Aggiornato al 03 febbraio 2014

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Percorso didattico

Articoli Gramsci

Riassunto

Atto I

Atto II

Atto III

Atto IV

Atto V

Introduzione

 

Da Taote.it


S'è appena conclusa una battaglia. Duncan, re di Scozia, saputo che il generale Macbeth signore di Glamis, suo cugino, ha combattuto valorosamente, lo nomina signore di Cawdor. Prima però che i messi del re gli portino la notizia, mentre cavalca insieme con Banquo, altro valoroso generale, s'imbatte in tre streghe che lo salutano come signore di Glamis, signore di Cawdor, e futuro re; ma nello stesso tempo salutano Banquo come genitore di re. Macbeth rimane molto sorpreso, ma quando poco dopo i messi del re gli confermano la sua nuova signoria, comincia a credere alla profezia delle tre streghe. Scrive alla moglie, Lady Macbeth, una lettera per informarla dettagliatamente di tutto, mentre la sua ambizione cresce a dismisura. Quando di lì a poco saprà che il re in persona si fermerà nel castello dei Macbeth per una notte, fa in modo di giungere alla sua dimora prima del sovrano, e con la moglie prepara un piano per uccidere il re. Duncan viene ucciso e Macbeth ne prende il posto.

 

 

Poco dopo verrà ucciso Banquo, mentre suo figlio Flenace riesce a scappare. Poi toccherà alla moglie e ai figli di Macduff.

Durante un banchetto lo spettro di Banquo tormenterà Macbeth, ma la moglie riesce in qualche modo a giustificare agli occhi degli invitati il comportamento del re. Intanto Macduff si rifugia in Inghilterra e insieme con Malcom figlio di Duncan organizza la ribellione.

Macbeth si reca dalle streghe per sapere qualcosa di più sul suo regno, e gli viene detto che nessun uomo nato di donna potrà ucciderlo, e che rimarrà al trono finché la foresta di Birnam non si muoverà verso la collina di Dunsinane.

Macbeth, convinto di essere invincibile, affronta i ribelli. Ma questi, coperti ciascuno da un ramo d'albero del bosco di Birnam si avvicinano verso Dunsinane. Inoltre Macduff, prima del duello finale, dice a Macbeth di essere nato da un parto prematura con taglio cesareo.

E' la fine: Macduff decapita Macbeth, e come da copione delle streghe, il trono spetta alla discendenza di Banquo.


Questa è, per sommi capi, la trama di una delle più cruente tragedie di Shakespeare.

Essa comincia con tuoni, lampi e l'inquietante presenza di tre orribili streghe che si danno appuntamento sulla landa ove dovranno incontrare Macbeth.

Prima di uscire di scena insieme "cantano": "E' brutto il bello, è bello il brutto…" : solo il male può pronunciare tali parole. Esse da sole bastano a far capire i contenuti della tragedia. Non è un luogo comune parlare di Lady Macbeth come della più sanguinaria fra i personaggi Shakespiriani, ma la freddezza e la cattiveria delle figlie di re Lear nulla hanno da invidiare a questa Lady.

 

Gonerilla e Regana stanno bene in sua compagnia, e le cose orrende che entrambe riescono a fare al povero Lear, loro padre, inorridiscono tanto quanto la furia assassina di quella. Tutte e tre sono ambiziose e avide di potere, fredde, consapevoli del male che fanno, votate ad esso completamente.
Per esse il brutto è bello ed il bello è brutto. Hanno invertito le polarità della morale e dell'etica, del buon senso e della ragione, dei sentimenti.

Come il cieco occhio del tornado, il loro odio finalizzato può creare solo caos, disordine, morte e distruzione.

Il loro colore è il rosso dell' ira, del sangue, della furia cieca.

Esse "sono" le tre streghe di questa tragedia, o per meglio dire, queste streghe sono i veri volti delle tre Lady.

Molti commentatori, citando la scena terza del quinto atto, in cui, appreso che la regina suo sposa è morta, Macbeth pronuncia il famoso monologo in cui definisce la vita "un'ombra che cammina; un povero commediante che si pavoneggia e si agita, sulla scena del mondo, per la sua ora, e poi non se ne parla più.

 

Una favola raccontata da un idiota, piena di rumore e di furore, che non significa nulla"(Shakespeare - Opere - Sansoni, pag. 972), molti commentatori, dicevamo, ci spiegano che Shakespeare aveva della vita una tale opinione.

 

Noi non condividiamo. A pronunciare quelle parole è Macbeth, un essere che poco prima di questo monologo dice: "Io mi sono satollato di orrori", uno la cui ambizione ha rubato ogni energia dell'anima, uno il cui furore ha soffocato ogni voce coscienziale, uno la cui moglie gli ha partorito serpenti velenosi, un toccato dal male, uno che si è imbattuto nella propria ombra e ascoltandone la voce ha ceduto alle lusinghe.

 

E' Macbeth a pronunciare queste parole, Shakespeare è solo il fotografo di un'anima persa, il pittore di un triste paesaggio, il fedele registratore di un demonio scatenato.

Shakespeare, profondissimo conoscitore dell'animo umano, ci conduce lungo il sentiero dell'ambizione sfrenata, per farci osservare la sua genesi, la sua crescita, la sua fine.

 

Il grande drammaturgo è solo poesia, quella leggera e profumata brezza che soffia lieve su ogni sillaba, quella bellezza che sta sopra le più terribili tragedie, quell'inspiegabile bellezza che avvolge l'orrido, il sanguinario, lo spietato, ma che spessissimo (non lo dimentichiamo) avvolge la pietà e il perdono (vedi Prospero nella Tempesta), il comico (vedi lla rappresentazione di Piramo e Tisbe nel finale del Sogno di una notte di mezza estate, o la combriccola guidata da Maria, Feste e sir Toby nella Dodicesima notte), amore (vedi Romeo e Giulietta), teatro assoluto (vedi Amleto), etica e morale (vedi Misura per misura), ecc.

 

In Macbeth non scorre solo sangue, ma anche poesia e profonde riflessioni, psicologia, teatralità, genialità. Shakespeare ha solo cantato, non ha definito un bel niente: troppo geniale per farlo.

 

A lui giustifichiamo i fiumi di sangue, ogni volgare doppio senso, ogni orrore, perché la sua poesia, alla fine riesce ad uccidere le trame ed i significati.

Il suo magnifico canto spesso, indossando il manto della pietà, ci tiene per mano per ammonirci, per dirigerci, per allontanarci o avvicinarci, a seconda che tratttasi di male o bene. Le parole dei suoi personaggi sono le parole che ognuno di noi pronuncia, ora quando è innamorato, ora quando è ambizioso, oppure quando è filosofo, giusto, cattivo, buono, matto, savio, ecc.

Con la sua inimitabile poesia ci rivolta come calzini, mette a nudo le nostre anime, pone ciascuno di noi di fronte a se stesso, fa conoscere l'uomo all'uomo. Solo Macbeth può definire la vita così. Amleto ha altre idee su di essa, Feste altre ancora, Petrucchio, Falstaff e i mille personaggi della sua vasta opera hanno ciascuno un' ottica diversa.

 

Sta a noi studiare i vari personaggi, le varie trame, per cavare da esse insegnamenti nascosti nella poesia che tutto pervade e sostiene. Ed è quello che, con questi brevi commenti, stiamo cercando di fare per noi stessi. Interiorizzare le vicende e i personaggi per cercare percorsi conoscitivi.

Ma torniamo a Macbeth. Egli è un valoroso generale. Agli occhi del re Duncan è un sole, una supernova, una stella di rara grandezza: è coraggioso, valoroso, sprezzante del pericolo, leale.

 

Improvvisamente però s'accende il lui una smisurata ambizione, ed ecco che la stella esplode: Macbeth diventa un buco nero.

Da quel momento in poi la sua "forza gravitazionale" attirerà ogni "astro" o "pianeta" che si avvicina troppo e lo annienterà.

Diviene un vortice distruttivo?

E qui entra in campo quell'impetuoso vento che muove la sua incerta volontà: Lady Macbeth.

Ma seguiamo passo passo la vicenda. Allorché le streghe gli svelano il futuro di re, Macbeth trasalisce (Mio buon signore, perché trasalite…? - gli dice Banquo-pag. 948): l'avvelenamento è subitaneo, e l'intera tragedia è racchiusa in quel trasalimento, perché la sua mente, in un lampo, gli ha parato innanzi tutto l'orrore di cui dovrà satollarsi per raggiungere il suo scopo.

Il destino suo e di chi lo circonda è segnato.

Ma anche Banquo (che però reagirà) è stato morso dalla "vipera": le streghe sono appena scomparse e si rivolge a Macbeth così: "Quegli esseri dei quali parliamo, sono stati qui veramente, o noi abbiamo mangiato di quella radice insana che fa prigioniera la ragione?" (idem).

 

Quando la mente si surriscalda per un forte sentimento, per una passione o per un vizio, è quasi capace di dare forma ai pensieri, corpo alle idee.

Macbeth deve essere re, ecco perché l'apparizione del pugnale grondande sangue.

Il pugnale è nato nel momento del trasalimento, ed esso sarà il mezzo con il quale sia i Macbeth, sia i loro sicari verseranno sangue innocente.

 

Tutto è dunque già scritto, e che la mente del futuro assassino del re di Scozia sia già orientata, è testimoniato da quanto egli dice a se stesso dopo aver saputo della nuova signoria: "Glamis e signore di Cawdor: il meglio è da venire" (id.).

 

Cioè, il trono che mi spetta deve ancora venire. Ma che egli sia ormai preda dell'ambizione e delle streghe ce lo confermano le terribili parole che poco dopo pronuncia sempre a se stesso: "Questo incitamento soprannaturale non può essere cattivo, e non può essere buono: se cattivo, perché mi ha dato garanzia di successo cominciando con una verità?

 

Io sono signore di Cawdor: se buono, perché io cedo ad una tentazione la cui orrenda immagine mi fa rizzare i capelli, e spinge il cuore, ch'è pur saldamente fissato, a battermi alle costole contro il natural costume?

Le paure effettive sono minori delle orribili fantasticherie.

Il mio pensiero, il cui assassinio ancora non è che immaginario, scuote a tal punto la mia compagine d'uomo, che l'attività della mente resta ingorgata in quella supposizione, e per me non esiste altro che ciò che non esiste" (pag. 949).

"Per me non esiste altro che ciò che non esiste".

 

Con questa frase Shakespeare ci sta facendo capire fino a che punto la mente può essere trascinata da un pensiero alimentato dal fuoco dell'ambizione.

La mente comanda sul corpo e sui sentimenti, sia nel bene che nel male.

E' meglio guardarsi dai cattivi pensieri, e non alimentarli, se no acquisiscono autonomia e forza e scuotono ogni fibra del corpo e dell'anima.

Un pensiero ossessivo è capace di oscurare completamente la ragione e di farci credere che "esiste solo ciò che non esiste": la realtà è rimossa e l'ossessione governa.

Attenzione, dunque, a quel che succede a Macbeth in questa prima parte della tragedia, perché ci viene offerta la possibilità di osservare una mente ossessionata all'opera.

Egli non mostra di possedere più un briciolo di volontà buona, allorché si abbandona completamente al vaticinio ed alla volontà della moglie che sa essere forte e inflessibile: "Accada quello che può accadere, il tempo e l'ora fuggono attraverso il più triste dei giorni", dice sempre a se stesso.

 

Non 'accada' quello che deve accadere, ma quello che può accadere.

La differenza è notevole, perché quello che deve, comporta un affidarsi al destino, mentre quello che può, presuppone un affidamento all' ambizione scatenata: lui e sua moglie faranno quanto può esser fatto, pur d'arrivare allo scopo.

Non si pongono limiti di umana pietà.

D'ora in poi, quanto si troverà sul suo cammino verrà spazzato via. Il primo a porsi sulla sua strada è Malcom, il primogenito del re appena nominato principe di Cumberland.

Ed ecco quel che dice ancora una volta a se stesso Macbeth: "Questo…si trova sul mio cammino.

Stelle nascondete i vostri fuochi! La luce non veda i miei tenebrosi e profondi desideri…" (pag. 950).
Che sia la tragedia dell'ambizione è ribadito ancora una volta dal nostro negativo protagonista appena più tardi nel suo castello, poco prima di rivedere la moglie:" Io, per pungere i fianchi del mio disegno, non ho altro sprone che l'ambizione…" (951).

Ma adesso è giunta l'ora di occuparci della sua consorte. Lady Macbeth è il perverso mediatore tra il desiderio e l'azione.

E' il male esteriorizzato e corporificato del marito, che appunto perché materializzato e pesante, fa toccare terra al piatto dell'azione, facendo sì che quello del desiderio voli alto nel cielo in una sorta di estasi negativa.

Allorché il marito le confida che vorrebbe, ma non osa, lo prende in giro col il famoso proverbio del gatto che voleva mangiare il pesce, ma senza bagnarsi i piedi: pretenderesti, gli dice, che "io non oso" stia al servizio di "io vorrei" come fa il povero gatto del proverbio? (952). Macbeth, subito dopo si dichiarerà risoluto.

E' da sottolineare, a questo punto, che nonostante egli sia preda del destino che si è "neramente" immaginato, la sua consapevolezza del male che sta per compiere rimane intatta: "Tu salda e ben ferma terra, non sentire per quale via camminano i miei passi, per paura che le pietre stesse abbiano a chiacchierare del luogo ove io mi aggiro, e tolgano al momento l'orrore presente, che con esso s'accorda".

 

Nella notte, Duncan, re di Scozia, viene ucciso da Macbeth. Quel pugnale che sanguinante animava la sua immaginazione ora è arma di delitto,anzi sono (sono i pugnali dei due servi del re) arma del delitto e sono macchiati del sangue del re.

Secondo il piano essi dovevano esser lasciati in mano alle guardie drogate dalla moglie, ma lui le si presenta con l'armi in pugno: sarà lei a imbrattare i visi degli innocenti servi che dormono col sangue ancora caldo di Duncan, perché la colpa ricada su di loro.

 

La tragedia è iniziata e proseguirà perché i pensieri di Macbeth sono oramai come magma incandescente desideroso solo di spazzar tutto quanto possa far vacillare il suo trono di neo re.

"Oh, il mio pensiero è pieno di scorpioni, moglie cara", dirà alla regina.

E questa frase ricorda tanto il mio petto si gonfia di serpenti di Otello ormai vinto dalla gelosia e dal veleno di Jago.

Il pensiero di Macbeth è mortale, dalla sua testa partono esseri velenosi come in Medusa.

Il nulla avanza, il buco nero manifesta la sua presenza dal caos e dalla morte che "crea" intorno a sé. Ma dicevamo di Lady Macbeth.

 

La sua vera natura viene palesata dalle tremende parole pronunciate subito dopo aver letto la lettera del marito sull'incontro con le streghe e aver saputo della visita del re.

 

Invocando il soprannaturale, e precisamente gli spiriti che alimentano i pensieri di morte, ai quali chiede crudeltà:"Venite o voi spiriti che vegliate sui pensieri di morte, in quest'istante medesimo snaturate in me il sesso, e colmatemi tutta, da capo a piedi,della più atroce crudeltà.

Spessite il mio sangue, occludete ogni accesso ed ogni via alla pietà…Venite alle mie poppe di donna, e prendetevi il mio latte in cambio del vostro fiele…"

Meglio fermarsi ed invocare il nome di Gesù e dei Santi per annullare questa orrenda invocazione di nera magia.

 

E' questo un vero e proprio patto col male assoluto, ed è il momento in cui l'orribile Lady consegna la sua vita (col suo latte che dà vita ai pargoli) al nulla.

Il maestro Gesù raccomandava di "perdere" ciascuno la propria vita così come fa il seme per rivivere come pianta, e non di barattarla per la dannazione eterna: perché il nulla è proprio la negazione dell'Essere, dell'Eterna Vita che anima ogni cosa.

 

Quanto è stato invocato da questa orribile strega, ha preso pieno possesso del corpo, del cuore e della mente, lasciando che solo la pazzia e il suicidio rimangano come uniche facoltà di Lady Macbeth.

 

Sì, Shakespeare non aveva mai messo in bocca ai suoi personaggi parole più terribili di queste, rese ancora più sinistre da una donna che per natura "dona" la vita e allatta il bene.

 

Non sarebbe male se ad ogni rappresentazione di Macbeth, nel momento di tale invocazione fosse presente sul palcoscenico un enorme Crocifisso.

Questa è Lady Macbeth.

La nostra, è una tragedia che offre pochissimi momenti di quiete.

La mente è continuamente sollecitata, il cuore tambureggiato ossessivamente, il corpo sollecitato con brividi dalla testa ai piedi. Due sono i momenti di "pace" che Shakespeare ci concede.

 

Uno è quello del monologo del portinaio con cui si apre la scena terza dell'atto secondo (che noi non riportiamo, per non appesantire troppo il breve saggio e per non approfittare della bontà della Sansoni, il cui testo delle opere complete del grande drammaturgo curate da Mario Praz consigliamo di leggere) e l'altro è il momento in cui, finalmente, Macduff taglia la testa a Macbeth: una liberazione!

Nell'atto quarto Macbeth va a ritrovare le streghe, mentre queste danzano e cantano attorno ad una caldaia che bolle osservate e incitate da Ecate, per saperne di più.

 

Vuol sapere quello che dovrà accadere, costi quel che costi, dovesse trattarsi delle cose più orrende (scatenare venti contro le chiese, affondare navigli, distruggere raccolti, schiantare alberi, crollare castelli, distruggere palazzi e piramidi, "…dovessero le virtù germinatrici della natura confondersi tutte insieme, tanto da saziare la distruzione fino alla nausea, rispondete a ciò che vi chiedo".

 

Dopo aver sottolineato che questo monologo sembra figlio di quello stregonesco di Lady Macbeth, diciamo subito che le streghe lo accontentano e gli rispondono con delle apparizioni.

La prima apparizione è "una testa armata" che lo esorta a guardarsi da Macduff.

La seconda è "un fanciullo insanguinato" che lo rassicura: nessun nato di donna potrà sconfiggerlo.

La terza è "un fanciullo incoronato con un ramo d'albero in mano": Macbeth sarà invitto fino a che la foresta di Birnam muoverà verso la collina di Nunsinane.

 

Quarta apparizione: "otto re, l'ultimo con uno specchio in mano", seguiti dallo spettro di Banquo: sono i discendenti di questi, tutti re. Certo, la presenza del soprannaturale, può pure far pensare che il destino è segnato fin dall'inizio del tempo che ci è concesso, e forse ancora prima.

 

La sequenza delle apparizioni è frutto delle scelte di Macbeth, o le sue scelte sono frutto del destino mostrato da esse? Antica domanda questa.

Noi propendiamo per il libero arbitrio: quel che uno semina, raccoglie.

Ma di questi tempi di strambe teorie ne circolano tante: il nichilismo, sorretto in lunghe processioni da fantasmi del sapere, offende la Saggezza proclamando il nulla come signore dei mondi e professando apologia del caos e della distruzione. Per fortuna di tutti, poche fiammelle di modesto buon senso, di nascosto (perché la ragione è costretta nei ghetti) custodiscono piccole luci.

 

Macbeth di turno hanno occupato il trono di tutti i megafoni, ma Macduff di turno sono pronti ad "abbattere" questi falsi maestri.

Non scorrerà sangue, né streghe e profezie, perché questi "uomini grigi" (per dirla con Ende) saranno sconfitti ancora una volta da…Momo, dall'innocenza, dalla verità, dall'intelletto. Saranno sconfitti soprattutto dalle loro bugie.

Il maestro Gesù invitava a giudicare l'albero dai frutti: la gente, a forza d'assaggiare, smaschererà tali falsi maestri,e finalmente i ragazzi del mondo torneranno ad essere ragazzi, e non più branco guidato da ombre.

Lady Macduff, prima d'essere uccisa dai sicari di Macbeth dice: "…io sono in questo basso mondo, dove il fare del male è spesso lodevole cosa, e fare il bene qualche volta è considerato pericolosa follia…" (pag. 966).

Streghe impazzavano, ma streghe ancora impazzano, a quanto sembra, perché queste parole di Macbeth (atto V scena V pag. 972) "Io comincio ad essere stanco del sole, e vorrei che la fabbrica del mondo fosse distrutta…", strisciano come serpi velenose fra i detti del nichilismo imperante e apologeta. E qui ci nasce spontanea una domanda: è davvero possibile combattere l'odio con l'amore, o non occorre piuttosto estirpare la mal'erba? Solo finché è in noi è possibile soffocare l'odio con montagne d'amore. Una volta imperante, c'è solo d'attendere Macduff.

Per il Bloom Macbeth è "una tragedia dell'immaginazione" (Harold Bloom - Shakespeare - Rizzoli, pag. 418), ed ha perfettamente ragione: i due negativi protagonisti per potere raggiungere i lori orrendi scopi mettono in atto una sorta di magia nera, giocando fortemente d'immaginazione. Essi prefigurano nella loro mente scena dopo scena i loro delitti, dirigono la volontà a forza d'immaginazione, e quando non sono loro ad usare questa facoltà dell'anima, ci pensano le streghe. Lo stesso Bloom sottolinea poi come non si può accomunare Macbeth agli altri cattivi Shakespiriani, in quanto questi sono tutti consapevoli del male che fanno e si "crogiolano nella loro malvagità" mentre quegli "soffre profondamente sapendo di compiere azioni malvagie" (idem). Altra cosa da sottolineare fra i commenti dello stesso è la dominante, a suo parere, di quest'opera: il tempo, che non è quello della cristiana pietà dell'eternità, ma "un tempo divorante, la morte vista in maniera nichilista (pag. 426). Vorrei ancora citare un commento del Bloom: "Qualsiasi altra cosa faccia, Macbeth non ci offre certo una catarsi per i terrori che evoca. Poiché siamo costretti a interiorizzare il dramma, il 'timore dell'ignoto' è, in ultima istanza, timore di noi stessi" (pag. 447).

' proprio così, come per tutte le altre tragedie, Shakespeare ci rimanda a noi stessi, mette a nudo la nostra psiche, la nostra anima, ed ogni suo capolavoro è una lezione da non dimenticare, un ammonimento, un invito implicito ad usare sempre la ragione ed il buon senso, ad usare sempre la nostra testa, a non farci ipnotizzare dalle chiacchiere di chicchessia. Sì, la parola può essere velenosa come può essere guaritrice, e ciò vale sia per quella a noi diretta, sia per quella da noi pronunciata.

 

La parola è il frutto dell'albero. Infine due parole su quanto dice la Signora Maria Luisa Zazo nel suo "Introduzione a Shakespeare" - Laterza (pag. 113): "E' meno l'ambizione che la volontà delle tre sorelle a spingere Macbeth sulla strada del delitto". Certo, anche questo è vero: il destino di Macbeth sembra essere stato disegnato dalle tre streghe fin dall'inizio, ma non ci dimentichiamo della forza delle forze che caratterizza l'uomo: la volontà.

Con essa è possibile combattere e vincere, Giacobbe insegna (vedi Genesi). Essere forti non viene dal vincere gli altri, ma se stessi. Shakespeare sta parlando sempre e solo di noi, dell'uomo, di sé.

Osserviamoci e modelliamoci secondo buon senso e coscienza: se possiamo (e volendo, possiamo) costruiamoci un mondo pulito, ordinato, non violento. Ma…partendo dal pulire, ordinare e pacificare noi stessi.

Infine una piccola curiosità. Ecco come il poeta Francesco Maria Piave sintetizza per il Macbeth di Giuseppe Verdi il famoso monologo che Macbeth dice dopo aver saputo della morte della moglie:

"La vita!… Che importa?… / E' il racconto d'un povero idiota! / Vento e suono che nulla dinota!" (Verdi - Tutti i libretti d'opera - vol II - Newton, pag. 190) . Ma per chiudere positivamente e con una invocazione a Dio, riportiamo dello stesso bravissimo Piave, il tutti con cui si chiude il primo atto dell'opera:

"Schiudi, inferno, la bocca, ed inghiotti / nel tuo grembo l'intero creato: / sull'ignoto assassiso esecrato / le tue fiamme discendano, o Ciel. / O gran Dio, che ne' cuori penètri, / Tu ne assisti, in Te solo fidiamo: / da Te lume, consiglio cerchiamo / a squarciar delle tenebre il vel! / L'ira tua formidabile e pronta : / colga l'empio, o fatal punitor; / e vi stampa sul volto l'impronta : / che stampasti sul primo uccisor. (pag. 182). 

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Macbeth - 1605/1608

personaggi

 

DUNCAN, Re di Scozia
MALCOLM, suo figlio
DONALBAIN, suo figlio


MACBETH, Barone di Glamis, poi di Cawdor, poi Re di Scozia


BANQUO, barone scozzese
MACDUFF, barone scozzese
LENNOX, barone scozzese
ROSS, barone scozzese
MENTETH, barone scozzese
ANGUS, barone scozzese
CATHNESS, barone scozzese

FLEANCE, figlio di Banquo
SEYWARD, Conte di Northumberland
IL GIOVANE SEYWARD, suo figlio
SEYTON, scudiero di Macbeth

 

Un capitano
Un medico inglese
Un medico scozzese
Un portiere
Un vecchio

LADY MACBETH


LA MOGLIE DI MACDUFF
Una dama di compagnia di Lady Macbeth
Le tre sorelle del destino
Tre altre streghe


ECATE


Apparizioni
Tre sicari
Altri sicari
Nobili, gentiluomini, ufficiali, soldati.
Persone dei seguiti, messaggeri. 

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Macbeth - 1605/1608

RIASSUNTO

 

da Wikipedia

 

La tragedia si apre in un'atmosfera di lampi e tuoni; tre Streghe, (Le Sorelle Fatali, le Norne) decidono che il loro prossimo incontro dovrà avvenire in presenza di Macbeth. Nella scena seguente, un ufficiale ferito riporta al re Duncan di Scozia che i suoi generali, Macbeth, barone di Glamis, e Banquo hanno appena sconfitto le forze congiunte di Norvegia e Irlanda, guidate dal ribelle Macdonwald. Macbeth, congiunto al re, viene lodato per il suo coraggio e prodezza in battaglia.

La scena cambia: Macbeth e Banquo stanno facendo considerazioni sul tempo e sulla loro vittoria. Mentre passeggiano nella brughiera, le tre streghe, che lo stavano aspettando, compaiono a loro e pronunciano profezie. Anche se Banquo per primo le sfida, esse si rivolgono a Macbeth. La prima lo saluta come Barone di Glamis, la seconda come Barone di Cawdor e la terza gli preannuncia che diverrà re in futuro. Macbeth sembra basito nel suo silenzio così Banquo ancora una volta le sfida. Le streghe lo informano che Banquo d'altra parte, sarà il capostipite di una dinastia di re. Mentre i due uomini si stupiscono delle parole delle tre streghe, queste svaniscono e un altro barone, Ross, un messaggero del re, subito arriva e informa Macbeth del titolo che questi ha appena acquisito: Barone di Cawdor. La prima profezia è così realizzata. Immediatamente Macbeth incomincia a nutrire l'ambizione di diventare re.

Macbeth scrive alla moglie delle profezie delle tre streghe. Quando Duncan decide di soggiornare al castello di Macbeth a Inverness, Lady Macbeth escogita un piano per ucciderlo e assicurare il trono di Scozia al marito. Anche se Macbeth mostra preoccupazione all’idea di un regicidio, Lady Macbeth alla fine lo persuade a seguire il suo piano.

Nella notte della visita, Macbeth uccide Duncan. Macbeth non viene scoperto da nessuno, ma rimane talmente scosso che Lady Macbeth deve assumere il comando del tutto. Secondo il suo piano, dirotta i sospetti sulle guardie del re addormentate davanti alla porta della stanza di Duncan, facendo trovare i pugnali insanguinati in mano loro. Il mattino dopo arrivano Lennox, un nobile scozzese e MacDuff, il leale barone di Fife. Il portiere apre il portone e Macbeth li conduce nella stanza del re dove MacDuff scopre il cadavere di Duncan. In un simulato attacco di rabbia, Macbeth uccide le tre guardie prima che queste possano reclamare la propria innocenza.

MacDuff è subito dubbioso riguardo la condotta di Macbeth, ma non rivela i propri sospetti pubblicamente. Temendo per la propria vita, i figli di Duncan scappano: Malcolm in Inghilterra e Donalbain in Irlanda. La fuga dei legittimi eredi li rende però dei sospetti e Macbeth sale al trono di Scozia in qualità di congiunto dell'ex re defunto.

A dispetto del suo successo, Macbeth non è a suo agio riguardo la profezia per cui Banquo sarebbe diventato il capostipite di una dinastia di re. Così invita Banquo ad un banchetto reale e viene a sapere che Banquo e il suo giovane figlio, Fleance, sarebbero usciti per una cavalcata quella sera stessa. Macbeth ingaggia due sicari per uccidere Banquo e Fleance (un terzo sicario compare misteriosamente nel parco prima dell'omicidio). Mentre gli assassini uccidono Banquo, Fleance riesce a fuggire. Al banchetto si presenta il fantasma di Banquo che siede al posto riservato a Macbeth ma solo Macbeth può vederlo. Il resto dei convitati è spaventato dalla furia di Macbeth verso un seggio vuoto finché una disperata Lady Macbeth ordina a tutti di andare via.

Macbeth, sconvolto, si reca dalle streghe ancora una volta. Queste evocano tre spiriti latori di ulteriori profezie e avvertimenti:
« Guardati da MacDuff! »

(Prima apparizione: Una testa armata, Atto IV, scena I)
« Nessuno nato da donna potrà far danno a Macbeth »

(Seconda Apparizione: Un bambino insanguinato, Atto IV, scena I)
« Macbeth non verrà mai sconfitto finché il grande bosco di Birnan non avanzi verso l'alto colle di Dunsinane contro di lui »

(Terza Apparizione: Un bambino incoronato con un ramo d'albero nella mano, Atto IV, scena I)

Dal momento che MacDuff è in esilio in Inghilterra, Macbeth crede di essere al sicuro. La famiglia di MacDuff cade però preda della follia omicida di Macbeth che manda dei sicari al castello dei MacDuff, con l'incarico di ucciderne la moglie e i giovani figli.

 

Lady Macbeth incomincia ad essere tormentata dal peso degli omicidi ordinati che grava sul suo subconscio. In una famosa scena, Lady Macbeth cammina nel sonno e prova a lavare via l'immaginaria macchia di sangue dalle sue mani e confessando tutti i misfatti, tra la paura e il piacere, senza l'ombra del minimo pentimento anche nelle ore estreme della sua esistenza.

In Inghilterra MacDuff e Malcolm pianificano l'invasione della Scozia. Macbeth, adesso identificato come un tiranno, vede che molti baroni disertano. Malcolm guida un esercito con MacDuff e Seyward, conte di Northumbria, contro il castello di Dunsinane. Accampati nel bosco di Birnan, ai soldati viene ordinato di tagliare i rami degli alberi per mascherare il loro numero, realizzando così la terza profezia delle streghe: reggendo i rami degli alberi innumerevoli soldati rassomigliano al bosco di Birnan che avanza verso Dunsinane. Nel frattempo Macbeth pronuncia il famoso soliloquio ("Domani e domani e domani") alla notizia della morte di Lady Macbeth (la causa non è chiara; si presume che ella abbia commesso suicidio).

La battaglia culmina nell'uccisione del giovane Seyward e nel confronto finale tra Macbeth e MacDuff. Macbeth pensa con arroganza che non ha alcun motivo di temere MacDuff perché non può essere ferito o ucciso da "nessuno nato da donna". MacDuff però dichiara di "essere stato strappato prima del tempo dal ventre di sua madre" e che quindi non era propriamente "nato" da donna. Macbeth capisce troppo tardi che le streghe lo avevano fuorviato. I due combattono e MacDuff decapita Macbeth, realizzando così l'ultima delle profezie.

Anche se Malcolm, e non Fleance, sale al trono, la profezia delle streghe riguardante Banquo venne ritenuta veritiera dal pubblico di Shakespeare, che riteneva che re Giacomo I fosse diretto discendente di Banquo. 


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Macbeth - 1605/1608

PERCORSO DIDATTICO - Macbeth: Follia, cupidigia e destino di Oscar Serino, Basilio Sciacca

 

da Edurete.org

PREMESSA DEGLI AUTORI E PROFILO DEL PERCORSO DIDATTICO

 

Opera teatrale composta presumibilmente a cavallo tra il 1605 e il 1608, il Macbeth è considerato l’ultima delle quattro grandi tragedie di William Shakespeare, al pari dell’Amleto, di Re Lear e dell’Otello. Due caratteristiche che la contraddistinguono dalle altre sono: da un lato la relativa brevità e dall’altro l’atmosfera estremamente tetra, a tratti apocalittica. Infatti, mentre in Re Lear il mondo naturale resta totalmente indifferente nei confronti delle vicende umane, nel Macbeth il sommo poeta inglese sceglie di introdurre l’elemento sovrannaturale funesto che contribuisce a far crollare il regno di Macbeth e a provocarne quindi la tragica morte.
Il tema fondamentale della tragedia (ambientata in Scozia) è la natura malvagia dell’uomo o comunque la pulsione distruttrice che alberga in ognuno di noi.

In sintesi l’opera racconta la disperata ascesa di un nobile che, da virtuoso e fedele al proprio sovrano, si trasforma in un mostro crudele che non si ferma di fronte a nessun ostacolo ed elimina fisicamente tutti i potenziali nemici, compresi amici e parenti. La spirale di sangue e violenza finisce però per distruggere lui stesso e la moglie la quale sempre lo appoggia nei complotti di corte. Proprio questa figura femminile, lady Macbeth, rappresenta la parte psichicamente malata dell’eroe, la perversa consigliera ed istigatrice che, alla stregua di un serpente velenoso, usa il marito come uno strumento per raggiungere il potere e soddisfare la propria cupidigia.

 

PRINCIPALI TEMI DEL MACBETH


L’antico concetto di tragedia riguardava la caduta di un grande uomo, ad esempio un re, da una posizione di superiorità ad una condizione di disgrazia a causa della propria superbia.

Per i greci, la superbia umana finiva con l’essere punita da una tremenda vendetta.

L’eroe tragico meritava la compassione del pubblico ma non necessariamente il perdono: la tragedia greca ha spesso un finale tetro.

L’opera teatrale cristiana, invece, offre sempre un barlume di speranza; non a caso il Macbeth termina con l’incoronazione di Malcolm, un nuovo capo che incarna perfettamente le virtù che il buon sovrano deve possedere.


I coniugi Macbeth: un'allegoria di Adamo ed Eva?
Il Macbeth mette in scena elementi che ricordano da vicino la più grande delle tragedie cristiane: il peccato originale e la conseguente cacciata di Adamo ed Eva dal paradiso terrestre.
Nella Genesi, la debolezza di Adamo, convinto dalla moglie la quale è stata a sua volta tentata da Satana, lo induce a violare i limiti imposti e a far finta di essere un dio.

Entrambe le storie lasciano spazio alla speranza: l’umanità verrà salvata da Cristo anche se ha peccato. In termini cristiani, malgrado Macbeth sia un tiranno, un criminale e un peccatore, ciò non esclude un’eventuale redenzione in paradiso. Macbeth, nonostante i suoi orrendi crimini, è un uomo degno di compassione.

Ciò che lo salva è il fatto che da principio egli non vuole uccidere Duncan ma in un secondo momento cambia idea, condizionato dalla cupidigia della moglie.

Inoltre Macbeth soffre internamente perché non riesce a godersi la posizione di prestigio che occupa.

Pur essendo re, paura, paranoia, esaurimento e insonnia non gli danno tregua. Anche lady Macbeth è un’eroina tragica.

 

La sua baldanza mista a coraggio dura poco e va progressivamente alla deriva tra isterie e sonnambulismo. Si esaurisce mentalmente e fisicamente perché consumata dalla fatica del delitto. I due protagonisti sono degni di compassione in quanto il pubblico assiste ad ogni fase del loro travagliato destino, cogliendone gli effetti nefasti non solamente sul popolo scozzese ma anche su se stessi.

Predestinazione e libero arbitrio.
Nell’antichità le vicende umane erano considerate alla mercè della “ruota della fortuna” sottolineando la concezione della vita come una lotteria. Si poteva raggiungere la sommità della ruota e usufruire dei benefici che ne derivavano ma solo per un breve periodo. Bastava un piccolo movimento per precipitare rovinosamente alla base della ruota. Al contrario il destino è già scritto. In un universo fatalistico, la durata e l’esito della vita (destino) sono predefiniti da forze ultraterrene. Nel Macbeth queste forze sono rappresentate dalle streghe. L’opera fa un’importante distinzione: il destino potrà anche essere segnato in partenza, ma le modalità con cui quel destino si compie restano in balìa del destino e del libero arbitrio del soggetto.
Anche se a Macbeth viene predetto che diventerà re, non gli viene specificato come lo diventerà: infatti tocca a lui fare delle scelte. Non si può biasimarlo per essere diventato re (è il suo destino), ma si può biasimarlo per i mezzi di cui si serve per diventarlo (libero arbitrio).

 

L'ordine politico e l'ordine naturale.
Il Macbeth è ambientato in una società in cui la parola d’onore e la fedeltà ai propri superiori sono imperativi categorici. Al vertice della gerarchia si trova il re, cioè il rappresentante della divinità sulla Terra. Altre relazioni umane dipendono dalla fedeltà: il cameratismo sul campo di battaglia, l’ospitalità dell’anfitrione nei confronti dell’ospite e la fedeltà coniugale tra marito e moglie. In quest’opera qualsiasi relazione umana è corrotta o depravata. L’assoggettamento di Macbeth da parte della moglie, il regicidio e la distruzione dei legami familiari e camerateschi, sono tutte azioni volte al sovvertimento dell’ordine naturale.

La visione medievale del mondo prevedeva un rapporto diretto tra l’ordine naturale, il cosiddetto microcosmo, e l’ordine universale, il cosiddetto macrocosmo. Quindi, quando Lennox e l’anziano parlano dello sconvolgimento terrificante che sta investendo il mondo – tempeste, terremoti, eclissi e così via – viene subito in mente il sovvertimento dell’ordine naturale che Macbeth ha provocato nel suo microcosmo.

 

La forza distruttrice di un’ambizione sfrenata.

 

Il tema centrale del Macbeth – la distruzione totale quando l’ambizione non viene tenuta a freno da limiti morali – trova la sua più grande espressione nei due protagonisti dell’opera. Macbeth è un coraggioso generale scozzese che per natura non è incline a commettere azioni malvage ma desidera ardentemente il potere e la fama. Uccide Duncan contravvenendo ai suoi principi morali e in seguito si lacera tra i sensi di colpa e la paranoia. Verso la fine della tragedia precipita in un’abisso di disperata follia. Lady Macbeth, d’altro canto, persegue i propri obbiettivi con grande determinazione anche se si rivela meno pronta a sopportare le conseguenze delle sue azioni immorali. Si tratta di uno dei personaggi shakespeariani più estremi: fa di tutto per convincere il marito ad uccidere spietatamente Duncan e lo incita a farsi coraggio nell’affrontare le conseguenze dell’omicidio; tuttavia le atrocità commesse dal marito peseranno talmente tanto sulla sua coscienza che il suo equilibrio psichico ne sarà compromesso. In entrambi i casi, l’ambizione – coadiuvata ovviamente dalle funeste profezie delle streghe – è ciò che spinge la coppia verso nefandezze sempre più ignobili. La teoria che sembra sottostare all’intera opera consiste nel fatto che quando si decide di usare violenza per raggiungere i propri scopi, fermarsi diventa un’impresa sovrumana. Le minacce al trono sembrano non finire mai – Banquo, Fleance, Macduff – ed è sempre forte la tentazione di ricorrere alla violenza per sbarazzarsi dei nemici.
Macbeth è la rappresentazione della sete di potere, di un’avidità irrefrenabile che una volta scatenata non si ferma davanti a nessun ostacolo perché il fine ultimo oltrepassa qualunque cosa possa essere raggiunta. La realtà perde di significato se paragonata ai desideri più inconfessabili di una mente in preda al delirio. Ecco che lo spettatore assiste ad un vero e proprio distacco dalla realtà.
Nel corso della Storia molti uomini hanno vagheggiato repubbliche ideali e principati illuminati che non si sono mai realizzati. Ma la discrepanza tra come si dovrebbe vivere e come si vive è tale che colui che trascura ciò che succede e bada solo a ciò che si dovrebbe fare si incammina sul sentiero dell’autodistruzione. Il filosofo Niccolò Machiavelli (1469-1527),affermò che la cupidigia conduce alla rovina, un concetto fondamentale in quest’opera shakespeariana.

Il dramma si apre con tre streghe che rendono omaggio a Macbeth con tre appellativi di prestigio: signore di Glamis (lo è già), signore di Cawdor (lo diventerà a breve) ed infine re di Scozia. Macbeth, uomo pervaso da un’ambizione smisurata, viene tentato da questi titoli e, aiutato dalla moglie, uccide ad uno ad uno i suoi rivali al trono. Di conseguenza la ricerca del potere a tutti i costi determina il suo destino. Lo psicologo Erich Fromm (1900-1960), affermò che la cupidigia è un pozzo senza fondo che tormenta l’essere umano e lo induce a spendere tutte le proprie energie per soddisfare un desiderio che però, una volta soddisfatto, non dà alcuna gratificazione. Shakespeare fa capire al pubblico che colui che, accecato dalla sete di potere, danneggia gli altri (perché rappresentano un intralcio insopportabile) finisce per distruggere se stesso e i suoi cari, mentalmente e moralmente.

Macbeth combatte una guerra senza regole, una partita mortale in cui l’uomo approfitta del prossimo per vincere e rivendicare il titolo di re.
“Se tutto fosse fatto, una volta fatto, allora sarebbe bene che fosse fatto presto: se l'assassinio potesse arrestar nella rete le conseguenze, e con la cessazione di esse assicurare l'esito, sicché questo solo colpo fosse il principio e la fine del mio atto, qui, qui soltanto, su questo banco, su questa secca del tempo noi arrischieremmo, con un salto, la vita futura. Ma in casi come questo, noi abbiamo da subire un giudizio anche qui: giacché noi non facciamo che insegnare opre di sangue, le quali, appena insegnate, finiscono per punire il maestro. Questa giustizia dalla mano imparziale porge alle nostre labbra stesse la miscela del nostro calice avvelenato” (Atto I, scena VII).
Macbeth nutre sentimenti contrastanti quando pensa all’omicidio di Duncan, che oltre ad essere il sovrano è anche suo cugino. Esita ad uccidere Duncan perché teme le conseguenze che potrebbero in qualche modo sopraggiungere e affliggerlo. Si chiede come reagirebbero i sudditi ma la sua ambizione soffoca le paure e la coscienza che lo tormentano. Oramai la sua moralità è compromessa. Infatti il tragico eroe, anziché chiedersi se l’azione che sta per commettere è giusta oppure no, si preoccupa solo delle pesanti conseguenze che potrebbe affrontare nel caso il suo piano fallisse. É chiaro che Macbeth non prova né teme alcun senso di colpa per l’omicidio.

Teme piuttosto Banquo, la cui esistenza rappresenta un ostacolo all’avverarsi delle profezie. “I timori che ci desta Banquo fanno presa profonda, e nella regalità della sua natura regna ciò che vuol essere temuto: egli osa molto, e a questa indomita tempra dell'anima aggiunge una prudenza, che guida il suo coraggio ad agire con sicurezza. Non v'è che lui la cui esistenza io tema: e davanti a lui il mio genio si sente represso, come dicono accadesse a quello di Marco Antonio dinanzi a Cesare. Egli investì le sorelle, quando la prima volta mi attribuirono il nome di re, e impose loro di parlare a lui; allora, con linguaggio profetico, esse lo salutarono padre di una stirpe di re. Così, sulla testa mi hanno messo una corona infeconda, e nel pugno uno sterile scettro, che mi sarà strappato da mano d'estraneo, poiché nessun mio figlio mi potrà succedere. Se è così, io mi sono macchiato l'anima per la progenie di Banquo; per loro ho assassinato il virtuoso Duncan; per loro unicamente ho versato l'odio nel vaso della mia pace e ho dato il mio gioiello eterno al nemico comune dell'uomo, per fare re loro, re il seme di Banquo!” (Atto III, scena I).Da questo momento in poi le deboli remore di Macbeth si dissolvono e qualsiasi assassinio è possibile se si frappone tra lui e la corona. “Ogni ragione dovrà cedere dinanzi al mio proprio interesse. Io mi sono inoltrato nel sangue fino a tal punto, che se non dovessi spingermi oltre a guado, il tornare indietro mi sarebbe pericoloso quanto l'andare innanzi. Ho in testa strani progetti, ai quali metterò mano, che devono essere eseguiti prima di poter essere ben ponderati” (Atto III, scena IV). Ancora più dure sono le sue parole dopo il consulto con le streghe all’inizio del quarto atto: “Da questo istante i primi nati del mio cuore saranno i primi nati della mia mano, e fin da ora, per coronare i miei pensieri con le azioni, sia pensato e fatto: attaccherò il castello di Macduff, m'impossesserò di Fife, passerò al filo della mia spada sua moglie, i suoi bambini e tutte le anime sciagurate che gli succedono nella sua discendenza” (Atto IV, scena I).

L’ambizione corrompe la moralità dell’uomo perché gli restringe la mente e lo spirito. Anche se indirettamente, le azioni guidate dalla cupidigia arrecano rimorsi tormenti strazianti. Il senso di colpa per un delitto atroce provoca a sua volta una dissociazione psichica nella mente dell’individuo: “Mi è sembrato di sentire una voce gridare: "Non dormire più! Macbeth uccide il sonno!"... il sonno innocente, il sonno che ravvia il filaticcio arruffato delle umane cure, che è la morte della vita d'ogni giorno, il bagno ristoratore del duro travaglio, il balsamo delle anime afflitte, la seconda portata nella mensa della grande natura, il principale nutrimento nel banchetto della vita” (Atto II, scena II). La caduta di Macbeth nel baratro dell’abiezione morale coincide con il logoramento delle sue facoltà mentali che peggioreranno ininterrottamente fino alla follia completa. “Ti prego, vedi là! guarda! osserva! ecco!... Che dici? Ah, che cosa mi turba? Se tu puoi far cenni col capo, oh, parla anche! Se i carnai e le tombe debbono rimandarci indietro quelli che noi seppelliamo, i nostri sepolcri, d'ora innanzi, saranno gli stomaci degli avvoltoi… Vattene, fuggi la mia vista! La terra ti nasconda! Le tue ossa sono senza midollo, il tuo sangue è freddo; tu non hai virtù visiva in cotesti occhi che sbarri.” (Atto III, scena IV).
Macbeth è letteralmente sconvolto dall’apparizione dello spettro di Banquo e lascia intuire di essere il mandante dell’omicidio, la qual cosa insospettisce Macduff che alla fine dell’opera guiderà un esercito per sconfiggere Macbeth.

“Via, maledetta macchia! Via, dico Una... due: ecco, allora è il momento di farlo. L'inferno è buio! Vergogna, mio signore, vergogna! un soldato che ha paura! Che ragione abbiamo di temere che qualcuno lo sappia, quando nessuno può chiamare la nostra potenza a renderne conto? Ma chi avrebbe mai pensato, che quel vecchio avesse dentro tanto sangue?” (Atto V, scena I). Anche Lady Macbeth è ossessionata dal senso di colpa per aver aiutato il marito ad eliminare Duncan. Lady Macbeth impazzisce dal rimorso e ogni notte si sveglia per cancellare il sangue dalle mani, un chiaro emblema della colpa che è condannata a sopportare per il resto dell’esistenza. Non reggerà al peso della colpa e sceglierà di suicidarsi.
"Le ambizioni umane sono tutte legittime tranne quelle per le quali si devono calpestare altre vite umane", dichiarò lo scrittore Joseph Conrad (1857-1924).

Le ambizioni di Banquo sono molto più semplici e paradossali di quelle della coppia diabolica. Pur restando incuriosito dalle profezie delle streghe, è abbastanza riluttante nel ritenerle credibili. Ha un’indole innocua, onesta e poco problematica, sceglie di non sfidare il proprio destino ed evita così di corrompersi moralmente. Essendosi prefisso di condurre una vita ortodossa, non lascia che delle forze esterne come le streghe, il destino e la cupidigia, interferiscano con i suoi principi: “Mio buon signore, perché trasalite, e sembra che abbiate paura di cose che suonano così belle? In nome del vero, siete creature della fantasia, o siete in realtà ciò che esteriormente sembrate? Voi salutate il mio nobile compagno con un titolo di onore ch'egli già possiede, e con sì alta predizione di nobile acquisto e di regale speranza, ch'egli ne sembra rapito fuor di sé: a me non parlate. Se voi potete penetrare con lo sguardo dentro i semi del tempo, e dire quale granello germoglierà e quale no, allora parlate a me, che non sollecito né temo i vostri favori e l'odio vostro” (Atto I, scena III). Dunque Banquo non crede alle profezie delle streghe; il suo scetticismo impedisce al sortilegio di penetrargli nell’anima e quindi ne resta immune. Lo stesso non si può dire dei due protagonisti della tragedia.

 

Il rapporto tra crudeltà e virilità

In Macbeth il tema del genere ricorre spesso. Lady Macbeth manipola il marito mettendo in dubbio la sua virilità, desidererebbe essere asessuale, e non contraddice Macbeth quando si sente dire che una donna come lei dovrebbe partorire solo figli maschi.
Proprio come Lady Macbeth sprona il marito a commettere omicidi, così anche Macbeth stuzzica l’orgoglio dei sicari che uccideranno Banquo mettendone in discussione la virilità.
Tali azioni dimostrano che la coppia diabolica fa coincidere la mascolinità con la violenza più efferata e, ogni qual volta discute della virilità, ecco che in breve tempo sopraggiunge un nuovo omicidio. La loro concezione della virilità è alla base dello sgretolamento politico descritto nell’opera. Esso evolve rapidamente in direzione del caos. Allo stesso tempo il pubblico non può fare a meno di notare che anche le donne sono all’origine della malvagità e della violenza. Le profezie delle streghe scatenano l’ambizione di Macbeth e acuiscono le sue pulsioni aggressive. Lady Macbeth gioca la parte della stratega che sovrintende ai complotti del marito. L’unico essere divino a fare la sua comparsa è Ecate, la dea della stregoneria.

Si potrebbe sostenere che Macbeth sia uno strumento di morte in mano alle donne. Tale interpretazione porta alcuni critici a considerare il Macbeth come l’opera più misogina di Shakespeare. Tuttavia, é vero che gli uomini sono crudeli e propensi al male quanto le donne, ma l’aggressività dei personaggi femminili lascia ancora più turbati perché ribalta i canoni tradizionali che le raffigurano come portatrici di conciliazione e saggezza.

Il comportamento di Lady Macbeth indica che le donne possono essere crudeli e spietate quanto gli uomini. L’unica differenza nel raggiungimento degli obbiettivi è che, per via delle convenzioni sociali o a causa della propria vigliaccheria, Lady Macbeth utilizza il sotterfugio e la manipolazione psicologica piuttosto che la violenza.
In ultima analisi la tragedia offre una definizione riveduta e corretta della virilità.

Nella scena in cui Macduff scopre che sua moglie e i suoi figli sono stati massacrati, Malcolm lo conforta consigliandogli di affrontare la notizia come un vero uomo, cioè ricorrendo alla vendetta. Macduff dimostra apertamente al giovane erede che si è fatto un’idea distorta della virilità. Ecco le parole di Malcolm: “Fatevi coraggio! Per guarire da questo mortale dolore, serviamoci come medicina, della nostra grande vendetta… Ragionate la cosa da uomo!”. Allora Macduff replica: “Sì, ma io devo anche sentirla da uomo: e non posso fare a meno di ricordarmi che vivevano esseri che per me erano preziosissimi” (Atto IV, scena III). Alla fine dell’opera Siward non si scompone più di tanto quando gli riferiscono che suo figlio è morto. Malcolm allora ribatte: “Egli merita maggior rimpianto, ed io glielo tributerò” (Atto V, scena IX). Questo commento dimostra come Malcolm abbia imparato la lezione sulla cosiddetta “virilità” impartitagli da Macduff e, in una prospettiva di speranza, suggerisce che con Malcolm sul trono di Scozia, l’ordine verrà ripristinato.

Banquo dice alle streghe: “voi dovete esser donne, ma tuttavia la vostra barba mi impedisce di persuadermi che lo siete davvero” (Atto I, scena III). Il “dovete” indica che si tratterebbe di donne, probabilmente per via dei vestiti. In realtà le barbe alludono a caratteristiche da ermafrodita. Lady Macbeth, dicendo fra sé e sé che è in grado di uccidere Duncan, esclama: “Venite, o voi spiriti che vegliate sui pensieri di morte, in quest'istante medesimo snaturate in me il sesso, e colmatemi tutta, da capo a piedi, della più atroce crudeltà” (Atto I, scena V). È convinta che, se potesse cambiare sesso, non proverebbe né indecisione né rimorso. Sarebbe uno spietato assassino, come un vero uomo. Quando Macbeth osa dire alla moglie che Duncan non merita di morire, lei lo accusa di essere un codardo e lui la supplica di tacere: “Ti prego, taci. Io ho il coraggio di fare tutto quello che ad un uomo può essere decoroso fare; chi osa far di più, non è un uomo” (Atto I, scena VII). Egli pensa che un vero uomo non si presterebbe all’omicidio. Sua moglie non è d’accordo e replica: “Allora che bestia era quella che vi indusse a palesarmi questo disegno? Allorché osavate compierlo, eravate un uomo; e ad essere più di quello che allora eravate tanto più sareste un uomo” (ibidem). Con queste parole la questione è chiusa.

Nella scena in cui Macduff scopre il corpo insanguinato di re Duncan e sveglia tutto il castello, la maggior parte dei personaggi entra in scena in abiti da notte. Quando Banquo propone agli altri ospiti del castello di incontrarsi per discutere della morte del re, dice che tutti devono presentarsi vestiti per coprire le proprie fragilità: “E quando avremo coperto il nostro ignudo frale, che soffre, esposto così all'aria, vediamoci, e discutiamo questa sanguinosissima faccenda per conoscerla più addentro (Atto II, scena III). Macbeth è d’accordo nel radunarsi e aggiunge: “Vestiamoci prestamente di tutto punto e riuniamoci nella sala TUTTI: D'accordo!”. In pratica si deduce che Macbeth si sente più umano quando indossa i suoi abiti normali.

Quando Macbeth tenta di convincere due uomini che Banquo è il nemico, essi non reagiscono come lui spera. A quel punto domanda sarcasticamente se hanno intenzione di lasciare che Banquo tenga le loro famiglie per sempre povere. Anziché mostrare a Macbeth l’odio profondo che gli farebbe piacere notare, il primo sicario si limita a dire: “Noi siamo uomini, mio sovrano”. Allora il protagonista della tragedia rincara la dose: “Sì, nel catalogo figurate come uomini, a quel modo che i segugi e i levrieri, i bastardi, gli spagnoli, i botoli, i barboni, i bracchi, e i mezzilupi, sono chiamati tutti col nome di cani: ma la lista che ne indica il valore, distingue il cane veloce, quello lento, quello astuto, quello da guardia, quello da caccia, ognuno secondo la dote che la natura provvida ha riposto in lui; per questo ciascuno riceve un aggiunto particolare, il quale non è nel catalogo che li descrive tutti ad un modo: e lo stesso è degli uomini” (Atto III, scena I). Il discorso termina con un’affermazione netta: se non si sentono pronti ad uccidere Banquo, non sono dei veri uomini.

Nel momento in cui il fantasma di Banquo appare al banchetto di Macbeth, il protagonista sembra sconvolto, mostrando paura sia nel linguaggio che nei movimenti. Tuttavia egli è l’unico dei presenti a vedere il fantasma quindi gli altri rimangono sconcertati mentre la moglie s’infuria perché si rende conto della situazione imbarazzante. Arriva al punto di prenderlo da parte e domandargli: “Come! avete perduto ogni qualità d'uomo, nella vostra follia?”. Lui replica: “Sì, e un uomo così audace, che oso guardare ciò che potrebbe atterrire il diavolo”. Lady Macbeth lo deride: “Oh! questi parossismi, e questi sussulti, impostori della paura vera, starebbero bene nel racconto fatto d'inverno, accanto al fuoco, da una donnicciola, sulla garanzia della nonna” (Atto III, scena IV). In sostanza Lady Macbeth accusa il marito di comportarsi non da uomo, bensì come una donnicciola che racconta storielle assurde.

Poco dopo, quando il fantasma di Banquo compare per la seconda volta, Macbeth reagisce con maggiore virilità dicendo: “Ciò che un uomo può osare, io l'oso, avvicinati sotto la forma dell'irsuto orso della Russia, del rinoceronte armato, o della tigre ircana; assumi qualunque forma fuor che cotesta, ed i miei saldi nervi non tremeranno mai; oppure ritorna in vita, e provocami in un deserto colla tua spada; se io vi dimorerò, tremante di paura, dichiarami una pupattola. Via di qui, orribile ombra, illusione beffarda, via di qui!” (ibidem). A questo punto lo spettro scompare come se Macbeth l’avesse scacciato.

Quando Macduff viene a sapere che sua moglie e i suoi figli sono stati uccisi, si abbassa il cappello sugli occhi, poiché teme di non riuscire a non piangere. Poi, in un sussulto emotivo, esclama: “Tutti? Tutti i miei cari piccini? Avete detto tutti? Oh! nibbio d'inferno! Tutti? Che? tutti i miei poveri pulcini insieme con la chioccia con un feroce colpo d'artiglio?” (Atto IV, scena III). Turbato da ciò, Malcolm lo invita a controllare le proprie emozioni: “Ragionate la cosa da uomo!”. Trasmette una concezione tradizionale di uomo che non deve mai piangere, ma Macduff ha la risposta pronta e ribatte: “Sì, ma io devo anche sentirla da uomo! Oh, io potrei far la parte di una donna con gli occhi, e lo smargiasso con la lingua...” (ibidem). Macduff aggiunge che col pianto potrebbe recitare la parte della donna e in realtà giurare la tremenda vendetta che un vero uomo come lui si prenderebbe su Macbeth. Significa che qualsiasi emozione umana può essere simulata o dissimulata ma quelle che prova lui, per virili o femminili che siano, sono soprattutto sincere. Ecco che, finito lo sfogo, scatta la promessa di una vendetta inevitabile: “Porta a fronte a fronte questo demonio della Scozia e me: mettilo alla portata della mia spada. S'egli mi sfugge... allora anche il cielo gli perdoni!”. A questo punto, Malcolm ha sentito ciò che voleva e trionfante esclama: “Questo è parlare virilmente!” (fine Atto IV, scena III).

Mentre le truppe scozzesi sono in marcia per unirsi a quelle inglesi nel bosco di Birnam, Lennox osserva che tra gli inglesi “…C'è il figlio di Siward, e molti imberbi giovinotti, i quali appunto ora fanno la loro prima prova come uomini” (Atto V, scena I). Il nobile Lennox afferma che dei giovanotti senza barba hanno ora l’occasione di diventare dei veri uomini mettendosi alla prova in combattimento.

Nella penultima scena dell’opera, Macduff rivela a Macbeth che egli non era nato da una donna: “Macduff fu tratto innanzi tempo, con un taglio, dal grembo di sua madre” (Atto V, scena VIII). Macbeth risponde: “Maledetta la lingua che mi dice questo, poiché essa ha fiaccato quanto di meglio v'era d'uomo in me!”. Macduff ha usato l’arma più potente che aveva, la paura e ha colpito nel segno perché Macbeth sente che la parte migliore del suo essere uomo è svanita. È svanito il coraggio. A battaglia conclusa, Ross riferisce a Siward la notizia che suo figlio è morto: “Vostro figlio, mio signore, ha pagato il suo debito di soldato: egli ha vissuto soltanto fino ad essere un uomo; la qual cosa non appena il suo valore ebbe confermata, sul luogo stesso ov'egli combatté senza indietreggiare, morì da uomo” (Atto V, scena IX). Ross vuole dire che il ragazzo ha vissuto fino al momento in cui si è trasformato in un uomo (cioè quando ha affrontato Macbeth senza paura).

 

Monarchia contro tirannia: due diversi modi di essere Re

Nell’opera, Duncan viene chiamato più semplicemente “re” mentre Macbeth diventa in breve tempo il “tiranno”. La differenza tra i due modelli di sovrano emerge con chiarezza in una conversazione che ha luogo nell’atto IV, scena III, quando Macduff incontra Malcolm in Inghilterra.
Allo scopo di mettere alla prova la lealtà di Macduff verso la Scozia, Malcolm finge di desiderare un sovrano persino peggiore di Macbeth. Descrive a Macduff alcuni tratti negativi, per esempio l'ambizione sfrenata e il temperamento violento, che ben si adattano al personaggio di Macbeth. D’altro canto Malcolm afferma che “… Le virtù che si addicono ad un re, come giustizia, sincerità, temperanza, fermezza, generosità, perseveranza, clemenza, affabilità, devozione, pazienza, coraggio, fortezza, io non ne ho neanche un pizzico” (Atto IV, scena III).
Il suo modello ideale di sovrano concentra in un’unica persona l’ordine e la giustizia ma anche la clemenza e la benevolenza. Sotto il suo comando, i sudditi ricevono un compenso adeguato ai propri meriti, infatti Duncan nomina Macbeth “signore di Cawdor” dopo che egli è tornato vincitore dalla battaglia contro gli invasori. Fondamentale è poi la fedeltà del re alla Scozia a prescindere dai propri interessi personali.
Macbeth, al contrario, riesce a portare solo caos in Scozia: il maltempo e gli eventi sovrannaturali non sono altro che simboli del disordine politico. Egli non è affatto il garante della vera giustizia, anzi si lascia trascinare in un vortice di omicidi verso tutti coloro che considera nemici. Impersonando la tirannia, è logico che sia un dovere morale di Malcolm spodestarlo affinché la Scozia possa tornare a avere un vero re.

Nella sua prima entrata in scena, re Duncan esegue due azioni tipiche di un re: punisce i cattivi e ricompensa i buoni. Quando gli viene riferito che il signore di Cawdor ha tradito e Macbeth si è comportato da eroe, egli dice: “Quel signore di Cawdor non tradirà più gli interessi che più ci stanno a cuore: andate, fate bandire la sua morte immediata, e col titolo che costui ebbe già, si saluti Macbeth” (Atto I, scena II).

Non appena le streghe salutano Macbeth con gli appellativi “signore di Glamis”, “signore di Cawdor” e “futuro re” (Atto I, scena III), egli viene a sapere che Duncan ha deciso di nominarlo “signore di Cawdor”. Questo fatto mette in moto la sua fervida immaginazione che lo spinge a mormorare: Glamis, e signore di Cawdor: il meglio è da venire… Due verità, intanto, sono state dette, che sono come i lieti prologhi al fastoso atto del tema imperiale” (Atto I, scena III). La metafora di Macbeth è drammatica, quasi melodica; sembra immaginarsi in procinto di fare il suo primo ingresso solenne da nuovo re di Scozia, un re dei re.

 

Mentre Duncan sta commentando il tradimento dell’ex signore di Cawdor, ecco che entra quello in carica: Macbeth, appunto. Il re saluta Macbeth chiamandolo “mio nobilissimo cugino” (Atto I, scena IV) e dice chiaramente che gli è molto grato per la fedeltà dimostrata alla corona. Macbeth replica con una modestia eroica dicendo: “il servizio leale che io debbo prestare a voi, si paga da sé nell'atto stesso in cui si compie…” (Atto I, scena IV). In sostanza, afferma che la semplice consapevolezza di aver fatto la cosa giusta per il sovrano lo riempie di soddisfazione. Detto questo, aggiunge: “La parte di Vostra Altezza è quella di ricevere i nostri doveri: e i nostri doveri sono, per il trono vostro e per la Vostra Maestà, dei figli e dei servitori, i quali non fanno altro che quello che debbono, facendo ogni cosa con sicura considerazione per l'amore e l'onore vostro” (ibidem). L’idea è che ogni suddito deve fare tutto il possibile per garantire l’incolumità del sovrano e allo stesso tempo guadagnarsi l’affetto e il rispetto reali. Il discorso di Macbeth raffigura Duncan come il padre amorevole di una famiglia felice ma Macbeth sta già progettando di ucciderlo.

Quando Lady Macbeth riceve la lettera del marito a proposito delle profezie delle streghe, la sua unica preoccupazione è che l’indole del marito sia “troppo imbevuta del latte della bontà umana, per prender la via più breve” (Atto I, scena V). però si rassicura da sola, confida nella propria capacità di convincimento. Si rivolge a Macbeth (seppur fuori scena) tenendo la lettera in mano e dicendo: “Affrettati a venir qui, affinché io possa versarti nell'orecchio il mio coraggio, e riprovare, col valore della mia lingua, tutto ciò che ti allontana dal cerchio d'oro, col quale il destino e un aiuto soprannaturale sembra ti vogliano incoronato” (ibidem). Dal punto di vista dello spettatore Lady Macbeth appare come una tentatrice ossessiva ma il personaggio si vede come un agevolatore di intenti condivisi. Lo vuole assillare al punto da fargli rompere gli indugi, unico ostacolo verso il trono.

Subito dopo entra in scena il protagonista che riferisce alla moglie la notizia dell’arrivo imminente di re Duncan. Lady Macbeth sentenzia la condanna a morte del re, avvertendo Macbeth di non commettere passi falsi: dovrà dare un cordiale benvenuto, per non destare sospetti. La signora sembra esitare perché si lascia scappare: “Bisogna occuparci di colui che arriva: e voi affiderete a me il disbrigo della grande faccenda di questa notte, che sola potrà dare a tutte le nostre notti e i giorni avvenire assoluta sovrana autorità e signoria...” (Atto I, scena V). Gli sta intimando di fidarsi ciecamente di lei e di non mettere in discussione il piano che ha in mente grazie al quale diverranno re e regina. Tutto ciò che le interessa si chiama “potere”.

Arriva il re, il quale saluta la diabolica signora con una frase spiritosa a proposito della difficoltà di essere un sovrano: “Guardate, guardate, ecco la nostra riverita castellana. L'amore onde gli altri ci accompagnano, qualche volta è per noi una molestia, ma nonostante noi lo accettiamo ringraziando, in quanto che esso è amore. Con questo io vi insegno, come voi dobbiate pregare Dio di ricompensarci per le vostre pene, e ringraziar noi per il disturbo che vi arrechiamo” (Atto I, scena VI). Il discorso di rito di Duncan segue l’antica usanza dell’ospite di scusarsi per il disturbo a cui segue una scontata replica dell’anfitrione: “È un piacere accoglierla”. Nominando le fatiche che sopportano coloro che lo amano, egli ammette di rendersene conto e di rammaricarsene. Allo stesso tempo queste sono le prove dell’amore che i suoi fedeli sudditi provano per lui, dunque non gli resta che ringraziarli.

Mentre il re sta cenando Macbeth riflette sulla natura del sovrano-amico: un buon uomo, né arrogante né egoista. Parlando tra sé e sé: “… Questo Duncan ha esercitato così mitemente i suoi poteri, è stato così puro nel suo alto Ufficio, che le sue virtù, come angeli dalla voce di tromba, grideranno alla dannazione eterna della sua soppressione” (Atto I, scena VII).

Il giorno successivo all’omicidio di Duncan, Ross parla con un anziano il quale ha una lunga memoria ma non ricorda nulla di così abominevole: “Settant'anni io posso ben ricordare: in un giro di tempo come questo ho visto ore tremende e cose strane; ma questa notte atroce ha ridotto ad una inezia tutto quello che sapevo fino ad ora” (Atto II, scena IV). Ross risponde: “Buon padre, lo vedi? Il cielo, come sconvolto dall'atto umano, minaccia la sua scena sanguinosa”. Il re è stato ucciso nonostante fosse amato e rispettato dal popolo, quindi si è trattato di un atto contro natura. A tale proposito i due parlano degli strani eventi capitati di recente. Essi ignorano che il colpevole è Macbeth eppure finiscono indirettamente per contrapporlo a Duncan: “Martedì scorso un falco, mentre montava in altura, fu ghermito, ed ucciso, da un gufo cacciatore di topi” (ibidem). Considerandola una metafora, l’altura sarebbe il culmine del regno, il falco sarebbe Duncan e il gufo sarebbe Macbeth che anziché cacciare un topo, come secondo natura, ha ucciso il falco. Come se ciò non bastasse: “… E i cavalli di Duncan (cosa molto strana, e certa) così belli e veloci, i gioielli della loro razza, divennero improvvisamente d'indole selvaggia, spezzarono le loro sbarre nella stalla, e si slanciarono fuori rifiutandosi all'obbedienza, come se volessero far guerra al genere umano”. I cavalli prediletti da Duncan erano proprio Macbeth e signora. Pur avendo ricevuto i favori del “padrone” (Atto II, scena IV), essi gli si sono rivoltati contro come delle bestie feroci. Qui Shakespeare vuole sottolineare che il regicidio è stato un atto contro natura.

In una conversazione tra Lennox e un lord scozzese Macbeth viene apostrofato da entrambi come tiranno: “… Sento dire che in seguito a delle franche parole, e perché rifiutò la sua presenza al banchetto del tiranno, Macduff è in disgrazia (Atto III, scena VI). Dal loro dialogo si capisce che la vita sotto un tiranno è una vita fatta di terrore e menzogne. Avendo però Macbeth molte spie al suo servizio, devono misurare le parole. Infatti all’inizio della scena, dichiarano che fortunatamente l’uno ha capito da che parte sta l’altro, ciò dalla stessa parte: “Le mie precedenti parole non hanno fatto altro che incontrarsi col vostro pensiero, il quale potrà indagare più oltre” (ibidem).

Lennox dice: “Il pio Duncan fu pianto da Macbeth: sfido, era morto!” (Atto III, scena VI). Questa battuta sarcastica descrive sia l’apparenza di Macbeth – era addolorato per la morte del re – sia la vera natura del protagonista. Lennox continua il discorso ridicolizzando Macbeth in vari modi. Banquo è morto per aver fatto una passeggiata dopo il tramonto e deve essere stato Fleance ad ucciderlo perché Fleance è scappato. A proposito, non è stato orribile per Malcolm e Donaldbain uccidere il proprio padre? Ovviamente Macbeth era così addolorato per Duncan che ha pensato bene di uccidere gli unici due testimoni, cioè i suoi attendenti. Se solo Malcolm, Donaldbain e Fleance fossero nelle mani di Macbeth, egli darebbe loro qualche lezione di parricidio!

Dopo un po’ Lennox mette da parte il sarcasmo e comincia a parlare di Macduff. È venuto a sapere che non è più nelle grazie di Macbeth a causa di alcune parole grosse e perché non è riuscito a presentarsi al banchetto. Chiede al suo interlocutore dove potrebbe trovarsi Macduff. Il lord non lo sa. Macduff si sta dirigendo verso la corte inglese dove Malcolm è stato ricevuto dal Re Edoardo il Confessore. Macduff vuole chiedere al re d’Inghilterra di inviare in Scozia le truppe di Northumberland e Siward, due celebri e valorosi capitani. In caso affermativo, la Scozia sarebbe libera dalla tirannia. Finalmente si potrebbe “… Dar di nuovo vivande alle nostre mense, e sonno alle nostre notti; liberare dai pugnali insanguinati le nostre feste ed i nostri banchetti, rendere omaggio sincero e ricevere liberi onori” (Atto III, scena VI).

Sotto la dittatura di Macbeth, la paura dei suoi “pugnali insanguinati” incupisce ogni attimo dell’esistenza. In contrapposizione a questo regno di terrore, un vero re gode di “omaggio sincero” e assegna come ricompensa “liberi onori”, liberi in quanto il beneficiario non è costretto a comportarsi in maniera servile quando li riceve.

Quando Macbeth va in cerca delle streghe, le maledice, le chiama vecchie megere e pretende che rispondano alle sue domande. Quelle gli fanno delle profezie, l’ultima delle quali afferma che banquo sarà il capostipite di una lunga serie di re che giungerà fino a Giacomo, re di Scozia e Inghilterra. Macbeth resta basito tanto che la prima strega gli promette un po’ di allegria: “Incanterò l'aria perché suono n'esca, e voi ballate la vostra tresca; sicché quel gran re possa dir cortese che ognuna di noi omaggio gli rese” (Atto IV, scena I). Fa dunque del sarcasmo. Macbeth resta un tiranno anche per le streghe e non merita rispetto. Proprio come le streghe rappresentano l’esatto contrario del suddito fedele, Macbeth rappresenta l’esatto opposto del re buono e saggio.

In Inghilterra, Macduff supplica Malcolm di guidare un esercito contro Macbeth. Malcolm acconsente ma non prima di aver messo alla prova le intenzioni di Macduff. Gli preme scoprire se è solo una questione personale o se tiene veramente al destino della Scozia.
Per indurre Macduff a scoprire le proprie carte, comincia dicendo che la Scozia soffrirà ancora di più dopo la disfatta di Macbeth in quanto egli, una volta diventato re, sarà ancora più crudele. “…La mia povera patria dovrà subire più eccessi di quelli che non abbia subìti fino ad ora, dovrà soffrire di più, e in più diverse guise che mai, per opera di colui che gli succederà” (Atto IV, scena III). Minaccia di essere il massimo della depravazione “… Ma nella mia lascivia non c'è fondo, nessuno: le vostre mogli, le vostre figlie, le vostre matrone e le vostre serve, non potrebbero riempire il pozzo della mia lussuria: ed i miei appetiti sopraffarebbero ogni impedimento restrittivo, che si opponesse alle mie voglie. Meglio un Macbeth che un tale uomo a regnare (ibidem). Macduff ha una reazione debole e sembra non essere convinto infatti risponde: “Non manchiamo di dame compiacenti, né vi può essere in voi un tale avvoltoio di lussuria”. Allora Malcolm attacca su un altro fronte: “Se fossi re, mi sbarazzerei dei nobili per impadronirmi delle loro terre; agognerei i gioielli di questo, e la casa di quello”. Macduff replica che questi vizi sono sì deprecabili ma “sopportabili, bilanciati con altre virtù” (Atto IV, scena III). Malcolm dichiara di non avere virtù, anzi confessa di sentirsi un demonio: “Se ne avessi il potere, io verserei il dolce latte della concordia nell'inferno, metterei a soqquadro la pace dell'universo distruggerei ogni armonia sulla terra”. A questo punto Malcolm domanda a Macduff se un uomo del genere sarebbe idoneo a fare il re. L’altro risponde: “Fatto per governare? No! Neppure per vivere!”, aggiungendo una forte carica di disperazione perchè la Scozia sarebbe perduta. La prova finisce qui: “Macduff, questo tuo nobile grido di dolore, figlio della tua integrità, ha cacciato dall'anima mia ogni nero scrupolo, ed ha riconciliati i miei pensieri colla tua nobile lealtà e col tuo onore” (Atto IV, scena III). Malcolm ritira tutto quello che ha detto e svela la sua vera natura e le sue reali intenzioni: “Ora io mi metto sotto la tua guida, disdico la mia propria denigrazione, e qui stesso rinnego le calunnie e le macchie che ho gittate sopra di me, come estranee alla mia natura. Io sono ancora sconosciuto alla donna; non fui mai spergiuro; ho appena desiderato ciò che era mio; in nessuna occasione ruppi mai la mia fede, non tradirei il diavolo ad un suo compagno; ed amo la verità non meno della vita”.

Dopo questa scena in cui la malvagità di Macbeth è stata bilanciata dalla magnanimità di Macduff e Malcolm, al pubblico vengono ricordate le qualità che un buon sovrano dovrebbe possedere. Entra in scena un medico annunciando che una folla di malati attende la guarigione da parte del re. È una malattia che può essere curata solo dal re: “La loro malattia è ribelle ai più grandi tentativi della scienza, ma il cielo concesse una tale santità alla sua mano, che ad un solo tocco di lui, essi guariscono immediatamente”. Uscito il medico, Malcolm racconta che: “Oltre a questo singolare potere, egli possiede il dono celeste della profezia, e pendono intorno al suo trono una quantità di benedizioni che dicono lui pieno di grazia”. Malcolm non fa menzione di Macbeth ma l’unica spiegazione plausibile di questo ritratto è che si voglia marcare il contrasto tra un re che salva il popolo (persino con la taumaturgia) e un tiranno che lo condanna a morte. Infatti ecco che arriva la notizia dell’ultima nefandezza perpetrata da Macbeth: lo sterminio della famiglia di Macduff (Atto IV, scena III).

Durante il sonnambulismo Lady Macbeth rivive i momenti successivi all’omicidio di re Duncan quando il marito non riusciva a fare altro che fissare le macchie di sangue su quelle mani che racchiudevano i pugnali insanguinati. Nel sonno gli parla: “Che ragione abbiamo di temere che qualcuno lo sappia, quando nessuno può chiamare la nostra potenza a renderne conto?” (Atto V, scena I). Il concetto è: una volta diventati i nuovi sovrani di Scozia, cosa importa chi ha ucciso Duncan? È convinta che il potere reale possa rivolvere tutti i problemi. In realtà, non risolve lo stato di follia che la pervade sempre di più.

Quando le giunge voce che l’esercito inglese sta marciando verso il castello, Macbeth sa bene che potrebbe uscirne sconfitto e prova a farsene una ragione. In un monologo celebre, dice che la sua vita non ha più senso: “Io ho vissuto abbastanza, il cammino della mia vita è giunto alla stagione, in cui la foglia si fa secca e gialla, e tutto ciò che dovrebbe accompagnare la vecchiaia come onore, affetto, obbedienza, schiere di amici, io non debbo cercare di averlo. Per me, in loro vece, ci sono maledizioni proferite a bassa voce, ma profonde, rispetto espresso a fior di labbra, come un soffio che il povero cuore vorrebbe volentieri trattenere, ma non osa” (Atto V, scena III). Finalmente capisce le conseguenze della tirannia. Dettando legge col terrore e la menzogna, tutti i suoi sudditi lo odiano profondamente.

Giunto a Dunsinane, Siward, il comandante delle truppe inglesi, commenta a Malcolm: “Non sappiamo altro, se non che il tiranno se ne sta ancora, tranquillamente, in Dunsinane, e che attenderà che noi gli piantiamo il campo davanti” (Atto V, scena IV). Secondo lui Macbeth si sente così invincibile che, anziché attaccare, ha scelto di lasciare al nemico la possibilità di assediarlo. Malcolm replica che il tiranno non ha scampo: “Dovunque se ne offra il destro, grandi e piccoli gli si rivoltano contro, e nessuno lo serve più, se non gente costretta, e lo fa anche senza il cuore” (Atto V, scena IV).
Ormai gli unici rimasti fedeli al tiranno sono coloro che gli ruotano fisicamente intorno e che quindi obbediscono solo perché temono la sua spada in caso di tradimento.

 

Visioni e allucinazioni, ovvero follia e sovrannaturale.

In tutta l’opera ricorrono allucinazioni e visioni di ogni tipo: fungono da monito della complice colpevolezza dei Macbeth che si macchiano di delitti sempre più atroci.
Quando Macbeth è sul punto di uccidere Duncan, gli appare un pugnale sospeso a mezz’aria. Intriso di sangue e puntato verso la stanza del sovrano, il pugnale rappresenta la strada di dannazione sulla quale l’eroe si sta incamminando. In seguito, durante il banchetto, gli appare Banquo seduto su una sedia come fosse ancora vivo. In realtà Banquo è caduto sotto i colpi della sua mano crudele. Anche la forte razionalità di Lady Macbeth non dura a lungo: ben presto inizia ad avere delle visioni, a soffrire di sonnambulismo e si convince di avere ancora delle macchie di sangue sulle mani, macchie persistenti e incancellabili.
In entrambi i casi lo spettatore rimane nel dubbio: la visione è reale o si tratta di semplici allucinazioni? In ogni modo, i Macbeth li interpretano come segnali ultraterreni della colpa che portano.

Nel tempo che intercorre dal primo fugace incontro con le streghe alle ultime visioni spettrali che tormentano Macbeth, si colloca una lunga schiera di morti: molti di questi sono suoi amici e “parenti”. Però il suicidio della moglie nell’atto V, scena IV, lo fa precipitare nell’abisso della follia più totale.
Lady Macbeth è come un’appendice fondamentale di Macbeth. Operano in simbiosi, pensano all’unisono e quando l’appendice si spegne, Macbeth perde definitivamente il contatto con la realtà. La moglie era la custode esclusiva dei suoi segreti e dei suoi tormenti.
Persino nella sua morte vi è un elemento sovrannaturale: nel primo atto dell’opera, aveva evocato le forze della natura affinchè la fortificassero. Questo è il monologo che segna il destino della donna: “… Venite, o voi spiriti che vegliate sui pensieri di morte, in quest'istante medesimo snaturate in me il sesso, e colmatemi tutta, da capo a piedi, della più atroce crudeltà. Spessite il mio sangue, occludete ogni accesso ed ogni via alla pietà, affinché nessuna contrita visita dei sentimenti naturali scuota il mio feroce disegno o stabilisca una tregua fra lui e l'esecuzione. Venite alle mie poppe di donna, e prendetevi il mio latte in cambio del vostro fiele, o voi ministri d'assassinio, dovunque (nelle vostre invisibili forme) siate pronti a servire il male degli uomini. Vieni, o densa notte, e ammàntati del più perso fumo d'inferno…” (Atto I, scena V). Chiede agli spiriti di essere virilizzata e di sostituire il latte del suo seno con il fiele. Dalle sue parole cariche di enfasi si deduce che vorrebbe diventare la creatura più malvagia del mondo (vedi rapporto tra crudeltà e virilità).

Il tema del ciclo vitale risulta amplificato dal fatto che la signora si rivolge agli spiriti della natura. È l’inizio della sua fine. È lei che insiste perché Macbeth uccida il re per diventare re di Scozia. Sono i suoi piani diabolici che trascinano lei e il marito nei gironi dell’inferno. Allo stesso tempo la responsabilità va condivisa. È Macbeth che decide di spingersi oltre, macchinando altri omicidi finalizzati alla conservazione del potere.

Ogni volta che Macbeth entra in contatto con una profezia sovrannaturale, scende di un gradino verso il baratro della follia e a lungo andare ne muore. La scomparsa della moglie gli dà il colpo di grazia. In tutta l’opera si nota un meccanismo costante: ad ogni morte accompagnata da un evento sovrannaturale, si assiste a uno sgretolamento del suo equilibrio psichico.
Il Macbeth può essere letto come il ciclo vitale di un uomo in balia di forze della natura che si illude di controllare, ma da cui finisce per esserne schiacciato mentalmente e fisicamente.
Il primo fugace incontro di Macbeth con le streghe rappresenta davvero l’inizio della fine.

 

L’insonnia come maledizione: una mente sconvolta che non trova mai pace.

La notte dell’omicidio di Duncan, Banquo confida al figlio: “Mi invita un sonno, che mi grava addosso come il piombo, e pure io non vorrei dormire: misericordiose potenze del cielo, frenate in me i pensieri maledetti ai quali la natura si abbandona nell'ora del riposo!” (Atto II, scena I). Banquo non specifica di quali pensieri maledetti si tratti ma possiamo immaginare che alluda alle profezie che ha sentito pronunciare dalle streghe. Poco dopo Macbeth sembra intendere che ricompenserebbe Banquo se solo egli lo sostenesse in qualche maniera “… Quando potremo sollecitare un'ora a mettersi a nostra disposizione, noi vorremmo passarla a discorrere un poco di quella faccenda, se voi ci accorderete il tempo”. Banquo resta guardingo e non si sbilancia, allora Macbeth gli augura “buon riposo” (Atto II, scena I).
Non appena Banquo va a dormire, Macbeth ha la prima allucinazione: vede un pugnale sospeso a mezz’aria ed esclama: “Ora sopra una metà del mondo la natura sembra morta, e malvagi sogni ingannano il sonno tra le sue cortine: la stregoneria celebra i riti della pallida Ecate” (Atto II, scena I). Il sonno è protetto dalle cortine, cioè dalle tende dei letti a baldacchino, ma di notte i sogni malvagi possono penetrare sia le tendine che il sonno stesso.
Re Duncan viene ucciso nel sonno da Macbeth il quale rimane così sconvolto da non riuscire più a muoversi. Continua a fissare le mani sporche di sangue e racconta alla moglie che mentre sgattaiolava via dalla stanza del sovrano, ha udito la voce di due uomini provenire da una stanza vicina: “C'è uno che nel sonno ha riso; e un altro ha gridato: "All'assassinio!" così forte, che tutti e due si sono svegliati reciprocamente. Io mi sono fermato ad ascoltarli, ma essi hanno detto le loro preghiere, e si sono rimessi a dormire” (Atto II, scena II). È come se, perfino nel sonno, quei due uomini avessero assistito al crudele assassinio. Qualche attimo dopo, sempre dialogando con la moglie, Macbeth confessa che gli è parso di sentire una voce inquietante. Sono tra i versi più famosi dell’intera opera: “- Non dormire più! Macbeth uccide il sonno! - ... il sonno innocente, il sonno che ravvia il filaticcio arruffato delle umane cure, che è la morte della vita d'ogni giorno, il bagno ristoratore del duro travaglio, il balsamo delle anime afflitte, la seconda portata nella mensa della grande natura, il principale nutrimento nel banchetto della vita” (Atto II, scena II).

Il “filaticcio arruffato” è un gomitolo di filo aggrovigliato. Macbeth usa questa metafora per esprimere il tipo di frustrazione che si prova quando attraversiamo così tanti guai che non riusciamo ad intravedere la fine del tunnel. In tali situazioni, si usa dire che sarebbe meglio “dormirci sopra” perché “la notte porta consiglio”. Anche Macbeth paragona il sonno sia ad un bagno rigenerante dopo una giornata di duro lavoro sia al piatto forte di un banchetto.
Per Macbeth, il sonno non è solo un bisogno vitale ma qualcosa che rende la vita degna di essere vissuta e sente che, uccidendo nel sonno il proprio re, è come se avesse ucciso il sonno stesso.

Secondo il portiere di Macbeth la sonnolenza è uno degli effetti collaterali dell’abuso di alcool che nello specifico provoca “il naso rosso, il sonno e l'orina” (Atto II, scena III). Il portiere paragona il sonno ai sogni irrealizzabili. Infatti aggiunge: “In quanto alla lussuria, messere, la provoca e non la provoca: eccita il desiderio, ma impedisce di soddisfarlo. Perciò il bere troppo si può dire che giuoca d'equivoco con la lussuria: la crea e la distrugge; la spinge innanzi e la ritira indietro; la persuade e la scoraggia, la fa rizzare in piedi e non la fa star ritta: insomma, equivocando la fa cadere in un sonno".

Nella stessa scena, non appena Macduff scopre il cadavere insanguinato di re Duncan, chiama Malcolm e i figli del re per svegliare il castello: “Scotetevi di dosso codesto soffice sonno, contraffazione della morte, e guardate in faccia la morte stessa!”. Macduff vuol dire che il sonno è soffice perché, sebbene somigli alla morte, in realtà è un toccasana, cioè tutto il contrario della morte.

Quando Macduff suona l’allarme, entra Lady Macbeth ed esclama: “Che cos'è stato, che una tromba così orrenda chiama a parlamento quelli che dormono in questa casa?”. Gli attori entrano in scena con facce assonnate e i Macbeth, per non destare sospetti, fanno certamente la loro comparsa in camicia da notte. L’abbigliamento accomuna tutti gli ospiti del castello (Banquo, Malcolm, Donalbain e Ross) perché Banquo suggerisce di incontrarsi “quando avremo coperto il nostro ignudo frale, che soffre, esposto così all'aria, vediamoci, e discutiamo questa sanguinosissima faccenda per conoscerla più addentro” (Atto II, scena III).
Macbeth ha davvero ucciso il sonno!

Subito dopo aver inviato i due sicari ad uccidere Banquo, Macbeth diventa insonne. Confida alla moglie che farà a pezzi il mondo “piuttosto che ci tocchi di mangiare, ad ogni pasto, col sussulto della paura, e di dormire in mezzo all'angoscia di questi sonni terribili, che ci agitano ogni notte” (Atto III, scena II). Rafforza il concetto con un’esclamazione ancora più pesante che lascia intravedere esasperazione e sofferenza: “Meglio esser col morto, che noi, per guadagnar questo posto, abbiamo mandato alla pace, anziché giacere sul tormento del pensiero, in un delirio senza tregua. Duncan è nella sua tomba, dopo la febbre intermittente della vita, egli dorme tranquillo”. Quindi Duncan “dorme” tranquillo e ha trovato la pace eterna, mentre lui e la moglie patiscono i tormenti della follia.
Macbeth fa alla moglie una sorta di profezia, usando un linguaggio criptico degno di un oracolo: “Prima che il pipistrello abbia incominciato il suo volo intorno ai chiostri; prima che lo scarabeo nato nello sterco, rispondendo all'appello della buia Ecate, abbia sonato la sbadigliante squilla della notte col suo ronzio sonnacchioso, sarà compiuto un atto di una tremenda importanza. […] Le buone creature del giorno incominciano a cedere alla stanchezza, e si assopiscono, mentre i neri agenti della notte si svegliano per andare alla preda. Le forze del male sono all’opera quando le creature innocenti riposano serenamente.

Al termine della scena in cui il fantasma di Banquo fa la sua apparizione al banchetto, Lady Macbeth rimprovera il marito per la pessima figura fatta davanti a tutti: “A te manca il balsamo di tutti gli esseri: il sonno!” (Atto III, scena IV). Il balsamo che manca a Macbeth è il sonno, senza il quale è normale per un uomo cominciare a sragionare. Mentre in precedenza Lady Macbeth aveva rinfacciato al marito di essere una “mezza femmina”, ora si rende conto che la causa dello strano comportamento del marito si può anche attribuire all’insonnia.

Durante un dialogo con un nobile scozzese, Lennox viene a sapere quasi contemporaneamente due cose: che Macbeth è un sanguinario tiranno e che Macduff è diretto alla corte inglese in cerca di aiuto. Macduff vuole rovesciare Macbeth affinchè Malcolm, figlio di Duncan, possa diventare il nuovo re di Scozia e liberare così il popolo dall’oppressore. Alla fine del dialogo il nobile si augura che “noi possiamo dar di nuovo vivande alle nostre mense, e sonno alle nostre notti” (Atto III, scena VI).

Quando Macbeth viene informato che Macduff lo vuole morto, gli giura che “tu non vivrai, affinché io possa dire alla pusillanime paura che essa mente, e dormire a dispetto del tuono” (ibidem). Il tuono indica la vendetta per gli omicidi che ha commesso. Non riesce più a dormire perché teme i complotti ma si convince che basti ammazzare ancora un nemico, “il” nemico, per sistemare tutto e riuscire a vincere l’insonnia che lo attanaglia.

Nella scena in cui lady Macbeth gira da sonnambula, la sua dama di compagnia racconta al medico di aver visto la signora alzarsi dal letto, gettarsi addosso la sua veste da camera, aprire con la chiave il suo scrigno, trarne fuori una carta, piegarla, scrivervi, leggerla, poi suggellarla, e tornarsene a letto. E tutto ciò mentre era nel più profondo sonno” (Atto V, scena I). Il medico esclama: “Gran perturbamento dell'organismo, questo di godere ad un tempo il beneficio del sonno, e compiere gli atti della veglia”. Capisce che per arrivare a tal punto lady Macbeth deve essere davvero turbata nel più profondo dell’anima. Infatti ella sopraggiunge e mormora: “Via, maledetta macchia! Via, dico Una... due: ecco, allora è il momento di farlo. L'inferno è buio! Vergogna, mio signore, vergogna! un soldato che ha paura! Che ragione abbiamo di temere che qualcuno lo sappia, quando nessuno può chiamare la nostra potenza a renderne conto? Ma chi avrebbe mai pensato, che quel vecchio avesse dentro tanto sangue?”.
È stato davvero Macbeth ad uccidere il sonno, la voce che Macbeth aveva sentito aveva ragione.

 

Profezia e chiaroveggenza: predestinazione o libero arbitrio?

Le profezie delle streghe sono il motore propulsore dell’intreccio che si dipana nel Macbeth. Tuttavia, vi è un’ambiguità irrisolta rispetto al fatto se alcune di queste profezie rispecchino i desideri dei soggetti cui sono rivolte – ad esempio, se lo stesso Macbeth sia l’artefice della propria ascesa al trono o se tutto dipenda dal fatto che lui è un sovrano predestinato.
Inoltre, come emerge dalla profezia del bosco di Birnam e da quella legata alla nascita di Macduff, si tratta di veri enigmi, poiché il loro significato non è quello letterale ma necessita della corretta interpretazione.

Macbeth ha potuto davvero scegliere la sua strada o questa è stata già tracciata? Tutto ciò che egli fa nella vita è già scritto. Egli è dotato sì di libero arbitrio, ma qualunque cosa accada è come se fosse già predestinata. Il suo destino lo precede. Qualunque decisione egli prenda, le tre streghe sono già in grado di prevedere il suo destino.
In qualche modo, nonostante il libero arbitrio, il suo destino gli è già stato assegnato anzitempo.

Le tre streghe conoscono il destino e per questo possono profetizzare chi sarà destinato a diventare re. Sanno benissimo che sarà Macbeth. Ecco i loro saluti:

* “Salve, Macbeth! salute a te, Signore di Glamis!”
* “Salve, Macbeth! salute a te, Signore di Cawdor!”
* “Macbeth, che un giorno sarai re!” (Atto I, scena I).

Inoltre, nella scena I dell’atto IV gli preannunciano, sulla base delle apparizioni, che sarà spodestato:

* La prima apparizione è Macduff che gli intima: “Guardati da Macduff; guardati dal signore di Fife”.
* La seconda apparizione è un fanciullo insanguinato: annuncia che nessun uomo nato da donna lo ucciderà: “Nessun nato di donna potrà far del male a Macbeth!”.
* Infine la terza apparizione è un fanciullo incoronato, il quale invita Macbeth a non preoccuparsi finchè la foresta non giungerà da lui e gli otto re non lo detronizzeranno: “Macbeth è invitto, finché la foresta grande di Birnam contro a lui la cresta salga di Dunsinane” (Atto IV, scena I).

Le tre streghe conoscono già il tragico destino di Macbeth e le decisioni che prenderà.

Quando le streghe riferiscono a Macbeth che un giorno salirà sul trono di Scozia, egli manifesta impazienza e vorrebbe divenire re immediatamente. Allora Macbeth confida alla moglie la strana esperienza delle streghe e dei loro avvertimenti che hanno indotto in lui delle enormi aspettative. La moglie inizia a pianificare tutta una serie di azioni malvage che spingono Macbeth a sperare nella possibilità di diventare re. Insieme uccidono re Duncan e la sua scorta. Fanno quindi ammazzare Banquo perché nutre dei sospetti su di loro. Come se non fosse sufficiente, i due Macbeth cercano di far uccidere persino il figlio di Banquo, Fleance, che però riesce a scappare. Intanto Macduff si è rifugiato in Inghilterra, lasciando la famiglia in patria (la moglie non capendo il gesto e in mancanza di informazioni precise, crede che il marito sia un traditore). Macbeth ovviamente ne approfitta e la fa uccidere, non risparmiando neanche i figli.

Eccoci però al punto! Formulando le profezie iniziali, le streghe non avevano menzionato nessun omicidio. Non ne avevano minimamente parlato. È stato Macbeth in persona a scegliere (tramite il libero arbitrio) di fare a pezzi chiunque rappresentasse un ostacolo o anche solo una vaga minaccia.

Successivamente (Atto IV) le streghe mettono in guardia Macbeth da tre tipi di minacce al suo regno. Come già accennato poc'anzi, lo fanno attraverso tre apparizioni.
La prima non sembra significativa.
La seconda apparizione è invece alquanto enigmatica: cosa vorrà dire “nessun uomo nato da una donna potrà sconfiggerti"? Se solo Macbeth avesse saputo che Macduff non era stato proprio partorito ma era nato con il taglio cesareo! In pratica Macduff è il pericolo numero uno.
Per quanto riguarda la terza profezia, bisogna rilevare che è la più sibillina. Tutti sanno che la foresta non si può spostare ma i soldati inglesi useranno rami e foglie di albero per mimetizzarsi durante l’avanzata finale verso il castello. Quindi la “foresta” marcerà contro Macbeth per spodestarlo.

Il destino é già scritto.
Allora quale libertà di scelta ha l’eroe? Nessuna, anche perchè non capisce il significato profondo delle tre profezie.
In conclusione si può tranquillamente affermare che Macbeth è destinato a perdere la corona e la vita, nonostante abbia potuto esercitare il libero arbitrio e scegliere di conquistare il trono con la pura violenza e il terrore. In ogni caso il destino è immutabile, non esiste rimedio.
Il libero arbitrio dell’eroe coincide con il proprio destino personale. E non avrebbe potuto cambiarlo nemmeno facende scelte diverse. Anche se non si fosse macchiato di crimini atroci, sarebbe comunque diventato re e sarebbe comunque stato spodestato perché la sua indole è malvagia, i suoi pensieri sono malati e la sua ambizione sfrenata lo rendono disumano indipendentemente dalle azioni che decide di compiere. 

 

Il sangue come metafora.

Il sangue pervade l’opera fin dall’inizio. Prendiamo la battaglia tra gli scozzesi e gli invasori norvegesi, descritta in termini molto forti nell’atto I, scena II, dal capitano ferito. Quando Macbeth e Lady Macbeth intraprendono la loro impresa sanguinaria, il sangue diventa simbolo della loro colpa, ed essi iniziano a sentire che i crimini commessi hanno gettato su di loro una macchia indelebile.
“Che mani sono queste qui? Ah! esse mi strappano gli occhi! Tutto l'oceano del grande Nettuno potrà lavar via, interamente, questo sangue dalla mia mano? No, piuttosto, questa mia mano tingerà d'incarnato i mari innumerevoli, facendo del verde un unico rosso!” esclama Macbeth dopo aver ucciso Duncan, nonostante le ammonizioni della moglie che lo rassicura: “Un po' d'acqua ci farà mondi di quest'atto” (Atto II, scena II). Poi, però, ella finisce col provare la stessa sensazione di essersi macchiata: “Via, maledetta macchia! Via, dico… Ma chi avrebbe mai pensato, che quel vecchio avesse dentro tanto sangue?” si chiede camminando per le sale del castello verso la fine dell’opera (Atto V, scena I).
Il sangue simboleggia la colpa simile a una macchia indelebile impressa sulla coscienza sia di Macbeth che di Lady Macbeth, una macchia che li perseguiterà fino alla morte.
“Chi è quell'uomo insanguinato?" (Atto I, scena II). In queste parole che aprono la seconda scena del primo atto, Re Duncan si informa da un sergente e questi racconta poi la storia dell’eroica vittoria di Macbeth su Macdonald e il Re di Norvegia.

 

Il racconto della storia fatto dal sergente è in se stesso eroico, poiché le sue gravissime ferite lo hanno indebolito e costretto ai margini della battaglia. Così il suo sangue e il suo eroismo sembrano enfatizzare il ritratto eroico di Macbeth.

Quando Lady Macbeth progetta di uccidere Re Duncan, invoca gli spiriti dell’assassinio: “Spessite il mio sangue, occludete ogni accesso ed ogni via alla pietà…” (Atto I, scena V). Il sangue liquido era ritenuto sano, e si pensava che il veleno rendesse il sangue grumoso. Lady Macbeth vuole avvelenare il suo animo per poter uccidere senza provare rimorsi. Proprio prima di uccidere Re Duncan, Macbeth vede un pugnale sospeso a mezz’aria e, mentre resta sbigottito a fissarlo, dense gocce di sangue appaiono sulla lama e sull’elsa. Egli dice al pugnale: “Io ti vedo ancora; e sulla tua lama e sull'impugnatura vedo stille di sangue, che prima non v'erano”. Tuttavia, si allontana e dà una spiegazione a ciò che gli sta accadendo: “No, non c'è nulla di simile. E' l'atto sanguinoso che sto per compiere, il quale prende corpo, così, davanti agli occhi miei” (Atto II, scena I). Ovviamente l’atto sanguinoso è l’assassinio che sta per compiere.
“E' una vista dolorosa questa!” (Atto II, scena II) dice Macbeth, guardandosi le mani insanguinate dopo aver ucciso re Duncan. La moglie considera folle quest’affermazione e ritiene il marito ancora più folle quando si accorge che ha portato con sè dalla camera da letto del re i pugnali insanguinati. Gli ordina di riportare indietro i pugnali, metterli nelle mani dei servitori di corte e cospargerli di sangue. Macbeth, però, è così scosso che non riesce a fare altro che stare in piedi a fissarsi le mani insanguinate, perciò è Lady Macbeth colei che prende e riporta i pugnali al loro posto. Mentre si appresta a fare il lavoro che ritiene giusto fare, Macbeth rimane ancora immobile e con lo sguardo fisso. Si chiede se tutta l’acqua del mondo potrà lavare via il sangue che lo macchia: “Tutto l'oceano del grande Nettuno potrà lavar via, interamente, questo sangue dalla mia mano? No, piuttosto, questa mia mano tingerà d'incarnato i mari innumerevoli, facendo del verde un unico rosso!” (Atto II, scena II).
Per contro, la moglie è convinta che la sua ossessione del sangue dimostri la sua codardia. Lady Macbeth intinge le dita nel sangue del cadavere del re e macchia i servitor di corte, poi si rivolge al marito dicendo: “Le mie mani sono del colore delle vostre: ma io mi vergognerei di avere il cuore bianco come voi”. Lady Macbeth vuole dire che anche le sue mani, così come quelle del marito, sono insanguinate, ma che avrebbe vergogna di avere un cuore “bianco”, cioè debole e vile, come quello del marito. Lo accompagna a lavarsi le mani e sembra del tutto sicura che “un po' d'acqua ci farà mondi di quest'atto” (Atto II, scena II). Per ironia della sorte, quando in seguito impazzirà vedrà sulle sue mani del sangue indelebile nonostante l’uso dell’acqua.

Raccontando a Malcolm e Donalbain dell’assassinio del padre, Macbeth esclama: “La vostra, e voi non lo sapete: la scaturigine, la sorgente, la fonte del vostro sangue si è arrestata; la stessa vena onde scorreva si è fermata” (Atto II, scena III). In questo passo, il significato principale di “vostro sangue” è “la tua famiglia” sebbene le metafore di Macbeth intendano con “sangue” anche l’essenza che dona la vita. Subito dopo il sangue viene inteso come prova della colpa. Lennox dice che il Re sembra essere stato assassinato dai servitori di corte, perché “Sono stati, a quanto pare, gli addetti alla sua camera: avevano le mani e la faccia segnate col sangue; e così erano anche i loro pugnali, che abbiamo rinvenuti, non ancora asciugati, sui loro guanciali” (ibidem).

Dopodiché, quando Macbeth, indica il cadavere del sovrano, il sangue assume quasi la forma di un sontuoso abito addosso ad un corpo prezioso: “Qui giaceva Duncan, con la pelle d'argento gallonata dal suo sangue d'oro”. E aggiunge, riferendosi ai presunti assassini: “Là c'erano gli assassini, intrisi nel colore del loro mestiere, coi pugnali rivestiti sconciamente di sangue aggrumato” (ibidem).
In questa scena, l’ultimo riferimento al sangue è fatto da Donalbain, il quale, rivolgendosi al fratello con la frase: “Qui dove siamo, vi sono pugnali fin nel sorriso degli uomini; il più vicino per sangue è il più vicino a sanguinare”, intende dire che, come figli legittimi del re assassinato, i nobili più a rischio sono loro e quindi è meglio andarsene dal castello il prima possibile.

Il mattino seguente il regicidio ha una strana oscurità. Ross si rivolge a un vecchio signore dicendo: “Ah! buon padre, lo vedi, il cielo, come sconvolto dall'atto umano, minaccia la sua scena sanguinosa: secondo l'orologio è giorno, eppure la negra notte soffoca la pellegrina lucerna del mondo” (Atto II, scena IV). A causa dell’assassinio di Duncan, il palcoscenico è insanguinato e il cielo è in collera.
Poco dopo Macduff fa il suo ingresso e Ross gli chiede: “Si sa chi ha commesso quest'atto più che sanguinario?” (Atto II, scena IV). Più che sanguinario perchè è stato un atto contro natura. Re Duncan era un uomo buono e mite che chiunque avrebbe dovuto amare e rispettare.

Nella prima scena in cui Macbeth appare come Re di Scozia, informa Banquo, fingendo che la cosa sia del tutto spontanea, che Malcolm e Donalbain sono latitanti: “Noi apprendiamo che i nostri sanguinari cugini si sono stabiliti in Inghilterra e in Irlanda” (Atto III, scena I).
Macbeth vuole dare la colpa ai figli del re. Dopo che Banquo se n’è andato, Macbeth pianifica il suo assassinio. Egli dice alla moglie che al calare della notte verrà compiuto un atto che lo solleverà dal timore nei confronti di Banquo. Poi invoca l’arrivo della notte: “Vieni, o notte che tutto acciechi, benda il tenero occhio del giorno pietoso, e con la tua sanguinosa mano invisibile annulla e straccia quella solenne cedola che mi fa esser pallido!” (Atto III, scena II). Un uomo diventa pallido per la paura o l’inquietudine perchè il sangue lascia il suo volto. Così, Macbeth crede che eliminando Banquo, gli riaffiorerà il sangue in volto, ed egli non sarà più pallido.

Dopo essere divenuto re, Macbeth offre un banchetto ai suoi nobiluomini. Il banchetto è appena iniziato e subito Macbeth è costretto ad andare alla porta per parlare con il primo sicario. “Tu hai del sangue sul viso” (Atto III, scena IV) gli dice, e il sicario gli riferisce inorgoglito che si tratta del sangue di Banquo, e che ha lasciato il cadavere in un fosso con la gola squarciata. Un po’ più avanti nella scena, proprio mentre Macbeth parla di quanto vorrebbe che Banquo fosse presente al banchetto, irrompe il fantasma di Banquo. Macbeth dice al fantasma: “Tu non puoi dire che sono stato io: non mi scuotere in faccia le tue chiome insanguinate” (Atto III, scena IV). Le chiome insanguinate del fantasma sono quelle dei suoi capelli, coperti di sangue. Dopo la scomparsa del fantasma, Macbeth si giustifica con se stesso pensando che non è il responsabile dell’apparizione del fantasma e afferma che da lungo tempo gli uomini uccidono altri uomini, prima ancora che vi fossero leggi ad impedirlo: “Prima d'ora, anche nei tempi antichi, è stato versato sangue, avanti che delle leggi umane avessero purgato la società e l'avessero ingentilita”. É una cosa naturale spargere sangue, ma ciò che è contro natura è che “… Ora, i morti risuscitano anche con venti ferite mortali nella testa, e ci cacciano dai nostri scanni”. Poi Macbeth si riprende, ritorna dagli ospiti e propone un brindisi in onore di Banquo. A questo punto, il fantasma di Banquo riappare. Stavolta Macbeth cerca di scacciarlo a parole: “Vattene, fuggi la mia vista! La terra ti nasconda! Le tue ossa sono senza midollo, il tuo sangue è freddo; tu non hai virtù visiva in cotesti occhi che sbarri” (Atto III, scena IV). Macbeth si chiede inoltre perchè la vista del fantasma non abbia fatto impallidire gli altri commensali. Egli chiede loro “come potete contemplare visioni come queste, e conservare il naturale rubino delle vostre guance, mentre il mio si fa bianco dalla paura. Presumibilmente, non si rende conto che è lui solo a vedere il fantasma. Infine, quando tutti gli ospiti sono andati via, Macbeth riflette su una diceria: “Vi sarà sangue, dicono: sangue vuol sangue…”. Il detto significa che il sangue della vittima si unirà a quello del suo carnefice, e che ogni omicidio verrà sempre scoperto. Macbeth sa che le pietre si sono mosse, che gli alberi hanno parlato, che gli uccelli hanno rivelato segreti. Tutte queste cose “hanno fatto scoprire l'assassino il più nascosto”. Lo stesso Macbeth è un uomo sanguinario, e il fantasma insanguinato lo ha fronteggiato. La sua colpa è stata quasi mostrata ai presenti. Niente di tutto ciò gli fa provare rimorso, ed egli è determinato ad andare fino in fondo perchè ormai si sente immerso in un fiume di sangue: “Io mi sono inoltrato nel sangue fino a tal punto, che se non dovessi spingermi oltre a guado, il tornare indietro mi sarebbe pericoloso quanto l'andare innanzi” (Atto III, scena IV).

Dopo aver appreso che Macbeth è un tiranno assassino, Lennox apprende da un altro nobile scozzese che Macduff si è rivolto alla corte inglese per chiedere aiuto. Macduff vuole spodestare Macbeth, affinchè il figlio di Re Duncan, Malcolm, possa diventare Re di Scozia. Fatto ciò, dice il signore scozzese, la Scozia godrà i benefici della pace e “… Dar di nuovo vivande alle nostre mense, e sonno alle nostre notti; liberare dai pugnali insanguinati le nostre feste ed i nostri banchetti” (Atto III, scena VI).

Mentre attendono Macbeth, le streghe rimestano uno stufato rivoltante in un calderone. Dopo avervi messo tutti gli ingredienti, le streghe lo raffreddano con “sangue d'un babbuino” (Atto IV, scena I). Poi, subito prima di invocare la prima apparizione, le streghe aggiungono altri due ingredienti al calderone – “il grasso che piovve da un assassino appeso alla forca”, e “sangue di porca che ingoiò la covata di nove”. Quando le apparizioni si materializzano, vi è del sangue su due di esse. Prima giunge una testa con delle braccia, quindi un fanciullo insanguinato che esclama: “Sii sanguinario, ardito e risoluto, irridi il potere dell'uomo, poiché nessun nato di donna potrà far del male a Macbeth!”. L’apparizione finale è una marcia di otto re, scortati dallo spirito di Banquo. Macbeth urla: “Ora lo vedo ch'è proprio vero, poiché Banquo, dai capelli aggrumati di sangue, mi sorride ed accenna coloro come suoi discendenti”.

Quando Macduff finisce per pensare che Malcolm non lo sosterrà nella guerra contro Macbeth, si rammarica per il triste destino della Scozia: “Sanguina, sanguina, o mia povera patria!” (Atto IV, scena III). Malcolm allora lo rassicura del fatto che non tutto è perduto e che anch’egli nutre un forte attaccamento verso la Scozia: “penso che la nostra patria soccombe sotto il giogo; e piange, e sanguina, e ogni nuovo giorno una nuova ferita si aggiunge alle sue piaghe”. Subito dopo, Malcolm mette alla prova la fedeltà di Macduff raccontando una grossa frottola. Figurandosi re si paragona a Macbeth: “Il nero Macbeth sembrerà candido come neve, ed il povero Stato lo stimerà un agnello in paragone delle mie sconfinate nequizie”. Elencando tutto ciò che di terribile farebbe se diventasse il nuovo sovrano, Malcolm porta Macduff sull’orlo della disperazione. Macduff esclama “O mia sventurata nazione, dominata da un tiranno usurpatore dallo scettro insanguinato”. Malcolm ha finalmente scoperto le reali intenzioni di Macduff: non gli importa solamente di essere dalla parte del vincitore ma ama veramente la nazione.

Quando la dama di corte e il dottore osservano lady Macbeth, la donna cammina e parla nel sonno. Lady Macbeth si strofina le mani come se cercasse di lavarle. Da quanto emerge, si tratta di un disperato tentativo di lavare il sangue di re Duncan. Lady Macbeth continua a “lavarsi” le mani finchè non viene interrotta dal ricordo della campana da lei stessa suonata per intimare al marito l’omicidio di Re Duncan: “Via, maledetta macchia! Via, dico Una... due: ecco, allora è il momento di farlo. L'inferno è buio! Vergogna, mio signore, vergogna! un soldato che ha paura! Che ragione abbiamo di temere che qualcuno lo sappia, quando nessuno può chiamare la nostra potenza a renderne conto? Ma chi avrebbe mai pensato, che quel vecchio avesse dentro tanto sangue?” (Atto V, scena I). Lady Macbeth credeva che, una volta diventato re il marito, la scoperta dei responsabili del regicidio sarebbe stata ininfluente, poichè nessuno avrebbe avuto la capacità di sfidare il potere regale di Macbeth. Eppure il vecchio aveva così tanto sangue che lei lo vede ancora sulle mani come marchio della sua colpa. Il sangue di Duncan la ossessiona in modi ancora diversi, benchè essa non possa saperlo. Il “sangue” di un uomo è anche dato dalla sua progenie, e Malcolm, che è sangue del sangue di Re Duncan, è ora in marcia con diecimila soldati inglesi per chiamare Macbeth alla resa dei conti. Durante il sonnambulismo, Lady Macbeth si lamenta per due volte di non riuscire a togliere il sangue dalle mani: “Queste mani non verranno mai pulite?”, si domanda, finendo per deprimersi quando si accorge che quel sangue non potrà più essere tolto: “Sempre odore di sangue, qui! Tutti i profumi dell'Arabia non basteranno a rendere odorosa questa piccola mano. Oh.... oh... oh!” (Atto V, scena I).

Menteith e Caithness fanno parte di quelle truppe scozzesi che in marcia si uniranno all’esercito inglese nel bosco di Birnam. Menteith fa un commento su Malcolm e Macduff: “La vendetta arde nei loro petti; poiché i gravi torti da loro patiti spingerebbero al sanguinoso e orrendo grido di guerra anche un cadavere” (Atto V, scena II). Menteith intende dire che perfino un moribondo si getterebbe nella mischia più sanguinosa, se solo avesse le loro stesse ragioni per combattere. Alla fine della stessa scena, Caithness esclama: “Versiamo, fino all'ultima goccia, il nostro sangue per purgare la patria. Lennox ribatte: “almeno, versiamone quanto è necessario ad innaffiare il regal fiore, e ad annegare le male erbe”. Innaffiare il fiore regale significa farlo crescere, ed è Malcolm questo fiore regale. Macbeth e i suoi sostenitori sono le erbe gramigne che annegheranno nel sangue versato da questi valorosi soldati. Quando un servitore corre da Macbeth spaventato dall’avanzata di diecimila soldati inglesi, Macbeth si inalbera di fronte alla faccia del servitore, pallida di paura. Gli ordina: “Va', pungiti la faccia, e tingi di rosso la tua paura, ragazzo dal fegato bianco come un cucciolo!” (Atto V, scena III). Macbeth deride il servitore; pensa che l’unico modo affinchè il ragazzo appaia coraggioso è quello di pungerlo fino a farlo sanguinare. Inoltre, al tempo di Shakespeare il fegato era ritenuto la sede del coraggio, ma il coraggio richiede spargimento di sangue, e l’opinione di Macbeth è che il ragazzo sia un codardo dal fegato bianco come un cucciolo.

Presso le mura di Dunsinane, dopo che i soldati si disfano dei rami entro cui sono nascosti, Macduff ordina di andare alla carica: “Fate parlare tutte le nostre trombe; si dia dentro con tutto il fiato, a queste sonore precorritrici di sangue e di morte…” (Atto V, scena VI). Le trombe annunciano che scorrerà del sangue e molti moriranno. Nell’ultima scena del dramma, Macbeth sa di non avere alcuna via di scampo, ma è comunque deciso a vendere cara la pelle. Dice: “Finché vedo dei vivi, le ferite stanno meglio a loro” (Atto V, scena VIII). In altre parole, egli vuole vedere scorrere ulteriore sangue prima di morire. Subito dopo, Macduff raggiunge Macbeth e sfidandolo gli grida: “Voltati, cane d'inferno, voltati!”. Macbeth risponde: “Di tutti gli uomini ho schivato te solo: via, vattene, sull'anima mia già troppo pesa il sangue dei tuoi!”. Il sangue cui Macbeth fa riferimento è quello sparso nel massacro della moglie e dei figli del nemico. Più semplicemente, Macbeth confessa che quegli omicidi restano sulla sua coscienza, perciò non vuole versare anche il sangue di Macduff. Il nemico ribatte di non essersi placato, e che la sua spada parlerà per lui: “La mia voce è nella mia spada; infame, sanguinario più di quanto le parole ti possano proclamare!” (Atto V, scena VIII).
Il sangue non viene ulteriormente nominato, ma è possible “intra-vederlo” lo stesso, sia quando Macbeth muore che quando Macduff infilza la sua testa su un palo.

 

L’eterna lotta tra il bene e il male (e tra l’apparire e l’essere.)

La storia di Dottor Jekyll e mister Hyde esplora il concetto del bene e del male come principi compresenti nell’animo umano. Sebbene siano presenti entrambi, di solito uno dei due prevale sull’altro. Come il romanzo di Robert L. Stevenson, anche il Macbeth affronta tale questione. In Macbeth e Lady Macbeth, il bene e il male convivono, tuttavia li vediamo emergere in momenti diversi. Quando Lady Macbeth spinge Macbeth a uccidere Duncan, la sua parte malvagia prevale su quella buona. In questo senso, il “male” ha prevalso sul “bene”.
Per tutto il dramma, osserviamo Macbeth e la moglie impegnati in una costante lotta interiore tra il “bene” e il “male”.

“E' brutto il bello, e bello il brutto, libriamoci per la nebbia e l'aer corrotto” (Atto I, scena I), cantano le streghe mentre attendono il termine della battaglia per comunicare a Macbeth le loro diaboliche profezie.

“Come proprio di là d'onde il sole comincia a risplendere scoppiano uragani che sommergono le navi, e tuoni orrendi, così da quella fonte d'onde sembrava dovesse venire il conforto, è traboccato lo sconforto” (Atto I, scena II), dice il sergente che racconta la battaglia di Macbeth contro i ribelli. Il sergente intende dire che proprio quando l’arrivo della primavera ci fa credere che il tempo sarà bello e ci recherà conforto, il maltempo può recare estremi disagi. Egli prosegue raccontando come la stessa cosa sia accaduta in battaglia. Proprio mentre Macbeth stava sconfiggendo uno dei nemici, altri si lanciavano all’attacco.

“Un giorno così brutto e così bello, ad un tempo, non l'ho mai visto”(Atto I, scena III): sono queste le prime parole di Macbeth nella scena in cui incontra le streghe.

Poco dopo essere stato nominato signore di Cawdor, Macbeth non sa se credere alle profezie delle streghe, e Banquo osserva che “i ministri delle tenebre ci dicono il vero; ci seducono con delle inezie oneste, per tradirci in cose del più grave momento”. Egli avverte Macbeth che, rivelandogli delle piccole verità, le streghe potrebbero sedurlo e spingerlo verso un disastro enorme. Macbeth non sente o non vuole ascoltare il monito dell’amico. Dice invece a sé stesso che “questo incitamento soprannaturale non può essere cattivo, e non può esser buono”. In realtà, Banquo ha già intuito che si tratta di un segnale funesto, nonostante possa apparire propizio. Dopo aver ricevuto la notizia dell’esecuzione del signore di Cawdor (che aveva tradito), Re Duncan esclama: “Non c'è arte per leggere nella faccia la costituzione della mente: egli era un gentiluomo sul quale io avevo fondato una fiducia assoluta...” (Atto I, scena IV). Il suo è un commento su quanta fiducia riponesse nel signore di Cawdor e sul fatto che non immaginasse sarebbe diventato un ribelle.
Prima dell’arrivo di Re Duncan al loro castello, Lady Macbeth esorta così il marito: “Prendete l'apparenza del fiore innocente, ma siate il serpe che sta sotto” (Atto I, scena V). Vuole che assuma un’aspetto gradevole, per meglio nascondere le intenzioni malvage.

“Andiamo, e inganniamo la gente con il più gaio aspetto: un viso falso bisogna che nasconda quello che sa il falso cuore” (Atto I, scena VII). Con queste parole rivolte alla moglie, Macbeth esce dalla scena in cui pianifica seriamente l’assassinio di Re Duncan. I coniugi fingeranno di essere fedelissimi al re durante la festa, per poi trucidarlo quella stessa notte.

Nella scena (Atto II, scena III) in cui viene ritrovato il cadavere di Duncan, Malcolm e Donalbain, figli del re, temono di essere le prossime vittime. “… Qui dove siamo, vi sono pugnali fin nel sorriso degli uomini”, dice Donalbain; così entrambi decidono di fuggire dal castello di Macbeth.

Alla prima comparsa come Re di Scozia, le prime parole di Macbeth sono rivolte a Banquo: “Ecco qui il nostro principale convitato” (Atto III, scena I). Macbeth e Lady Macbeth trattano Banquo con estrema cortesia, ma più avanti nella scena lui ne organizza l’omicidio. Una volta sul trono, Macbeth comincia a soffrire d’insonnia e allucinazioni. Inoltre, egli teme che i figli di Banquo saranno i futuri re di Scozia, secondo la profezia delle streghe.
Ovviamente, dal suo volto cupo tutte queste preoccupazioni affiorano eccome, infatti la moglie lo invita ad essere più ipocrita: “Andiamo, gentile signor mio, spianate l'aggrottata fronte; siate allegro e giocondo, stasera, in mezzo ai vostri convitati” (Atto III, scena II). Macbeth si risente di dover fare di necessità virtù celare i suoi cattivi pensieri dietro un aspetto gradevole. Ha già pianificato l’omicidio di Banquo, ma chiede alla moglie di dimostrarsi ancora più cortese del solito, soprattutto nei confronti di Banquo: “La vostra attenzione sia dedicata a Banquo; prodigategli i più alti onori, così con gli occhi come con la lingua: malsicuro è il tempo nel quale noi dobbiamo lavare il nostro onore in questi fiumi di adulazione, e far del viso una maschera per il cuore, la quale nasconda ciò che esso è”. Il punto chiave di questo passo è “il tempo è malsicuro”. Sono Macbeth e Lady Macbeth ad essere insicuri, poichè Banquo potrebbe sospettare che siano loro gli assassini di Re Duncan, anche in virtù della profezia delle streghe. Pur essendo il re e la regina dovranno trattare Banquo con deferenza, come se questi fosse il vero sovrano.
Per festeggiare la propria ascesa al trono, Macbeth organizza un banchetto per i nobili scozzesi, nel quale assume il ruolo dell’anfitrione ossequioso. Durante il banchetto si prodiga nel dimostrare il suo rispetto per Banquo, ricorrendo a frasi come: “Ora noi accoglieremmo qui sotto il nostro tetto l'onor della patria, se la nobile persona del nostro Banquo fosse presente” (Atto III, scena IV). Gli ospiti di Macbeth non sanno che ha già mandato due sicari ad ucciderlo, ma ecco che fa la sua comparsa proprio il fantasma insanguinato di Banquo per mostrare a Macbeth (e al pubblico) la concretezza del male che si cela dietro le gradevoli parvenze.

Nella scena successiva, quella in cui Macbeth afferma di voler ritornare a far visita alla streghe, Ecate giunge dagli inferi per comunicare alle streghe la sua rabbia nei loro confronti. Ecate pretende di sapere perché esse osino escluderla dal loro “affare Macbeth”. Dopo tutto ella si autodefinisce “la segreta orditrice di tutti i mali” (Atto III, scena V). Come tutte le streghe, Ecate crede che fare il male sia bene, e che lei è quella che meglio ci riesce. Poco dopo, Ecate dice alle streghe che attuerà degli inganni per cui Macbeth: “… Disprezzerà il destino, schernirà la morte, ed innalzerà le sue speranze al di sopra d'ogni saggezza, d'ogni pietà e d'ogni paura: e voi tutte sapete che la sicurezza è il capitale nemico dei mortali”. In breve, la cieca convinzione di avere il destino dalla nostra parte ci fa sentire invulnerabili e quindi diventa la causa della nostra fine.

Poco dopo il banchetto durante il quale fa capolino il fantasma di Banquo, Lennox viene a conoscenza della natura ipocrita e maligna di Macbeth. Egli esclama: “Il pio Duncan fu pianto da Macbeth: sfido, era morto!” (Atto III, scena VI). Questa salace battuta serve a descrivere sia la reazione di facciata di Macbeth - la costernazione per Re Duncan – sia la sua vera natura umana, cioè la sua ipocrisia. Lennox continua poi a ridicolizzare la versione fornita da Macbeth su quanto è successo fino a quel momento.
Macduff si rivolge a Malcolm per ottenere aiuto in una guerra contro Macbeth, ma Malcolm è molto cauto, perché sa che Macduff potrebbe fare il doppio gioco. Dopo aver fatto chiarezza, si scusa e dice: “Gli angeli rifulgono ancora di luce, benché il più fulgido sia caduto, e quand'anche ogni sozzura assumesse le sembianze della virtù, pure la virtù conserverebbe il suo aspetto” (Atto IV, scena III).
L’angelo più fulgido era Lucifero, che cadde diventando Satana. Secondo Malcolm, sebbene un’apparenza innocua possa nascondere un cuore malvagio, e chi sembra un angelo possa invece essere un demonio, ciò non significa che ogni angelo sia necessariamente un demonio.
Benchè i cattivi si sforzino di sembrare buoni, comunque i buoni avranno l'aspetto dei buoni, e non è giusto che dei buoni sospettino altri buoni di essere cattivi.

Col sopraggiungere della battaglia campale, Macbeth riflette sul fatto che la sua vita non è degna di essere vissuta: “Tutto ciò che dovrebbe accompagnare la vecchiaia come onore, affetto, obbedienza, schiere di amici, io non debbo cercare di averlo; per me, in loro vece, ci sono maledizioni proferite a bassa voce, ma profonde, rispetto espresso a fior di labbra, come un soffio che il povero cuore vorrebbe volentieri trattenere, ma non osa” (Atto V, scena III).
E così l’atteggiamento ipocrita che ha usato con tutti, la catena di menzogne e dissimulazioni che ha infilato una dietro l’altra, gli si ritorcono fatalmente contro. Chi sta ancora dalla sua parte, in realtà lo odia silenziosamente e neanche l’eventuale esito favorevole della battaglia lo renderà amato né rispettato.

 

Il senso di colpa.

Qualsiasi crimine porta con sé conseguenze irreversibili non solo per la vittima ma anche per l’autore. Dopo l’assassinio di Duncan, Lady Macbeth capisce che non riuscirà più a togliersi il sangue dalle mani né a perdonarsi per il reato commesso. La colpa ha il potere di impadronirsi della vita, poichè tutto ciò che si vede e si fa riporta alla mente l’odioso crimine. È esattamente il caso di Lady Macbeth.

La colpa assume un ruolo centrale nello spingere Macbeth all'azione cruenta, e nel trascinare la moglie oltre la soglia della normalità – fino alla follia e alla morte.
In tutto il dramma si possono rintracciare sfoghi emotivi legati al senso di colpa, che contribuisce alla scelta fatale di Macbeth e porta Lady Macbeth al suicidio. Pur essendo numerosi gli esempi che esemplificano la forza che la colpa esercita sui protagonisti, ve ne sono tre particolarmente significativi:

* Il primo riguarda l’episodio immediatamente successivo all’assassinio di Re Duncan, quando Macbeth esce dalle stanze degli ospiti con le mani insanguinate e rimane paralizzato per un po’.
* Segue un secondo esempio, laddove tutto il senso di colpa che Macbeth provava in principio, si trasforma in odio dopo la decisione di uccidere anche Banquo.
* L’ultimo esempio si colloca verso la fine della tragedia, quando Lady Macbeth vaga da sonnambula e si toglie la vita perché schiacciata dai rimorsi.

Questi tre esempi costituiscono la prova che in questo dramma shakespeariano la colpa gioca un ruolo chiave nelle vite dei personaggi.

Il meccanismo della colpa si innesta in realtà a partire dal secondo atto, scena seconda, dopo l’omicidio di Duncan, quando Macbeth ritorna dalla moglie. Ovviamente, Macbeth è totalmente sconvolto per ciò che ha fatto. Uccidere un uomo, anzi un re, per giunta amato dal popolo, è un peccato mortale. Si convince di aver ucciso anche la sua innocenza e che ciò porterà conseguenze ben peggiori.
A conferma di ciò vi sono riferimenti in tutta la scena: “Non dormir più! Glamis ha ucciso il sonno e quindi Cawdor non dormirà più, Macbeth non dormirà più!”. “Tutto l'oceano del grande Nettuno potrà lavar via, interamente, questo sangue dalla mia mano? No, piuttosto, questa mia mano tingerà d'incarnato i mari innumerevoli, facendo del verde un unico rosso!”. L’enormità del suo senso di colpa scaturisce da queste frasi, e infatti afferma che se provasse a lavarsi le mani nel fiume, questo diventerebbe dello stesso colore del sangue. Lady Macbeth tenta di rassicurarlo: “Un po' d'acqua ci farà mondi di quest'atto: vedete, dunque, come è facile!”. Ma la colpa da lui provata non svanisce, almeno in un primo tempo.

All’inizio dell’Atto III, Macbeth, Lady Macbeth e Banquo conversano amichevolmente. Macbeth è stato già incoronato re, e un banchetto viene fissato per la sera. Banquo dovrebbe essere l’ospite d’onore ma in realtà non si presenterà perchè verrà ucciso dai sicari. La colpa sembra agire da motore propulsore quando Macbeth pronuncia la frase: “Le cose nate dal male, attingono forza dal male” (Atto III, scena II). Ciò a cui si riferisce è la sua stessa colpa: una volta commessa, l’azione malvagia procura disagio. Ripetendola, il disagio resta seppure attenuato, ma continuando a perpetrarla non si proverà più alcun disagio. Nella stessa scena Macbeth riflette sul fatto che, superato il trauma per l’omicidio di Duncan, la coscienza e il senso di colpa si sono assopiti e lo lasciato libero di macchiarsi di ulteriori stragi: “Io mi sono macchiato l'anima per la progenie di Banquo; per loro ho assassinato il virtuoso Duncan; per loro unicamente ho versato l'odio nel vaso della mia pace…”.

Probabilmente una delle prove più schiaccianti della forza legata al senso di colpa è il modo in cui essa agisce su Lady Macbeth. Dopo una lunga assenza dalla scena, la vediamo entrare nell’Atto V, ma stavolta non si tratta della stessa donna crudele conosciuta all’inizio del dramma. Il quinto atto inizia con una discussione tra un dottore e una dama di corte preoccupata per la strana malattia di Lady Macbeth che infatti fa il suo ingresso da sonnambula. Inizia a stropicciarsi le mani come se le lavasse e si lamenta: “Via, maledetta macchia! Via, dico”. Dunque confessa la responsabilità per la morte di Lady Macduff: “Il signor di Fife aveva una moglie: dov'è ora?”. Lady Macbeth esclama poi, mentre continua a fregarsi le mani: “Sempre odore di sangue, qui! Tutti i profumi dell'Arabia non basteranno a rendere odorosa questa piccola mano. Oh.... oh... oh!”.La donna si accorge amaramente che nulla potrà mai cancellare l’odore del sangue provocato da tutti gli omicidi commessi da Macbeth. Qui si evince inoltre come ella si senta profondamente responsabile di ogni crimine perpetrato dal marito o dai suoi sicari.
Alcune scene dopo, Lady Macbeth pone termine alla propria sofferenza.

 

La natura sconvolta come specchio del disordine politico.

Le streghe sono il classico esempio di ciò che esorbita dall’ordine naturale delle cose. “Che sono quelle figure tutte grinzose, e così selvagge nel loro vestire, che non hanno l'aspetto degli abitatori della terra, e pur vi stanno sopra?” (Atto I, scena III), si chiede Banquo vedendole per la prima volta. Banquo aggiunge: “Voi dovete esser donne, ma tuttavia la vostra barba mi impedisce di persuadermi che lo siete davvero.” (Atto I, scena III). Le streghe non sono soltanto spiriti maligni in visita sulla Terra, bensì abitanti del mondo con sembianze umane deformi.

Col procedere della scena, dopo aver ricevuto la notizia della sua nomina a signore di Cawdor, Macbeth si chiede: “Perché io cedo ad una tentazione la cui orrenda immagine mi fa rizzare i capelli, e spinge il cuore, ch'è pur saldamente fissato, a battermi alle costole contro il natural costume?”(Atto I, scena III). Macbeth si chiede perchè si senta indotto in una “tentazione” tale, infine, da fargli battere il cuore e rizzare i capelli. Poichè il “natural costume” sottintende la maniera solita e naturale di essere delle cose, con tali parole egli esprime il disagio nel trovarsi in preda a sentimenti avvertiti come innaturali. In qualche modo, il suo corpo gli trasmette dei segnali premonitori contro ciò che la sua mente sta partorendo.

Ricevuta la lettera del marito, Lady Macbeth è ansiosa di proporgli il disegno omicida che ritiene latente nei pensieri del marito.
Preparandosi all’azione, Lady Macbeth invoca gli spiriti maligni affinchè questi occludano “ogni accesso ed ogni via alla pietà, affinché nessuna contrita visita dei sentimenti naturali scuota il mio feroce disegno”(Atto I, scena V). La “contrita visita dei sentimenti naturali” è frutto di quei messaggi della coscienza umana che spingono a trattare gli altri con benevolenza e rispetto. Lady Macbeth vuole agire contro natura per essere “feroce” fino a conseguenze mortali.
Proseguendo, invoca gli spiriti maligni: “Venite alle mie poppe di donna, e prendetevi il mio latte in cambio del vostro fiele, o voi ministri d'assassinio, dovunque (nelle vostre invisibili forme) siate pronti a servire il male degli uomini.” (Atto I, scena V). Le parole di Lady Macbeth fanno emergere la credenza un luogo remoto della natura in cui albergano demoni in grado di rendere la natura stessa innaturale.

Prima che Macbeth uccida Re Duncan, Banquo si accinge ad andare a letto, e si rivolge al figlio dicendo: “Mi invita un sonno, che mi grava addosso come il piombo, e pure io non vorrei dormire: misericordiose potenze del cielo, frenate in me i pensieri maledetti ai quali la natura si abbandona nell'ora del riposo!” (Atto II, scena 1). Banquo non rivela esattamente quali pensieri disturbino il suo sonno, ma è possibile intuire che siano legati alle profezie delle streghe.
I suoi sospetti sulle cattive intenzioni di Macbeth nei confronti di Re Duncan sono fondati ed è probabile che nutra dei dubbi perfino sulle sue ambizioni personali o la sua incolumità. Nondimeno, tali pensieri non sono riconosciuti come naturali poiché rappresentano per lui ciò cui la natura umana lascia il posto quando ci si accinge a dormire.

Quando Banquo si mette a letto, Macbeth cade in preda alle allucinazioni: prima vede un pugnale insanguinato nell’aria, quindi dice a se stesso che quella è l’ora della notte che porta le allucinazioni: “Ora sopra una metà del mondo la natura sembra morta, e malvagi sogni ingannano il sonno tra le sue cortine” (Atto II, scena I). La perdita della coscienza col sopraggiungere del sonno è intesa qui anche come l’irruzione di quei sogni diabolici che riescono ad prendere il sopravvento sull’uomo.

Quando Lady Macbeth aspetta che Macbeth abbia ucciso re Duncan e ritorni da lei, si riferisce alle guardie del re in questo modo: “Io ho messo nelle loro bevande tante di quelle droghe, che la morte e la natura disputano se essi siano vivi o morti.” (Atto II, scena II). Si noti che in questo passo la parola “natura” è usata come sinonimo di vita.
Successivamente nella stessa scena, dopo aver assassinato il re, Macbeth si preoccupa di aver ucciso anche il sonno e di non potersi addormentare mai più. Definisce il sonno “la seconda portata nella mensa della grande natura, il principale nutrimento nel banchetto della vita.” (Atto II, scena II)).
La seconda portata di un pasto era la portata principale, e pertanto il “principale nutrimento”. Macbeth sente che non sara mai più nutrito dalla tenera natura. Spiegando perchè ha ucciso le guardie di re Duncan, Macbeth descrive la vista orrenda del corpo del re reso cadavere: “Gli squarci delle sue ferite parevano una breccia nella natura, aperta alla rovina devastatrice” (Atto II, scena III). Con questa frase egli sottolinea l’aspetto distruttivo della scena di morte: le ferite del re sembravano delle grandi falle nella vita stessa e permettevano alla morte di penetrare.

Nel Macbeth l’omicidio di Duncan rappresenta una forma di sconvolgimento dell’ordine naturale. Subito dopo la scena nella quale viene trovato il suo cadavere, abbiamo un dialogo dedicato interamente all’innaturalezza della notte dell’omicidio. Ross parla con un vecchio. I ricordi di quest’ultimo giungono fino a settant’anni prima, ma non gli sovviene niente di paragonabile agli eventi della notte appena trascorsa: “In un giro di tempo come questo ho visto ore tremende e cose strane; ma questa notte atroce ha ridotto ad una inezia tutto quello che sapevo fino ad ora.” (Atto II, scena II). Ross ribatte: “Ah! buon padre, lo vedi, il cielo, come sconvolto dall'atto umano, minaccia la sua scena sanguinosa” (Atto II, scena IV). Ross intende dire che il cielo, come sede della divinità, ha un’espressione di rabbia osservando l’uomo che recita la propria parte sul palcoscenico della vita diventato ormai un mattatoio con l’uccisione di Duncan. Il re avrebbe dovuto ricevere affetto e onori, per questo il suo omicidio è contro natura. Ross e il vecchio proseguono raccontandosi tutti gli eventi appena accaduti. Non sanno che Macbeth è l’omicida, ma, mentre parlano, si intravedono dei parallelismi con gli atti contro natura compiuti da Macbeth.

Infatti, Ross nota che, sebbene l’orologio indichi l’ora in cui si leva il sole, il cielo è ancora buio. Pensa che una notte così terribile possa essere più forte del giorno, o che forse il giorno si vergogna di vedere ciò che è stato compiuto durante la notte. Lo spettatore ricorderà a questo punto che Macbeth si augurava una notte estremamente buia per eseguire l’omicidio, così da non riuscire a vedere ciò che stava per fare, e in effetti egli ha agito in uno contesto del genere.
Ora però la notte si è insinuata nel giorno stesso. Il vecchio osserva che ciò è “contro le leggi di natura, come l'azione che è stata commessa.” (Atto II , scena IV.). Racconta altri misteriosi avvenimenti: “Martedì scorso un falco, mentre montava in altura, fu ghermito, ed ucciso, da un gufo cacciatore di topi.” (Atto II, scena IV). Il fenomeno paradossale e sconvolgente dell’uccisione del falco da parte del gufo è uno di quegli esempi che dimostrano il sovvertimento dell’ordine naturale come conseguenza di un atto umano contro natura. Il gufo, che è solito acchiappare i topi da terra, anziché abbassarsi, ha spiccato il volo per uccidere un falco. L’assurdità dell’episodio é data dal fatto che mentre il primo è un uccello notturno, quindi messaggero di morte, il secondo è una creatura diurna, la compagnia tipica di un sovrano che va a caccia. Se le cose della natura corrispondono a quelle della vita umana, questo è un buon esempio di similitudine tra il mondo naturale e quello umano: re Duncan è il falco e Macbeth il gufo.

Ross racconta qualcosa di peggiore: i cavalli di Re Duncan, “belli e veloci, gemme della loro razza, si fecero selvaggi, spezzarono le sbarre, balzarono fuori, ribellandosi all’obbedienza, come se volessero muovere guerra al genere umano.” (Atto II, scena IV). Il termine “gemma” indica chi è favorito da qualcuno. Macbeth e Lady Macbeth erano i favoriti di Re Duncan. Il re li aveva colmati di onori e doni, ma essi gli si sono rivoltati contro e lo hanno aggredito a tradimento. La loro indole contro natura si rivela alla fine autodistruttiva. Così come i cavalli finiscono per sbranarsi tra di loro, anche Macbeth e Lady Macbeth finiscono per autodistruggersi: Macbeth viene divorato dalla disperazione e Lady Macbeth dalla follia.

L’idea che anche l’ambito morale rientri nell’ordine naturale delle cose è espressa da altri personaggi. Dopo il discorso sull’innaturalità della notte, giunge Macduff; Ross gli chiede se gli assassini di re Duncan siano già noti. Macduff riporta – forse senza neanche crederci – la versione di comodo fatta circolare da Macbeth, cioè che le guardie, corrotte dai figli del sovrano, abbiano commesso l’omicidio. Ross esclama: “ancora contro natura” (Atto II, scena IV). Intende dire che è contro natura sia che i figli e i servi si rivoltino contro il re, sia che il gufo uccida un falco o che dei cavalli si sbranino tra loro.

Poco prima di far uccidere Banquo dai sicari, Macbeth giustifica a se stesso la sua azione dicendo che questi possiede “natura regale” (Atto III, scena I), e che “davanti a lui il mio genio si sente represso” (Atto III, scena I). Il “genio” di un uomo è il suo spirito custode; Macbeth esprime così la sua percezione di Banquo come uomo naturalmente al di sopra di lui. Più avanti nella scena, quando cercherà di incitare gli assassini a uccidere Banquo, Macbeth osserverà che ogni uomo e ogni bestia presentano caratteristiche differenti “secondo la dote che la Natura generosa ha racchiuso in lui” (Atto III, scena I). Entrambe queste affermazioni rimandano al fatto che l’indole individuale è un dono ricevuto dalla Natura.

Dopo aver organizzato l’omicidio del suo amico Banquo, Macbeth confida alla moglie la sua determinazione a fare qualunque cosa per mantenere la sua posizione di re: “Ma si sconnetta la struttura delle cose, soffrano entrambi i mondi” (Atto III, scena II), piuttosto che “nell’angoscia di questi sogni orrendi che ogni notte ci scuotono” (Atto II, scena II). Si tratta di un’implicita ammissione: sa che le sue azioni vanno sia contro il cielo che contro la natura. Poco dopo Macbeth ricorda alla moglie che il loro pericolo è legato al fatto che Banquo e Fleance siano ancora in vita. La sua risposta è che “in loro l’impronta della natura non è eterna” (Atto III, scena II).
Macbeth cerca di giustificare i propri intenti omicidi ponendoli pretestuosamente in armonia con l’ordine naturale, che in effetti prevede la morte come evento ineluttabile. La sua azione è dunque da lui stesso giustificata col suo essere in sintonia con l’ordine naturale.
Naturalmente tutti muoiono prima o poi, ovvero nessuno gode di un tempo illimitato in questa vita, e Macbeth se ne rallegra, perché si convince che Banquo e Fleance si possono tranquillamente eliminare.

In seguito, quando appare il fantasma di Banquo, Macbeth cerca di giustificarsi dicendo che da lungo tempo gli uomini uccidono altri uomini, ancora prima di quando furono istituite delle leggi che lo impedivano: “Sangue è stato versato prima d’ora, nei tempi antichi, prima che le leggi umane purificassero lo stato ingentilendolo” (Atto III, scena IV). Per Macbeth spargere sangue è un fatto naturale mentre ciò che non è naturale è che adesso i morti “risorgono con venti ferite mortali nella testa e ci buttano giù dai nostri scranni” (Atto III, scena IV).

Quando Macbeth ritorna dalle streghe per conoscere il suo destino e pretende delle risposte, si ravvisa in lui la volontà di scoprire il futuro persino a costo di andare contro l’ordine naturale delle cose: “Datemi una risposta. Anche se scioglieste i venti e li scatenaste contro le chiese, anche se le onde spumeggianti travolgessero e ingoiassero ciò che naviga, anche se il grano s’abbattesse ancora verde, e gli alberi crollassero” (Atto IV, scena I). Egli pretende di sapere anche se “il tesoro dei germi della natura si confondesse e si mischiasse al punto da nauseare per sazietà la distruzione” (Atto IV, scena I). I “germi della natura” sono i semi di tutto ciò da cui discende la natura, e la “distruzione” viene qui immaginata come una persona che vorrebbe provocare talmente tanta distruzione da nausearsi di sé stessa.

Col procedere della scena, dopo aver appreso che non sarà mai sconfitto finchè la foresta di Birnam non giungerà a Dunsinane, Macbeth si convince che il significato della profezia è che “l’altolocato Macbeth vivrà il corso intero della natura e pagherà il suo ultimo respiro al tempo e all’usanza mortale” (Atto IV scena I). In altre parole, Macbeth è sicuro di continuare la sua vita e morire nel suo letto, ma il modo in cui si esprime può indurre lo spettatore a pensare che egli si aspetti di trarre profitto dalla natura attraverso atti contro natura.

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Macbeth - 1605/1608

articoli di antonio gramsci - L"avanti!" - 1916

 

da La Frusta Letteraria

 

Antonio Gramsci fu critico teatrale dell'Avanti! per quattro anni, dal 1916 al 1920. Ripubblichiamo di seguito una sua recensione teatrale del Macbeth di Shakespeare intepretato dal "mostro sacro" dell'epoca Ruggero Ruggeri. Possiamo constatare qui solamente il nitido italiano di Gramsci. Non abbiamo i mezzi per "rivedere" Ruggeri.

1.
In un saggio recentissimo su Shakespeare, Romain Rolland ha incidentalmente espresso un giudizio che è il riconoscimento critico migliore della tragicità dell’autore inglese: «Shakespeare nel creare i suoi personaggi procede senza sforzi; si cala nel cuore di ciascuno e di esso riveste il suo pensiero, la sua forma, il suo piccolo universo; ma, egli muove dal di fuori ». Cadono così tutte le interpretazioni che del Macbeth la critica giornalistica ha recentemente cucinato per il grande pubblico. Non tragedia dell’orrore, né della paura, né dell’ambizione, come è stata volta a volta chiamata; ma tragedia solo di Macbeth, di un uomo, di un carattere, ben definito nello spazio e nel tempo. Egli solo riempie tutto il dramma, e ne è l’eroe. È una volontà, così senz’altro; volontà che riceve stimoli all’azione dal mondo esterno, ma che questi fonde nella sua personalità e fa propri, senza perdere un atomo della libertà spirituale che è caratteristica di tutti gli nomini, e senza la quale non può esservi tragedia. Shakespeare lo ha posto in un ambiente storico, in un tempo e in luogo nei quali anche il soprannaturale era elemento della realtà, era parte viva delle coscienze, e appunto perciò questo soprannaturale non è meccanico, non è astrazione fredda, non e ripiego comodo per trarre dai fatti elementi di successo; è certo esigenza, integrazione necessaria dei dramma.
Vediamo svolgersi questo dramma con una logica interiore inflessibile. La predizione delle streghe del primo atto è l’inizio di esso. Macbeth è incerto in principio, titubante; la grandezza del destino che lo attende lo scrolla fin nell’intimo della sua umanità, fa traballare, ma non distrugge d’un tratto nella sua coscienza le leggi morali che ne sono la base granitica.

Quando
mi voglia re la sorte coronarmi,
essa pure dovrà senza il mio sprone.


Ma la realtà lo attanaglia; sua moglie è lo sprone della sua volontà incerta e vacillante. Lady Macbeth, creatura meno complessa, più elementare, che appunto perciò il destino stronca così, semplicemente, senza trovare resistenza, è di quelle che tra il pensiero e l’azione non pongono intermezzo. Solo nel quarto atto, dopo che la causa scagliata da lui nel mondo ha prodotto effetti che egli non poteva prevedere, anche Macbeth si riduce a questa semplicità di concezione:

D’ora in avanti
i primi impulsi del mio cuor saranno
gl’impulsi di mia mano.

Macbeth ha a questo punto ritrovato se stesso: ma attraverso quali sanguinose esperienze! L’assassinio del re e dei suoi custodi ha fatto cadere il primo involucro della sua umanità. L’abisso ha chiamato l’abisso secondo la sua tragica necessità. La pazzia sembra afferrarlo per un istante con la tortura dell’ombra di Banco. Ma egli, nella sua forte volontà, vince questi richiami morbosi della coscienza. La moglie è ormai un’ombra, preda di allucinazioni sanguinose; il guerriero scozzese non tenta più, non esita più. Tutto gli diventa avverso, ma egli è sicuro della sua fortuna.
La seconda predizione delle streghe ha prodotto in lui questa sicurezza: nessuna sanzione terrena potrà colpire isuoi delitti. E Macbeth taglia tutti i fili che legano la vita di ogni uomo a quella degli altri suoi simili. Nulla lo fa trasalire. La morte di Lady Macbeth, della tanto amata, non trae un lamento dalle sue labbra; il suo cuore è impietrito; non vive che la volontà atroce.
Lady Macbeth soccombe alla visione dei fantasmi che essa stessa ha suscitato. È una debole, in fondo, che solo l’esasperazione fa diventare furia perveRsa. Come nel suo romanzo grottesco Chamisso impersona nell’ombra che è fuggita, la coscienza di Pietro Schlemil, Shakespeare, rappresenta plasticamente nella morte del sonno il rimorso della donna. E il sonno uccide quel giù vibrante fascio di nervi, nei quali la lampada della vita non dà che qualche incerto guizzo.

Il sangue cola a ruscelli in questa tragedia: si ha l’incubo del rosso nel riviverla integralmente. Re Duncano, le due sue guardie del corpo, Banco, lady Macduff, e tutta la sua famiglia muoiono e tutte queste morti sono necessarie nell’azione, fatali, date le premesse. Una orribile gorgona ha abbacinato Macbeth; Banco lo aveva subito capito, fin dalla prima previsione delle streghe:

Spesso a render certo
Il nostro danno gli stromenti delle
tenebre il vero dicono e con lievi
cose ci attraggono per gettarci poi
nei più oscuri raggiri.

Ma bisogna che Macbeth veda tutto il baratro, nel quale egli è precipitato per persuadersi di ciò. Bisogna che veda muoversi la selva, e che un uomo nato pei ferri del chirurgo lo turbi dimostrandogli vana la sua sicurezza. Solo allora il tiranno del male sente che tutto è crollato intorno a sé e ritorna debole, pauroso, uomo insomma. E la giustizia lo colpisce.
Ruggeri darà stasera il gigantesco lavoro di Shakespeare. È un avvenimento artistico, al quale non possono essere estranei anche i nostri lettori, i quali anzi, perché meno intellettualmente corrotti, sono i più degni d’avvicinare e di risentire i brividi di passione del tragico inglese. Potranno Ruggeri e i suoi collaboratori ridare integralmente questi brividi, questa vita intensa, anelante alla distruzione, alla strage infeconda? Vedremo.


(23 maggio 1916).

2.
Vedere proiettata sulla scena, incarnata in persone operanti e parlanti, rinchiusa in un determinato orizzonte, un’opera che per noi è solo vissuta della vita delle parole, delle immagini che la fantasia ricrea, dei segni materiali della carta stampata, produce sempre un urto che non si riesce subito a superare. Qualche cosa si interpone tra voi e l’opera, una personalità estranea che diventa invadente, ingombrante talvolta, e alla quale bisogna abituarsi. Come tutte le opere di poesia, la tragedia di Shakespeare vive autonoma nella cechia delle parole. La suggestione di vita non ha bisogno della concretizzazione scenica per trarci nel suo cerchio fatale. Anzi. Ogni urto brutale con tutto ciò che è convenzione, mezzo, costrizione violenta, adattamento alle esigenze dell’ora e delle possibilità interpretative, produce squarci dolorosi, mortificazioni umilianti. L’arbitrio direttoriale che toglie e riduce non può non essere sacrilego. L’opera deve rimanere tal quale è sgorgata, vibrante e palpitante di vita, dalla fantasia dell’autore. Ogni parola ha una ragione, ogni atteggiamento fisico e spirituale deriva necessariamente da una personalità che è stata concepita in quel dato modo e in nessun altro. Tutto il corpo diventa lingua che esprime un mondo interiore ben definito e tagliato fra gli infiniti possibili che la libertà crea. Bisogna abituarsi a pensare al Macbeth, di Ruggeri e dimenticare alquanto quello di Shakespeare. E l’uno è infinitamente inferiore all’altro e l’adattamento non può avvenire con facilità, senza mortificazioni.
Ruggeri ha cercato per quanto, gli è stato possibile, di ridurre la tragedia alla sua persona. L’ha modernizzata, in un certo senso, poiché le opere che egli è solito dare con più successo, si conchiudono in un solo eroe, che come il tenore dei melodrammi diventa centro dell’universo. E Shakespeare invece è polifono: le azioni dell’eroe trovano risonanze in tutto l’ambiente in cui egli opera, non rimangono affermazioni di fatti, ma diventano atti, plasticamente rappresentati. Il taglio di molti particolari nuoce, cosi, enormemente, alla rappresentazione dell’eroe stesso, lo rende meno vivo. Vedere davanti a noi la prova di volontà di re Duncano vale più che il sentirla ricordare dall’assassino Vedere come Banco sia. fraudolentemente sgozzato, accresce l’orrore della rievocazione dello spettro. Vedere come fossero vivi lady Macduff, e i suoi figlioli, e come i sicari tronchino nelle loro gole la parola ingenua, il rimbrotto femminile, è necessario per l’effetto d’insieme sinfonico di questa ridda fantasmagorica di sangue e d’orrore. Il tiranno è tale per i soprusi inumani che compie, non per le parole che escono dalle sue labbra. L’opera così scarnificata diventa un moncherino, grottesco talvolta. L’espressione di Macduff che rassomiglia la moglie e i figli a una chioccia ghermita coi pulcini da un avvoltoio, non avrebbe fatto ridere la platea se questa avesse avuto dinanzi agli occhi il quadro della strage compiuta freddamente.
Piccole osservazioni che si potrebbero moltiplicare se ciò non fosse inutile, e se noi non sentissimo per Ruggeri una grande gratitudine anche per il poco che ci ha dato, e che serve da stimolo per accostarci con più amore all’opera. Come non servirà a nulla osservare che Ruggeri è così infetto di lebbra dannunziana vacua e declamatoria, che troppo spesso la sua declamazione critica ne viene sorpassata e annegata in una sentimentalità melodrammatica che stona terribilmente colla creatura di Shakespeare, né decadente, né ammalata di modernità floreale e liberty.
E il pubblico, anch’esso compenetrato dello sforzo che il Ruggeri, la Vergani, e gli altri hanno fatto, ha applaudito, e talvolta con vera convinzione.
 

(25 maggio 1916)

 

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Macbeth - 1605/1608

atto primo - scena prima

 

Tuoni e lampi.

Entrano tre streghe.

PRIMA STREGA
Noi tre ci rivediamo quando?
Con tuoni, pioggia, o lampi?

SECONDA STREGA
A baraonda finita,
a guerra persa e vinta.

TERZA STREGA
Prima di notte allora.

PRIMA STREGA
Dove?

SECONDA STREGA
Sopra la steppa.

TERZA STREGA
Per incontrarvi Macbeth.

PRIMA STREGA
Gattomammone, vengo!

SECONDA STREGA
Rospo chiama!

TERZA STREGA
Aspetta!

TUTTE
Brutto è il bello e bello il brutto.
Su, per la nebbia e l'aria unta.


Escono. 

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Macbeth - 1605/1608

atto primo - scena seconda

 

Squilli di trombe all'interno.
Entrano il Re Duncan, Malcolm, Donalbain, Lennox, con il seguito, e incontrano un ufficiale insanguinato.

RE
Chi è quell'uomo che suda sangue?  Così conciato direi che porta notizie fresche della rivolta.

MALCOLM
È l'ufficiale che s'è battuto da prode per non farmi catturare. Salve, amico valoroso!

Racconta al re ciò che sai dello scontro quando l'hai lasciato.

UFFICIALE
Le sorti erano dubbie come due nuotatori stremati che l'uno s'aggrappa all'altro e l'arte loro s'affoga.
Macdonwald lo spietato - un vero rivoluzionario, e infatti addosso a lui sciama l'infamia del mondo - aveva avuto rinforzi, gente da piede e da cavallo, dalle isole di ponente, e la sorte arrideva alla sua causa dannata, quella puttana d'un ribelle.

Ma tutto serve a poco: perché Macbeth, quel coraggioso - e il titolo lo merita davvero - senza dare un fico per la sorte, con la spada che fumava di sangue, e quasi fosse il ganzo della gloria, s'apre il passo sino a quel cane, e senza dirgli né buongiorno o buonanotte, te lo scuce dall'ombelico alle ganasce e pianta la testa sugli spalti.

RE
Cugino valoroso, e nobilissimo!

UFFICIALE
Ma è proprio quando il sole ricomincia a raccostarsi a noi, è proprio da quel punto che sgorgano tifoni disastrosi per i navigli, e nubifragi orribili; così da quella fonte dalla quale pareva venirci del sollievo, ora trabocca dolore.

Senti, re di Scozia, sentimi!
Appena la giustizia armata di valore forzò la pedonaglia leggera ad affidarsi alle calcagna, il Signore Norreno visto il punto propizio, con arnesi forbiti e forze fresche lancia un nuovo stormo.

RE
E questo non sconcerta Banquo e Macbeth, i nostri comandanti?

UFFICIALE
Sicuro! Come i passeri l'aquila, o il coniglio il leone.
A dire il vero parevano due colubrine stipate a doppio scoppio, tanto doppiavano i colpi a coppia sul nemico.
Magari volevano farsi il bagno in quelle ferite fetenti, o forse lasciare memoria d'un altro Golgota, non so.
Ma svengo. Le ferite bisognano d'aiuto.

RE
Le parole che dici sono degne di te come le tue ferite, queste e quelle sanno d'onore.

Presto, dei chirurghi.

 

Esce l'ufficiale sorretto da soldati.
Entrano Ross e Angus.

Ora chi arriva?

MALCOLM
Il nostro Barone di Ross.

LENNOX
Che fretta gli traspare dagli occhi! Si direbbe uno che sta per dire novità strepitose.

ROSS
Dio salvi il Re!

RE
Da dove arrivi, nobile barone?

ROSS
Fife, gran Re, dove i vessilli norvegesi insultano il cielo, e soffiano gelo sui nostri.

Il re norreno in persona, con le sue orde immani e per rincalzo un traditore ignobile, quel Barone di Cawdor, cominciò uno stormo pauroso.
Ma il nuovo sposo della Guerra, chiuso nel ferro a tutta prova, gli fa sbattere il muso contro chi sa tenergli testa, punta contro punta ribelle, braccio contro braccio, piegando il dèmone sfrenato, e in breve la vittoria è nostra...

RE
Gioia grande!

ROSS
... sicché ora Sveno il Norvegese invoca un armistizio, ma non gli abbiamo permesso di seppellire i morti finché non sborsa, all'isola di Colma, talleri diecimila, da spartire alla gente.

RE
Quel barone di Cawdor non tradirà mai più ciò che per noi è vita.

Vada qualcuno, e ordini che venga subito ucciso, e col suo titolo salutate Macbeth.

ROSS
Lo farò io.

RE
Ciò che ha perduto lui, Macbeth l'ha vinto.


Escono.

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Macbeth - 1605/1608

atto primo - scena terza

 

Tuono.

Entrano le tre streghe.

PRIMA STREGA
Dove sei stata, sorella?

SECONDA STREGA
A sterminare porci.

TERZA STREGA
E tu, sorella?

PRIMA STREGA
La moglie d'un marinaio aveva castagne sulla pancia, e macina, macina, macina.

«Da' qua», dico.
«Via, strega!» mi strilla quella culona rognosa.
Suo marito è andato ad Aleppo, capitano del Tigre.
Ma in un setaccio anch'io ci vo
e come un sorcio senza coda
farò, farò e farò.

SECONDA STREGA
Ti darò un vento.

PRIMA STREGA
Sei gentile.

TERZA STREGA
E un altro anch'io.

PRIMA STREGA
Tutti gli altri ce li ho io.
E anche i porti dove soffiano e tutte le quarte che occupano sulla rosa dei marinai.
Lo seccherò come fieno; né notte né giorno il sonno verrà sulle ciglia spioventi.
Vivrà come un uomo dannato.
Per nove volte nove sette notti penose si stremerà, smagrirà, si affilerà.
Se la sua nave non può affondare sarà sbattuta dai fortunali.
Guardate cos'ho!

SECONDA STREGA
Fa' vedere!

PRIMA STREGA
Ho il pollice d'un timoniere che naufragò nel rientrare.

Rullo di tamburo all'interno.

TERZA STREGA
Un tamburo, un tamburo!


Arriva Macbeth.

TUTTE
Le Sorelle Destinatrici, vagabonde per terra e mare mano in mano vanno così, tondo tondo;
tre volte di là, tre di qua, e per far nove ancora tre.
Zitte! La fattura c'è.

Entrano Macbeth e Banquo.

MACBETH
Mai visto un giorno così brutto e bello.

BANQUO
Quanto manca per Forres? Che son queste cose grinzute in così sconce vesti che non paiono gente di questa terra eppure ci stanno sopra? Siete vive?
O siete comunque cosa cui un uomo può fare domande? Sembrate capirmi, ché subito ognuna poggia il dito fesso sulle labbra di cartapesta.
Dovreste essere femmine, ma quelle barbe m'impediscono di crederlo.

MACBETH
Parlate, se potete! Che cosa siete?

PRIMA STREGA
Salute, Macbeth! Salute a te, Barone di Glamis!

SECONDA STREGA
Salute, Macbeth! Salute a te, Barone di Cawdor!

TERZA STREGA
Salute, Macbeth, che sarai re un domani!

BANQUO
Monsignore, perché trasalisci, e sembri temere ciò che suona così bello?

In nome del vero, siete allucinazioni, o proprio quello che apparite alla vista?

Il mio nobile compagno lo salutate col titolo che già possiede, e col pronostico grande di nobiltà maggiore e di speranza d'un regno da farlo apparire stupefatto. A me non dite niente.
Se vi è dato scrutare nei semi del tempo e dire quale grano crescerà, quale no, parlate dunque a me che non chiedo né temo da voi né favori né odio.

PRIMA STREGA
Salve!

SECONDA STREGA
Salve!

TERZA STREGA
Salve!

PRIMA STREGA
Meno di lui, e più grande.

SECONDA STREGA
Non tanto felice, e assai più.

TERZA STREGA
Sarai padre di re, senza esserlo.
Salute a voi allora, Macbeth e Banquo!

PRIMA STREGA
Banquo e Macbeth, salute!

MACBETH
Fermatevi, sibille imperfette!

Ditemi di più!

Sinell è morto, e per ciò sono Signore di Glamis. Ma perché di Cawdor?
Il Signore di Cawdor vive e prospera.

E essere re, io, non è cosa da credersi; non più che essere Cawdor.

Ditemi da dove traete queste novità strane, o perché su questa brughiera desolata fermate il nostro cammino con tali saluti profetici? Parlate, ve lo ordino!


Le streghe svaniscono.

BANQUO
La terra ha bolle d'aria come l'acqua e costoro erano bolle. Dove sono svanite?

MACBETH
Nell'aria; e ciò che pareva corporeo s'è sfatto come fiato al vento. Fossero rimaste!

BANQUO
Ma c'erano davvero, queste di cui parliamo?
O abbiamo morso la radice insana che imprigiona la mente?

MACBETH
I tuoi figli saranno re.

BANQUO
Tu sarai re.

MACBETH
Sicuro, e barone di Cawdor, non andava così?

BANQUO
Così, parole e musica. Chi arriva?

Entrano Ross e Angus.

ROSS
Macbeth, il re ha sentito con gioia notizie del tuo successo; e riflettendo sulla tua valentia nello scontrarti con i ribelli, in lui stupore e lode lottano a chi prevalga, il suo stupore o la tua lode.

Reso muto, mentre ripensa al resto della tua giornata ti vede in mezzo alle masnade del Nord impassibile a fronte di ciò che fai tu stesso, immagini strane di morte.

Le staffette venivano fitte come grandine, e ognuna portava tue lodi, gran difensore del regno, e gliele versava ai piedi.

ANGUS
Siamo qui a dirti grazie da parte del sovrano, non portiamo onorari.

ROSS
Ma come pegno di più grandi onori il re mi disse, a nome suo, di chiamarti Signore di Cawdor.

Col quale titolo, dunque, salve, Barone degnissimo, perché il titolo è tuo.

BANQUO
Come! Il demonio può dire la verità?

MACBETH
Il barone di Cawdor vive. Perché mi vesti di robe altrui?

ANGUS
Colui che è stato Cawdor vive, ma una condanna pende sulla sua vita che merita di perdere.

S'era messo d'accordo, pare, coi norvegesi, o aveva dato al ribelle favori e aiuti segreti, o nei due modi tramava la rovina della patria, non so; l'ha distrutto un'accusa di alto tradimento confessata e provata.

MACBETH (a parte)
Glamis, e Cawdor! Il più deve seguire.

Grazie per le premure.
(a Banquo) Non speri che i tuoi figli regneranno, visto che chi mi diede la baronia di Cawdor promise loro non meno?

BANQUO
Ma, se lo credi a fondo, ciò può accenderti dentro l'uzzolo della corona oltre alla baronia di Cawdor.

Eppure è strano; e spesso, per indurci alla rovina i servi dell'Oscuro dicono la verità, ci vincono con minuzie innocenti, per tradirci nel più grave che segue.

Cugini, una parola, prego.

Si scostano.

MACBETH (a parte)
Due verità son dette, quasi prologhi augurali all'atto grandioso che ha per tema l'impero.

Grazie, amici.
(a parte) Questa istigazione soprannaturale non può essere male, non può essere bene.

Se è male perché m'ha dato un pegno di successo cominciando con una verità? Sono il signore di Cawdor.
Se è bene, perché cedo all'incitamento la cui immagine orrenda mi fa rizzare i capelli e smuove il cuore a battere al costato in modo innaturale?
Le paure reali sono vinte da fantasie paurose.

Il mio pensiero il cui assassinio è ancora soltanto immaginario sconvolge tanto il mio singolo stato umano che ogni funzione è oppressa da quant'ho nella mente, e nulla è tranne ciò che non è.

BANQUO
Guardate il nostro amico, com'è assorto.

MACBETH (a parte)
Se la sorte mi vuole re, la sorte può bene incoronarmi senza che muova un dito.

BANQUO
I nuovi onori gli son venuti addosso come vestiti appena fatti, e solo l'uso può aiutarli a calzare.

MACBETH (a parte)
Sia come dev'essere.
Anche il giorno più duro l'ora e il tempo se lo portano via.

BANQUO
Nobile Macbeth, siamo a tua disposizione.

MACBETH
Vi prego scusatemi. Il mio cervello sbadato seguiva cose dimenticate.

Signori, le vostre cortesie son scritte dove sfoglio ogni giorno le pagine e le leggo.
Andiamo dal re.
(a Banquo) Pensa a ciò ch'è successo, e con più comodo, quando il tempo l'avrà pesato, parliamone a cuore aperto.

BANQUO
Molto volentieri.

MACBETH
Fino ad allora, basti! Andiamo, amici.


Escono.

Macbeth - 1605/1608

atto primo - scena quarta

 

Squilli di trombe.

Entrano il re Duncan, Lennox, Malcolm, Donalbain e il seguito.

RE
Cawdor è stato giustiziato?
I commissari non sono tornati ancora?

MALCOLM
Sire, non ancora.

Ma ho parlato con uno che l'ha visto morire: ha riferito che confessò il tradimento molto sinceramente, implorò il perdono di vostra altezza, e avviò un pentimento profondo.

Niente nella sua vita l'onora come il modo in cui l'ha lasciata.
Morì come uno che avesse ben studiata la scena della propria morte: gettare via la cosa più cara che aveva come un oggetto da niente.

RE
Non c'è arte che insegni a scoprire nella faccia com'è costruito un animo.

Era un nobiluomo di cui mi fidavo in pieno.


Entrano Macbeth, Banquo, Ross e Angus.

Mio insigne cugino!
Proprio ora il peccato della mia ingratitudine mi pesava qui.

Sei tanto avanti che l'ala del premio più rapido è lenta a raggiungerti.

Avessi meritato di meno ora il bilancio del dovere e del dare penderebbe a mio favore, forse.

Ma posso dire soltanto: «Tu meriti più di quanto potrei darti se ti dessi più di quello che ho».

MACBETH
Il servizio e la lealtà che vi devo si ripagano attuandosi.

La parte di vostra altezza è prendere ciò che dobbiamo; e i nostri doveri son figli e servi del vostro trono e stato: fanno solo ciò che devono facendo tutto per proteggere il vostro amore e onore.

RE
Benvenuto.
Ho incominciato a piantarti, e mi darò da fare per riempirti di fronde.

Nobile Banquo, hai meritato non meno, e il tuo merito va conosciuto non meno.

Lascia che ti abbracci e ti tenga sul cuore.

BANQUO
Se cresco qui il raccolto è vostro.

RE
La mia felicità è troppo, troppo piena, e vuole celarsi dietro le lacrime.

Figli, congiunti, baroni, e quanti seguono nel rango, sappiate che noi trasmetteremo il regno al primogenito, Malcolm, che nominiamo da ora Principe di Cumberland: questa sua investitura non resterà solitaria, che anzi segni di nobiltà brilleranno come stelle su tutti i meritevoli.

Noi da qui andremo a Inverness a rafforzare i nostri legami con te.

MACBETH
Il riposo è fatica se non è speso per voi.
Io stesso farò da araldo e allieterò l'udito di mia moglie col vostro arrivo.
Perciò mi congedo umilmente.

RE
Nobile Cawdor!

MACBETH (a parte)
Principe di Cumberland!

Questo è un inciampo sul quale casco, o lo salto: mi taglia la strada.

Stelle, nascondete le vostre fiaccole, la luce non veda le mie voglie nere e fonde.
Gli occhi si chiudano sulle mani, e sia fatto ciò che fatto temono di vedere.

 

Esce.

RE
Vero, Nobile Banquo: è così, un coraggioso e io mi nutro nel lodarlo.
È un banchetto per me.

E ora seguiamo la sua premura che corre a darci il benvenuto.
È un cugino senza pari.


Squilli di trombe.

Escono.

Macbeth - 1605/1608

atto primo - scena quinta

 

Entra la moglie di Macbeth, sola, leggendo una lettera.

LADY MACBETH
"Mi sono apparse nel giorno della vittoria, e ho avuto la conferma più chiara che hanno cognizioni più che umane.

Mentre bruciavo dalla voglia di fare altre domande, si cambiarono in aria e nell'aria svanirono.

Mentre ero stordito dallo stupore, arrivarono messi dal Re, e tutti mi salutarono barone di Cawdor, proprio il titolo col quale prima queste Sorelle del Destino mi avevano riverito, portandomi poi nel tempo da venire con «Salve, tu che sarai re».

Tanto ho creduto bene comunicarti, mia carissima compagna di gloria, che tu possa non perdere la tua parte di gioia restando all'oscuro di quale grandezza ti è promessa.

Il che serbalo in cuore, e a presto."
Glamis lo sei, e Cawdor, e sarai ciò che ti è promesso.

Però temo la tua natura: è troppo piena del latte dell'umana dolcezza per scegliere la via più breve.

Vorresti essere grande, e non senza ambizione, ma senza la malizia che dovrebbe accompagnarla.
Ciò che vuoi fortemente lo vuoi da onesto, non vorresti far torto eppure vuoi vincere a torto.

Grande Glamis, vuoi avere ciò che grida, «Devi far questo» per averlo, e ciò che hai paura di fare, più che voglia che non sia fatto.

Vieni presto che io possa versarti nell'orecchio i miei demoni e col valore della mia lingua battere ciò che ti tiene lontano dal cerchio d'oro con cui il destino e l'aiuto metafisico pare vogliano incoronarti.


Entra un messo.

Che notizie?

MESSO
Il re viene qui stasera.

LADY MACBETH
Cosa dici, sei pazzo?
Non è con lui il tuo padrone?

Fosse vero, ci avrebbe avvertiti, per preparare.

MESSO
Signora, è vero.

Il barone è in arrivo; uno dei miei compagni l'ha preceduto e quasi morto d'affanno non aveva fiato per mettere assieme l'annunzio.

LADY MACBETH
Curati di lui: porta una grande notizia.

 

Il messo esce.

È rauco anche il corvo che gracchia l'ingresso fatale di Duncan sotto le mie merlature.

Venite, spiriti addetti ai pensieri di morte,

strappatemi questo mio sesso, riempitemi,
dal cranio ai piedi, della ferocia più cruda.
Fatelo denso, il mio sangue, sbarrate la porta e il passo al rimorso,

che nessuna compunta visita della natura

faccia tremare il mio impegno feroce,

o si metta tra di esso e la sua attuazione.
Venite ai miei seni di donna e mutate il latte in fiele,

agenti di morte che ovunque servite,

invisibili, la natura malvagia.
Vieni, notte cupa, e avvolgiti nel fumo infernale più buio
che il mio coltello tagliente non veda la ferita che fa,

né il dio si sporga dalla coltre di tenebra per gridarmi:
«Fermati, fermati»!


Entra Macbeth.

Grande Glamis, nobile Cawdor!
E ancora più grande nel saluto da venire!
La tua lettera m'ha portata di là di questo presente ottuso, e ora sento il futuro nell'attimo.

MACBETH
Mio amore carissimo, Duncan viene qui stasera.

LADY MACBETH
E quando va via?

MACBETH
Domani, ha stabilito.

LADY MACBETH
Oh mai sole vedrà quel domani!
Il tuo viso, signore, è come un libro dove ognuno può leggere cose strane.

Per frodare il tempo prendine l'aspetto.

Portino il benvenuto l'occhio, la mano, la lingua.

Mostrati come il fiore innocente, ma sii il serpe lì sotto.

A questi che arriva bisogna provvedere; e tu metterai nelle mie mani la grande opera di stanotte, quella che a tutte le nostre notti e ai giorni futuri darà, solo a noi, potere sovrano e dominio.

MACBETH
Ne riparleremo.

LADY MACBETH
Spiana soltanto il tuo viso.
Un viso turbato genera sempre sospetti.

Il resto, lascialo a me.

 

Escono.

Macbeth - 1605/1608

atto primo - scena sesta

 

Oboi e torce.

Entrano il re Duncan, Malcolm, Donalbain, Banquo, Lennox, Macduff, Ross, Angus e gente del seguito.

RE
Questo castello ha un sito incantevole, l'aria si offre dolce e sottile ai nostri sensi delicati.

BANQUO
Quell'ospite dell'estate, la rondine dei templi, facendone la sua casa, prova che qui il respiro del cielo è profumato di carezze.

Non un aggetto, un fregio, un alzato, un angolo adatto che l'uccello non l'abbia a suo letto pendulo, a culla feconda.

Dove più figliano e tornano, ho notato che l'aria è fine.

Entra Lady Macbeth.

RE
Oh ecco, ecco la nostra ospite onorata!
L'amore che ci segue è spesso molesto, ma è sempre amore, e gli siamo grati.

Con questo v'insegno: pregate Dio che ci compensi per le fatiche che vi procuriamo, e ringraziate noi per il disturbo.

LADY MACBETH
Tutto il nostro servizio, fosse doppio ad ogni punto, e inoltre raddoppiato, sarebbe misera cosa se misurato con gli onori profondi e vasti dei quali vostra maestà ci riempie la casa.
Per quelli del passato e le recenti dignità accumulate su essi, restiamo i vostri eremiti.

RE
Dov'è il barone di Cawdor?
Gli siamo stati alle calcagna pensando di fargli noi da forieri; ma lui cavalca bene, e amore che punge e sprona l'ha fatto arrivare primo.

Bella e nobile castellana, siamo i tuoi ospiti stanotte.

LADY MACBETH
I vostri eterni servitori hanno solo in consegna e gente e vita e beni per darne conto, quando vi piaccia, a vostra altezza, e ridarvi il vostro.

RE
Datemi la mano.
Guidatemi dal mio ospite.

Noi lo amiamo molto, e molto ancora avrà dalla nostra grazia.
Col vostro permesso, mia ospite.


La bacia.

Escono.

Macbeth - 1605/1608

atto primo - scena settima

 

Oboi.

Torce.

Entrano un maggiordomo e vari servitori con piatti e servizi, e attraversano la scena.

Poi entra Macbeth.

MACBETH
Se tutto finisse, una volta fatto, sarebbe bene farlo subito.

Se l'assassinio potesse intramagliare le conseguenze,

e avere successo con la sua fine

- che questo solo colpo fosse tutto e la fine di tutto! -

qui, soltanto qui, su questa sponda e secca del tempo,
salteremmo l'eterno.

Ma in questi casi è qui che si è dannati

e non facciamo che insegnar sangue,

e il sangue appreso torna a impestare l'artefice.
Questa giustizia equanime spinge le nostre labbra
a cercare i veleni che abbiamo sciolti nel calice.
Egli è qui tutelato due volte: primo,
perché gli sono parente e suddito,
due forti motivi contrari all'atto;

poi sono il suo ospite,

e all'assassino dovrei sbarrare la porta in faccia,

e non trarre il coltello io stesso.

Inoltre, questo Duncan è stato un re talmente mite,

così immacolato nel suo alto ufficio,

che le sue virtù arringheranno come angeli dalle voci di tromba,

contro la dannazione profonda del suo omicidio;
e la Pietà come un neonato nudo che cavalca l'uragano
o i cherubini del cielo che spronano i corsieri invisibili dell'aria
dentro gli occhi di tutti avventeranno il fatto atroce

e le lacrime affogheranno il vento.
Io non ho altro sprone da cacciare nei fianchi al mio proposito,
se non l'ambizione che volteggiando eccede nel balzo e cade,
dall'altra parte.


Entra Lady Macbeth.

Allora? Notizie?

LADY MACBETH
Ha quasi finito di cenare.

Perché sei uscito?

MACBETH
Ha chiesto di me?

LADY MACBETH
E non lo sai?

MACBETH
Non andremo oltre in questa storia.
Mi ha appena coperto d'onori, ho acquistato stima d'oro presso tutti, e questo vestito dovrei portarlo indosso nuovo di zecca non buttarlo così presto.

LADY MACBETH
Dunque era ubriaca la speranza che ti vestiva? Da allora ha dormito?

E ora si sveglia a guardare così verde e pallida ciò che fece con slancio?

Da ora in poi giudico così il tuo amore.

Hai paura di essere nei tuoi atti e nel valore ciò che sei nel desiderio?

Vorresti avere ciò che stimi la corona della vita, e vivere da vile ai tuoi stessi occhi accoppiando il «non oso» col «vorrei» come i povero gatto della favola?

MACBETH
Pace, pace.
Io oso tutto ciò che si confà a un uomo; chi osa di più non lo è.

LADY MACBETH
E allora quale bestia t'ha fatto svelarmi il tuo progetto?
Quando osavi attuarlo, allora eri uomo; e fossi di più ciò che eri, allora saresti tanto più uomo.

Né tempo né luogo erano propizi allora, tu li volevi tali.
Lo sono diventati da sé, e questo adesso ti abbatte.

Io ho allattato, e conosco com'è tenero amare il bimbo che mi succhia.
Ma mentre mi guardava sorridente avrei strappato il capezzolo dalle gengive nude e avrei fatto schizzare quel cervello se l'avessi giurato, come tu hai giurato.

MACBETH
E se fallissimo?

LADY MACBETH
Noi fallire!
Incocca bene la corda del tuo coraggio e non falliremo.

Quando Duncan sarà addormentato - e certo il giorno duro di viaggio lo inviterà a un sonno profondo - quei suoi due guardacamera li stremerò talmente di vino e crapula, che la loro memoria, custode del cervello, andrà in fumo e lo scrigno della ragione si ridurrà a un alambicco.

E quando la loro natura cadrà così imbevuta in un sonno porcino come nella morte, cosa non potremo fare tu e io su Duncan inerte? Cosa non addossare a quelle spugne, che assumeranno la colpa del nostro grande scempio?

MACBETH
Partorisci solo dei maschi!

La tua tempra impavida dovrebbe dare forma solo a dei maschi.

Chi potrà dubitare, marchiati di sangue i due addormentati nella sua stanza, usati i loro stessi pugnali, che siano stati loro?

LADY MACBETH
E chi oserebbe credere altro, quando ruggiremo di pena e piangeremo sul morto?

MACBETH
Sono deciso.
E tutte le mie forze sono tese a questo evento terribile.
Vieni, beffiamo i tempi con una scena di devozione: la faccia falsa nasconda ciò ch'è falso nel cuore.


Escono.

Macbeth - 1605/1608

atto secondo - scena prima

 

Entrano Banquo e Fleance che gli fa luce con una torcia.

BANQUO
A che punto è la notte, figliolo?

FLEANCE
La luna è calata.

Non ho sentito le ore.

BANQUO
Tramonta a mezzanotte, no?

FLEANCE
Credo più tardi, padre.

BANQUO
Su, tienimi la spada.

Fanno economia in cielo: hanno spento tutte le candele.

Portami anche questo.

Mi sento addosso un torpore di piombo, eppure non ho sonno.

Angeli pietosi, frenate in me i pensieri maledetti che la natura sfrena nel riposo.

 

Entrano Macbeth e un servo con una torcia.

Dammi la spada!
Chi va là?

MACBETH
Un amico.

BANQUO
Ancora in piedi, monsignore? Il Re è a letto.
Ha avuto un giorno lieto, diverso, e ha fatto gran regalìe ai tuoi domestici.
Ecco, con questo diamante saluta tua moglie chiamandola ospite squisita, e ha chiuso il giorno con soddisfazione enorme.

MACBETH
Eravamo impreparati.
La volontà s'è dovuta piegare al difetto, o avremmo fatto assai meglio.

BANQUO
È andato tutto bene.
Ieri notte ho sognato le tre Sorelle.
A te han detto qualche verità.

MACBETH
Non ci penso più.
Però quando avremo un'ora a disposizione potremmo magari passarla riparlando di questa storia, sempre che tu ne abbia voglia.

BANQUO
A tua disposizione.

MACBETH
E se, quando sarà, sarai d'accordo, potrebbe venirtene onore.

BANQUO
Purché non lo perda l'onore cercando di crescerlo, e invece mantenga libero il petto e limpida la mia lealtà, seguirò i tuoi consigli.

MACBETH
Buon riposo, per ora.

BANQUO
Grazie, monsignore.

Anche a te.

Escono Banquo e Fleance.

MACBETH
Vai, di' alla signora, appena è pronto l'infuso suoni la campana.

Poi va' a letto.

 

Esce il servo.

È un coltello che vedo qui davanti col manico verso la mia mano?
Su, fatti afferrare; non t'ho preso, ma ti vedo sempre!
Sei insensibile al tatto, e non all'occhio, visione del destino?

O sei soltanto un coltello mentale, un'allucinazione del mio cervello oppresso dalla febbre?
Ti vedo, sì, palpabile a vederti come questo che snudo.
Mi guidi per la via che percorrevo e sei il pugnale che dovevo usare.

I miei occhi son fatti gli zimbelli dagli altri sensi, o forse valgono tutto il resto.

Sì, ti vedo; e sulla lama e il manico gocce di sangue che prima non c'erano.

No, non c'è niente.
È l'assassinio che ai miei occhi prende corpo così.

Ora su mezzo mondo la natura par morta, e sogni perfidi ingannano il sonno sotto i suoi veli.

La magia celebra riti alla pallida Luna,

e l'assassinio ossuto, risvegliato dalla sua sentinella,

l'ululante lupo, ora con il suo passo ladro
e le falcate dello stupratore Tarquinio,

muove come un fantasma al suo scopo.

Tu, terra salda e ferma, non udire i miei passi dove vanno,
o le tue stesse pietre riveleranno dove mi trovo,

e strapperanno questo orrore al tempo che gli si addice.
Ma io minaccio e lui vive:

le parole soffiano un alito troppo freddo sul caldo dell'azione.


Suona un tocco di campana.

Vado, ed è fatto. La campana mi esorta.
Non la sentire, Duncan: è un rintocco che ti chiama al cielo o all'inferno.

 

Esce.

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Macbeth - 1605/1608

atto secondo - scena seconda

 

Entra Lady Macbeth.

LADY MACBETH
Il vino che l'ha ubriacati m'ha dato coraggio; ciò che li ha spenti m'ha accesa.

Zitti! Ascolta!
Era il ghigno del gufo, il campanaro fatale che dà la buonanotte più dura.

Lui è al lavoro.
Le porte sono aperte, e i servi pieni di mangiare ronfano a scorno della consegna.

Ho drogato i loro beveraggi, e ora morte e natura litigano, se farli vivere o morire.

MACBETH (da dentro)
Ehi là! Chi c'è?

LADY MACBETH
Ah si sono svegliati temo, e ancora nulla è fatto.

Non il fare, il tentare ci perde. Attenta!

Ho messo in vista i coltelli, non può non averli trovati.

Se nel sonno non somigliava a mio padre, l'avrei fatto io stessa.


Entra Macbeth con due coltelli insanguinati.

Mio marito!

MACBETH
L'ho fatto.

Non hai sentito un rumore?

LADY MACBETH
Ho udito il grido del gufo, e i grilli stridere.
Tu non hai parlato?

MACBETH
Quando?

LADY MACBETH
Ora.

MACBETH
Mentre scendevo?

LADY MACBETH
Sì.

MACBETH
Ascolta!
Chi dorme nella stanza accanto?

LADY MACBETH
Donalbain.

MACBETH (si guarda le mani)
Che vista penosa.

LADY MACBETH
È una scemenza dire «che vista penosa».

MACBETH
Uno dei due rideva nel sonno, e l'altro gridò: «Assassinio!», e l'uno svegliò l'altro.
Io li ascoltavo, immobile.

Dissero le preghiere e tornarono a dormire.

LADY MACBETH
Sono due, in quella stanza.

MACBETH
Uno gridò «Dio ci salvi» e l'altro «Amen», come m'avessero visto con queste mani da boia.
Sentii la loro paura e non riuscii a dire «Amen» quando dissero «Dio ci salvi.»

LADY MACBETH
Non pensarci tanto.

MACBETH
Ma perché non riuscivo a dire «Amen»?
Avevo tanto bisogno d'aiuto, e «Amen» m'è rimasto in gola.

LADY MACBETH
Azioni così non vanno ripensate in questo modo: così, ci faranno impazzire.

MACBETH
M'è parso udire una voce che gridava:

«Non dormirai più!

Macbeth scanna il sonno, il sonno innocente,

il sonno che dipana la matassa imbrogliata dell'ansia,
la morte d'ogni giorno di vita,

il bagno dell'amara fatica,

il balsamo degli animi feriti,

la seconda portata della grande natura,

il nutrimento primo nella festa della vita».

LADY MACBETH
Che vuoi dire?

MACBETH
Gridava, gridava a tutta la casa:
«Non dormire più! Glamis ha ucciso il sonno,
e per questo Cawdor non dormirà più,
Macbeth non dormirà più».

LADY MACBETH
Ma chi gridava così?

Mio nobile signore, tu demolisci la tua gran forza, se pensi alle cose in modo così dissennato.

Va, trova un po' d'acqua, e lava dalle tue mani questa prova sudicia.

Perché portare fuori quei coltelli?
Devono restare lì.

Su riportali e sporca di sangue le guardie che dormono.

MACBETH
No, lì dentro non ci vado più.

Ho paura a pensare ciò che ho fatto.

Guardarlo di nuovo non oso più.

LADY MACBETH
Uomo senza tenacia!
Dammi qua i coltelli.

Chi dorme e chi è morto son come pitture e nient'altro.
È l'occhio dell'infanzia che teme un diavolo dipinto.
Se perde ancora sangue ne vernicio le facce delle due guardie, deve sembrare colpa loro.

 

Esce.
Bussano all'interno.

MACBETH
Ma dove bussano?
Che mi succede che ogni rumore mi spaventa?
E queste mani! Ah mi strappano gli occhi!
Potrà tutto il grande oceano di Nettuno lavare questo sangue via dalle mie mani?
No, piuttosto questa mia mano tingerà di carne viva i mari innumerevoli mutando il verde in un unico rosso.

Entra Lady Macbeth.

LADY MACBETH
Le mie mani hanno il tuo colore; ma avrei vergogna di avere un cuore così bianco.


Bussano.

Sento bussare al portone a sud.

Ritiriamoci nelle nostre stanze.
Un po' d'acqua ci netta da quest'azione; vedi com'è facile!

La tua costanza t'ha lasciato.


Bussano.

Senti! Altri colpi.
Metti la veste da camera, che non si veda che siamo svegli, dovesse chiamarci il caso.
E non perderti più nei tuoi pensieri così meschinamente.

MACBETH
Molto meglio non sapere chi sono, che sapere che cosa ho fatto.


Bussano.

Sveglia Duncan col tuo picchiare!

Ah se lo potessi!

 

Escono.

Macbeth - 1605/1608

atto secondo - scena terza

 

Entra un portiere.

Bussano all'interno.

PORTIERE
Questo si chiama bussare oh! Uno che facesse il portiere all'inferno, ne avrebbe girate da dare.


Bussano.

Bussa, bussa, bussa!

Chi è, in nome di Belzebù?

È un massaro che s'è impiccato perch'era prevista un'ottima annata.

Bene arrivato! Fatti una bella scorta di fazzoletti; qui avrai da sudare.

Bussano.

Batti, batti!

Chi c'è in nome dell'altro diavolo?

Ostia, c'è un equivocatore, capace di giurare sui due piatti contro l'uno o l'altro, uno che ha tradito a sacchi in nome di Dio ma non ce l'ha fatta a pigliare il cielo per i fondelli. Venga s'accomodi, equivocante.

Bussano.

Picchia, picchia, picchia!

Chi c'è? Caspita, un sarto inglese, è qui per avere rubato su un paio di braghe francesi.

Entra pure, sarto. Qua ti rosoli lo strumento.

Bussano.

Bussa, bussa! Mai pace!

Tu chi sei? Ma qua fa troppo freddo per essere all'inferno.

Non ho più voglia di fare il portiere del diavolo.

Avevo l'idea di far entrare gente di ogni mestiere, che per un sentiero di primule va all'eterno falò.

Bussano.

Arrivo, arrivo! Vi prego, ricordatevi del portiere.

Apre il portone.

Entrano Macduff e Lennox.

MACDUFF
Amico, sei andato a letto così tardi che te lo covi a quest'ora?

PORTIERE
Affediddio, monsignore, abbiamo baciato la fiasca fino al secondo gallo.

E il bere, signore, è un gran promotore di tre cose.

MACDUFF
E quali tre cose promuove soprattutto il bere?

PORTIERE
Per la madosca, signore: naso rosso, letargo e piscio sotto.

La lascivia, signore, la provoca e la sprovoca: provoca la voglia ma revoca l'esecuzione.

Dimodocché il bere troppo si può dire il gesuita del voler fregare: lo fa e lo sfa, lo tira su e l'abbatte, lo convince e lo scoraggia, lo fa pronto e spronto; in una parola, equivocando l'addormenta e alla fine lo stende e se ne va.

MACDUFF
Credo proprio che il vino t'abbia steso stanotte.

PORTIERE
Esatto, monsignore, m'ha fregato.

Ma l'ho fregato pure io e penso (son troppo forte per lui) che qualche volta m'ha preso alle gambe ma poi ce l'ho fatta a ributtarlo in terra.

MACDUFF
Il tuo padrone s'è alzato?

Entra Macbeth.

L'abbiamo svegliato bussando, ecco che arriva.

LENNOX
Buongiorno, monsignore.

MACBETH
Buongiorno a voi due.

MACDUFF
Il re s'è svegliato, barone?

MACBETH
No, non ancora.

MACDUFF
M'avvea ordinato di chiamarlo presto.
Sono quasi in ritardo.

MACBETH
Vi accompagno da lui.

MACDUFF
Lo so, è un disturbo che non vi pesa, ma sempre un disturbo.

MACBETH
Un disturbo che non pesa cura se stesso.

Ecco la sua porta.

MACDUFF
Bene, oserò entrare, è l'ordine che ho avuto.

 

Esce.

LENNOX
Il re parte oggi?

MACBETH
Sì; così ha stabilito.

LENNOX
È stata una brutta notte.

Dove dormivamo il vento ha abbattuto i comignoli e si sentivano gemiti nell'aria, dicono, strane grida di morte, e voci terribili che annunciavano conflitti crudeli, eventi confusi che sbocceranno a fare i tempi infausti.
L'uccello del buio ha gridato tutta la notte. C'è chi dice che la terra aveva la febbre e tremava.

MACBETH
Sì, brutta notte.

LENNOX
La mia giovane memoria non ne ricorda una uguale.

Entra Macduff.

MACDUFF
Orrore, orrore, orrore!
Né lingua né cuore sanno pensarti o dirti!

MACBETH e LENNOX
Cos'è accaduto?

MACDUFF
Il caos ha fatto il suo capolavoro.

L'assassinio più empio ha violato il tempio dell'unto dal Signore e rubato la vita del santuario.

MACBETH
Che dici?
La vita?

LENNOX
Sua maestà vuoi dire?

MACDUFF
Entrate lì a perdere gli occhi davanti a una nuova Gorgone.

E non chiedetemi altro.

Guardate voi stessi e dite.

Escono Macbeth e Lennox.

Svegliatevi tutti, sveglia!
Suonate la campana d'allarme!

Assassinio e tradimento!

Banquo e Donalbain, Malcolm, svegliatevi!

Scuotete via questo sonno morbido, surrogato di morte, e guardate la morte stessa!

Alzatevi per vedere il Giudizio finale!

Malcolm, Banquo, uscite come dalla tomba e camminate come fantasmi per partecipare a quest'orrore.

Suonate la campana!

Rintocchi di campana.
Entra Lady Macbeth.

LENNOX
Che succede?
Perché questo suono orrido chiama a raccolta chi dorme in questa casa?

Parlate, parlate!

MACDUFF
Ah mia signora, quello che posso dirvi non è giusto che lo sentiate.
Direi cose che non possono distruggere una donna che ascolti.


Entra Banquo.

O Banquo, Banquo!
Il nostro re è ucciso.

LADY MACBETH
Ah, che sventura!
Ma come, in casa nostra!

BANQUO
Orrido ovunque.
Mio caro Duff, ti supplico smentisciti, dici che non è vero.

Entrano Macbeth, Lennox e Ross.

MACBETH
Se fossi morto solo un'ora prima di questo evento, sarei vissuto felice, perché da questo istante non c'è nulla di serio nell'essere mortale.
È tutto un giuoco, gloria e grazia, morte, il vino della vita, versato, e queste volte vantano solo la feccia.

Entrano Malcolm e Donalbain.

DONALBAIN
Che cos'è che va male?

MACBETH
Tu vai male e l'ignori.
Il capo, la sorgente, la fontana del tuo sangue si sono seccate.
La vena stessa è secca.

MACDUFF
Il re tuo padre è ucciso.

MALCOLM
Ah, da chi?

LENNOX
L'han fatto, pare, le sue stesse guardie: avevano mani e facce segnate di sangue ed i pugnali che abbiamo trovati stillanti sui cuscini, e sguardi fissi e stravolti.

Non bisognava affidargli la vita d'un uomo.

MACBETH
Oh però mi rincresce della furia che me li ha fatti uccidere.

MACDUFF
Perché l'avete fatto?

MACBETH
Chi può essere calmo e furioso, lucido e sconvolto, leale e neutro tutt'assieme?

Nessuno.
L'impeto del mio amore violento travolse il freno della ragione.

Qui era disteso Duncan, la pelle argentea vestita del suo sangue d'oro, e i tagli inferti parevano brecce nella natura, aperte allo sfacelo.

Di là, gli assassini dipinti del colore della setta, e i coltelli imbragati oscenamente nel sangue.

Chi poteva trattenersi che avesse un cuore per amare, e in esso coraggio di mostrarlo?

LADY MACBETH (accenna a svenire)
Fatemi uscire, aiuto!

MACDUFF
Qualcuno aiuti la signora!

MALCOLM (a Donalbain)
E noi perché stiamo muti, su un tema che ci riguarda più di tutti?

DONALBAIN (a Malcolm)
E cosa puoi dire qui dove il nostro destino è in agguato nel buco che fa un trapano e può afferrarci d'un salto?

Andiamo via.
Le lacrime per noi sono immature.

MALCOLM (a Donalbain)
E il gran dolore non s'è ancora avviato.

BANQUO
Qualcuno aiuti la signora!


Lady Macbeth è portata fuori.

Quando avremo coperto i nostri deboli corpi che soffrono ad esporli così nudi, riuniamoci a indagare su questo atto feroce e saperne di più.

Siamo sconvolti da paure e da dubbi.

Nella grande mano di Dio io mi metto, e di lì combatto contro i disegni segreti del tradimento.

MACDUFF
E così faccio anch'io.

TUTTI
E tutti noi.

MACBETH
Su, andiamo a indossare vesti e fermezza, e ci ritroveremo nel salone.

TUTTI
Andiamo.

Escono tutti tranne Malcolm e Donalbain.

MALCOLM
Cosa pensi di fare? Non uniamoci a loro.
Mostrare un dispiacere insincero è una cosa facile ai falsi. Io me ne vado in Inghilterra.

DONALBAIN
E io in Irlanda.

Separare le sorti ci fa più sicuri tutt'e due.

Dove siamo ci sono coltelli nei sorrisi.
Il più vicino di sangue è il più propenso al sangue.

MALCOLM
Questa freccia mortifera che hanno lanciata, non ha toccato ancora terra, e per noi la scelta più prudente è di evitarla.
A cavallo perciò, lasciamo perdere i congedi e filiamo.

Dove non c'è pietà involare se stessi non è disonestà.

 

Escono.

Macbeth - 1605/1608

atto secondo - scena quarta

 

Entrano Ross e un vecchio.

VECCHIO
Sessant'anni più dieci me li ricordo bene; e in questa mole di tempo ho visto ore tremende e strane cose; ma questa notte angosciosa ne ha fatto cose da nulla.

ROSS
Ah, buon padre, lo vedi, il cielo, quasi sconvolto dalle azioni dell'uomo, minaccia la sua scena sanguinosa.

Per l'orologio è giorno, ma un buio notturno soffoca la luce che viaggia.

È la notte che vince?
O la vergogna del giorno fa che il buio copra la faccia della terra quando la viva luce dovrebbe baciarla?

VECCHIO
È contro natura, come ciò che è stato fatto.

Martedì scorso un falco torreggiava al suo colmo superbo e un gufo cacciatore di topi salì ad assalirlo e lo uccise.

ROSS
E i cavalli di Duncan - sbalorditivo ma vero - belli e veloci, perle della loro razza, tornati selvaggi hanno rotto gli stalli e si sono lanciati fuori, ribelli ai comandi, come volessero far guerra agli uomini.

VECCHIO
Si dice che si sono sbranati a vicenda.

ROSS
È vero, io li ho visti, costernato, con questi occhi.


Entra Macduff.

Ecco il buon Macduff.
Signore, come vanno le cose?

MACDUFF
Beh, non lo vedi?

ROSS
S'è saputo chi ha fatto quell'orrore?

MACDUFF
Quelli che Macbeth ha uccisi.

ROSS
Ahi che tempi!
Ma che pensavano di averne?

MACDUFF
Furono subornati.
Malcolm e Donalbain figli del re si sono dati alla fuga ed i sospetti cadono su di loro.

ROSS
Sempre contro natura!
Ambizione sperperatrice che divori ciò che ti dà la vita!

Dunque è quasi certo che il regno vada a Macbeth?

MACDUFF
È designato, e viaggia verso Scone per l'investitura.

ROSS
E il corpo di Duncan?

MACDUFF
Lo portano a Colmekill, il sacrario che custodisce le ossa dei suoi predecessori.

ROSS
Tu vai a Scone?

MACDUFF
No, vado a Fife, cugino.

ROSS
Beh, io ci vado.

MACDUFF
Beh, spero che ci veda cose ben fatte.

Addio!
Non vorrei che i vestiti vecchi andassero meglio dei nuovi.

ROSS
Addio, padre.

VECCHIO

La benedizione di Dio vada con voi e con chi vuole fare amici dei nemici, bene del male!


Escono.

Macbeth - 1605/1608

atto terzo - scena prima

 

Entra Banquo.

BANQUO
Ce l'hai fatta, ora: sei Re, Cawdor, Glamis, tutto ciò che ti promisero le Destinatrici; e ho paura che tu abbia barato di brutto per farcela.

Però è stato detto che niente sarebbe passato ai tuoi discendenti, e io invece sarò radice e padre i molti re.

Se da  loro viene la verità, come la mostrano luminosa in te, Macbeth, le loro parole, ma allora proprio per queste verità messe in atto su di te, non potrebbero quelle, essere anche le mie profetesse e nutrire la mia speranza?

Ma zitto! Basta.

Squilli di trombe.

Entrano Macbeth in vesti regali, Lady Macbeth, Lennox, Ross, nobili e seguito.

MACBETH
Ecco il nostro ospite d'onore.

LADY MACBETH
L'avessimo scordato sarebbe stata una lacuna nella nostra grande festa, del tutto imperdonabile.

MACBETH
Stasera daremo un pranzo di gala, monsignore, ed io richiedo la vostra presenza.

Esce.

 

BANQUO
Vostra altezza mi comandi, piuttosto.

A voi i miei doveri sono legati in perpetuo indissolubilmente.

MACBETH
Uscite a cavallo nel pomeriggio?

BANQUO
Sì, mio buon signore.

MACBETH
Vi avremmo chiesto altrimenti il vostro prezioso parere che è stato sempre meditato e fecondo, nel consiglio di oggi.

Ma lo faremo domani.
Andate lontano?

BANQUO
Maestà, tanto da riempire il tempo tra ora e il pranzo.
Se il mio cavallo non tiene il ritmo, dovrò prendere in prestito alla notte un'ora o due di buio.

MACBETH
Non mancate alla festa.

BANQUO
Non mancherò, signore.

MACBETH
Ci dicono che i nostri sanguinari cugini si son piazzati in Inghilterra e Irlanda, e non confessano il loro parricidio crudele, nutrendo chi li ascolta di menzogne assurde.
Ma di questo domani, quando, con ciò, vaglieremo affari di stato che ci impegnano tutti.
Ora, a cavallo.

Vi rivedrò al ritorno stasera.

Fleance vi accompagna?

BANQUO
Sì, monsignore.

È tempo che si vada.

MACBETH
Spero i vostri cavalli sian veloci e sicuri: vi affido a quelle groppe.

State bene!

 

Esce Banquo.

Ciascuno sia padrone del suo tempo fino alle sette di sera.
Noi resteremo soli fino all'ora di cena, perché la compagnia sia più gradita.
Intanto, Dio sia con voi!


Escono i nobili e Lady Macbeth.

Tu, una parola!
Quei tali aspettano che li riceva?

SERVO
Sì, mio signore, sono giù al portone.

MACBETH
Conducili da noi.

 

Esce il servo.

Esser così è niente; esser sicuri bisogna !

La nostra paura di Banquo è una spina profonda; e nella sua natura regale è ciò che è da temere.

Egli osa molto, e a questa sua tempra indomabile aggiunge oculatezza, che guida il suo coraggio a colpo sicuro.

Di nessuno io temo la vita come la sua; e il mio dèmone è umiliato dal suo, come quello di Marc'Antonio, si dice, dal genio di Cesare.
Sgridò le tre sorelle, quando m'attribuirono il nome di re, ordinò loro di parlargli.
E allora da profetesse lo salutarono padre d'una serie di re.
Sulla mia testa posero una corona sterile, e in questa grinfia misero uno scettro infecondo che una mano d'estraneo mi strapperà perché un figlio non può succedermi.

Se è così per la stirpe di Banquo ho insozzato la mia anima, per loro ho assassinato l'amabile Duncan, ho versato rancori nel calice della mia pace solo per loro; e il mio gioiello eterno l'ho ceduto al nemico di ogni uomo, per farli re, il seme di Banquo re!
Ma allora, piuttosto, scendi in lizza, destino, e combattiamo a oltranza.

Chi è?

Entrano il servo e due sicari.

Torna alla porta e restaci finché ti chiamo.

 

Il servo esce.

È stato ieri che vi ho parlato?

SICARI
Sì, vostra altezza.

MACBETH
Bene, e allora, avete riflettuto sul mio discorso?
È stato lui, ricordàtelo, che in passato vi ha tenuti così in basso, e voi pensavate che fossimo noi, innocenti.
Questo ve l'ho provato nell'ultimo incontro; ho passato in rassegna le prove dell'inganno, con quali mezzi foste ostacolati, e chi li adoperò, e ogni altra cosa che pure ad uno scimunito, a una mente bacata direbbe: «Questa è opera di Banquo».

PRIMO SICARIO
Ce l'avete detto.

MACBETH
Certo, e sono andato oltre, sino al punto che ora ci fa rincontrare.

La sopportazione domina dunque tanto la vostra natura da farvi accettare tutto?

Siete tanto evangelizzati da pregare per questo galantuomo e i figli suoi, per chi con mano dura v'ha piegati sulla fossa, ed i vostri li ha fatti diventare pezzenti in eterno?

PRIMO SICARIO
Siamo uomini, maestà.

MACBETH
Sicuro, nel catalogo passate per uomini, come segugi e levrieri, cani spagnoli, bastardi, botoli, spinoni, bracchi e lupi sono segnati tutti come cani.

Ma poi la lista dei prezzi distingue i veloci, i lenti, i furbi, il cane da guardia o da caccia, ognuno secondo la dote che la natura benefica gli ha messo dentro; e perciò riceve qualifica speciale fuori dall'indice che li registra tutti eguali.

E così è con gli uomini.

Ora, se nella schiera non v'è toccato un rango proprio infimo, ditelo, ed io vi metterò in petto qualcosa che fatto spazza via il nemico vostro, e v'aggancia al cuore ed all'affetto di noi che, lui vivendo, abbiamo salute malferma, che morto lui sarà perfetta.

SECONDO SICARIO
Io sono uno, signore, che i colpi vili e gli schiaffi del mondo han tanto esasperato, che non m'importa cosa faccio a suo scapito.

PRIMO SICARIO
E io un altro così stanco di disgrazie, così sbattuto dalla fortuna, che metterei la vita a qualsiasi rischio: o cambiarla o sbarazzarmene.

MACBETH
Lo sapete tutti e due: Banquo è il nemico.

SICARI
Lo sappiamo, maestà.

MACBETH
Nemico mio anche, e così mortale che ogni minuto della sua vita è un colpo alla mia bocca dell'anima.

Certo potrei spazzarlo dalla mia vista con atto aperto giustificato dal mio volere.

Ma non posso a causa di certi amici suoi e miei alla cui devozione non rinuncio, anzi dovrò piangere la caduta di chi abbatto.
Ecco perché sollecito il vostro aiuto, e quest'affare lo maschero agli occhi di tutti per molte gravi ragioni.

SECONDO SICARIO
Monsignore, faremo quanto ci comandate.

PRIMO SICARIO
Anche a rischiare...

MACBETH
Lo zelo vi brilla negli occhi.

Entro un'ora, al massimo, vi saprò dire dove appostarvi e a quale ora e a quale minuto: dev'essere fatto stasera, e a qualche distanza dal palazzo, e io ne resto fuori, sia inteso.

E con lui - per non lasciare l'opera ronchiosa e affazzonata - anche il figlio Fleance, che gli fa compagnia, e la cui sparizione non mi è meno vitale di quella del padre, deve accettare la sorte di quel momento nero.

Decidete tra voi.
Io torno subito.

SICARI
Abbiamo deciso, maestà.

MACBETH
Vi vedo tra un momento.

Restate in casa.

Escono i sicari.

Affare fatto!

Banquo, se la tua anima deve volare in cielo, vi volerà fra breve.

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Macbeth - 1605/1608

atto terzo - scena seconda

 

Entrano Lady Macbeth e un servo.

LADY MACBETH
Banquo ha lasciato la corte?

SERVO
Sì, signora, ma tornerà stasera.

LADY MACBETH
Va, riferisci al re che, a suo piacere, gli vorrei parlare.

SERVO
Vado, signora.

 

Esce.

LADY MACBETH
S'è dato tutto, s'è avuto niente

se ciò che abbiamo voluto non dà piacere.
È meglio essere ciò che abbiamo distrutto

che vivere poi in questa gioia dubbia.


Entra Macbeth.

Allora, signor mio?

Perché startene solo compagno di chimere tristissime, e nella mente pensieri che dovevano morire coi loro oggetti? Cose senza rimedio non devono impensierire: il fatto è fatto.

MACBETH
Abbiamo ferito il serpe, non l'abbiamo ucciso;

Si rinsalderà e sarà se stesso, e la nostra povera malizia sarà esposta al suo dente, come prima.
Ma si scardini l'universo, soffrano ambedue i mondi piuttosto che dover mangiare paura ai pasti e dormire afflitti dai sogni terribili che ci fanno tremare ogni notte.
Meglio essere coi morti che noi per aver pace abbiamo mandati nella pace, che star distesi sulla ruota della mente in un supplizio incessante.
Duncan è nella sua tomba; dopo il delirio della vita, dorme bene; il tradimento ha fatto il suo peggio.

Né acciaio né veleno né perfidie in casa né masnade straniere, niente può più toccarlo.

LADY MACBETH
Via, mio caro, distendi quella faccia cupa, sii allegro e gioviale coi tuoi ospiti stasera.

MACBETH
Lo sarò, amore, e siilo anche tu ti prego.
Riserva a Banquo tutta la tua attenzione, onoralo con gli sguardi e con la voce.
Sono insicuri, i tempi, e dobbiamo lavar l'onore in fiumi di lusinga e fare della faccia la maschera del cuore camuffando ciò che è.

LADY MACBETH
Basta con questo.

MACBETH
Ah mia cara, ho la mente piena di scorpioni!
Tu sai che Banquo e il suo Fleance son vivi.

LADY MACBETH
Sì ma in loro l'impronta della natura non è eterna.

MACBETH
E questo mi conforta!
Li si può colpire.

Su, allegra. Prima che il pipistrello abbia finito il suo volo claustrale, prima che al richiamo della Luna nera lo scarabeo col ronzio sonnolento delle ali di scaglie abbia sonato il suo notturno soporifero sarà compiuto un evento che lascerà un segno pauroso.

LADY MACBETH
Cosa verrà compiuto?

MACBETH
Tu restane innocente, pulcina mia,

finché applaudirai il fatto.

Vieni, notte che accechi,

benda l'occhio pietoso del giorno,
e con la tua invisibile mano feroce

fa a pezzi e annulla il grande patto che mi fa pallido.

La luce s'intenebra e il corvo decolla verso il bosco dei suoi nidi.
Le buone cose del giorno cedono stanche alla quiete,
i neri agenti della notte s'alzano sulle prede.
Le mie parole ti sorprendono. Ma non temere.
Ciò che nel male nasce nel male cresce.
Su vieni con me ti prego.

 

Escono.

Macbeth - 1605/1608

atto terzo - scena terza

 

Entrano tre sicari.

PRIMO SICARIO
Ma chi t'ha ordinato di unirti a noi?

TERZO SICARIO
Macbeth.

SECONDO SICARIO
Non c'è motivo di sospettarlo, ci ha detto qual è il lavoro e cosa c'è da fare giusto come doveva.

PRIMO SICARIO
Bene, resta; a tramontana balugina ancora un filo di giorno.
Ora chi va in ritardo lavora di sprone per trovare in tempo un albergo.

S'avvicina l'oggetto di questa veglia.

TERZO SICARIO
Attenti, sento i cavalli!

BANQUO (fuori scena)
Fateci luce, oh!

SECONDO SICARIO
È lui.
Gli altri che son segnati nell'elenco sono già a palazzo.

PRIMO SICARIO
I cavalli se ne tornano.

TERZO SICARIO
C'è ancora un miglio quasi.

Ma di solito lui fa così.

Come tutti, da qui al palazzo vanno a piedi.

Entrano Banquo e Fleance con una torcia.

SECONDO SICARIO
Una torcia, una torcia!

TERZO SICARIO
È lui.

PRIMO SICARIO
State pronti!

BANQUO
Stanotte pioverà.

PRIMO SICARIO
E lascia piovere!

Attaccano Banquo.

BANQUO
Ah, tradimento!

Scappa, Fleance, scappa, scappa, scappa!
Mi vendicherai - Ah infame!

Banquo cade.

Fleance fugge.

TERZO SICARIO
Chi ha spento la torcia?

PRIMO SICARIO
Non si doveva?

TERZO SICARIO
Ce n'è uno solo a terra; il figlio è scappato.

SECONDO SICARIO
Abbiamo perso la parte migliore dell'affare.

PRIMO SICARIO
Beh andiamo a riferire quant'è fatto.


Escono.

Macbeth - 1605/1608

atto terzo - scena quarta

 

Un banchetto imbandito.

Entrano Macbeth, Lady Macbeth, Ross, Lennox, altri nobili e gente del seguito.

MACBETH
Sapete dove sedervi, accomodatevi.

A tutti un benvenuto cordiale.

NOBILI
Grazie, maestà.

MACBETH
Noi siederemo tra di voi, faremo la parte dell'umile convitato.


Cammina tra i tavoli.

La nostra ospite tiene il seggio.

A suo tempo le chiederemo un benvenuto.

LADY MACBETH
Porgilo tu per me, Sire, a tutti gli amici: il mio cuore dice: benvenuti!

Entra il primo sicario.

MACBETH
E loro, vedi, ti ringraziano dal profondo del cuore: siete pari.

Io siedo qui, tra le due parti.
Non lesinate l'allegria.

Fra un attimo faremo un giro di brindisi.
Si alza e va a parlare al sicario.
C'è sangue sulla tua faccia.

PRIMO SICARIO
Allora è di Banquo.

MACBETH
Meglio addosso a te che dentro a lui.
È spacciato?

PRIMO SICARIO
Sire, ha la gola aperta; gli ho fatto io il servizio.

MACBETH
Sei il migliore tagliagola del mondo.

Ma è anche bravo chi ha servito Fleance.

Se sei stato tu sei insuperabile.

PRIMO SICARIO
Maestà, Fleance, c'è scappato.

MACBETH
Ahi, mi torna la febbre.

Sarei stato perfetto, intero come il marmo, saldo come la roccia, largo e sconfinato come l'aria attorno;

ma ora sono in gabbia, in ceppi, in carcere, incatenato dai dubbi, molestato da paure.

Almeno Banquo è al sicuro?

PRIMO SICARIO
Mio buon signore, sì: è al sicuro nel fosso con venti spacchi scalpellati in cranio, il più leggero mortale.

MACBETH
Grazie per questo.
Il serpe adulto è steso.

Il verme c'hè scappato ha una natura che secernerà col tempo il suo veleno, ma per ora non ha denti.

Puoi andartene.

Domani ci risentiamo.

 

Il sicario esce.

LADY MACBETH
Mio signore e re, tu trascuri i tuoi ospiti.

Una festa che nel suo farsi non confermi spesso il benvenuto agli ospiti, non è che un pranzo a pagamento.

Per mangiare, è meglio farlo a casa.

Fuori casa la cortesia è la salsa sulla carne, o la festa è senz'anima.

MACBETH
Cara mia segretaria!
Buon appetito dunque e che il cibo vi piaccia e vi porti salute!

LENNOX
Maestà, prego, si segga.

Entra il fantasma di Banquo e siede al posto di Macbeth.

MACBETH
Avremmo avuto sotto questo tetto il fiore del paese, se ci fosse con la sua nobile grazia, il nostro Banquo.
Però meglio accusarlo di poca cortesia che compatirlo per un infortunio.

ROSS
Maestà, la sua assenza macchia la sua promessa.

Vostra altezza vuole farci la grazia della sua regale compagnia?

MACBETH
Ma non c'è posto.

LENNOX
Sire, c'è un posto riservato, qui.

MACBETH
Dove?

LENNOX
Qui mio buon Sire.

Cos'è che vi turba?

MACBETH
Chi di voi ha fatto questo?

NOBILI
Che cosa, Maestà?

MACBETH
Non puoi dire che sono stato io; e non scrollarmi contro quelle tue ciocche insanguinate.

ROSS
Alziamoci, signori.

Il re sta male.

LADY MACBETH (scende dal trono)
Restate seduti, amici.

Il re è spesso così, lo è stato fin da giovane.

Prego, restate comodi.
L'accesso dura poco, in un momento starà bene di nuovo.

Se lo notate troppo l'offendete e allungate la sua fitta.
Non fategli caso, continuate il pranzo.

Sei un uomo?

MACBETH
Sì, e un uomo coraggioso, se oso guardare ciò che spaventerebbe il diavolo.

LADY MACBETH
Addirittura!
Ciò che vedi è il ritratto del tuo spavento.
È il coltello in aria che a sentirti ti portò a Duncan.

Oh questi sbalzi e scatti, questi falsari della paura, van bene per una fiaba di femmina al focolare d'inverno garantita dalla nonna. Ah che vergogna!
Perché fai quelle smorfie? Dopo tutto guardi solo una seggiola.

MACBETH
Guarda lì, ti prego!
Guarda! Lo vedi? Ah! Cosa mi dici?
Io me ne sbatto dei tuoi cenni! Parla!
Se i carnai e le fosse devono rispedire i sepolti al mittente, i nostri monumenti saranno i gozzi dei nibbi.

 

Il fantasma esce.

LADY MACBETH
Come, castrato dalla pazzia?

MACBETH
L'ho visto, com'è vero che sono qui.

LADY MACBETH
Via, vergognati!

MACBETH
Sangue se n'è versato prima d'ora, ai tempi antichi, prima che leggi più umane purgassero e ingentilissero i popoli.

Sì, e anche dopo si son commessi omicidi troppo tremendi a sentirsi.

Ci sono stati dei tempi, che quando il cervello era fuori, l'uomo moriva, ed era tutto.

Ma ora risuscitano con venti ferite mortali sui crani, e ci scacciano dai nostri seggi.
Questo è più mostruoso che uccidere.

LADY MACBETH
Mio signore, i tuoi nobili amici ti richiedono.

MACBETH
Mi sono smarrito.

Ma non stupitevi, amici stimatissimi: è un male strano, che è nulla per chi mi conosce.

Avanti, un cordiale brindisi a tutti!

E dopo mi siedo.
Datemi vino. Riempite all'orlo!

Entra il fantasma.

Bevo alla felicità della tavolata e al caro amico Banquo che ci manca.
Magari ci fosse!

A tutti e a lui vogliamo brindare, e ognuno brindi a ciascun altro.

NOBILI
Alla nostra lealtà e al vostro brindisi!

MACBETH (vede il fantasma)
Vattene, sparisci!

Scendi sottoterra!
Le tue ossa non hanno midollo, il tuo sangue è freddo. Non hai vista in quegli occhi che mi spalanchi addosso.

LADY MACBETH
Miei buoni pari, è un male cronico, vedete; non è altro.

Solo che ci rovina il trattenimento.

MACBETH
Io oso ciò che un uomo può osare.
Vieni come un peloso orso russo o come un rinoceronte corazzato o una tigre ircana, prendi ogni forma tranne questa e i miei nervi non tremeranno.

O risuscita e sfidami con la spada in un deserto: se allora tremo, chiamami il bamboccio d'una mocciosa.

Vattene, ombra orribile!
Vano scherno, va via!

 

Il fantasma esce.

Ecco, è sparito e torno ad essere un uomo.

Prego, sedete.

LADY MACBETH
Hai cacciato l'allegria, hai guastato la festa col tuo soqquadro incredibile.

MACBETH
Ma possono succedere cose simili, e passare su di noi come nubi d'estate senza lasciarci sconvolti?

Mi fai dubitare dell'animo forte che credo di avere se penso che puoi veder queste cose e serbare intatto l'incarnato delle tue guance, mentre le mie sbiancano di spavento.

ROSS
Quali cose, maestà?

LADY MACBETH
No, non parlate, vi prego; sta sempre peggio.
Le domande l'infuriano.

Amici miei, buona notte.
Uscite pure senz'ordine.

Presto, andate.

LENNOX
Buona notte.

E guarisca sua masetà!

LADY MACBETH
Dolce notte a tutti!

I nobili escono.

MACBETH
Avrà sangue, dicono; sangue vuole sangue.
Pietre si sono mosse, pare, alberi hanno parlato;
presagi e spiegazioni di nessi hanno svelato,
con la voce di corvi, gazze, taccole,
l'assassinio più occulto.

A che punto è la notte?

LADY MACBETH
Incerto, ormai, se ci sia lei o il mattino.

MACBETH
Cosa ne dici, Macduff si rifiuta al nostro alto invito.

LADY MACBETH
Hai mandato un messaggio?

MACBETH
No, l'ho saputo, così. Ma manderò.
Non c'è uno di loro che in casa non abbia un servo spesato da me.

Domani e di buon'ora, andrò dalle Sorelle. Dovranno dire di più.

Ora voglio sapere il peggio, ad ogni costo.

Ogni ragione deve cedere al mio interesse.

Sono entrato così a fondo nel sangue, che dovessi non seguitare nel guardo tornare sarebbe duro come passarlo.
Ho in mente cose strane, da fare ad arte; mi tocca recitare senza imparare la parte.

LADY MACBETH
Ti manca il farmaco d'ogni natura, il sonno.

MACBETH
Vieni, andiamo a dormire.

Quel mio abbaglio è paura di novizio che manca di dura pratica.
Nell'azione siamo ancora immaturi.

 

Escono.

Macbeth - 1605/1608

atto terzo - scena quinta

 

Tuoni.

Entrano le tre streghe e incontrano Ecate.

PRIMA STREGA
Dimmi, cos'hai, Ecate?

Sembri arrabbiata.

ECATE
E non ne ho motivo, vecchiacce che site
sfrontate e sfrenate? Con quale fegato
brigare spacciare con Macbeth
sciarade e maneggi di morte,
e me, signora degli incanti,
segreta orditrice di guai
non chiamarmi a far la mia parte
o mostrar la gloria dell'arte?
E ciò ch'è peggio avete operato
solo per un figlio traviato
stizzoso e rabbioso, che, come succede,
s'infischia di voi, pensa al suo bene.
Ma via, fate ammenda: pronte
correte all'abisso d'Acheronte
e incontriamoci lì domattina.
Verrà per sapere il suo destino.
Voi preparate fatture e vasi
e filtri e il resto che fa al caso.
Io parto a volo; consacro la notte
a un'opera orrenda, foriera di morte.
Prima dell'alba ho un lavoro duro
da fare su un corno della luna.
Lassù pende una goccia d'aria
misteriosa; prima che cada
io l'acchiappo e la distillo
con magici trucchi e ne strizzo
spiriti finti. Con forte illusione
lo porteranno a perdizione.
Sfiderà il destino, disprezzerà
la morte e spingerà
le sue speranze oltre la grazia,
la saggezza e la peritanza.
Voi lo sapete, esser troppo sicuri
è il nemico peggiore degli uomini.


Musica e canzone.

Ecco! Mi chiamano. Lì, vedete,
il mio spiritello siede
su una nube grigia e m'aspetta.

Canto fuoriscena: «Vieni via, vieni via», ecc.

PRIMA STREGA
Su affrettiamoci: tornerà presto.


Escono.

Macbeth - 1605/1608

atto terzo - scena sesta

 

Entrano Lennox e un altro nobiluomo.

LENNOX
Le cose che v'ho detto erano solo degli ammicchi alla vostra intelligenza che può andar oltre da sé.

Dico solo di certo strano modo di fare.

Il buon Duncan fu pianto da Macbeth: sfido, era morto!
E il valoroso Banquo uscì a passeggio troppo tardi.

Direte, se volete, che lo ammazzò Fleance, dacché Fleance tagliò la corda.

Non bisogna andare in giro troppo tardi.

E chi non penserà che fu mostruoso in Donalbain, in Malcolm, scannare un padre così buono?

Un atto diabolico, e quanto ne sofferse Macbeth!

Difatti, lì per lì, pieno di santa furia, non ti sbrana quei due delinquenti, schiavi del vino e succubi del sonno?

Nobile azione, o no? Ma certo, e saggia anche.
Perché chiunque ci avrebbe visto rosso a sentirli negare.

Perciò dico che fu corretto in tutto.

E credo bene che quei figli di Duncan, li avesse sotto chiave (come non avverrà se piace a Dio) scoprirebbero cosa vuole dire far fuori il babbo.

E anche lui, Fleance.
Ma acqua in bocca! Per aver parlato un po' troppo e per essersi negato al gala del tiranno, Macduff, sento, è caduto in disgrazia.

Anzi, potete, signore, dirmi dove se n'è andato?

NOBILUOMO
Il figlio di Duncan, cui questo tiranno nega il diritto di nascita, vive alla corte inglese, e dal piissimo Edward è accolto con tanta grazia, che la malasorte non toglie niente al rispetto che gli è dovuto.

Macduff è andato lì a pregare il santo re che voglia, a suo favore, convincere Northumberland e il valoroso Seyward, che con il loro aiuto - e Lui lassù ad approvare l'opera - noi si possa di nuovo dare cibo alle mense, sonno alle notti, e i convitti e i banchetti affrancare dai coltelli insanguinati, e rendere leale omaggio, e avere onori liberi, tutte quelle cose per cui adesso ci struggiamo.
E la notizia ha esasperato tanto il re, che egli prepara qualche azione di guerra.

LENNOX
Ha mandato a chiamare Macduff?

NOBILUOMO
Sicuro. E al suo deciso «Nossignore!» il messo si rabbuia e ti volta le spalle e borbotta qualcosa come a dire:

«Ti pentirai di brutto per avermi accollato questa risposta».

LENNOX
E questo, spero bene, gl'insegnerà a tenere la distanza prudente che saprà metter di mezzo.

Qualche angelo voli alla corte d'Inghilterra e dica il suo messaggio prima di lui: la grazia ritorni presto a questa terra che soffre sotto una mano maledetta!

NOBILUOMO
Mando con lui le mie preghiere.


Escono.

Macbeth - 1605/1608

atto quarto - scena prima

 

Tuoni.
Entrano le tre streghe.

PRIMA STREGA
Il gatto striato ha fatto miao tre volte.

SECONDA STREGA
Il porcospino ha pianto tre e una volta.

TERZA STREGA
Arpietto grida! è l'ora, è l'ora!

PRIMA STREGA
Girate intorno al calderone e versatevi
le frattaglie avvelenate:
rospo ch'è stato trentuno nottate
e giorni sotto pietra gelata.
Tu veleno nel sonno essudato
bolli per primo nel brodo fatato.

TUTTE
Doppi, doppi fatica e duolo;
fuoco brucia, bolli paiolo.

SECONDA STREGA
Filetto di serpe di palude
mettilo a cuocere nel marciume.
Occhio di tritone, dito di rana,
pelo di nottola, lingua di cane,
forca di vipera e punta d'orbetto,
zampa di ramarro, ala di gufetto
per una fattura che faccia male
bolli e ribolli, brodo infernale.

TUTTE
Doppi, doppi, fatica e dolore;
fuoco brucia, bolli calderone.

TERZA STREGA
Scaglia di drago, dente di lupo,
mummia di strega, gola e stomaco
d'uno squalo ben saziato,
ceppo di cicuta scavata
al buio, fegato d'ebreo blasfemo,
fiele di capra, semi di tasso
colti mentre la luna è in eclisse,
naso di turco, labbra di tartaro,
dito di bambinella strozzata
nata in un fosso da una puttana,
fanno il brodo fitto e sodo.
Metti ancora trippa di tigre
nella mistura del paiolo.

TUTTE
Doppia, doppia fatica e pena,
brucia fuoco, bolli pentola.

SECONDA STREGA
Raffreddate con sangue di babuino;
e la fattura è forte e fine.

 

Entrano Ecate e altre tre streghe.

ECATE
Oh, ben fatto! Lodo l'impegno.
Tutte avran parte del provento.
E ora cantate attorno al secchio
come fate e folletti, in cerchio,
affatturando ciò che è dentro.

Musica e canto: «Neri spiriti» ecc.

Escono Ecate e le tre altre streghe.

SECONDA STREGA
Mi prudono i pollici: arriva qualcosa d'iniquo.
Apriti, serratura, a chiunque bussa!

Entra Macbeth.

MACBETH
Allora, vecchiacce negre, versiere di mezzanotte!
Che state facendo?

TUTTE
Un'opera senza nome.

MACBETH
Io vi scongiuro, in nome di ciò che professate,
e comunque facciate a saperlo, rispondetemi!
Slegate pure i venti e scatenateli contro le chiese;
il mare bianco schianti e inghiotta quanto è a galla;
si stronchino il grano verde e gli alberi,
i castelli crollino in testa a chi ci sta,
palazzi e piramidi calino le corna verso le fondamenta,
ed il tesoro dei semi delle cose si subissi a catafascio,
sino a stomacare la stessa distruzione;
ma rispondete a quanto vi domando.

PRIMA STREGA
Parla.

SECONDA STREGA
Chiedi.

TERZA STREGA
Risponderemo.

PRIMA STREGA
Dicci, vuoi sentirlo da queste bocche, o dai nostri padroni?

MACBETH
Chiamateli. Fatemeli vedere.

PRIMA STREGA
Versate sangue di scrofa che s'è mangiati i suoi nove nati.
E grasso colato da forca d'assassino, gettatelo dentro la fiamma.

TUTTE
Appari, umile e potente,
mostra abilmente te e la tua funzione.

Tuono.
Prima apparizione, una Testa Armata.


MACBETH
Dimmi, potenza sconosciuta...

PRIMA STREGA
Lui sa cosa pensi.
Ascolta le sue parole, senza dir niente.

PRIMA APPARIZIONE
Macbeth, Macbeth, Macbeth, guardati da Macduff!
Guardati dal signore di Fife!
Fatemi andare. Basta.

Sprofonda.

MACBETH
Chiunque tu sia, grazie per l'ottimo avviso: hai proprio azzeccato la mia paura.
Ma un'altra parola...

PRIMA STREGA
No, non accetta ordini.
Eccone uno più potente.

Tuono.
Seconda apparizione, un Bambino Insanguinato.

SECONDA APPARIZIONE
Macbeth, Macbeth, Macbeth!

MACBETH
T'ascolterei con tre orecchi se l'avessi.

SECONDA APPARIZIONE
Devi essere crudele, audace, fermo.
Beffati del potere umano.
Nessuno nato di donna potrà nuocere a Macbeth.

Sprofonda.

MACBETH
Vivi allora, Macduff, perché temerti?
Ma vorrò farmi doppiamente certo e torrò un pegno al destino. Non vivrai.
Così potrò smentire quel vile, lo spavento, e dormirò anche se tuona.

Tuono.
Terza apparizione, un Bambino incoronato, con un ramo d'albero in mano.

E questi chi è, che s'alza come un figlio di re e sulle tempie di marmocchio porta il cerchio e il sommo della sovranità?

TUTTE
Ascolta e non parlargli.

TERZA APPARIZIONE
Sii cuore di leone, orgoglioso, e disprezza chi morde il freno e smania, o i covi dei ribelli;
Macbeth non sarà vinto sino a quando il gran bosco di Birnan muoverà contro di lui e l'alto colle di Dunsinane.

Sprofonda.

MACBETH
E allora mai.
Chi può arruolare il bosco, imporre all'albero di svellere la radice abbarbicata alla terra?
Ah dolci profezie! Bene!
Voi morti ribelli, non risuscitate più finché la selva di Birnan prenda vita, e Macbeth dunque sul suo alto seggio vivrà l'intero prestito della natura, e renderà il respiro al tempo e all'uso umano.
Però il cuore mi batte per sapere una cosa: ditemi, se la vostra arte può dirlo, la stirpe di Banquo regnerà mai in questo regno?

TUTTE
Non voler saperne di più.

MACBETH
No, mi si deve rispondere!
Negatemi questo e la maledizione eterna vi caschi addosso!
Fatemi sapere.
Perché s'abbassa quel calderone?

Suono di oboi.

E cos'è questa musica?

PRIMA STREGA
Mostratevi!

SECONDA STREGA
Mostratevi!

TERZA STREGA
Mostratevi!

TUTTE
Mostratevi ai suoi occhi e affliggete il suo cuore;
come ombre venite, e andate come ombre.

Un corteo di otto re, e Banquo;
l'ultimo re ha in mano uno specchio.

MACBETH
Somigli troppo allo spirito di Banquo. Giù!
La tua corona mi brucia le pupille.
E tu, altra fronte cerchiata d'oro, i tuoi capelli t'assomigliano al primo.
E il terzo è come il secondo.
Vecchie schifose, perché mostrarmi questo?
Un quarto? Occhi schiattate!
Come, si allungherà la processione fino al crac del Giudizio?
Ancora un altro?
E un settimo?
Non voglio più guardare!
Ma ecco lì l'ottavo, ed ha uno specchio che me ne mostra molti altri.
Ed alcuni portano, vedo, doppie sfere e scettri con tre corone.
È orribile! Ora so che è vero, perché Banquo coi capelli impastati di sangue, mi fa un ghigno e me li addita come suoi. Ah dunque è così?

PRIMA STREGA
È così sissignore.
Ma perché Macbeth resta così di sasso?
Avanti, sorelle, rallegriamolo col meglio dei nostri spassi.
Io traggo dall'aria musica incantata e voi avviate la ridda fantasiosa che questo grande re possa ben dire d'essere accolto come di dovere.

Musica.
Le streghe danzano e spariscono.

MACBETH
Dove sono? Sparite!
Quest'ora funesta sia maledetta per sempre nel calendario.
Entrate, voi là fuori.

Entra Lennox.

LENNOX
Vostra grazia comanda?

MACBETH
Avete visto le Sorelle?

LENNOX
No, monsignore.

MACBETH
Non vi son passate davanti?

LENNOX
Davvero no, monsignore.

MACBETH
Sia impestata l'aria che montano, e maledetto chi gli crede.
Ho sentito un galoppo. Chi era?

LENNOX
Due o tre, maestà.
Portan notizia che Macduff è fuggito in Inghilterra.

MACBETH
Fuggito!

LENNOX
Sì, mio buon signore.

MACBETH
Tempo, tu previeni i miei orrori.
Lo scopo veloce non può attuarsi se l'azione non parte assieme.
D'ora in poi ogni primizia del cuore sarà primizia della mano.
Anzi fin d'ora quello che penso avrà coronamento nell'azione, che sia pensato e fatto:
sorprenderò la rocca di Macduff, prenderò Fife, passerò a fil di spada la moglie, i suoi piccini, tutti gli sventurati che gli van dietro.
Niente più minacce da sciocco.
Lo farò prima che si raffreddi il mio proposito.
E niente più visioni!
I messi dove sono? Su, portami da loro.

Escono.

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Macbeth - 1605/1608

atto quarto - scena seconda

 

Entrano la moglie di Macduff, suo figlio e Ross.

MOGLIE
Che aveva fatto, per dover scappare dal suo paese?

ROSS
Ci vuol pazienza, signora.

MOGLIE
Lui non ne ha avuta.
Fuggire è stata una pazzia.
A volte non le azioni ma le nostre paure
ci fanno traditori.

ROSS
Non si sa se è stata paura o saggezza.

MOGLIE
Saggezza!
Lasciare sua moglie, lasciare i bambini, il palazzo, gli averi, proprio lì da dove scappa via? Non ci ama.
Gli manca il tocco della natura: il povero scricciolo, il più minuto degli uccelli, se ha i piccoli nel nido, affronta il gufo.
Tutta paura e niente amore, e poca è la saggezza quando la fuga è fuga così, da ogni ragione.

ROSS
Cugina carissima, ti prego, calmati.
Ma credimi, tuo marito è nobile, saggio, avveduto, e sa benissimo in che mondo viviamo.
Non oso dirti troppo, ma crudele è quel tempo in cui ci ritroviamo traditori senza saperlo, e ci arrivano voci da ciò che temiamo senza sapere cos'è, ma galleggiamo su un mare furioso, violento, sbattuti a destra, a manca.
Ora ti lascio; ma sarò di ritorno tra non molto.
Quando si tocca il fondo o si rimane giù o si risale allo stato di prima.
Mio grazioso cugino, Iddio ti benedica!

MOGLIE
Ha un padre, ma è orfano.

ROSS
Io sono così sciocco che se restassi di più m'esporrei alla vergogna, e ti darei imbarazzo.
Me ne vado subito.

Esce.

MOGLIE
Tuo padre è morto, caro mio.
E tu che farai ora? Come vivrai?

FIGLIO
Come gli uccelli, madre.

MOGLIE
Cosa, di mosche e vermi?

FIGLIO
Di ciò che capita, sì, come fan loro.

MOGLIE
Povero uccello, senza sospettare rete o pania, trappola o lacciolo!

FIGLIO
Perché dovrei, madre?
Nessuno li spreca per un povero uccello.
Non è vero che mio padre è morto.

MOGLIE
Sì è morto.
Come farai senza padre?

FIGLIO
E tu come farai senza marito?

MOGLIE
Io me ne compro venti, a ogni mercato.

FIGLIO
Allora li compri per rivenderli.

MOGLIE
Spiritoso!
Per la tua età ne hai di sale in zucca.

FIGLIO
Madre, era un traditore mio padre?

MOGLIE
Sì lo era.

FIGLIO
E che cos'è un traditore?

MOGLIE
Beh, uno che giura il falso.

FIGLIO
Quelli che fan così son tutti traditori?

MOGLIE
Sì, tutti traditori, e vanno impiccati.

FIGLIO
Vanno impiccati tutti, quelli che giurano il falso?

MOGLIE
Sì, tutti.

FIGLIO
Chi li deve impiccare?

MOGLIE
Ma, gli uomini onesti.

FIGLIO
Allora sono scemi, quelli che giurano il falso.
Perché son tanti che giurano il falso, da battere gli onesti, e impiccar loro.

MOGLIE
O Dio t'aiuti, povero scimmiotto!
Ma come farai senza padre?

FIGLIO
Se fosse morto lo piangevi.
Se non lo fai è buon segno, vuol dire che presto ne avrò uno nuovo.

MOGLIE
Chiacchierone, quanto parli!

Entra un messo.

MESSO
Dio vi protegga, bella signora.
Non mi conoscete ma io conosco bene la signoria vostra.
Temo vi si avvicini qualche pericolo.
Se accettate il consiglio d'un pover'uomo, non fatevi trovare qui.
Andate via coi vostri piccoli.
Forse è troppo brutale spaventarvi così.
Ma molto peggio vi sta vicino che sarebbe atroce.
Il cielo ve ne guardi!
Non oso fermarmi di più.

Esce.

MOGLIE
Dove potrei fuggire?
Non ho fatto alcun male.
Ma ricordo ora, che in questo basso mondo spesso fare il male è un merito, far bene una pazzia pericolosa.
E allora, ahimè, perché difendermi da donna, dicendo, non ho fatto male?

Entrano i sicari.

Che sono queste facce?

SICARIO
Tuo marito dov'è?

MOGLIE
Non in un posto così sconsacrato, spero, dove uno come te può trovarlo.

SICARIO
È un traditore.

FIGLIO
Menti, infame peloso!

SICARIO
Ah sì, tu uovo, seme di traditore!

Lo pugnala.

FIGLIO
Mi ha ucciso, madre!
Scappa ti prego.

Il figlio muore.
La madre esce gridando «Assassini!».

Macbeth - 1605/1608

atto quarto - scena terza

 

Entrano Malcolm e Macduff.

MALCOLM
Venite, cerchiamo un angolo d'ombra solitario, e svuotiamo piangendo i nostri petti amareggiati.

MACDUFF
Piuttosto impugnamo la spada che uccide e battiamoci da giusti sulla patria prostrata.
A ogni nuovo giorno suona il grido di nuove vedove, piangono nuovi orfani, nuovi dolori colpiscono la faccia del cielo che risuona quasi patisse con la Scozia, e urlasse sillabe uguali di dolore.

MALCOLM
Piangerò su ciò che credo; crederò ciò che posso appurare; e porterò, quando avrò amico il tempo, quel rimedio che posso.
Ciò che avete detto sarà vero, forse.
Questo tiranno, di cui il solo nome ci dà bolle alla lingua, era creduto giusto una volta.
Voi l'avete avuto amico.
E lui non v'ha toccato ancora. Io sono giovane; ma usandomi potreste accattivarvelo.
Ed è saggio sacrificare un agnello innocente, povero e debole, per placare un dio irato.

MACDUFF
Io sono un traditore.

MALCOLM
Ma lo è Macbeth.
Una natura buona e virtuosa può recedere se forzata dal potere.
Ma vi prego, scusatemi: ciò che voi siete, i miei pensieri non possono farlo mutare; gli angeli risplendono, anche se il più luminoso è caduto.
E se ogni abominio prendesse l'aspetto della grazia, la grazia avrebbe sempre il suo aspetto.

MACDUFF
Ho perduto le mie speranze.

MALCOLM
Forse proprio dove io ho trovato i miei dubbi.
Perché avete lasciato così indifesi vostra moglie e i bambini, quei moventi preziosi, quei legami tenaci d'amore, senza nemmeno un saluto?
Vi prego, i miei sospetti non vi offendano, sono mie cautele.
Potete ben essere un giusto checché io ne pensi.

MACDUFF
Sanguina, sanguina, povera patria!
Tirannia potente, rinsalda le tue fondamenta dacché la virtù non osa contrastarti;
sfoggia i tuoi torti, il tuo titolo t'è riconosciuto.
Statevi bene, monsignore!
Non vorrei essere il miserabile che credete per tutto lo spazio che il tiranno aggranfia, e il ricco Oriente in aggiunta.

MALCOLM
Non siate offeso.
Non parlo come se in voi avessi sfiducia totale.
La nostra patria, lo so, affonda sotto il giogo, e piange, e sanguina, e ogni giornata un taglio si aggiunge alle sue ferite.
E so anche che vi si alzerebbero mani a sostenermi; e qui mi si offre una valida forza, migliaia, dal santo re d'Inghilterra.
Ma con tutto questo, dovessi pestare un giorno la testa al tiranno o infilzarla sulla spada, pure il mio povero paese ne avrebbe più vizi di quanti non ebbe prima, e soffrirebbe di più o in modi più vari che mai per mano del successore.

MACDUFF
E chi sarebbe costui?

MALCOLM
È di me stesso che parlo; in me, lo so, sono così innestati ogni sorta di vizi, che quando sbocceranno, quel nero Macbeth parrà puro come neve, e il povero stato lo riterrà un agnello al paragone dei miei guasti infiniti.

MACDUFF
Ma nemmeno dalle legioni infernali può uscire un diavolo così diabolico nel male da superare Macbeth.

MALCOLM
Sì, è sanguinario, libidinoso, avaro, falso, sleale, violento e maligno, putrido d'ogni peccato che ha un nome.
Ma alla libidine mia non c'è fondo, no.
Le vostre mogli, le figlie, le donne mature, le ragazze non colmerebbero il pozzo delle mie voglie.
E il mio appetito travolgerebbe ogni freno di continenza che s'opponesse alla foia.
Meglio Macbeth sul trono, che uno così.

MACDUFF
Certo, in natura l'intemperanza sfrenata è tirannia.
Ha svuotato anzitempo troni felici, ha fatto cadere molti re.
Ma ciò non v'impedisca di occupare il posto che vi spetta.
Potete trovare un amipo pascolo al gregge di piaceri pur mostrandovi freddo, e in questo modo bendare gli occhi al tempo.
Le signore compiacenti non mancano.
E non può esserci in voi un avvoltoio siffatto da divorare tutte quelle che s'offriranno alla grandezza, avendo indovinato il suo debole.

MALCOLM
Ma nella mia natura malformata c'è inoltre una tale avidità insaziabile che, fossi io il re, farei buoni i baroni per averne le terre, vorrei le gioie d'uno, il palazzo d'un altro, e quest'accumulare non sarebbe che una salsa che dà più fame, e allora forgerei false liti contro i buoni e i leali, e li distruggerei per arricchirmi.

MACDUFF
Questa fama ingorda penetra più a fondo, cresce con più maligne radici dalla foia, fiore d'estate.
Ed essa è stata la spada che ha ucciso i nostri re.
Ma non abbiate paura: la Scozia è così opima da colmarvi la voglia con la roba che già v'appartiene.
Tutto questo si può anche accettare, col compenso d'altre virtù.

MALCOLM
Ma io non ne ho.
Le virtù che un re dovrebbe avere, come giustizia, sincerità, temperanza, fermezza, larghezza, costanza, misericordia, umiltà, devozione, pazienza, coraggio, forza d'animo, io non ne ho traccia, ma son ricco delle varianti d'ogni singolo vizio, che attuo in molti modi.
E anzi, se potessi, verserei nell'inferno il dolce latte della concordia, sfascerei la pace universale, farei a pezzi tutte le entità sulla terra.

MACDUFF
O Scozia, Scozia!

MALCOLM
Se un uomo tale è degno di regnare, parla.
Io sono così.

MACDUFF
Degno di regnare!
No, non di vivere!
Nazione miserevole oppressa da un tiranno dallo scettro di sangue, quando potrai rivedere giorni sani se l'erede diretto del tuo trono si interdice da sé con le sue accuse e bestemmia la sua stirpe?
Il re tuo padre era un vero santo, e la regina he ti generò, più spesso inginocchiata che in piedi, morì a ogni giorno di vita.
Addio! I mali di cui ti accusi mi hanno bandito dalla Scozia.
E qui finisce, cuore mio, la speranza!

MALCOLM
Macduff, questa nobile rabbia, figlia dell'integrità, ha spazzato dal mio animo i neri sospetti, mi ha fatto capire che sei un uomo sincero e un uomo d'onore.
Quel diabolico Macbeth ha tentato di spingermi con tanti di questi lacciuoli nelle sue grinfie, che un minimo di prudenza mi frena da una fretta troppo credula.
Ma Dio lassù, stia tra noi due; da ora mi affido alla tua guida, e ritratto le mie accuse, abiuro qui le macchie e colpe che mi gettavo addosso come estranee alla mia natura.
Ancora non conosco donna, non ho mai spergiurato, mai ho voluto troppo nemmeno ciò ch'era mio, mai mancato alla parola, né tradirei il diavolo con un suo pari, e amo il vero non meno della vita.
La mia prima menzogna è stata questa, su di me.
Ciò che io sono davvero è ai tuoi ordini e a quelli della nostra povera terra.
E in verità verso di essa, prima che tu arrivassi, stava per muoversi il vecchio Seyward con diecimila armati pronti a battersi.
Ora ci muoveremo assieme, e sia la buona sorte pari alla bontà della causa.
Perché taci?

MACDUFF
Cose tanto gradite e no, assieme, è duro conciliarle.

Entra un medico.

MALCOLM
Bene, riprenderemo il discorso.
Vi prego, il Re dà udienza?

MEDICO
Sì, monsignore.
C'è una folla di poveri infelici che aspetta la sua cura.
La loro malattia sfida ogni sforzo dell'arte.
Ma il cielo ha dato alla sua mano tale santità, che al suo tocco subito guariscono.

MALCOLM
Vi ringrazio, dottore.

Il medico esce.

MACDUFF
Di che malattia parla?

MALCOLM
Viene chiamata il male del re.
Un operare davvero miracoloso di questo buon sovrano, cui ho assistito spesso da che son qui.
Come persuada il cielo, lui solo sa: ma infermi di strani mali, tutti gonfiori e ulcere, gente che fa pietà e fa disperare del tutto i medici, li cura con un'effigie d'oro che appende loro al collo recitando preghiere.
E lascerà, si dice, ai re suoi successori questa grazia risanatrice.
A questa virtù singolare aggiunge il dono della profezia e altre benedizioni cingono il trono e lo provano santo.

Entra Ross.

MACDUFF
Guardate qui chi arriva.

MALCOLM
Un mio compatriota.
Ma non credo conoscerlo.

MACDUFF
Mio gentile cugino, benvenuto.

MALCOLM
Ma sì lo riconosco.
Buon Dio, rimuovi presto ciò che ci rende stranieri!

ROSS
Amen, signore.

MACDUFF
La Scozia è sempre al punto dov'era?

ROSS
Povera terra, ha quasi paura di conoscersi!
Non si può chiamarla madre ma sepolcro.
Non si vede sorridere nessuno tranne chi non sa.
Sospiri, lamenti, grida che spaccano l'aria risuonano e nessuno li nota.
Un gran dolore sembra un malanno quotidiano.
Un rintocco a morto spinge appena a chiedere per chi, e i buoni muoiono prima dei fiori sui cappelli, si spengono prima d'ammalarsi.

MACDUFF
Ah è un ragguaglio fatto con arte ma fin troppo vero.

MALCOLM
E l'ultima sciagura qual è?

ROSS
Quella d'unora fa par vecchia da fischiarsi.
Ogni minuto ne partorisce una nuova.

MACDUFF
Mia moglie come sta?

ROSS
Bene, sta bene.

MACDUFF
E i bambini?

ROSS
Anche loro stan bene.

MACDUFF
Il tiranno non ha dato di corna contro la loro pace?

ROSS
No.
Eran proprio in pace quando li ho lasciati.

MACDUFF
Non essere tirchio di parole.
Come stanno le cose?

ROSS
Mentre partivo per portarvi notizie, e sono pesanti a portarsi, correva voce di molti baroni scesi in lizza e ciò era provato dal fatto, credo, che ho visto in armi l'oste del tiranno.
È il momento di portare aiuto.
(a Malcolm) Il vostro occhio in Scozia creerebbe soldati, farebbe combattere le donne per liberarsi dei loro dolori tremendi.

MALCOLM
Sia loro di conforto il nostro arrivo imminente.
Il nobile re inglese ci ha dato il bravo Seyward e diecimila barbute; un condottiero più esperto e valoroso la Cristianità non può vantarlo.

ROSS
Vorrei poter rispondere a questo conforto con uno uguale.
Ma io porto parole da urlare nell'aria deserta senza orecchi per sentirle.

MACDUFF
Di che si tratta?
Della causa comune o è cosa che appartiene a uno solo?

ROSS
Non c'è animo onesto che non la divida, ma la pena maggiore è solo tua.

MACDUFF
Se è mia non me la negare: presto, dimmela.

ROSS
Ma i tuoi orecchi non devono odiare per sempre questa lingua che li riempie del suono più malefico che han mai udito.

MACDUFF
Ah! Capisco.

ROSS
La tua rocca è stata sorpresa, tua moglie e i bambini scannati in modo selvaggio.
Dirti come, sarebbe aggiungere la tua morte a quel mucchio di cervi uccisi.

MALCOLM
Dio pietoso!
Su, vecchio mio! Non calarti il cappello sulla fronte. Da' parole al dolore.
La pena che non parla sussurra al cuore affranto e gli ordina di spezzarsi.

MACDUFF
Anche i bambini?

ROSS
Tua moglie, i bimbi, i servi, tutti quelli che hanno trovati.

MACDUFF
E io lontano!
Anche mia moglie?

ROSS
Te l'ho detto.

MALCOLM
Coraggio.
La cura di questo male orrendo cerchiamola in una grande vendetta.

MACDUFF
Non ha figli.
Tutti i miei bei piccoli? Hai detto tutti?
Nibbio infernale! Tutti? ma come, tutti i miei bei pulcini e la chioccia a una sola picchiata?

MALCOLM
Fai fronte da uomo.

MACDUFF
Lo farò. Ma devo anche soffrire da uomo.
Non posso dimenticare che esistevano cose tanto preziose per me.
E il cielo vedeva, e non ha voluto aiutarli?
Macduff peccatore! Per te sono stati colpiti.
Perfido che sono, non per colpe loro ma per le mie, la strage piombò su quell'anime.
Dio dia loro pace!

MALCOLM
E tu fanne la pietra per affilare la spada.
Il dolore fallo diventare rabbia.
Non attutire il cuore, infurialo.

MACDUFF
Ah potrei fare la donna con gli occhi e lo sbruffone con la lingua!
Ma Dio benigno, scorcia il tempo.
Mettimi faccia a faccia con questo demonio della Scozia.
Mettilo a portata di questa spada.
Se sfugge perdona anche lui.

MALCOLM
Questa è musica da uomo.
Venite, andiamo dal re; la forza è pronta; non resta che partire.
Macbeth è maturo per scrollarlo, e i poteri lassù si armano.
Datti il coraggio che puoi:
Non c'è notte lunga che luce non trovi.

Escono.

Macbeth - 1605/1608

atto quinto - scena prima


Entrano un medico e una dama di compagnia.

MEDICO
Veglio con voi da due notti ma non vedo conferme al vostro racconto.
Quando ha camminato l'ultima volta?

DAMA
Da quando sua maestà è andato a campo, l'ho vista più volte alzarsi dal letto, gettarsi la vestaglia sulle spalle, aprire lo scrittoio, prendere un foglio, piegarlo, scriverci sopra, leggerlo, poi sigillarlo e tornarsene a letto: tutto nel sonno più profondo.

MEDICO
Gran turbamento nella natura, beneficare del sonno e insieme compiere gli atti della veglia.
E in quest'agitarsi da sonnambula, oltre a camminare e a far cose, le avete sentito dire qualcosa, qualche volta?

DAMA
Signor mio, cose che non riferirò di lei.

MEDICO
A me potete; anzi è proprio il caso di farlo.

DAMA
Né a voi né ad altri: non ho testimoni per confermare ciò che dico.

Entra Lady Macbeth con un candeliere.

Guardate! Ecco che viene.
Proprio così usa fare.
E in pieno sonno, sull'anima mia.
State a vedere, ma nascosto.
 

 

MEDICO
Dove ha preso quel candeliere?

DAMA
Beh, lo aveva accanto.
Vuol sempre luce accanto, è un ordine.

MEDICO
Ha gli occhi aperti, vedete?

DAMA
Sì ma i sensi sono chiusi.

MEDICO
E ora che fa?
Guardate, si strofina le mani.

DAMA
È un gesto abituale, come cercasse di lavarsele.
L'ho vista farlo un quarto d'ora filato.

LADY MACBETH
C'è ancora una macchia qui.

MEDICO
Sentite, parla!
Mi voglia segnare cosa dice, per ricordarmene meglio.

LADY MACBETH
Via, macchia maledetta! Via, dico!
Un tocco, due: andiamo, è ora di farlo.
L'inferno è tetro! Vergogna, signore, vergogna!
Un soldato, aver paura?
Perché temere che si sappia, se nessuno può chiamarci a dar conto, noi potenti?
Però chi poteva pensare che il vecchio avesse in corpo tanto sangue?

MEDICO
Avete sentito?

LADY MACBETH
Il barone di Fife aveva una moglie: ora dov'è?
Ma queste mani non saranno mai pulite?
Basta, monsignore, basta.
Rovini tutti con questi accessi.

MEDICO
Così, così.
Avete saputo ciò che non dovreste.

DAMA
È lei a dire ciò che non doveva, non c'è dubbio.
Dio sa quel che ha passato.

LADY MACBETH
Ancora puzzo di sangue, qui.
Tutti i profumi d'Arabia non tergeranno questa piccola mano.
Oh! Oh! Oh!

MEDICO
Che sospiri!
Ha il cuore pieno d'angoscia.

DAMA
Non vorrei averlo in petto, un cuore così, che fa indegno tutto il resto.

MEDICO
Bene, bene, bene.

DAMA
Dio voglia sia bene davvero, dottore.

MEDICO
Questa non è malattia da medici.
Eppure so di sonnambuli che son morti in santa pace, nel loro letto.

LADY MACBETH
Lava le mani; metti la vestaglia; non essere così pallido.
Te lo ripeto, Banquo è sepolto; non può uscire dalla fossa.

MEDICO
Ah, dunque!

LADY MACBETH
A letto, a letto!

Bussano al portone.

Vieni, vieni, vieni, vieni, dammi la mano.
Il fatto è fatto.
A letto, a letto, a letto.

Esce.

MEDICO
Ora torna a letto?

DAMA
Sì, subito.

MEDICO
Corrono voci terribili, atti contro natura creano scompigli snaturati.
Menti infette depongono i loro segreti sui cuscini sordi.
Ha più bisogno del prete che del medico.
Dio, Dio ci perdoni tutti!
Sorvegliatela, tenete lontani gli oggetti con cui può far male a se stessa, tenetela sempre d'occhio.
Buona notte.
M'ha sconvolto l'anima e sbalordita la vista.
Penso ma non oso parlare.

DAMA
Buona notte, dottore.

Escono.

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Macbeth - 1605/1608

atto quinto - scena seconda

 

Tamburi e bandiere.
Entrano Menteth, Cathness, Angus, Lennox, soldati.

MENTETH
La forza inglese è vicina, la comandano Malcolm, suo zio Seyward e il buon Macduff.
Ardono di vendetta.
La causa è tale da eccitare all'assalto più rabbioso e al sangue i morti stessi.

ANGUS
Possiamo incontrarli vicino al bosco di Birnan.
Vengono di là.

CATHNESS
Chi sa se Donalbain è col fratello?

LENNOX
No monsignore, non c'è.
Ho l'elenco di tutta la baronia.
C'è il figlio di Seyward e molti imberbi, venuti a provare d'essere uomini fatti.

MENTETH
Il tiranno che fa?

CATHNESS
Rafforza la gran rocca di Dunsinane.
Qualcuno dice che è pazzo.
Altri che l'odiano meno, parlano d'un valore furioso.
Di certo non sa chiudere la sua causa malata nella cintura dell'ordine.

ANGUS
Ormai si sente incollati alle mani i suoi delitti segreti.
Ora ad ogni minuto le ribellioni rinfacciano la sua slealtà.
Quelli ai quali comanda agiscono solo per questo, senza alcuna devozione.
Ora sente il suo titolo pendergli addosso come la veste d'un gigante sul nano che l'ha rubata.

MENTETH
E perciò chi potrebbe incolpare i suoi nervi stremati se dan di volta o vanno a scatti, quando tutto ciò che ha dentro si fa colpa di trovarcisi?

CATHNESS
Bene, in marcia adesso per prestare obbedienza dov'è giusto.
Andiamo incontro al medico dello stato infermo, e per purgare la patria, versiamo con lui tutto il nostro sangue.

LENNOX
O almeno tanto che innaffi il fiore sovrano, e affoghi le erbacce.
Avanti verso Birnan.

Escono in marcia.

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Macbeth - 1605/1608

atto quinto - scena terza

 

Entrano Macbeth, il medico, e gente del seguito.

MACBETH
Non voglio più rapporti.
Se ne scappino tutti.
Finché la selva di Birnan non si sposta a Dunsinane, la paura non può infettarmi.
Chi è questo ragazzo Malcolm?
Non è nato di donna?
Gli spiriti che sanno tutti gli eventi umani m'han dato questo verdetto:
«Non temere, Macbeth, nessun nato da donna avrà potere su te.»
E allora scappate, falsi vassalli, imbrancatevi pure con gli epicuri inglesi.
La mente che mi regge e il cuore che porto non cederanno al dubbio, non tremeranno di paura.

Entra un servo.

Ti faccia nero il diavolo, scemo muso di panna!
Cos'è quest'aria di papera?

SERVO
Ci sono diecimila...

MACBETH
Oche, birbante?

SERVO
Barbute, maestà.

MACBETH
Va pizzicati la facciata, tingi di rosso la fifa, fegatuccio di giglio.
Quali barbute, buffone?
Morte all'anima tua!
Quelle ganasce di bucato suggeriscono paura.
Quali barbute, grugno di siero?

SERVO
La forza inglese, maestà.

MACBETH
Porta via quella faccia.

Il servo esce.

Seyton! - Sono stanco a morte di vedere - Seyton, perdio!

Questa spallata mi mette in sella per sempre, o qui m'abbatte.
Ho vissuto abbastanza: il sentiero della vita scende alla terra vizza, la foglia gialla, e quanto dovrebbe andare con la vecchiaia, come rispetto, affetto, ubbidienza, amici attorno non devo sperarlo.
Invece maledizioni, basse ma profonde, omaggi di bocca, fiato che il povero cuore vorrebbe rifiutare, e non osa...
Seyton!

Entra Seyton.

SEYTON
Vostra grazia desidera?

MACBETH
Altre novità?

SEYTON
Conferme di tutti i rapporti, monsignore.

MACBETH
Combatterò finché non mi scalcano la carne a pezzi dall'osso.
Dammi l'armatura.

SEYTON
Non ce n'è ancora bisogno.

MACBETH
Voglio indossarla.
Escano cavalli, battano torno torno la terra.
Chi parla di paura, alla forca. Dammi la corazza.
Come sta la tua paziente, dottore?

MEDICO
Maestà, più che malata è infetta da manie fitte, che le tolgono il sonno.

MACBETH
Guariscile.
Non hai rimedi per una mente malata, non sai strappare alla memoria un dolore, raschiare i triboli incisi nel cervello, e con un dolce antidoto d'oblio nettare il petto dal grumo pericoloso che grava sul cuore?

MEDICO
No in questo il paziente deve farsi medico di se stesso.

MACBETH
Getta ai cani la tua arte! Non serve a niente.
Avanti, mettimi la corazza, dammi lo scettro.
Seyton, fa uscire... Dottore, i baroni scappano.
Sbrigati, Seyton... Dottore, se tu potessi esaminare l'urina della mia terra, trovarne il morbo e purgarla ridandole la bella salute di prima, t'applaudirei tanto che ogni eco riapplaudirebbe.
Togli via questa corazza, svelto.
Quale rabarbaro, senna, o quale droga purgativa può raschiar via questi inglesi? Sai di loro?

MEDICO
Sì, monsignore, i vostri preparativi ce ne danno notizia.

MACBETH
Portami questa dietro.
La morte, la rovina non mi faranno tremare sinché il bosco di Birnan non viene a Dunsinane.

Esce.

MEDICO
E se da Dunsinane io potessi scappare nessun profitto mai mi farebbe tornare.

Esce.

Macbeth - 1605/1608

atto quinto - scena quarta

 

Tamburi e stendardi.
Entrano Malcolm, Seyward, Macduff, il figlio di Seyward, Menteth, Cathness, Angus, e i loro soldati, in marcia.

MALCOLM
Cugini, s'avvicina il tempo, spero, che dormiremo sicuri.

MENTETH
Senza dubbio.

SEYWARD
Che bosco è lì di fronte?

MENTETH
Il bosco di Birnan.

MALCOLM
Ogni soldato stacchi un ramo, e lo porti davanti a sé; così maschereremo la nostra forza ed i loro spioni si sbaglieranno a contarci.

SOLDATI
Sissignore.

SEYWARD
Si sa soltanto che il tiranno, sicuro di sé, si tiene forte a Dunsinane e accetta il nostro assedio.

MALCOLM
Non gli resta altra speranza.
Perché tutte le volte che glien'ha dato il destro gli si son ribellati tutti, grandi e piccoli, e nessuno lo serve se non gente costretta, e senz'animo, è chiaro.

MACDUFF
È così, ma lasciamo la prova ai fatti, e diamoci da fare a gente d'arme.

SEYWARD
Ormai non manca molto e il tempo ci farà conoscer chiaro se parliamo dell'orso, o se l'abbiamo.
Chi sta a pensare è come uno che sa e non sa, solo lo stormo giudica di quello che sarà.
Perciò avanti, allo stormo.

Escono in marcia.

Macbeth - 1605/1608

atto quinto - scena quinta

 

Entrano Macbeth, Seyton e gente armata con tamburi e pennoni.

MACBETH
Stendete i gonfaloni sugli spalti.
Il grido è sempre, «Vengono».
La nostra fortezza se ne ride d'un assedio.
Si sbrachino qui avanti e la fame e la febbre se li mangino.
Non si fossero ben farciti di gente che dovrebbe stare con noi, potevamo assaltarli all'azzardo, barba a barba, e ributtarli a casa.

Grido di donne all'interno.

Che succede?

SEYTON
Sono le donne che gridano, monsignore.

Esce.

MACBETH
Ho quasi dimenticato il sapore della paura.
In altri tempi i sensi mi si gelavano a un grido nella notte, e i capelli e il cuoio a un racconto pauroso si rizzavano fremendo come avessero anima.
Mi sono saziato di orrori: lo spavento compagno ai miei pensieri di sangue non mi fa più trasalire.

Rientra Seyton.

Perché gridavano?

SEYTON
Mio signore, la regina è morta.

MACBETH
Sarebbe morta prima o poi.
Sarebbe venuto il momento per quella parola...
Domani, e domani, e domani, striscia così, col suo misero passo, di giorno in giorno, fino alla zeta del tempo scritto;
e tutti i nostri ieri han rischiarato ad altri pazzi la strada della polverosa morte.
Spegniti, spegniti breve candela!
La vita non è che un'ombra vagante, un povero attore che avanza tronfio e smania la sua ora sul palco, e poi non se ne sa più nulla.
È un racconto fatto da un idiota, pieno di grida e furia, che non significa niente.

Entra una staffetta.

Tu vieni a usare la lingua: presto, sputa!

STAFFETTA
Vostra grazia, io devo riferire qualcosa che ho visto, giuro, ma non so come farlo.

MACBETH
Bene, cerca di farlo.

STAFFETTA
Mentre montavo la guardia sulla collina ho girato l'occhio verso Birnan e a un tratto m'è parso che il bosco incominciasse a muoversi.

MACBETH
Bugiardo schifoso!

STAFFETTA
Subirò la vostra ira se non è vero.
A tre miglia, si può vederlo arrivare.
Dico, una selva in marcia.

MACBETH
Se dici il falso ti faccio appendere vivo dall'albero più vicino finché la fame ti secca.
Se dici il vero, fa lo stesso con me, non me ne importa niente.
Io freno la mia risolutezza e comincio a sospettare l'equivoco del demonio che mentisce col vero.
«Non temere finché il bosco di Birnan non arrivi a Dunsinane», e ora un bosco viene a Dunsinane.
All'arme, all'arme, e fuori!
Se ciò che questi afferma è vero e appare è inutile arroccarsi, inutile scappare.
Io incomincio a essere stanco a morte del sole, e vorrei che crollasse tutto l'orbe.
Suonate a stormo!
Soffia, vento, vieni, crollo, almeno moriremo con la corazza addosso.

 

Escono.

Macbeth - 1605/1608

atto quinto - scena sesta

 

Tamburi, bandiere.
Entrano Malcolm, Seyward, Macduff e il loro esercito che porta rami d'albero.

MALCOLM
Siamo abbastanza vicini.
Buttate via gli schermi di foglie, mostratevi quali siete.
Tu, nobile zio, condurrai il primo stuolo con mio cugino, tuo degnissimo figlio.
Il nobile Macduff e noi ci accolleremo quant'altro resta da fare, secondo l'ordinanza.

SEYWARD
Buona fortuna.
Spero incontrarla stasera, la forza di quel cane, e che ci battano pure, se non sappiamo combattere.

MACDUFF
Parlino tutte le trombe, date voce a questi sonanti araldi di sangue e morte.

Escono.
Si suona più volte l'attacco.
Entra Macbeth.

MACBETH
M'hanno legato al palo, non posso fuggire, debbo far fronte alla muta come l'orso.
Chi sarà mai che non è nato da donna?
Lui debbo temere, non altri.

Entra il giovane Seyward.

GIOVANE SEYWARD
Qual è il tuo nome?

MACBETH
Avresti paura a sentirlo.

GIOVANE SEYWARD
No, neanche se è un nome più cocente di qualsiasi all'inferno.

MACBETH
Il mio nome è Macbeth.

GIOVANE SEYWARD
Satana stesso non poteva dire nome più odioso al mio udito.

MACBETH
No, né più spaventoso.

GIOVANE SEYWARD
Menti, tiranno aborrito!
Ti proverò con la spada la menzogna che dici.

Combattono e il giovane Seyward è ucciso.

MACBETH
Eri nato da donna.
Me ne frego delle spade, e tutte l'armi ho a scorno se le brandisce un uomo nato da donna.

Esce.
Squilli di trombe.
Entra Macduff.

MACDUFF
Il fracasso è di là.
Mostra la faccia, tiranno.
Se t'ammazzano e il colpo non è mio gli spettri di mia moglie e dei miei figli mi tormenterebbero sempre.
Non so colpire questi poveri mercenari che vendono le braccia per portare una ronca.
O te, Macbeth, oppure rinfodero la spada col filo intatto.
Dovresti trovarti di là: il grande strepito sembra annunziare qualcuno di gran nome.
Fammelo trovare, fortuna!
Non chiedo altro.

Esce.
Allarmi.
Entrano Malcolm e Seyward.

SEYWARD
Monsignore, di qui.
Il castello s'è arreso senza resistere.
La gente del tiranno combatte dalle due parti.
La baronia è gagliarda all'assalto, la giornata si dice vostra quasi da sé, e poco resta da fare.

MALCOLM
Abbiamo trovato nemici che ci danno una mano.

SEYWARD
Entrate nella rocca, signore.

Escono.
Trombe.
Entra Macbeth.

MACBETH
Perché fare la parte del Romanzo pazzo e gettarmi sulla spada?
Finché vedo vivi meglio su loro i tagli.

Entra Macduff.

MALCOLM
Voltati cane d'inferno, voltati!

MACBETH
T'ho scansato tra tutti.
Va via!
La mia anima è già troppo pesante di sangue tuo.

MACDUFF
Non ho parole, la voce è la mia spada, non c'è lingua per dire l'abominio che sei.

Combattono.
Allarmi.

MACBETH
Sprechi fatica.
Non puoi tirarmi sangue, sarebbe più facile con quella spada pizzuta intaccare l'aria invulnerabile.
La tua alma sbattila sopra gli elmi che si bucano, io ho una vita stregata che non cede a un uomo nato da donna.

MACDUFF
Allora dispera del tuo sortilegio, e fatti dire dall'angelo, quello che hai sempre servito, che Macduff venne strappato prematuro dal grembo di sua madre.

MACBETH
Maledetta la lingua che lo dice; ha spaventato il mio lato migliore; e nessuno più creda a questi demoni impostori che imbrogliano col doppio senso, mantengono parola di promessa al nostro orecchio e la rompono alla speranza.
Non voglio battermi con te.

MACDUFF
Allora arrenditi, codardo, e vivi per essere il visibilio del tempo.
Ti pianteremo dipinto su un palo come i portenti più rari, e con la scritta: «Qui vedete il tiranno».

MACBETH
Non m'arrendo per baciare la terra sotto i piedi di quel ragazzo Malcolm, e per essere martoriato dagli insulti della cagnara.
Anche se il bosco di Birnan è venuto a Dunsinane, e davanti mi stai tu che non sei nato da donna, rischierò l'ultima prova.
Sul mio corpo alzo il mio forte scudo.
Dai, Macduff; e dannato chi grida primo: «Basta!».

Escono combattendo.
Trombe suonano l'assalto.
Rientrano duellando e Macbeth è ucciso.
Macduff esce.
Ritirata e squilli di trombe.
Entrano con tamburi e bandiere Malcolm, Seyward, Ross, baroni e soldati.

MALCOLM
Vorrei che gli amici che mancano tornassero sani e salvi.

SEYWARD
Qualcuno deve andarsene.
Ma da questi che vedo una giornata così è costata poco.

MALCOLM
Mancano qui Macduff e il tuo nobile figlio.

ROSS
Vostro figlio, signore, ha pagato il debito d'un soldato.
È vissuto solo per farsi uomo; e non appena da prode ha provato di esserlo lì dove ha combattuto senz'arretrare subito è morto da uomo.

SEYWARD
È morto, allora?

ROSS
Sì, e rimosso dal campo.
Il vostro dolore non va misurato col suo valore, se no sarà smisurato.

SEYWARD
Era ferito sul davanti?

ROSS
Sì, sul davanti.

SEYWARD
Allora sia soldato di Dio.
Avessi tanti figli quanti ho capelli per nessuno vorrei una morte più bella.
Così gli ho sonato il martorio.

MALCOLM
No, egli merita un compianto più lungo; e glielo darò.

SEYWARD
No, gli basta.
È morto bene, han detto, ed ha pagato il conto.
Dunque Dio sia con lui.
Arriva altro conforto.

Entra Macduff con la testa di Macbeth.

MACDUFF
Salve, Re! Ché re sei.
Guarda, ecco la testa dannata dell'usurpatore.
Il tempo è libero.
Ti vedo attorno le perle del tuo regno, che nel cuore ripetono il mio saluto, e le cui voci invito a gridare con me: salve, re di Scozia!

TUTTI
Salve, re di Scozia!

Squilli di trombe.

MALCOLM
Non faremo passare molto tempo per soppesare l'affetto di ciascuno di voi e sdebitarci.
Miei baroni e congiunti, d'ora in poi siate conti, i primi che mai la Scozia ha chiamati con questo titolo.
Quant'altro c'è da fare, e che va piantato di nuovo nei tempi nuovi, come richiamare in patria gli amici esiliati che fuggirono le panie e i sospetti del tiranno, e snidare gli strumenti crudeli di questo boia morto e della sua regina diabolica - che pare si sia tolta la vita di sua mano violenta - questo e quant'altro necessario tocchi a noi fare, faremo, col favore della Grazia, suo tempo, a suo luogo, e con giustizia.
Grazie ora a tutti assieme ed a ciascuno che invitiamo a vederci incoronare a Scone.

Squilli di trombe.
Escono.