William Shakespeare - Il Teatro

 

Indice Teatro

 

Coriolano

(“The tragedy of Coriolanus” - 1607 - 1608)

 

 

Introduzione - Appunti di regia (Strehler)

Riassunto - Personaggi

Atto Primo - Atto Secondo

Atto Terzo - Atto Quarto

Atto Quinto

 

Introduzione

 

Nel canone shakespeariano, Coriolano (1608 circa) appartiene alle tragedie storiche di argomento romano (assieme a Giulio Cesare e Antonio e Cleopatra) ed è anche l’ultima tragedia del poeta. A Coriolano seguiranno infatti i cosiddetti “romances”. Coriolano è forse l’unica tragedia “politica” di Shakespeare, nel senso che qui il conflitto tra il popolo e l’eroe, è di natura sociale e non solo psicologica: sono gli anni in cui nasce la prima forma di “repubblica” ed il popolo riesce a far eleggere dei rappresentanti (i Tribuni della plebe).

Coriolano, uomo di poche parole, privo della retorica dei politici e più avvezzo alle armi che ai protocolli della democrazia, è però l’unico vero non-politico della vicenda: ciò sarà la causa della sua rovina (più che l’orgoglio e la superbia di cui sembra nutrirsi). Coriolano è un eroe “solo”: per lui non vi è posto né nella politica né nella comunità. Non a caso questo “conflitto” interessava tanto Bertolt Brecht che ci ha lasciato un pregnante saggio preparatorio alla messa in scena del Coriolano. Tutti lo tacciano d’orgoglio, ma non è questo il suo problema: la sua riluttanza a vantare le proprie imprese, e ancor più a sfruttarle a fini politici, fa piuttosto pensare ad una vera e genuina umiltà. Egli possiede l’attrattiva di un uomo che non sa mentire, il fascino e la goffaggine di un giovinetto: vittima di una madre (Volumnia), vorace e opprimente, Coriolano è allo stesso tempo un dio della guerra ed un bambino troppo cresciuto.

Per T. S. Eliot, Coriolano è la migliore tragedia di Shakespeare e, per Harold Bloom, il più strano fra i trentanove drammi di questo autore: qui il poeta raggiunge un misterioso splendore estetico ed una perfezione formale che non è più riuscito a ripetere.

 


da "Prometheus" , 30/09/2002

Alfonso Geraci , Élite in rivolta

 

Coriolano non è tra i drammi preferiti da quanti - critici, teatranti e spettatori - focalizzano la loro attenzione sulle peculiarità dell'eroe tragico; e in effetti bisogna dire che il tema del personaggio che vuole essere "autore di sé stesso" (V, 3), che rifiuta per sé ogni identità "dialogicamente e socialmente costruita" (Terence Hawkes) è presente con ben altra sottigliezza e profondità nella figura di Achille in Troilo e Cressida. Notevole invece - et pour cause - la fortuna del dramma presso chi, da "destra" come da "sinistra", si appassiona ai temi della lotta politica e civile: il giacobino Hazlitt e il bolscevico Brecht, ma anche quei conservatori inglesi che negli anni '20 dello Sciopero Generale fecero di Coriolano una bandiera.

Nel marciare alla guida dell'esercito alla volta di Corioli, Caio Marzio assolve indubbiamente una funzione strettamente di classe (la tipica diversione patriottica in presenza di un conflitto civile), ma lo fa con splendida - e necessaria - inconsapevolezza: quello che veramente gli preme è l'ennesimo confronto con Aufidio, l'unico guerriero che ritiene alla sua altezza. Durante la presa di Corioli il patrizio romano dimostra un'attenzione al proprio look degna di un calciatore in mondovisione, se non addirittura di una rockstar, tutto contento di essere cosparso di sangue: "Davanti ad Aufidio/Apparirò così, per battermi con lui".

Lungi dal fuggire il successo e gli onori, Coriolano pretendo però di averli a modo suo, senza smettere neppure per un momento di insultare chi glieli concede. La totale mancanza di comunicazione con il popolo dimostrata allorché dovrebbe in qualche modo ingraziarselo non è dovuta - si badi - ad un'avversione specifica e ragionata, ma al fatto che Coriolano sta recitando per un ristretto quanto immaginario pubblico di suoi "pari" (di cui fanno parte certamente Volumnia e molto probabilmente Aufidio).

Come commenta lapidariamente un cittadino nella prima scena, il nostro eroe agisce sempre "in parte per compiacere sua madre e in parte per superbia". Aufidio, dal canto suo, è addirittura ossessionato dal modello-rivale (come direbbe René Girard) che lo ha sconfitto ripetutamente: se lo sogna la notte ("Rotolavamo insieme nel mio sonno,/ Slacciandoci gli elmi e afferrandoci la gola-/E mi svegliavo mezzo morto con nulla": Lombardo è impagabilmente sornione nel far venire a galla il substrato omosessuale del testo) e quando gli si presenta esule da Roma lo accoglie abbracciandoselo stretto ("il mio cuore rapito danza/Più di quando vidi la mia sposa/ Attraversare per la prima volta la mia soglia") e in una splendida sintesi di solidarietà di casta e di morbosa attrazione, ne fa il cocco della corte di Anzio. Quando però il tarlo dell'invidia non può essere più soffocato sotto la patina dell'adulazione, Aufidio - a cui della guerra e della patria in sé stesse non importa un fico secco - deve spingere Coriolano nella situazione tragica che ne provoca la rovina: "e io rinascerò nella sua caduta" (V, 6).

È chiaro allora che i diversi filoni interpretativi - rifiuto tragico della misura e della sanzione sociale del proprio valore, lotta di classe, rivalità mimetica tra eroe e deuteragonista - non sono altrettanti discorsi separati tra loro. Una splendida macchina da guerra e da repressione come Caio/Coriolano, allevato a pane e sangue (Volumnia ricorda con orgoglio di averlo mandato a combattere già da ragazzino), educato in nome della non contrattabilità del proprio valore (come il gentiluomo inglese secondo Evelyn Waugh, che "non si scusa mai e mai fornisce spiegazioni") ha pur bisogno, per continuare a funzionare, di definirsi (in effetti di misurarsi) contro qualcosa. E visto che, tutto sommato, ha già battuto Aufidio "dodici volte diverse" (per non dire che, come ha osservato Janet Adelman, in fondo "il nobile Aufidio è un'invenzione di Coriolano"), non è strano che la sua controversia con il popolo romano raggiunga infine proporzioni deliranti, ma è il logico approdo del percorso di una coscienza di sé inevitabilmente ed opportunamente - per l'ordine costituito - falsa.

Sarebbe troppo vago catalogare come hubris il fatto che élites perennemente bisognose di legittimarsi come tali finiscano col deragliare (ma, appunto, è più fisiologia che patologia) portando tutti a un passo dalla distruzione. Non sfuggirà infatti al lettore come entrambe le carneficine rappresentate nel Coriolano hanno come movente sotterraneo la rivalità (necessaria, ripetiamo, al mantenimento dello status di entrambi) tra il tetragono Caio Marzio e il suo languido (bovarista, ma che sembra uscito dalla penna di Dostoevsky!) epigono di provincia.

 

 

da Liber liber

 

Plutarco, dalle cui “Vite parallele” Shakespeare trae essenzialmente la trama della sua tragedia, associa Coriolano con Alcibiade, come esempio di due grandi condottieri e uomini politici venuti in contrasto con la loro patria e scesi contro di essa in guerra alla testa di eserciti nemici. I due sono contemporanei: Alcibiade vive nell’Atene di Pericle (V sec. a.C.), già matura repubblica demoaristocratica; Coriolano nella giovane immatura repubblica di una Roma che si è appena liberata della tirannia dei re etruschi.

Ma il parallelismo tra i due è per contrasto; perché Alcibiade cerca, contro l’aristocrazia di cui è parte (è il nipote di Pericle), e che gli dà l’ostracismo, il favore del popolo; Coriolano, all’opposto, nel suo orgoglio di aristocratico rozzo e impolitico, disprezza la massa plebea ed è da questa prima eletto poi privato del consolato e bandito da Roma.

L’orgoglio di Coriolano e il suo conflitto con l’intima nobiltà dell’uomo è il “leitmotiv” del dramma shakespeariano; ad esso fa da sfondo una Roma la cui politica interna è caratterizzata dalle lotte di classe fra patrizi e plebei, quella esterna dalle prime guerre di espansione. I nemici più vicini sono i Volsci, che abitano le terre del sud del Lazio, comprese le città di Anzio e Corioli.

La superbia è il peggiore dei vizi, il massimo dei peccati capitali della dottrina cristiana; tradotta nella persona di un eroe della Roma pagana essa acquista la dimensione di un vizio legato ad una virtù: nobiltà e onore. Le parole “nobility” e “honour”, come osserva il Melchiori, con i loro derivati nominali e verbali ricorrono ben 137 volte nel testo della tragedia (Giorgio Melchiori, “Shakespeare”, ed. Laterza, Roma/Bari, 1994, pag. 536).

Questo conflitto, come una fatale condanna, nega a Coriolano la capacità di convivere con gli oppositori, l’inclinazione al possibilismo che è la massima dote del politico, e sarà, nel mondo politico nel quale egli si muove, la sua tragica fine.

Il linguaggio di Coriolano, a differenza di quello raffinato e colto di Alcibiade, è sempre rude, quasi urlato, di rissa; e ad accentuarne la rudezza Shakespeare crea, in contrapposto, di sua fantasia, il personaggio di Menenio Agrippa, un modello di scaltrezza politica - questo sì - simile ad Alcibiade, che parla studiando l’avversario, per saggiarne i punti deboli e, prima assecondandolo poi demolendolo, averne ragione.

Ma Coriolano non è solo questo. All’intolleranza faziosa egli aggiunge l’incostanza del carattere, l’ignoranza di sé. Questo lo porta ad ingannarsi non solo sulla realtà politica che lo circonda, ma sulla sua stessa immagine; si trova così, quasi senza volerlo, sottomesso alla volontà della madre, Volumnia. Questa è la figura di matrona romana nelle cui parole par quasi di sentire un’eco ante litteram del Machiavelli: “Chi diventa principe col favore dei grandi deve anzitutto guadagnarsi il favore del popolo, farsi “gran simulatore e dissimulatore”.

Coriolano, a differenza di Alcibiade, è il contrario di tutto questo.

 

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Appunti di regia

 

Giorgio Strehler

Appunti di regia del Coriolano

Riflessione sul testo shakespeariano e sulla sua interpretazione scenica

 

«Coriolano»

 

da Piccolo Teatro.org

 

L’interpretazione di un classico, soprattutto se straniero, impone una serie di problemi critici che costituiscono il punto di partenza di quella che potrà poi chiamarsi «interpretazione del testo» e quindi «rappresentazione»... Sono problemi che in gran parte esulano dal lavoro di palcoscenico ed appartengono invece alla analisi letteraria, filologica, storica e politica. Così anche per questo Coriolano. Con questa differenza, tuttavia, in rapporto ad altri classici da noi affrontati, che, per il Coriolano è mancato in modo assai preoccupante, proprio all’inizio, quel sostegno di un lavoro critico già compiuto a priori da altri, sul quale appoggiare, magari per contrasto, una nostra interpretazione. Infatti, giudicata una delle più alte opere di Shakespeare, scritta nel periodo della piena maturità del Poeta, la tragedia di Coriolano costituisce tuttavia una specie di zona silenziosa, nell’indagine della drammaturgia shakespeariana. La necessità dello studio, persino eccessiva e pedante per quanto riguarda i testi più noti di Shakespeare, sia dal punto di vista filologico e storico, come dal punto di vista interpretativo, sembra esaurirsi di fronte a Coriolano. Esso costituisce un ostacolo che pochi affrontano, un problema che, a conti fatti, non si vuole o non si sa affrontare per ragioni evidentemente assai complesse e profonde. E tali ragioni appartengono, con molta probabilità assai più al campo ideologico che a quello estetico.

Comunque sia, il primo lavoro da noi compiuto è stato quello di raccogliere e comparare il poco materiale critico esistente sul Coriolano, di constatarne l’insufficienza e la superficialità, (tranne qualche raro esempio, Hazlitt per primo), di porci infine la domanda fondamentale sui motivi di questo dato di fatto e soltanto più tardi di stabilire una linea interpretativa, il più possibile oggettiva, il più possibile determinata dalla realtà letteraria del testo.

Proprio questa realtà letteraria dell’originale shakespeariano, ci ha spinto ad affrontare il problema della versione in lingua italiana attraverso un’altra constatazione: quella di una sostanziale arbitrarietà della quasi totalità delle traduzioni in lingua straniera del Coriolano. Ristabilire il testo - sappiamo quanto sia sempre relativo qualsiasi lavoro di traduzione ed il nostro nacque sotto il segno dell’urgenza del palcoscenico - ritrovare cioè rapporti reali sulla base della parola shakespeariana, di ogni personaggio e dell’azione stessa della tragedia, è stata un’altra nostra preoccupazione fondamentale.

La ricerca di questa interpretazione concreta che ci ha consegnato rapporti e personaggi in una luce talvolta assai contrastante con la relativa tradizione interpretativa di Coriolano giunta da assai lontano a noi uomini del 1957, ha voluto significare, innanzitutto, l’apertura di un discorso più completo e più onesto sul Coriolano di Shakespeare. Un discorso che dovrà essere completato da altri per raggiungere una definizione critica, se non assoluta, almeno obiettiva nei suoi termini. Quella che a noi, appunto, è mancata.

D’altra parte la stessa definizione del genere drammaturgico a cui appartiene il Coriolano ci ha posto di fronte a infinite perplessità. È il Coriolano una tragedia o un dramma storico? Si assomma il significato del Coriolano nel suo protagonista, inteso proprio in senso demiurgico? È quella del Coriolano la voce di Shakespeare aristocratico? È Coriolano il reale protagonista della tragedia? Si potrebbe continuare a lungo l’elenco di queste perplessità non risolte che hanno costituito l’ostacolo iniziale ai nostri tentativi di interpretazione. A conti fatti ci parve proprio che una definizione di categoria per il Coriolano potesse aiutare alla comprensione dei singoli movimenti della tragedia.

In questo senso noi definimmo il Coriolano, tragedia storica, meglio ancora politica, consegnando alla parola politica tutta una sua totale dilatazione dialettica: politica come movimento dialettico della storia, storia come rapporti dialettici dei gruppi umani e dei loro interessi in contrasto, e, all’interno dei gruppi umani, delle classi, dinamica dei rapporti tra l’uomo singolo, la propria classe e quella opposta ed infine nella dinamica dei rapporti pubblici rapporto dell’uomo singolo con se stesso, con le proprie contraddizioni.

È questa meravigliosa presa di possesso di una totale realtà dell’essere umano, Coriolano come altri, visto continuamente in una dinamica di dimensioni private e pubbliche, psicologiche e politiche, storiche e contingenti, a fare del Coriolano una tragedia per noi unica nella storia del teatro e come tale quasi irriducibile ad ogni schema di definizione.

Assai più della tragedia dell’orgoglio, come tanta critica romantica e post-romantica ha voluto intendere, essa contiene anche la tragedia di un orgoglio in una azione drammatica estremamente più complessa e più vasta, tutta tesa sostanzialmente a rappresentare la storia nel suo stesso divenire - uomini e idee e conflitti - in cui l’entità umana assume il ruolo, di volta in volta, di protagonista e di coro al tempo stesso.

Più un’opera d’arte è tale, più essa sfugge agli schemi di comodo, più è impossibile sezionarla in movimenti successivi o paralleli. Tutto in essa è contemporaneo e coesistente ed inscindibile. Tanto più arduo quindi il proporre la versione di ogni singolo personaggio e di ogni azione, nel Coriolano. Tuttavia, sempre entro certi limiti, si potrebbe sottolineare la divisione - una volta tanto meno arbitraria delle altre - dei due tempi in cui la tragedia è stata rappresentata al Piccolo Teatro. Due tempi che segnano in un certo senso due aspetti di una stessa realtà in due diversi registri: il collettivo e il singolo. Il primo tempo che presenta i protagonisti della tragedia in una dimensione storica, precipuamente politica - ma non è la storia e la politica fatta da uomini singoli?; il secondo tempo, che definisce i protagonisti in una dimensione psicologica, interiore, umana - ma non è umana l’azione della storia, non è il singolo uomo una parte ineluttabile della collettività?

Questa diversità di accento, così evidente anche sul piano stilistico, non sposta tuttavia il fulcro della tragedia che, per noi, si è fissato nel contrasto tra classe patrizia e plebe, contrasto da intendersi - si badi bene - non come illustrazione sceneggiata di un certo periodo della storia romana ma come momento tipico di una costante della realtà umana. Soltanto inserita in questa tragedia della dialettica storica, la tragedia personale di Coriolano diventa un catalizzatore anch’esso tipico, perché si realizzi l’avvenimento tragico voluto dal poeta. E non si tratta di una distruzione del protagonista classico, come taluno vorrebbe credere, ma semmai di una dilatazione della dimensione del protagonista, ottenuta proprio scoprendo gli infiniti rapporti che lo legano - anche contro la sua volontà - agli altri. Abbiamo, in questo senso, cercato di abbandonare, nella nostra interpretazione, gli schemi, certi condizionamenti letterari, per rivedere ogni cosa, come se fosse nuova, accettare la realtà come un fatto straordinario, da indagare volta per volta, con una visuale più libera e più attenta. In definitiva abbiamo cercato di usare nella lettura del Coriolano un metodo di indagine dialettica al posto di un metodo di indagine idealistico, romantico.

     

E attraverso questo metodo dialettico ci è parso - a torto o a ragione - di scoprire alcune realtà del testo che, sotto un altro aspetto critico, ci apparivano ambigue, incomprensibili o incoerenti. Così l’eroe, Coriolano, il simbolo di un patriziato assoluto, l’essere positivo e ragionante che pecca solo per eccesso e per orgoglio, cambia prospettiva. L’eroe ci appare del tutto irrazionale, del tutto fuori della storia, staccato dalla collettività che lo circonda. Non si muove contro la plebe soltanto, ma contro tutti, compreso se stesso. Il suo non è più peccato di orgoglio - se peccato può chiamarsi - ma qualcosa di più totale: una misura d’essere cieca e incoerente - potremmo quasi dire nevrotica? - solitaria, incomprensiva di un mondo di cui non sa cogliere alcun contorno reale. Salvo uno: la guerra, la concretezza dell’azione bellica intesa però più che altro come sanità sportiva, il gesto guerresco spogliato da tutto il suo carico di responsabilità morale. Nemmeno la morte conta, come verità, per Coriolano, in quel suo mondo dogmatico che è tuttavia l’unica sua certezza. Uno fra i tanti temi del nostro lavoro è stato quindi quello di perseguire un possibile mutamento ideologico, un processo di conoscenza che si operasse, suo malgrado quasi, sul personaggio di Coriolano.

Ma dietro a Coriolano appare la figura della madre Volumnia, spogliata dall’orpello di molta retorica patriottica di cui è stata rivestita e un altro nucleo drammatico prende posto nella tragedia: il rapporto Coriolano-Volumnia, madre e figlio. Assisteremo, qui, ad un altro progressivo mutamento di rapporti, quello tra i due personaggi: la madre che ha «costruito il figlio con la sua fantasia», il figlio «che preferisce il tamburo e la spada al maestro di scuola», il figlio «formato coi castighi, affidato alle massime materne» – «se le seguivo mi hai detto che sarei diventato invincibile». E, ancora, dietro a Volumnia e Coriolano, altri protagonisti: i patrizi, i senatori, i politici, i generali, i propri interessi, le proprie conquiste, le proprie credenze e da Menenio a Cominio, tutta una classe impegnata a difendere misure del mondo. Coriolano è anche tragedia di questi rapporti dialettici, tra gli stessi membri della stessa classe, che culmineranno nel conflitto tra Coriolano e coloro che ne hanno determinato la misura educativa, politica e la funzione storica.

Tutto questo mondo, idee e personaggi, a sua volta si oppone in blocco – nella tragedia – ad un’altra parte della società presa in considerazione dal poeta: la plebe. Ed a sua volta, la plebe, si articola in una infinita complessità di rapporti: da quelli in atto tra i singoli plebei a quelli della plebe con i suoi tribuni.

L’unità plebe-tribuni è in realtà un seguito di tesi ed antitesi in movimento, e un altro nucleo drammatico del Coriolano è proprio il succedersi dei rapporti dei plebei tra di loro – decisioni e indecisioni, errori e conquiste – e dei tribuni con i plebei. Al lume della realtà, l’unità e coerenza della classe patrizia si rivela apparente e la definizione di incoerenza, incapacità di giudizio, inconsistenza morale nei riguardi della plebe si rivela superficiale e arbitraria. Come d’altra parte la doppiezza, la politicità personalistica, l’ambizione dei tribuni si tramuta in una oggettiva posizione di lotta di classe che oppone la sua politica ad un’altra politica.

Non sarà inutile annotare che proprio sulla figura dei due tribuni abbiamo riscontrato la massima tendenziosità della critica letteraria e teatrale che si è preoccupata del Coriolano. La stessa interpretazione generica dei rapporti plebe-patriziato, pur mancando di obbiettività, non è riuscita a modificare sostanzialmente la realtà dei fatti. Secondo le personali inclinazioni ideologiche, infatti, sarà possibile dare un valore ed un giudizio ad un singolo atteggiamento dei protagonisti, ma il gesto compiuto non muta. E a noi non interesserà tanto constatare che, ad esempio, la plebe contraddica continuamente la sua azione, quanto comprenderne i motivi, le ragioni. Vedremo così che la contraddizione della plebe nasce da uno stato di sottomissione, di bisogno e di ignoranza, unita però alla ricerca di una giustizia che la classe dominante nega alla classe dominata e che le contraddizioni del patriziato - più profonde e sostanziali di quelle della plebe - prendono origine da un conflitto di interessi personali, in senso storico assai meno giustificabili.

Questo gioco dei mutevoli rapporti della realtà non si esaurisce, tuttavia, nell’ambito della collettività romana poiché, nel Coriolano, essa si oppone ad un’altra collettività straniera: quella dei Volsci. Meno individuato nel suo insieme, e purtuttavia chiaramente indicato nelle sue caratteristiche di civiltà decadente, il popolo dei Volsci costituisce il termine finale della dialettica del Coriolano. Come, a sua volta, i rapporti del protagonista Coriolano con i suoi antagonisti romani si esauriscono nell’incontro con Tullio Aufidio, altro eroe nemico. Due mondi, due storie, due stadi di sviluppo storico e due caratteri si scontrano nel Coriolano in un complesso rapporto di odio-amore che trova talvolta accenti ambigui. Il temperamento contraddittorio di Aufidio, che si muove sempre tra l’esaltazione (anch’egli un eccesso, dunque, ma di tipo sentimentale) e la logica, agisce come ultima pietra di paragone per rivelarci la vera natura di Coriolano e il tipo dei legami che interessi di casta possono far nascere tra gli elementi più eterogenei e contrastanti. Non a caso, quella che noi definiamo la chiave della tragedia appartiene a Tullio Aufidio, ad un suo momento di chiarezza: «Ogni nostra virtù sta nell’interpretare la realtà. Così il potere, cosa utile in sé, non avrà tomba accusatrice più di un trono, che faccia del servizio un privilegio. Il fuoco inghiotte il fuoco, il chiodo scaccia il chiodo, una legge soppianta l’altra, e uccisa dalla forza, la forza morirà». Sentenza che meglio non potrebbe esprimere il concetto della dialettica storica e il ripudio dell’abuso e della forza come ingiustizia permanente. Tutti questi nodi drammatici, che abbiamo cercato di individuare ma che certo non siamo riusciti a completare nella loro ricchezza e profondità, hanno uno svolgimento ed infine una catastrofe che chiude e al tempo stesso apre la possibilità di altre tragedie, altri svolgimenti, altre catastrofi. In questo senso il contrasto patriziato-plebe che si svolge in una alternativa di vittorie e sconfitte per l’una e per l’altra parte si conclude con una disfatta della parte plebea.

Tuttavia ben sentiamo che abbiamo assistito ad una fase di sviluppo della storia. Nonostante, cioè, certi fatti, la parte plebea ha compiuto uno sforzo positivo che inciderà nella sua coscienza di classe ed il patriziato vittorioso ha dovuto più volte smascherare il suo gioco, rivelare le sue tendenze di casta, subire perdite e cedere prerogative gelosamente custodite e ritenute immutabili. Così il contrasto Coriolano-patriziato-plebe, si risolve invece con una vittoria plebea e con il rifiuto della ideologia di Coriolano da parte della sua stessa classe. Nel corso degli avvenimenti storici, poi, Coriolano poco a poco viene sempre più isolato con se stesso, è costretto dalla storia a compiere quel cammino di conoscenza di cui abbiamo parlato più sopra. L’esilio, la lontananza dalla madre, la constatazione di un totale abbandono sentimentale ed ideologico portano Coriolano all’unica reazione per lui possibile e sul piano politico e su quello sentimentale: il tradimento concepito come vendetta, la ricerca di una amicizia con il suo peggiore nemico. Ma tutto ciò è soltanto una fase della tragedia personale di Coriolano perché la catastrofe avverrà solo ai limiti del XX quadro: scena delle donne, con Volumnia in testa, che si recano a convincere Coriolano. In questo quadro, e solo in questo, attraverso uno squarcio, improvvisamente, Coriolano incontra la realtà, rientra nell’ordine umano; lui unico capisce, rinnega e si rinnega. Per un lampo la madre, ad esempio, appare al figlio come in effetti è: mostruosa evidenza di ambizioni e di egoismi. «Madre, madre, che hai fatto! Guarda: i cieli si spalancano, gli dei stanno a guardare, e ridono di questo spettacolo mostruoso. O madre, madre! Tu! Tu hai vinto una bella vittoria per Roma. Ma per tuo figlio – pensalo, pensalo bene – la tua vittoria sarà un grande pericolo. Se non la morte stessa».

A questo punto Coriolano non può altro che constatare di non essere più nulla – «Aufidio, non so più fare la guerra» dice. Conquistato cioè l’umano, il mostro Coriolano non può più essere quale è stato fino allora, ma nemmeno ancora qualcosa di nuovo. Occorre un lento lavoro di costruzione dal di dentro, occorre un lungo cammino che Coriolano non può compiere e già alla fine del quadro, che gli apre una possibilità di conoscenza, sempre negata, l’eroe si acceca di nuovo; i feticci, le abitudini del carattere e la disabitudine all’umanità, prendono il sopravvento. Coriolano – limpida giustizia del Poeta! – verrà ucciso: «…qui, sul luogo dell’esecuzione inflitta alla sua furia», dice Aufidio; per tutte le sue colpe antiche e presenti che esistono col loro peso di morte e di atti concreti.

La strada di Coriolano seminata di cadaveri si chiude col suo cadavere. E verrà ucciso così come è sempre vissuto, nell’urlo, nell’insulto, nella brutalità. Il grido di Aufidio – lattante! – gettato a Coriolano, suona come l’estrema condanna del presunto eroe, ne misura la dimensione e lascia a noi, proprio per questo, il gesto di una possibile pietà.

Questi, tra i tanti, alcuni temi drammatici sui quali ci siamo soffermati e che abbiamo cercato di individuare organicamente, gli uni legati agli altri, in sede di spettacolo. Questi, tra gli altri, i motivi che ci hanno spinto a scegliere per la nostra interpretazione lo stile epico. Se teatro epico (oltre alla sua particolare tecnica) è teatro della dialettica, teatro che rappresenta una realtà in movimento, che trova i suoi temi e le sue ispirazioni nel rappresentare i mutamenti delle cose, dei rapporti di una realtà collettiva – più che rappresentare la crisi di un eroe, inteso come antitesi del collettivo – pochi avvenimenti drammatici più del Coriolano possono giustificare la scelta di questo stile dell’interpretazione. E certo sarebbe, ora, necessario aprire un discorso su ciò che a noi parve necessario fare e sui problemi contro i quali abbiamo urtato e sui risultati che abbiamo ottenuto. La storia del teatro epico è ancora agli inizi; la stessa sua definizione ci lascia insoddisfatti. Bertolt Brecht ce ne avvertiva, proprio ai margini di uno studio iniziato e mai terminato sul Coriolano.

Con queste difficoltà di fondo, il teatro italiano, sempre ritardato nella corrente dello sviluppo della drammaturgia contemporanea, si trova ad affrontare i problemi del teatro epico, senza il minimo sostegno pratico. Più necessario ci è sembrato iniziare da soli una indagine che certo ci aiuterà ad allargare i nostri orizzonti interpretativi. Tentare una interpretazione epica del Coriolano ha significato soprattutto per noi una lezione di severità e di onestà morale.

Il teatro epico non lascia margini al gioco estetizzante ed ai problemi del gusto, come, d’altra parte, non accetta quella schematizzazione e negazione dei valori estetici assoluti sotto la parvenza di un oratorio profano, che sono squallore e non impegno epico. L’apparato scenico, le scene stesse, i costumi e le musiche hanno rappresentato una ricerca di chiarezza, di semplicità, che però non diventasse essenza, aridità, antiteatro, retorica della castità. Non possiamo certo sapere noi l’esatto limite dell’equilibrio raggiunto. L’avventura del Coriolano è finita. Ma resta, oltre a questo nostro lavoro, l’immortalità della parola shakespeariana, essa sì cosa che sa durare e che oltrepassa la nostra storia di uomini di teatro. Avvicinare ancora una volta questa antica ed eterna parola ad una collettività in ascolto, farla risuonare ancora, relativamente e solo per un lampo e al tempo stesso indicare la possibilità di una lettura più attenta della sua realtà poetica, è stato lo scopo profondo di tutto questo nostro lavoro.

 

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Riassunto

 

Protagonista di questa tragedia, rappresentata per la prima volta probabilmente nel 1608, è il generale romano Caio Marzio. Egli, dopo aver condotto l'esercito romano ad una schiacciante vittoria contro i Volsci, viene proposto console dal Senato di Roma e insignito del soprannome di Coriolano (da Corioli, la città dei Volsci espugnata da Caio Marzio). La nomina a console deve essere ratificata dalle assemblee popolari, e così avviene, nonostante la ripugnanza di Coriolano a chiedere il voto ai plebei, che egli disprezza apertamente. Dopo l'elezione, i due tribuni della plebe Sicinio e Bruto sobillano la plebe di Roma a rivoltarsi contro Coriolano, il quale, indignato e adirato, esorta il patriziato romano ad esautorare i tribuni della plebe e a riprendere in mano tutto il potere. Accusato perciò di alto tradimento da Sicinio e da Bruto, Coriolano è condannato all'esilio, proprio mentre i Volsci stanno riorganizzando il loro esercito per muovere contro Roma. Coriolano giura vendetta contro la città che lo ha esiliato e si rifugia a Corioli, dal generale dei Volsci Tullo Aufidio (prima suo nemico giurato) il quale gli affida il comando di metà dell'esercito volsco. Coriolano, dopo aver sbaragliato l'esercito di Roma, rimane sordo alle suppliche dei suoi concittadini che lo scongiurano di desistere dai suoi propositi di vendetta e di rinunciare alla distruzione della città. Ma, quando sua madre Volumnia, sua moglie Virgilia e il suo figlioletto si recano al campo dei Volsci per scongiurare Coriolano di risparmiare la sua città, Coriolano cede: firma con Roma un trattato di pace vantaggioso per i Volsci e fa ritorno a Corioli, dove Tullo Aufidio (che già iniziava a preoccuparsi per la crescente importanza politica del generale romano) lo accusa di tradimento e lo uccide.

Ad una lettura superficiale, questa tragedia sembra giustificare le critiche di Lev Tolstoj, il quale, com'è noto, accusò Shakespeare di non provare alcuna simpatia per le classi popolari. Indubbiamente nel "Coriolano" (come anche nel "Giulio Cesare") la plebe viene raffigurata come una massa volubile ed incostante, ignorante e incapace di ragionamento, preda delle passioni più elementari, facilmente manipolabile da mestatori e da demagoghi; tuttavia mi sembra che nel testo shakespeariano ciò che appare con maggior evidenza sia proprio il cinismo degli esponenti delle classi dominanti, che adoperano la plebe come massa di manovra per i propri giochi di potere. Ciò vale non solo per i due tribuni Sicinio e Bruto, ma anche per Tullio Aufidio e in generale per il patriziato romano, il quale, nel primo atto, non esita ad approfittare della guerra con i Volsci per distogliere la plebe di Roma dalle sue rivendicazioni sociali. Sulla figura di Coriolano (il quale non fa altro che esprimere apertamente quel disprezzo per il popolo, che è condiviso da tutti i patrizi, i quali infatti gli rimproverano la sua mancanza di diplomazia e la sua scarsa capacità di dissimulare) si riflette invece la simpatia di Shakespeare per le persone sincere e schiette.

La tragedia di Coriolano è quella di un uomo che non sa adattarsi alle convenzioni e alle ipocrisie della vita politica, la quale sempre è rappresentata da Shakespeare come una mera e spietata lotta per il potere fra individui privi di scrupoli (si veda il finale dell'atto IV). Ad ogni modo, i contrasti di classe nella società romana sono rappresentati nel "Coriolano" in modo vivido e realistico e anche il punto di vista dei plebei è reso con efficacia; ciò che destò l'interesse dello stesso Bertolt Brecht, il quale nel 1951 realizzò un proprio rifacimento di questa tragedia.

 

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Coriolano

(“The tragedy of Coriolanus” - 1607 - 1608)

 

 

Personaggi

 

CAIO MARZIO, poi Caio Marzio Coriolano
TITO LARZIO, COMINIO: I generali romani nella guerra contro i Volsci
MENENIO AGRIPPA, amico di Coriolano
SICINIO VELUTO, GIUNIO BRUTO: tribuni della plebe, avversari di Coriolano
Una folla di cittadini romani
Un araldo romano
NICANOR, romano al servizio dei Volsci
VOLUMNIA, madre di Coriolano
VIRGILIA, moglie di Copiolano
IL PICCOLO MARZIO, figlio di Coriolano
VALERIA, amica di Volumnia

Una dama di compagnia di Virgilia

TULLIO AUFIDIO, comandante dei Volsci
Un aiutante di Aufidio
Cospiratoti agli ordini di Aufidio
ADRIANO, volsco

Un cittadino di Anzio
Due sentinelle dei Volsci
Senatori romani e volsci, patrizi, edili, littori, soldati, messaggeri, cittadini volsci, servitori di Aufidio, e altri dei vari seguiti.

 

 

atto primo - scena prima

 

Entra un gruppo d'insorti con mazze, randelli e altre armi

PRIMO CITTADINO
Prima d'andare oltre ascoltatemi.

TUTTI
Parla, parla.

PRIMO CITTADINO
Siete tutti decisi, meglio la morte che la fame?

TUTTI
Decisi, decisi.

PRIMO CITTADINO
Primo, voi tutti sapete che Caio Marzio è il peggior nemico del popolo?

TUTTI
Lo sappiamo, lo sappiamo.

PRIMO CITTADINO
Ammazziamolo e avremo il grano al prezzo nostro. È deciso?

TUTTI
Basta chiacchiere, ai fatti. Andiamo, andiamo!

SECONDO CITTADINO
Cittadini, buona gente, una parola.

 

PRIMO CITTADINO
Qua siamo solo poveracci, buona gente sono i nobili. Quel che i signori buttano basterebbe a sfamarci. Se ci dessero gli avanzi mentre son buoni da mangiare si potrebbe credere che ci aiutano per umanità. Ma la verità è che gli andiamo troppo bene come siamo. La magrezza che ci affligge, questo spettacolo di miseria, è l'inventario a rovescio della loro pacchia. I triboli nostri li ingrassano. Vendichiamoci dunque coi forconi, prima di diventare come rastrelli. Gli dei sanno che parlo così per fame di pane, non per sete di sangue.

SECONDO CITTADINO
Volete prendervela con Marzio in particolare?

PRIMO CITTADINO
Con lui per primo. È un vero cane per il popolo.

SECONDO CITTADINO
Ma tenete conto di ciò che ha fatto per la patria?

PRIMO CITTADINO
Certo, e gliene daremmo atto volentieri, ma lui si paga da sé con la superbia.

SECONDO CITTADINO
Via, non parlare con acrimonia.

 

PRIMO CITTADINO
E io ti dico che quanto ha fatto di meglio l'ha fatto per essere meglio d'ogni altro. L'ha fatto per la patria, dicono i citrulli. Invece l'ha fatto per far piacere alla mamma, e anche per la superbia, che ha grande come il coraggio.

SECONDO CITTADINO
Ma lo accusi di ciò che ha nella natura, e non può farci niente. Certo non puoi dire che tira ad arricchirsi.

PRIMO CITTADINO
No, ma non per questo sono a corto di accuse. Difetti ne ha d'avanzo, a farne si conto ci si stanca.

Grida all'interno.

Ma che succede? L'altra parte della città s'è sollevata. Che stiamo qui a cianciare? Al Campidoglio!

TUTTI
Avanti, avanti.

PRIMO CITTADINO
Un momento, chi arriva?

Entra Menenio Agrippa.

SECONDO CITTADINO
È il bravo Menenio Agrippa, uno che ha sempre amato il popolo.

PRIMO CITTADINO
Un brav'uomo, sì. Fossero tutti come lui!

MENENIO
Concittadini, che volete fare? Dove andate  con quei randelfi e quelle mazze? O che succede? Ditemi, ve ne prego.

PRIMO CITTADINO
Quello che vogliamo fare il Senato lo sa. Da un paio di settimane hanno avuto sentore delle nostre intenzioni, e ora gliele mostriamo coi fatti. Dicono che i poveri postulanti hanno il fiato forte. Si accorgeranno che abbiamo braccia forti, anche.

MENENIO
Ma padroni miei, amici, onesti concittadini, volete rovinarvi?

PRIMO CITTADINO
Impossibile, dòmine, siamo già rovinati.

MENENIO
Amici, vi assicuro che i patrizi si curano di voi con molto, molto impegno. Quanto a ciò che vi manca, ciò che soffritte in questa carestia, tanto varrebbe mirare al cielo con codeste mazze  che alzate contro lo Stato. Lo Stato Romano  andrà diritto per la propria strada facendo a pezzi mille e mille ceppi robusti come mai potrà mostrarsi la vostra opposizione. La carestia  l'han voluta gli dei, non i patrizi, e innanzi a quelli non servono braccia ma ginocchi. Ahimè, dalla disgrazia vi lasciate portare dove v'aspettano altre disgrazie, e mi calunniate i timoni dello stato, quelli che hanno cura di voi come padri mentre li insultate come nemici.

PRIMO CITTADINO
Cura di noi? Figuriamoci! Se ne sbattono da sempre. Ci lasciano morire di fame, coi magazzini zeppi di grano. Fanno editti sull'usura a vantaggio degli usurai. Ogni giorno abrogano buone leggi varate contro i ricconi, e tirano fuori ogni dì decreti più duri per incastrare e castrare noi poveracci. Se le guerre non ci mangiano vivi lo faranno loro: e questo è tutto il bene che ci vogliono.

MENENIO
Via, via, riconoscete la vostra incredibile malafede, o debbo dirvi pazzi. Voglio contarvi una storiella che fa proprio al caso. Forse l'avete sentita, ma serve al mio scopo e ci provo a farla ancora più risaputa.

PRIMO CITTADINO
Beh sentiamola. Ma non pensare, con una storiella, di far sparire la nostra miseria. Comunque prego, racconta.

MENENIO
Successe una volta che tutte le parti del corpo si ribellarono contro lo stomaco. Queste le accuse: che come un gorgo, solo, se ne stava nel mezzo, torpido e nullafacente, sempre lì a stiparsi di mangiare, senza mai lavorare  come gli altri, gli altri apparati che intanto vedevano, udivano, pensavano, mandavano ordini, camminavano, sentivano, e dandosi mano l'un l'altro provvedevano agli appetiti e ai bisogni comuni a tutto il corpo. Lo stomaco rispose...

PRIMO CITTADINO
Beh sentiamo, che rispose lo stomaco?

MENENIO
Te lo dico subito.

Con una specie di sorriso che non veniva dai polmoni ma ecco, così - perché è chiaro che se lo faccio parlare posso anche farlo sorridere - rispose pepato alle membra scontente, alle parti ribelli che gl'invidiavano l'utile: esattamente come voialtri, che dite male dei patrizi perché non sono come voi.

PRIMO CITTADINO
Ma cosa rispose questo stomaco? Ma scherziamo? Il capo incoronato come un re, l'occhio vigile, il cuore consigliere, il braccio che è il nostro soldato la gamba cavallo di battaglia, la lingua trombettiera, e gli altri fortini e difese minori di questa rocca, se tutti assieme...

MENENIO
Ma cosa, cosa? Parola mia questo qui ha la lingua sciolta! Allora che cosa, che cosa?

PRIMO CITTADINO
Se tutti assieme si fanno fregare dal ventre che è un marangone vorace, che è il nostro cesso...

MENENIO
Ma bravo, e allora?

PRIMO CITTADINO
Dico, se questi che dico si lagnavano, cosa poteva rispondere la pancia?

MENENIO
Te lo dico io. Concedimi un po' di pazienza - ne hai poca - e sentirai la risposta.

PRIMO CITTADINO
Oh, la fai lunga.

MENENIO
Stammi a sentire, amico.
Lo stomaco, persona seriissima, era uno che pesava le parole, e non s'incazzava come i suoi accusatori. E rispose così: "Verissimo, cari consoci", rispose, "che io ricevo per primo tutto il mangiare che vi fa vivere; ed è giusto così, perché sono il deposito e l'officina di tutto il corpo. Ma, se ben ricordate, lungo i fiumi del sangue io lo rimando fino al palazzo del cuore, al trono del cervello; e per i passaggi tortuosi, per le stanze di servizio dell'uomo, i più robusti muscoli, le vene più minute ricevono da me ciò che gli tocca per natura, e di cui vivono. E se voi tutti, lì per lì... ". Attenti, amici, così parla lo stomaco...

PRIMO CITTADINO
Ma sì, ma sì!

MENENIO
"Se non potete lì per lì vedere ciò che fornisco a ciascuno, io posso presentarvi il rendiconto: tutti da me ricevono il fior fiore di tutto, e a me lasciano la crusca". Beh, che ne dite?

PRIMO CITTADINO
Questa è la risposta del ventre. Ma i nessi quali sono?

MENENIO
I Senatori sono questo stomaco buono, e voi le membra ribelli. Difatti considerate le loro delibere, le loro misure, digerite a dovere quanto riguarda il bene dello Stato, e vi accorgerete che ogni pubblico aiuto che voi ricevete, scende e viene da loro, non certo da voi stessi. Che ne pensi tu che di questa assemblea sei il dito grosso del piede?

PRIMO CITTADINO
Io il dito grosso? Perché il dito grosso?

MENENIO
Perché sei tra i più bassi, schifosi e morti di fame di questo saggissimo parapiglia ma vai sempre davanti a tutti.

Sei un cagnaccio di sangue fiacco che manco può trottare, e fai il caporione per trarne vantaggio. Ma preparate pure quei vostri duri randelli e batacchi, Roma e i suoi sorci stanno per battersi e uno dei due avrà dolori.

Entra Caio Marzio
Salve, nobile Marzio!

MARZIO
Grazie. Allora che vi piglia, voi lazzaroni ribelli? A furia di grattare lo squallido prurito delle opinioni vostre, vi siete ridotti a una rogna.

PRIMO CITTADINO
Da te, sempre buone parole.

MARZIO
Chi ti dice buone parole è un adulatore indegno persino di nausea. Che volete, cani che non gradite né pace né guerra? La guerra vi terrorizza, la pace vi fa insolenti. Chi si fida di voi invece di trovarvi leoni vi trova lepri, invece di volpi oche. No, non siete meno malfidi di un tizzone sul ghiaccio o un chicco di grandine al sole, Sapete soltanto esaltare colui che è punito per qualche colpa, e maledire la giustizia che lo punisce. Chi merita onore ha il vostro odio, e le vostre passioni son desideri di malato, che vuole soprattutto ciò che gli fa più male. Chi si regge sul vostro favore nuota con pinne di piombo, e abbatte querce coi giunchi. Fidarsi di voi? Alla forca! Ogni minuto che passa cambiate idea, chiamate nobile qualcuno che odiavate un minuto prima, e insolentite il vostro eroe. E ora che vi piglia che qua e là per Roma andate sbraitando contro il nobile Senato che sotto l'egida degli dei vi frena o vi mangereste l'un l'altro? Cos'è che chiedono?

MENENIO
Grano al loro prezzo. Dicono che la città ne abbonda.

MARZIO
Alla forca! Dicono? Siedono attorno al fuoco e pretendono di sapere i fatti del Campidoglio, chi è probabile che salga, chi prospera, chi scende, parteggiano per questo e quello, proclamano matrimoni ipotetici, rafforzano i partiti e fiaccano chi non gli va a genio sotto le loro scarpacce rattoppate. Dicono che il grano abbonda! Ah se i nobili mettessero da canto la pietà e mi lasciassero usare la spada! Li squarterei a migliaia questi schiavi, ne farei un mucchio alto come un tiro della mia lancia.

MENENIO
Ma no, questi qua si son quasi convinti. Mancano di criterio molto ma sono anche molto codardi. Ma ti prego, l'altro branco che dice?

MARZIO
Si sono volatilizzati. Crepino. Dicevano di avere fame e sospiravano proverbi: la fame fende muri di pietra, i cani devono mangiare, il mangiare è fatto per le bocche, gli dei non mandarono il grano soltanto ai ricchi. Con questi cascami sfogavano le loro lagne. Gli hanno dato retta e hanno accettato una loro richiesta, una richiesta inaudita, che spezza ogni animo ben nato, e fa impallidire il potere più sicuro. E quelli han gettato in aria le coppole urlando a gara come volessero appenderle ai corni della luna.


MENENIO
Cos'è che gli hanno concesso?

MARZIO
Cinque tribuni a sostegno della sapienza plebea, di loro scelta. Uno è Giunio Bruto, un altro Sicinio Veluto, e, non so chi altri. Sangue di dio! La teppa avrebbe dovuto scoperchiare la città prima di spuntarla con me; col tempo prevarrà sul potere e vomiterà scopi più ambiziosi d'evasione.

MENENIO
È incredibile!

MARZIO
Via, a casa, rifiuti!

Entra di corsa un messo

MESSO
Dov'è Caio Marzio?

MARZIO
Qui. Che succede?

MESSO
Marzio, si dice che i Volsci sono in armi.

MARZIO
Ne sono contento. Così avremo modo di sbarazzarci delle nostre muffe inutili. Ma ecco i nostri nobili anziani.

Entrano Cominio e Tito Larzio con altri senatori, e anche Sicinio Veluto e Giunio Bruto

PRIMO SENATORE
Marzio, ciò che dicevi è vero: i Volsci sono in armi.

MARZIO
Hanno un capo, Tullo Aufidio, che vi darà del filo da torcere. Io, lo confesso, invidio il suo valore, e se fossi diverso da ciò che sono vorrei essere solo lui.

COMINIO
Con lui ti sei battuto.

MARZIO
Se mezzo mondo s'azzuffasse con l'altro e lui fosse dalla mia parte, cambierei lato per affrontare solo lui. È un leone cui do la caccia con orgoglio.

PRIMO SENATORE
Allora, nobile Marzio, segui Cominio in questa guerra.

COMINIO
Me l'hai promesso.

MARZIO
Certamente, e mantengo la parola. Tito Larzio, tu mi vedrai colpire Tullo in faccia ancora una volta. Ma che hai? Sei zoppo? Vuoi restare a casa?

LARZIO
No, Caio Marzio. Mi reggerei su una gruccia e combatterei con l'altra, piuttosto che restar fuori dalla cosa.

MENENIO
Un vero romano!

PRIMO SENATORE
Venite con noi al Campidoglio, lì ci aspettano i nostri più grandi amici.

LARZIO

(a Cominio) Tu, primo.
(a Marzio) Tu, dopo lui. Noi appresso. Meriti bene la precedenza.

COMINIO
Nobile Marzio!

PRIMO SENATORE (ai cittadini)
A casa, via, sparite.

MARZIO
Ma no, vengano pure loro. I Volsci ne hanno di grano. Portate lì questi topi a rosicchiare i granai.

 

I cittadini si disperdono.


Ribelli egregi, già vi mostrate prodi. Prego, seguitemi.

I pattizi escono.

Sicinio e Bruto restano in scena

SICINIO
C'è mai stato un uomo arrogante come costui?

BRUTO
No, batte tutti.

SICINIO
Quando ci hanno eletti tribuni della plebe...

BRUTO
Hai visto che bocca ha fatto, che occhi?

SICINIO
E le sue insolenze?

BRUTO
Quando s'arrabbia non esita a insultare gli dei.

SICINIO
Sfotte la casta luna.

BRUTO
Se lo mangi la guerra! L'audacia gli ha dato alla testa.

SICINIO
Una natura così, se il successo l'aizza, sdegna l'ombra che pesta a mezzogiorno. Però mi sorprende che, superbo com'è, si pieghi a farsi comandare da Cominio.

BRUTO
La fama a cui aspira, e che già gli ha concesso i suoi favori, non c'è modo migliore di tenersela o di gonfiarla, che in un posto di second'ordine. Se le cose non vanno la colpa sarà del generale, anche se s'è fatto in quattro, e i critici cretini strilleranno, "Ah fosse stato Marzio a comandare la baracca!".

SICINIO
E se poi van bene, tutti quanti, che già favoriscono Marzio, ruberanno i meriti a Cominio.

BRUTO
E quindi: metà degli onori di Cominio va a Marzio che non se li merita. E tutti gli errori del primo saranno onori per Marzio, che in realtà non ha fatto niente.

SICINIO
Muoviamoci, andiamo a sentire come finisce, e in che modo lui col suo caratteraccio si butta in questa vicenda.

BRUTO
Andiamo.

 

Escono.

 

 

 

atto primo - scena seconda

 

Entrano Tullo Aufidio e alcuni senatori di Corioli

PRIMO SENATORE
Allora tu credi, Aufidio, che Roma ha orecchi nelle nostre riunioni e sa le nostre mosse.

AUFIDIO
E voi non lo credete? Che mai s'è progettato in questa nazione che si sia potuto attuare prima che Roma trovasse modo di sventarlo? Quattro giorni fa, e nemmeno, ho avuto notizie da lì. Queste le parole - credo d'aver qui la lettera - eccola:

Han messo su un esercito ma non si sa se per l'est o l'ovest. La carestia è grande, la plebe in fermento, e si dice che Cominio, Marzio il tuo vecchio nemico che a Roma è odiato più che da te, e Tito Larzio romano valorosissimo, questi tre comandino la spedizione dovunque sia diretta. Molto probabilmente contro di te.

Sta' in guardia.

PRIMO SENATORE
Il nostro esercito è in campo. Non abbiamo mai dubitato che Roma fosse impreparato a risponderci.

AUFIDIO
E neanche che fosse follia tenere segreti i vostri grandi progetti finquando dovevano per necessità svelarsi. Ma pare che, già nel venire covati, eran noti a Roma. Per questo dovremo abbassare la mira ch'era di prenderci molte città, prima ancora che Roma ci sapesse in guerra.

SECONDO SENATORE
Nobile Aufidio, prendi il comando, raggiungi le truppe e lascia a noi la difesa di Corioli. Se vengono ad assediarci, riporta l'esercito per cacciarli. Ma, credo, vedrai che non si muovono per noi.

AUFIDIO
Ah, non illudetevi. Parlo per notizie sicure. Anzi alcuni loro reparti sono già in marcia e solo per venire qui. Mi congedo, signori. Se noi e Caio Marzio dovessimo incontrarci abbiamo giurato di combattere finché uno non cade.

TUTTI
Gli dei ti assistano.

AUFIDIO
E proteggano voi.

PRIMO SENATORE
Addio.

SECONDO SENATORE
Addio.

TUTTI
Addio.

 

Escono.

 

 

 

atto primo - scena terza

 

Entrano Volumnia e Virgilia, madre e sorella di Marzio.
Siedono su due sgabelli e cominciano a cucire.

VOLUMNIA
Ti prego, figlia mia, canta, o mostra un po' più d'allegria. Se mio figlio fosse mio marito, sinceramente sarei più felice per un'assenza nella quale si facesse onore, che non per i suoi abbracci a letto, per quanto amore ci mettesse. Quand'era ancora un bimbetto e l'unico frutto del mio ventre, quando la gioventù con la sua bellezza attraeva su lui tutti gli sguardi, quando una madre neppure se un re l'avesse pregata per un giorno intero avrebbe dato via il figlio per un'ora lontano dai suoi occhi, io, pensando che un essere come lui era fatto per l'onore - e altrimenti, se la rinomanza non l'animava, non sarebbe stato che un quadro appeso a una parete - io ero contenta di lasciarlo cercare il pericolo là dove poteva trovare la fama. A una guerra crudele lo mandai, dalla quale tornò con le tempie cinte di quercia. Ti assicuro, figlia, che non sobbalzai tanto di gioia a sentire che m'era nato un uomo, come quando vidi per là prima volta che s'era dimostrato un uomo.

VIRGILIA
E se quella volta fosse morto, signora, che avreste fatto?

VOLUMNIA
Allora il suo buon nome sarebbe diventato mio figlio, in lui avrei trovato la mia discendenza. Ascolta quanto ti dichiaro sinceramente, se avessi una dozzina di figli tutti ugualmente amati, nessuno meno del tuo e mio buon Marzio, preferirei che undici morissero nobilmente per la patria, piuttosto che uno sprecasse la vita nei piaceri e nell'inazione.

Entra una dama.

DAMA
Mia signora, la signora Valeria è venuta a visitarti.

VIRGILIA
Ti prego, permettimi di ritirarmi.

VOLUMNIA
Niente affatto. Mi par sentire vicino il rullo dei tamburi di Marzio, vederlo abbattere Aufidio preso ai capelli, e i Volsci scappare come bimbi dall'orso. Mi pare vederlo così pestare i piedi e gridare "Avanti, vigliacchi! Voi concepiti nella paura, anche se nati in Roma". Poi la fronte insanguinata tergendo con la mano di ferro avanza come il mietitore che deve falciare tutto o perdere la paga.

VIRGILIA
La fronte insanguinata? O Giove, niente sangue!

VOLUMNIA
Via, sciocca! Sta bene a un uomo più che l'oro al suo monumento. I seni di Ecuba, quando allattava Ettore, non erano belli come la fronte di lui che piena di sprezzo schizzava sangue contro le spade greche.
Di' a Valeria che siamo pronte a riceverla.

Esce la dama.

VIRGILIA
Il cielo protegga il mio signore da quel bruto Aufidio!

VOLUMNIA
La testa d'Aufidio la pesterà col ginocchio e il piede sul collo.

Entra Valeria con un servo e una dama.

VALERIA
A tutte e due buon giorno.

VOLUMNIA
Cara signora!

VIRGILIA
Sono lieta di vederti, signora.

VALERIA
Come state voi due? Amate la casa, si vede. Cosa ricamate lì? Ma che bel ricamo, veramente. E come sta il piccolino?

VIRGILIA
Grazie, gentile signora. Sta bene.

VOLUMNIA
Gli piace vedere spade e sentire tamburi, ma trascura il maestro.

VALERIA
È tutto suo padre, parola mia. Un bimbo stupendo lo giuro. Vi dirò, mercoledì sono stata a guardarlo per una buona mezzora. Ha un piglio così deciso! L'ho visto correre dietro a una farfalla dorata, e quando la prese la lasciò andare, e ancora dietro, e giù un capitombolo e su e la riacchiappa. O che il ruzzolone l'abbia irritato o che cosa, serra così i denti e la sbrana. Oh come la sbrindellò ve lo giuro!

VOLUMNIA
Uno degli scatti del padre.

VALERIA
Proprio così, là, un bimbetto di razza.

VIRGILIA
Uno schianto, signora mia.

VALERIA
Andiamo, basta con quei punti. Voglio farti fare la scansafatiche con me questo pomeriggio.

VIRGILIA
No signora mia, non voglio uscire.

VALERIA
Non vuoi uscire?

VOLUMNIA
Uscirà, uscirà.

VIRGILIA
No veramente, perdonami. Non esco di casa finché il mio signore non torna dalla guerra.

VALERIA
Ma via, fai malissimo a startene così chiusa. Via, devi pure una visita alla nostra amica in attesa.

VIRGILIA
Le auguro che tutto vada bene e la visiterò con le preghiere ma non posso andarci.

VOLUMNIA
Ma perché se è lecito?

VIRGILIA
Non per scansare una fatica e nemmeno per scarsità d'affetto,

VALERIA
Vuoi farmi la parte di Penelope. Ma dicono che tutta la lana che filò mentre Ulisse era via non fece che riempire Itaca di tarme. Andiamo, vorrei che la tua tela ci sentisse come le tue dita, così smetteresti di bucarla, poverina. Su, devi uscire con noi.

VIRGILIA
No signora perdonami, davvero non esco.

VALERIA
Senti, oh, vieni con me, e io ti darò ottime notizie di tuo marito.

VIRGILIA
Ah, signora, è troppo presto per averne.

VALERIA
Te lo assicuro, non scherzo. Ne abbiamo ricevute ieri sera.

VIRGILIA
Davvero?

VALERIA
Davvero, sul serio. Ne ho sentito parlare un senatore. Te lo dico: i Volsci hanno messo in campo un esercito e contro di esso è andato il generale Cominio con una parte dell'esercito. Tuo marito e Tito Larzio han piantato le tende davanti alla città di Corioli. Sono sicuri di prenderla, e concludere presto la campagna. Notizia vera, sul mio onore, e quindi vieni, ti prego.

VIRGILIA
Ti chiedo perdono, signora, ti obbedirò in tutto un'altra volta.

VOLUMNIA
Lasciala stare, cara. Così com'è non farebbe che guastarci l'allegria.

VALERIA
Beh sì, lo credo proprio. Statti bene, allora. Andiamo, cara amica. Ma suvvia ti prego, Virgilia, caccia via quella mutria e vieni con noi.

VIRGILIA
No signora mia, non insistere. Davvero non debbo uscire. Vi auguro un gran divertimento.

VALERIA
E allora, addio.

 

Escono.

 

 

 

atto primo - scena quarta

 

Entrano Marzio e Tito Larzio con tamburi e bandiere, e comandasti e soldati come fossero davanti alla città di Corioli. Un messo vien loro incontro.

MARZIO
Là, arrivano notizie. C'è stata battaglia scommetto.

LARZIO
No, il mio cavallo contro il tuo.

MARZIO
Accetto.

LARZIO
Affare fatto.

MARZIO
Di', il nostro generale si è scontrato col nemico?

MESSO
No, sono in vista, ancora niente scontro.

LARZIO
Il tuo bel cavallo è mio.

MARZIO
Lo ricompro.

LARZIO
No, non vendo né do via. Te lo presto per cinquant'anni.

(Al trombettiere) Chiamate la città.

MARZIO
Quanto distano questi eserciti?

MESSO
Meno d'un miglio e mezzo.

MARZIO
Allora sentiremo la carica, e loro la nostra. Ora, Marte, ti prego, facci sbrigare presto, così con le spade fumanti potremo marciare da qui in aiuto degli amici in campo! Su, fiato alle trombe.

Suonano a parlamento.

Sulle mura di Corioli appaiono due senatori e altri.

Tullo Aufidio è con voi?

PRIMO SENATORE
No, e quelli che ci sono vi temono non più di lui, cioè meno che niente.

 

Tamburi in lontananza.

 

Sentite? I tamburi chiamano i nostri giovani alla battaglia. Abbatteremo le mura piuttosto che starci chiusi dentro.
Le porte che sembrano sbarrate le abbiamo appena assicurate coi giunchi. Si apriranno da sé.


Carica in lontananza.


Sentite laggiù? Aufidio è lì. Ascoltate il bel lavoro che fa tagliando a pezzi i vostri.

MARZIO
Hanno cominciato, oh!

LARZIO
Il loro clamore sia il nostro segno. Le scale, qui!

Entra l'esercito dei Volsci.

MARZIO
Non ci temono, anzi fanno sortita. Ora gli scudi davanti ai cuori, e i cuori più saldi degli scudi. Avanza, valoroso Tito. Ci disprezzano molto più di quanto credessimo, e questo mi fa sudare di rabbia. Miei soldati, avanti. Chi si ritira lo prendo per un volsco, e assaggerà la mia spada.

Carica.

I Romani sono respinti nelle trincee.

Entra Marzio imprecando.

MARZIO
Tutte le pesti del sud vi si posino addosso, vituperi di Roma! Branco di... pustole e ulcere vi coprano dalla testa ai piedi, che siate orridi prima di apparirete possiate impastarvi l'un l'altro a un miglio controvento! Anime d'oca in forma umana, siete scappati davanti a schiavi che le scimmie batterebbero! O Plutone! O inferno! Tutti feriti di dietro, i culi rossi e le facce pallide per la fuga e la tremarella! Riscattatevi e caricate decisi, o per le luci del cielo mollo il nemico e combatto contro di voi. V'ho avvertito. Avanti. Se tenete duro, li faremo scappare in braccio alle mogli, come loro ci hanno ricacciati nelle trincee. Seguitemi!

Altra carica, e Marzio insegue i Volsci fino alle porte

Ecco le porte sono aperte. Dimostratevi buoni spalleggiatori. La Fortuna le apre a chi insegue, non a chi scappa. Guardate me e imitatemi!

Varca le porte.

PRIMO SOLDATO
È una pazzia, non lo seguo.

SECONDO SOLDATO
Neanch'io.

PRIMO SOLDATO
Guarda, l'han chiuso dentro.

TUTTI
È fregato, non c'è dubbio.

Continua la carica.

Entra Tito Larzio.

LARZIO
Che ne è di Marzio?

TUTTI
Ucciso, capo, senza dubbio.

PRIMO SOLDATO
Era alle calcagna dei fuggiaschi e è entrato con loro e quelli di colpo hanno chiuso le porte. È lui solo contro tutta la città.

LARZIO
O valoroso che vinci in audacia coi sensi la tua spada insensibile, e resisti se si piega. Ti abbiamo perduto, Marzio. Un rubino perfetto grande come te non sarebbe un gioiello di uguale valore. Eri un soldato come voleva Catone, fiero e terribile non solo a colpire, ma col tuo aspetto tremendo e il rimbombo di tuono delle tue grida facevi tremare i nemici come se il mondo avesse brividi di febbre.

Entra Marzio sanguinante, assalito dai nemici.

PRIMO SOLDATO
Guarda lì, signore.

LARZIO
È lui, Marzio! Salviamolo, o una stessa fine per tutti.

Combattono, ed entrano tutti nella città.

 

 

 

atto primo - scena quinta

 

Entrano alcuni saccheggiatori romani.

PRIMO ROMANO
Questo me lo porto a, Roma.

SECONDO ROMANO
E io questa roba qua.

TERZO ROMANO
Peste! Mi pareva argento.

Ancora cariche in lontananza.

Entrano Marzio e Tito Larzio con un trombettiere.

MARZIO
Guarda lì quegli eroi per cui il tempo vale una dracma bucata. Cuscini, cucchiai di stagno, ferri vecchi, cotte che il boia seppellirebbe con chi le indossava, questi vigliacchi prima ancora che cessi la battaglia impacchettano tutto.

Crepino!

 

Escono i saccheggiatori.

 

E senti, che chiasso fa il generale! Andiamoci. Lì c'è l'uomo che la mia anima odia, Aufìdio, e va sgozzando i Romani. Perciò, valoroso Tito, prendi truppe che bastino a tenere la città, e io non chi ne ha l'animo corro in aiuto di Cominio.

LARZIO
Nobile amico, tu sanguini. Ciò che hai fatto è stato troppo per tornare a combattere.

MARZIO
Via, niente lodi. Ancora non mi sono scaldato. Addio. Perdere un po' di sangue mi fa più bene che male. Mi presento così ad Aufidio, e mi batto.

LARZIO
Allora la bella dea Fortuna impazzisca d'amore per te, e i suoi incantesimi potenti sviino le spade dei nemici.

Il successo sia il paggio dell'audace!

MARZIO
E sia anche tuo amico, come lo è di quelli che la dea alza più in alto. Addio.

LARZIO
Nobilissimo Marzio!

 

Marzio esce.


Va' a suonare la tua tromba nel foro. Chiama lì tutti i maggiorenti. Sapranno le nostre disposizioni. Vai!

 

Escono.

 

 

 

atto primo - scena sesta

 

Entra Cominio, come battendo in ritirata, coi suoi soldati.

COMINIO
Riprendete fiato, amici. È stata una bella battaglia! Ne siamo usciti da Romani, senza resistere da folli né ritirarci da codardi. Credetemi, saremo attaccati di nuovo. Durante la mischia, a tratti, sulle raffiche del vento, abbiamo udito le cariche dei nostri. Gli dei di Roma siano loro propizi come a noi, speriamo, e i nostri due eserciti s'incontrino col sorriso in fronte e offrano sacrifici di gratitudine a voi dei!

Entra un messo.

Che notizie?

MESSO
Quelli di Corioli han fatto sortita e han dato battaglia a Tito e Marzio. Ho visto i nostri ricacciati nelle trincee poi son venuto via.

COMINIO
Sarà vero ma non credo che tu sia esatto. Quanto tempo è passato da allora?

MESSO
Più d'un'ora, signore.

COMINIO
Non è un miglio, poco fa sentivamo i tamburi. Come mai hai sprecato un'ora per un miglio e porti notizie così tardi?

MESSO
Spie dei Volsci mi hanno dato la caccia, ho dovuto fare un giro di tre o quattro miglia. Altrimenti, generale, avrei portato le notizie già da mezzora.

Entra Marzio.

COMINIO
Chi è quello laggiù che pare scorticato? O dei! ha l'aspetto di Marzio, l'ho visto così altre volte.

MARZIO (grida)
Arrivo troppo tardi?

COMINIO
Il pastore non scerne tuono da tamburo meglio di quanto io sceveri la voce di Marzio da ogni altra inferiore.

MARZIO
Arrivo troppo tardi?

COMINIO
Sì, se il sangue che t'ammanta non è di altri ma tuo.

MARZIO
Fatti abbracciare forte come serravo la mia ragazza, felice come quando fìnì il giorno delle nozze e le fiaccole ardevano sulla via del letto.

COMINIO
Fiore dei guerrieri, che ne è di Larzio?

MARZIO
È lì che s'affanna a dettare decreti: condanna qualcuno a morte, altri all'esilio, uno al riscatto, l'altro lo risparmia, un terzo lo minaccia. Tiene Corioli nel nome di Roma, come un levriero al guinzaglio che fa le moine, e che dipende da te lasciar andare.

COMINIO
Dov'è quel cane che vi ha detto cacciati nelle trincee? Dov'è? Chiamatelo.

MARZIO
Lascialo stare.
T'ha detto la verità. Tranne che per i patrizi. Gli altri, i soldati - crepino! Gli hanno dato i tribuni! - mai sorcio scappò dal gatto come loro scapparono da teppisti peggio di loro.

COMINIO
Ma come hai fatto a vincere?

MARZIO
C'è forse tempo per dirtelo? Non credo. Dov'è il nemico? Siete padroni del campo? Se no, perché fermarsi prima di diventarlo?

COMINIO
Marzio, abbiamo combattuto con svantaggio e ci siamo ritirati per vincere.

MARZIO
Come sono schierati? Sai da che lato hanno messo i migliori?

COMINIO
Io penso, Marzio, che le bande di fronte sono gli Anziati, i loro più fidi. Li comanda Aufidio, fulcro della loro speranza.

MARZIO
Ti supplico per tutte le battaglie combattute assieme, e il sangue versato assieme e le promesse di restare sempre amici, mettimi faccia a faccia con Aufìdio e i suoi, e non ritardare lo scontro, riempi l'aria di spade erte e di dardi, tentiamo subito la sorte.

 

COMINIO
Sarebbe meglio, penso, farti condurre a un quieto bagno e a un massaggio di balsami, ma non saprò mai rifiutarti nulla. Scegliti chi può meglio aiutarti.

MARZIO
Sono coloro che lo vogliono di più. Se qui c'è qualcuno - sarebbe una colpa dubitarne - che ama questa pittura di cui mi vedete imbrattato, se c'è qualcuno che teme meno per sé che per il suo nome, se qualcuno pensa che una morte audace valga più d'una vita senza onore, e la patria più di sé stesso, costui solo, o quanti pensano come lui agiti in alto la spada per dire che è pronto, e segua Marzio.

Tutti gridano e agitano in alto le spade, lo alzano sulle braccia e lanciano in aria i copricapi.

Di me solo, di me fate una spada. Se questo non è solo apparenza, chi di voi non vale quattro Volsci? Nessuno di voi che non sia tale da opporre al grande Aufidio uno scudo saldo come il suo. Vi ringrazio tutti, ma debbo scegliere solo alcuni. Si proveranno gli altri in altro assalto quando verrà il momento. Ora vi prego, marciatemi davanti e io scelgo presto i più adatti alla squadra.

COMINIO
Allora in marcia, ragazzi. Tenete fede all'impegno, e tutto andrà diviso tra noi.

 

Escono.

 

 

 

atto primo - scena settima

 

Tito Larzio, che ha lasciato un presidio a Corioli e muove con trombe e tamburi verso Cominio e Marzio,

entra con un aiutante, altri soldati e una guida.

LARZIO
Buona guardia alle porte. Attenetevi agli ordini. Se lo richiedo, mandate in nostro aiuto le centurie. Gli altri bastano a tenere, per poco. Se perdiamo il campo, non terremo la città.

AIUTANTE
Fidati, signore.

LARZIO
Usciamo, e chiudete le porte dietro di noi. Guida, avanti, portaci al campo romano.

 

Escono.

 

 

 

atto primo - scena ottava

 

Segnale d'assalto.


Entrano da parti opposte Marzio e Aufidio.

MARZIO
Voglio combattere solo con te, perché ti odio peggio d'uno spergiuro.

AUFIDIO
Siamo pari. Non c'è serpe in Africa che io detesti più della tua fama e rivalità. In guardia.

MARZIO
Il primo che arretra muoia schiavo dell'altro e poi gli dei lo dannino.

AUFIDIO
Se fuggo urlami dietro, come a una lepre.

MARZIO
Tullo, neppure tre ore fa ho lottato da solo dentro le mura della tua Corioli e v'ho fatto ciò che volevo. Questa maschera che vedi non è sangue mio. Spremiti tutte le forze per vendicarti.

AUFIDIO
Se tu fossi quell'Ettore che fu la sferza della tua millantata progenie, questa volta non mi scappi.

Qui combattono, e alcuni Volsci accorrono in aiuto di Aufidio.
Marzio lotta sino a ricacciarli sfiatati.

Uomini servili e non valorosi, m'avete disonorato col vostro aiuto maledetto.


Escono.

 

 

 

atto primo - scena nona

 

Squilli di tromba. Segnale di carica. Poi suona la ritirata.
Entrano da una parte Cominio e i Romani, dall'altra Marzio con un braccio fasciato.

COMINIO
Dovessi dirti ciò che hai fatto oggi non crederesti alle tue azioni. Ma lo riferirò là dove i senatori uniranno lacrime e sorrisi, e i grandi patrizi ascolteranno spallucciando ma poi resteranno di stucco, e le dame atterrite staranno in orecchi tremando di piacere,e i cupi tribuni che assieme ai plebei puzzolenti odiano la tua gloria diranno a malincuore "Grazie agli dei Roma ha un tale soldato". E dire che eri arrivato alla festa solo per mangiare un boccone, perché venivi da un gran banchetto.

Entra Tito Larzio col suo esercito, di ritorno dall'inseguimento.

LARZIO
O generale, qui lui è il destriero, noi la bardatura. Avessi visto...

MARZIO
Ora vi prego, basta.
Mia madre, che ha bene il diritto di vantare il proprio sangue, quando mi loda mi addolora. Ho fatto ciò che voi avete fatto - cioè quello che posso - e per lo stesso vostro motivo, per la mia terra. Chiunque abbia solo attuato la sua buona volontà ha fatto più di me.

COMINIO
No, non sarai la tomba dei tuoi meriti. Roma deve conoscere il valore dei suoi figli. Sarebbe reticenza peggiore d'un furto, non meno grave di una calunnia, nascondere ciò che hai fatto, silenziare ciò che anche a levarlo sopra torri e tetti sarebbe poco lodato. Perciò, ti prego - per segnare ciò che sei, non per premiare ciò che hai fatto - ascoltami qui, davanti all'esercito.

MARZIO
Ho ferite addosso, e mi bruciano a sentirsi ricordate.

COMINIO
Se non bruciassero potrebbero suppurare nell'ingratitudine e trovar cura nella morte. Di tutti i cavalli catturati - sono buoni e molti - di tutto il bottino preso in campo e in città ti diamo la decima parte, da prelevarsi prima della distribuzione, e solo a tua scelta.

MARZIO
Grazie, generale, non posso convincere il mio cuore ad accettare un compenso per la mia spada. Lo rifiuto, e insisto, la mia parte sarà uguale alla parte di chi mi ha visto combattere.

Lunghi squilli di trombe.
Tutti gridano "Marzio! Marzio!" e lanciano in alto i copricapi e le aste.
Cominio e Larzio restano a capo scoperto.

MARZIO
Possano questi strumenti che profanate non suonare più! Quando i tamburi e le trombe si mettono ad adulare sul campo, le corti e le città si riempiano di facce false e ipocrite. Quando l'acciaio diventa morbido come la seta del parassita, combatta costui in prima fila. Basta, vi dico. Perché non mi sono lavato il naso che sanguina, perché ho battuto qualche debole poveraccio - cosa che molti han fatto qui senza menzione - voi mi portate alle stelle con acclamazioni iperboliche, come se amassi vedere il mio poco nutrito di lodi in salsa di menzogne.

COMINIO
Troppa modestia. Sei più crudele con la tua rinomanza che grato a noi che te la diamo sinceri. Abbi pazienza, se sei in collera con te stesso ti metteremo i ferri ai polsi - come a uno che vuol farsi del male - poi ragioneremo con te senza rischio. Dunque sia noto a noi e al mondo, che Caio Marzio ha vinto questa guerra. In riconoscimento gli, do il mio nobile cavallo che tutti qui conoscono, e i suoi finimenti. E da questo momento, per ciò che ha fatto a Corioli chiamatelo, con l'applauso e il grido dell'esercito, Caio Marzio Coriolano. Porta sempre con onore il tuo titolo!

Squillano le trombe e rullano i tamburi.

TUTTI
Caio Marzio Coriolano!

CORIOLANO
Vado a lavarmi, e quando avrò la faccia pulita vedrete se arrossisco o no. Comunque, grazie. Userò il tuo cavallo, e in ogni occasione porterò il tuo bel titolo per cimiero quanto meglio posso.

COMINIO
E ora, alla tenda. Prima di riposare scriveremo a Roma del nostro successo. Tu, Tito Larzio, devi tornare a Corioli. Mandaci a Roma gli uomini migliori, coi quali negoziare per il bene loro e per il nostro.

LARZIO
Lo farò.

CORIOLANO
Gli dei cominciano a farsi gioco di me. Ho appena rifiutato doni principeschi, e ora debbo mendicare un favore dal mio generale.

COMINIO
È concesso, è concesso. Di che si tratta?

CORIOLANO
Qui a Corioli, una volta, sono stato ospite in casa d'un pover'uomo. Fu gentile con me. Ora mi gridava d'aiutarlo, l'ho visto catturare. Ma in quel momento è apparso Aufidio e la rabbia ha vinto la pietà. Ti chiedo di liberare il mio povero ospite.

COMINIO
Oh, un bel mendicare! Fosse il macellaio di mio figlio sarebbe libero come l'aria. Rilascialo, Tito.

LARZIO
Il nome, Marzio?

CORIOLANO
Per Giove, l'ho dimenticato! Sono stanco. Sì, la mia memoria è affaticata. C'è del vino qui?

COMINIO
Andiamo nella mia tenda. Il sangue ti si raggruma sul viso, ed è tempo di pensarci. Venite.

Escono.

 

 

 

atto primo - scena decima

 

Fanfara. Cornette.
Entra Aufidio insanguinato, con due o tre soldati.

AUFIDIO
La città è presa.

PRIMO SOLDATO
Ce la ridaranno a buone condizioni.

AUFIDIO
Condizioni?
Vorrei essere un Romano, come Volsco non posso più essere me stesso. Condizioni? Quali buone condizioni troverà un trattato in chi è alla mercé del nemico? Cinque volte, Marzio, ho combattuto con te e cinque volte mi hai battuto, e così faresti, credo, se ci scontrassimo ogni volta che si mangia. Per gli dei, se mai l'incontro di nuovo barba a barba, o io o lui. La mia emidazione non è più leale come prima: prima pensavo di schiacciarlo a pari forza leale, spada contro spada. Ora voglio fregarlo comunque con la rabbia o l'astuzia.

PRIMO SOLDATO
È un demonio.

AUFIDIO
Più coraggioso ma non tanto furbo. Il mio valore è avvelenato già perché lui lo macchia. Cambierà natura per sua causa. Ora né sonno né asilo, né nudità né malattia né tempio, né Campidoglio né preghiere di preti, né momenti del sacrificio, tutti freni al furore, argineranno col loro consunto privilegio e uso, il mio odio per Marzio. Dovunque lo trovo, persino in casa protetto da mio fratello, anche lì violerò la legge dell'ospite e mi laverò la mano nel suo cuore. Entrate in città, scoprite com'è difesa, e chi sono gli ostaggi per Roma.

PRIMO SOLDATO
Tu non vieni?

AUFIDIO
Mi aspettano al bosco dei cipressi, a sud dei mulini della città. Fatemi sapere lì cosa succede, che i miei movimenti tengano il passo coi fatti.

PRIMO SOLDATO
Lo farò, signore.

Escono.

 

Indice Teatro

Inizio pagina

 


 

Coriolano

(“The tragedy of Coriolanus” - 1607 - 1608)

 

 

atto secondo - scena prima

 

Entrano Menenio e i due tribuni della plebe, Sicinio e Bruto.

MENENIO
L'augure mi dice che stasera avremo notizie.

BRUTO
Buone o cattive?

MENENIO
Non quelle per cui prega la plebe, che non ama Marzio.

SICINIO
La natura insegna alle bestie a riconoscere gli amici.

MENENIO
Dimmi allora, il lupo chi ama?

SICINIO
L'agnello.

MENENIO
Già, per papparselo, come i plebei affamati vorrebbero fare con Marzio.

BRUTO
Strano agnello: bela come un orso.

MENENIO
Strano orso, che vive da agnello. Voi due siete vecchi: rispondete a una mia domanda.

I DUE
Ebbene?

 

MENENIO
Quale magagna manca a Marzio che a voi non difetta affatto?

BRUTO
Nessuna, possiede ampie scorte d'ogni vizio.

SICINIO
Specialmente di superbia.

BRUTO
E massimamente di tracotanza.

MENENIO
Ma guarda un po'! Lo sapete voi due che si dice di voi qui in città, dico tra noialtri della fila di destra? Sì o no?

I DUE
Perché, che si dice?

MENENIO
Ma visto che parlate di superbia, non vi arrabbierete?

I DUE
Via, via, dòmine, via!

MENENIO
Ma infine la vada come la vuole, dacché basta il minimo pretesto a rubarvi, come un ladruncoletto, molta della vostra pazienza. Allentate pure la briglia agli umori e arrabbiatevi a piacer vostro, almeno, se davvero arrabbiarvi per voi è un piacere. Dunque, accusate Marzio di essere superbo?

BRUTO
Non siamo i soli, Menenio.

MENENIO
Ah lo so che da soli sapete fai ben poco, avete molti aiutanti o sennò ciò che fate sarebbe pochino, pochino assai. Le vostre forze son troppo del tipo bebè per fare da sole. Mi parlate di superbia. Ah se poteste torcere gli occhi verso le vostre collottole, e fare un piccolo esame delle vostre bisacce interiori! Ah se lo poteste!

I DUE
Che succederebbe?

MENENIO
Beh scoprireste un paio di magistrati - di minorati vorrei dire - demeritevoli, boriosi, maneschi e bizzosi come pochi a Roma.

SICINIO
Menenio, anche tu sei arcinoto, va'!

MENENIO
Certo, sono arcinoto: un patrizio bizzarro, uno che ama una coppa di vino caldo che neanche una goccia teverina annacqui; uno che ha un po' il difetto di non dar ragione al primo che si lagni, e che piglia fuoco di fretta alla provocazione più banale; uno che ha più confidenza con le natiche della notte che con la mutria del mattino. Ciò che penso lo dico, e sfogo in fiato il malanimo. Se incontro due uomini pubblici come voi - Licurghi non vi posso chiamare - e mi date a bere qualcosa che mi contraria il palato, faccio le boccacce. Non posso dir che le vostre dignità han ben esposto la faccenda, quando a ogni sillaba, quasi, vi casca l'asino. E sebben debba fare buon viso a chi vi reputa persone serie e di rispetto, mente però per la gola chiunque vi trova una facciata decente. E se tutto ciò lo leggete qui, sulla mappa del mio piccolo mondo, ne consegue forse che anch'io sarei arcinoto? Che misfatto può spigolare la vostra cisposa sagacia da questo mio ritratto, anche se fosse arcinoto?

BRUTO
Andiamo, andiamo, ti conosciamo abbastanza.

MENENIO
Voi non conoscete né me, né voi stessi né niente. Andate solo cercando le scappellate e gli inchini di morti di fame e imbroglioni. Buttate via una bella mattina a trattare una causa tra una fruttivendola e un tappaiolo, e poi rinviate quella lite da tre soldi a una seconda giornata d'udienza. Se mentre arbitrate fra due litiganti vi scappa la cacarella fate smorfie da pagliacci, alzate bandiera rossa contro la pazienza, e sbraitando per un pitale lasciate lì la disputa a dissanguarsi, più ingroppata che mai dalla vostra udienza. Tutta la pace che sapete fare nella causa consiste nel chiamare farabutti l'una parte e l'altra. Siete una gran bella coppia.

BRUTO
Via, via, si sa benissimo che sai fare meglio il burlone a tavola che il magistrato in Campidoglio.

MENENIO
Persino i preti diventano burloni a incontrare soggetti ridicoli come voi due. Ciò che dite di meno spropositato non vale lo sbattere delle vostre barbe. E queste barbe non meritano altra tomba onorata che un cuscino rattoppato, o il basto d'un somaro. Eppure andate blaterando che Marzio è superbo! Lui che a dir poco vale tutti i vostri antenati a partire da Deucalione, epperò sospetto che i più decenti facessero i boia di padre in figlio. Buonasera alle vostre reverenze. Continuare la conversazione m'infetterebbe il cervello, perché siete i mandriani del bestiame plebeo. Avrò dunque l'ardire di congedarmi da voi.

Bruto e Sicinio restano in disparte.
Entrano Volumnia, Virgilia e Valeria.

Allora, mie belle e nobili signore - e la luna se fosse di questa terra non sarebbe più nobile - dov'è che correte dietro ai vostri occhi?

VOLUMNIA
Onorabile Menenio, arriva mio figlio Marzio. Andiamo, per amor di Giunone.

MENENIO
Come? Marzio ritorna a casa?

VOLUMNIA
Sì, degno Menenio, e con massima gloria.

MENENIO
Pigliati il mio cappello, Giove, e grazie! Davvero! Marzio torna a casa?

VIRGILIA E VALERIA
Ma sì, davvero, davvero.

VOLUMNIA
Guarda qui, ho una sua lettera. Il senato ne ha un'altra, sua moglie una terza, e credo che ce n'è una per te a casa tua.

MENENIO
La farò ballare la mia casa stasera! Una lettera per me?

VIRGILIA
Sicuro, ce n'è una per te, l'ho vista.

MENENIO
Una lettera per me! Mi regala sett'anni di salute, durante i quali farò le boccacce al medico. Di fronte a questo cordiale la più eccelsa ricetta di Galeno è solo roba da ciarlatani, non vale più d'una purga da cavallo. Non è ferito? Ha sempre portato a casa qualche ferita.

VIRGILIA
Oh, no, no, no.

VOLUMNIA
Sì che è ferito, grazie agli dei.

MENENIO
Li ringrazio anch'io, se è cosa da poco. Porta in tasca una vittoria, qualche ferita non guasta.

VOLUMNIA
Qui sulla fronte, Menenio. Torna per la terza volta con la corona di quercia.

MENENIO
Glie l'ha data, ad Aufidio, una buona lezione?

VOLUMNIA
Tito Larzio scrive che si sono battuti, ma Aufidio s'è sganciato.

MENENIO
E ha fatto bene gliel'assicuro. Se perdeva altro tempo non avrei voluto essere nei suoi panni per tutti i forzieri di Corioli con l'oro che c'è dentro. Lo sanno questo i senatori?

VOLUMNIA
Care amiche bisogna andare. Sì, sì, sì! Il senato ha le lettere del generale, vi si attribuisce a mio figlio tutto il successo della campagna. In questa guerra ha superato del doppio le sue imprese di prima.

VALERIA
Davvero, si dicono meraviglie di lui.

MENENIO
Meraviglie? Ma certo, e se le merita tutte.

VIRGILIA
Dio voglia che siano vere.

VOLUMNIA
Vere? Ma guarda lei!

MENENIO
Vere? Certo che son vere! Dov'è che è ferito? (Ai tribuni) Dio salvi le reverenze vostre! Marzio ritorna a casa. Ha nuove ragioni di essere superbo. Dov'è che è ferito?

VOLUMNIA
Alla spalla e al braccio sinistro. Avremo belle cicatrici da mostrare al popolo, quando si presenterà candidato. Ebbe sette ferite nel ricacciare Tarquinio.

MENENIO
Una al collo, due alla coscia... son nove che io sappia.

VOLUMNIA
Prima di questa campagna aveva sul corpo venticinque ferite.

MENENIO
Ora fan ventisette. Ogni tacca la tomba d'un nemico.

 

Grida e squilli di trombe.

 

Ecco, le trombe.

VOLUMNIA
Sono gli araldi di Marzio. Dinanzi a sé porta il fragore, dietro si lascia lacrime. Il dio nero, la Morte, è nel suo braccio potente. Esso s'avanza, s'abbassa, e gli uomini muoiono.

Squillo di trombe. Poi trombe a distesa.
Entrano il generale Cominio e Tito Larzio.
Tra di loro Coriolano incoronato di quercia, con ufficiali, soldati e un araldo.

ARALDO
Sappi, Roma, che Marzio tutto da solo ha combattuto dentro Corioli e lì ha vinto con gloria un nome da aggiungere a Caio e Marzio. A questi ora, in segno d'onore segue Coriolano. Benvenuto a Roma, illustre Coriolano!

Squillo di trombe.

TUTTI
Benvenuto a Roma, illustre Coriolano!

CORIOLANO
Basta così. Offende il mio cuore. Vi prego, basta.

COMINIO
Guarda, Marzio, tua madre!

CORIOLANO
Oh tu hai, lo so, pregato tutti gli dei per il mio successo!

S'inginocchia.

VOLUMNIA
No, mio buon soldato, alzati. Marzio gentile, degno Caio, e ora chiamato per le tue grandi imprese - come dunque? - Devo chiamarti Coriolano? Ma ecco, tua moglie.

CORIOLANO
Salve, mio grazioso silenzio! Avresti riso se fossi tornato nella bara, che piangi a vedermi trionfare? Ah, mia cara, occhi così li hanno le vedove a Corioli, e le madri che non trovano i figli.

MENENIO
Ora gli dei t'incoronino!

CORIOLANO
Ancora vegeto?

(A Valeria) Dolce signora, perdonami.

VOLUMNIA
Non so dove voltarmi. Benvenuto a casa. Benvenuto, generale. Benvenuti tutti.

MENENIO
Centomila benvenuti. Potrei piangere e ridere, sono allegro e triste. Benvenuti. E un cancro azzanni alle radici il cuore non lieto di vederti. Siete tre per i quali Roma dovrebbe impazzire d'amare. E invece, perdinci, qui in casa abbiamo certi meli selvatici che non si fanno innestare col vostro affetto. Ma benvenuti, guerrieri. L'ortica noi la chiamiamo ortica, e gli sbagli degli scemi, solo scemenze.

COMINIO
Giusto, come sempre.

CORIOLANO
Sempre Menenio, sempre.

ARALDO
Fate largo lì, circolate!

CORIOLANO (a Volumnia e Virgilia)
La tua mano, e la tua. Prima che io trovi riposo all'ombra della casa bisogna rendere omaggio ai bravi patrizi dai quali ho avuto non solo benvenuti ma anche nuovi onori.

VOLUMNIA
Ho vissuto fino a vedere attuati i miei desideri e l'edificio dei miei sogni. Soltanto una cosa manca, e non dubito che Roma te la darà.

CORIOLANO
Madre, devi sapere che preferisco servirli a modo mio piuttosto che comandarli a modo loro.

COMINIO
Avanti, al Campidoglio.

Squilli di trombe. Cornette.
Escono in corteo come prima Bruto e Sicinio vengono avanti.

BRUTO
Tutte le bocche parlano di lui, e gli occhi appannati s'armano d'occhiali per vederlo. La balia pettegola lascia che il pupo strilli sino a farsi convulso, mentre chiacchiera di lui. Caterinaccia in cucina appunta al collo bisunto lo straccetto più bello e scala muri per adocchiarlo. E banchi, banconi, balconi sono sommersi, i tetti pullulano, tipi d'ogni risma cavalcano i colmi, tutti d'accordo nell'uzzolo di vederlo. Flàmini riservatissimi pigiano nella calca plebea e sbuffano per un piazzamento volgare. Le nostre dame velate abbandonano le guance dal fìne belletto dove lottano bianco e rosa damaschino al saccheggio lascivo dei baci roventi di Febo. Un tale ululìo come se il dio che lo guida - chiunque sia - si fosse insinuato nella sua tempra mortale e gli dia forma divina.

SICINIO
Sarà subito console, vedrai.

BRUTO
Allora noi due sotto di lui possiamo andare a nanna.

SICINIO
Ma non saprà governare con equilibrio dal principio alla fine, e perderà il potere che ha vinto.

BRUTO
Questo mi conforta.

SICINIO
Non aver paura. I plebei che rappresentiamo lo odiano da sempre, e certo al minimo spunto dimenticheranno questi suoi nuovi meriti. Lui stesso gliene darà il pretesto, non ne dubito: ha troppo orgoglio per non farlo.

BRUTO
L'ho sentito giurare che, dovesse candidarsi al consolato, non scenderà nel foro né indosserà la veste lisa dell'umiltà e neanche mostrerà le ferite com'è d'uso al popolo, per mendicare un loro sì puzzolente.

SICINIO
Appunto.

BRUTO
Ha detto proprio così. Ah meglio, dice, lasciar perdere che vincere, se non fosse che i patrizi lo chiedono e i nobili lo vogliono.

SICINIO
Non desidero di meglio: pensi pure così e agisca di conseguenza.

BRUTO
Lo farà, vedrai.

SICINIO
E allora andrà dove vogliamo noi, alla rovina sicura.

BRUTO
O questo tocca a lui, o la nostra autorità finisce. Dobbiamo ricordare alla gente l'odio che ha sempre avuto per loro. E che, se avesse potuto, ne avrebbe fatto dei muli, avrebbe zittito i loro difensori, gli avrebbe tolto ogni libertà, perché in quanto a capacità e azione li pensa non più dotati d'anima e di valore dei cammelli in guerra, che gli si dà il foraggio per portare la soma e legnate a levapelle quando stramazzano.

 

SICINIO
Appunto, questo va suggerito al momento giusto quando la sua insolenza crescente aprirà gli occhi al popolo. L'occasione non mancherà se lo provochiamo, ed è facile come aizzare un cane contro un gregge. Sarà una sua scintilla a incendiare la loro stoppia secca. E la loro vampata lo eclisserà per sempre.

Entra un messo.

BRUTO
Novità?

MESSO
Siete convocati in Campidoglio. Si pensa che Marzio sarà console. Ho visto i muti pigiarsi per vederlo e i ciechi per sentirlo. Le matrone gettano i guanti al suo passaggio, e le dame e le ragazze gli scialli e i fazzoletti. I nobili s'inchinano come alla statua di Giove, e i plebei con coppole e grida fanno pioggia e tuono. Mai visto niente di simile.

BRUTO
Su, al Campidoglio, con occhi e orecchi per il presente ma i cuori per gli eventi.

SICINIO
Andiamo.

Escono.

 

 

 

atto secondo - scena seconda

 

Entrano due funzionari a disporre cuscini come fossero in Campidoglio.

PRIMO FUNZIONARIO
Su, su, sbrigati che arrivano. Quanti sono i candidati?

SECONDO FUNZIONARIO
Tre, dicono, ma tutti pensano che Coriolano la spunta.

PRIMO FUNZIONARIO
Un uomo in gamba, però maledettamente superbo, la gente comune non gli piace.

SECONDO FUNZIONARIO
Beh molti grand'uomini han corteggiato il popolo che non li poteva soffrire; e altri il popolo li ha favoriti senza sapere perché. Ora se la gente ama e non sa perché, odia pure senza un motivo migliore. Per cui se a Coriolano non importa niente di essere amato o odiato, ciò dimostra che sa bene come fa la gente, e glielo fa pure capire, con sprezzatura da nobiluomo.

PRIMO FUNZIONARIO
Mettiamo pure che non gliene freghi niente di essere amato o no, ma allora dovrebbe infischiarsene davvero, e non fare alla gente né bene né male. Invece lui va cercando l'odio con più zelo del loro nel ricambiarlo, e non trascura niente per apparire chiaro e tondo il loro nemico. Ora, darsi l'aria di cercar l'odio e lo scontento del popolo è altrettanto sbagliato di quello che lui detesta: leccarlo per averlo amico.

SECONDO FUNZIONARIO
Ha molti meriti di fronte alla nazione. E non è salito scalando gradini comodi come quelli che leccano il popolo e gli fanno inchini e acquistano rispetto e stima a colpi di cappello senza fare altro per meritarli. No, lui ha piantato i suoi meriti nei loro occhi e le sue imprese nel loro cuore, dimodocché se le lingue restassero zitte senza riconoscerli, sarebbe come dire una colpa d'ingratitudine. E affermare il contrario sarebbe una carognata che si smentisce da sé, e sarebbe bollata e bocciata da ogni orecchio che la sente.

PRIMO FUNZIONARIO
In conclusione è un uomo in gamba. Andiamo di là che arrivano.

Squilli di trombe.

Entrano i patrizi e i tribuni della plebe preceduti dai littori, poi Coriolano, Menenio e il console Cominio.

Sicinio e Bruto siedono a parte.

MENENIO
Avendo deciso sui Volsci e richiamato Tito Larzio, resta come punto centrale di questo secondo consiglio la ricompensa del nobile servizio di uno che ha ben difeso la patria. Dunque, venerabili e saggi anziani, vogliate invitare il console attuale che ha avuto il comando in quest'ultima fortunata campagna, a parlarci un poco su ciò che ha fatto di memorabile Caio Marzio Coriolano, che qui siamo riuniti per ringraziare e per ricordare, con adeguati onori.

PRIMO SENATORE
Cominio, parla. Non tralasciare nulla per via del tempo, anzi facci credere che allo Stato mancano i mezzi per sdebitarsi, e non che a noi manchi la voglia di essere generosi. A voi, signori del popolo, chiediamo la massima attenzione, e poi di farvi cortesi mediatori con la plebe, che assentisca a quanto qui avviene.

SICINIO
Siamo qui per discutere qualcosa che ci piace, e siamo disposti di cuore a onorare e appoggiare l'ordine del giorno.

BRUTO
Saremo anzi tanto più lieti di farlo se egli saprà apprezzare il popolo più generosamente di quanto non ha fatto finora.

MENENIO
Questo non c'entra, non c'entra! Era meglio non parlarne. Volete ascoltare Cominio?

BRUTO
Con molto piacere. Però il mio ammonimento c'entrava più della tua antifona.

MENENIO
Egli ama il popolo, ma non forzatelo ad andarci a letto. Nobile Cominio, parla.

Coriolano si alza, e fa l'atto di andarsene.

No, resta al tuo posto.

PRIMO SENATORE
Siedi, Coriolano, ascolta senza imbarazzo ciò che di nobile hai fatto.

CORIOLANO
Chiedo perdono ai vostri onori. Preferisco vedere riaprirsi le mie ferite, che ascoltare come le ho ricevute.

BRUTO
Spero, signore, che non t'abbiano fatto alzare le mie parole.

CORIOLANO
No, ma spesso, mentre i colpi di spada m'han fatto restare, sono scappato via dalle parole. Tu non mi hai adulato, quindi non m'hai ferito. Ma la tua gente l'apprezzo per ciò che vale...

MENENIO
Avanti, siedi per favore.

CORIOLANO
Meglio farmi grattare la testa al sole mentre suona l'allarme, che starmene qui per niente a sentire mutare in mostri le mie inezie.

 

Esce.

MENENIO
Signori del popolo, come può adulare la vostra stirpe prolifica - uno in gamba su mille - quando lo vedete pronto a rischiare tutte le membra per l'onore piuttosto che un solo orecchio per sentirne parlare? Cominio, procedi.

COMINIO
Mi mancherà la voce. Le imprese di Coriolano non ammettono un tono sommesso. Si sostiene che il valore è la virtù somma, e nobilita più di tutto chi la possiede. Se è così l'uomo di cui parlo non può trovare un suo pari al mondo. A sedici anni, quando Tarquinio mosse contro Roma, egli superò ogni altro in battaglia. Il nostro dittatore di allora, che ricordo con ogni lode, lo vide battersi e col suo mento amazzonio cacciare labbra irsute. Si piazzò sopra un caduto romano, e il console lo vide uccidere tre nemici. Affrontò lo stesso Tarquinio, lo forzò in ginocchio. Nelle prodezze di quel giorno, lui che poteva in scena recitare da donna risultò in campo il migliore, e per ricompensa ebbe quercia sulla fronte. La sua adolescenza così fattasi virile, crebbe come il mare, e da allora negli urti di diciassette battaglie rubò a tutte le spade la ghirlanda. Quanto a quest'ultima guerra, davanti a Corioli e dentro, lasciatemi dire che non so rendergli giustizia a parole. Ha fermato i soldati in fuga, e col suo raro esempio ha mutato il terrore del codardo  nel piacere del gioco. Come le alghe davanti a un vascello in corsa, gli uomini cadevano obbedienti sotto la sua prua. La spada, sigillo di morte, dove toccava prendeva una vita. Dal volto ai piedi era una cosa di sangue, ogni sua mossa scandita da grida di morenti. Da solo passò quelle porte fatali e le tinse del destino ineluttabile ne uscì senza aiuto, e con un fulmineo rinforzo colpì Corioli come un pianeta. Ora tutto è suo, ma proprio allora l'urlo della zuffa punge il suo senso vigile, e il suo spirito si sdoppia, ravviva la carne affaticata ed egli torna in battaglia e vi corre sanguinante su vite umane come in una strage infinita. E finché non chiamammo nostri il campo e la città, non si fermò mai per dare al petto il sollievo d'un respiro affannato.

MENENIO
Uomo valoroso!

PRIMO SENATORE
Degno certo degli onori che gli prepariamo.

COMINIO
Il nostro bottino l'ha rifiutato, e quegli oggetti preziosi li ha guardati come fossero comune letame della terra. Egli desidera meno di quanto darebbe l'avarizia, le sue azioni le ricompensa facendole, è contento di usare il tempo per il tempo.

MENENIO
Davvero nobile. Fatelo chiamare.

PRIMO SENATORE
Chiamate Coriolano.

Entra Coriolano.

UN FUNZIONARIO
Eccolo.

MENENIO
Il Senato, Coriolano, è ben lieto di farti console.

CORIOLANO
Sono sempre suoi la mia vita e il mio servizio.

MENENIO
Resta dunque che tu parli al popolo.

CORIOLANO
Vi prego, dispensatemi da quell'usanza. Non posso indossare quella tunica, espormi in piazza, chiedere loro il voto per le mie ferite. Vi piaccia farmi omettere questo passo.

SICINIO
Signore, il popolo dovrà dire la sua. E non detrarrà un ette dal cerimoniale.

MENENIO
Non provocarli. Ti prego, adeguati alla tradizione, e accetta come hanno fatto i tuoi predecessori l'onore e la forma.

CORIOLANO
È una parte che arrossirò a recitare. L'usanza si potrebbe togliere alla plebe.

BRUTO (a Sicinio)
Hai sentito?

CORIOLANO
Vantarmi con loro, ho fatto questo e questo, mostrare sfregi indolori da nascondersi, come se li avessi avuti soltanto per pagarmi i loro voti!

 

MENENIO
Non farne un problema. Affidiamo a voi, tribuni del popolo, la nostra proposta.

E al nostro nobile console felicità e onore.

I SENATORI
A Coriolano ogni felicità e onore!

Squilli di trombe. Cornette.

Escono tutti tranne Sicinio e Bruto.

BRUTO
Hai visto come intende trattare il popolo.

SICINIO
Spero che lo capiscano! Andrà a sollecitarli come sdegnato che tocchi a loro di dare ciò che lui chiede.

BRUTO
Vieni, andiamo a informarli di ciò che qui si è fatto. So che ci aspettano al foro.

 

Escono.

 

 

 

atto secondo - scena terza

 

Entrano sette o otto cittadini.

PRIMO CITTADINO
Insomma, se ci domanda i voti non li possiamo negare.

SECONDO CITTADINO
Sì che possiamo, volendo.

TERZO CITTADINO
Abbiamo il potere di farlo, ma è un potere che non abbiamo il potere di esercitare. Perché se ci mostra le ferite e ci racconta le sue imprese, dobbiamo mettere la lingua nelle ferite e farle parlare. E similmente se ci conta le sue nobili imprese, ci tocca di dirgli la nostra nobile riconoscenza. L'ingratitudine è un mostro, e per il popolo mostrarsi ingrato è come fare del popolo un mostro: e siccome noi siamo parte del popolo sarebbe come dire che siamo parti di un mostro.

PRIMO CITTADINO
Né ci vuole molto a beccarsi questa bella definizione. Quella volta che ci sollevammo per il grano lui stesso non perse tempo a chiamarci la folla dalle molte teste.

TERZO CITTADINO
Beh questo l'han detto molti. Non che le nostre teste son grigie o nere, color castagno o pelate. Sono i comprendoni che hanno colori differenti. E a dire il vero lo penso anch'io che se tutti i nostri giudizi uscissero da un cranio solo, se ne volerebbero a est a ovest a nord e a sud, e per mettersi d'accordo sulla strada più breve sceglierebbero assieme tutti i punti della bussola.

SECONDO CITTADINO
Ma davvero? E che strada prende secondo te il mio giudizio?

TERZO CITTADINO
Beh ma il tuo non ha la sortita tanto facile, è troppo incastrato in una zucca di legno. Però se si sgancia tira di certo a sud.

SECONDO CITTADINO
E perché a sud?

TERZO CITTADINO
Per andarsi a perdere nella nebbia. E lì tre quarti si squagliano nella guazza fetente, e la quarta parte, per scrupolo di coscienza, torna a procurarti una moglie.

SECONDO CITTADINO
Sempre a sfottere il prossimo, tu. Di' pure, di' pure.

TERZO CITTADINO
Allora, siete tutti d'accordo di dargli il voto? Tanto non cambia niente, la spunta sempre la maggioranza. Per me, se fosse amico del popolo, uno meglio di lui non s'è mai visto.

Entra Coriolano con la toga dell'umiltà, assieme a Menenio

Eccolo che arriva, con la toga dell'umiltà. State a vedere come si comporta. Però non dobbiamo restar tutti assieme, dobbiamo avvicinarlo dove si piazza, uno per volta, o due, o tre. La richiesta deve farcela a uno a uno, così ciascuno di noialtri ha l'onore personale di dargli il suo voto con la propria voce. Per cui venitemi appresso, che vi so dire come abbordarlo.

TUTTI
D'accordo, d'accordo.

 

Escono.

MENENIO
O domine, non fai bene. Non t'hanno mai detto che persone degnissime l'han fatto?

CORIOLANO
Che debbo dire? "Ti prego, messere..." Peste! Non ce la faccio a tirar la lingua a tal passo. "Messere, guarda qua le mie ferite! Le ho ricevute al servizio della patria, mentre certuni di voi scappavano strillando al rullo dei nostri stessi tamburi".

MENENIO
Ah per gli dei! Non dire niente di simile. Devi pregarli di ricordarsi di te.

CORIOLANO
Ricordarsi di me? Alla forca! Vorrei si scordassero di me come fanno con le prediche che i preti sprecano per loro.

MENENIO
Rovinerai tutto. Ora ti lascio Ti prego, parla con loro, ti prego, in modo pulito.

 

Esce.
Entrano tre dei cittadini.

CORIOLANO
Digli di lavarsi la faccia e pulirsi i denti. Ah, eccone un terzetto. Amico, conosci il motivo per cui sto qui.

TERZO CITTADINO
Sì, lo conosciamo. Dicci perché l'hai deciso.

CORIOLANO
Perché lo merito.

SECONDO CITTADINO
Lo meriti?

CORIOLANO
Sì per questo, ma non perché ne ho voglia.

TERZO CITTADINO
Come, non ne hai voglia?

CORIOLANO
Nossignore, non mi è mai piaciuto scocciare i poveri con l'accattonaggio.

TERZO CITTADINO
Ma devi capire che, se ti diamo qualcosa, speriamo di ricavarne qualcos'altro.

CORIOLANO
E allora, per favore, che prezzo chiedete per il consolato?

PRIMO CITTADINO
Il prezzo è chiederlo con gentilezza.

CORIOLANO
Con gentilezza, amico, ti prego di concedermelo. Ho ferite da mostrarti, e lo farò da solo a solo. Il tuo voto, amico. Cosa rispondi?

SECONDO CITTADINO
L'avrai, degno signore.

CORIOLANO
Affare fatto, signore. E son due voti magnifici che ho mendicato. Grazie per l'elemosina. Addio.

TERZO CITTADINO
Però, che modo di fare.

SECONDO CITTADINO
Dovessi darglielo di nuovo... ma lasciamo perdere.

 

Escono.
Entrano altri due cittadini.

CORIOLANO
Per cortesia, se la mia elezione a console non fa a pugni coi vostri voti, son qua vestito come si usa.

QUARTO CITTADINO
Con la tua patria ti sei guadagnato dei meriti, e non te ne sei guadagnati.

CORIOLANO
La soluzione dell'indovinello?

QUARTO CITTADINO
Sei stato un flagello per i suoi nemici e un castigo d'iddio per i suoi amici. Difatto non hai mai amato la gente comune.

CORIOLANO
Tanto più virtuoso mi dovresti ritenere, perché ho amato con un amore non comune. D'ora in poi, buon uomo, adulerò il popolo, mio fratello giurato, per averne un giudizio più favorevole. Questo è per loro essere gentili, e dacché la loro saggezza guarda al cappello piuttosto che al cuore, metterò in atto l'inchino leccante e la scappellata più fasulla. Cioè a dire, antico mio, mimerò le malìe di qualche capopopolo, e le spaccerò a sacchi a chi le va cercando. Pertanto, ti prego di farmi console.

QUINTO CITTADINO
Noi speriamo d'averti amico, e perciò ti votiamo assai volentieri.

QUARTO CITTADINO
Hai ricevuto molte ferite per la patria.

CORIOLANO
Sì e non voglio, mostrandovele, ribadire ciò che già sapete. Terrò i voti in gran conto, e quindi tolgo il disturbo.

I DUE
Gli dei ti diano felicità, di tutto cuore!

 

Escono.

CORIOLANO
Voti, voti affettuosissimi! Meglio morire, meglio crepare di fame che mendicare ciò che già si merita. Perché debbo starmene qui in questa veste di lupo a mendicare da ogni Tizio e Caio dei voti inutili? Me lo impone l'usanza. Ma se facessimo sempre ciò che vuole l'usanza la polvere dei tempi antichi non la spazzerebbe via nessuno e l'errore s'ammucchierebbe come un monte bloccando la vista alla verità. No, piuttosto che fare così il buffone vadano l'alta carica e l'onore a chi è disposto a farlo. Ma sono a mezza strada. E se ho sopportato fin qui, farò anche il resto.

Entrano altri tre cittadini.

Arrivano altri voti. I vostri voti! Per i vostri voti ho combattuto, ho vegliato per i vostri voti. Per i vostri voti ho addosso due dozzine di ferite e passa. Tre volte sei battaglie ho visto e ne ho sentito parlare. Per i vostri voti ho fatto molto, dove più dove meno. I vostri voti! Ci tengo a fare il console.

SESTO CITTADINO
Ha agito nobilmente, non gli può mancare il voto di ogni onest'uomo.

SETTIMO CITTADINO
E dunque facciamolo console. Gli dei gli diano felicità e ne facciano un buon amico del popolo.

TUTTI
Amen, amen. Dio ti salvi, nobile Console!

 

Escono.

CORIOLANO
Voti magnifici.

Entrano Menenio, Bruto e Sicinio.

MENENIO
Hai fatto il tempo stabilito, e i tribuni ti eleggono col voto popolare. Resta di presentarti subito al Senato con le insegne della carica.

CORIOLANO
Ho finito?

SICINIO
Hai fatto la richiesta come d'uso. E popolo ti accetta, ed è convocato subito per la ratifica.

CORIOLANO
Dove? Al Senato?

SICINIO
Sì, Coriolano.

CORIOLANO
Posso cambiarmi questi panni?

SICINIO
Sissignore.

CORIOLANO
Lo faccio subito e, tornato me stesso, verrò al Senato.

MENENIO
Ti accompagno.

(Ai tribuni) Venite anche voi?

BRUTO
Aspettiamo qui il popolo.

SICINIO
A presto.

Escono Coriolano e Menenio.

Ce l'ha fatta, e dalla sua faccia penso che ha il cuore in festa.

BRUTO
Portò la veste dell'umiltà con un cuore superbo. Vuoi congedare il popolo?

Entrano i plebei.

SICINIO
Allora, padroni miei, avete scelto quest'uomo?

PRIMO CITTADINO
Ha i nostri voti, tribuno.

BRUTO
Preghiamo gli dei che possa meritare il vostro affetto.

SECONDO CITTADINO
E così sia. A mio umile avviso nel chiedere i voti ci sfotteva.

TERZO CITTADINO
Non c'è dubbio. Ci ha proprio presi per i fondelli.

PRIMO CITTADINO
Ma no, è il suo modo di parlare... Non voleva prenderci in giro.

SECONDO CITTADINO
Tu sei l'unico tra di noi a dire che non ci ha trattati coi piedi. Ci doveva mostrare le prove del suo merito, le ferite ricevute per la patria.

SICINIO
Ma l'ha fatto, presumo.

TUTTI
No, no! Nessuno le ha viste.

TERZO CITTADINO
Ha detto che aveva ferite da mostrarci in privato e scappellando così tutto altezzoso "Vorrei essere console", dice, "ma la vecchia prassi non lo permette se voi non mi votate. Votatemi dunque". Quando acconsentimmo, "Grazie per il voto", fa. "Grazie tante per i vostri voti graditissimi. E ora che li avete sganciati, tolgo il disturbo".

Questo non era sfottere?

SICINIO
Ma eravate ciechi? O se l'avete capito, perché siete stati tanto teneri e bambocci da sganciare i voti?

BRUTO
Non potevate dirgli - come vi si era avvisati - che quando non contava nulla ma era un servitorello dello stato, era vostro nemico, e parlava sempre contro le libertà e i privilegi che avete nella repubblica? E che ora, arraffati potere e comando dello stato, se restasse nemico duro e cattivo del popolo, i vostri voti potrebbero diventare maledizioni per voi? Dovevate dirgli che le sue imprese, sì, meritavano ciò che cercava, ma il suo animo gentile dovrebbe ricordarseli, i vostri voti, e mutare il malvolere in affetto, schierandosi dalla vostra parte.

SICINIO
Un discorso così, come vi si era detto, poteva saggiare il suo animo, e verificare le sue intenzioni. Gli avrebbe strappato o una promessa benevola, che nel caso potevate obbligarlo a mantenere, o gli avrebbe graffiato quel caratteraccio che non sopporta facilmente d'essere legato a un impegno qualsiasi. E così, facendolo uscire dai gangheri, potevate trar partito dalla sua collera, e non eleggerlo.

 

BRUTO
Ma come, vi siete accorti che vi chiedeva i voti con aperto disprezzo quando gli serviva l'appoggio, e credete che quel disprezzo non vi farà soffrire quando potrà schiacciarvi? Eravate tanti e nessuno di fegato? O avevate la lingua solo per dire no al buonsenso?

 

SICINIO
Avete negato i voti a chi li chiedeva finora, e adesso a uno che non h chiede ma vi schernisce regalate i voti che gli servono?

TERZO CITTADINO
Ancora non c'è ratifica. Possiamo rifiutarlo.

SECONDO CITTADINO
E lo rifiuteremo. Ho cinquecento voci per questa musica.

PRIMO CITTADINO
E io il doppio, e per giunta gli amici loro.

BRUTO
Andate subito a dire a questi amici che il console che hanno scelto gli torrà ogni diritto, non gli darà più voce che ai cani, i quali spesso sono picchiati perché abbaiano, e sono perciò addestrati a farlo.

SICINIO
Riuniteli, e revocate tutti, con un giudizio più sano, quest'elezione inconsulta. Insistete sul suo orgoglio e sul vecchio odio che ha per voi. E non dimenticate con quale arroganza vestì la veste dell'umiltà e come vi beffò nel chiedere i voti. Ma il vostro affetto, memore dei suoi servizi, v'impedì di capire la sua condotta presente, piena di schermo, indecorosa, improntata all'odio incallito che vi porta.

BRUTO
La colpa gettatela pure su noi vostri tribuni che ci siamo dati da fare - ma sempre che non nascessero ostacoli - per convincervi a votarlo.

SICINIO
Dite pure che l'avete votato più per nostro comando che per vera inclinazione. Le vostre coscienze preoccupate da ciò che dovevate fare più che da ciò che avreste dovuto, ve l'hanno fatto eleggere contro la vostra inclinazione.

Date la colpa a noi.

BRUTO
Sì, senza risparmio. Dite che vi abbiamo istruito su lui: a quanti anni cominciò a servire la patria, e per quanto tempo, e da che stirpe discende, la nobile casa dei Marzi, da cui venne quell'Anco Marzio, figlio della figlia di Numa, che fu re qui dopo il grande Ostilio. La stessa casata di Publio e Quinto, che qui portarono la nostra acqua migliore con gli acquedotti; e Censorino, chiamato così, e meritatamente, perché scelto due volte dal popolo come censore fu il suo grande antenato.

 

SICINIO
Uno che nasce così e che per giunta ha bene operato in persona per avere un posto così alto, noi ve lo raccomandammo. Ma voi, misurando la sua condotta di oggi col suo passato l'avete scoperto vostro nemico accanito e revocate il vostro voto affrettato.


BRUTO
Dite che non l'avreste mai fatto - battete sempre su questo punto - se noi non vi avessimo persuasi. E subito, raccolta una folla, portatevi al Campidoglio.

TUTTI
Faremo così. Quasi tutti si pentono della scelta.

 

Escono i plebei.

BRUTO
Lasciamoli fare. Meglio rischiare questa rivolta che attendere una più grave, e certa. Se egli, fatto com'è, s'infuria per il voltafaccia, stiamo a vedere e sfruttiamo il vantaggio della sua rabbia.

SICINIO
Al Campidoglio, vieni. Andiamoci prima che il popolo vi affluisca. Questa parrà loro opera, e lo è in parte. Noi abbiamo fatto da sproni.

 

Escono.

 

Indice Teatro

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Coriolano

(“The tragedy of Coriolanus” - 1607 - 1608)

 

 

atto terzo - scena prima

 

Suono di cornette.
Entrano Coriolano, Menenio, tutti i patrizi, Cominio, Tito Larzio e altri senatori.

CORIOLANO
Allora Tullo Aufidio ha un nuovo esercito?

LARZIO
Sissignore, ed è questo che ci ha spinti ad affrettare l'accordo.

CORIOLANO
Sicché ora i Volsci sono forti come prima, pronti, quando glielo dirà l'occasione, ad attaccarci di nuovo.

COMINIO
Sono sfiancati, Console. Sinché vivremo sarà molto difficile veder sventolare ancora le loro bandiere.

CORIOLANO
Hai visto Aufidio?

LARZIO
Sì, venne col salvacondotto, e malediva i Volsci per aver mollato la città da veri vigliacchi. Ora si è ritirato ad Anzio.

CORIOLANO
Ti ha parlato di me?

LARZIO
Sì, Console.

CORIOLANO
Come? Che ha detto?

LARZIO
Dei vostri scontri frequenti, spada a spada. Che ti odia sopra ogni cosa al mondo, e impegnerebbe i suoi beni senza speranza di riaverli, pur di potere chiamarsi tuo vincitore.

CORIOLANO
E vive ad Anzio?

LARZIO
Ad Anzio.

 

CORIOLANO
Avessi un motivo per andarvi a cercarlo e misurarmi in pieno col suo odio! Ma bentornato a casa.

Entrano Sicinio e Bruto.

Guardali, i tribuni del popolo, le lingue della sua bocca. Li disprezzo così bardati di un prestigio che un nobile non può sopportare.

SICINIO
Non andare oltre.

CORIOLANO
Cioè a dire?

BRUTO
Sarà pericoloso andare oltre. Fermati.

CORIOLANO
Che novità è questa?

MENENIO
Spiegatevi.

COMINIO
Non è stato eletto dai nobili e dai plebei?

BRUTO
No, Cominio.

CORIOLANO
Ho avuto voti di bambini?

PRIMO SENATORE
Tribuni, fateci passare. Deve andare al Foro.

BRUTO
Il popolo è infuriato contro di lui.

SICINIO
Fermatevi o finirà in tumulto.

CORIOLANO
È questo il vostro gregge? Vogliono il diritto di voto questi che ora lo danno e subito se lo rimangiano? E voi che ci state a fare? Siete la bocca, perché non frenate i denti? O li avete aizzati voi due?

MENENIO
Calmo, calmo.

CORIOLANO
È una manovra, un complotto per piegare i nobili. Tolleratelo, e vivrete con chi non sa governare e non si farà governare mai.

BRUTO
Non parlare di complotto. La gente grida che li hai presi in giro, e che di recente, quando ebbero il grano gratis, ti sei lamentato e hai calunniato chi intercedeva per loro, chiamandoli opportunisti, adulatori, nemici dei patrizi.

CORIOLANO
Ma questo già si sapeva.

BRUTO
Non da tutti.

CORIOLANO
E quindi tu li hai informati?

BRUTO
Io? Informarli?

COMINIO
Sei tagliato per quel mestiere.

BRUTO
No, ma farei il vostro meglio di voi.

CORIOLANO
E allora perché farlo io il console? Per gli dei! Dammi tempo di demeritare come te, e fammi tuo collega.

SICINIO
Tu mostri fin troppo ciò che agita il popolo. Se vuoi arrivare dove vuoi, devi chiedere la strada, la strada che hai smarrita, con più gentilezza, o non sarai mai nobile come dev'essere un console, né tribuno accanto a lui.

MENENIO
Stiamo calmi.

COMINIO
Il popolo è ingannato, è sobillato. Questo tira e molla non è degno di Roma, e Coriolano non ha meritato un intoppo così sleale e vergognoso posto sulla via libera dei suoi meriti.

CORIOLANO
Viene a parlarmi del grano! Ho detto quelle cose e le ripeto...

MENENIO
Non adesso, non adesso.

PRIMO SENATORE
Non così a caldo, Marzio.

CORIOLANO
Adesso, per la mia vita. Ai miei amici più nobili chiedo perdono. Quanto alla folla volubile e puzzolente, si renda conto che non sono un adulatore, e si riconosca in ciò che dico. Ripeto che, a secondarla, nutriamo contro il Senato la malerba del dissenso, dell'insolenza, della sedizione per cui noi stessi abbiamo arato, noi stessi l'abbiamo seminata e diffusa mescolando loro con noi gente d'onore cui non difetta il coraggio, no, né il potere tranne quello ceduto a degli straccioni.

MENENIO
Ora basta.

PRIMO SENATORE
Non dire altro, ti preghiamo.

CORIOLANO
E perché? Ho versato sangue per la patria senza temere la forza del nemico, e ora i miei polmoni finché non marciscono conieranno parole contro la lebbra di cui temiamo le croste, ma abbiamo fatto di tutto per prenderle.

BRUTO
Tu parli del popolo come se fossi un dio che punisce, e non un uomo imperfetto come loro.

SICINIO
È bene che il popolo lo sappia.

MENENIO
Ma cosa, cosa? Che si è arrabbiato?

CORIOLANO
Arrabbiato! Fossi calmo come fi sonno di mezzanotte resterei della mia idea, per Giove!

SICINIO
È un'idea velenosa. Deve restare dov'è e non avvelenare altri.

CORIOLANO
"Deve restare"! Ma lo sentite, questo Tritone delle sardine! Notate il suo perentorio "deve"?

COMINIO
È un abuso.

CORIOLANO
"Deve"! O buoni ma molto incauti patrizi! E voi gravi e imprudenti senatori, perché permettere qui a quest'Idra di scegliersi un capo che col suo perentorio "deve", lui che non è che il corno e lo strepito del mostro, ha il coraggio di dire che devierà il vostro fiume in una fossa, e farà suo il vostro letto? Se lui ha fi potere, allora umiliate la vostra trascuratezza. Se non ne ha, svegliate la vostra pericolosa acquiescenza. Se siete saggi non siate come i comuni sciocchi; se non lo siete fateveli sedere accanto. Siete voi i plebei se essi sono i senatori; e non sono di meno se, mescolate le voci, il tono che vince ha il loro accento. Si scelgono un magistrato, e un tipo tale che contrappone il suo "deve", il suo "deve" plebeo a un'adunanza più degna di quelle arcigne della Grecia. Costui, per Giove sommo, svilisce i consoli! E il mio animo s'addolora perché sa che quando si comanda in due con uguale potere, ben presto il caos s'intromette e adopera l'uno per distruggere l'altro.

COMINIO
Su, andiamo al Foro.

CORIOLANO
Chiunque abbia dato il consiglio di distribuire gratis il grano dei magazzini, come si usò a volte in Grecia...

MENENIO
Andiamo, andiamo, non parliamone più.

CORIOLANO
Ma lì la plebe aveva più potere; dico che costoro hanno nutrito la disubbidienza, hanno alimentato la rovina dello Stato.

BRUTO
E il popolo dovrebbe votare uno che parla così?

CORIOLANO
Io dirò ciò che penso, e che vale più dei suoi voti. Il popolo sa che il grano non era la nostra ricompensa: i plebei, era noto, non avevano fatto nulla. Arruolati per la guerra, proprio quand'era in pericolo il cuore dello stato, non vollero neanche uscire dalle porte. E questo servizio non meritava il grano gratis. In guerra ammutinamenti e rivolte in cui furono assai valorosi, non parlarono di certo a loro favore. L'accusa che spesso hanno fatto contro il Senato e senza motivo, non poteva originare un dono così generoso. Bene, e allora? Come interpreterà questo milleteste la munificenza del Senato? Il loro agire esprime le loro probabili parole: "Abbiamo fatto una richiesta, siamo la maggioranza, e certo ci hanno accontentati per paura". Così degradiamo la natura delle nostre funzioni, e spingiamo la marmaglia a chiamare paura la nostra sollecitudine. Questo, col tempo, sfonderà le porte del Senato e farà entrare i corvi a beccare le aquile.


MENENIO
Via, basta.

BRUTO
Sì, basta e avanza.

CORIOLANO
No, c'è dell'altro. E tutto ciò su cui si può giurare, divino o umano, sigilli la mia conclusione! Questa doppia autorità, dove una parte disprezza con ragione, e l'altra insulta senza ragione alcuna, dove la nascita, il rango, l'esperienza, non possono decidere se non col sì e col no dell'insipienza plebea, si trova costretta a trascurare i bisogni reali, dando spazio intanto a effìmeri perditempi. Ogni scopo è impedito, e ne segue che tutto è fatto senza scopo. Perciò vi prego, voi che volete essere più oculati che pavidi, voi che tenete alle basi salde dello stato e non avete paura di migliorarle, voi che a una lunga vita preferite una vita nobile, e siete pronti a rischiare una cura pericolosa su un malato che altrimenti è certo di morire, strappatela subito questa lingua brulicante, non fate che lecchino il dolce che è il loro veleno. Il vostro disonore mutua la giustizia, ruba allo stato l'integrità che gli è propria, dacché non può fare il bene che vorrebbe per il male che lo domina.

BRUTO
Ha detto abbastanza.

SICINIO
Ha parlato da traditore e ne risponderà come i traditori.

CORIOLANO
Disgraziato, la bile nera ti consumi! Che bene può venire al popolo da questi tribuni pelati? Si affìdano a loro e smettono di obbedire a una dignità più alta. Furono eletti in una rivolta, quando non era legge la giustizia ma la forza maggiore. In un momento migliore affermiamo ora che ciò che è giusto è giusto che sia fatto, e il loro potere buttiamolo nella polvere.

BRUTO
Tradimento lampante!

SICINIO
Costui console? No!

BRUTO
Gli edili, qui!

Entra un edile.

Arrestatelo.

SICINIO
Chiama il popolo.

 

Esce l'edile.

 

Nel suo nome io stesso ti arresto come traditore ribelle, nemico della repubblica. Ubbidisci, te l'ordino, e seguimi per rispondere dell'accusa.

CORIOLANO
Via, vecchio caprone!

I PATRIZI
Noi garantiamo per lui.

COMINIO
Giù le mani, vecchio.

CORIOLANO
Vattene, carogna! O ti faccio saltare le ossa dai tuoi stracci.

SICINIO
Aiuto, cittadini!

Entra una folla di plebei con gli edili.

MENENIO
Dalle due parti, più rispetto!

SICINIO
Ecco l'uomo che vuole togliervi ogni diritto.

BRUTO
Arrestatelo, edili!

PLEBEI
A morte, a morte!

SECONDO SENATORE
Armi, armi, armi!

Tutti sazzuffano attorno a Coriolano.

TUTTI (con grida confuse)
Tribuni! Patrizi! Cittadini! Ehi! Sicinio! Bruto! Coriolano! Cittadini!

MENENIO
Calma, calma, calma! Un momento, fermi, calma! Ma che cosa succede? Sono senza fiato. Qui si va all'anarchia. Non riesco a parlare. Voi tribuni, parlate voi al popolo - Coriolano, pazienza ! Parla tu, buon Sicinio.

SICINIO
Cittadini, ascoltatemi. Silenzio!

PLEBEI
Ascoltiamo il nostro tribuno. Zitti! Parla, parla, parla.

SICINIO
Siete sul punto di perdere i vostri diritti. Marzio vuole togliervi tutto, Marzio che avete appena nominato console.

MENENIO
Ma no, no, no! Così attizzi il fuoco, non lo spegni.

PRIMO SENATORE
Così abbatti la città, la radi al suolo.

SICINIO
Che cos'è la città se non il popolo?

 

PLEBEI
Giusto, il popolo è la città.

BRUTO
Col consenso di tutti siamo stati insediati rappresentanti del popolo.


PLEBEI
E lo restate.

MENENIO
E questo è evidente.

COMINIO
Ma questo è il modo di abbattere la città, di tirare giù il tetto sulle fondamenta, di seppellire tutto ciò che è ancora ordine e rango sotto mucchi e ammassi di rovine.

SICINIO
Quell'uomo merita la morte.

BRUTO
Ci sosteniamo la nostra autorità o la perdiamo. Noi qui, in nome del popolo in virtù del cui potere fummo eletti suoi tribuni, dichiariamo che Marzio merita una morte immediata.

SICINIO
Quindi arrestatelo: portatelo alla rupe Tarpea e gettatelo di lassù, che muoia.

BRUTO
Prendetelo, edili.

PLEBEI
Arrenditi, Marzio, arrenditi.

MENENIO
Sentite una parola, vi scongiuro, tribuni, una parola.

EDILI
Silenzio, silenzio!

MENENIO (a Bruto)
Sii come sembri, vero amico della tua terra, e procedi con moderazione a quanto vuoi raddrizzare così con la violenza.

BRUTO
Menenio, questi modi freddi che paiono rimedi prudenti, sono mortali quando il male è violento. Su, afferratelo, portatelo alla rupe.

 

Coriolano sfodera la spada.

CORIOLANO
No, morirò qui. Qualcuno di voi m'ha visto combattere. Avanti, provate su voi ciò che m'avete visto fare.

MENENIO
Metti via quella spada! Tribuni, allontanatevi un momento.

BRUTO
Arrestatelo.

MENENIO
Aiutate Marzio, aiutatelo, nobili, aiutatelo, giovani e vecchi!

PLEBEI
A morte, a morte!

Nella mischia i tribuni, gli edili e il popolo sono respinti.

MENENIO
Su vattene a casa! Vattene, presto! O tutto è perduto.

SECONDO SENATORE
Vattene.

CORIOLANO
Tenete duro! Abbiamo altrettanti amici che nemici.

MENENIO
Si deve arrivare a questo?

PRIMO SENATORE
Gli dei non vogliano! Ti prego, nobile amico, a casa, a casa. Lascia a noi il rimedio a questo guaio.

MENENIO
È una piaga che abbiamo addosso e che tu non puoi curare. Va', te ne prego.

COMINIO
Marzio, vieni via con noi.

CORIOLANO
Vorrei che costoro fossero i barbari che sono, anche se figliati a Roma. Non Romani, non lo sono, per quanto partoriti sotto i portici del Campidoglio.

MENENIO
Vai, vai, non affidare alla lingua la tua giusta rabbia. Lascia tempo al tempo.

CORIOLANO
In uno scontro leale ne batterei quaranta.

MENENIO
Io stesso saprei strigliarne un paio dei meglio, i due tribuni ad esempio.

COMINIO
Ma in questo momento la disparità è troppo grande, e il coraggio si chiama pazzia se ci si batte contro una casa che crolla. Va' via, ti prego, prima che torni la teppa. La loro rabbia travolge come una piena arginata, che abbatte i soliti freni.

MENENIO
Ti prego, vai. Vedrò se il mio vecchio spirito è ancora richiesto da chi ne ha così poco. Lo strappo va rattoppato con una pezza qualsiasi.

COMINIO
Allora, andiamo.

Escono Coriolano e Cominio.

UN PATRIZIO
Quell'uomo ha sciupato la sua fortuna.

MENENIO
La sua natura è troppo nobile per il mondo. Non adulerebbe Nettuno per il suo tridente, né Giove per il possesso del tuono. Il suo cuore è la sua bocca. Ciò che il petto forgia la lingua l'avventa, e quando è adirato dimentica di aver mai sentito la parola morte.

Rumore all'interno.

Ora viene il bello!

UN PATRIZIO
Vorrei che fossero a letto!

MENENIO
Sì, nel letto del Tevere! O diamine, non poteva parlargli civilmente?

Entrano Bruto e Sicinio, di nuovo con la folla.

SICINIO
Dov'è la vipera che voleva spopolare la città ed essere lui solo il tutto?

MENENIO
Onorevoli tribuni...

SICINIO
Verrà gettato dalla rupe Tarpea da mani intransigenti. S'è opposto alla legge e perciò la legge gli nega altro giudizio oltre quello severo del popolo che egli disprezza tanto.

PRIMO CITTADINO
Imparerà che i nobili tribuni sono la bocca del popolo e noi le mani.

PLEBEI
Lo imparerà sicuramente.

MENENIO
Amico, amico mio...

SICINIO
Silenzio!

MENENIO
Non gridate allo sterminio quando dovreste tenervi a limiti stretti nella vostra caccia.

SICINIO
E tu Menenio come mai l'hai aiutato a scappare?

MENENIO
Ascoltatemi. Conosco i meriti del console ma so anche dirne i difetti.

SICINIO
Il console? Quale?

MENENIO
Il console Coriolano.

BRUTO
Console, lui!

PLEBEI
No, no, no, no, no.

MENENIO
Se, col permesso dei tribune e il vostro, buona gente, io posso parlare, vorrei dirvi una parola o due, che non vi torranno altro che un po' di tempo.

SICINIO
Bene ma presto, perché siamo decisi a eliminare quel traditore velenoso. Esiliarlo sarebbe solo un rischio, tenerlo qui la nostra morte sicura. Perciò è decretato che muoia stasera.

MENENIO
Gli dei clementi non vogliano che la grande Roma, la cui gratitudine verso i suoi fìgli meritevoli è iscritta nel libro stesso di Giove, ora divori le sue creature, come una bestia snaturata!

SICINIO
Quell'uomo è un morbo da estirpare.

MENENIO
No, è solo un arto ammalato.
Se lo si taglia, il corpo muore. Ma è facile curarlo. Che ha fatto a Roma per meritarsi la morte? Quando uccideva i suoi nemici, il sangue perduto - e oso affermare che ne ha perduto assai più di quanto gliene resta - l'ha perduto per il suo paese. E se perdesse quello che gli resta per mano dei suoi, ah per noi tutti sarebbe, complici o testimoni, un marchio infame sino alla fine del mondo.

SICINIO
Questa è mistifìcazione!

BRUTO
È tutto fuori luogo. Quando ha amato il suo paese, il suo paese l'ha onorato.

SICINIO
Se un piede va in cancrena, non lo si risparmia per il servizio che ha fatto.

BRUTO
Non vogliamo sentire altro. Cercatelo in casa, e arrestatelo, sennò il suo male che è contagioso di natura, infetterà altra gente.

MENENIO
Ancora una parola, una parola! Questo vostro furore da tigri, quando vedrà il danno di una fretta cieca troppo tardi si legherà ai calcagni pesi di piombo. Attenetevi alla legge, perché egli è amato, e le fazioni possono scatenarsi, e la grande Roma può essere saccheggiata dai Romani.

BRUTO
Se fosse per evitare questo...

SICINIO
Ma che cosa dici? Non abbiamo avuto un saggio della sua obbedienza? I nostri edili percossi, noi stessi attaccati? Andiamo!

MENENIO
Considerate una cosa. È stato cresciuto tra le guerre da quando seppe impugnare una spada. Nessuno gli ha insegnato a parlare con garbo. Farina e crusca le mescola senza distinguerle. Autorizzatemi ad andare da lui e tentare di farlo venire laddove pacatamente, in forme legali, vi risponderà, anche a  rischio della vita.


PRIMO SENATORE
Nobili tribuni, questo è agire con umanità. L'altro modo risulterà troppo sanguinoso, e gli sbocchi imprevedibili.

SICINIO
Ebbene, nobile Menenio, sii tu dunque il rappresentante del popolo. Deponete le anni, amici.

BRUTO
Ma senza disperdervi.

SICINIO
Radunatevi al Foro. Vi aspetteremo lì. Se non ci porti Marzio, faremo come si è deciso.

MENENIO
Ve lo porterò.

(ai Senatori) Vi chiedo di accompagnarmi. Deve venire, o accadrà il peggio.

PRIMO SENATORE
Sì, andiamo da lui.

 

Escono.

 

 

 

atto terzo - scena seconda

 

Entra Coriolano con alcuni nobili.

CORIOLANO
Mi buttino addosso il mondo, minaccino morte sulla ruota o sotto gli zoccoli di cavalli feroci, ammucchino dieci colli sulla Tarpea e il precipizio affondi oltre ogni vista d'occhio, io con loro sarò sempre così.

UN NOBILE
Tanto più sarai nobile.

CORIOLANO
Mi meraviglia che mia madre non mi approvi più, lei che soleva chiamarli schiavi pezzenti, cose create per venderle e comprarle a un soldo, o per mostrare nelle assemblee zucche nude, bocche aperte, lì inchiodati dallo stupore se uno del mio rango si levava a parlare di pace o di guerra.

Entra Volumnia.

Parlo di te. Perché mi volevi più moderato? Vorresti che tradissi la mia natura? Dì piuttosto che sono ciò che sono.

VOLUMNIA
O via, via, via! Avrei voluto che almeno l'avessi indossata la veste del potere, prima di consumarla.

CORIOLANO
Lascia stare.

VOLUMNIA
Avresti potuto, ben essere l'uomo che sei senza tanti affanni. Sarebbero stati di meno gli ostacoli posti ai tuoi fini, se non scoprivi le tue carte quando loro avevano ancora potere d'ostacolarti.

CORIOLANO
Vadano alla forca!

VOLUMNIA
Sì, e al rogo anche!

Entra Menenio coi senatori.

MENENIO
Dunque, dunque, sei stato troppo brusco, un po' troppo brusco. Ora devi tornare e raccomodare le cose.

PRIMO SENATORE
Non c'è altra via, sennò la città si spacca in due e muore.

VOLUMNIA
Ti prego, ascoltaci.

Ho un animo poco cedevole, come il tuo, ma un cervello che sa sfruttare la rabbia a suo vantaggio.

MENENIO
Ben detto, nobile donna! Io, prima di vederlo umiliato così, fino in fondo all'anima, se il delirio dei tempi non l'esigesse come cura per lo stato, indosserei la corazza che reggo a stento.

CORIOLANO
Che devo fare?

MENENIO
Tornare dai tribuni.

CORIOLANO
Bene, e poi? E poi?

MENENIO
Ritirare ciò che hai detto.

CORIOLANO
Con loro? Non so farlo con gli dei. E debbo farlo con loro?

VOLUMNIA
Sei troppo inflessibile, sebbene ciò non sia mai troppo per un nobile. Ma quando la necessità parla, t'ho sentito dire che onore e politica, lottano assieme da amici inseparabili. Ammettilo e spiegami per quale danno reciproco non si mettono assieme anche in tempo di pace.

 

CORIOLANO
Ma andiamo, andiamo!

MENENIO
Ottima domanda.

VOLUMNIA
Se è onorevole in guerra che tu appaia diverso da ciò che sei, ed è l'accortezza che adotti per arrivare ai tuoi fini, perché mai sarebbe meno onorevole o peggio che le due cose siano compagne in pace come in guerra? Nei due casi sono ugualmente necessarie.

CORIOLANO
Perché insisti su questo?

VOLUMNIA
Perché ora ti tocca parlare al popolo non seguendo ciò che pensi o le cose che ti suggerisce il cuore, ma con parole che la lingua ha solo imparate, anche se sono bastarde, se sono sillabe senza rapporto con quella verità che hai nel petto. Ora ciò non ti disonora affatto, non più che prendere una città con parole gentili, che altrimenti ti esporrebbe alla fortuna e al rischio di molto sangue. Io sarei pronta a mascherare la mia natura dove le mie sorti e i miei amici in pericolo m'imponessero di farlo con onore. In questo io sono tua moglie, tuo figlio, questi senatori, e i nobili. E tu invece preferisci mostrare a questi buffoni plebei che sai fare il cipiglio, piuttosto che sprecare una moina per averne i favori e per salvare ciò che la mancanza d'una moina può rovinare.

MENENIO
Nobile donna! Su, vieni con me, parla con garbo. Così puoi rimediare non solo ai rischi attuali ma ai danni già fatti.

VOLUMNIA
Sì, ti prego, figlio mio, va' da loro così col cappello in mano e avendolo teso così - per assecondarli - il tuo ginocchio baci le pietre - in queste cose il gesto è eloquenza, e gli occhi degli sprovveduti apprendono più degli orecchi - china la testa e batti spesso così il tuo petto superbo, e sii umile come la mora più sfatta che si disfa nella mano, e digli che sei il loro soldato, e che cresciuto tra le battaglie non hai quei modi garbati che, lo confessi, ti sarebbe giusto usare, e da loro esigere nel domandargli un favore. Ma d'ora in poi, per l'anima tua, sarai tutto loro, fin dove arrivano la tua capacità e il tuo volere.

 

MENENIO
Ciò fatto, proprio così, beh i loro cuori son tuoi. Perché, se uno glielo chiede, perdonano con la stessa generosità con cui parlano a sproposito.

VOLUMNIA
Allora, ti prego, va', e controllati. Lo so che preferiresti seguire un nemico in una voragine di fuoco piuttosto che adularlo sotto una pergola.

Entra Cominio.

Ecco Cominio.

COMINIO
Sono stato nel Foro. Davvero bisogna, Marzio, che tu vada bene scortato, oppure che ti difenda con la calma o con l'assenza. Lì tutto è furia.

MENENIO
Basta parlare con garbo.

COMINIO
Sì, basterà, se è capace di piegare al garbo la sua natura.

VOLUMNIA
Deve, e lo farà. Di' che lo farai, ti prego, e avviati.

CORIOLANO
Debbo andare a mostrargli la mia zucca scoperta? Dare al mio cuore nobile con la lingua codarda una smentita che dovrà incassare? Bene, lo farò. Ma se ci fosse da perdere solo questo pugno di fango, questa forma di Marzio, potrebbero macinarla in polvere e buttarla controvento. Andiamo al Foro! Mi avete appioppato una parte che non saprò mai recitare al vivo.

COMINIO
Avanti, avanti, te la suggeriamo noi.

VOLUMNIA
Figlio caro, te ne prego, hai detto che le mie lodi ban fatto di te un soldato, e se vuoi che ora ti lodi recita questa parte che non hai mai fatta.

CORIOLANO
Sì, devo farlo.
Addio, mio destino, e mi possegga l'anima d'una puttana! La voce di guerra che faceva coro col tamburo si cambi nel piffero chioccio dell'eunuco o la voce d'una ragazzetta che canta ai bimbi la ninnananna! Un sorriso imbroglione s'accampi su questa faccia, e pianto di scolaro invada i vetri degli occhi! Una lingua d'accattone balli tra le labbra e questi ginocchi di ferro che si piegavano solo per la staffa si flettano come dopo l'elemosina! Non lo farò, non voglio disonorare la mia verità, e con l'azione del corpo trasmettere all'animo una viltà incancellabile.

VOLUMNIA
Fa' come vuoi. Implorarti mi è più disonore che a te implorarli. Vada tutto a male. Tua madre soffra di più il tuo orgoglio di quanto tema la tua pericolosa ostinazione, perché io me ne infischio della morte con cuore uguale al tuo. Fa' come vuoi. Il tuo coraggio era mio, l'hai succhiato da me, ma la superbia la devi a te stesso.

CORIOLANO
Oh pace.
Madre, andrò al Foro. Non rimproverarmi più. Farò il buffone per riuscire simpatico, scroccherò loro l'affetto e tornerò amato da tutti i meccanici a Roma. Vedi, ci vado. Salutami mia moglie. Tornerò console, o d'ora in poi non fidarti di quanto la mia lingua sa fare nell'adulazione.

VOLUMNIA
Fa' come vuoi.

Volumnia esce.

COMINIO
Andiamo! I tribuni aspettano. Armati a rispondere con garbo, perché si sono armati d'accuse, sento, assai più gravi di quelle che già hai addosso.

 

CORIOLANO
La parola d'ordine è "garbo". Prego, andiamo. S'inventino pure le accuse, io rispondo col mio onore.

MENENIO
Sì, ma con garbo.

CORIOLANO
Sia! Con garbo, allora, con garbo.

Escono.

 

 

 

atto terzo - scena terza

 

Entrano Sicinio e Bruto.

BRUTO
Su questo punto, attaccalo a fondo, che vuole farsi tiranno. Se qui ci scappa, incalzalo sul suo odio per il popolo, e che il bottino tolto agli Anziati non fu mai distribuito.

Entra un edile.

Allora, viene?

EDILE
Sta per arrivare.

BRUTO
Con chi?

EDILE
Col vecchio Menenio e i senatori che l'hanno sempre appoggiato.

SICINIO
Hai l'elenco di tutti i voti procurati col numero dei votanti?

EDILE
Eccolo, è pronto.

SICINIO
Li hai raccolti per tribù?

EDILE
Esatto.

SICINIO
Raduna qui il popolo, subito. E quando mi sentono dire "Sarà così per diritto e potere del popolo", si tratti di morte, ammenda o esilio, subito falli gridare, se dico "Ammenda", "Ammenda!", se "Morte", "Morte!', insistendo sul proprio antico privilegio e la forza della giusta causa.

EDILE
Glielo spiegherò.

BRUTO
E quando avranno incominciato a gridare non smettano, ma con grida confuse esigano l'esecuzione immediata di ciò che decidiamo.

EDILE
Perfetto.

SICINIO
Siano decisi e pronti all'imbeccata appena ne cogliamo il destro.

BRUTO
Va', al lavoro.

 

Esce l'edile.

 

Fallo arrabbiare subito. È stato abituato a vincere sempre, ad avere sempre l'ultima parola. Una volta scaldato non c'è freno che lo moderi, dice ciò che ha in petto, e in questo è la nostra speranza di rompergli l'osso del collo.

Entrano Coriolano, Menenio e Cominio con altri.

SICINIO
Bene, arriva.

MENENIO
Con calma, mi raccomando.

CORIOLANO
Sì, come uno stalliere che per quattro soldi si fa caricare d'insulti. (Alza la voce) Gli dei sacri proteggano Roma e diano uomini degni ai seggi della giustizia! Possano seminare l'amore tra di noi! Affollino i templi con processioni di pace e svuotino le strade dalla contesa!

PRIMO SENATORE
Amen, amen.

MENENIO
Nobile augurio.

Entra l'edile coi plebei.

SICINIO
Accostatevi, cittadini.

EDILE
Udite i tribuni. Fate attenzione. Silenzio!

CORIOLANO
Amitutto, ascoltatemi.

I TRIBUNI
Bene, parla. Silenzio!

CORIOLANO
Non mi farete altre accuse oltre quelle presenti? Tutto sarà deciso qui?

SICINIO
Io ti domando se accetterai le decisioni del popolo, se riconosci i suoi magistrati e se accetterai di scontare la giusta pena per le colpe provate a tuo carico.

CORIOLANO
Accetto.

MENENIO
Cittadini, lo vedete, dice che accetta. I servizi che ha fatti in guerra, teneteli in conto. Ricordate le ferite che porta addosso, che sembrano tombe in terra sacra.

CORIOLANO
Sgraffi di spine, cicatrici da ridere.

MENENIO
Tenete anche in conto che quando non parla come un cittadino avete davanti un soldato. Non prendete per suono d'odio la voce che s'inasprisce ma come ho detto per la voce d'un soldato e non d'uno che vi vuol male.

COMINIO
Basta, basta così.

CORIOLANO
Per quale motivo, eletto console da tutti, dopo appena un'ora mi fate raffronto di rimangiarvi la vostra elezione?

SICINIO
Rispondi a noi, invece.

CORIOLANO
Dite allora. È vero, tocca a me.

SICINIO
Noi t'accusiamo di aver tentato di togliere a Roma le magistrature costituite, di puntare subdolamente alla tirannia, per cui sei un traditore del popolo.

 

CORIOLANO
Come? Traditore?

MENENIO
No, con calma! La tua promessa!

CORIOLANO
L'inferno più profondo inghiotta il popolo! Mi chiami traditore, tu, tribuno insolente! Puoi avere negli occhi ventimila condanne a morte, e nel tuo artiglio altrettanti milioni, e sulla bocca bugiarda migliaia di milioni di condanne, sempre ti dirò che mentisci con la stessa voce spontanea con cui prego gli dei.

SICINIO
Lo senti, popolo?

PLEBEI
Alla rupe, alla rupe!

SICINIO
Ascoltate! Non occorre aggiungere altre accuse. L'avete sentito parlare, visto agire. Ha percosso i vostri rappresentanti, ha insultato voi, ha resistito con violenza alla legge, e ora sfida l'alto potere che deve giudicarlo. Già questo, questo delitto, questa colpa tanto capitale, merita la morte più infamante.

BRUTO
Ma considerando che ha ben servito Roma...

CORIOLANO
Che diavolo dici?

BRUTO
Dico ciò che conosco.

CORIOLANO
Tu!

MENENIO
È questa la promessa a tua madre?

COMINIO
Ti prego, sappi...

CORIOLANO
Non voglio sapere altro. Mi condannino al salto dalla rupe Tarpea, a vagare in esilio, o allo scoio, alla cella per languirvi con un chicco al giorno, non comprerò il perdono con una parola garbata, né frenerò il mio coraggio per avere qualcosa da loro, anche se bastasse dire "buon giorno".

SICINIO
Considerando che ha fatto di tutto, più volte, per danneggiare il popolo, cercando i modi di strappargli il potere, e ora infìne s'è scatenato con odio, e ciò non solo di fronte alla temibile giustizia ma contro chi l'amministra - noi in nome del popolo e col potere tribunizio, da questo stesso momento lo bandiamo dalla città, e che non varchi mai più le porte di Roma  sotto pena di precipitarlo dalla rupe Tarpea. In nome del popolo dico, sarà così.

PLEBEI
Sarà così, sarà così! Vada via! È bandito, e sarà così.

COMINIO
Uditemi, signori e amici del popolo...

SICINIO
È giudicato. Non c'è altro da udire.

COMINIO
Lasciatemi parlare. Sono stato console, e posso mostrare a Roma i segni dei suoi nemici su me. Io amo il bene della mia patria con più tenerezza, più profondità e religione che la vita, che l'onore della mia cara moglie, e il frutto del suo grembo e tesoro dei miei lombi. Allora, se vi dicessi...

SICINIO
Cosa? Sappiamo dove vuoi arrivare.

BRUTO
Non c'è altro da dire se non che è bandito come nemico del popolo e della patria. E sarà così.

PLEBEI
Sarà così, sarà così!

CORIOLANO
Branco di cagnacci di cui odio il fiato come i miasmi d'acque putrefatte, e di cui stimo l'appoggio come le carcasse di morti che ammorbano l'aria, io vi bandisco. Restate qui con la vostra incertezza! Ogni minima diceria vi faccia tremare il cuore. E i nemici scuotendo appena i cimieri vi soffino in petto il panico! Tenetevi pure il potere di bandire chi vi difende, sinché alla fine la vostra bestialità che impara solo se subisce, e risparmia solo voi stessi che siete i vostri stessi nemici, vi consegnerà come i più abietti prigionieri a qualche popolo che vi avrà vinti senza lottare. Per causa vostra disprezzo questa città e le volto le spalle, così. C'è un mondo altrove.

Escono Coriolano, Cominio, Menenio e gli altri patrizi.

EDILE
Il nemico del popolo se n'è andato, se n'è andato!

PLEBEI
Il nostro nemico è bandito, è cacciato! Evviva!

Tutti gridano e gettano in aria i berretti

SICINIO
Andate a vederlo uscire dalle porte, e scortatelo con tutto il vostro disprezzo, come lui ha fatto con voi. Vessatelo come si merita. Una scorta ci segua per la città.

PLEBEI
Andiamo a vederlo uscire dalle porte, andiamo! Gli dei proteggano i nobili tribuni! Venite!

Escono.

 

Indice Teatro

Inizio pagina

 


 

Coriolano

(“The tragedy of Coriolanus” - 1607 - 1608)

 

 

atto quarto - scena prima

 

Entrano Coriolano, Volumnia, Virgilia, Menenio e Cominio con la gioventù patrizia di Roma.

CORIOLANO
Su, smetti di piangere. Un addio breve. La bestia dalle molte teste mi caccia a cornate. Ma no, madre, dov'è il tuo coraggio? Mi dicevi che le crisi più gravi sono la vera prova degli animi, che le sventure comuni anche la gente comune le sa patire, e in mare calmo tutte le barche si mostrano capacissime di galleggiare. Ma quando i colpi della fortuna vanno più a segno, farsi ferire con nobiltà richiede una competenza da nobile. E mi riempivi d'insegnamenti che avrebbero reso invincibile il cuore che l'imparava.

VIRGILIA
O dei! Dei!

CORIOLANO
No, donna, ti prego...

VOLUMNIA
La peste rossa colpisca tutti i meccanico a Roma, muoiano tutti i mestieri!

CORIOLANO
Via, via, via! Assente mi rimpiangeranno.
O madre ritrova il coraggio di quando dicevi che,
fossi stata la moglie di Ercole,
avresti compiuto sei delle fatiche risparmiandogli quei sudori.
Cominio, non scoraggiarti.
Addio. Salve, moglie e madre. Ne verrò fuori.
Vecchio fedele Menenio, il tuo pianto ha più sale del pianto d'un giovane,
è veleno ai tuoi occhi.
Mio comandante d'un tempo,
t'ho visto impassibile, e tu hai visto sovente cose che fanno il cuore di pietra.
Di' a queste donne tristi, che è stolto piangere sui mali inevitabili
com'è stolto riderne.
Madre, sai beneche i pericoli che ho corso,
ogni volta t'hanno fruttato delle gioie,
e sii sicura, anche se vado da solo,
come un drago solitario che la palude fa temuto e leggendario,
più che se fosse visto,
tuo figlio opererà meglio degli altri o sarà fermato con tranelli e frodi.


VOLUMNIA
Mio unico figlio, dove te ne andrai? Prendi con te per un poco il buon Cominio. Decidi cosa farai, non esporti alla cieca a ogni sorte che ti salti incontro per strada.

VIRGILIA
O dei!

COMINIO
Verrò con te per un mese, deciderò con te dove conviene che ti fermi, per aver notizie di noi e noi di te. Così, se il tempo farà fiorire l'occasione di richiamarti, non dovremo mandar a cercare un uomo nel vasto mondo e perdere quel vantaggio che sfiuna se è assente chi ne ha bisogno.

CORIOLANO
Addio. Tu hai anni addosso, e sei troppo carico di fatiche di guerra per vagare con uno che ancora non ne è toccato. Accompagnami solo fuori delle porte. Venite, mia dolce moglie, mia carissima madre, miei amici di nobile tempra. Appena fuori ditemi addio e sorridete. Vi prego, andiamo. Finché sarò sulla terra udrete sempre mie notizie, e nulla che non sia degno dell'uomo che sono stato.

MENENIO
Parole più nobili non si sono mai udite. Su, niente lacrime. Potessi scuotermi via solo sett'anni da queste vecchie braccia e gambe, per gli dei benigni, ti seguirei passo a passo.

CORIOLANO
Dammi la mano. Andiamo.

Escono.

 

 

 

atto quarto - scena seconda

 

Entrano i due tribuni Sicinío e Bruto con un edile.

SICINIO
Falli tornare tutti a casa. È partito e non andremo oltre. I nobili tutti schierati per lui, l'abbiam visto, ora sono furiosi.

BRUTO
Abbiamo mostrato la nostra forza. Ma a cose fatte possiamo apparire più umili di quando tutto era da farsi.

SICINIO
Manda ognuno a casa. Dì loro che il gran nemico se n'è andato ed hanno l'antica forza.

BRUTO
Mandali a casa.

 

Esce l'edile.

 

Ecco sua madre.

Entrano Volumnia, Virginia e Menenio.

SICINIO
Evitiamola.

BRUTO
Perché?

SICINIO
Dicono che sia ammattita.

BRUTO
Ci han visti. Continua a camminare.

VOLUMNIA
Oh, v'incontro in buon punto. Tutte le pesti tenute in serbo dagli dei ripaghino il vostro affetto!

MENENIO
Calma, calma, non gridare.

VOLUMNIA
Se il pianto me lo permettesse, sentiresti le grida... anzi, le sentirai un poco.

(A Bruto) Come, te ne vai?

VIRGILIA (A Sicinio)
Resta lì anche tu. Magari potessi dirlo a mio marito.

SICINIO
Siete diventate dei maschi?

VOLUMNIA
Sì, idiota, è una vergogna? Sta' a sentire, deficiente: non era un maschio mio padre? E invece tu sei la volpe che ha bandito un uomo il quale ha vibrato più colpi per Roma di quante parole tu abbia mai dette.

SICINIO
Oh dei beati!

VOLUMNIA
Sì, più nobili colpi che tu parole sennate, e per il bene di Roma. Ti dico una cosa; ma no, va' via. No, anzi devi restare. Vorrei che mio figlio fosse in Arabia, a faccia a faccia con la tua tribù, e in pugno la sua brava spada.

SICINIO
E allora?

VIRGILIA
Allora! Porrebbe fine alla tua posterità.

VOLUMNIA
Ai bastardi e al resto. Ne ha avuto ferite per Roma, quel coraggioso!

MENENIO
Andiamo, andiamo, basta.

SICINIO
Magari avesse continuato a servire la patria come all'inizio, senza spezzare da sé il nobile nodo che aveva stretto.

BRUTO
Magari!

VOLUMNIA
"Magari"! Siete stati voi due a sobillare la folla, voi due, bestie che potete giudicarlo come io i misteri che il cielo non vuol rivelare.

BRUTO
Su, andiamo.

VOLUMNIA
Sì andate, su, per favore. Avete fatto una prodezza. Prima di andare sentite questo: come il Campidoglio sovrasta la casa più misera di Roma così mio fìglio, marito di costei, la vedete? l'uomo che avete bandito, vi sovrasta tutti.

BRUTO
Bene, bene, scusateci.

SICINIO
Perché star qui a farci insultare da una che ha perso il senno?

 

I tribuni escono.

VOLUMNIA
Vadano con voi le mie preghiere. Vorrei che gli dei non avessero altro da fare che esaudire le mie maledizioni. Potessi incontrare costoro almeno una volta al giorno schioderebbero dal mio cuore il peso che l'opprime.

MENENIO
Gli hai detto il fatto loro, e francamente ne avevi il diritto. Vieni a cenare da me?

VOLUMNIA
No, mi nutro di rabbia. Ceno su me stessa, e così mangiando morirò di fame. (A Virgilia) Vieni, andiamo. Smettila di frignare piano e fai come me, piangi di rabbia, al modo di Giunone. Andiamo, andiamo, andiamo.


Escono Volumnia e Virgilia.

MENENIO
Cani, cani, cani!

Esce.

 

 

 

atto quarto - scena terza

 

Entrano un romano e un volsco.

ROMANO
Ti conosco bene, amico, e tu mi conosci. Ti chiami Adriano, mi pare.

VOLSCO
Esatto. Francamente non ti ricordo.

ROMANO
Sono un romano, e lavoro, come te, contro i Romani. Mi riconosci ora?

VOLSCO
Nicanor, no?

ROMANO
Esatto, amico.

VOLSCO
Avevi più barba l'ultima volta che t'ho visto, ma la voce è quella. Che novità a Roma? Ho l'incarico dai miei capi di cercarti lì. Mi hai risparmiato una giornata di camnino.

ROMANO
A Roma ci sono state gravi sommosse: la plebe contro senatori, patrizi, nobili.

VOLSCO
Ci sono state? Dunque sono finite? Il nostro governo non lo crede. Fa grandi preparativi di guerra e spera di sorprenderli in piena discordia.

ROMANO
La vampata grossa s'è spenta, ma basta una scintilla per riattizzarla. I nobili hanno preso così male la cacciata del nobile Coriolano, che sono ormai decisi a togliere ogni potere al popolo e a strappargli i tribuni per sempre. C'è fuoco sotto la cenere, non c'è dubbio, e ormai è quasi al punto di svampare.

VOLSCO
Coriolano è bandito?

ROMANO
Bandito, sì.

VOLSCO
Questa tua notizia farà molto piacere, Nicanor.

ROMANO
È il momento giusto per loro. Ho sentito dire che il punto migliore per sedurre una moglie è quando ha litigato col marito. Il vostro nobile Tullo Aufidio farà un figurone in questa guerra, visto che il suo grande avversario Coriolano, il suo paese non vuoi più sentirne.

VOLSCO
Ah non c'è dubbio. Ho avuto una gran fortuna a incontrarti così per caso. Hai messo fine a quanto dovevo fare, e posso accompagnarti indietro allegramente.

ROMANO
Da qui all'ora di cena ti dirò le cose inaudite che sono successe a Roma, e tutte a vantaggio dei suoi nemici. Avete un esercito pronto, hai detto?

VOLSCO
Un esercito formidabile. Centurioni e subordinati arruolati singolarmente, già al soldo dello stato e pronti a marciare con un'ora di preavviso.

ROMANO
Sono contento di saperlo e credo di essere l'uomo che li metterà subito in marcia. Perciò, lietissimo di averti incontrato e assai contento della compagnia.

VOLSCO
Mi toglie le parole, di bocca, ho più motivo io di rallegrarmi.

ROMANO
Bene, avviamoci.

Escono.

 

 

 

atto quarto - scena quarta

 

Entra Coriolano travestito, in panni dimessi e avvolto nel mantello.

CORIOLANO
Una gran bella città, questa Anzio. Sono io, città, che ti ho dato le tue vedove. Molti eredi di queste belle case li ho sentiti gemere nei miei assalti e li ho visti cadere. Perciò non riconoscermi, altrimenti le tue donne a colpi di spiedo, i ragazzi a sassate, mi ammazzerebbero in uno scontro puerile.

Entra un cittadino.

Salve, amico.

CITTADINO
Salve.

CORIOLANO
Dimmi, per favore, dove abita il grande Aufidio. Si trova ad Anzio?

CITTADINO
Sì, e stasera festeggia in casa sua i nobili dello stato.

CORIOLANO
Dov'è la sua casa, ti prego?

CITTADINO
Questa che hai davanti.

CORIOLANO
Grazie, amico. Addio.


Il cittadino se ne va.

O mondo, la tua instabilità malfida! Amici giurati che sembrano avere nei petti un solo cuore, che hanno sempre in comune il tempo, il sonno, i pasti, il lavoro, quasi gemelli d'amore, inseparabili, in meno d'un'ora, per un dissenso da niente prorompono nell'amicizia più amara. E certi nemici mortali che solevano vegliare la notte in preda all'odio macchinando come distruggersi a vicenda, per un caso qualunque, una sciocchezza che vale un uovo marcio, eccoli amici del cuore, eccoli legare le proprie sorti. Così è per me. Il posto dove nacqui lo odio, il mio amore va a questa città nemica. Entriamo. Se mi ammazza, non fa che giustizia. Se m'accetta, servirò il suo paese.

Esce.

 

 

 

atto quarto - scena quinta

 

Musica.

Entra un servo.

SERVO
Vino, vino, vino! Che razza di servizio! Dormono tutti, mi pare.

 

Esce.
Entra un altro servo.

IL SERVO

Dov'è Coto? Lo vuole il padrone. Coto!

 

Esce.
Entra Coriolano.

CORIOLANO
Bella casa. Buon profumo di banchetto. Ma io non vengo da ospite.

Entra il primo servo.

PRIMO SERVO
Cosa vuoi, amico? Da dove spunti? Qui non c'è posto per te. Alla porta, per favore.

Esce.

CORIOLANO
No Non m'hanno trattato meglio quand'ero Coriolano.

Entra il secondo servo.

SECONDO SERVO
Da dove arrivi, messere? Ma ce l'ha gli occhi il portinaio, che lascia passare dei ceffì come te? Aria, per piacere.

CORIOLANO
Sparisci!

SECONDO SERVO
Sparisci? Sparisci tu!

CORIOLANO
Cominci a darmi ai nervi.

SECONDO SERVO
Ah mi fai lo spaccone? Ti faccio parlare subito con chi so io.

Entra il terzo servo, incontro al primo.

TERZO SERVO
Chi è quel tale?

PRIMO SERVO
Il tipo più strano c'ho mai visto. Non riesco a cacciarlo via. Chiama il padrone, per piacere.

TERZO SERVO
Cos'hai da fare qui, amico? Esci per favore.

CORIOLANO
Lasciami star qui dritto: non ti scasso il camino.

TERZO SERVO
Ma chi sei?

CORIOLANO
Un nobile.

TERZO SERVO
Sì, ma morto di fame.

CORIOLANO
Giusto, morto di fame.

TERZO SERVO
Fammi il favore, nobile morto di fame, tròvati un'altra sistemazione. Non è posto per te, questo. Prego, sgombra. Avanti.

CORIOLANO
Fa' il tuo mestiere va', vai a ingozzarti con gli avanzi.

Gli dà una spinta.

TERZO SERVO
Ah, non te ne vuoi andare? Di' al padrone che qui c'è un ospite veramente strampalato.

SECONDO SERVO
Vado subito.

Esce.

TERZO SERVO
Ma dove stai di casa?

CORIOLANO
Sotto il baldacchino.

TERZO SERVO
Il baldacchino?

CORIOLANO
Esatto.

TERZO SERVO
E dove sarebbe?

CORIOLANO
Nella città dei nibbi e dei corbacchi.

TERZO SERVO
Nibbi e corbacchi? Ma sei proprio uno scemo. Allora stai pure con le taccole?

CORIOLANO
No, non servo il tuo padrone.

TERZO SERVO
Eh! Adesso dai addosso al padrone?

CORIOLANO
Beh, è più onesto che dare addosso alla padrona. Smettila di cianciare, vai a portare i piatti, va'. Via!


Lo caccia a botte dalla scena.
Entra Aufidio col secondo servo.

AUFIDIO
Dov'è questo tale?

SECONDO SERVO
Eccolo, padrone. Non l'ho bastonato come un cane per non disturbare i signori di là.

I servi si tirano da parte.

AUFIDIO
Da dove arrivi? Che vuoi? Come ti chiami? Perché non parli? Parla. Come ti chiami?

CORIOLANO (si scopre la testa)
Tullo, se ancora non mi riconosci, e vedendomi non credi che sia io, è necessario che ti dica il nome.

AUFIDIO
E qual è?

CORIOLANO
È un nome che non ha musica per gli orecchi dei Volsci, che suona aspro al tuo orecchio.

AUFIDIO
Dillo questo nome. Hai l'aria bieca, la faccia di chi comanda. L'attrezzatura è a pezzi, ma lo scafo è nobile. Qual è il tuo nome?

CORIOLANO
Preparati ad accigliarti. Ancora non mi riconosci?

AUFIDIO
Non ti conosco. Il nome?

CORIOLANO
Il nome è Caio Marzio, l'uomo che ha fatto molto male e danno a te soprattutto e a tutti i Volsci; può testimoniarlo il mio soprannome, Coriolano. Il mio duro servizio, i pericoli gravissimi, e il sangue versato per la patria ingrata hanno avuto per compenso soltanto questo soprannome, memoria e attestato del malvolere e dell'odio che mi dovresti portare. Mi resta solo questo nome. La ferocia e l'inimicizia della plebe, tollerate dai nostri nobili codardi, che m'hanno tutti abbandonato, si sono divorati il resto. M'hanno lasciato cacciare da Roma da schiavi urlanti. Questa necessità mi porta al tuo focolare - ma non, non mi fraintendere - non con la speranza di salvarmi la vita. Avessi temuto la morte, tra tutti gli uomini al mondo avrei evitato te. Io ti sto qui davanti solo per rabbia, per vendicarmi a fondo di chi mi ha bandito. Perciò, se hai voglia d'una rivincita che ti ripaghi dei mali subìti, se vuoi fermare il cancro della vergogna che appare in tutto il tuo paese, non perdere tempo, la mia disgrazia falla servire al tuo scopo. Usala in modo che la mia vendetta sia tuo vantaggio. Perché combatterò contro la mia terra bacata con la bile di tutti i diavoli dell'inferno. Ma se non vuoi affrontare questo rischio, se già sei stanco di tentare la sorte, allora, in breve, anch'io sono stanco a morte di vivere, offro la gola al tuo antico livore. Se non la tagli ti dimostri sciocco, perché ti ho sempre perseguitato col mio odio, ho tratto barili di sangue dal petto della tua terra, e non posso che vivere a tuo disdoro se non vivo per servirti.

AUFIDIO
O Marzio, Marzio! Ogni tua parola mi ha estirpato dal cuore una radice dell'antico odio. Se Giove da quella nuvola lì mi parlasse di cose divine dicendo "Sono vere", non crederei a lui più che ora a te, nobilissimo Marzio. Lascia che intrecci le braccia attorno al corpo contro il quale cento volte s'è spezzata la mia lancia di frassino, sfregiando con le schegge la luna. Così ti stringo, incudine della mia spada, e con nobile ardore sfido il tuo amore come una volta con ambiziosa violenza ho sfidato il tuo valore. Devi sapere che io amavo la ragazza che ho sposata, nessuno sospirò più sinceramente. Ma ora che ti vedo qui, nobile creatura, il cuore mi balla nel petto più ebbro di quando vidi la mia fidanzata varcare la soglia della mia casa. A te, Marte, dico che abbiamo pronto un esercito, e ancora una volta pensavo di falciarti lo scudo dal braccio, o di perdere il mio. M'hai battuto ben dodici volte, e da allora ogni notte sogno che combattiamo - abbiamo lottato per terra nel mio sogno schiodandoci gli elmi, le dita alla gola - e mi sono svegliato mezzo morto, con niente. Nobile Marzio, anche se non avessimo altro motivo per combattere contro Roma che la tua cacciata, arruoleremmo tutti, dai dodici ai settant'anni, e versando la guerra nei visceri dell'ingrata Roma, la travolgeremmo come una potente alluvione. Ma vieni, entra, e stringi la mano ai nostri senatori e amici, che sono qui per salutarmi, perché ero pronto a marciare contro i vostri territori, ma non contro Roma stessa.

CORIOLANO
Dei, mi fate felice!

AUFIDIO
Quindi, amico incomparabile, se vuoi prendere il comando delle tue vendette, prendi metà delle mie forze, e decidi l'azione come meglio ti consiglia l'esperienza, dacché conosci la forza e la debolezza del tuo paese: o picchiare alle porte di Roma, o investirli in una zona lontana, per far loro paura prima di annientarli. Ma entra. Lascia che prima ti presenti a chi assentirà ai tuoi desideri. Benvenuto mille volte! E più amico oggi che nemico prima - e lo eri assai, Marzio. La mano. Benvenuto!


Escono.
Il primo e il secondo servo sifanno avanti.

PRIMO SERVO
Questo sì è un voltafaccia!

SECONDO SERVO
Giuro su questa mano, pensavo di menarlo col bastone. Ma la testa m'avvertiva che quegli stracci non dicevano la verità.

PRIMO SERVO
E che razza di braccia! M'ha fatto girare con l'indice e il pollice, come s'avvia una trottola.

SECONDO SERVO
Beh, l'ho capito dalla faccia che c'era sotto qualcosa. Aveva una faccia, caro mio, che pareva... non so come dire.

PRIMO SERVO
Proprio così, aveva un'aria, m'impicchino se non ho capito, che ci aveva qualcosa che non capivo.

SECONDO SERVO
Pure io, lo giuro. La verità è che è un vero padreterno.

PRIMO SERVO
Lo è, lo è. Ma come combattente c'è qualcuno che lo batte, lo sai.

SECONDO SERVO
Chi, il principale?

PRIMO SERVO
Beh, su questo non ci piove.

SECONDO SERVO
Ne vale sei.

PRIMO SERVO
No, non esageriamo. Ma come combattente è il meglio.

SECONDO SERVO
Guarda, diciamo la verità, non è facile metterla. Per difendere una città il nostro capo è in gamba.

PRIMO SERVO
Certo, e pure per l'attacco.

Entra il terzo servo.

TERZO SERVO
Sgherri, vi porto notizie, e che notizie, o birboni!

I DUE
Cosa, cosa? Avanti, spartiamo.

TERZO SERVO
Tra tutte le genti non vorrei essere romano. Meglio pronto per la forca.

I DUE
E perché? Perché?

TERZO SERVO
Perché? Abbiamo qui Caio Marzio, che di solito le sonava al nostro generale.

PRIMO SERVO
Le sonava? Come ti permetti?

TERZO SERVO
Beh, non ho detto "le sonava", però gli teneva testa.

SECONDO SERVO
Via, siamo tra colleghi e amici. È stato sempre un osso troppo duro, l'ho sentito dire a lui stesso.

PRIMO SERVO
Ma sì, un osso troppo duro, diciamo pane al pane. Davanti a Corioli l'ha pestato e tagliuzzato come una braciola.

SECONDO SERVO
Se aveva gusto di cannibale se lo poteva bollire e mangiare.

PRIMO SERVO
Ma su, dicci le altre notizie.

TERZO SERVO
Beh, lì dentro lo trattano che pare il figlio e l'erede di Marte: messo a capotavola, e nessun senatore che osa fargli domande senza levarsi il cappello. Lo stesso principale lo tratta come un amante, gli tocca la mano come l'acqua santa e strabuzza gli occhi a sentirlo parlare. Ma il vero succo della notizia è questo: il principale è tagliato a metà ed è solo la metà di ieri, perché l'altra metà se l'è beccata l'altro, per preghiera e concessione di tutta la tavolata. Andrà, dice, a tirare le orecchie al portinaio delle porte di Roma. Davanti a sé vuol faldare tutto, e lasciarsi dietro tutto bello e pulito.

SECONDO SERVO
E se non lo fa lui non so chi può farlo.

TERZO SERVO
Per farlo, lo farà, perché vedi, ha un sacco di nemici ma pure di amici. I quali amici, caro mio, diciamo, non avevano il coraggio, capisci, di farsi avanti, mettiamola così, come amici, mentre che era in discrepito.

PRIMO SERVO
Discrepito? Che roba è?

TERZO SERVO
Ma quando vedranno - va bene? - che ha rizzato la cresta ed è in forza, ti risbucano dalle tane come conigli dopo l'acquata, e tutti assieme a fargli festa.

PRIMO SERVO
Ma questo quando si verifica?

TERZO SERVO
Domani, oggi, subito. Sentirai battere il tamburo questo pomeriggio. È come dire parte della festa, da farsi prima di pulirsi la bocca.

SECONDO SERVO
Ma allora riavremo un po' di vita. Questa pace non fa che mettere ruggine al ferro, fa crescere il numero dei sarti e alleva i cantastorie.

PRIMO SERVO
Datemi la guerra, dico io. È meglio della pace come il giorno della notte. La guerra è svelta, ha lingua ed è piena di fiuto. La pace è una vera apoplessia, una vera letargia: scema, sorda, assonnacchiata e insensibile. Fa più bastardi lei che la guerra morti ammazzati.

SECONDO SERVO
Esatto. La guerra in certo senso la puoi chiamare una gran scopatrice, ma non puoi negare che la pace è una gran fabbrica di comuti.

PRIMO SERVO
Sicuro, e fa odiare tra loro i cristiani.

SECONDO SERVO
Logico: perché allora uno ha meno bisogno degli altri. Datemi la guerra, dico. Spero di vedere i Romani a un soldo l'uno, come i Volsci. Si stanno alzando da tavola, si stanno alzando.

I DUE
Via, via, via, via.

Escono.

 

 

 

atto quarto - scena sesta

 

Entrano i due tríbuni Sicinio e Bruto.

SICINIO
Di lui non si sa nulla né c'è motivo di temerlo. I rimedi, eccoli: la pace e la tranquillità del popolo che prima era esasperato. Noi qui facciamo arrossire i suoi amici per come van bene le cose, loro preferirebbero, anche a proprio danno, vedere le strade infestate di bande in rivolta, e non i nostri artigiani che cantano nelle botteghe e badano al proprio lavoro, in pace.

BRUTO
Abbiamo puntato i piedi al momento giusto.

Entra Menenio.

Non è Menenio quello?

SICINIO
È lui, è lui. Ah, è diventato gentilissimo ultimamente. Salve, domine!

MENENIO
Salve a voi due!

SICINIO
Il tuo Coriolano non è molto rimpianto tranne che dai suoi amici. La Repubblica regge; e reggerebbe anche se lui gliene volesse di più.

MENENIO
Tutto va bene e andrebbe ancor meglio che avesse saputo temporeggiare.

SICINIO
Dove si trova, ne sai notizie?

MENENIO
No, non ne so. La madre e la moglie sono anch'esse senza.

Entrano tre o quattro cittadini.

I CITTADINI
Gli dei vi preservino entrambi!

SICINIO
Buona sera, amici.

BRUTO
Buonasera, buonasera a tutti.

PRIMO CITTADINO
Noi con le mogli e i figli dobbiamo pregare per voi due, sui ginocchi.

SICINIO
Salute e buona fortuna!

BRUTO
Statevi bene, amici. Magari Coriolano vi avesse amati come noi.

I CITTADINI
Bene, gli dei vi conservino!

I DUE TRIBUNI
Statevi bene, statevi bene.

 

I cittadini escono.

SICINIO
Oggi la vita è più felice, più bella di quando questi correvano le strade gridando alla rivolta.

BRUTO
Caio Marzio era un capo valoroso in guerra, ma insolente, accecato dalla superbia, ambizioso oltre ogni immaginazione, pieno di sé...

SICINIO
E mirava al trono, per sé solo, senza soci.

MENENIO
Io non la penso così.

SICINIO
L'avremmo scoperto a quest'ora, che era così, a nostro danno, se fosse diventato console.

BRUTO
Gli dei, per fortuna, l'hanno impedito, e Roma è calma e sicura senza di lui.

Entra un edile.

EDILE
Onorevoli tribuni, uno schiavo, che abbiamo imprigionato, afferma che i Volsci con due eserciti hanno invaso le terre romane e con furia micidiale distruggono tutto sul loro cammino.

MENENIO
È Aufidio che ora sa della cacciata di Marzio e rimette fuori le corne dal guscio, che quando Marzio difendeva Roma non osavano sporgersi.

SICINIO
Ma via, che c'entra ora Marzio?

BRUTO
Va', fa' frustare quest'afiarmista. Non è possibile che osino rompere gli accordi.

MENENIO
Non è possibile! Può essere benissimo, è documentato: tre casi simili son successi durante la mia vita. Interrogate quest'uomo prima di punirlo, chiedetegli dove l'ha sentito, altrimenti rischiate di frustare la notizia stessa e bastonare chi vi mette in guardia contro un pericolo vero.

SICINIO
Non dire storie, so che è impossibile.

BRUTO
Impossibile.

Entra un messo.

MESSO
I nobili sono in grande agitazione e vanno tutti al Senato. Arrivano notizie che li hanno sconvolti.

SICINIO
È quello schiavo... andate a frustarlo dinanzi al popolo, l'allarme è suo, e non sono che chiacchiere.

MESSO
Ma sì, onorevole tribuno, le informazioni dello schiavo risultano vere, e ne arrivano altre più terribili.

SICINIO
Cosa, più terribile?

MESSO
Molti dicono apertamente, non so con quale fondamento, che Marzio insieme ad Aufidio conduce un esercito contro Roma, e giura una vendetta terribile che includa i più giovani e i più vecchi.

SICINIO
Ma figuriamoci!

BRUTO
Questa è voce diffusa per far venire la voglia ai più fiacchi di riavere a casa il buon Marzio.

SICINIO
Sì, questo è il trucco.

MENENIO
E poco probabile. Lui e Aufidio possono andare d'accordo solo come l'acqua e il fuoco.

Entra un secondo messo.

II MESSO
Sei convocato al Senato. Un grande esercito condotto da Caio Marzio assieme ad Aufidio, imperversa sui nostri territori, ed ha già forzato il passaggio, e brucia e cattura tutto ciò che incontra.

Entra Cominio.

COMINIO
Ah, un bel lavoro avete fatto!

MENENIO
Cosa sai? Cosa sai?

COMINIO
Avete dato una mano a violentare le vostre figlie, e fondere il piombo dei tetti sulle vostre zucche, e vedere le mogli disonorate sotto il vostro naso...

MENENIO
Ma cosa sai, cosa sai?

COMINIO
I templi bruciati sino alle fondamenta, e le franchigie su cui v'impuntavate, ridotte a entrare nel buco d'un trapano.

MENENIO
Per favore, cosa sai? Voi due avete fatto un bel lavoro, ho paura, parla, ti prego. Se davvero Marzio s'è unito ai Volsci...

COMINIO
Se? È il loro dio. Li guida come uno creato da una divinità diversa dalla Natura, e più abile a forgiare uomini. E loro lo seguono contro di noi bambocci con la sicurezza di ragazzi che inseguono farfalle estive o macellai che schiacciano mosche.

MENENIO
Avete fatto un gran bel lavoro, voi e i vostri meccanici che tanto eravate infatuati dei voti dei vostri compari in grembiule e del fiato dei mangiatori d'aglio.

COMINIO
Vi farà crollare Roma sui crani.

MENENIO
Come Ercole fece cascare le mele mature. Avete fatto un bel lavoro!

BRUTO
Ma sarà vero, signore?

COMINIO
È vero, e sarete pallidi prima che venga smentito. Tutte le contrade disertano liete, chi resiste è deriso per il suo valore assurdo, e muore da sciocco lealista. Chi può biasimarlo? I vostri e suoi nemici lo sanno apprezzare.

MENENIO
Siamo tutti perduti se quel nobile non avrà clemenza.

COMINIO
Chi andrà a chiederla? Non i tribuni, per pudore. E il popolo merita pietà da lui come il lupo dai pastori. Quanto ai suoi amici più stretti se gli dicessero "Pietà per Roma", la preghiera sarebbe uguale a quella di chi merita il suo odio, e li farebbe apparire come nemici.

MENENIO
È vero. Se gettasse in casa mia il tizzone che la distrugge non avrei la faccia di dirgli, "Ti supplico, fermati". Avete manovrato bene, voi e i vostri meccanici! Avete fatto un capolavoro!

COMINIO
Avete attirato su Roma una catastrofe, che mai ve n'è stata una così irrimediabile.

I TRIBUNI
Non dite che è colpa nostra.

MENENIO
Ah no? Sarebbe nostra? Noi l'amavamo, ma da bestie nobili e codarde abbiamo ceduto alle vostre folle che l'hanno espulso urlando.

COMINIO
Ma temo che urlando lo richiameranno. Tullo Aufidio, che per fama è secondo tra gli uomini, gli obbedisce come fosse un suo subalterno. La disperazione è l'unica tattica, l'unica forza e difesa che Roma può opporgli.

Entra un gruppo di cittadini.

MENENIO
Arrivano le torme. E Aufidio è con lui? Siete stati voi a rendere quest'aria irrespirabile quando gettaste in aria quelle coppole luride e puzzolenti acclamando l'esilio di Coriolano. Adesso torna e non c'è pelo in testa a un suo soldato che non sarà una frusta. Farà cascare in terra tante zucche di buffoni per quante coppole avete lanciato in aria e vi ricompenserà per i voti. E che importa? Potesse bruciarci tutti in un solo tizzone ce lo saremmo meritati.

I CITTADINI
Per gli dei, sentiamo notizie terribili

PRIMO CITTADINO
Quanto a me, quando dissi "banditelo", dissi che mi spiaceva.

SECONDO CITTADINO
E io pure, ia pure.

TERZO CITTADINO
Pure io, e a dire il vero anche la maggior parte di noialtri. Quello che abbiamo fatto fu a fin di bene. Abbiamo approvato la sua cacciata, ma l'abbiamo fatto di controvoglia.

COMINIO
Bei votanti siete!

MENENIO
Avete fatto un bel lavoro, voi e i vostri schiamazzi! Voghamo andare al Campidoglio?

COMINIO
Ma sì, che altro possiamo fare?

Escono Menenio e Cominio.

SICINIO
Amici miei, su, a casa. Non vi allarmate. Quei faziosi sarebbero contenti, se fosse vero ciò che si danno l'aria di temere. Andate a casa, non date a veder paura.

PRIMO CITTADINO
Gli dei ci aiutino! Avanti, amici miei, a casa. L'ho sempre detto che avevamo torto quando l'abbiamo esiliato.

SECONDO CITTADINO
L'abbiamo detto tutti. Ma su, andiamo a casa.

Escono i cittadini.

BRUTO
Queste notizie non mi piacciono.

SICINIO
Neanche a me.

BRUTO
Andiamo al Campidoglio. Darei metà del mio perché non fossero vere.

SICINIO
Prego, andiamo.

Escono.

 

 

 

atto quarto - scena settima

 

Entra Aufidio col suo aiutante.

AUFIDIO
Corrono sempre appresso al romano?

AIUTANTE
Non so che stregoneria abbia, ma i tuoi soldati usano il suo nome come preghiera prima dei pasti, come oggetto di discorso a tavola e come ringraziamento finale. E tu in questa campagna sei messo in ombra dai tuoi stessi uomini.

AUFIDIO
Per ora non c'è niente da fare, dovrei usare mezzi che azzopperebbero i nostri stessi progetti. Anche verso di me si dimostra arrogante più di quanto pensavo quando l'accorsi a braccia aperte. Ma è la sua natura che in ciò non cambia, e devo giustfflcare ciò che non può correggersi.

AIUTANTE
Però, credo, era meglio - per te stesso, dico - non dividere il comando con lui, ma guidare tu la campagna, o lasciarla a lui solo.

AUFIDIO
Ti capisco bene, e sta' tranquillo, che quando verrà alla resa dei conti, non immagina come lo metterò al muro. Sembra, così lui crede, e così appare anche agli occhi di tutti, che egli faccia tutto lealmente e curi molto gli interessi dello stato, e certo combatte come un drago e vince appena sfodera la spada. Eppure c'è qualcosa che ha trascurato di fare,che gli spezzerà il collo, o metterà il mio in pericolo, quando faremo i conti.

 

AIUTANTE
Ma dimmi, Aufidio, credi che prenderà Roma?

AUFIDIO
Tutte le città gli si arrendono prima che le assedi, e la nobiltà di Roma è con lui. Anche i senatori e i patrizi lo amano. I tribuni non sono soldati, e il popolo farebbe presto a richiamarlo come fece a cacciarlo. Credo che sarà per Roma come la procellaria per il pesce, che lo mangia per sovranità di natura. Dapprima li servì nobilmente, ma non seppe portare i suoi onori con misura. Forse fu per l'orgoglio che nasce da un successo continuo, e macchia sempre l'uomo fortunato. O forse per un difetto d'acume, un'incapacità di sfruttare quelle occasioni che aveva in pugno. O forse la colpa fu della sua natura, non essere mai altro da sé, non cambiare mai, sotto l'elmo o sul cuscino, ma dominare la pace con la stessa durezza e lo stesso rigore con cui controllava la guerra. Una sola di queste macchie - perché ne ha un po' di tutte, ma non tutte assieme, e per questo mi sento di scagionarlo - una sola lo ha reso tanto temuto, odiato, e bandito. Ma egli ha un merito che, a dirlo, è strozzato. Perché le nostre virtù stanno in ciò che ne dice il tempo; e il potere, che in sé è molto apprezzabile, non ha tomba più certa d'una tribuna che ne esalti le gesta. Un fuoco scaccia l'altro, un chiodo un altro chiodo; perisce un diritto sotto un diritto più forte, la forza è uccisa dalla forza. Vieni, andiamo. Quando Roma sarà tua, Caio, sarai il più debole di tutti, e allora, subito, sei mio.

Escono.

 

Indice Teatro

Inizio pagina

 


 

Coriolano

(“The tragedy of Coriolanus” - 1607 - 1608)

 

 

atto quinto - scena prima

 

Entrano Menenio, Cominio, i due tribuni Sicinio e Bruto, e altri.

MENENIO
No, non ci vado. Avete sentito che ha detto il suo ex-comandante, legato a lui di affetto particolarissimo. Me, mi chiamava padre, ma che vuol dire? Andateci voi, voi che l'avete bandito, buttatevi in ginocchio a un miglio dalla sua tenda, e apritevi la strada, così a ginocchioni, verso la sua clemenza. No, se si è dimostrato freddo a sentire Cominio, io non mi muovo da casa.

COMINIO
Pareva che non mi conoscesse.

MENENIO
Capite, eh?

COMINIO
Però, una volta, mi ha chiamato per nome. Io insistevo sull'antica amicizia, sul sangue versato assieme. Ma a chiamarlo "Coriolano" non rispondeva, ripudiava ogni nome. Come se fosse un niente, un anonimo finché non si fosse forgiato da sé un nome nel fuoco dell'incendio di Roma.

MENENIO
Ecco, appunto! Avete fatto un capolavoro. Una coppia di tribuni che riesce a distruggere Roma per aver carbone a buon prezzo. Che bell'epitaffio!

COMINIO
Gli ricordai che il perdono è regale quand'è meno atteso. Replicò che era solo la richiesta sfacciata d'uno Stato, a uno che aveva punito.

MENENIO
Ben detto. Poteva dire di meno?

COMINIO
Provai a risvegliare il suo attaccamento per gli amici più stretti. La risposta fu che non poteva fermarsi a spigolare in un mucchio di pula infetta e putrida. Disse che era pazzia, per uno o due granellini, non appiccare il fuoco, e star lì ad annusare quella peste.

MENENIO
Uno o due granelli! Io son uno di quelli. Sua madre, sua moglie, suo figlio, quest'uomo coraggioso, anche lui, siamo i granelli. Voi siete la pula infetta e il vostro fetore sale oltre la luna. Dobbiamo bruciare per voi.

 

SICINIO
Abbi pazienza, andiamo. Se rifiuti il tuo aiuto ora che serve come mai, almeno non ci rinfacciare la disgrazia. Ma certo, se volessi difendere la tua terra, la tua abile lingua potrebbe fermare il nostro concittadino, meglio dell'esercito che si potrà improvvisare.

MENENIO
No, non voglio immischiarmi.

SICINIO
Ti prego, vai da lui.

MENENIO
A che farci?

BRUTO
Prova soltanto ciò che può fare il tuo amore per Marzio, a favore di Roma.

MENENIO
Bene, metti che Marzio mi rispedisca indietro, come fece con lui, senza ascoltarmi. Cosa ne verrebbe? Se ritornassi soltanto come un antico deluso, ferito dalla sua indifferenza? Se andasse così?

SICINIO
Allora la tua buona volontà avrà da Roma gratitudine commisurata alle tue intenzioni.

MENENIO
Va bene, proverò. Credo che mi ascolterà. Però, brontolare e mordersi le labbra, col buon Cominio, questo mi scoraggia assai. Non è stato preso al momento giusto. Non aveva mangiato. Quando le vene son vuote il sangue è freddo, e allora facciamo il broncio al mattino, allora siamo incapaci di donare, di perdonare. Ma quando abbiamo infarcito i nostri tubi e canali del sangue col vino e il mangiare, l'animo è più cedevole che in un digiuno da preti. Perciò aspetterò che per dieta si apra alla mia richiesta, e allora gli darò sotto.

BRUTO
Tu sai la strada giusta verso la sua gentilezza, e non ti puoi smarrire.

MENENIO
Per l'anima mia, ci provo, vada come vuole. Lo saprò presto se ci sono riuscito.

Esce.

COMINIO
Non l'ascolterà, è sicuro.

SICINIO
No?

COMINIO
Vi dico, siede nell'oro, l'occhio rosso quasi a bruciare Roma, e la sua offesa è il carceriere della sua pietà. Mi sono inginocchiamo dinanzi a lui. In un sussurro disse, "Alzati", e mi congedò così, con la sua mano muta. Ciò che è disposto a fare, me lo mandò dietro scatto, e ciò che non vuole fare, legato com'è da un giuramento a rispettare quel che gli hanno imposto: sicché ogni speranza è vana, a meno che la sua nobile madre, e sua moglie, come sento dire, vogliano implorarlo ad avere pietà per la patria. Quindi muoviamoci, e sollecitiamole con preghiere giuste.

Escono.

 

 

 

atto quinto - scena seconda

 

Entra Menenio e avanza verso le sentinelle.

PRIMA SENTINELLA
Fermo. Da dove vieni?

SECONDA SENTINELLA
Fermati. Indietro.

MENENIO
Fate guardia a dovere, bravi. Ma, col vostro pennesso, sono un funzionario di stato, e vengo per parlare con Coriolano.

PRIMA SENTINELLA
Da dove?

MENENIO
Da Roma.

PRIMA SENTINELLA
Non puoi passare, devi tornare indietro. Il generale non riceve più nessuno da lì.

SECONDA SENTINELLA
Vedrai la tua Roma fasciata di fuoco, prima di parlare a Coriolano.

MENENIO
Miei buoni amici, se avete sentito il generale parlare di Roma e degli amici che ha lì, scommetto mille contro uno, il mio nome vi è arrivato all'orecchio: Menenio.

PRIMA SENTINELLA
Può darsi. Torna indietro. Il tuo nome qui non vale niente.

MENENIO
T'assicuro, amico, il tuo generale mi vuol bene molto. Sono stato il registro delle sue gesta, in cui il mondo ha letto della sua fama ineguagliata, e forse resa più ampia. Ho sempre esaltato gli amici - e lui è fi primo - con tutta l'ampiezza che la verità permetteva senza scaderne. Anzi, a volte, come una boccia su un terreno subdolo, ho capitombolato oltre il segno, e lodandolo ho quasi autenticato il falso. Perciò, amico, devi farmi passare.

PRIMA SENTINELLA
Senti, anche se hai detto tante menzogne a suo favore per quante parole hai speso a favor tuo, di qui non passi. Neanche se fregare fosse una virtù, come restare vergini. Perciò, marcia indietro.

MENENIO
Per favore, amico mio, ricorda che mi chiamo Menenio, sempre dalla parte del tuo generale.

SECONDA SENTINELLA
Senti, anche se hai fregato con lui, com'hai detto tu stesso, io sono uno che sta sotto lui per dire il vero, e ti dico che non passi. Perciò, sgombra.

MENENIO
Dimmi un po', lo sai se ha già mangiato? Gli voglio parlare solo dopo il pasto.

PRIMA SENTINELLA
Tu sei romano, non è vero?

MENENIO
Sicuro, come il generale.

PRIMA SENTINELLA
Allora dovresti odiare Roma, come lui. Avete cacciato via il vostro difensore, e in un accesso di pazzia plebea avete ceduto al nemico il vostro scudo. Puoi credere davvero di poter fermare la sua vendetta con facili lagne di vecchie, palme vergini di ragazze, o con l'intrufolarsi paralitico d'un vecchio rimbambito come te? Credi di poter spegnere quel fuoco che presto brucerà la tua città con un fiato fiacco come il tuo? Ti sbagli, e perciò fila a Roma a fare i preparativi per tirare le cuoia. Siete fregati, il capo ha giurato di non darvi né tregua né perdono.

MENENIO
Senti un po', se il tuo capitano sapesse che sono qui mi tratterebbe con rispetto.

PRIMA SENTINELLA
Ma va', il capitano non sa chi sei.

MENENIO
Il tuo generale, voglio dire.

PRIMA SENTINELLA
Il mio generale? Non gliene frega niente di te. Vattene, ripeto, sparisci, sennò ti spillo quel mezzo litro di sangue che hai. Sloggia e ringrazia gli dei se lo conservi sloggia!

MENENIO
Amico, amico, un momento...

Entra Coriolano con Aufidio.

CORIOLANO
Che succede qui?

MENENIO
Adesso, compare, te lo presento io un piccolo rapporto, adesso vedrai se sono rispettato o no. Adesso vedrai se un asino all'erta mi può proibire di parlare col figlio mio Coriolano. Giudica tu il trattamento che mi fa. Se non sei già destinato alla forca, o a qualche altra morte più lunga come spettacolo e più crudele come dolore, stai bene a guardare e svieni per quel che t'arriva addosso. (A Coriolano) Gli dei gloriosi seggano ora per ora in consesso per favorire la tua prosperità e non ti amino meno del tuo vecchio padre Menenio! Figlio mio, figlio mio, stai preparando il fuoco per noi. Guarda qui, ecco l'acqua per spegnerlo. Han faticato a convincermi a venire da te. Ma nessuno tranne me, dicevano, poteva farti cambiare idea, e allora i sospiri m'hanno spinto fuori dalle porte, ed io ti scongiuro di perdonare Roma e i tuoi compatrioti imploranti. Gli dei buoni plachino la tua collera, e i suoi residui li facciano ricadere su questo mascalzone qui - questo qui, che, bloccato nella zucca, mi voleva impedire di vederti.

CORIOLANO
Via!

MENENIO
Come? Via?

CORIOLANO
Moglie, madre, figlio, non li conosco. Ciò che faccio è al servizio d'altri. Mia è solo la vendetta, la pietà è nel petto dei Volsci. C'è stata amicizia tra noi, ma la dimenticanza ingrata l'avvelena, e la pietà non ricorda più quant'era profonda. Perciò vattene. Questi orecchi resistono alle vostre preghiere più che le vostre porte alla mia forza. Ma una volta ti amavo, e per questo tieni; l'ho scritta per te (gli dà una lettera) e l'avrei mandata. Neanche una parola in più starò a sentire, Menenio. Quest'uomo, Aufidio, mi fu caro assai a Roma. Eppure, vedi.

AUFIDIO
Sei un uomo costante.

Escono.
Restano Menenio e la sentinella.

PRIMA SENTINELLA
Allora, di' un po', il tuo nome è Menenio?

SECONDA SENTINELLA
Caspita, ha un potere magico. La via di casa la sai.

PRIMA SENTINELLA
Hai sentito cotne ci ha strigliati per aver trattenuto la tua altezza?

SECONDA SENTINELLA
Dimmi, ho davvero ragione di svenire?

MENENIO
Me ne frego del mondo e del vostro generale. Quanto a roba come voi, per me quasi non ci siete, tanto poco vi considero. Chi vuol crepare di sua mano non teme la morte da un altro. Il vostro capo faccia quanto di peggio può fare. E voi, restate come siete, a lungo, e il vostro squallore aumenti con l'età! Vi dico quello che m'è stato detto, via!

Esce.

PRIMA SENTINELLA
È un tipo in gamba, non c'è che dire.

SECONDA SENTINELLA
Ma più in gamba è il capo. È la roccia, la quercia che il vento non smuove.

Escono.

 

 

 

atto quinto - scena terza

 

Entrano Coriolano, Aufidio e altri. Si siedono.

CORIOLANO
Domani accamperemo l'esercito davanti alle mura di Roma. Tu, mio collega in questa campagna, devi riferire ai signori dei Volsci, con quanta lealtà ho condotto quest'azione.

AUFIDIO
Hai avuto di mira solo i loro fini. Ti sei turato gli orecchi alle invocazioni di Roma, non hai permesso un bisbiglio a quattr'occhi, mai, neanche con quegli amici che si credevano sicuri di te.

CORIOLANO
Quest'ultimo, il vecchio che ho rimandato a Roma col cuore a pezzi, mi amava più d'un padre, anzi ero un dio per lui. Mandarlo qui è stata la loro ultima risorsa. Per il suo affetto antico, pur mostrandomi aspro, ho offerto ancora una volta le prime condizioni che già avevano rifiutate, e che ora non possono più accettare, e solo per essere gentile con lui, che pensava di poter fare di più. Ho ceduto appena un poco. D'ora in poi non udrò più suppliche né ambascerie, né dallo stato né da amici.

 

Grida all'interno.

 

Ah! Chi grida?
(a parte) Sarò tentato a rompere la promessa nel punto stesso che la faccio? No.

Entrano Virgilia, Volumnia, Valeria e il piccolo Marzio col seguito.

Mia moglie viene per prima, poi la matrice venerata da cui prese forma questo torso, e porta per mano il nipote del suo sangue. Sentimenti, via! Vincoli e diritti di natura, spezzatevi! Sia virtù la durezza. Quell'inchino, perché? Quegli occhi di colomba che farebbero spergiuri gli dei? Io cedo, non sono di terra più forte degli altri. Mia madre s'inginocchia, come un Olimpo che si curvi a implorare una tana di talpa, e, il mio ragazzo ha un'aria di supplice che la grande Natura mi grida, "Non respingere". I Volsci passino l'aratro su Roma, e con l'erpice rompano l'Italia! Non sarò una bestia schiava dell'istinto, resisterò come se fossi un uomo che ha fatto se stesso e non ha parenti.

VIRGILIA
Mio signore e marito!

CORIOLANO
Questi occhi non sono quelli che avevo a Roma.

VIRGILIA
Te lo fa credere il dolore che ci mostra così mutate.

CORIOLANO (a parte)
Ora come un cattivo attore ho dimenticato la parte, e m'imbroglio, e mi brucio.

Si alza e va verso di lei.

Carne mia migliore, perdona la mia crudeltà, però ora non dirmi "Perdona i Romani".
Oh, un bacio lungo come l'esilio, dolce come la vendetta.

Ora per la regina gelosa del cielo il tuo bacio, cara, l'ho portato via da te,

e le mie labbra fedeli l'hanno tenuto vergine da allora sempre.
Dèi, io dico preghiere, e lascio senza saluto la più nobile delle madri.
Entra nella terra, ginocchio,

S'inginocchia.

lasciavi un calco della mia dedizione più profondo di quello dei figli comuni.

VOLUMNIA
Alzati e sii benedetto!

Coriolano si alza.

Mentre io su un cuscino non più morbido della pietra
m'inginocchio davanti a te,

e provo contro ogni decoro,

che finora s'è inteso male il rispetto tra figli e genitori.

S'inginocchia.

CORIOLANO
Che fai? Tu in terra? Davanti al figlio punito?

La solleva.

Allora i ciottoli sulla spiaggia affamata volino a punzecchiare le stelle.

Allora i venti ribelli scaglino i cedri superbi contro il sole, assassinando l'impossibile,
per fare di ciò che non può essere una cosa da niente.

VOLUMNIA
Sei il mio guerriero; io ho dato mano a farti. Riconosci questa donna?

CORIOLANO
Nobile sorella di Publicola, luna di Roma,

casta come il ghiacciolo che il gelo aggruma da neve purissima
e appende al tempio di Diana, cara Valeria!

VOLUMNIA (indicando il piccolo Marzio)
Questo è un povero compendio di te, che quando il tempo l'avrà interpretato potrà essere tutto te stesso.

CORIOLANO
Il dio dei soldati, al sommo Giove piacendo,

informi i tuoi pensieri di nobiltà,

che tu possa mostrarti invulnerabile al disonore,
e alzarti in mezzo alle guerre come un gran promontorio che regge le bufere e salva chi ti vede.

VOLUMNIA
Giù, in ginocchio.

CORIOLANO
Il mio bravo ragazzo!

VOLUMNIA
Lui con noi, tua moglie, questa dama e io stessa siamo qui a pregarti.

CORIOLANO
Ti supplico, zitta! O, se chiedi, ricorda prima questo: la cosa che ho giurato di non concedere non pensate che ve la rifiuti. Non dirmi di sciogliere l'esercito, o patteggiare di nuovo coi meccanici di Roma. Non dirmi che in ciò ti sembro snaturato. Non volere smorzare la rabbia e la vendetta coi tuoi freddi ragionamenti.

VOLUMNIA
Oh basta, basta! L'hai detto, non concederai niente, perché non abbiamo altro da chiedere da quello che già rifiuti. E pure chiederemo, così se la richiesta va a vuoto, la colpa ricade sulla tua durezza. Perciò ascolta.

CORIOLANO
Aufidio, e voi Volsci, ascoltate: perché non udremo nulla da Roma in privato. Cos'hai da chiedere?

VOLUMNIA
Restassimo mute e senza parola, queste vesti e questi corpi direbbero quale vita abbiamo fatto dopo il tuo esilio.
Pensaci, siamo venute qui le più sventurate delle donne. Perché la tua vista, che dovrebbe riempirci gli occhi di gioia, e far danzare i cuori di felicità, li forza a piangere e tremare di paura e dolore, mostrando alla madre, alla moglie, al figlio, il figlio e il marito e il padre che strappa i visceri alla propria terra. E a noi povere la tua inimicizia è più mortale. Tu c'impedisci di pregare gli dei, conforto di tutti, e non nostro. Perché come possiamo, ahimè, come possiamo pregare per la patria, com'è nostro dovere, e simultaneamente per la tua vittoria com'è nostro dovere? Ahinoi, o dobbiamo perdere la patria, nostra cara nutrice, o te, nostro conforto nella patria. Andiamo incontro a una sciagura certa, anche se potessimo decidere chi vince. O tu dovrai essere spinto in catene per le nostre vie come un traditore, o pesterai trionfante le rovine della patria e avrai la palma per aver versato da prode il sangue di moglie e figlio. Quanto a me, figlio mio, io non intendo vedere come la fortuna farà finire questa guerra. Se non potrò convincerti a fare nobile grazia alle due parti piuttosto che spegnerne una, non appena muovi all'assalto del tuo paese non potrai - credimi, non lo potrai - che pestare coi piedi il ventre di tua madre che ti portò al mondo.

VIRGILIA
Sì, e il mio ventre, che ti partorì questo ragazzo, per far vivere il tuo nome nel tempo.

IL RAGAZZO
Me non mi pesta certo! lo me ne scappo, fìnché son grande, ma poi mi batto.

CORIOLANO
Per non intenerirsi come le donne non bisogna vedere volti di bimbi o donne. Sono stato seduto troppo.

Si alza.

VOLUMNIA
No, non andartene così. Se la nostra richiesta mirasse a salvare i Romani, e quindi a distruggere i Volsci che tu servi, potresti respingerci come veleni del tuo onore. No, la nostra richiesta è di riconciliarli. Che i Volsci possano dire, "abbiamo mostrato clemenza", i Romani, "l'abbiamo ricevuta", e ciascuno ti acclami, da ogni parte, e gridi, "benedetto per aver fatto questa pace"! Tu sai, mio grande figlio, che l'esito della guerra è incerto. Ma questo è certo: se conquisti Roma, il beneficio che ne raccogli è un nome inseguito da una muta di maledizioni ogni volta che lo si dica, e di esso  e cronache scaveranno: "Quest'uomo ebbe nobiltà, ma la sua ultima impresa la spazzò via tutta, egli distrusse la patria, e il suo nome resta esecrabile per le età future". Parlami, figlio. Toccare hai voluto la quintessenza dell'onore, imitare gli dei graziosi, che col tuono làcerano le guance ampie dell'aria, ma caricano il lampo d'una potenza che schianti solo una quercia. Perché non parli? Credi sia degno d'un animo nobile ricordare le offese per sempre? Figlia, parlagli tu. Del tuo pianto non si cura. Parlagli tu, ragazzo. Forse un bambino lo commuoverà più dei nostri ragionamenti. Non c'è uomo al mondo più obbligato a sua madre, eppure mi lascia qui cianciare come una alla gogna. Nella tua vita non hai mostrato mai gentilezza a tua madre, a lei che, povera chioccia, non volle una seconda covata, e che starnazzava se andavi alla guerra, e se ne tornavi salvo, pieno d'onori. Di' che la mia richiesta è ingiusta e cacciami via. Ma se non lo è, non sei onesto, e gli dei ti faranno pagare l'obbedienza dovuta a una madre e che neghi. Mi volta le spalle. A terra, donne! Svergognamolo con le ginocchia. Al suo soprannome Coriolano s'addice più la superbia che la pietà per le nostre preghiere. Giù! Sia finita.

Le tre donne e il ragazzo s'inginocchiano.

È l'ultima preghiera. Ora torneremo a Roma per morire tra i nostri. No, guardaci! Questo ragazzo che non sa dire ciò che vuole ma s'inginocchia e tende le mani come noi perora la nostra richiesta con più forza che tu non abbia nel rifiutarla. Andiamo.

Si alzano.

Costui ha per madre una volsca, sua moglie è a Corioli, e il figlio gli somiglia per caso. Di' almeno, andate via. Starò zitta finché la città sarà in fiamme, e poi dirò poche parole.

CORIOLANO (La prende per mano, in silenzio)
O madre, madre! Che cosa hai fatto? Guarda, i cieli si aprono, gli dei guardano quaggiù, e ridono di questa scena innaturale. O madre, madre! Ah! Hai vinto una felice vittoria per Roma. Ma per tuo figlio - credilo, ah credilo - su lui hai prevalso con suo rischio gravissimo, se non mortale. Ma che venga. Aufidio, non posso più fare una guerra leale, ma forgerò una pace conveniente. Dimmi, buon Aufidio, fossi stato al mio posto, avresti meno ascoltato una madre? O avresti concesso di meno, Aufidio?

AUFIDIO
Il fatto mi ha commosso.

CORIOLANO
L'avrei giurato! E sai, non è facile far sudare pietà ai miei occhi. Ma amico mio, consigliami, quale pace vuoi fare. Per me, non vado a Roma, tomo con te, e ti prego, sostienimi in questo. O madre! Moglie!

AUFIDIO (a parte)
Sono contento che tu abbia azzuffato dentro di te pietà e onore. Su questo ricostruirò la mia fortuna.

CORIOLANO (alle donne)
Ma sì, subito. Intanto beviamo assieme. Riporterete qualcosa di più certo delle parole, che noi firmeremo, e con uguali condizioni. Su, entrate. Voi, signore, meritate un tempio. Tutte le spade d'Italia, tutti i suoi eserciti assieme non potevano fare questa pace.

Escono.

 

 

 

atto quinto - scena quarta

 

Entrano Menenio e Sicinio.

MENENIO
Lo vedi quel cantone del Campidoglio, quella pietra angolare?

SICINIO
Beh, e allora?

MENENIO
Se ti riesce di spostarlo col mignolo, c'è qualche speranza che le donne di Roma, con sua madre alla testa, gli facciano cambiare idea. Io dico che non c'è speranza, le nostre gole son condannate, aspettano solo il coltello.

SICINIO
Ma è possibile che in così poco tempo un uomo cambi natura?

MENENIO
C'è una bella differenza tra un verme e una farfalla, no? Eppure la farfalla era un verme. Questo Marzio, da uomo, s'è fatto dragone. Ha messo le ali, è qualcosa di più d'una bestia che striscia.

SICINIO
Amava sua madre moltissimo.

MENENIO
Anche me amava; e ora ricorda sua madre come la ricorda un cavallo di ott'anni. Ha una faccia da fare acida l'uva matura. Quando cammina avanza come una catapulta, la terra si ritira dai suoi piedi. È capace di trapassare una corazza con un colpo d'occhio, parla come una campana e se brontola è una scarica d'artiglieria. Quando siede sul trono pare una statua d'Alessandro Magno. Se dà un ordine, gli basta aprire la bocca ed è fatto. Per essere un dio non gli manca che l'eternità e un cielo in cui troneggiare.

SICINIO
Sì, e la pietà, se lo dipingi com'è.

MENENIO
Lo dipingo al vivo. Vedrai che pietà ne riporta sua madre. Non ha più pietà di quanto ha latte un tigre. Se ne accorgerà questa povera urbe. E tutto per colpa vostra.

SICINIO
Gli dei abbiano misericordia!

MENENIO
No, in questo caso gli dei non ne avranno. Non li abbiamo rispettati nell'esiliarlo, e ora che torna per tirarci il collo gli dei non ci rispetteranno.

Entra un messo.

MESSO
Tribuno, se vuoi salva la vita, corri a casa. I plebei hanno preso il tuo collega e lo vanno trascinando per le vie, giurando tutti che se le donne romane non riportano speranza, lo ammazzeranno a poco a poco.

Entra un altro messo.

SICINIO
Che notizie?

SECONDO MESSO
Buone notizie, buone! Le donne ce l'hanno fatta, i Volsci hanno sloggiato e Marzio è andato via. Mai un giorno più lieto ha salutato Roma, no, nemmeno quando cacciammo i Tarquini.

SICINIO
Amico,
sei sicuro che è vero? È proprio certo?

SECONDO MESSO
Certo come il sole è di fuoco. Dove t'eri imboscato, che lo metti in dubbio? Un fiume in piena non ruppe mai sotto un arco con l'impeto che fa contro le porte la gente rassicurata. Ecco, li senti?

Trombe, oboi, tamburi tutti assieme.

Trombe, sambuche, salteri, pifferi, tamburelli e cimbali e i Romani urlanti fanno ballare il sole. Sentili!

Grida all'interno.

MENENIO
Splendide notizie! Vado a incontrare le donne. Questa Volumnia vale consoli, senatori, patrizi, da riempirne una città. Di tribuni come te ce ne vogliono un mare e un continente. Hai pregato bene oggi. Stamattina non avrei dato un soldo per diecimila delle vostre strozze. Senti che allegria!

Altra musica e altre grida.

SICINIO
Prima di tutto, gli dei ti benedicano per la notizia; poi, accetta i miei ringraziamenti.

SECONDO MESSO
Tribuno, abbiamo tutti un sacco di ragioni per un sacco di ringraziamenti.

SICINIO
Sono vicine alla città?

SECONDO MESSO
Quasi alle porte.

SICINIO
Andiamo loro incontro, facciamogli festa anche noi.

Escono.

 

 

 

atto quinto - scena quinta

 

Entrano due senatori, con Volumnia, Virgilia e Valeria, e attraversano la scena con altri patrizi.

PRIMO SENATORE
Ecco la nostra patrona, la vita di Roma! Convocate le tribù, lodate gli dei, e accendete fuochi di giubilo. Spargete fiori sul loro cammino. Gridando cassate il grido che bandì Marzio, richiamatelo col benvenuto a sua madre. Gridate "Bentomate, nobili donne, bentornate!"

TUTTI
Bentornate, nobili donne, bentomate!


Fanfara con tamburi e trombe.
Escono.

 

 

 

atto quinto - scena sesta

 

Entra Tullio Aufidio, con persone del seguito.

AUFIDIO
Andate a dire ai signori della città che io sono qui. Consegnate questo messaggio. Lo leggano, e vadano poi al foro dove dinanzi a loro e al popolo darò le prove che è vero. L'uomo che accuso è entrato ora in città, e intende apparire dinanzi al popolo, sperando di scagionarsi a parole. Fate presto.


Escono le persone del seguito.
Entrano tre o quattro cospiratori della fazione di Aufidio.


Benvenuti!

PRIMO COSPIRATORE
Come sta il nostro generale?

AUFIDIO
Come uno che è avvelenato dalle proprie elemosine e assassinato dalla generosità.

SECONDO COSPIRATORE
Nobilissimo Aufidio, se ancora sei di quell'idea di cui ci hai voluto partecipi, noi ti sbarazzeremo dal pericolo.

AUFIDIO
Non posso ancora dirlo. Bisogna agire secondo gli umori del popolo.

TERZO COSPIRATORE
Il popolo sarà incerto finché c'è contrasto tra di voi. Ma appena uno cade, l'altro eredita tutto.

AUFIDIO
Lo so, e il mio pretesto per colpirlo può motivarsi bene. Io l'ho sollevato, e ho impegnato l'onore sulla sua fedeltà. E lui, giunto così in alto, ha annaffiato le sue nuove piante con la rugiada dell'adulazione, incantando i miei amici. E per questo ha piegato la sua natura, che prima era sempre apparsa brusca, indomita, libera.

TERZO COSPIRATORE
Sì, la sua ostinazione quando si candidò console, e perse per non volersi piegare...

AUFIDIO
Stavo per dirlo Bandito per questo, venne al mio focolare, offrì la gola al mio coltello. Io lo accolsi,  lo feci mio collega, accettai tutte le sue richieste, anzi gli permisi di scegliere tra i miei soldati, per realizzare i suoi piani, gli uomini migliori, i più forti. Mi misi io stesso a sua disposizione. Lo aiutai a mietere quella fama che finì col far tutta sua, e m'inorgoglivo a farmi questo torto. Finché in ultimo parevo un suo subalterno, e non suo eguale, ed egli mi pagava con la sua degnazione, come se fossi un mercenario.

PRIMO COSPIRATORE
Vero, signore mio. L'esercito se ne stupiva. E infine quando Roma era vinta e ci aspettavamo non meno bottino che gloria...

AUFIDIO
Questo è stato il fatto per cui ogni mio sforzo è, teso contro di lui. Per poche gocce di spurgo donnesco, che vanno a dozzina, come le menzogne, ha venduto il sangue e la fatica della nostra grande impresa. Per questo morirà, ed io rinascere nella sua caduta. Ma sentite!

Suonano tamburi e trombe, fra grandi acclamazioni del popolo.

PRIMO COSPIRATORE
Nella tua stessa città sei entrato come un corriere senza nessun bentomato. Lui torna e il fracasso spacca l'aria.

SECONDO COSPIRATORE
E questi poveri imbecilli ai quali ha sgozzato i figli, si spellano la gole vili per glorificarlo.

TERZO COSPIRATORE
E dunque al momento giusto, prima che parli o muova la gente con ciò che vuol dire, fagli sentire la spada, e noi ti diamo una mano. Una volta steso racconta la storia a modo tuo, e seppellirà la sua carcassa e le sue ragioni.

 

AUFIDIO
Zitti. Arrivano i senatori.

Entrano i maggiorenti della città.

TUTTI I MAGGIORENTI
Un caldo bentornato in patria.

AUFIDIO
Non l'ho meritato. Ma, nobili signori, avete letto bene quanto vi ho scritto?

TUTTI
Sì.

PRIMO MAGGIORENTE
E ci addolora saperlo. Gli errori che ha fatto, prima dell'ultimo, io penso, potevano passarsi con qualche lieve riparazione. Ma fermarsi quando doveva incominciare, gettar via il vantaggio di aver pronto un esercito, lasciandoci per guadagno le spese fatte, firmando un trattato con un nemico arreso, ciò non ammette giustificazione.

AUFIDIO
Ecco, viene. Sentirete cosa dice.

Entra Coriolano marciando con tamburi e bandiere, seguito da una folla di popolani.

CORIOLANO
Salve, signori! Io torno da soldato vostro, non affetto da amore per la mia terra più di quando partii da qui, ma sempre sottomesso ai vostri alti ordini. Sappiate che il mio tentativo ha avuto successo, e che ho aperto al vostri eserciti una via sanguinosa sino alle porte di Roma. Il bottino che abbiamo riportato supera di un buon terzo le spese della guerra. Abbiamo concluso una pace tanto onorevole per Anzio  che te per Roma. E qui vi consegnamofirmato dai consoli e dai patrizi, e col sigillo del Senato, l'accordo raggiunto.

AUFIDIO
Non leggetelo, nobili signori, ma dite a questo grandissimo traditore, che egli ha abusato dei vostri poteri.

CORIOLANO
Traditore? Ma come!

AUFIDIO
Sì, traditore, Marzio!

CORIOLANO
Marzio?

AUFIDIO
Sì, Marzio, Caio Marzio! O credi che ti farò bello del tuo furto, del tuo nome rubato, Coriolano, a Corioli? Signori e capi dello Stato, costui ha tradito con perfidia la vostra causa, e ha ceduto per qualche goccia d'acqua salata, la vostra città, Roma - dico la vostra città - a sua moglie e sua madre, stracciando giuramenti e propositi come un ritorto di seta marcia, e senza neanche sognarsi un consiglio di guerra. Alle prime lacrime della balia, sprecò frignando e strillando la vostra vittoria, tanto che i paggi arrossirono per lui, e gli uomimi d'onore restarono a guardarsi di sasso.

CORIOLANO
Lo senti, Marte?

AUFIDIO
Non nominare il dio, frignoncello!

CORIOLANO
Eh?

AUFIDIO
Sì, null'altro.

CORIOLANO
Mentitore spudorato, mi fai scoppiare il cuore nel petto. "Frignoncello"! Schiavo! Perdonatemi, signori, è la prima volta che sono costretto all'insulto. Il vostro giudizio, voi venerabili, deve smentire questo cane; e ciò che sa lui stesso - lui che addosso ha stampati i miei colpi di frusta, lui che si porta alla tomba le mie bastonate - contribuirà a ricacciargli in gola le sue menzogne.

PRIMO MAGGIORENTE
Calma, ambedue, e ascoltatemi.

CORIOLANO
Fatemi a pezzi, Volsci. Uomini e ragazzi, insanguinate di me tutte le vostre lame. "Frignoncello"! Cane bugiardo! Se nei vostri annali avete scritto la verità, c'è scritto che come un'aquila in un colombaio ho scompigliato i vostri a orioli. Lo feci da solo. "Frignoncello"!

AUFIDIO
E voi, nobili signori, vi farete ricordare quel suo colpo di fortuna che fu la vostra vergogna, da questo empio fanfarone qui davanti ai vostri occhi, e ai vostri orecchi?

TUTTI I COSPIRATORI
Muoia per questo.

TUTTI I POPOLANI
Fatelo a pezzi! Subito! Ha ucciso mio figlio! Mia figlia! Ha ucciso mio nipote Marco! Ha ucciso mio padre!

SECONDO MAGGIORENTE
Pace, oh! Niente violenza! Pace! Quest'uomo è nobile e la sua fama abbraccia l'orbe terrestre. Le sue colpe recenti verso di noi saran giudicate legalmente. Aufidio, fermati, non turbare la pace.

 

CORIOLANO
Ah se potessi contro di lui e sei altri Aufidi o più, la sua razza, usare liberamente questa spada!

AUFIDIO
Canaglia insolente!

TUTTI I COSPIRATORI
Ammazza, ammazza, ammazza, ammazzalo!

I cospiratori snudano le spade e uccidono Marzio, che cade.

Aufidio mette un piede su di lui.

I MAGGIORENTI
Fermi, fermi, fermi, fermi!

AUFIDIO
Nobili signori, ascoltatemi.

PRIMO MAGGIORENTE
Ah, Tullo!

SECONDO MAGGIORENTE
Hai fatto un'azione su cui il valore piangerà.

TERZO MAGGIORENTE
Non stargli addosso. Voi tutti, silenzio. Via quelle spade.

AUFIDIO
Signori, quando saprete - e in questo scompiglio da lui voluto è impossibile - il grande pericolo ch'era per voi la vita di quest'uomo, sarete contenti che sia stato ucciso così. Piaccia ai vostri onori convocarmi al Senato, mi dimostrerò vostro leale servo, o, accetterò il giudizio più duro.

PRIMO MAGGIORENTE
Portate via il corpo, fategli onoranze funebri. Sia considerato la salma più nobile che mai araldo accompagnò all'urna.

SECONDO MAGGIORENTE
La sua irruenza toglie ad Aufidio gran parte di biasimo. Teniamolo in conto, e molto.

AUFIDIO
La mia rabbia è scomparsa, ora sento il dolore. Sollevatelo. Tre dei guerrieri di grado più alto diano una mano, io sarò il quarto. Tu batti il tamburo, che suoni a lutto. Bilanciate le vostre picche. In questa città quest'uomo ha reso vedove e senza figli molte donne che ancora piangono il danno, e tuttavia avrà un nobile monumento. Aiutatemi.

Escono portando il corpo di Marzio.
Suona una marcia funebre.

 

 

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