. La vita a me non serve più; il culmine e la felicità della mia vita, il vostro favore, io lo do per perso, perché lo sento andato, anche se non so come. La mia seconda gioia, e primo frutto del mio corpo, dalla sua presenza sono esclusa, come un'appestata. La mia terza consolazione (nata sotto nemica stella) è dal mio petto (l'innocente latte ancora nell'innocente bocca) strappata per essere uccisa; io stessa ad ogni porta son proclamata prostituta, e con odio oltraggioso mi si nega il privilegio delle puerpere, che appartiene a donne di ogni condizione; infine sono di furia portata fuori, in questo luogo, prima d'aver ripreso le minime forze. Ora, mio signore, ditemi, quali benedizioni ho io vivendo, perché debba temere di morire? Perciò proseguite. Ancora una cosa, però: non fraintendetemi: non per la vita, che stimo meno d'una pagliuzza, ma per l'onore, che vorrei intoccato: se sarò condannata su congetture, tutte le prove dormenti eccetto quelle che la vostra gelosia risveglia, allora vi dico questo è abuso, non legge.

Davanti a tutti voi, onorati signori, io mi appello all'oracolo: Apollo sia mio giudice!

UN NOBILE
Questa vostra richiesta è assolutamente giusta; si produca perciò in nome d'Apollo, il suo oracolo.


Escono alcuni ufficiali.

ERMIONE
Imperatore di Russia era mio padre: o, se fosse vivo, e qui a osservare le sofferenze di sua figlia! Se vedesse la pienezza della mia disperazione, ma con occhi di compassione, non di vendetta!

Entrano gli ufficiali, con Cleomene e Dione.

 

UFFICIALE
Voi qui giurerete su questa spada di giustizia, che voi, Cleomene e Dione, siete entrambi stati a Delfo, e da lì avete portato questo sigillato oracolo, a voi consegnato dalla mano del gran sacerdote d'Apollo; e che da allora non avete osato rompere il sacro sigillo né leggervi i segreti.

CLEOMENE. ADIONE
Tutto ciò noi giuriamo.

LEONTE
Rompete i sigilli e leggete.

UFFICIALE
Ermione è casta; Polissene senza colpa; Camillo un suddito leale; Leonte un tiranno geloso; l'innocente neonata onestamente concepita; il re vivrà senza erede se quello che è perduto non sarà ritrovato.

NOBILI
Sia benedetto il grande Apollo!

ERMIONE
Gloria a lui!

LEONTE
Hai letto il vero?

UFFICIALE
Sì, mio signore, esattamente come è scritto qui.

LEONTE
Non c'è assolutamente niente di vero nell'oracolo: il processo continui: questo è solo un imbroglio.

Entra un servitore.


SERVITORE
Il mio signor re, il re!

LEONTE
Che succede?

SERVITORE
O signore, sarò odiato per questa notizia! Il principe vostro figlio, per il pensiero e l'ansia per la sorte della regina, è andato.

LEONTE
Come! Andato?

SERVITORE
È morto.

LEONTE
Apollo è irato, e gli stessi cieli colpiscono la mia ingiustizia.

 

Ermione sviene.

 

Che c'è ora?

PAOLINA
Questa notizia è mortale alla regina: guardate qui e osservate quel che fa la morte.

LEONTE
Portatela via: ha solo il cuore oppresso: si riprenderà. Ho creduto troppo al mio sospetto: vi scongiuro, datele amorevolmente qualche rimedio che la riporti in vita.


Escono Paolina e dame, con Ermione.


Apollo, perdona la mia grande empietà contro il tuo oracolo! Mi riconcilierò con Polissene, riconquisterò la mia regina, richiamerò il buon Camillo, che proclamo un uomo di fedeltà e compassione: perché trascinato dalle mie gelosie a pensieri di sangue e di vendetta, scelsi Camillo come intermediario per avvelenare il mio amico Polissene: il che sarebbe successo se la saggia decisione di Camillo non avesse ritardato il mio avventato ordine; e sì che con la morte e la ricompensa io lo minacciai se non lo faceva, e lo spinsi a fare.

Egli (pieno d'umanità e d'onore) al mio regale ospite rivelò il mio piano, abbandonò qui le sue ricchezze (che eran, come sapevate, grandi) ed al sicuro rischio dell'incerta fortuna, consegnò se stesso, ricco soltanto del suo onore: come risplende in mezzo alla mia ruggine! E come la sua pietà fa più fosche le mie azioni!

 

Entra Paolina.

PAOLINA
Giorno funesto! Tagliate questi lacci sì che il cuore, spezzandoli, non scoppi!

UN NOBILE
Cosa vi succede nobile signora?

PAOLINA
Quali raffinati tormenti mi riservi, tiranno? Ruote? Cavalletti? Roghi? O scorticare? O bollire? In piombo fuso o nell'olio? Quale vecchia o nuova tortura m'aspetta, se ogni mia parola merita d'assaggiare il peggio di te? La tua tirannia, insieme ai tuoi gelosi furori (fantasie troppo scialbe per i ragazzini, troppo immature e inutili per ragazzine di nove anni), oh, considera quello che han fatto, e poi diventa matto per davvero: pazzo furioso! Perché tutte le tue passate stramberie eran solo antipasti. Che tu tradissi Polissene, era un nonnulla; che ti ha dimostrato, te stolto, un incostante e un ingrato d'inferno: e neppure era gran cosa che tu abbia voluto avvelenare l'onore del buon Camillo, facendogli uccidere un re; peccatucci, di fronte alle mostruosità in riserva: tra le quali l'abbandonare ai corvi una figlia neonata reputo poco o nulla; benché anche un diavolo avrebbe versato acqua dagli occhi di bragia, prima di farlo: né è direttamente a te imputabile la morte del giovane principe, i cui nobili pensieri (alti pensieri in uno così giovane) spezzarono il cuore che poté pensare che un volgare e sciocco re infangasse la sua nobile madre: di questo non sei, no, responsabile; ma l'ultima - O signori, quando ho finito, gridate "ahimè" - la regina, la regina, la più dolce, cara creatura è morta; e la vendetta per ciò deve ancora discendere.

UN NOBILE
Il cielo non voglia!

PAOLINA
Vi dico che è morta: lo giuro. Se parola o giuramento non bastano, andate a vedere: se saprete riportare colore, o luce al suo labbro, al suo occhio, tepore fuori o respiro dentro, io vi servirò come servirei gli dei. Ma, tu tiranno! Non pentirti per queste cose, perché sono troppo pesanti per esser rimosse dalle tue lamentazioni: per te c'è solo la disperazione. Avessi anche mille ginocchi e diecimila anni per digiunare, nudo su un monte desolato, in continuo inverno e tempesta perpetua, non riusciresti a muovere gli dei a guardare dalla tua parte.

LEONTE
Continua, continua: non potrai mai dirmene di troppo; ho meritato che ogni lingua mi dica il suo più amaro.

UN NOBILE
Smettete ora: comunque stiano le cose, avete torto a esprimervi con tanta veemenza.

PAOLINA
Mi dispiace: so riconoscere le mie colpe, quando le vedo. Ahimè! Ho dato troppo sfogo  alla mia impulsività di donna. È toccato nel profondo del suo nobile cuore. Per male passato  e senza rimedio, è inutile disperarsi. Non affliggetevi  per le mie invocazioni; vi prego, piuttostofatemi punire per avervi ricordato  quello che dovreste dimenticare. Ora, mio buon signore, sire, regale sire, perdonate una stupida donna: l'amore che portavo alla vostra regina, - ahi! - Sciocca, di nuovo! Non parlerò più di lei, né dei vostri figli; non vi ricorderò neppure il mio signore (che pure è perduto): siate paziente, e non dirò più nulla.

LEONTE
Tu hai parlato molto bene quando più hai detto la verità: che io ricevo molto meglio che esser compatito da te. Ti prego, accompagnami dai corpi senza vita della mia regina e del principe: avranno la stessa tomba: su essa sarà scolpita la causa della morte, a nostra eterna vergogna. Una volta al giorno visiterò la cappella dove giaceranno, e le lacrime là versate saranno il mio unico svago. Finché la natura consentirà questo esercizio, io faccio voto di praticarlo ogni giorno. Vieni, su, e conducimi a questi dolori.

 

Escono.

 

 

 

atto terzo - scena terza

 

Entra Antigono, con la bimba, e un Marinaio.

ANTIGONO
Tu sei sicuro, perciò, che la nostra nave ha toccato i deserti di Boemia?

MARINAIO
Sì, monsignore, e temo che siamo approdati in un momento infausto: il cielo ha l'aria cupa, e minaccia imminenti burrasche. In coscienza gli dei con la nostra missione son crucciati e ci guardano storto.

ANTIGONO
La loro santa volontà sia fatta! Va', torna a bordo, e bada alla tua barca: non ci metterò molto prima di raggiungerti anch'io.

MARINAIO
Fate al più presto, e non andate troppo all'interno: qui è già tempo di tuoni; inoltre questo posto è famoso per le bestie feroci che lo infestano.

ANTIGONO
Tu va' via: ti seguirò al più presto.

MARINAIO
Sono contento davvero di liberarmi così di quest'affare.

 

Esce.

ANTIGONO
Vieni, povera piccina: ho sentito, ma non vi ho creduto, che gli spiriti dei morti possono tornare a visitarci: se ciò è possibile, tua madre mi è apparsa ieri notte; perché mai sogno fu più simile alla veglia. Viene verso me una creatura, inclinando la testa ora da un lato, ora dall'altro; non vidi mai vaso di ugual dolore, così  traboccante, e così leggiadro: in pure, bianche vesti, come la stessa santità, s'avvicinò al cubicolo in cui giacevo: tre volte mi s'inchinò davanti,e, prendendo fiato per mettersi a parlare, gli occhi le diventarono due fontane; esaurito lo zampillo, tosto ruppe in queste parole: "Buon Antigono, poiché il destino, contro la tua migliore natura, ha scelto te per colui che abbandonerà la mia povera bambina, come hai giurato, ci sono in Boemia abbastanza luoghi remoti, là potrai piangere, e abbandonarla al pianto; e poiché la bimba è da considerare persa per sempre, Perdita, ti prego, chiamala. Per questa triste consegna, a te affidata dal mio signore, non rivedrai più tua moglie Paolina." Quindi, tra strida, svanì nell'aria. Spaventato assai, col tempo mi ripresi, e pensai che così era successo, e non in sogno. I sogni son vanità: ma per una volta, proprio, superstiziosamente, da questo sogno mi farò guidare. Io credo che Ermione ha patito la morte; e che Apollo desidera, questo essendo veramente il frutto di re Polissene, che sia messo qui, per la vita o per la morte, sulla terra del suo vero padre. Buona fortuna a te, germoglio! Ti lascio qui, e qui c'è la tua storia: e questi oggetti, che, la fortuna aiutando, potranno farti educare, carina, e restare tua dote. La tempesta incomincia: povera cosina, che per colpa di tua madre sei così esposta all'abbandono e a ciò che può seguire! Piangere non so, ma il cuore mi sanguina; e sono maledetto per il giuramento che a questo mi costringe. Addio! Il giorno si fa sempre più cupo: avrai un'assai rude ninna-nanna. Non vidi mai cielo più buio di giorno. Un rumore selvaggio! Ch'io raggiunga la nave! Ecco l'animale: Per me è la fine!

 

Esce, inseguito da un orso.
Entra un pastore.

PASTORE
Vorrei che non ci fosse l'età tra i dieci e i ventitré anni, o che la gioventù la passasse tutta a dormire; perché non c'è niente in mezzo se non mettere incinte le ragazze, far soprusi agli anziani, rubare e picchiarsi. Senti un po' qui, adesso! Chi altri se non questi cervelli in ebollizione di diciannove e ventidue andrebbe a caccia con questo tempo? Mi hanno fatto scappare due delle mie pecore più belle e ho paura che le troverà prima il lupo del padrone: e se mai le trovo da qualche parte, sarà vicino al mare che brucano l'edera. (Vedendo la neonata) Che la fortuna mi assista, se Dio vuole, e questo cos'è? Misericordia, un bambino! Un bel bambino anche! Maschietto o femminuccia, mi domando? Molto bellino, proprio bellino. Sicuramente, qualche scappatella: io non so leggere, però qui leggo scappatella di qualche dama di compagnia. Questo è un lavoro da sottoscala, o da cassapanca, o da dietro la porta: in ogni caso chi l'ha fatto stava più al caldo della povera cosina qui. La prendo per pietà: però aspetterò che arrivi mio figlio; ora ora mi ha dato la voce. Uh-uh-ah!

Entra il contadino.

CONTADINO
Ollah-lah-lah!

PASTORE
Ma come, eri già qui? Se vuoi veder qualcosa da raccontare anche quando sarai morto e marcio, vieni qui. Ma che cos'hai, figliolo?

CONTADINO
Ne ho già viste due di cose così, una per mare e una per terra! Ma non posso neanche dir mare, perché adesso è cielo: e tra di esso e il firmamento non c'infileresti nemmeno la punta d'uno spillo.

PASTORE
Perbacco, ragazzo, che è stato?

CONTADINO
Vorrei vedeste come infuria, si alza e s'abbatte sulla spiaggia! Ma c'è dell'altro. O, le urla strazianti di quei poveri diavoli! Ora li vedevo, ora non li vedevo più: ora la nave sbuzzava la luna coll'albero maestro, ed ora scompariva nel fermento e nella schiuma, come quando si conficca un sughero dentro una botte. Sull'altro fronte, poi, quello di terra, dovevate vedere come l'orso gli strappò via l'osso della spalla, come gridava aiuto verso di me e diceva che il suo nome era Antigono, nobiluomo. Ma per finire con la nave, il mare se l'ingoiò, ma prima i poveracci urlavano e il mare li sfotteva: e quel povero signore urlava, e l'orso lo sfotteva, e tutti e due ruggivano più forte del mare e della tempesta.

PASTORE
Misericordia, ragazzo, quando è successo?

CONTADINO
Ora, ora: non ho ancora battuto ciglio da quando ho visto questi due spettacoli: gli uomini non sono ancora freddi sotto l'acqua e l'orso si sarà pappato solo metà di quel signore: ci sta ancora lavorando.

PASTORE
Fossi stato lì vicino, per aiutare quel vecchio!

CONTADINO
Ed io vorrei che foste stato dov'era la nave, per aiutarla: lì la vostra carità non avrebbe avuto terra sotto i piedi.

PASTORE
Brutte cose! Brutte cose! Ma guarda un po' qui, ragazzo. Adesso fatti il segno della croce: tu trovi cose che muoiono ed io cose appena nate. Guarda che spettacolo; ma guarda, un panno da battesimo per un figlio di signori! E questo cos'è, prendilo, prendilo, ragazzo, aprilo. Allora, vediamo: mi è stato detto che le fate mi avrebbero fatto ricco. Questo sarà un bambino di fate; aprilo. Cosa c'è dentro, ragazzo?

CONTADINO
Siete un vecchio sistemato: se i vostri peccati di gioventù vi son perdonati, potete vivere felice. Oro! Tutto oro!

PASTORE
Questo è oro delle fate, ragazzo, e si farà vedere per quello che è; prendilo e acqua in bocca: a casa, a casa, subito. Siamo fortunati, ragazzo; e per restare così c'è solo da esser discreti. Lascia perdere le mie pecore: vieni, da bravo, subito a casa.

CONTADINO
Andate voi per la via più breve con quel che avete trovato. Io voglio vedere se l'orso ha finito con quel signore, e quanto se n'è mangiato; non sono mai feroci se non quando hanno fame; se ci sono dei resti, li seppellirò.

PASTORE
Questa è una buona azione. Se si può capire, da quello che n'è rimasto, chi era, portami a vederlo.

CONTADINO
Molto volentieri; così mi aiuterete a metterlo sotto terra.

PASTORE
È un giorno fortunato, ragazzo, e noi lo concluderemo con delle buone azioni.


Escono.

 

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Il racconto d'inverno

(“Winter's tale” - 1611)

 

 

atto quarto - scena prima

 

Entra il Tempo, a fare il Coro.

TEMPO
Io che ad alcuni piaccio, e tutti provo:

gioia e terrore insieme a buoni e cattivi, che faccio e svelo l'errore,
ora m'assumerò, a nome del Tempo,d'usare le mie ali.

A me, o al mio veloce passaggio, non fate colpa,

se sorvolo sedici anni, e non rivelo quanto s'è svolto in quest'ampio intervallo,

poiché è in mio potere sovvertire la legge,

e in un solo momento da me stesso deciso,
impiantare e sradicare usanze.

Ch'io sia come sono da sempre,

prima che fosse l'ordine più antico, o quello che ora regna.

Io son presente all'era che li instaurò;

e così pure alle più fresche cose ora imperanti,

e lo splendore di questo presente offuscherò,

come ora fosco appare il mio racconto.

La vostra pazienza permettendo, do un giro alla clessidra,

e alla mia scena un tempo come se in mezzo aveste dormito:

lasciando Leonte, così afflitto dai risultati di gelosie malate che si rinchiude al mondo,

immaginate, gentili spettatori,

ch'io sia adesso nella bella Boemia,

e ricordate come menzionai un figliolo del re,

che col nome di Florizel ora vi presento;

e subito passo a parlare di Perdita,

cresciuta in grazia adesso, come in ammiratori.

Quel che sarà di lei non voglio profetare;

la cronaca del Tempo sia nota quando accade.

La figlia di un pastore, e quel che la riguarda, con quel che segue poi,
è il mio argomento.

Se mai avete trascorso tempo peggior di questo, concedetelo;
se non è stato così, consentite che il Tempo stesso v'auguri di cuore di non averlo mai.

 

Esce.

 

 

 

atto quarto - scena seconda

 

Entrano Polissene e Camillo.

POLISSENE
Ti prego, buon Camillo, non insistere: negarti qualcosa mi fa male; ma concederti questo sarebbe la mia morte.

CAMILLO
Son quindici anni che non rivedo la mia patria, e anche se così a lungo ho respirato aria straniera, ora desidero deporre là le mie ossa. Inoltre, il re penitente, mio padrone, mi ha mandato a chiamare; e forse io (se non presumo troppo) potrei alleviare un po' i suoi dolori, e questo per me è un altro pungolo a partire.

POLISSENE
Per l'amore che hai per me, Camillo, non buttar via il resto dei tuoi servizi abbandonandomi ora: il bisogno che ho di te è stato creato dalle tue capacità e sarebbe meglio non averti avuto affatto, se ora mi lasci così. Tu hai avviato affari dei quali nessuno senza il tuo consiglio saprebbe occuparsi, devi perciò restare per concluderli, o portar via con te i servizi compiuti; che se io non ho ricompensato abbastanza (e non potrei mai farlo), farò ora il possibile per dimostrarti la mia gratitudine, e a mio vantaggio ci sarà l'accumulo del tuo devoto servizio. Di quella terra fatale, la Sicilia, ti prego, non parlarmi più. Al solo nominarla m'affligge il ricordo di mio fratello il re penitente (come l'hai chiamato) e riconciliato, e la perdita della sua incomparabile regina e dei figli, dolorosa oggi come allora. Dimmi, quando hai veduto il principe Florizel, mio figlio? Non sono meno infelici i regnanti che hanno figli scapestrati di quelli che li hanno persi dopo che han dato prova di buone qualità.

CAMILLO
Sire, non vedo il principe da tre giorni. Non mi è noto quali più allegre faccende lo tengano occupato, ma ho notato (dalle sue assenze) che s'è molto appartato dalla corte di recente, ed è meno assiduo ai suoi compiti principeschi di quanto dimostrava in precedenza.

POLISSENE
Me ne sono accorto anch'io, Camillo, e ne sono preoccupato; tanto che ho fatto sorvegliare le sue assenze, e son venuto a sapere che di rado s'allontana dalla casa di un umilissimo pastore; un uomo, si dice, che dal nulla assoluto, e oltre la comprensione dei suoi vicini, è arrivato a indescrivibile ricchezza.

CAMILLO
Ho sentito, sire, di quest'uomo, che ha una figlia della più rara bellezza, e la cui fama s'è estesa ben al di là di quanto si possa concepire per una che ha origine in una capanna.

POLISSENE
Così pure mi dicono i miei informatori: ma ho paura che sia questa l'esca che tira verso lì il nostro figliolo. Tu ci accompagnerai sul posto, dove (senza rivelare chi siamo) avremo un abboccamento col pastore, dalla cui semplicità non penso sia difficile scoprire la causa delle visite di mio figlio. Ti prego, accompagnami in quest'affare, e metti da parte i pensieri della Sicilia.

CAMILLO
Volentieri obbedisco ai vostri comandi.

POLISSENE
Ottimo Camillo! Dobbiamo travestirci.


Escono.

 

 

 

 

atto quarto - scena terza

 

Entra Autolico, cantando.

AUTOLICO
Quando la giunchiglia è in fiore,
ed esce la zingara al prato,
questo è il tempo più bello:
sangue rosso vince l'inverno.
Sulla siepe s'asciuga il bucato,
dolci cantano uccelli, olé!
e mi vien voglia di rubarla,
ché un quarto di birra è roba da re.

Canta l'allodola, tirra-lirra,
olé, olé, il tordo e la quaglia,
cantan l'estate alle pupe ed a me
che ruzzoliamo in mezzo alla paglia.


Son stato al servizio del principe Florizel, ed a suo tempo ho portato un bel velluto spesso, ma ora sono a spasso.

Ma devo forse piangere, mia cara?
Splende la luna bianca nella notte;
io me ne vado a zonzo qua e là,
ed è la miglior vita che mi va.

Se agli stagnini è lecito campare
portando borsa in pelle di maiale,
allora anch'io posso rendere conto
dichiarando il mestiere sulla gogna.


Io traffico in lenzuola; quando il nibbio fa il nido, attenti ai fazzoletti. Mio padre mi ha chiamato Autolico; che, essendo anche lui, come me, nato sotto Mercurio, era pure lui un arraffatore di cosette da poco. Con dadi e sottane mi son procurato questa bardatura, e il mio guadagno si basa su imbrogliucci fatti agli sciocchi. La strada maestra no; là comandano forca e bastone, ed io ho troppa paura di finire bastonato o impiccato: quanto all'altra vita, ci dormo su e non ci penso. Ma arriva un pollo, un pollo!

Entra il contadino.

CONTADINO
Vediamo un po': undici montoni fanno una balla di lana; una balla rende una sterlina e rotti scellini: mille e cinquecento tosature, quanta lana danno?

AUTOLICO (a parte)
Se il cappio tiene, il galletto è mio.

CONTADINO
Non so farlo senza le pallotte. Vediamo; cosa devo comprare per la nostra festa della tosatura? Tre libbre di zucchero, cinque libbre di sultanina, riso - che se ne farà mia sorella del riso? Ma mio padre l'ha nominata signora della festa e lei vuol far le cose per benino. Mi ha preparato ventiquattro mazzolini per i tosatori, tutti capaci di cantare a tre voci, ed anche molto bravi; ma quasi tutti tenori e bassi tranne un puritano in mezzo a loro, che canta i salmi con la cornamusa. Devo trovare lo zafferano per colorare le focacce di pera; la cannella; i datteri, no - non sono sulla lista; noci moscate: sette; una radice o due di zenzero, ma questo me lo faccio regalare; quattro libre di prugne, e altrettante di uva passa.

AUTOLICO
Non fossi mai nato! (Torcendosi al suolo)

CONTADINO
In nome di me stesso!

AUTOLICO
Oh, aiutatemi, aiutatemi! Strappatemi via questi stracci, e poi, la morte venga, la morte!

CONTADINO
Ohimè, pover'anima! Tu hai bisogno di più stracci addosso, non di toglierti codesti.

AUTOLICO
O signore, la loro schifezza m'offende di più delle botte che ho preso, che eran da orbi, e a milioni.

CONTADINO
Ahimè, pover'uomo! Un milione di botte son davvero tante.

AUTOLICO
Son derubato, signore, e malmenato; m'han preso soldi e vestiti, e rivestito di queste schifezze.

CONTADINO
E cos'era, cavallerizzo o pedestre?

AUTOLICO
Pedestre, dolce signore, pedestre.

CONTADINO
Eh, non poteva esser altro, visto i panni che ti ha lasciato: se codesta fosse giubba di cavallerizzo, ne avrebbe fatto di servizio duro. Dammi la mano che ti aiuto; su, dammi la mano.

AUTOLICO
O buon signore, piano; ahi!

CONTADINO
Ahimè, pover'anima!

AUTOLICO
O buon signore, piano, buon signore! Temo, signore, che mi s'è scavicchiata la scapola.

CONTADINO
Allora, non puoi star ritto?

AUTOLICO
Piano, buon signore

(Gli fruga nelle tasche); buon signore, piano. M'avete fatto un'azione caritatevole.

CONTADINO
Ti servon soldi? Posso dartene un po'.

AUTOLICO
No, buon signor mio dolce; no, vi scongiuro, signore: ho un parente a non più di tre quarti di miglio da qui; stavo appunto andando da lui: là avrò denaro e qualsiasi cosa di cui abbia bisogno: non offritemi denaro, vi prego; è una cosa che mi spezza il cuore.

CONTADINO
Che tipo era quello che vi ha derubato?

AUTOLICO
Un tipo, signore, che ho già visto andare in giro col gioco delle palle: so che una volta è stato al servizio del principe: non saprei dirvi, buon signore, per quale delle sue virtù, ma è certo che fu mandato via a frustate dalla corte.

CONTADINO
Quale dei suoi vizi, volevate dire; perché nessuna virtù vien cacciata a frustate dalla corte: anzi, fan di tutto per tenersela lì; eppure lei non ci resta mai tanto.

AUTOLICO
Vizi, appunto, volevo dire, signore. Conosco bene quest'uomo; dopo d'allora ha lavorato con le scimmie ammaestrate, poi ha fatto l'usciere di tribunale (il balivo), poi si comprò e portò in giro i burattini del Figliol Prodigo, quindi sposò la moglie di uno stagnino a meno d'un miglio da dove io ci ho casa e proprietà; e così, dopo d'esser svolazzato da un lavoro bricconesco all'altro, ora s'è specializzato in furfante e basta. Certuni lo chiamano Autolico.

CONTADINO
Peste lo colga! Un furfante, sicuro, un furfante: imperversa alle sagre, alle fiere e ai combattimenti degli orsi.

AUTOLICO
Verissimo, signore, è lui, signore, è lui: ecco il delinquente che mi ha messo in questo addobbo.

CONTADINO
Non c'è canaglia più vigliacca in tutta Boemia: bastava far l'occhio cattivo e sputargli addosso che sarebbe scappato.

AUTOLICO
Devo confessarvi, signore, che io non so fare a botte: non son proprio il tipo; e lui l'ha capito, ne son sicuro.

CONTADINO
Come vi sentite ora?

AUTOLICO
Signor mio dolce, molto meglio di prima: ora posso reggermi e camminare: perciò mi congedo da voi e piano piano m'incammino verso quel mio parente.

CONTADINO
Vuoi che ti accompagni?

AUTOLICO
No, signor faccia-buona; no dolce signore.

CONTADINO
E allora, buon viaggio: io devo andare a comprar spezie per la nostra festa della tosatura.

 

Esce.

AUTOLICO
State bene, dolce signore! Alla vostra borsa manca ora il pepe per comprare le spezie. Verrò anche alla vostra tosatura: se lì non faccio doppietta, e i tosatori non diventano pecore nude, togliete il mio nome dall'albo e mettetelo sul libro delle persone perbene!

Canzone.

Trotta trotta sul sentiero,
forza bello, salta, hop-là;
cuor contento va lontano,
cuore triste resta qua.

 

Esce.

 

 

 

atto quarto - scena quarta

 

Entrano Florizel e Perdita seguiti, a poca distanza, da Pastore, Contadino;

Entrano Polissene e Camillo, travestiti; Mopsa, Dorca, servitori, pastori e pastorelle.

FLORIZEL
Questo insolito costume, ogni vostra parte mette in risalto: non pastora, ma Flora che spunta sulla fronte di aprile. Questa vostra tosatura è come un raduno di semidei, e voi la sua regina.

PERDITA
Messere, mio grazioso signore, non spetta a me sgridarvi per le vostre stravaganze. O, perdonate che ve le nomino! La vostra alta persona, modello d'eleganza nel paese, avete nascosto in un costume di pastore, e me, povera, umile ragazza, addobbato come una dea: per fortuna alle nostre feste la pazzia si serve ad ogni portata, e i convitati son usi a digerirla, sennò arrossirei a vedervi così vestito; e potrei svenire, penso, se mi vedessi in uno specchio.

FLORIZEL
Benedico l'ora che il mio buon falcone volò sopra il campo di tuo padre.

PERDITA
Giove ve ne dia ragione!
A me la differenza fa paura (la vostra nobiltà non è abituata a temere): anche ora io tremo a pensare che vostro padre potrebbe, per un caso, passare di qui, come successe a voi: o fati! Come s'aggrotterebbe nel vedere l'opera sua, così alta, messa in così vile copertina! Che direbbe? Ed io, come potrei, in queste vesti posticce, sostenere la sua severa presenza?

FLORIZEL
Prova soltanto allegria. Gli stessi dèi, umiliando all'amore la loro divinità, assunsero forme di animali: Giove si fece toro, e muggì; il verde Nettuno caprone, e belò; e il dio rivestito di fuoco, l'aureo Apollo, povero umile pastore, come io appaio adesso. Le loro metamorfosi mai avvennero per una bellezza più rara, o in modo così casto, poiché il mio desiderio non corre avanti al mio onore, né la mia passione brucia più forte della mia fedeltà.

PERDITA
O, ma signore, il vostro proposito non potrà durare quando sarà, come sarà per forza, avversato dalla potenza del re: allora solo una di due necessità potrà parlare, che voi cambiate idea o io la vita.

FLORIZEL
Tu, Perdita carissima, con questi strani pensieri, ti prego, non sciupare l'allegria della festa. O sarò tuo, mia cara, o non di mio padre. Perché non posso esser di me stesso, né niente per nessuno, se non son tuo. A questo resterò costante anche se il destino dica di no. Allegra, mia cara, soffocate questi pensieri con qualsiasi cosa che vediate adesso. Ecco i vostri ospiti: siate gaia in volto, come fosse il giorno di celebrare le nozze che noi due ci siamo giurati.

PERDITA
O dea Fortuna, siateci propizia!

Il Pastore, il Contadino, Mopsa, Dorca, e altri si fanno avanti, insieme a Polissene e Camillo travestiti.

FLORIZEL
Vedete, i vostri ospiti s'avvicinano; preparatevi a intrattenerli allegramente, e facciamoci rossi di gioia.

PASTORE
Vergogna, figlia! Quando la mia vecchia era viva, in questo giorno era tutto, vivandiera, cantiniera, cuoca, signora e cameriera; accoglieva tutti, serviva tutti; faceva la sua cantatina e il suo balletto; ora stava qui a capotavola, ora nel mezzo; alle spalle di uno e poi di un altro; la faccia in fiamme per il gran daffare, e quello che prendeva per rinfrescarsi lo beveva alla salute di ciascuno. Tu te ne stai là come se fossi una festeggiata e non la padrona di casa; prego, dai a questi amici sconosciuti il benvenuto, è così che ci si conosce meglio e si diventa migliori amici. Su, basta coi rossori, e presentati per quella che sei, la padrona della festa. Avanti, da' il benvenuto ai tuoi tosatori, che il tuo buon gregge prosperi.

PERDITA (a Polissene)
Signore, benvenuto: mio padre vuole che io m'assuma l'ospitalità del giorno. (A Camillo) Siate il benvenuto, signore. Dammi quei fiori laggiù, Dorca. Venerandi signori, a voi il rosmarino e la ruta; questi conservano freschezza e profumo per tutto l'inverno: grazia e ricordo portino a voi due, benvenuti alla nostra tosatura!

POLISSENE
Pastora - bella pastora - la canizie nostra bene s'adatta ai vostri fiori d'inverno.

PERDITA
Signore, quando l'anno declina, e non è morta ancora l'estate, né è nato il tremolante inverno, i fiori più belli della stagione sono i garofani e le violaciocche screziate, che alcuni chiamano bastarde di natura: ma questo genere non cresce nel nostro rustico giardino, né io mi curo di cercarne i virgulti.

POLISSENE
Perché mai, gentile fanciulla, li trascurate?

PERDITA
Perché ho sentito dire che, nella loro screziatura, c'è un'arte che rivaleggia con la grande natura creatrice.

POLISSENE
E sia; ma non c'è mezzo per migliorare la natura che da natura non venga: così, sopra quell'arte che, come voi dite, aggiunge qualcosa alla natura, c'è un'arte che la natura fa. Vedete, dolce fanciulla, noi sposiamo un nobile virgultoal più rozzo tronco, e facciamo concepire una vile corteccia accoppiandola a un seme più nobile. Questa è un'arte che corregge la natura - anzi la cambia - ma quell'arte stessa è natura.

PERDITA
È così.

POLISSENE
E allora riempite il vostro giardino di fiori screziati e non chiamateli bastardi.

PERDITA
Non pianterò in terra il piuolo per fissarvi uno di questi innesti; non più di quanto, s'io fossi dipinta, vorrei che questo giovane mi trovasse bella e solo per questo desiderasse aver figlioli da me. Ecco fiori per voi: lavanda fragrante, menta, santoreggia, maggiorana, il fiorrancio, che va a letto col sole e con lui s'alza, piangendo: questi son fiori di mezza estate, e io penso che si diano a uomini di mezza età. Benvenuti.


Dà loro i fiori.

CAMILLO
Se fossi del vostro gregge, smetterei di brucare, e vivrei solo ammirando.

PERDITA
Non sia mai!
Sareste così magro che le raffiche di gennaio vi soffierebbero attraverso. (A Florizel) Ora mio bellissimo amico, vorrei avere fiori di primavera, adatti alla vostra stagione; (A Mopsa e alle altre ragazze) e alla vostra, e alle vostre, che ancora portate sugli intatti rami il bocciolo della verginità. O Proserpina, avessi adesso i fiori che, spaventata, lasciasti cadere dal carro di Plutone! Narcisi che arrivano prima che la rondine s'azzardi, e innamorano i venti di marzo di loro bellezza; umili violette, ma più soavi delle palpebre di Giunone e del fiato di Venere; primule pallide che muoiono non maritate, prima di vedere lo splendido Febo nel suo vigore (una malattia molto comune tra le fanciulle); le ardite primule gialle e l'imperiale corona; gigli di tutti i tipi, tra i quali il fiordaliso. Questi io non ho, per farvene ghirlande; e il dolce amico mio, coprire da capo ai piedi!

FLORIZEL
E che, come un morto?

PERDITA
No, come un prato, perché l'amore vi si stenda e giochi: non come un morto; o anche, coperto di fiori, ma non per seppellirvi, ma vivo, e nelle mie braccia. Venite, prendete i vostri fiori: mi sembra di recitare come li ho visti fare nelle pastorali a Pentecoste: certo questo mio abito mi cambia carattere.

FLORIZEL
Quel che fate non fa che migliorare quel che avete fatto. Quando parlate, cara, vorrei che lo faceste sempre: quando cantate, vorrei che cantaste mentre vendete e comprate, mentre fate l'elemosina, nel pregare, e nelle vostre faccende, sempre cantando: quando ballate, vorrei che foste un'onda del mare, e non faceste altro, ma sempre foste in moto, sempre così, senz'altra funzione. Ogni vostra azione, in ogni particolare così perfetta, corona ciò che fate in quel momento, sì che regale è ogni vostro atto.

 

PERDITA
O Doricle, le vostre lodi passan la misura: se la vostra giovinezza, e il sangue sincero che in essa traspira, non rivelassero in voi un pastore senza macchia, io potrei con ragione temere, Doricle mio, che voi mi corteggiate a un fine disonesto.

FLORIZEL
Penso che abbiate così poca ragione di temere come io ho intenzione di darvene motivo. Ma venite; è la nostra danza, prego, la vostra mano, Perdita: così s'appaiano le tortore che non si vogliono più separare.

PERDITA
Lo potrei giurare.

POLISSENE
Questa è la contadinella più carina che mai abbia corso sulle zolle erbose: la sua figura, i gesti, tutto ha un qualcosa di superiore a lei stessa, troppo nobile per quest'ambiente.

CAMILLO
Lui le dice qualcosa che fa fare capolino al suo sangue: in verità, questa è la regina della panna e delle ricotte.

CONTADINO
Avanti, musica!

DORCA
Mopsa dev'essere la vostra innamorata: caspita! Ci vuole un po' d'aglio per profumare i suoi baci!

MOPSA
Ma senti questa!

CONTADINO
Zitte ora, basta; non siamo dei bifolchi. Avanti, suonate!

Musica.

Segue una danza di pastori e pastore.

POLISSENE
Vi prego, buon pastore, chi è il bel giovanotto che danza con vostra figlia?

PASTORE
Lo chiamano Doricle, e si vanta d'avere un bel pascolo: è da lui stesso che lo so e ci credo; ha una faccia sincera. Dice d'amare mia figlia: e anch'io lo credo; perché mai tanto fissò la luna l'acqua come lui se ne sta a leggere, diciamo, negli occhi di mia figlia; e, a parlar chiaro, penso che non ci corra un mezzo bacio tra i due, a chi ama l'altro di più.

POLISSENE
È brava a ballare.

PASTORE
È così in tutto: non dovrei dirlo io, che dovrei star zitto. Se il giovane Doricle si decide per lei, ella gli porterà ciò che lui neanche si sogna.

Entra un servitore.

SERVITORE
Padrone! Se solo sentiste il venditore ambulante qui fuori, vi passerebbe la voglia di ballare ancora a tamburino e piffero; e neppure la cornamusa vi potrebbe smuovere: quello canta tante canzoni diverse più svelto di quanto voi contate le monete; le tira fuori come se avesse mangiato ballate e nessuno riusciva a smettere d'ascoltarlo.

CONTADINO
Non poteva arrivare più a proposito: che entri. Io per le ballate vado matto, soprattutto se son storie tristi cantate allegramente, o roba molto allegra in tono lamentoso.

SERVITORE
Ha canzoni per uomo e per donna, di ogni tipo: neppure un merciaio ha guanti che calzano così bene i suoi clienti: per le ragazze ha bellissime canzoni d'amore, e senza porcate (il che è strano); con ritornelli così delicati di trallallallero, trallallallà, cioncala qui e zompala là; e quando qualche sporcaccione sta, diciamo, per vederci la malizia e vuole cacciarvi una battuta oscena, ecco che lui fa rispondere la ragazza "Oplà, buon uomo, non mi toccare"; ci resta male, preso per scemo con "Oplà, buon uomo, non mi toccare."

POLISSENE
Un gran bel tipo.

CONTADINO
Credimi, parli di uno davvero ingegnoso. E dimmi, ha merce di buona qualità?

SERVITORE
Ha nastri di tutti i colori dell'arcobaleno; più ricami a più punti di quanti ne possano tirar fuori gli avvocatoni di tutta Boemia, anche se comprassero da lui all'ingrosso; fettucce, svolazzine, cambrì, lini di Reims: e poi ci canta sopra come se fossero dèi o dee; quasi vi convince che una camicia è un'angioletta, tanto ne decanta il polsino e il ricamo dello sparato.

CONTADINO
Ti prego, portalo dentro; e fa che arrivi cantando.

PERDITA
Avvertilo di non usare sconcezze nelle sue canzoni.


Esce il servitore.

CONTADINO
Ci son di questi girovaghi, sorella, che hanno in loro più di quanto si penserebbe.

PERDITA
Sì, fratello caro, o più di quanto si può aver voglia di pensare.

Entra Autolico, cantando.

AUTOLICO
Neve fresca è questo lino,
tela cipriota di nero corvino,
guanti che sanno di rose damaschine,
per nasi e facce, ecco mascherine:
ambra da collana, perline da bracciale,
profumi per la camera nuziale:
belle pettorine e cuffiette dorate
donate giovanotti alle vostre fidanzate:
spille, spillette, fermagli e spilloni
servono alle donne, dalla testa ai talloni:
Venite a comprare! Venite a comprare!
Orsù giovanotti, non fatele frignare!

Forza ragazzi, comprate!

CONTADINO
Se non fossi innamorato di Mopsa, non l'avresti un soldo da me; ma impacchettato come sono bisognerà anche impacchettare un po' di nastri e guanti.

MOPSA
La promessa era per prima della festa, ma non è troppo tardi neppure ora.

DORCA
Ti ha promesso ben di più, se non ci son bugiardi in giro.

MOPSA
A te ha dato tutto quel che ha promesso: forse anche di più, che ora ti farà vergogna ridarglielo indietro.

CONTADINO
Ma dove son finite le buone maniere delle ragazze? Sta a vedere che ora metteranno in mostra le parti di sotto al posto delle facce. Non vi basta l'ora della mungitura, o quella di andare a letto, o quando state davanti al fuoco per borbottarvi questi segreti, che ora dovete spiattellarli qui davanti a tutti i nostri invitati? Meno male che bisbigliano tra di loro: chiudete il becco, ora, e non più una parola.

MOPSA
Io ho finito. Allora, mi hai promesso uno scialle a colori e un paio di guanti profumati.

CONTADINO
Non ti ho detto che son stato truffato per strada e mi han rubato tutti i soldi?

AUTOLICO
E veramente, signore, ci son truffatori in giro, per cui conviene fare attenzione.

CONTADINO
Non aver paura, brav'uomo, qui non ti mancherà niente.

AUTOLICO
Lo spero bene, signore, perché ho con me molti oggetti di valore.

CONTADINO
Cos'hai qui, ballate?

MOPSA
Ti prego comprane qualcuna: a me piace un mondo una ballata stampata, perché così uno è sicuro che è vera.

AUTOLICO
Eccone una, con melodia dolente, su come la moglie di un usuraio partorì venti borse di denaro in una volta, e come ebbe voglia di mangiare teste di vipera e rospi alla griglia.

MOPSA
Pensate che è vero?

AUTOLICO
Verissimo, ed è successo solo il mese scorso.

DORCA
Dio mi salvi dallo sposare un usuraio.

AUTOLICO
C'è pure il nome della levatrice, una certa signora Casciabal, e cinque o sei oneste comari ch'eran presenti al fatto. Perché dovrei portare in giro fatti non veri?

MOPSA
Allora su, comprala.

CONTADINO
Per ora mettetela da parte; fateci prima vedere altre ballate: poi compreremo altre cose.

AUTOLICO
Ecco un'altra ballata di un pesce che apparve sulla costa il mercoledì ottanta d'aprile, a quarantamila braccia sopra il mare, e che cantò questa ballata contro il cuor duro delle ragazze: si pensò che fosse una donna, e che fu mutata in freddo pesce perché rifiutava i rapporti carnali a uno che l'amava. La ballata è molto triste, e altrettanto vera.

DORCA
Pensate che anche questa è vera?

AUTOLICO
C'è l'autenticazione con la firma di cinque giudici, e più testimoni che potrebbe contenere il mio sacco.

CONTADINO
Mettete anche questa da parte: un'altra.

AUTOLICO
Questa è una ballata allegra, ma assai graziosa.

MOPSA
Sì, vediamone qualcuna allegra.

AUTOLICO
Allora, eccone una allegrissima che si accompagna col motivo "A un uomo due ragazze facevano la corte"; a ponente ormai quasi tutte le ragazze la sanno cantare; vi assicuro che incontra moltissimo.

MOPSA
Noi due la sappiamo: se tu vuoi fare una parte, la sentirai visto che è fatta per tre voci.

DORCA
Abbiamo imparato la musica un mese fa.

AUTOLICO
La mia parte la so fare, sapete, è il mio mestiere: forza, allora, assieme:

Canzone.

AUTOLICO
Fatevi da parte, ch'io debbo andare, dove è bene che non sappiate.

DORCA
Dove?

MOPSA
O dove?

DORCA
Dove?

MOPSA
La promessa mi facesti del tuo cuore rivelar...

DORCA
A me anche: fammi andar.

MOPSA
Al granaio od al mulino andrai.

DORCA
Se in entrambi, saran guai.

AUTOLICO
Non nell'altro e non nell'uno.

DORCA
Come, nessuno?

AUTOLICO
No, nessuno.

DORCA
Mi giurasti d'esser mio.

MOPSA
Lo giurasti a me di più: ed allora dove andrai? dimmi, dove?

CONTADINO
Canteremo questa canzone tra di noi più tardi: mio padre e quei signori sono immersi in discorsi seri e non è il caso di disturbarli. Prendete il vostro sacco e venitemi appresso. Ragazze, comprerò roba per tutte e due. Merciaio, vogliamo la qualità migliore. Seguitemi, ragazze.

 

Esce con Dorca e Mopsa.

AUTOLICO
E avrete anche il miglior prezzo.

Canzone.
Vuoi comprare un bel nastrino,
o un merletto al mantellino,
tesoruccio mio carino, bella?
Della seta, un fil dorato,
per il capo un bigiottino,
del più nuovo, del più fino, il più bello del mercato?
Vieni al sacco del mercante,
con i soldi mediatori,
ogni merce n'esce fuori.

 

Esce.
Entra il servitore.

SERVITORE
Padrone, c'è tre carrettieri, tre pastori, tre vaccari, tre porcari, che son tutti diventati uomini pelosi e si fan chiamare "sàltiri" e fanno una danza che le ragazze dicono che è solo un'accozzaglia di gambate perché loro non ci sono dentro, ma le stesse son d'accordo che (se non è troppo forte per gente che sa appena giocare a bocce) piacerà moltissimo.

PASTORE
No, niente da fare: per oggi basta buffonate campagnole. Lo so, signore, che il nostro trattenimento è stancante per voi.

POLISSENE
Ma voi stancate quelli che ci divertono: prego, fateci vedere questi quattro trii di bovari.

SERVITORE
Un trio di cotali, secondo quanto dicono gli stessi, signore, ha danzato davanti al re; e anche il meno abile dei tre salta almeno dodici piedi e mezzo, misurati col righello del falegname.

PASTORE
E non far tante storie: visto che queste brave persone son contente, falli entrare; muoviamoci, però.

SERVITORE
Diavolo, son qui alla porta, signore.

Segue una danza di dodici satiri.

POLISSENE
Vecchio mio, presto ne saprete di più. (A Camillo) Non è andata troppo avanti? È ora di separarli. È un ingenuo e parla troppo. (A Florizel) Allora, bel pastore! Il vostro cuore è pieno di qualcosa che vi distoglie dalla festa. In verità, quand'ero giovane e facevo all'amore, come voi adesso, solevo ricoprire di gingilli la mia bella: io avrei saccheggiato il tesoro di seta del mercante, e l'avrei rovesciato su di lei perché scegliesse; voi l'avete lasciato andare senza comprare nulla. Se la vostra ragazza interpretasse male e chiamasse ciò freddezza in amore o tirchieria, non sarebbe facile replicare, almeno se v'importa di tenervela cara.

FLORIZEL
Canuto signore, io so ch'ella non tiene a queste cianfrusaglie: i doni che s'aspetta da me sono raccolti e chiusi nel mio cuore, che già le ho dato, anche se non consegnato. Sentimi mentre ti dedico la vita davanti a questo venerando signore, che, si direbbe, ha amato un tempo. Io prendo la tua mano, mano soffice come piume di colomba, e come questa bianca, o come dente d'etiope, o come neve sparsa nell'aria e due volte vagliata dai soffi di borea.

POLISSENE
E cosa ne segue? Guarda con quale grazia il bel pastore sembra lavare la mano che già candida era prima! Vi ho interrotto: ma torniamo alle vostre declamazioni: ch'io senta bene quello che dichiarate.

FLORIZEL
Fatelo, e siatemi testimone.

POLISSENE
Anche il signore qui accanto a me?

FLORIZEL
E lui e altri ancora, l'umanità, la terra, i cieli, il tutto; che se io fossi incoronato il più imperiale monarca, e di tal dignità il più degno, s'io fossi il più bel giovane che mai facesse girar lo sguardo, avessi forza e prudenza più che mai ebbe uomo, non me ne importerebbe senza il suo amore; per lei, userei tutto questo al suo servizio tutto destinerei, o dannerei alla malora.

POLISSENE
Una bella dichiarazione.

CAMILLO
Dimostra un solido affetto.

PASTORE
Ma voi figlia mia, a lui dite lo stesso?

PERDITA
Io non so parlare così bene, niente affatto così bene; no, né pensar meglio: ma sullo stampo dei miei pensieri, ritaglio la purezza dei suoi.

PASTORE
Datevi la mano - è cosa fatta! E voi, amici sconosciuti, ne sarete testimoni. Io gli do mia figlia e le farò una dote uguale alla sua.

FLORIZEL
O, quella ha da essere nella virtù di vostra figlia: alla morte di qualcuno io avrò più di quanto al momento potete immaginare; tanto allora, da destare la vostra meraviglia. Su dunque, uniteci davanti a questi testimoni.

PASTORE
Datemi la mano; e voi, figlia, la vostra.

POLISSENE
Piano, pastore, un istante, vi prego; avete un padre?

FLORIZEL
Sì, e con ciò?

POLISSENE
Sa lui di questo?

FLORIZEL
Non lo sa, né dovrà saperlo.

POLISSENE
Mi sembra che un padre è agli sponsali del figlio il convitato più adatto a sedere a tavola. Un'altra cosa, prego: è vostro padre diventato incapace di ragionare, istupidito dall'età o dai flussi catarrali? Può parlare? Udire?
Riconoscere una persona dall'altra? Occuparsi dei propri beni? O è costretto a letto, capace soltanto di rifare quello che faceva da bambino?

FLORIZEL
No, buon signore; È in buona salute, anzi più vigoroso invero dei più della sua età.

POLISSENE
Per la mia bianca barba, voi gli fate, se è così, un torto ben poco filiale: è giusto che un figlio scelga da sé la moglie, ma è giusto anche che il padre (la cui gioia è tutta in una bella discendenza) abbia un certo suo peso in quest'affare.

FLORIZEL
Concedo tutto questo; ma per altre ragioni, mio grave signore, che non è opportuno rivelarvi, io non informo mio padre della faccenda.

POLISSENE
Fate che lo s'informi.

FLORIZEL
Non lo sarà.

POLISSENE
Ti prego, fallo.

FLORIZEL
No, non deve.

PASTORE
Fallo figliolo: non avrà da lamentarsi al conoscere la tua scelta.

FLORIZEL
Andiamo, andiamo, non deve. Pensate al nostro contratto.

POLISSENE
Pensate al vostro divorzio, giovane signore, (Scoprendosi) che non m'azzardo a chiamare figlio; sei troppo infame perch'io ti riconosca: tu l'erede di uno scettro, che sospiri per il bastone contorto del pecoraio! E tu, vecchio traditore,mi spiace che impiccandoti t'accorcio la vita solo di una settimana. E tu poi, fresco esemplare di consumata stregoneria, che per forza dovevi conoscere il regale idiota con cui hai a che fare, ...

PASTORE
Oh, il mio cuore!

POLISSENE
Farò scorticare sui rovi la tua bellezza e ti farò più scadente del tuo stato. Quanto a te, giovane stupido, se mai vengo a sapere che solo anche sospiri perché non rivedrai più questa cosuccia (poiché voglio che mai la riveda), noi ti escluderemo dalla successione; non ti considereremo del nostro sangue, no, neppure un parente più lontano di Deucalione: ricorda le mie parole! Seguici a corte. Tu zoticone, per questa volta, anche se hai meritato il nostro sdegno, t'affranchiamo dal suo castigo mortale. E tu, incantatrice, - ben degna di un pecoraio - ma sì, anche di lui, se la cosa non toccasse il nostro onore, che s'abbassa fino ad essere indegno di te. Se mai d'ora in poi gli aprirai questi rurali chiavistelli o mai gli stringerai il corpo nei tuoi abbracci, io ti preparerò una morte crudele almeno quanto tu sei tenera per essa.

 

Esce.

PERDITA
Anche se perduta, non ho avuto molta paura, anzi una o due volte stavo quasi per parlare, e dirgli francamente, che lo stesso sole che illumina la sua cortenon storce il viso dalla nostra capanna, ma a tutti splende uguale. Volete, prego, andarvene, signore? Vi avevo detto come sarebbe finita: vi prego, occupatevi del vostro stato: questo mio sogno... ora che sono sveglia, non sarò più regina un solo istante, ma mungerò le mie pecore e piangerò.

CAMILLO
Allora, padre! Di' qualcosa prima di morire.

PASTORE
Non posso parlare, né pensare, né oso sapere quel che so. O, signore! Avete distrutto un uomo di ottantatré anni, che pensava di scendere in pace nella tomba; sì, di morire nel letto in cui morì mio padre, e giacere vicino alle sue oneste ossa: ma ora un boia mi metterà il sudario e deporrà in terra sconsacrata. O disgraziata, tu sapevi che questo era il principe, ma t'arrischiasti con lui a scambiar promessa! Rovinato sono! Rovinato! Se di morire adesso mi è concesso, sarò vissuto quanto ho desiderato.

 

Esce.

FLORIZEL
Perché mi guardate così? sono afflitto, ma non spaventato; ostacolato, ma in niente mutato: quello che ero, sono; anzi più desideroso per l'esser trattenuto; e deciso a non obbedire controvoglia al mio guinzaglio.

 

CAMILLO
Mio grazioso signore, voi conoscete il temperamento di vostro padre: adesso non vuol sentir discorsi (né credo che voi abbiate intenzione di fargliene) e temo sia anche difficile che sopporterà di vedervi per il momento: perciò, finché la furia di sua maestà non s'è calmata, non comparitegli dinnanzi.

FLORIZEL
Non ne ho intenzione. Camillo, suppongo?

CAMILLO
Proprio lui, mio signore.

PERDITA
Quante volte vi ho detto che sarebbe andata così! Quante volte ho detto che la mia dignità sarebbe durata solo finché non scoperta!

FLORIZEL
Essa non può fallire, se non per violazione della mia promessa; e allora che la natura schiacci i fianchi della terra, e imputridisca i germi che contiene! Alza gli occhi: dalla successione cancellami, padre; io sono l'erede del mio amore.

CAMILLO
Siate ragionevole.

FLORIZEL
Lo sono, seguendo il mio vero amore. Se la ragione a lui sarà obbediente, io sarò razionale; se no, i miei sensi preferiranno la pazzia, e a lei daranno il benvenuto.

CAMILLO
Questo è disperato, signore.

FLORIZEL
Chiamatelo così: ma soddisfa il mio voto; perciò io debbo trovarlo giusto. Camillo, non per la Boemia, né per la pompa che a me ne verrebbe: per tutto ciò che vede il sole, o la terra racchiude nel suo grembo, o il profondo mare cela in abissi inscandagliabili, non romperei la mia promessa a questo bell'amor mio. Perciò, vi prego, voi che siete l'amico più ascoltato di mio padre, quando non mi troverà - poiché, invero non intendo mai più rivederlo, - buttate i vostri buoni consigli sulla sua rabbia: per l'avvenire, lasciate che me la veda io con il destino. Questo vi è dato sapere e riferire, io prendo il mare con lei che su questa sponda mi è negata; e assai opportuna al nostro bisogno, ho giusto una nave ormeggiata qui vicino, anche se non preparata a questo scopo. La rotta che intendo seguire non servirà a voi conoscerla, né a me farla sapere.

CAMILLO
O mio signore, vorrei il vostro animo più aperto ai consigli, o più indurito alle avversità.

FLORIZEL
Ascolta, Perdita. (Conducendola da parte)
(A Camillo) Vi ascolterò tra un momento.

CAMILLO
È irremovibile. Deciso alla fuga. Come sarei felice ora se potessi volger la sua partenza al mio disegno, salvarlo dal pericolo, servirlo con amore e con onore, e a me procurare di nuovo la vista della cara Sicilia e di quel re infelice, mio padrone, che ho tanta sete di rivedere.

FLORIZEL
Eccomi a voi, buon Camillo; sono così carico di affari preoccupanti che trascuro le buone maniere.

CAMILLO
Signore, penso abbiate inteso dei miei poveri servizi, nell'affetto che porto a vostro padre?

FLORIZEL
Molti meriti vi siete nobilmente guadagnati: parlare delle vostre azioni è la musica di mio padre, né è piccola la sua preoccupazione che esse siano ricompensate come sono apprezzate.

CAMILLO
Ebbene, mio signore, se vi compiacete di pensare che io amo il re, e per lui chi gli è più vicino, cioè la vostra graziosa persona, adottate il mio piano, se il vostro ben ponderato ed approvato progetto può essere alterato. Sul mio onore, v'indicherò dove sarete ricevuto secondo il merito di vostra altezza; e dove potrete godere della vostra signora; dalla quale, vedo, non è possibile separarvi, se non a costo - non voglia il cielo! - della vostra rovina. Sposatela, e in vostra assenza io farò ogni sforzo per cercar di placare vostro padre infuriato ed indurlo al consenso.

FLORIZEL
Come, Camillo, può questo quasi-miracolo esser fatto? Ti chiamerei qualcosa più che un uomo e poi m'affiderei tutto a te.

CAMILLO
Avete pensato a un luogo dove andare?

FLORIZEL
Non ancora: ma poiché un accidente inatteso è la causa del nostro agire avventato, così ci dichiariamo schiavi della fortuna e mosche ad ogni vento che soffia.

CAMILLO
E allora, ascoltatemi: questo vale, sempre che non vogliate cambiare d'avviso, ma insistete nella fuga; drizzate per la Sicilia, e là presentatevi, voi e la vostra bella principessa (poiché vedo che tale ha da essere) davanti a Leonte: ella sarà vestita come conviene a chi divide il vostro letto. Già mi par di vedere Leonte che vi apre le braccia ospitali e piangendo vi dà il benvenuto; e dice "Perdono, figlio!" come si trovasse innanzi a vostro padre; e bacia le mani della vostra giovane principessa; e più volte ricorda la sua crudeltà passata e la sua bontà presente; la prima conseguendo all'inferno, all'altra augurando di crescere più rapida del pensiero o del tempo.

FLORIZEL
Degno Camillo, quale motivo per la mia visita dovrò darmi davanti a lui?

CAMILLO
Inviato dal re vostro padre per salutarlo e offrirgli conforto. Signore, il modo di comportarvi verso di lui, insieme a ciò che (come venisse da vostro padre) dovrete dirgli, cose note solo a noi tre, ve lo metterò per iscritto: col che avrete indicazioni per ogni incontro sul quel che dovete dire; così ch'egli sia sicuro che voi avete la fiducia di vostro padre e parlate col suo cuore.

FLORIZEL
Vi sono obbligato: c'è dell'accortezza in questo.

CAMILLO
È un piano più promettente del selvaggio avventurarsi in acque inesplorate, verso lidi sconosciuti; e certamente esporsi alle calamità: senz'altra speranza a sostenervi se non quella che prende il posto di quella che perdete: nulla più in cui fidare oltre alle vostre ancore che faranno del loro meglio a trattenervi dove vi sarà odioso di restare. Inoltre, voi sapete che la prosperità è il vincolo più saldo dell'amore,  il cui fresco colorito e il cuore insieme l'angustia corrompe.

PERDITA
È vero solo in parte: per me l'angustia può sottomettere la guancia, ma non intaccare l'anima.

CAMILLO
Sì? Così pensate? Non nascerà presto, in casa di vostro padre, un'altra come voi.

FLORIZEL
Mio buon Camillo, ella tanto sorpassa la sua condizione quanto ci è inferiore per nascita.

CAMILLO
Non posso dire "peccato che non sia istruita", perché potrebbe esser maestra di molti che insegnano.

PERDITA
Chiedo scusa, signore, per questo ringraziandovi, io arrossisco.

FLORIZEL
Mia graziosissima Perdita! Ma, oh, su quali spine stiamo! Camillo, salvatore di mio padre, ed ora mio, preservatore della casa nostra, come faremo? Non siamo equipaggiati come eredi di Boemia, né tali appariremo in Sicilia.

CAMILLO
Mio signore, non temete per ciò. Penso sappiate che le mie sostanze sono tutte laggiù: farò in modo che siate regalmente fornito, come se la commedia che recitate fosse mia. Per esempio, signore, perché sappiate che nulla vi mancherà, - una parola.


Parlano a parte.
Entra Autolico.

AUTOLICO
Ah, ah! Quanto è scema l'Onestà! E la Fiducia, poi, sua sorella giurata, una signora molto ingenua! Ho venduto tutto il mio ciarpame: non c'è più una pietra falsa, un nastro, uno specchietto, sacchetto d'aromi, spilla, taccuino, ballata, temperino, fettuccia, guanto, stringa, braccialetto o anello di corno a rompere il digiuno del mio sacco: dovevi vederli come sgomitavano per arrivare primi a comprare, come se le mie carabattole fossero santificate e portassero al compratore una benedizione: e a quel modo io vedevo quali borse erano meglio in vista; e quel che vedevo, lo ricordavo per mio profitto. Il mio villico (cui non manca in fondo molto per essere una persona ragionevole) ha perso talmente la testa per la canzone delle ragazzotte che non ha mosso le zampe finché non ha comprato e musica e parole; cosa che mi ha attirato intorno il resto della mandria, con tutti i loro sensi concentrati nelle orecchie; avresti potuto pizzicargli la chiappa che non sentivano niente; e castrare della borsa una braghetta era cosa da nulla; avrei potuto limar via chiavi dalle catene; proprio non sentivano, non provavano niente, solo la canzone di messere, tutti in estasi per quella stronzata. Così che in quel momento di languore ho pizzicato e tagliato via la maggior parte delle loro borse della festa; e se non fosse arrivato il vecchio a far baccano contro la figlia e il figlio del re, e a far scappare i gracchi dal becchime, non ne avrei lasciata una viva di borse in tutto l'esercito.

Camillo, Florizel e Perdita si fanno avanti.

CAMILLO
Sì, ma le mie lettere, a questo modo trovandosi là quando voi arrivate, chiariranno quel dubbio.

FLORIZEL
E quelle che voi otterrete da re Leonte?

CAMILLO
Soddisferanno vostro padre.

PERDITA
Siate felice! Tutto quello che dite è così bello.

CAMILLO (vedendo Autolico)
Chi è là? Ci serviremo anche di costui; non trascureremo nulla che possa tornarci utile.

AUTOLICO
Ora, se m'han sentito, sarò impiccato.

CAMILLO
Allora, buon uomo! Perché tremi così? Non temere, da bravo; nessuno qui vuol farti del male.

AUTOLICO
Sono un pover'uomo, signore.

CAMILLO
Ma certo, continua ad esserlo; questo, vedrai che nessuno qui te lo porterà via: però per l'aspetto esterno della tua povertà, dobbiamo fare un cambio; perciò spogliati subito, - come puoi vedere, è un'emergenza - e cambia i tuoi abiti con questo signore: è lui a rimetterci, ma lo stesso prendi, qui c'è un compenso.

AUTOLICO
Io sono un pover'uomo, signore. (A parte) Vi conosco abbastanza bene voialtri.

CAMILLO
Forza allora, sbrigati: il signore s'è già mezzo spogliato.

AUTOLICO
Dite sul serio, signore? (A parte) Sento puzza di trucco.

FLORIZEL
Fa presto, ti prego.

AUTOLICO
In verità, ho avuto una caparra, ma in coscienza non posso accettare.

CAMILLO
Sciogli, sciogli!


Florizel e Autolico si scambiano d'abito.


Fortunata signora - possano le mie parole esser profetiche! - dovete accettare qualche travestimento: prendete il cappello del vostro innamorato e calcatevelo sugli occhi, nascondetevi il viso, toglietevi il manto, e (più che potete) dissimulate il vostro aspetto veritiero; sì che possiate (poiché io temo gli occhi delle spie) salire a bordo non riconosciuta.

PERDITA
Vedo, come è messa la commedia, che debbo assumermi la mia parte.

CAMILLO
Non c'è rimedio. Avete fatto costà?

FLORIZEL
Se ora dovessi imbattermi in mio padre non mi chiamerebbe figlio.

CAMILLO
No, senza cappello. (Dandolo a Perdita) Venite, signora, venite. Statemi bene, amico.

AUTOLICO
Addio, signore.

FLORIZEL
O Perdita, che abbiamo dimenticato noi due? Vi prego, una parola.

 

Si mettono da parte.

CAMILLO
La mia prossima mossa sarà di dire al re di questa fuga e dove son diretti; poiché la mia speranza è che riuscirò a convincerlo ad inseguirli: così in sua compagnia io rivedrò la Sicilia, alla cui vista anelo, come una donna.

FLORIZEL
La fortuna ci accompagni! Così, noi partiamo, Camillo, verso il mare.

CAMILLO
Più rapidi andiamo, meglio sarà.

 

Escono Florizel, Perdita, e Camillo.

AUTOLICO
Ho capito l'affare, lo sento. Aver le orecchie aperte, l'occhio veloce, e la mano lesta, è necessario per il tagliaborse; un buon naso è anche un requisito per fiutare il lavoro degli altri sensi. Vedo che questo è il momento per l'uomo iniquo di prosperare. Questo sarebbe stato un bello scambio anche senza mancia! Che bella mancia c'è qui, con questo scambio! Certo gli dèi quest'anno ci sono propizi, e possiamo fare qualsiasi cosa sul momento. Il principe stesso sta per fare qualcosa di loschetto (scappar via da suo padre con quel suo ceppo appresso): se pensassi cosa onesta informarne il re, non lo farei: nasconderlo mi sembra più canagliesco; e in questo resto fedele alla mia professione.

Entrano il Contadino e il Pastore.

Mettiamoci da parte; mettiamoci da parte; ecco altro materiale per un cervello pepato: ogni culo di vicolo, ogni bottega, chiesa, assise, impiccagione all'uomo accorto offre occasione.

CONTADINO
Vedete, vedete; come siete ridotto! Non c'è altro da fare che dire al re che lei è una figlia di fata, e non carne e sangue vostri.

PASTORE
Ma no, ascoltami.

CONTADINO
Ma no, ascoltate me.

PASTORE
E allora, parla.

CONTADINO
Lei non essendo vostra carne e sangue, la vostra carne e sangue non ha offeso il re; e così la vostra carne e sangue non ha da esser punita da lui. Fate vedere le cose che avete trovato accanto a lei (quelle cose segrete, tutte tranne quello che lei ha con sé): facendo così, la legge può andare a quel paese, ve lo garantisco.

PASTORE
Dirò tutto al re, ogni parola, già, e anche le bravate di suo figlio; che, posso dire, non s'è comportato da persona perbene, né verso suo padre né verso di me; pensa un po' che stava per farmi diventare cognato del re.

CONTADINO
Davvero, cognato era il massimo che sareste potuto diventare per lui e allora il vostro sangue sarebbe stato più caro, so io di quanto all'oncia!

AUTOLICO (a parte)
Assai ben detto, bischeroni!

PASTORE
Bene, andiamo dal re: ce n'è abbastanza in questo fagottino da fargli grattare la barba.

AUTOLICO (a parte)
Non so che impedimento può essere questa lagnanza alla fuga del signorino.

CONTADINO
Speriamo davvero che sia a palazzo.

AUTOLICO (a parte)
Anche se non sono onesto per natura, mi capita a volte d'esserlo per caso: ora mi tolgo questa escrescenza d'ambulante. (Si toglie la barba finta) Ehi là, rustici! dove siete diretti?

PASTORE
A palazzo, col permesso di vossignoria.

AUTOLICO
Che avete a fare là, con chi, che c'è in quel fagotto, dove abitate, il nome vostro, l'età, fortuna, condizione, e ogni altra cosa che è bene sapere, rivelate!

CONTADINO
Siamo solo gente comune, signore.

AUTOLICO
Menzogna; siete rozzi e pelosi. Non raccontatemi fandonie. Quelle s'addicono solo ai mercanti, che spesso le danno a intendere a noi soldati; ma poiché noi li ripaghiamo in buona moneta e non a pugnalate, vuol dire che non riescono a imbrogliarci.

CONTADINO
Vossignoria stava per rifilarcene una di fandonie se non si fosse fermata sull'atto.

PASTORE
Siete di palazzo voi, signore, se non vi spiace?

AUTOLICO
Gli piaccia o no, son di palazzo. Non vedi tu l'aria di palazzo in queste coperture? Non ha la mia andatura il ritmo della corte in sé? Non riceve il tuo naso l'odore di corte che emana da me? Non si riflette nella tua bassezza la mia alterigia cortigiana? O pensi tu forse che io non sia un cortigiano perché cerco di sapere gli affari tuoi con lusinghe e moine? Io son cortigiano da capo a piedi e tale che può spingere avanti o tirare indietro quel che hai da fare là: perciò ti ordino di esporre il tuo caso.

PASTORE
Il mio caso, signore, è per il re.

AUTOLICO
Chi è il tuo avvocato presso di lui?

PASTORE
Non capisco, se non vi spiace.

CONTADINO
Avvocato è gergo di palazzo per fagiano: dite che non ne avete.

PASTORE
Non ne ho, signore; non ho nessun fagiano, maschio o femmina.

AUTOLICO
Beati noi che uomini semplici non siamo! Eppur natura poteva ben crearmi un pari loro; perciò non li disprezzerò.

CONTADINO
Questo dev'essere proprio un gran cortigiano.

PASTORE
Ha un vestito costoso, ma non gli calza addosso.

CONTADINO
Più eccentrico è, più nobile appare: è un grand'uomo, ve l'assicuro; e poi usa uno stuzzicadenti.

AUTOLICO
E il fagotto? Che c'è nel fagotto? A che serve quella scatola?

PASTORE
Signore, in questo fagotto e scatola ci sono segreti che solo il re deve sapere; e che saprà nel giro di un'ora, se mi concede udienza.

AUTOLICO
Sprechi il tuo tempo, vecchio.

PASTORE
Perché, signore?

AUTOLICO
Il re non è a palazzo; s'è imbarcato su una nave nuova per curarsi la malinconia e prendere aria fresca: se t'occupassi di cose serie, dovresti saperlo che il re è molto dispiaciuto.

PASTORE
Così si dice, signore; è per il figlio che stava per sposare la figlia di un pastore.

AUTOLICO
E se quel pastore non è ancora in catene, farebbe meglio a scappare: i guai che gli cadranno addosso, i tormenti che dovrà subire, romperebbero la schiena di un uomo e il cuore di un mostro.

CONTADINO
Così pensate, signore?

AUTOLICO
E non sarà il solo a soffrire ciò che la mente può inventare di crudele e la vendetta di amaro, ma quelli che sono a lui imparentati, anche se solo al cinquantesimo grado, finiranno tutti in mano al boia: il che, per quanto faccia pena, è tuttavia necessario. Un vecchio brodolone che fischia dietro alle pecore, un curatolo di montoni, che osa proporre sua figlia ad entrare in nobiltà. Si dice che sarà lapidato, ma io dico che sarebbe una morte troppo dolce per quello là. Trascinare il nostro trono in un pecorile! Non bastano tutte le morti che ci sono, e la più crudele è sempre troppo poco.

CONTADINO
E questo vecchio ha forse un figlio, signore, che sappiate, se non vi spiace, signore?

AUTOLICO
Ha un figlio, che sarà scorticato vivo, poi spalmato di miele e messo sopra un nido di vespe, e lasciato lì finché sarà morto per tre quarti abbondanti; poi ristorato con acquavite o qualche altro infuso caldo; quindi, spellato com'è, e nel giorno più caldo previsto dai lunari, sarà messo contro un muro di mattoni, faccia al sole, che lo guarderà giù da mezzogiorno, e sarà gonfiato dalle mosche, fino alla morte. Ma perché parliamo di questi traditor furfanti, delle cui sofferenze si deve sorridere, visto l'enormità delle loro colpe? Ditemi (poiché avete l'aspetto di persone semplici e oneste) cosa volete dal re. Per un po' di gentile considerazione da parte vostra, vi porterò dove si trova imbarcato, vi farò dare udienza, gli bisbiglierò una parolina in vostro favore; e se c'è un uomo, oltre al re, in grado di soddisfare le vostre richieste, ecco qui chi potrà farlo.

CONTADINO
Sembra una persona di grande autorità: avvicinatevi a lui, dategli dell'oro; benché l'autorità sia ostinata come un orso, può sempre esser menata per il naso dall'oro: orsù mostrate l'interno della vostra borsa all'esterno della sua mano, e piantiamola. Ricordate "lapidato", e "scorticato vivo"!

PASTORE
Se non vi spiace, signore, di occuparvi del nostro affare, ecco qui l'oro che ho; ve ne darò altrettanto ancora e vi lascerò questo giovane in pegno finché ve l'avrò portato.

AUTOLICO
Dopo che io avrò compiuto quello che vi ho promesso?

PASTORE
Sì, signore.

AUTOLICO
Va bene, datemi la metà. Siete anche voi parte in quest'affare?

CONTADINO
In un certo senso, signore; ma anche se le mie cuoia fanno pena, spero di non esserne cavato fuori.

AUTOLICO
O quello è il caso del figlio del pastore: che lo impicchino, servirà da esempio.

CONTADINO
Bella consolazione, proprio una bella consolazione! Dobbiamo andare dal re e mostrargli le strane cose che abbiamo da far vedere: bisogna ch'egli sappia che non ci ha niente a che fare con la figlia, né con mia sorella; altrimenti siamo perduti. Signore, quando l'affare è concluso, vi darò anch'io quanto questo vecchio, e nel frattempo resterò, come dice lui, in pegno vostro, finché non vi sarà portato.

AUTOLICO
Mi fiderò di voi. Andate avanti verso il mare; prendete a destra: io do un momento un'occhiata contro la siepe e vi seguo.

CONTADINO
Per noi quest'uomo è una benedizione, lasciatemelo dire, proprio una benedizione.

PASTORE
Precediamolo, come dice lui: la provvidenza ce l'ha mandato per il nostro bene.


Escono il pastore e il contadino.

AUTOLICO
Se anche volessi essere onesto, vedo che me lo impedirebbe la fortuna: è lei che mi fa cascare il bottino in bocca. Ora ho due piccioni sulla fava - uno è l'oro, l'altro, il mezzo di giovare al principe mio padrone; il che, chissà che non possa tornare a mio vantaggio? Ora gli porto a bordo queste due talpe, questi ciechi: se lui decide di rimetterli a terra perché la supplica che hanno per il re non lo riguarda affatto, mi chiami pure furfante per l'iniziativa che mi son preso; tanto a quel titolo ci sono abituato e il disonore che va con esso non mi tocca. Perciò ora glieli porto: può darsi che ci esca qualche cosa.

 

Esce.

 

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Il racconto d'inverno

(“Winter's tale” - 1611)

 

 

atto quinto - scena prima

 

Entrano Leonte, Cleomene, Dione, Paolina, e servitori.

CLEOMENE
Signore, avete fatto abbastanza, e sopportato le pene di un santo: non potevate commettere peccato, che non abbiate redento; in verità, la vostra penitenza è superiore alla colpa commessa: infine, fate come han fatto gli dei, dimenticate il male compiuto, e con essi, perdonate a voi stesso.

LEONTE
Finché ricordo lei, e le sue virtù, non scorderò le mie accuse, e sempre penso al torto che da me mi feci: e che fu sì grande che il mio regno ha privato di un erede, ed ha distrutto la più dolce compagna da cui mai uomo abbia generato le sue speranze.

PAOLINA
Vero, troppo vero, mio signore: se, una dopo l'altra, voi le sposaste tutte, al mondo, o se di ognuna prendeste la miglior parte, per far la donna perfetta, quella che avete uccisa rimarrebbe impareggiabile.

LEONTE
Lo penso anch'io. Uccisa! Quella che io ho uccisa! Così ho fatto: ma mi colpisci duro a dirmi questo: è amaro in bocca a te, come nella mia mente. Ora, ti prego, ormai non dirlo così spesso.

CLEOMENE
Anzi, mai più, buona signora: mille altre cose potevate dire più opportune al momento e più consone alla vostra gentilezza.

PAOLINA
Voi siete di quelli che vorrebbero farlo risposare.

DIONE
Se voi non lo volete, non avete pietà per lo stato, né per la memoria del suo nome sovrano; e poco considerate quali calamità, la mancanza di un erede, può far precipitare sul regno e divorare i sudditi lasciati senza guida. Che c'è di più santo del rallegrarsi per la pace che gode la defunta regina? E che di ancora più santo, per il sostegno della dinastia, un presente sicuro e un futuro prospero, del benedire il letto di sua maestà con una nuova tenera compagna?

 

PAOLINA
Non ne esiste una degna, rispetto a quella che non è più. Inoltre gli dei vorranno che i loro segreti disegni sian compiuti; non ha forse detto il divino Apollo, non è questo il tenore del suo oracolo, che re Leonte non avrà un erede, finché sua figlia perduta sia trovata? E che ciò avvenga è così assurdo alla ragione umana che se il mio Antigono rompesse la sua tomba e ritornasse a me; lui che, sicuro, morì con l'infante. Il vostro avviso è che il mio signore sia contrario agli dei, e s'opponga alla loro volontà. (A Leonte) Non vi curate della discendenza; la corona troverà un erede. Il grande Alessandro lasciò la sua al più degno, sì che potesse succedergli il migliore.

LEONTE
Buona Paolina, che conservi, lo so, la memoria di Ermione in tanto onore, - Oh, se io avessi seguito il tuo consiglio!Così, anche in quest'ora, potrei guardare la mia regina nei begli occhi, e suggerne tesori dalle labbra...

PAOLINA
Lasciandole più ricche per quello che han concesso.

LEONTE
Tu dici il vero. Mogli siffatte non ci sono più; perciò, niente moglie: una peggiore, da me trattata meglio, farebbe la sua anima beata riprender corpo, e su questa scena (se questo errore ora commettessi) apparire mortificata e dire, "Perché a me?"

PAOLINA
Se avesse tale potere, ne avrebbe buon motivo.

LEONTE
L'avrebbe sì; e mi spingerebbe a uccidere la nuova sposa.

PAOLINA
Io farei così: se fossi il fantasma che cammina, mi chiederei di osservarle gli occhi, e dirmi per quale smorta parte in essi la sceglieste: quindi urlerei, tanto che le vostre orecchie si spaccherebbero a sentirmi; e le parole in seguito sarebbero "Ricorda i miei."


LEONTE
Stelle erano, stelle! E tutti gli altri occhi, carboni spenti! Non temere; non prenderò altra moglie, Paolina.

PAOLINA
Mi giurerete di non sposarvi mai se non col mio consenso?

LEONTE
Mai, Paolina; sulla salvezza della mia anima!

PAOLINA
Allora, miei buoni signori, siate testimoni al giuramento.

CLEOMENE
Voi gl'imponete troppo.

PAOLINA
A meno che un'altra, simile a Ermione come il suo ritratto, non gli compaia innanzi.

CLEOMENE
Buona signora...

PAOLINA
Ho finito. Tuttavia, se il mio signore vuole sposarsi - se voi volete, sire; non vi sarà rimedio - datemi l'incarico di scegliervi una regina: ella non sarà così giovane come la vostra prima, ma sarà tale che, se il fantasma della prima regina camminasse, avrebbe gioia a vederla nelle vostre braccia.

LEONTE
Mia fedele Paolina, noi non ci sposeremo finché non ce lo dirai tu.

PAOLINA
Il che sarà quando la prima regina respirerà di nuovo: fino ad allora, mai.

Entra un servitore.

SERVITORE
Uno che s'annuncia come il Principe Florizel, figlio di Polissene, con la sua principessa (costei la più bella che abbia mai veduto) richiede accesso al cospetto di vostra maestà.

LEONTE
Che vuole? Non viene come s'addice alla grandezza di suo padre: il suo arrivo (così informale e senza preavviso) ci prova che non si tratta di visita ufficiale, ma forzata dal caso o dal bisogno. Chi è con lui?

SERVITORE
Pochi e in malo arnese.

LEONTE
La principessa, dite, l'accompagna?

SERVITORE
Sì, il più impareggiabile pezzo di terra, penso, su cui mai il sole abbia sfolgorato.

PAOLINA
O Ermione, come ogni tempo presente si vanta superiore a un passato migliore, così deve la tua tomba far posto a ciò che ora si vede! Signore, voi stesso avete detto e pure scritto; ma il vostro scritto è ora più freddo del suo argomento: "Ella non era stata, né potrebbe mai essere eguagliata"; così il vostro verso fluiva un tempo con la bellezza di Ermione: ora è assai in riflusso, se dite che ne avete vista una più bella.

SERVITORE
Perdonate, signora: la prima l'ho quasi dimenticata - ve ne chiedo perdono - la seconda, quando avrà colpito il vostro occhio, conquisterà la vostra lingua pure. Ella è una creatura che, se fondasse una nuova setta, estinguerebbe lo zelo di chiunque ne professi altre; e convertirebbe chiunque lei invitasse a seguirla.

PAOLINA
Andiamo! Anche le donne?

SERVITORE
Le donne l'ameranno, perché è una donna con più meriti di qualsiasi uomo; gli uomini, perché è la più preziosa fra tutte le donne.

LEONTE
Andate, Cleomene; voi, assistito dai vostri onorati amici, conduceteli al nostro abbraccio.

 

Escono Cleomene e altri.


Eppure, è strano che venga così di soppiatto.

PAOLINA
Se il nostro principe (gioiello di figliolo) fosse vivo adesso, avrebbe un buon compagno in questo signore: c'era meno di un mese tra le loro nascite.

LEONTE
Ti prego, basta; smetti; sai bene he per me muore di nuovo, quando se ne parla: certo,  quando vedrò questo gentiluomo, i tuoi discorsi mi porteranno a pensieri che potrebbero privarmi della ragione. Eccoli qui.

Entrano Florizel, Perdita, Cleomene e altri.

Vostra madre, principe, fu fedelissima alle nozze; poiché fece una copia del vostro regale padre, concependo voi. Se avessi i miei ventun anni, l'immagine di vostro padre è così scolpita in voi, con la sua stessa aria, che potrei chiamarvi fratello, come facevo con lui, e ricordare qualche scappata compiuta prima insieme.

Il più affettuoso benvenuto! E la vostra bella principessa - una dea! - Oh, ahimè! Io persi un paio, che fra cielo e terra potrebbe adesso stare e destar meraviglia, come voi fate adesso, nobile coppia: e poi persi anche - solo per mia follia - la compagnia e pure l'amicizia, del vostro valente padre, che rivedere una volta (sebbene in afflizione) mi fa desiderare ancora la vita.

FLORIZEL
Per suo comando sono qui approdato, in Sicilia, e da lui vi porto tutti i riguardi che un re (da amico) può inviare a suo fratello: e se l'infermità (che accompagna l'età avanzata) non riducesse alquanto le forze desiderate, lui stesso avrebbe e terre ed acque tra il suo trono e il vostro attraversato per vedervi; voi ch'egli ama (così m'ha ordinato di dirvi) più di ogni scettro e di coloro che vivi li reggono.

LEONTE
O mio fratello - cortese nobil uomo! - i torti che ti ho fatto, riaffiorano in me; e questi tuoi riguardi, di squisita gentilezza, si fanno interpreti della mia pigra negligenza! Siate benvenuto qui come la primavera sulla terra. Ed ha egli anche esposto questa perla al trattamento brutale (almeno poco gentile) dell'orrido Nettuno, per salutare un uomo indegno delle sue pene, e ancora più del rischio della sua persona?

FLORIZEL
Mio buon signore, ella viene dalla Libia.

LEONTE
Dove il fiero Smalo, quel nobile, onorato signore, è temuto e amato?

FLORIZEL
Da lì, nobilissimo sire; da lui, la cui figlia qui fu ben provata sua dalle lacrime che versò al separarsi da lei; quindi, favoriti da un felice scirocco, abbiamo passato il mare, per eseguire l'incarico affidatomi da mio padre di visitare vostra altezza: il meglio del mio seguito l'ho congedato sulle coste siciliane; son diretti in Boemia, ad annunciare non solo il mio successo in Libia, sire, ma il mio felice arrivo, e quello di mia moglie, qui, dove siamo.

LEONTE
Gli dèi beati purghino l'aria nostra di ogni infezione mentre voi soggiornate qui! Avete un padre venerando, un gentiluomo pieno di virtù; contro la cui persona (sacra com'è) io ho peccato, per cui, i cieli (presane irata nota) mi hanno lasciato senza discendenza: vostro padre è benedetto (ben meritandolo dal cielo) d'avere voi, che siete degno della sua bontà. Oh, come avrei potuto essere, se avessi un figlio ed una figlia ora da contemplare, due belle creature come voi!

 

Entra un nobile.

NOBILE
Nobilissimo signore, ciò che sto per riferire non sarebbe credibile se la prova non fosse così vicina. Compiacetevi, grande signore, Boemia in persona vi manda per me il suo saluto; chiede che voi arrestiate suo figlio, il quale - rifiutando insieme dignità e dovere - è fuggito da suo padre, dalla sua eredità, e insieme alla figlia di un pastore.


LEONTE
Dov'è Boemia? Parlate.

NOBILE
Qui nella vostra città; l'ho lasciato adesso. Parlo confusamente, come conviene al mio stupore ed al mio messaggio. Mentre s'affrettava verso il palazzo - in caccia, sembra, di questa vaga coppia - s'imbatte per strada nel padre di questa sedicente signora e nel fratello, essendo entrambi partiti dal loro paese con questo giovane principe.

FLORIZEL
Camillo mi ha tradito; il cui onore ed onestà finora avevano resistito ad ogni intemperia.

NOBILE
Potete ben accusarlo: accompagna il re vostro padre.

LEONTE
Chi? Camillo?

NOBILE
Camillo, signore; ho parlato con lui; e ora interroga quei due poveracci. Mai vidi sventurati tremare così: stanno in ginocchio, baciano la terra; rinnegano ogni parola che dicono. Boemia si tappa le orecchie, e li minaccia di morte in mille modi.

PERDITA
O povero padre mio! Gli dei ci fanno spiare, hanno deciso che il nostro matrimonio non si celebri.

LEONTE
Voi siete sposati?

FLORIZEL
Non lo siamo, signore, né sembra che lo saremo mai: le stelle, vedo, baceranno prima le valli: grandi o piccini siamo zimbelli della fortuna.

LEONTE
Signor mio, è costei la figlia di un re?

FLORIZEL
Lo è, nel momento che diventa mia moglie.

LEONTE
Quel "momento", considerando la fretta del vostro buon padre, sarà molto lento ad arrivare. Son dispiaciuto, davvero dispiaciuto, che vi siate staccato dal suo affetto, cui eravate legato dal dovere; e dispiaciuto pure che la vostra scelta non sia ricca in nobiltà come in bellezza, sì che possiate godere di lei appieno.

FLORIZEL
Cara, alza il viso: per quanto la fortuna, a noi ovviamente avversa, ci perseguiti, insieme a mio padre, essa non può neppure di uno iota alterare il nostro amore. Vi supplico, sire, ricordatevi di quando non dovevate al tempo più di me adesso: e col pensiero degli affetti di allora, fatevi mio avvocato: se voi glielo chiedete, mio padre concederà cose preziose come fossero inezie.

LEONTE
Se così farà, io vorrei chiedergli la vostra preziosa amica, che egli considera solo un'inezia.

PAOLINA
Signore, mio sovrano, il vostro occhio ha troppa gioventù; neppure un mese prima di morire la vostra regina meritava meglio quegli sguardi che ora posate su costei.

LEONTE
Pensavo a lei, proprio mentre posavo questi sguardi. (A Florizel) Ma la vostra richiesta non ha ancora risposta. Andrò incontro a vostro padre: se il vostro onore non è sommerso dai vostri desideri, io sono amico loro e vostro: con questo intento vado ora da lui; perciò seguite me ed osservate quale metodo seguo.

Venite, mio buon signore.

Escono.

 

 

 

atto quinto - scena seconda

 

AUTOLICO
Vi prego, signore, voi eravate presente a questo racconto?

PRIMO GENTILUOMO
Ero là quando hanno aperto il fardello, ho sentito il vecchio pastore raccontare come lo trovò: quindi, dopo un momento di stupore, ci fu ordinato a tutti di uscire dalla camera; solo una cosa, m'è sembrato di sentire il vecchio pastore che diceva d'aver trovato la bambina.

AUTOLICO
Mi piacerebbe tanto sapere com'è finita.

PRIMO GENTILUOMO
Ve ne faccio un racconto incompleto; ma le alterazioni che ho osservato nel re e in Camillo erano vere esclamazioni di meraviglia: sembrava quasi che, nel fissarsi l'un l'altro, gli venissero fuori gli occhi dalle orbite: c'era tutto un discorso nel loro silenzio, un linguaggio nei gesti; avevan l'aria di chi ha sentito di un mondo riscattato, o di uno distrutto: gli si leggeva addosso una vera frenesia di stupore; ma l'osservatore più acuto, che non sapesse di più di quanto vedeva, non avrebbe potuto dire se l'accento stava sulla gioia o sul dolore; comunque, doveva essere il culmine di uno dei due.

Entra un altro gentiluomo.

Ecco che arriva un gentiluomo che forse ne sa di più. Che novità, Rogero?

SECONDO GENTILUOMO
Si pensa solo ad accendere i falò: l'oracolo è compiuto; la figlia del re ritrovata: sono scoppiate in quest'ultima ora tali meraviglie, che i compositori di ballate non ce la fanno a esprimerle.

Entra un terzo gentiluomo.

Ecco che arriva il maggiordomo di donna Paolina: lui potrà informarvi meglio. Che succede adesso, signore? Questa notizia, che si dice vera, somiglia così tanto ad una fiaba che si dubita molto della sua autenticità. Il re ha dunque trovato il suo erede?

TERZO GENTILUOMO
È verissima, se mai verità fu provata dai fatti: ciò che si dice in giro potreste giurare d'averlo visto, tanto combaciano tutte le prove. Il mantello della regina Ermione, il suo gioiello al collo della bambina, le lettere di Antigono trovate con esso, la sua scrittura che hanno riconosciuto; la maestà della creatura a somiglianza della madre, la dote di nobiltà che la natura mostra superiore alla condizione, e molte altre prove la proclamano, con ogni certezza, figlia del re. Avete visto l'incontro dei due re?

SECONDO GENTILUOMO
No.

TERZO GENTILUOMO
Allora avete perduto uno spettacolo che bisognava vedere; non si può descriverlo a parole. Avreste visto una gioia coronarne un'altra, e in maniera che sembrava che il dolore piangesse al separarsi da loro, perché la loro gioia attraversava un fiume di lacrime. C'erano occhi che s'alzavano al cielo, mani che si tendevano, ed espressioni così commosse, che per riconoscerli bisognava guardare l'abito, non la faccia. Il nostro re, quasi saltando fuori di sé per la gioia d'aver ritrovato la figlia, come se quella gioia diventasse all'improvviso una perdita, grida "Ah, tua madre, tua madre!" Quindi chiede a Boemia perdono; poi abbraccia il genero; poi soffoca di nuovo la figlia coi suoi abbracci; ora ringrazia il vecchio pastore che se ne sta lì come un mascherone di fontana, consumato dalle intemperie e che ha visto i regni di molti re. Non ho mai sentito di un incontro come questo che storpia il racconto che se ne vuole fare e distrugge la descrizione che si cerca di darne.

SECONDO GENTILUOMO
E, vi prego, che è successo di Antigono che portò via la bambina?

TERZO GENTILUOMO
Ancora come una vecchia favola che ha sempre materia da recitare, anche quando la credulità s'è addormentata e le orecchie non prestano più attenzione. Fu fatto a pezzi da un orso: così testimonia il figlio del pastore, il quale non ha solo la sua ingenuità, che si dimostra abbondante, a provarlo, ma anche un fazzoletto suo e degli anelli che Paolina riconosce.

PRIMO GENTILUOMO
E che ne è stato del suo vascello e di quelli con lui?

TERZO GENTILUOMO
Naufragarono nel momento stesso della morte del loro padrone, e sotto gli occhi del pastore: così che tutti gli agenti che concorsero all'abbandono dell'infante si persero nel momento stesso in cui fu trovata. Ma, oh, quale nobile battaglia tra gioia e dolore si combatté in Paolina! Con un occhio guardava giù per la perdita del marito, con l'altro gioiva perché l'oracolo s'era compiuto: sollevò la principessa da terra e tanto se la strinse tra le braccia come se volesse appuntarsela sul cuore, perché non potesse mai più andare perduta.

PRIMO GENTILUOMO
La nobiltà di questa scena era davvero degna di un pubblico di principi e di re; poiché erano loro stessi a recitarla.

TERZO GENTILUOMO
Uno dei suoi tocchi più belli, e che buttò la lenza per agganciarmi gli occhi (pescò solo acqua però, non pesci) fu, quando al racconto della morte della regina (come ella vi giunse, fu coraggiosamente confessato e lamentato dal re) la figlia rimase ferita nell'ascoltarlo; finché, passando da un'espressione di dolore all'altra, uscì con un "Ahimè", a, potrei dire, sanguinare lacrime, perché sono sicuro che il mio cuore in quel momento piangeva sangue. Anche chi era fatto di marmo, lì per lì cambiò colore; alcuni svennero, tutti erano afflitti: se il mondo intero avesse potuto assistere a quella scena, il mortorio sarebbe stato universale.

PRIMO GENTILUOMO
Son tornati a palazzo?

TERZO GENTILUOMO
No: avendo sentito la principessa della statua di sua madre che è in casa di Paolina, - un'opera costata molti anni di lavoro e ora da poco completata da quel grande maestro italiano, Giulio Romano, che, se avesse l'immortalità e potesse soffiar la vita nella sua arte, toglierebbe il mestiere alla natura, tanto perfetta è la sua imitazione di essa: egli ha fatto un'Ermione così simile a Ermione, che dicono che uno le parlerebbe e starebbe lì ad aspettare una risposta. Là sono andati con l'ardente curiosità dell'affetto, e là hanno intenzione di cenare.

SECONDO GENTILUOMO
Già me l'immaginavo che lei macchinava qualcosa di grosso lì; perché sempre, da quando Ermione è morta, lei da sola visitava quel padiglione appartato due o tre volte al giorno. Andiamo anche noi a far più allegra la festa con la nostra compagnia?

PRIMO GENTILUOMO
Chi mai, avendo il privilegio dell'accesso, ne starebbe via? Ad ogni batter d'occhio nasce una grazia nuova: la nostra assenza ci fa perdere l'occasione di arricchirci in sapere. Andiamo.


Escono i gentiluomini.

AUTOLICO
Adesso, se non fosse per la macchia della mia vita passata, come niente mi toccherebbe una promozione. Fui io a portare il vecchio e suo figlio sulla nave del principe; e gli dissi anche che li avevo sentiti parlare di un fagotto e non so che altro: ma era tutto preso in quel momento dalla figlia del pastore (che tale allora la riteneva), la quale cominciava a soffrire un gran mal di mare, e lui stesso non stava molto meglio, con quel tempaccio che infuriava, e questo mistero rimase irrisolto. Ma per me fa lo stesso; perché se fossi stato io lo scopritore di questo segreto, non mi avrebbe giovato, vista la mia reputazione.


Entrano il Pastore e il Contadino.

Ecco che arrivano quelli che ho beneficato senza saperlo, e già appaiono nel fiore della loro fortuna.

PASTORE
Vieni, ragazzo; io ho passato l'età d'avere altri figlioli, ma i tuoi figli e figlie nasceranno tutti gentiluomini.

CONTADINO
Ben trovato, signore. Voi rifiutaste di battervi con me l'altro giorno dicendo che non ero gentiluomo nato. Vedete adesso questi abiti? Dite che non li vedete e consideratemi pure non nato gentiluomo: fareste meglio a dire che questi vestiti non sono gentiluomini nati: datemi la smentita; avanti, su; e provatevi ora a dire che non sono un gentiluomo nato.

AUTOLICO
Mi è noto, signore, che adesso siete un gentiluomo nato.

CONTADINO
Giusto, e lo sono stato da quattro ore.

PASTORE
Anch'io, ragazzo.

CONTADINO
Anche voi, sì: ma io son gentiluomo nato prima di mio padre; perché prima il figlio del re prese la mano a me e mi chiamò fratello; e solo dopo i due re chiamarono fratello mio padre; e poi il principe, mio fratello, e la principessa, mia sorella, chiamarono padre mio padre; e così ci mettemmo a piangere; e furono le prime lacrime da gentiluomini che mai versammo.

PASTORE
Ma nella vita possiamo, figlio, versarne molte altre.

CONTADINO
Già; sarebbe altrimenti mala sorte, vista la nostra prepostera situazione.

AUTOLICO
Vi supplico umilmente, signore, di perdonarmi tutte le colpe da me commesse verso vostra eccellenza e dire per me una buona parola al principe mio padrone.

PASTORE
Ti prego, figlio, fallo; perché dobbiamo essere gentili, ora che siamo gentiluomini.

CONTADINO
Cambierai vita?

AUTOLICO
Sì, se così piace a vostra eccellenza.

CONTADINO
Dammi la mano: giurerò al principe che sei il più onesto e sincero giovanotto che ci sia in Boemia.

PASTORE
È meglio dirlo senza giurarlo.

CONTADINO
Come non giurarlo, ora che sono un gentiluomo? Lasciate che burini e paesani dicano, io lo giurerò.

PASTORE
E se poi si scopre che è falso, figliolo?

CONTADINO
Sia pure falso quanto vuole, un vero gentiluomo può sempre giurarlo per aiutare un amico: e così, io giurerò al principe che sei un uomo di fegato quando c'è da menar le mani e che non ti ubriachi mai; ma io so che tu non sei per niente un uomo di coraggio con le mani e che ti ubriachi spesso: ma lo giurerò lo stesso, sperando che tu diventi un uomo di fegato quando c'è da menar le mani.

AUTOLICO
Farò il possibile, signore, per dimostrarmi tale.

CONTADINO
Ah sì, con ogni mezzo devi dimostrare d'essere un tipo in gamba: se io non mi stupisco di come tu osi ubriacarti, non essendo un tipo in gamba, non ti fidare di me. Ma ascoltate! I re e i principi, nostri parenti, vanno a vedere il ritratto della regina. Vieni con noi, seguici: saremo i tuoi buoni padroni.


Escono.

 

 

 

atto quinto - scena terza

 

Entrano Leonte, Polissene, Florizel, Perdita, Camillo, Paolina, nobili, e servitori.

LEONTE
O Paolina buona e saggia, quale conforto
ho io trovato in te!

PAOLINA
Se non sempre ho agito bene, maestà, l'intenzione è stata sempre buona. I miei servizi l'avete tutti più che ripagati: ma ora che vi degnate, col vostro coronato fratello ed i riconosciuti eredi dei vostri regni, di visitare la mia povera casa, è un onore per me così speciale che mai avrò vita abbastanza per ricambiarlo.

LEONTE
O Paolina, noi vi onoriamo dandovi fastidio: ma siamo venuti a vedere la statua della nostra regina: la vostra galleria abbiamo attraversato, non senza deliziarci per le sue molte opere rare; ma non abbiamo visto ciò che mia figlia è venuta a vedere, la statua di sua madre.

PAOLINA
Com'ella fu impareggiabile in vita, così la sua morta immagine, io stimo ben al di sopra d'ogni cosa che avete visto finora, o che mano d'uomo abbia fatto; perciò la tengo isolata, a parte. Ma eccola qui: preparatevi a vedere la vita così da vicino imitata come mai l'immobile sonno imitò la morte; guardate ed ammirate.


Paolina tira una tenda e scopre Ermione in piedi come una statua.


Mi piace il vostro silenzio, prova di più la vostra meraviglia: ma tuttavia parlate; voi, per primo, mio signore. È somigliante, vero?

LEONTE
Che posa naturale! Rimproverami, cara pietra, ch'io possa dire invero che sei Ermione; o piuttosto, lo sei davvero perché non mi rimproveri; poiché ella era dolce quanto l'infanzia e la grazia. Però, Paolina, Ermione non era così rugosa, non così avanti negli anni come appare qui.

POLISSENE
Oh, no davvero.

PAOLINA
Tanto più grande l'arte del nostro scultore, che mostra il passaggio di circa sedici anni e la rappresenta come se fosse viva adesso.

LEONTE
E se lo fosse, tanto sarebbe il mio conforto, quanto essa ora mi trafigge il cuore. Oh, così stava, con questa stessa viva maestà, calda vita, come ora essa è fredda, quando la corteggiai la prima volta! Sono umiliato: non mi rinfaccia forse la pietra d'essere più pietra di lei? O regale opera! C'è una magia nella tua maestà, che ha risvegliato alla memoria le mie malvagità, ed ha sospeso la vita nella tua stupefatta figlia lasciandola di pietra accanto a te.

 

PERDITA
E datemi licenza, e non dite che è superstizione, se ora a lei davanti m'inginocchio e ne imploro la benedizione. Signora, cara regina, che finiste quando io appena cominciavo, lasciate che vi baci la mano.

PAOLINA
Oh, aspettate! La statua è stata appena dipinta, il colore non s'è ancora asciugato.

CAMILLO
Mio signore, così profondo in voi si radicò il dolore, che sedici inverni non poterono soffiarlo via, né sedici estati asciugarlo: raramente una gioia visse mai tanto a lungo; né mai dolore che non si spegnesse assai prima.

POLISSENE
Fratello mio caro, permettete a chi fu causa di ciò di potervi sollevare di una parte della vostra pena per aggiungerla alla sua.

PAOLINA
In verità, mio signore, se avessi immaginato che la vista della mia povera immagine vi avrebbe fatto tale effetto - poiché la pietra è mia - non ve l'avrei mostrata.

LEONTE
Non tirate la tenda.

PAOLINA
Non dovete più fissarla così, o la vostra immaginazione potrà illudersi che ora cominci a muoversi.

LEONTE
Lasciate, lasciate! Ch'io possa morire qui, ma già così mi sembra, cos'era chi l'ha fatta? Guardate, mio signore, non direste che respira? E che quelle vene portano vero sangue?

 

POLISSENE
Magistralmente fatta: la stessa vita sembra calda sul suo labbro.

LEONTE
C'è movimento nell'occhio che ci fissa, tanto c'inganna l'arte.

PAOLINA
Io tiro la tenda: il mio signore è ora tanto rapito che presto penserà che sia viva.

LEONTE
Oh dolce Paolina, fammi pensare così vent'anni in fila! Non c'è senso pacato a questo mondo che valga il piacere di questa follia. Lasciala stare così.

PAOLINA
Mi spiace, sire, d'avervi turbato a tal punto: ma potrei affliggervi di più.

LEONTE
Fallo, Paolina; perché quest'afflizione ha un sapore dolce quanto ogni conforto del cuore. Eppure mi sembra che un respiro venga da lei. Quale scalpello sopraffino poté mai scolpire anche il fiato?

Nessuno si burli di me, ma io la voglio baciare.

PAOLINA
Mio buon signore, fermatevi: il rosso delle labbra è umido ancora; se lo baciate, lo rovinerete, e voi vi sporcherete con olio di pittura. Posso tirare la tenda?

LEONTE
No, non per vent'anni ancora.

PERDITA
Tanti potrei anch'io restare ad ammirarla.

PAOLINA
O desistete adesso e subito lasciate la cappella, o siate pronti ad altre meraviglie. Se potrete tollerarlo, farò davvero muovere la statua; scendere e prendervi per mano: ma allora penserete (cosa che nego) che sono assistita da poteri oscuri.

LEONTE
Tutto ciò che potrete farle fare, sarò contento di vederlo: tutto ciò che potrete farle dire, sarò contento di udire; farla parlare dev'essere facile come farla muovere.

PAOLINA
È necessario che svegliate in voi la fede. E adesso tutti fermi: o - chi pensa che sia illecito ciò che sto per fare - esca.

LEONTE
Va' pure avanti: nessuno oserà muoversi.

PAOLINA
Musica, destala; comincia!

 

Musica.

È ora; scendete; non siate più di pietra; avvicinatevi; colpite di stupore chi vi guarda. Venite! Colmerò io la vostra tomba: destatevi ormai, scendete: lasciate alla morte il vostro torpore; poiché da lei la cara vita vi riacquista. Come vedete, si muove:


Ermione scende dal piedistallo.


Non trasalite; i suoi atti saranno sacri come vi dico che il mio incantesimo è lecito. (A Leonte) Non v'allontanate da lei finché non la vedrete morire di nuovo; perché così la uccidereste per la seconda volta. Su, datele la mano: quand'era giovane la corteggiaste; ora, in età, è lei che vi corteggia?

LEONTE
Oh, ma è calda! Se questa è magia, che essa diventi un'arte legale come il mangiare.

POLISSENE
Ella l'abbraccia!

CAMILLO
E gli si stringe al collo. Se è tra i vivi, fate che anche parli!

POLISSENE
Sì, e che riveli dove è vissuta, o come fu rapita ai morti!

PAOLINA
Che è vivente, se vi fosse detto, verrebbe canzonato come una vecchia fiaba: ma sembra viva, anche se non parla ancora. Ma aspettate un momento. (A Perdita) Vi prego, intervenite, bella signora, inginocchiatevi e implorate la benedizione di vostra madre. (A Ermione) Volgetevi, buona signora, la nostra Perdita è stata ritrovata.

ERMIONE
Voi dei, volgete giù lo sguardo, e dai vostri sacri vasi versate grazie sul capo di mia figlia! Dimmi, mia cara, dove sei stata salvata? Dove hai vissuto? Come sei giunta alla corte di tuo padre? Poiché ora sentirai che io, saputo da Paolina che l'oracolo dava speranza che tu fossi in vita, mi son conservata per assistere a questo finale.

PAOLINA
Per questo c'è tempo; o loro vorranno (a questo punto) che voi turbiate la vostra gioia con simili racconti. Andate, voi tutti illustri vincitori; la vostra esultanza dividete con tutti. Io, vecchia colomba, volerò su qualche ramo secco, e là il mio compagno (che mai più potrà esser ritrovato) lamenterò, finché sarò finita.

LEONTE
Oh, basta così, Paolina!
Dovresti prendere marito per mio consenso, come io ho preso moglie per il tuo: questo è un patto suggellato tra noi con giuramento. Tu hai trovato la mia; come, è ancora da chiedersi; poiché io la vidi, come credetti, morta; e invano dissi molte preghiere sulla sua tomba. Non cercherò lontano - in quanto a lui, so in parte come la pensa - per trovarti un marito degno di te. Vieni, Camillo, e prendila per mano; tu il cui merito e onestà sono ben noti; e qui garantiti da noi, coppia di re. Adesso andiamo. (A Ermione) Ah! Guardate mio fratello: perdonatemi entrambi, che mai io misi tra i vostri puri sguardi il mio perfido sospetto. Ecco vostro genero, e figlio del re, che, con l'aiuto del cielo, è promesso sposo di vostra figlia. Buona Paolina, guidaci via da qui, dove possiamo in tutta pace interrogarci l'un l'altro, e spiegare ognuno la parte che ha recitato in quest'ampio intervallo di tempo, da quando fummo separati: facci uscire presto.


Escono.

 

 

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