William Shakespeare - Il Teatro

 

Indice Teatro

 

Pericle Principe di Tiro

(“Pericles, Prince of Tire” - 1607 - 1608)

 

 

Introduzione - Riassunto

Personaggi - Atto Primo

Atto Secondo - Atto Terzo

Atto Quarto - Atto Quinto

 

Introduzione

         

La ricerca della genesi di questo lavoro e il problema della sua attribuzione a Shakespeare sono tra le cose più complicate e discusse del teatro shakespeariano. Vale la pena di riferirne brevemente per aiutare ad una migliore lettura del testo.

Pericle, principe di Tiro” è annoverato dai critici fra i cosiddetti “romances”, o drammi romanzeschi dell’ultimo periodo di produzione teatrale di Shakespeare (1608-1613). Esso figura iscritto allo “Stationers’ Register” alla data del 20 maggio 1608 su richiesta di uno degli editori più prestigiosi di Londra, Edward Blunt, il quale però non lo diede mai alle stampe; probabilmente si prestò graziosamente a chiederne la registrazione a suo nome perché richiestone a sua volta dagli attori della “Compagnia del re” (“The King’s Men”) della quale faceva parte lo stesso Shakespeare; risulta infatti che un dramma dello stesso titolo fu rappresentato dai “King’s Men” al teatro “Globe” nel giugno successivo.

La registrazione doveva servire ad evitare che qualche altro editore lo pubblicasse a sua volta; ma la pubblicazione abusiva ci fu egualmente; perché avendo il lavoro incontrato grande successo di pubblico alla lettura, un’edizione pirata uscì sotto forma di un romanzo che apparve lo stesso anno 1608 a firma di George Wilkins e con il titolo: “Le penose avventure di Pericle”, e il sottotitolo: “La vera storia del dramma di Pericle, principe di Tiro, come è stata ultimamente presentata dall’illustre e antico poeta John Gower” (“The True History of the awful Adventures of Pericles, prince of Tyre, as it was lately presented by the worthy and ancient Poet John Gower)”. John Gower, un poeta inglese vissuto alla fine del 1300 – contemporaneo, cioè del grande Geoffrey Chaucer – aveva infatti per primo fatto conoscere agli inglesi questa storia nel suo poema “Confessio Amantis, in cui si narrano, come confessioni di un grande amatore dei suoi peccati contro l’amore, un centinaio di storie avventurose tra le quali quella di Apollonio, principe di Tiro.

L’anno seguente, con i teatri londinesi chiusi per ordine di Giacomo I, il lavoro apparve stampato in formato in-quarto al nome di William Shakespeare, per i tipi dell’editore Henri Gosson; ma in un testo così disuguale, così visibilmente corrotto, pieno di frasi incomprensibili, abborracciate fuor d’ogni regola grammaticale, con passi in versi stampati come prosa e viceversa, da dare l’esatta impressione di essere stato buttato giù a memoria da qualche attore. Questo in-quarto fu ristampato più volte in seguito; ma nell’in-folio del 1623, che è la prima raccolta a stampa di tutti i lavori di Shakespeare, curata, sette anni dopo la sua morte, dai colleghi attori, amici e coazionisti della Compagnia dei “King’s Men” John Heminge e Henri Cordell, il titolo non figura: segno che i due sapevano di non poterlo attribuire a Shakespeare.

Così il lavoro è stato escluso dal canone dei teatro shakespeariano da tutti i curatori successivi, fino a giungere a Nicholas Rowe, che invece lo ammise nella sua monumentale raccolta in 7 volumi del teatro di Shakespeare (1709-10); lo stesso fece più tardi (1778-90) il Malone.

George Wilkins era anch’egli scrittore di teatro, autore, tra l’altro, di una commedia popolare dal titolo: “Le miserie di un matrimonio forzato” (“The Miseries of Enforced Marriage”), che risulta essere stato recitato dalla stessa compagnia dei “King’s Men” al “Globe”.

La vicenda cantata da Gower nella sua “Confessio Amantis” è tratta da uno dei pochi esemplari a noi pervenuti della romanzistica greco-latina “Historia Apollonii regis Tyri”. Una prima versione inglese di questo romanzo risulta essere apparsa a Londra nel sec. IX; ma fu il Gower a riprenderla e, nel suo verseggiare fluido e di stile famigliare, renderla popolare; e gli inglesi se ne dovevano tanto appassionare, che nel 1570 un Lawrence Twine ne fece la trama di un romanzo “The Pattern of Parsifal Adventures”, che sarà la fonte del romanzo del Wilkins e una delle principali del dramma di Shakespeare. Anche il poeta sir Philip Sydney (1554-1586) s’ispirerà alla vicenda in una delle sue composizioni poetiche della raccolta “Arcadia”

Il romanzo, è un’opera d’autore ignoto, scritta in latino – ma da alcuni ritenuta un rifacimento o addirittura una traduzione da un originale greco  risalente forse al III sec. d.C., e la cui trama è un intrico di incredibili avventure, tutte però intese e condotte a lieto fine.

Questo è il materiale che Shakespeare ha davanti a sé nell’accingersi a scrivere il “Pericle”. Cambia il nome di qualche personaggio, dispone gli eventi nella successione scenica, da poeta del teatro ch’egli è, e, pur rispettando la fonte e senza intervenire a mutare la complessa successione dei fatti, la ordina a suo modo, l’amalgama nella sua fantasia, dà una sua fisionomia ai personaggi, con un gioco di sentimenti inteso a meglio sottolineare la terribilità stessa della vicenda; il tutto con parole e cose volute da lui, e in una atmosfera voluta da lui, non più in quella che può esser suggerita dalla favola, e traduce la favola nella commedia come meccanismo dove la parola si fonde col gesto.

Da qui nasce la poesia di cui sono pervasi molti passi dell’opera: quella del “coup de foudre” onde la figlia del re di Cirene s’innamora del giovane naufrago; quella della dolce quanto volitiva castità di Marina, che muove il cuore del governatore di Cirene al racconto della scellerata istoria di lei; quella del dialogo della stessa Marina con lo sconsolato Pericle, che trae questo dallo stato di comatosa prostrazione al sommo della gioia di padre che ritrova la figlia creduta morta. Il tutto in una atmosfera di tragedia greco-rinascimentale, con il poeta John Gower in funzione di coro, e le pantomime elisabettiane a sottolinearne la consuetudine teatrale dell’epoca.

Al fondo di tutto, il poeta, senza dirlo, lascia che noi intravediamo l’ombra della giustizia divina e umana, del trionfo del bene sul male, del buono e dell’onesto sul villain, del castigo degli empi e dei malvagi. E risolve così la commedia: con una morale che non è l’aggressiva morale dei collitorti puritani – che Shakespeare combatte – ma una moralità intrinseca all’equilibrio della realtà, della realtà offesa che si vendica.

È l’ultima tappa di Shakespeare uomo e drammaturgo: il ristabilirsi della legge, l’equilibrio di una normalità che si ricompone, il riaffiorare di quelle necessità elementari dell’uomo che riconduce a una fondamentale fiducia nell’umanità.

Questo è il “Pericle”, e per questo deve dirsi un dramma essenzialmente shakespeariano, anche se in un testo corrotto e rifatto da altri; tanto shakespeariano da far dire ad autorevoli critici che se il lavoro originale fosse sopravvissuto integro, l’opera avrebbe ben potuto altamente gareggiare in pregio letterario con “Il racconto d’inverno” e la stessa “Tempesta”.

 

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Riassunto

 

Antioco, fondatore e re di Antiochia, convive coniugalmente con la bellissima figlia (della quale non si fa mai il nome) e, per mantenere nascosta l’incestuosa relazione e impedire, nello stesso tempo, che qualche pretendente gli sottragga la fanciulla amata, promana una legge secondo cui chiunque aspiri alla mano della principessa debba prima risolvere un enigma, sotto la minaccia che, se non riesca, abbia mozzo il capo, e questo infisso sugli spalti delle porte della città.

Apollonio, giovane principe della città di Tiro, definito “ricchissimo e di vasta e profonda cultura”, attratto dalla fama della meravigliosa bellezza della fanciulla, giunge per mare ad Antiochia e, fidando nel suo ingegno e nella sua cultura, s’arrischia alla prova. L’enigma è così enunciato dallo stesso Antioco:

“Mi trasporta un delitto; “mi cibo delle carni di mia madre; “cerco un fratello mio, figlio di mia madre, marito di mia moglie “e non lo trovo”.

Apollonio si prende alcun tempo per riflettere, poi va da Antioco e dice: “Eccoti la soluzione. Dicesti: “Mi trasporta un delitto” e non mentisti; basta che tu guardi te stesso. Aggiungesti: “Mi cibo delle carni di mia madre”, e nemmeno in questo mentisti: guarda tua figlia”. Antioco capisce che il giovane ha trovato la soluzione, ma fissando su Apollonio gli occhi infiammati d’ira: “Sei ben lontano – gli dice – o giovane, dalla soluzione; anzi, sei del tutto fuori strada: non una sola parola giusta hai detto. Meriteresti perciò che ti facessi mozzare il capo; ma preferisco concederti trenta giorni di tempo. Ripensaci bene; e se, quando tornerai, mi porterai la soluzione esatta, mia figlia sarà tua moglie; in caso contrario, farai esperienza della durezza delle mie leggi”.

Apollonio, turbato e sconvolto, lascia così Antiochia in tutta fretta, torna in patria e di là, credendosi sempre perseguitato dal potente Antioco per aver egli rivelato il suo segreto (una voce gli ripete dentro che il rinvio concessogli non è che un rinvio alla morte), subito riparte segretamente da Tiro per far perdere la sue tracce. Giunge a Tarso. La città è oppressa dalla carestia. Apollonio s’improvvisa mercante e rifornisce di grano gli abitanti affamati. Poi, dopo alcuni mesi, decide di riprendere il mare e di far rotta verso Pentapoli, per trovare là rifugio. Il popolo di Tarso l’accompagna alla nave con grandi onori. Durante il viaggio in mare lo sorprende una tempesta che lo priva della nave e dei compagni e lo getta sulle coste della Libia, presso Cirene. Quivi lo soccorre un pescatore. Per suggerimento di questi Apollonio si reca in città in cerca di aiuto. Càpita così nel “Ginnasio”, la pubblica palestra di città, dove si mette a gareggiare con gli altri giovani e si fa apprezzare dal re per la bravura atletica e per la garbatezza dei modi, tanto da meritare un invito a cena alla reggia. Qui conosce la figlia del re, che di lui s’innamora e che vorrà diventare sua sposa.

Alcuni mesi dopo le nozze, quando la principessa sta per avere un figlio, Apollonio viene a sapere che il re Antioco e sua figlia sono morti colpiti da un fulmine e che pertanto il regno di Antiochia gli appartiene. Chiede alla moglie di lasciarlo partire per andare a prendere possesso del regno, ma quella lo vuol seguire e s’imbarca felice insieme a lui; ma, durante la navigazione, nel dare alla luce una bimba, la giovane madre cade, per sopraggiunte complicazioni, in uno stato di morte apparente; per cui, creduta morta, è rinchiusa in una cassa e calata in mare. Le onde portano il macabro natante alla deriva sulla spiaggia di Efeso; qui, per opera di un medico del posto, la apparente defunta vien fatta tornare a vivere e si ritira come sacerdotessa nel tempio di Artemide.

Intanto Apollonio, disperato per la perdita della moglie, rinuncia al regno di Antiochia e approda di nuovo a Tarso, dove lascia la neonata, cui dà il nome di Tarsia, in custodia a una coppia di coniugi, Stranguillone e Dionisiade; e, fatto voto di non più tagliarsi né barba né capelli né unghie finché la bimba sia cresciuta e si sia sposata, si rimette in mare per tornare a Tiro.

Trascorsi 15 anni, Apollonio torna a Tarso, ma non trova sua figlia. I due coniugi, ai quali l’aveva affidata, gli fanno credere che sia morta di malaria; in verità era accaduto che Dionisiade, gelosa di Tarsia che era cresciuta troppo più bella e graziosa di sua figlia, aveva dato incarico ad un suo intendente di sopprimerla. Senonché, mentre costui, dopo aver condotto la fanciulla in un luogo remoto, sta per vibrarle il colpo mortale, sopravvengono dei corsari, che gli sottraggono la fanciulla. Questa è tradotta dagli stessi corsari a Mitilene, e qui venduta a un lenone che la chiude nel suo postribolo con la speranza di trarne buoni guadagni. Ma Tarsia, non che prostituirsi, riesce ugualmente, mantenendosi casta, a far quattrini, per contentare il turpe uomo, con l’intrattenere i clienti raccontando loro le sue sventure; tra questi clienti è addirittura il principe della città, Atenagora, che, mosso a compassione, si fa suo protettore, le fa grandi regali, la raccomanda all’uomo che l’ha in custodia, la fa cantare e suonare la lira in pubblico, “e fu tanto l’entusiasmo del popolo e a tal punto salì la simpatia per lei dell’intera città, che uomini e donne ogni giorno le portavano un’infinità di doni”.

Apollonio, partito da Tarso sconsolato, torna sulla nave, si butta sul pavimento e dà ai suoi uomini quest’ordine: “Buttatemi in fondo alla nave; voglio morire fra le onde”; scende sottocoperta e comanda che si levi l’ancora verso l’alto mare. Ma il mare, dopo alcuni giorni di navigazione, torna in tempesta e sbatte la nave davanti a Mitilene. Quivi si celebravano i festeggiamenti in onore di Poseidone. Apollonio vuole che i suoi uomini partecipino alle feste (“sono già abbastanza puniti per il solo fatto di avere avuto in sorte un padrone così sventurato”) e permette che allestiscano un festino a bordo. Mentre stanno mangiando, Atenagora, che si trova a passeggiare lungo la marina, osservando il gran numero d’imbarcazioni alla fonda, nota la nave di Apollonio “che fra tutte spiccava per bellezza di forma e ricchezza d’attrezzatura”, ne fa le lodi ad alta voce e i marinai, che lo odono, lo invitano a salire a bordo. Così ha modo di conoscere Apollonio il quale, invece di festeggiare con gli altri, se ne sta solo sottocoperta, al buio e in mezzo alla sporcizia, a struggersi nel suo dolore. Il nome di Apollonio gli ricorda che anche Tarsia gli aveva raccontato di avere un padre di nome Apollonio; allora gli viene l’idea di domandare a chiamare Tarsia, per toglierlo – chissà – da quello stato di abbattimento,

Tarsia viene sulla nave e s’adopera a sollevare e distrarre Apollonio, proponendogli una serie di indovinelli. Attraverso di questi avviene così il riconoscimento padre/figlia, e il nodo della favola si scioglie: Atenagora sposa Tarsia e diviene re di Tiro, mentre Apollonio riserva per sé il regno di Antiochia. Quindi, fatta vendetta del lenone di Mitilene, per suggerimento di un “angelus” che gli appare in sogno, si reca ad Efeso, dove ritrova la moglie, sacerdotessa di Artemide. Sulla via del ritorno ad Antiochia fa scalo a Tarso per infliggere la meritata punizione ai due coniugi scellerati Stanguillione e Dionisiade e, giunto a Cirene, premia degnamente il pescatore che l’aveva raccolto naufrago e gli aveva fatto dono di metà del suo mantello.

Da allora, Apollonio condurrà una vita serena e felice fra le cure del governo e le gioie della famiglia.

 

da Teatro Stabile di Verona

 

Ogni Atto della Commedia è preceduto da un prologo di John Gower, poeta inglese del IV secolo contemporaneo di Chaucer.

Atto I
La commedia si apre alla corte di Antioco in Siria con l’annuncio del re di voler concedere la mano della bella figlia a chi sappia risolvere un enigma. Ma chi fallirà andrà incontro alla morte. Pericle, il giovane principe di Tiro, viene a conoscenza dell’enigma e ne indovina subito il significato: Antioco intrattiene una relazione incestuosa con la figlia. Se rivelerà la verità sarà ucciso, ma anche se darà la risposta sbagliata incorrerà nel medesimo destino. Pericle mostra di sapere la risposta ma chiede tempo per riflettere. Antioco gli concede quaranta giorni, poi manda un sicario ad ucciderlo. Ma Pericle ha lasciato Antiochia per tornare nella sua Tiro. Qui il fedele amico e consigliere Elicano gli consiglia di allontanarsi dalla città, sospettando che Antioco lo stia facendo cercare per ucciderlo. Pericle nomina reggente Elicano e si dirige per mare verso la città di Tarso, vessata dalla carestia. Con grande generosità dona al governatore Cleone e a sua moglie Dionisa scorte di grano della sua nave per venire in soccorso alla popolazione. La carestia finisce e Pericle si rimette in viaggio dopo essere stato profusamente ringraziato da Cleone e Dionisa.

Atto II
Una tempesta distrugge l’imbarcazione di Pericle che viene trascinato dalla corrente sulla costa vicino alla città di Pentapoli. Qui viene soccorso da un gruppo di pescatori che gli comunicano che il re di Pentapoli, Simonide, ha organizzato per l’indomani un torneo per dare la figlia Taisa in moglie al vincitore. Proprio allora uno dei pescatori ritrova sulla spiaggia l’armatura di Pericle che decide di partecipare al torneo. Nonostante l’equipaggiamento di Pericle sia arrugginito e malconcio, a lui va la vittoria e la mano di Taisa che si mostra molto affascinata dal principe. Simonide inizialmente pare perplesso ma presto comincia ad apprezzare Pericle e acconsente alle nozze. Nel frattempo a Tiro giunge voce che Antioco e sua figlia sono morti fulminati da una “fiamma mandata dal cielo” mentre viaggiavano in carrozza. Preoccupati dalla lunga assenza del loro sovrano, i signori propongono di assegnare la corona a Elicano ma questi, da leale amico di Pericle quale è, rifiuta. Accetta l’ipotesi di diventare re solo nell’eventualità che le ricerche di Pericle da parte dei nobili di Tiro si rivelino del tutto vane.

Atto III
A Pentapoli Pericle riceve una lettera mandata dai signori di Tiro e decidere di rientrare portando con sé anche Taisa, incinta. Nuovamente una tempesta lo sorprende durante la navigazione e Taisa muore dando alla luce la figlia Marina. I marinai suggeriscono di consegnare alle onde il corpo di Taisa per placare la tempesta. Pericle accetta a malincuore poi decide di fare sosta a Tarso perché, tra i flutti agitati, teme per la vita della piccola Marina. La buona sorte fa arrivare la cassa con il corpo di Taisa su una spiaggia vicina alla dimora di Cerimone, un mago che la riporta in vita. Pensando che Pericle sia morto nella tempesta, Taisa diventa vestale al tempio di Diana. Pericle fa rotta verso Tiro dopo aver affidato Marina alle cure di Cleone e Dionisa.

Atto IV
Marina, crescendo, supera in bellezza la figlia di Cleone e Dionisa che medita così di ucciderla. Il suo piano però fallisce perché la giovane viene rapita dai pirati e condotta in un bordello a Mitilene. Marina qui riesce a custodire la sua verginità convincendo gli uomini a perseguire la virtù e successivamente riesce ad affrancarsi dal giogo vizioso diventando nota per la sua abilità nelle arti e nella musica. Nel frattempo Pericle torna a Tarso in cerca della figlia ma il governatore e la moglie gli dicono, mentendo, che lei è morta. Disperato, il principe comincia a navigare senza meta per i mari.

Atto V
Pericle giunge casualmente a Mitilene e qui il governatore Lisimaco, nel tentativo di rincuorarlo, gli presenta Marina. Raccontandosi le rispettive vicissitudini i due comprendono così di essere padre e figlia. Subito dopo Diana appare in sogno a Pericle e lo invita a visitare il tempio di Diana dove trova l’amata Taisa. Cleone e Dionisa vengono giustiziati dal popolo che ha scoperto il loro crimine. Lisimaco sposa Marina.

 

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Pericle Principe di Tiro

(“Pericles, Prince of Tire” - 1607 - 1608)

 

 

Personaggi

 

JOHN GOWER, il Coro
ANTIOCO, re di Antiochia
PERICLE, principe di Tiro
FIGLIA di Antioco
TALIARDO, un signore di Antiochia
MESSAGGERO di Antiochia

ELICANO, signore di Tiro
ESCANE, signore di Tiro
Altri SIGNORI di Tiro

CLEONE, governatore di Tarso
DIONISA, Moglie di Cleone
Signore di Tarso
Tre pescatori di Pentapoli
SIMONIDE, re di Pentapoli
TAISA, figlia di Simonide
Tre Signori di Pentapoli
Cinque Cavalieri
Maestro di cerimonie
LICORIDA, una nutrice
Due marinai

CERIMONE, signore di Efeso
Due servi di Efeso
FILEMONE, servo di Cerimone
Due gentiluomini di Efeso
LEONINO, servo di Dionisa
MARINA, figlia di Pericle

Tre pirati
Mezzano
Mezzana
BOULT, servo del mezzano e della mezzana
Due gentiluomini di Mitilene
LISIMACO, governatore di Mitilene
Marinaio di Tiro
Marinaio di Mitilene
Gentiluomo di Tiro
Signore di Mitilene

DIANA, dea della castità
Messaggeri, gentiluomini, signori, signore, persone del seguito, servi, compagna di Marina, sacerdotesse, abitanti di Efeso.

 

 

atto primo - scena prima

 

Entra Gower.

GOWER
Per cantare un canto che un tempo fu cantato
l'antico Gower dalle sue ceneri è tornato,
riassumendo l'umana infermità
per allietare i vostri orecchi e compiacere i vostri occhi.
Esso fu cantato nelle festività, nelle quattro tempora e nelle sagre;
e, in vita loro, signori e dame lo hanno letto per ristoro.
Il vantaggio che se ne ricava è la gloria dell'uomo,
Et bonum quo antiquius eo melius.
Se voi, nati in questi tardi tempi di più maturo ingegno, accettate le mie rime,
ed ascoltare un vecchio cantare
può arrecarvi quel piacere che cercate,
io vita vorrei avere, per poterla consumare per voi, come luce di candela.
Questa è Antiochia, dunque.
Antioco il Grande costruì questa città come sua sede principale, di tutta la Siria la più bella.
Io vi racconto quel che dicono i miei autori.
Questo re si prese una compagna,
che morì e gli lasciò una erede,
così allegra, vivace e di bel volto,
come se il cielo le avesse prestato ogni sua grazia;
di lei il padre fu preso di piacere, e l'indusse all'incesto.
Cattiva figlia, e peggior padre:
sedurre al male la propria stessa carne
mai da nessuno dovrebbe essere fatto.
Ma, per l'abitudine, ciò che avevano iniziato non fu più,
alla lunga, visto come peccato.
La bellezza di questa peccaminosa dama molti principi ivi fece arrivare,
a cercarla per compagna di letto e di giochi nei piaceri matrimoniali.
Per scongiurare questo, tenerla per sé soltanto e tutti scoraggiare,
il re fece una legge, che chi in sposa la chiedesse,
mancando la risposta ad un enigma, la vita sua perdesse.
Così per lei molti ebbero morte,
come quelle macabre teste stanno ad attestare.
Ciò che ora segue, sia l'occhio vostro a giudicarlo:
rimetto il mio caso a chi meglio può rappresentarlo.

Esce.

 

Entrano Antioco, il principe Pericle e i loro seguiti.

ANTIOCO
Giovane principe di Tiro, voi ben conoscete il rischio del compito al quale vi accingete.

PERICLE
Lo conosco, Antioco, e con animo reso ardito dalla fama che di lei canta non ritengo la morte un eccessivo azzardo in questa impresa.

ANTIOCO
Musica!
Conducete qui nostra figlia, vestita da sposa e degna dell'abbraccio dello stesso Giove; al suo concepimento, sotto il regno di Lucina, la Natura le diede questa dote: perché la sua presenza nel mondo fosse felice il senato dei pianeti tenne sessione per tessere in lei ogni perfezione.

Entra la figlia di Antioco.

PERICLE
Eccola che viene, abbigliata come la primavera,
sue suddite le Grazie, e sovrani i suoi pensieri d'ogni virtù che dà rinomanza all'uomo!
Il suo volto un volume di lodi, dove non si leggono che squisiti piaceri,

mentre il dolore ne fu da sempre cancellato e la risentita ira non fu ammessa alla sua mite compagnia.
Voi, dèi, che mi faceste uomo e governate l'amore,
che avete acceso nel mio petto il desiderio di gustare il frutto di quest'albero celeste,
o di morire nell'avventura, siatemi d'aiuto,
se è vero che sono figlio e servo del volere vostro,
affinché io afferri tale sconfinata felicità!

ANTIOCO
Principe Pericle...

PERICLE
Che vorrebbe essere figlio del grande Antioco.

ANTIOCO
Dinanzi a te sta questa bella Esperide,
dai frutti d'oro, ma pericolosi da toccare;
perché draghi mortali qui ti metteranno terrore.
Il suo volto di paradiso ti attrae ad ammirare
la sua infinita gloria, che il merito deve conquistare;
ma se senza merito il tuo occhio presume di accostarsi ad esso,

l'intero tuo corpo dovrà morire.
Quei principi un tempo famosi, come te,
attratti dalle voci su di lei e resi avventurosi dal desiderio,
ti dicono con mute lingue e pallido sembiante
che, senza altro tetto che quel campo di stelle,
qui se ne devono stare, martiri uccisi nelle guerre di Cupido;
e con morte guance t'ammoniscono a desistere dall'entrare nella rete della morte,
a cui nessuno può resistere.

PERICLE
Antioco, ti ringrazio per aver insegnato al mio fragile essere mortale a conoscere se stesso, e, con la vista di quelle paurose cose, a preparare questo corpo, simile al loro, a ciò che devo affrontare; perché il ricordo della morte dovrebbe essere come uno specchio che ci dice che la vita non è che un soffio, di cui è errato fidare. Farò dunque il mio testamento, come lo fanno i malati, che conoscono il mondo, vedono già il cielo, e pur provando dolore non si aggrappano più come una volta alle gioie terrene; così io lascio l'eredità di una felice pace a voi e a tutti i buoni, come ogni principe dovrebbe, e le mie ricchezze alla terra da cui esse mi vennero, ma il puro fuoco del mio amore lo lascio a voi. Così, pronto alla via della vita o della morte, aspetto anche il più duro colpo, Antioco.

ANTIOCO
Poiché sdegni il mio consiglio, leggi dunque l'enigma; se letto e non risolto, è decretato che, come questi che hai davanti, dovrai sanguinare.

FIGLIA
Fra tutti quelli che han fin qui tentato possa tu avere fortuna!
Fra tutti quelli che han fin qui tentato, io auguro a te felicità!

PERICLE
Come ardito campione entro nella lizza e non chiedo consiglio a nessun altro pensiero che non sia di lealtà e di coraggio.

L'ENIGMA
Non sono vipera, eppur mi pasco
della carne materna da cui nasco.
Cercai un marito ed in tal cimento
trovai in un padre quell'attaccamento.
Egli è padre, figlio e sposo amante,
io madre, moglie, e figlia nonostante.
Come sian tanti, ma di due non più
se vuoi aver vita, risolvilo tu.

(A parte) Dura medicina quest'ultimo punto! alla voi, potenze, che date al cielo innumeri occhi per osservare le azioni umane, perché non ne annuvolate la vista per sempre, se è vero questo che a leggerlo mi sbianca? Tu, cristallo di luce, ti amavo e ancora ti amerei se questo tuo splendido scrigno non fosse riempito di male. Ma devo dirti che ora si rivoltano i miei pensieri, perché non è uomo dotato di perfezione chi, sapendo che dentro c'è il male, bussa alla porta. Tu sei una bella viola, e i tuoi sensi le corde, che, toccate per dare all'uomo musica legittima, trarrebbero giù il cielo e gli dèi tutti ad ascoltare, ma, suonate fuori tempo, solo l'inferno può danzare alla loro musica stridente. In fede mia, io non mi curerò più di te.

ANTIOCO
Principe Pericle, non toccare, per la tua vita: è un articolo della nostra legge, pericoloso come tutti gli altri.

Il tuo tempo è scaduto; ora risolvi l'enigma o subirai la tua sentenza.

PERICLE
Grande re, pochi amano udire i peccati che amano fare. Rimprovero troppo pungente per te sarebbe il mio parlare. Chi ha un registro di tutti gli atti dei monarchi, è più al sicuro se lo tiene chiuso e non lo mostra, perché il vizio, propagato, è come il vento vagabondo che soffia polvere negli occhi per diffondersi, e quel che ne risulta è pagato a caro prezzo: passato il soffio, gli occhi offesi vedono chiaro e fermano l'aria che vuol ferirli. La cieca talpa alza contro il cielo erte collinette, come a dire che la terra è calpestata dall'oppressione umana, e la misera creatura, per questo, muore. I re sono gli dèi della terra; nel vizio, la loro volontà è legge; e se Giove erra, chi osa dire che fa male Giove? È sufficiente che voi sappiate, ed è opportuno soffocare ciò che, più si conosce, peggio diventa. Tutti amano il ventre che nutrì la loro iniziale esistenza; dà quindi alla mia lingua uguale licenza di amare la mia testa.

ANTIOCO (a parte)
Perdio! avessi la sua testa! Ha scoperto il senso. Ma fingerò con lui. - Giovane principe di Tiro, pur se secondo la sostanza del nostro severo editto, avendo tu errato nella interpretazione, noi potremmo procedere a cancellare la tua vita, tuttavia la speranza, che deriva da un così bell'albero qual è la tua persona, ci accorda in altro modo. Quaranta giorni ancora noi ti concediamo, se nel qual tempo il nostro segreto sarà sciolto, questa clemenza ti dimostra che gioiremo di un tale figlio. E fino ad allora avrai ospitalità quale si addice al nostro onore e al tuo valore.


Escono.

Pericle rimane solo.

PERICLE
Come la cortesia cerca di coprire il peccato, quando l'azione non è che ipocrisia, buona in nient'altro che nell'apparenza! Se fosse vero che ho interpretato male! Allora sarebbe certo che non foste così malvagi da macchiarvi l'anima con lo sporco incesto; mentre ora tu sei insieme padre e figlio, coi tuoi avvinghiamenti di vecchio con la tua bambina, piaceri che s'addicono a un marito, non a un padre, e lei si mangia la carne di sua madre contaminando il letto dei suoi genitori; ed entrambi quali serpenti siete, che, pur cibandosi dei più dolci fiori, tuttavia producono veleno. Antiochia, addio, perché la saggezza vede che chi non arrossisce alle azioni più nere della notte  non eviterà alcun mezzo per nasconderle alla luce. Un peccato, lo so bene, ne procura un altro: l'assassinio è vicino alla lussuria come la fiamma al fumo. Veleno e tradimento sono le mani del peccato, sì, e anche gli scudi per stornarne la vergogna. E allora, perché non sia falciata la mia vita per lasciarvi indenni, eviterò con la fuga il pericolo che temo.

 

Esce.
Entra Antioco.

ANTIOCO
Ha scoperto il senso, e per questo noi vogliamo la sua testa. Non vivrà per strombazzare la mia infamia, per dire al mondo che Antioco pecca in tale modo disgustoso; e perciò immediatamente questo principe deve morire, perché con la sua caduta il mio onore si mantenga alto. Chi è là fuori?

Entra Taliardo.

TALIARDO
Vostra Altezza ha chiamato?

ANTIOCO
Taliardo, tu sei il nostro ciambellano, Taliardo, e la nostra mente confida i suoi segreti moti alla tua riservatezza; e per la tua fedeltà noi ti avanzeremo, Taliardo. Guarda, qui c'è veleno e qui oro: noi odiamo il principe di Tiro, e tu devi ucciderlo. Non spetta a te domandare la ragione, poiché noi te l'ordiniamo. Dì, è cosa fatta?

TALIARDO
Mio signore, è cosa fatta.

ANTIOCO
Basta così.


Entra un messaggero.

Riprendi fiato e spiegami questa fretta.

MESSAGGERO
Mio signore, il principe Pericle è fuggito.


Esce.

ANTIOCO
Se vuoi vivere, corrigli dietro, e, come una freccia scagliata da un arciere esperto che colpisce il bersaglio a cui mira il suo occhio, non tornare se non per dirmi "Il principe di Tiro è morto".

TALIARDO
Mio signore, se lo prendo alla portata della mia pistola non lo mancherò. Saluto Vostra Altezza.

ANTIOCO
Addio, Taliardo.

 

Esce Taliardo.

Finché Pericle non sarà morto, il mio cuore non potrà dar pace alla mia testa.

 

Esce.

 

 

 

atto primo - scena seconda

 

Entra Pericle con signori del seguito.

PERICLE
Che nessuno ci disturbi.

 

Escono i signori.

Perché quest'animo mutato, e questa triste compagna, la malinconia dagli occhi spenti,
mi sono ospiti assidui e non un'ora mi danno pace nel cammino splendido del giorno e nella quieta notte, la tomba dove la pena si dovrebbe assopire? Qui i piaceri corteggiano i miei occhi, e i miei occhi li sfuggono, e il pericolo che temo è ad Antiochia, il cui braccio è troppo corto per colpirmi qui. Eppure, né l'arte del piacere sa rallegrare il mio spirito né mi conforta la distanza di quell'altro. Allora è così: le passioni della mente, che hanno la loro prima concezione nel terrore,
si nutrono poi e vivono di affanno, e ciò che prima era solo paura di quanto poteva accadere,
si sviluppa e si affanna affinché quello non accada. Così è per me. Il grande Antioco, contro il quale son troppo piccolo per lottare, poiché è così grande da tradurre in atto ogni suo volere,
penserà che io parli, anche se giuro di tacere; né serve che io dica che lo onoro, se sospetta che io possa disonorarlo. E quel che può farlo arrossire, se risaputo, egli ne fermerà il corso per cui si possa venire a saperlo. Con forze ostili ricoprirà questa terra e con ostentazione guerresca si presenterà così gigantesco, che lo smarrimento toglierà coraggio al mio stato, e i nostri uomini saranno sconfitti prima di resistere, e i nostri sudditi puniti senza aver recato offesa alcuna. È quest'affanno per loro, non la pietà per me stesso - che sono soltanto chioma d'albero che protegge le radici da cui essi crescono e li difende - a farmi languire il corpo e penare la mente, punendomi così prima che lui mi punisca.

Entrano Elicano e i signori del seguito.

PRIMO SIGNORE
Gioia ed ogni conforto al vostro sacro petto!

SECONDO SIGNORE
E tranquilla sia la vostra mente finché non tornerete da noi sereno e sicuro.

ELICANO
Basta, basta, lasciate parlare l'esperienza. Ingannano il re coloro che lo adulano, perché l'adulazione è il mantice che attizza il peccato; tutto ciò che viene adulato è come una scintilla a cui quel soffio dà calore e maggior ardore; il rimprovero, invece, riverente e corretto, si addice ai re, che sono uomini e perciò possono errare. Quando il Signor Lusinga, qui, proclama pace egli vi adula, e fa guerra alla vostra vita. Principe, perdonatemi, o colpitemi se volete; io non mi abbasso oltre il mettermi in ginocchio.


Si inginocchia.

PERICLE
Tutti gli altri si allontanino. Ma siate vigili e controllate ogni sbarco e carico nel nostro porto. E poi tornate a riferirci.

 

Escono i signori.

Elicano, tu ci hai irritato. Che cosa vedi nel mio aspetto?

ELICANO
Una fronte irata, mio temuto signore.

PERICLE
Se c'è una tale freccia nel cipiglio dei principi, come osa la tua lingua muovere all'ira il nostro volto?

ELICANO
Come osano le piante guardare al cielo, da cui ricevono il loro nutrimento?

PERICLE
Tu sai che io ho il potere di toglierti la vita.

ELICANO
Ho affilato la scure io stesso, sferrate il colpo.

PERICLE
Alzati, ti prego, alzati. Siediti. Non sei un adulatore; te ne ringrazio, e il cielo non voglia che i re consentano alle loro orecchie di ascoltare solo ciò che nasconde le loro colpe. Degno consigliere e suddito di un principe, che con la tua saggezza fai di un principe il tuo suddito, che cosa vorresti che facessi?

ELICANO
Sopportare con pazienza le pene che voi stesso infliggete a voi stesso.

PERICLE
Tu parli come un medico, Elicano, somministrandomi una pozione che tremeresti a prendere tu stesso.
Ascoltami, allora. Andai ad Antiochia, dove, come sai, con rischio di morte cercai di conquistare una splendida bellezza, da cui potessi procreare tale progenie quale dà forza ai principi e gioia ai loro sudditi. La sua faccia oltrepassò ai miei occhi ogni meraviglia, ma il resto - lo confido al tuo orecchio - era nero come l'incesto; e quando il mio intendimento lo scoprì, il peccaminoso padre parve non colpire ma blandire. Ma tu sai bene che è tempo d'aver paura quando i tiranni fanno mostra di baciare. E quella paura crebbe tanto in me che fuggii qui, sotto il riparo di una premurosa notte che parve mia buona protettrice; e, qui giunto, pensai all'accaduto e al possibile accadere. Lo sapevo tiranno, e le paure dei tiranni non diminuiscono, ma crescono più in fretta degli anni. E se egli dovesse dubitare, come senza dubbio fa, che io possa rivelare anche solo all'ascolto dell'aria quanti degni principi hanno versato sangue perché non fosse scoperto il suo letto di tenebra, per liberarsi di quel dubbio riempirebbe questa terra d'armi, fìngendo d'aver subìto da me qualche torto. E allora tutti per mia colpa - se così posso chiamarla - dovrebbero patire l'assalto della guerra, che non risparmia l'innocenza. Questo mio amore per tutti, e tu sei uno di quelli, tu che ora mi rimproveri per questo...

ELICANO
Ahimè, signore.

PERICLE
Mi ha tolto il sonno dagli occhi e il sangue dalle guance, assilli nella mente, e mille dubbi, su come io possa fermare questa tempesta prima che arrivi; e, trovando ben poco aiuto nell'alleviarli, ho pensato che fosse carità di principe soffrirne.

ELICANO
Bene, mio signore, poiché mi avete dato licenza di parlare, parlerò liberamente. Antioco voi temete, e giustamente, credo, temete il tiranno che con aperta guerra o segreto tradimento vuole togliervi la vita.
Perciò, mio signore, andate in viaggio per un poco, finché non si plachi la sua furia e la sua ira, o finché le Parche non taglino il filo della sua vita. Affidate il vostro governo a qualcuno; se a me, il giorno non serve la luce più fedelmente di quanto farò io.

PERICLE
Non dubito della tua fedeltà, ma se in mia assenza egli facesse torto al mio libero paese?

ELICANO
Verseremo tutti insieme il sangue alla terra dalla quale avemmo nascita ed esistenza.

PERICLE
Tiro, allora io volgo via da te i miei occhi, e a Tarso dirigo il mio viaggio, dove aspetterò tue notizie, e dalle tue lettere deciderò il da farsi. La cura che ho avuto, e ho, del bene dei miei sudditi l'affido a te, la cui saggia fermezza può reggerla. Prenderò la tua parola in garanzia, non chiedo un giuramento: chi non esita a mancare all'una infrangerà entrambi. Ma noi vivremo così sicuri, ognuno nel cerchio della sua orbita che il tempo non smentirà mai questa nostra verità: tu mostri la luce di un suddito, ed io sono un vero principe.

 

Escono.

 

 

 

atto primo - scena terza

 

Entra Taliardo da solo.

TALIARDO
Così, questa è Tiro, e questa è la corte, e qui io devo uccidere il re Pericle; e se non lo faccio, è sicuro che al ritorno mi impiccano. È pericoloso. Beh, ora capisco quanto era saggio e avveduto quel tale che, quando gli chiesero che cosa avrebbe voluto dal re, disse che il suo desiderio era di non venire a sapere nessuno dei suoi segreti. Ora mi accorgo che aveva le sue ragioni, perché se un re ordina ad uno di fare il delinquente, quello è costretto a farlo per il contratto che ha stipulato per giuramento. Piano, ecco che arrivano i signori di Tiro.

Entrano Elicano, Escane e altri nobili.

ELICANO
Non occorre, miei compagni e pari di Tiro, che mi domandiate altro sulla partenza del re. La delega con il suo sigillo, a me affidata, mostra a sufficienza che è partito per un viaggio.

TALIARDO (a parte)
Come? il re è partito?

ELICANO
Se volete altre informazioni, perché, diciamo, sia andato via senza il commiato del vostro affetto, vi darò qualche lume. Trovandosi ad Antiochia...

TALIARDO (a parte)
Cosa di Antiochia?

ELICANO
Il regale Antioco, per qual ragione io non so, s'ebbe a dispiacere con lui; o così egli pensò. E temendo d'aver errato o peccato, per mostrare il suo rincrescimento ha voluto punirsi da sé; e così si sobbarca alle fatiche di un marinaio al quale ogni minuto minaccia vita o morte.

TALIARDO (a parte)
Beh, vedo che ora non sarò impiccato neanche a volerlo; visto che è partito, tocca ai mari fare un piacere al re: è sfuggito alla terra per perire in mare. Ora mi presento.


Si fa avanti.

Pace ai signori di Tiro!

ELICANO
Benvenuto, nobile Taliardo, da parte di Antioco.

TALIARDO
Da lui vengo, con un messaggio per il principe Pericle; ma, appena sbarcato, ho appreso che il vostro signore s'è messo in viaggio per destinazioni sconosciute. E ora il mio messaggio tornerà donde è venuto.

ELICANO
Non abbiamo ragione di voler sapere quel che era diretto al nostro signore, non a noi. E tuttavia, prima che partiate, questo vogliamo, che come amici di Antioco possiamo far festa a Tiro.


Escono.

 

 

 

atto primo - scena quarta

 

Entrano Cleone, governatore di Tarso, con Dionisa sua moglie ed altri.

CLEONE
Mia Dionisa, vogliamo riposarci qui e raccontarci storie di dolori altrui per cercare di dimenticare i nostri?

DIONISA
Sarebbe come soffiare sul fuoco sperando di spengerlo: chi scava per abbassare colli che aspirano troppo in alto, butta giù una montagna per crearne un'altra più alta. Oh mio angosciato signore, così sono le nostre pene: non possiamo che patirle e guardarle con occhi sfortunati, ma come boschi, se li sfrondiamo, cresceranno più alti.

CLEONE
Oh Dionisa, chi, se gli manca il cibo, non dirà che ne vuole? Chi può nascondere la fame fino a morire di fame? Chi può impedire alle nostre lingue addolorate di far risuonare fonde nell'aria le nostre pene, e ai nostri occhi di piangere mentre le lingue cercano fiato per proclamare quelle pene ancor più forte, cosicché, se il cielo dorme mentre le sue creature mancano di tutto, esso possa svegliarsi in loro aiuto e confortarle? Perciò io darò voce alle nostre pene, patite ormai da anni, e quando mi mancherà fiato per dirle mi aiuterò col pianto.

DIONISA
Farò del mio meglio, signore.

CLEONE
Questa Tarso, di cui io ho il governo, una città su cui l'abbondanza cadeva a piene mani, cospargendone di ricchezze perfino le strade; le cui torri si levavano così alte da baciar le nuvole  con le loro cime, e gli stranieri al vederle sistupivano; i cui uomini e donne si gloriavano dei loro ornamenti come se per agghindarsi fossero l'uno all'altro specchio; e le loro tavole erano ricolme a rallegrare la vista, non tanto perché si nutrissero ma perché si deliziassero; e ogni povertà era disprezzata, e l'orgoglio così grande che pronunziare la parola aiuto divenne odioso...

DIONISA
Oh, come è vero!

CLEONE
Ma da questo nostro cambiamento tu vedi cosa può fare il cielo. Queste bocche che, prima, la terra, il mare e l'aria non bastavano a soddisfare e a compiacere, pur dando i loro prodotti in abbondanza, come case insudiciate, perché non più in uso, muoiono d'inedia per mancanza di esercizio. Quei palati, che solo due estati fa richiedevano nuove invenzioni a deliziarne il gusto, sarebbero felici ora di aver pane e lo vanno mendicando. Quelle madri, che per crescere i loro bimbi non ritenevano nulla troppo raffinato, ora sono pronte a mangiarsi quei piccoli cari che amavano. Così affilati sono i denti della fame che marito e moglie tirano a sorte su chi debba morire per prolungare la vita dell'altro. Qui se ne sta un gentiluomo, e lì una dama, in pianto. Qui molti periscono, ma quelli che li vedono cadere non hanno forza per dar loro sepoltura. Non è così?

DIONISA
Le nostre guance e gli occhi infossati ne sono testimonianza.

CLEONE
Oh, quelle città che la coppa dell'abbondanza e le sue prosperità così lautamente assaporano in superflue gozzoviglie ascoltino questo lamento! La miseria di Tarso potrebbe essere la loro.

Entra un signore.

SIGNORE
Dov'è il signor governatore?

CLEONE
Qui.

Manifesta le tue pene che porti qui con tanta fretta, ché il conforto è troppo lontano perché possiamo aspettarcelo.

SIGNORE
Abbiamo avvistato presso la nostra costa una maestosa flotta che qui si dirige.

CLEONE
Me l'attendevo.
Una disgrazia se ne porta sempre dietro un'altra che possa succederle come erede. E così è per la nostra. Qualche nazione vicina, approfittando della nostra miseria, ha riempito di armati il ventre delle sue navi per abbatterci, noi che siamo già in terra, e per vincere questa mia infelice persona, che non è gloria sopraffare.

SIGNORE
Ciò non è affatto da temere, perché a giudicare dalle bandiere bianche che hanno spiegato ci portano pace e vengono da noi ad aiutarci, non a combatterci.

CLEONE
Tu parli come uno che non conosce il detto: chi fa più bella mostra intende maggior inganno. Ma portino pure quel che vogliono e che possono, tanto che cosa possiamo perdere? Siamo già per terra e con un piede dentro. Va' a dire al loro generale che l'attendiamo qui per sapere per che cosa viene e di dove viene e che cosa vuole.

SIGNORE
Vado, mio signore.

 

Esce.

CLEONE
Ben venga la pace, se egli intende pace; se guerra, non potremo opporre resistenza.

Entra Pericle con il suo seguito.

PERICLE
Signor governatore, che tale ci dicono voi siete, le nostre navi e il numero dei nostri uomini non spaventino i vostri occhi come un segnale di fuoco. Fino a Tiro abbiamo udito delle vostre disgrazie e ora abbiamo visto la desolazione delle vostre strade. Non veniamo per aggiungere dolore al vostro pianto, ma per alleviarne il grave peso; e queste nostre navi, che potreste pensare riempite come il cavallo di Troia di sanguinarie vene pronte a riversarsi fuori e a distruggervi, sono stivate di grano per fare il pane che vi manca e ridare vita a quanti la fame ha quasi spento.

TUTTI
Gli dèi della Grecia vi proteggano! Pregheremo per voi.


Si inginocchiano.

PERICLE
Alzatevi, vi prego, alzatevi. Noi non cerchiamo riverenza ma amore, e asilo per noi stessi, le nostre navi, i nostri uomini.

CLEONE
Tutto ciò se qualcuno ve lo negasse, o dovesse ripagarvi con l'ingratitudine, anche solo nel pensiero, fosse pure nostra moglie, un nostro figlio o noi stessi, la maledizione del cielo e degli uomini consegua a quel male! Fino ad allora, momento che io spero di non vedere mai, Vostra Grazia è benvenuta alla città e a noi.

PERICLE
Accettiamo questo benvenuto, e qui facciamo festa per un poco, finché le nostre stelle ora corrucciate non ci rendano un sorriso.

 

Escono.

 

Indice Teatro

Inizio pagina

 


 

Pericle Principe di Tiro

(“Pericles, Prince of Tire” - 1607 - 1608)

 

 

atto secondo - scena prima

 

Entra Gower.

GOWER
Qui avete visto un re potente portare sua figlia all'incesto, indubitabilmente;

e veduto avete anche un miglior principe e signore benigno,
che troverà certo venerazione per gli atti suoi e per le sue parole.
State attenti, dunque, come si deve stare,
finché egli non passi le sue prove amare.
Vi mostrerò che chi negli affanni regna,
perdendo un granello, guadagna una montagna.
Quest'uomo buono nel suo comportamento, cui va la mia benedizione,
si trova ancora a Tarso, dove ognuno pensa che sia vangelo tutto ciò che dice,
e per ricordare quello che egli fa gli erigono una statua per la posterità.
Ma notizie avverse vi vedete arrivare;
non c'è bisogno per me di parlare.

PANTOMIMA
Entra da una porta Pericle che parla con Cleone, ognuno con il suo seguito.

Entra da un'altra porta un signore con una lettera per Pericle.

Pericle mostra la lettera a Cleone.

Pericle dà una ricompensa al messaggero e lo arma cavaliere.

Pericle esce da una porta e Cleone dall'altra.

Il buon Elicano, che è rimasto in patria,
ma non per mangiar miele come un fuco dalle altrui fatiche,

e cerca quindi di uccidere il male,

di tener vivo il bene e d'adempiere il volere del suo capo,
gli manda nota di quanto a Tiro avviene:
come venisse Taliardo spinto dal peccato
e dal segreto intento d'ammazzarlo,
e come a Tarso più non convenisse che egli ancora facesse sosta.
Seguendo il suo consiglio, egli si mette in mare,
dove per gli uomini è raro trovar pace;
ed ecco il vento già prende a soffiare;
tuoni in alto e abissi profondi fanno tale tumulto che la nave,
che lo dovrebbe al sicuro ospitare,
vien presto sfasciata e spaccata,
ed egli, il buon principe, che tutto ha perduto,
di costa in costa dalle onde viene sbattuto.
Tutti periti, ogni avere disperso, oltre lui, nessuno scampato;
finché la Fortuna, stanca di far male,
lo gettò a riva per dargli sollievo.
Ed eccolo che viene.

Quanto al resto,
scusate il vecchio Gower, appartiene al testo.

 

Esce.

 

Entra Pericle, tutto bagnato.

PERICLE
Calmate la vostra ira, infuriate stelle del cielo! Vento, pioggia e tuono, ricordate che l'uomo terreno è sostanza che a voi per forza cede, ed io, come si addice alla mia natura, vi obbedisco. Ahimè, le onde m'hanno gettato sugli scogli e trascinato di costa in costa, lasciandomi respiro solo per pensare alla imminente morte. Basti, a gloria del vostro potere, l'aver privato un principe d'ogni sua fortuna; scagliato fuori dalla vostra acquorea tomba, egli non cerca altro che d'aver morte in pace.

Entrano tre pescatori.

PRIMO PESCATORE
Ehi tu, Cencio!

SECONDO PESCATORE
Su, va' a prendere le reti.

PRIMO PESCATORE
Ehi, dico, Toppa!

TERZO PESCATORE
Che c'è, capo?

PRIMO PESCATORE
Guarda di muoverti o vengo a prenderti con le brutte.

TERZO PESCATORE
Ti giuro, capo, stavo pensando a quei poveretti che sono appena naufragati sotto i nostri occhi.

PRIMO PESCATORE
Ah, poveracci, che pena al cuore sentire i loro pietosi gridi d'aiuto, quando a malapena potevamo aiutare noi stessi.

TERZO PESCATORE
E non ve l'avevo detto io, capo, quando ho visto come saltava e si dimenava il marsuino? Dicono che sono metà pesce e metà carne. Accidenti a loro, quando arrivano mi aspetto sempre di finire a mollo. Capo, mi domando come, fanno i pesci a vivere nel mare.

PRIMO PESCATORE
Beh, come gli uomini a terra: i grossi si mangiano i piccoli. Non so paragonare un ricco avaro a niente di più simile di una balena: scherza e fa acrobazie spingendosi avanti i pesciolini, e poi se li divora in un sol boccone. Di simili balene ho sentito parlare anche a terra, che se ne stanno con la bocca spalancata finché non s'ingoiano un'intera parrocchia, chiesa, campanile, campane e tutto.

PERICLE (a parte)
Perfetta morale!

TERZO PESCATORE
Ma io, se fossi stato il sagrestano, avrei voluto trovarmi, quel giorno, sul campanile.

SECONDO PESCATORE
E perché, amico?

TERZO PESCATORE
Perché avrebbe dovuto ingoiare anche me, e quando le ero andato in pancia mi mettevo a fare un tale baccano di campane che quella non poteva fare a meno di vomitare campane, campanile, chiesa e tutta la parrocchia. Ma se il buon re Simonide la pensasse come me...

PERICLE (a parte)
Simonide?

TERZO PESCATORE
Purgheremmo questo paese dei fuchi che rubano alle api il loro miele.

PERICLE (a parte)
Come sanno raccontare, questi pescatori, le miserie umane partendo dagli squamosi esseri del mare e deducendo da quel regno d'acqua tutto ciò che fa onore o disonore all'uomo! La pace assista le vostre fatiche, onesti pescatori!

SECONDO PESCATORE
Onesti, buon uomo? Che significa? Se c'è un giorno che si adatta alla tua parola, va' a scovarlo nel calendario, ma tanto nessuno ci farà caso.

PERICLE
Come potete vedere, il mare ha gettato sulla vostra costa...

SECONDO PESCATORE
Che furfante ubriaco è stato il mare a rigettarti sulla nostra strada!

PERICLE
Un uomo che le onde e il vento si sono giocati come una palla in quel loro enorme campo di pallacorda, un uomo che chiede la vostra pietà. Ve la chiede uno che non ha mai mendicato.

PRIMO PESCATORE
Davvero, amico, non sai mendicare? In questa nostra terra greca ce n'è di quelli che rimediano di più a mendicare che noi a lavorare.

SECONDO PESCATORE
Sai prender pesci allora?

PERICLE
Non ho mai provato.

SECONDO PESCATORE
Beh, allora morirai di fame, di sicuro, perché oggi non si rimedia nulla se non si sa pescare.

PERICLE
Quello che sono stato l'ho dimenticato; ma quello che sono, il bisogno m'insegna a pensarlo: un uomo intirizzito dal freddo; le mie vene sono gelate e non hanno più vita dentro di quanta basta appena a scaldare la mia lingua per chiedervi aiuto; se me lo rifiutate, quando sarò morto, datemi sepoltura, perché sono un uomo.

PRIMO PESCATORE
Morire, ha detto? Via, gli dèi non lo vogliono, visto che ho qui un giaccone. Su, mettitelo, tieniti caldo. Però, parola mia, un uomo ben fatto! Su, verrai a casa con noi, e avremo carne i giorni di festa e pesce in quelli di vigilia, e in più salsicce e frittelle, e tu sarai il benvenuto.

PERICLE
Ti ringrazio, signore.

SECONDO PESCATORE
Senti un po', amico, hai detto di non saper mendicare?

PERICLE
Io ho solo chiesto.

SECONDO PESCATORE
Solo chiesto? Allora farò anch'io il chiedente e così eviterò la frusta.

PERICLE
Perché? da voi i mendicanti vengono frustati?

SECONDO PESCATORE
Oh, non tutti, amico, non tutti, perché se tutti i mendicanti venissero frustati io non cercherei miglior lavoro che quello di fustigatore. Ma ora, capo, vado a ritirare le reti.


Escono il secondo e il terzo pescatore.

PERICLE (a parte)
Come si addice questa onesta allegria alla loro fatica!

PRIMO PESCATORE
Senti, signor mio, lo sai dove ti trovi?

PERICLE
Non bene.

PRIMO PESCATORE
Allora te lo dirò io. Questa terra si chiama Pentapoli, e il nostro re è il buon Simonide.

PERICLE
Il buon Simonide lo chiami?

PRIMO PESCATORE
Sissignore, e se lo merita d'essere chiamato così, perché regna in pace e governa bene.

PERICLE
È un re felice, visto che con il suo governo si guadagna dai suoi sudditi l'appellativo di buono. Quanto è lontana la sua corte da questa spiaggia?

PRIMO PESCATORE
Beh, signore, mezza giornata di cammino. E ti dirò che ha una bella figlia, che domani compie gli anni, e principi e cavalieri sono venuti da tutte le parti del mondo a giostrare e torneare per il suo amore.

PERICLE
Se le mie fortune fossero pari ai miei desideri, mi piacerebbe essere uno di loro.

PRIMO PESCATORE
Ah, signore, le cose devono andare per come uno può farle andare, e quello che uno non può ottenere, lo può avere, legittimamente, in cambio dell'anima di sua moglie.

Entrano i due pescatori che tirano una rete.

SECONDO PESCATORE
Aiuto, capo, aiuto! Qui c'è un pesce impigliato nella rete come un pover'uorno incappato nella legge: non vuol venir fuori. Ah, gli prenda la peste, è venuto via finalmente, e che cos'è? un'armatura arrugginita.

PERICLE
Un'armatura, amici? Vi prego, fatemela vedere. Grazie, Fortuna, che dopo tutte le tue croci mi dai qualcosa per riprendermi, anche se era già mia, parte della mia eredità, che mi lasciò il mio povero padre sul punto di morire con questa rigorosa raccomandazione: "Tienda, Pericle mio; ha fatto da scudo tra me e la morte", e indicò questo bracciale, "visto che mi ha salvato la vita, prendilo. In un uguale rischio, da cui ti proteggano gli dèi, potrebbe difendere te." La tenni sempre con me, tanto mi era cara, finché il tempestoso mare, che non risparmia uomo, se la prese con la sua furia, anche se ora si è calmato e me la rende. Te ne ringrazio. Il naufragio non mi è più un tormento se ho quel che mio padre mi diede in testamento.

PRIMO PESCATORE
Che intendi, mio signore?

PERICLE
Chiedervi, buoni amici, questa nobile armatura che un tempo fece da scudo ad un re. La riconosco da questo segno. Egli mi amava caramente, e per amor suo desidero riaverla. E poi vi chiedo di guidarmi alla corte del vostro re, dove, con questa, io possa presentarmi come un gentiluomo; e se mai migliorerà la mia scarsa fortuna, ripagherò la vostra generosità; fino ad allora resterò vostro debitore.

PRIMO PESCATORE
Ah, vuoi fare il torneo per la damigella?

PERICLE
Voglio mostrare il mio valore in campo.

PRIMO PESCATORE
Ah, prendila allora, e gli dèi ti portino bene.

SECONDO PESCATORE
Sì, ma ascolta, amico mio, siamo stati noi a farti questo indumento dalle ruvide costure delle acque. Ci sono certi condogliamenti, certi emolumenti. Io spero, signore, se avrai fortuna, che ti ricorderai di dove l'hai avuta.

PERICLE
Lo farò, credimi. Con il vostro aiuto sono vestito d'acciaio, e a dispetto delle rapine del mare questo gioiello resta al suo posto al mio braccio. Con il tuo valore mi comprerò e monterò un corsiero di così meraviglioso passo che chiunque si delizierà a guardarlo incedere. Solo, amico mio, mi manca ancora una gualdrappa.

SECONDO PESCATORE
Ci penseremo noi. Avrai la mia veste migliore per fartene una, e ti porterò a corte io stesso.

PERICLE
Allora l'onore sia la mia meta; quest'oggi mi risolleverò, o aumenterò i miei mali.


Escono.

 

 

 

atto secondo - scena seconda

 

Entrano Simonide, con signori e persone del seguito, e Taisa.

SIMONIDE
Sono pronti i cavalieri a dar inizio al torneo?

PRIMO SIGNORE
Lo sono, mio sovrano, e attendono il vostro ingresso per presentarsi.

SIMONIDE
Dite loro che siamo pronti; e questa nostra figlia, in onore del cui compleanno si tiene questo torneo, qui siede come erede della bellezza, generata dalla Natura perché gli uomini la vedessero e, vedendola, ne fossero stupiti.

TAISA
A te piace, padre mio regale, manifestare grandi lodi per me che merito assai meno.

SIMONIDE
È giusto che sia così, perché i principi sono un modello fatto dal cielo a sua somiglianza. Come i gioielli perdono il loro splendore, se dimenticati, così i principi perdono la fama, se non riveriti. E ora, figlia, a te l'onore di osservare l'ingegnosa invenzione di ogni cavaliere nella sua impresa.

TAISA
Lo farò, per tener fede al mio onore.

Passa il primo cavaliere e il suo scudiero ne presenta lo scudo a Taisa.

SIMONIDE
Chi è il primo a presentarsi?

TAISA
Un cavaliere di Sparta, mio illustre padre, e l'impresa che porta sullo scudo è un nero etiope proteso verso il sole. Il motto: Lux tua vita mihi.

SIMONIDE
Bene ti ama chi da te riceve la vita.

Passa il secondo cavaliere.

Chi è il secondo a presentarsi?

TAISA
Un principe di Macedonia, mio regale padre, e l'impresa che reca sul suo scudo è un cavaliere in armi conquistato da una dama. Il motto è così in spagnolo: Più per dolcezza cbe per forza.

Passa il terzo cavaliere.

SIMONIDE
E il terzo?

TAISA
Il terzo è di Antiochia, e la sua impresa una ghirlanda sull'elmo. Il motto: Me pompae provexit apex.

Passa il quarto cavaliere.

SIMONIDE
Cos'è il quarto?

TAISA
Una torcia ardente capovolta.
il motto: Qui me alit me extinguit.

SIMONIDE
Il che mostra che la bellezza ha il suo potere e volere, e può accenderli come può ucciderli.

Passa il quinto cavaliere.

TAISA
Il quinto, è una mano circondata da nuvole, che porge dell'oro saggiato dalla pietra di paragone.
Il motto è così: Sic spectanda fides.

Passa il sesto cavaliere, che è Pericle.

SIMONIDE
E che cos'è il sesto e ultimo, che lo stesso cavaliere presenta con tanta graziosa cortesia?

TAISA
Sembra essere uno straniero, ma ciò che presenta è un ramo avvizzito che è verde solo in punta.
Il motto: In hac spe vivo.

SIMONIDE
Una bella morale: dallo stato reietto in cui si trova egli spera che grazie a te le sue fortune possano rifiorire.

PRIMO SIGNORE
Dovrebbe intendere qualcosa di meglio del suo aspetto perché si possa parlare in suo favore, visto che dal suo guscio arrugginito sembra aver praticato più la frusta che la lancia.

SECONDO SIGNORE
Può ben essere uno straniero, poiché viene ad un nobile torneo ben stranamente abbigliato.

TERZO SIGNORE
E di proposito ha lasciato arrugginire l'armatura fino a quest'oggi, per lustrarla nella polvere.

SIMONIDE
Sciocca è l'opinione che ci fa scrutare l'intimo di un uomo dal suo aspetto esterno. Ma fermi, arrivano i cavalieri. Ci ritireremo in galleria.

 

Escono.
Grandi acclamazioni, e tutti gridano "Il cavaliere misero!".

 

 

 

atto secondo - scena terza

 

Entrano Simonide, Taisa, Pericle e cavalieri, di ritorno dal torneo, seguiti da signori, signore e dal maestro di cerimonie.

SIMONIDE
Cavalieri, sarebbe superfluo dirvi che siete i benvenuti. Inscrivere sul volume delle vostre gesta, nel frontespizio, fi vostro valore guerriero sarebbe più di quanto vi attendiate e di quel che conviene, poiché ogni valore si raccomanda nel suo manifestarsi. Disponetevi all'allegria, perché l'allegria si addice ad una festa. Siete tutti principi e miei ospiti.

TAISA (a Pericle)
Ma voi siete il mio cavaliere e il mio ospite, a cui io do questa ghirlanda di vittoria, coronandovi re di questo felice giorno.

PERICLE
Devo più alla fortuna, signora, che al mio merito.

SIMONIDE
Chiamatela come volete, avete vinto, e qui non c'è nessuno, spero, che vi invidi. Nel foggiare un artista, l'arte così decide, di farne buoni alcuni, altri eccezionali, e voi siete il suo più compiuto alunno. Vieni, regina della festa, ché tale tu sei, figlia, prendi il tuo posto. Maestro, gli altri secondo il loro rango.

CAVALIERI
Siamo molto onorati dal buon Simonide.

SIMONIDE
La vostra presenza rallegra i nostri giorni; l'onore noi amiamo, e chi l'odia odia gli dèi lassù.

MAESTRO
Signore, quello è il vostro posto.

PERICLE
Qualcun altro ne è più degno.

PRIMO CAVALIERE
Non discutete, signore, siamo gentiluomini che né nei nostri cuori né con lo sguardo abbiamo mai invidiato i grandi né disprezzeremo gli umili.

PERICLE
Siete cavalieri davvero cortesi.

SIMONIDE
Sedete, signore, sedete.
(A parte) Per Giove, che è il re di tutti i pensieri, perché mai queste squisitezza non mi tentano, se mi distraggo da lui?

TAISA (a parte)
Per Giunone, che è la regina dei matrimoni, tutte le vivande che mangio non hanno per me sapore, desiderando lui come mio cibo. Certo, è un valente gentiluomo.

SIMONIDE
È solo un gentiluomo di campagna. Non ha fatto più di quanto abbian fatto altri cavalieri. Ha spezzato una lancia o due. Lasciamo andare.

TAISA (a parte)
A me sembra come un diamante rispetto al vetro.

PERICLE (a parte)
Quel re è per me come il ritratto di mio padre che mi dice quale gloria egli ebbe una volta: aveva principi come stelle seduti intorno al suo trono, ed egli era il sole che essi riverivano. Chiunque lo guardasse, come astro minore, doveva chinar la testa alla sua supremazia; mentre ora suo figlio è come la lucciola notturna, che s'accende nel buio e scompare nella luce; e da questo io vedo che il Tempo è il re degli uomini: è insieme il loro genitore ed è la loro tomba, e dà loro quel che vuole, non ciò che essi desiderano.

SIMONIDE
Allora, siete allegri, cavalieri?

CAVALIERI
Chi può non esserlo alla vostra regale presenza?

SIMONIDE
Ecco una coppa colma fino all'orlo: se nutrite amore, bevete in onore della vostra signora. Noi brindiamo alla salute di tutti.

CAVALIERI
Ringraziamo Vostra Maestà.

SIMONIDE
Ma aspettate un momento. Quel cavaliere se ne sta tutto malinconico, come se questo intrattenimento a corte non fosse uno spettacolo da uguagliare il suo valore. Non l'hai notato, Taisa?

TAISA
Che posso fare, padre?

SIMONIDE
Stammi a sentire, figlia: i principi in questo mondo dovrebbero vivere come gli dèi lassù, che liberamente danno a chiunque venga ad onorarli. E i principi che non lo fanno sono come zanzare, che ronzano forte, ma se le uccidi te ne meravigli. Perciò, per rendere più dolce la sua venuta qui, digli che beviamo questa coppa di vino in suo onore.

TAISA
Ahimè, padre, non si addice a me esser così ardita con un cavaliere straniero. Potrebbe prendere come offesa la mia offerta, perché gli uomini prendono i doni delle donne come un'impudenza.

SIMONIDE
Cosa? Fa' come ti dico o mi farai adirare.

TAISA (a parte)
Per gli dèi, non poteva farmi miglior piacere,

SIMONIDE
E digli inoltre che desideriamo sapere da lui donde viene, il suo nome e il suo casato.

TAISA
Il re mio padre, signore, ha bevuto alla vostra salute.

PERICLE
Lo ringrazio.

TAISA
Augurando altrettanto buon sangue alla vostra vita.

PERICLE
Ringrazio entrambi, lui e voi, e bevo alla sua.

TAISA
E desidera inoltre sapere da voi donde venite, il vostro nome ed il casato.

PERICLE
Gentiluomo di Tiro, il mio nome è Pericle, e la mia educazione è stata nelle arti e nelle armi; cercando avventure per il mondo, fui dal furioso mare privato di navi e di uomini, e, dopo il naufragio, fui gettato su questa riva.

TAISA
Egli ringrazia Vostra Maestà, si chiama Pericle, gentiluomo di Tiro, che solo per avversa fortuna nei mari, privato di navi e di uomini, fu gettato su questa riva.

SIMONIDE
Ah, per gli dèi, compiango la sua sfortuna e voglio risvegliarlo dalla sua malinconia. Venite, signori, sediamo da troppo a gingillarci, sciupando il tempo che vuole altro diletto. Nelle armature di cui siete vestiti, si converrà per voi una danza di soldati. Non accetterò scuse che mi dicano: una musica forte urta la testa delle donne, perché loro amano uomini in armi non meno di un letto.


Danzano.

Ecco qui, l'avevo ben chiesto ed è stato ben fatto. Venite, signore, ecco una signora che ha bisogno di moto, e ho sentito che voi cavalieri di Tiro siete eccellenti nel far viaggiare le dame, e che le vostre danze sono altrettanto eccellenti.

PERICLE
Lo sono per quelli che le praticano, mio signore.

SIMONIDE
Oh, dite così per venir rifiutato, ma lo fate per cortesia.


Danzano.

Scioglietevi, scioglietevi! Grazie a tutti, signori. Bravi tutti quanti, (a Pericle) ma voi il migliore. Paggi e torce, per condurre questi cavalieri ai loro diversi alloggiamenti. Il vostro, signore, abbiamo dato ordine che sia vicino al nostro.

PERICLE
Come piace a Vostra Grazia.

SIMONIDE
Principi, è troppo tardi per parlare d'amore, e quello è il bersaglio a cui so che mirate. Perciò, ognuno si ritiri al suo riposo; domani tutti facciano del loro meglio per aver successo.


Escono.

 

 

 

atto secondo - scena quarta

 

Entrano Elicano ed Escane.

ELICANO
No, Escane, lasciatelo dire da me, Antioco non era sfuggito all'incesto. E per questo, non intendendo gli altissimi dèi rimandare oltre la vendetta che avevano in serbo, e che era dovuta per questa odiosa e capitale colpa, proprio al culmine superbo di tutta la sua gloria, mentre egli sedeva su un cocchio d'inestimabile valore, con la figlia accanto, una fiamma venne giù dal cielo e fece raggricciare i loro corpi rendendoli disgustosi; perché puzzarono al punto che tutti quegli occhi che, prima della caduta, li avevano adorati, disdegnavano ora di dar mano a seppellirli.

ESCANE
Fu strano davvero.

ELICANO
Ma solo giusto, perché, per grande che fosse questo re, la sua grandezza non poteva sbarrare il fulmine del cielo, e il peccato ha avuto il suo castigo.

ESCANE
È proprio vero.

Entrano due o tre signori.

PRIMO SIGNORE
Vedi, non c'è altra persona che egli riceva in udienza privata.

SECONDO SIGNORE
Questo non dovrà irritarci oltre senza la nostra rimostranza.

TERZO SIGNORE
E sia dannato chi non ci asseconderà.

PRIMO SIGNORE
Seguitemi, allora. Signor Elicano, una parola.

ELICANO
A me? Ben volentieri. Felice giornata, signori.

PRIMO SIGNORE
Sappiate che la nostra irritazione ha raggiunto il culmine e ora trabocca infine dagli argini.

ELICANO
La vostra irritazione? Per che cosa? Non fate torto al vostro principe, che amate.

PRIMO SIGNORE
Non fate torto a voi stesso, nobile Elicano; ma se il principe è vivo, fatecelo salutare e diteci quale terra è allietata dal suo respiro. Se è ancora in questo mondo, noi lo scoveremo; se riposa in una tomba, noi la troveremo; e la cosa si risolva: se vive, ci governi; se è morto, ci sia dato modo di lamentarlo al funerale e ci si lasci alle nostre libere elezioni.

SECONDO SIGNORE
Poiché, a nostro giudizio, la sua morte è la cosa più probabile, e sappiamo che questo regno non ha capo - è come un bell'edificio rimasto senza tetto e destinato alla rovina -, alla vostra nobile persona, che meglio di tutti sa governare e regnare, noi ci sottomettiamo come al nostro sovrano.

TUTTI
A lungo viva il nobile Elicano!

ELICANO
Seguite piuttosto una più onorevole causa; ritirate i vostri suffragi. Ritirateli, se amate il principe Pericle.

Se accogliessi il vostro desiderio, farei un salto dentro al mare, dove ci sono ore d'affanni per un minuto di quiete. Per altri dodici mesi lasciate che vi chieda di sopportare ancora l'assenza del vostro re; se per tale scadenza egli non tornasse, io accetterò il vostro giogo con la pazienza della mia età. Ma se non posso conquistarvi a quest'atto d'amore, andate alla sua ricerca, come nobili sudditi, e nella vostra ricerca impiegherete il vostro avventuroso valore. Se lo troverete e lo convincerete a ritornare, come diamanti siederete intorno alla sua corona.

PRIMO SIGNORE
È uno sciocco chi non si arrende alla saggezza, e poiché il signor Elicano ce l'ingiunge, ci metteremo in viaggio a tentar la prova.

ELICANO
Allora voi ci amate, e noi vi amiamo; e stringiamoci la mano. Quando i nobili pari si uniscono così, un regno è sempre sano.


Escono.

 

 

 

atto secondo - scena quinta

 

Entra da una porta Simonide leggendo una lettera.
I cavalieri gli vanno incontro.

PRIMO CAVALIERE
Buon giorno al buon Simonide.

SIMONIDE
Cavalieri, da parte di mia figlia vi faccio sapere che per dodici mesi ella non intende intraprendere una vita matrimoniale. La ragione lei sola la conosce, e in nessun modo ho potuto strappargliela.

SECONDO CAVALIERE
Non ci è consentito accedere a lei, mio signore?

SIMONIDE
In nessun modo, in fede mia. Si è ritirata così rigorosamente nelle sue stanze che è impossibile. Per dodici lune ella porterà la tunica di Diana. Sotto l'occhio di Cinzia stessa ha fatto questo voto, e, sul suo onore verginale, non lo romperà.

TERZO CAVALIERE
Pur restii a dirvi addio, prendiamo congedo.


Escono i cavalieri.

SIMONIDE
Eccoli tutti liquidati! E ora la lettera di mia figlia. Mi dice qui che vuol sposare il cavaliere straniero o non vorrà più vedere né giorno né luce. Va molto bene, signora, la tua scelta s'incontra con la mia. Mi piace molto. Però, come è decisa, e non si cura se a me piaccia o meno. Beh, io approvo la sua scelta e non voglio che venga ritardata. Stiamo zitti, arriva lui. Farò finta di nulla.

Entra Pericle.

PERICLE
Ogni fortuna al buon Simonide!

SIMONIDE
Altrettanta a voi, signore. Vi sono riconoscente per la dolce musica che avete suonato questa notte. Vi assicuro che mai le mie orecchie furono nutrite di una così deliziosa, piacevole armonia.

PERICLE
È da lodare il compiacimento di Vostra Grazia, non il mio merito.

SIMONIDE
Signore, voi siete il maestro della musica.

PERICLE
Il peggiore dei suoi alunni, mio buon signore.

SIMONIDE
Lasciatemi chiedere una cosa. Che ne pensate di mia figlia, signore?

PERICLE
È principessa assai virtuosa.

SIMONIDE
Ed è bella anche, non è così?

PERICLE
Come un bel giorno d'estate, stupendamente bella.

SIMONIDE
Signore, mia figlia pensa di voi molto bene; sì, così bene che voi dovete essere il suo maestro, e lei vuol essere la vostra alunna. Quindi, pensateci.

PERICLE
Sono indegno di farle da maestro.

SIMONIDE
Lei non la pensa così; leggete questo scritto.

PERICLE (a parte)
Cos'è questo? Una lettera in cui dice di amare il cavaliere di Tiro! È un trucco del re per avere la mia vita. Oh, non cercate d'intrappolarmi, grazioso signore, un gentiluomo straniero e sventurato, che mai mirò così in alto da amare vostra figlia, ma fece di tutto per onorarla.

SIMONIDE
Tu hai stregato mia figlia, e sei un furfante.

PERICLE
Per gli dèi, non l'ho fatto. Mai alcun mio pensiero le ha mosso offesa, né mai alcun mio atto ha cercato di guadagnare il suo amore, o il vostro dispiacere.

SIMONIDE
Traditore, tu menti.

PERICLE
Traditore!

SIMONIDE
Sì, traditore.

PERICLE
Se non fosse il re a chiamarmi traditore, gli ricaccerei in gola la menzogna.

SIMONIDE (a parte)
Per gli dèi, applaudo il suo coraggio.

PERICLE
I miei atti sono nobili come i miei pensieri, che mai ebbero il sapore di una bassa discendenza. Son venuto alla vostra corte per cercarvi onore e non per ribellarmi al suo potere, e chi altrimenti di me dice questa spada proverà che è nemico dell'onore.

SIMONIDE
No? Arriva mia figlia. Lei può testimoniarlo.

Entra Taisa.

PERICLE
Allora, se voi siete virtuosa quanto bella, spiegate al vostro irato padre se mai la mia lingua abbia espresso o la mia mano abbia scritto una sola sillaba in profferta d'amore per voi.

TAISA
Perché, signore? Se l'aveste fatto, chi si sarebbe offeso di quel che a me avrebbe fatto piacere?

SIMONIDE
Ma guarda, signora, sei così perentoria? (A parte) Ne sono felice con tutto il cuore. Io ti domerò, ti costringerò all'obbedienza. Tu vorresti, senza avere il mio consenso, concedere il tuo amore ed il tuo affetto a uno straniero? (A parte) Che, per quel che so, può essere, né so credere il contrario, di sangue non meno nobile del mio. Perciò ascoltami, signora, o pieghi il tuo volere al mio - e voi, signore, ascoltatemi, o vi lasciate comandare da me, o io vi farò... marito e moglie. No no, avanti, anche le vostre mani e labbra devono suggellarlo. E ora che siete congiunti, così io distruggerò le vostre speranze, e per maggior pena - Dio vi dia gioia! Allora, siete contenti entrambi?

TAISA
Sì, se mi amate, signore.

PERICLE
Quanto la mia vita ama il sangue che la nutre.

SIMONIDE
Allora, vi siete messi d'accordo?


PERICLE e TAISA
Sì, se così piace a Vostra Maestà.

SIMONIDE
A tal punto mi piace che voglio vedervi sposati; e poi, più in fretta che potete, andatevene a letto.


Escono.

 

Indice Teatro

Inizio pagina

 


 

Pericle Principe di Tiro

(“Pericles, Prince of Tire” - 1607 - 1608)

 

 

atto terzo - scena prima

 

Entra Gower.

GOWER
Ora il sonno ha assopito l'intera brigata,
e per tutta la casa si ode solo russare,
ben forte per tutto il grande mangiare
di questo sontuoso banchetto nuziale.
Con occhi d'acceso carbone il gatto s'acquatta sul buco del topo,
e cantano i grilli alla bocca del forno, tutti felici di stare all'asciutto.
Imene ha condotto la sposa al suo letto,
dove, perdendo la verginità,
un bimbo viene in lei plasmato.

State attenti, e il tempo che così presto scorre via,
riempitelo con la vostra acuta fantasia.
Quel che è muto nella pantomima
lo spiegherò io con la parola mia.

PANTOMIMA
Entrano da una porta Pericle e Simonide con il seguito;

un messaggero va loro incontro, si inginocchia e dà a Pericle una lettera.

Pericle la mostra a Simonide; i signori si inginocchiano davanti a lui.

Poi entra Taisa, incinta, e con lei la nutrice Licorida.

Il re le mostra la lettera e lei gioisce.

Lei e Pericle si congedano da Simonide e partono.

Per molte aspre e faticose leghe di Pericle l'accurata ricerca
- ai quattro angoli opposti che insieme fanno questo nostro mondo unito -
è condotta con ogni diligenza che cavalli e navi ed alte spese possano fornire.

Da Tiro, infine, la Fama risponde alla lontana inchiesta,
e lettere giungono alla corte di re Simonide, il cui tenore è questo:
morti Antioco e la figlia sua,
gli uomini di Tiro sul capo di Elicano,

vorrebbero porre la corona di Tiro, ma egli non vuole.
Lo scontento si affretta a reprimere  e dice loro che se il re Pericle tra dodici lune non dovesse tornare
egli, obbedendo al loro volere, prenderà la corona.

Tutto questo, qui a Pentapoli riportato,
delizia tutti quanti attorno, e ognuno applaudendo dice:
"È dunque un re il nostro erede!
Chi mai l'avrebbe sognato o pensato?"
In breve, deve Pericle presto partire per Tiro.
La sua regina incinta esprime il desiderio - e chi oserà ostacolarlo? - di andare con lui.
Omettiamo tutti i sospiri e gli affanni.
Licorida, la sua nutrice, ella prende con sé e via sul mare.

Oscilla il vascello sull'onda di Nettuno;

e già metà acqua la sua chiglia ha tagliato,

quando di nuovo l'umore della fortuna muta;

l'orrido nord erutta tale tempesta che,

come un'anatra che si tuffa per salvarsi la vita,
così avanza su e giù la povera nave.
Urla la donna e ahimè per la paura è presa dalle doglie del parto.
E quel che segue in questa atroce tempesta,
dovrà coi suoi mezzi essere rappresentato.
Io non voglio raccontarlo;

l'azione può convenientemente mostrare il resto,
come non poteva fare per quello che ho ora narrato.
Nella vostra immaginazione vogliate pensare
questa scena la nave, sul cui ponte sbattuto dalle onde Pericle appare a parlare.

 

Esce.

 

Entra Pericle sulla tolda di una nave.

PERICLE
Il dio di questa grande distesa freni le onde che bagnano il cielo e l'inferno. E tu che hai sui venti il comando, legali nel bronzo dopo averli chiamati dall'abisso! Oh, acquieta i tuoi paurosi assordanti tuoni, e spegni gentile i tuoi guizzanti sulfurei lampi! Mi senti, Licorida? Come sta la mia regina? Allora, tempesta, velenosamente vuoi sputarti tutta fuori? Il fischio del marinaio è come un bisbiglio negli orecchi della morte, inascoltato. Licorida! Lucina, divina patrona e levatrice gentile di quelle che gridano nella notte, porta la tua divinità a bordo di questa agitata nave, affretta le fitte del travaglio della mia regina! Allora, Licorida!

Entra Licorida con una bambina.

LICORIDA
Ecco un batuffolo troppo piccolo per questo posto, che, se avesse la ragione, vorrebbe morire, come forse muoio io. Prendete tra le braccia questa parte della vostra regina morta.

PERICLE
Cosa? Cosa, Licorida?

LICORIDA
Abbiate pazienza, buon signore, non aiutate la tempesta. Questo è tutto ciò che resta vivo della vostra regina, una figlioletta: per amor suo, siate forte e fatevi animo.

PERICLE
Oh, voi, dèi! Perché ci fate amare i vostri buoni doni e subito ce li strappate via? Noi quaggiù non ci riprendiamo quello che diamo, e in questo vale di più il nostro onore.

LICORIDA
Abbiate pazienza, buon signore, almeno per questo carico che avete.

PERICLE
Tu, mite possa essere la tua vita! Perché più burrascosa nascita mai ebbe bambino; quieta e gentile sia la tua esistenza, perché hai avuto il più rude benvenuto a questo mondo che mai sia toccato a figlio di principe. Felice il tuo futuro! Hai avuto nascita nel più gran frastuono che fuoco, aria, acqua, terra e cielo potessero fare per annunciare la tua uscita dal grembo. Fin dall'inizio ciò che hai perso è più di quanto potrà ripagare ogni tuo guadagno in questa vita.
Ora gli dèi buoni volgano a lei il loro migliore sguardo.

Entrano due marinai.

PRIMO MARINAIO
Vi fate coraggio, signore? Dio vi salvi!

PERICLE
Mi faccio abbastanza coraggio. Non temo la tempesta; mi ha fatto il peggio che poteva. Ma per amore  di questa povera creatura, questa nuova inesperta navigante, vorrei che si calmasse.

PRIMO MARINAIO
Molla le boline, lì! Tu non vuoi mollare, è così? Soffia allora e schiatta!

SECONDO MARINAIO
Se c'è spazio di manovra, per me queste ondate e le loro nuvole di spuma possono baciar la luna, non m'importa.

PRIMO MARINAIO
Signore, la vostra regina deve lasciare la nave. Il mare infuria, il vento urla, e non si calmeranno finché non sgombriamo la nave della morta.

PERICLE
È una vostra superstizione.

PRIMO MARINAIO
Perdonateci, signore; noi gente di mare l'abbiamo sempre osservata, e ci teniamo alle nostre usanze. Perciò, consegnatecela in fretta perché dev'essere gettata in mare immediatamente.

PERICLE
Se lo credete necessario. Mia sventurata regina!

LICORIDA
Ecco dove giace, signore.

Ella rivela il corpo di Taisa.

PERICLE
Un terribile parto hai avuto, mia cara; non luce, non fuoco; gli ostili elementi si sono dimenticati di te completamente, né io ho tempo ora di consegnarti consacrata alla tua tomba, ma devo gettarti senza indugio in una rozza bara giù nella melma profonda, dove, per monumento alle tue ossa e per lampade votive, la sfiatante balena e l'acqua mormorante incomberanno sul tuo corpo disteso con le semplici conchiglie. Oh, Licorida, dì a Nestore di portarmi spezie, carta e inchiostro, il mio scrigno e i miei gioielli. E dì a Nicandro di portarmi il cofano di raso. Metti la bambina sul cuscino. Sbrigati mentre io le dico un religioso addio. In fretta, donna.


Esce Licorida.

SECONDO MARINAIO
Signore, abbiamo una cassa sotto il boccaporto, già calafatata e bitumata.

PERICLE
Ti ringrazio. Dimmi, marinaio, che costa è quella?

PRIMO MARINAIO
Siamo vicini a Tarso.

PERICLE
In quella direzione, buon marinaio, cambia la rotta per Tiro. Quando potrai raggiungerla?

PRIMO MARINAIO
Sul far del giorno, se cala il vento.

PERICLE
Oh, vai per Tarso! Lì visiterò Cleone, perché la bambina non può reggere fino a Tiro. Lì la lascerò in buone mani. Va', buon marinaio. Porterò il corpo immediatamente.

 

Escono.

 

 

 

atto terzo - scena seconda

 

Entra il re Cerimone con due servitori.

CERIMONE
Ehi, Filemone!

Entra Filemone.

FILEMONE
Il mio signore ha chiamato?

CERIMONE
Procura fuoco e cibo per questi poveri uomini. È stata una notte turbolenta e tempestosa.

PRIMO SERVO
Ne ho passate tante, ma una notte come questa non l'avevo mai sofferta.

CERIMONE
Il tuo padrone sarà morto prima del tuo ritorno; non c'è nulla, che possa esser somministrato alla natura umana, che sia in grado di salvarlo. (Al secondo servo) Tu dà questo allo speziale e fammi sapere come agisce.

 

Escono i servi.
Entrano due gentiluomini.

PRIMO GENTILUOMO
Buongiorno.

SECONDO GENTILUOMO
Buongiorno a Vossignoria.

CERIMONE
Signori, perché vi siete mossi così presto?

PRIMO GENTILUOMO
Signore, le nostre case, che si trovano a picco sul mare, erano scosse come da un terremoto. Le travi maestre sembravano schiantarsi e tutto era sul punto di crollare. Sbigottimento e paura mi hanno fatto lasciare la casa.

SECONDO GENTILUOMO
È per questo che vi disturbiamo così presto. Non è nostra abitudine.

CERIMONE
Ah, dite bene.

PRIMO GENTILUOMO
Ma mi stupisco che Vossignoria, che ha una ricca residenza, abbia così di buon'ora rinunciato al dorato sonno ed al riposo. È molto strano che la natura si pieghi alla fatica quando non vi è costretta.

CERIMONE
Da sempre io ritengo che la virtù e la conoscenza siano doti più grandi che nobiltà e ricchezza. Sventati eredi possono oscurare e sciupare queste ultime due, ma l'immortalità spetta alle primee rende l'uomo un dio. È risaputo  che io ho sempre studiato la medicina, e con la sua segreta arte, consultando i testi e praticando esperimenti, ho reso familiari a me e al mio aiutante i benedetti infusi che vivono nei vegetali, nei metalli, nelle pietre; e so parlare dei disturbi che la natura crea come delle sue cure; e questo mi dà più contentezza e ben più vero diletto che non correre assetato dietro ad incerti onori o stringere il mio piacere dentro borse di seta, per far contenti il buffone e la morte.

 

SECONDO GENTILUOMO
Vostro Onore, per tutta Efeso ha versato la sua misericordia, e a centinaia si dicono vostre creature, quelli che da voi sono stati risanati. E non solo la vostra sapienza, la vostra personale fatica, ma anche la vostra borsa, sempre aperta, han dato al nobile Cerimone una così grande fama che il tempo non potrà mai...

Entrano due o tre servitori con una cassa.

PRIMO SERVITORE
Così, tira su!

CERIMONE
Cos'è questo?

PRIMO SERVITORE
Proprio ora, signore, il mare ha gettato a riva questa cassa. È di qualche naufragio.

CERIMONE
Mettete giù, vediamo cosa c'è dentro.

SECONDO GENTILUOMO
Rassomiglia a una bara, signore.

CERIMONE
Qualsiasi cosa sia, è terribilmente pesante. Forzatela, presto. Se lo stomaco del mare si è ingozzato d'oro, è una fortuna che venga a rigettarlo qui da noi.

SECONDO GENTILUOMO
Proprio vero, mio signore.

CERIMONE
Com'è ben calafatata e bitumata! È stato proprio il mare a gettarla qui?

PRIMO SERVITORE
Non ho mai visto un'onda così alta, signore, come quella che l'ha scagliata sulla riva.

CERIMONE
Forzatela. Piano! Fa un profumo assai dolce al mio odorato.

SECONDO GENTILUOMO
Un odore delicato.

CERIMONE
Quale mai colpì le mie narici. Allora, su il coperchio! Oh potentissimi dèi, che c'è qui, un cadavere?

SECONDO GENTILUOMO
Strano davvero!

CERIMONE
Avvolto in stoffa regale, unto e impreziosito di sacchetti pieni di spezie! Una pergamena, anche! Apollo, aiutami a decifrarne i caratteri!

 

Legge il rotolo di pergamena.

"Con questo intendo informare, se mai questa bara giungerà a terra, che io Re Pericle, ho perduto questa regina, più preziosa di ogni ricchezza. Chi la trovi, le dia sepoltura: era la figlia di un re. Oltre questo tesoro per compenso, ripaghino gli dèi la sua pietà. Se tu vivi, Pericle, il tuo cuore si spacca dal dolore."

 

Questo è avvenuto stanotte.

SECONDO GENTILUOMO
Molto probabilmente, signore.

CERIMONE
No, stanotte certamente. Guardate infatti com'è fresco il suo aspetto. Furono precipitosi a gettarla in mare. Fate un fuoco al coperto. Portatemi tutti i vasetti del mio armadietto.


Esce un servitore.

La morte può usurpare molte ore alla natura, ma poi il fuoco della vita può riaccendere gli spiriti tramortiti. Ho saputo di un egiziano giaciuto morto per nove ore che con buone cure fu riportato in vita.


Entra un servitore con panni e fuoco.

Ben fatto, ben fatto, fuoco e panni. Fate suonare, vi prego, la musica rozza e lamentosa che qui possiamo fare.

 

Musica.

 

La viola, ancora una volta! Dormi, testa di legno? Musica, avanti! Musica di nuovo. Vi prego, lasciatele aria. Signori, questa regina vivrà! La natura le risveglia dentro un caldo respiro. Non più di cinque ore è rimasta senza sensi. Vedete come comincia a schiudersi di nuovo nel fiore della vita?

PRIMO GENTILUOMO
I cieli, per il tramite vostro, accrescono la nostra meraviglia e stabiliscono la vostra fama per sempre.

CERIMONE
Ella è viva. Guardate, le sue palpebre, custodie di quei celesti gioielli che Pericle ha perduto, cominciano a separare le loro frange di lucente oro. Diamanti della più pregiata acqua appaiono a fare ricco il mondo della loro doppia luce. Vivi, e facci piangere narrando il tuo destino, bella creatura, rara quale appari essere. Ella si muove.

TAISA
Oh, cara Diana! Dove sono? Dov'è il mio signore? Che mondo è questo?

SECONDO GENTILUOMO
Non è strano tutto questo?

PRIMO GENTILUOMO
Assolutamente raro.

CERIMONE
Zitti, miei cari vicini, datemi una mano. Portatela nella stanza accanto. Procurate delle lenzuola. Ora bisogna stare attenti, perché una ricaduta sarebbe mortale. Venite, venite; ed Esculapio ci guidi.


La trasportano fuori.

Escono tutti.

 

 

 

atto terzo - scena terza

 

Entra Pericle, a Tarso, con Cleone e Dionisa e Licorida con Marina in braccio.

PERICLE
Onoratissimo Cleone, è necessario che io parta. I miei dodici mesi sono scaduti, e Tiro si trova in una litigiosa pace. Abbiate voi e la vostra signora tutta la gratitudine del mio cuore. Gli dèi aggiungano il resto.

CLEONE
Le scosse della vostra fortuna, se perseguitano voi in maniera mortale, colpiscono anche noi straordinariamente.

DIONISA
Oh, la vostra dolce regina! Se al crudele fato fosse piaciuto che la portaste qui a benedire la mia vista!

PERICLE
Noi non possiamo che obbedire alle potenze che ci sovrastano. Potessi infuriare e ruggire come il mare in cui ella giace, il risultato non cambierebbe. La mia dolce bambina, Marina, che così ho chiamato perché è nata in mare, io qui affido alla vostra carità, lasciandola infante in vostra cura e pregandovi di allevarla come una principessa, che possa avere le maniere che le si addicono per nascita.

 

CLEONE
Non abbiate timore, mio signore, ma sappiate che la vostra generosità, che nutrì il mio paese col vostro grano, per la qual cosa ancora il popolo prega per voi, sarà ricordata e resa a vostra figlia. Se trascurando questo io mi rendessi vile, la gente comune da voi soccorsa mi costringerebbe al mio dovere. Ma se la mia natura avesse bisogno di uno sprone, si vendichino gli dèi su me e sui miei, fino alla fine della mia discendenza.

PERICLE
Vi credo.
Il vostro onore e la vostra bontà me ne convincono, anche senza il vostro giuramento. Finché non sia sposata, signora, per la splendente Diana, che tutti onoriamo, questi miei capelli non conosceranno forbice, pur se ciò sembri protervia. Così, prendo congedo. Mia buona signora, fatemi felice allevando mia figlia con ogni cura.

DIONISA
Ne ho una anch'io, che ai miei occhi non sarà più cara della vostra, mio signore.

PERICLE
Grazie, signora, pregherò per voi.

CLEONE
Accompagneremo Vostra Grazia fino alla riva, e allora vi consegneremo al mascherato Nettuno e ai più miti venti del cielo.

PERICLE
Accolgo la vostra offerta. Venite, carissima signora. Oh, niente lacrime, Licorida, niente lacrime. Bada alla tua piccola padrona, dalla cui benevolenza un giorno potrai dipendere. Andiamo, mio signore.


Escono.

 

 

 

atto terzo - scena quarta

 

Entrano Cerimone e Taisa,

CERIMONE
Signora, questa lettera e alcuni gioielli stavano con voi nella cassa, e sono a vostra disposizione. Conoscete la calligrafia?

TAISA
È del mio signore. Ricordo bene che m'imbarcai per mare ed ero incinta. Ma se lì poi partorii, per i sacri dèi, non so dirlo. Ma poiché il re Pericle, il mio signore e sposo, non rivedrò mai più, indosserò l'abito della vestale e non conoscerò più gioia.

CERIMONE
Signora, se questo è il vostro vero proposito, il tempio di Diana non è lontano di qui, e lì potrete dimorare finché non giunga la vostra ora. Inoltre, se vi fa piacere, una mia nipote vi farà lì compagnia.

TAISA
In cambio non posso darvi che il mio grazie, ma se è piccolo il dono, la riconoscenza è grande.

Escono.

 

Indice Teatro

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Pericle Principe di Tiro

(“Pericles, Prince of Tire” - 1607 - 1608)

 

 

atto quarto - scena prima

 

Entra Gower.

 

GOWER
Immaginate che Pericle a Tiro sia giunto,
festeggiato e rimesso al suo posto, come aveva desiderato.
La sua dolente regina lasciamola ad Efeso,
dove a Diana si è votata.
Ora a Marina volgete la mente:
la nostra scena dal rapido passo deve trovarla a Tarso,

da Cleone istruita in musica e lettere;

ella ha acquisito, da tale educazione,

tutta la grazia che di lei fa il centro e il cuore dell'universale ammirazione.

Ma, ahimè, quel mostro, l'invidia,

che è spesso la rovina della lode meritata,

la vita di Marina insidia col pugnale del tradimento.
E in questo modo:

il nostro Cleone ha una figlia, fanciulla ormai cresciuta,
e appieno adatta allo spettacolo nuziale.
Questa giovinetta si chiama Filotene,
e si dice per certo, nella nostra storia,
che ella sempre con Marina voleva stare;
sia quando tesseva la delicata seta con lunghe dita,

piccole e bianche come il latte,
sia quando feriva con l'ago affilato la tela di lino,

che veniva rinforzata per esser così trafitta,

o quando al liuto cantava,

rendendo l'usignolo muto, che pur sempre piange la sua pena,
o quando, con penna ricca e assidua,
faceva omaggio a Diana, sua patrona,
sempre questa Filotene gareggiava in bravura con la perfetta Marina.

Così con la colomba di Pafo potrebbe il corvo per bianche piume rivaleggiare.

Marina riceve ogni lode,

che le è resa come cosa dovuta e non regalata.

Ciò così oscura in Filotene ogni grazioso segno,
che la moglie di Cleone, con invidia rara,
un assassino prepara e tiene pronto per la buona Marina,

affinché sua figlia resti senza rivali per tale macello.
A favorire il suo vile disegno,
Licorida, la nostra nutrice, è morta,
e la dannata Dionisa tiene il compiacente strumento della sua rabbia pronto a tal colpo.

L'evento, ancora non nato, lo raccomando al vostro diletto.
Io ho solo portato avanti il tempo alato,
in tutta fretta sui piedi zoppi del mio verso,
e mai avrei potuto farlo se il vostro pensiero non avesse voluto aiutarlo.
Dionisa adesso appare,
con Leonino, il suo compare.

 

Esce.

 

Entra Dionisa con Leonino.

DIONISA
Ricorda il tuo giuramento: hai giurato di farlo. Non è che un colpo, e non sarà mai risaputo. Non c'è cosa che tu possa fare così in fretta che ti dia tanto profitto. Guarda che la coscienza, che di per sé è fredda, infiammando d'amore il tuo petto, non vi accenda scrupoli. Né ti sciolga la pietà,che perfino le donne hanno rigettato, ma sii il soldato del tuo proponimento.

 

LEONINO
Lo farò. Ma ella è una bella creatura.

DIONISA
A maggior ragione se l'abbiano gli dèi! Eccola che viene, piangendo la morte della sua nutrice. Sei deciso?

LEONINO
Sono deciso.

Entra Marina con un cestello di fiori.

MARINA
No, deruberò la dea Terra della sua veste per cospargere di fiori il tuo verde. Quelli gialli, i blu, le purpuree viole e le calendole come un arazzo saranno stese sulla tua tomba finché durino i giorni dell'estate. Ahimè, povera fanciulla, nata in una tempesta mentre mia madre moriva, questo mondo è per me una bufera senza fine che mi strappa ai miei cari.

DIONISA
Allora, Marina? Perché te ne stai tutta sola? Come mai mia figlia non è con te? Non consumarti il sangue col dolore: abbi in me una nutrice. Signore! com'è cambiato il tuo aspetto per questa pena così vana! Vieni, dà a me i tuoi fiori, prima che il mare li sciupi passeggia con Leonino. L'aria è pungente laggiù, penetra lo stomaco e affila l'appetito. Vieni, Leonino, prendile il braccio, passeggia con lei.

MARINA
No, vi prego; non vi priverò del vostro servo.

DIONISA
Via, via, amo tuo padre e te stessa con animo non da estranea. Lo aspettiamo qui da un giorno all'altro. Quando verrà e troverà quella che tutti dicono la nostra meraviglia così sfiorita, si pentirà di aver fatto un viaggio così lungo e rimprovererà il mio signore e me di non aver avuto cura di te nel migliore dei modi. Va', ti prego, fa' due passi e sii di nuovo allegra e conserva quello splendido incarnato che ha rapito gli occhi di giovani ed anziani. Non preoccuparti per me: posso andare a casa da sola.

MARINA
Va bene, andrò, ma non ne ho alcun desiderio.

DIONISA
Via, via, lo so che ti fa bene. Leonino, passeggiate per mezz'ora almeno. Ricorda quello che ti ho detto.

LEONINO
Siatene certa, signora.

DIONISA
Ti lascio per un po', mia cara. Mi raccomando, cammina piano, non ti accaldare. Eh sì, devo proprio prendermi cura di te.

MARINA
Vi ringrazio, cara signora.


Esce Dionisa.

È un vento d'occidente questo che soffia ora?

LEONINO
Di sud-ovest.

MARINA
Quando nacqui io il vento era di tramontana.

LEONINO
Davvero?

MARINA
Mio padre, come dice la mia nutrice, non ebbe mai paura, ma gridava "Bravi, marinai!" all'equipaggio, scorticandosi le mani regali a tirar le cime e, aggrappandosi all'albero, resistette ad un'ondata che quasi schiantò il ponte.

LEONINO
Quand'è stato?

MARINA
Quando sono nata io. Mai ci fu mare o vento più violento, e dalla biscaglina spazza via un gabbiere. "Ah!", fa uno, "te la fili via tu"; e tutti infradiciati si danno un gran daffare saltando da poppa a prua; il nostromo fischia e il capitano chiama e la confusione cresce.

LEONINO
Su, dite le vostre preghiere.

MARINA
Che cosa vuoi dire?

LEONINO
Se volete un po' di tempo per pregare, ve lo concedo. Pregate, ma non fatela lunga, perché gli dèi hanno l'orecchio fino, ed io ho giurato di fare il mio lavoro in fretta.

MARINA
Perché mi vuoi uccidere?

LEONINO
Per far contenta la mia signora.

MARINA
E perché vuol farmi uccidere lei? Per quanto mi ricordo, in fede mia, non le ho mai fatto del male in tutta la mia vita. Non ho mai detto brutte parole né trattato male nessuna creatura vivente. Credimi, perbacco, non ho mai ucciso un topo, né colpito una mosca; se ho calpestato un verme, senza volere, ne ho pianto. Che offesa le ho fatto perché la mia morte possa darle qualche profitto o la mia vita riservarle qualche pericolo?

LEONINO
Il mio incarico non è di ragionare sull'atto, ma di farlo.

MARINA
Non vorrai farlo per tutto quanto il mondo, spero. Tu sei di bell'aspetto, e ciò mostra che hai un cuore gentile. Ti ho visto poco tempo fa quando ti sei ferito per separare due che s'erano presi. Ciò ha mostrato il bene che hai dentro. Fa' lo stesso ora. La tua signora vuole la mia vita: mettiti di mezzo e salva questa povera me, che sono la più debole.

LEONINO
Ho giurato, e lo farò.


L'afferra.
Entrano dei pirati.

PRIMO PIRATA
Fermo, furfante! Leonino scappa via.

SECONDO PIRATA
Una preda, una preda!

TERZO PIRATA
Si fa a mezzo, compagni, si fa a mezzo, Forza, portiamola subito a bordo.


Escono i pirati, trascinando via Marina.
Entra Leonino.

LEONINO
Questi ladroni vagabondi servono il grande pirata Valdes, e hanno rapito Marina. Se ne vada pure. Non c'è rischio che ritorni. Giurerò che è morta, e gettata in mare. Ma devo aspettare: forse se la vogliono solo godere, senza portarla a bordo. Se resta qui, loro l'avranno violentata e io dovrò ucciderla.

 

Esce.

 

 

 

atto quarto - scena seconda

 

Entrano i tre tenutari.

MEZZANO
Boult!

BOULT
Signore?

MEZZANO
Cerca bene per il mercato.

Mitilene è piena di signori; abbiamo perso già troppi soldi in questa fiera per mancanza di ragazze.

MEZZANA
Non siamo mai stati così a corto di creature. Non abbiamo che tre poveracce, e non possono fare più di quanto fanno, e a forza di lavorare sono tutte marce.

MEZZANO
Perciò dobbiamo averne di fresche, a qualsiasi prezzo. Se non c'è coscienza, in qualsiasi mestiere, non si possono fare affari.

MEZZANA
Dici bene. Non è tirando su delle povere bastarde, mi sembra che io ne ho tirate su undici...

BOULT
Sì, fino a undici anni, e poi le hai messe giù. Ma devo andare a cercare al mercato?

MEZZANA
E che altro, amico? La roba che abbiamo, se s'alza un bel vento le manda giù a pezzi, da quanto sono fradice!

MEZZANO
Dici bene, due almeno sono malate, in coscienza. Quel poveretto della Transilvania, che era andato con la troia piccolina, è morto.

BOULT
Già, se l'è risucchiato dentro in un baleno e ne ha fatto arrosto per i vermi. Ma vado a cercare al mercato.


Esce.

MEZZANO
Tre o quattromila zecchini farebbero una bella somma da viverci tranquilli e ritirarsi.

MEZZANA
Perché ritirarsi, dimmi un po'? È una vergogna far soldi anche da vecchi?

MEZZANO
Beh, la buona reputazione non entra qua dentro come il profitto, e il profitto non vale il rischio. Perciò, se finché siamo giovani possiamo metter su una discreta fortuna, non sarebbe sbagliato metter la catena alla porta. Per di più, visto che non stiamo in buoni termini con gli dèi non sarebbe male ritirarsi.

MEZZANA
Dai! ci sono altre categorie che non fanno più bene di noi.

MEZZANO
Non più bene di noi? Sì, anche meglio; e noi facciamo peggio. La nostra professione non è un mestiere; e non è una vocazione. Ma ecco che arriva Boult.

Entra Boult con i pirati e Marina.

BOULT
Avanti, miei signori. Voi dite che è vergine?

PRIMO PIRATA
Non c'è dubbio, signor mio.

BOULT
Padrone, mi sono accordato per questo bel pezzo che vedi. Se ti piace, bene. Se no, ci ho perso la caparra.

MEZZANA
Boult, ha delle qualità?

BOULT
Ha una bella faccia, parla bene, e ha vestiti di lusso. Non le manca proprio nessuna qualità per non esser rifiutata.

MEZZANA
Che prezzo ha, Boult?

BOULT
Non mi vogliono fare un soldo meno di mille pezzi.

MEZZANO
Bene, seguitemi, miei signori; avrete i vostri soldi immediatamente. Moglie, portala dentro, istruiscila su quel che deve fare, che poi non sia incapace a trattare con i clienti.

 

Esce con i pirati.

MEZZANA
Boult, prendile i connotati:

colore dei capelli, carnagione, altezza, età, e garanzia di verginità, e va' a gridare: "Chi offre di più se la fa per primo." Una verginità come questa non sarebbe cosa da poco, se gli uomini fossero quelli di un tempo. Fa' come ti ordino.

BOULT
Vado ad eseguire.

 

Esce.

MARINA
Ahimè, perché Leonino è stato così lento? Avrebbe dovuto colpire, non parlare. Oh, se questi pirati, non barbari abbastanza, mi avessero gettata in mare a raggiungere mia madre!

MEZZANA
Perché ti lamenti, bella mia?

MARINA
Perché sono bella.

MEZZANA
Avanti, gli dèi hanno fatto con te del loro meglio.

MARINA
Io non li accuso.

MEZZANA
Sei caduta nelle mie mani, dove t'aspetta la vita.

MARINA
Tanto maggior sventura
essere sfuggita a mani dove m'aspettava la morte.

MEZZANA
Dai che vivrai in mezzo ai piaceri.

MARINA
No.

MEZZANA
Sì, certo che ci vivrai, e ti gusterai gentiluomini d'ogni fatta. Te la passerai bene: potrai scoprire la differenza tra le varie pelli. Perché ti tappi gli orecchi?

MARINA
Siete una donna?

MEZZANA
Che vorresti che fossi se non una donna?

MARINA
Una donna onesta, o non una donna.

MEZZANA
Maria santa, accidenti che oca! Mi sa che ci avrò il mio daffare con te. Davvero, sei una giovincella sciocca, un giunco da piegare a modo mio.

MARINA
Gli dèi mi proteggano!

MEZZANA
Se piacerà agli dèi proteggerti per mezzo degli uomini, allora gli uomini ti conforteranno, gli uomini ti nutriranno, gli uomini ti ecciteranno tutta. È tornato Boult.


Entra Boult.

Allora, amico, l'hai gridata per tutto il mercato?

BOULT
L'ho gridata fin quasi a dire il numero dei capelli che ha. Le ho fatto il ritratto con la mia voce.

MEZZANA
E dimmi, ti prego, quali sono state le reazioni della gente, specie dei giovani?

BOULT
In fede mia, mi ascoltavano come se gli leggessi il testamento dei loro padri. C'era uno spagnolo che sbavava e se n'è andato a letto con quella descrizione.

MEZZANA
Domani l'avremo qui con la sua più bella gorgiera.

BOULT
Stanotte, stanotte. Ma, padrona, conosci quel cavaliere francese tutto rattrappito nelle cosce?

MEZZANA
Chi, quel sifilitico di Monsieur Veroles?

BOULT
Proprio lui. Al mio proclama ha tentato una piroetta, che gli è costata un bel lamento, e poi ha giurato che la vedrà domani.

MEZZANA
Bene, bene, ha portato qui la sua malattia e qui la vuole rinnovare. So che verrà alla nostra ombra a spendere e spandere le sue monete d'oro come il sole.

BOULT
Bene, se avessimo un viaggiatore di ogni nazione, potremmo alloggiarli sotto questo segno.

MEZZANA (a Marina)
Ti prego, vieni qui un momento. Sta arrivando la fortuna per te. Ascoltami: devi far finta di fare con paura quello che farai ben volentieri; e devi disprezzare il guadagno proprio quando c'è di più da prendere. Piangere sulla vita che fai impietosisce i tuoi amanti. E quella pietà quasi sempre procura una buona reputazione, e quella reputazione un buon profitto.

MARINA
Io non vi comprendo.

BOULT
Oh ficcaglielo in testa, padrona, ficcaglielo in testa. Deve far pratica subito e le passeranno i rossori.

MEZZANA
Dici giusto, davvero, così le devono passare, perché anche la sposina se ne va tutta vergognosa a quello che è suo diritto avere.

BOULT
Certo, alcune lo fanno e altre no. Ma, padrona, se sono stato io a trattare questo bell'arrosto...

MEZZANA
Vorresti tagliartene un boccone quand'è ancora sullo spiedo.

BOULT
Posso?

MEZZANA
Chi potrebbe negartelo? Vieni, giovincella. Mi piace proprio com'è tagliato il tuo vestito.

BOULT
Certo, in fede mia, e non glielo cambiamo per ora.

MEZZANA
Boult, va' a spargere la voce in città, dì che pensionante abbiamo. E non ci rimetti certo con più clientela. Quando la natura fece questo pezzo, voleva renderti un bel servizio; perciò va' a dire che meraviglia è, e ti prenderai il raccolto di quel che avrai seminato.

BOULT
Te l'assicuro, padrona: sveglia meno il tuono i banchi di anguille di quanto, annunciando la sua bellezza, io farò fremere tutti quelli a cui piacciono le porcherie. Ne porterò a casa qualcuno già stanotte.

MEZZANA (a Marina)
E tu vieni, seguimi.

MARINA
Se c'è fuoco che brucia, coltello che taglia, se c'è acqua profonda, conserverò intatto il mio vergine nodo. Diana, aiuta il mio proponimento!

MEZZANA
Che cosa abbiamo a che fare noi con Diana? Vuoi deciderti a venire?

 

Escono.

 

 

 

atto quarto - scena terza

 

Entrano Cleone e Dionisa.

DIONISA
Perché sei così sciocco? Lo si può forse disfare?

CLEONE
Oh, Dionisa, un macello come questo il sole e la luna non l'avevano mai visto.

DIONISA
Mi pare che tu stia ritornando bambino.

CLEONE
Se io fossi il padrone assoluto di questo vasto mondo, lo darei pur di disfare quest'atto. Una signora per virtù ancor più che per sangue, una principessa che eguagliava qualsiasi corona di questa terra in una giusta comparazione. Oh infame Leonino! Che poi tu hai avvelenato a sua volta. Se tu avessi brindato a lui con quel veleno, sarebbe stata una gentilezza adeguata alla tua faccia. Che potrai dire quando il nobile Pericle chiederà sua figlia?

DIONISA
Che è morta. Una nutrice non è il destino. Allevare non significa preservare per sempre. È morta di notte, così dirò. Chi potrà smentirmi? A meno che tu non faccia la parte dell'innocente a mie spese e, per farti dire onesto, non ti metta a gridare "È morta in una crudele messinscena."

CLEONE
Oh, smettila! Via, via, fra tutte le colpe della terra, questa è quella che agli dèi piace di meno.

DIONISA
E tu sii di quelli che pensano che i minuscoli scriccioli di Tarso voleranno via di qui per raccontare tutto a Pericle. Io mi vergogno a pensare di che nobile stirpe tu sei e di che spirito codardo.

CLEONE
A un atto come questo chi dia soltanto la sua approvazione, pur se non il suo consenso preliminare, non discende da origini onorate.

DIONISA
Così sia, allora. Ma nessuno sa, a parte te, come ella è morta, e nessuno potrà saperlo, ora che Leonino se n'è andato. Lei sdegnava mia figlia, e le sbarrava ogni fortuna. Nessuno la guardava più, ma gettava lo sguardo sul volto di Marina, mentre la nostra veniva disprezzata e trattata come una sguattera indegna perfino d'un saluto. Mi ha colpito qui dentro. E anche se tu chiami la mia azione snaturata, poiché non ami abbastanza tua figlia, a me quell'azione si presenta come un'impresa fatta per affetto e compiuta per la tua unica figlia.

 

CLEONE
I cieli perdonino questo!

DIONISA
E quanto a Pericle, che cosa potrà dire? Noi abbiamo pianto dietro al feretro, e leviamo ancora lamenti. Il suo sepolcro è quasi terminato, e il suo epitaffio, in lucenti caratteri dorati, esprime per lei una lode universale e mostra premura in noi che l'abbiamo fatto a nostre spese.

CLEONE
Tu sei come l'arpia: tradisci col tuo volto d'angelo e ghermisci con gli artigli di un'aquila.

DIONISA
Tu sei come quello che per superstizione giura agli dèi che è l'inverno ad uccidere le mosche. Ma pure so che farai come io ti consiglio.

 

Escono.

 

 

 

atto quarto - scena quarta

 

Entra Gower.

GOWER
Così il tempo noi consumiamo in fretta e lunghe leghe facciamo corte,
dentro a conchiglie navighiamo i mari,
e per aver qualcosa ci basta il desiderio,
muovendo dietro alla nostra immaginazione,

di confìne in confine, di regione in regione.
Col vostro consenso, non commettiamo delitto,
usando una sola lingua in ogni diversa contrada,
dove le nostre scene sembrano aver vita.

Vi prego di apprendere da me, che vengo, nei vuoti,

a dirvi i vari passi della nostra storia.

Pericle di nuovo attraversa gli infidi mari,
scortato da signori e cavalieri, per rivedere sua figlia,

della sua vita l'unica delizia.
Il vecchio Elicano è con lui,

mentre è rimasto in patria a governare, lo ricordate?,
il vecchio Escane, che Elicano da poco ha elevato a così grande ed alto stato.
Spedite navi e generosi venti han già portato questo re a Tarso

- pensate al pilota come a un pensiero e, così governando, i vostri pensieri fileranno -
perché sua figlia riconduca a casa, ma già lei se n'è andata.
Come pulviscolo, come ombre, guardateli muoversi un poco,

ed io poi i vostri orecchi riconcilierò coi vostri occhi.

PANTOMIMA
Entra Pericle da una porta con tutto il suo seguito.

Dall'altra entrano Cleone e Dionisa.

Cleone mostra a Pericle la tomba di Marina.

Al che Pericle si lamenta, indossa una veste di tela di sacco e si allontana con enorme dolore.

Ecco come la buona fede è ingannata da un falso spettacolo!
Mentre la passione fittizia di costui equivale all'antico autentico dolore,
e così Pericle, divorato dalla pena,
squassato dai respiri e dalle più grosse lacrime infradiciato,
lascia Tarso e di nuovo fa vela.

Giura di non lavarsi più il viso né tagliarsi i capelli,
si veste di tela di sacco, e via per mare.
Reca in sé una tempesta che scuote il suo vascello mortale,

ma la sostiene e vive.
Ora vi prego d'ascoltare l'epitaffio che per Marina è stato scritto dalla malvagia Dionisa.


"La più bella, dolce e buona creatura giace qui,
che nella primavera degli anni suoi appassì.
Del sovrano di Tiro ella era la figlia,
e l'orrida morte così presto la piglia.
Si chiamava Marina, e quando nacque,
Teti superba assai se ne compiacque
e si gonfiò inghiottendo parte di terra.
E la terra, per paura d'annegare,
la figlia di Teti volle al cielo consegnare;
onde Teti s'infuria, e giura che mai più arretra,
battendo spietata le coste di pietra."


Nessuna maschera meglio s'addice alla nera perfidia quanto la tenera e dolce lusinga.
Che Pericle creda pure che sua figlia è morta,
e lasci che ogni suo atto venga guidato dalla Signora Fortuna,

mentre la nostra scena deve ora rappresentare il dolore di sua figlia,
ed il suo grave tormento nell'empio suo servizio.
Dunque, pazientate,

e d'esser tutti a Mitilene ora pensate.

Esce.

 

 

 

atto quarto - scena quinta

 

Entrano due gentiluomini.

PRIMO GENTILUOMO
Hai mai sentito nulla di simile?

SECONDO GENTILUOMO
No, né ne sentirò più una uguale in un posto come questo quando lei se ne sarà andata.

PRIMO GENTILUOMO
Ma sentirsi far la predica là dentro! L'avevi mai sognata una cosa simile?

SECONDO GENTILUOMO
Certo che no! Via, non voglio più saperne di bordelli. Andiamo a sentir cantare le vestali?

PRIMO GENTILUOMO
Farà qualsiasi cosa che sia virtuosa; ho lasciato per sempre la strada della fornicazione.

Escono.

 

 

 

 

atto quarto - scena sesta

 

 

Entrano i tre ruffiani.

MEZZANO
Certo che darei il doppio del suo prezzo perché non fosse mai venuta qui.

MEZZANA
La svergognata! Quella è capace di congelare il dio Priapo e mandare in nulla un'intera generazione! Dobbiamo farla sverginare oppure sbarazzarcene. Quando dovrebbe fare il suo dovere con i clienti e dare il meglio della nostra professione, ecco che mi attacca coi suoi cavilli, le sue ragioni, le sue super-ragioni, le sue preghiere, le sue genuflessioni, che farebbe diventare un puritano il diavolo stesso, se quello volesse contrattare un bacio con lei.

BOULT
In fede mia, devo sverginarla, se no ci smobilita l'intera cavalleria e ci fa preti i nostri migliori clienti.

MEZZANO
Le venga la sifilide per quella sua anemia.

MEZZANA
Eh sì, non c'è altro che la sifilide per sbarazzarcene. Ecco che arriva il signor Lisimaco, mascherato.

BOULT
Qui avremmo sia signori che pezzenti se quella troietta schifiltosa si decidesse a dar strada ai clienti.

Entra Lisimaco.

LISIMACO
Allora, quanto vengono le vergini alla dozzina?

MEZZANA
Che gli dèi benedicano Vostro Onore!

BOULT
Sono contento di veder Vostro Onore in buona salute.

LISIMACO
Lo credo bene, tanto meglio per voi se i vostri frequentatori stanno ben saldi sulle gambe. Allora? ce l'avete una iniquità ben sana, che ci si possa aver a che fare senza chiamare poi il dottore?

MEZZANA
Ce ne abbiamo una, mio signore, che se volesse... Ma non se n'è mai vista una come lei a Mitilene.

LISIMACO
Se volesse compiere gli atti della tenebra, vuoi dire.

MEZZANA
Vostro Onore sa dirlo proprio bene.

LISIMACO
Bene, falla venire, falla venire.


Esce il mezzano.

BOULT
Per carne bianca e sangue rosso, signore, vedrete una rosa. E sarebbe davvero una rosa se solo avesse...

LISIMACO
Che cosa? dimmi.

BOULT
Oh, signore, io so esser castigato.

LISIMACO
E ciò onora la reputazione di un ruffiano e fa stimar caste tante di quelle.

MEZZANA
Eccola che arriva, ancora sullo stelo, mai colta, posso assicurarvelo.


Entra il mezzano con Marina.


Non è una bella creatura?

LISIMACO
In fede mia, andrebbe proprio a puntino dopo un lungo viaggio per mare. Bene, ecco per voi, lasciateci.

MEZZANA
Vi prego, Vostro Onore, lasciate che le dica una parola, solo un momento.

LISIMACO
Ti prego, fallo.

MEZZANA (A Marina)
Primo, vorrei che tu notassi che questo è un signore del tutto onorevole.

MARINA
Spero di trovarlo tale per poter prendere degna nota di lui.

MEZZANA
Secondo, egli è il governatore di questo paese, e uomo a cui io sono obbligata.

MARINA
Se governa il paese gli siete obbligata davvero, ma quanto onorevole egli sia nel farlo non lo so.

MEZZANA
Ti prego, senza più schermaglie da verginella, vuoi trattarlo gentilmente? Ti riempirà d'oro il grembiule.

MARINA
Ciò che egli farà con buona grazia io l'accetterò con gratitudine.

LISIMACO
Avete fatto?

MEZZANA
Mio signore, non è stata ancora scozzonata; dovrete faticare un po' per domarla. Andiamo, lasciamoli soli, lei e Sua Grazia. E tu, fatti sotto.


Escono il mezzano, la mezzana e Boult.

LISIMACO
Allora, carina, da quant'è che fai questo mestiere?

MARINA
Quale mestiere, signore?

LISIMACO
Beh, non posso nominarlo senza offenderti.

MARINA
Non posso offendermi per il mio mestiere. Vi prego di nominarlo.

LISIMACO
Da quant'è che fai questa professione?

MARINA
Da quando ho memoria.

LISIMACO
Ti ci sei messa da così piccola? Eri una allegra già a cinque o sei anni?

MARINA
Anche prima, signore, se lo sono ora.

LISIMACO
Insomma, la casa in cui ti trovi proclama che sei una creatura che si vende.

MARINA
Sapete che questa casa è un luogo di quel genere e ci venite? Ho sentito che siete persona onorata e il governatore di questo posto.

LISIMACO
Ah, la tua padrona ti ha fatto sapere chi sono?

MARINA
Chi è la mia padrona?

LISIMACO
Ma come! la tua erborista, quella che sparge semi e radici di vergogna e d'iniquità. Ah, tu hai saputo che io sono potente e fai la difficile per esser corteggiata più seriamente. Ma t'assicuro, carina, che la mia autorità farà finta di non averti visto oppure ti guarderà con benevolenza. Su, conducimi in un posto riservato. Su, su.

MARINA
Se siete nato come uomo d'onore, mostratelo ora; se l'onore vi è stato conferito, convalidate il giudizio di chi ve ne credette degno.

LISIMACO
Che significa questo, che significa? Avanti. Fa' la saggia.

MARINA
Per me, che sono una vergine, anche se la più ingrata sorte mi ha messa in questo porcile, dove ho visto, da quando son venuta, vender malattie più che salute... Ah, se gli dèi volessero liberarmi da questo luogo empio, dovessero pure trasformarmi nel più infimo uccello che vola nell'aria più pura!

LISIMACO
Non credevo che avresti potuto parlare così bene, né me lo sognavo. Se fossi venuto qui con animo corrotto, il tuo discorso l'avrebbe cambiato. Tieni, questo è oro per te. Persevera nella tua strada pulita, e gli dèi ti diano forza.

MARINA
I buoni dèi preservino voi.

LISIMACO
Quanto a me, credimi, non sono venuto qui con cattive intenzioni, perché per me le stesse porte e fìnestre, qui, puzzano di marcio.
Addio. Tu sei un esempio di virtù, e non dubito che tu sia stata educata nobilmente. Tieni, qui c'è dell'altro oro per te. Maledizione a lui, e muoia come un ladro, chi vuol rubarti la bontà che hai dentro!
Se avrai mie notizie, sarà per il tuo bene.


Entra Boult.

BOULT
Vi prego, Vostro Onore, una moneta per me.

LISIMACO
Togliti di mezzo, dannato ruffiano! La tua casa, se non la reggesse questa vergine, crollerebbe e ti schiaccerebbe. Via!

 

Esce.

BOULT
Che è successo?

Dobbiamo cambiar registro con te. Se la tua castità schifiltosa, che non vale un fico secco in nessun paese al mondo, deve rovinare un'intera casa, prima mi faccio castrare come uno spaniel. Muoviti, avanti.

MARINA
Dove vuoi portarmi?

BOULT
Devo levarti la verginità, o sarà il boia a toglierti tutto. Muoviti, avanti. Non ci faremo più cacciar via gentiluomini di qui. Muoviti, avanti, dico.

Entrano il mezzano e la mezzana.

MEZZANA
Allora, che succede?

BOULT
Di male in peggio, padrona. Questa ha appena fatto una santa predica al signor Lisimaco.

MEZZANA
Oh! Abominevole!

BOULT
E ora lui la nostra professione la fa puzzare in faccia agli dèi, dice.

MEZZANA
Per la madonna, impiccala una volta per tutte!

BOULT
Il nobiluomo l'avrebbe trattata da nobiluomo, ma lei l'ha mandato via freddo come una palla di neve, e con preghiere in bocca, anche.

MEZZANA
Boult, portala via, usala a tuo piacimento, rompi il cristallo della sua verginità e rendi malleabile il resto.

BOULT
Anche se fosse un pezzo di terra più spinoso di quel che è, sarà arata ben bene.

MARINA
Sentite, sentite, dèi?

MEZZANA
Fa le magie! Portala via! Non fosse mai entrata nella mia casa! Impiccati, per la madonna! È nata per rovinarci. Non vuoi seguire la strada di tutte quante le femmine? Allora, eccoti sistemata, per la madonna, piattino mio di castità, con alloro e rosmarino.


Escono il mezzano e le mezzana.

BOULT
Vieni, signorina, vieni con me.

MARINA
Dove vuoi portarmi?

BOULT
A toglierti il gioiello che ti pare così bello.

MARINA
Ti prego, dimmi una cosa prima.

BOULT
Avanti, la tua cosina.

MARINA
Che cosa augureresti al tuo nemico?

BOULT
Beh, di essere il mio padrone o piuttosto la mia padrona.

MARINA
Nessuno dei due è infame come te, perché loro ti sovrastano avendo il comando. Tu tieni un posto che nemmeno il diavolo più tormentato dell'inferno scambierebbe con te per non perderci la faccia. Tu sei il dannato portinaio di ogni farabutto che viene a cercare la sua sgualdrina. E ti può prendere a pugni qualsiasi canaglia se gli monta la collera. E ti devi ingoiare quel che viene eruttato da polmoni infetti.

BOULT
Che cosa vorresti che facessi? Vorresti che andassi in guerra? Dove uno può servire per sette anni per rimetterci una gamba e non avere i soldi, alla fine, per comprarsene una di legno?

MARINA
Fa' qualsiasi cosa ma non questa che fai. Va' a vuotare vasi o chiaviche del loro luridume; fa' l'apprendista del boia: tutti questi mestieri sono meglio del tuo, perché quello che professi anche un babbuino, se avesse la parola, non lo troverebbe all'altezza del suo nome. Ah, che gli dèi mi salvino da questo posto! Ecco, ecco dell'oro per te. Se il tuo padrone vuol far guadagni con me, proclama che io so cantare, tessere, cucire, danzare, insieme ad altre virtù di cui non voglio vantarmi, e io sono pronta a insegnare tutte queste cose. Non dubito che questa popolosa città mi darà molte allieve.

BOULT
Ma sai davvero insegnare tutto quello che dici?

MARINA
Se scoprirai che non so, riportami qui dentro e prostituiscimi al più vile stalliere che frequenti la vostra casa.

BOULT
Beh, vedrò che posso fare per te. Se posso piazzarti, lo faccio.

MARINA
Sì, ma tra donne oneste.

BOULT
In fede mia, non ne conosco molte, di quelle. Ma visto che il mio padrone e la mia padrona ti hanno comprato, non si può far nulla senza il loro benestare. Perciò gli farò sapere la tua proposta e non dubito che li troverò abbastanza trattabili. Vieni, farò per te quello che posso. Su, muoviti.

 

Escono.

 

Indice Teatro

Inizio pagina

 


 

Pericle Principe di Tiro

(“Pericles, Prince of Tire” - 1607 - 1608)

 

 

atto quinto - scena prima

 

Entra Gower.

 

GOWER
Così Marina scampa al bordello e càpita in una casa onesta, la nostra storia dice.
Canta come un'immortale e danza simile a una dea sulle sue ammirate melodie.
Ammutolisce i dotti chierici, e con l'ago compone le forme stesse di Natura,

bocciolo, uccello, ramo o bacca,
al punto che l'arte sua eguaglia le naturali rose;
il suo filo di lino, o di seta, fa la gemella della ciliegia vermiglia;

cosicché non le mancano allieve di nobile stirpe,

che su di lei versano ogni munificenza,

ed ella dà il suo guadagno alla dannata mezzana.

Qui collochiamola dunque,
e di nuovo a suo padre volgiamo i nostri pensieri,
al punto in cui lo lasciammo sul mare.

Lì lo perdemmo, donde, sospinto dai venti,

egli è arrivato qui, dove vive sua figlia;

e su questa costa immaginatelo ora ancorato.

La città era tutta in subbuglio per celebrare l'annuale festa di Nettuno,

e da quella Lisimaco avvista la nostra nave di Tiro,
dai neri vessilli e la ricca bardatura,
e ad essa in fretta si reca nella sua barca.
Nel vostro immaginare una volta ancora mettete gli occhi stessi:

del triste Pericle pensate sia questa la nave,

dove ciò che negazione avviene,
e più se si potesse, sarà da voi scoperto.
Prego, sedete ed ascoltate.

 

Esce.

 

Entra Elicano.

Gli vanno incontro due marinai, uno di Tiro e l'altro di Mitilene.

MARINAIO DI TIRO (a quello di Mitilene)
Dov'è il signor Elicano? Egli può spiegarvi. Oh, eccolo qui. Signore, c'è una barca proveniente da Mitilene, con a bordo Lisimaco, il governatore, che desidera salire a bordo. Qual è il vostro volere?

ELICANO
Che sia fatto il suo. Chiamate in coperta qualche gentiluomo.

MARINAIO DI TIRO
Ehi, gentiluomini! Il nostro signore vi chiama.

Entrano due o tre gentiluomini.

PRIMO GENTILUOMO
Vossignoria ci ha chiamato?

ELICANO
Signori, c'è una persona di rango che vuol venire a bordo. Vi prego di accoglierlo gentilmente.


Escono i gentiluomini.
Entra Lisimaco, con persone del seguito e con i gentiluomini.

MARINAIO DI MITILENE (a Lisimaco)
Signore, questo è l'uomo che può darvi tutte le informazioni che desiderate.

LISIMACO
Salve, venerabile signore! Gli dèi vi preservino!

ELICANO
E preservino voi, affinché viviate oltre la mia età, e moriate come io vorrei.

LISIMACO
È un bell'augurio. Mentre ero sulla riva a onorare i trionfi di Nettuno, ho visto alla fonda questo bel vascello e sono venuto qui per sapere di dove siete.

ELICANO
Prima di tutto, qual è la vostra carica?

LISIMACO
Sono il governatore di questo luogo che avete davanti.

ELICANO
Signore, il nostro vascello è di Tiro; e in esso c'è il re, un uomo che in questi ultimi tre mesi non ha parlato a nessuno, né ha accettato sostentamento se non per prolungare il suo dolore.

LISIMACO
A che cosa è dovuto questo suo turbamento?

ELICANO
Sarebbe troppo tedioso raccontarlo, ma il maggior dolore gli deriva dalla perdita di una amata figlia e di sua moglie.

LISIMACO
Non possiamo vederlo?

ELICANO
Potete, ma troverete inutile vederlo; non vuole parlare con nessuno.

LISIMACO
Comunque esaudite il mio desiderio.

Elicano tira una tenda e rivela Pericle su un lettino.

ELICANO
Guardatelo. Egli era una magnifica persona fino al disastro che, in una notte mortale, lo ridusse a questo.

LISIMACO
Sire, re, salute! Gli dèi vi preservino! Salute, regale signore!

ELICANO
È tutto vano. Egli non vi parlerà.

NOBILE
Signore, abbiamo una fanciulla. a Mitilene che, scommetto, potrebbe strappargli qualche parola.

LISIMACO
Ben pensato. Sicuramente, con la sua dolce armonia e altre squisite attrattive, potrebbe incantarlo e aprire una breccia nei suoi sordi sensi che ora sono come ostruiti. Ella è la più felice e la più bella fra tutte, e ora con le sue giovani compagne si trova nel recesso boscoso che si stende sul fianco dell'isola.

 

Esce il nobile.

ELICANO
Sicuramente non avrà effetto; e tuttavia non tralasceremo nulla che abbia il nome di rimedio. Ma, poiché abbiamo approfittato tanto della vostra gentilezza, vi preghiamo, in cambio di oro, di farci avere provviste, di cui pure non manchiamo, ma di cui siamo stanchi perché sono stantie.

LISIMACO
Oh, signore, è una cortesia che, se ve la negassimo, il giustissimo dio per ogni germoglio ci manderebbe un bruco, punendo così la nostra terra. Però, ancora una volta vi prego di farmi conoscere più completamente la causa del dolore del vostro re.

ELICANO
Sedete, signore. Ve la racconterò. Ma, vedete, ne vengo impedito.

Entra il nobile con Marina e una sua compagna.

LISIMACO
Oh, ecco la fanciulla chè ho chiamato. Benvenuta, bella quale sei! Non è una splendida persona?

ELICANO
È un'incantevole signora.

LISIMACO
È una che se io fossi ben sicuro della sua discendenza da una nobile stirpe, sceglierei senza alcun dubbio, ritenendomi sposato con fortuna. Mia bella, tu che sei ogni bontà che nella bellezza vive, se qui, dove giace un paziente regale, compirai l'impresa abile e propizia soltanto d'indurlo a risponderti qualcosa, aspettati di ricevere per la tua sacra cura quel compenso che il tuo desiderio può volere.

MARINA
Signore, userò ogni mia capacità per guarirlo, a condizione che a nessun altro che a me e alla mia compagna sia permesso di avvicinarlo.

LISIMACO
Andiamo, lasciamola, e gli dèi le diano fortuna.


Si ritirano.
Marina canta.

LISIMACO (facendosi avanti)
Ha ascoltato la tua musica?

MARINA
No, né ci ha guardato.

LISIMACO (ritirandosi)
Guardate, vuole parlargli.

MARINA
Salute, signore! mio signore, prestatemi orecchio.

PERICLE
Uhm! Ah!

MARINA
Io sono una fanciulla, mio signore, che mai prima ha invitato sguardi, anche se mi hanno ammirata come una cometa. Una vi parla, mio signore, che forse ha sopportato un dolore che uguaglierebbe il vostro, se l'uno e l'altro fossero pesati esattamente. Pur se la capricciosa fortuna fu con me maligna, la mia discendenza è da antenati che stavano alla pari con i potenti re. Ma il tempo ha sradicato il mio casato e mi ha ridotta in schiavitù del mondo e dei casi avversi. (A parte) Vorrei desistere, ma c'è qualcosa che mi fa avvampare il volto e mi bisbiglia nell'orecchio "Non andar via finché non parla."

PERICLE
Le mie avverse fortune - il mio casato - un buon casato - pari alle mie - non era così? Che cosa dici?

MARINA
Dicevo, signore, che se conosceste il mio casato, non sareste così violento con me.

PERICLE
Lo penso anch'io. Ti prego, volgi gli occhi su di me. Tu sei come una cosa che... Di che paese sei? Di qui, di queste coste?

MARINA
No, né di altre coste; eppure fui partorita da una mortale e non sono altra che quella che appaio.

PERICLE
Sono gonfio di dolore e mi sgraverò piangendo. La mia carissima moglie era come questa fanciulla, e così avrebbe potuto essere mia figlia: l'ampia fronte della mia regina, la sua identica statura, dritta come un giunco, la stessa argentea voce, gli occhi come gioielli e incastonati con ugual ricchezza, il passo di Giunone, una voce che fa languire le orecchie che nutre e più le affama quanto più parole dà loro. Dove vivi?

MARINA
Dove non sono che una straniera. Dal ponte potete scorgere il posto.

PERICLE
Dove sei stata allevata?
E come hai appreso queste arti che fai ancora più ricche per il fatto che tu le possiedi?

MARINA
Se dovessi raccontare la mia storia, sembrerebbe tutta una menzogna, che si disprezza mentre viene detta.

PERICLE
Ti prego, parla. Da te non può venire falsità, perché appari modesta come la Giustizia, e sembri Pallade, in cui la Verità, incoronata, vive. Io ti crederò, e tutti i miei sensi daranno credito alla tua storia, anche nei punti inverosimili, perché tu assomigli ad una che amavo veramente. Chi erano i tuoi parenti? Non hai detto, quando ti ho spinta via - che è stato quando mi sono accorto di te - che provieni da una nobile discendenza?

MARINA
Così infatti ho detto.

PERICLE
Parlami del tuo casato. Tu hai detto, credo, di essere stata spinta di torto in torto, e di pensare che le tue pene potrebbero uguagliare le mie, se quelle di entrambi venissero rivelate.

MARINA
Ho detto qualcosa di simile, e non ho detto di più di quanto i miei pensieri mi garantivano come probabile.

PERICLE
Racconta la tua storia. Se, a ben riflettere, le tue vicende ammonteranno alla millesima parte di ciò che io ho patito, sarai tu un uomo, ed io avrò sofferto come una fanciulla; e però tu hai l'aspetto della Pazienza stessa che contempla le tombe dei re sorridendo dell'accadere della più alta sventura. Chi erano i tuoi parenti? Come li hai perduti? Il tuo nome, vergine gentile? Racconta, ti scongiuro. Vieni, siedi accanto a me.

MARINA
Il mio nome è Marina.

PERICLE
Oh, mi si fa beffa, e tu sei stata mandata qui da qualche dio irato per far ridere di me il mondo.

MARINA
Abbiate pazienza, buon signore, o mi fermerò qui.

PERICLE
Sì, sarò paziente. Non puoi sapere come mi fai trasalire, chiamandoti Marina.

MARINA
Questo nome mi fu dato da uno che aveva potere, mio padre, un re.

PERICLE
Come! Figlia di un re? E di nome Marina?

MARINA
Dicevate che mi avreste creduto, ma per non turbare la vostra pace mi fermerò qui.

PERICLE
Ma sei tu di carne e sangue? Hai un polso che batte o non sei un essere fatato? Ti muovi anche? Dove sei nata? E perché ti hanno chiamato Marina?

MARINA
Mi hanno chiamato Marina perché nacqui sul mare.

PERICLE
Sul mare! Chi era tua madre?

MARINA
Mia madre era figlia di un re; che morì nell'istante in cui nacqui, come la mia buona nutrice Licorida spesso mi raccontava piangendo.

PERICLE
Oh, fermati qui un poco! Questo è il più straordinario sogno che mai l'ottuso sonno abbia mandato per beffa a malinconici sciocchi. Questa non può essere mia figlia, sepolta! Dunque, dove fosti allevata? Ti ascolterò ancora, fino alla fine della tua storia, e non ti interromperò mai.

MARINA
Voi vi fate gioco di me; credetemi, è meglio che io smetta.

PERICLE
Ti crederò in ogni sillaba che pronuncerai. Ma permettimi: come sei arrivata da queste parti? Dove sei stata allevata?

MARINA
Il re mio padre mi lasciò a Tarso, finché il crudele Cleone con la sua malvagia moglie cercò di assassinarmi, e convinsero un furfante a farlo, e quello aveva già sguainato il pugnale, quando una ciurma di pirati venne a salvarmi e mi portò a Mitilene. Ma, mio buon signore, a cosa volete portarmi? Perché piangete? Forse mi credete un'impostora. No, in fede mia! Io sono la figlia del re Pericle, se il buon re Pericle esiste ancora.

PERICLE
Oh, Elicano!

ELICANO
Il mio signore ha chiamato?

PERICLE
Tu sei un consigliere nobile e serio, molto saggio in ogni cosa. Dimmi, se puoi, chi è questa fanciulla, o chi può essere, che mi ha fatto piangere così?

ELICANO
Io non lo so, ma qui c'è il governatore di Mitilene, signore, che parla di lei con gran riguardo.

LISIMACO
Non ha mai voluto parlare del suo casato. Se glielo si chiedeva, restava muta e piangeva.

PERICLE
Oh, Elicano, colpiscimi, onorato amico! Feriscimi, infliggimi un dolore immediato, perché questo grande mare di felicità che m'assale non travolga la riva mia mortale e non m'anneghi nella sua dolcezza. Oh, vieni qui, tu che generi colui che ti generò; tu che nascesti in mare, fosti sepolta a Tarso, e ritrovata in mare ancora! Oh, Elicano, in ginocchio; ringrazia i sacri èi  con voce alta quanto il tuono che ci minaccia. Questa è Marina. Qual era il nome di tua madre? Dimmi solo questo, perché la verità non ha mai troppe conferme, anche quando i dubbi si assopiscono.

MARINA
Prima, signore, vi prego, qual è il vostro titolo?

PERICLE
Io sono Pericle di Tiro; ma ora dimmi il nome della mia regina annegata, come nel resto che hai detto sei stata divinamente perfetta, e sarai erede di regni, e nuova vita per Pericle, tuo padre.

MARINA
Per essere tua figlia non ho che da dire che il nome di mia madre era Taisa? Taisa era mia madre, che finì nell'istante in cui io cominciai.

PERICLE
Ora tu sia benedetta! Alzati: tu sei mia figlia. Datemi nuove vesti. È carne mia, Elicano! Non è morta a Tarso, come avrebbe dovuto per ordine del feroce Cleone. Ti racconterà tutto; e allora ti inginocchierai e avrai piena certezza che ella è la tua principessa. Chi è questo?

ELICANO
È il governatore di Mitilene, signore, che, avendo saputo del vostro malinconico stato, è venuto qui a trovarvi.

PERICLE
Vi abbraccio. Datemi le mie vesti. Ho un aspetto selvaggio. Oh, cieli, benedite la mia bambina! Ma ascoltate, che musica è questa? Racconta a Elicano, Marina mia, raccontagli tutto, punto per punto, perché egli sembra ancora dubitare che tu sia veramente mia figlia.
Ma che musica è questa?

ELICANO
Mio signore, io non sento nulla.

PERICLE
Nulla? La musica delle sfere! Ascolta, Marina mia!

LISIMACO
Non è bene contraddirlo; assecondiamolo.

PERICLE
I più straordinari suoni! Non udite?

LISIMACO
Musica, mio signore? La odo.

PERICLE
La musica più celeste. Mi pizzica all'ascolto e un denso torpore cala sui miei occhi. Lasciatemi riposare.


Dorme.

LISIMACO
Un cuscino per la sua testa. Così, lasciamolo tutti. Bene, amici miei, se ciò corrisponde a quanto giustamente credo, mi ricorderò di voi.


Escono tutti, tranne Pericle.
Diana appare a Pericle in una visione.

DIANA
Il mio tempio è a Efeso. Affrettati laggiù e celebra un sacrificio sul mio altare. Lì, quando le mie sacerdotesse si raduneranno davanti a tutto quanto il popolo, rivela come perdesti tua moglie in mare. Per lamentare le croci tue e di tua figlia, parla forte e raccontale in modo da farle rivivere. Esegui il mio ordine o vivrai nel dolore. Fallo, e sii felice, per il mio arco d'argento. Svegliati e racconta il tuo sogno.

 

Esce.

PERICLE (svegliandosi)
Celeste Diana, argentea dea, ti obbedirò. Elicano!

Entrano Elicano, Lisimaco e Marina.

ELICANO
Signore?

PERICLE
Mi ero proposto d'andare a Tarso, per colpirvi l'inospitale Cleone, ma prima ho un'altra incombenza. Verso Efeso volgi le nostre gonfie vele. Quindi ti dirò il perché. (A Lisimaco) Possiamo rifornirci, signore, in questo porto, pagando in oro le provviste necessarie al nostro scopo?

LISIMACO
Signore, con tutto il cuore; e quando verrete a terra, anch'io vi farò una richiesta.

PERICLE
Sarà soddisfatta, si trattasse pure di corteggiare mia figlia, poiché pare che voi siate stato nobile con lei.

LISIMACO
Signore, datemi il braccio.

PERICLE
Vieni, Marina mia.


Escono.

 

 

 

atto quinto - scena seconda

 

Entra Gower.

GOWER
Ora la nostra sabbia è quasi tutta scorsa;
ancora un poco, e poi tutti zitti.
Quest'ultimo favore concedetemi,
e mi assista la vostra cortesia,
che prontamente voi v'immaginiate quali cortei, trionfi, spettacoli,
giullareschi canti e allegra confusione,
per salutare il re a Mitilene, allestì il governatore.

Ed ebbe tale successo che di sposare la bella Marina gli fu concesso,
ma non prima che il re avesse compiuto il sacrificio che Diana aveva voluto.
Poiché egli è lì diretto, l'intervallo,
vi prego, consumatelo tutto.
Con alata rapidità si riempiono le vele
e i desideri s'avverano immediatamente.
A Efeso, vedete il tempio,
il nostro re e l'intera compagnia.
Come abbia potuto giunger qui così in fretta,
è solo perché alla vostra fantasia ha dato retta.

 

Esce.

 

 

 

atto quinto - scena terza

 

Entrano, da una parte, Taisa e le vergini sacerdotesse di Diana, Cerimone e altri abitanti di Efeso;
dall'altra, Pericle, Marina, Lisimaco, Elicano e signori del seguito.

PERICLE
Salve, Diana! Per eseguire il tuo giusto comando, io qui confesso d'essere il re di Tiro, che fuggii dal mio paese atterrito e a Pentapoli sposai la bella Taisa. Sul mare nel parto ella morì, ma partorì una bambina chiamata Marina, che, oh dèa, ancora porta la tua argentea veste. A Tarso ella fu allevata da Cleone, che a quattordici anni cercò di assassinarla. Ma le stelle sue benigne la condussero a Mitilene, sulla cui costa si fermò la mia nave, e la fortuna volle che ella venisse a bordo, dove con il suo limpido ricordo si fece riconoscere da me come mia figlia.

TAISA
La voce, l'aspetto! Tu sei, tu sei... Oh, regale Pericle!


Sviene.

PERICLE
Cosa intende la sacerdotessa? Muore! Aiuto, signori!

CERIMONE
Nobile signore, se avete detto il vero sull'altare di Diana, questa è vostra moglie.

PERICLE
Apparizione veneranda, no; io la gettai in mare con queste stesse braccia.

CERIMONE
Davanti a questa costa, scommetto.

PERICLE
Sicuramente.

CERIMONE
Badate alla signora. Oh, è solo sopraffatta dalla gioia. Allo spuntare di un tempestoso mattino questa signora fu gettata sulla nostra riva. Io aprii la bara, vi trovai ricchi gioielli, la rianimai e la condussi qui, al tempio di Diana.

PERICLE
Posso vedere i gioielli?

CERIMONE
Nobile signore, vi saranno portati nella mia casa, nella quale vi invito. Guardate, Taisa si è ripresa.

TAISA
Oh, lasciatemi vedere. Se egli non è il mio, il mio sacro stato non presterà licenzioso ascolto ai miei sensi,  ma li terrà a freno, a dispetto della vista. Oh, mio signore, non sei tu Pericle? Come lui hai parlato, come lui sei. Non hai nominato una tempesta, una nascita e una morte?

PERICLE
La voce della morta Taisa!

TAISA
Quella Taisa sono io, creduta morta e sepolta in mare.

PERICLE
Diana immortale!

TAISA
Ora ti riconosco ancora meglio: quando tra le lacrime lasciammo Pentapoli il re mio padre ti diede proprio questo anello.

PERICLE
Questo, questo! Basta, Oh dèi; la vostra generosità riduce ora ad uno scherzo le mie passate sventure; e farete bene se mentre le tocco le labbra io mi dissolvo e sparisco per sempre. Oh, vieni, sii sepolta una seconda volta in queste braccia.

MARINA
Il mio cuore balza per saltare in seno a mia madre.


Si inginocchia.

PERICLE
Guarda chi si inginocchia qui: carne della tua carne, Taisa, il peso che portavi sul mare, chiamata Marina perché lì fu messa alla luce.

TAISA
Benedetta, e mia.

ELICANO
Salve, signora e mia regina!

TAISA
Non vi conosco.

PERICLE
Mi sentisti dire che, quando fuggii da Tiro, lasciai al mio posto un anziano reggente: ricordi come chiamavo quell'uomo? Lo nominavo spesso.

TAISA
È Elicano allora.

PERICLE
Ancora una conferma. Abbraccialo, cara Taisa, questi è lui. Ora desidero sapere come fosti trovata, come si poté rianimarti, e chi ringraziare, oltre agli dèi, per questo grande miracolo.

TAISA
Il nobile Cerimone, mio signore; questi è l'uomo tramite cui gli dèi hanno mostrato il loro potere; egli potrà spiegarti tutto.

PERICLE
Venerato signore, gli dèi non possono avere ministro mortale più di voi simile a un dio. Volete dirmi come questa morta regina tornò in vita?

CERIMONE
Lo farò, mio signore. Prima, vi prego, venite con me nella mia casa, dove vi sarà mostrato tutto ciò che fu trovato con lei, e vi sarà detto come venne qui in questo tempio; e niente d'importante sarà omesso.

PERICLE
Casta Diana, ti benedico per la tua visione e ti offrirò oblazioni ogni notte. Taisa, questo principe, il gentile promesso di tua figlia, la sposerà a Pentapoli. E ora questa chioma che mi fa sembrar selvaggio taglierò a miglior forma, e farò bella questa barba, per quattordici anni non toccata da rasoio, per onorare le tue nozze.

TAISA
Il nobile Cerimone ha lettere attendibili, mio signore, in cui si dice che mio padre è morto.

PERICLE
I cieli facciano di lui una stella! Tuttavia, mia regina, celebreremo lì il loro sposalizio, e noi stessi in quel regno trascorreremo i giorni che ci restano. Nostro figlio e nostra figlia regneranno a Tiro. Nobile Cerimone, abbiamo trattenuto il nostro desiderio di ascoltare il resto della storia. Fateci strada, signore.


Escono.

 

 

 

atto quinto - EPILOGO

 

Entra Gower.

 

GOWER

In Antioco e sua figlia avete udito la mostruosa lussuria giustamente punita;
in Pericle, la sua regina e la figlia, avete visto,
pur nell'assalto della feroce e amara fortuna,
la virtù preservata dai crudeli colpi della rovina,
guidata dal cielo e infine di gioia coronata.
In Elicano potete ben discernere una figura onesta, fedele e leale.
Nel venerando Cerimone chiaramente appare
il merito che la sapiente carità sempre possiede.
Quanto al malvagio Cleone e a sua moglie,
quando la fama diffuse il suo atto dannato,
il nome onorato di Pericle la sua città mosse al furore,
e lui e i suoi nel suo palazzo vennero bruciati.
Gli dèi sembrarono, così,

felici di punire l'assassinio, pur se solo inteso, non eseguito.
Così, sempre contando sulla vostra pazienza, nuova gioia v'accompagni!

Qui il nostro dramma è finito.


Esce.

 

 

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