William Shakespeare - Il Teatro

 

Indice Teatro

 

Misura per misura

(“Measure for measure” - 1603)

 

 

Introduzione - Riassunto

Personaggi e descrizione - Atto Primo

Atto Secondo - Atto Terzo

Atto Quarto - Atto Quinto

 

Introduzione

 

"Commedia oscura", tragicommedia, "problem play": i vari tentativi di definire il genere di questa particolarissima opera shakespeariana sono tutti nel segno dell’ibrido e dell’ambiguo. Sommamente ambiguo è il suo protagonista, quel "Duca stravagante dagli angoli oscuri" che lascia temporaneamente il potere al virtuoso Angelo per poi osservare e controllare dall’esterno lo spettacolo crudele, da lui stesso allestito, di un esercizio del potere torbido e corrotto e di una cupa e repressa sensualità. E tragicamente ambiguo è Angelo, inflessibile nell’applicazione della legge ma ben presto artefice di un turpe ricatto sessuale; e Isabella, e Claudio, paralizzati dal terrore ma incapaci di distinguere tra la giustizia e la pietà, tra il peccato e la virtù. E sullo sfondo la zona oscura e corporale della città, una Vienna abitata da mezzani e prostitute, da bisogni elementari e istintualità incontrollate che rivendicano il proprio spazio e le proprie ragioni. A coronare questa tortuosa esplorazione della natura umana e dei suoi grovigli insolubili, un "lieto fine" sconcertante in cui il Duca, giudice supremo ma soprattutto attore consumato e grande regista, rimette in ordine i suoi burattini e riprende in mano il suo regno, ristabilendo i ruoli e le leggi del contratto sociale, in una scena falsamente rassicurante, che lascia aperta ogni domanda sull’amore e sul sesso, sulla giustizia e il potere, la morale e il peccato. Rappresentato alla corte di Giacomo i nel 1604, Misura per misura era - e rimane - un grande gioco del teatro che fa da specchio a un mondo senza certezze, in cerca di un senso nuovo per parole come giustizia, potere, autorità, morale e dignità umana. “Un classico è un’opera che ha sempre qualcosa da dire”: così scriveva Italo Calvino a proposto dei grandi capolavori della letteratura. Un classico teatrale è uno spettacolo che ha sempre qualcosa da dire, potremmo parafrasare oggi a proposito di “Misura per Misura” di William Shakespeare che, dal 1604, parla agli spettatori di grandi temi di giustizia e di libertà, di passione e di morte, di bene pubblico e di interesse individuale. Articolata in cinque atti per sedici scene, la vicenda si snoda lungo un arco temporale di alcuni giorni nella città di Vienna il cui Duca decide di partire per un viaggio nelle province lontane lasciando il potere nelle mani del suo braccio destro, Angelo. Eccoli nella prima scena….


I – “Son sempre i nostri dubbi a tradirci e a farci perdere quello che avremmo potuto guadagnare se non ci fosse mancato il coraggio di tentare”.


Il Duca di Vienna, in realtà, finge di doversi allontanare dalla città per poter girare travestito tra i suoi sudditi, per conoscere cosa realmente pensano di lui. Angelo, il suo fidato collaboratore, l’uomo per il quale il Duca nutre profonda stima, prende i mano pro tempore le redini dello Stato e scopre una vecchia legge, mai applicata, che prevede la condanna a morte per chi si macchia del reato di avere rapporti con una donna nubile. E la applica, imprigionando Claudio che ha ingravidato la sua fidanzata rendendo manifesta la sua colpa. Lucio, amico di Claudio, uno dei tanti personaggi “plebei” che si contrappongo ai “nobili” nel corso di tutta l’opera, porta la notizia ad Isabella, sorella del condannato e novizia in convento.


II – “Solo di quanto vien prodotto in atti, s’investe la giustizia: e che importa alla legge se i ladri sian giudicati da altri ladri?”


Angelo non è un personaggio negativo o crudele: è un uomo che ha soppresso completamente la sua parte irrazionale, istintiva, e che utilizza solo la propria ragione, facendola diventare Ragione di Stato. Ma questa è un’opera dai mille contrasti, dove i personaggi cambiano, si travestono, mostrano lati diversi della propria personalità di scena in scena; ed ecco che il casto e probo Angelo, al cospetto di Isabella che implora la grazia per il proprio fratello, scopre pulsioni che credeva sopite e, irresistibilmente attratto dalla novizia, le propone la salvezza del fratello in cambio di una notte d’amore. Altri personaggi si alternano sulla scena: ubriaconi, prostitute, gente di strada, poco di buono al cospetto di giudici e gendarmi in un continuo alternarsi di momenti di divertente commedia ad altri dove si consuma il dramma in un gioco di contrasti che sorregge tutto lo svolgimento dell’opera.

 

III – “Che c’è dunque alla fine in questa cosa che noi chiamiamo vita? Le mille morti che nasconde in sé: e tuttavia noi temiamo quell’una che risolve tutte queste fratture.”


Ecco il Duca di Vienna, travestito da frate, assistere in carcere al drammatico dialogo tra Claudio e Isabella. I personaggi dell’opera si muovono al di fuori degli schemi convenzionali imposti dalla regole comunemente riconosciute e dalla società. Così Claudio non capisce l’atteggiamento di sdegnoso rifiuto che la sorella ha opposto ad Angelo, pensando che la posta in palio, in questo caso la sua propria vita, valga la verginità di Isabella. A questo punto il Duca, che tira le fila di tutti i personaggi, li guida, li indirizza, li “governa” proprio nel momento in cui ha ceduto ad altri il suo ruolo pubblico, suggerisce a Isabella un espediente per ingannare Angelo, salvare la propria virtù e la vita del fratello.


IV – “Quando la clemenza nasce dal vizio essa si stende così in lungo e in largo, che a forza di indulgere alla colpa, arriva a proteggere il reo.”

Una donna, sedotta e abbandonata da Angelo, si presta a fingersi Isabella, a giacere col vicario per salvare la vita a Claudio ed essere al contempo risarcita del danno subito. Il Duca tenta di riportare i personaggi nell’ambito dei canoni convenzionali ma l’espediente non riesce perché, inaspettatamente, il leale Angelo conferma, nonostante quanto promesso, la condanna a morte.


V – “Non si affida un processo all’imputato.”

Alle porte di Vienna il Duca si sfila il saio di finto frate per ritornare nei suoi panni ed impossessarsi dei poteri temporaneamente ceduti ad Angelo. Claudio è stato salvato portando ad Angelo la testa di un prigioniero deceduto, nell’attesa che la vicenda trovi la sua conclusione con la punizione dei veri colpevoli e la salvezza degli innocenti. Angelo viene smascherato dalle sue vittime dopo che è stato privato della toga con la quale aveva tentato di amministrare ancora una volta la sua idea di giustizia. Ma il Duca ha in serbo un’ultima sorpresa, garantendo un futuro da uomini liberi a tutti i protagonisti, salvo Lucio che per tutta l’opera lo aveva schernito parlandone male con il falso frate.Vecchie prostitute e giovani novizie, ladri e tutori dell’ordine, fede e potere, libertini e uomini probi, ognuno ritorna al proprio posto, assume il proprio ruolo, viene giudicato secondo misura.

Misura per misura” è un’opera poco frequentata dal teatro italiano, che pure ha sempre molto attinto, forse anche troppo, alla produzione shakespeariana; si ricorda la prima edizione italiana, risalente alla stagione 1957/58 del Teatro di Genova, con Enrico Maria Salerno, Tino Buazzelli e Franca Valeri diretti da Luigi Squarzina.

Opera di forti contrasti, questo è un testo che ci fa confrontare con le nostre ambiguità, le nostre incertezze, il continuo mutare della realtà nella quale ci muoviamo; ci permette di riflettere su temi eterni ed attualissimi come la pena di morte, l’esercizio della legge, i rapporti tra politica e morale. La scoperta finale è che Shakespeare può anche far ridere, che parla una lingua viva, popolare, che i classici non sono noiosi e si possono portare in scena in maniera non convenzionale.

Le frasi tra virgolette sono citazioni del testo originale estratte dalle singole scene (Ed. Einaudi – Collezione di Teatro – 2406 – Torino 1957 – traduzione di Cesare Vico Lodovico - un volume che non consiglio per la inattualità della traduzione)

 


 

da La Frusta Letteraria

 

       Il duca di Vienna, in questo dramma dalla vicenda ben contesta, lascia vacante il suo trono per un breve periodo, e affida le redini del governo a un suo «lord deputy », un suo vicario, cioè, che ha il nome, bensì, di Angelo, ma nasconde l’animo d’uno sciagurato villain. Il suo primo atto di governo consiste nel dare un esempio condannando a morte il giovane Claudio, colpevole di aver resa madre Giulietta prima delle nozze. La sorella di Claudio, la novizia Isabella, che sta per entrare in convento, si precipita a inginocchiarsi dinanzi al vicario a impetrare la grazia della vita per lo sventurato giovane. Ma Angelo, dopo molte preghiere, accetta d’accontentare Isabella solo a patto che ella gli si prostituisca. Isabella finge di accettare, ma in realtà sarà sostituita nel letto di Angelo da Mariana, una antica fidanzata del vicario, da questi ripudiata perché aveva perduta in un naufragio la propria assegnazione dotale. E tuttavia Angelo, dopo aver saziato le sue brame con la supposta Isabella, non mantiene l’impegno, ed anzi pretende, senza più alcun indugio, la testa mozzata di Claudio. Ma come falsa era Isabella, così ancor falso sarà il capo mozzato del fratello, ché al suo luogo verrà mostrato ad Angelo quello spiccato a un altro prigioniero, spentosi in carcere poc’anzi, di morte naturale. Il fatto si è che il duca non si era mai allontanato da Vienna, e sotto le mentite spoglie d’un frate Ludovico era venuto man mano dirigendo tutto un complotto per  stornare le disonestà di Angelo. Come il duca si palesa per quel che è, all’ultimo atto, in seguito a molte altre complicazioni che non mette conto riferire, Angelo s’avrà per punizione soltanto un rabuffo, seppur risentito, e dovrà sposare Mariana. Claudio, salvo per miracolo, sposerà Giulietta. E alla novizia Isabella non resterà che gettare il velo, diciamo cosi, alle ortiche, per salire all’altare con il duca in persona.
Come si vede, la storia lascia aperti molti problemi: il lettore e lo spettatore si domandano se Angelo non vada assolto un po’ troppo a buon mercato. Nella soluzione di Measure for measure, in apparenza, viene profondamente violato e offeso ogni senso di giustizia. Una simile violazione, del resto, si risentiva anche nel finale dei Two Gentlemen of Verona, una immagine giovanile in cui il poeta aveva già esperimentato con successo gli effetti che da quella violazione si potevano trarre. Ed un analogo senso di insoddisfazione prende lo spettatore e il lettore, come abbiamo già detto, anche al finale della Twelfth Night. Si vuol dire, con questo, che in Shakespeare non dovette contare soltanto l’esigenza d’un finale armonico purchessia. Nel sottolineare la profonda contraddizione e sconnessione fra quel che ci si augurerebbe e quel che invece si tocca, Shakespeare vuole giuocare su un effetto tutto particolare: quello stesso su cui aveva mirabilmente giuocato nel finale del secondo Henry IV, allorché il principe Enrico, non appena incoronato a Westminster, scaccia da sé il suo amico più leale, anche se il più incorreggibile: Falstaff. Misteriose sono le vie del Signore e la sua giustizia non sa essere riconosciuta e toccata con mano al modo stesso che si può quella degli uomini. Chi ha voluto mettere in rilievo, come il Wilson Knigth in The Wheel of Fire, tutto il fine ed elaborato tessuto dei motivi che legano Measure for measure alle parabole dei Vangeli, ha forse inteso più a fondo degli altri la vera natura di questo dramma, pur così poco caritatevole, appunto perché la carità, in esso, non sa sempre incontrare il merito. Pure è singolarissimo che Measure for measure - una commedia che sopra tutte le altre di Shakespeare sembra voglia attaccarsi alle convenzioni, come quella del lieto fine, anche se per far riflettere sulla natura della giustizia - vada tanto oltre nella critica di alcune convenzioni sociali, che pur potevano essere, per allora, universalmente accolte. La scena più potente di Measure for measure è forse quella in cui Isabella si reca in carcere per informare il fratello del turpe mercato propostole dal vicario. Ci si aspetterebbe che Isabella, per salvare la vita del fratello, accetti di sacrificarsi - quanti drammi e melodrammi non ci hanno abituato, dalla notte dei tempi, a una morale così squisitamente altruistica, a cominciare dall’Alcesti di Euripide, per finire con il Trovatore di Giuseppe Verdi! - così come, d’altra parte, ci si aspetterebbe che Claudio, per salvare l’onore della sorella, sacrifichi a quello la sua vita. Ebbene, a questo stadio della sua esperienza, e giunte a quel vicolo cieco le ricerche di Shakespeare sulla sconnessione dei tempi, una morale simile non sa più parlare un linguaggio plausibile: Isabella si rivela la più schifiltosa custode della sua verginità, di fronte a un Claudio che non sa e non vuole davvero intendere le sue ragioni, e che la supplica di prostituirsi, per evitargli il lurido inferno che l’attende. Una situazione simile, com’è naturale, non ha sbocco. E, difatti, al momento culminante, interviene il duca travestito da frate a proporre di sostituire Isabella con Mariana. Ma questo intervento può risolvere solo gli scatti della commedia, non certo le coscienze dei suoi personaggi: Shakespeare preferisce lasciarli attoniti a guardare nelle ambiguità del problema, senza allungar loro nessuna mano per trarli dall’abisso. Abituati come siamo, specialmente a teatro, al gusto del paradosso (basti pensare a Shaw, e ai continui rovesciamenti della sua casistica morale) la scena tra Isabella e Claudio, al terz’atto di Measure for measure, ci attrae persino per quel che sa suonarvi, ora, di sorpresa, e funzionarvi di sapiente suspense; ma per la platea che dovette assistere per prima alla commedia, quella scena dovette avere un suono inconfondibile e allarmante, quello per l’appunto della frattura dei tempi e delle coscienze, che veniva a turbare, con l’incredulità disingannata dello spirito barocco, le risa ancor schiette e serene di quello rinascimentale, che avevano fino a poco innanzi echeggiato per la foresta di Arden in As You Like It.
 

Gabriele Baldini - Manualetto shakesperiano, Einaudi , Torino 1964 (pp.383 -391)
 

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Non c’è alcuna ragione per credere che Measure for measure sia stato pubblicato prima del 1623 nel primo in-folio, dove si trova, come terzo dramma, nella sezione delle commedie, tra le Merry Wives e gli Errors. In effetti, gli stampatori dell’in-folio, Blount e Jaggard, lo fecero segnare allo Stationers’ Register l’8 novembre del 1623. Il testo tramandato dall’in-folio è tra quelli gravemente danneggiati, ed è molto probabile che si fondasse su una cattiva trascrizione d’una copia. J. Dover Wilson, nella sua edizione del 1922, riteneva inoltre che fosse mutilo e corrotto, e difatto, oltre a certe non sanabili contraddizioni fra i personaggi e il loro comportamento, vi si riscontra addirittura un Varrius in IV, iv, che pure entra in scena e viene apostrofato dal duca, ma che poi non ha alcuna parte nell’azione seguente e non pronunzia nemmeno una parola. In qualche caso, inoltre, il comportamento del. duca, come ad esempio per quanto riferisce alle lettere di cui è questione in IV, III-v, è parecchio confuso e, improbabile. L’impressione, tuttavia, persiste che niente  di essenziale sia stato tolto al dramma e che, semmai, la copia rifletta una comune riduzione per uso teatrale, in cui siano rimaste tracce dei punti di sutura, più che non un testo rimaneggiato da altri. Anche nei luoghi che più gravemente si sentono danneggiati, come ad esempio la battuta del duca a conclusione dell’atto terzo, che in qualche punto non si riesce a ridurre ad alcun senso plausibile (nelle versioni italiane, essendo costretti i traduttori ad accettare gli emendamenti e le interpretazioni più sensate, ciò non si sente), si sanno sempre isolare quei due o tre tratti, nel movimento del pensiero e nell’impennamento delle immagini, che recano il segno inconfondibile del drammaturgo.
La data di Measure for measure è piuttosto incerta. I libri dei conti del Revels Office, l’istituzione che presiedeva alle rappresentazioni a corte, ne ricorda una della commedia il 26 dicembre 1604. Measure for measure in effetti fu tra i primi drammi di Shakespeare rappresentati a Whitehall, dalla compagnia dei King’s Men, e a guardar bene si potrebbe sentire in I, i, 68-73 e in II, iv, 27-30 una allusione al fastidio di Giacomo I, salito da appena un anno al trono di Elisabetta, per i grandi assembramenti di folla. Per una data post quem, tuttavia, gli appigli sono pochi. La fonte, una novella negli Hecatommithi di G. B. Giraldi Cinthio, non può non richiamare alla mente il fatto che Othello si fonda anch’esso su una novella della stessa collezione. E Othello si assegna, per l’appunto, a quegli stessi anni. Ma in genere si crede che sia posteriore, sebbene, per crederlo, non vi sia nessuna ragione. Una delle situazioni centrali di Measure for measure (la sostituzione di Isabella con Mariana nel letto di Angelo) è molto simile a una diAll’s Well that Ends Well. E All’s Well si assegna anche a questo periodo: la progressione da All’s Well a Othello, passando per Measure for measure, sarebbe anche una progressione da organismi drammatici ancora informi e imperfetti verso organismi sempre più complessi, formati e ricchi di prospettive poetiche. E può essere quella giusta. Ma più che verso Othello, forse di là da venire, Measure for measure sembra preoccuparsi di guardare a Hamlet, che, nella forma almeno in cui lo possediamo, si può datare al 1601. […]

 

          Il problema delle fonti di questa commedia riveste una particolare importanza proprio perché permette di misurare, meglio che in altri casi, quel che i invenzione di Shakespeare cresce di sui materiali a disposizione. Esso è stato indagato con tale minuzia e maestria da Miss M. Lascelles in Shakespeare’s Measure for Measure (London 1953) che si rimanda senz’altro a quell’opera esemplare chi volesse rendersi conto dei particolari. Basterà qui riassumere la questione in modo affatto sintetico. Shakespeare, dunque, parve studiare, e tutte attentamente, varie versioni d’una medesima storia. Queste interessano, in modo specifico, due autori: Cinthio e Whetstone, e, curiosamente, due opere di ciascuno, e cioè una narrazione e una drammatizzazione della stessa situazione. Innanzi Cinthio e Whetstone, una vicenda molto simile si trova tuttavia nella tragedia latina Philanira (1556) di Claude Rouillet: in essa non è questione di fratello e sorella, come in Cinthio, Whetstone e Shakespeare, ma di marito e moglie. Anche lì il tiranno Severus, dopo aver posseduto Philanira, la moglie di Hyppolitus, condannato a morte per quel che si potrebbe definire, più semplicemente, cattiva amministrazione, come prezzo della sua assoluzione, non tiene fede al patto e fa uccidere il condannato. L’autorità superiore, edotta del caso, costringe Severus a sposar Philanira, per riparare al disonore di lei, ma poi lo stesso. Severus viene condannato a morte e così la donna perde, a un tempo, due mariti e, stando alla lettera del dramma,. li rimpiange entrambi allo stesso modo. Sebbene lo spirito della commedia shakespeariana e delle sue fonti immediate sia affatto diverso, si deve riconoscere nella Philanira qualcuno dei motivi essenziali, e fin la loro insistenza in Measure for Measure (confrontare l’episodietto di Lucio condannato a sposare una bagascia nell’ultima  scena).
 
Il rapporto fra loro delle fonti dirette è il seguente: G. B. Giraldi Cinthio trasse da una novella un dramma.  George Whetstone trasse, attraverso un procedimento opposto, un breve romanzo da un dramma e il dramma, a sua volta, si ha ragione di credere che gli fosse ispirato dalla novella di Cinthio. Shakespeare, probabilmente tolse una prima idea da Whetstone, ma è sicuro che andò a documentarsi anche su Cinthio. Il motivo, sostanzialmente quello di Shakespeare, fece la sua prima comparsa nel quinto racconto della VIII decade degli Hecatommithi (1565). Nessuna versione del Cinthio apparve in inglese prima del Settecento, ma ce n’era a disposizione una francese, di Gabriel Chappuys, fin dal 1584. Si deve notare che il motivo del ricatto in quei termini dovette essere caro al Cinthio, perché si ritrova nelle novelle IIe V della V decade della stessa collezione. Non molto innanzi la morte (1573), Cinthio compose una tragicommedia, Epitia, nella quale era una riduzione teatrale della novella, e che fu pubblicata postuma da suo figlio, nel 1583: in questa hanno molta parte delle considerazioni sui concetti di Giustizia e di Clemenza, che trovano qualche riscontro, sebbene rielaborate, nel dramma shakespeariano. […]
 
          Interamente shakespeariano, […], è il background, e cioè lo sfondo contro cui si svolge il dramma. Cinthio aveva pensato, per primo, di ambientare la storia in Austria; a Innsbruck, tuttavia, e non a Vienna. Ma di tutti i personaggi che contribuiscono a creare il clima particolare di Measure for Measure, e cioè principalmente Lucio, Pompey e Mistress Overdone, non c’è traccia, come tali, nelle fonti, anche se il Whetstone indulge nella figurazione d’alcuni caratteri negativi, come l’avvocato Phallax e la cortigiana Lamia, per dipingere un vago ambiente di corruzione che aleggerebbe per la « città di Julio (che già fu sotto il dominio di Corvino, re d’Ungheria e Boemia) ». In nessuna delle fonti, inoltre, è data prominenza al personaggio che dovrebbe corrispondere al duca: l’intervento dell’autorità superiore a quella del giudice corrotto è sempre generico e vago, quando non addirittura indiretto. L’idea di far partecipare quell’autorità direttamente all’azione fino al punto di guidarla e organizzarla è interamente shakespeariana. Si è potuto pensare che per questa parte, tuttavia, Shakespeare togliesse qualche suggerimento da The Adventures of BrusanusPrince of Hungaria (1592), una delle opere narrative dal polso più fiacco di Barnaby Riche, dov’è questione d’un re Leonarchus che finge dapprima di partire e poi ritorna nel proprio regno travestito da mercante (col nome di Coynus), per sorvegliare più da vicino il comportamento della corte e del popolo. Anche nel Brusanus si giunge a un punto in cui il re travestito sta per essere condotto in giudizio, come il frate Lodowick rischia nelle ultime scene di Measure for Measure. L’idea di travestire il duca da frate anziché da mercante, si richiama alla stessa idea di far della protagonista una novizia, e cioè alla necessità di suggerire, per quanto vagamente, i termini religiosi del conflitto: non per nulla il nucleo della situazione, come suggerisce lo stesso titolo del dramma, si rifà al sermone sulla montagna nel Vangelo secondo Matteo.
Il riscatto di Measure for Measure da una sorta di limbo, in cui era vissuto, per tutto lo scorso secolo e i primi anni di questo, insieme a Troilus and Cressida, è una delle grandi conquiste della odierna critica shakespeariana. La rivalutazione poggia sulle componenti etiche. La poesia, nondimeno, è da godere tutta nelle continue, poliedriche ambiguità in cui quelle trovano espressione. Pure, una nuova prospettiva - affatto indipendente da quelle saggiate fin qui - per intendere Measure for Measure, mi piacerebbe di segnare, come un appunto. Il duca che si esilia da Vienna, per poi rientrarvi travestito da frate, non adombrerebbe tanto una trasparente allegoria morale quanto una allegoria estetica: egli non sarebbe che il poeta di teatro, che manovra, con egoistico divertimento, i propri personaggi come marionette rassegnate a un destino affatto passivo. Measure for Measure, così, avrebbe eletto a proprio tema non un risentimento etico-religioso, ma l’affascinante problema della natura e della legittimità dell’invenzione creativa del poeta.

 

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Riassunto

 

Vincentio, duca di una immaginaria Vienna, sentendosi colpevole della mancanza di ordine e di ogni senso morale nella sua città, interrogandosi sulla vera essenza del potere e della giustizia, decide di lasciare il governo al suo vicario, Angelo, con il pretesto di andare a trattare con gli ungheresi per evitare una guerra imminente; in realtà nascondendosi sotto un saio da frate egli resta a Vienna, in gran segreto, con la speranza di osservare un cambiamento nel governo della città. Angelo, uomo virtuoso ed integerrimo, amministra la giustizia con estrema severità e condanna a morte un giovane, Claudio, colpevole di aver messo incinta la sua promessa sposa prima del matrimonio. La sorella di Claudio, Isabella una giovane novizia, pronta a prendere il velo, si reca da Angelo nel disperato tentativo di salvare la vita del fratello, in nome della pietà. Ma durante il loro incontro Angelo si innamora perdutamente della meravigliosa Isabella e le propone un patto: il suo amore in cambio della vita del fratello. Sconvolta dalla meschinità di Angelo, Isabella si reca dal fratello in carcere e gli racconta tutto. In carcere il duca, travestito da frate, portando conforto ai condannati, viene a conoscenza del ricatto e decide di far luce sull'intera storia rimanendo nell'ombra. Consiglia ad Isabella di accettare per finta la proposta di Angelo e di pattuire però un incontro al buio e in silenzio. Poi il duca e Isabella si recano da Mariana, la promessa sposa di Angelo ripudiata in passato per ragioni di dote, e la convincono a concedersi ad Angelo, in gran segreto al posto di Isabella, per riottenere così il suo onore. Lo scopo del duca è ormai quello di accertare la verità e smascherare il suo vicario. Ma dopo l'incontro notturno Angelo non mantiene la sua promessa e ordina al bargello di tagliare la testa a Claudio prima dell'alba. Il duca riesce a convincere il bargello a salvare la vita al condannato e a tagliare la testa ad un uomo morto di febbre in carcere; poi annuncia il suo ritorno e nella grande scena finale riunisce tutti e - con prove inconfutabili - svela ad arte l'ignobile misfatto di Angelo, svergognandolo pubblicamente e compiendo finalmente giustizia. Così Angelo viene dapprima condannato a sposare Mariana per riparare al suo onore e poi perdonato.

 

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Misura per misura

(“Measure for measure” - 1603)

 

 

Personaggi

 

VINCENZO, il Duca
ANGELO, il Vicario
ESCALO, anziano Lord
CLAUDIO, giovane gentiluomo
LUCIO, uno stravagante

Due altri gentiluomini di quel tipo
BARGELLO

FRA' TOMASO oppure FRA' PIETRO
GIUDICE

GOMITO, gendarme sempliciotto
SCHIUMA, gentiluomo sciocco

POMPEO, servo di Madama Sfondata

ASBORRITO, boia
BERNARDINO, prigioniero dissoluto

VARRIO, gentiluomo amico del Duca
ISABELLA, sorella di Claudio
MARIANA, promessa sposa di Angelo
GIULIETTA, amata di Claudio
FRANCESCA, una suora
MADAMA SFONDATA, mezzana
Nobili del seguito, gendarmi, servi, cittadini e un ragazzo

 

SCENA: Vienna [e dintorni]

 

da Wikipedia

Isabella è una giovane novizia che deve affrontare una decisione difficile quando suo fratello viene condannato a morte per fornicazione. Isabella non approva le azioni del fratello, tuttavia chiede che gli venga salvata la vita.

Vincenzo, il duca, si traveste da frate e si fa chiamare Ludovico per osservare quanto avviene in sua assenza. Il nome "Vincentio" ("Vincenzo") appare solo nella lista dei personaggi dell' "in folio" del 1623.

Claudio è fratello di Isabella. Viene condannato a morte per aver messo incinta una ragazza prima di sposarla.

Angelo è il vicario del duca. Sostituisce il Duca nel momento della sua assenza ed è quindi lui che sara a scegliere le sorti di Claudio e proporrà a Isabella di avere un rapporto sessuale con lui in cambio della vita del fratello, ma non mantiene la parola data.

Escalo è un uomo anziano, fedele al Duca.

Lucio viene descritto da Shakespeare come un "fantastico", in quanto si devono a lui gli elementi della commedia. È un amico di Claudio, che cerca di aiutare.

Mariana è la fidanzata di Angelo. I due avrebbero dovuto sposarsi, ma quando Angelo viene sapere che la dote di Mariana è andata perduta durante un naufragio nel quale è morto anche il fratello di Mariana, rinuncia alle nozze.

Madonna Strafatta è la proprietaria di un bordello di Vienna.

Gomito è il capoguardia di città incaricato di arrestare coloro che commettono reati sessuali. Nel parlare usa spesso delle paronimie, che costituiscono un elemento comico dell'opera.

Pompeo è un "clown" che lavora per Madonna Strafatta.

Giulietta è l'innamorata di Claudio, incinta di suo figlio.

 

 

 

atto primo - scena prima

 

A Vienna.
Entrano il Duca, Escalo, nobili col seguito.

 

DUCA
Escalo.
 

ESCALO
Mio signore.

DUCA
Spiegare gli scenari del governo in me parrebbe sfoggio di frasi e di parole, sapendo bene come in questo campo la vostra dottrina eccede ogni consiglio possa darvi la mia autorità. Non resta che questa ad abilitarvi, data la vostra competenza: e poi all'opera. Sulla natura dei nostri cittadini, le istituzioni civiche, i modi di amministrare la giustizia, siete edotto più di chiunque ricco di pratica e teoria noi si ricordi. Ecco la nostra nomina, da cui non vorremmo derogaste. Chiamate, fate venire Angelo al nostro cospetto.

 

Esce uno del seguito.


Come pensate sosterrà la nostra parte? Sappiate infatti che in piena coscienza lo abbiamo scelto a supplir la nostra assenza; prestandogli il terrore e rivestendolo  dell'amore che ispiriamo, conferendo ogni attributo del potere al suo mandato. Che ne pensate?

ESCALO
Se qualcuno a Vienna merita di rivestire tanta grazia e onore, è Lord Angelo.

Entra Angelo.

DUCA
Eccolo che viene.

ANGELO
Sempre obbediente al volere di Vostra Grazia vengo a sentire il piacer vostro.

 

DUCA
Angelo: la tua vita ha impresso un certo stampo che a chi osserva svela pienamente la tua storia. Tu e le tue doti non siete solo cosa tua, da esaurir te stesso nelle tue virtù, e loro in te. Il cielo fa con noi come noi con le torce, che non s'accendono solo per se stesse: se dalle nostre virtù non irradia luce, tanto varrebbe non averle. Gli spiriti sono fior di conio solo per fior d'imprese; né la natura presta mai un granello della sua eccellenza se non per riservarsi, da dea economa, la gloria del creditore: grazie, e interessi. Ma mi rivolgo a uno che può far risaltare il mio ruolo in pubblico:  prendi, Angelo. In nostra assenza, sii noi stessi in tutto. Vita e morte a Vienna dipendono dalla tua parola e dal tuo cuore. Il vecchio Escalo, primo in considerazione, pure ti è secondo. Prendi la nomina.

ANGELO
Mio buon signore, saggiate ancora il mio metallo, prima che uno stampo così nobile e grande vi sia impresso.

DUCA
Basta tergiversare. Con scelta ponderata e maturata ci siamo indirizzati su di voi: ecco le credenziali. La nostra fretta di partire è così urgente che prevale su tutto, e lascia in sospeso questioni impellenti. Quando il momento e i nostri affari lo richiederanno vi scriveremo di come stiamo, e per sapere come vanno le cose da voi. Allora, addio. Vi lascio sperando che eseguirete il compito.

ANGELO
Almeno dateci licenza, mio signore, di accompagnarvi per un po' di strada.

DUCA
La fretta che ho non lo consente. Né occorre, sul mio onore, avere scrupoli. Avete potestà come la mia, di applicare o attenuare la legge secondo coscienza. Datemi la mano; partirò in segreto. Amo il mio popolo; ma non mi piace far scena ai loro occhi. Anche se fa bene, non godo dei loro applausi e grida di saluto; e non reputo persona di giudizio chi se ne gloria. Per l'ultima volta, addio.

 

ANGELO
Il cielo assecondi i vostri propositi!


ESCALO
Vi faccia partire e tornare felice!

DUCA
Vi ringrazio; addio.

 

Esce.
 

ESCALO
Vorrei, signore, che mi deste licenza di conferire con voi liberamente; devo esaminare a fondo la mia posizione. Ho un potere, ma di che forza e che natura non lo so ancora.

ANGELO
È lo stesso per me. Ritiriamoci assieme, e potremo presto assicurarci su questo punto.

ESCALO
Vi seguo, Vostro Onore.


Escono.

 

 

 

atto primo - scena seconda

 

La stessa. Un luogo pubblico.
Entrano Lucio e due altri Gentiluomini.

LUCIO
Se il Duca, con gli altri duchi, non si accorda col Re d'Ungheria, allora tutti i duchi daranno addosso al Re.

PRIMO GENTILUOMO
Il cielo ci conceda pace, ma non quella ria del Re d'Ungheria!

SECONDO GENTILUOMO
Amen.

LUCIO
Tu fai come il pirata baciapile che s'imbarcò coi Dieci Comandamenti, ma uno ne tolse dalle tavole.

SECONDO GENTILUOMO
"Non rubare"?

LUCIO
Sì, quello lo cancellò.

PRIMO GENTILUOMO
Be', era un comandamento che inibiva al capitano e agli altri la loro vocazione: s'imbarcavano per rubare. Non c'è un soldato fra tutti noi che, nel render grazia prima di pranzo, ami l'invocazione per la pace.

SECONDO GENTILUOMO
Non ho mai sentito un soldato protestare.

LUCIO
Ti credo: quando mai sei stato dove si rende grazia...

SECONDO GENTILUOMO
No? Almeno una dozzina di volte.

PRIMO GENTILUOMO
Come, in versi?

LUCIO
In qualsiasi forma o lingua.

PRIMO GENTILUOMO
Già, o in qualsiasi religione.

LUCIO
E perché no? La grazia è grazia, a dispetto delle controversie; e per esempio, tu sei un gran farabutto, con tanta grazia.

PRIMO GENTILUOMO
Be', siamo tagliati dalla ssstessa stoffa.

LUCIO
Concesso: come l'orlo e il velluto. Tu sei l'orlo.

PRIMO GENTILUOMO
E tu il velluto; sei un buon velluto; un velluto bello rasato, ti assicuro. Io preferirei essere un orlo di ruvida saia inglese, piuttosto che pelato e spelacchiato come ti ha ridotto il velluto francese... Ti ho risposto a tono, adesso?

LUCIO
Direi di sì: e con un doloroso tono di discorso. Dalla tua confessione imparerò a bere alla tua salute; ma finché vivrò, non berrò dopo di te.

PRIMO GENTILUOMO
Penso di essermi impelagato, no?

SECONDO GENTILUOMO
Sì, che tu sia impestato o no.

Entra Madama Sfondata.

LUCIO
Guarda, guarda, arriva Madama Refrigerio! Mi son preso tante malattie sotto il suo tetto che arrivano...

SECONDO GENTILUOMO
A quanto, eh?

LUCIO
Indovina.

SECONDO GENTILUOMO
A tremila dol...orosi l'anno.

PRIMO GENTILUOMO
Anche di più.

LUCIO
Mettici anche una corona francese.

PRIMO GENTILUOMO
Non fai che contare le mie malattie; ma ti sbagli: io sono sano.

LUCIO
Mica sano come un pesce, ma come una campana, che è vuota dentro; come sono le tue ossa, spolpate dai tuoi bagordi.

PRIMO GENTILUOMO
Ebbene, quale tua natica soffre più di sciatica?

SFONDATA
Ah, ah! Là ne hanno arrestato e portato in prigione uno che ne valeva cinquemila di voi.

SECONDO GENTILUOMO
E chi è, ti prego?

SFONDATA
Caspita, è Claudio, il signor Claudio.

PRIMO GENTILUOMO
Claudio in prigione? Non può essere.

SFONDATA
E invece è così, lo so. L'ho visto arrestare; portare via; e quel che più conta, fra tre giorni gli mozzano la testa.

LUCIO
Dopo tutto questo blaterare, non so cosa credere. Ne sei sicura?

SFONDATA
Fin troppo: ed è per aver messo incinta Madonna Giulietta.

LUCIO
Potrebbe essere: aveva preso un appuntamento con me due ore fa, ed è sempre stato di parola.

SECONDO GENTILUOMO
Inoltre, sapete, si accorda abbastanza con il discorso che facevamo a questo proposito.

PRIMO GENTILUOMO
E soprattutto si accorda con il proclama.

LUCIO
Su! Andiamo a sentire quel che c'è di vero.


Escono Lucio e i Gentiluomini.

SFONDATA
Così, fra la guerra, gli impestati, la forca e l'indigenza, sono a corto di clienti.


Entra Pompeo.


Ebbene, che notizie porti?

POMPEO
Quell'uomo lo portano in prigione.

SFONDATA
Già! E cosa ha fatto?

POMPEO
Una donna, s'è fatto.

SFONDATA
Sì, ma il reato?

POMPEO
Pescar trotelle in un fiume riservato.

SFONDATA
Cosa? Una trotella c'è rimasta presa?

POMPEO
No: una donna c'è rimasta presa. Ma insomma, non avete sentito del proclama?

SFONDATA
Che proclama, bello?

POMPEO
Tutte le case dei sobborghi di Vienna vanno demolite.

SFONDATA
E cosa ne sarà di quelle in città?

POMPEO
Resteranno in piedi per far da sementa: sarebbero state abbattute anche loro, se un saggio cittadino non avesse fatto una bella offerta.

SFONDATA
Ma tutte le nostre case di piacere nei sobborghi, demolite?

POMPEO
Rase al suolo, padrona.

SFONDATA
Ah, le cose sono proprio cambiate nello stato! Che ne sarà di me?

POMPEO
Su, niente paura: ai buoni legulei non mancano clienti; cambiar quartiere non vuol dir cambiar mestiere. Al banco delle mescite ci starò sempre io; coraggio, avranno compassione di voi; di voi che vi siete quasi consumati gli occhi in questo servizio, avranno considerazione.

SFONDATA
Che ci stiamo a fare qui, Tom del banco? Andiamocene!

POMPEO
Ecco che arriva il signor Claudio, che il Bargello porta alla prigione; e Madama Giulietta.

 

Escono.
Entrano il Bargello e gendarmi con Claudio e Giulietta; Lucio e i due Gentiluomini.

CLAUDIO
Ma tu perché mi esibisci così al pubblico? Portami in prigione, dove sono destinato.

BARGELLO
Non lo faccio con mala intenzione, ma per espresso comando di Lord Angelo.

CLAUDIO
E così quel semidio, l'Autorità, ci fa pagare le nostre colpe a peso. Sono le parole del cielo: a chi sì, sì; a chi no, no; eppure è sempre giusto.

LUCIO
Ebbene, Claudio? Donde viene questa restrizione?

CLAUDIO
Dalla troppa libertà, mio Lucio, che ci si prende. Come la sazietà è madre di gran digiuni, così la briglia sciolta troppo assecondata ci chiude in laccio. I nostri istinti bramano, come topi che ingollano il loro veleno, un male che asseta: e bevendone, moriamo.

LUCIO
Se io sapessi parlare così bene da arrestato, manderei a chiamare certi miei creditori; ma, a dire il vero, preferirei la sventatezza della libertà alla morale della prigionia. - Qual è la tua offesa, Claudio?

CLAUDIO
Una che a parlarne offenderebbe di nuovo.

LUCIO
Assassinio?

CLAUDIO
No.

LUCIO
Lussuria?

CLAUDIO
Diciamo così.

BARGELLO
Avanti, signore, dovete muovervi.

CLAUDIO
Una parola, buon amico; senti una parola, Lucio.

LUCIO
Cento... se possono giovarti.
La lussuria è così messa sotto accusa?

CLAUDIO
Così stanno le cose: dopo il patto solenne ho preso possesso del letto di Giulietta. Conosci la signora: è mia moglie di fatto, tranne che manca il pubblico avviso del bando di nozze. Non lo abbiamo fatto soltanto per incrementare una dote custodita nei forzieri dei suoi amici, a cui pensammo di celare il nostro amore, finché col tempo non ci assecondassero. Ma succede che il segreto del piacere che reciprocamente ci siam dati è scritto su Giulietta a grosse lettere.

LUCIO
È forse incinta?

CLAUDIO
Proprio così, purtroppo. E il nuovo vicario del Duca - che sia a causa e per abbaglio della novità, o che lo stato sia un cavallo a cui il governante appena in sella, per fargli capire chi comanda, fa subito sentire lo sperone; che la tirannia sia insita nel ruolo o nel senso d'importanza di chi l'occupa, non so bene - fatto sta che il neo reggente mi va a riesumare leggi archiviate, appese al muro com'armature arrugginite da quasi vent'anni, senza essere mai usate; e per farsi un nome, applica a me il decreto rimasto quiescente e trascurato; certo dev'essere per farsi un nome.

LUCIO
Di sicuro; e la testa ti sta così in bilico sulle spalle, che una lattaia innamorata te la farebbe cadere con un soffio. Manda a cercare e rivolgi un appello al Duca.

CLAUDIO
L'ho fatto, ma non si trova. Ti prego, Lucio, fammi questo servigio; oggi mia sorella deve entrare in convento a fare il noviziato. Falle sapere del pericolo in cui mi trovo; implorala per me di farsi amico il rigido vicario, e di saggiarlo. Ci spero molto, perché nella sua gioventù ha un linguaggio muto e acquiescente, che muove gli uomini. Inoltre ha un'arte sopraffina di ragionare e discorrere, e sa bene come persuadere.

LUCIO
Prego che ci riesca, sia per incoraggiare il prossimo, che altrimenti dovrebbe sottostare a dure imposizioni, sia perché tu possa goderti la vita, che mi dispiacerebbe scioccamente buttata per un giochetto di tic-tac. - Andrò da lei.

CLAUDIO
Grazie, buon Lucio.

LUCIO
Fra due ore.

CLAUDIO
Andiamo, gendarme.

 

Escono.

 

 

 

atto primo - scena terza

 

Cella di un frate.
Entrano il Duca e Fra' Tomaso.


DUCA
No, padre santo, abbandona quel pensiero; non credere che il flebile dardo dell'amore trafigga un petto coriaceo. La ragione dell'asilo segreto che ti chiedo ha un fine più serio e ponderato degli scopi della focosa gioventù.

FRATE
Vostra Grazia può parlarne?

DUCA
Sant'uomo, nessuno meglio di voi sa che sempre ho amato la vita ritirata, spregiando di frequentare accolte in cui lusso e gioventù si danno a scriteriate ostentazioni. Ho affidato a Lord Angelo - uomo di stretta osservanza e rigida astinenza - il potere assoluto e il mio ruolo a Vienna; lui crede che io sia andato in Polonia, perché ho fatto circolare questa voce e le si presta fede. Ora, pio signore, vorrete chiedermi perché lo faccia.

FRATE
Volentieri, signore.

DUCA
Noi abbiamo statuti rigorosi e leggi severissime, doverosi morsi e rèdini per tenere a freno ronzini riottosi, che per quattordici anni abbiamo lasciato cadere in disuso, come un vecchio leone che non esce dalla tana per predare. Ora, come i padri sciocchi, preparata la verga minacciosa di betulla solo per farla balenare agli occhi dei bambini ed impaurirli, non per usarla, col tempo la vedono più derisa che temuta; così i nostri decreti, inapplicati, son lettera morta e la Licenza mena per il naso la Giustizia, il poppante picchia la balia, e a sghimbescio va ogni decoro.

FRATE
Stava a Vostra Grazia sciogliere questa giustizia ammanettata a vostro piacimento; e più tremenda in voi sarebbe apparsa, che non in Lord Angelo.


DUCA
Fin troppo, temo. Poiché fu colpa mia aver lasciato tanta libertà alla gente, sarei un tiranno a colpirli a sangue per ciò che gli ho ordinato io: è infatti dare un ordine quando le male azioni, e non le pene, hanno via libera. Per questo, padre, conferii il potere ad Angelo, che al riparo del mio nome può colpire senza che la mia persona sia coinvolta in alcun biasimo. E per veder come comanda, travestito da confratello del vostro ordine visiterò sia il principe che il popolo. Quindi, vi prego, fornitemi un saio, e mostratemi come debba comportarmi da vero frate. Quando avremo il tempo vi spiegherò altri motivi del mio atto. Intanto questo: Lord Angelo è rigoroso; sta in guardia contro il Malvolere; a fatica ammette che il sangue gli scorra nelle vene o che il suo appetito miri più al pane che alla pietra. Vedremo se averli in balìa, fa mutar d'intento, e dove sta l'ipocrisia.

 

Escono.

 

 

 

atto primo - scena quarta

 

Un convento.

Entrano Isabella e Francesca, una suora.


ISABELLA
E voi suore non avete altri privilegi?

SUORA
Questi non bastano?

ISABELLA
Oh sì. Parlo non perché altri ne desideri, ma anzi perché vorrei maggiori restrizioni per le sorelle, devote a Santa Chiara.

LUCIO (da dentro)
Eilà! Pace a questo luogo!

ISABELLA
Chi è che chiama?

SUORA
È una voce d'uomo! Gentile Isabella, girate voi la chiave per sapere che cosa vuole; voi potete; io no; ancora non avete preso i voti. Dopo non dovrete parlare con gli uomini se non in presenza della priora; e se lo fate, non dovrete mostrare il volto; o, se lo mostrate, non dovrete parlare. Chiama ancora; vi prego, rispondete.

 

Si ritira.

ISABELLA
Pace e prosperità! Chi è che chiama?

Entra Lucio.

LUCIO
Salute, vergine, se lo siete - come proclama il vostro rossore! - potete favorirmi portandomi alla presenza di Isabella, una novizia del convento, la bella sorella dell'infelice Claudio?

ISABELLA
Perché "infelice"? Lo chiedo tanto più che io sono Isabella, e sua sorella.

LUCIO
Gentile e bella. Vostro fratello affettuosamente vi saluta. Per non farla troppo lunga, è in prigione.

ISABELLA
Misericordia! Per quale cosa?

LUCIO
Per una cosa che, fossi io il giudice, riceverebbe grazie al posto della pena: ha fatto metter pancia alla sua amica.

ISABELLA
Signore, non burlatevi di me.

LUCIO
È vero. Anche se è mio peccato abituale far la pavoncella con le donne, scherzare tenendo la lingua ben lontan dal cuore, con tutte le vergini mica lo farei. Vi considero cosa santificata che s'inciela grazie alla rinuncia, spirito immortale a cui parlare con sincerità, come a una santa.

ISABELLA
Voi bestemmiate il bene, burlandovi di me.

LUCIO
Non credeteci. In breve e schiettamente, ecco qua: vostro fratello e la sua amica si sono abbracciati; come chi mangia cresce, come la fiorente stagione grazie alla semente porta il brullo maggese a rigoglio di messi, così il grembo fertile di lei mostra i segni  d'esser stato ben dissodato e coltivato.


ISABELLA
Una incinta di lui? Mia cugina Giulietta?

LUCIO
È vostra cugina?

ISABELLA
D'adozione, come fra scolarette ci si scambia i nomi per futile ma sincero affetto.

LUCIO
È lei.

ISABELLA
Oh, che la sposi!

LUCIO
È proprio questo il punto. Il Duca è misteriosamente partito; molti gentiluomini - me incluso - illuse a sperare in azioni militari; ora sappiamo da chi è introdotto nei gangli dello stato che il suo dire distava enormemente dal suo vero intendimento. Al suo posto, e con tutta l'ampiezza della sua autorità, governa Lord Angelo: uno il cui sangue è neve acquosa; uno che mai non sente il pungolo e lo stimolo dei sensi, ma smussa e ottunde l'istinto naturale con esercizi spirituali, digiuni e studi. Per far paura ai costumi licenziosi che da tempo sotto il naso dell'odiosa legge han scorrazzato come i topi coi leoni, ha riesumato un decreto in forza al quale vostro fratello deve pagare con la vita; in base a quello lo fa arrestare, e applica alla lettera il rigore del decreto per far di lui un esempio. Ogni speranza è perduta, a meno che con le preghiere non abbiate la grazia di ammorbidire Angelo. Questo è quanto mi ha fatto intervenire fra voi e il vostro povero fratello.

ISABELLA
Vuol proprio la sua vita?

LUCIO
L'ha già condannato, e il Bargello, a quanto sento, ha ordine di procedere all'esecuzione.

ISABELLA
Ahimè, quale meschina capacità ho io di giovargli!

LUCIO
Provate il potere che avete!

ISABELLA
Il mio potere? Ah, ne dubito.

LUCIO
Il dubbio è traditore, spesso con la paura di tentare ci fa perdere il bene che potremmo fare. Andate da Lord Angelo, ché apprenda che quando le vergini implorano, gli uomini danno come dèi; ma quando piangono in ginocchio, ciò che chiedono è dato senza condizioni, come a lor dovuto.

ISABELLA
Vedrò che potrò fare.

LUCIO
Ma in fretta.

ISABELLA
Ci vado subito: solo il tempo d'informarne la Madre Superiora. Vi ringrazio umilmente. Salutatemi mio fratello: stasera saprà del risultato.

LUCIO
Prendo congedo da voi.

ISABELLA
Addio, buon signore.


Escono separatamente.

 

Indice Teatro

Inizio pagina

 


 

Misura per misura

(“Measure for measure” - 1603)

 

 

atto secondo - scena prima

 

Corte di giustizia.
Entrano Angelo, Escalo e servi, e un giudice.

 

ANGELO
Non dobbiamo far della legge uno spauracchio, messo lì a spaventar gli uccelli, e inalterato con l'abitudine diventa il loro trespolo, senza più incutere timore.

ESCALO
Sì, ma stiamo accorti, meglio tagliare un po' che abbattere e colpire a morte. Ahimè, questo gentiluomo, che io vorrei salvare, ha un padre nobilissimo. Consideri Vostro Onore - che io credo sia di rettissima virtù - qualora all'insorgere dei vostri desideri tempo e luogo, luogo e voglia fossero coincisi, o la spinta decisa dello stimolo carnale avesse potuto ottenere il proprio scopo, se una volta nella vita non avreste ceduto sul punto per cui ora condannate quest'uomo, tirandovi addosso i rigori della legge.

ANGELO
Una cosa è esser tentato, Escalo, altra cadere. Non nego che la giuria chiamata a giudicare un carcerato possa avere uno o due ladri fra i giurati, più colpevoli del processato. La giustizia colpisce ciò che si manifesta alla giustizia. Le leggi non badano che ladri condannino altri ladri. È evidente che il gioiello trovato ci chiniamo a  raccoglierloperché lo vediamo; a quel che non si vede senza pensarci ci passiamo sopra. Non potete sminuire il suo delitto perché io l'abbia condiviso. Piuttosto, se anch'io che lo condanno ne commetto, la mia sia egualmente una condanna a morte, e senza attenuanti. Signore, deve morire.

Entra il Bargello.

ESCALO
Sia fatto come vuole la vostra saggezza.

ANGELO
Dov'è il Bargello?

BARGELLO
Qui, con licenza, Vostro Onore.

 

ANGELO
Provvedete che Claudio sia giustiziato domattina alle nove. Portategli il suo confessore, e che sia preparato, perché è alla fine del suo pellegrinaggio.

 

Esce il Bargello.

ESCALO
Ah, il cielo lo perdoni; e ci perdoni tutti. Chi innalza il vizio, chi la virtù ha distrutti. Chi da falle aperte nel ghiaccio sfugge intatto, e chi paga per un solo misfatto.

 

Entrano Gomito e gendarmi con Schiuma e Pompeo.

GOMITO
Su, portateli via. Se sono persone perbene della re-pubblica, queste che non fanno che usare e strabusare nelle case pubbliche, non conosco legge. Portateli via.

ANGELO
E voi come vi chiamate, messere? Che succede?

GOMITO
Con licenza di Vostro Onore, sono il capogendarme del povero Duca e mi chiamo Gomito. Poggio sulla giustizia, e porto qui al cospetto di vostro Buononore due notori benefattori.

ANGELO
Benefattori? E che benefattori sarebbero? Non sono piuttosto malfattori?

GOMITO
Con licenza di Vostro Onore, non so bene cosa sono. Ma sono furfanti puritannici, di sicuro, e senza quella profanazione del mondo che dovrebbero avere i buoni cristiani.

ESCALO (a Angelo)
Alla buonora. Un ottimo gendarme.

ANGELO
Avanti. Che razza di gente sono? Tu ti chiami Gomito? Perché non parli, Gomito?

POMPEO
Non può, signore, è uscito dai gomiti.

ANGELO
E tu chi sei?

GOMITO
Lui, signore? Un taverniere, signore; mezzano a mezzo servizio; uno che serve una poco di buono, la cui casa, come si dice, è stata demolita nei sobborghi; e adesso professa un bagno turco, che sarà altrettanto di malaffare.

ESCALO
Come lo sai?

GOMITO
Mia moglie, signore, che detesto al cospetto del cielo e Vostro Onore...

ESCALO
Come? Tua moglie?

GOMITO
Sì, signore, che grazie al cielo è una donna onesta...

ESCALO
E tu allora la detesti?

GOMITO
Dico, signore, anch'io, come lei, detesto che 'sta casa, se non è un casino, è peccato per lei, perché è di malaffare.

ESCALO
E tu come lo sai, gendarme?

GOMITO
Caspita, signore, da mia moglie che, se fosse stata donna dedita cardinalmente, si poteva accusare di fornicazione, adulterio e tutte quelle porcherie.

ESCALO
Per colpa di quella donna?

GOMITO
Sì, signore, di Madama Sfondata; ma lei gli ha sputato in faccia, così l'ha sfidato.

POMPEO
Con licenza di Vostro Onore, non è mica così.

GOMITO
Provalo davanti a questi mestatori, uomo d'onore che sei, provalo.

ESCALO (a Angelo)
Sentite che strafalcioni?

POMPEO
Signore, sua moglie venne col pancione, e avendo voglia, con rispetto di Vostra Eccellenza, di prugne cotte, ne avevamo solo due in casa, che in quel tempo distante stavano diciamo così in un piatto da frutta, un piatto da quattro soldi; le vostre eccellenze ne hanno visto di questi piatti, non di porcellana, ma ottimi piatti...

ESCALO
Forza, avanti; non importa il piatto.

POMPEO
No, signore, neanche pensarci, avete ragione. Ma torniamo al punto. Come dicevo, essendo la signora Gomito come si dice incinta e col pancione, e avendo voglia, come ho detto, di prugne cotte, e sul piatto, come ho detto, ce n'erano solo due, Mastro Schiuma, qui, in persona, avendo mangiato le altre, come ho detto, e, pagandole, dico, onestamente; perché, sapete, Mastro Schiuma, non potrei restituirvi quattro soldi...

SCHIUMA
Eh, no.

POMPEO
Molto bene; mentre voi, se vi ricordate, schiacciavate i noccioli delle prugne suddette...

SCHIUMA
Sì, così facevo infatti.

POMPEO
Bene, molto bene; dicendo io allora, se vi ricordate, che il tale e il talaltro non guarivano di quel male là, se non si mettevano a una buona dieta, come avevo detto...

SCHIUMA
Tutto vero.

POMPEO
Bene, molto bene, allora...

ESCALO
Basta, che buffone noioso. Al punto: che cosa fu fatto alla moglie di Gomito che lui voglia sporgere querela? Veniamo a quello che le fu fatto.

POMPEO
Vostro Onore non può ancora venirci.

ESCALO
No, messere, né ne ho intenzione.

POMPEO
Ma signore, con licenza di Vostro Onore, ci verrete. E vi supplico, considerate questo Mastro Schiuma qui, signore; un uomo da ottanta sterline l'anno, col padre che gli è morto a Ognissanti - non è stato a Ognissanti, Mastro Schiuma?

SCHIUMA
La vigilia di Ognissanti.

POMPEO
Bene, molto bene; qui spero c'è del vero. Lui, signore, stava seduto su una bassa seggetta - era al Graspo de Ua, che è il vostro posto favorito per starci, non è vero?

SCHIUMA
Sì, perché è una stanza pubblica, e buona per l'inverno.

POMPEO
Bene, molto bene, allora: qui c'è del vero.

ANGELO
Questo durerà più delle notti di Russia nel cuore dell'inverno. Io me ne vado, e lascio voi a trattare questa causa, sperando che abbiate giusta causa per frustarli tutti.

ESCALO
Lo spero anch'io. Buona notte a Vostra Signoria.
 

Esce Angelo.


Su, forza, messere. Che è stato fatto alla moglie di Gomito, una buona volta?

POMPEO
Una volta, signore? Niente le fu fatto una volta.

GOMITO
Vi supplico, signore, chiedetegli cosa quest'uomo ha fatto a mia moglie.

POMPEO
Vi scongiuro, Eccellenza, domandatelo a me.

ESCALO
Ebbene, che cosa le ha fatto questo gentiluomo?

POMPEO
Vi supplico, signore, guardategli in faccia. Buon Mastro Schiuma, guardate Sua Eccellenza: è a buon pro. - Vostro Onore vede la sua faccia?

ESCALO
Sì, molto bene.

POMPEO
No, vi supplico, guardatela bene.

ESCALO
Lo sto facendo.

POMPEO
Vostro Onore vede niente di male sulla sua faccia?

ESCALO
Be', no.

POMPEO
Supporrò sul libro, la faccia è la cosa peggiore che ha. - Bene, allora: se la faccia è la cosa peggiore che ha, come poteva Mastro Schiuma far del male alla moglie del capogendarme? Vorrei che Vostro Onore me lo dicesse.

ESCALO
Ha ragione, capogendarme; voi cosa rispondete?

GOMITO
Primo, se vi compiacete, la casa è una casa rispettata; secondo, lui è una persona rispettata; e sua moglie è una donna rispettata.

POMPEO
Su questa mano, signore, sua moglie è più rispettata di tutti noi.

GOMITO
Furfante, tu menti! Menti, brutto furfante! Ha da venire il tempo che sia mai rispettata con uomo, donna o bambino.

POMPEO
Signore, con lui era rispettata, prima che la sposasse.

ESCALO
Chi è più saggio qui, Giustizia o Iniquità? È vero?

GOMITO
O farabutto, furfante! Brutto farabutto d'un Annibale! Io rispettato con lei, prima di sposarla? Se mai sono stato rispettato con lei, o lei con me, Vostra Eccellenza non mi consideri più il gendarme del povero Duca. Provalo, furfante d'un Annibale, o ti querelerò per vie di fatto.

ESCALO
E se ti desse un bel ceffone, lo potresti querelare anche per calunnia.

GOMITO
Caspita, ringrazio Vostra Eccellenza. Cosa vuole Vostra Eccellenza che ne faccia di questa brutta canaglia?

ESCALO
Invero, gendarme, poiché ha sul capo dei delitti che tu sveleresti se potessi, che continui per la sua strada finché non saprai cosa sono.

GOMITO
Ah, ringrazio Vostra Eccellenza. - Vedi, brutto farabutto, cosa ti è capitato. Adesso devi continuare, furfante, devi continuare.

ESCALO
Dove siete nato, amico?

SCHIUMA
Qui a Vienna, signore.

ESCALO
E valete ottanta sterline l'anno?

SCHIUMA
Sì, con vostra licenza, signore.

ESCALO
Ah. (A Pompeo) Tu che mestiere fai?

POMPEO
Il taverniere, il taverniere di una povera vedova.

ESCALO
Come si chiama la tua padrona?

POMPEO
Madama Sfondata.

ESCALO
Ha avuto più di un marito?

POMPEO
Nove, signore; Sfondata per via dell'ultimo.

ESCALO
Nove! - Venite qui, Mastro Schiuma. Mastro Schiuma, vi consiglio di stare alla larga dai tavernieri; vi spilleranno tutto, Mastro Schiuma, e voi li farete impiccare. Andatevene, non voglio più sentir parlare di voi.

SCHIUMA
Ringrazio Vostra Eccellenza. Da parte mia, non entro mai in una taverna, signore, senza che mi spillino.

ESCALO
Bene: basta, Mastro Schiuma; addio.

 

Esce Schiuma.

 

Adesso voi, Mastro taverniere. Come ti chiami?

POMPEO
Pompeo.

ESCALO
E poi?

POMPEO
Chiappe, signore.

ESCALO
In fede, siccome la chiappa è la cosa più grande che sei, così, nel senso più bestiale del taverniere, sei Pompeo Magno. Pompeo, sei mezzo mezzano, Pompeo, anche se ti travesti da taverniere, no? Su, di' la verità, sarà meglio per te.

POMPEO
Davvero, signore, sono un pover'uomo che vuol campare.

ESCALO
Come campi, Pompeo? Facendo il mezzano? Che ne pensi di questo mestiere, Pompeo? È un mestiere legale?

POMPEO
Se la legge lo permette, signore.

ESCALO
Ma la legge non lo permette, Pompeo, né lo si permetterà a Vienna.

POMPEO
Vostra Eccellenza intende castrare e sterilizzare tutti i giovani della città?

ESCALO
No, Pompeo.

POMPEO
E allora, signore, secondo me, ci daranno dentro. Se Vostra Eccellenza provvederà a puttane e furfanti, non dovrà preoccuparsi dei mezzani.

ESCALO
I provvedimenti sono avviati, te lo dico io. Non si parla che di decapitare e impiccare.

POMPEO
Se decapitate e impiccate tutti quelli che peccano a quel modo per dieci anni, dovrete ordinare una fornitura di teste nuove; se questa legge dura per dieci anni a Vienna, ci affitterò la casa migliore a quattro soldi a vano. Se vivrete tanto da vederlo, dite che Pompeo l'aveva previsto.

ESCALO
Grazie, buon Pompeo; e in cambio della tua profezia, ascolta: ti consiglio di non ricomparirmi davanti per qualsivoglia reato, neppure per abitare dove abiti. Se succede, Pompeo, ti ricaccerò nella tua tenda alla maniera di Cesare spietato. In poche parole, Pompeo, ti farò frustare. E per ora, addio, Pompeo.

POMPEO
Ringrazio Vostra Eccellenza per il buon consiglio; (A parte) ma lo seguirò come determinerà la carne e la fortuna. Frustarmi? No, no, frusti il suo brocco il carrettiere; a cuor gagliardo la frusta non farà cambiar mestiere.

ESCALO
Vieni qui, Mastro Gomito: vieni qui, capogendarme. Da quanto tempo avete questa carica?

GOMITO
Sette anni e mezzo, signore.

ESCALO
Pensavo, dall'abilità con cui ti muovi, che fossi un veterano. - Sette anni in tutto, dici?

GOMITO
E mezzo.

ESCALO
Ahimè, ti avrà dato dei grattacapi; ti fan torto a chiamarti così spesso in servizio. Non ci sono uomini nel tuo distretto capaci di farlo?

GOMITO
In fede, signore, pochi che hanno cervello in queste cose. Come vengono eletti, sono felici di scegliere me al loro posto; io lo faccio per quei quattro soldi, e mi sobbarco tutto.

ESCALO
Fammi avere i nomi di sei o sette, i più competenti della parrocchia.

GOMITO
A casa di Vostra Eccellenza, signore?

ESCALO
A casa mia. Addio.

 

Esce Gomito.

 

Che ore saranno?

GIUDICE
Le undici, signore.

ESCALO
Vi invito a cena a casa mia.

GIUDICE
Vi ringrazio umilmente.

ESCALO
Mi affligge la morte di Claudio, ma non c'è rimedio.

GIUDICE
Lord Angelo è severo.

ESCALO
Deve esserlo. Quella che spesso sembra clemenza non è tale; il perdono fa sempre da bàlia a un nuovo male. Eppure, povero Claudio! Non c'è rimedio. Venite, signore.

 

Escono.

 

 

 

atto secondo - scena seconda

Anticamera della stessa.
Entrano il Bargello e un servo.

SERVO
Sta trattando una causa; verrà subito. Vi annuncerò.

BARGELLO
Te ne prego.

 

Esce il servo.

 

Saprò la sua decisione, forse sarà indulgente. Ahimè, ha trasgredito come in sogno; ogni classe ed età ha l'uzzolo di questo vizio, e lui deve morirci!

Entra Angelo.

ANGELO
Ebbene, cosa c'è, Bargello?

BARGELLO
Volete dunque che Claudio muoia domani?

ANGELO
Non ti ho detto di sì? Non avevi l'ordine?
Perché me lo richiedi?

BARGELLO
Per non precipitare. Correggetemi pure, ma ho visto casi in cui ad esecuzione avvenuta, ci si è pentiti della sentenza di condanna.

ANGELO
Va', è affar mio. Esegui gli ordini o lascia il posto. Possiamo fare a meno di te.

BARGELLO
Perdonatemi. Che ne faremo di Giulietta con le doglie, signore? Sta per partorire.

ANGELO
Falla portare in un luogo più acconcio, e in tutta fretta.

Entra un servo.

SERVO
C'è la sorella dell'uomo condannato che vi chiede udienza.

ANGELO
Ha una sorella?

BARGELLO
Sì, buon signore, una giovane molto virtuosa, che presto si farà suora, se non lo è già.

ANGELO
Bene, fatela entrare. Fate allontanare.

 

Esce il servo.

 

La fornicatrice: che abbia il necessario, non il superfluo. Avrete gli ordini.

Entrano Lucio e Isabella.

BARGELLO
Dio vi salvi, Eccellenza.

Fa per andare.

ANGELO
Resta ancora un po'. (A Isabella) Siate benvenuta: che cosa desiderate?

ISABELLA
Sono supplice dolente di Vostro Onore. Abbiate la compiacenza di ascoltarmi.

ANGELO
Ebbene: la vostra supplica?

ISABELLA
C'è un vizio che sopra tutto aborro e che vorrei subisse il rigore della giustizia, per il quale non supplicherei, se non dovessi; per il quale non supplicherei, se qui non fossi in guerra fra volere e non volere.

ANGELO
Allora: di che si tratta?

ISABELLA
Ho un fratello che è condannato a morte; vi supplico, si condanni il misfatto, e non mio fratello.

BARGELLO (a parte)
Il cielo ti dia la grazia di smuoverlo!

ANGELO
Condannare il misfatto e non l'autore? Ogni colpa è condannata prima di commetterla: sarebbe azzerare la mia funzione colpire la colpa come previsto dalla legge, e rilasciar l'autore.

ISABELLA
Oh, legge giusta ma severa! Allora non ho più fratello. Il cielo protegga Vostra Eccellenza. Fa per andare.

LUCIO (a Isabella)
Non arrendetevi così. Tornate alla carica, supplicatelo, inghinocchiatevi davanti a lui, attaccatevi alla sua toga: siete troppo fredda. Se supplicaste per un ninnolo, non potreste farlo con voce più dimessa. Forza, vi dico.

ISABELLA
Deve proprio morire?

ANGELO
Non c'è rimedio, fanciulla.

ISABELLA
Sì: io penso che potreste perdonarlo senza che il cielo o uomo abbia a dolersi della vostra clemenza.

ANGELO
Non voglio farlo.

ISABELLA
Ma, volendolo, potreste?

ANGELO
Badate, quel che non voglio, non posso farlo.

ISABELLA
Ma se poteste farlo senza offendere, se vi toccasse il cuore quella compassione che tocca il mio?

ANGELO
È condannato, è troppo tardi.

LUCIO (a Isabella)
Siete troppo fredda.

ISABELLA
Troppo tardi? No, no. Detta una parola posso sempre ritirarla. - Oh, credete, nessun attributo dei grandi, né corona del re, né spada di giustizia, mazza del maresciallo, toga del giudice, si addice loro con tanta grazia quanto la clemenza. Se fosse stato al vostro posto, e voi al suo, avreste peccato come lui, ma lui con voi non sarebbe stato tanto severo.

ANGELO
Vi prego, andate.

ISABELLA
Se il cielo mi desse la vostra potenza, e voi foste Isabella! Sarebbe così allora? No: farei vedere cos'è esser giudice, ed esser prigioniero.

LUCIO (a Isabella)
Sì, così si fa a toccarlo.

ANGELO
Vostro fratello è colpevole per legge, e voi sprecate il fiato.

ISABELLA
Ahimè, ahimè!
Tutte le anime erano un tempo perdute, e Colui che più poteva trarne vantaggio trovò il rimedio. Come sareste voi se Colui che di giustizia è il culmine, vi giudicasse sol per quel che siete? Pensateci, e fra le labbra allora vi aliterà clemenza, come a un nuovo Adamo.

ANGELO
Siate ragionevole, bella fanciulla: la legge, non io, condanna vostro fratello; fosse mio parente, un fratello o figlio, sarebbe lo stesso. Deve morire domani.

ISABELLA
Domani? Ah, è così presto! Risparmiatelo, risparmiatelo! Non è preparato a morire. Anche in cucina uccidiamo il pollame quand'è la stagione; con meno riguardo serviremo il cielo di quello usato per il nostro io corporeo? Mio buon, buon signore, ripensateci: chi è mai morto per questo delitto? Molti l'hanno commesso.

LUCIO (a Isabella)
Ah, ben detto.

ANGELO
La legge non è morta, anche se dormiva. Quei molti non avrebbero osato trasgredire se il primo a infrangere il decreto avesse pagato di persona. Ora è desta, prende nota delle azioni e, come un profeta, vede nel magico cristallo quei mali futuri- nuovi o per indulgenza di nuovo concepiti, quindi in incubazione e destinati a nascere - a cui ora è tolta prospettiva di sviluppo, stroncati sul nascere.

ISABELLA
Mostrate un po' di pietà.

ANGELO
Ne mostro soprattutto mostrando giustizia. Allora ho pietà di chi non conosco, che un delitto impunito ferirebbe, e rendo invece giustizia a chi, pagando per una colpa infame, non vivrà per ripeterla. Rassegnatevi, vostro fratello muore domani. Datevi pace.

ISABELLA
Così sarete il primo a emettere questa sentenza, e lui a soffrirne. Oh, è bello avere una forza da gigante, ma da tiranno usarla da gigante.

LUCIO (a Isabella)
Ben detto.

ISABELLA
Se i grandi potessero tuonare al par di Giove, Giove non avrebbe requie; il più gretto funzionario riempirebbe il proprio cielo di tuoni; solo tuoni. Cielo misericordioso, tu con la tua folgore sulfurea e repentina schianti la quercia nodosa e inaccessibile alla bietta, non il tenero mirto. Ma l'uomo, nel suo orgoglio, rivestito d'una piccola e breve autorità, ignorando ciò che più deve assicurarlo - il sembiante divino - come scimmia stizzosa si dà a lazzi e sberleffi in faccia all'alto cielo da far piangere gli angeli, che se avessero la milza dei mortali, morirebbero dal ridere.

LUCIO (a Isabella)
Dàgli, dàgli, ragazza. Sta per cedere. Fa marcia indietro: lo vedo.

BARGELLO (a parte)
Voglia Iddio che lo persuada.

ISABELLA
Non possiamo soppesare il prossimo col nostro peso. I grandi scherzano coi santi: in loro è arguzia, ma negli inferiori sarebbe profanazione infame.

LUCIO (a Isabella)
Sei sulla via giusta, ragazza; dài, così.

ISABELLA
Nel capitano è uno sbotto di collera quel che nel soldato è pura bestemmia.

LUCIO (a Isabella)
Hai capito la solfa? Di più, di più.

ANGELO
Perché mi snocciolate questi detti?

ISABELLA
Perché l'autorità, che erra come tutti, ha in sé come un antidoto che cicatrizza il vizio. Guardate in voi stesso, bussate e chiedete al vostro cuore che cosa sa d'una colpa come quella del fratello mio. Se confessa una tendenza naturale ad una colpa simile alla sua, la vostra lingua non emetta suono contro la vita di mio fratello.

ANGELO (a parte)
Lei parla, e così a senso, che risveglia i miei sensi. - Addio.

Fa per andare.

ISABELLA
Gentile signore, rimanete.

ANGELO
Rifletterò. Ritornate domani.

Fa per andare.

ISABELLA
Sentite come vi sedurrò: rimanete, mio buon signore.

ANGELO
Cosa? Sedurmi?

ISABELLA
Sì, con doni che il cielo dividerà con voi.

LUCIO (a Isabella)
Stavi per rovinare tutto!

ISABELLA
Non con sciocche monete d'oro zecchino, o pietre che valgono tanto o poco a seconda di come le valuti il capriccio; ma con sincere preghiere, che saliranno ed entreranno in cielo prima dell'alba: preghiere d'anime caste, di vergini austere che non si dedicano ad alcunché di temporale.

ANGELO
Bene: ritornate da me domani.

LUCIO (a Isabella)
Dài, dài, è fatta; andiamocene.

ISABELLA
Il cielo protegga Vostro Onore.

ANGELO (a parte)
Amen. Perché di lì vado in tentazione, dove sono in contrasto le preghiere.

ISABELLA
A che ora domani mi presenterò a Vostra Signoria?

ANGELO
Prima di mezzogiorno.

ISABELLA
Dio salvi Vostro Onore.

 

Escono tutti tranne Angelo.

ANGELO
Da te, e dalla tua virtù! Cos'è questo? Cos'è? È colpa sua, o mia? La tentatrice o il tentato: chi pecca di più? Lei no: non è lei che tenta; sono io che sdraiato al sole accanto alla violetta faccio come la carcassa, non il fiore, mi corrompo per la fertile stagione. Può essere che la donna modesta ecciti i nostri sensi più di quella licenziosa? Con l'abbondanza di terreno incolto vorremmo radere al suolo il santuario ed ergervi il nostro immondezzaio? Che schifo! Che fai, o cosa sei tu, Angelo? Turpe, la desideri per ciò che la fa onesta? Oh, salva la vita a suo fratello! I ladri hanno tutte le ragioni per rubare quando anche i giudici rubano. L'amo, che la vorrei ancor sentir parlare e dei suoi occhi pascermi? Che cosa sogno? O perfido nemico, che per prendere un santo coi santi armi il tuo amo! La più pericolosa è la tentazione che a peccar ci spinge innamorandoci della virtù. La puttana col suo doppio potere, natura ed arte, non riuscì mai a turbare il mio equilibrio: ma questa vergine virtuosa mi soggioga tutto. Fino ad ora soltanto sorridevo degli infatuati, e come fosse mi chiedevo.

 

Esce.

 

 

 

atto secondo - scena terza

 

Una prigione.
Entrano separatamente, il Duca travestito da frate e il Bargello.


DUCA
Vi saluto, Bargello... siete il bargello, vero?

BARGELLO
Sono il bargello. Che desiderate, buon frate?

DUCA
Per obbligo di carità, e del mio ordine pio, vengo a visitare i derelitti della prigione. Concedetemi il privilegio clericale di visitarli e conoscere la natura dei loro delitti, ché possa in consequenza fornire loro il mio ministero.


BARGELLO
Farei ben di più, se occorresse...
 

Entra Giulietta.
 

Ecco, ne viene una: una gentildonna che caduta nei trasporti della gioventù ha macchiato la sua reputazione. È incinta e il colpevole è condannato; un giovane più adatto a ripetere il misfatto che a morirne.

DUCA
Quando deve morire?

BARGELLO
Credo domani. (A Giulietta) Ho provveduto a voi; aspettate un po', che vi condurrano via.

DUCA
Vi pentite, bella giovane, del peccato che portate?

GIULIETTA
Sì; e lo sopporto da penitente.

DUCA
Vi insegnerò a far l'esame di coscienza e appurare se il vostro pentimento è sincero o di facciata.

GIULIETTA
Lo farò volentieri.

DUCA
Amate l'uomo che vi ha sedotta?

GIULIETTA
Sì, come amo la donna che l'ha sedotto.

DUCA
Allora pare che l'atto più peccaminoso sia stato commesso di comune accordo?

GIULIETTA
Sì.

DUCA
Allora la vostra colpa fu più grave della sua.

GIULIETTA
Lo confesso, e me ne pento, padre.

DUCA
Così va bene, figliola; ma per tema che vi pentiate perché il peccato vi ha condotto a questa vergogna, ch'è contrizione verso noi stessi, non il cielo, mostrando di non volerlo offendere non per amore, ma per timore...

GIULIETTA
Me ne pento perché è male in sé, e accolgo con gioia la vergogna.

DUCA
Continuate così. Il vostro complice sento che deve morire domani e andrò da lui coi miei precetti. La grazia sia con voi. Benedicite!

 

Esce.

GIULIETTA
Deve morir domani! O amore nocivo che mi concedi una vita il cui conforto è sempre orrore di morte!

BARGELLO
Che pena per lui!

 

Escono.

 

 

 

atto secondo - scena quarta

 

L'anticamera.
Entra Angelo.


ANGELO
Quando vorrei pregare e meditare medito e prego in opposte direzioni. Il cielo ha le mie vacue parole, mentre la fantasia, sorda a quel che dico, si fissa su Isabella. Ho in bocca il Cielo come se soltanto ne masticassi il nome, e nel cuore il male forte e travolgente del mio desiderio. Gli affari di stato ai quali dedicavo le mie cure come un buon libro letto e riletto mi diventano tediosi e vizzi; sì, la gravità di cui (nessun mi senta) inorgoglisco, potrei cambiarla con profitto con una piuma che in aria svolazzi vanitosa. Ah, posizione, pompa, di frequente col tuo aspetto esteriore agli stolti incuti soggezione, ed i più saggi assoggetti alla tua ingannevole apparenza! Sangue, sei sempre sangue. Scriviamo angelo buono sulle corna del demonio - non potranno servirgli da cimiero.

 

Bussano.


Eh? Chi c'è?

Entra un servo.

SERVO
Una certa Isabella, novizia, chiede udienza.

ANGELO
Accompagnala qui.

 

Esce il servo.

 

O cielo, perché il sangue mi affluisce al cuore incapacitandolo, e al tempo stesso privando del vigore necessario gli altri miei organi? Così la stupida ressa  di gente si comporta con chi sviene accalcandosi in aiuto, e togliendo l'aria  che possa rianimarlo; allo stesso modo il popolino per un re beneamato lascia le proprie incombenze e s'affolla in ossequio inconsulto alla sua presenza, ed il suo amore sconsiderato per forza apparirà molesto.


Entra Isabella.
 

Che c'è, bella fanciulla?

ISABELLA
Vengo a conoscere il piacer vostro.

ANGELO (a parte)
Mi piacerrebbe di più se lo sapeste, senza chiederlo. - Vostro fratello non vivrà.

ISABELLA
È così. Il cielo protegga Vostro Onore.

ANGELO
Pure potrebbe vivere per un poco; magari come voi e me. Ma dovrà morire.

ISABELLA
Per la vostra condanna?

ANGELO
Sì.

ISABELLA
Quando, vi imploro? Che nell'attesa, lunga o breve che sia, venga preparato affinché non disperi la sua anima.

ANGELO
Eh? Che schifo, questi vizi immondi! Tanto varrebbe graziare chi alla natura ha rubato una vita già formata che condonare l'impudente lascivia di chi conia l'immagine divina in stampi proibiti. È tanto facile sopprimere illegalmente una vita legittima che versar metallo in matrici indebite per crearne una falsa.

 

ISABELLA
Così si prescrive in cielo, non in terra.

ANGELO
Dite così? Allora vi porrò io la questione. Preferireste che una legge giusta prenda la vita di vostro fratello, o per salvarlo, offrire il vostro corpo alle dolcezze lussuriose, come colei che lui ha macchiato?

ISABELLA
Credetemi, signore: darei piuttosto il mio corpo che l'anima.

ANGELO
Non parlo della vostra anima. I peccati a cui siamo costretti fanno numero, ma non contano.

ISABELLA
Come dite?

ANGELO
Ebbene, non lo garantisco: posso ribattere quello che dico. Rispondete a questo: io - portavoce d'una legge scritta - emetto condanna a morte per vostro fratello. Non potrebbe essere carità il peccato commesso per salvarlo?

ISABELLA
Se lo fate, il rischio l'assumerà l'anima mia: non è affatto peccato, ma carità.

ANGELO
Se lo fate voi, rischiando l'anima, sarebbe parimenti peccato e carità.

ISABELLA
Se è peccato implorare la sua vita, il cielo me lo addossi; per voi concederla, se è peccato, sarà mia preghiera mattutina che venga addebitato ai miei peccati e non ne rispondiate voi.

ANGELO
Ah, state a sentire: i vostri sensi non coincidono coi miei. O siete ignara, oppure fate finta; e non va bene.

ISABELLA
Sia pure ignara e inetta, ma grazie a Dio so di non valer di più.

ANGELO
Già, il sapere vuol brillar di più quando si sminuisce; e questi veli neri proclamano la bellezza che nascondono dieci volte più forte d'una beltà esibita. Ma attenzione: per farmi ben capire parlerò più crudo: vostro fratello sarà messo a morte.

ISABELLA
Lo so.

ANGELO
E il suo delitto è così evidente da richiedere per legge quella pena.

ISABELLA
Vero.

ANGELO
Mettiamo che non ci sia altro modo di salvargli la vita - io ammetto questo o altro modo solo come pura ipotesi - se non che voi, sua sorella, sapendovi desiderata da qualcuno il cui credito presso il giudice, o l'alta posizione, possa strappare vostro fratello ai ceppi della legge coercitiva, e che non vi siano altri mezzi terreni per salvarlo tranne concedere i tesori del vostro corpo a questa ipotetica persona, o lasciare che egli muoia: che fareste?

ISABELLA
Per il mio povero fratello, quanto per me: se fossi sotto pena di morte, i segni delle sferzate li porterei come rubini, e mi spoglierei per la morte come per un letto per il quale di desiderio abbia languito, prima di offrire il mio corpo alla vergogna.

ANGELO
Allora vostro fratello deve morire.

ISABELLA
È la via che costa meno. Meglio che un fratello muoia una volta sola, piuttosto che una sorella, per salvarlo, muoia per l'eternità.

ANGELO
E così, non sareste crudele come la sentenza tanto vituperata?

ISABELLA
L'ignobile riscatto e un libero perdono son di due case: una legittima clemenza non è parente d'una sconcia redenzione.

ANGELO
Poco fa facevate della legge un tiranno, considerando la caduta di vostro fratello più spasso che vizio.

ISABELLA
Perdonatemi, signore; spesso per avere quel che vogliamo non diciamo quello che intendiamo. Scuso un pochino la cosa che detesto a vantaggio di colui che tanto amo.

ANGELO
Siam tutti fragili.

ISABELLA
Mio fratello muoia se senza complici o sodali, ma solo lui con il retaggio di questa debolezza.

ANGELO
Anche le donne sono fragili.

ISABELLA
Sì, come gli specchi in cui si mirano, rotti con la facilità con cui creano forme. Le donne? - Dio ci aiuti, approfittandone gli uomini rovinano la creazione divina. Ah, dieci volte fragili potete dirci: siamo tenere come la nostra carnagione e cedevoli alle false impressioni.

ANGELO
D'accordo; e da questa testimonianza del vostro sesso - non credo infatti che noi siamo più forti dei difetti che minano la nostra indole - avrò l'ardire di prendervi in parola. Siate quel che siete, ossia una donna; se foste di più, non lo sareste. E se lo siete - tutti i vostri attributi non lasciano dubbi - mostratelo ora, indossando la livrea a cui le donne sono destinate.

ISABELLA
Io ho solo una lingua, buon signore; vi supplico, parlate come prima.

ANGELO
Insomma capite, io vi amo.

ISABELLA
Mio fratello amava Giulietta, e voi mi dite che per questo morrà.

ANGELO
Non morrà, Isabella, se mi darete amore.

ISABELLA
So che la vostra virtù ha licenza, peggiore all'apparenza di quel che è, di sviare gli altri.

ANGELO
Sul mio onore, credetemi, le mie parole esprimono il mio intento.

ISABELLA
Eh, poco onore per trovar molto credito, e intento pernicioso! Ipocrisia, ipocrisia! Ti denuncerò, Angelo, sta' attento. Firmami subito la grazia per mio fratello, o a gola spiegata proclamerò al mondo che razza d'uomo sei.

ANGELO
Chi ti crederà, Isabella? Il mio nome specchiato, l'austerità della mia vita, la mia testimonianza contraria e la mia posizione nello stato soverchieranno di tanto la tua accusa che soffocherai nella tua denuncia puzzando di calunnia. Ho cominciato, e ora do libero sfogo alla foga dei sensi: acconsenti al mio bramoso desiderio, spogliati d'ogni ritrosia e diffusi rossori che ottengono il contrario. Salva tuo fratello abbandonando il tuo corpo alle mie voglie; sennò non solo verrà messo a morte, ma la tua snaturalezza prolungherà la sua agonia con estenuanti sofferenze. Rispondimi domani, o per la passione che ora mi domina, sarò con lui spietato. Quanto a te, di' quel che vuoi; la mia falsità avrà la meglio della tua sincerità.

 

Esce.

ISABELLA
A chi ricorrere? Se lo raccontassi, chi mi crederebbe? O bocche traditrici, che in sé albergano una sola lingua per condannare o approvare, ordinando alla legge di piegarsi al loro volere, legando il giusto e l'ingiusto all'appetito, per seguirlo là dove conduce! Andrò da mio fratello. Benché caduto per impulso carnale, ha ancora in lui un così elevato senso dell'onore che avesse venti teste da posare su venti ceppi insanguinati, le offrirebbe prima che sua sorella ceda il proprio corpo a tale aborrita polluzione. Allora, Isabella, tu vivi casta, e tu, fratello muori: più di un fratello vale la purezza. Gli dirò di che proposta Angelo è capace, e lo preparerò alla morte, ché l'anima abbia pace.

 

Esce.

 

Indice Teatro

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Misura per misura

(“Measure for measure” - 1603)

 

 

atto terzo - scena prima

 

La prigione.

Entrano il Duca, travestito e il Bargello con Claudio.

 

DUCA
Allora sperate nella grazia di Lord Angelo?

CLAUDIO
I miseri non hanno altra medicina che la speranza: io spero di vivere, ma a morire sono preparato.

DUCA
Fìssati sulla morte: ché vita e morte saranno più dolci. Ragiona così con la vita: se io dovessi perderti, perdo una cosa che solo gli sciocchi vorrebbero tenersi. Sei un alito, soggetto agli influssi del cielo che infestano  questa dimora dove abiti ad ogni ora. Sei solo il buffone della morte,  he con la tua fuga ti sforzi d'evitare, eppur le corri sempre incontro. Non sei nobile, perché tutti gli orpelli che hai addosso nascono dal fango. Non sei affatto impavida perché temi il morbido e tenero morso d'un serpetello. Trovi miglior pace nel sonno, che spesso provochi, ma stupidamente temi la morte, che non è di più. Non sei te stessa: perché esisti sui mille e mille granellini che vengon dalla terra. Non sei felice, perché ti danni per ottenere ciò che non hai, e quel che hai, lo scordi. Non sei sicura, perché la tua disposizione muta in strani modi, a seconda della luna. Se sei ricca, ti ritrovi povera: come l'asino che sotto la soma dei lingotti piega la schiena, porti il peso della ricchezza per un sol viaggio, e Morte te ne libera. Non hai amici; le viscere delle tue viscere che ti chiaman madre, effusione diretta  ei tuoi stessi lombi, maledicono gotta, serpigo e cimurro che ancora non ti spacciano. Non hai né gioventù o vecchiaia, ma come un sonnolino dopo pranzo, che sogna d'entrambe: la tua beata gioventù incanutisce e méndica ai vecchi paralitici, e quando ti sei fatta annosa e ricca non hai calore, passione, agilità o bellezza per rendere piacevole la tua ricchezza. Cos'è allora che merita il nome di vita?  n essa si celano più di mille morti; eppure noi paventiamo la morte, che tutte queste disparità pareggia.

 

CLAUDIO
Vi ringrazio umilmente. Implorando di vivere, vedo che cerco di morire; e cercando morte, trovo vita. Venga pure.

ISABELLA (da dentro)
Oh, oh! Pace, grazia e buona compagnia!

BARGELLO
Chi è? Entrate; l'augurio merita un benvenuto.

DUCA
Caro signore, ritornerò ben presto.

CLAUDIO
Vi ringrazio, santo frate.

Entra Isabella.

ISABELLA
Vengo a scambiare una parola con Claudio.

BARGELLO
Siate la benvenuta. Guardate, signore, c'è vostra sorella.

DUCA
Bargello, sentite una parola.

BARGELLO
Quante ne volete.

DUCA
Portatemi dove possa ascoltarli di nascosto.


Il Duca e il Bargello si ritirano.

CLAUDIO
Ebbene, sorella, che consolazione?

ISABELLA
Ah, come tutte le consolazioni: buona, molto buona. Lord Angelo, avendo affari in cielo, vuole inviartici subito come ambasciatore dove sarai legato permanente. Perciò fa' in fretta i tuoi preparativi. Domani parti.

CLAUDIO
Non c'è nessun rimedio?

ISABELLA
No, solo quello, per salvare una testa, di spezzare un cuore in due.

CLAUDIO
Ma ce n'è uno?

ISABELLA
Sì, fratello, puoi vivere. Nel giudice, se l'implori, c'è una diabolica clemenza che ti affranca la vita, ma ti incatenerà fino alla morte.

CLAUDIO
Il carcere perpetuo?

ISABELLA
Sì, un carcere perpetuo, la restrizione, con tutta la spaziosità del mondo che avevi, a un orizzonte limitato.

CLAUDIO
Ma di che natura?

ISABELLA
Di tal natura che, se vi acconsenti, ti strapperebbe l'onore di dosso, lasciandoti nudo.

CLAUDIO
Dimmi che cos'è.

ISABELLA
Oh, ti temo, Claudio, e tremo per paura che tu preferisca una vita malsana e goderti sei o sette inverni in più, all'onore eterno. Hai coraggio di morire? La morte fa paura più a pensarci; e il povero scarabeo che calpestiamo soffre un dolore fisico altrettanto grande di quando muore un gigante.

CLAUDIO
Perché mi esponi a questa vergogna? Credi che possa acquistare coraggio da fiorite tenerezze? Se devo morire, andrò incontro alla tenebra come a una sposa prendendola fra le mie braccia.

ISABELLA
Ecco come parla mio fratello: ecco la voce che esce dalla tomba di mio padre. Sì, devi morire: sei troppo nobile per conservarti la vita con espedienti vili. Questo sepolcro imbiancato di vicario che col viso composto e parole compassate piomba sul capo della gioventù, per trascinarne sott'acqua le follie come fa il falcone coi pennuti, è un demonio: rivoltandone l'intimo lerciume apparirebbe uno stagno profondo come l'inferno.

CLAUDIO
Che puritano ipocrita, quell'Angelo!

ISABELLA
Oh, è la perfida livrea dell'inferno, vestire e rivestire il corpo più dannato d'ipocriti orpelli! Ci pensi, Claudio, se io gli concedessi la mia verginità, potresti esser libero!

CLAUDIO
Cielo, non può essere!

ISABELLA
Sì, per questa sozza offesa ti darebbe d'offendere ancora. Stanotte è l'ora che dovrei fare ciò che aborro nominare, o tu domani muori.

CLAUDIO
Non lo farai!

ISABELLA
Oh, se si trattasse solo della mia vita, per la tua salvezza la butterei via come se fosse nulla.

CLAUDIO
Grazie, cara Isabella.

ISABELLA
Sii pronto, Claudio, a morir domani.

CLAUDIO
Sì... Così ha delle passioni che posson fargli prender per il naso la legge che dovrebbe applicare?... Certo, non è peccato; o dei sette mortali è il meno grave.

ISABELLA
Qual è il meno grave?

CLAUDIO
Se fosse condannabile, lui ch'è così saggio perché si esporrebbe a punizione eterna per un breve incontro?... Ah, Isabella!

ISABELLA
Che dice mio fratello?

CLAUDIO
La morte è terribile.

ISABELLA
E odiosa è una vita di vergogna.

CLAUDIO
Sì, ma morire e andar non si sa dove; costretti nel freddo sottoterra, e marcire; questo palpitare di vita e sensazioni ridotto a un grumo di poltiglia; lo spirito gioioso immerso in mari di fuoco, o relegato in gelide regioni di ghiaccio corrugato; esser prigione di invisibili procelle e trascinato con violenza senza posa attorno al mondo sospeso; o finir peggio dei peggiori che il pensiero incerto e fuori legge s'immagina ululanti... è troppo orribile. La più gravosa e aborrita vita terrena  he vecchiaia, dolori, penuria e prigionia accollino alla natura, è un paradiso in confronto ai terrori della morte.

ISABELLA
Ahimè, ahimè!

CLAUDIO
Sorella cara, fammi vivere. Se si commette peccato per salvare la vita al fratello, la natura lo condona al punto da farne una virtù.

ISABELLA
Ah, bestia! Codardo infedele! Sciagurato disonesto! Vuoi farti uomo grazie al mio vizio? Non è come un incesto, trarre vita dalla vergogna della tua sorella? Che dovrei pensare? Dio non voglia che mia madre sia stata fedele a mio padre: un simile rampollo di contorta barbarie non fu figlio del suo sangue. Ti sfido, muori, crepa! Se solo la mia resa potesse sottrarti al tuo destino, esso si compirebbe. Dirò mille preghiere che tu muoia; non una parola per salvarti.

CLAUDIO
No, ascoltami, Isabella.

ISABELLA
Ah, che schifo, schifo, schifo! Il tuo peccato non è accidentale, ma di mestiere. Con te la clemenza farebbe da ruffiana: molto meglio che tu muoia presto.

Fa per andare.

CLAUDIO
Ascoltami, Isabella.

DUCA (facendosi avanti)
Permettete una parola, giovane sorella, solo una.

ISABELLA
Che cosa volete?

DUCA
Se potete concedermi un po' del vostro tempo, fra un momento vorrei parlarvi. La soddisfazione che esigo è anche per il vostro bene.

ISABELLA
Non ho molto tempo; se resto, devo sottrarlo ad altre incombenze. Ma vi aspetterò un momento.
Aspetta dietro.

DUCA
Figliolo, ho ascoltato ciò che vi siete detti con vostra sorella. Angelo non ha mai avuto intenzione di corromperla; ha solo voluto mettere alla prova la sua virtù per controllare il proprio discernimento della natura umana. Lei, dotata di specchiato onore, gli ha fatto il virtuoso rifiuto che lui è stato felicissimo di ricevere. Io sono il confessore di Angelo, e so che questa è la verità; perciò preparatevi a morire. Non illudete la vostra risoluzione con fallaci speranze; domani dovrete morire. Inginocchiatevi e preparatevi.

CLAUDIO
Voglio chiedere perdono a mia sorella. Sono così disamorato della vita, che implorerò d'esserne liberato.

DUCA
Attenetevi a questo proposito. Addio.

 

Claudio si ritira.

 

Bargello, una parola.

BARGELLO (facendosi avanti)
Che desiderate, padre?

DUCA
Che ora che siete venuto, ve ne andiate. Lasciatemi un momento con questa giovane. Col mio abito, quello che ho in mente garantisce che non correrà alcun pericolo in mia compagnia.

BARGELLO
Ne sono convinto.


Esce con Claudio.

Isabella si fa avanti.

DUCA
La mano che vi ha fatto leggiadra vi ha fatto onesta. L'onestà, dove c'è poca leggiadria, rende di poca onestà la bellezza; ma la grazia, che anima la vostra natura, ne manterrà sempre bello il corpo. L'assalto che vi ha fatto Angelo è giunto per fortuna a mia conoscenza: e mi meraviglierei di Angelo, non fosse che l'umana fralezza dà esempi della sua caduta. Vi andrebbe di accontentare questo vicario e salvare vostro fratello?

ISABELLA
Sto andando a dargli l'ultima risposta. Preferisco che mio fratello muoia per legge, piuttosto che mio figlio nasca fuori legge. Ma, ah, come il buon Duca s'inganna su Angelo! Se mai ritorna e potrò parlargli, non parlerò a vuoto e svelerò come si comporta.

DUCA
Non andrà a vuoto. Ma, come stanno ora le cose, ribatterà la vostra accusa: era solo per mettervi alla prova. Perciò ascoltate bene il mio consiglio, il desiderio che ho di fare il bene: si presenta un rimedio. Mi convinco che potreste fare rettamente un meritato favore a una povera donna tradita, salvare vostro fratello dalla dura legge, senza macchiare la vostra virtuosa persona, e compiacendo il Duca assente, se mai per caso ritorni a sentir di questa storia.

ISABELLA
Sentiamo il resto. Ho animo di fare qualsiasi cosa che non appaia contraria all'onestà del mio animo.

DUCA
La virtù è audace e l'onestà non ha mai paura. Non avete sentito parlare di Mariana, la sorella di Federico, il gran soldato che ha fatto naufragio in mare?

ISABELLA
Ho sentito della signora, e buone parole accompagnavano il suo nome.

DUCA
Avrebbe dovuto sposare questo Angelo: era fidanzata a lui con patto giurato, e fissate le nozze. Fra il fidanzamento e la cerimonia solenne suo fratello Federico fece naufragio in mare, con la dote della sorella nel vascello affondato. E notate che sciagura colpì la povera gentildonna: lì perse un nobile e stimato fratello, sempre buono e generoso nel suo amore per lei; con lui perse la sua parte e il grosso delle sue sostanze, la dote matrimoniale; e con loro due perse il promesso sposo, quest'Angelo dalle oneste apparenze.

ISABELLA
Può esser vero? Angelo l'abbandonò?

DUCA
L'abbandonò in lacrime, senza asciugarne una col suo conforto; si rimangiò i propri giuramenti, pretendendo di aver scoperto del disonore in lei. In poche parole, la lasciò ai suoi lamenti, a cui lei si abbandona ancora per amor suo; e lui, di marmo alle sue lacrime, ne è inondato, ma inflessibile.

ISABELLA
Andrebbe a tutto merito della morte prendersi questa povera giovane! Com'è corrotta questa vita che lascia vivere quest'uomo! Ma che vantaggio può averne lei, da questo?

DUCA
È una ferita che potete facilmente sanare: e curandola, non solo salvate vostro fratello, ma non ne scapita il vostro onore.

ISABELLA
Mostratemi come, buon padre.

DUCA
La giovane suddetta ha ancora nell'animo il suo primo amore. L'ingiusta crudeltà di lui, che a lume di ragione avrebbe dovuto spegnerlo, come un ostacolo in una corrente l'ha reso più violento e travolgente. Andate da Angelo; rispondete alle sue profferte con plausibile obbedienza; acconsentite a quello che pretende da voi. Ma fate ricorso a queste cautele: primo, che potrete stare con lui solo per poco tempo; che il luogo sia buio e silenzioso, e l'ora conveniente. Ottenuto questo, com'è naturale, ecco il seguito. Noi consiglieremo a questa fanciulla tradita di andare all'appuntameno al vostro posto. Se poi si saprà dell'incontro, potrà costringerlo a riparare; così, vostro fratello sarà salvato, il vostro onore immacolato, la povera Mariana avvantaggiata, e il vicario corrotto sconfessato. Preparerò e predisporrò la ragazza per questo attacco. Se pensate di poterlo effettuare, il doppio beneficio rende irreprensibile l'inganno. Che ne dite?

ISABELLA
La prospettiva già mi soddisfa, e confido che giungerà a felice compimento.

DUCA
Dipende molto da come ve la caverete. Correte da Angelo; se vi invita nel suo letto questa notte, promettete di accontentarlo. Io andrò subito alla chiesa di San Luca; lì, nella casa di campagna col fossato abita questa Mariana derelitta. Incontratemi lì; e sbrigatevi con Angelo, per far presto.

ISABELLA
Vi ringrazio per questa consolazione. Addio, buon padre.

 

Esce.

 

 

 

atto terzo - scena seconda

 

Entrano Gomito con gendarmi e Pompeo.

GOMITO
Be', se non c'è scampo, e dovete per forza comprare e vendere uomini e donne come bestie, tutto il mondo berrà vin bastardo, bianco e rosso.

DUCA
Santo cielo, che roba è questa?

POMPEO
Non è mai stato un mondo allegro dacché, delle due usure, la più allegra fu repressa e la peggiore permessa per legge; una palandrana impellicciata per scaldarla; e impellicciata di volpe e agnellino per indicare che la furbizia, essendo più ricca dell'innocenza, sta sopra.

GOMITO
Avanti, venite, signore. - Dio vi benedica, buon padre frate.

DUCA
E anche voi, buon fratello padre. Che offesa ha commesso quest'uomo?

GOMITO
Ah, signore, ha offeso la legge; e, signore, lo prendiamo anche come ladro: gli abbiamo trovato addosso uno strano grimaldello, che abbiamo mandato al vicario.

DUCA
Vergogna! Un lenone, un turpe mezzano; il male che fai fare, ecco di che vivi. Pensa soltanto cos'è riempirsi il gozzo o coprirsi le terga con questo lercio vizio! Coi loro abominevoli e bestiali amplessi, devi dirti, io bevo, mangio, mi vesto e campo. Puoi credere che il tuo vivere sia vita, dipendendo da un tal lezzo? Ravvediti, ravvediti.

POMPEO
Sì, in certo modo puzza, signore. Ma posso provare, signore...

DUCA
Ah, se il diavolo ti avesse dato prova del peccato, proverebbe che sei suo. Portatelo in prigione, gendarme. Sia punizione che istruzione devono operare perché questa bestiaccia se ne giovi.

GOMITO
Deve comparire davanti al vicario, signore; ha avuto l'avviso. Il vicario non tollera un puttaniere. Se è un puttaniere e gli compare davanti, farebbe meglio a stargli alla larga.

DUCA
Fossimo tutti, come per certuni par che sia, senza peccato, ed il peccato senza ipocrisia!

GOMITO
Il suo collo avrà come la vostra cintola - un cappio attorno, signore.

Entra Lucio.

POMPEO
Intravvedo un rimedio, chiedo cauzione! Ecco un gentiluomo ed un mio amico.

LUCIO
Che ci fai qui, nobile Pompeo! Al carro di Cesare, eh? Ti aggioga al suo trionfo? Non c'è qualche statua di Pigmalione appena diventata donna che si possa comprare mettendo la mano in tasca e tirando fuori il gruzzolo? Cosa rispondi, eh? Cosa dici di questa solfa, sostanza e sistema di vita? Travolta dall'ultimo diluvio, ah? Allora? Cosa dici, marantega? Il mondo è come prima, compare? Come va? Serio serio e poche parole? Oppure? Va come sempre?

DUCA
Sempre così e così: sempre peggio!

LUCIO
Come sta il mio caro bocconcino, la tua padrona? Fa sempre la mezzana, eh?

POMPEO
Per la verità, signore, ha esaurito tutta la scorta di carne, e lei stessa ha bisogno di stare a mollo...

LUCIO
Giusto, giusto. Che altro. Va sempre così. Sempre puttana fresca e mezzana rammollita: conseguenza inevitabile. Vai in prigione, Pompeo?

POMPEO
Eh sì, signore.

LUCIO
Be', niente di male, Pompeo. Addio: di' pure che ti ci ho mandato io. - Per debiti, Pompeo, o che cosa?

GOMITO
Perché fa il mezzano; fa il mezzano.

LUCIO
E allora mettetelo dentro. Se la prigione spetta ai mezzani, be', gli è dovuta. Mezzano è di sicuro, e dal tempo dei tempi: mezzano nato. Addio, buon Pompeo. I miei rispetti alla prigione, Pompeo; adesso farai l'uomo di casa, Pompeo: starai dentro.

POMPEO
Spero, signore, che Vostro Onore mi farà cauzione?

LUCIO
No, per niente, Pompeo: non è di moda. Pregherò, Pompeo, che ti prolunghino la detenzione. Se non la sopporterai bene, be', ti peserà di più. Addio, fidato Pompeo. - Dio vi benedica, frate.

DUCA
Et vobis.

LUCIO
Brigitta s'impiastriccia sempre, Pompeo? Eh?

GOMITO (a Pompeo)
Su venite, da questa parte, signore.

POMPEO
Allora non mi farete cauzione, signore?

LUCIO
Né allora né ora, Pompeo. - Che notizie girano, frate? Che notizie?

GOMITO (a Pompeo)
Su venite, da questa parte, signore.

LUCIO
Alla cuccia, Pompeo, va'.


Escono Gomito e gendarmi con Pompeo.


Che notizie del Duca, frate?

DUCA
Non ne conosco: voi ne sapete qualcuna?

LUCIO
Alcuni dicono che è con l'Imperatore di Russia; altri, che è a Roma; ma voi dove pensate che sia?

DUCA
Non so dove, ma dovunque sia, gli auguro ogni bene.

LUCIO
È stato uno scherzo balzano e stravagante svignarsela dal suo stato e usurpare l'accattonaggio per cui non era nato. Lord Angelo fa bene il duca al suo posto: gliela fa vedere, ai malfattori.

DUCA
Fa bene.

LUCIO
Un po' più di indulgenza per la lussuria non farebbe male. Troppa acrimonia, da quel lato, frate.

DUCA
È un vizio troppo diffuso, occorre severità per estirparlo.

LUCIO
Sì, davvero, quel vizio ha una gran famiglia, e tanti parenti; ma è impossibile estirparlo del tutto, frate, finché non si sopprima bere e mangiare. - Dicono che questo Angelo non fu fatto da uomo e donna al modo solito della procreazione: credete che sia vero?

DUCA
E come sarebbe stato procreato?

LUCIO
Certuni dicono che lo figliò una sirena. Altri, che fu generato da due stoccafissi. Ma è certo che quando fa acqua, la sua urina è ghiaccio congelato; questo lo so di sicuro. È un pezzo di legno inetto a procreare: senza fallo.

DUCA
Siete faceto, signore, e parlate a perdifiato.

LUCIO
Ah, che atrocità la sua, privare un uomo della vita perché gli si è rizzata la braghetta! Il Duca che è assente, l'avrebbe fatto? Prima di impiccare un uomo per aver messo al mondo cento bastardi, di tasca sua avrebbe pagato per allevarne mille. Aveva un certo gusto per quell'esercizio; conosceva il servizietto; e gli aveva insegnato la clemenza.

DUCA
Non ho mai sentito accusare il Duca assente di bazzicare donne. Non aveva quella propensione.

LUCIO
Oh, signore, vi ingannate.

DUCA
Non è possibile.

LUCIO
Chi, il Duca? Già, e l'accattona di cinquant'anni: era suo costume metterle un ducato nel piattino; il Duca aveva le sue mattane. E si ubriacava, anche, permettete di informarvi.

DUCA
Gli fate torto, di sicuro.

LUCIO
Signore, io ero suo intimo. Un tipo furtivo, il Duca; e credo di sapere la causa del suo ritiro.

DUCA
E quale sarebbe, di grazia, questa causa?

LUCIO
No, perdonate: è un segreto da tener serrato fra denti e labbra. Ma posso farvi intendere questo: la maggior parte dei sudditi lo riteneva saggio.

DUCA
Saggio? Nessun dubbio che lo fosse.

LUCIO
Un tipo molto superficiale, ignorante, scriteriato...

DUCA
Questo è malanimo in voi, follia o errore. Il suo modo di vita e la conduzione degli affari devono assicurargli, se ce ne fosse bisogno, una nomea migliore. Si prendano a testimonianza i suoi atti, e ai malevoli apparirà un dotto, uno statista ed un soldato. Perciò parlate a vanvera; o se ne sapete di più, è molto offuscato dal malanimo.

LUCIO
Signore, io lo conosco e lo amo.

DUCA
L'amore parla con miglior conoscenza, e la conoscenza con più amore.

LUCIO
Avanti, signore, io so quel che so.

DUCA
Stento a crederlo, giacché non sapete quel che dite. Ma se mai il Duca tornasse - come preghiamo che avvenga - vorrei che ne rispondeste al suo cospetto. Se quel che dite è vero, avrete coraggio di sostenerlo. Dovrò rintracciarvi, e vi prego di dirmi il vostro nome.

LUCIO
Mi chiamo Lucio, signore, ben noto al Duca.

DUCA
Vi conoscerà anche meglio, signore, se vivrò per riferirglielo.

LUCIO
Non vi temo.

DUCA
Oh, voi sperate che il Duca non ritorni più, o immaginate ch'io sia un oppositore troppo innocuo. Invece, posso farvi un po' di male. Rinnegherete quanto dite?

LUCIO
Prima mi farò impiccare. Ti sbagli su di me, frate. Ma adesso basta. - Sai dirmi se Claudio morrà domani, o no?

DUCA
Perché dovrebbe morire, signore?

LUCIO
Perché? Per aver riempito una bottiglia con l'imbuto. Vorrei che il Duca di cui parliamo fosse tornato. Questo vicario senza genitali spopolerà la provincia con la continenza. I passeri non devono nidificare nelle sue gronde perché sono lascivi. - Invece il Duca gli atti di tenebra li contesterebbe al buio; non li porterebbe mai alla luce. Vorrei che fosse tornato! Caspita, questo Claudio è condannato per essersi sbottonato la patta. - Addio, buon frate, ti prego, prega per me. Il Duca, ti ripeto, mangiava carne di montona di venerdì. Adesso gli è passata, eppure, te lo dico io, farebbe lingua in bocca con un'accattona che puzzasse d'aglio e pan raffermo; di' pure che ho detto così. Addio.

 

Esce.

DUCA
Né forza o grandezza fra i mortali sfugge alla censura. Coi suoi strali la calunnia che da tergo ferisce anche la più pura virtù colpisce. Quale è il re così possente che blocchi il fiele nella lingua maldicente? Ma chi sta venendo?

Entrano, separatamente, Escalo, il Bargello e gendarmi con Madama Sfondata.

ESCALO
Su, via, portatela in prigione.

SFONDATA
Mio buon signore, siate buono con me. Vostro Onore è ritenuto uomo clemente. Mio buon signore.

ESCALO
Duplice e triplice ammonizione, e sempre colpevole della stessa cosa! Farebbe imprecare la clemenza, rendendola tiranna.

BARGELLO
Mezzana per undici anni di seguito, con licenza di Vostro Onore.

SFONDATA
Mio signore, è una soffiata contro di me di un certo Lucio, Kate Stagiù era incinta di lui, al tempo del Duca, le aveva promesso di sposarla. Il bambino avrà un anno e tre mesi a San Filippo e Giacomo. L'ho tenuto io; ed ecco come quello va in giro a sputtanarmi.

ESCALO
Quello è uno che si prende molte libertà. Che sia convocato al mio cospetto. E lei in prigione! - Avanti, basta parole.

 

Escono i gendarmi con Madama Sfondata.


Bargello, mio fratello Angelo non recede: Claudio deve morire domani. Dategli confessori, e sia preparato con carità cristiana. Se mio fratello agisse con la mia compassione, non andrebbe a finire così.

BARGELLO
Col vostro permesso, questo frate l'ha già visitato e l'ha consigliato su come accogliere la morte.

ESCALO
Buona sera, buon padre.

DUCA
Pace e bene!

ESCALO
Di dove siete?

DUCA
Non di questo paese, anche se ora mi tocca passarvi il mio tempo. Sono un fratello di un ordine pio, mandato dalla Santa Sede in missione speciale per Sua Santità.

ESCALO
Che notizie ci sono in giro?

DUCA
Nessuna, se non che la bontà ha una tal febbre, che deve guarirla la sua dissoluzione. Solo le ultime novità sono richieste, ed è pericoloso perseverare in un comportamento quant'è virtuoso essere costanti in un'intrapresa. C'è appena bastante verità in giro da assicurare le società; ma avvalli bastanti a far maledire le compagnie. La saggezza del mondo sta in questi paradossi. Questa nuova è piuttosto vecchia, ma è la notizia giornaliera. Vi prego, signore, di che disposizione era il Duca?

ESCALO
Uno che, sopra ogni altra cosa, si sforzava specialmente di conoscere se stesso.

DUCA
A che piacere era portato?

ESCALO
Gioiva di più a vedere un altro allegro, che non per qualcosa che pretendesse di farlo gioire. Un gentiluomo ben temperato. Ma lasciamolo ai suoi affari, con la preghiera che prosperino; vorrei chiedervi come trovate che sia preparato Claudio. Mi par di capire che gli avete fatto visita pastorale.

DUCA
Professa di non aver ricevuto sentenza ingiusta dal suo giudice, ma si sottomette in piena umiltà alle decisioni della giustizia. Eppure si era prospettato, indotto dalla sua fralezza, molte ingannevoli speranze di vita; che io, con molta pazienza, gli ho dimostrate false; ed ora è pronto a morire.

ESCALO
Avete reso al Cielo il vostro servizio, e al carcerato il debito della vostra vocazione. Mi sono adoperato per il povero giovane fin dove potevo spingermi con coscienza, ma ho trovato il mio fratello-giudice così severo da costringermi a dirgli che è la Giustizia personificata.

DUCA
Se il suo modo di vita corrisponde al rigore delle sue sentenze, andrà a suo onore; ma se gli capita di mancare, ha firmato la propria condanna.

ESCALO
Vado a visitare il carcerato. Addio.

DUCA
La pace sia con voi.

 

Escono Escalo e il Bargello.


Chi vuol brandire la spada del Cielo Dev'esser pio quanto severo; Saper essere d'esempio, fidando Nella grazia e alla virtù mirando; Punendo gli altri né più né meno Di come sa tener se stesso a freno. Vergogna a chi crudel colpisce Colpe ch'egli stesso preferisce! Triplice vergogna per quest'Angelo, Ch'estirpa il mio, ma tollera il suo vizio! Oh, che cosa può l'uomo in sé celare Sebbene un angelo possa sembrare! Quanti sembianti sono contraffatti Truffando il mondo con misfatti Intrappolare con tenui reti di ragno Chi è di gran peso e alto rango! Contro il vizio l'astuzia farò valere. Con Angelo stanotte deve giacere L'antico amore, ora disprezzato: Travestita, ripagherà col falso Le false pretese di chi s'era mascherato Convalidando un vecchio contratto.

 

Esce.

 

Indice Teatro

Inizio pagina

 


 

Misura per misura

(“Measure for measure” - 1603)

 

 

atto quarto - scena prima

 

Una casa di campagna.
Entra Mariana e un ragazzo, che canta.


Canzone
Allontana, allontana quelle labbra
così dolcemente traditrici,
E quegli occhi, alba del giorno,
luci del mattino ammaliatrici;
Ma ridammi, ridammi i miei baci,
Suggello d'amore, invano suggellati,
invano suggellati.


Entra il Duca, travestito.

MARIANA
Smetti di cantare, e vattene di corsa; ecco un consolatore, il cui consiglio spesso calmò il mio vociante scontento.

 

Esce il ragazzo.


Vi chiedo mercè, signore, e ben vorrei che non mi trovaste in vena musicale. Voglio scusarmi: gioia, badate bene, non ne portò, ma lenì le mie pene.

DUCA
È un bene; sebbene spesso la musica incanti il male a fare il bene, e il bene a fare danni. Vi prego, ditemi, qualcuno ha chiesto di me oggi? Avevo promesso di incontrarci qui verso quest'ora.

MARIANA
Nessuno ha chiesto di voi, e sono stata qui tutto il giorno.

Entra Isabella.

DUCA
Vi credo certamente. L'ora è appena giunta. Vi chiederò di lasciarmi solo per un po'. Forse vi richiamerò tra poco, per il vostro bene.

 

MARIANA
Vi sono sempre obbligata.

 

Esce.

DUCA (a Isabella)
Benvenuta e ben trovata. Che notizie dall'ottimo vicario?

ISABELLA
Ha un giardino cinto da un muro di mattoni chiuso a ponente da un vigneto, su cui dà un cancelletto di assi che s'apre con questa chiave più grande. Quest'altra serve per una porticina che dal vigneto porta nel giardino; lì ho promesso di incontrarlo nel cuore profondo della notte.

DUCA
Ma troverete la strada con queste indicazioni?

ISABELLA
Ne ho preso nota con cura; due volte sussurrando con colpevole diligenza mi ha mostrato come fare a gesti.

DUCA
Non ci sono altri accorgimenti pattuiti fra voi, che lei debba osservare?

ISABELLA
No, solo d'incontrarsi al buio; e gli ho detto che potrò restare solo per un poco: l'ho avvertito che con me verrà una cameriera che starà ad aspettarmi, convinta ch'io venga per mio fratello.

DUCA
Ben fatto. A Mariana non ho ancora detto una parola di questo. - Ehi, là dentro! Venite fuori.


Entra Mariana.
 

(A Mariana) Vi prego, fate la conoscenza di questa giovane; viene per il vostro bene.

ISABELLA
È quel che desidero.

DUCA
Siete persuasa che ho a cuore il vostro bene?

MARIANA
Buon frate, lo so, e l'ho sperimentato.

DUCA
Prendete allora per mano questa compagna che ha da farvi ascoltare una storia. Aspetterò il vostro comodo, ma fate presto, la notte s'approssima con i suoi vapori.

MARIANA (a Isabella)
Volete appartarvi con me?


Mariana e Isabella s'appartano.

DUCA
Oh, alto rango! Milioni d'occhi falsi si fissan su di te; volumi di notizie scatenano un'ostile e mendace canea sulle tue azioni; mille sortite d'ingegno ti rendono padre dei loro sogni oziosi e ti distorcono con le loro fantasie.

 

Mariana e Isabella ritornano.


Vi siete accordate?

ISABELLA
Si assumerà il compito, padre, se voi lo consigliate.

DUCA
Non solo consento, ma ve ne imploro.

ISABELLA
Dovrete dir poco separandovi da lui, solo, sommessamente, "Ora ricorda mio fratello".

MARIANA
Non temete.

DUCA
Anche voi, gentile figliola, non temete. È vostro marito per il precontratto, congiungervi così non è peccato, giacché il diritto che vantate su di lui monda l'inganno. - Su, andiamo: avremo da raccogliere, se ora seminiamo.

 

Escono.

 

 

 

atto quarto - scena seconda

 

La prigione.
Entrano il Bargello e Pompeo

BARGELLO
Vieni qui, messere. Sai tagliare la testa d'un uomo?

POMPEO
Se è scapolo, sì, signore; ma se è sposato, lui è il capo di sua moglie, e non posso mica tagliare il capo d'una donna.

BARGELLO
Basta con questi bisticci e rispondi direttamente. Domattina devono morire Claudio e Bernardino. Nella nostra prigione abbiamo un boia titolare, che per il suo lavoro ha bisogno d'un aiutante; se ti accolli di aiutarlo, ti libererà dei ceppi; altrimenti, sconterai tutto il tempo in prigione, e uscirai dopo una fustigazione senza pietà, perché sei stato notoriamente un mezzano.

POMPEO
Signore, sono mezzano fuori legge da tempo immemorabile, ma adesso mi adatterò a essere boia di legge. Vorrei ricevere istruzioni dal mio collega.

BARGELLO
Ehi, Asborrito! - Dov'è Asborrito?

Entra Asborrito.

ASBORRITO
Mi chiamate, signore?

BARGELLO
Qui c'è uno che domani ti aiuterà coll'esecuzione. Se ti va bene, accordati con lui su base annua e tienilo qui con te; se no, usalo per questa volta e poi licenzialo. Non può avanzare pretese: è stato un mezzano.

ASBORRITO
Un mezzano, signore? Puah! screditerà la nostra arte.

BARGELLO
Dài, bello, siete pari: una piuma può far pendere la bilancia.

 

Esce.

POMPEO
Vi prego, signore, per favore - perché di sicuro avete una bella faccia, nonostante l'aspetto da forca - voi chiamate "arte" il vostro lavoro?

ASBORRITO
Sì, signore, un'arte.

POMPEO
La pittura, ho sentito, signore, è un'arte; e le vostre puttane, signore mio, che fanno parte del mio lavoro, e usano dipingersi la faccia, dimostrano che il nostro lavoro è un'arte. Ma che arte comporti l'impiccagione, se mi impiccassero, non riesco a immaginarlo.

ASBORRITO
Signore, è un'arte.

POMPEO
La prova?

ASBORRITO
Il vestito dell'uomo onesto va bene anche al ladro. Se va stretto al ladro, per l'uomo onesto è abbastanza largo. Se va largo al ladro, il ladro lo ritiene abbastanza stretto. Ergo, il vestito dell'uomo onesto va bene anche al ladro.

Entra il Bargello.

BARGELLO
Vi siete accordati?

POMPEO
Signore, lo servirò: trovo che quello del boia è un mestiere più penitente di quello di mezzano. Lui chiede più spesso perdono.

BARGELLO
Prepara il ceppo e la mannaia per domani alle quattro.

ASBORRITO
Vieni, mezzano, ti insegnerò l'arte. Seguimi.

POMPEO
Ho voglia di imparare, signore; e se avrete occasione di servirvi di me per la bisogna spero che mi troverete all'altezza. Davvero, per la vostra bontà, signore, vi devo un servizio.

BARGELLO
Chiamate qui Bernardino e Claudio.


Escono Asborrito e Pompeo.


Di uno ho pietà; neanche un granello dell'altro, un assassino, foss'anche mio fratello.


Entra Claudio.
 

Ecco l'ordine, Claudio, per l'esecuzione; ora è mezzanotte, e domani alle otto verrai reso immortale. Dov'è Bernardino?

CLAUDIO
Immerso nel sonno come l'innocente fatica che attanaglia le ossa del viaggiatore. Non si sveglia.

BARGELLO
Chi può farlo ravvedere? Be', andate a prepararvi.

 

Bussano da dentro.

 

Cos'è questo rumore? Il cielo vi conforti. - Vengo, vengo.

 

Esce Claudio.


Spero sia la grazia od un rinvio per il nobile Claudio.


Entra il Duca, travestito.
 

Benvenuto, padre.

DUCA
Gli spiriti migliori e più salubri della notte vi avvolgano, Bargello! È venuto qualcuno?

BARGELLO
Nessuno dacché suonò il coprifuoco.

DUCA
Non Isabella?

BARGELLO
No.

DUCA
Allora fra poco verranno.

BARGELLO
Qualche conforto per Claudio?

DUCA
Nella speranza.

BARGELLO
È un vicario severo.

DUCA
No, no: la sua vita è accompagnata dal dispiegarsi della sua gran giustizia. Con santa astinenza in sé sottomette ciò che invece spinge il suo potere a temperar negli altri. Fosse macchiato di ciò che reprime, allora sarebbe tirannico; ma, al contrario, è giusto.


Bussano da dentro.

Il Bargello va alla porta.)

 

Ecco che arrivano. È un buon Bargello; ben di rado il duro carceriere è amico del carcerato.

 

(Bussano.)
 

Ma insomma! Chi bussa? È uno spirito posseduto dalla fretta, che così ferisce la solida posterna coi suoi colpi.

 

Ritorna il Bargello.


BARGELLO
Deve aspettare lì finché il gendarme non lo faccia entrare. Lo hanno chiamato.

DUCA
Nessun contrordine ancora per Claudio? Deve morire domani?

BARGELLO
Nessun contrordine.

DUCA
Pur prossimi all'alba come siamo, Bargello, prima del mattino avrete altre istruzioni.

BARGELLO
Forse sapete qualcosa. Eppure non credo in un contrordine. Non s'è mai dato il caso. Inoltre, proprio sul seggio del giudice Lord Angelo ha pubblicamente proclamato il contrario.


Entra un Messo.


Ecco il messo di Sua Signoria.

DUCA
Ed ecco la grazia per Claudio.

MESSO
Il mio signore vi manda questa missiva e tramite mio l'ulteriore ingiunzione che non vi discostiate da nessun particolare ivi contenuto riguardo l'ora, la sostanza o ogni altra circostanza. Buona giornata; ché mi pare è quasi giorno.

BARGELLO
Obbedirò.

 

Esce il Messo.

DUCA (a parte)
Ecco la grazia, acquistata col peccato di cui chi la manda si è macchiato. L'offesa è lavata con tal velocità, quand'è assunta da un'alta autorità. Se il vizio mostra clemenza, ne estende lo stato, ché per amor del peccato il peccatore è amato. Allora, che notizie, signore?

BARGELLO
Ve l'ho detto: Lord Angelo, forse pensando che trascuri il mio dovere, mi risveglia con questa insolita intimazione; in modo strano, mi pare, che non ha mai usato prima.

DUCA
Sentiamo, vi prego.

BARGELLO (legge)
Checché udiate in contrario, Claudio va giustiziato per le quattro, e Bernardino nel pomeriggio. Per assicurarmene, fatemi avere la testa di Claudio per le cinque. Eseguitelo doverosamente, pensando che molto di più da esso dipende di quanto ora non possa rivelare. Non mancate al vostro dovere, ché dovrete risponderne di persona.
Che ne dite, signore?

DUCA
Chi è questo Bernardino che va giustiziato nel pomeriggio?

BARGELLO
Uno nato in Boemia, ma allevato e cresciuto qui; carcerato da nove anni.

DUCA
Com'è che il Duca assente non l'ha rimesso in libertà o fatto giustiziare? Ho sentito che faceva sempre così.

BARGELLO
I suoi amici ottenevano sempre dei rinvii; e il suo delitto fino al governo di Lord Angelo non era stato provato senza ombra di dubbio.

DUCA
Adesso è provato?

BARGELLO
Assolutamente, e lui stesso non lo nega.

DUCA
Si è comportato da penitente in carcere? Sembra contrito?

BARGELLO
È uno che non considera la morte più paurosa di un sonno ubriaco; sconsiderato, temerario, non teme passato, presente o futuro; impervio all'idea della morte e preda disperata del peccato mortale.

DUCA
Ha bisogno di consigli.

BARGELLO
Non ne vuol sentire. Ha sempre avuto libera circolazione per la prigione: dategli modo di fuggire, non ne approfitta. Ubriaco più volte al giorno, se non per giorni e giorni ubriaco fradicio. L'abbiamo spesso svegliato, come per portarlo all'esecuzione, e mostrato un finto ordine: non s'è neanche scomposto.

DUCA
Ne riparleremo. Avete scritte in fronte, Bargello, onestà e costanza. Se non leggo bene, la mia vecchia abilità fa cilecca. Ma fidandomi ciecamente della mia sagacia, mi metterò a repentaglio. Claudio, che qui avete ordine di giustiziare, non è più colpevole per legge di Angelo che l'ha condannato. Per dimostrarvelo con prove inconfutabili, chiedo solo quattro giorni di tempo, e voi dovete farmi un'immediata e pericolosa cortesia.

BARGELLO
In che cosa, signore?

DUCA
Ritardandone la morte.

BARGELLO
Ahimè, come posso, avendo l'ora fissata, e l'espresso comando sotto mia responsabilità di fargli avere la testa di Claudio? Posso far la fine di Claudio, a trascurarne un minimo particolare.

DUCA
Per il voto del mio ordine vi do piena garanzia, se vi farete guidare da me: fate giustiziare Bernardino questa mattina, e portare la sua testa ad Angelo.

BARGELLO
Angelo li conosce entrambi, e riconoscerà la faccia.

DUCA
Oh, la morte sa travestire bene; e voi potete assecondarla. Radetegli il capo, legategli la barba, e dite che il penitente espresse il desiderio d'essere così rasato prima di morire; sapete che è pratica comune. Se per questo vi capita altro che ringraziamenti e buona sorte, per il santo a cui sono votato, vi difenderò con la mia vita.

BARGELLO
Perdonatemi, buon padre, è contro il mio giuramento.

DUCA
Avete giurato al Duca o al suo Vicario?

BARGELLO
A lui, e ai suoi sostituti.

DUCA
Riterrete di non aver trasgredito se il Duca sanzionerà la giustezza del vostro comportamento?

BARGELLO
Ma che probabilità c'è?

DUCA
Non una probabilità, ma la certezza. Ma vedendo che avete paura, che né il mio abito, la mia integrità o la mia persuasione riescono agevolmente a tentarvi, andrò più in là del previsto per togliervi ogni timore. Ecco, signore, la scrittura e il sigillo del Duca; conoscete la sua calligrafia, senza dubbio, e il sigillo non vi è nuovo?

BARGELLO
Li conosco entrambi.

DUCA
Vi è scritto del ritorno del Duca. Potrete subito studiarla con calma, e troverete che sarà qui fra due giorni. È una cosa che Angelo non sa, perché quest'oggi riceverà lettere di strano tenore, magari che il Duca è morto o che entra in qualche monastero; ma, vedi caso, non quello che è scritto. Guardate, la stella del mattino chiama il pastore a pascolar le greggi. Non meravigliatevi che accadan queste cose: le difficoltà son risolvibili quando si conoscono. Chiamate il boia, e mozzate la testa a Bernardino. Lo confesserò subito, e lo preparerò a un luogo migliore. Siete ancora stupito, ma questa lettera vi convincerà assolutamente. Venite, è quasi l'alba.

 

Escono.

 

 

 

atto quarto - scena terza

 

La stessa.
Entra Pompeo.


POMPEO
Ho tanti amici qui quanti ne avevo nella nostra casa. Si direbbe che sia la stessa casa di Madama Sfondata, è piena dei suoi vecchi clienti. Prima c'è Mastro Strappa, dentro per una partita di carta da macellaio e zenzero ammuffito, valutata centottantasette sterline, di cui in contanti ricavò cinque marchi: caspita, allora non c'era gran richiesta di zenzero, perché tutte le vecchiette erano morte. Poi qui c'è Mastro Saltella, su denuncia di Mastro Vellutofino, il merciaio, per quattro vestiti di satin color pesca, che adesso l'hanno pescato insolvente. Poi abbiamo qui il giovane Svampito, e il giovane Mastro Sacramenta, e Mastro Falsoro, e Mastro Affamaservi, quello tutto fioretto e daga, e il giovane Mangieredi che uccise il gagliardo Panciazza, e Mastro Avventa il torneatore, e l'audace Mastro Stringhetta, il gran viaggiatore, e lo scatenato Mezzapinta che pugnalò Boccale, e altri quaranta, credo, tutti attivissimi nel nostro mestiere, ora ridotti al "Per amor di Dio".

Entra Asborrito.

ASBORRITO
Messere, porta qui Bernardino.

POMPEO
Mastro Bernardino! Mastro Bernardino, è ora di alzarsi e farsi impiccare.

ASBORRITO
Ehi, Bernardino!

BERNARDINO (da dentro)
Un canchero che vi strozzi! Chi è che fa questo baccano? Chi siete?

POMPEO
I vostri amici, signore, il boia. Dovete esser tanto buono, signore, da alzarvi e farvi mettere a morte.

BERNARDINO (da dentro)
Va' via, via, maledetto, ho sonno.

ASBORRITO
Digli che si deve svegliare, e anche in fretta.

POMPEO
Vi prego, Mastro Bernardino, svegliatevi fino all'esecuzione, e dormite dopo.

ASBORRITO
Va' dentro e tiralo fuori.

POMPEO
Arriva, signore, arriva. Sento il suo strascicare.

Entra Bernardino.

ASBORRITO
La mannaia è sul ceppo, messere?

POMPEO
Prontissima, signore.

BERNARDINO
E allora, Asborrito, che nuove?

ASBORRITO
Davvero, signore, vorrei che vi metteste in fretta a dire le preghiere, perché è arrivato l'ordine.

BERNARDINO
Maledetto, ho bevuto tutta la notte, non sono pronto.

POMPEO
Invece è meglio, signor mio, perché chi beve tutta la notte e viene impiccato di mattina presto, il giorno dopo può dormire più sodo.

Entra il Duca, travestito.

ASBORRITO
Ecco, signore, che arriva il vostro padre spirituale. Credete ancora che scherziamo?

DUCA
Signore, indotto dalla mia carità, e sentendo che presto ci sarà la vostra dipartita, sono venuto a consigliarvi, consolarvi e pregare con voi.

BERNARDINO
Io no, frate. Ho bevuto tutta la notte e mi occorre più tempo per prepararmi, se no dovranno farmi schizzare le cervella coi bastoni. Non acconsento a morire oggi, di sicuro.

DUCA
Invece dovete, signore, e perciò vi supplico di pensare al viaggio da intraprendere.

BERNARDINO
Giuro che nessuno mi convincerà a morire oggi.

DUCA
Ma sentite...

BERNARDINO
Neanche una parola. Se avete qualcosa da dirmi, venite nel mio settore: oggi non mi muoverò di lì.

 

Esce.

Entra il Bargello.

DUCA
Inadatto a vivere o morire! Che cuor di pietra!

BARGELLO
Rincorretelo, sbirri, e portatelo al ceppo!


Escono Asborrito e Pompeo.
 

Ebbene signore, come trovate il carcerato?

DUCA
Un uomo impreparato, inadatto a morire. E inviarlo all'altro mondo in questo stato sarebbe esecrando.

BARGELLO
Qui in prigione, padre, è morto stamattina di febbre perniciosa un certo Ragosino, famigerato pirata, stessa età di Claudio, con barba e testa del suo colore. Se noi ignorassimo questo reprobo finché non sia più disposto, e al vicario portassimo la testa di Ragosino, più somigliante a Claudio?

DUCA
Oh, è una coincidenza mandata dal cielo. Sbrigatevi, s'avvicina l'ora fissata da Angelo. Eseguite così il suo comando, mentre io persuado questo rozzo figuro a disporsi a morire.

BARGELLO
Sarà fatto subito, buon padre. Ma oggi nel pomeriggio Bernardino deve morire; e come terremo in vita Claudio, per evitare il pericolo in cui verrei a trovarmi se si sapesse che è vivo?

DUCA
Facciamo così. Metteteli entrambi in celle segrete, Bernardino e Claudio. Prima che due volte il sole nel suo corso giornaliero abbia salutato il mondo là fuori, vedrete assicurata la vostra impunità.

BARGELLO
Sono a vostra disposizione.

DUCA
Su, sbrigatevi, mandate la testa ad Angelo.


Esce il Bargello.
 

Adesso scriverò delle lettere ad Angelo - le porterà il Bargello - il cui tenore l'avvertirà che son vicino a casa; e che per alte esigenze mi è dovuto un ingresso solenne. Vorrò che sia lui ad accogliermi alla fonte consacrata una lega sotto la città; e da quel punto, a passi lenti e pieno rispetto della forma procederemo con Angelo.

Entra il Bargello.

BARGELLO
Ecco la testa. La porterò io stesso.

DUCA
Ben fatto. Ritornate in tutta fretta, perché devo parlarvi di certe cose riservate solo al vostro orecchio.

BARGELLO
Farò in fretta.

 

Esce.

ISABELLA (da dentro)
La pace sia con voi!

DUCA
La voce di Isabella. È venuta a sentire se sia arrivata la grazia per il fratello; ma la terrò all'oscuro del suo bene per dare celeste conforto alla disperazione quando meno se l'aspetta.

Entra Isabella.

ISABELLA
Chiedo permesso!

DUCA
Buon giorno a voi, bella e graziosa figliola.

ISABELLA
Più che buono, datomi da un sant'uomo. Il vicario ha mandato la grazia per mio fratello?

DUCA
L'ha liberato, Isabella... da questo mondo. La sua testa viene portata ad Angelo.

ISABELLA
No, non può essere!

DUCA
E invece sì. Mostrate la vostra saggezza, figliola, sopportando in silenzio.

ISABELLA
Ah, andrò da lui a strappargli gli occhi!

DUCA
Non sarete ammessa al suo cospetto.

ISABELLA
Infelice Claudio! Misera Isabella! Mondo malvagio! Dannatissimo Angelo!

DUCA
Questo non nuoce a lui, e a voi non giova. Perciò smettete; affidatevi al cielo. Fate bene attenzione a quel che dico, che risulterà vero in ogni sillaba.  Il Duca torna domani - su, asciugatevi gli occhi - me ne dà prova uno del convento,   suo confessore. Ha già portatola notizia a Escalo e ad Angelo, che alle porte della città si apprestano a incontrarlo per cedergli il potere. Se indirizzerete la vostra saggezza lungo la buona strada chedesidero, avrete soddisfazione da questo sciagurato, grazia dal Duca, la vendetta che volete, e il rispetto di tutti.

ISABELLA
Mi farò guidare da voi.

DUCA
Date allora questa lettera a Fra' Pietro; quella mandatami sul ritorno del Duca. Ditegli che con questo segno desidero la sua compagnia da Mariana questa notte. Lo ragguaglierò sulla causa vostra e di Mariana, e lui vi porterà davanti al Duca;e in faccia ad Angelo accusatelo ben bene. Io poveretto sono legato da un sacro voto e sarò assente. Andate con la lettera. Scacciate dagli occhi queste lacrime che lasciano il segno, a cuor leggero. Non abbiate fiducia nel mio santo ordine se vi porto fuori strada. - Chi viene?


Entra Lucio.

LUCIO
Buona sera, frate. Dov'è il Bargello?

DUCA
Non qui dentro.

LUCIO
O bella Isabella, mi si scolora il cuore a vedere i tuoi occhi così rossi; devi aver pazienza. - Dovrò pranzare e cenare a pane e acqua; non oso riempirmi la pancia, per paura di rimetterci la testa: un pasto copioso mi riscalderebbe. - Ma dicono che il Duca sarà qui domani. Invero, Isabella, amavo tuo fratello; se il vecchio Duca stravagante che va per strade buie fosse stato qui, sarebbe vivo.


Esce Isabella.

DUCA
Signore, il Duca vi è ben poco obbligato per quel che riferite; il bello è che non vi corrisponde affatto.

LUCIO
Frate, tu non conosci bene il Duca come lo conosco io. È più donnaiolo di quanto tu non creda.

DUCA
Be', un giorno dovrai risponderne. Addio.
(Fa per andare.)

LUCIO
No, aspetta: vengo con te. Posso raccontartene delle belle, sul Duca.

DUCA
Me ne avete già raccontate troppe, signore, se sono vere; se no, meglio nessuna.

LUCIO
Una volta sono comparso davanti a lui per aver messo incinta una fraschetta.

DUCA
Avete fatto questo?

LUCIO
Eh, sì; ma ho dovuto negarlo, altrimenti mi avrebbero sposato a quella nespola marcia.

DUCA
Signore, la vostra compagnia è più spassosa che onesta. Statevi bene.

(Fa per andare.)

LUCIO
Perbacco, andrò con te fino alla fine del cammino. Se i discorsi scollacciati vi offendono, ne faremo a meno. Su, frate, sono una specie di lappola, io mi attacco.

 

Escono.

 

 

 

atto quarto - scena quarta

 

A Vienna.

Entrano Angelo e Escalo.


ESCALO
Ogni lettera che ha scritto contraddice l'altra.

ANGELO
In modo incoerente e sconclusionato. I suoi atti si rivelano molto simili a pazzia; voglia il cielo che la sua saggezza non sia intaccata. E perché andargli incontro alle porte della città e restituirgli lì il nostro potere?

ESCALO
Mi sfugge.

ANGELO
E perché dovremmo proclamare un'ora prima della sua entrata che se qualcuno reclama riparazione per torti subiti, deve presentare la sua petizione per istrada?

ESCALO
Il motivo che accampa è questo: espletare subito le denunce, e liberarci da susseguenti intrighi, che così non potranno più essere diretti contro di noi.

ANGELO
Bene, vi scongiuro, sia proclamato la mattina presto; passerò a prendervi. Avvisate le persone di rango e di spicco che devono trovarsi ad incontrarlo.

ESCALO
Lo farò, signore. Addio.

ANGELO
Buona notte.

 

Esce Escalo.


Questo fatto mi scombina, mi rende torpido e inetto a ogni evenienza. Una vergine deflorata, e da un dignitario che applicò la legge che lo vieta! Non fosse che il suo tenero pudore non proclamerà la perdita della verginità, come potrebbe svergognarmi! Ma il buon senso la induce a non farlo, poiché la mia autorità ha tale pesoe credito, che nessuna maldicenza sul mio conto può sfiorarla, e si ritorce su chi l'enuncia. Sarebbe dovuto vivere: ma la sua scapestrata gioventù, così animosa,un domani avrebbe potuto vendicarsi, per aver ricevuto una vita disonorata dal modo vergognoso del riscatto. Eppure vorrei che fosse vivo. Ahimè, quando della nostra grazia ci scordiamo, tutto va storto: vogliamo, e non vogliamo.

 

Esce.

 

 

 

atto quarto - scena quinta

 

Cella del frate.
Entrano il Duca, nei suoi abiti e Fra' Pietro.


DUCA
Consegnami queste lettere a tempo debito. Il Bargello conosce il nostro intendimento ed il tranello; messa in moto la cosa, segui le istruzioni, e attienti sempre al mio speciale piano, anche se talvolta penserai a questo o a quello a seconda del momento. Va' da Flavio, e digli dove sto. Analogo avviso da' a Valenzio, Rolando e Crasso, e ordinagli di portare le trombe alle porte:ma prima mandami Flavio.

 

FRA' PIETRO
Sarà fatto subito.
 

Esce il Frate. Entra Varrio.

DUCA
Ti ringrazio, Varrio, hai fatto in fretta.

Su, camminiamo. Altri nostri amici presto ci incontreranno qui. Gentile Varrio!

 

Escono.

 

 

 

atto quarto - scena sesta

 

A Vienna.
Entrano Isabella e Mariana.

ISABELLA
Detesto parlare in modo così ambiguo; vorrei dir la verità, ma accusarlo in faccia è la vostra parte. Io farò bene a far così, mi dice, per mascherare il vero intento.

MARIANA
Fatevi guidare da lui.

ISABELLA
Inoltre, mi dice che se per caso parla ostilmente nei miei riguardi, non devo meravigliarmi: è amara medicina per un dolce fine.

Entra Fra' Pietro.

MARIANA
Vorrei che Fra' Pietro...

ISABELLA
Zitta, ecco che viene.

FRA' PIETRO
Venite, vi ho trovato un posto adatto dove non potrete passare inosservate al passaggio del Duca. Due volte le trombe han riecheggiato. I cittadini più nobili e di rango si affollano alle porte, e da un momento all'altro il Duca farà il suo ingresso. Avanti, venite.

 

Escono.

 

 

Indice Teatro

Inizio pagina

 


 

Misura per misura

(“Measure for measure” - 1603)

 

 

atto quinto - scena unica

 

Luogo pubblico vicino la porta della città.
Entrano separatamente il Duca, nei suoi abiti, Varrio, nobili col seguito, Angelo, Escalo, Lucio e cittadini.


DUCA
Mio degnissimo congiunto, ben trovato. Caro e fedele amico, siamo felici di vedervi.

ANGELO e ESCALO
Felice ritorno a Vostra Grazia regale!

DUCA
Molte grazie di cuore a tutti e due. Ci siamo informati, e sentiamo tanto bene della vostra giustizia che in coscienza non posso che additarvi a pubbliche lodi, in attesa di ulteriori ricompense.

ANGELO
Accrescete l'obbligo che vi devo.

DUCA
Oh, il vostro merito si proclama alto e gli farei torto a tenerlo chiuso nei segreti recessi del cuore, quando a lettere di bronzo merita d'essere inciso perennemente contro il rodio del tempo e l'abrasione dell'oblio. Vi diamo la mano, e i cittadini vedano e capiscano che esteriori cortesie vogliono esternare i favori che teniamo dentro. Venite, Escalo, camminate con noi dall'altra parte, siete due validi sostegni.

Entrano Fra' Pietro e Isabella.

FRA' PIETRO
Ecco il momento: parlate forte, e in ginocchio davanti a lui.

 

ISABELLA
Giustizia, Duca regale! Posate lo sguardo su una povera... stavo per dire vergine. Nobile principe, non disonorate l'occhio volgendolo su qualsiasi altro oggetto prima d'aver sentito la mia denuncia e resa giustizia! Giustizia! Giustizia! Giustizia!

DUCA
Esponete il torto. In che? Da chi? Siate breve. Qui c'è Lord Angelo a rendervi giustizia: apritevi con lui.

ISABELLA
Ah, nobile Duca, mi fate chieder redenzione al diavolo. Ascoltatemi voi stesso: ciò che devo dire o mi farà punire, se non mi crederete, o da voi mi otterrà soddisfazione. Ascoltatemi, ascoltatemi!

ANGELO
Mio sire, temo che non abbia il cervello a posto. Mi ha supplicato per un suo fratello stroncato per corso di giustizia.

ISABELLA
Di giustizia!

ANGELO
E dirà cose molto amare e strane.

ISABELLA
Molto strane; ma di sicuro vere. Non è strano che Angelo sia uno spergiuro? Non è strano che Angelo sia un assassino? Che Angelo sia un ladro adultero, un ipocrita, un violatore di vergini, non è strano, e poi strano?

DUCA
Sì, dieci volte strano!

ISABELLA
Com'è vero che questi è Angelo, è tutto tanto vero quanto strano. Sì, dieci volte vero, perché il vero è vero fino al giorno del giudizio.

DUCA
Portatela via; poveretta, parla in maniera dissennata.

ISABELLA
Principe, ti scongiuro, come credi che c'è consolazione oltre questo mondo, non mettermi da parte ritenendo che sia pazza. Non credere impossibile ciò che sembra improbabile. Non è impossibile che uno, la peggior canaglia sulla  terra, sembri serio, riservato, giusto e perfetto quanto Angelo; proprio così Angelo con le sue vesti, emblemi, titoli e pompe può ben essere un arci-impostore. Credete,principe: se è di meno è nulla; ma è di più, se avessi altri nomi per la sua malvagità.

DUCA
Sulla mia onestà, se è matta, come pur credo, la sua pazzia ha la più strana logica, una tale connessione fra cosa e cosa, mai sentita in una pazza.

ISABELLA
Grazioso Duca, non insistete su questo, e non bandite la ragione per la sua difformità; ma che la vostra ragione vi serva a palesare il vero dove par nascosto, e a rimuovere il falso che par vero.

DUCA
Molti che non sono pazzi, di sicuro, han meno raziocinio. Che volete dire?

ISABELLA
Sono la sorella di un certo Claudio condannato per atto di fornicazione al taglio della testa; condannato da Angelo. Io - in periodo di noviziato - fui chiamata da mio fratello; Lucio fece allora da messo...

LUCIO
Sono io, col permesso di Vostra Grazia. Andai da lei per Claudio, invitandola a tentar grazia e fortuna con Lord Angelo per la grazia di suo fratello.

ISABELLA
È lui.

DUCA (a Lucio)
Non vi è stato detto di parlare.

LUCIO
No, buon signore, né di star zitto.

DUCA
Allora ve lo dico io. Prendete nota, e quando la cosa vi riguarderà pregate il cielo d'essere all'altezza.

LUCIO
Assicuro Vostro Onore.

DUCA
Voi, assicuratevi. Fate attenzione.

ISABELLA
Costui vi ha detto un po' del mio racconto.

LUCIO
Giusto.

DUCA
Sarà giusto, ma sbagliate a parlare prima che vi tocchi. - Procedete.

ISABELLA
Andai da questa turpe canaglia del Vicario.

DUCA
È detto al modo d'una pazza.

ISABELLA
Perdonate; la frase corrisponde alla realtà.

DUCA
Ben aggiustata. La realtà: procedete.

ISABELLA
In breve, lasciando star le cose inutili - su come supplicai e pregai in ginocchio, come lui si rifiutò e come io replicai, (ché andò per le lunghe) - la trista conclusione afflitta e vergognosa ora vi racconto. Solo col dono del mio casto corpo  alla sua smodata e incontenibile lussuria avrebbe rilasciato mio fratello; dopo un lungo dibattito la pietà di sorella sconfisse il mio onore, e gli cedetti. Ma l'indomani mattina di buon'ora, saziate le sue voglie, manda l'ordine che il mio povero fratello sia decapitato.

DUCA
Sì, è probabile!

ISABELLA
Oh, fosse probabile quant'è vero.

DUCA
Ah, sventata, non sai quello che dici, oppure ti han sobillata contro il suo onore con trama odiosa. Prima la sua integrità è senza macchia; poi non è ragionevole che con tale veemenza abbia perseguitato colpe di cui partecipa. Se avesse così offeso avrebbe soppesato tuo fratello su se stesso, non fatto uccidere. Qualcuno ti ha istigata: confessa la verità, di' chi ti ha spinta a venir qui con la tua denuncia.

ISABELLA
È tutto qui? Allora, benedetti angeli del cielo, rendetemi paziente, e maturato il tempo svelate il male che qui è avvoltolato nella ragion di stato! Dio protegga dal male Vostra Grazia: senz'essere creduta mi allontano di qui, così perduta.

DUCA
So che vorresti andartene. Gendarme! Portatela in prigione!

 

Isabella è arrestata.

 

Dovremmo permettere che un fiato maldicente e devastante cada su uno a noi così vicino? Dev'essere un complotto. Chi sapeva del tuo intento e della tua venuta?

ISABELLA
Uno che vorrei fosse qui, Fra' Ludovico.


Esce sotto scorta.

DUCA
Un padre spirituale, si direbbe. - Chi lo conosce questo Ludovico?

LUCIO
Signore, io lo conosco, è un frate impiccione; uno che non mi piace. Fosse stato laico per certe parole dette contro Vostra Grazia quand'era via, gliele avrei suonate.

DUCA
Contro di me? Bel frate, si direbbe. E istigare questa poveretta contro il nostro vicario! Scovate questo frate.

LUCIO
Non più tardi di iersera, mio signore, lei e questo frate li ho visti alla prigione: un frate insolente, un avanzo di galera.

FRA' PIETRO
Dio benedica Vostra Grazia regale! Sono rimasto in disparte, mio signore, e ho sentito insultare il vostro orecchio. Prima questa donna ha iniquamente accusato il vostro vicario, che è esente da contatti o impurità con lei come lei da uno ancor non nato.

DUCA
È quel che pensavamo. Conoscete questo Fra' Ludovico di cui parla?

FRA' PIETRO
Io lo conosco per uomo santo e religioso, non un avanzo di galera, un impiccione in cose temporali, come riferisce codesto gentiluomo; e in fede mia, uno che mai, come lui pretende, calunniò Vostra Grazia.

LUCIO
Credetemi, signore, lo ha fatto in maniera scellerata.

FRA' PIETRO
Be', a suo tempo verrà a discolparsi; ma adesso è malato, mio signore, di una febbre strana. Su sua richiesta, venuto a conoscenza che si prospettava una denuncia contro Lord Angelo, venni qui per dire come dalla sua bocca quel che sa vero e falso, e quel che sotto giuramento e con ogni prova chiarirà a pieno quando sarà chiamato. Primo, questa donna, a scagionare questo degno gentiluomo, accusato così pubblicamente e di persona, la vedrete sconfessata in un confronto: confesserà lei stessa.

DUCA
Buon frate, sentiamo. Non sorridete di questo, Lord Angelo? O Dio, la follia degli scriteriati! Fateci accomodare. - Venite, Lord Angelo, in questo mi asterrò: siate voi giudice della vostra causa.


Entra Mariana, velata.


È questa la teste, frate? Prima mostri il volto, e poi parli.

MARIANA
Perdonate, signore, non mostrerò il mio volto finché non lo comandi mio marito.

 

DUCA
Perché, siete maritata?

MARIANA
No, mio signore.

DUCA
Siete vergine?

MARIANA
No, mio signore.

DUCA
Vedova, allora?

MARIANA
Neanche, signore.

DUCA
Allora non siete nulla: né vergine, né vedova, né maritata!

LUCIO
Mio signore, sarà una battona, molte di loro non sono né vergini, né vedove, né maritate.

DUCA
Fate tacere quel gaglioffo. Vorrei che avesse motivo di blaterare a sua difesa.

LUCIO
Sì, mio signore.

MARIANA
Signore, confesso che mai fui maritata; ma anche di non essere vergine. Ho conosciuto mio marito, eppure lui non sa di avermi mai conosciuta.

LUCIO
Allora era ubriaco, signore, non può esser altro.

DUCA
Pur di avere silenzio, lo fossi anche tu!

LUCIO
Sì, mio signore.

DUCA
Questa non è la teste per Lord Angelo.

MARIANA
Ora ci arrivo, mio signore.
Colei che lo accusa di fornicazione allo stesso modo accusa mio marito, e glielo imputa, signore, nel periodo in cui io deporrò che fu tra le mie braccia per il pieno godimento dell'amore.

ANGELO
Non accusa anche altri?

MARIANA
Non ch'io sappia.

DUCA
No? Ma voi dite vostro marito.

MARIANA
Proprio così, signore, ed è Lord Angelo, che crede di sapere di non aver mai conosciuto il mio corpo, ma sa, egli crede, di conoscere quello di Isabella.

ANGELO
È una strana impostura. Fa' vedere il volto.

MARIANA (svelandosi)
Me lo comanda mio marito; ora mi mostrerò. Ecco quel volto, Angelo crudele, che una volta giurasti ben valeva guardare; ecco la mano che con voto solenne fu ben stretta alla tua; ecco il corpo che carpì l'appuntamento a Isabella e ti soddisfò nella palazzina nel giardino sotto mentite spoglie.

DUCA
Conoscete questa donna?

LUCIO
Dice carnalmente.

DUCA
Ora basta, messere!

LUCIO
Starò buono, signore.

ANGELO
Mio signore,
devo confessare di conoscer questa donna: e che cinque anni fa si parlò di matrimonio fra lei e me; che però fu rotto, in parte perché la dote promessa non fu raggiunta, ma soprattutto perché la sua reputazione fu tacciata di leggerezza. Da allora, in questi cinque anni, mai le ho parlato,l'ho vista, o ho avuto sue notizie, sulla mia fede e sul mio onore.

MARIANA
Nobile principe, come dal cielo vien luce, e parole dal fiato, come il vero ha senso, e la virtù verità, sono sposa promessa di quest'uomo, con la forza che hanno i giuramenti. E l'ultimo martedì sera, mio buon signore, nella palazzina nel giardino mi ha conosciuta come moglie. Poiché è vero, fatemi rialzare impunemente, o resti fissa qui per sempre, monumento di pietra.

ANGELO
Finora ho solo sorriso; ora, mio buon signore, datemi potestà di far giustizia. La mia pazienza è scossa; vedo che queste povere donne scombinate sono solo strumento di qualcuno più forte che le istiga. Datemi modo, mio signore, di smascherare questo complotto.

DUCA
Sì, di cuore; e punitele come più vi aggrada. Tu, sciocco frate, e tu, donna sciagurata, complice di quella che se n'è andata: credi forse che i tuoi giuramenti, pur scomodando ogni singolo santo, possano scalfire il suo valore ecredito, suffragato da prove? Voi, Lord Escalo, sedete con il mio congiunto; prestategli buon aiuto a scoprire quest'impostura e donde venga. C'è un altro frate che li ha istigati: mandate a prenderlo.


FRA' PIETRO
Vorrei che fosse qui, mio signore: lui è stato a istigare la denuncia. Il Bargello sa dove abita, e può andare a prenderlo.

DUCA
Andate, venga fatto subito. E voi,

 

Esce un servo.


nobile e ben provato congiunto, cui compete sviscerare questo fatto, regolatevi come vi sembra meglio per punire i torti subiti. Vi lascio per un po', ma non allontanatevi prima d'aver ben giudicato chi vi calunnia.
 

ESCALO
Mio signore, lo faremo fino in fondo.

 

Esce il Duca.


Signor Lucio, non avete detto di sapere che questo Fra' Ludovico è un disonesto?

LUCIO
Cucullus non facit monachum: onesto solo nella veste, e uno che ha fatto discorsi offensivi sul Duca.

ESCALO
Vi pregheremo di restare qui finché non arrivi, e di rinfacciarglieli. Si scoprirà che è un degno compare.

LUCIO
Più d'ogni altro a Vienna, in fede mia.

ESCALO
Richiamate qui anche Isabella, vorrei parlarle.


Esce un servo.


Vi prego, signore, concedetemi di interrogarla; vedrete come me la rigiro.

LUCIO
Non meglio di lui, a quel che dice.

ESCALO
Cosa dite?

LUCIO
Caspita, signore, penso che se ve la rigirate in privato confesserebbe prima; forse in pubblico avrà vergogna.

 

Entrano, separatamente, il Bargello col Duca, travestito e incappucciato, e Isabella, in arresto.

ESCALO
Me la lavorerò al buio.

LUCIO
Perfetto: perché al buio le donne fanno scintille.

ESCALO
Su, comare, c'è una gentildonna che nega tutto quello che avete detto.

LUCIO
Mio signore, ecco il furfante di cui parlavo, col Bargello.

ESCALO
Proprio a buon punto. Non parlategli finché non ve lo diciamo.

LUCIO
Acqua in bocca.

ESCALO
Venite qua, messere: avete istigato voi queste donne a calunniare Lord Angelo? Han confessato che siete stato voi.

DUCA
È falso.

ESCALO
Come? Sapete dove siete?

DUCA
Rispetto questo alto luogo; anche il diavolo talvolta va onorato per il suo trono ardente. Dov'è il Duca? È lui che deve ascoltarmi.

ESCALO
Il Duca è in noi; e noi vi ascolteremo. Badate di parlare a tono.

DUCA
Senza remore, almeno. Ma, povere anime, venite a cercar l'agnello nella volpe? Addio riparazione! Il Duca è partito? Allora è partita anche la vostra causa. Il Duca è ingiusto a ritorcere su voi il vostro giusto appello, e ad affidare il giudizio alla voce del furfante che qui siete venute ad accusare.

LUCIO
È lui la canaglia di cui parlavo!

ESCALO
Ah, frate indegno e scellerato, non basta avere subornato queste donne ad accusare questo dabben uomo, ma con lercia bocca e al suo stesso orecchio chiamarlo canaglia? E poi da lui spostare la mira sul Duca, tacciandolo di ingiustizia? Portatelo via! Alla tortura! - Lo spezzeremo membro a membro, ma sapremo il suo scopo. Come? Ingiusto?

DUCA
Non scaldatevi: il Duca non oserebbe stirare il mio mignolo più del suo. Io non sono soggetto a lui, né alla diocesi. Il mio compito nello stato mi ha reso spettatore qui a Vienna, dove ho visto la corruzione schiumare e ribollire fino a traboccare dal calderone del bordello. Leggi per ogni colpa, ma le colpe trovan connivenza, tanto che i severi decreti sono come gli elenchi esposti dai barbieri, più per celia che non per osservanza.

ESCALO
Vilipendio dello stato! Sia messo in prigione!

ANGELO
Cosa potete addurre contro di lui, Signor Lucio? È questo l'uomo di cui ci parlaste?

LUCIO
È lui, signore. - Vieni qui, compare Testapelata, mi riconosci?

DUCA
Vi riconosco, signore, dal suono della voce. Vi ho incontrato in prigione, quando il Duca era assente.

LUCIO
Ah, davvero? E vi ricordate quel che avete detto del Duca?

DUCA
Ogni particolare, signore.

LUCIO
Ah sì? E il Duca era un mandrillo, uno sciocco, un codardo, come allora dicevate che era?

DUCA
Dovete mettervi al mio posto, signore, prima di attribuirmi quelle parole. Voi, invece, avete sparlato così di lui, e anche peggio, molto peggio.

LUCIO
Oh, spregevole figuro! Non ti ho torto il naso per i tuoi discorsi?

DUCA
Protesto di amare il Duca come me stesso.

ANGELO
Sentite come il furfante adesso è conciliante, dopo gli insulti a tradimento!

ESCALO
Con un tipo così non c'è da parlare. Portatelo in prigione! Dov'è il Bargello? In prigione, in prigione! Incatenatelo ben bene, e non parli più. Via anche queste sgualdrinelle, e il loro manutengolo!

 

Il Bargello afferra il Duca.

DUCA
Aspettate un momento, signore.

ANGELO
Come, fa resistenza? Aiutatelo, Lucio.

LUCIO
Su, avanti, messere, avanti! Puah! Ma come, testapelata, canaglia bugiarda! - Devi tenerti il cappuccio, eh? Mostra la faccia da furfante, ti venga un colpo! Mostra la faccia da cane ringhioso, e sii impiccato per un'ora! Vuoi scoprirti?

 

Strappa il cappuccio al frate e rivela il Duca.

DUCA
Sei il primo furfante a creare un duca. Prima, Bargello, mi farò garante di questi tre gentili. (A Lucio) Non scappar via, messere, tu e il frate fra non molto dovrete scambiarvi due parole. Arrestatelo.

LUCIO (a parte)
Qui finisce peggio dell'impiccagione.

DUCA (a Escalo)
Quel che avete detto lo perdono: sedetevi. Prenderemo il suo posto. (Ad Angelo) Col vostro permesso. Hai fiato, parole, ingegno o impudenza che ti soccorrano? Se è così, affidati a loro, finché non abbia finito il mio discorso, e non far tante storie.

ANGELO
Temuto signore, aggiungerei colpa alla mia colpevolezza se pensassi di non essere scoperto, vedendo che Vostra Grazia, come il poter divino, ha scrutato nella mia condotta. Buon principe, non portate alla sbarra la mia vergogna: il mio processo sia la mia confessione. Un'immediata sentenza, e subito la morte, è tutta la grazia che imploro.

DUCA
Venite qui, Mariana. - Di', sei mai stato promesso a questa donna?

ANGELO
Sì, signore.

DUCA
Va' con lei, e sposala immediatamente. Voi, frate, celebrate il rito, e dopo riportatelo qui. Andate con lui, Bargello.


Escono Angelo, Mariana, Fra' Pietro e il Bargello.

ESCALO
Mio signore, mi stupisce più il suo disonore che non la sua stranezza.

DUCA
Venite qui, Isabella. Il vostro frate è ora il vostro principe. Come allora mi dedicavo al vostro bene, non mutando di cuore col mio abito, sono sempre difensore della vostra causa.

ISABELLA
Oh, perdonate che io, vostra vassalla, abbia usato e afflitto la vostra sovranità, che non conoscevo.

DUCA
Vi perdono, Isabella. E ora, cara fanciulla, siate con me altrettanto generosa. La morte di vostro fratello, lo so, vi pesa sul cuore, e vi meravigliate che io mi sia celato, adoperandomi per salvargli la vita, e non abbia preferito rivelare subito il mio potere occulto per impedirne la perdita. Buona fanciulla, fu l'improvvisa celerità della sua morte che pensavo giungesse a passi più lenti a sgominare il mio intento. Ma pace a lui. È miglior vita quella che la morte più non teme, di quella che vive nel timore. Vi sia di conforto che a questo modo vostro fratello è felice.

ISABELLA
Amen, mio signore.

Entrano Angelo, Mariana, Fra' Pietro e il Bargello.

DUCA
Per il novello sposo che si approssima le cui voglie lascive pur hanno insidiato il vostro onore ben difeso, dategli il vostro perdono, in virtù di Mariana. Ma poiché condannò vostro fratello, macchiandosi di duplice violazione, della sacra castità e di una promessa conseguente di salvar vostro fratello, la clemenza stessa della legge esige ad alta voce, dalla sua stessa voce:"Un Angelo per Claudio; morte per morte. Tregua per tregua, e premura per premura; simile per simile, e sempre Misura per Misura." Così, Angelo, viene rivelata la tua colpa, che se anche tu negare la volessi,ti nega ogni profitto. Ti condanniamo al ceppo su cui Claudio s'è piegato per morire, e con egual premura. Portatelo via.

MARIANA
O graziosissimo signore, spero che non mi darete un marito per burla.

DUCA
Vostro marito vi ha dato marito per burla. Per salvaguardare il vostro onore ho pensato giusto farvi maritare, altrimenti l'accusa d'averlo conosciuto poteva macchiare la vostra esistenza e soffocare ogni bene che vi aspetta. Dei suoi beni, confiscati a nostro favore, ve ne facciamo dotazione e lascito per acquistarvi un miglior marito.
 

MARIANA
O mio amato signore, ma io non chiedo altro o miglior marito.

DUCA
Non chiedete costui, siamo risoluti.

MARIANA
Gentile sovrano...

DUCA
È fatica sprecata.
Conducetelo all'esecuzione. (A Lucio) Ora a voi, messere.

MARIANA (inginocchiandosi)
O generoso signore... dolce Isabella prendete le mie parti; in ginocchio con me e per tutta la mia vita a venire tutta la mia vita sarà al vostro servizio.

DUCA
La sollecitate irragionevolmente. Se si inginocchiasse a supplicar pietà per questo fatto, lo spettro del fratello spezzerebbe i lastroni della tomba e la rapirebbe colmandoci d'orrore.

MARIANA
Isabella, dolce Isabella, lo stesso inginocchiatevi con me; alzate le mani senza dir nulla; parlerò solo io. Dicono che gli uomini migliori vengon foggiati dalle loro colpe e per lo più diventano tanto migliori se sono stati un po' cattivi. Così potrebbe fare mio marito. Oh, Isabella, non volete inginocchiarvi qui con me?

DUCA
Muore per la morte di Claudio.

ISABELLA (inginocchiandosi)
Generoso signore, vogliate guardare a quest'uomo condannato come se mio fratello fosse vivo. In parte credo che una sincerità genuina regolasse le sue azioni fino a quando non mise gli occhi su di me. Se è così,non mettetelo a morte. Mio fratello ebbe solo giustizia, avendo commesso il fatto per cui morì. Quanto ad Angelo, la sua mala intenzione non si realizzò e va seppellita come un proposito vanificatosi per strada. I pensieri on son soggetti alla legge; gli intenti sono solo pensieri.

MARIANA
Pensieri, mio signore.

DUCA
Supplicate invano. Alzatevi, vi dico. Mi sovviene di un'altra mancanza.

Bargello, come fu che Claudio fu decapitato a un'ora insolita?

BARGELLO
Fu ordinato così.

DUCA
Avevate un ordine formale per farlo?

BARGELLO
No, buon signore: fu un messo privato.

DUCA
Per questo vi sollevo dall'incarico. Consegnate le chiavi.

BARGELLO
Perdonate, nobile signore: pensavo che fosse una mancanza, ma non ne ero sicuro, e me ne pentii dopo averci riflettuto. Lo dimostra un carcerato che per l'ordine privato sarebbe dovuto morire, ma che io ho risparmiato.

DUCA
Chi è?

BARGELLO
Si chiama Bernardino.

DUCA
Vorrei che lo aveste fatto per Claudio.
Su, portatelo qui, voglio vederlo.

 

Esce il Bargello.

ESCALO
Mi duole che uno dotto e saggio come voi, Lord Angelo, siete sempre apparso, abbia peccato in modo così ignobile, sia per l'urgere dei sensi che per mancanza d'un giudizio equilibrato in seguito.

ANGELO
A me duole procurare queste pene, e tanto mi affligge il cuore penitente che chiedo morte piuttosto che pietà. È quel che merito, e lo invoco.

Entrano il Bargello con Bernardino, Claudio imbacuccato e Giulietta.

DUCA
Qual è Bernardino?

BARGELLO
Questo, signore.

DUCA
Un frate mi disse di quest'uomo. Messere, si dice che hai un animo caparbio che non vede al di là di questo mondo e regoli la tua vita in conseguenza. Sei condannato: ma le colpe terrene te le condono, e prego che il perdono ti serva a badare meglio al tuo futuro. Frate, consigliatelo; lo lascio in mano vostra. Chi è quello là imbacuccato?

BARGELLO
Un altro carcerato che ho salvato, che doveva morire quando a Claudio fu mozzato il capo, e che gli somiglia quasi come a se stesso.

 

Lo svela.

DUCA

(a Isabella) Se somiglia a vostro fratello, per amor suo lo perdono, e per amor della vostra leggiadria datemi la mano e dite che sarete mia. È anche mio fratello; ma ci sarà momento più opportuno. Ormai Lord Angelo intuisce che è salvo; mi par di veder rivivere i suoi occhi. Ah, Angelo, i vostri mali vi ripagano. Badate di amare vostra moglie; fate di valere quanto lei. Scopro in me una propensione a perdonare; eppure fra noi ce n'è qualcuno che non posso. (A Lucio) Voi, messere, che mi conoscevate per sciocco, codardo, dedito alla  ussuria, per somaro e pazzo, come ho meritato che mi esaltaste a questo modo?

LUCIO
In fede mia, signore, parlavo tanto per scherzare. Se volete impiccarmi per questo, fatelo pure; ma preferirei che vi compiaceste di farmi solo fustigare.

DUCA
Prima fustigato, e poi impiccato, messere. Proclamate, Bargello, per tutta la città: se una donna fu traviata da questo lascivo - avendo io stesso sentito che giurava d'averne messo incinta una - si faccia avanti, e lui la sposerà. Celebrate le nozze, venga fustigato e poi impiccato.

LUCIO
Supplico Vostra Altezza, non sposatemi a una puttana. Vostra Altezza ha appena detto che vi ho creato duca; mio buon signore, non ricompensatemi creandomi cornuto.

DUCA
Sul mio onore, la dovrai sposare. Perdono le tue calunnie, e ti condono le altre pene. - In carcere, e che i miei ordini siano eseguiti.

LUCIO
Sposare una baldracca, mio signore, è farsi calcare a morte, fustigare e impiccare.

DUCA
Vilipendere un principe lo merita. Claudio, provvedete a colei che avete traviato. Siate felice, Mariana; amatela, Angelo; l'ho confessata, e conosco la sua virtù. Grazie, amico Escalo, per la tua gran bontà; c'è altro in serbo che ti gratificherà. Grazie, Bargello, per la tua cura e segretezza; ti affideremo incarico più dignitoso. Perdona, Angelo, chi ti ha portato la testa di Ragosino per quella di Claudio: ha in sé il suo perdono, questo peccato. Per voi, cara Isabella, ho una proposta che sarà molto per il vostro bene; e se le presterete orecchio consenziente ciò che è mio è vostro, e ciò ch'è vostro, mio. Portateci a palazzo, dove scoprirete, com'è giusto, le cose che ancora non sapete.

 

Escono tutti.

 

 

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