William Shakespeare - Il Teatro

 

Indice Teatro

 

Timone d'Atene

(“Timon of Athens” - 1605 - 1608)

 

 

Introduzione - Riassunto

Personaggi - Atto Primo

Atto Secondo - Atto Terzo

Atto Quarto - Atto Quinto

 

Introduzione

 

          "Timone d'Atene" è la tragedia del denaro, dell'adulazione, dell'ingratitudine umana. In essa si narra la vicenda di Timone, ricco ateniese generoso e scialacquatore, perennemente circondato di parassiti che egli crede amici. Ma quando i debiti lo travolgono, non trova nessuno che lo soccorra. Indignato, si ritira a vita solitaria in una caverna nei pressi della città, e anche quando trova un insperato tesoro, non torna ai lussi e agli agi, ma usa quel denaro per tessere la sua vendetta contro la città ingrata. Vicino per la cupa visione del mondo e dell'umanità a Lear, Amieto e Otello, Timone resta memorabile per le icastiche invettive contro la cupidigia e l'egoismo degli uomini, tanto da essere ancora oggi uno dei drammi più significativi e citati di Shakespeare.

Dramma in cinque atti in versi e in prosa, Timone d'Atene si ispira a uno dei più celebri dialoghi di Luciano. Fu scritto probabilmente nel 1608 per essere poi pubblicato nell'in folio del 1623.Timone è circondato dalle adulazioni dei suoi favoriti e dai doni che ricambia in modo stravagante; ma una volta girata la fortuna Timone sperimenta l'ingratitudine degli amici e si ritira a vivere solitario in una caverna, dove sarà raggiunto dai senatori ateniesi perché aiuti la città minacciata da Alcibiade.

Timone d’Atene è stato scritto presumibilmente da Shakespeare tra il 1604 ed il 1608 come opera sperimentale in risposta alla trasformazione sociale riflessa nel teatro in quegli anni; trasformazione del pubblico, con il progressivo allontanamento della classe media londinese, artigiani e piccoli imprenditori, che avevano preso coscienza della loro nuova condizione sociale, legata alla accresciuta potenza economica. Trasformazione dello spazio scenico con il trasferimento delle compagnie di attori professionisti dai teatro all’aperto a quelli al chiuso, cosidetti privati. Trasformazioni che Timone, esprime con un linguaggio di straordinaria violenza verbale unita ad una incisiva poeticità attraverso la quale Shakespeare condanna i suoi contemporanei accusandoli di aver rinunciato alla loro essenza di uomini per lasciarsi governare dal potere dell’oro, forza di dominio incombente del capitalismo moderno che nasceva proprio in quegli anni.

Due secoli dopo Karl Marx definì il denaro, dopo la lettura del passo dell’invettiva di Timone, “potere alienante dell’umanità”. Oggi, dopo circa cinque secoli, i seguenti versi del Timone d’Atene: “oro, tu Dio invisibile che saldi insieme cose incompatibili e fai sì che si bacino, tu che parli con ogni lingua e per ogni fine”, possono ancora farci riflettere, fare vibrare corde dentro di noi sopite?
 


da Liber Liber


          Di questo dramma, annoverato dalla critica fra le “tragedie della vendetta” del teatro shakespeariano, insieme con “Tito Andronico”, “Amleto” e “Otello”, non si sa nulla circa la datazione, le fonti, la messa in scena, la stessa fattura di mano di Shakespeare. La critica più recente lo ritiene frutto di una collaborazione con un altro drammaturgo, Thomas Middleton, autore di buoni lavori drammatici rappresentati dalla Compagnia degli Uomini del Re (“The King’s Men”) di cui lo stesso Shakespeare faceva parte. Tutto quello che si sa è che il lavoro è apparso stampato nell’in-folio del 1623 sotto il titolo “La vita di Timone di Atene” (“The Life of Timon of Athens”): titolo che suggerisce almeno come impropria la collocazione del lavoro tra le “tragedie della vendetta”, tutte espressamente intitolate “tragedia”. Nel “Timone” infatti non ci sono truculenze o ammazzamenti.

          Il personaggio è realmente esistito nella Atene di Pericle (inizio del V sec. a.C.). Ne parla Plutarco nella “Vita di Antonio”, descrivendolo come un maligno, un misantropo, un introverso, che evitava la compagnia di tutti tranne quella del filosofo Apemanto, “perché assai simile a lui per natura e condizione”, e quella del giovane Alcibiade, il brillante e intraprendente nipote di Pericle, perché si aspettava da lui che, bandito da Atene - come Coriolano da Roma - e sceso in guerra contro la città, recasse gran danno agli odiati Ateniesi.
          Un Timone si trova anche in uno dei “Dialoghi dei morti” di Luciano di Samosata, saggi di acerba critica della vanità umana: è un ricco e nobile ateniese, che, ridotto in miseria per la sua prodigalità, è abbandonato da tutti; costretto a isolarsi dalla città e a scavare radici per terra per cibarsi, gli dèi gli fanno trovare dell’oro. La notizia del ritrovamento si sparge per Atene, e Timone è di nuovo assediato da una folla di gente d’ogni ceto, tra cui alcuni dei suoi ingrati amici da lui beneficati al tempo della primitiva ricchezza. Contro tutti egli si scaglia, cacciandoli a colpi di vanga e a sassate.

          Un Timone ateniese è anche il protagonista di una commedia, in terzine, di Matteo Maria Boiardo (1487), intitolata appunto “Timone” e ispirata alla vicenda del dialogo di Luciano, che però Shakespeare non conosceva, la traduzione dei “Dialoghi” essendo apparsa in Inghilterra solo nel 1637 ad opera di Thomas Heywood.
          Sul piano drammaturgico-letterario, il “Timone” è opera ineguale: accanto a brani di grande raffinatezza poetica - come il dialogo iniziale fra il Poeta e il Pittore - ce ne sono di scadenti nella fattura e addirittura improbabili rispetto alla omogeneità della vicenda - come l’episodio di Alcibiade (III, 6) davanti al Senato in difesa del soldato condannato a morte, di cui non si sa altro che è colpevole di omicidio. Ciò ha fatto pensare all’intervento di altra mano, come s’è detto sopra.

          Incertezza è anche nella datazione del lavoro, anche se essa deve esser fissata nella fase detta “maggiore” della produzione shakespeariana (1602-1608), quella cioè del grandi drammi dell’“Amleto”, dell’“Otello”, del “Re Lear”, di “Macbeth”, di “Coriolano”, per la presenza di certe sottigliezze stilistiche e per il magistrale uso del verso e della rima.Le disuguaglianze, oltre che all’intervento di altra mano nella fattura e alla presenza di situazioni non compiute e rimaste sospese - come quella di Ventidio - fanno pensare che il lavoro deve essere stato interrotto e ripreso in epoche diverse; alcuni pensano che sia stata la morte del poeta ad impedirgli di rifinirlo.

          Timone, pur essendo un personaggio realmente esistito, come si è detto, non è tuttavia una figura storica come Coriolano, Giulio Cesare, Antonio e lo stesso Troilo di Troia: è piuttosto un tipo, un personaggio-simbolo, una personificazione dell’uomo divenuto per colpa degli uomini misantropo, odiatore di quel genere umano da lui beneficiato e mostratosi cinicamente irriconoscente. Il tutto nel quadro di un mondo carico di tutti i vizi e le magagne dell’umana vanità, perché adoratore di una sola divinità: l’oro, e nel quale la presenza femminile è rappresentata da due etère al seguito del guerriero Alcibiade. La “vendetta” di Timone è perciò - senza produrre vera e propria tragedia nel senso senechiano - vendetta di un uomo contro la sua specie; ma una vendetta in cui non si uccide nessuno, e che si limita a deprecare e maledire, sia pure con un linguaggio violento e urlato, un sistema di vita. Anche se Shakespeare - come nota il Melchiori (III) - “consideri questo atto di denuncia come un equivalente della giusta vendetta”; come dimostrerebbe il fatto che a Timone è riservata la stessa sorte degli altri “vendicatori”, Tito Andronico, Amleto, Otello: la morte, che si darà da se stesso.

 

 

da Wikipedia

Composizione e stampa

La tragedia è fonte di notevoli dispute tra gli studiosi. È costruita in un modo strano e il manoscritto presenta diverse lacune: per queste ragioni è stata spesso descritta come un'opera incompiuta, scritta da mani diverse e/o uno dei primi esempi di teatro sperimentale. Uno dei risultati di queste discussioni è che non si può indicare una data precisa per la sua stesura, dato che alcuni sostengono che si tratti del primo lavoro di Shakespeare, altri dell'ultimo, mentre altri ancora la situano in un periodo di poco anteriore a quello delle commedie di epoca tarda.
Generalmente viene inserita tra le tragedie (come accade nel First folio) anche se alcuni studiosi la inseriscono tra le "commedie" nonostante il suo protagonista finisca per morire. Le fonti dell'opera includono la "Vita di Alcibiade" di Plutarco e il dialogo di Luciano di Samosata "Timone il misantropo". La tragedia non fu mai pubblicata prima della sua inclusione nel First Folio del 1623.
A partire dal XIX secolo si è ipotizzato che il Timone sia in realtà opera di due autori diversi suggerendo che le sue inusuali caratteristiche siano il risultato del fatto che i suoi autori siano stati drammaturghi con attitudini e mentalità differenti tra loro; il principale indiziato come co-autore, Thomas Middleton, fu individuato per la prima volta nel 1920. Uno studio del 1917 di John Mackinnon Robertson sostiene invece che George Chapman fu l'autore de Il lamento di un'innamorata e sempre lui iniziò il Timone d'Atene. Queste tesi sono state rifiutate da altri commentatori, tra i quali Bertolt Brecht, Frank Harris, e Rolf Soellner, che sostiene che l'opera sia in realtà un esperimento. Questi studiosi dicono che se un autore avesse rivisto il lavoro di un altro, avrebbe comunque dovuto adeguarsi agli standard del teatro giacobiano, cosa che evidentemente non è avvenuta. Soellner pensa che l'opera sia insolita perché fu rappresentata alle Inns of Court dove trovò un pubblico di nicchia composto per lo più da giovani avvocati.

Nondimeno, negli ultimi tre decenni, molte analisi linguistiche condotte sul testo sembrano aver rintracciato conferme a quelle che erano le ipotesi più datate: l'opera contiene numerose parole, frasi e scelte di punteggiatura tipiche dei lavori di Middleton e non di quelli di Shakespeare. queste particolarità linguistiche si concentrano in determinate scene, il che sembra indicare che sia un lavoro comune di Middleton e Shakespeare e che si tratti di una collaborazione, piuttosto che di una revisione dell'uno sul testo dell'altro.

Il curatore dell'edizione Oxfordiana, John Jowett, descrive queste prove e sottolinea come la presenza della mano di Middleton non significhi che la tragedia debba essere trascurata o sottovalutata: "Timone d'Atene è a maggior ragione interessante perché il testo mostra un dialogo tra due drammaturghi dall'indole molto diversa".

In ultima analisi però, nessuna delle teorie finora citate ha riscosso unanime consenso tra gli esperti.

 

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Riassunto

 

Atto I
Timone organizza un grande banchetto, a cui partecipano quasi tutti i personaggi. Distribuisce il proprio denaro senza parsimonia e tutti cercano di compiacerlo per averne di più, tranne Apemanto, un filosofo il cui cinismo non piace a Timone. Gradisce molto gli omaggi del poeta e del pittore e accetta in dono un gioiello dal gioielliere, anche se prima che l'atto si concluda l'ha già dato ad uno dei suoi amici. Un vecchio ateniese si lamenta perché Lucilio, uno dei servi di Timone, fa la corte a sua figlia, ma Timone lo calma compensandolo con tre talenti, pensando che la felicità del servo valga il prezzo. Quando si presenta in prima persona al banchetto, gli viene detto che Ventidio, un suo amico, è finito in prigione per debiti. Egli invia allora del denaro per pagare il debito di Ventidio, che presto si aggrega alla festa. Timone fa un discorso sul valore dell'amicizia e quindi tutti assistono ad un masque, per poi darsi alle danze. Quando la festa sta per finire, Timone sta ancora distribuendo tra gli amici i suoi cavalli (in vista della battuta di caccia del giorno dopo) ed altri suoi beni.

Atto II
Flavio è turbato per il fatto che Timone ha sperperato tutti i suoi beni esagerando con la sua munificenza, patrocinando scrittori ed artisti parassiti e risollevando dubbi amici dai loro guai finanziari. Timone, tornando dalla caccia, è invece arrabbiato per il fatto che non gli sia stato fatto osservare prima e rimprovera Flavio, che gli dice che in passato aveva tentato varie volte di farlo senza successo ed ora è finita: tutti i suoi terreni sono stati venduti. Ad aiutare Timone è proprio il suo opposto, il cinico filosofo Apemanto, che spaventa i falsi amici di Timone con le sue caustiche battute. Insieme ad un buffone attacca i creditori di Timone quando si presentano per chiedere di essere saldati immediatamente. Timone manda i propri servi a chiedere aiuto agli amici che considera a lui più vicini.

 

Atto III
Ad uno ad uno i servi di Timone vengono scacciati dai suoi falsi amici, e due di essi si abbandonano a due lunghi monologhi per esprimere la propria rabbia verso di loro. In un altro luogo uno dei più giovani ufficiali di Alcibiade sfoga la propria rabbia in maniera ancor più esagerata, uccidendo un uomo. Alcibiade chiede clemenza al Senato, sostenendo che un crimine passionale non dovrebbe essere giudicato con la stessa severità richiesta da un omicidio premeditato. I senatori non sono d'accordo e, quando Alcibiade insiste troppo, lo condannano all'esilio perpetuo. L'atto si conclude con Timone che discute con i servi la vendetta che preparerà in occasione del successivo banchetto.

Atti IV e V
Timone dà una festa più modesta, organizzata soltanto per coloro che l'hanno tradito. Vengono portati vassoi ed anfore, ma gli amici non vi trovano cibi e leccornie, ma solo sassi ed acqua bollente. Timone li scaglia contro di loro e fugge via. Il leale Flavio giura di ritrovarlo. Maledicendo le mura della città Timone si rifugia in una zona selvaggia e va a vivere in una grotta, cibandosi di radici. Qui scopre un tesoro sepolto. La notizia si sparge e il poeta con il pittore, Apemanto, e tre banditi riescono a trovare Timone prima di Flavio. Egli offre la maggior parte di quest'oro ad Alcibiade per finanziargli l'assedio della città. Ad accompagnare Alcibiade ci sono due prostitute, Frinia e Timandra, che scambiano pungenti battute con l'amareggiato Timone riguardo le malattie veneree. Quando entra in scena Apemanto ed accusa Timone di imitare la sua indole pessimista, gli spettatori sono costretti ad assistere allo strano spettacolo di un reciproco scambio di invettive tra i due misantropi. Arriva Flavio. Anche lui vuole la sua parte di denaro, ma vuole anche che Timone torni indietro e riprenda il suo posto nella società. Timone si rende conto di avere in Flavio un vero amico, ma si duole del fatto che quell'uomo sia un semplice servo. Dice agli inviati di Atene, che speravano che Timone potesse ridurre Alcibiade a più miti consigli, di andarsi ad impiccare e muore. Alcibiade, marciando verso Atene, posa a terra il proprio guanto e conclude la tragedia leggendo l'amaro epitaffio che Timone si era preparato:

 

« Here lie I, Timon, who alive, all living men did hate,
Pass by, and curse thy fill, but pass and stay not here thy gait. »


« Timone, qui giaccio; in vita tutti gli uomini odiai;
passa ed impreca pure, ma non sostare qui mai »

 

Oppure in alternativa:

« Here lies a wretched corpse of wretched soul bereft:
Seek not my name: a plague consume you wicked caitiffs left! »


« Qui giace il misero corpo della grama anima sua ormai privato:
non cercate il mio nome: codardi malvagi, che una pestilenza vi abbia consumato!»

 

Anche se il manoscritto originale di Shakespeare li riporta entrambi, data la loro natura contraddittoria, non è possibile che il poeta intendesse includerli entrambi e si pensa che, nel dubbio, abbia alla fine dimenticato di cancellarne uno. Il primo è una citazione di Callimaco.

 

 

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Timone d'Atene

(“Timon of Athens” - 1605 - 1608)

 

 

Personaggi

 

TIMONE d'Atene

LUCIO, LUCULLO, SEMPRONIO : nobili adulatori

VENTIDIO, uno dei falsi amici di Timone
ALCIBIADE, capitano ateniese
APEMANTO, filosofo cinico

FLAVIO, intendente di Timone
FLAMINIO, LUCILIO, SERVILIO: servi di Timone
CAFIS, FILOTO, TITO, ORTENSIO: servi di usuraio

Servi di Varrone, Isidoro e Lucio, usurai e creditori di Timone

Poeta, Pittore, Gioielliere, Mercante

OSTILIO e altri due stranieri

Vecchio Ateniese
Paggio
Matto

FRINE, TRIMANDA: amanti di Alcibiade
Nobili, Senatori, Soldati, Banditi e Servi.

Cupido e Amazzoni nel Masque


Scena: Atene e la foresta nelle vicinanze

 

 

 

atto primo - scena prima

 

Entrano da porte diverse il Poeta, il Pittore, il Gioielliere, il Mercante.

POETA
Buon giorno, signore.

PITTORE
Lieto di trovarvi bene.

POETA
Non vi vedo da tempo: come va il mondo?

PITTORE
Si logora, signore, mentre invecchia.

POETA
Eh, sì, è risaputo. Ma dite, c'è qualche rarità particolare, qualche cosa di strano che sfugga agli annali multiformi? Guardate. O tu, magia della generosità, questi spiriti li ha tutti evocati il tuo potere! Il mercante lo conosco.

PITTORE
Io li conosco entrambi: l'altro è un gioielliere.

MERCANTE
Oh, è un degno signore.

GIOIELLIERE
Sì, questo è certo.

MERCANTE
Un uomo incomparabile, esercitato, invero, a una bontà instancabile e continua. È eccelso.

GIOIELLIERE
Ho qui un gioiello.

MERCANTE
Vi prego, signore, lasciate che lo veda. È per il nobile Timone?

GIOIELLIERE
Se offrirà il prezzo giusto. Ma in quanto a questo...

POETA (a parte al Pittore)
"Lodando per denaro ciò che è vile macchiam la gloria dei felici versi che cantan giustamente ciò che è buono."

MERCANTE (guardando il gioiello)
Ha un bel taglio.

GIOIELLIERE
Ed è prezioso. Guardate che acqua.

PITTORE
Siete rapito, signore, da un poema da dedicare al grande nobiluomo?

 

POETA
Una quisquilia che mi è venuta di getto. La nostra poesia è una resina che sgorga onde si nutre. La selce genera il fuoco solo se percossa: la nostra fiamma gentile si produce da sé e, come la corrente, scavalca ogni argine che incontra. Voi che avete lì?

PITTORE
Un quadro, signore. Quando esce il vostro libro?

POETA
Appena lo avrò offerto a lui, signore. Vediamo il vostro quadro.

PITTORE
È un buon lavoro.

POETA
Sì. È ben riuscito, è bello.

PITTORE
Discreto.

POETA
Mirabile! Oh, come questa grazia sa esprimere il suo rango! Quale forza della mente erompe da quest'occhio! Che enorme fantasia si agita in questo labbro! Al silenzio del gesto si potrebbe dar voce.

PITTORE
È una graziosa imitazione della vita. Osservate questo tocco. Vi piace?

POETA
Dirò, di esso, che insegna alla natura. In questi tocchi l'artificio vive più vivo della vita.

Entrano alcuni Senatori che vanno da Timone.

PITTORE
Che seguito ha questo signore!

POETA
I senatori di Atene, beati loro!

PITTORE
Guardate, ne vengono altri!

POETA
Che afflusso, che mare di visitatori! Nel mio rozzo lavoro io ho modellato un uomo che da questo mondo inferiore è stretto e abbracciato con smisurata passione. La mia libera vena non si arresta al particolare ma naviga in un oceano di cera: nessuna malizia deliberata infetta una sola virgola del corso ch'io seguo ma esso vola, audace, con volo d'aquila e avanza senza lasciare traccia.

PITTORE
Come capirvi?

POETA
Vi spiegherò. Voi vedete come tutte le condizioni, tutte le inclinazioni di esseri sia viscidi e insinceri sia di austera e grave qualità, offrano i loro servigi al nobile Timone: la sua vasta ricchezza, che si unisce alla sua natura buona e generosa, conquista ogni specie di cuori e li offre al suo amore e al suo servizio, sì, dall'adulatore dal viso di specchio ad Apemanto, che poche cose ama quanto abborrire se stesso... persino lui piega il ginocchio davanti a Timone e si ritira in pace, arricchito da un cenno del suo capo.

PITTORE
Li ho visti che parlavano.

POETA
Signore, su un alto e grazioso monte ho immaginato la Fortuna in trono. Alla base del monte sono schierati tutti i gradi, tutte le nature che faticano in grembo a questa sfera per moltiplicare i propri beni. In mezzo a loro, che su questa sovrana fissano gli occhi, ne fingo uno che ha i tratti di Timone, e che la Fortuna con l'eburnea mano chiama a sé: un invito grazioso che subito trasforma in schiavi e servi i rivali di lui.

PITTORE
Concezione acuta. Questo trono, questa Fortuna e questo monte, con un uomo solo scelto tra gli altri in basso, che curva la testa sul ripido monte per scalare la sua felicità, bene esprimerebbero il nostro stato.

POETA
Sì, signore, ma ascoltate ancora: tutti coloro che poco prima gli erano pari e alcuni superiori, subito seguono i suoi passi, affollano le sue sale, fanno piovere nel suo orecchio bisbigli sacrificali, adorano come sacra persino la sua staffa, e come per grazia sua bevono la libera aria.

PITTORE
Diamine, e che ne è di loro?

POETA
Quando la Fortuna, nel suo volubile mutamento d'umore, ripudia il favorito, tutti coloro che dipendevano da lui e che dietro di lui arrancavano con le ginocchia, e persino con le mani, verso la cima del monte, lo lasciano cadere, e nessuno accompagna il suo piede che declina.

PITTORE
È cosa comune. Potrei mostrarvi mille pitture allegoriche che raffigurano questi voltafaccia della Fortuna con più efficacia delle parole. Eppure fate bene a mostrare al nobile Timone ciò che umili occhi hanno visto: il piede sopra e la testa sotto.

Suono di trombe.

Entra il nobile Timone, che si rivolge cortesemente a ciascun postulante;

un Messaggero di Ventidio parla con lui;

entrano Lucilio e altri Servi.

TIMONE
È in carcere, dici?

MESSAGGERO
Sì, mio buon signore. Il suo debito è di cinque talenti. I suoi mezzi scarsi, i creditori inflessibili. Chiede una lettera di Vostro Onore per coloro che l'hanno mandato in prigione. Senza questa, è la fine.

TIMONE
Nobile Ventidio!
Ebbene, io non sono della razza di coloro che si scuotono di dosso un amico nel momento del maggior bisogno. Lo so galantuomo che merita aiuto: e lo avrà. Pagherò io il debito e lo farò liberare.

MESSAGGERO
Vostra Signoria lo lega a sé per sempre.

TIMONE
Ricordami a lui; manderò il suo riscatto. Appena liberato, venga da me. Non basta aiutare i deboli a rialzarsi, bisogna sorreggerli anche dopo. Addio.

MESSAGGERO
Ogni felicità a Vostro Onore!

 

Esce.
Entra un Vecchio Ateniese.

VECCHIO ATENIESE
Nobile Timone, prestami ascolto.

TIMONE
Volentieri, buon vecchio.

VECCHIO ATENIESE
Tu hai un servo di nome Lucilio.

TIMONE
È così. Ebbene?

VECCHIO ATENIESE
Grande Timone, fallo venire davanti a te.

TIMONE
Si trova qui? Lucilio!

LUCILIO
Eccomi, agli ordini di Vostra Signoria.

VECCHIO ATENIESE
Questo individuo, nobile Timone, questa tua creatura, s'infila di notte nella mia casa. Io sono un uomo che ha sempre risparmiato, e il mio patrimonio merita un erede più altolocato di uno che porta i piatti.

TIMONE
E allora?

VECCHIO ATENIESE
Ho un'unica figlia, nessun altro parente cui lasciare ciò che è mio. La fanciulla è bella, giovanissima ma in età da marito, e io l'ho allevata, con grande spesa, nel modo più raffinato. Questo tuo servo attenta al suo amore. Ti prego, nobile signore, unisciti a me nel proibirgli l'accesso: io ho parlato invano.

TIMONE
L'uomo è onesto.

VECCHIO ATENIESE
Appunto per questo, Timone. La sua onestà è già una ricompensa: non ci deve aggiungere mia figlia.

TIMONE
Lei lo ama?

VECCHIO ATENIESE
È giovane e tenera. Le nostre passioni di un tempo ci insegnano quanto giovinezza sia leggera.

TIMONE (a Lucilio)
Tu ami la fanciulla?

LUCILIO
Sì, mio buon signore, e lei accetta il mio amore.

VECCHIO ATENIESE
Se al suo matrimonio mancherà il mio consenso, chiamo gli dei a testimoni che sceglierò il mio erede tra i mendicanti della terra e la spoglierò di ogni bene.

TIMONE
Quale sarà la sua dote se verrà unita a un marito del suo rango?

VECCHIO ATENIESE
Tre talenti, per ora; in futuro, tutto.

TIMONE
Questo mio uomo mi serve da molto tempo. Farò uno sforzo per costruire la sua fortuna: è un dovere, tra uomini. Dagli tua figlia: ciò che tu darai a lei, io darò a lui, e avranno lo stesso peso.

VECCHIO ATENIESE
Nobilissimo signore, se di ciò è pegno il tuo onore, lei è sua.

TIMONE
Eccoti la mano: il mio onore sulla mia promessa.

LUCILIO
Ringrazio umilmente Vostra Signoria. Mai possa io avere una fortuna che non sia riconosciuta come vostra.

 

Esce

POETA
Accettate la mia fatica, e lunga vita a Vostra Signoria!

TIMONE
Vi ringrazio: avrete presto mie notizie. Non ve ne andate. E voi, amico mio, che cosa avete lì?

PITTORE
Una pittura che prego Vostra Signoria di volere accettare.

TIMONE
La pittura è benvenuta. La pittura è quasi l'uomo al naturale: poiché da quando il disonore commercia con la natura dell'uomo, costui è solo apparenza: queste figure pennellate sono esattamente quello che sembrano. Il vostro lavoro mi piace, e ve ne accorgerete. Aspettate finché avrete mie notizie.

PITTORE
Gli dei vi conservino!

TIMONE
E così voi, signore. Datemi la mano: dobbiamo pranzare insieme. Signore, il vostro gioiello è stato troppo lodato.

GIOIELLIERE
Troppo, signore?

TIMONE
Un eccesso di lodi. Se dovessi pagarvi per quanto è lodato, mi manderebbe in rovina.

GIOIELLIERE
Signore, è valutato al prezzo che pagherebbe chi lo vende. Ma voi ben sapete che cose di pari valore ma di proprietari diversi cambiano prezzo a seconda del possessore. Credetemi, caro signore, portando il gioiello voi ne accrescete il pregio.

TIMONE
Sapete scherzare.

Entra Apemanto.

MERCANTE
No, mio buon signore: lui parla la lingua che parlano tutti.

TIMONE
Guardate chi arriva: siete pronti agli attacchi?

GIOIELLIERE
Insieme a Vostra Signoria, sopporteremo.

MERCANTE
Non risparmierà nessuno.

TIMONE
Buon giorno a te, gentile Apemanto.

APEMANTO
Te lo darò, il tuo buon giorno, quando io sarò gentile, tu il cane di Timone e queste canaglie uomini onesti.


TIMONE
Perché li chiami canaglie? Non li conosci.

APEMANTO
Non sono Ateniesi?

TIMONE
Sì.

APEMANTO
Allora non mi pento.

GIOIELLIERE
Mi conoscete, Apemanto?

APEMANTO
Lo sai che ti conosco. Ti ho chiamato col tuo nome.

TIMONE
Sei superbo, Apemanto.

APEMANTO
Di nulla tanto quanto di non essere come Timone.

TIMONE
Dove stai andando?

APEMANTO
A spappolare il cervello a un Ateniese onesto.

TIMONE
È un'azione per cui morirai.

APEMANTO
Giusto, se la legge condanna a morte chi uccide il niente.

TIMONE
Ti piace questo quadro, Apemanto?

APEMANTO
Immensamente, per la sua innocenza!

TIMONE
Chi l'ha fatto non ha schizzato bene?

APEMANTO
Chi ha fatto il pittore ha schizzato meglio, eppure guarda che mostro!

PITTORE
Siete un cane!

APEMANTO
Tua madre è della mia razza. Se io sono cane lei che cos'è?

TIMONE
Pranzi con me, Apemanto?

APEMANTO
No, io non mangio signori.

TIMONE
Se li mangiassi faresti arrabbiare le signore.

APEMANTO
Oh, quelle sì che se li mangiano! E così gli si gonfia la pancia.

TIMONE
La battuta è sporca.

APEMANTO
Sei tu che la prendi così. Te la regalo, allora, per le tue fatiche.

TIMONE
Ti piace questo gioiello, Apemanto?

APEMANTO
Non quanto l'onestà, che non costa nemmeno un soldo.

TIMONE
Quanto pensi che valga?

APEMANTO
Non vale il mio pensiero. Ebbene, Poeta?

POETA
Ebbene, Filosofo?

APEMANTO
Tu menti.

POETA
Non siete filosofo?

APEMANTO
Sì.

POETA
Allora non mento.

APEMANTO
E tu non sei poeta?

POETA
Sì.

APEMANTO
E allora menti. Guarda il tuo ultimo poema, dove lo hai immaginato come un uomo degno.

POETA
Non è immaginazione. Lui è così.

APEMANTO
Sì, è degno di te, e di pagarti il lavoro. Chi ama essere adulato è degno dell'adulatore. Cielo, se fossi un signore!

TIMONE
Che faresti, Apemanto?

APEMANTO
Proprio quello che Apemanto fa adesso: odierei un signore con tutto il cuore.

TIMONE
Cosa? Odieresti te stesso?

APEMANTO
Sì.

TIMONE
E perché?

APEMANTO
Per essere stato tanto smidollato da diventare un signore. Tu non sei un mercante?

MERCANTE
Sì, Apemanto.

APEMANTO
Che il commercio ti rovini, se non lo fanno gli dei!

MERCANTE
Se mi rovina il commercio, mi rovinano gli dei!

APEMANTO
Il commercio è il tuo dio, e il tuo dio ti rovini!

Suono di trombe.

Entra un Messaggero.

TIMONE
Che trombe sono queste?

MESSAGGERO
È Alcibiade con la sua salda schiera di quasi venti cavalieri.

TIMONE
Riceveteli, vi prego. Guidateli da noi.


Escono alcuni Servi.


Dovete mangiare con me. Non ve ne andate, devo ringraziarvi. Finito il pranzo, mostratemi questo pezzo. Vedervi mi dà gioia.

 

Entrano Alcibiade e seguito.

 

Benvenuto, signore!

APEMANTO
Bene, bene! Siano le vostre agili giunture contratte e consumate dai dolori! Ah, che tra questi mielati farabutti ci debbano essere così poco amore e tante smancerie! La stirpe dell'uomo è degenerata in scimmie e babbuini.

ALCIBIADE
Timone, tu hai anticipato il mio desiderio, e io, affamato, mi nutro della tua vista.

TIMONE
Benvenuto, signore: prima di separarci ci spartiremo ricche ore di svariati piaceri. Ti prego, entriamo.

 

Escono. Rimane Apemanto.
Entrano due Nobili.

PRIMO NOBILE
Che ora è, Apemanto?

APEMANTO
L'ora di essere onesti.

PRIMO NOBILE
C'è tempo, per quello.

APEMANTO
Tanto più maledetto tu per non approfittarne.

SECONDO NOBILE
Vai al banchetto del nobile Timone?

APEMANTO
Sì, per vedere carne che inzeppa canaglie e vino che scalda idioti.

SECONDO NOBILE
Salve, salve!

APEMANTO
Sei un idiota a dirmi salve due volte.

SECONDO NOBILE
Perché, Apemanto?

APEMANTO
Avresti dovuto tenere un salve per te, perché io non intendo dartene nessuno.

PRIMO NOBILE
Impiccati!

APEMANTO
No, non prendo ordini da te. Passa la richiesta al tuo amico.

SECONDO NOBILE
Via, cane rabbioso, o ti prendo a calci!

APEMANTO
Sfuggirò, come il cane, ai calci del somaro.


Esce.

PRIMO NOBILE
È l'opposto dell'umano. Su, vogliamo andare a gustare la generosità del nobile Timone? Supera l'essenza stessa della cortesia.

SECONDO NOBILE
Trabocca. Il dio dell'oro, Plutone, non è che il suo intendente. Non c'è merito che lui non ripaghi sette volte tanto. Non c'è dono che non procuri al donatore un interesse superiore a ogni altro.

PRIMO NOBILE
Ha l'animo più nobile che abbia mai governato un uomo.

SECONDO NOBILE

Possa vivere a lungo fortunato. Entriamo? Vengo con voi.

 

Escono.

 

 

 

atto primo - scena seconda

 

Fragoroso suono di oboe.
Viene servito un grande banchetto;
poi entrano Timone, Nobili e Senatori;
Ventidio, che Timone ha riscattato dalla prigione;
Lucullo e Alcibiade. Intendente e altri Servi.
Poi, dopo tutti gli altri, viene Apemanto, scontento, secondo il suo costume.

VENTIDIO
Onoratissimo Timone, è piaciuto agli dei ricordare l'età di mio padre e chiamarlo a una lunga pace. Se ne è andato felice e mi ha lasciato ricco. E allora, poiché la gratitudine mi lega al vostro cuore generoso, restituisco quei talenti, raddoppiati di grazie e servigi, a colui dal cui aiuto ho tratto la libertà.

TIMONE
No davvero, onesto Ventidio. Fraintendete il mio affetto; l'ho dato sempre liberamente, e nessuno può dire d'aver veramente dato, se riceve. I nostri superiori giochino pure a quel gioco: noi non dobbiamo osare di imitarli: nei ricchi, le colpe sono virtù.

VENTIDIO
Nobile spirito!

TIMONE
Le cerimonie, signori, furono inventate per dare lustro ad azioni grigie, benvenuti vuoti, generosità ritrosa spiacente rima ancora di mostrarsi; ma dove  esiste vera amicizia, non ce n'è bisogno. Vi prego, sedete: siete più benvenuti alle mie fortune, di come le mie fortune non lo siano a me.

PRIMO NOBILE
Signore, l'abbiamo sempre confessato.

APEMANTO
Confessato, eh? attenti alla forca!

TIMONE
Benvenuto, Apemanto.

APEMANTO
No, niente benvenuto. Sono qui per farmi buttare fuori.

TIMONE
Via, sei un villano! Hai un temperamento che non si addice a un uomo. È una vergogna. Dicono, miei signori, che Ira furor brevis est, ma quest'uomo è sempre adirato. Su, dategli un tavolo per conto suo, visto che non vuole compagnia. Del resto, non è adatto ad averla.

APEMANTO
Tienimi qui a tuo rischio, Timone: io vengo ad osservare, ti avverto.

TIMONE
Di' quello che vuoi: sei un Ateniese, e perciò benvenuto. Io non riesco a farti tacere; spero che ci riesca il mio cibo.

APEMANTO
Io lo disprezzo, il tuo cibo: mi resterebbe sullo stomaco perché io non ti adulerei mai! Oh, dei! Quanti uomini si mangiano Timone e lui non li vede! Mi dispiace vederne tanti che inzuppano il cibo nel sangue di un solo uomo; e il colmo della pazzia è che è lui che li spinge a farlo. Mi stupisco che l'uomo si fidi dell'uomo: se a pranzo lo invita gli tolga il coltello: la carne sarà migliore e più certa la vita. Gli esempi sono molti. L'amico che gli siede accanto, e che ora divide il suo pane con lui, e respira il suo stesso fiato in una bevuta comune, è l'uomo più pronto ad ammazzarlo. La cosa è stata dimostrata. L'uomo potente non faccia il pazzo: a gola nuda non si azzardi a bere e le corde vulnerabili non sveli. L'uomo potente dovrebbe solo bere con la gola rivestita di corazza.


TIMONE
Di cuore, signore, e fate girare il boccale.

SECONDO NOBILE
Fatelo fluire da questa parte, buon signore.

APEMANTO
Fluire da questa parte? Bravissimo. Manovra bene i suoi liquidi. Questi brindisi alla salute faranno ammalare te e la tua fortuna, Timone. Ecco che appare chi è troppo debole per poter peccare: l'onesta acqua che mai nel fango l'uomo ha lasciato. Tra il mio cibo e lei nessuna differenza: troppo superbi i festini per rendere grazie agli dei.

Preghiera di Apemanto.
Dei immortali io non chiedo soldi:
non prego per nessuno se non me stesso;
concedete che non sia mai così cretino,
da fidarmi dell'uomo e delle sue promesse,
o della puttana e del suo pianto,
o del cane che sembra addormentato,
o del carceriere che promette libertà,
o dei miei amici, se ne avessi bisogno.
Amen. Buon appetito.
I ricchi fanno peccato e io mangio radici.


Mangia e beve.

Buon pro ti faccia, Apemanto.

TIMONE
Alcibiade, il tuo cuore è sul campo di battaglia.

ALCIBIADE
Il mio cuore è sempre al tuo servizio, Timone.

TIMONE
Tu preferiresti essere a una colazione di nemici che a un pranzo di amici.

ALCIBIADE
Se sono al sangue, non c'è carne migliore; augurerei un banchetto del genere al mio più caro amico.

APEMANTO
Allora vorrei che tutti questi adulatori fossero tuoi nemici, in modo che tu potessi ucciderli - e invitare me a mangiarli.

PRIMO NOBILE
Se ci deste la gioia, signore, di voler almeno per una volta approfittare dei nostri cuori, sì da farci esprimere almeno una parte della nostra sollecitudine, ci considereremmo felici in eterno.

TIMONE
Non dubitate, miei buoni amici: gli stessi dei hanno previsto che io debba avere molto aiuto da voi: perché sareste miei amici, altrimenti? Perché, tra mille, avreste quell'amoroso titolo, se non apparteneste primariamente al mio cuore? Io ho detto a me stesso di voi più di quanto voi possiate con modestia dire in vostro favore, e vi confermo amici. O voi dei, che bisogno avremmo di amici, io penso, se non dovessimo averne bisogno? Sarebbero le creature più inutili, se non dovessero mai servirci, e somiglierebbero a dolci strumenti appesi nella custodia, che tengono per sé i loro suoni. Ho perfino desiderato di essere più povero per poter essere più vicino a voi. Noi siamo nati per fare il bene, e che cosa potremmo definire nostro meglio o più propriamente della ricchezza dei nostri amici? Avere tante persone che, come fratelli, dispongono l'una delle fortune dell'altra è un conforto prezioso! O gioia che sembra finita prima ancora d'essere nata! I miei occhi non riescono a trattenere le lacrime. Per dimenticare la loro colpa, bevo a voi!

APEMANTO
Tu piangi, Timone, per farli bere.

SECONDO NOBILE
I nostri occhi hanno concepito la stessa gioia che nello stesso istante è balzata su come un bimbo.

APEMANTO
Ah, ah! Rido pensando che quel bimbo è un bastardo.

TERZO NOBILE
Vi assicuro, signore, mi avete molto commosso.

APEMANTO
Molto.

 

Squillo di tromba.

TIMONE
Che significa questa tromba? Che succede?

Entra un Servo.

SERVO
Vi sono certe dame, signore, ansiosissime di venire ammesse.

TIMONE
Dame? E che cosa desiderano?

SERVO
Sono accompagnate da un araldo, signore, che ha il compito di dar voce ai loro desideri

TIMONE
Falle entrare, ti prego.

Entra Cupido.

CUPIDO
Salve a te, nobile Timone, e a tutti coloro che gustano la tua bontà. I cinque nobili sensi ti riconoscono loro patrono, e liberamente ringraziano il tuo petto generoso. Dalla tua tavola l'udito e l'odorato il gusto e il tatto s'alzano soddisfatti. Queste dame son qui solo per far godere la tua vista.

TIMONE

Siano tutte benvenute; siano accolte con ogni gentilezza. Musica, per salutarle!

 

Esce Cupido.

LUCULLO
Vedete, signore, quanto siete amato.

Musica.

Rientra Cupido con un masque di Dame come Amazzoni, con liuti nelle mani, che danzano e suonano.

APEMANTO
Ehilà! Che schiera di vanità viene da questa parte? Danzano? Sono folli. Follia è lo sfarzo di questa vita e questo lusso, confrontati a un po' d'olio e di radici. Facciamo i buffoni per divertirci e spendiamo le nostre adulazioni per brindare alla salute di uomini sulla cui vecchiaia vomiteremo tutto con odio velenoso e invidia. Quale vivente che non sia corrotto o non corrompa? Chi muore senza portarsi nella tomba un insulto, dono dei suoi amici? Io avrei paura che chi oggi balla davanti a me, mi debba un giorno calpestare. È già accaduto. Gli uomini chiudono la porta in faccia a un sole che tramonta.

I Nobili si alzano da tavola con grandi omaggi a Timone, e per dimostrare il proprio affetto ciascuno si sceglie un'Amazzone, e tutti danzano, gli uomini con le donne, qualche grave battuta di musica al suono dell'oboe; poi si fermano.

TIMONE
Belle signore, avete dato molta grazia ai nostri piaceri, ed eleganza alla nostra festa, che mai sarebbe stata tanto bella e gentile. Ad essa avete aggiunto pregio e lustro, e mi avete allietato con la mia stessa invenzione. Debbo ringraziarvi.

PRIMA DAMA
Signore, voi ci toccate sul lato migliore.

APEMANTO
Certo, perché il peggiore è infetto: e non sopporterebbe d'essere toccato, temo.

TIMONE
Mie signore, c'è un modesto rinfresco che vi attende. Vi prego di accomodarvi.

TUTTE LE DAME
Vi siamo gratissime, signore.

 

Escono Cupido e Dame.

TIMONE
Flavio!

FLAVIO
Signore?

TIMONE
Portami lo scrigno.

FLAVIO
Sì, signore. (A parte) Altri gioielli! Impossibile contrariare il suo umore, altrimenti dovrei dirglielo, sì, dovrei. Quando tutto sarà speso, forse mi ascolterebbe, se ancora potesse. Peccato che la generosità non abbia occhi di dietro ad impedire che l'uomo sia rovinato dal suo stesso cuore.

 

Esce.

PRIMO NOBILE
Dove sono i nostri uomini?

SERVO
Qui, signore, sono pronti.

SECONDO NOBILE
I nostri cavalli!

Rientra Flavio con lo scrigno.

TIMONE
Amici miei, ho una parola da dirvi: guardate, mio buon signore, devo pregarvi di onorarmi tanto da dare pregio a questo gioiello; accettatelo e portatelo, gentile signore.

PRIMO NOBILE
Vi debbo già tanti doni...

TUTTI
Come noi tutti.

Entra un Servo.

SERVO
Mio signore, alcuni nobili senatori, appena smontati da cavallo, sono venuti a farvi visita.

TIMONE
Sono più che benvenuti.

 

Esce il Servo.

FLAVIO
Scongiuro Vostro Onore: concedetemi una parola. Vi riguarda da vicino.

TIMONE
Riguarda me? Allora ti sentirò un'altra volta. Ti prego, provvedi a che siano ben ricevuti.

FLAVIO (a parte)
Non so quasi come.

Entra un altro Servo.

SECONDO SERVO
Vostro Onore, il nobile Lucio in segno del suo affetto disinteressato vi dona quattro cavalli color del latte con finimenti d'argento.

TIMONE
Li accetterò con piacere. Questi doni siano accolti degnamente.

 

Esce il Servo.
Entra un terzo Servo.

Che c'è ora? Che novità?

TERZO SERVO
Mio signore, il nobile Lucullo, onorevole gentiluomo, chiede di poter avere il piacere della vostra compagnia domani a caccia e ha inviato a Vostro Onore due coppie di levrieri.

TIMONE
Andrò a caccia con lui. E siano accolti non senza ricambiare degnamente.

FLAVIO (a parte)
Dove arriveremo? Ci ordina di provvedere e di offrire grandi doni, e tutto da un forziere vuoto. Né vuole sapere quanto ha nella borsa, o consentirmi di mostrargli quale mendicante è il suo cuore, ormai impotente a realizzare i suoi desideri. Le sue promesse volano tanto al di sopra del suo stato che tutto ciò che dice è un debito. Per ogni parola c'è un creditore e lui è tanto buono da pagarne gli interessi. Le sue terre sono nei registri altrui. Ah, potessi serenamente lasciare il mio ufficio, prima d'esserne scacciato a forza. Più felice chi non ha amici da nutrire di chi ne ha tanti che sono più esigenti degli stessi nemici. Dentro di me sanguino per il mio signore.

 

Esce.

TIMONE
Vi fate un grande torto, e troppo sminuite i vostri meriti. Ecco un'inezia, signore, segno del nostro affetto.

SECONDO NOBILE
La accetto con ringraziamenti senza pari.

TERZO NOBILE
È l'anima stessa della generosità.

TIMONE
E ora ricordo, signore, che l'altro giorno avete avuto parole di lode per un cavallo baio che cavalcavo. È vostro, dato che vi piaceva.

TERZO NOBILE
Perdonatemi, signore, non posso accettare.

TIMONE
Potete credere alla mia parola, signore, se vi dico che nessuno loda veramente ciò che non desidera. Per me il desiderio di un amico equivale al mio, ve lo assicuro. Verrò a trovarvi.

TUTTI I NOBILI
Nessuno sarà maggiormente il benvenuto.

TIMONE
Le vostre visite mi stanno tutte così a cuore che il dare non è abbastanza: ai miei amici potrei offrire regni, credo, senza mai stancarmi. Alcibiade, tu sei un soldato, e perciò non ricco; dare a te è carità: perché tu vivi tra i morti, e tutte le terre che hai stanno in un campo di battaglia.

ALCIBIADE
Terra desolata, mio signore.

PRIMO NOBILE
Vi siamo legati così fortemente...

TIMONE
E così io a voi.

SECONDO NOBILE
Così infinitamente obbligati...

TIMONE
Io a voi. Luce, più luce!

PRIMO NOBILE
Ogni felicità, onore e fortuna, siano con voi, nobile Timone!

TIMONE
Pronto per i suoi amici.

 
Escono.

Restano Timone e Apemanto.

APEMANTO
Che caos! Salamelecchi e natiche sporgenti! Dubito che le loro gambe valgano le somme spese per loro. L'amicizia è piena di rifiuti: i cuori falsi non hanno mai gambe buone. Così gli onesti sciocchi sprecano le ricchezze in inchini.

TIMONE
Ora, Apemanto, se tu non fossi scorbutico io sarei generoso con te.

APEMANTO
No, non voglio niente; perché se anch'io dovessi farmi comprare, non ci rimarrebbe nessuno ad insultarti, e tu allora peccheresti ancora più svelto. Fai regali da tanto tempo, Timone, che ho paura che presto regalerai te stesso in cambiali. Che bisogno c'è di tante feste, lussi, e vanagloria?

TIMONE
Senti, se cominci di nuovo ad attaccare il mondo, giuro di non prestarti più ascolto. Addio, e torna con una musica migliore.

 

Esce.

APEMANTO
Bene. Se non vuoi ascoltarmi ora, non ci sarà un dopo. Ti sbarrerò il tuo cielo. Ahimé, che le orecchie degli uomini debbano essere sorde ai buoni consigli ma non all'adulazione!

 

Esce.

 

Indice Teatro

Inizio pagina

 


 

Timone d'Atene

(“Timon of Athens” - 1605 - 1608)

 

 

atto secondo - scena prima

 

Entra un Senatore.

SENATORE
E ultimamente, cinquemila denari; a Varrone e Isidoro ne deve novemila, oltre al mio prestito di prima, il che fa venticinque. Sempre in un turbine di furioso spreco? Non può durare, non durerà. Se ho bisogno d'oro, non faccio che rubare il cane a un mendicante e darlo a Timone - ebbene, il cane conierà oro. Se voglio vendere il mio cavallo e comprarne altri venti migliori di lui - lo do a Timone. Non chiedo niente, do: e subito mi figlia cavalli vigorosi. A casa sua non c'è il portiere ma uno che sorride e invita dentro ogni passante. Non può durare. Nessun uomo ragionevole può ritenere il suo stato sicuro. Ehi, Cafis! Cafis, dico!

Entra Cafis.

CAFIS
Eccomi, signore. Cosa desiderate?

SENATORE
Mettiti il mantello e corri immediatamente dal nobile Timone; chiedigli il mio denaro; non lasciarti fermare da una debole scusa, né zittire quando dirà, "Ossequiami il tuo padrone" e con la mano destra giocherà col berretto, così, ma digli che le mie necessità lo chiedono a gran voce; che debbo provvedere col mio; le sue cambiali sono scadute e la fiducia che ho avuto nelle sue promesse non mantenute ha danneggiato il mio credito. Io lo amo e lo rispetto ma non posso rompermi la schiena per curargli un dito. Il mio bisogno è urgente: mi serve denaro, non un palleggio di parole. Vai! Assumi un'aria importuna, fa' il muso duro: temo infatti che quando ogni piuma sarà tornata nella propria ala, il nobile Timone, oggi risplendente come la Fenice, sarà un pollo spennato. Vai.

CAFIS
Vado, signore.

 

SENATORE
"Vado, signore!" Portati dietro le cambiali, e mettici le date. Su.

CAFIS
Lo farò, signore.

SENATORE
Vai.

Escono.

 

 

 

atto secondo - scena seconda

 

Entra Flavio, con molte fatture in mano.

FLAVIO
Non se ne cura, non smette; così ignaro della spesa che non vuole né sapere come sostenerla né farla finita col suo fiume di festini. Non tiene conto delle cose che perde, né pensa a che avverrà continuando. Mai mente fu destinata ad essere così folle per essere tanto generosa. Che fare? Non mi ascolterà, se non avrà provato. Debbo parlargli chiaro, al ritorno dalla caccia. Che vergogna, che vergogna!

Entrano Cafis e i servi di Isidoro e Varrone.

CAFIS
Buona sera; vieni per il denaro di Varrone?

SERVO DI VARRONE
Non sei anche tu qui per questo?

CAFIS
Sì. E tu per quello di Isidoro?

SERVO DI ISIDORO
Sì.

CAFIS
Speriamo che ci saldi tutti!

SERVO DI VARRONE
Ho i miei dubbi.

CAFIS
Ecco il nobile Timone.

Entra Timone col suo seguito, e Alcibiade.

TIMONE
Finito il pranzo, usciremo di nuovo,mio Alcibiade! (A Cafis) Cerchi me? Che vuoi?

CAFIS
Mio signore, c'è una lista di somme dovute.

TIMONE
Dovute? Da dove vieni?

CAFIS
Da Atene, signore.

TIMONE
Rivolgiti al mio intendente.

CAFIS
Scusate, signore, ma è tutto il mese che lui mi rimanda da un giorno all'altro. Il mio padrone ha grande necessità di riscuotere il suo e umilmente vi prega di conformarvi alle altre vostre nobili qualità nel dargli il dovuto.

TIMONE
Mio onesto amico, Ti prego solo di venire domani.

CAFIS
Ma, mio caro signore...

TIMONE
Calmati, buon amico.

SERVO DI VARRONE
Sono servo di Varrone, mio buon signore.

SERVO DI ISIDORO
Io di Isidoro; chiede umilmente un sollecito pagamento.

CAFIS
Se conosceste, signore, le necessità del mio padrone...

SERVO DI VARRONE
È scaduto, signore, più di sei settimane fa.

SERVO DI ISIDORO
Il vostro intendente rinvia sempre, signore, e mi hanno ordinato di venire da Vostra Signoria.

TIMONE
Fatemi respirare. Vi prego, miei buoni signori, andate avanti. Sarò da voi tra un istante.


Escono Alcibiade e Nobili.


(A Flavio) Vieni qui. Dimmi, di grazia, che mai succede al mondo, se, contro il mio onore, vengo aggredito da accuse clamorose di debiti, di cambiali non pagate, di somme da gran tempo dovute?

FLAVIO (a Cafis e agli altri servi)
Vi prego, signori, il momento non è adatto per questi affari. Smettete di importunare fino a dopo il pranzo sì ch'io possa spiegare al mio signore perché non siete stati pagati.

TIMONE
Fate così, amici miei. Bada che abbiano un buon trattamento.

 

Esce.

FLAVIO
Vi prego, venite.

Entrano Apemanto e il Matto.

CAFIS
Fermi, fermi: ci sono il Matto e Apemanto. Divertiamoci un po' con loro.

SERVO DI VARRONE
Che s'impicchi! Ci insulterà.

SERVO DI ISIDORO
Peste lo colga, cane!

SERVO DI VARRONE
Come stai, Matto?

APEMANTO
Dialoghi con la tua ombra?

SERVO DI VARRONE
Non parlo a te.

APEMANTO
No, parli a te stesso. (Al Matto) Vieni via.

SERVO DI ISIDORO (al Servo di Varrone)
Hai già il Matto sulla schiena.

APEMANTO
No, sei solo. Non sei ancora su di lui.

CAFIS
Dov'è il Matto ora?

APEMANTO
Dov'è quello che ha fatto la domanda per ultimo. Povere canaglie, servi di usurai, ruffiani tra l'oro e il bisogno!

SERVI
Noi che cosa siamo, Apemanto?

APEMANTO
Somari.

SERVI
Perché?

APEMANTO
Perché mi chiedete che cosa siete e non conoscete voi stessi. Parlagli, Matto.

MATTO
Come state, signori?

SERVI
Grazie tante, buon Matto. Come sta la tua signora?

MATTO
Sta mettendo su l'acqua per bollire galline come voi. Vorrei vedervi nei bordelli di Corinto!

APEMANTO
Bene! Bravo!

Entra il Paggio.

MATTO
Guardate! C'è il paggio del mio padrone.

PAGGIO (al Matto)
Ebbene, capitano, come va? Che ci fate in questa compagnia di saggi? Come stai tu, Apemanto?

APEMANTO
Vorrei avere una verga in bocca, per poterti rispondere con profitto.

PAGGIO
Ti prego, Apemanto, leggimi l'indirizzo di queste lettere: non capisco di chi si tratti.

APEMANTO
Non sai leggere?

PAGGIO
No.

APEMANTO
E allora il giorno che t'impiccheranno la cultura non morirà. Questa è per il nobile Timone - questa per Alcibiade. Va', sei nato bastardo e morirai ruffiano.

PAGGIO
Tu sei nato cane e come un cane morirai di fame. Non rispondere: me ne vado.

 

Esce.

APEMANTO
Correrai sempre più forte della grazia di Dio. Matto, vengo con te dal nobile Timone.

MATTO
Mi lascerai lì?

APEMANTO
Se Timone è in casa, forse basta lui. Voi tre servite tre usurai?

SERVI
Sì. Magari fossero loro a servire noi.

APEMANTO
Anch'io vi servirei - come il boia il delinquente.

MATTO
Siete tre servi di usurai?

SERVI
Sì, Matto.

MATTO
Non c'è usuraio che non abbia un matto come servo; la mia signora è usuraia e io sono il suo matto. Quando gli uomini vengono a chiedere soldi in prestito ai vostri padroni, arrivano tristi e se ne vanno allegri; ma a casa nostra entrano allegri e se ne vanno tristi. Sapete il perché?

SERVO DI VARRONE
Io lo saprei.

APEMANTO
Dillo, allora, così potremo dire che sei un puttaniere e un mascalzone; e ciononostante non sarai stimato di meno.

SERVO DI VARRONE
Che cos'è un puttaniere, Matto?

MATTO
Un matto col vestito buono, un po' come te. È un fantasma. Certe volte compare in forma di gran signore; altre volte di avvocato; altre di filosofo, con due pietre oltre quella filosofale. Molto spesso è in forma di cavaliere: e generalmente questo fantasma se ne va in giro in tutte le forme con cui l'uomo va su e giù per la vita, dagli ottant'anni ai tredici.

SERVO DI VARRONE
Tu non sei completamente matto.

MATTO
Né tu completamente savio. Tanta matteria ho io, e tanta intelligenza manca a te.

APEMANTO
Questa risposta sarebbe degna di Apemanto.

SERVI
Largo, largo, c'è il nobile Timone.

Rientrano Timone e Flavio.

APEMANTO
Vieni con me, Matto, vieni.

MATTO
Io non seguo sempre l'innamorato, il fratello maggiore e la donna; a volte seguo il filosofo.

FLAVIO
Vi prego, state nei pressi. Vi debbo parlare.


Escono Apemanto, Matto e Servi.

TIMONE
Mi meraviglio che tu prima di oggi non mi abbia esposto chiaramente la mia situazione, sì che potessi regolare le mie spese sui miei mezzi.

FLAVIO
Non mi davate ascolto. In molte occasioni ho cercato...

TIMONE
Smettila. Forse sceglievi proprio le occasioni in cui, essendo di malumore, ti respingevo, e quella mia inclinazione ti dava il destro di scusare te stesso.

FLAVIO
Oh, mio buon signore, quante volte ho portato i miei conti, ve li ho messi davanti, voi li gettavate, dicendo di trovarli nella mia onestà. Quando per qualche dono da niente mi ordinavate di ricambiare in eccesso, ho scosso il capo e ho pianto: sì, contro l'autorità delle buone maniere vi ho pregato di tenere la mano più stretta. Ho sopportato, non di rado, rimproveri non lievi, quando vi suggerivo che nuotavate nel riflusso della vostra ricchezza e in un oceano di debiti. Amato signore, anche se è troppo tardi ascoltatemi almeno ora: ciò che possedete, fosse pure valutato al massimo, non basta a pagare nemmeno la metà dei vostri debiti.

TIMONE
Si venda tutta la mia terra.

FLAVIO
È ipotecata, o confiscata, o perduta e ciò che rimane basta a stento a tappare la bocca ai debiti più urgenti. Il futuro avanza di corsa. E l'intervallo come lo difenderemo, e quale, alla fine, sarà il bilancio?

TIMONE
La mia terra si estendeva fino a Sparta.

FLAVIO
Oh, mio buon signore, il mondo non è che una parola: fosse tutto vostro da regalare in un fiato, con che rapidità scomparirebbe!

TIMONE
Dici la verità.

FLAVIO
Se sospettate che abbia amministrato male o in modo disonesto, citatemi davanti ai revisori più rigorosi, mettetemi alla prova. Quando tutte le nostre cucine erano zeppe di parassiti che facevano bisboccia, e le volte delle nostre cantine piangevano vino spillato da ubriaconi, e ogni stanza ardeva di luci e rimbombava di suoni e canti, gli dei lo sanno che io mi ritiravo dietro una botte senza tappo e univo le mie lacrime al suo fiume.

TIMONE
Basta, ti prego.

FLAVIO
Cielo, dicevo, com'è generoso questo signore! Quanti prodighi bocconi hanno trangugiato, anche stasera,  zoticoni e servi! Chi non è tutto di Timone? Quale cuore, testa, spada, forza, patrimonio, che non sia del nobile Timone, del grande, degno, regale, magnifico Timone? Ah, ma quando se ne sono andati i mezzi con cui comprare questi elogi, se n'è andato anche il fiato per farli. Col festino si ottiene il digiuno. Basta l'acquazzone di una nuvola d'inverno per fare rintanare queste mosche.


TIMONE
Su, smettila di predicarmi il sermone. Nessuna generosità disonesta ha ancora attraversato il mio cuore; incautamente, non ignobilmente, ho donato. Perché piangi? È possibile che tu abbia tanto poco cervello da pensare che mi manchino gli amici? Rassicura il tuo cuore. Se aprissi i forzieri del loro affetto e mettessi alla prova le espressioni dei loro cuori chiedendo prestiti, potrei liberamente disporre delle fortune di uomini e uomini come posso ordinare a te di parlare.

FLAVIO
L'esito benedica i vostri pensieri.

TIMONE
E in qualche modo queste mie ristrettezze hanno un loro valore, e tanto che le considero una benedizione: con esse infatti posso mettere alla prova gli amici. Ti accorgerai quanto male hai valutato le mie fortune: io sono ricco nei miei amici. Ehi, di dentro! Flaminio! Servilio!

Entrano Flaminio, Servilio e un altro Servo.

SERVI
Signore! Signore!

TIMONE
Andrete separatamente; (a Servilio) tu, dal nobile Lucio; tu (a Flaminio) dal nobile Lucullo (sono andato a caccia con Suo Onore, oggi); (al terzo Servo) tu da Sempronio. Ricordatemi al loro affetto; e dite che sono orgoglioso che le circostanze mi abbiano fornito l'occasione di chieder loro del denaro. La richiesta sia di cinquanta talenti per ciascuno.

FLAMINIO
Agli ordini, signore.

 

Escono i Servi.

FLAVIO (a parte)
Lucio e Lucullo? Mah!

TIMONE (a Flavio)
E tu, amico, va' dai senatori, dei quali, avendo io fatto il massimo per Atene, ho meritato l'ascolto. Chiedi al Senato di mandarmi all'istante mille talenti.

FLAVIO
Ho osato, sapendo che era l'uso generale, rivolgermi a loro usando il vostro nome e sigillo; ma scuotono il capo ed io torno non più ricco di prima.

TIMONE
È vero? Può essere?

FLAVIO
Rispondono con voce unanime e concorde che c'è la crisi, mancano di fondi, non possono fare ciò che vorrebbero, spiacenti; voi siete un uomo d'onore ma avrebbero preferito - non sanno che - qualcosa è andato storto - una natura nobile può sbandare - vorrebbero che tutto andasse bene - che peccato - e così, adducendo altri affari importanti, dopo sguardi disgustati e mezze parole, con saluti appena abbozzati e freddi cenni del capo, mi gelano e sto zitto.

TIMONE
O dei, ricompensateli! E tu, amico, sta' allegro. In questi vecchi l'ingratitudine è ereditaria, il loro sangue è melmoso, è freddo, scorre a stento, e la mancanza di calore naturale rende loro stessi innaturali. E la natura, muovendo di nuovo verso la terra, si acconcia per il viaggio, si fa torpida e pesante. Va' da Ventidio. Ti prego, non essere triste. Tu sei sincero e onesto; e sinceramente dico che non hai alcuna colpa. Di recente Ventidio ha sepolto suo padre, entrando in possesso, con la sua morte, di una grande fortuna. Quand'era povero, incarcerato e senza amici, io l'ho riscattato con cinque talenti. Portagli i miei saluti, digli che ora il suo amico è toccato da una vera necessità, la quale invoca d'essere alleviata da lui con quei cinque talenti. Avuti questi, paga quello per cui c'è più urgenza. Non dire né pensare mai che le fortune di Timone tra i suoi amici possano andare a picco.

FLAVIO
Vorrei non doverlo pensare. Quel pensiero è nemico dell'uomo generoso: tale essendo lui, ritiene che lo siano tutti gli altri.

 

Escono.

 

Indice Teatro

Inizio pagina

 


 

Timone d'Atene

(“Timon of Athens” - 1605 - 1608)

 

 

atto terzo - scena prima

 

Flaminio in attesa di parlare con Lucullo a nome del padrone;

Entra un Servo.

SERVO
Ho detto di voi al mio padrone. Sta scendendo.

FLAMINIO
Vi ringrazio, signore.

Entra Lucullo.

SERVO
Ecco il padrone.

LUCULLO (a parte)
Uno degli uomini del nobile Timone? Un dono, ci giurerei. Perfetto: stanotte ho sognato un bacile e una brocca d'argento. - Flaminio, onesto Flaminio, sei rispettosamente il benvenuto. Del vino.

 

Esce il Servo.

 

E come sta quell'onorato, completo, generoso gentiluomo di Atene, il tuo liberalissimo buon signore e padrone?

FLAMINIO
La sua salute è buona, signore.

LUCULLO
Sono felicissimo di sentire che la sua salute è buona. E che cos'hai sotto il mantello, grazioso Flaminio?

FLAMINIO
Niente, per la verità, tranne uno scrigno vuoto, signore, che, a nome del mio padrone, vengo a chiedere a Vostro Onore di voler riempire. Avendo grande e urgente necessità di cinquanta talenti, egli mi manda a chiederli a Vostra Signoria, in nessun modo dubitando del vostro aiuto immediato.

LUCULLO
Ah, la, la, la! "In nessun modo dubitando", dice? Ahimè, buon signore: è un nobile gentiluomo, sì, ma troppo ospitale. Molte volte, a pranzo da lui, gliel'ho detto, e ci sono tornato a cena per indurlo a spendere di meno; e tuttavia non ha mai accettato i miei consigli, non ha mai badato all'avvertimento implicito nelle mie visite. Ognuno ha le sue colpe, e la sua è la prodigalità. Gliel'ho detto e ripetuto ma non sono mai riuscito a farlo smettere.

Rientra il Servo col vino.

SERVO
Ecco il vino, Vostro Onore.

LUCULLO
Flaminio, ti ho sempre giudicato assennato. Bevo a te.

FLAMINIO
Bontà vostra, signore.

 

LUCULLO
Ti ho sempre considerato uno spirito cordiale e ben disposto - quel che è giusto è giusto - e uno che capisce quello che è ragionevole; e sai usare bene le circostanze, se le circostanze ti aiutano. Ci sono ottime qualità in te. (Al Servo) Tu vai.

 

Esce il Servo.

 

Avvicinati, onesto Flaminio. Il tuo padrone è un uomo generoso: ma tu sei saggio e sai abbastanza bene, pur essendo venuto da me, che questi non sono tempi in cui prestare denaro, e specialmente sulla base dell'amicizia nuda e cruda, senza garanzie. Ecco tre denari per te; da bravo, chiudi l'occhio e di' che non mi hai visto. Ti saluto.

FLAMINIO
È possibile che il mondo sia così cambiato, e ancora vivi noi che vivevamo? Maledetta immondizia, torna da chi ti adora! (Gettando il denaro a Lucullo)

LUCULLO
Ah! Ora vedo che sei uno sciocco, degno del tuo padrone!

 

Esce.

FLAMINIO
S'aggiungano queste a quelle che ti bruceranno! Una moneta fusa in gola sia la tua condanna, tu malattia d'un amico, non amico! L'amicizia ha un cuore di latte così fiacco che caglia in meno di due notti? O dei! Soffro la sofferenza del mio signore. Questo schiavo del suo senso dell'onore ha dentro di sé la carne del mio padrone: perché dovrebbe trasformarsi per lui in nutrimento, quando lui si trasforma in veleno? Nutra soltanto le sue malattie, e quando si sarà ammalato a morte, la parte del suo corpo pagata dal mio signore non abbia il potere di espellere il male ma prolunghi la sua agonia!

 

Esce.

 

 

 

atto terzo - scena seconda

 

Entrano Lucio, Ostilio e altri due Stranieri.

LUCIO
Chi? Il nobile Timone? È un uomo d'onore, un gentiluomo, un mio ottimo amico!

PRIMO STRANIERO
Per tale lo conosciamo, anche se siamo stranieri. Ma posso dirvi una cosa, signore, che ho sentito dire in giro: le ore felici del nobile Timone sono belle e finite, e le sue ricchezze si stanno dileguando.

LUCIO
Via, via, non credeteci: non è possibile che gli manchi il denaro.

OSTILIO
Ma credete a questo, signore: poco fa, uno dei suoi uomini andò dal nobile Lucullo a chiedere in prestito dei talenti, e anzi, fece grandi pressioni, mostrando tutta l'urgenza della cosa. Eppure gli fu detto di no.

LUCIO
Come?

OSTILIO
Gli fu detto di no, mio signore, credetemi.

LUCIO
Un caso veramente inaudito! Davanti agli dei, me ne vergogno. Dire di no a quell'uomo d'onore? C'era ben poco onore, in questo. Da parte mia, debbo confessare che ho ricevuto da lui delle piccole cortesie, quali denaro, argenteria, gioielli e inezie del genere, nulla in confronto a Lucullo. Eppure, se per sbaglio avesse mandato da me non gli avrei mai rifiutato i talenti, nel bisogno.

Entra Servilio.

SERVILIO
Eccolo là, per fortuna. Ho sudato per trovare Vostro Onore. Mio onorato signore!

LUCIO
Servilio? Lieto di vederti. Ti saluto. Raccomandami al tuo onorevole, virtuoso signore, il mio squisito amico.

SERVILIO
Se non dispiace a Vostro Onore, il mio padrone ha mandato...

LUCIO
Ah! Cosa ha mandato? Sono tanto grato a quel signore;manda sempre qualche cosa. Come credi che potrò sdebitarmi? E ora cosa ha mandato?

SERVILIO
Manda solo a riferire del suo urgente bisogno, signore: e chiede a Vostra Signoria di volergli fornire all'istante un certo numero di talenti, cinquanta.

LUCIO
Certo Sua Signoria vuole scherzare,non può aver bisogno di cinquanta, o di cinquecento talenti.

SERVILIO
Ma per ora ne vuole di meno, signore. Se la necessità non fosse vera io non insisterei con tanta foga.

LUCIO
Parli sul serio, Servilio?

SERVILIO
Sull'anima mia è così, signore.

LUCIO
Che bestia sciagurata sono stato, a farmi trovare impreparato in questa bella occasione, in cui avrei potuto mostrarmi uomo d'onore. Che sfortuna che ieri abbia dovuto spendere per un affaruccio, perdendo così un grande onore! Servilio, davanti agli dei, non sono in grado di farlo (e tanto più bestia, dico!). Stavo mandando io stesso a chiedere un prestito al nobile Timone - questi signori possono testimoniarlo. Ma, per tutto l'oro di Atene, ora vorrei non averlo fatto. Raccomandami caldamente a Sua Signoria; e spero che Suo Onore non penserà peggio di me se non posso favorirlo. E digli questo da parte mia: considero una delle mie massime afflizioni, ripeto, non poter compiacere un così onorevole gentiluomo. Buon Servilio, vuoi farmi il favore di riferire alla lettera le mie parole?

SERVILIO
Sì, signore, lo farò.

 

Esce.

LUCIO (dietro di lui)
A buon rendere, Servilio... (Agli altri) È vero: come avete detto, Timone è proprio al lumicino. E chi riceve un no una volta, è difficile che rifiorisca.

 

Esce.

PRIMO STRANIERO
Hai visto, Ostilio?

OSTILIO
Fin troppo bene.

PRIMO STRANIERO
Questa è l'anima del mondo e dello stesso stampo è il gioco di ogni adulatore. Chi può chiamare amico chi intinge nello stesso piatto? A quel che so, per questo signore Timone è stato un padre, mantenendogli il credito con la sua borsa e puntellando la sua proprietà; anzi, è col denaro di Timone che costui ha pagato il salario ai suoi servi. Ogni volta che beve il suo labbro tocca l'argento di Timone! Eppure... Oh, la mostruosità dell'uomo quando appare in forma di ingrato. Costui gli nega, rispetto a quel che ha, ciò che l'uomo caritatevole dona a un mendicante.

SECONDO STRANIERO
La religione soffre a questa vista.

PRIMO STRANIERO
Da parte mia, io non ho mai assaggiato la bontà di Timone, né alcuno dei suoi doni mi è mai caduto addosso in segno della sua amicizia. E tuttavia, per l'animo nobilissimo, la virtù illustre e la condotta onorata, dico che se si fosse rivolto a me nel bisogno, io gli avrei messo la mia ricchezza a disposizione, dandogli di essa la migliore metà, tanto mi è caro il suo cuore. Ma mi accorgo che gli uomini adesso debbono fare a meno della pietà. L'interesse sta al di sopra della coscienza.

 

Escono.

 

 

 

atto terzo - scena terza

 

Entra il terzo Servo di Timone con Sempronio, un altro degli amici di Timone.

SEMPRONIO
Deve per forza seccare me? Uhm! Prima di tutti gli altri? Avrebbe potuto provare col nobile Lucio, o Lucullo; e ora è ricco anche Ventidio, che lui ha riscattato dalla prigione. Tutti costoro debbono a lui la ricchezza.

SERVO
Mio signore, sono stati tutti saggiati prima risultando di metallo vile, perché tutti gli hanno detto di no.

SEMPRONIO
Come? Gli hanno detto di no? Ventidio e Lucullo gli hanno detto di no? E lui manda da me? Per terzo? Uhm! Ciò dimostra scarso affetto o giudizio. Debbo essere io il suo ultimo rifugio? I suoi amici, come i medici, lo salassano per poi abbandonarlo - debbo curarlo io? Mi ha fatto un grave affronto, sono adirato con lui. Doveva sapere qual è il mio posto. Non capisco. In tali circostanze avrebbe dovuto chiedere a me per primo, perché, in coscienza, sono stato io il primo a ricevere un dono da lui. E adesso mi giudica così male da pensare che sarò l'ultimo a ricambiare? No, tutto questo potrebbe farmi oggetto di risa, e tra i miei pari farmi considerare un babbeo. Gli avrei dato tre volte quella somma se per primo avesse mandato da me. Per puro affetto, sarei stato pronto a farlo. Ma adesso torna da lui e unisci questa mia alle fiacche risposte degli altri: chi sminuisce il mio onore non conoscerà il mio denaro.

 

Esce.

SERVO
Magnifico: Vostra Signoria è proprio un cialtrone. Il diavolo non sapeva cosa combinava quando ha reso l'uomo politico: si è condannato da sé. E comincio a pensare che alla fine le canagliate dell'uomo faranno apparire il diavolo innocente. Con quale abilità questo signore si sforza di apparire turpe! Prende la virtù come modello per fare il male, come quelli che, col pretesto di uno zelo ardente, metterebbero a fuoco interi regni: di tale natura è il suo affetto politico. Questa era la speranza migliore del mio signore: ora sono tutte fuggite, tranne gli dei. Ora i suoi amici sono morti, e le porte che in tanti anni di abbondanza mai conobbero serrature, debbono essere usate per tenere il loro padrone al sicuro. Ecco a cosa riduce una condotta liberale: chi non sa tenersi i suoi soldi deve tapparsi in casa.

 

Esce.

 

 

 

atto terzo - scena quarta

 

Entrano i due Servi di Varrone, che incontrano altri Servi dei creditori di Timone, in attesa che lui esca.
Poi entra il Servo di Lucio; poi Tito e Ortensio.

PRIMO SERVO DI VARRONE
Lieto di vedervi. Buon giorno, Tito e Ortensio.

TITO
Buon giorno a te, gentile servo di Varrone.

ORTENSIO
Il servo di Lucio! Come! Ci incontriamo tutti qui?

SERVO DI LUCIO
Sì, e credo che si tratti dello stesso affare. Il mio è il denaro.

TITO
Così il loro, e il nostro.

Entra Filoto.

SERVO DI LUCIO
E anche Filoto, signore!

FILOTO
Buon giorno a tutti.

SERVO DI LUCIO
Benvenuto, fratello. Che ore sono, secondo voi?

FILOTO
Ci avviciniamo alle nove.

SERVO DI LUCIO
Così tardi?

FILOTO
Sua Signoria non s'è ancora visto?

SERVO DI LUCIO
Non ancora.

FILOTO
Mi stupisce. Prima spuntava alle sette.

SERVO DI LUCIO
Sì, ma i giorni gli si sono accorciati. Dovete pensare che il cammino del prodigo è come quello del sole, ma senza che si possa tornare indietro. Temo che nella borsa del nobile Timone sia pieno inverno. Si tocca il fondo e si trova ben poco.

FILOTO
Lo temo anch'io.

TITO
Vi faccio notare uno strano evento. Il tuo signore manda a chiedere denaro?

ORTENSIO
Proprio così.

TITO
E lui indossa gioielli donati da Timone, dei quali aspetto io il pagamento.

ORTENSIO
Il mio cuore non lo sopporta.

SERVO DI LUCIO
Vedete com'è strano: in questo modo, Timone deve pagare più di quanto deve: è come se il tuo padrone portasse gioielli preziosi e chiedesse il denaro per pagarli.

ORTENSIO
Sono stanco di tutto questo, testimoni gli dei: so che il mio padrone ha speso il denaro di Timone e ora l'ingratitudine rende questo peggiore di un furto.

PRIMO SERVO DI VARRONE
Sì, il mio è di tremila corone. Quant'è il tuo?

SERVO DI LUCIO
Il mio di cinquemila.

PRIMO SERVO DI VARRONE
È molto: e dalla somma si direbbe che la fiducia del tuo padrone sia stata superiore a quella del mio. Il suo credito, altrimenti, sarebbe uguale.

Entra Flaminio.

TITO
Uno degli uomini del nobile Timone.

SERVO DI LUCIO
Flaminio? Una parola, signore. Dite, Suo Onore è pronto a uscire?

FLAMINIO
No, non è pronto.

TITO
Siamo in attesa di Sua Signoria; vi prego di informarlo.

FLAMINIO
Non ho bisogno di dirglielo; sa che siete più che diligenti.

 

Esce.
Entra Flavio con un mantello, il viso coperto.

SERVO DI LUCIO
Quello che si copre il viso non è il suo intendente? Se ne va di nascosto: chiamatelo, chiamatelo!

TITO
Sentite, signore!

SECONDO SERVO DI VARRONE
Col vostro permesso, signore...

FLAVIO
Che vuoi da me, amico mio?

TITO
Aspettavamo certi soldi, signore.

FLAVIO
Sì, se il denaro fosse sicuro come la vostra attesa, sarebbe sicuro abbastanza. Perché non avete presentato i vostri conti quando i vostri falsi padroni divoravano la carne del mio signore? Sorridevano, allora, e scodinzolavano ai suoi debiti, trangugiando gli interessi nelle fauci affamate. Importunando me fate danno a voi stessi. Lasciatemi andar via tranquillo. Credetemi, il mio signore e io l'abbiamo fatta finita: io non ho più niente da contare, e lui non ha più niente da spendere.

SERVO DI LUCIO
Sì, ma questa risposta non ci serve.

FLAVIO
Se non serve, non è vile come voi, perché voi servite delle carogne.

 

Esce.

PRIMO SERVO DI VARRONE
Come? Cosa brontola l'Eccellenza liquidata?

SECONDO SERVO DI VARRONE
Non importa. È povero, e questa è già vendetta sufficiente. Chi non ha più un tetto sulla testa può dire quello che vuole e prendersela con i palazzi.

Entra Servilio.

TITO
Oh, ecco Servilio. Ora potremo avere una risposta.

SERVILIO
Se potessi pregarvi, signori, di tornare in un altro momento, mi fareste un grande favore. Sull'anima mia, il mio signore è terribilmente incline alla malinconia. Il suo temperamento cordiale lo ha abbandonato, si sente molto male e se ne sta chiuso in camera sua.

SERVO DI LUCIO
Molti se ne stanno chiusi in camera senza essere malati; ma se sta tanto male sarebbe meglio che pagasse i suoi debiti al più presto per spianarsi la via degli dei.

SERVILIO
Cielo!

TITO
Non possiamo accettare questa risposta, signore.

FLAMINIO (da dentro)
Servilio, aiuto! Signore, signore!

Entra Timone, fuori di sé.

TIMONE
Cosa? Le mie porte si oppongono al mio passaggio? Sono mai stato libero? e deve la mia casa essere la mia galera, il nemico che mi imprigiona? Il luogo che ho reso festoso deve ora, come tutta l'umanità mostrarmi un cuore di ferro?

SERVO DI LUCIO
Avanti, Tito.

TITO
Signore, ecco il mio conto.

SERVO DI LUCIO
Ed ecco il mio.

ORTENSIO
E il mio, signore.

ENTRAMBI I SERVI DI VARRONE
E il nostro, signore.

FILOTO
Tutti i nostri conti.

TIMONE
Datemeli in testa: spaccatemi in due.

SERVO DI LUCIO
Ahimè, signore...

TIMONE
Tagliatemi il cuore in cifre.

TITO
Il mio, cinquanta talenti.

TIMONE
Contate il mio sangue.

SERVO DI LUCIO
Cinquemila corone, signore.

TIMONE
Cinquemila gocce possono pagarlo. E il vostro? E il vostro?

PRIMO SERVO DI VARRONE
Signore...

SECONDO SERVO DI VARRONE
Signore...

TIMONE
Fatemi a pezzi, prendetemi, e gli dei vi cadano addosso!

 

Esce.

ORTENSIO
In fede mia, credo che i nostri padroni possano salutare il loro denaro. Questi debiti si possono ben chiamare disperati: il debitore è impazzito.

 

Escono.
Rientrano Timone e Flavio.

TIMONE
Mi hanno tolto persino il fiato, maledetti! Creditori? Diavoli, sono.

FLAVIO
Mio caro signore.

TIMONE
E se facessi così?

FLAVIO
Signore...

TIMONE
Sì, farò così. Intendente?

FLAVIO
Eccomi, signore.

TIMONE
Già qui? Avanti, chiama di nuovo tutti i miei amici: Lucio, Lucullo, e Sempronio. Tutti. Ancora una volta darò una festa per le canaglie.

FLAVIO
Oh, mio signore, parlate così perché la vostra mente è sconvolta. Non c'è rimasto nemmeno quel che occorre a preparare una tavola modesta.

TIMONE
Tu non preoccuparti. Va', te l'ordino, invitali tutti, fa' entrare di nuovo la marea dei lestofanti. Il mio cuoco e io provvederemo a tutti.

 

Escono.

 

 

 

atto terzo - scena quinta

 

Da una porta entrano tre Senatori, poi Alcibiade che li incontra con il seguito.

PRIMO SENATORE
Avete il mio voto, signore; il delitto è sanguinoso; è necessario ch'egli muoia: nulla come la clemenza imbaldanzisce il peccato.

SECONDO SENATORE
Verissimo: la legge deve stroncarli.

ALCIBIADE
Onore, salute e misericordia al Senato!

PRIMO SENATORE
Che c'è, capitano?

ALCIBIADE
Sono un umile supplice delle vostre virtù: la misericordia infatti è la virtù della legge e soltanto i tiranni la usano crudelmente. Al tempo e alla fortuna è piaciuto pesare su un mio compagno d'armi che, nell'ardore del sangue, è incappato nella legge, abisso senza fondo per coloro che, incauti, vi precipitano. Il suo destino a parte, egli è un uomo di preclare virtù; né macchiò il suo gesto di codardia (un onore, in lui, che redime la colpa) ma con nobile furia e spirito valoroso, vedendo la propria fama ferita a morte, s'oppose al suo nemico; e con tale sobria e discreta passione controllò la sua ira, prima che s'estinguesse, che sembrava dimostrare un sillogisma.

PRIMO SENATORE
Affronti un paradosso troppo arduo, tentando di dare un bel volto ad una brutta azione. Le tue parole hanno compiuto ogni sforzo per imporre l'apparenza dell'ordine a un massacro, e collocare tra i valori una rissa: la quale invece è un valore bastardo venuto al mondo quando vi nascevano fazioni e sette. Valoroso davvero è chi sa sopportare saggiamente il peggio che uomo possa dire e giudica i torti subiti cose esterne, da indossare con noncuranza, come vestiti, e non presenta al proprio cuore le offese ricevute per metterlo in pericolo. Se i torti sono mali e ci costringono a uccidere, che follia rischiare per un male la vita.

ALCIBIADE
Mio signore.

PRIMO SENATORE
Non potete far sembrare innocenti colpe grossolane; non nel vendicarsi sta il valore ma nel sopportare.

ALCIBIADE
Miei signori, dunque, col vostro permesso, e perdonatemi se parlo da soldato: perché uomini sciocchi si espongono alla battaglia e non sopportano alcuna minaccia? Perché non ci dormono sopra, lasciando che i nemici tranquillamente taglino loro la gola, senza difendersi? Se nel sopportare c'è tanto valore, che mai facciamo in guerra? Le donne, che se ne stanno a casa, sono allora più valorose, se sopportare è meglio. E il somaro più soldato del leone, il criminale carico di catene più saggio del giudice, se la saggezza sta nel patire. Così come siete grandi, miei signori, siate compassionevoli e clementi. Chi non condanna un delitto a sangue freddo? Uccidere, lo ammetto, è lo sfogo estremo del peccato, ma per difesa è il più giusto, se giudicato con clemenza. Essere irati è cosa empia ma qual è l'uomo che non si adira? Bilanciate il crimine con questo.

SECONDO SENATORE
Sprecate il fiato.

ALCIBIADE
Lo spreco? I servigi resi da lui contro Sparta e Bisanzio dovrebbero bastare a riscattargli la vita.

PRIMO SENATORE
Che dite?

ALCIBIADE
Dico, signori, che ha servito bene, e ha ucciso in battaglia molti dei vostri nemici. Con che valore si comportò nell'ultimo conflitto, ricevendo molte ferite!

SECONDO SENATORE
E molto bottino, con esse, guadagnando. È un dissoluto inveterato; c'è un vizio in lui che sovente lo annega, facendo prigioniero il suo valore. Se non ci fossero nemici, a sopraffarlo basterebbe quello. In tale furia bestiale si sa che ha commesso delitti e fomentato ribellione. Ci si informa he i suoi giorni sono turpi e il suo bere pericoloso.


PRIMO SENATORE
Morirà.

ALCIBIADE
Duro destino! Avrebbe dovuto morire in guerra. Miei signori, se non per le sue buone qualità - sebbene il suo braccio destro ben potrebbe acquistargli il suo tempo, senza dovere nulla a nessuno - tuttavia, per commuovervi ancora di più, aggiungete ai suoi meriti i miei e metteteli insieme; e poiché so che alle vostre età venerande è cara la sicurezza, offro le mie vittorie, tutto il mio onore, in pegno della sua riconoscenza. Se per questo delitto egli deve alla legge la sua vita, ebbene, sia la guerra a ricevere il suo sangue valoroso.

Perché la legge è dura ma così è la guerra.

PRIMO SENATORE
Noi siamo per la legge. Morirà.
Non insistere più se non vuoi il massimo sdegno nostro. Fratello o amico, chi versa l'altrui sangue perde il proprio.

ALCIBIADE
Dev'essere così? No, non deve. Miei signori, ricordatevi di me, vi prego.

SECONDO SENATORE
Come?

ALCIBIADE
Richiamatemi al vostro ricordo.

TERZO SENATORE
Cosa?

ALCIBIADE
Non posso impedirmi di pensare che la vostra vecchiaia mi ha dimenticato. Non sarei, altrimenti, stimato tanto vile da dover implorare una grazia così comune per vedermela rifiutata. Le mie ferite soffrono per voi.

PRIMO SENATORE
Osi sfidare la nostra ira? È di poche parole, ma il suo spazio è immenso. Ti bandiamo per sempre.

ALCIBIADE
Bandire me? Bandite il vostro rimbambimento, bandite l'usura che imbruttisce il Senato.

PRIMO SENATORE
Se tra due giorni Atene ti contiene ancora aspettati un giudizio più pesante. E affinché la nostra bile non si gonfi  lui sarà immediatamente giustiziato.

 

Escono i Senatori.

ALCIBIADE
Gli dei vi conservino abbastanza vecchi da vivere ridotti a ossa, ripugnanti ad ogni sguardo! Sono furioso: ho tenuto lontani i loro nemici mentre loro contavano i soldi e prestavano al massimo interesse: io ero ricco soltanto di ferite. Tutte per questo? È questo il balsamo che il Senato usuraio versa sulle ferite d'un capitano? Al bando? Meglio così. Mi piace essere messo al bando. È una causa degna della mia bile e furia. Potrò colpire Atene. Rallegrerò le mie truppe sconfortate, getterò esche per altri cuori. Scontrarsi con molti nemici è un onore e i soldati sono come gli dei: non debbono tollerare alcuna offesa.

 

Esce.

 

 

 

atto terzo - scena sesta

 

Entrano diversi amici di Timone e Senatori, da diverse porte.

PRIMO NOBILE
Buon giorno a voi, signore.

SECONDO NOBILE
Ve l'auguro anch'io. Credo che questo nobile signore abbia voluto solo metterci alla prova, l'altro giorno.

PRIMO NOBILE
Riflettevo proprio su questo, quando ci siamo incontrati. Spero che non sia caduto tanto in basso quanto voleva far credere per mettere alla prova i suoi amici.

SECONDO NOBILE
Non si direbbe davvero, a giudicare da questo nuovo banchetto.

PRIMO NOBILE
Direi anch'io. Mi ha mandato un invito pressante, che molti altri impegni importanti mi avrebbero dovuto far rifiutare; ma mi ha talmente spinto a trascurarli che sono dovuto venire per forza.

SECONDO NOBILE
Anch'io avevo impegni urgenti, ma lui non ha voluto sentire ragioni. Mi dispiace solo che, quando mi ha mandato a chiedere un prestito, io non avessi denaro in casa.

PRIMO NOBILE
Dispiace anche a me, ora che capisco come vanno le cose.

SECONDO NOBILE
Dispiace a tutti. Quanto vi ha chiesto?

PRIMO NOBILE
Mille pezzi.

SECONDO NOBILE
Mille pezzi?

PRIMO NOBILE
E a voi?

SECONDO NOBILE
A me, signore; ma eccolo che viene.

Entra Timone con Servi.

TIMONE
Con tutto il cuore, salute a voi, signori. Come state?

PRIMO NOBILE
Ottimamente, sapendo che sta bene Vostra Signoria.

SECONDO NOBILE
La rondine non segue l'estate più volentieri di come noi seguiamo Vostra Signoria.

TIMONE (a parte)
Né più volentieri lascia l'inverno. Gli uomini sono uccelli estivi. Signori, il nostro pranzo non ripagherà questa lunga attesa. Nutrite le orecchie di musica, intanto, se riescono a sopportare il fracasso della tromba. Andremo a tavola al più presto.

PRIMO NOBILE
Spero di non essere apparso ingrato a Vostra Signoria, quando ho rimandato il messo a mani vuote.

TIMONE
Oh, signore, non pensateci.

SECONDO NOBILE
Mio nobile signore.

TIMONE
Sì, mio buon amico, come state?


Viene portato il banchetto.

SECONDO NOBILE
Mio onorevole signore, mi vergogno anco-ra se penso che quando l'altro giorno Sua Signoria ha man-dato da me io ero ridotto come un mendicante.

TIMONE
Non pensateci, signore.

SECONDO NOBILE
Se solo aveste mandato due ore prima...

TIMONE
Sgombrate la memoria per cose più liete. Su, portate tutto insieme.

SECONDO NOBILE
Tutti piatti coperti.

PRIMO NOBILE
Sarà un pasto regale, ve lo garantisco.

TERZO NOBILE
Senza dubbio, se il denaro e la stagione lo consentono.

PRIMO NOBILE
Come state? Che novità ci sono?

TERZO NOBILE
Alcibiade è stato messo al bando: lo avete saputo?

PRIMO E SECONDO NOBILE
Alcibiade al bando?

TERZO NOBILE
È così, ve lo assicuro.

PRIMO NOBILE
Come, come?

SECONDO NOBILE
Ditemi, e per che cosa?

TIMONE
Miei degni amici, volete avvicinarvi?

TERZO NOBILE
Ne parleremo dopo. Per ora ci aspetta un magnifico banchetto.

SECONDO NOBILE
Il vecchio è sempre lui.

TERZO NOBILE
Durerà? Durerà?

SECONDO NOBILE
Dura. Ma il tempo... e così...

TERZO NOBILE
Capisco.

TIMONE
Ciascuno al suo sgabello, con lo slancio con cui andrebbe verso il labbro della sua donna. Il vostro cibo sarà lo stesso per tutti. Non fatene un banchetto del Sindaco, dove le portate si raffreddano prima che ci si accordi su chi deve avere il posto d'onore. Sedete, sedete. Gli dei esigono i nostri ringraziamenti. Voi, grandi benefattori, cospargete di gratitudine la nostra compagnia. Per i vostri doni, fatevi lodare; ma conservate qualcosa da dare, affinché le vostre deità non vengano disprezzate. Prestate ad ogni uomo abbastanza perché nessuno abbia bisogno di prestare a un altro: perché se le vostre deità dovessero prendere in prestito dagli uomini, gli uomini rinnegherebbero gli dei. Fate che il cibo sia amato più dell'uomo che lo dà. Non ci sia riunione di venti persone senza una ventina di mascalzoni. Se a tavola siedono dodici donne, una dozzina siano come sono. Il resto del vostro gregge, o dei, i Senatori di Atene, insieme al turpe volgo, per tutto quello che in loro c'è di storto, distruggeteli. In quanto a questi miei amici, poiché per me sono nulla, in nulla benediteli, e a nulla siano i benvenuti. Scoprite, cani, e leccate.


I piatti vengono scoperti. Sono pieni di acqua calda.

ALCUNI
Che intende Sua Signoria?

ALTRI
Chi lo sa?

TIMONE
Possiate non vedere mai festino migliore, voi branco di amici a parole! Il fumo e l'acqua calda sono la cosa perfetta, per voi. Questa è l'ultima di Timone: che, imbrattato dalle vostre adulazioni, se le lava e sputa sulle vostre facce la vostra infamia puzzolente. (Gettando l'acqua sul loro viso) Possiate vivere disprezzati, e a lungo, sorridenti, untuosi, detestati parassiti, distruttori cortesi, affabili lupi, miti orsi, buffoni della fortuna, amici da pasto, pidocchi dell'estate, schiavi col cappello in mano e le ginocchia per terra, vuoti vapori e banderuole! Vi copra tutti di croste l'infinita malattia dell'uomo e della bestia. Come? Te ne vai? Piano, prendi prima la medicina! E anche tu - e tu! Rimani - ti presterò denaro, non te ne chiederò.


Li spinge fuori.


Come? Tutti in movimento? D'ora in poi non vi sarà banchetto in cui le canaglie non siano ospiti graditi. Brucia, casa! Affonda, Atene! D'ora in poi siano odiati da Timone l'uomo e tutta l'umanità.

 

Esce.
Rientrano Nobili e Senatori.

PRIMO NOBILE
Ebbene, miei signori?

SECONDO NOBILE
Conoscete la ragione della furia del nobile Timone?

TERZO NOBILE
Pfui, avete visto il mio cappello?

QUARTO NOBILE
Io ho perso il mantello.

PRIMO NOBILE
È pazzo, ed è dominato solo dai suoi umori. L'altro giorno mi ha dato una pietra preziosa e ora me l'ha strappata dal cappello. Avete visto la mia pietra?

TERZO NOBILE
Avete visto il mio cappello?

SECONDO NOBILE
Eccolo.

QUARTO NOBILE
Ecco il mio mantello.

PRIMO NOBILE
Andiamo via.

SECONDO NOBILE
Il nobile Timone è pazzo.

TERZO NOBILE
Lo sento nelle ossa.

QUARTO NOBILE
Un giorno ci regala diamanti, il giorno dopo pietre.


Escono.

 

Indice Teatro

Inizio pagina

 


 

Timone d'Atene

(“Timon of Athens” - 1605 - 1608)

 

 

atto quarto - scena prima

 

Entra Timone.

TIMONE
Lascia che mi volti a guardarti. O voi, mura che racchiudete quei lupi, affondate nella terra, non proteggete Atene! Matrone, diventate prostitute! Nei bambini venga meno l'obbedienza! Buffoni e schiavi, strappate dal seggio il grave rugoso Senato e governate al suo posto! Verde verginità, mutati all'istante in pubblica vergogna, davanti agli occhi dei tuoi genitori. Tenete duro, bancarottieri: piuttosto che pagare, fuori i coltelli, tagliate la gola di chi vi ha dato fiducia! Rubate, servi! I vostri austeri signori sono ladroni e rubano in nome della legge. Tu, serva, nel letto del padrone: la tua padrona è da bordello. E tu, figlio di sedici anni, strappa la stampella imbottita al tuo vecchio padre zoppicante e giù, spaccagli il cranio! Pietà e timore, adorazione degli dei, pace, giustizia, verità, rispetto domestico, riposo notturno, buon vicinato, buone maniere, istruzione, vocazioni, mestieri, gerarchie, osservanze, costumi e leggi, precipitate nei vostri contrari rovinosi; ma la rovina viva! E voi, pestilenze connaturate all'uomo, ammucchiate su Atene, matura per il colpo, le vostre febbri potenti e infette. Tu, fredda sciatica, azzoppa i nostri senatori sì che le loro membra siano sciancate come le loro maniere! Libidine e lussuria striscino nelle menti e nel midollo della nostra gioventù, che lotti contro la corrente della virtù e anneghi nei bagordi! Rogne e pustole come semi entrino in tutti i petti ateniesi e il loro raccolto sia la lebbra universale! Il fiato infetti il fiato, sì che la compagnia e l'amicizia siano soltanto veleno! Nulla porterò via da te se non la nudità, tu, città detestabile! Prenditi anche questo con mille maledizioni! Timone andrà nella foresta, dove scoprirà che la belva più crudele è migliore dell'uomo. Distruggano gli dei - voi tutti ascoltatemi, buoni dei - gli Ateniesi dentro e fuori queste mura: e concedano che, con Timone, cresca il suo odio contro l'intera razza dell'umanità,

in alto e in basso! Amen.

 

Esce.

 

 

 

atto quarto - scena seconda

 

Entra Flavio, con due o tre Servi.

PRIMO SERVO
Ascoltate, signor intendente, dov'è il nostro padrone? Siamo finiti, siamo cacciati, non rimane più niente?

FLAVIO
Ahimè, amici, cosa posso dirvi? Mi siano testimoni gli dei giusti: io sono povero come voi.

PRIMO SERVO
Una simile casa in rovina? Un così nobile padrone caduto, tutto sparito, e nemmeno un amico che prenda lo sfortunato per il braccio e vada insieme a lui.

SECONDO SERVO
Così come noi voltiamo le spalle al nostro compagno gettato nella fossa, coloro che corteggiavano le sue sepolte fortune fuggono tutti via, lasciandogli i loro falsi voti come borse svuotate da un ladruncolo; e lui, povera creatura, mendicante destinato all'aria aperta, malato della povertà da tutti sfuggita, cammina come il disprezzo, solo. Ecco altri dei nostri.

Entrano altri Servi.

FLAVIO
Le suppellettili a pezzi di una casa in rovina.

TERZO SERVO
Tuttavia i nostri cuori indossano ancora la livrea di Timone; lo vedo scritto sui nostri volti, siamo ancora compagni e nel dolore seguitiamo a servire. La nostra barca è avariata e noi, sventurati marinai, restiamo sul ponte che muore e sentiamo la minaccia dei marosi: tutti dobbiamo entrare in questo mare d'aria.

FLAVIO
Buoni amici tutti, ciò che resta del mio denaro lo divido con voi. Dovunque ci incontreremo, per amore di Timone, restiamo amici. Scuotiamo il capo e diciamo, come un rintocco sulle fortune del nostro padrone: "Abbiamo visto giorni migliori". Ognuno ne prenda un po'. (Dando loro del denaro) Tendete la mano. Nessuna altra parola: così, separandoci poveri, ci separiamo ricchi di dolore.


Si abbracciano e si separano, prendendo direzioni diverse.


Oh, la crudele miseria che ci porta il fasto! Chi non vorrebbe essere libero dalla ricchezza, se la ricchezza conduce all'infelicità e al disprezzo? Chi vorrebbe essere così beffato dal lusso, o vivere in un mero sogno d'amicizia, con lo sfarzo e tutto ciò che forma il rango solo dipinti come i suoi amici verniciati? Povero onesto signore, gettato in basso dal suo stesso cuore, rovinato dalla bontà; strano, raro sangue, se il peccato più grave è quello di fare troppo bene. Chi osa allora tornare a essere per metà così buono? La generosità, che fa gli dei, distrugge l'uomo. Carissimo mio signore, benedetto solo per essere più maledetto, ricco soltanto per essere sventurato: le tue vaste fortune diventano le tue afflizioni più grandi. Ahimè, il mio signore gentile è fuggito infuriato da questa ingrata dimora di amici mostruosi né ha con sé tanto da vivere, o alcun mezzo. Vado a cercarlo. Sempre lo servirò come meglio potrò. Finché ho dell'oro rimango il suo intendente.

 

Esce.

 

 

 

atto quarto - scena terza

 

Entra Timone nella foresta.

TIMONE
O sole benedetto che nutri, estrai marcia umidità dalla terra. Sotto l'orbita di tua sorella infetta l'aria! I fratelli gemelli di un solo ventre, la cui procreazione, gestazione e nascita è arduo separare, toccali con fortune diverse, e il maggiore disprezzerà il minore. Non con la natura, assediata da tutti i mali, si può avere una grande fortuna, ma contro la natura. Eleva questo straccione, precipita in basso quel signore, ai senatori toccherà un disprezzo ereditario e lo straccione riceverà un onore innato. È il pascolo a ingrossare i fianchi di un fratello, ed è il bisogno a renderne uno magro. Chi osa, chi osa alzarsi in umana purezza e dire che quest'uomo è un adulatore? Se lo è uno, lo sono tutti perché ogni gradino della fortuna è lisciato da quello che sta sotto: la zucca del dotto si piega davanti al cretino d'oro; tutto è obliquità; non c'è nulla di retto nelle nostre nature maledette ma solo una diretta malvagità. Siano odiate, perciò, tutte le feste, le compagnie e le folle di uomini! Timone disprezza il suo simile: se stesso. La distruzione abbranchi l'umanità. Terra, dammi radici.


Scava.


A chi cerca qualcosa migliore di te, condisci il palato col tuo veleno più potente. Che c'è qui? Oro? Giallo, splendente, prezioso oro? No, dei, non infrango il mio voto. Datemi radici, chiari cieli! Tanto di questo renderà bianco il nero; bello il brutto; giusto l'ingiusto; nobile il vile; giovane il vecchio; coraggioso il codardo. Ah! Voi dei! Perché questo? Che cosa è questo, dei? Ebbene, questo strapperà sacerdoti e servi dal vostro fianco, ucciderà coi cuscini uomini vigorosi. Questo giallo verme unirà e sfalderà religioni, benedirà i maledetti, farà adorare la lebbra canuta, premierà i ladri con titoli, riverenze e lodi e con gli scanni dei senatori. Questo è ciò che fa rimaritare la vedova stantia: davanti a lei vomiterebbero l'ospedale e le piaghe ulcerose, ma costui la imbalsama e profuma e di nuovo la dona al giorno d'aprile. Vieni, pezzo di terra dannata, tu puttana dell'umanità che getti discordia tra la feccia delle nazioni, ti farò agire secondo la tua natura.

 

Marcia in lontananza.


Ah! Un tamburo? Sei vivo, ma io ti seppellisco. Camminerai ancora, ladro robusto, quando i tuoi gottosi custodi non staranno più in piedi. No, tu rimarrai fuori come prova. (Tenendosi un po' di oro)

Entra Alcibiade, con pifferi e tamburi, in assetto di guerra; con lui, Frine e Timandra.

ALCIBIADE
Ehi, tu, chi sei? Parla!

TIMONE
Una bestia come te. Il cancro divori il tuo cuore, per avermi mostrato di nuovo gli occhi dell'uomo!

ALCIBIADE
Qual è il tuo nome? È così odioso l'uomo a te che sei tu stesso uomo?

TIMONE
Sono misantropo, e odio l'umanità.
In quanto a te, vorrei che fossi un cane per poterti amare un poco.

ALCIBIADE
Ti conosco bene, ma non conosco affatto la tua sorte.

TIMONE
Anch'io ti conosco, e non desidero conoscerti più di quanto ti conosco. Segui il tuo tamburo; col sangue dell'uomo dipingi la terra, di rosso, di rosso. I canoni religiosi, le leggi civili sono crudeli: che mai dunque può essere la guerra? Questa tua puttana virulenta, con la sua aria da cherubino ha in sé più distruzione della tua spada.

FRINE
Ti marciscano le labbra!

TIMONE
Io non ti bacerò; il marcio, così, rimane sulle tue.

ALCIBIADE
Come mai questo mutamento nel nobile Timone?

TIMONE
Così muta la luna, quando manca di luce da dare. Ma io non ho potuto rinnovarmi come la luna: non c'erano soli a cui chiedere un prestito.

ALCIBIADE
Nobile Timone, quale gesto di amicizia posso offrirti?

TIMONE
Nessuno, se non sostenere la mia opinione.

ALCIBIADE
Quale, Timone?

TIMONE
Promettimi amicizia ma senza praticarla. Se non prometti, gli dei ti puniscano perché sei un uomo! Se la pratichi, ti distruggano perché sei un uomo!

ALCIBIADE
Mi è giunta notizia delle tue disgrazie.

TIMONE
Le hai viste quand'ero ricco.

ALCIBIADE
Le vedo ora; quello era un tempo felice.

TIMONE
Com'è il tuo adesso, legato a un paio di puttane.

TIMANDRA
È questo il prediletto di Atene che il mondo acclamava tanto?

TIMONE
Tu sei Timandra?

TIMANDRA
Sì.

TIMONE
Rimani puttana. Quelli che ti usano non ti amano. Regalagli malattie quando lasciano da te la loro foia. Sfrutta le tue ore di lussuria; prepara quei vermi sifilitici per i bagni caldi e le stufe; riduci la gioventù dalle guance di rosa all'astinenza e alla dieta.

TIMANDRA
Impiccati, mostro!

ALCIBIADE
Perdonalo, dolce Timandra, la sua ragione s'è annegata e perduta nelle sue disgrazie. Mi è rimasto poco oro, nobile Timone, e questa mancanza produce ogni giorno rivolta nella mia banda affamata. Con dolore ho sentito che Atene maledetta, noncurante del tuo merito, dimentica delle tue grandi imprese, quando i paesi vicini, non fosse stato per la tua spada e il tuo denaro, l'avrebbero calpestata.

TIMONE
Ti prego, suona il tamburo e vattene.

ALCIBIADE
Ti sono amico, caro Timone, e ho pietà di te.

TIMONE
Come puoi avere pietà di uno che infastidisci? Preferisco star solo.

ALCIBIADE
Addio, allora. Eccoti un po' d'oro.

TIMONE
Tientelo, non si mangia.

ALCIBIADE
Quando avrò ridotto la superba Atene a un mucchio di...


TIMONE
Fai la guerra ad Atene?

ALCIBIADE
Sì, Timone, e ne ho buon motivo.

TIMONE
Gli dei li distruggano tutti con la tua vittoria, e distruggano te, quando avrai vinto!

ALCIBIADE
Perché me, Timone?

TIMONE
Perché uccidendo canaglie sei nato per liquidare il mio paese. Riprenditi il tuo oro. Avanti. Ecco dell'oro. Avanti.
Sii come una peste planetaria, quando Giove su una città viziosa sparge il suo veleno nell'aria infetta. La tua spada non ne manchi uno. Non aver pietà della barba bianca dell'onorato vecchio: è un usuraio. Colpiscimi la matrona mascherata: il suo abito è la sola cosa onesta: dentro è una ruffiana. La guancia della vergine non ottunda la tua spada tagliente: quelle mammelle di latte che nude cercano alla finestra gli occhi degli uomini non sono scritte nel libro della pietà: considerale traditori orrendi. Non risparmiare il bambino i  cui sorrisi a fossette strappano la misericordia agli sciocchi: pensa che è un bastardo di cui l'oracolo ha detto ambiguamente che taglierà una gola; fallo a pezzi senza rimorso. Giura di resistere alle preghiere. Mettiti sulle orecchie e sugli occhi una corazza il cui ferro né grida di madri, fanciulle, bambini possano scalfire né la vista di sacerdoti coi sacri paramenti insanguinati. Ecco oro per pagare i tuoi soldati. Crea il caos! E, spenta la tua furia, sii distrutto anche tu! Non parlare. Vattene.

ALCIBIADE
Hai ancora oro? Prenderò l'oro che tu mi dai, non tutti i tuoi consigli.

TIMONE
Che tu lo faccia o no, il cielo ti maledica!

FRINE, TIMANDRA
Dacci dell'oro, buon Timone: ne hai ancora?

TIMONE
Abbastanza per far abiurare a una puttana il suo mestiere e fare di lei una ruffiana. Su, troie, alzate le gonne! Voi non siete da giuramento anche se so che giurate. Giurate e bestemmiate terribilmente tanto da provocare brividi tremendi e febbre celeste negli dei immortali che vi sentono. Risparmiatevi i giuramenti. Confido nella vostra vocazione. Siate ancora puttane; e se qualcuno cerca con pio fiato di convertirvi, da puttane valorose adescatelo, bruciatelo, fate che il vostro fuoco segreto soffochi il suo fumo. Non voltate gabbana. Ma ogni sei mesi i vostri mestrui siano stravolti. E impagliate i vostri miseri tetti spelati coi capelli dei morti - se sono di impiccati, tanto meglio, portateli, tradite con loro. Sempre puttane: pittatevi al punto che un cavallo possa impantanarsi nella vostra faccia: peste alle rughe!

FRINE, TIMANDRA
Bene, più oro. E poi? Credi a noi, per l'oro faremmo qualsiasi cosa.

TIMONE
Seminate sifilide nelle cave ossa degli uomini, colpite i loro stinchi affilati, impedite agli uomini lo sprone. Sfessate la voce dell'avvocato, cosicché non possa più difendere cause false, né strillare i suoi cavilli. Imbiancate il prete che predica contro la natura della carne e non crede a se stesso. Si abbassi, si appiattisca, si sgretoli del tutto l'osso del naso di colui che per il suo particolare non annusa il bene generale. Rendete calvi i ruffiani riccioluti, e ai reduci spacconi senza una ferita, procurategli voi qualche dolore. Impestate tutti e che la vostra attività distrugga e dissecchi la fonte di ogni erezione. Ecco altro oro. Rovinate gli altri, e che lui possa rovinare voi, e tutti voi affossino le fosse!

FRINE, TIMANDRA
Più consigli e più denaro, generoso Timone.

TIMONE
Più puttane e più danni, prima: questa è una caparra.

ALCIBIADE
Suonate i tamburi. Verso Atene! Addio, Timone: se vincerò tornerò a trovarti.

TIMONE
Se vincono le mie speranze, non ti vedrò più.

ALCIBIADE
Io non ti ho mai fatto del male.

TIMONE
Sì, hai parlato bene di me.

ALCIBIADE
E questo lo chiami male?

TIMONE
Gli uomini lo scoprono ogni giorno. Vattene, e portati via le tue cagne.

ALCIBIADE
Lo inaspriamo soltanto. Tamburi!


Colpi di tamburo.

Escono Alcibiade, Frine e Timandra.

TIMONE
Che la natura, nauseata per la malvagità dell'uomo, debba essere ancora affamata! Madre comune, tu, il cui ventre (Scava) smisurato e l'infinito petto, genera e nutre tutti; tu, la cui essenza soffia il tuo figlio superbo, l'uomo arrogante, e anche genera il nero rospo e l'azzurra vipera, la salamandra dorata e il cieco serpente velenoso, con tutti gli odiosi nati sotto il cielo cristallino su cui splende il fuoco vivificante di Iperione: dà a colui che odia tutti gli umani figli una povera radice dal tuo seno generoso. Inaridisci il tuo fertile ventre prolifico, che non metta più alla luce l'uomo ingrato. Fatti incinta di tigri, draghi, lupi e orsi, brulica di nuovissimi mostri quali la tua faccia mai non abbia offerto alla casa marmorea di lassù. Oh, una radice! Ti ringrazio! Inaridisci i tuoi succhi, le vigne e i campi arati da cui l'uomo ingrato attinge sorsi di liquore e bocconi grassi con cui inzeppare la mente pura dalla quale scivola via ogni pensiero.


Entra Apemanto.

Ancora l'uomo? Peste, peste!

APEMANTO
Mi hanno indirizzato qui. Dicono che tu imiti i miei modi e li adotti.

TIMONE
È perché tu non hai un cane. Imiterei lui. Ti colga la consunzione!

APEMANTO
Quest'umore in te è solo il frutto d'un'infezione, una povera infantile malinconia nata dal mutare della sorte. Perché questa vanga? Questo posto? Quest'abito da schiavo? Quest'aria disperata? I tuoi adulatori vestono ancora di seta, bevono vino, hanno letti soffici, abbracciano le loro profumate infezioni e hanno dimenticato che Timone è esistito. Non offendere questa selva recitando la parte del cinico. Sii tu un adulatore, ora, e cerca di guadagnare con quello che ti ha rovinato. Ungi il ginocchio e fa' che basti il fiato del signore che ossequi a farti volar via il berretto; loda la sua vena più viziosa e chiamala eccellente. A te dicevano così. E tu prestavi l'orecchio, come gli osti che danno il benvenuto alle canaglie e a chiunque si avvicini. È solo giusto che tu ti faccia manigoldo; se avessi di nuovo la ricchezza, se la prenderebbero loro. Non assumere il mio aspetto.

TIMONE
Se fossi come te mi getterei via.

APEMANTO
Ti sei gettato via, essendo come te stesso, per tanto tempo un pazzo, ora un buffone. Come? Credi che quest'aria fredda, come un vigoroso maggiordomo, metterà la tua camicia al caldo? Questi alberi umidi, che sono sopravvissuti all'aquila, ti staranno come paggi alle calcagna scattando al tuo minimo cenno? E il freddo ruscello, incrostato di ghiaccio, ti darà la mattina un sorso caldo contro la sbornia della sera? Chiama le creature che subiscono nude i colpi del cielo vendicativo, e i cui nudi tronchi senza tetto, esposti agli elementi in conflitto, affrontano la cruda natura: chiedi a loro di adularti! Oh, scoprirai...

TIMONE
Che sei un buffone. Vattene.

APEMANTO
Ora ti amo più di prima.

TIMONE
Io ti odio di più.

APEMANTO
Perché?

TIMONE
Tu aduli la miseria.

APEMANTO
Io non adulo ma dico che sei un disgraziato.

TIMONE
Perché mi cerchi?

APEMANTO
Per tormentarti.

TIMONE
Fai sempre la parte della canaglia, o del buffone. Ti piace?

APEMANTO
Sì.

TIMONE
Come? Sei pure un depravato?

APEMANTO
Se tu avessi indossato quest'abito freddo e amaro per castigare il tuo orgoglio, andrebbe bene. Ma tu lo fai per forza. Tu vorresti essere di nuovo cortigiano, se non fossi straccione. La povertà volontaria sopravvive al lusso incerto, è incoronata prima; questo si ingozza sempre, non è mai sazio; quella lo è completamente. Lo stato più fortunato, se non è contento, ha un'esistenza più irrequieta e sciagurata di quella del più sfortunato, se è contento. Essendo in miseria tu dovresti desiderare la morte.

TIMONE
Non per le parole di chi è in una miseria più grande. Tu sei uno schiavo che il tenero braccio della Fortuna non ha mai stretto con favore ma ha allevato da cane. Se tu come noi avessi fin da quand'eri in fasce salito i dolci gradi che questo breve mondo concede a coloro che possono comandare a chi fatica sotto, ti saresti tuffato in ogni genere di bagordi, sciogliendo la tua giovinezza in letti diversi di lussuria, e mai avresti imparato i gelidi precetti della morale ma seguito il piacere zuccherato davanti a te. Ma io - che avevo il mondo come mia pasticceria, le bocche, le lingue, gli occhi e i cuori di uomini al mio servizio, più di quanti potessi impiegarne. Innumerevoli mi stavano attaccati come foglie alla quercia, ma a un solo soffio dell'inverno caddero dai rami lasciandomi nudo, esposto a ogni tempesta, per me che ho conosciuto solo il meglio, sopportare questo è un peso. La tua natura cominciò in sofferenza, il tempo ti ha indurito. Tu perché dovresti odiare gli uomini? Loro non ti hanno mai adulato. Che cosa hai dato, tu? Se vuoi maledire, tuo bersaglio dev'essere tuo padre (quel povero cencio) che per dispetto ingravidò qualche stracciona e ti creò povero disgraziato ereditario. Via, vattene! Se non fossi nato l'infimo degli uomini saresti stato canaglia e adulatore.

APEMANTO
Sei ancora superbo?

TIMONE
Sì, di non essere te.

APEMANTO
Io di non essere stato prodigo.

TIMONE
Io di esserlo ancora. Se tutta la ricchezza che ho fosse rinchiusa in te ti darei il permesso di impiccarti. Vattene! (Mangiando una radice) Fosse qui dentro tutta la vita di Atene la mangerei così.


APEMANTO (Offrendogli cibo)
Prendi, voglio migliorare il tuo banchetto.

TIMONE
Migliora prima il mio stato: vattene.

APEMANTO
Migliorerò il mio, senza di te.

TIMONE
Così non migliora, è solo rattoppato. Ma è meglio di niente, va' via.

APEMANTO
Cosa vuoi che porti di te ad Atene?

TIMONE
Portaci te stesso in un turbine. Se vuoi, digli che ho dell'oro. Guarda, ce l'ho.

APEMANTO
Qui l'oro non serve.

TIMONE
Serve nel modo migliore e più vero: perché qui dorme e non fa il male a pagamento.

APEMANTO
Dove giaci la notte, Timone?

TIMONE
Sotto quello che sta sopra di me. Tu dove mangi il giorno, Apemanto?

APEMANTO
Dove il mio stomaco trova cibo, o, piuttosto, dove io lo mangio.

TIMONE
Magari il veleno fosse obbediente e conoscesse le mie intenzioni.

APEMANTO
Dove lo manderesti?

TIMONE
A condire i tuoi piatti.

APEMANTO
Tu non hai mai conosciuto la via di mezzo dell'umanità, ma solo gli estremi. Quando vivevi tra gli ori e i profumi, ti prendevano in giro perché eri troppo raffinato; in questi stracci non lo sei affatto ma ti disprezzano per il contrario. Ecco una nespola: mangiala!

TIMONE
Non mangio quello che odio.

APEMANTO
Odi una nespola?

TIMONE
Sì, ti somiglia. Ha l'aria dell'intrigante.

APEMANTO
Se a suo tempo avessi odiato gli intriganti, avresti amato di più te stesso, ora. Hai mai conosciuto un uomo prodigo che fosse amato dopo aver finito i soldi?

TIMONE
Hai mai conosciuto qualcuno che fosse amato senza quei soldi di cui parli?

APEMANTO
Me stesso.

TIMONE
Ti capisco; avevi i soldi per mantenere un cane.

APEMANTO
Quali cose al mondo somigliano di più ai tuoi adulatori?

TIMONE
Le donne. Ma gli uomini - gli uomini sono l'adulazione stessa. Che faresti del mondo, Apemanto, se ne avessi il potere?

APEMANTO
Lo darei alle bestie, per liberarmi degli uomini.

TIMONE
Vorresti essere travolto anche tu dalla rovina degli uomini, e rimanere bestia tra le bestie?

APEMANTO
Sì, Timone.

TIMONE
Ambizione bestiale: gli dei ti concedano di realizzarla. Se tu fossi leone, la volpe ti ingannerebbe; se fossi agnello, la volpe ti mangerebbe; se fossi volpe, il leone sospetterebbe di te, ove per caso fossi accusato dall'asino; se fossi asino, la tua stupidità ti tormenterebbe, e vivresti soltanto per far da colazione al lupo; se fossi lupo, la tua avidità ti farebbe soffrire e spesso rischieresti la vita per procurarti un pasto; se fossi unicorno, l'orgoglio e l'ira ti rovinerebbero e ti renderebbero preda della tua stessa furia; se fossi orso, saresti sbranato dal cavallo; se fossi cavallo, saresti azzannato dal leopardo; se fossi leopardo, saresti germano al leone e le sue macchie ti condannerebbero a morte. Tutta la tua salvezza sarebbe nella fuga e tutta la tua difesa nell'assenza. Che bestia saresti, se non schiava di una bestia? E che bestia sei già, se non vedi la tua fine in questa metamorfosi!

APEMANTO
Se mai tu potessi piacermi parlandomi, qui ci avresti azzeccato. Lo stato di Atene è diventato una giungla di bestie.

TIMONE
Come ha fatto l'asino a rompere le mura, visto che tu sei uscito dalla città?

APEMANTO
Laggiù stanno arrivando un poeta e un pittore. La peste della compagnia ti venga addosso! Io ho paura di prendermela e me ne vado. Quando non saprò che altro fare, ti vedrò di nuovo.

TIMONE
Quando non ci sarà niente di vivo tranne te, sarai il benvenuto. Preferirei essere il cane di un mendicante piuttosto che Apemanto.

APEMANTO
Tu sei il gran capo di tutti i buffoni viventi.

TIMONE
E tu sei troppo sporco per sputarti addosso.

APEMANTO
Peste a te! Sei già troppo dannato per maledirti.

TIMONE
Accanto a te, tutte le carogne profumano.

APEMANTO
Non c'è lebbra se non le tue parole.

TIMONE
Quando nomino te. Ti prenderei a schiaffi, ma mi infetterei le mani.

APEMANTO
Te le facesse marcire la mia lingua!

TIMONE
Via, figlio di un cane rognoso! Muoio di rabbia, sapendoti vivo. Svengo nel vederti.

APEMANTO
Scoppiare, dovresti!

TIMONE (Gettandogli una pietra)
Via, delinquente barboso, mi dispiace sprecare una pietra con te.

APEMANTO
Bestia!

TIMONE
Schiavo!

APEMANTO
Rospo!

TIMONE
Carogna, carogna, carogna! Sono stanco di questo mondo falso e niente voglio amare di esso, nemmeno il necessario. Perciò, Timone, prepara subito la tua fossa; giaci dove la spuma leggera del mare possa battere ogni giorno sulla tua pietra tombale. Scrivi il tuo epitaffio, sì che la morte, possa ridere, in me, alle vite degli altri. (Guardando l'oro) O tu, dolce regicida, e amato strumento di divorzio tra il figlio e il padre, tu luminoso corruttore del letto purissimo di Imene, tu Marte valoroso, tu corteggiatore eternamente giovane, fresco, amato e delicato, il cui rossore scioglie la neve consacrata che giace nel grembo di Diana! Tu, dio visibile che fissi insieme le cose inconciliabili e le fai baciare; che parli con ogni lingua ad ogni fine! Tu, pietra di paragone dei cuori, pensa che l'Uomo tuo schiavo si ribella e con il tuo potere gettalo nel caos della discordia sì che le bestie abbiano l'impero del mondo!

APEMANTO
Fosse così! Ma non prima che io sia morto. Dirò che hai l'oro. Tra poco ci sarà una folla intorno a te.

TIMONE
Una folla?

APEMANTO
Sì!

TIMONE
Volta la schiena, ti prego.

APEMANTO
Vivi, e ama la tua miseria.

TIMONE
Vivi a lungo così, e così muori! Me ne sono liberato.

APEMANTO
Altre cose simili a uomini! Mangia, Timone, e aborriscili!

 

Esce.
Entrano i Banditi.

PRIMO BANDITO
Dove ce l'avrebbe, quest'oro? Sarà qualche briciola, qualche rimasuglio. Proprio la mancanza dell'oro e l'abbandono dei suoi amici lo hanno gettato in questa malinconia.

SECONDO BANDITO
Si dice che abbia un vero tesoro.

TERZO BANDITO
Proviamoci. Se non gliene importa, ce lo darà subito. Se se lo tiene stretto, come lo prendiamo?

SECONDO BANDITO
È vero, non ce l'avrà addosso, lo terrà nascosto.

PRIMO BANDITO
Non è lui, quello?

TUTTI
Dove?

SECONDO BANDITO
Sembra lui.

TERZO BANDITO
È lui. Lo riconosco.

TUTTI
Salve a te, Timone.

TIMONE
E allora? Ladri?

TUTTI
Soldati, non ladri.

TIMONE
Tutt'e due, e figli di donna.

TUTTI
Non siamo ladri, ma uomini in grande bisogno.

TIMONE
Il vostro bisogno più grande è di volere troppo cibo. Perché tanto bisogno? Guardate, la terra ha radici; nel raggio di questo miglio sgorgano cento sorgenti; le querce portano ghiande, i rovi bacche scarlatte: massaia generosa, la natura apparecchia su ogni cespuglio tutto il suo pranzo. Bisogno? Perché?

PRIMO BANDITO
Noi non possiamo vivere d'erba, di bacche, d'acqua, come le bestie e gli uccelli e i pesci.

TIMONE
E nemmeno delle stesse bestie, degli uccelli e dei pesci: voi dovete mangiare uomini. Eppure debbo ringraziarvi perché siete ladri dichiarati, perché non lavorate sotto insegne più oneste: nelle professioni aristocratiche il furto non ha limiti. Poveri ladri, ecco dell'oro: andate, succhiate il subdolo sangue dell'uva finché la febbre alta non vi faccia bollire e schiumare il sangue facendovi sfuggire alla forca. Non fidatevi del medico: i suoi antidoti sono veleno e ammazza più uomini lui di quanti ne derubate voi. Prendete la borsa e insieme la vita. Commettete delitti, sì, poiché dichiarate che è il vostro lavoro. Ecco dei precedenti di ladrocinio: il sole è un ladro e con la sua potente attrazione deruba il vasto mare; ladra matricolata è la luna, e il suo pallido fuoco lo ruba al sole; ladro il mare la cui onda liquida scioglie in lacrime salate la luna; ladra la terra, che nutre e genera rubando concime agli escrementi universali: ladri tutto e tutti. Le leggi, vostro freno e frusta, nel loro duro potere hanno licenza di furto. Non amate voi stessi; su, derubatevi l'un l'altro. Ecco ancora dell'oro. Tagliate gole. Sono ladri tutti quelli che incontrate. Andate ad Atene; scassinate le botteghe: tutto ciò che rubate lo rubate a dei ladri. Se ruberete meno perché vi ho dato questo, l'oro vi rovini. (Ritirandosi) Amen!

TERZO BANDITO
Mi ha quasi persuaso a ritirarmi dalla professione, cercando di persuadermi a praticarla.

PRIMO BANDITO
È per odio all'umanità che ci dà questi consigli; non per aiutare noi a guadagnare col nostro lavoro.

SECONDO BANDITO
Sono i consigli di un nemico: io lascio il mestiere.

PRIMO BANDITO
Prima aspettiamo di vedere la pace ad Atene. C'è sempre tempo per cambiare vita.


Escono i Banditi.
Entra Flavio.

FLAVIO
O voi dei! Quell'uomo laggiù, degradato, distrutto, è il mio signore? Così debole e decaduto? O prodigioso monumento di buone azioni indirizzate male! Che mutamento nell'onore ha prodotto il suo bisogno disperato! Sulla terra, cosa c'è di più turpe di amici che spingono gli animi dei più nobili alla fine più vile? Si adatta splendidamente ai nostri tempi chiedere all'uomo di amare i suoi nemici! A me sia concesso di amare e corteggiare chi dichiara che mi farà del male e non chi me lo fa! Il suo occhio mi ha visto: a lui offrirò il mio onesto dolore. Lui, il mio signore, seguiterò a servire con la mia vita. Padrone amatissimo!

Timone viene avanti.

TIMONE
Via! Chi sei?

FLAVIO
Mi avete dimenticato, signore?

TIMONE
Perché lo chiedi? Ho dimenticato tutti gli uomini: quindi, se dici d'essere un uomo, ho dimenticato te.

FLAVIO
Un povero onesto vostro servo.

TIMONE
Allora non ti conosco. Non ho mai avuto uomini onesti intorno a me, io; tutti quelli che ho avuto erano canaglie che servivano il pranzo a farabutti.

FLAVIO
Gli dei sono testimoni che mai un povero intendente provò dolore più sincero, per il suo padrone rovinato, di quello che i miei occhi provano per voi.

TIMONE
Cosa? Piangi? Vieni più vicino. Ti amo, allora, perché sei una donna e ripudi la razza pietrosa del maschio i cui occhi piangono solo per la lussuria o le risate. La pietà dorme. Strani tempi, che piangono ridendo e non piangendo.

FLAVIO
Vi scongiuro di riconoscermi, buon signore, di accogliere il mio dolore, e finché dura questo po' di denaro, di tenermi ancora come vostro intendente.

TIMONE
Avevo un intendente così fedele, così onesto, e ora così pietoso? Ciò rende la mia natura aspra quasi mite. Fatti guardare in faccia. Quest'uomo è certo nato da donna. Perdonate la mia furia totale, senza eccezioni, voi dei perpetuamente calmi! Proclamo che c'è un uomo onesto. Non fraintendetemi: soltanto uno. Nessun altro, prego, e questo è un intendente. Avrei odiato volentieri tutta l'umanità ma tu riscatti te stesso. Ma tutti, tranne te, io copro di maledizioni! Credo però che tu sia più onesto che furbo, perché maltrattando e tradendo me ti saresti procurato più presto un altro servizio. Molti arrivano al secondo padrone sul collo del primo. Ma dimmi la verità - io debbo sempre dubitare, anche di fronte alle certezze - la tua bontà non sarà subdola, avida, da usuraio, come il ricco che fa doni, aspettandosi in cambio venti volte di più?

FLAVIO
No, degnissimo signore, nel cui petto troppo tardi, ahimè, vivono il dubbio ed il sospetto! Avreste dovuto temere la falsità dei tempi quando facevate festa; ma il sospetto arriva quando il patrimonio è finito. Ciò che io mostro, il Cielo lo sa, è soltanto amore, dovere e zelo per l'animo vostro senza pari, attenzione ai vostri pasti, al vostro vivere; e credete, mio signore onoratissimo, ogni beneficio che io avessi o nella speranza o nel presente, lo scambierei con questo solo desiderio: che voi mi ricompensaste diventando ricco voi stesso.

TIMONE
Guarda, è così! Tu che sei il solo uomo onesto, ecco, prendi: attraverso la mia miseria gli dei ti hanno mandato un tesoro. Va', vivi ricco e felice, ma a questa condizione: starai lontano dagli uomini; odiali tutti,  maledicili tutti, non mostrare carità a nessuno ma lascia che la carne affamata gli cada dall'osso prima di dar sollievo al mendicante; regala ai cani ciò che neghi agli uomini; li inghiottano le prigioni, i debiti li riducano a niente; siano gli uomini come foreste incenerite e possano le malattie leccargli il sangue bugiardo!
Addio, perciò, e buona fortuna.

FLAVIO
O mio padrone, fatemi restare a confortarvi.

TIMONE
Se odi le maledizioni, non restare, fuggi finché sei libero e benedetto. Non vedere mai uomo e non lasciare che io mai veda te.


Esce Flavio.

Timone si ritira nella sua caverna.

 

 

Indice Teatro

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Timone d'Atene

(“Timon of Athens” - 1605 - 1608)

 

 

atto quinto - scena prima

 

Entrano il Poeta e il Pittore.

PITTORE
Ho preso nota del posto - non può essere lontano.

POETA
Cosa pensare? È vera la voce che è così pieno d'oro?

PITTORE
È certa. Lo riferisce Alcibiade; Frine e Timandra hanno avuto oro da lui. E ha anche caricato d'oro dei poveri soldati sbandati. Si dice che abbia dato un'enorme somma al suo intendente.

POETA
Allora la sua bancarotta è stata solo un trucco per mettere alla prova gli amici.

PITTORE
Nient'altro. Ad Atene lo si vedrà di nuovo fiorire come una palma tra i potenti. Perciò non è sbagliato offrirgli il nostro affetto, in questa sua supposta sventura: faremo una buona impressione ed è probabile che i nostri propositi trovino quello che cercano, se le voci sulla sua ricchezza sono vere.

POETA
Voi che cosa avete da offrirgli?

PITTORE
Niente, questa volta, solo la mia visita. Ma gli prometterò un quadro bellissimo.

POETA
Anch'io dovrò fare lo stesso - gli dirò di un'idea poetica che lo riguarda.

PITTORE
Perfetto. Promettere è l'aria stessa del nostro tempo - apre gli occhi all'aspettativa. Mettere in atto le promesse è noioso, solo tra la gentarella si fa quel che si dice - altrove è fuori moda. Promettere è più elegante e raffinato; mantenere è una sorta di ultima volontà, un testamento che nella mente di chi lo fa denota una grave malattia.

Timone avanza dalla caverna.

 

TIMONE (a parte)
Artista supremo! Non sapresti dipingere un uomo brutto come te!

POETA
Sto pensando a cosa gli dirò di aver immaginato per lui. Dev'essere una sua personificazione; una satira contro la fragilità della prosperità; con una rivelazione delle infinite adulazioni che seguono alla gioventù e all'opulenza.

TIMONE (a parte)
Devi proprio fare tu da modello di canaglia nella tua stessa opera? Vuoi fustigare le tue stesse colpe in altri uomini? Fa' così: ho oro per te.

POETA
Su, cerchiamolo. Contro il nostro stesso benessere pecchiamo se guadagnar potendo, troppo tardi arriviamo.

PITTORE
È vero. Quando il giorno è propizio, cerca quello che vuoi prima della notte dagli angoli neri, alla libera luce donata.

Andiamo.

 

TIMONE (a parte)
Vi aspetto al varco. Ma che razza di dio è l'oro, se viene adorato in un tempio più vile del truogolo dei porci? Sei tu che armi la nave e solchi la schiuma, che spingi lo schiavo all'ammirata riverenza. Sii adorato: e i tuoi santi che obbediscono soltanto a te siano per sempre incoronati di piaghe! Gli vado incontro. (Avanzando)

POETA
Salve, degno Timone!

PITTORE
Nostro nobile signore d'una volta!

TIMONE
Ho davvero vissuto per vedere due uomini onesti?

POETA
Signore, avendo spesso gustato la vostra bontà generosa, sapendovi in ritiro, abbandonato dagli amici la cui natura ingrata (o spiriti odiosi!) le fruste tutte del Cielo non sono abbastanza lunghe, ma come? A voi la cui nobiltà di stella dava col suo influsso vita al loro intero essere! Sono sconvolto e non ho parole sufficienti a coprire il corpo mostruoso di questa ingratitudine.

TIMONE
Lasciatela andare nuda, gli uomini la vedranno meglio. Voi che siete onesti, essendo ciò che siete, farete conoscere gli uomini per quello che sono.

PITTORE
Lui e io abbiamo camminato sotto la grande pioggia dei vostri doni e ne abbiamo sentito la dolcezza.

TIMONE
Sì, voi siete uomini onesti.

PITTORE
Siamo venuti qui per offrirvi i nostri servigi.

TIMONE
Uomini più che onesti! Ma io, come potrò compensarvi? Potete mangiare radici e bere acqua fredda? No?

ENTRAMBI
Ciò che possiamo fare faremo, al vostro servizio.

TIMONE
Siete uomini onesti. Avete saputo che ho dell'oro; ne sono sicuro; dite la verità, siete uomini onesti.

PITTORE
Così si dice, mio nobile signore; ma non per questo è venuto il mio amico, né io.

TIMONE
Uomini buoni e onesti! Tu disegni un falso meglio di chiunque, ad Atene. Sei davvero il migliore; il tuo falso è vero come la vita.

PITTORE
Così così, mio signore.

TIMONE
È proprio come dico. In quanto alle tue finzioni, ebbene, il tuo verso si gonfia di materia così fine e liscia che tu sei naturale, nel tuo artificio. Ma, per tutto questo, amici miei dalla natura onesta, debbo dirvi che avete un piccolo difetto. Diamine! Non è mostruoso, in voi, né vorrei che vi affannaste troppo a rimediarvi.

ENTRAMBI
Scongiuriamo Vostro Onore di farcelo conoscere.

TIMONE
La prenderete male.

ENTRAMBI
Con somma gratitudine, signore.

TIMONE
Davvero?

ENTRAMBI
Non dubitatene, degno signore.

TIMONE
Ciascuno di voi due si fida di un manigoldo che vi inganna orribilmente.

ENTRAMBI
Davvero, signore?

TIMONE
Sì, e voi lo sentite mentire, lo vedete fingere, conoscete le sue malefatte grossolane, lo amate, lo nutrite, lo tenete nel petto. Eppure siate sicuri che è un manigoldo consumato.

PITTORE
Non conosco nessuno così, mio signore.

POETA
Nemmeno io.

TIMONE
Guardate, io vi voglio bene, vi darò dell'oro, ma voi liberatevi, per me, di questi manigoldi. Impiccateli o accoltellateli, annegateli in una fogna, distruggeteli in qualsiasi modo, e venite da me. Vi darò abbastanza oro.

ENTRAMBI
Diteci il loro nome, signore. Vogliamo riconoscerli.

TIMONE
Tu da quella parte e tu da questa ma sempre in due; ciascuno sta da solo, per conto suo, eppure un arcidiavolo gli tiene compagnia. (A uno dei due) Se, dove sei, non vuoi due manigoldi, non andargli vicino. (All'altro) Se vuoi stare dove c'è un solo manigoldo lascialo perdere. Via di qui! Ecco dell'oro. Siete venuti per l'oro, schiavi! (Al Poeta) Tu hai un poema per me: ecco il pagamento. Via! (Al Pittore) Tu sei un alchimista, trasforma questa in oro! Via, cagnacci!


Li caccia via e si ritira nella caverna.
Entrano Flavio e due Senatori.

FLAVIO
È vano che cerchiate di parlare con Timone. Si è talmente rinchiuso in sé che niente che abbia aspetto d'uomo gli è amico se non se stesso.

PRIMO SENATORE
Portaci alla sua caverna. Abbiamo promesso agli Ateniesi di parlare con Timone.

SECONDO SENATORE
Gli uomini non sono sempre gli stessi. Sono stati il tempo e i dolori a ridurlo in questo stato: se il tempo con mano più gentile gli offrirà le fortune dei giorni d'una volta può renderlo l'uomo che era. Portaci da lui e vada come vada.

FLAVIO
Ecco la sua caverna. Qui regnino pace e serenità! Nobile Timone! Timone! Esci per parlare ad amici. Con due dei loro più venerati senatori gli Ateniesi ti salutano. Parla con loro, nobile Timone!

Rientra Timone dalla caverna.

TIMONE
Tu sole, che conforti, brucia! Parlate, e che vi impicchino! Per ogni parola sincera, una vescica; e ogni parola falsa vi cauterizzi la radice della lingua, che col vostro parlare si consumi.

PRIMO SENATORE
Degno Timone.

TIMONE
Degno solo dei tuoi pari. E tu di Timone.

PRIMO SENATORE
I senatori di Atene ti salutano, Timone.

TIMONE
Li ringrazio. E li ricambierei con la peste, se solo potessi acchiapparla per loro.

PRIMO SENATORE
Oh, dimentica ciò che ci dispiace di averti fatto. I senatori ti chiedono, unanimi nell'affetto, di tornare ad Atene. Hanno pensato a cariche speciali che aspettano vuote che tu le assuma e le ricopra nel modo più degno.

SECONDO SENATORE
Confessano che l'ingratitudine verso di te fu troppo grande e grossolana, e lo Stato, che raramente torna indietro, sentendo in sé la mancanza dell'aiuto di Timone, sente insieme la colpa commessa nel negar lui aiuto a Timone, e addolorato manda noi ad esprimere il suo rammarico unito a una ricompensa più fruttuosa dell'offesa, soppesata fino all'ultimo grammo, a te fatta. Sì, mucchi e somme tali di ricchezza e affetto che cancelleranno ogni suo torto e scriveranno in te le cifre del suo affetto perché tu possa leggerle tue per sempre.

TIMONE
Mi stregate. Mi stupite. Mi spingete sull'orlo delle lacrime. Prestatemi il cuore di uno sciocco e gli occhi di una donna, e io piangerò per queste consolazioni, degni senatori.

PRIMO SENATORE
Ti piaccia dunque tornare con noi, e della nostra Atene, tua e nostra, prendere il comando. Troverai ringraziamenti uniti a un potere assoluto, e autorevole vivrà il tuo buon nome. Subito, così, respingeremo gli assalti feroci di Alcibiade che come un cinghiale selvaggio sradica la pace dalla sua patria.

SECONDO SENATORE
E agita la spada minacciosa contro le mura di Atene.

PRIMO SENATORE
Perciò, Timone...

TIMONE
Perciò, signore, lo farò. Ma così: se Alcibiade uccide i miei compatrioti, Alcibiade sappia questo di Timone: che a Timone non importa. Ma se saccheggia la bella Atene e afferra per la barba i nostri buoni vecchi, dando le nostre sacre vergini all'oltraggio dell'insolente, bestiale, pazza guerra, fategli allora sapere (e ditegli che Timone parla perché mosso a pietà dei nostri vecchi e della nostra gioventù) che io non posso fare a meno di dirgli che non mi importa e la intenda come vuole. Né mi importa dei loro coltelli finché voi avete gole da far tagliare. In quanto a me, non c'è rasoio nel campo dei ribelli che non sia per me più degno d'amore della gola più veneranda di Atene. Così vi lascio alla protezione dei fausti dei come ladri ai carcerieri.

FLAVIO
Inutile restare. Tutto è vano.

TIMONE
Stavo scrivendo il mio epitaffio.
Lo si vedrà domani. La mia lunga malattia di salute e di vita comincia a guarire, e il niente mi porta tutto. Andate, vivete ancora. Alcibiade sia la vostra peste, voi la sua, e duri abbastanza a lungo.

PRIMO SENATORE
Parliamo inutilmente.

TIMONE
Eppure io amo la mia patria e non sono uno che gode della rovina comune come mormora la comune voce.

PRIMO SENATORE
Ben detto.

TIMONE
Ossequiatemi i miei amati compatrioti.

PRIMO SENATORE
Queste parole si addicono alle tue labbra mentre ne escono.

SECONDO SENATORE
Ed entrano nelle nostre orecchie come eroi vittoriosi sotto archi di trionfo.

TIMONE
Ricordatemi a loro, e dite che per alleviare i loro dolori, la paura di colpi ostili, le sofferenze, le perdite, gli spasimi d'amore e gli altri mali che il fragile vascello della natura sopporta nel viaggio incerto della vita, io userò loro una gentilezza: insegnerò loro come evitare l'ira funesta di Alcibiade.

PRIMO SENATORE
Questo mi piace. Tornerà.

TIMONE
Cresce un albero qui nella mia terra che il mio tornaconto mi invita a tagliare. Tra breve dovrò farlo. Dite ai miei amici, dite ad Atene, secondo i vari gradi, dall'alto giù fino al basso, che chi voglia fermare l'afflizione, si affretti, venga qui, prima che il mio albero abbia sentito l'ascia, e si impicchi. Vi prego, portate il mio saluto.

 

FLAVIO
Non infastiditelo oltre: non cambierà.

TIMONE
Non tornate da me, ma dite ad Atene che Timone ha innalzato la sua casa eterna sul limite sabbioso del flutto salato e la marea ribollente, frastagliata di schiuma, una volta al giorno la ricoprirà. Venite lì e la mia pietra tombale sia il vostro oracolo. Labbra, fate uscire quattro parole e poi il linguaggio finisca: infezione e peste risanino ciò che è malato! La tomba sia l'unico lavoro dell'uomo, e la morte il suo unico guadagno. Sole, nascondi i tuoi raggi.

Timone ha finito il suo regno.

 

Esce.

PRIMO SENATORE
Il suo scontento è parte irremovibile della sua natura.

SECONDO SENATORE
La nostra speranza è morta. Torniamo, e proviamo quali altri mezzi ci restano nel nostro estremo pericolo.

PRIMO SENATORE
Bisogna affrettarsi.

 

Escono.

 

 

 

 

atto quinto - scena seconda

 

Entrano altri due Senatori con un Messaggero.

TERZO SENATORE
Annunci cose dolorose; le sue schiere sono fitte come dici?

MESSAGGERO
Ho detto il minimo. Inoltre, la sua velocità minaccia un arrivo immediato.

QUARTO SENATORE
Il pericolo è grave, se non ci portano Timone.

MESSAGGERO
Ho incontrato un militare, mio vecchio compagno. Sulle questioni pubbliche siamo avversari ma l'antico affetto è molto forte e ci ha fatto parlare da amici. Quest'uomo cavalcava, mandato da Alcibiade, verso la caverna di Timone, con lettere che gli chiedevano di unirsi a lui nella guerra contro la città, scoppiata anche per amor suo.

Entrano gli altri due Senatori.

TERZO SENATORE
Ecco i nostri fratelli.

PRIMO SENATORE
Non si parli di Timone, non ci si aspetti nulla. Si sente il tamburo del nemico, e un tramestio tremendo riempie di polvere l'aria. Dentro, e prepariamoci. Nostra è la caduta, temo. La trappola, quella dei nostri nemici.

 

Escono.

 

 

 

atto quinto - scena terza

 

Entra un Soldato nella foresta, cercando Timone.

SOLDATO
Secondo ogni descrizione il posto dovrebbe essere questo. C'è qualcuno? Parlate, oh! Nessuna risposta? Che cosa è questo? È morto Timone, che ha finito il suo tempo. Legga una bestia. L'uomo non c'è più. Morto, certo. E questa è la sua tomba. Cosa c'è sulla lapide non so leggerlo. Prenderò l'impronta delle lettere con la cera. Interprete esperto, anche se giovane d'anni, il nostro capitano conosce ogni scrittura. Ormai sarà accampato davanti alla superba Atene, la cui caduta è il traguardo della sua ambizione.

 

Esce.

 

 

 

atto quinto - scena quarta

 

Suono di trombe.


Entra Alcibiade con le sue truppe davanti ad Atene.

ALCIBIADE
Per questa città codarda e lasciva intonate il nostro arrivo tremendo.

 

Trombe a parlamento.

Sulle mura compaiono i Senatori. Finora avete riempito il tempo di sfrenato arbitrio, rendendo le vostre volontà il bersaglio della giustizia. Finora io e quanti dormivamo all'ombra del vostro potere, abbiamo vagato con le braccia incrociate ed espresso la nostra sofferenza invano. Ora il tempo è maturo e il midollo già inerte diventa vigoroso e grida "basta". Ora gli oppressi prima senza fiato siederanno ansanti sulle vostre poltrone e il fiato mancherà all'arroganza, senza voce per la paura e l'orrore della fuga.

PRIMO SENATORE
Nobile, e giovane: quando le tue prime proteste erano una semplice idea, prima che tu avessi la forza, e noi motivo di temere, ti inviammo messaggeri per lenire la tua ira, cancellare la nostra ingratitudine, con affetto assai più grande di entrambe.

SECONDO SENATORE
Corteggiammo del pari il trasformato Timone con umili messaggi e con promesse perché amasse di nuovo la nostra città. Non tutti fummo crudeli, non tutti meritiamo la pena comune della guerra.

PRIMO SENATORE
Queste nostre mura non furono erette dalle mani di coloro che ti hanno fatto torto; né i torti sono tali che queste grandi torri, monumenti e scuole, debbano cadere per colpe private commesse al loro interno.

SECONDO SENATORE
Né sono più tra i vivi coloro che furono la causa prima del tuo esilio. La vergogna per aver mancato di astuzia, ha spezzato i loro cuori. Marcia, nobile signore, nella nostra città a bandiere spiegate. Con la decimazione se le tue vendette hanno fame di quel cibo che ripugna alla natura, prenditi il decimo destinato e con l'azzardo del dado segnato fai morire chi ha il segno.

PRIMO SENATORE
Non tutti hanno offeso. Non è giusto vendicarsi di quelli che furono su coloro che sono: i delitti non sono ereditari come le terre. Caro compatriota, fa' dunque entrare le tue schiere ma lascia fuori la tua ira; risparmia la tua culla ateniese e quei congiunti che nel vortice del tuo furore cadrebbero con chi ha peccato. Come il pastore, accostati all'ovile ed elimina le bestie infette ma non ucciderle tutte.

SECONDO SENATORE
Ciò che tu vuoi l'otterrai più col sorriso che sguainando la spada.

PRIMO SENATORE
Appoggia appena il piede sulle nostre porte barricate, ed esse si apriranno, purché tu mandi avanti il tuo cuore gentile ad annunciare che entrerai da amico.

SECONDO SENATORE
Getta il guanto o qualsiasi altro pegno del tuo onore, per dire che la guerra la userai come riparazione e non come distruzione: tutte le tue truppe troveranno alloggio nella nostra città finché non avremo del tutto soddisfatto ogni tuo desiderio.

ALCIBIADE
Ecco il mio guanto. Scendete e aprite le vostre porte incolumi. A cadere saranno i nemici di Timone e miei che voi stessi destinerete alla condanna, nessun altro. E per placare i vostri timori e dirvi le mie più nobili intenzioni, ogni mio uomo che lasci il suo quartiere o turbi il corso regolare della giustizia nei confini della città sarà consegnato alle vostre leggi per essere giudicato col massimo rigore.

ENTRAMBI
Hai parlato nobilmente.

ALCIBIADE
Scendete, e mantenete la parola.

Entra un Soldato.

SOLDATO
Nobile generale, Timone è morto ed è sepolto sulla riva del mare. Sulla sua pietra tombale c'è questa iscrizione, che ho preso con la era, e la cui molle impronta è interprete migliore della mia povera ignoranza.

ALCIBIADE (leggendo l'Epitaffio)

Qui giace un misero corpo
dell'anima misera privo.
Non cercate il mio nome.
Maledetti manigoldi rimasti
vi consumi la peste!
Qui giaccio io, Timone,
che, vivo, tutti i vivi odiai.
Passa e maledici quanto vuoi
ma passa, non arrestarti mai.

Queste parole esprimono bene i tuoi ultimi sentimenti. Tu abborrivi in noi i nostri umani dolori, disprezzavi il flusso del cuore e le gocce che versa l'avara natura; eppure la tua ricca fantasia ti insegnò a far piangere per sempre il vasto Nettuno sulla tua tomba umile, per colpe perdonate. Morto è il nobile Timone, della cui memoria altro più avanti. Portatemi nella città e io userò l'ulivo insieme alla spada, alla guerra farò generare la pace, costringerò la pace a frenare la guerra, così che l'una sia il medico dell'altra. Rullino i nostri tamburi.

 

Escono.

 

 

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