William Shakespeare - Il Teatro

 

Indice Teatro

 

Cimbelino

(“Cymbeline” - 1609 - 1610)

 

 

Introduzione - Riassunto

Personaggi - Atto Primo

Atto Secondo - Atto Terzo

Atto Quarto - Atto Quinto

 

Introduzione

 

da ex Dipartimento di Musica e Spettacolo - Università di Bologna

 

Il Cimbelino di Shakespeare
di Arnaldo Picchi


Dunque si racconta che il re di Britannia Cimbelino e la sua regina sono entrambi in seconde nozze. E che tutti e due hanno un figlio - lui una femmina (Imogene) e lei un maschio (Cloten, che però è considerato un po' tardo; ed è un giovane violento). Per comprensibili ragioni dinastiche la Regina vorrebbe combinare il matrimonio tra i due ragazzi; sul che il re non avrebbe proprio niente da dire, ma c'è il fatto che Imogene è innamorata di Postumo, il figlio orfano (e povero) di un antico e glorioso generale del regno. Una complicazione da niente, insomma. E infatti lei sposa il suo amato in segreto. Ne consegue la collera del re (istigato dalla Regina), che caccia dalla corte Postumo e chiude lei a chiave. Questa la situazione di partenza; come dire: tutto per il peggio. Per cui la prima scena, che è di una mattina presto, con Postumo che si riveste e lei che non ha neppure la forza di guardarlo, io l'ho chiamata gli Addii. Come per dire: tono minore e malinconico. Poi nel racconto di Shakespeare arriveranno messaggeri da Roma che reclamano tasse non pagate; che i Britanni (perché la Regina non vuole pagare) non pagheranno e comincerà la guerra, dove tutti avranno la propria traversia.

Gli studiosi che si sono interessati dell'opera - s'intende, da lettori - sono propensi a credere che in Cimbelino principale sia proprio il racconto della guerra tra i Britanni e Roma (Melchiori, Boitani ecc.); per altri (p.es. Baldini) si tratterebbe invece solo di una cornice. Si discute cioè se per prima vada considerata la peripezia di Imogene, o se è più conveniente per la comprensione seguire lo scenario di guerra, le separazioni, le battaglie, gli sconfitti, i riconoscimenti e la pace finale. Ora, si dica quel che si vuole, è quasi automatico pensare alla storia d'amore e ai suoi oltraggi come alla vicenda prima e vedere poi il resto come fondo (e d’altra parte sappiamo che in Inghilterra, all'epoca della Restaurazione, di questo Shakespeare circolava non l’originale ma solo un rifacimento intitolato The Injured Princess or The Fatal Wager - e cioè La Principessa oltraggiata ovvero La Scommessa fatale). E per questa scelta si possono avere mille giustificazioni. Soprattutto se si pensa alla eleganza e facilità della novella II,9 di Boccaccio (Storia di Bernabò, di Zinevra e di Ambrogiuolo) che Shakespeare ha incorporato e intrecciato (sia pure passando forse per una versione laterale, la Frederyke of Jennen) alle notizie leggendarie dell’antica Britannia che prendeva da Holinshed o da Geoffrey of Monmouth. Cacciato da Cimbelino Postumo arriva a Roma, dove incontra un gruppo di gentiluomini che discutono simposialmente sull'infedeltà delle donne; un’infedeltà che ritengono costituzionale. E qui con uno di questi, che si chiama Iachimo, finisce per giocarsi la propria compagna - oro contro l'anello di diamanti che è l'ultimo dono di lei. Scommette sulla virtù della moglie. E si lascia ingannare quando l’altro gli porta prove apparenti dell’avvenuto adulterio; per cui impazzisce di gelosia e ordina al suo servo rimasto in Britannia di punire lei nel modo più duro. Ma poi, che sia questo l’intreccio da tener d’occhio ce lo chiedono la regalità e la grandezza d'animo di Imogene, rimasta sola in una corte in cui è oggetto dei brutti propositi di molti. Così, quando Melchiori ci raccomanda di stare attenti e di vedere come primario lo scenario storico, premendo sul fatto che è il racconto di una guerra che si svolse al tempo della presenza di Cristo nel mondo, nel tempo cioè in cui l'uomo fu riscattato, nonostante questo resta difficile seguirlo. Relegare Imogene in secondo piano sembra una profanazione. E' però un fatto che l'incrocio dei due scenari è un po’ macchinoso. Burgess ritiene Cimbelino "il più singolare miscuglio di tutto Shakespeare", gli trova difetti di struttura ("Figure tratte da Holinshed e un racconto tratto da Boccaccio sono improbabili compagni di letto"). Baldini osserva che vi abbondano passaggi convenzionali; ci fa la lista dei personaggi che ritiene legnosi, sbiaditi (Postumo, Iachimo, Belario, Arvirago, Guiderio; e finisce per aggiungervi lo stesso Cimbelino). C’è solo Imogene, dice ("cui pure il solito travestimento obbliga a mosse forzate"), a essere degna delle grandi figure femminili di Shakespeare. Ma poi, entrando registicamente nel testo, vedendolo vivere con la vita degli attori, si comincia a sospettare che Melchiori forse qualche ragione ce l’ha. Sì - è possibile: l'esistenza e l'etica individuali sono certo inestricabilmente legate ai nodi della storia e alla presenza del trascendente nella vita umana. Cimbelino è allora il vecchio nascosto come una belva nel fondo buio di questa storia, e muove gli eventi nella sua cecità; con dietro di sé quella terribile Regina, che gli dà catena, o gliela accorcia. Forse sono le antiche malvagità, in cui non abbiamo avuto parte, che continuano a franarci addosso.

C'è da dire però che anche questo del primo o secondo intreccio appare presto come un fatto marginale. Molto più importante si dimostra invece arrivare a vedere le facce di queste persone da più vicino possibile. E sono facce che mutano come quando si sogna. Appena inclinando la testa Imogene improvvisamente si trasforma nella Bella Addormentata (è quando nella notte nella sua stanza penetra Iachimo, il nemico), o in Biancaneve (quando nel bosco il servo Pisanio deve ucciderla, e invece la risparmia e la fa vestire da uomo e cammina cammina lei finisce nella casa dei sette nani, che qui però sono tre cacciatori), o in Giulietta (quando è creduta morta e posta accanto a Cloten decapitato, e lei lo crede Postumo e si dispera; ma poi la tragedia è impedita e si prende un'altra strada). E’ però un fenomeno che riguarda tutti i personaggi: nella serrata situazione della scommessa abbiamo il tempo di vedere la faccia di Postumo sparire sotto quella di Otello (il cui onesto Iago, che qui è appunto Iachimo, ha però un carattere meno livido, e una vena di cupa angelicità); nella sua furia iniziale Cimbelino affronta Imogene come Lear Cordelia; proclamando i suoi propositi di vendetta Cloten in III,5 diventa il Chiron di Tito Andronico, e anche sua madre viene da là, e a volte ha la stessa maschera della Regina dei Goti. E lasciamo perdere le facce cancellate, i travestimenti, il fatto che Imogene, in abiti maschili come Julia nei Due gentiluomini di Verona, o Viola nella Dodicesima notte, non sia riconosciuta dal marito (che addirittura la colpisce scambiandola per un servo) e neppure dal proprio padre. E via allora anche le simmetrie, le corrispondenze: Postumo grida contro la slealtà delle donne e Imogene contro i giuramenti traditori degli uomini; lei fugge stanchissima e affranta nel bosco e stanchissimo e disperato Cloten la insegue, entrambi ragazzi abbandonati a se stessi. Iachimo è l’ingannatore, come dicevo, ma sa pentirsi e sa pentirsi anche Cimbelino, guarda, e perdona col sovrano perdono del re. Io non ubbidisco, protesta Pisanio all’ordine di Postumo di uccidere Imogene e Ubbidisci! gli impone subito dopo lei per quello stesso ordine.

Lascio perdere tutto questo. Eppure sono legami ipnotici, perché Imogene (soggetto supremo di Cimbelino, qualcuno dice, il più alto punto di riferimento per gli attori) è tanto la grazia che si muove nel mondo, un angelo del cielo, che una donna dura, e fors'anche opportunista; Postumo è un innamorato che ci mette cinque minuti, in una discussione tra sconosciuti, per arrivare a scommettersela; e Cloten, di certo volgare, e forse anche stolto, sa vivere per lei una idea di amore tanto terribile da spingerlo in solitudine in una caccia malvagia, in cui peraltro perderà la vita, con la temerarietà e la purezza di un Parsifal.

Poi, nei momenti di massima cupezza, o scoramento, il racconto si volta e in modo inatteso sorride; le simmetrie sono ipnotiche, sono come rime, ritornelli, un barbaglio di speranza, o di bonarietà drammaturgica; o anche sinistra, autoimposta, forse un inganno. In III,6, quando la Regina esulta all'idea che suo marito possa morire di collera e di malattia quella stessa notte (Possa non vedere il giorno di domani, grida), e si cancelli così tutta la sua discendenza, compresa Imogene, in modo che possa fare del proprio figlio il re, e restare padrona assoluta di tutto, dei veleni e dell'odio, dei luttuosi palazzi di Schinkel, diremmo, che ha attorno, non appena lei è uscita ecco suo figlio Cloten buttarsi in ginocchio ed esultare nel comprendere quanto invece lui, Imogene, l'ami

perché è bella e regale, la più squisita dama tra tutte le dame, tra tutte le donne. Di tutte è il meglio e di questo meglio è fatta, per questo le supera tutte e per questo io l'amo

salvo poi ricordarsi che lei ha pur sempre scelto quell'altro; per cui la punirà, scannerà Postumo e la violenterà sul suo corpo, e poi la riporterà a corte, da dove lei è fuggita, a pugni, e a calci in camera sua.

Sappiamo che come al suo solito Shakespeare scrisse questo pezzo con un occhio agli incassi. Ma a quel tempo le cose per la sua compagnia non andavano troppo bene, era moda preferire la concorrenza, Beaumont e Fletcher. Il tempo era passato, gli antichi proclami, le commedie dialettiche erano ora inservibili; merce scaduta. Ma sappiamo anche che non sapeva trattenersi dal profittare delle nuove mode. Ora, per questo nuovo pubblico di cambiata intelligenza, e ritegno, o smagato, e di bocca buona, i vecchi eroi erano stracci, abiti smessi appesi al chiodo, roba per i cenciaioli. Ogni tanto càpita. Se si voleva farsi sentire da lui bisognava servirgli quello che voleva, una cosa semplice, un’avventura e un lieto fine. Basta con la severità; una cosa facile da seguire, scorrevole, ricongiungimenti finali, baci. Una fiaba? Con trabocchetti, allora, bassi fondali e maree. Sì; ma anche – e per forza – corridoi laterali, un percorso in quella che era ormai la galleria degli spettri. Cimbelino è anche questo, un campionario di vecchie trovate, quelle che un tempo tutti avevano amato e che ora non valevano più; una raccolta di ritratti, una rassegna di parti d’attore. Che sia dunque una fiaba, e che dentro ci siano tutti i vecchi compagni. E quindi gioielli, tirate ovvie, costumi rimessi a posto, vecchie facce, riciclaggio di fondi di cassetto, un po’ di disinganno e un ossequioso disprezzo. Ossequioso; perché il botteghino è sempre il botteghino. Come un omaggio avvelenato, un mazzo di fiori che ad annusarlo si perde la testa, un bouquet fatto di gigli, rose ed elleboro. Cimbelino è un lavoro di montaggio e di intarsio, e una collezione di ricordi, di richiami. Facce false che sbocciano sui rami invernali come fiori. Composto attorno al 1610, è il terz'ultimo lavoro di Shakespeare, dopo ci saranno solo il Racconto d'inverno, la Tempesta e le penne spezzate, e una tranquilla vita in campagna.

 

 

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Riassunto

 

È così scombinata, la trama di Cimbelino, che molti critici nel corso dei secoli hanno protestato che non fosse frutto della mano di Shakespeare, come se un grandissimo poeta non potesse concedersi, a volte, al mestiere. Infatti è il mestiere teatrale a farla da padrone in questo testo della fase conclusiva della creatività shakespeariana: perché Cimbelino richiama a orecchio molti temi del canone, da Romeo e Giulietta a Dodicesima notte; fino a Otello, dal momento che tutto ruota intorno alla gelosia. Pilotata da un italiano, ovviamente: lo Iago in sedicesimo Iachimo. Siamo nel pieno dell’età augustea e la vicenda si svolge tra Roma e la Britannia di cui Cimbelino, appunto, è re. Sullo sfondo c’è la contesa fra romani e britanni, con questi ultimi che, dopo le sconfitte subite da Giulio Cesare, si proclamano pronti a riconquistare libertà e autonomia anche a costo di muovere guerra a Roma: un contorno politico costruito ad arte per solleticare il giovane nazionalismo britannico (Giacomo I, salito al trono nel 1603 dopo la morte di Elisabetta, aveva riunificato i regni d’Inghilterra e di Scozia). Ma c’è da giurare che il pubblico dell’epoca impazziva per la trama amorosa, con Iachimo che minaccia (con la menzogna) la fedeltà coniugale di Imogene, moglie di Postumo e figlia di Cimbelino. A differenza che in Otello, il raggiro verrà scoperto in tempo e accanto al trionfo dell’amore e dell’onestà si consumerà il tardivo e inutile pentimento di Iachimo. Serve ricordare che il “cattivo” è romano e i “buoni” sono inglesi? Roma è il modello della speculazione politica, ma ormai l’Inghilterra si ritiene adulta, pensa di fare da sé e di poter aprire un nuovo corso storico. Bisognerà aspettare ancora più di un secolo, perché questa premonizione si avveri.

 

 

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Cimbelino

(“Cymbeline” - 1609 - 1610)

 

 

Personaggi

 

CIMBELINO, re di Britannia

CLOTEN, figlio della regina (da marito precedente)
POSTUMO LEONATO, gentiluomo, marito di Imogene
BELARIO, nobile esiliato, sotto il nome di Morgan

GUIDERIO, ARVIRAGO: figli di Cimbelino,

sotto i nomi di Polidoro e Cadwal, presunti figli di Morgan

FILARIO, amico di Postumo. Italiano
IACHIMO, amico di Filario. Italiano
CAIO LUCIO, generale dell'esercito romano
PISANIO, servo di Postumo
CORNELIO, medico
FILARMONIO, indovino

Un capitano romano
Due capitani britanni
Un francese, amico di Filario
Due signori della corte di Cimbelino
Due gentiluomini della stessa
Due carcerieri

LA REGINA, moglie di Cimbelino
IMOGENE, figlia di Cimbelino (da una regina precedente)
ELENA, dama di compagnia di Imogene

Nobili, dame, senatori romani, tribuni, un olandese, uno spagnolo, musici, ufficiali, capitani, soldati, messaggeri ed altri del seguito
SPIRITI

 

 

 

atto primo - scena prima

 

Entrano due gentiluomini.

PRIMO GENTILUOMO
S'incontrano solo volti accigliati: le nostre passioni non obbediscono al cielo, proprio come nell'aspetto i cortigiani non si accordano ai sentimenti del re.

SECONDO GENTILUOMO
Ma che accade?

PRIMO GENTILUOMO
Sua figlia, l'erede al trono, da lui destinata all'unico figlio di sua moglie - una vedova che ha sposato da poco - s'è data a un gentiluomo povero, ma degno. L'ha sposato. Il marito ora è esiliato, lei imprigionata, e ovunque si vede solo dolore. Il re però è ferito al cuore.

SECONDO GENTILUOMO
Solamente il re?

PRIMO GENTILUOMO
Anche colui che l'ha persa. E poi la regina, che più di tutti voleva quelle nozze. Ma non c'è uomo a corte che, per quanto imiti nel volto l'atteggiamento del re, non sia lieto in cuore di ciò che deplora in apparenza.

SECONDO GENTILUOMO
E perché?

PRIMO GENTILUOMO
Colui che non è riuscito ad avere la principessa è cosa troppo vile perfino per dirne male. E colui che invece c'è riuscito - voglio dire, che l'ha sposata e perciò, poveretto, è bandito - è creatura che a trovarne una simile su tutta la terra, pur sempre mancherebbe di qualcosa al suo confronto. Nessuno, credo, è dotato quanto lui di bellezza nell'aspetto e di virtù nell'animo.

SECONDO GENTILUOMO
Ne fate lodi assai estese.

 

PRIMO GENTILUOMO
Ampie, signore, ma entro i limiti dei meriti suoi; non li ingrandisco di certo, anzi sminuisco lui.

 

SECONDO GENTILUOMO
Come si chiama, e qual è la sua famiglia?

PRIMO GENTILUOMO
Non so scavare nel suo passato fino alle radici; suo padre si chiamava Sicilio e combatté con Cassibellano contro i Romani, ma i titoli gli vennero da Tenanzio, che servì con gloria e con successo ammirato da tutti; e così si guadagnò il soprannome di Leonato. Oltre al gentiluomo in questione costui ebbe altri due figli che nelle guerre di quel tempo morirono brandendo la spada. Legato com'era alla prole, e vecchio ormai, il padre n'ebbe tale dolore che cessò di vivere; e la nobile sposa, incinta di questo gentiluomo, morì l'istante in cui egli nacque. Il re prende allora il bambino sotto la sua protezione, gli dà nome Postumo Leonato, l'alleva, lo tiene fra i suoi paggi di camera, gli offre tutta la scienza che alla sua età è in grado di ricevere; e lui, come gli viene insegnata, con facilità e rapidità l'assorbe quasi fosse l'aria per noi, e a primavera della vita sua miete il raccolto. A corte è lodato ed amato - cosa assai rara; insomma, per i più giovani un esempio, uno specchio per i più maturi che li obbliga a seguire le regole, per i più saggi un ragazzo capace di guidare i vecchi. Quanto a sua moglie - a causa della quale ora è esiliato - il valore stesso di lei indica quanto lo stimi; e la sua scelta prova la virtù di lui e qual uomo egli sia.

SECONDO GENTILUOMO
Gli rendo onore per le vostre parole. Ma vi prego, dite: lei è l'unica figlia del re?

PRIMO GENTILUOMO
La sola. Aveva - ma forse non vale neppure la pena di saperlo - anche due figli; furono rapiti dalla culla, il maggiore a tre anni, l'altro ancora in fasce; e a tutt'oggi non si sa dove siano andati a finire.

SECONDO GENTILUOMO
Quanto tempo è passato da allora?

PRIMO GENTILUOMO
Circa vent'anni.

SECONDO GENTILUOMO
Figli di un re, e rapiti in questo modo! Così mal sorvegliati! E ricercati con lentezza tale da non esser mai ritrovati!

PRIMO GENTILUOMO
Per quanto strano sia e si possa ridere di tanta negligenza, questa, signore, è la verità.

SECONDO GENTILUOMO
Vi credo senz'altro.

PRIMO GENTILUOMO
Dobbiamo allontanarci. Ecco che arrivano il gentiluomo, la regina, e la principessa.

 

Escono.

 

 

 

atto primo - scena seconda

 

Entrano la Regina, Postumo e Imogene.

REGINA
No, figlia, stai sicura che non ti sarò ostile come pretendono le calunnie sulle matrigne. Sei mia prigioniera, ma il carceriere ti rilascerà le chiavi della tua prigione. Quanto a voi, Postumo, appena sarò riuscita a portare dalla mia parte il re incollerito, diverrò vostro avvocato: in verità il fuoco della rabbia brucia ancora in lui, e sarebbe bene che vi piegaste al suo decreto con la pazienza che la vostra saggezza saprà consigliarvi.

POSTUMO
Se piace a Vostra Altezza, partirò di qui oggi stesso.

REGINA
Conoscete il pericolo. Compatisco le sofferenze d'un amore ostacolato: passeggerò un poco in giardino, anche se il re ha ordinato che non vi parliate.

 

Esce.

IMOGENE
Oh, falsa cortesia! Sa bene, questa tiranna, fare carezze proprio dove ferisce! Sposo carissimo, temo un poco l'ira di mio padre, ma - senza venir meno al mio sacro dovere - non ho alcuna paura di quel che la sua collera può farmi. Tu devi partire, ed io rimarrò qui a sopportare ad ogni istante occhiate furibonde; senza altro conforto nella vita salvo il pensiero che al mondo c'è questo gioiello che forse potrò rivedere.

POSTUMO
Mia regina, mia amata, non piangere più, signora, o a ragione mi sospetteranno di maggiore tenerezza che non s'addica a un uomo. Resterò il marito più fedele che mai abbia giurato alle sue nozze. Vivrò a Roma, presso un certo Filario che era amico di mio padre e che io conosco solo per lettera; scrivimi lì, mia regina, e con i miei occhi berrò le parole che mi invii, fosse l'inchiostro fatto anche di fiele.

Rientra la Regina.

REGINA
Vi prego, siate brevi: se venisse il re, chissà quanta collera dovrei sopportare. (A parte) Invece lo convincerò a passare di qui: se gli faccio un torto, per rimanermi amico ne sborsa anche il prezzo: paga care le mie offese.

 

Esce.

POSTUMO
Se prendere congedo durasse tutto il tempo che ci resta da vivere, l'amarezza di separarci crescerebbe sempre. Addio!

IMOGENE
No, rimani ancora un poco: fosse soltanto per andare a cavallo a prender aria, un addio così sarebbe troppo meschino. Guarda, amore, qui: questo diamante era di mia madre; prendilo, mio cuore; e tienilo finché non sposi un'altra moglie, quando Imogene sarà morta.

POSTUMO
Come? Come, un'altra? O dèi clementi, datemi soltanto questa che ho, e con catene di morte suggellate i miei abbracci a un'altra. Rimani qui, rimani, (mettendosi l'anello) finché ti possono tenere i sensi miei. E, mia dolcissima, mia bella, se ho scambiato con te la mia povera persona e tu ne hai avuto perdita infinita, fra noi due io guadagno anche in affari da nulla. Porta, per amor mio, questo bracciale: (mettendole un braccialetto al polso) manette d'amore metto così alla più bella delle prigioniere.

IMOGENE
Oh dèi! Quando ci rivedremo?

Entrano Cimbelino e Signori.

POSTUMO
Ahimè, il re!

CIMBELINO
Via di qui, essere vilissimo. Lontano dal mio sguardo! Se dopo quest'ordine ancora sulla corte fai gravare il peso della tua presenza indegna, morirai. Via! Sei veleno al mio sangue.

POSTUMO
Vi proteggano gli dèi, e benedicano i buoni che restano a corte! Me ne vado.

 

Esce.

IMOGENE
Neppure la morte ha morsi così atroci.

CIMBELINO
Creatura senza lealtà, che dovresti ridarmi la giovinezza, e invece accumuli gli anni su di me!

IMOGENE
Vi supplico, sire, non vi fate da solo del male con la rabbia. All'ira vostra sono insensibile. Un sentimento più raro vince in me ogni dolore, ogni paura.


CIMBELINO
Senza più alcuna grazia! Non hai più obbedienza!

IMOGENE
Senza speranza, disperata, e perciò senza grazia.

CIMBELINO
Tu che potresti aver avuto l'unico figlio della mia regina!

IMOGENE
Una benedizione, non aver potuto! Ho scelto un'aquila, ed evitato un nibbio.

CIMBELINO
Hai preso un mendicante, e del mio trono avresti fatto cattedra d'ignominia.

IMOGENE
Anzi, vi avrei aggiunto splendore.

CIMBELINO
Tu, vile!

IMOGENE
Sire, vostra è la colpa se mi sono innamorata di Postumo: lo avete allevato mio compagno di gioco, ed è uomo degno di qualunque donna: vale più del prezzo che paga per me.

CIMBELINO
Cosa? Sei pazza?

IMOGENE
Quasi, sire. Mi guarisca il cielo! Ah, fossi la figlia di un bovaro, e il mio Leonato figlio d'un pastore nostro vicino!

CIMBELINO
Folle che sei!...


Rientra la Regina.

Li ho trovati ancora insieme; non avete eseguito i nostri ordini. Portatela via e chiudetela a chiave.

REGINA
Pazienza, vi supplico. Silenzio, figlia, silenzio! Amato sovrano, lasciateci sole, e trovate conforto riflettendo.

CIMBELINO
No! Che languisca perdendo ogni giorno una goccia di sangue, e invecchi, e muoia di questa sua follia.


Escono Cimbelino e Signori.

REGINA
Vergogna! Dovrete cedere. Ecco


Entra Pisanio.

il vostro servitore. Ebbene, signore, che notizie?

PISANIO
Vostro figlio ha sguainato la spada contro il mio padrone.

REGINA
Che? Non si son fatti male, spero.

PISANIO
Avrebbero potuto, se il mio padrone avesse combattuto sul serio. Invece, ha giocato, e non era certo spinto dall'ira. Sono stati separati da due gentiluomini che erano lì.

REGINA
Ne sono felice.

IMOGENE
Vostro figlio è amico di mio padre, e perciò prende le sue parti sguainando contro un esule la spada. Ma che valoroso! Come vorrei che duellassero in mezzo all'Africa! Con una spilla, lì, io pungerei quello che dei due indietreggiasse! Perché avete lasciato il vostro padrone?

PISANIO
Ordini suoi: non voleva che l'accompagnassi al porto. Ha lasciato queste istruzioni su quello che dovrò fare quando vi piacerà di servirvi di me.


REGINA
Costui è stato sempre vostro servitore fedele, e sul mio onore giurerei che rimarrà tale.

PISANIO
Ringrazio umilmente Vostra Altezza.

REGINA
Passeggiamo un poco, vi prego.

IMOGENE
Fra mezz'ora venite a colloquio da me. Intanto andate almeno a vedere imbarcarsi il mio signore. Per ora, lasciatemi.

 

Escono.

 

 

 

atto primo - scena terza

 

Entrano Cloten e due Signori.

PRIMO SIGNORE
Signore, vi consiglierei di cambiare camicia; la violenza del duello vi ha fatto fumare come un sacrificio sull'altare. Dove c'è aria che esce, c'è aria che entra, e qui attorno non c'è aria più salubre di quella che esalate voi.

CLOTEN
Se la mia camicia fosse intrisa di sangue, allora la cambierei. L'ho ferito?

SECONDO SIGNORE (a parte)
No davvero. E neppure la sua pazienza.

PRIMO SIGNORE
Ferito? Se non è ferito, allora il suo corpo è una carcassa che si può trafiggere a piacimento. È una via maestra per la lama, se non è ferito.

SECONDO SIGNORE (a parte)
Lama che è scappata via, come un debitore che svicola sul retro per sfuggire ai creditori.

CLOTEN
Non è riuscito a farmi fronte, il vigliacco.

SECONDO SIGNORE (a parte)
No, fuggiva sempre in avanti, verso il tuo viso.

PRIMO SIGNORE
Farvi fronte? Avete già abbastanza terre: ma lui ve n'ha date dell'altre cedendovi terreno.

SECONDO SIGNORE (a parte)
Sì, un'isola di un centimetro per ogni oceano che possiedi. Buffoni!

CLOTEN
Vorrei che non ci avessero separato.

SECONDO SIGNORE (a parte)
Anch'io. Così, disteso a terra, avresti misurato l'ampiezza della tua idiozia.

CLOTEN
Che lei debba amare quel tipo e rifiutare me!

SECONDO SIGNORE (a parte)
Se sceglier bene è peccato, allora è dannata.

PRIMO SIGNORE
Come vi ho sempre detto, signore, la sua bellezza e il suo cervello non vanno di pari passo. Ha un bel viso, ma l'intelligenza vi si riflette poco.

SECONDO SIGNORE (a parte)
Non splende sugli sciocchi, perché ha paura che il riflesso le farebbe male.

CLOTEN
Bene, torno nella mia camera. Come vorrei che ci fossimo fatti male!

SECONDO SIGNORE (a parte)
Non io. A meno che non fosse caduto un asino, che non è poi un gran male.

CLOTEN
Venite con noi?

PRIMO SIGNORE
Accompagnerò Vostra Signoria.

CLOTEN
Venite, andiamo assieme.

SECONDO SIGNORE
Bene, signore.

 

Escono.

 

 

 

atto primo - scena quarta

 

Entrano Imogene e Pisanio.

IMOGENE
Vorrei che tu andassi al porto e ci restassi a chiedere notizie ad ogni vela. Se mi scrive ma io non ricevo le sue lettere, è carta al vento, come un decreto di grazia mai arrivato. Quali sono le ultime parole che ti ha detto?

PISANIO
Diceva: "Mia regina, mia regina!".

IMOGENE
E poi ha sventolato il fazzoletto?

PISANIO
E lo baciava, signora.

IMOGENE
O tessuto insensibile, tanto più felice di me! E questo è tutto?

PISANIO
No, signora. È rimasto sul ponte sin quando ha potuto farsi distinguere tra gli altri dalla mia vista e dal mio udito, sempre sventolando un guanto, il cappello, il fazzoletto, come se i moti e gli impulsi del suo cuore dicessero così con che lentezza l'anima sua prendeva il largo, e quanto veloce invece la sua nave.

IMOGENE
Non avresti dovuto lasciarlo con lo sguardo finché non fosse divenuto piccolo come un corvo, e ancora più minuscolo.

PISANIO
Signora, è quel che ho fatto.

IMOGENE
Io avrei spezzato i nervi dei miei occhi, li avrei fatti spaccare per guardarlo, finché la distanza non l'assottigliasse come un ago: anzi, l'avrei seguito sino a quando, ridotto a moscerino, non si dissolvesse in aria. Allora avrei distolto gli occhi, e pianto. Ma, buon Pisanio, quando avremo sue notizie?

PISANIO
Appena potrà mandarle, signora, di sicuro.

IMOGENE
Non ho potuto salutarlo, eppure avevo tante cose affettuose da dirgli. Prima che gli potessi dire quanto lo penserò a certe ore del giorno, e con quali pensieri; prima di potergli far giurare che le donne d'Italia non gli faranno tradire il mio amore e il suo onore; prima di ordinargli che s'unisca alle mie preghiere alle sei, a mezzogiorno e a mezzanotte - ché allora per lui io sarei in cielo - prima che gli potessi dare il bacio dell'addio incastonandolo fra parole magiche di auguri: ecco, giunge mio padre e, come il soffio prepotente del vento del nord, spazza via i nostri germogli in boccio.

Entra una dama.

DAMA
Signora, la regina desidera la compagnia di Vostra Altezza.

IMOGENE
Esegui gli ordini che ti ho dato. Io vado dalla regina.

PISANIO
Signora, sarà fatto.

 

Escono.

 

 

 

atto primo - scena quinta

 

Entrano Filario, Iachimo, un francese, un olandese e uno spagnolo.

IACHIMO
Signore, credetemi, l'ho visto in Britannia; cresceva, allora, la sua reputazione, e ci si attendeva che egli si provasse pienamente degno della fama che poi ha avuto. Ma a quel tempo avrei ancora potuto guardarlo senza stupire, anche se il catalogo delle sue virtù gli fosse stato dispiegato accanto e io l'avessi studiato voce per voce.

FILARIO
Parlate delle sue doti quando erano minori di adesso sia nell'animo che nell'aspetto.

FRANCESE
Io l'ho visto in Francia: ne abbiamo parecchi lì che, al modo delle aquile, riescono come lui a guardare il sole ad occhi nudi.

IACHIMO
L'avere sposato la figlia del re, per cui, quando lo si stima, il suo peso dipende dal valore di lei piuttosto che da quello personale, certamente gli dà una reputazione assai maggiore dei suoi meriti.

FRANCESE
E poi c'è il suo esilio.

IACHIMO
Già, e la simpatia di coloro che seguono la bandiera di lei e piangono per questa triste separazione non fa che aumentare straordinariamente la sua fama. Se non altro, per difendere il criterio, del resto facile da attaccare e demolire, che l'ha portata a scegliere come marito un poveraccio senza alcuna qualità. Ma come mai verrà a stare da voi? Come si è insinuato fra le vostre conoscenze?

FILARIO
Suo padre ed io siamo stati soldati assieme, e gli devo la vita per più di un'occasione. Ecco, il britanno arriva. Accoglietelo fra di voi come si conviene a gentiluomini della vostra esperienza nei confronti di uno straniero di rango.


Entra Postumo.

Prego voi tutti di fare miglior conoscenza di questo gentiluomo, che vi raccomando come mio nobile amico. Piuttosto che celebrarlo in sua presenza, lascerò che il suo valore si mostri da solo col tempo.

FRANCESE
Signore, ci siamo conosciuti ad Orleans.

POSTUMO
E da allora vi sono debitore di cortesie per le quali vi dovrò per sempre pagare e ripagare.

FRANCESE
Date, signore, troppo valore ad un favore assai modesto. Fui lieto di rappacificarvi con quel mio connazionale: sarebbe stato un vero peccato se vi foste scontrati con le intenzioni funeste che avevate allora per un motivo così insignificante.

POSTUMO
Perdonatemi, signore, io non ero a quell'epoca che un giovane in giro per il mondo: mi rifiutavo di dare ascolto a quel che sentivo, e ancor più di essere guidato nelle mie azioni dall'esperienza altrui. Ma anche nel più maturo giudizio di ora - se non è offesa proclamarlo tale - i miei motivi nel litigio non erano poi così insignificanti.

FRANCESE
Anche troppo, veramente, perché ne fossero arbitre le spade. E per di più per mano di due che con ogni probabilità sarebbero caduti entrambi, oppure l'uno avrebbe eliminato l'altro.

IACHIMO
Possiamo, senza essere indiscreti, chiedere quale fosse il motivo del contendere?

FRANCESE
Sicuro. Era una discussione pubblica, della quale si può perciò riferire senza timore d'essere contraddetti. Un dibattito simile a quello di ieri sera, in cui ciascuno di noi si mise a lodare le donne del suo paese. Questo gentiluomo sosteneva allora - ed era pronto a pagare l'affermazione col sangue - che la sua donna era più bella, più virtuosa, più saggia, più casta, più costante e meno facile da conquistare di una qualsiasi fra le donne migliori di Francia.

IACHIMO
Quella donna, ora, non è più in vita. Oppure l'opinione di questo gentiluomo è per forza cambiata.

POSTUMO
Ella mantiene tutta la sua virtù, ed io la mia opinione.

IACHIMO
Ma non dovete celebrarla così, mettendola innanzi alle nostre donne italiane.

POSTUMO
Fossi provocato come in Francia, non la rinnegherei in nulla, anche se mi considero suo adoratore e non suo amante.

IACHIMO
Bella e buona in pari misura! Una specie di paragone fra eguali! Sarebbe troppo bello e troppo buono per qualsiasi donna di Britannia. Superasse pure altre che ho conosciuto, come il vostro diamante offusca parecchi di quelli che ho visto, non sarei però convinto che sia superiore a molte. Del resto, io non ho ancora veduto il diamante più prezioso, né voi la donna migliore.

POSTUMO
L'ho lodata secondo la stima che ne ho; e così faccio con la mia pietra.

IACHIMO
E quanto la valutate?

POSTUMO
Più di qualsiasi possedimento al mondo.

IACHIMO
O la vostra donna senza pari è morta, oppure è battuta in valore da un gingillo.

POSTUMO
Siete in errore: l'uno potrebbe essere venduto o regalato se vi fosse denaro sufficiente a comperarlo o merito abbastanza da ricompensare con un regalo. L'altra non è roba da vendere: è un dono degli dèi.

IACHIMO
Che gli dèi hanno fatto a voi?

POSTUMO
Che per grazia degli dèi io mi terrò.

IACHIMO
Potete ritenerla vostra di nome: ma sapete bene che uccelli stranieri si posano spesso sugli stagni di casa. Anche l'anello vi può essere rubato: e così dei due inestimabili vostri tesori, uno è fragile e l'altro accidentale. Un ladro astuto o un cortigiano esperto a perfezione in queste cose potrebbero tentare d'impadronirsi dell'uno e dell'altro.

POSTUMO
Non c'è, in questa vostra Italia, un cortigiano così perfetto da vincere l'onore della mia donna, se dal suo mantenerlo o perderlo dipende il nome di "fragile" che le attribuite. Non dubito che abbiate abbondanza di ladri in Italia: però non ho paura per il mio anello.

FILARIO
Fermiamoci qui, signori.

POSTUMO
Con tutto il cuore, signore. Questo nobile gentiluomo - e lo ringrazio per questo - non mi tratta certo da straniero: anzi, fin da principio abbiamo ben legato.

IACHIMO
Mi basterebbe una conversazione soltanto cinque volte più lunga di questa per guadagnare terreno sulla vostra donna: per farla arretrare, e infine arrendere, l'ammissione alla sua presenza e un'occasione favorevole.

POSTUMO
No, no.

IACHIMO
Sarei disposto a impegnare metà dei miei averi contro il vostro anello, che comunque ritengo valga di meno. Ma scommetto più contro la vostra fiducia che sulla reputazione di lei. Per impedire che vi offendiate per questo, dichiaro che farei il tentativo con qualsiasi donna al mondo.

POSTUMO
Con questa arrogante convinzione commettete un grosso errore, e non ho dubbi che dovrete sopportare ciò che meritate per il vostro tentativo.

IACHIMO
E cioè?

POSTUMO
Un rifiuto, anche se il tentativo - come lo chiamate - meriterebbe ben di più: una punizione.

FILARIO
Signori, basta con questa discussione: è scoppiata troppo d'impulso. Lasciatela morire come è nata e, vi prego, cercate di conoscervi meglio.

IACHIMO
Vorrei avere scommesso tutti i miei averi e quelli del mio vicino a prova di quel che ho detto.

POSTUMO
E quale donna vorreste attaccare?

IACHIMO
La vostra, quella che voi credete così al sicuro nella sua costanza. Scommetto diecimila ducati contro il vostro anello che, se mi procurate una presentazione presso la corte della vostra donna, col solo vantaggio di un secondo colloquio mi porterò via quel suo onore che voi immaginate così ben difeso.

POSTUMO
Sono pronto a scommettere oro contro il vostro oro, ma l'anello mi è caro quanto il dito e fa parte di me stesso.

IACHIMO
Siete suo amico, e perciò più prudente. Potete anche comprare carne di donna a un milione il grammo: non riuscirete comunque a prevenirne la corruzione. Ma vedo che avete un po' di timor sacro.

POSTUMO
Usate la lingua soltanto per abitudine. Spero che abbiate animo più serio.

IACHIMO
Sono padrone delle mie parole, e giuro che farò quello che ho detto.

POSTUMO
Davvero? Ebbene, impegnerò il mio anello fino al vostro ritorno. Stiliamo accordi precisi fra di noi. La virtù della mia donna supera l'enorme rozzezza dei vostri indegni pensieri. Vi sfido alla prova: ecco il mio anello.

FILARIO
Non voglio che questa scommessa si faccia.

IACHIMO
Per gli dèi, ormai è fatta. Se non vi porto prova sufficiente che ho goduto delle parti più preziose della vostra donna, i miei diecimila ducati sono vostri, e anche il vostro diamante. Se ritorno lasciandole l'onore in cui riponete tanta fiducia, lei che è il vostro gioiello, e questo gioiello che è vostro, e il mio oro, sono vostri. A patto che io abbia da voi una presentazione che mi consenta di vederla liberamente.

POSTUMO
Accetto queste condizioni. Stabiliamo gli articoli del patto. Dovrete rispondere a quanto segue: se su di lei riuscite a compiere la vostra incursione e mi fate sapere con certezza che avete vinto, io non sono più vostro nemico. Ella non vale una contesa fra di noi. Se invece lei non si lascia sedurre e voi non potete provare il contrario, mi risponderete con la spada dell'opinione offensiva che avete e dell'attacco che avrete portato alla sua castità.

IACHIMO
Qua la mano, l'accordo è fatto. Lo faremo redigere dai legali. E poi, dritto in Britannia, che il patto non si raffreddi e muoia d'inedia. Vado a prendere l'oro e a far registrare le nostre scommesse.

POSTUMO
D'accordo.

 

Escono Postumo e Iachimo.

FRANCESE
Credete che la cosa andrà avanti?

FILARIO
Il signor Iachimo non è uomo da tornare indietro. Seguiamoli, vi prego.

 

Escono.

 

 

 

atto primo - scena sesta

 

Entrano la Regina, Dame e Cornelio.

REGINA
Cogliete quei fiori mentre la rugiada ricopre ancora la terra. Presto. Chi ne ha la lista?

PRIMA DAMA
Io, Signora.

REGINA
Andate.

 

Le dame escono.

Allora, dottore, avete portato quelle droghe?

CORNELIO
Sì, se piace a Vostra Altezza: eccole qui, signora. (Porgendo una scatoletta.) Ma supplico Vostra Grazia, senza offesa, la mia coscienza m'obbliga a chiedere perché m'avete ordinato questi velenosissimi composti, che con il tempo causano la morte: lenta, ma certa.

REGINA
Mi meraviglio, dottore, che tu mi faccia simile domanda. Non sono forse stata a lungo tua allieva? Non mi hai insegnato come far profumi? E a distillare, a preparare conserve? Tanto che il grande re in persona spesso mi supplica di dargli le mie pozioni? Ora che ho imparato tutto questo, non è giusto - a meno che tu non mi consideri un demonio - che io aumenti le mie conoscenze con altri esperimenti? Proverò la potenza di questi tuoi composti su creature che non vale neppure la pena d'impiccare - non esseri umani - per saggiarne la forza ed applicare rimedi alla loro azione, e così conoscerne le virtù e gli effetti.

CORNELIO
Con queste pratiche Vostra Altezza non farà che indurire il proprio cuore: e inoltre, osservare tali effetti produrrà ribrezzo e pericolo d'infezione.

REGINA
Oh, sta' tranquillo.


Entra Pisanio.

(A parte) Ecco un furfante adulatore. Su di lui per primo farò l'esperimento. Sta dalla parte del padrone suo, contro mio figlio. Allora, Pisanio! Dottore, l'ufficio vostro per ora è terminato. Andate pure.

CORNELIO (a parte)
Su di voi, signora, ho i miei sospetti. Ma non riuscirete a fare danni.

REGINA (a Pisanio)
Ascolta: una parola.

CORNELIO (a parte)
Costei non mi piace. Pensa d'essere in possesso di veleni strani e lenti. Conosco il suo animo, e non affiderò mai droghe di natura tanto infernale ad una della sua malvagità. Quelle che le ho dato stordiscono e intorpidiscono i sensi per un poco. Prima, forse, le proverà su cani e gatti, poi sempre più in alto. Ma soltanto un'apparenza di morte esse producono: nessun pericolo se non quello di soffocare gli spiriti per un breve tempo e farli poi rivivere più freschi. Lei sarà ingannata da questo falso effetto, e io più onesto per averla ingannata.

REGINA
Quando avrò bisogno dei tuoi servizi, dottore, ti manderò a chiamare.

CORNELIO
Prendo umilmente congedo.

 

Esce.

REGINA
Piange ancora, dici? Non pensi che col tempo si calmerà e lascerà che la ragione entri dove la pazzia regna ora sovrana? Mettiti al lavoro: quando mi riferirai che lei ama mio figlio, allora, ti dico, sarai grande quanto il tuo padrone; anzi, più grande, perché la sua fortuna è muta ormai e la sua fama esala l'ultimo respiro. Ritornare non può, e neppure rimanere dove sta: spostarsi significa per lui scambiare una miseria con un'altra, ed ogni giorno che viene, viene a corrodere in lui l'opera d'un giorno. Cosa t'aspetti se t'appoggi ad uno che è sul punto di cadere, non può essere rimesso a nuovo e non ha amici per tenerlo in piedi?


La Regina lascia cadere una scatoletta.

Pisanio la raccoglie.


Non sai quello che raccogli. Ma prendila pure per le tue fatiche: l'ho preparata io stessa, e cinque volte ha salvato il re dalla morte. Non conosco cordiale migliore. No, prendila, ti prego: è un pegno dei favori più grandiche ho in animo per te. Di' alla tua padrona in quale posizione ella si trova; e fallo come fosse iniziativa tua. Considera il vantaggio che il cambio ti darebbe. Pensa che conserveresti pur sempre la tua padrona e avresti in più mio figlio, che si curerà di te. Convincerò il re a concederti qualunque promozione potrai desiderare. E poi io stessa, io in primo luogo, che ti ho avviato su questa strada, prendo l'impegno di ricompensare riccamente i tuoi meriti. Chiama le mie dame. Pensa a quel che ho detto.

 

Pisanio esce.

Furbo e fedele furfante. Non si farà smuovere. È l'agente del suo padrone, ed è qui per ricordarle di mantenere fede a suo marito. Ma gli ho dato qualcosa che, se la prende, priverà lei del suo messaggero d'amore, e che lei stessa poi dovrà assaggiare se l'umore suo non si piega.


Rientra Pisanio con le dame.

Bene, sì, ben fatto. Violette, auricole, primule: portatele nella mia stanza. Addio, Pisanio, e pensa alle mie parole.

 

Escono la Regina e le dame.

PISANIO
Certo. Ma il giorno che sarò infedele al mio padrone, da solo mi strangolerò. È tutto quello che per voi farò.

 

Esce.

 

 

 

atto primo - scena settima

 

Entra Imogene sola.

IMOGENE
Un padre crudele, una matrigna infida, e un idiota che corteggia una donna sposata, il cui marito è in esilio! Ah, quel marito, suprema corona del dolore mio! E quei tormenti sempre ripetuti! Fossi stata rapita come i miei fratelli, sarei stata felice! Somma miseria invece il desiderio che aspira in alto. Beati coloro che, per quanto poveri, possono appagare le loro voglie modeste e trovano in questo contentezza. Chi sarà mai? Ahimè!

Entrano Pisanio e Iachimo.

PISANIO
Signora, è giunto da Roma un gentiluomo con una lettera del mio padrone.

IACHIMO
Rincuoratevi, signora! Il nobile Leonato sta bene e saluta Vostra Altezza con affetto.

 

Le porge una lettera.

IMOGENE
Vi ringrazio, signore. Di cuore, benvenuto.

IACHIMO (a parte)
Tutto quello che di lei si vede è bello! Se possiede un animo altrettanto buono, è unica come l'araba fenice, ed io ho perso la scommessa. Soccorrimi, ardire! Audacia, armami da capo a piedi, o come i Parti combatterò fuggendo; anzi, fuggirò e basta.

IMOGENE (legge)
È uomo d'alto rango, e alla sua cortesia sono infinitamente obbligato. Trattatelo perciò di conseguenza, con la fiducia che avete di voi stessa.


LEONATO
Fin qui posso leggere ad alta voce. Il resto tocca nel profondo, e scalda, il mio cuore, che l'accoglie con riconoscenza. Nobile signore, siete benvenuto più di quanto non vi possano dire le mie parole, e ne avrete la prova in tutto ciò che potrò fare per voi.

IACHIMO
Grazie, bellissima signora. Sono dunque pazzi gli uomini? A loro la natura ha dato occhi per guardare questa volta del cielo e i campi fertili del mare e della terra, per discernere tra le sfere di fuoco là in alto e le pietre tutte eguali di spiagge senza numero - e non riusciamo, noi, a fare distinzione, con lenti tanto perfette, fra il bello e il brutto?

IMOGENE
Cosa provoca in voi questo stupore?

IACHIMO
Non possono essere gli occhi. Perché anche le scimmie e i babbuini, fra due donne così, con i loro versi indicherebbero questa e disprezzerebbero l'altra con le smorfie. E neppure la ragione: anche gli idioti, in una scelta simile, mostrerebbero la certezza dei sani di mente. Né il desiderio, perché la bruttezza, opposta a bellezza così chiara, lo farebbe vomitare a stomaco vuoto invece di indurlo all'appetito.

IMOGENE
Cosa vi spinge a dire questo?

IACHIMO
La voglia ormai satura - quel desiderio sazio eppure insoddisfatto, quella botte piena che continua a svuotarsi - prima sbrana l'agnello, poi cerca cibo perfino nell'immondizia.

IMOGENE
Caro signore, cosa vi assorbe tanto? State bene?

IACHIMO
Sì, signora, bene, grazie. (A Pisanio) Vi prego, signore, dite al mio servo che rimanga dove l'ho lasciato. È straniero, qui, e confuso.

PISANIO
Stavo appunto andando a dargli il benvenuto.

 

Esce.

IMOGENE
Vi prego: sta ancora bene mio marito? La sua salute?

IACHIMO
Sta bene, signora.

IMOGENE
È di buon umore? Spero di sì.

IACHIMO
Allegro oltre misura. Non c'è straniero a Roma gaio e gioviale come lui. Lo chiamano il Britanno gaudente.

IMOGENE
Qui si mostrava incline alla tristezza, spesso senza sapere perché.

IACHIMO
Non l'ho mai visto triste.
Ha per compagno un francese, un homme de qualité, che pare sia innamorato pazzo d'una ragazza di casa sua, di Gallia. Costui sospira forte come un mantice, e l'allegro Britanno - vostro marito, dico - se la ride a perdifiato, e grida: "Oh, come non sbellicarsi dalle risa quando si vede un uomo, che sa dalla storia, dalla fama, o per esperienza cosa sia una donna - anzi, cosa una donna non possa che essere - quando lo si vede languire per ore appresso a sicura schiavitù di propria scelta?"


IMOGENE
È questo che dice mio marito?

IACHIMO
Sì, signora, e con le lacrime agli occhi dal gran ridere. È un divertimento stargli vicino a sentirlo prendere in giro il francese. Ma, lo sa il cielo, certi uomini sono ben da biasimare.

IMOGENE
Non lui, spero.

IACHIMO
Non lui. Però la grazia che egli ha dal cielo potrebbe essere usata con più riconoscenza. In lui, è grande; ma in voi, che io credo sua, oltre ogni còmputo. Se per l'una posso soltanto nutrire ammirazione, verso l'altra sono costretto ad aver pietà.

IMOGENE
Di che cosa avete pietà, signore?

IACHIMO
Di due creature, con tutto il cuore.

IMOGENE
E una sono io, signore? Mi guardate e mi vedete tanto devastata da meritare la vostra pietà?

IACHIMO
Oh, me infelice!

Doversi nascondere dal sole radioso e cercar conforto in prigione dal lucignolo spento d'una candela.

IMOGENE
Signore, vi prego, rispondete più chiaramente alle mie domande. Perché mi compiangete?

IACHIMO
Perché altre si godono il vostro... stavo per dirlo. Ma è compito degli dèi farne vendetta, non mio parlarne.

IMOGENE
Pare che sappiate qualcosa di me, che mi riguarda. Vi prego, poiché il timore che le cose vadano male spesso ferisce più della certezza - e questa non ha rimedio, oppure, conosciuta a tempo, permette di trovare un rimedio - rivelatemi ciò che vi spinge e insieme trattiene dal parlare.


IACHIMO
Se avessi queste guance per bagnarvi le mie labbra; questa mano, che solo a toccarla costringerebbe l'anima a fare voto di fedeltà; questo essere che, infiammandoli, immobilizza il folle moto dei miei occhi; e invece mi dessi - dannato, sì, allora - a sbavare i miei baci su labbra di pubblico dominio come i gradini del Campidoglio; e stringessi mani che la continua slealtà ha incallito come fa il lavoro; e poi posassi lo sguardo di traverso su occhi vili e spenti quanto la fumosa luce nutrita dal sego puzzolente - allora sarebbe giusto che le pene dell'inferno tutte ad un tempo venissero a punire tale perversione.

IMOGENE
Mio marito, ho paura, ha dimenticato la Britannia.

IACHIMO
E se stesso. Non sono certo io che di mia volontà, compiaciuto delle mie notizie, vi rivelo questo suo miserabile cambiamento. È la vostra bellezza che, col suo incanto, a forza spinge queste informazioni sulla lingua dalla mia coscienza muta.

IMOGENE
Non voglio sentire altro.

IACHIMO
Anima cara! La vostra causa mi ferisce il cuore d'una tale pietà che vengo meno. Una donna tanto bella che raddoppierebbe, unita a un impero, la potenza del più grande re, essere divisa con sgualdrine pagate proprio col denaro uscito dai suoi forzieri Con donne d'avventura, piene d'infezioni, che per dell'oro si giocano ogni malattia che la corruzione può regalare alla Natura! Roba ribollita, che avvelenerebbe il veleno stesso! Vendicatevi! O chi v'ha messo al mondo non era una regina, e voi degenerate dalla vostra nobile stirpe.

IMOGENE
Vendicarmi!
E come vendicarmi? Se questo è vero - il mio cuore non deve però lasciarsi così in fretta ingannare dalle orecchie - se questo è vero, come potrei vendicarmi?

IACHIMO
Se facesse vivere me come n sacerdote di Diana, fra lenzuola fredde,  mentre lui salta su baldracche mutevoli scornandovi col vostro stesso denaro... Vendicatevi! Al vostro dolce piacere consacro qui la mia persona, più nobile certo di quel disertore del vostro letto, e manterrò fede al vostro amore nella costanza e nel segreto.

IMOGENE
Corri qui, Pisanio!

IACHIMO
Lasciate che deponga i miei servigi sulle vostre labbra.

IMOGENE
Via! Condanno le mie orecchie per averti ascoltato così a lungo. Se tu fossi onesto, questa storia avresti raccontato a intento di virtù, non per il fine ignobile e pazzo che persegui. Fai torto a un gentiluomo che è lontano da quanto dici di lui come sei tu dall'onore. E insidii una donna che disprezza te e il diavolo in egual misura. - Pisanio, aiuto! Il re mio padre verrà informato di questo tuo assalto: se troverà giusto che uno straniero insolente faccia mercato nella sua corte come in un bordello di Roma, e davanti a noi dispieghi tutta la sua bestialità, allora mio padre ha una corte di cui si cura poco, e una figlia per la quale non ha rispetto alcuno. - Pisanio, presto!

IACHIMO
Felice te, Leonato! Posso ben dirlo: la stima che la tua donna ha di te merita tutta la tua fiducia, e la tua perfetta virtù la sicurezza della stima sua. Vivete a lungo felici, signora dell'uomo più degno che mai paese abbia reclamato suo; e voi, sua moglie, adatta solo al più degno! Datemi il vostro perdono. Tutto questo l'ho detto per vedere se la vostra fedeltà avesse radici profonde. E adesso di nuovo vi farò il ritratto di vostro marito, quale è veramente: un uomo leale sino in fondo, un mago tanto buono che con i suoi incantesimi attrae a sé tutta la gente. Ognuno ha dato a lui metà del suo cuore.

IMOGENE
Vedo che fate ammenda.

IACHIMO
Tra gli uomini si erge come un dio sceso dai cieli. Spicca per un'aura d'onore che lo fa parere più che un mortale. Non v'adirate, potente principessa, se ho osato mettervi alla prova con un racconto falso. La vostra saggezza nella scelta d'un uomo tanto raro - e voi sapete che non può sbagliare - è onorata, così, da una conferma. L'affetto che ho per lui mi ha condotto a vagliarvi in questo modo, ma gli dèi v'hanno fatta senza loglio: al contrario delle altre, grano puro. Vi prego, perdonatemi.

IMOGENE
Va bene, signore, disponete pure del mio potere a corte.

IACHIMO
Vi ringrazio umilmente.

Ah, dimenticavo di pregare Vostra Grazia di un favore piccolo, ma non senza importanza, perché riguarda vostro marito, e me, e altri nobili amici associati nell'affare.


IMOGENE
Di che si tratta? Dite.

IACHIMO
Una dozzina di Romani come me, più il vostro sposo - l'ala migliore, invero, al nostro volo - abbiamo raccolto del denaro per comperare un dono all'imperatore: cosa che io, per incarico degli altri, ho fatto in Francia. Vasellame di fattura rara, e gioielli di forma ricca e squisita e di gran valore. Io, che qui sono straniero, ho ansia di metterli al sicuro. Vorreste, di grazia, prenderli in custodia?

IMOGENE
Volentieri. E sulla loro sicurezza impegno il mio onore. Rivestono interesse anche per mio marito, e quindi li terrò nella mia stanza.

IACHIMO
Sono in un baule custodito dai miei uomini: mi prenderò la libertà di mandarveli, soltanto per questa notte.
Domani devo ripartire.

IMOGENE
Oh no, no.

IACHIMO
Sì, perdonatemi. O, ritardando il ritorno, mancherò di parola. Ho attraversato il mare dalla Gallia al solo scopo e per promessa soltanto di vedere Vostra Grazia.

IMOGENE
Vi ringrazio delle pene che vi siete preso. Ma non partite domani!

IACHIMO
Devo, signora. Perciò vi prego, se volete scrivere a vostro marito, fatelo stanotte. Sono già rimasto oltre il tempo fissato per la consegna del nostro dono.

IMOGENE
Scriverò. Mandatemi il baule. Sarà tenuto al sicuro, e puntualmente a voi restituito. Ancora una volta, benvenuto.

 

Escono.

 

Indice Teatro

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Cimbelino

(“Cymbeline” - 1609 - 1610)

 

 

atto secondo - scena prima

 

Entrano Cloten e due Signori.

CLOTEN
C'è mai stato qualcuno con una sfortuna come la mia? Stavo per mettere la boccia accanto al pallino con un tiro, e mi viene sbalzata via! Ci avevo scommesso un centinaio di sterline. E poi arriva uno stupido figlio di puttana a rimproverarmi perché bestemmio, come se dovessi prendere le mie bestemmie a prestito da lui e non potessi spenderle a piacimento.

PRIMO SIGNORE
E cosa ci ha rimediato? Gli avete rotto la zucca con la vostra palla.

SECONDO SIGNORE (a parte)
Se il suo cervello fosse stato d'acqua fresca come quello di chi gli ha rotto la zucca, se ne sarebbe uscito tutto fuori.

CLOTEN
Quando un gentiluomo ha voglia di bestemmiare, non tocca certo ai presenti di tagliargli le bestemmie in bocca, no?

SECONDO SIGNORE
No, mio signore; (a parte) e neppure di tagliar loro le orecchie.

CLOTEN
Cane figlio di cagna! Ah, potergli dare una lezione! Se avesse avuto anche soltanto l'odore del mio rango!

SECONDO SIGNORE (a parte)
Sì, per puzzare come uno scemo.

CLOTEN
Mi fa imbestialire più di qualsiasi altra cosa, maledizione! Preferirei non essere nobile come sono. Nessuno osa combattere contro di me per via di mia madre, la regina. Qualsiasi disgraziato può fare a botte quanto gli pare, e io devo andare su e giù come un gallo che nessuno può toccare.

SECONDO SIGNORE (a parte)
Sei gallo, e pure cappone, e fai chicchirichì, galletto mio, con il berretto del buffone sulla zucca a mo' di cresta.

CLOTEN
Che dici?

SECONDO SIGNORE
Non è degno di Vostra Signoria misurarsi con qualsiasi cialtrone che offendete.

CLOTEN
Certo, lo so: ma è pur degno che io faccia offesa ai miei inferiori.

 

SECONDO SIGNORE
Sì, è degno solo di Vostra Signoria.

CLOTEN
Appunto, è quel che dico.

PRIMO SIGNORE
Avete saputo dello straniero che è arrivato a corte questa sera?

CLOTEN
Uno straniero, e io non ne so niente?

SECONDO SIGNORE (a parte)
Il tipo strano è lui, e neppure lo sa.

PRIMO SIGNORE
È arrivato un italiano, un amico di Leonato, dicono.

CLOTEN
Leonato? Un furfante bandito. E questo è un altro furfante, chiunque egli sia. Chi vi ha detto di questo straniero?

PRIMO SIGNORE
Uno dei paggi di Vostra Signoria.

CLOTEN
Sarà degno di me andare a dargli un'occhiata? Derogherei al mio rango nel farlo?

SECONDO SIGNORE
Voi non potete derogare in alcun modo, signore.

CLOTEN
È difficile, lo ammetto.

SECONDO SIGNORE (a parte)
Sei uno scemo patentato, e siccome tutto quello che fai è stupido, non è di deroga proprio a niente.

CLOTEN
Bene, andrò a vedere questo italiano. Mi rifarò su di lui di quello che ho perso prima a bocce. Su, andiamo.

SECONDO SIGNORE
Ai vostri ordini, signore.


Escono Cloten e il Primo Signore.


Che un diavolo astuto come sua madre debba regalare al mondo un asino così! Una donna che dà i numeri a tutti col suo cervello, e suo figlio incapace di tenere a mente che venti meno due fa diciotto! Ahimè, povera principessa, divina Imogene, cosa non soffri tra un padre agli ordini della tua matrigna, una madre sempre pronta a fabbricare intrighi, e un corteggiatore più odioso del vergognoso esilio del tuo caro sposo, e del divorzio orrendo che costui t'imporrebbe. Il cielo sorregga le mura del tuo caro onore, renda incrollabile quel tempio che è il tuo animo bello,  perché tu resista per goderti tuo maritoe questo gran paese dal quale egli è bandito.

 

Esce.

 

 

 

atto secondo - scena seconda

 

Compaiono Imogene a letto, e una dama.

IMOGENE
Chi è? Tu, Elena?

DAMA
Signora, per servirvi.

IMOGENE
Che ore sono?

DAMA
Quasi mezzanotte, signora.

IMOGENE
Ho letto per tre ore, allora: gli occhi sono stanchi, ripiega il foglio a segno dove mi sono fermata. Poi, a letto. Non portar via la candela, lasciala accesa; e se riesci a svegliarti per le quattro, chiamami, ti prego. Tutta mi prende il sonno.


La dama esce.

 

Alla vostra protezione, o dèi, mi affido: difendetemi, vi supplico, dagli spiriti e dai dèmoni che tentano la notte!

Dorme.

Iachimo esce dal baule.

IACHIMO
I grilli cantano, e il corpo stanco dell'uomo si ristora nel riposo. Così il nostro Tarquinio calpestò le stuoie, piano, prima di risvegliare la castità che ferì a morte. Oh, Citerea, con che bellezza adorni il tuo letto! Oh giglio fresco, più bianco delle lenzuola! Poter toccarla! Un bacio soltanto, un bacio! Rubini senza pari, con quale dolcezza bacereste! È il suo respiro a profumare così la stanza. La fiamma della candela si piega verso di lei a spiare sotto le ciglia le luci che vi sono racchiuse, ora coperte da quel velo di palpebre bianche e azzurre, del colore del cielo. Ma il mio disegno è di osservare la stanza, tutto annotando per iscritto: queste pitture, e quest'altre; là, ecco, la finestra; l'arredo del suo letto; gli arazzi; quali figure, e l'argomento delle loro storie. Ah, e poi, qualche particolare fisico, del corpo, sarebbe prova migliore di mille miserabili pezzi di mobilio, a completare questo mio inventario. Oh sonno, scimmia della morte, distenditi pesante su di lei! Siano i suoi sensi come le effigi sepolcrali in una cappella. Su, presto, vieni. (Sfilando il braccialetto.) Facile da sfilare, quanto fu duro a sciogliere il nodo di Gordio. È mio: e all'apparenza fornirà dimostrazione valida quanto quelle che la coscienza fabbrica dentro di noi, per la disperazione di suo marito. Sul suo seno sinistro un neo con cinque puntini, come le gocce cremisi sul fondo di una primula. Ecco un documento più eloquente di qualunque prova legale. Questo segreto lo costringerà a credere che ho forzato la serratura e preso il tesoro del suo onore. Altro non serve. A che scopo? Perché poi scrivere tutto? È ormai fissato come una vite nella mia memoria. Ha letto fino a tardi la storia di Tereo. Il foglio ha il segno al punto dove Filomela s'arrende. Mi basta. Dentro al baule, di nuovo, e richiudiamolo. Presto, fate presto, draghi della notte, perché l'alba venga ad aprire gli occhi al corvo! Mi prende la paura. Là c'è un angelo del cielo. Ma qui, è l'inferno.

 

Suona l'orologio.

Uno, due, tre; è l'ora, è l'ora!


Entra nel baule.

La scena si chiude.

 

 

 

atto secondo - scena terza

 

Entrano Cloten e Signori.

PRIMO SIGNORE
Vostra Signoria è l'uomo più paziente del mondo quando perde, e il più freddo quando, tirando ai dadi, scopre un asso.

CLOTEN
Chiunque diverrebbe freddo, perdendo.

PRIMO SIGNORE
Ma non tutti avrebbero la pazienza che mostra il nobile temperamento di Vostra Signoria. Siete straordinariamente ardente e appassionato quando vincete.

CLOTEN
Vincere farebbe diventare coraggioso chiunque. Se solo riuscissi ad avere quella sciocca di Imogene, sarei ricco a sufficienza. È quasi giorno, no?

PRIMO SIGNORE
Sì, mio signore, è giorno.

CLOTEN
Vorrei che questa musica arrivasse. Mi hanno consigliato di darle della musica, al mattino: dicono che penetri.


Entrano i musici.

Su, forza, suonate: se riuscirete a penetrarla usando le dita, bene Proveremo anche con la lingua. Se né le une né l'altrace la fanno, la lasceremo stare. Ma io non mi darò mai per vinto. Prima, qualcosa di elegante ed elaborato. Dopo, un'aria dolce a meraviglia, con parole d'incanto. E poi, lasciamola riflettere.

CANZONE
Ascolta, ascolta:
l'allodola canta del cielo all'orizzonte,
e Febo a sorger viene,
i suoi destrieri abbevera alla fonte
che il calice dei fiori in sé contiene;
incerte le calendule socchiudon gli occhi d'oro;
con tutte le cose belle destati dal tuo ristoro;
destati, dunque, destati, dolce mio tesoro.


CLOTEN
E adesso andatevene. Se questa canzone sarà capace di penetrarla, darò migliore compenso alla vostra musica. Se non ci riesce, vuol dire che c'è un difetto nelle sue orecchie al quale non possono rimediare strumenti di crini di cavallo e budella di vitello, e neppure la voce di un eunuco scoglionato.

 

I musici escono.

SECONDO SIGNORE
Ecco che arriva il re.

CLOTEN
Sono contento di essere rimasto in piedi fino a tardi, perché così mi sono alzato presto. Il re non potrà che prendere il mio comportamento paternamente.


Entrano Cimbelino e la Regina.

Buon giorno a Vostra Maestà e alla mia graziosa madre.

CIMBELINO
In anticamera davanti alla porta della nostra austera figlia? Non vuole uscire?

CLOTEN
L'ho assalita con la musica, ma non si degna di prestarvi attenzione.

CIMBELINO
Troppo fresco è l'esilio del suo favorito. Non lo ha dimenticato ancora: ci vorrà del tempo per cancellare l'immagine di lui dalla sua memoria.

Allora, sarà vostra.

REGINA
Dovete molto al re, che non trascura alcuna opportunità per mettervi in buona luce con sua figlia. Preparatevi dunque a corteggiarla con regolarità, intensamente, e a cogliere l'occasione favorevole. I suoi dinieghi devono far aumentare le vostre attenzioni. Gli omaggi che le fate debbono parere ispirati dal profondo del cuore. Obbeditele in tutto, eccetto agli ordini che vi respingono: su questo siate insensibile.

CLOTEN
Senza senso? No di certo.

Entra un messaggero.

MESSAGGERO
Col vostro permesso, sire, ambasciatori da Roma. Uno è Caio Lucio.

CIMBELINO
Un uomo di valore, anche se giunge, ora con intenzioni minacciose. Ma non è colpa sua. Dobbiamo riceverlo con gli onori dovuti a chi lo manda e a lui stesso, per la bontà che ci ha mostrato in passato - dobbiamo usargli ogni riguardo. Voi, diletto figlio, dopo aver dato il buongiorno a colei che amate, raggiungerete la regina e noi: avremo bisogno di servirci di voi con questo romano. Venite, mia regina.

 

Escono tutti meno Cloten.

CLOTEN
Le parlerò, se è in piedi. Se no, che dorma ancora, e sogni. Ehi, permesso! (Bussa.) Le sue donne, lo so, le stanno attorno: e se ungessi la mano di qualcuna? È l'oro ad aprire le porte - già, spesso - e  a far sì che i guardacaccia di Diana, tradendo i loro compiti, portino i cervi dove i cacciatori di frodo sono appostati. È l'oro che ammazza l'uomo onesto e salva il ladro; anzi alle volte fa impiccare l'onesto insieme al ladro. Cosa non può, l'oro, fare e disfare? Di una delle sue donne farò il mio avvocato, ché ancora non capisco il caso io stesso.

Permesso? (Bussa.)

Entra una dama.

DAMA
Chi bussa?

CLOTEN
Un gentiluomo.

DAMA
Niente di più?

CLOTEN
Sì: anche figlio di una gentildonna.

DAMA
Questo è più di quanto possano vantare alcuni di quelli che hanno un sarto caro come il vostro. Cosa desidera Vostra Signoria?

CLOTEN
La vostra signora. È pronta?

DAMA
Certo: a rimanere nella sua stanza.

CLOTEN
Ecco dell'oro per voi: vendetemi un po' di buona reputazione.

DAMA
E cioè il mio buon nome? O di riferire di voi quel che penso sia buono? La principessa!


La dama esce.
Entra Imogene.

CLOTEN
Buon giorno, bellissima. Sorella, la vostra dolce mano.

IMOGENE
Buon giorno, signore. Vi date pene infinite per non ottenere che guai. Vi ringrazio dicendo che sono povera di ringraziamenti, e non ne posso sprecare.

CLOTEN
Eppure giuro che vi amo.

IMOGENE
Se lo diceste soltanto, sarebbe per me indifferente. Se lo giurate, la vostra ricompensa resta sempre che non me n'importa.

CLOTEN
Questa non è una risposta.

IMOGENE
Se non fosse che, stando zitta, voi direste che cedo, non parlerei. Vi prego di risparmiarmi. Credetemi: alle vostre più grandi gentilezze risponderò con pari scortesia. Uno che ha sapienza grande come voi, dovrebbe imparare, dopo tante lezioni, a ritirarsi.

 

CLOTEN
A lasciarvi nella vostra follia, commetterei un peccato. Non lo farò.

IMOGENE
I folli non sono pazzi.

CLOTEN
Mi date del folle, dello scemo?

IMOGENE
Scemo quanto io sono pazza: se sarete paziente, non sarò più pazza, e saremo ambedue guariti. Mi dispiace, signore, che il vostro straparlare mi costringa a smettere i modi d'una signora. E ora, una volta per tutte, ascoltate ciò che, conoscendo il mio cuore, io qui dichiaro in tutta franchezza: di voi non m'importa. E m'accuso di essere così povera di carità da odiarvi. Preferirei che da solo l'aveste capito piuttosto che farne io proclama.

CLOTEN
Peccate contro l'obbedienza che dovete a vostro padre. Il preteso vostro contratto con quel disgraziato miserabile, allevato per elemosina e nutrito d'avanzi, di rifiuti della corte, non è un contratto, è niente. Se poi è permesso a gente volgare - e chi più volgare di lui? - di unire le proprie persone a piacimento con i loro pari - e da qui non nasce altro che marmocchi e miseria - voi da questa libertà siete esclusa per via degli obblighi pertinenti alla corona, e non dovete macchiare il suo splendore con uno schiavo miserabile, uno che è nato per la livrea, un lacchè, un garzone da cucina - anzi, neppure tanto in alto.

IMOGENE
Blasfemo! Se anche fossi il figlio di Giove, ma restassi uguale a quello che, per di più, già sei, saresti troppo miserabile per fargli da servo. Se i vostri meriti si paragonassero, ti spetterebbe l'onore - e già, susciterebbe invidia - l'essere fatto tirapiedi del boia del suo regno; e odiato, addirittura, per tanta distinzione.

CLOTEN
Le nebbie del sud lo facciano marcire!

IMOGENE
Non può capitargli sventura peggiore che essere nominato da te. Purché abbia toccato il suo corpo, il suo più misero vestito m'è più caro di tutti i capelli che ti coprono la testa, quando anche divenissero uomini tuoi pari. Pisanio, presto!

Entra Pisanio.

CLOTEN
"Il suo vestito"! Che il diavolo...

IMOGENE
Presto, va' da Dorotea, la mia ancella.

CLOTEN
"Il suo vestito"!

IMOGENE
Son perseguitata da un folle, impaurita e infuriata. Corri, di' alla mia ancella di cercare un gioiello che per caso deve essermi caduto dal braccio. Era del tuo padrone. Ch'io sia maledetta se mai vorrei perderlo per tutte le ricchezze di qualunque re d'Europa! Credo d'averlo visto questa mattina. Sono sicura che l'avevo al braccio ieri notte. L'ho baciato. Spero che non sia corso a dire a mio marito che bacio qualcun altro.

PISANIO
Non può essersi perso.

IMOGENE
Lo spero. Va' a cercarlo.

 

Esce Pisanio.

CLOTEN
Mi avete offeso: "Il suo più misero vestito!"

IMOGENE
Così dissi, signore. Se volete farmi causa, chiamate pure i testimoni.

CLOTEN
Informerò vostro padre.

IMOGENE
E vostra madre: è mia protettrice; e di me, spero, penserà il peggio che può. Vi lascio, signore, al peggior scontento.

 

Esce.

CLOTEN
Mi vendicherò! "Il suo più misero vestito"! Bene! Bene!

 

Esce.

 

 

 

atto secondo - scena quarta

 

Entrano Postumo e Filario.

POSTUMO
Non temete, signore. Vorrei essere tanto sicuro di persuadere il re quanto son certo che lei manterrà il suo onore.

FILARIO
Che mezzi userete col re?

POSTUMO
Nessuno. Attendere che il tempo cambi, tremare in questo inverno freddo, desiderare che vengano giorni più caldi. Soltanto con queste speranze incerte ripago la vostra cortesia. Se falliscono, morirò vostro debitore.

FILARIO
La vostra bontà e la vostra compagnia sono pagamento più grande di qualunque cosa io possa fare. Ormai il vostro re avrà saputo del grande Augusto. Caio Lucio compirà la sua missione fino in fondo, e il re, ritengo, accederà a pagare il tributo, e gli arretrati, piuttosto che affrontare i Romani, il cui ricordo gli sarà tuttora penoso.

POSTUMO
Non sono un politico, e non è probabile che lo divenga mai, ma credo che finirà in una guerra. E avremo l'annuncio che la legione di Gallia è sbarcata nella nostra intrepida Britannia prima che un solo centesimo del tributo sia stato versato. La nostra gente è più preparata di quando Giulio Cesare sorrideva della loro inesperienza, anche se trovava il loro coraggio preoccupante. La disciplina, unita ora al coraggio, dimostrerà a chi vuole metterli alla prova che sono un popolo capace di fare progressi nel mondo.

Entra Iachimo.

FILARIO
Guardate! Iachimo è già qui.

POSTUMO
V'hanno guidato i cervi più veloci, e da ogni angolo i vènti hanno baciato le vostre vele, tanto da far volare la nave!

FILARIO
Benvenuto, signore.

POSTUMO
Spero che la rapidità del vostro ritorno sia dovuta alla brevità della risposta avuta.

IACHIMO
Vostra moglie è una delle donne più belle che abbia mai visto...

POSTUMO
E anche la migliore, o la sua bellezza, affacciata alla finestra, adeschi pure cuori falsi, e sia falsa con loro.

IACHIMO
Ho lettere per voi.

POSTUMO
Con buone notizie, spero.

IACHIMO
Molto probabile.

POSTUMO
Caio Lucio era alla corte britanna assieme a voi?

IACHIMO
Era atteso, ma non ancora arrivato.

POSTUMO
Finora tutto bene. Quella pietra brilla come prima, o è troppo opaca perché la portiate ad ornamento?

IACHIMO
Se l'avessi perduta, il suo valore in oro avrei perduto. Farei un viaggio due volte più lungo per godere un'altra notte così breve e dolce come la mia in Britannia: l'anello è vinto.

POSTUMO
La pietra è troppo difficile da togliere così.

IACHIMO
Per nulla: vostra moglie è così facile!

POSTUMO
Non cercate, signore, di volgere in scherzo la vostra perdita.

Spero sappiate che non dobbiamo per forza rimanere amici.

IACHIMO
Lo dobbiamo, amico mio, se tenete fede al patto. Se non avessi riportato con me intima conoscenza della vostra donna, ammetto che la discussione potrebbe proseguire. Ma io, ora, mi proclamo vincitore del suo onore, come del vostro anello. E senza far torto né a lei né a voi, perché ho agito secondo il desiderio di entrambi.

POSTUMO
Se potete provare d'averla gustata a letto, la mia mano e il mio anello sono vostri. Se no, l'opinione infame che avevate del suo onore purissimo, a voi o a me costerà la spada, o ambedue ci priverà della spada, lasciandola a chi la trova.

 

IACHIMO
Signore, le prove circostanziali che addurrò sono così vicine alla verità che v'indurranno a credere. Poi, confermerò la forza loro con un giuramento. Mi darete licenza di ometterlo, non dubito, quando vedrete che non ce n'è bisogno.

POSTUMO
Continuate.

IACHIMO
Prima la sua camera da letto - dove confesso di non aver dormito - ma dove dichiaro d'avere ottenuto quel che valeva bene una veglia. Alle pareti arazzi di seta e argento, con la storia dell'altera Cleopatra che incontra il suo romano, e il Cidno che si gonfia oltre le rive per le troppe navi o per l'orgoglio di portarla. Un lavoro fatto con arte tale, e così ricco, da chiedersi se prevalesse in esso la perizia o il valore. E io mi domandavo se potesse con tanta bellezza essere eseguito, e precisione: perché c'era, lì, la vita vera...

POSTUMO
Questo è vero, ma potreste averlo sentito raccontare qui da me, o da qualcun altro.

IACHIMO
Altri particolari devono avvalorare la mia conoscenza.

POSTUMO
Sì, certo; o il vostro onore ne verrà macchiato.

IACHIMO
Il camino guarda a sud, e sulla cappa è rappresentata Diana, casta, al bagno. Mai ho visto figure parlanti come quelle. Una seconda Natura, benché muta, deve essere stato lo scultore, anzi, l'ha superata, pur senza il respiro e il movimento.

POSTUMO
Anche questo potete averlo appreso indirettamente. È cosa di cui si parla molto.

IACHIMO
Il soffitto della stanza è adorno di cherubini d'oro. Gli alari - li avevo dimenticati - erano due Cupidi d'argento, bendati, in equilibrio su un piede e con grazia appoggiati alle loro torce.

POSTUMO
E questo dunque sarebbe il suo onore! Ammettiamo che abbiate visto tutto ciò, e lodiamo quindi la vostra memoria. La descrizione dei particolari della camera non basta per vincere la scommessa fatta.

IACHIMO
Allora impallidite, se potete!

Chiedo licenza (gli mostra il braccialetto) di far prendere aria a questo gioiello: guardate!
Ora lo rimetto via. Va sposato al vostro diamante, e li terrò entrambi.

POSTUMO
Oh Giove!... Ancora una volta lasciate che lo guardi: è proprio quello che le avevo dato?

IACHIMO
Quello, signore, grazie a lei stessa! Se l'è sfilato dal braccio: la vedo ancora adesso mentre lo fa, quel gesto, che per la sua grazia superava il valore del dono, e l'ha reso più prezioso. Me lo diede dicendo che le era stato caro, un tempo.

POSTUMO
Forse lo tolse per mandarlo a me.

IACHIMO
Davvero? È questo che scrive nella lettera?

POSTUMO
No. O no, no! È vero.

Ecco, (gli dà l'anello) prendete anche questo. Per i miei occhi è un basilisco, che uccide a guardarlo. Non c'è onore, non può esserci, dove c'è bellezza. Né verità, dove c'è apparenza. Né amore, dove c'è un altro uomo. Che i giuramenti delle donne siano d'impegno a coloro cui li fanno come esse sono impegnate alla virtù loro!

Per nulla! Oh, falsa oltre misura!

FILARIO
Signore, siate paziente, e riprendete il vostro anello. Non è perso, ancora. Forse l'ha smarrito o, chissà, una delle sue donne, corrotta, l'ha rubato.

POSTUMO
Verissimo. In questo modo, spero, l'ha ottenuto. Restituitemi l'anello, e indicatemi un qualche segno sul suo corpo che sia più conclusivo. Questo fu rubato.

IACHIMO
Per Giove, l'ho avuto dal suo braccio stesso.

POSTUMO
Attento, sta giurando. Lo giura su Giove! Allora è vero, tenete pure l'anello. Sono sicuro che non avrebbe mai potuto perderlo. E le sue ancelle sono fidate, tutte, e oneste. Loro indotte a rubarlo? E da uno straniero? No! L'ha goduta! Questo è l'emblema della sua incontinenza. A questo prezzo s'è comprata il nome di puttana. Ecco, prendi la tua paga, e i diavoli dell'inferno si dividan fra voi due!

FILARIO
Siate paziente, signore. Questa non è prova sufficiente contro una persona della quale si ha buona opinione.

POSTUMO
Basta parlarne! S'è fatta montare da lui.

IACHIMO
Se chiedete prove più convincenti, ebbene sotto il suo seno - ben degno, peraltro, d'essere palpato - c'è un neo, giustamente orgoglioso della sua posizione così delicata. Sulla mia vita, l'ho baciato, e m'ha fatto venir fame di mangiarne ancora. Ricordate questa macchia che ha?

POSTUMO
Sì. E conferma un'altra macchia che, anche da sola, è tanto grande da riempire tutto l'inferno.

IACHIMO
Volete sentire dell'altro?

POSTUMO
Risparmiatevi l'aritmetica. Non contate le volte. Una vale un milione!

IACHIMO
Giuro...

POSTUMO
Niente giuramenti! Se giurate che non l'avete fatto, mentite. E t'ammazzo se neghi d'avermi fatto cornuto.

IACHIMO
Non nego nulla.

POSTUMO
Ah! Averla qui, nelle mie mani, e farla a pezzi! Ritornerò lassù, lo farò, lì nella corte, davanti a suo padre. Farò cose che...

 

Esce.

FILARIO
Del tutto fuori di senno e di pazienza! Avete vinto. Seguiamolo, e cerchiamo di stornare la rabbia che ha contro se stesso.

IACHIMO
Con tutto il cuore.

 

Escono.
Rientra Postumo.

POSTUMO
Non possono nascere, gli uomini, senza che le donne compiano metà dell'opera? Siamo tutti bastardi, e quell'uomo rispettabilissimo che chiamavo mio padre era chissà dove quando io fui coniato. Un falsario m'avrà contraffatto coi suoi strumenti. Eppure mia madre pareva la Diana di quei tempi: tale mia moglie, adesso, e senza uguali. Vendetta, vendetta! A me limitava il piacere legittimo, e spesso mi chiedeva paziente astinenza. Mi pregava, con un pudore soffuso di rosso così dolce che a vederlo avrebbe scaldato il vecchio Saturno, e a me sembrava casta come neve non toccata dal sole. Per tutti i diavoli! Iachimo, questo figuro giallastro, in un'ora - no? - forse meno, al primo incontro, magari senza dire una parola, come un cinghiale - tedesco, per giunta - rimpinzato di ghiande, ha fatto"O!", e se l'è montata. Non ha trovato ostacolo se non quello che voleva, e che lei avrebbe dovuto difendere dall'attacco. Ah, poter scoprire in me la parte dovuta alla donna! Non c'è impulso verso il vizio nell'uomo che, dico, non venga dalla donna. La menzogna, notate, dalla donna. Da lei, la lusinga, da lei l'inganno. La lussuria, i pensieri immondi: suoi, suoi! Sua la vendetta: e ambizioni, cupidigia, superbia, disprezzo, desideri strani, calunnie, volubilità - tutti i peccati che hanno un nome - anzi, che l'inferno conosce: suoi, in parte o del tutto. No, del tutto. Ché persino nel vizio le donne non hanno costanza, ma cambiano sempre: un vizio d'un minuto con uno nuovo, di trenta secondi. Scrivere contro di loro, voglio - detestarle, maledirle. C'è però una maniera più sottile per odiarle veramente: augurare loro che soddisfino le proprie voglie. Il diavolo stesso non saprebbe tormentarle meglio.

 

Esce.

 

Indice Teatro

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Cimbelino

(“Cymbeline” - 1609 - 1610)

 

 

atto terzo - scena prima

 

Entrano solennemente Cimbelino, la Regina, Cloten, e Signori da una parte, e dall'altra Caio Lucio con il seguito.

CIMBELINO
Allora, dite: cosa vuole da noi Cesare Augusto?

LUCIO
Quando Giulio Cesare - il cui ricordo vive ancora agli occhi degli uomini, e sarà per orecchie e lingue tema perenne - era qui in Britannia a conquistarla, tuo zio, Cassibellano - famoso per le lodi che di lui faceva Cesare stesso non meno che per le gesta che gliele meritarono - promise a Roma, per sé e i suoi successori, un tributo di tremila libbre d'oro all'anno; che negli ultimi tempi tu non hai pagato.

REGINA
E che, per eliminare ogni meraviglia in futuro, non verrà mai versato.

CLOTEN
Molti Cesari vi saranno prima che ne venga un altro come Giulio. La Britannia è un mondo a sé, e non pagheremo proprio un bel niente per il diritto di portarci il naso sulla faccia.

REGINA
L'occasione che i Romani ebbero allora di prendere il nostro a noi, ora l'abbiamo noi di riprendercelo Ricordate, sire, mio sovrano, i re vostri antenati, e insieme la posizione forte e audace  per natura, della vostra isola: un parco di Nettuno, cinto e chiuso da rupi insormontabili e acque ruggenti, con sabbie che non reggeranno le navi dei vostri nemici, ma le risucchieranno fino alla cima degli alberi maestri.  Sì, Cesare fece qui qualche conquista,ma non è qui che poté vantarsi,"venni, vidi, vinsi". Con vergogna anzi - la prima che mai gli toccò - fu respinto lontano dalle nostre coste, due volte battuto. E le sue navi - poveri, ignari gingilli - sbalzate nel nostro mare tremendo sopra alle ondate come gusci d'uovo, andarono in pezzi sui nostri scogli. Per la gioia che n'ebbe, il famoso Cassibellano, il quale - oh fortuna sgualdrina - si trovò sul punto di vincere a Cesare la spada, fece brillare di falò la città di Lud, in festa, rendendo i Britanni gonfi di coraggio.

CLOTEN
Via, non c'è più nessun tributo da pagare. Il nostro regno è più forte che a quei tempi; e, come dicevo, non ci sono oggi Cesari come quello. Altri avranno pure il naso camuso come lui, ma nessuno un braccio così dritto.

 

CIMBELINO
Lasciate, figlio, che vostra madre finisca.

CLOTEN
E ce ne sono ancora molti invece qui fra noi che hanno strette forti come Cassibellano Non dico di essere uno di loro: però una mano ce l'ho. Un tributo? E perché? Perché dovremmo pagare un tributo? Se Cesare potesse nasconderci il sole con una coperta, o mettersi in tasca la luna, allora gli pagheremmo un tributo per la luce. Altrimenti, signore, di grazia, basta tributi.

CIMBELINO
Dovete sapere che finché i Romani non ci estorsero, insolenti, questo tributo, eravamo liberi. L'ambizione di Cesare, che tanto si gonfiò da spezzare, quasi, i fianchi del mondo, contro ogni diritto ci impose questo giogo. E scrollarselo di dosso è un dovere per un popolo guerriero quale noi ci reputiamo.

CLOTEN E SIGNORI
Proprio così.

CIMBELINO
Dite dunque a Cesare che nostro avo fu quel Mulmuzio il quale dettò le nostre leggi; che queste proprio dalla spada di Cesare furono mutilate; che ristabilirle in pieno vigore sarà compito primo e più grande del potere che deteniamo, anche a costo dell'ira di Roma. A noi diede leggi Mulmuzio, il primo che in Britannia cinse le tempie di corona d'oro e chiamò re se stesso.

LUCIO
Cimbelino, mi dispiace di dover proclamare tuo nemico Cesare Augusto, Cesare, che ha più re al suo servizio che tu servi e guardie di palazzo. Ascolta dunque il mio messaggio: in nome di Cesare dichiaro contro di te guerra e rovina. Sii pronto ad una furia irresistibile. Dopo questa sfida, per me ti ringrazio.

CIMBELINO
Sei benvenuto, Caio. Il tuo Cesare mi ordinò cavaliere, e sotto di lui ho passato molta della mia giovinezza; da lui ho ricevuto onori che adesso vuole riprendersi per forza, e che io devo difendere a oltranza. So che i Pannoni e i Dalmati s'armano per liberarsi: un precedente che, non compreso, farebbe apparire vili i Britanni. Cesare non li troverà di certo tali.

LUCIO
La parola ai fatti.

CLOTEN
Sua Maestà vi dà il benvenuto. Passate con noi piacevolmente uno o due giorni, o più. Se verrete a cercarci, dopo, con altre intenzioni, ci troverete difesi dalla cintura della nostra acqua salata. Se riuscirete a cacciarci fuori da essa, allora è vostra. Se invece perite nell'impresa, i nostri corvi avranno pasto migliore a vostre spese. E questo è tutto.

LUCIO
Sia pure, signore.

CIMBELINO
Ora io so qual è il volere del tuo signore, e lui il mio. Quanto al resto, benvenuto.

 

Escono.

 

 

 

atto terzo - scena seconda

 

Entra Pisanio, con una lettera.

PISANIO
Cosa? Di adulterio? Perché non scrivi quale mostro la accusa? Leonato! Signore, che strana infezione è penetrata nelle tue orecchie? Quale traditore d'italiano, con lingua velenosa quanto le mani, ha conquistato la tua ingenua credulità? Lei, infedele? No! È punita per la sua fedeltà: e sopporta - non come una donna, come una dèa - assalti tali che sconfiggerebbero più d'una virtù! Mio signore, il tuo animo è ora più in basso del suo quanto lo erano prima le tue fortune. Come? Dovrei ucciderla? Contro l'affetto, la fedeltà, i giuramenti fatti per ordine tuo? Io, uccidere lei? Spargerne il sangue? Se questo significa servire bene, che mai più io sia ritenuto servizievole! E di quanta umanità dovrebbe dimostrarsi privo il mio viso per farmi credere capace di un simile delitto? (Legge) Fallo. La lettera che le ho inviato te ne darà occasione per ordine di lei stessa. Foglio maledetto! Nero come l'inchiostro su di te! Insensibile bubbola, puoi essere complice di tale delitto e ancora mantenere l'aspetto di una vergine? Eccola, viene. Di quanto m'è stato ordinato, niente voglio saperne.

Entra Imogene.

IMOGENE
Allora, Pisanio?

PISANIO
Signora, una lettera dal mio padrone.

IMOGENE
Chi? Il tuo padrone? Ma è Leonato, il mio signore! Sarebbe assai dotto l'astrologo che conoscesse le stelle come io la sua scrittura: il futuro gli sarebbe spalancato davanti. Oh dèi benigni, fate che d'amore profumi ciò che qui è contenuto, e della salute del mio sposo, della sua felicità - non perché siamo separati. No, questo deve farlo soffrire. Ci sono dolori salutari, e questo appunto è uno di quelli, perché cura l'amore - della sua felicità in tutto meno che in questo! Cera gentile, il tuo permesso. Benedette siate voi, api, che fate sigilli ai nostri segreti! Chi ama e chi è in pericolo di perdere i suoi crediti vi fanno preghiere diverse: e voi mandate in prigione i debitori, e insieme i fogli del giovane Cupido suggellate. Buone notizie, o dèi!
(Legge)

La giustizia, e l'ira di tuo padre se mi trovasse nei suoi domini, non sarebbero per me crudeltà pari alla dolcezza con la quale tu, carissima fra tutte le creature, mi ridaresti vita con i tuoi occhi. Sappi che sono in Cambria, a Milford Haven. Segui quel che l'amore ti suggerirà di fare in questa circostanza. Ti augura ogni felicità colui che rimane fedele al suo voto, e che ti ama sempre di più.
Postumo Leonato.


Avessi un cavallo con le ali! Senti, Pisanio? È a Milford Haven. Leggi, e dimmi quanto è distante. Chi ha affari da poco può andarci a rilento in una settimana. Non potrei io allora volarvi in un giorno? Dunque, fedele Pisanio, che spasimi quanto me di vedere il tuo padrone - spasimi, non esageriamo - non proprio quanto me, ma un po' di meno. No, non come me: perché il mio desiderio varca ogni confine. Dimmi, parla - un consigliere d'amore deve riempire di parole le trombe dell'udito fino a soffocarlo - quanto c'è da qui a questo benedetto Milford? E spiegami poi come mai il Galles sia tanto fortunato da possedere un porto come Milford. Ma, prima di tutto: come possiamo fuggire da qui? E che scusa troveremo per il vuoto che lasceremo nel tempo fra l'andata e il ritorno? Prima, però, come arrivarci!  Perché cercare scuse prima che ce ne sia bisogno? Di questo parleremo dopo. Intanto, ti prego, dimmi: quante decine di miglia potremo fare a cavallo, in un'ora?

PISANIO
Una ventina tra un sole e l'altro, signora, è abbastanza, e forse troppo, per voi.

IMOGENE
Ma come? Neanche uno che venisse portato al patibolo sarebbe tanto lento! Ho sentito parlare di scommesse su cavalli che filavano più veloci della sabbia nelle clessidre. Sono sciocchezze. Va', di' alla mia ancella di fingersi ammalata e di dire che va a casa da suo padre; e procurami subito un abito da viaggio, non più ricco di quello che converrebbe alla moglie di un fittavolo.

PISANIO
Signora, rifletteteci: è meglio.

IMOGENE
Riesco a vedere solo davanti a me.
Tra qui e lì, e dietro di me, c'è una nebbia che il mio sguardo non sa attraversare. Via, ti prego: fa' come ti ho ordinato. Non c'è altro da dire. Una strada sola è aperta: quella che a Milford porta.

 

Escono.

 

 

 

atto terzo - scena terza

 

Entrano Belario, Guiderio e Arvirago.

BELARIO
Una bella giornata: da non stare a casa, specie con un tetto basso come il nostro. Ragazzi, chinatevi: questa porta v'insegna come adorare il cielo, ed a piegarvi per il santo ufficio del mattino. Le porte dei monarchi hanno archi così alti che i giganti vi possono passare, superbi, con empi turbanti in capo, senza neppure dare il buongiorno al sole. Salve, bel cielo! Abitiamo fra le rocce, ma ti trattiamo con più onore di coloro che vivono orgogliosi.

GUIDERIO
Salute, cielo!

ARVIRAGO
Salute, cielo!

BELARIO
E ora, ai nostri svaghi montani. Su per quella collina: avete gambe giovani! Io prendo per il piano. Quando mi vedrete di lassù piccolo come un corvo, allora pensate che quello è il posto che sminuisce e fa insieme risaltare. Meditate quindi sulle storie che vi ho raccontate delle corti, dei principi, degli inganni della guerra, dove un servizio non è tale perché fatto, ma perché come tale è riconosciuto. A guardarla in questo modo, si trae profitto da tutto ciò che si vede. Così, spesso, troveremo - a nostro conforto - che lo scarabeo nella sua corazza è più al sicuro dell'aquila con le ali dispiegate appieno. Ah, questa vita è più nobile che servire a corte per aver rifiuti, più proficua che stare a far nulla per ottenere una livrea, più dignitosa che strusciarsi in abiti di seta ancora non pagati. I sarti riveriscono i clienti, ma poi non li cancellano dal libro dei loro debitori. Non è vita, quella, in confronto con la nostra.

GUIDERIO
Parlate così per la vostra esperienza. Noi che, poveretti, siamo senza penne, non abbiamo mai volato che vicino al nido, e non sappiamo com'è l'aria lontano da casa. Forse questa vita è per voi la migliore (se una vita tranquilla è la migliore); è più dolce per voi che ne avete conosciuta una più aspra, e ben si conviene alla vostra età più fredda. Ma per noi è una prigione d'ignoranza, un viaggio fatto dormendo, una cella di carcere per un debitore che non osa varcarne la soglia.

ARVIRAGO
Di cosa parleremo quando saremo vecchi come voi? Quando sentiremo pioggia e vento battere il buio di dicembre? Di che discorreremo in questa gelida caverna per passare le ore lunghe che agghiacciano? Nulla abbiamo visto. Siamo come bestie. Astuti come volpi per la preda, bellicosi come lupi per il cibo: il nostro valore sta nel dar la caccia a ciò che fugge; una cantoria facciamo della nostra gabbia, come gli uccelli prigionieri, e cantiamo la nostra schiavitù liberamente.

BELARIO
Che discorsi! Se soltanto conosceste l'usura della città e provaste sulla carne gli artifici della corte, da dove è tanto arduo andarsene quanto restare, e dove salire in cima vuol dire caderne o scivolare al punto che pari è la paura di cadere; le pene della guerra, fatiche che paiono cercare il pericolo in nome solo della fama e dell'onore e, nella ricerca, muoiono, ricevendo indifferentemente ad epitaffio elogi o calunnie, fatiche che anzi, spesso, puniscono chi opera bene e, peggio, lo piegano ai rimproveri. Questa storia, figli, il mondo può leggere in me. Il mio corpo porta i marchi delle spade romane. La mia fama, un tempo, era fra le più illustri. Cimbelino mi amava, e quando si parlava di soldati, il mio nome era tra i primi. Ero come un albero, allora, i cui rami si piegano dai frutti. Ma in una sola notte una tempesta, o una rapina (chiamatela come volete), scrollò a terra i miei frutti maturi, e le foglie stesse, lasciandomi nudo alle intemperie.

GUIDERIO
Favori incerti della fortuna!

BELARIO
Eppure, io non avevo colpa, come vi ho detto spesso: semplicemente, due canaglie, i cui spergiuri prevalsero sul mio onore immacolato, giurarono a Cimbelino che io ero in lega coi Romani. E così fui bandito, e per vent'anni queste rocce e queste plaghe sono state il mio mondo, dove ho vissuto in onesta libertà e pagato più debiti di pietà al cielo che in tutta la prima parte della mia vita. Ma su, per le montagne! Non sono discorsi, questi, da cacciatori. Chi per primo colpisce la selvaggina, sarà il signore della festa: gli altri due lo serviranno, e non dovremo temere il veleno che spesso accompagna i piatti sulle tavole di più alto rango. Ci incontreremo a valle.

 

Escono Guiderio e Arvirago.

Come è difficile nascondere le scintille della Natura! Questi ragazzi non immaginano neanche di essere i figli del re, e Cimbelino non si sogna neppure che essi siano vivi. Credono di essere figli miei, e benché allevati così, umilmente, in una caverna che li fa star curvi, i loro pensieri raggiungono le cime dei palazzi, e la Natura li spinge, ben al di sopra dei modi altrui, a fare da prìncipi perfino nelle cose semplici. Polidoro, ecco, erede di Cimbelino sul trono di Britannia, lui che suo padre chiamò Guiderio - o Giove! - quando, seduto sul mio sgabello a tre zampe, racconto le imprese di guerra che ho compiuto, la sua anima balza al volo dentro alla mia storia. E se dico,"Così cadde il nemico, e così gli posi il piede sul collo", il suo sangue di principe gli corre al viso, e suda, tende i giovani muscoli, si mette a mimare nel contegno le mie parole. Il fratello più giovane, Cadwal, che prima si chiamava Arvirago, atteggiandosi allo stesso modo, nel mio racconto accende la vita, e ancora di più rivela quel che sente. Ecco, hanno snidato la selvaggina! Cimbelino, il cielo e la mia coscienza sanno che mi hai esiliato ingiustamente. Perciò, quando l'uno aveva tre anni e l'altro due, ti rapii i bambini, pensando di privarti così di successione come tu mi spogliasti delle mie terre. Tu, Eurifile, sei stata loro nutrice: ti hanno creduto loro madre, e ogni giorno rendono onore alla tua tomba. E credono me, Belario, che conoscono col nome di Morgan, loro padre naturale. La caccia è al via.

 

Esce.

 

 

 

atto terzo - scena quarta

 

Entrano Pisanio e Imogene.

IMOGENE
Quando siamo smontati da cavallo, mi hai detto che il posto era vicino. Neppure mia madre ebbe tanta impazienza di vedermi per la prima volta quanta ora ne ho io... Pisanio, su! Dov'è Postumo? Cosa hai in mente che sbarri gli occhi così? Perché quel sospiro dal tuo cuore? A farti il ritratto, verrebbe interpretato come l'immagine della confusione e del tormento, indecifrabile. Un aspetto che atterrisca un po' meno devi mostrare, se non vuoi che la pazzia vinca la mia ragione. Che succede? Perché mi passi questo foglio
con uno sguardo tanto impassibile? Se sono notizie piene di calore, annunciale con un sorriso; se invece di gelo, devi solo tenerti questa espressione. La calligrafia di mio marito? Quella dannata Italia, con i suoi veleni, l'avrà confuso, si troverà in un brutto momento. Su, parla! La tua lingua forse può spuntare la lama a quella carta che, alla lettura, mi ferirebbe a morte.

PISANIO
Leggete voi, vi prego E vedrete se non sono - ah poveretto! - l'essere più disprezzato dalla fortuna.

IMOGENE (legge)
Pisanio, la tua padrona ha fatto la sgualdrina nel mio letto. Ne ho testimonianze che sanguinano dentro di me. Non parlo per deboli congetture, ma per prove forti come il mio dolore e certe quanto lo sarà la mia vendetta. Questa parte, Pisanio, devi farla tu per me, se la tua lealtà non s'è macchiata del tradimento di lei. Devi toglierle la vita con le tue stesse mani. Te ne darò l'opportunità a Milford Haven. Perché vada là le ho mandato una lettera. E là, se hai paura di colpire e non mi dai la certezza che l'hai fatto, diverrai il ruffiano del suo disonore, infedele a me quanto lei.

PISANIO
Che bisogno ho di sguainare la spada? Il foglio le ha già tagliato la gola. No: è la calunnia, che ha lama più affilata della spada, e lingua più velenosa di tutte le serpi del Nilo, e fiato che cavalca il vento spargendo menzogne ai quattro angoli del mondo. Re, regine, nobili, fanciulle, matrone - perfino nel segreto della tomba penetra questa vipera della calunnia. Ebbene, signora?

IMOGENE
Infedele al suo letto? Che significa? Giacervi sveglia e pensare a lui? Piangere sempre, ora dopo ora? E se il sonno vince la Natura, romperlo per sognare di lui, e per lui impaurita gridare fino a svegliarmi? Questo è essere infedele al suo letto?

PISANIO
Ahimè, buona signora!

IMOGENE
Io, infedele? La tua coscienza a testimonio! Iachimo, quando lo accusasti di incontinenza, mi sembrasti una canaglia. Ora, ecco, potrei crederti abbastanza onesto. Qualche donnaccia italiana, figlia soltanto del proprio belletto, deve averlo sedotto. E io, poveretta, sono un vestito ammuffito, fuori moda: troppo ricco, sì, per essere appeso al muro, e allora da stracciare - a pezzi, farmi Ah, i giuramenti degli uomini sono tradimenti, per le donne! Marito mio, per questo tuo voltafaccia nessun viso onesto potrà più apparire naturale: sembrerà finto, invece, per malvagità; simulato per adescare le donne.

PISANIO
Ascoltatemi, signora.

IMOGENE
Quando Enea tradì, molti uomini onesti e leali furono creduti traditori, e il pianto di Sinone ha rese false molte lacrime vere, e a vere miserie ha sottratto pietà. Così tu, Postumo, di marciume coprirai gli uomini onesti: buoni e fedeli, tutti saran creduti falsi e spergiuri per questa tua gran colpa. Su, sii onesto almeno tu, esegui gli ordini del tuo padrone. Quando lo vedi, testimonia la mia obbedienza. Guarda, snudo la spada io stessa. Prendila, e colpisci l'innocente dimora del mio amore: il cuore mio. Non temere, ormai è vuoto di tutto fuor che di dolore: non c'è più, dentro, il tuo padrone, che era la sua vera ricchezza. Esegui i suoi ordini, colpisci. Sarai pur valoroso in imprese più grandi: ora, però, sembri un codardo.

PISANIO
Via da me, arma vile! La mia mano non farai dannata!

IMOGENE
Pure, io devo morire: se non è per mano tua, non servi il tuo padrone. Contro il suicidio c'è un divieto così sacro da rendere vile la mia debole mano. Su, ecco il mio cuore, obbediente come il fodero della tua spada - c'è qualcosa sopra, aspetta. Non voglio difesa. Ma che è? Ah, le sacre scritture del leale Leonato, divenute eresie! Via, via! Corrompete la mia fede, e quindi non farete più corazza al mio cuore. Così dei poveri sciocchi credono, magari, ai falsi maestri. Chi è tradito soffre atrocemente il tradimento, ma al traditore spetta pena più grande. E tu, Postumo, causa della mia disobbedienza al re mio padre, tu che mi hai fatto disprezzare gli omaggi dei prìncipi miei pari, imparerai un giorno che non erano, quelle, azioni comuni, ma impulsi rari. E m'addolora pensare che quando ti verrà meno l'appetito per colei che ora ti sazia, il ricordo di me sarà un tormento. Presto, ti prego: l'agnello implora il macellaio. Dov'è il tuo coltello? Sei troppo lento a eseguire gli ordini del tuo padrone e quanto io stessa desidero.

PISANIO
O mia graziosa signora, da quando ho ricevuto l'ordine di compiere questo delitto, non ho chiuso occhio.

IMOGENE
Allora compilo, e poi va' a letto.

PISANIO
Consumerò piuttosto i miei occhi stando sveglio.

IMOGENE
Perché hai accettato, allora? Perché con l'inganno, con un pretesto m'hai condotta per tante miglia? Perché qui?

Perché stancarci, tu ed io, e affaticare i cavalli? E questa occasione che hai? L'agitazione della corte per la mia assenza, anche se credo non ci tornerò mai più? Perché andare tanto lontano da avere l'arco lento quando sei ormai appostato, e la cerbiatta designata sta davanti a te?

PISANIO
Solo per guadagnare tempo e liberarmi di un compito così triste. Ho pensato, intanto, a un rimedio. Buona signora, ascoltatemi con pazienza.

IMOGENE
Parla fino a stancarti la lingua. Ho sentito che sono una sgualdrina, e il mio orecchio, colpito a tradimento, non può ricevere ferita più grande né essere sondato più a fondo. Parla, dunque.

PISANIO
Pensavo, signora, che non sareste ritornata indietro.

IMOGENE
Certo, se mi hai portata qui per uccidermi.

PISANIO
No, non per questo. Ma se sono stato accorto quanto onesto, forse il mio piano avrà successo. Il mio padrone non può che esser stato ingannato: qualche furfante, abilissimo nella sua arte, ha giocato a voi due questo tiro dannato.

IMOGENE
Una cortigiana di Roma?

PISANIO
No, per la mia vita. Farò soltanto sapere che siete morta, e ne manderò a lui un segno coperto di sangue, come ha ordinato. La vostra scomparsa dalla corte lo confermerà.

IMOGENE
E intanto, amico, io che farò? Dove abiterò? Come vivrò? E quale conforto potrò avere, morta come sono per mio marito?

PISANIO
Se volete ritornare a corte...

IMOGENE
Niente corte, niente padre, niente più a che fare con quella nullità brutale, ignobile, rozza, quel Cloten, il cui corteggiamento è stato per me più tremendo di un assedio.

PISANIO
Se non volete tornare a corte, non potete neppure rimanere in Britannia.

IMOGENE
E dove, allora? La Britannia possiede forse da sola tutto lo splendore del sole? Il giorno e la notte si trovano solo in Britannia? Nel volume del mondo, la Britannia appare come una sua parte, ma separata: il nido di un cigno in un gran lago. Pensa, di grazia, che esseri viventi ci sono anche fuori della Britannia.

PISANIO
Sono lieto che pensiate ad altri luoghi. Lucio, l'ambasciatore romano, arriva domani a Milford Haven. Ora, se riusciste a fingere un animo oscuro quanto la vostra sorte, e a celare quello che, se scoperto, per voi comporterebbe soltanto pericoli, prendereste una via piacevole e piena di prospettive - forse anche vicina a dove sta Postumo, o almeno tanto vicina che, se anche non si potesse vedere da lì quello che fa, pure d'ora in ora vi giungerà all'orecchio notizia d'ogni suo movimento.

IMOGENE
Ah! Per una strada così, benché pericolosa - non mortale, bada - per il mio pudore, subito mi avventurerei!

PISANIO
Bene, ecco come: dovete dimenticare che siete una donna; cambiare il comando in obbedienza, paura e timidezza - le ancelle di ogni donna, e anzi l'essenza attraente della donna - in un coraggio arguto, pronto allo scherzo e alla risposta, impertinente e litigioso come una donnola. E poi, dovrete dimenticare il tesoro prezioso delle vostre guance ed esporlo - è duro, sì, e crudele, ma, ahimè, non c'è rimedio - agli avidi baci di quel Titano che con i suoi raggi tocca tutti; e dimenticare i monili squisiti che facevano infuriare la grande Giunone.

IMOGENE
Su, sii breve: vedo dove vai a parare, e son già quasi un uomo.

PISANIO
Prendetene prima le sembianze. Prevedendo la cosa, ho già pronti nella sacca cappello, calzoni, giustacuore e tutto quello che vi si accompagna. Col loro aiuto, e imitando al meglio un giovane della vostra età, dovrete presentarvi al nobile Lucio, chiedergli d'essere presa al suo servizio, illustrargli le vostre capacità. Se ha orecchio per la musica, capirà; e certo vi accoglierà con gioia, perché è un uomo onesto e, inoltre, virtuoso. Quanto ai vostri mezzi una volta lontana da casa, ci sono io, che ne ho e mai mancherò di fornirvene.

IMOGENE
Sei il solo conforto che gli dèi mi concedono in aiuto. Ti prego, va'. Ci sono altre cose da considerare, ma lo faremo a tempo debito. A questa impresa vado come un soldato, e la compirò col coraggio di un principe. Va', ti prego.

PISANIO
Bene, signora, dobbiamo congedarci in fretta. Altrimenti, notando la mia assenza, mi sospetteranno d'aver favorito la vostra fuga dalla corte. Mia nobile signora, prendete questa scatoletta. Me l'ha data la regina, e il contenuto è prezioso. Se avete mal di mare, o nausea di viaggio, una goccia di questo caccerà via ogni disturbo. Cercatevi un luogo in ombra e travestitevi da uomo. Gli dèi vi guidino al meglio!

IMOGENE
Grazie, e così sia.


Escono da parti diverse.

 

 

 

atto terzo - scena quinta

 

Entrano Cimbelino, la Regina, Cloten, Lucio e Signori.

CIMBELINO
Vi lascio qui. Addio.

LUCIO
Grazie, Maestà.
Il mio imperatore ha scritto, devo ripartire. Mi spiace molto dovergli annunciare la vostra inimicizia.

CIMBELINO
I nostri sudditi, signore, non sopportano il suo giogo; e quanto a noi, mostrarci meno sovrani di loro non sarebbe da re.

LUCIO
Bene, sire. Vi chiedo allora una scorta fino a Milford Haven. Signora, a Vostra Grazia auguro gioia, e a voi.

CIMBELINO
Signori, vi assegniamo questo compito. Non dimenticate il dovere dell'onore. Addio, nobile Lucio.

LUCIO
La vostra mano, signore.

CLOTEN
Eccola, in amicizia. Ma d'ora in poi essa sarà vostra nemica.

LUCIO
Signore, i fatti devono ancora proclamare il vincitore. Addio.

CIMBELINO
Non lasciate il nobile Lucio, miei buoni signori, finché non abbia attraversato il Severn. A voi, felicità!

 

Escono Lucio e Signori.

REGINA
Se ne va accigliato: ma è per noi un onore avergliene dato motivo.

CLOTEN
Tanto meglio. Così vogliono i vostri prodi Britanni.

CIMBELINO
Lucio ha già scritto all'imperatore della situazione qui. È tempo dunque di approntare i nostri carri e i cavalieri. Le forze che Roma ha di stanza in Gallia saranno presto concentrate, e da lì muoveranno guerra alla Britannia.

REGINA
Non è cosa da dormirci sopra: bisogna condurla speditamente e con energia.

CIMBELINO
La previsione che così sarebbe andata ci ha preparati. Ma, nobile regina, dov'è nostra figlia? Davanti al romano non è comparsa, e a noi non ha dato il saluto del giorno. Ci sembra piena di malvolere, non di rispetto. L'abbiamo notato. Chiamatela dinanzi a noi. Siamo stati troppo tolleranti e miti.

 

Esce un gentiluomo del seguito.

REGINA
Regale signore, dopo l'esilio di Postumo ha condotto vita assai ritirata: guarirla, sire, deve farlo il tempo. Vi supplico, Maestà, non usate con lei parole dure. È tanto sensibile ai rimproveri che parole così sono per lei colpi mortali.

Rientra il gentiluomo del seguito.

CIMBELINO
Dov'è, signore? Come giustifica questa mancanza di riguardo?

GENTILUOMO
Sire, scusate. Le sue stanze sono chiuse e non c'è risposta alle grida con cui abbiamo chiamato.

REGINA
Mio signore, quando l'ultima volta andai a visitarla, mi pregò di scusarla se rimaneva chiusa nelle sue stanze. Costretta dalla sua infermità, doveva per forza trascurare l'omaggio quotidiano che aveva l'obbligo di farvi: questo desiderava che io facessi sapere. Ma gli affari della nostra grande corte mi hanno reso colpevole di dimenticanza.

CIMBELINO
Le sue stanze, chiuse? Nessuno l'ha vista, di recente? Voglia il cielo che ciò che temo non sia vero.

 

Esce.

REGINA
Figlio, su, segui il re.

CLOTEN
Quel suo vecchio servitore, Pisanio, il suo uomo di fiducia, non lo vedo da due giorni.

REGINA
Su, seguilo.

 

Esce Cloten.


Pisanio, appoggi Postumo con tale devozione... Ha una mia droga: prego gli dèi che la sua assenza dipenda dal fatto che l'ha inghiottita, perché la crede cosa preziosissima. Ma lei, dov'è andata? Forse è in preda alla disperazione, o sulle ali del suo amore ardente è volata dal suo adorato Postumo: verso la morte è andata, o verso il disonore, e al mio scopo ambedue servono bene. Caduta ch'ella sia, la corona di Britannia è in mano mia.

 

Rientra Cloten.

Allora, figlio?

CLOTEN
È fuggita, per certo. Andate a calmare il re furibondo. Nessuno osa avvicinarsi a lui.

REGINA (a parte)
Tanto meglio. Che questa notte possa privarlo del giorno che viene!

 

Esce.

CLOTEN
L'amo e l'odio: perché è bella e regale, e possiede modi cortesi più squisiti di qualsiasi dama, delle dame tutte, di tutte le donne; di ognuna ha il meglio, e tutte assommando in sé, tutte le supera. L'amo per questo, ma il suo disprezzo per me e il favore che butta al miserabile Postumo scredita il suo giudizio e soffoca in lei ogni altra dote rara. E perciò decido di odiarla, anzi di vendicarmi di lei. Ché, quando i pazzi...


Entra Pisanio.

Chi è? Cosa complotti, furfante? Vieni qui, valente ruffiano! Canaglia, dov'è la tua padrona? Parla, in fretta, o ti spedisco dritto al diavolo.

PISANIO
Mio buon signore!

CLOTEN
Dov'è la tua padrona? O, per Giove... Non ripeterò la domanda. Canaglia dalla bocca chiusa, dal tuo cuore voglio il segreto, o il cuore ti strappo per trovarlo. È con Postumo? Quel mucchio d'immondizia, dal quale non può venire neppure un grammo di buono?

PISANIO
Ahimè, signore, come può essere con lui? Quando è sparita? Lui è a Roma.

CLOTEN
Ma dov'è lei? Vieni vicino. Niente più esitazioni. Dimmi tutto.

PISANIO
Mio degnissimo signore...

CLOTEN
Degnissima canaglia! Rivela subito dov'è la tua padrona, senza altre ciance. Basta con "degnissimo signore"! Parla, o il tuo silenzio all'istante ti condanna a morte.

PISANIO
Allora, signore, questa carta contiene tutto quello che so della sua fuga.

 

Gli porge una lettera.

CLOTEN
Vediamo. Fino al trono di Augusto la inseguirò.

PISANIO (a parte)
O questo, o morire. È lontana abbastanza, e quanto apprenderà da questo foglio vorrà dire un viaggio per lui, non certo un pericolo per lei.

CLOTEN
Hmm!

PISANIO (a parte)
Scriverò al mio padrone che è morta. Imogene, possa tu viaggiare sicura, e sicura fare ritorno!

CLOTEN
Furfante, questa lettera dice la verità?

PISANIO
Credo, signore.

CLOTEN
È la calligrafia di Postumo, la conosco. Tu, se invece di fare la canaglia ti mettessi lealmente al mio servizio, portando a termine con serietà tutti gli incarichi che ti affiderei, e cioè compiendo con rapidità e lealtà tutte le canagliate che ti ordinerei, allora potrei considerarti un uomo onesto. I miei mezzi ti assicurerebbero un certo conforto, e una mia buona parola non mancherebbe per la tua carriera.

PISANIO
Bene, mio buon signore.

CLOTEN
Al mio servizio, dunque? Se sei rimasto attaccato con tanta pazienza e costanza alle miserevoli fortune di quel mendicante di Postumo, non potrai, per la legge stessa della gratitudine, che essere seguace diligente delle mie. Allora, vuoi metterti al mio servizio?

PISANIO
Sì, mio signore.

CLOTEN
Qua la mano, e qua la mia borsa. Hai un qualche vestito del tuo ex-padrone?

PISANIO
A casa, signore, ho il vestito stesso che portava quando prese congedo dalla mia signora e padrona.

CLOTEN
Ecco il primo servizio da farmi: porta qui quel vestito. Il primo servizio, dunque: va'.

PISANIO
Sarà fatto, signore.

 

Esce.

CLOTEN
Ci incontriamo a Milford Haven! Mi sono dimenticato di chiedergli una cosa, mi tornerà in mente presto.

E lì, infame Postumo, ti ammazzerò. Arrivassero, questi vestiti! Una volta disse (il fiele del ricordo mi fa vomitare il cuore) di avere più stima per il vestito di Postumo che non per la mia persona, nobile per natura e adorna di tutte le sue qualità. Con quel vestito addosso, la violenterò. Prima ammazzerò lui, e sotto gli occhi di lei: vedrà, lì, il mio valore, e questo sarà poi un tormento per il suo disprezzo. Steso lui a terra, terminato il mio discorso di insulti sul suo cadavere, e saziata la mia lussuria (e questo, come ho detto, lo farò, per tormentarla ancora di più, proprio nelle vesti che lei ha tanto lodato), la riporterò a corte a furia di pugni - a calci, a casa. Ha goduto a disprezzarmi, e io saprò godere la vendetta.


Rientra Pisanio, con i vestiti.

Sono quelli, i vestiti?

PISANIO
Sì, mio nobile signore.

CLOTEN
Da quanto è partita per Milford Haven?

PISANIO
Non ci sarà ancora arrivata.

CLOTEN
Porta questi vestiti nella mia camera: è la seconda cosa che ti ordino. E la terza è che devi essere complice muto del mio piano. Basta che tu sia zelante, e ti verrà offerta una giusta ricompensa nella carriera. A Milford, là mi attende la vendetta. Se solo avessi le ali per inseguirla! Vieni, e restami fedele.

 

Esce.

PISANIO
Di dannarmi, mi ordini. Esser fedele a te significherebbe tradire - e mai lo farò - il più leale degli uomini. Vai pure a Milford, colei che insegui non ci troverai. Scendete, benedizioni del cielo, scendete su di lei! La fretta di questo pazzo venga rallentata dagli ostacoli: dalla fatica sia ricompensata!

 

Esce.

 

 

 

atto terzo - scena sesta

 

Entra Imogene, vestita da ragazzo.

IMOGENE
Faticosa, vedo, la vita d'un uomo.
Sono esausta, e per due notti ho fatto della nuda terra il mio letto.
Sarei ammalata, se la volontà non m'aiutasse.
Milford, quando Pisanio dalla cima del monte ti indicò, sembravi a due passi.
Oh Giove! Dinanzi agli sventurati scompaiono gli asili dove dovrebbero trovar conforto.
Due mendicanti mi hanno detto che non avrei potuto perdere la strada.
Anche i poveri mentono dunque, afflitti dalle miserie loro, e sapendo che esse sono punizione e prova?

Sì; e non c'è da averne meraviglia, quando i ricchi dicono la verità così raramente.
Mentire nell'abbondanza è più grave che mentire per bisogno.

La menzogna è peggiore in un re che in un mendicante. Dolce mio signore, tu sei uno di costoro, sleale!
Ora che penso a te, la fame se ne va.
Ma poco fa, svenivo per mancanza di cibo.
E questa che è? C'è un sentiero che porta lì: una tana selvaggia. Meglio non chiamare, non oso: eppure la fame, prima di sconfiggere la natura, la rende coraggiosa. Pace e abbondanza generano codardi, ma la vita dura di un duro ardire è madre. Ehi, c'è qualcuno?
Parla, se sei un essere civile; se selvaggio, prendi, o presta. Ehi!
Nessuna risposta. Entro, allora.
Meglio sguainare la spada: e se il nemico della spada ha paura quanto me, non oserà neppure guardarla.

Oh cielo, dammi un nemico così!

 

Esce, entrando nella caverna.

 

 

 

atto terzo - scena settima

 

Entrano Belario, Guiderio e Arvirago.

BELARIO
Polidoro, sei stato il migliore nella caccia, e ora sarai signore della festa. Cadwal ed io faremo il cuoco e il servo, com'era nei patti. Il sudore e la fatica, a nulla servirebbero, come secchi e morti, se non fosse per il fine cui si lavora. Venite, la fame renderà saporito il nostro umile cibo: la stanchezza può russare sulla nuda pietra, mentre l'indolenza trova duro il cuscino di piume. Che vi sia pace qui, povera casa, custode di te stessa!

GUIDERIO
Sono stanco morto.

ARVIRAGO
E io fiacco dalla fatica; ma forte d'appetito.

GUIDERIO
C'è della carne fredda nella caverna: divoreremo quella, mentre si cuoce ciò che abbiamo ucciso.

BELARIO (guardando nella caverna)
Fermi, non entrate. Se non stesse mangiando le nostre provviste, la crederei un'apparizione.

GUIDERIO
Che cosa c'è, signore?

BELARIO
Un angelo, per Giove! O una meraviglia di questo mondo! Guardate: la divinità, e ha gli anni di un ragazzo!

Entra Imogene.

IMOGENE
Buoni padroni, non fatemi del male. Prima d'entrare ho chiamato, e pensavo di mendicare o comprare quello che ho preso. Non ho rubato nulla, davvero, né l'avrei fatto se anche dell'oro avessi trovato sparso per terra. Ecco del danaro per il mio cibo. L'avrei lasciato sulla tavola, alla fine del pasto; e sarei andato via pregando per chi l'aveva procurato.

GUIDERIO
Danaro, ragazzo?

ARVIRAGO
Che l'oro e l'argento diventino fango! Di più non valgono se non per coloro che adorano idoli di fango.

IMOGENE
Vedo che siete in collera. Se per questa colpa mi uccidete, sappiate che sarei morto, se non l'avessi commessa, di fame.

BELARIO
Dove siete diretto?

IMOGENE
A Milford Haven.

BELARIO
Il vostro nome?

IMOGENE
Fedele, signore. Ho un parente che, diretto in Italia, s'è imbarcato a Milford. Andavo da lui e, consumato dalla fame, sono caduto in questa colpa.

BELARIO
Vi prego, bel giovane, non prendeteci per zotici. Non misurate il nostro animo buono dal luogo selvaggio in cui viviamo. Ben trovato! È quasi notte: prima di ripartire avrete cibo migliore, e vi ringraziamo se rimanete a mangiarlo. Ragazzi, dategli il benvenuto.

GUIDERIO
Se foste una donna, ragazzo, vi farei la corte con insistenza, per diventare vostro fidanzato. Pronto a pagare un alto prezzo.

ARVIRAGO
Mi consolerò che è un uomo e l'amerò come un fratello. Il benvenuto che gli darei dopo lunga assenza è vostro. Benvenuto! Siate allegro, ché siete fra amici.

IMOGENE
Fra amici? Certo, se fratelli. (A parte) Magari fosse così, fossero questi i figli di mio padre! Allora il mio valore sarebbe di meno, e più eguale nel peso al tuo, Postumo.

BELARIO
Qualche dolore lo tormenta.

GUIDERIO
Potessi alleviarlo!

ARVIRAGO
Anch'io, quel che sia, a costo di qualsiasi pena, di qualsiasi pericolo. Oh, dèi!

BELARIO
Ascoltate, ragazzi.

 

Sussurra loro qualcosa.

IMOGENE
Degli uomini potenti, che avessero una corte non più grande di questa caverna, che si servissero da soli e non possedessero altro suggello alla propria virtù che la loro coscienza; che non si curassero dell'omaggio vano delle folle mutevoli, non potrebbero valere più di questi due. Perdonatemi, o dèi! Cambierei sesso, per essere loro compagno, dopo il tradimento di Leonato.

BELARIO
Così va bene. Ragazzi, andiamo a preparare la selvaggina. Bel giovane, entrate Parlare a digiuno è faticoso; dopo cena, discreti, ti chiederemo di narrarci la tua storia fin dove vorrai dirla.

GUIDERIO
Vi prego, venite.

ARVIRAGO
La notte al gufo, il mattino all'allodola sono meno benvenuti di voi.

IMOGENE
Grazie, signore.

ARVIRAGO
Entrate, vi prego.

 

Escono.

 

 

 

atto terzo - scena ottava

 

Entrano due Senatori e Tribuni.

PRIMO SENATORE
Questo è il tenore del decreto imperiale: poiché la plebe è ora in azione contro i Pannoni e i Dalmati, e le legioni stanziate in Gallia sono troppo deboli per intraprendere guerra contro i Britanni ribelli, dobbiamo incitare i patrizi a questa impresa. Lucio è nominato proconsole; a voi tribuni, per questa leva urgente l'imperatore delega poteri assoluti. Lunga vita a Cesare!

PRIMO TRIBUNO
Lucio è dunque comandante in capo?

SECONDO SENATORE
Sì.

PRIMO TRIBUNO
Ed è ora in Gallia?

PRIMO SENATORE
Con le legioni che ho detto, e a cui la vostra leva deve fornire rinforzi. Il decreto di nomina fissa il numero degli uomini e i tempi della loro partenza.

PRIMO TRIBUNO
Faremo il nostro dovere.

 

Escono.

 

Indice Teatro

Inizio pagina

 


 

Cimbelino

(“Cymbeline” - 1609 - 1610)

 

 

atto quarto - scena prima

 

Entra Cloten solo.

Se Pisanio mi ha dato indicazioni esatte, sono vicino al luogo dove dovrebbero incontrarsi A perfezione mi vanno i suoi vestiti! E perché la sua donna, che fu fatta da colui che creò pure il suo sarto, non dovrebbe andarmi a perfezione anche lei? Tanto più che, con rispetto parlando, si dice che alle donne vada a seconda dell'andamento del vento. Bisogna che mi metta al lavoro. A me stesso posso dirlo - non è vanagloria se un uomo si parla allo specchio in camera sua - voglio dire, il mio corpo ha una linea buona quanto il suo. Non sono meno giovane di lui, però sono più forte; non inferiore di fortuna, ma più favorito dalle circostanze; superiore a lui di nascita, capace quanto lui nelle operazioni militari, e più bravo in singolar tenzone. Eppure questa cocciuta senza senso ama lui a mio dispetto. Ecco cos'è la vita mortale! Entro un'ora, Postumo, la tua testa, che adesso è attaccata al collo, ne verrà spiccata, la tua donna violata, i tuoi vestiti fatti a pezzi davanti ai tuoi occhi. Compiuta quest'opera, la riporterò a calci a casa, da suo padre, il quale sarà forse un po' irritato con me perché l'ho trattata in maniera così rude. Ma mia madre, che ha completo controllo sui suoi malumori, volgerà ogni cosa a mia lode. Il cavallo è ben legato: fuori, o mia spada, preparati ad un compito spietato! Fortuna, mettili nelle mie mani! Questo, secondo la descrizione, deve essere il luogo del loro incontro: non oserebbe certo ingannarmi, quella canaglia.


Esce

 

 

 

atto quarto - scena seconda

 

Entrano, provenendo dalla caverna, Belario, Guiderio, Arvirago e Imogene.

BELARIO (a Imogene)
Non state bene: rimanete qui nella caverna: torneremo da voi dopo la caccia.

ARVIRAGO (a Imogene)
Fratello, resta qui. Non siamo fratelli?

IMOGENE
Tali dovrebbero essere gli uomini. Ma argilla differisce da argilla in qualità benché la polvere loro sia la stessa. Mi sento veramente male.

GUIDERIO
Voi andate a caccia, io resto con lui.

 

IMOGENE
Non sto poi così male, ma bene non mi sento. Non sono un damerino di città, uno di quelli che paiono morti prima d'ammalarsi. Perciò, vi prego, lasciarmi, seguite il corso giornaliero delle vostre occupazioni: rompere le abitudini significa buttare all'aria tutto. Sto male, ma il vostro rimanermi accanto non mi può guarire. La compagnia non è di conforto a chi non è di compagnia. Non sto poi così male, se riesco a ragionarci sopra. Vi prego, lasciatemi qui, fidatevi. Non posso che derubare me stesso, e rubando così poco, lasciarmi morire.

GUIDERIO
Ti voglio bene, l'ho detto: tanto e così forte come a mio padre.

BELARIO
Che? Come? Come?

ARVIRAGO
Se dirlo è peccato, signore, mi lego nella colpa a mio fratello: non so perché amo questo ragazzo, ma vi ho sentito dire che le ragioni dell'amore sono senza ragione. Se ci fosse una bara alla porta e mi venisse chiesto chi debba morire, risponderei, "mio padre, non questo ragazzo".

BELARIO
(a parte)
O nobile carattere! O virtù della natura! O seme di grandezza! I codardi sono padri di codardi, i vili generano vili. La natura crea crusca e farina, virtù e viltà. Io non sono loro padre, ma chi può essere costui, che compie il miracolo di farsi amare più di me? Sono le nove.

ARVIRAGO
Fratello, addio.

IMOGENE
Vi auguro buona caccia.

ARVIRAGO
Salute. Signore, agli ordini.

IMOGENE (a parte)
Creature veramente gentili, queste. O dèi, quante menzogne m'è toccato sentire! I cortigiani dicono che fuori della corte non ci sono che selvaggi. Ma tu, esperienza, smentisci la voce! Gli oceani sovrani generano mostri, mentre i poveri tributari, i fiumi, forniscono alla mensa pesci squisiti. Sto male, ancora; malissimo. Pisanio, ora proverò la tua medicina.

GUIDERIO
Non sono riuscito a farlo parlare. Ha detto d'essere nobile, ma sfortunato; colpito ingiustamente, e tuttavia giusto.

ARVIRAGO
Così ha risposto anche a me, dicendo però che più tardi avrei potuto saperne di più.

BELARIO
A caccia, a caccia! Per ora vi lasciamo, entrate a riposare.

ARVIRAGO
Non staremo via a lungo.

BELARIO
Non v'ammalate, vi prego, dovrete farci da massaia.

IMOGENE
Che stia bene o male, sono legato a voi.

BELARIO
E per sempre lo sarete.

 

Imogene esce, verso la caverna.


Questo giovane, per quanto mal ridotto, sembra di buona schiatta.

ARVIRAGO
Come un angelo, canta!

GUIDERIO
E che cucina squisita! Ha tagliato le nostre radici in forma di lettere e insaporito il brodo come se Giunone fosse ammalata, e lui il suo cuoco.

ARVIRAGO
Unisce nobilmente sorriso a sospiro, come se il sospiro fosse tale solo perché non è un sorriso, e il sorriso si facesse gioco del sospiro perché vola via da tempio così santo per mescolarsi ai venti insultati dai marinai.

GUIDERIO
Ho notato che il dolore e la pazienza, radici del sospiro e del sorriso, s'intrecciano in lui.

ARVIRAGO
Cresci, pazienza! Fa' che il dolore, sambuco puzzolente, sciolga le maligne sue radici dalla vite che fiorisce!

BELARIO
È giorno pieno. Venite via! Chi è quello?

Entra Cloten.

CLOTEN
Non riesco a trovare i fuggiaschi. Quella canaglia m'ha preso in giro. Sono sfinito.

BELARIO
"I fuggiaschi"! Vuol dir noi? Mi pare di riconoscerlo: è Cloten, il figlio della regina. Temo un'imboscata. Non lo vedo da anni, ma so che è lui. Siamo considerati fuorilegge: andiamo via!

GUIDERIO

Ma è solo! Voi e mio fratello cercate se ha compagni qui vicino. Vi prego, andate: lasciatemi solo con lui.


Escono Belario e Arvirago.

CLOTEN
Ferma! Chi siete voi che fuggite così davanti a me? Briganti di montagna? Ne ho sentito parlare. Che canaglia sei tu?


GUIDERIO
Nulla di più adatto a una canaglia ho mai fatto, che rispondere a una canaglia senza picchiarla.

CLOTEN
Sei un masnadiero, un fuorilegge, un farabutto. Arrenditi, ladro.

GUIDERIO
A chi? A te? E chi sei, tu? Non ho forse un braccio grande come il tuo? Un cuore altrettanto grande? Certo, le tue parole sono più grosse, perché io non porto il pugnale in bocca. Dimmi chi sei e perché dovrei arrendermi a te.

CLOTEN
Vile canaglia, non mi conosci dagli abiti?

GUIDERIO
Né te, gaglioffo, né il sarto tuo, cioè tuo nonno: che ha fatto quei vestiti i quali ora, pare, fanno te.

CLOTEN
Emerito furfante, non li ha fatti il mio sarto.

GUIDERIO
Vattene via, allora, e ringrazia chi te li ha dati. Sei un idiota, a picchiarti non c'è gusto.

CLOTEN
Ladro insolente, ascolta il mio nome, e trema.

GUIDERIO
Qual è il tuo nome?

CLOTEN
Cloten, canaglia

GUIDERIO
Cloten, due volte canaglia, sia il tuo nome. Non riesce a farmi tremare: fosse Rospo, Vipera, o Ragno, mi farebbe più impressione.

CLOTEN
Perché tu abbia maggiore paura, anzi a tua totale confusione, sappi che sono il figlio della regina.

GUIDERIO
Me ne dispiace: il tuo aspetto non pare degno della tua nascita.

CLOTEN
Non hai paura?

GUIDERIO
Ho paura di quelli che rispetto: i saggi. Degli idioti rido, non ho paura.

CLOTEN
Muori, allora. Quando ti avrò ucciso con le mie stesse mani, inseguirò quelli che sono scappati. E sulle porte della città di Lud impalerò le vostre teste. Arrenditi, rozzo montanaro.

 

Escono, combattendo.
Rientrano Belario e Arvirago.

BELARIO
Non c'è nessuno in giro?

ARVIRAGO
Non un'anima viva. Vi siete sbagliato,su di lui.

BELARIO
Non so: non lo vedevo da tanto, ma il tempo non ha cambiato i lineamenti che il volto aveva allora. Gli strappi di voce, quel parlare a scoppi, erano i suoi; sono sicuro che fosse proprio Cloten.

ARVIRAGO
Li abbiamo lasciati qui. Spero che mio fratello se la sia cavata con lui. Dite che è tanto feroce.

BELARIO
Non essendo ancora maturo - dico, come uomo - non sapeva cosa fosse il terrore. Spesso la mancanza di giudizio fa trascurare la paura. Guarda, tuo fratello.

Rientra Guiderio con la testa di Cloten.

GUIDERIO
Questo Cloten era un vero idiota, una borsa vuota, senza soldi. Neppure Ercole avrebbe potuto fargli schizzare via il cervello: perché proprio non l'aveva. Eppure, se non gli avessi tagliata la testa, l'idiota ora si porterebbe appresso la mia, come io faccio con la sua.

BELARIO
Ma che hai fatto! Lo sai?

GUIDERIO
Benissimo lo so: ho tagliato la testa di un certo Cloten, figlio (a detta sua) della regina, che mi chiamava traditore e montanaro, e giurava di batterci con una mano sola, di spiccarci le teste da dove, grazie agli dèi, si trovano, e di impalarle nella città di Lud.

BELARIO
Siamo rovinati, tutti.

GUIDERIO
Caro padre, perché? Cosa abbiamo da perdere se non quel che giurava di toglierci: la vita? La legge non protegge noi. Perché dovremmo essere educati, e lasciare che un arrogante pezzo di carne ci minacci e faccia da solo il giudice e il boia perché noi temiamo la legge? Avete veduto qualcuno qui intorno?

BELARIO
Non abbiamo visto anima viva, ma ragione vuole che avesse un seguito. Benché fosse per lui punto d'onore cambiare sempre, e di male in peggio, nessun eccesso, né pazzia totale, lo avrebbero condotto qui da solo. Può darsi che a corte la voce circolasse di fuorilegge come noi che abitano qui nelle caverne, vivendo di caccia, e magari potrebbero col tempo diventare forti. Sentendo questo, si sarà infuriato, com'è nella sua indole, e avrà giurato di catturarci. Ma che sia venuto solo non è possibile: tanto ardito non era, e gli altri non l'avrebbero permesso. Abbiamo dunque tutte le ragioni di temere che questo corpo abbia una coda ben più pericolosa della testa.

ARVIRAGO
Quanto è ordito dal destino avvenga secondo il volere degli dèi: comunque, mio fratello ha fatto bene.

BELARIO
Oggi non avevo voglia di cacciare. La malattia del giovane Fedele mi ha reso gravoso il cammino.

GUIDERIO
Con la sua stessa spada, quella che puntava alla mia gola, gli ho mozzato la testa. La getterò ora nel torrente dietro alla nostra caverna, che raggiunga il mare e dica ai pesci d'essere Cloten, figlio della regina: è tutto, penso.

 

Esce.

BELARIO
Ho paura che il gesto sarà vendicato. Sarebbe stato meglio, Polidoro, che non l'avessi fatto, anche se il valore ben ti si conviene.

ARVIRAGO
L'avessi fatto io! E fossi io solo inseguito dalla vendetta! Polidoro, fraterno è il mio amore per te, ma grande è l'invidia perché m'hai rubato questa impresa. Vorrei che tutti i vendicatori che le nostre forze possono affrontare venissero a cercarci fino a qui, sfidando la nostra risposta.

BELARIO
Ormai è fatta. Non andremo più a caccia, oggi, né senza profitto in cerca di pericoli. Ti prego, torniamo alla caverna: tu e Fedele farete i cuochi. Io attenderò il ritorno dell'impetuoso Polidoro per condurlo a cena.

 

ARVIRAGO
Povero Fedele, ammalato! Volentieri andrò da lui. Per ridargli il colore, farei sanguinare una parrocchia intera di Cloten, e per tale carità loderei me stesso.

 

Esce.

BELARIO
O dèa! Natura divina! Te stessa riveli in questi due prìncipi ragazzi. Sono gentili come gli zefiri che soffiano sotto la violetta senza smuoverne il capo profumato; ma violenti, quando il loro sangue regale s'infiamma, come i vènti feroci che per la cima afferrano gli abeti di montagna e li piegano a valle. È straordinario  come un invisibile istinto li informi di una regalità che mai hanno appreso, di un senso dell'onore mai loro insegnato, di cortesia che mai hanno visto in altri, di valore che in loro cresce selvaggio, ma dà frutto come se fosse seminato. E strano è il presagio che per noi significa la presenza qui di Cloten e quel che la sua morte può portarci.

Rientra Guiderio.

GUIDERIO
Dov'è mio fratello? La cocciuta cocuzza di Cloten ho spedito nel torrente, in ambasceria a sua madre; il corpo rimane ostaggio qui fino al suo ritorno.

 

Musica solenne.

BELARIO
Ascolta, Polidoro: il mio ingegnoso strumento suona! Ma che ragione ha Cadwal per usarlo adesso? Ascolta!

GUIDERIO
È a casa?

BELARIO
È andato via un istante fa.

GUIDERIO
Cosa vuol dire Cadwal? È rimasto muto lo strumento dalla morte della mia cara madre. I toni solenni devono rispondere soltanto a eventi gravi. Quale ragione mai...? Esultare per nulla, lamentare sciocchezze, sono allegrie da scimmie, dolori da ragazzi. È pazzo, Cadwal?

Rientra Arvirago portando Imogene morta fra le braccia.

BELARIO
Guarda, eccolo che viene, e porta fra le braccia la causa terribile di ciò per cui lo rimproveriamo.

ARVIRAGO
È morto l'uccellino che tanto amavamo. Avrei preferito balzare dai sedici anni ai sessanta, e cambiare l'età dei salti in una stampella, che vedere questo.

GUIDERIO
O dolcissimo, bellissimo giglio! Mio fratello ti porta con assai meno grazia di quella con cui crescevi tu stesso.

BELARIO
O malinconia! Chi mai poté sondare il tuo fondo, toccarne il fango, e scoprire sulla costa l'approdo migliore per la barca tua tarda? Creatura celeste, Giove soltanto sa che uomo saresti potuto divenire. Io so che sei morto, ragazzo impareggiabile, di malinconia. Come l'hai trovato?

ARVIRAGO
Rigido come lo vedete: ma sorridente, come se una mosca ne solleticasse il sonno; non irrideva al dardo della morte. La guancia destra riposava su un cuscino.

GUIDERIO
Dove?

ARVIRAGO
In terra, con le braccia incrociate, così: pensavo che dormisse e mi sono tolto dai piedi le rozze scarpe chiodate che con fracasso echeggiavano i miei passi.

GUIDERIO
È soltanto addormentato, infatti. Se è morto, farò della sua tomba un letto. Le fate aleggeranno attorno al suo sepolcro: mai i vermi giungeranno a te.

ARVIRAGO
Coi fiori più belli, finché duri l'estate, profumerò, Fedele, la tua tomba triste, finché vivrò qui. Non ti mancherà il fiore che più somiglia al tuo volto, la pallida primula, né la campanula azzurra come le tue vene: no, non i petali della rosa di macchia che - non li calunnio - non profumano più del tuo respiro. Ti porterà il pettirosso dal becco pietoso - o becco, vergogna degli eredi arricchiti che lasciano i padri giacere senza tomba - tutto questo, sì, e una pelliccia di muschio, quando i fiori più non saranno, a coprire il tuo corpo d'inverno...

GUIDERIO
Smetti, ti prego. Su cose tanto gravi non scherzare con parole da donne. Seppelliamolo, senza tardare col nostro sgomento quel che gli è ora dovuto. Alla fossa!

ARVIRAGO
Dimmi, dove lo seppelliremo?

GUIDERIO
Accanto a nostra madre, la buona Eurifile.

ARVIRAGO
Così sia.
E benché le nostre voci abbiano ora il timbro degli uomini fatti, col canto accompagniamo il suo viaggio alla fossa, come un tempo facemmo con nostra madre. Usiamo la stessa melodia, le stesse parole, mettendo Fedele al posto di Eurifile.

GUIDERIO
Non so cantare, Cadwal. Piangerò, e con te ripeterò le parole. Perché i canti di dolore, stonati, sono peggio di preti e chiese mendaci.

ARVIRAGO
Lo reciteremo, allora.

BELARIO
I dolori grandi, vedo, curano i piccoli. Cloten è dimenticato, ora, del tutto. Era figlio di una regina, ragazzi, e benché sia venuto da nemico, per questo ha pagato, ricordatelo, un prezzo ben caro. Umili e potenti marciscono assieme e in polvere eguale tutti ritornano. Il rispetto, però, l'angelo del mondo, fra grandi e piccoli fa distinzione. Un principe era il nostro nemico: al nemico voi avete tolto la vita; al principe dovete dar sepoltura.

GUIDERIO
Portatelo qui, vi prego. Il corpo di Tersite vale quello di Aiace, quando entrambi sono senza vita.

ARVIRAGO
Mentre andate a prenderlo, reciteremo il nostro canto. Incomincia, fratello.

 

Belario esce.

GUIDERIO
No, Cadwal, prima a oriente dobbiamo volgere il suo capo. Per questo pare che nostro padre abbia una ragione.

ARVIRAGO
È vero.

GUIDERIO
Vieni, allora: spostiamolo.

ARVIRAGO
Ecco. Comincia.

 

CANZONE

GUIDERIO
Più non temere del sol la calura,
non la tempesta dell'inverno furiosa.
Hai assolto nel mondo ogni tua cura,
a casa sei andato, paga hai generosa.
Ragazzi e fanciulle che paiono d'oro,
come chi spazza i camini per loro,
in polvere deve ciascuno tornare.


ARVIRAGO
L'ira dei grandi più non temere,
non può dei tiranni toccarti condanna.
Più non curar di vestire e mangiare,
come una quercia è per te ogni canna.
Re, medico, dotto ti devon seguire;
in polvere deve ciascuno tornare.


GUIDERIO
Del fulmine il lampo più non temere.

ARVIRAGO
Né lo scoppio del tuono, a tutti sgomento.

GUIDERIO
Non temere calunnie né aspre censure.

ARVIRAGO
Per te spenta è la gioia, finito il lamento.

INSIEME
Gli amanti giovani, gli amanti tutti,
per legge sono compagni ai tuoi lutti:
in polvere deve ciascuno tornare.

GUIDERIO
Chi evoca spiriti non ti possa colpire!

ARVIRAGO
Non ti faccia magia d'incanto stregare!

GUIDERIO
I fantasmi insepolti ti dovran risparmiare!

ARVIRAGO
Creatura del male non ti possa sfiorare!

INSIEME
Consumati in pace sino alla fine!
Abbi tomba famosa senza confine!

Rientra Belario con il corpo di Cloten.

GUIDERIO
Abbiamo compiuto le esequie: su, seppelliamolo.

BELARIO
Ecco dei fiori, e altri poi a mezzanotte. L'erba cosparsa di fredda rugiada notturna è ornamento adatto alle tombe, ai volti che coprono Come fiori eravate, e ora siete appassiti: così quest'erba sarà, che spargiamo su voi. Su, venite, preghiamo in ginocchio. Se li riprende, la terra che li ha dati: le gioie e i dolori loro qui sono finiti.


Escono Belario, Guiderio e Arvirago.

IMOGENE (svegliandosi)
Sì, signore, a Milford Haven Qual è la via? Grazie, presso quel cespuglio? Per favore, quanto è distante? Misericordia! Sei miglia ancora? Tutta la notte ho camminato. Allora mi stendo a dormire Piano! Non voglio compagno di letto! O dèi! O dee! (Vede il corpo di Cloten.) Questi fiori sono come i piaceri del mondo, questo corpo insanguinato come il suo dolore. Sogno, spero. Mi pareva d'essere massaia in una caverna, e di far da cuoca a persone oneste. Ma non è così. Era solo un lampo di nulla, scagliato verso il nulla: una creazione del cervello e dei suoi fumi. I nostri occhi a volte sono come i nostri giudizi: ciechi. Eppure, tremo ancora di paura. Ma se in cielo è rimasta una goccia di pietà piccola come l'occhio di uno scricciolo, o dèi temuti, datemene almeno una parte! Ancora qui è il sogno, fuori e dentro di me, perfino quando sono sveglia: non immaginato, ma sentito. Un uomo senza testa? I vestiti di Postumo? Riconosco la forma della sua gamba. Questa è la sua mano, il suo piede da Mercurio, la coscia da Marte, i muscoli di Ercole. Ma il suo volto da Giove? Un assassinio in cielo! È sparito. Pisanio, tutte le maledizioni che Ecuba impazzita gettò sui Greci, e le mie in aggiunta, cadano su di te! Tu, cospirando con Cloten, quel diavolo senza freno, hai ammazzato qui il mio sposo. Scrivere e leggere siano d'ora in poi segni di tradimento! Dannato Pisanio, con le sue lettere false, Pisanio dannato ha troncato l'albero maestro del vascello più nobile che vi fosse al mondo! Postumo, ahimè, dove è la tua testa? Dove, ahi, dove? Pisanio avrebbe potuto trafiggerti il cuore, e lasciarti la testa. Perché così, Pisanio? Lui e Cloten: malvagità e cupidigia hanno compiuto questa orrenda sciagura. Ah, vedo ora, è chiaro! Quella droga che mi ha dato, che diceva essere per me un cordiale prezioso, non ha forse ucciso i miei sensi? Ecco la conferma. È opera, questa, di Pisanio e Cloten. Oh, colora col tuo sangue le mie pallide guance, sì che più orrenda appaia a chi mi troverà. O mio signore, mio signore!

 

Sviene sul corpo.


Entrano Lucio, Capitani e un Indovino.

CAPITANO
Oltre a queste, le legioni stanziate in Gallia hanno, secondo i vostri ordini, traversato il mare, e vi attendono con le vostre navi a Milford Haven. Sono pronte all'azione.

LUCIO
Che notizie da Roma?

CAPITANO
Il Senato ha richiamato i cittadini e i nobili d'Italia, spiriti volenterosi, che promettono prestazioni eccellenti. Vengono al comando dell'ardito Iachimo, fratello del duca di Siena.

LUCIO
Per quando li aspettate?

CAPITANO
Al primo vento favorevole.

LUCIO
La prontezza che vediamo ci dà buone speranze. Che le truppe siano passate in rassegna: i capitani provvedano. E voi, signore, che avete sognato ultimamente di questa guerra?

INDOVINO
La notte scorsa gli dèi stessi mi hanno mostrato una visione. Avevo digiunato e pregato di poter capire. Ecco quel che ho visto: l'aquila romana, l'uccello di Giove, volava dall'umido meridione verso questa parte d'occidente, e qui svaniva nei raggi del sole. Se i peccati non oscurano il mio potere di divinazione, questo presagisce vittoria all'esercito romano.

LUCIO
Sogna sempre così, e mai sia falso. Fermi: che tronco è questo, senza testa? I resti dicono che un tempo era un nobile edificio. Che? Un paggio? Morto, o addormentato sopra il cadavere? Morto, sembra: perché la natura ha orrore di spartire il letto con i defunti o di dormire sopra i corpi morti. Guardiamo il viso del ragazzo.

CAPITANO
Signore, è vivo.

LUCIO
Allora su questo corpo potrà darci spiegazioni. Ragazzo, parlaci delle tue sventure, che paiono implorare d'esser conosciute Chi è costui di cui ti fai cuscino sanguinoso? E chi ha così mutato questa bella immagine creata da nobile Natura? Che parte hai in questo relitto miserando? Come è accaduto? Chi è? E chi sei tu?

IMOGENE
Io sono nulla. E se no, sarebbe meglio essere nulla. Questo era il mio padrone, un britanno valoroso e buono, ucciso, qui, dai montanari. Ahimè, padroni così non ci sono più. Se anche vagassi da oriente ad occidente offrendo i miei servizi, ne provassi molti, buoni perfino, e fossi sempre servitore buono e leale, mai troverei un altro padrone così.

LUCIO
Povero ragazzo! Col tuo lamento commuovi non meno che il tuo padrone sanguinando. Dimmi il suo nome, amico mio.

IMOGENE
Richard du Champ.

(A parte) Se mento senza far male a nessuno, spero che gli dèi, ascoltandomi, mi perdonino. Come dite, signore?

LUCIO
Il tuo nome?

IMOGENE
Fedele, signore.

LUCIO
E tale dimostri veramente d'essere: il tuo nome si accorda alla tua fedeltà, la fedeltà al nome. Vuoi tentare la fortuna con me? Non dico che avrai padrone buono quanto il primo, ma, certo, non t'amerà di meno. Neppure una lettera vergata dall'imperatore di Roma in persona, e inviatami per mezzo di un console, potrebbe guadagnarti promozione più rapida di quella che il tuo merito ti ottiene. Vieni con me.

IMOGENE
Vi seguirò, signore. Ma prima, col favore degli dèi, nasconderò alle mosche il mio padrone, scavando in profondità quanto possono le mie mani. E quando avrò coperto la sua fossa d'erbe e foglie, e su di essa pronunciato, al meglio mio, centinaia di preghiere, allora, piangendo e sospirando, lascerò il suo servizio per seguire voi, se vorrete prendermi.

LUCIO
Sì, mio buon giovane. E ti sarò più padre che padrone. Amici, questo ragazzo ci insegna quale sia il dovere di un uomo. Cerchiamo il pezzo di terra più bello, più pieno di margherite, e scaviamo una fossa con le nostre picche e partigiane. Su, sollevatelo. Ragazzo, tu l'hai raccomandato, e avrà il sepolcro che può dargli un soldato. Animo, asciugati gli occhi. Talvolta cadere serve a risorgere e di più a godere.

 

Escono.

 

 

 

atto quarto - scena terza

 

Entrano Cimbelino, Signori, Pisanio, e gentiluomini del seguito.

CIMBELINO
Tornate da lei e riferitemi come sta.

 

Esce un gentiluomo.

Una febbre per l'assenza di suo figlio, un delirio che mette la sua vita in pericolo O cieli, mi colpite a fondo, e in una volta sola! Imogene, la mia più grande consolazione, fuggita; la regina a letto, in condizioni disperate: e tutto mentre una guerra terribile mi minaccia. Suo figlio, così necessario ora, è scomparso. Colpo su colpo, aldilà di ogni speranza. Quanto a te, canaglia, che devi sapere qualcosa sulla sua fuga, e fingi invece di ignorarlo, ti strapperemo le informazioni con la tortura.

PISANIO
Sire, la mia vita è vostra: umilmente la metto nelle vostre mani. Ma quanto alla mia padrona, non so nulla di dove sia, perché sia fuggita, o quando intenda ritornare. Prego Vostra Altezza di credermi vostro leale servitore.

PRIMO SIGNORE
Mio sovrano, il giorno in cui scomparve lui era qui. Oso garantire che è onesto e compirà lealmente i suoi doveri di suddito. Quanto a Cloten, gli sforzi per ricercarlo continuano e sarà senza dubbio trovato.

CIMBELINO
I tempi sono difficili. (A Pisanio) Per il momento vi lasciamo andare, ma i sospetti rimangono.

PRIMO SIGNORE
Di grazia, Vostra Maestà, le legioni romane già raccolte in Gallia sono sbarcate sulle nostre coste con un rinforzo di nobili romani inviati dal Senato.

CIMBELINO
Potessi avere i consigli, ora, di mio figlio e della mia regina! Sono frastornato dagli eventi.

PRIMO SIGNORE
Mio sovrano, le forze che avete sono in grado di affrontare quelle di cui giunge notizia. Se ne arriveranno delle altre, sarete pronto anche per esse. Basta che facciate avanzare le truppe che smaniano di muoversi.

CIMBELINO
Vi ringrazio. Andiamo a far fronte agli eventi che ci si parano davanti. Non temiamo i fastidi provenienti dall'Italia, ma ci preoccupano le sciagure in casa. Andiamo!


Escono Cimbelino, Signori e gentiluomini del seguito.

PISANIO
Non ho ricevuto alcuna lettera dal mio padrone da quando gli ho scritto che Imogene era morta. Strano. E nulla ho saputo dalla mia padrona, che aveva promesso di mandarmi spesso notizie. Non so neppure cosa sia accaduto a Cloten. Di tutto sono incerto. Il cielo dovrà agire ancora. Se mento, sono onesto: se infedele, fedele. La guerra proverà quanto ami il mio paese: lo noterà anche il re; se no, cadrò in battaglia. Su tutti gli altri dubbi il tempo sarà veritiero. La fortuna guida in porto anche navi senza nocchiero.


Esce.

 

 

 

atto quarto - scena quarta

 

Entrano Belario, Guiderio e Arvirago.

GUIDERIO
Rumore ovunque, qui attorno.

BELARIO
Andiamocene via.

ARVIRAGO
Quale piacere troveremmo nella vita, signore, se la chiudessimo all'azione e all'avventura?

GUIDERIO
E che speranza abbiamo poi a nasconderci? Così, i Romani ci prenderanno per Britanni e subito ci uccideranno, o ci accoglieranno come barbari e ribelli fuorilegge, ci useranno, e poi ci ammazzeranno.

BELARIO
Figli, saliamo più in alto, sui monti, per essere al sicuro. Non possiamo andare col re: non siamo conosciuti, né soldati di truppa, e la recente morte di Cloten potrebbe costringerci a spiegare dove abbiamo vissuto e quindi a confessare quel che abbiamo fatto. Saremmo puniti con la tortura e la morte.

GUIDERIO
Signore, è un dubbio che in un momento simile non si addice a voi, e non soddisfa noi.

ARVIRAGO
Quando sentiranno a due passi il nitrito dei cavalli romani e vedranno i fuochi degli accampamenti, avranno occhi ed orecchie tanto occupati che è improbabile perdano tempo a cercare di sapere di dove noi veniamo.

BELARIO
Sono conosciuto da molti nell'esercito, e tanti anni non hanno, come avete visto, cancellato Cloten dalla mia memoria, anche se all'epoca era giovanissimo. Il re non ha meritato poi né i miei servizi né il vostro amore: a causa del mio esilio vi trovate infatti privi di istruzione, costretti a una vita dura, senza speranza di avere gli onori promessi dalla vostra nascita, obbligati ad essere per sempre come virgulti bruciati dell'estate e schiavi tremanti dell'inverno.

GUIDERIO
Morire è meglio che essere così. Vi prego, signore, uniamoci all'esercito: io e mio fratello non siamo conosciuti, e voi,  ontano dal pensiero di tutti, invecchiato così, non desterete sospetti.

ARVIRAGO
Per il sole splendente, ci andrò. Che vergogna che io non abbia mai visto morire un uomo, né conosciuto sangue se non quello di lepri impaurite, capre in calore e selvaggina! Mai montato un cavallo da cavaliere, ma solo senza speroni e ferro ai miei talloni! Mi vergogno di guardare il sacro sole e godere dei suoi raggi benedetti, restando un povero sconosciuto così a lungo.

GUIDERIO
Per il cielo, andrò anch'io. Avrò protezione migliore, se vorrete darmi, signore, il vostro permesso e la benedizione. Se non volete, il rischio che corro per questo cada su di me per mano dei Romani.

ARVIRAGO
E così sia.

BELARIO
Nessuna ragione ho io, visto che voi date così poco valore alla vostra vita, di aver cura della mia, ormai incrinata. Verrò con voi, ragazzi! Se a difesa del vostro paese dovete morire, là sarà il mio letto, là voglio giacere. Avanti, avanti! A loro il tempo pare lento, sui volti, impaziente, il sangue ora sale, vuol provare, sgorgando, che sono stirpe regale.

 

Escono.

 

Indice Teatro

Inizio pagina

 


 

Cimbelino

(“Cymbeline” - 1609 - 1610)

 

 

atto quinto - scena prima

 

Entra Postumo solo.

POSTUMO
Sì, ti terrò, panno insanguinato, perché io stesso ti volli di questo colore. O mariti, se ciascuno di voi agisse così, quanti dovrebbero uccidere mogli assai migliori di loro, soltanto perché hanno deviato appena un poco!
O Pisanio, nessun servo buono esegue tutti gli ordini che riceve. È vincolato solo a quelli giusti. O dèi, se aveste fatto vendetta dei miei delitti, non sarei vissuto tanto da istigare questo; e voi avreste salvato Imogene perché si pentisse, e colpito me, disgraziato, più degno del vostro castigo. Ma, ahimè, voi strappate alcuni alla vita per piccole colpe: per amore, perché non cadano più; e ad altri permettete di aggiungere delitti a delitti, uno peggiore dell'altro, finché l'orrore non li prende per condurli a salvezza. Imogene è vostra, ormai: sia fatta la vostra volontà, e date a me la grazia di obbedire. Sono venuto qui, tra i nobili d'Italia, per combattere contro il regno di mia moglie. Già basta, Britannia, che abbia ucciso la tua signora. Pace, ora: non ti darò altra ferita. Perciò, o cieli, ascoltate con pazienza i miei propositi. Mi toglierò queste vesti italiane, e indosserò i panni di un contadino britanno, combattendo contro coloro con i quali sono venuto. Così morirò per te, Imogene, che muti in morte ogni respiro della mia vita. E così, ignoto, non rimpianto né odiato, mi dedicherò tutto ad affrontare il pericolo. Che gli uomini riconoscano in me più valore di quanto non mostrino i miei abiti! O dèi, infondete in me la forza dei Leonati! A svergognare l'uso del mondo, inizierò moda meno esteriore, e più interiore la farò.

 

Esce.

 

 

 

atto quinto - scena seconda

 

Entrano Lucio, Iachimo, e l'esercito romano da una parte.

Dall'altra, quello britanno, con Postumo Leonato al seguito, in veste di soldato semplice.

Marciano attraverso la scena ed escono.

Rientrano poi combattendo Iachimo e Postumo. Quest'ultimo vince e disarma Iachimo, poi lo lascia.

IACHIMO
Il peso della colpa che grava sul mio animo mi toglie il valore. Ho calunniato una signora, la principessa di questo paese; e, per vendicarsi, l'aria m'infiacchisce. Altrimenti, come avrebbe potuto questo bifolco, questo schiavo di natura, battermi nel mio mestiere? Il nome e gli onori di cavaliere, portati come faccio io, non sono che titoli di scherno. Se la tua nobiltà, Britannia, supera questo villano quanto lui i nostri patrizi, è che noi a malapena siamo uomini; voi, dèi.

 

Esce.

La battaglia continua, i Britanni fuggono e Cimbelino viene catturato.

Poi entrano a liberarlo Belario, Guiderio e Arvirago.

BELARIO
Fermi, fermi! Il vantaggio del terreno è nostro. La via è presidiata, e nulla può sconfiggerci se non la vigliaccheria della nostra paura.

GUIDERIO e ARVIRAGO
Fermi! Fermi! Combattete!

Rientra Postumo e aiuta i Britanni.

Liberano Cimbelino ed escono.

Quindi rientrano Lucio, Iachimo, e Imogene.

LUCIO
Lascia i soldati, ragazzo, e salvati. Qui gli amici uccidono gli amici, e il disordine è tale che la guerra sembra cieca.

IACHIMO
Sono i loro rinforzi, truppe fresche.

LUCIO
La giornata è cambiata in modo strano. O contrattacchiamo a tempo, o diamoci alla fuga.


Escono.

 

 

 

atto quinto - scena terza

 

Entrano Postumo e un Signore britanno.

SIGNORE
Vieni da dove i nostri hanno fatto resistenza?

POSTUMO
Voi invece pare veniate dalla parte dei fuggiaschi.

SIGNORE
Sì.

POSTUMO
Non ho biasimo alcuno per voi, signore. Tutto era perduto, se il cielo stesso non avesse preso le armi per noi. Il re privato delle ali, l'esercito in rotta, non si vedevano che le schiene dei Britanni, tutti in fuga per una gola stretta. Il nemico invece, pieno di coraggio, con la lingua di fuori dal gran massacrare, aveva più lavoro che braccia per compierlo. Falciava a morte alcuni, altri colpiva appena. Altri cadevano solo per paura. Così lo stretto passo era bloccato da morti presi alle spalle, e da vigliacchi che vivono soltanto per morire di una vergogna lenta.

SIGNORE
Dov'era questa gola?

POSTUMO
Vicina al campo di battaglia, infossata e chiusa da pareti erbose: se ne avvantaggiò un vecchio soldato (uomo onesto, v'assicuro), che nel far questo per il suo paese si meritò d'essere mantenuto tanti anni quanti ne mostra la sua barba bianca. Questi, con due adolescenti (ragazzi più adatti a giocare ai quattro cantoni che a compiere simile strage, dal volto tanto delicato da prestarsi ad una maschera, anzi più bello di quelli femminili così coperti per protezione o per pudore), mantennero la posizione attraverso la gola, gridando ai fuggiaschi: "I cervi di Britannia muoiono fuggendo, non i nostri uomini. Nelle tenebre vanno le anime di chi scappa. Fermi! O diverremo Romani, e vi daremo quella morte da bestie che da bestie fuggite, mentre potreste salvarvi se solo vi voltaste, con fierezza. Fermi. Fermi!". Questi tre, tremila nel coraggio e tremila nell'agire, perché tre che combattono sono un esercito quando tutti gli altri non fanno niente, con quel grido di "Fermi, fermi!", favoriti dal luogo e ancor più dalla magia del loro coraggio, che avrebbe potuto trasformare una conocchia in una lancia e ridare colore ai volti impalliditi, risvegliarono in chi la vergogna, in chi l'ardire, sicché alcuni, resi vili dall'esempio di altri (un peccato, in guerra, da condannare in coloro che per primi lo commettono), cominciarono a voltarsi e, come i leoni, a mostrare i denti contro le picche dei cacciatori. Allora fra gli inseguitori s'ebbe un arresto, poi una ritirata, presto la rotta, in piena confusione. Ed eccoli che scappano come polli per la via che avevano disceso da aquile: da schiavi, ora, rifanno la strada percorsa in marcia da vincitori. E i nostri vigliacchi, adesso, come gli avanzi in un duro viaggio, diventano le briciole che salvano la vita nel momento del bisogno. Trovando via libera verso gente indifesa, oh, cielo! che colpi menano ora! Attaccano alcuni uccisi di già, e altri che stanno morendo, e degli amici travolti nella prima ondata; di dieci che erano cacciati da uno, ognuno massacra adesso venti nemici. Quelli che avrebbero preferito morire piuttosto che resistere, sono divenuti il terrore mortale del campo di battaglia.

SIGNORE
Strano caso: una gola stretta, un vecchio, e due ragazzi.

POSTUMO
No, non stupitevi: sembrate fatto più per stupirvi delle cose che udite che non per compierne. Volete farne una rima da recitare a gabbo? Eccone una: Due ragazzi, una gola, un vecchio due volte bambinello, han protetto i Britanni, e dei Romani son stati flagello.


SIGNORE
Non vi adirate, signore.

POSTUMO
Ma no, e perché?
Chi non osa affrontare il nemico, per sempre sarò suo intimo amico: perché se fa ciò che è nato per fare, presto, lo so, anche la mia amicizia vorrà scansare. Vedete, mi fate parlare in rima.

SIGNORE
Addio, siete in collera.


Esce.

POSTUMO
Ancora in fuga? E questo è un nobile! Che nobile miseria, stare sul campo e chiedere "che novità?" a me!
Quanti, oggi, non avrebbero dato il loro onore per salvarsi la carcassa? Hanno alzato i tacchi per farlo, e son morti lo stesso! Io, stregato dal mio dolore, non sono riuscito a trovare la morte dove l'udivo gemere, né a sentirla dove colpiva. È strano: essendo un mostro così orrendo, si nasconde nelle coppe di vino fresco, nei letti soffici, nelle parole dolci, o vi trova più ministri di noi che sguainiamo i suoi coltelli per la guerra. Bene, la troverò. Poiché adesso favorisce i Britanni, io non sarò più britanno e tornerò dalla parte di coloro con cui sono venuto. Combattere, non voglio più, e m'arrenderò al primo villano che mi tocchi la spalla. Grande è il massacro fatto dai Romani. Grande sia la vendetta compiuta dai Britanni. Quanto a me, il mio riscatto è la morte. Per l'una o l'altra parte spenderò l'ultimo respiro della mia vita. Non voglio conservarla qui né riportarla indietro, ma terminarla, in qualche modo, per Imogene.

Entrano due Capitani britanni e Soldati.

PRIMO CAPITANO
Sia resa lode al grande Giove: Lucio è stato catturato. Si dice che il vecchio e i suoi figli fossero angeli.

SECONDO CAPITANO
C'era un quarto, vestito da bifolco, che andava all'attacco con loro.

PRIMO CAPITANO
Così dicono: ma non si riesce a trovarne nessuno. Fermo! Chi va là?

POSTUMO
Un romano, che non sarebbe qui, sfinito, se altri l'avessero aiutato nell'azione.

SECONDO CAPITANO
Prendetelo, il cane. Neppure una gamba romana deve tornare a dire quali corvi li hanno beccati qui. Vanta i suoi servizi come se fosse un personaggio di rango. Portatelo dal re.

Entrano Cimbelino, Belario, Guiderio, Arvirago, Pisanio, e prigionieri romani.

I Capitani presentano Postumo a Cimbelino, che lo consegna ad un carceriere.


Escono.

 

 

 

atto quinto - scena QUARTA

 

Entrano Postumo e due carcerieri.

PRIMO CARCERIERE
Nessuno più vi ruberà, ora che avete addosso i lucchetti. Mangiate pure, se trovate dell'erba.

SECONDO CARCERIERE
Sì, o l'appetito.


Escono i carcerieri.

POSTUMO
Sii benvenuta, schiavitù, perché credo che tu sia la strada per la libertà.
Eppure sto meglio di uno che è malato di gotta,
che vorrebbe piuttosto gemere per sempre che farsi curare da quel medico infallibile,
la morte, che è la chiave per aprirmi queste sbarre.
Coscienza mia, sei anche tu in ceppi,
più delle mie caviglie e dei miei polsi.
Voi, dèi benigni, datemi lo strumento della penitenza per forzare quella serratura,
e poi essere libero per sempre.
Basta che io sia pentito? Così i bambini riescono a placare il loro padre terreno.
Gli dèi hanno misericordia più grande.
Se devo pentirmi, non ho modo migliore di farlo che in ceppi desiderati più che imposti.
Se espiare è il tributo da pagare per la libertà,
non esigete, o dèi, nulla di meno che la mia vita.
Vi so più clementi dei miserevoli esseri umani,
che dai debitori falliti prendono un terzo, un sesto, un decimo,

per lasciarli prosperare su quanto resta loro.

Non voglio questo.
Per la cara vita di Imogene, prendete la mia:
non è così preziosa, ma è pur sempre una vita.

L'avete coniata voi stessi.
Negli scambi fra gli uomini, non si dà valore soltanto al peso della moneta;

anche se leggera, la si prende per l'effigie che porta:
così dovreste fare voi con la mia,
che ha stampata la vostra immagine. E così,
potenze celesti, se accettate questo conteggio,
prendetevi la mia vita e annientate questi freddi ceppi.
O Imogene, ti parlerò in silenzio.

 

Si addormenta.

Musica solenne.

Entrano, come in un'apparizione, Sicilio Leonato, padre di Postumo, in figura di vecchio vestito da guerriero, che conduce per mano una vecchia matrona (sua moglie, e madre di Postumo), preceduti da musica. Poi, dopo altra musica, seguono i due giovani Leonati (fratelli di Postumo), con le ferite per le quali morirono in guerra. Formano un cerchio attorno a Postumo, che giace addormentato.

SICILIO
Più non scagliare, signore del tuono, sulle mosche mortali le tue ire furenti;
bisticcia con Marte, rampogna Giunone, che contro i tuoi tradimenti grida vendetta e minacce veementi.
Ha mai fatto alcun male il mio povero figlio, il cui volto mai vedere ho potuto?
Morii mentre egli era ancora nel grembo materno in attesa del tempo da natura voluto.
Fargli da padre dovevi in quell'ora (ché padre degli orfani l'uomo t'onora):
difenderlo contro i duri tormenti di questa terrena dimora.

MADRE
Aiuto alcuno non mi diede Lucina, nel travaglio mi colse gemendo:
Postumo fu dal mio grembo strappato, tra i suoi nemici venne gridando,
misera, pietosa cosa.

SICILIO
La grande Natura come ai suoi avi a lui stampo sì nobile diede
che meritò le lodi del mondo, del grande Sicilio l'erede.

PRIMO FRATELLO
Quando poi fu uomo maturo, chi in Britannia poté mai stare
contro di lui a paragone, o frutto migliore agli occhi brillare
di Imogene, che seppe di lui il perfetto valore stimare?

MADRE
Perché allora fu beffato di nozze, in esilio cacciato,
privato del seggio dei Leonati, dalla carissima sposa allontanato,
la dolce Imogene?

SICILIO
Perché permetteste che Iachimo, vile insetto di terra italiana,
macchiasse il suo nobile cuore e la mente di gelosia del tutto vana,
e ch'egli fosse oggetto di scherno da parte di un'anima tanto villana?

SECONDO FRATELLO
Per questo i suoi genitori e noi due suoi fratelli da più tranquilli luoghi venimmo,
che combattendo per il nostro paese coraggiosi cademmo, uccisi restammo
per conservar con onore il nostro retaggio, e di Tenanzio il diritto salvammo.

PRIMO FRATELLO
Postumo ha con eguale ardimento per Cimbelino combattuto:
dunque, Giove, re degli dèi, perché tanto a dargli hai tardato
la ricompensa dovuta ai suoi meriti, e tutto in dolori gli hai trasformato?

SICILIO
Apri la finestra di cristallo, guarda: i tuoi colpi aspri e possenti
non volere infliggere più su una schiatta d'uomini valenti.

MADRE
Poiché, o Giove, nostro figlio è buono, portagli via i suoi tormenti.

SICILIO
Guarda dal tuo palazzo marmoreo, aiutaci, o noi, poveri fantasmi, grida leveremo
al sinodo degli dèi splendente contro il tuo potere supremo.

FRATELLI
Aiutaci, Giove, o contro di te faremo appello e dalla tua giustizia fuggiremo.

Giove discende fra tuoni e lampi a cavallo di un'aquila.

Scaglia un fulmine.

Gli Spiriti cadono in ginocchio.

GIOVE
Non offendete più il nostro udito, spiriti vili di basse regioni. Silenzio! Come osate accusare il Tonante che i fulmini scaglia dal cielo, e abbatte le terre ribelli? Via di qui, povere ombre d'Elisio, abbiate pace sulle vostre rive di fiori che non appassiscono mai. Non v'angustiate di pene mortali: non ne è vostra, ma nostra la cura. Chi più amo, più metto alla prova, per far che i miei doni, più attesi, siano ancor più graditi. Tranquilli, la nostra grande divina potenza solleverà vostro figlio umiliato: le sue pene sono finite, per lui tornano i giorni della prosperità. La stella di Giove brillò quando nacque, nel nostro tempio celebrò le sue nozze. Alzatevi, ora, e svanite: sarà per sempre il signore di Imogene, e più felice per le pene sofferte. Mettetegli sul cuore questo foglio, nel quale il nostro volere iscrive tutt'intera la sua sorte felice. Andate, dunque: non date più voce con questo chiasso alla vostra impazienza, se non volete scatenare la mia.
Sali, aquila, al mio palazzo di cristallo.

 

Sale.

SICILIO
Discese col tuono, il suo fiato celeste odorava di zolfo. L'aquila santa calò quasi a ghermirci.  La sua ascesa è più dolce dei nostri campi felici: l'uccello regale si liscia le ali immortali e con gli artigli gratta il suo becco, come quando il suo dio è compiaciuto.

TUTTI
Grazie, Giove!

SICILIO
Il pavimento marmoreo si chiude: è entrato nella sua dimora radiosa. Via! Per esser benedetti, obbediamo con cura ai suoi grandi precetti.

 

Gli Spiriti svaniscono.

POSTUMO (svegliandosi)
Sonno, sei stato mio progenitore, mi hai generato un padre e creato una madre e due fratelli. Ma, oh beffa!
Sono svaniti: spariti appena nati! E così sono sveglio. I poveri infelici che dipendono dal favore dei grandi fanno sogni come i miei. Si risvegliano, e non trovano nulla. Ahimè, mi sbaglio. Molti non sognano neppure di trovare, né si meritano, i favori che hanno in abbondanza. Così anch'io, che ho quest'occasione d'oro, e non so neppure perché. Quali fate aleggiano in questo luogo? Un libro? O libro prezioso, non essere come il nostro mondo fatuo e capriccioso, una veste più bella di quello che ricopri. Che il tuo aspetto, diversamente dai nostri cortigiani, mantenga tutto quello che promette.

(Legge)

"Quando il figlio di un leone senza saperlo troverà non cercandola un'aria dolce che tutto lo abbraccerà;

quando i rami di un cedro maestoso saranno tagliati e, morti da molti anni, rivivranno per essere riuniti al vecchio tronco e germogliare di nuovo: allora saranno terminate le miserie di Postumo, la Britannia sarà felice e fiorirà in pace ed abbondanza."

È ancora un sogno, oppure una cosa come quelle cui danno voce i pazzi, senza cervello: o tutte e due, o nulla, o parole senza senso, o parole che il senso comune non sa decifrare. Qualunque cosa siano, il corso della mia vita è simile ad esse, e perciò le conserverò, se non altro per la somiglianza.

Rientrano i carcerieri.

PRIMO CARCERIERE
Allora, signore, siete pronto per morire?

POSTUMO
Pronto da tempo: stracotto.

PRIMO CARCERIERE
È la forca, signore. Se siete pronto per quella, siete ben cotto di certo.

POSTUMO
E così, se riuscirò buon pasto per gli spettatori, il piatto sarà valso la spesa.

PRIMO CARCERIERE
Un conto salato per voi, signore. Ma potrete consolarvi pensando che dopo non avrete più nulla da pagare, né dovrete temere i conti delle taverne, che procurano allegria, ma danno tristezza quando le si lascia.

Ci si entra quasi svenuti dalla fame, e se ne esce barcollando per aver bevuto troppo: dolenti per aver pagato troppo e ricevuto troppo. Borsa e cervello, vuoti ambedue: il cervello appesantito dalla sua stessa leggerezza, la borsa alleggerita di tutto il suo peso. Da queste contraddizioni voi adesso sarete libero. Ah, la carità di una corda da una lira! In un attimo vi libera da mille obbligazioni, non avrete più debiti né crediti se non verso di lei, scaricherete il passato, il presente e il futuro. Il vostro collo, signore, è penna, registro e palline per fare il conto. E poi segue la quietanza.

POSTUMO
Sono più felice io di morire che tu di vivere.

PRIMO CARCERIERE
In effetti, signore, chi dorme non sente il mal di denti. Ma uno che dovesse dormire il vostro sonno e fosse messo a letto dal boia, credo che scambierebbe volentieri il suo posto con il carnefice: perché vedete, signore, non sapete quale via vi toccherà prendere.

POSTUMO
Ma io lo so qual è la via, amico.

PRIMO CARCERIERE
Allora per voi la morte ha gli occhi in testa. Non l'ho mai vista ritratta così. Dovete essere guidato da qualcuno che pretende di sapere, o pretendere voi stesso di sapere qualcosa che sono sicuro non sapete; oppure, a vostro rischio e pericolo, dovete non fare domande sul dopo. E come il vostro viaggio andrà a finire, credo che non tornerete mai a raccontarlo.

POSTUMO
E io ti dico, amico mio, che nessuno si avvia senza occhi che lo guidino per la strada che sto prendendo io, se non coloro che gli occhi li chiudono per non usarli.

PRIMO CARCERIERE
Che enorme beffa, questa: che si abbia occhi aguzzi per vedere la via che conduce alla completa cecità!

La forca, certo è il modo giusto di chiudere gli occhi.

Entra un messaggero.

MESSAGGERO
Toglietegli le manette e recate il prigioniero dal re.

POSTUMO
Porti buone notizie. Vengo chiamato per essere liberato.

PRIMO CARCERIERE
Allora sarò impiccato io.

POSTUMO
E a quel punto sarai più libero che non da carceriere Non ci sono chiavistelli per i morti.


Escono tutti meno il Primo Carceriere.

PRIMO CARCERIERE
A meno che non volesse sposarsi la forca e procreare piccoli patiboli, non ho mai visto uno così impaziente di morire. Eppure, anche se è romano, ci sono mascalzoni peggiori di lui che desiderano vivere; e anche fra i Romani ce ne sono di quelli che muoiono controvoglia: se fossi uno di loro, anch'io sarei così. Vorrei che tutti la pensassero allo stesso modo, e cioè nel modo giusto. Sarebbe la rovina, certo, per i carcerieri e per le forche! Parlo contro il mio tornaconto immediato, ma quel che desidero potrebbe procurarmi un posto migliore.

 

Esce.

 

 

 

atto quinto - scena QUINTA

 

Entrano Cimbelino, Belario, Guiderio, Arvirago, Pisanio, Signori, Ufficiali, e seguito.

CIMBELINO
Statemi al fianco, voi che gli dèi hanno eletto a salvatori del mio trono. Il mio cuore è addolorato perché quel povero soldato che combatté con tanto valore, i cui stracci svergognavano le armature dorate, che a petto nudo marciava davanti a chi era dotato di scudo impenetrabile, non si riesce a trovare Felice chi lo ritroverà, ché tale lo renderà la nostra grazia.

BELARIO
Non ho mai visto tanto nobile furore in una creatura così misera, gesta così valorose in uno che nulla prometteva se non d'essere un povero mendicante.

CIMBELINO
Notizie di lui?

PISANIO
Lo hanno cercato fra i morti e fra i vivi, ma non ve n'è traccia.

CIMBELINO
Con mio dolore, Sono erede della sua ricompensa: (a Belario, Guiderio e Arvirago) l'aggiungerò alla vostra, voi che siete fegato, cuore e cervello della Britannia. Essa è ancora viva, lo riconosco, soltanto per merito vostro. È tempo di chiedervi da dove venite. Ditelo.

BELARIO
Sire, siamo nati in Cambria, e gentiluomini. Vantare di più non sarebbe né giusto né modesto, a meno di aggiungere che siamo onesti.

CIMBELINO
Inginocchiatevi. Ora alzatevi: cavalieri sul campo vi creo, compagni della nostra persona; vi darò tutti gli onori che spettano al vostro rango.


Entrano Cornelio e Dame.

I vostri visi sono turbati Perché salutate la nostra vittoria con tanta tristezza? Sembrate Romani, non membri della corte di Britannia.

CORNELIO
Salve, grande re! A rendere amara la vostra felicità, devo annunziarvi che la regina è morta.

CIMBELINO
A chi, peggio che a un medico, si converrebbe tale annuncio? Ma penso che se la vita può essere prolungata dalla medicina, la morte coglierà anche il medico. Come è morta?

CORNELIO
In modo orrendo, in un'agonia furiosa come la sua vita. Crudele al mondo, ha concluso la propria esistenza crudele a se stessa. Con il vostro permesso, vi riferirò quello che ha confessato. Queste sue dame, che erano lì in lagrime quando è morta, possono correggermi se sbaglio.

CIMBELINO
Ti prego, parla.

CORNELIO
Per primo, ha confessato di non avervi amato mai. Amava la maestà che le conferivate, non voi. Ha sposato il re, è stata moglie del trono: aborriva la vostra persona.

CIMBELINO
Solo lei lo sapeva. E se non l'avesse detto in punto di morte, non crederei alle labbra che l'hanno rivelato.

Continua.

CORNELIO
Vostra figlia, che fingeva di amare con tanta dedizione, ha confessato che era ai suoi occhi uno scorpione e, se la sua fuga non l'avesse impedito, l'avrebbe uccisa avvelenandola.

CIMBELINO
Ah, raffinatissimo demonio! Chi mai potrà leggere dentro una donna? C'è dell'altro?

CORNELIO
Dell'altro, sire, e di peggio. Ha confessato che aveva per voi un preparato mortale che, una volta preso, avrebbe divorato la vostra vita minuto per minuto e vi avrebbe consumato a poco a poco. Nel frattempo intendeva dominarvi con le sue finte, con veglie, pianti, cure e baci, e avendovi ben lavorato con la sua arte, convincervi col tempo ad adottare suo figlio come erede al trono. Ma la strana assenza  di lui fece fallire i suoi piani, e colta da una vergogna senza speranza, rivelò, a dispetto degli dèi e degli uomini, i suoi propositi, rimpianse che i mali da lei covati non sortissero effetto, e morì in preda alla disperazione.

CIMBELINO
E voi, sue donne, avete udito tutto questo?

DAME
Sì, piaccia a Vostra Altezza.

CIMBELINO
Non furono colpevoli i miei occhi, perché era bella; né le mie orecchie, che diedero ascolto alle sue adulazioni; né il mio cuore, che la credeva simile al suo aspetto. Sarebbe stato colpevole non fidarsi di lei. Eppure, figlia mia, tu avresti ben potuto dire che la follia era in me, e provarlo con le tue sofferenze. Il cielo vi ponga riparo.


Entrano Lucio, Iachimo, l'Indovino e altri prigionieri romani sotto scorta;

dietro di essi Postumo e Imogene

Adesso, Caio, non vieni più per il tributo: quello, i Britanni l'hanno cancellato, sebbene perdendo molti valorosi. I loro parenti mi hanno chiesto di placare le loro anime buone con il sacrificio di voi prigionieri, e noi l'abbiamo concesso Pensate, dunque, al vostro destino.

LUCIO
Considerate, sire, le fortune della guerra. La giornata fu vostra per caso. Se fosse stata nostra, non avremmo a sangue freddo minacciato con la spada  i nostri prigionieri. Ma se è volontà degli dèi che nulla se non le nostre vite siano riscatto sufficiente, allora sia. Che un romano sappia soffrire da romano è quanto basta. Augusto vive, e provvederà. Questo è tutto per quel che mi riguarda  Una cosa sola imploro, che il mio ragazzo,britanno di nascita, possa essere riscattato: mai un padrone ebbe paggio così gentile, devoto, diligente, attento alle sue necessità, abile, fedele e premuroso. Le sue virtù appoggino la mia richiesta, che oso sperare Vostra Altezza non vorrà rifiutare. Non ha fatto del male a nessun britanno, sebbene abbia servito un romano. Salvate lui, sire: e non risparmiate altro sangue.

CIMBELINO
L'ho visto prima, di sicuro. Il suo viso mi è familiare. Ragazzo, il tuo aspetto si è guadagnato il mio favore, e ora sei mio. Non so cosa mi spinga a dire, "Vivi, ragazzo". Non ringraziare il tuo padrone: vivi. E chiedi a Cimbelino il dono che vuoi. Se si confà alla mia munificenza e al tuo stato, te lo concederò. Sì, anche se chiedi un prigioniero, anche il più nobile.

IMOGENE
Ringrazio umilmente Vostra Altezza.

LUCIO
Non ti chiedo di domandare la mia vita, ragazzo, ma so che lo farai.

IMOGENE
No, ahimè, no. C'è altro da fare. Vedo una cosa amara per me come la morte. La vostra vita, buon padrone, dovrà cavarsela da sola.

LUCIO
Il ragazzo mi disprezza, mi sdegna, mi abbandona. Muoiono presto le gioie di chi le ripone nella fedeltà delle fanciulle e dei ragazzi. Perché si mostra così perplesso?

CIMBELINO
Cosa desideri, ragazzo? Mi piaci sempre di più. Pensa bene a ciò che è meglio chiedermi. Conosci quell'uomo che stai fissando? Parla: vuoi che viva? È tuo parente? Tuo amico?

IMOGENE
È un romano, non più parente a me di quanto io lo sia a Vostra Altezza: essendo nato vostro suddito, vi sono un po' più vicino.

CIMBELINO
Perché lo guardi così?

IMOGENE
Ve lo dirò, sire, in privato, se vi piacerà di darmi ascolto.

CIMBELINO
Con tutto il cuore, sì. Ti presterò tutta la mia attenzione. Come ti chiami?

IMOGENE
Fedele, sire.

CIMBELINO
Sei il mio caro ragazzo, il mio paggio. Sarò il tuo padrone. Vieni; con me, parla liberamente.


Cimbelino e Imogene si avviano da una parte.

BELARIO
Quel ragazzo non è il nostro, resuscitato?

ARVIRAGO
Come un granello di sabbia somiglia all'altro, così questo ragazzo dolce e roseo a Fedele, che è morto. Che ne pensate?

GUIDERIO
La stessa persona, prima morta e ora viva.

BELARIO
Calma, calma. Stiamo a vedere. Non ci ha guardato. Due persone possono assomigliarsi. Se fosse lui, sono sicuro che ci avrebbe parlato.

GUIDERIO
Ma l'abbiamo visto morto.

BELARIO
Zitti. Stiamo a vedere.

PISANIO (a parte)
È la mia padrona. È viva. E allora che il tempo scorra pure, volgendo le cose in bene o in male.


Cimbelino e Imogene vengono avanti.

CIMBELINO
Vieni, mettiti al mio fianco. Fai la tua richiesta ad alta voce. (A Iachimo) Signore, venite avanti e rispondete a questo ragazzo, e fatelo con sincerità, o per la nostra maestà e la nostra grazia, che sono il nostro onore, una tortura aspra vaglierà il vero dal falso. Su, parlagli.

IMOGENE
La grazia che chiedo è che questo signore dichiari da chi ha avuto questo anello.

POSTUMO (a parte)
Ma che interesse ha per lui?

CIMBELINO
Dite, quel diamante che avete al dito, come ne siete venuto in possesso?

IACHIMO
Sarebbe una tortura per me non dire quello che, se lo dico, sarà una tortura per te.

CIMBELINO
Come, per me?

IACHIMO
Sono contento di essere costretto a rivelare ciò che mi tormenta tenere nascosto. Con la frode ho avuto questo anello. Era il gioiello di quel Leonato che tu esiliasti: un uomo tanto nobile - questo farà soffrire te più di me - non visse mai fra cielo e terra. Vuoi sentir altro, sire?

 

CIMBELINO
Tutto quello che riguarda questa storia.

IACHIMO
Quel paragone di virtù, tua figlia, per la quale il mio cuore stilla sangue e che il mio animo ignobile trema a ricordare... Perdonami, mi sento mancare.

CIMBELINO
Mia figlia? Che hai da dire, di lei? Ritrova la tua forza. Preferirei che tu vivessi quanto vorrà la natura piuttosto che vederti morto prima di avere ascoltato il resto. Su, sforzati, parla.

IACHIMO
Una volta... infausto fu l'orologio che batteva l'ora! Fu a Roma, maledetta la casa dove... Ad una festa... Ah, fossero state avvelenate le vivande, almeno quelle che portai alla bocca! Il buon Postumo - che dire? Era troppo buono per trovarsi fra furfanti, era il migliore di tutti, l'ottimo tra i buoni - stava seduto tristemente e ci ascoltava lodare le nostre amanti italiane per la loro bellezza in modo tale che il gonfio vanto del miglior oratore al confronto si sarebbe rivelato vuoto. I loro tratti avrebbero fatto sfigurare la statua di Venere e l'alta, eretta Minerva. Le forme superavano i limiti della natura. Il carattere era la vetrina di tutte le qualità che l'uomo ama nella donna. E poi, quella bellezza che colpisce gli occhi e fa da esca al matrimonio.

CIMBELINO
Sono sulle spine. Vieni al dunque.

IACHIMO
Ci arriverò anche troppo presto, a meno che tu non abbia fretta di soffrire. Postumo, dunque, da nobile innamorato, da signore che aveva sposa regale, colse al volo l'occasione, e senza disprezzare quelle che noi lodavamo - calmo, in questo, come la virtù - iniziò a fare il ritratto della sua sposa. Disegnato dalla sua lingua e dal suo cuore, questo fu tale che, o noi avevamo vantato delle semplici sguattere di cucina, o la sua descrizione ci aveva ridotti a idioti senza parole.

CIMBELINO
Su, su, vieni al fatto.

IACHIMO
La castità di vostra figlia, ecco il fatto. Ne parlò come se Diana avesse sogni bollenti di lussuria, e lei sola fosse fredda. A questo io, disgraziato, misi in dubbio la sua lode, e scommisi delle monete d'oro contro questo anello, che allora egli portava al dito, di riuscire, corteggiando lei, a prendere il posto di lui nel suo letto, e vincere l'anello con l'adulterio mio e della sua donna. Egli, da vero cavaliere, e sicuro della sua fedeltà, che infatti io stesso riscontrai, mise in posta questo anello, e l'avrebbe fatto anche se fosse stato un rubino della ruota del carro di Febo: avrebbe anzi potuto farlo con sicurezza se anche si fosse trattato del valore dell'intero carro. Io, con questo intento, partii per la Britannia. Forse mi ricorderete, sire, a corte,  dove la vostra casta figlia m'insegnò la differenza che c'è fra l'amore e la lussuria. Si spense così la speranza, ma non il desiderio di vittoria, e il mio cervello italiano cominciò ad operare con bassezza sulla vostra britanna ingenuità: eccellente, questa, per il mio vantaggio. E per farla breve, il mio trucco funzionò così bene che ritornai con prove simulate, tali da far impazzire il nobile Leonato, colpendo la sua fiducia nella lealtà di lei: prove d'ogni sorta, descrizioni fedeli degli arazzi della sua stanza e delle scene lì rappresentate, e questo braccialetto (ah, l'astuzia con cui l'ottenni!); e addirittura dei segni segreti sul suo corpo; così che lui non poté non concludere che il vincolo della castità era stato infranto, ed io ne avessi il pegno. E allora... mi sembra di vederlo...

POSTUMO (facendosi avanti)
E mi vedi davvero, demonio d'un italiano! Ahimè sì, che sciocco credulone, emerito assassino, ladro; a me sono dovuti tutti gli epiteti che spettano alle canaglie passate presenti e future. Datemi una corda, un coltello, del veleno, un giudice giusto! Tu, re, manda a chiamare qualcuno che inventi torture ingegnose. Io, io, redimo tutte le infamie più orrende della terra, perché sono peggiore di loro. Io sono Postumo, che ho ucciso tua figlia. No, mento, vile che sono! Che l'ho fatta uccidere da una canaglia meno vile di me, un ladro sacrilego. Era il tempio della virtù, lei: la virtù stessa. Sputatemi addosso, scagliatemi pietre, copritemi di fango, lanciate contro di me a latrare i cani della strada. Ogni canaglia si chiami Postumo Leonato, ogni scelleratezza sia minore, ora, di prima. O Imogene, mia regina, mia sposa, mia vita! O Imogene, Imogene, Imogene!

IMOGENE
Calma, mio signore. Sentite, sentite...

POSTUMO
Vuoi farti gioco di questo? Paggio insolente, ecco quello che ti meriti.

 

La colpisce: lei cade.

PISANIO
Aiuto, signori! La signora mia, e vostra. Ah, mio signore, Postumo! Soltanto ora avete ucciso Imogene. Aiuto, aiuto! La mia padrona onorata!

CIMBELINO
Mi gira attorno, il mondo.

POSTUMO
Queste vertigini, da dove vengono?

PISANIO
Svegliatevi, padrona!

CIMBELINO
Se è così, gli dèi vogliono colpirmi a morte, con una gioia che uccide.

PISANIO
Come sta la mia padrona?

IMOGENE
Lontano dai miei occhi! Mi hai dato tu il veleno. Via, servitore infedele! Non respirare dove ci sono dei prìncipi.

CIMBELINO
La voce di Imogene!

PISANIO
Signora, gli dèi scaglino su di me fulmini di zolfo, se non è vero che credevo fosse una medicina preziosa la pozione che vi diedi. Me l'aveva data la regina.

 

CIMBELINO
Altre novità!

IMOGENE
Mi ha avvelenata.

CORNELIO
O dèi! Ho tralasciato una cosa che la regina confessò e che prova la tua innocenza. "Se Pisanio", disse,"ha dato alla sua padrona quella pozione che gli spacciai per un cordiale, è stata servita come un sorcio".

CIMBELINO
Che vuol dire, Cornelio?

CORNELIO
La regina, sire, mi importunava spesso perché le approntassi dei veleni, sotto pretesto di voler soddisfare la sua conoscenza uccidendo soltanto creature inferiori, di poca importanza, come cani e gatti. Io, temendo che le sue intenzioni fossero più pericolose, preparai per lei un composto che, se preso, avrebbe fatto cessare sul momento le funzioni vitali, ma dopo poco consentito alle facoltà naturali di riprendere la loro azione. Ne avete preso?

IMOGENE
Probabilmente sì, perché rimasi come morta.

BELARIO
Ragazzi, ecco il nostro errore.

GUIDERIO
Di sicuro, è Fedele.

IMOGENE
Perché gettasti via la tua sposa? Immagina d'essere sopra una roccia, e cerca di gettarmi giù di nuovo.

 

Lo abbraccia.

POSTUMO
Rimani appesa qui come un frutto, anima mia, finché l'albero non muoia.

CIMBELINO
Ma come, figlia mia, mia carne, in questa scena mi fai fare lo sciocco? Non mi parli?

IMOGENE (inginocchiandosi)
La vostra benedizione, sire.

BELARIO (a Guiderio e Arvirago)
Se avete amato questo giovane, non posso biasimarvi: c'era un buon motivo.

CIMBELINO
Le mie lagrime, cadendo su di te, divengano acqua benedetta. Imogene, tua madre è morta.

IMOGENE
Me ne dispiace, sire.

CIMBELINO
Oh, era malvagia. È per causa mia che ci ritroviamo in modo così strano. E suo figlio è scomparso, non si sa come né dove.

PISANIO
Mio signore, ora che la paura mi ha abbandonato, dirò la verità. Quando la mia padrona scomparve, il principe Cloten venne da me, spada sguainata e schiuma alla bocca, giurando che se non rivelavo dove fosse fuggita, sarei morto all'istante. Per caso, avevo in tasca una falsa lettera del mio padrone, che lo indusse a cercarla sulle montagne presso Milford. Per là partì allora infuriato, indossando gli abiti del mio padrone che mi aveva estorto, con un disegno infame in mente e giurando di violare l'onore della mia padrona. Cosa successe dopo, non so.

GUIDERIO
Finisco io la storia. L'ho ucciso.

CIMBELINO
Che gli dèi te ne guardino! Non vorrei che le tue degne imprese strappassero alle mie labbra una sentenza dura. Ti prego, giovane valoroso, nega quel che hai detto.

GUIDERIO
L'ho detto e l'ho fatto.

CIMBELINO
Era un principe.

GUIDERIO
Assai incivile. Gli oltraggi che mi fece non erano certo da principe. Mi provocò con un linguaggio tale che mi farebbe affrontare il mare stesso, se mi ruggisse in faccia così. Gli tagliai la testa, e sono contento che non sia qui a raccontare questa storia.

CIMBELINO
Mi dispiace per te. La tua stessa lingua ti condanna, e devi subire la nostra legge. Sei un uomo morto.

IMOGENE
Quel corpo senza testa! Lo credetti del mio signore.

CIMBELINO
Legate il colpevole e portatelo via.

BELARIO
Fermatevi, maestà. Quest'uomo è migliore di colui che ha ucciso, di stirpe nobile quanto la tua, e ha più meriti nei tuoi confronti di quanti un'intera banda di Cloten si sia mai guadagnata con le sue cicatrici. (Alle guardie) Lasciategli libere le braccia: non son fatte per le catene.

CIMBELINO
Come, vecchio soldato? Vuoi annullare i meriti per i quali non sei stato ancora ricompensato, e provare la nostra ira? Che vuol dire, di stirpe nobile quanto la nostra?

ARVIRAGO
In questo, ha esagerato.

CIMBELINO
E per questo, morirai.

BELARIO
Moriremo tutti e tre, ma proverò che due di noi sono nobili come gli ho detto. Figli miei, devo fare un discorso pericoloso per me, ma forse vantaggioso per voi.

ARVIRAGO
Il vostro pericolo è anche nostro.

GUIDERIO
E il nostro vantaggio anche il suo.

BELARIO
Ecco, allora, con il tuo permesso: tu avevi, grande re, un suddito di nome Belario...

CIMBELINO
Ebbene, che c'entra lui? È un traditore che è stato esiliato.

BELARIO
È lui che ha assunto questo aspetto di vecchio: esiliato sì, ma non so perché traditore.

CIMBELINO
Portatelo via. Il mondo intero non riuscirà a salvarlo.

BELARIO
Piano, meno furia. Prima pagami per avere allevato i tuoi figli; poi, tutto quello che ne ricevo sia pure confiscato.

CIMBELINO
Allevato i miei figli?

BELARIO
Sono troppo brusco e sfacciato. In ginocchio. Prima di rialzarmi, voglio ottenere per i miei figli rango più alto. Non risparmiare, poi, il vecchio padre. Potente sovrano, questi due giovani gentiluomini che mi chiamano padre e si credono miei figli, non sono affatto miei: sono progenie dei vostri lombi, mio signore, carne della vostra carne.

CIMBELINO
Come, mia progenie?

BELARIO
Quanto lo siete voi di vostro padre. Io, il vecchio Morgan, sono quel Belario che voi un tempo esiliaste. Il vostro arbitrio fu tutta la mia colpa, la mia punizione,  e il mio tradimento. Quel che ho sofferto è tutto il male che ho fatto. Questi nobili prìncipi - ché tali sono - per vent'anni li ho istruiti, e quel che sanno l'hanno appreso da me. Vostra Altezza sa quale fosse la mia educazione. La loro nutrice, Eurifile, rapì i bambini quando fui bandito, e perciò la sposai. Io stesso la spinsi a farlo, avendo ricevuto prima la punizione per ciò che feci dopo. Punito per la mia lealtà, fui mosso al tradimento. Più l'averli presi vi faceva soffrire, più ciò rispondeva al mio scopo nel rapirli. Ma, grazioso signore, ecco a voi i vostri figli: io perdo due dei più dolci compagni del mondo. La benedizione dei cieli che ci sovrastano discenda come rugiada su di loro. Meritano d'intarsiare il cielo di stelle.

CIMBELINO
Tu parli e piangi. I servigi che voi tre mi avete reso sono più incredibili di quel che racconti. Persi i miei bambini: se sono questi, non saprei augurarmi figli più degni.

BELARIO
Attendete ancora. Questo gentiluomo che io chiamo Polidoro, nobilissimo principe, è in realtà il vostro Guiderio. Quest'altro, il mio Cadwal, è il vostro principe più giovane, Arvirago. Sire, egli era avvolto in un mantello ornato, ricamato dalle mani di sua madre la regina. Lo posso produrre come ulteriore prova.

CIMBELINO
Guiderio aveva sul collo una voglia, una stella rosso sangue: un segno portentoso.

BELARIO
Questi è lui infatti, che conserva ancora su di sé quel marchio naturale. La natura stessa, nella sua saggezza, glielo donò al fine di farne ora prova della sua identità.

CIMBELINO
Sono allora come una madre che dà alla luce tre figli? Mai nessuna gioì più del parto. Siate benedetti e regnate nelle vostre sfere dopo tanto strano errare da esse. Imogene, così hai perso un regno.

IMOGENE
No, mio signore. Ho guadagnato due mondi. Miei dolci fratelli, ci siamo dunque incontrati. D'ora in poi, non dite che io non fossi la più veritiera. Voi mi chiamavate fratello, ed io non ero che vostra sorella. Io vi chiamavo fratelli, e voi lo eravate veramente.

CIMBELINO
Vi siete già incontrati?

ARVIRAGO
Sì, buon signore.

GUIDERIO
E al primo incontro ci siamo amati, fin quando lo credemmo morto.

CORNELIO
Per effetto della pozione della regina.

CIMBELINO
O raro istinto! Quando verrò a sapere tutto? Da questo riassunto disordinato si diramano molte branche di eventi che bisognerebbe distinguere e poi esaminare. Dove e come hai vissuto? Quando sei passata al servizio del nostro prigioniero romano? Come ti sei separata dai tuoi fratelli? E come li hai incontrati la prima volta? Perché hai lasciato la corte? E per dove? Tutto questo, e i motivi che spinsero voi tre alla battaglia, e non so quant'altro, dovrei chiedervi, e tutte le circostanze collaterali, fatto per fatto. Ma né il temo né il luogo sono adatti a lunghi interrogatori. Guardate: Postumo si è ancorato a Imogene, e lei lampeggia il suo sguardo innocente su di lui; i suoi fratelli si volgono a me, e il suo signore getta una luce di gioia su  ogni cosa. Fra ciascuno, fra tutti c'è come uno scambio reciproco. Lasciamo questo luogo, e il fumo dei nostri sacrifici si sparga per il tempio. (A Belario) Tu sei mio fratello: tale ti avrò per sempre.

IMOGENE
E io mio padre: mi salvaste per farmi vedere questo momento di felicità.

CIMBELINO
Siamo tutti ricolmi di gioia, meno questi in catene. Siano felici anche loro, e godano della nostra letizia.

IMOGENE
Mio buon padrone, vi servo ancora una volta.

LUCIO
Siate felice!

CIMBELINO
Quel povero soldato che combatté con valore così grande, starebbe bene qui, e riceverebbe tutta la gratitudine del re.

POSTUMO
Sono io, sire, quel soldato che, in stracci, agì con questi tre: era la veste adatta allo scopo che allora perseguivo. Ditelo, Iachimo, che ero io: vi avevo atterrato, e avrei potuto finirvi.

IACHIMO (inginocchiandosi)
Sono di nuovo a terra. Allora fu la vostra forza a farmi piegare le ginocchia: ora è il peso della mia coscienza. Vi scongiuro, prendete la mia vita, che vi devo tante volte: ma prima, il vostro anello, e il braccialetto della principessa più fedele che mai abbia giurato la sua fede.

POSTUMO
Non vi inginocchiate dinanzi a me. Il potere che ho su di voi è di risparmiarvi. La mia vendetta, perdonarvi. Vivete, e agite meglio con gli altri.

CIMBELINO
Nobile giudizio! Impareremo la generosità da nostro genero. Perdono è la parola per tutti.

ARVIRAGO
Ci avete aiutato, signore, come se foste nostro fratello. Siamo contenti che lo siate veramente.

POSTUMO
Servo vostro, prìncipi. Mio buon signore di Roma, chiamate il vostro indovino. Mentre dormivo, mi apparve il grande Giove, assiso sulla sua aquila, con gli spiriti dei miei congiunti. Quando mi svegliai, trovai questo foglio sul mio petto. Il suo contenuto è così privo di senso che non riesco a trarne alcuna conclusione. Ci mostri la sua abilità nell'interpretarlo.

LUCIO
Filarmonio!

INDOVINO
Eccomi, mio buon signore.

LUCIO
Leggi, e spiega il significato.

INDOVINO (legge)
Quando il figlio di un leone senza saperlo troverà non cercandola un'aria dolce che tutto lo abbraccerà; quando i rami di un cedro maestoso saranno tagliati e, morti da molti anni, rivivranno per essere riuniti al vecchio tronco e germogliare di nuovo: allora saranno terminate le miserie di Postumo, la Britannia sarà felice e fiorirà in pace ed abbondanza. Tu, Leonato, sei il figlio del leone, come insegna l'etimologia del tuo nome, Leonatus. (A Cimbelino) La vostra virtuosa figliuola è l'aria dolce: noi la chiamiamo mollis aer, e da mollis aer deriviamo mulier, mulier che interpreto così: questa moglie costante che proprio ora, rispondendo al pronunciamento preciso dell'oracolo, senza essere conosciuta da voi, non cercata, vi ha abbracciato con quest'aria dolce.

CIMBELINO
Sembra verosimile.

INDOVINO
Il cedro maestoso, regale Cimbelino, indica te; i rami tagliati i tuoi figli che, rapiti da Belario, per molti anni ritenuti morti, rivivono ora, riuniti al cedro regale.
La loro discendenza promette pace ed abbondanza alla Britannia.

CIMBELINO
Ebbene, ora promulgo la mia pace. Caio Lucio, benché vincitori, ci sottomettiamo a Cesare e all'impero romano. Promettiamo di pagare il consueto tributo. Ne fummo dissuasi dalla nostra malvagia regina: su di lei e i suoi i cieli hanno calato il pugno pesante della giustizia.

INDOVINO
Le dita delle potenze celesti intonano l'armonia di questa pace. La visione che rivelai a Lucio prima che scoppiasse questo conflitto appena sopito si adempie appieno in questo momento. L'aquila romana si levava alta sull'ala da mezzogiorno ad occidente, poi diveniva più piccola, e svaniva nei raggi del sole. E questo adombrava un'unione nuova fra la nostra aquila imperiale, Cesare, e il radioso Cimbelino, che splende qui a occidente.

CIMBELINO
Rendiamo dunque lode agli dèi. Dai nostri altari benedetti salgano volute di fumo alle loro narici.
Questa pace venga annunciata a tutti i nostri sudditi. Avanti: l'insegna romana e quella britanna ondeggino insieme al vento, amiche. Marciamo così attraverso la città di Lud: ratificheremo la nostra pace nel tempio del grande Giove, e la suggelleremo con feste. Andiamo! Mai con pace tanto felice guerra fu terminata prima ancor che si lavasse mano insanguinata.


Escono.

 

 

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