William Shakespeare - Il Teatro

 

Indice Teatro

 

Troilo e Cressida

(“Troilus and Cressida” - 1601)

 

 

Introduzione - Riassunto

Personaggi - Atto Primo

Atto Secondo - Atto Terzo

Atto Quarto - Atto Quinto

 

Introduzione

 

da Teatri di Vita

 

E' tra le opere meno rappresentate di Shakespeare, eppure è tra quelle più 'perfette' e moderne. Ma soprattutto Troilo e Cressida è quella con cui il teatro torna a confrontarsi nei momenti più drammatici. Perché si parla di guerra. Di guerra e d'amore. Con amarezza e disincanto sullo sfondo di un plumbeo orizzonte di distruzione.  Il dramma di Shakespeare è geniale e spietato. Scritto nel 1601, subito dopo Amleto, si addentra nelle viscere di un conflitto aspro e infinito, la guerra di Troia, in cui gli eroi del mito si svelano come fragili protagonisti di storie umanissime. Durante l'assedio assistiamo alla storia d'amore dei troiani Troilo e Cressida (quest'ultima figlia di Calcante, l'indovino che però, prevedendo la sconfitta, è passato ai nemici), con la laida mediazione di Pandaro. Ettore sfida i greci a un combattimento e i principi greci decidono di mandare Aiace per provocare l'invidia e la rabbia di Achille. Del resto Ettore e Cassandra insistono per riconsegnare Elena ai greci per far finire la guerra, ma Paride e Troilo rifiutano, e la guerra dovrà proseguire. A un certo momento le storie di guerra e d'amore si intrecciano pericolosamente. Calcante, infatti, ottiene da Agamennone uno scambio: i greci restituiranno un prigioniero ai troiani che in cambio consegneranno Cressida al padre. Gli innamorati sono così costretti a piegarsi alla ragion di stato e alle strategie belliche, giurandosi amore eterno. E mentre il duello tra Aiace e Ettore viene sospeso perché si scopre che sono lontanamente parenti, Troilo scopre a sua volta che Cressida ha dimenticato il giuramento e flirta con Diomede. La battaglia ormai infuria: Ettore uccide Patroclo, l'amante di Achille, che a sua volta uccide Ettore. E come finisce? Già, come finisce una guerra? Come può finire una guerra? Gelidamente, e davvero modernamente, Shakespeare lascia un finale aperto sul caos di una guerra in corso, di un amore disilluso, di mezzani e traditori che strisciano nell'ombra: un finale aperto su una Storia che ci ha mostrato come nessuna guerra possa davvero finire.

 

 

Misoginia di Shakespeare? (Troilo e Cressida, ancora)

 

da Cartuscelle


Il Troilo e Cressida passa per essere un testo misogino: senza dire di Elena, la famosa infedele intorno alla quale ruota la guerra di Troia che fa da sfondo al dramma, nella coppia dei due protagonisti la fedifraga è lei, Cressida, mentre l’uomo, Troilo, è fedele e costante, il prototipo anzi dell’amante fedele. Non mancano di conseguenza considerazioni e luoghi comuni sulla suggestionabilità del sesso femminile, non solo da parte dei personaggi maschili del dramma, ma anche da parte della stessa Cressida che nelle sue battute finali, consapevole del proprio tradimento, lo attribuisce, facendo propria la generalizzazione comune, alla debolezza del sesso cui appartiene (“Addio Troilo, dei miei occhi uno guarda ancora a te, ma l’altro guarda dove vuole il mio cuore. Povero nostro sesso, ecco la nostra debolezza…“)
In realtà tuttavia Shakespeare tratta la storia dei due amanti in modo molto più sottile della consapevolezza che ne hanno essi stessi e quanti li circondano sul palcoscenico.
Cressida è presentata all’inizio come una ragazza che - dice in un suo breve soliloquio - dell’amore teme soprattutto il mutamento che può sopraggiungere nell’atteggiamento dell’uomo una volta che questi abbia soddisfatto la sua brama di conquista. Presume che l’alta considerazione che l’innamorato ha del suo oggetto di desiderio possa cadere una volta che egli ne abbia il pieno possesso e che lui possa da allora trattarla da padrone. Per questo resiste a lungo prima di fidarsi e di cedere alla corte di Troilo - e Troilo (che invece ha solo la paura maschile di un qualche fallimento nella sua lungamente attesa performance) non manca di rassicurarla, quando lei gli confessa candidamente tale apprensione: naturalmete il suo amore sarà immutabile.
Tuttavia, all’alba dopo la loro prima (e unica) notte, noi vediamo che, benché dia ragione a Cressida che (come Giulietta) lamenta l’eccessiva brevità della notte, Troilo (a differenza di Romeo) col canto dell’allodola è fermamente e tranquillamente deciso a dedicarsi alle altre cose che lo attendono nella giornata. Lei vorrebbe accompagnarlo fin sulla porta, ma lui paternalisticamente la invita a “non prendere freddo” e a tornarsene a letto - non per riprendere l’amore, ma per riposarsi e dormire mentre lui si dedicherà alle altre faccende.

TROILO - Cara, non disturbarti: fa freddo fuori, stamattina.
CRESSIDA - Allora, dolce mio signore, chiamo mio zio che scenda ad aprire le porte.
TROILO - Non disturbarlo. A letto, a letto, spenga il sonno questi occhi belli, e ti prenda dolcemente i sensi come a un bambino vuoto di pensieri.
CRESSIDA - Allora buon giorno.
TROILO - Ti prego, torna a letto ora.
CRESSIDA - Sei stanco di me?
TROILO - O Cressida, se il giorno pieno di faccende, ridesto dall’allodola, non avesse già levato per l’aria le sue ribalde cornacchie; se la sognante notte non rifiutasse di proteggere ancora le nostre gioie, io non andrei via da te.
CRESSIDA - Troppo breve è stata questa notte.
TROILO - Sì, quella maledetta strega si attarda in infernali ore con i malvagi, ma fugge dagli abbracci d’amore con ali più rapide del pensiero. Sù, prenderai freddo, e sarà colpa mia.
CRESSIDA - Ti prego, rimani. Voi uomini non volete mai rimanere. O Cressida, che sciocca sei stata! Avrei dovuto ancora resisterti, e allora sì, saresti rimasto.

 

Quando, pochi minuti dopo, Cressida apprende dallo zio Pandaro di dover partire da Troia e separarsi da Troilo, la sua reazione sarà disperata: Non voglio! No, non ci vado. Non voglio andare via di qui! ripeterà tra i singhiozzi allo zio. Non le importa di suo padre né della faida dei troiani e dei greci: è pronta a dare via ogni cosa per Troilo. Ma Troilo, quando sopraggiunge, dà per scontata la separazione. Nemmeno per un attimo dice anche lui No, non voglio. Nemmeno per un attimo pensa di poter mettere Cressida e l’amore al di sopra degli affari di stato cui lo lega l'onore. Per quattro volte lei gli chiede: Ma devo proprio andare? e per quattro volte lui risponde che sì, che deve. La sola cosa che sa dirle è di essergli fedele. Glielo ripete con tanta insistenza da spingerla a dire: “Tu non mi ami“. Niente a che vedere insomma con la condivisa disperazione di Romeo e Giulietta, che - oltre a essere incuranti entrambi e dei Montecchi e dei Capuleti - al momento della separazione non si sognano nemmeno di mettere in campo il discorso della fedeltà, specchiandosi l’uno nell’amore dell’altra.

A questo punto occorre tenere conto che la guerra viene rappresentata in questo dramma come un gioco assurdo e funesto, in cui si combatte per il possesso delle donne e però ci si rifiuta di ascoltarle: Cassandra e Andromaca fanno vanamente sentire la loro voce, e vanamente essa fa risuonare le sue ragioni nell’animo di Ettore (Per quanto mi riguarda - dice Ettore in Consiglio - e per quanto nessuno abbia meno paura di me dei greci, pure, non c’è donna di più tenere viscere, più pronta a dire “che succederà?” di quanto non sia Ettore). Anche Ettore che vorrebbe la pace, alla fine, contro la propria stessa ragionevolezza e convinzione, contro il proprio sentimento, insiste nel portare avanti solo per punto d’onore la guerra che condurrà lui alla morte e Troia al disastro. Il gioco guerresco è presentato da Shakespeare come assurdo. Perciò appare in tutta la sua interna irragionevolezza l’assoluta lealtà di Troilo alle regole di quel gioco, nel cui nome accetta la separazione da Cressida - o alle quali lui la sacrifica, come se lei fosse non più un soggetto/complice, ma un suo oggetto personale - un oggetto, oltretutto, il cui possesso è faccenda che va trattata tra uomini (come il possesso di Elena). “Consegnando” Cressida a Diomede, che l’accompagnerà al campo greco, Troilo gli chiede di trattarla con onore. Ma Diomede, a sua volta pieno della medesima mascolina fierezza e spirito di rivalità, non accetta logicamente tale “affidamento”: lui, dice, la tratterà secondo le doti che lei dimostra e non perché glielo ingiunga Troilo, ché anzi se fosse per quello, la sua risposta sarebbe negativa. La storia d’amore già si è mutata a questo punto in una faccenda tra soli maschi: una questione di onore maschile, un pretesto per la rivalità maschile.
Insomma, la Cressida che poi, giunta nel campo dei greci accetta la corte di Diomede, è una donna delusa da Troilo. Di più: in qualche misura è una donna che si sente intimamente abbandonata da Troilo e nella quale Troilo stesso ha insinuato un tarlo sulla fedeltà, mostrando di considerarla una facile preda delle voglie dei greci. Così del resto non mancano di giudicarla tutti i maschi affamati di sesso del campo greco che le si affollano intorno a chiederle baci al suo arrivo: una preda. Il padre è come non ci fosse: non dice una parola né di accoglienza né d’altro. Accettare la “protezione” di Diomede che già conosce e che l’ha scortata è in fondo per Cressida anche un modo per evitare il peggio.
È Cressida la vera sconfitta d’amore. Così ce la mostra Shakespeare nell’ultima scena in cui appare. Troilo ha trasformato la sua delusione in rabbiosa fame di vendetta contro il rivale: fa ora coppia con lui come Menelao con Paride, in cerca ciascuno del proprio trionfo. Lei è una donna sola e avvilita, divisa in se stessa (non meno di come la vede Troilo dopo la scoperta del tradimento), che - dopo il breve sogno di una reciprocità di amore in un mondo di rivalità - si rassegna infine alla visione del suo sesso che domina nel contesto violento e rapace in cui vive.
Senza dubbio il sentimento misogino dominante in tutta la cultura antica fa sentire la sua presenza qui come in altri scritti shakespeariani (penso ai sonetti e alla dark lady). Tuttavia è anche vero che la straordinaria penetrazione dello sguardo di Shakespeare ci mostra in questo dramma anche tutte le circostanze che negano l’assunto o che per lo meno lo complicano, lo rendono discutibile e oggetto di riflessione. D’altra parte non si può dimenticare che in molte commedie, nella tragedia dell’Otello e poi nei romances della sua produzione finale (soprattutto Cimbelino e Raccondo d’inverno), l’ossessione maschile circa l’infedeltà delle donne viene rivelata da Shakespeare per quello che è: un’ ossessione appunto, un incubo, un tarlo fondato sulle proprie paure profonde, senza riscontro nella realtà.

 

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Riassunto

 

da Wikipedia

 

La tragedia è ambientata nel corso della guerra di Troia ed ha in pratica due intrecci distinti. In uno Troilo, un principe troiano, corteggia Cressida, fa l'amore con lei e le giura eterno amore poco prima che sia mandata dai Greci in cambio di un prigioniero di guerra. Quando tenta di andarla a trovare nell'accampamento greco, la sorprende in intimità con Diomede e decide che è solo una prostituta. Nonostante questo intreccio sia quello che dà il titolo all'opera, in realtà si risolve in poche scene: la maggior parte della tragedia ruota attorno ad un piano ordito da Nestore ed Odisseo per spingere l'orgoglioso Achille a scendere nuovamente in battaglia tra le file greche. L'opera si chiude con una serie di scontri tra i due schieramenti e la morte dell'eroe troiano Ettore.


I dubbi sul titolo
L'edizione In Quarto la etichetta come un'opera storica con il titolo di The Famous Historie of Troylus and Cresseid, ma il First folio la cataloga tra le tragedie con il titolo di The Tragedie of Troylus and Cressida. La confusione deriva dal fatto che nell'edizione originale del First Folio le pagine non sono numerate ed il titolo è manifestamente stato inserito a forza nell'indice. Basandosi su questa osservazione, gli studiosi ritengono che si tratti di un'aggiunta fatta al Folio in un momento successivo e che quindi sia stata inserita dove restava dello spazio disponibile.


Le fonti

La storia di Troilo e Cressida è un racconto di origine medievale e non è presente nella mitologia greca; Shakespeare tracciò la trama attingendo da varie fonti, in particolare dalla versione che del racconto fece Chaucer, ma anche dal Troy Book di John Lydgate e dalla traduzione di William Caxton del Recuyell of the Historyes of Troye.

La storia di Achille convinto a scendere in battaglia è tratta dall'Iliade di Omero (forse nella traduzione di George Chapman), e da varie rielaborazioni di epoca medievale e rinascimentale.

La storia era piuttosto popolare tra i drammaturghi dei primi anni del XVII secolo e Shakespeare potrebbe anche essersi ispirato ad alcune opere di autori a lui contemporanei. Anche il lavoro in due atti di Thomas Heywood The Iron Age tratta della guerra di Troia e della storia di Troilo e Cressida, ma non si sa con certezza se sia anteriore o successiva all'opera di Shakespeare. Inoltre Thomas Dekker e Henry Chettle scrissero una rappresentazione chiamata Troilus and Cressida all'incirca nello stesso periodo di Shakespeare, ma ne è sopravvissuto soltanto un frammentario abbozzo di trama.


La datazione e il testo
Si pensa che la tragedia sia stata scritta verso il 1602, poco dopo l'allestimento dell'Amleto. Fu pubblicata sotto forma di in quarto in due diverse edizioni, uscite entrambe nel 1609. Non si sa se l'opera sia mai andata in scena all'epoca della sua stesura, in quanto le due edizioni si contraddicono: una annuncia nella pagina che contiene il titolo che la tragedia era stata da poco rappresentata, mentre l'altra nella prefazione sostiene che non c'era mai stato alcun allestimento. L'opera fu iscritta nel registro delle opere possedute della Stationers Company il 7 febbraio 1603 dal libraio e tipografo James Roberts, con l'annotazione che era stata messa in scena dalla compagnia teatrale di Shakespeare, la Lord Chamberlain's Men. Tuttavia a quest'iscrizione fino al 1609 non fece seguito alcuna pubblicazione; fu nuovamente messa a registro il 28 gennaio 1609 dai due commercianti Richard Bonian e Henry Walley e nello stesso anno fu pubblicato il primo "in quarto" in due diverse versioni. La prima dice che la tragedia fu "recitata dai servi di Sua Maestà Reale al Globe"; la seconda omette di citare il Globe Theatre e riporta come prefazione una lunga lettera che afferma che Troilus and Cressida è "un nuovo spettacolo, mai portato sulle scene..."

Alcuni commentatori (come Georg Brandes, lo studioso danese di Shakespeare della fine del XIX secolo) hanno cercato di ricomporre queste affermazioni contraddittorie ipotizzando che l'opera sia stata originariamente scritta attorno al 1600-1602, ma che sia stata profondamente modificata poco prima della sua pubblicazione del 1609.

La tragedia si distingue per il suo carattere amaro e caustico, simile a quello delle opere che Shakespeare scriveva nel periodo tra il 1605 e il 1608, come Re Lear, Coriolano e Timone d'Atene. Secondo questa interpretazione la stesura originale somigliava più ad una commedia romantica sul modello di quelle che il bardo scrisse verso il 1600 come Come vi piace e La dodicesima notte, mentre la revisione successiva aggiunse le scene più cupe e buie con il risultato di lasciare una certa confusione di toni ed intenti.


Le fortune dell'opera
Il suo carattere abbastanza sconcertante e confuso ha fatto sì che raramente Troilo e Cressida sia stata popolare sulle scene e non si ricordano allestimenti né durante il corso della vita di Shakespeare né nel periodo che va dal 1734 al 1898. All'epoca della Restaurazione inglese fu duramente condannata da John Dryden, che la definì "un cumulo di spazzatura" e decise di riscriverla. Fu anche malvista in epoca Vittoriana per i suoi espliciti riferimenti di natura sessuale. Non venne mai rappresentata nella sua forma originale fino all'inizio del XX secolo ma, a partire da allora, la sua fama è andata costantemente crescendo grazie alla cinica descrizione che fornisce dell'immoralità e della disillusione dell'uomo. Tutto questo specialmente dopo la prima guerra mondiale. La sua popolarità raggiunse un picco negli anni'60 quando il pubblico malcontento per la guerra del Vietnam aumentò in maniera esponenziale. La sua ambientazione generale durante un lungo periodo di guerra, il cinico infrangere i giuramenti dei personaggi e e la mancanza di moralità di Cressida e dei Greci colpirono molto il pubblico, favorendo la frequente messa in scena dell'opera, che evidenziava l'abisso che separa gli ideali dallo squallore della realtà.

 

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Troilo e Cressida

(“Troilus and Cressida” - 1601)

 

 

Personaggi

 

Troiani
PRIAMO, re di Troia
ETTORE, figlio di Priamo
PARIDE, figlio di Priamo
DEIFOBO, figlio di Priamo
ELENO, sacerdote, figlio di Priamo
TROILO, figlio di Priamo
MARGARELLONE, bastardo, figlio di Priamo
ENEA, comandante troiano
ANTENORE, comandante troiano
PANDARO, principe, zio di Cressida
CALCANTE, padre di Cressida, passato ai Greci
ALESSANDRO, servo di Cressida
ANDROMACA, moglie di Ettore
CRESSIDA
CASSANDRA, figlia di Priamo, profetessa
Servi di Troilo, un ragazzo e un uomo
Servo di Paride, Soldati, gente del seguito

 

Greci
AGAMENNONE, comandante in capo dei Greci
MENELAO, re di Sparta, fratello di Agamennone
ULISSE, comandante greco
ACHILLE, comandante greco
AIACE, comandante greco
NESTORE, comandante greco
DIOMEDE, comandante greco
PATROCLO, compagno di Achille
TERSITE
ELENA, moglie di Menelao, compagna di Paride a Troia

Servo di Diomede, Soldati, Mirmidoni, gente del seguito

 

 

 

atto primo - scena prima

 

Entra il Prologo in armi.

 

PROLOGO
Troia è la scena. Dalle isole di Grecia i principi orgogliosi, di fuoco il sangue nobile,
ad Atene hanno spedito navi cariche di quello che bisogna a una guerra senza quartiere.

Sessantanove teste coronate salpano dalla baia d'Atene, loro meta la Frigia,

giuramento abbattere Troia, nelle cui salde mura Elena, la rapita moglie di Menelao,
dorme con Paride lascivo: per questo è guerra.
A Tenedo è lo sbarco, lì vomita la flotta dal suo capace ventre il carico cruento.
Ora sulla dardanica pianura, i rilucenti e ancora intatti Greci piantano i loro fieri padiglioni.
Ma le sei porte serra la città di Priamo, chiude Dardana e Timbria, Eliade e Chetade, Troade e Antenoride con massicce sbarre, attorno ai figliuoli di Troia.

Dall'una e l'altra parte ora gli animi inquieti solo l'attesa attizza;
tutti, Greci e Troiani, mettono in gioco tutto cio che hanno.

Ed io qui mi presento, Prologo armato, non per sostenere la penna dell'autore, la voce degli attori, ma, in piena concordia col soggetto, per dirvi, cortesi spettatori, che il dramma salterà le iniziali schermaglie della guerra per cominciare nel mezzo, e poi passare a quello che in teatro puo essere ospitato.
Vi piaccia o no, a voi sarà la scelta: vincere o perdere è il bello della guerra.

 

Esce.

 

Entrano Pandaro e Troilo

 

TROILO
Chiamate il mio scudiero - che mi ritolga le armi. Io battermi fuori delle mura di Troia quando ho dentro la battaglia più dura? Al campo ci corra ogni Troiano che è ancora padrone del suo cuore - Troilo del suo non lo è più.

PANDARO
Non si risolverà mai questo groviglio?

 

TROILO
I Greci sono forti, nella forza astuti, nell'astuzia feroci, nella loro ferocia valorosi - e io? più debole d'una donna lagrimosa, più mite del sonno e più allocco dell'ignoranza, meno valente d'una vergine la notte, meno esperto dell'inesperta infanzia.

PANDARO
È un bel pezzo che ne stiamo a parlare; per me basta così. Solo: chi vuole col grano fare una focaccia deve aspettare la macinatura.

TROILO
E non ho forse aspettato, io?

PANDARO
Sì, ma solo la macinatura - c'è anche la setacciatura.

TROILO
E non ho forse aspettato, io?

PANDARO
Sì, la setacciatura - ma c'è anche la lievitazione.

TROILO
Anche questa ho aspettato.

PANDARO
Sì, la lievitazione, ma in questo verbo attendere ci sono anche l'impastatura, la panificazione, il riscaldamento del forno, la cottura. Ancora non basta, devi aspettare che raffreddi o sai che sbruciacchiatura di labbra!

TROILO
La Pazienza in persona, che vedi un po' è una dea, il dolore lo sopporta molto meno di me. Mi capita nel mezzo di un pranzo accanto a Priamo, che di colpo nella testa m'entra la bella Cressida - ma ho detto "entra", lo vedi come mento? Che, forse, ne è mai fuori?

PANDARO
Dio, come faceva colpo ieri sera, tutta una luce come mai s'è vista splendere una donna.

TROILO

Stavo proprio per dirtelo: il mio cuore, penosamente oppresso da un sospiro, stava per spaccarsi in due - io, per evitare che Ettore o mio padre s'avvedessero, simile al sole che stenta nel cielo procelloso, seppellii il mio sospiro nella piega di un sorriso. Ma la mestizia che alloggia in una parvenza d'allegria è come euforia che il destino muta in una pena improvvisa.

PANDARO
Se i capelli non li avesse un tantino più scuri di quelli di Elena - ma via, lasciamo perdere, non ci sarebbe neanche da paragonarle. Ora basta davvero: lei è mia nipote e non vorrei, per questo, dirne troppo bene... vorrei soltanto che qualcuno l'avesse sentita parlare ieri sera, ecco tutto. Non vorrei sottovalutare l'arguzia di tua sorella Cassandra, ma...

TROILO
Oh Pandaro, Pandaro, se ti dico che sott'acqua giace ogni mia speranza non mi chiedere a che profondità.

Se ti dico che son folle d'amore per Cressida, no, non rispondermi "È stupenda". Se fai così versi sull'ulcera aperta del mio cuore i suoi occhi, i suoi capelli, le guance, il portamento, la voce: le tue parole toccano quella sua mano al cui confronto il bianco più splendido è un inchiostro buono a scrivere la propria oscurità; la cui soffice stretta fa sembrar ruvida la lanugine del cigno e il tatto più sensibile ottuso e duro come il palmo incallito del bifolco. Questo tu mi dici, come mi dici "è vero", quando ti dico che l'amo. Così tu parli e immergi, invece che olio curativo, in ogni ferita che l'amore m'ha inferto, il pugnale che l'ha aperta.

PANDARO
Dico solo la verità

TROILO
Non credo tutta.

PANDARO
Giuro, non voglio più impicciarmene. Sia come sia, se è bella, meglio per lei; se no, di rimedi ne vendono a bizzeffe.

TROILO
Pandaro, buon Pandaro, non fare così!

PANDARO
Fatico e fatico e questo è il risultato! Lei mi disprezza, tu pure. Corri, ti dai da fare per rappattumare la situazione, nessuno che ti dica"grazie".

TROILO
Con chi ce l'hai, Pandaro, con me?

PANDARO
Siccome si tratta di mia nipote ecco che tutti dicono che Elena è più bella. Non fosse mia parente sarebbe più bella lei di venerdì che Elena la domenica. Ma che m'importa, fosse anche negra, io me ne stropiccio.

TROILO
Ho forse detto che non è bella?

PANDARO
Che tu lo dica o non lo dica non m'interessa punto. Io dico che è stata una bella sciocca a non seguire suo padre dai Greci. Dovrebbe andarci anche lei, e glielo voglio dire la prima volta che la vedo. Ma te lo ripeto, in questa faccenda non mi ci immischio più.

TROILO
Pandaro...

PANDARO
Basta, basta.

TROILO
Pandaro, dolce Pandaro...

PANDARO
Fammi il santo favore, basta parlarne; lasciamo tutto come prima e mettiamoci sopra un bel pietrone.
 

Esce.

Suoni d'allarme.

TROILO
Silenzio, chiasso sguaiato! Basta, suoni brutali! Pazzi, da tutt'e due le parti; sì, Elena è bella se ogni giorno vi dissanguate per rifarle il trucco! Per questo motivo non so combattere. È causa troppo triviale per la mia spada. Ma tu, Pandaro - oh dei, che cosa m'infliggete! La via che porta a Cressida passa per Pandaro e lui è così restio a lasciarsi sedurre a sedurla come lei resta dura, casta se la supplico. Apollo, dimmi, se davvero ami la tua Dafne, chi è Cressida, chi Pandaro, chi tutti noi. Letto di Cressida è l'India - lì giace la perla, lei. Qui siamo a Troia e fra noi e lei fingiamo ci sia un mare selvaggio e molto infido; io faccio il mercante, questo Pandaro è vela alla mia incerta speranza, è la mia nave, la mia sola scorta.

Suoni d'allarme.

Entra Enea.

ENEA
Qui, principe Troilo? E perché non sul campo?

TROILO
Perché non ci sono. Sì, ti risponde una donna, proprio perché è da donna non essere sul campo. C'è qualcosa di nuovo oggi dalla battaglia?

ENEA
S'è dovuto ritirare Paride, ferito.

TROILO
Da chi?

ENEA
Da Menelao.

TROILO
Che Paride sanguini, è uno sgraffio da scorno - Menelao l'ha trafitto col suo corno. Suoni d'allarme.

ENEA
Senti come si folleggia oggi, fuori delle mura!

TROILO
E dentro anche di più, se "desidero" diventasse "posso". Ma è tempo di uscire a divertirsi. Ci stavi andando, no?

ENEA
A spron battuto.

TROILO
Allora ci faremo compagnia.

 

Escono.

 

 

 

atto primo - scena seconda

Entrano Cressida e il suo servo Alessandro.

CRESSIDA
Chi erano quelle?

ALESSANDRO
La regina Ecuba ed Elena.

CRESSIDA
Dove vanno?

ALESSANDRO
Alla torre di levante, quella dalla cui sommità si domina la valle, a veder la battaglia. Ettore, la cui pazienza è costante come una virtù, oggi era fuori di sé - se l'è presa con Andromaca, le ha date all'attendente, poi, come se in guerra convenisse la frugalità, sul far dell'alba s'è alzato, s'è armato alla leggera ed è partito per il campo dove ogni fiore diventato un profeta ha pianto prevedendo cosa la sua ira avrebbe fatto.

CRESSIDA
Cos'è che l'ha fatto arrabbiare?

ALESSANDRO
Si dice questo: in mezzo ai Greci c'è un principe di sangue troiano, cugino d'Ettore, che ha nome Aiace.

CRESSIDA
Allora, che si dice di lui?

ALESSANDRO
Che è un uomo senza pari, che sta in piedi da sé.

CRESSIDA
Non lo fanno tutti, tranne gli sbronzi, gli invalidi o chi non ha più gambe?

ALESSANDRO
Quest'uomo, mia signora, sapeste a quanti animali ha sottratto le loro peculiarità. È valoroso come un leone, rude come l'orso, maestoso come l'elefante: è un uomo in cui la natura ha talmente stipato tutti gli umori che in lui il valore tiene della follia e la follia è condita con il buonsenso. Possiede un pizzico d'ogni virtù e non c'è vizio di cui non abbia macchia. È melanconico senza alcun motivo e allegro a sproposito; è un'associazione di tutte le cose, ma così dissociato che si potrebbe definirlo un Briareo gottoso, tutto braccia senza che possa muovere un dito, o un Argo orbo, tutto occhi e niente vista.

CRESSIDA
Ma Ettore si arrabbia per uno così, che a me fa venir da ridere?

ALESSANDRO
Si dice che ieri sera Aiace si sia scontrato con Ettore in battaglia e l'abbia sbattuto a terra e che Ettore, da allora, per la rabbia e la vergogna, non mangi e non chiuda più occhio.

CRESSIDA
Chi è che viene?

ALESSANDRO
Vostro zio Pandaro, signora.

Entra Pandaro.

CRESSIDA
Ettore è davvero un uomo gagliardo.

ALESSANDRO
Come nessun'altro, signora.

PANDARO
Allora, che bolle in pentola?

CRESSIDA
Buon giorno, zio Pandaro.

PANDARO
Buon giorno, nipote Cressida. Allora, di che state parlando? Buon giorno, Alessandro. Come stai nipotina? Sei stata a palazzo?

CRESSIDA
Stamattina, zio.

PANDARO
Di che stavate parlando quando sono arrivato? Ettore s'era già armato ed era andato a combattere prima che tu arrivassi a palazzo? Elena s'era già alzata?

CRESSIDA
Ettore se n'era già andato, Elena non s'era ancora alzata.

PANDARO
Già: Ettore s'è alzato prestissimo.

CRESSIDA
Di questo stavamo parlando, e della sua rabbia.

PANDARO
Era proprio arrabbiato?

CRESSIDA
Così dice lui.

 

Esce Alessandro.

PANDARO
È vero, e io ne conosco anche il motivo. Oggi farà una strage, glielo dico io, e Troilo non gli sarà da meno. Tengano gli occhi aperti su Troilo e vedranno, glielo dico io.

CRESSIDA
Perché? è fuori di sé anche lui?

PANDARO
Chi? Troilo? Troilo è il migliore dei due.

CRESSIDA
Oh Giove! Non c'è confronto.

PANDARO
Cosa? Fra Ettore e Troilo? Sei capace di riconoscere un uomo vero a vista?

CRESSIDA
Come no! se l'ho già visto prima.

PANDARO
E dunque! Troilo è Troilo, te lo dico io.

CRESSIDA
Siamo d'accordo allora! Anch'io sono sicura che Troilo non è Ettore.

PANDARO
Vero, ed Ettore non è Troilo, per certi aspetti.

CRESSIDA
Il che si applica a entrambi - ciascuno di loro è se stesso.

PANDARO
Se stesso? Ahimè, povero Troilo! Magari lo fosse.

CRESSIDA
Ma via, per forza lo è.

PANDARO
Questo è vero com'è vero che sono andato in India a piedi nudi.

CRESSIDA
Certo lui non è Ettore.

PANDARO
Lui è se stesso? No, non è se stesso, magari lo fosse! Ma gli dei, si sa, stanno lassù, e il tempo guarisce o finisce. Povero Troilo, beh, vorrei che il mio cuore l'avesse in corpo lei... No, Ettore non è più in gamba di Troilo.

CRESSIDA
Col tuo permesso...

PANDARO
Ettore è più vecchio.

CRESSIDA
Scusa, scusa un momento...

PANDARO
Certo, l'altro non è ancora arrivato al dunque, ma tu me la conterai diversa quando ci arriverà. E poi Ettore non avrà mai la sua intelligenza.

CRESSIDA
Perché dovrebbe averne bisogno, ha la sua.

PANDARO
Né le sue qualità.

CRESSIDA
Poco importa.

PANDARO
Né la sua bellezza.

CRESSIDA
Non gli si confarebbe, gli sta meglio la sua.

PANDARO
Non hai discernimento, nipotina. Elena in persona, l'altro giorno, giurava che Troilo per esser moretto, perché moretto è, va riconosciuto, ma poi neanche tanto...

CRESSIDA
Neanche tanto, ma moretto.

PANDARO
Se vuoi la verità, lui è e non è moretto.

CRESSIDA
Se vuoi la verità, è vero e non vero.

PANDARO
Elena stessa disse che il suo colorito era più bello di quello di Paride.

CRESSIDA
E sì che Paride di colorito ne ha abbastanza.

PANDARO
Sì sì.

CRESSIDA
Allora vuol dire che Troilo ne ha più del dovuto. Se Elena l'ha lodato più di Paride, allora Troilo è più colorito; e se uno ha il colorito giusto, e l'altro ne ha di più, allora la lode di Elena è troppo infiammata per un buon colorito. È come se quella lingua d'oro di Elena avesse elogiato Troilo perché ha un bel naso paonazzo.

PANDARO
Dai retta a me, a Elena piace più lui che Paride.

CRESSIDA
Allora è proprio una Greca allegra.

PANDARO
È come dico. L'altro giorno gli si è avvicinata sulla veranda - tu lo sai, Troilo sul mento avrà in tutto tre o quattro peli...

CRESSIDA
Certo, l'aritmetica di un oste basterebbe a tirar la somma.

PANDARO
Beh, è molto giovane, e tuttavia quando solleva i pesi è lì lì per battere suo fratello Ettore.

CRESSIDA
Così giovane e già così lesto di mano?

PANDARO
Ma per provarti che Elena lo ama: dunque, gli si fa vicina e la sua bianca mano gli tocca lo spacchetto del mento...

CRESSIDA
Per Giunone! e come se l'è spaccato?

PANDARO
Via, lo sai bene che ha la fossetta: in tutta la Frigia non ce n'è uno cui stia così bene il sorriso.

CRESSIDA
Ah sì, a sorridere è proprio valente.

PANDARO
Non è vero, forse?

CRESSIDA
Sì, come una nuvola d'autunno.

PANDARO
Sì, scherza pure! Ma per provarti che Elena ama Troilo...

CRESSIDA
Oh, Troilo ci starebbe a quella prova, se vuoi provarlo così.

PANDARO
Troilo? Ma se la stima quanto io un uovo marcio.

CRESSIDA
Se un uovo marcio ti attrae quanto ti attrae una testa marcia, finirà che ti pappi i pulcini nel guscio.

PANDARO
Non ce la faccio a non ridere quando penso a come gli faceva il solletico sul mento; ha una mano lei che è un miracolo di candore, lo devo proprio confessare...

CRESSIDA
Anche senza tortura.

PANDARO
E non le viene la voglia di trovarci un pelo bianco su quel mento?

CRESSIDA
Povero mento! Ha più peli una verruca.

PANDARO
Dio che ridere! La regina Ecuba rideva da piangere.

CRESSIDA
Eh sì, da piangere macigni!

PANDARO
E come rideva Cassandra!

CRESSIDA
Certo il fuoco sotto la pentola dei suoi occhi era più basso, oppure rideva anche lei fino a piangere?

PANDARO
Ettore, anche lui rideva.

CRESSIDA
E perché ridevano tanto?

PANDARO
Diamine, per quel pelo bianco che Elena aveva trovato sul mento di Troilo.

CRESSIDA
Fosse stato verde avrei riso anch'io.

PANDARO
Ma non ridevano tanto del pelo quanto per come lui le ha risposto.

CRESSIDA
E che cosa ha detto?

PANDARO
Dice lei: "Hai cinquantadue peli sul mento e uno è bianco".

CRESSIDA
Questo lo dice lei.

PANDARO
Esatto. Nessun dubbio. "Cinquantadue peli - risponde lui - e uno è bianco. Quello è mio padre, gli altri son tutti suoi figli". "Per Giove", continua allora lei, "e quale di questi è mio marito Paride?" "Quello biforcuto", ribatte lui, "strappalo e regalaglielo". E tutti si misero a ridere. Elena arrossì, Paride s'arrabbiò; e tutti a ridere tanto che è impossibile raccontarlo.

CRESSIDA
Bene, non raccontarlo, l'hai tirata fin troppo in lungo.

PANDARO
Bene, nipote. Ieri ti ho detto una cosa, pensaci su.

CRESSIDA
Ci penso.

PANDARO
Ti giuro che è vero: piange per te come se fosse nato sotto un acquazzone d'aprile.

CRESSIDA
E io germoglierò per le sue lacrime come un'ortica prima di maggio. Suona la ritirata.

PANDARO
Ascolta! tornano dal campo. Fermiamoci qui a vederli passare mentre vanno al palazzo. Sta' qui con me, nipotina, resta qui, dolce Cressida.

CRESSIDA
Come vuoi tu.

PANDARO
Qui, qui, che è un posto magnifico, qui si vede magnificamente. Per filo e per segno te li indicherò man mano che ci passano davanti - ma più di tutti, attenta a Troilo.

CRESSIDA
Abbassa un po' la voce.
Enea attraversa la scena.

PANDARO
Quello è Enea. Non è un vero eroe? È uno dei fiori di Troia, giuraddio lo è. Ma attenta a Troilo, adesso arriva.

 

Passa Antenore.

CRESSIDA
Quello chi è?

PANDARO
È Antenore, uomo dalla testa fina, credi a me, di pasta buona; di lui, come di pochi, a Troia ci si puo fidare, e poi è prestante. Ma dov'è Troilo? Un attimo, te lo farò vedere: quando mi vedrà, osserva bene l'ammicco che mi farà.

CRESSIDA
Ti farà un ammicco?

PANDARO
Aspetta e vedrai.

CRESSIDA
Allora sarai ancora più micco.


Passa Ettore.

PANDARO
Ecco qua Ettore, eccolo, eccolo, guarda: quello sì è un uomo! Forza, forza Ettore! Guarda un eroe, nipotina! Oh prode Ettore! Guarda se non è bello! - E che portamento! Non è un tipo in gamba?

CRESSIDA
Sì, un tipo in gamba.

PANDARO
Vero? Basta guardarlo e ti si apre il cuore. E guarda che ammaccature ha lì sull'elmo! Guarda, le vedi? Son mica bazzecole, quelle; guarda guarda: son colpi che chi li ha, si dice, se li tiene: quelle sì che son botte!

CRESSIDA
Colpi di spada?

PANDARO
Spada o altro gliene importa assai. Gli fosse addosso il diavolo sarebbe pari e patta. Per l'occhio di Dio, ti si scalda il cuore. Ecco che viene Paride, eccolo là, Paride.


Passa Paride.


Guarda un po', nipotina, se non è anche lui un bel campione, non ti pare? Proprio un bel campione! Chi ha detto che oggi è tornato a casa ferito? Macché ferito. Ah, Elena se ne rallegrerà, non ti pare? Ma ora vorrei che si vedesse Troilo! Vedrai che adesso arriva.


Passa Eleno.

CRESSIDA
E quello?

PANDARO
È Eleno. Mi chiedo dove sia finito Troilo. Quello è Eleno. Forse oggi non è andato al campo. È Eleno quello lì.

CRESSIDA
Combatte anche Eleno, zio?

PANDARO
Eleno? No... Beh, si batte alla bell'e meglio. Mi chiedo dov'è Troilo. Ascolta, non stanno forse gridando "Troilo, Troilo"? È un sacerdote, Eleno.

CRESSIDA
Chi è quello che va come di soppiatto?


Troilo attraversa la scena.

PANDARO
Dove? Là? È Deifobo. No, è Troilo! Che uomo, nipote mia! Evviva! Ardimentoso Troilo, principe della cavalleria!

CRESSIDA
Zitto, vergogna, zitto!

PANDARO
Considerarlo devi, osservarlo bene. Audace Troilo! Ma dagli un po' un'occhiata, nipotina. Guarda di quanto sangue gronda la sua spada, quanti colpi ha sull'elmo, più di Ettore; guardane la figura, il portamento! Che giovane stupendo, e ancora non ha ventitré anni: avanti Troilo, avanti! Avessi per sorella una Grazia, per figlia una dea, gli lascerei la scelta. Che uomo ammirevole! Paride? Paride, in confronto, è spazzatura. Scommetto che Elena darebbe un occhio per fare il cambio. Passano dei soldati semplici.

CRESSIDA
Eccone ancora.

PANDARO
Asini, buffoni, pagliacci! Pula e crusca, pula e crusca! Brodaglia dopo carne di prima scelta! Potrei vivere e morire guardando in viso Troilo. Su, che guardi a fare? Le aquile sono passate, e questa è la parata dei corvi e delle cornacchie! Preferirei essere Troilo piuttosto che Agamennone e tutti quei di Grecia!

CRESSIDA
Ma fra i Greci c'è Achille, e vale più di Troilo.

PANDARO
Achille! Sì, un carrettiere, un facchino, Dio che cammello!

CRESSIDA
Sarà, sarà.

PANDARO
Macché sarà! Ma tu, hai discernimento? Li sai usare gli occhi? Un uomo, lo sai che è? Non sono forse natali, bellezza, prestanza, eloquenza, virilità, sapienza, gentilezza, virtù, giovinezza, liberalità e cose simili, il sale e le spezie che insaporiscono un uomo?

CRESSIDA
Sì, un uomo affettato e poi da metter nel forno ma senza aggiunta di frutta, perché la sua frutta l'ha già sfruttata.

PANDARO
Sei un bel tipo! Non si sa mai come ti metti né che armi conti di usare contro le mie battute.

CRESSIDA
Mi metto così di schiena, per difendere il mio pancino; conto sull'astuzia, per difendere i miei capricci; sulla mia segretezza, per difendere il mio onore; mi metto la maschera per difendere la mia bellezza; e conto su di te, per difendere tutto questo. Adotto tutte queste posizioni di guardia, e tengo mille occhi aperti.

PANDARO
Dinne una, delle tue posizioni di guardia.

CRESSIDA
Per cominciare, mi guardo da te; anzi, questa è una delle mie posizioni principali. Se non posso difendere cio che non voglio che sia colpito, almeno posso impedire che tu vada in giro a dire come ho incassato il colpo; a meno che non si gonfi così che non si puo più nascondere, perché allora, beh, mi resterebbe poco da stare in guardia.

PANDARO
Sei davvero un bel tipo, vai!

Entra il paggio di Troilo.

PAGGIO
Signore, il mio padrone vorrebbe parlarvi subito.

PANDARO
Dove?

PAGGIO
A casa vostra, è lì che si toglie l'armatura.

PANDARO
Bene, ragazzo, digli che arrivo.


Esce il paggio.


Temo che l'abbiano ferito. Addio, nipotina.

CRESSIDA
Arrivederci, zio.

PANDARO
Torno presto da te, nipote mia.

CRESSIDA
Per portarmi cosa, zio?

PANDARO
Vedrai, un pegno d'amore di Troilo.

 

Esce.

CRESSIDA
E proprio per questo sei un ruffiano. Parole, voti, doni, lacrime, il sacrificio pieno dell'amore lui offre per conto di un altro; ma in Troilo io vedo mille volte più di quello che si specchia nelle lodi di Pandaro. Però resisto. Quando son corteggiate, le donne sono angeli, ma men che niente valgono quando si sono date; la gioia è solo nel farlo. La donna amata non sa nulla se non sa questo: a quello che non hanno gli uomini danno più valore di quello che ha. Non è ancora nata la donna che ricordi sempre che l'amore non è mai così dolce come quando è corteggiamento. E quindi v'insegno questa massima dell'amore: "Chi ha fatto, comanda; chi non ha fatto supplica". Quindi anche se il cuore ho certo del mio amore neanche un istante lo mostreranno gli occhi.

 

Esce.

 

 

 

atto primo - scena terza

 

Fanfara.

Entrano Agamennone, Nestore, Ulisse, Diomede, Menelao e altri comandanti greci.
 

AGAMENNONE
Principi, quale rovello vi ha colorato le guance d'itterizia? Le grandi prospettive che la speranza apre a ogni disegno ideato quaggiù mai sono pari alle promesse avute. Incidenti si generano, disastri dentro le vene delle più nobili azioni - come per l'ingorgarsi di diverse linfe crescono nodi che infettando il pino più sano, distorcono l'essenza dal retto sviluppo. No, principi, non è per noi una novità esser delusi molto nelle nostre speranze dacché sette anni già dura l'assedio e le mura di Troia sono ancora in piedi. Ogni impresa degli anni passati di cui dicono le cronache ha subìto rovesci e scarti di un destino avverso, e nell'attuarsi si è separata dal piano originale e dall'incorporea figura del pensiero che plasmò la sua prima forma. Perché, allora, principi, con volti contriti abbassate gli occhi davanti alle nostre azioni e le giudicate vergognose? Esse non sono altro che le prove dilatorie con cui il sommo Giove saggia la pazienza perseverante degli uomini, un metallo il cui pregio reale non va calcolato dal favore della Fortuna. No, perché allora coraggioso e codardo, saggio e stolto, colto e incolto, forte e debole, sembrano tutti di una pasta. Ma è quando la fortuna si corruccia in tempesta che allora, solo lì, d'impeto scuote ogni cosa il soffio sventagliante della differenza e liquida via l'effimero - soltanto quello che ha massa o sostanza genuina resta lì intatto, ricco d'intrinseca virtù.

NESTORE
Grande Agamennone, con ogni rispetto dovuto pel tuo divino rango, Nestore farà una chiosa a quello che per ultimo hai detto. L'uomo è tale quando soffia malora. Se il mare è calmo, barchette da due soldi traversano il suo seno paziente, osando battere la rotta dei più forti navigli! Ma appena quel farabutto Borea stuzzica Teti gentile, allora vedi la nave dalle costole robuste tagliare le liquide montagne balzando fra i due umidi elementi come il cavallo di Perseo. E dov'è ora quel guscetto smargiasso i cui deboli fianchi mal fasciati osavano competere coi grandi? È riparato in tutta fretta in porto o ha fatto da spuntino al gran Nettuno. E così che l'apparenza del valore e il valore si differenziano nelle tempeste della sorte, perché quand'essa coi suoi raggi risplende il gregge teme il tafano più di una tigre; ma quando il vento tagliente mette in ginocchio la nodosa quercia e le mosche scappano al riparo, il coraggioso allora, acceso dalla furia, con la furia consòna e s'accorda al registro della fortuna avversa e le risponde a tono.
 

ULISSE
Agamennone gran comandante, nerbo e ossatura della Grecia, cuore del nostro esercito, anima e spirito unico in cui dovrebbero chiudersi umori e idee di tutti noi, ascolta quello che dice Ulisse. Oltre all'applauso e all'approvazione che, o tu potentissimo per comando e rango, (a Nestore) e tu reverendissimo per la tua lunga vita, io qui tributo ai vostri due discorsi - tali che, mio signore, le mani della Grecia dovrebbero innalzare il tuo nel bronzo; mentre il tuo, Nestore, venerabile, cesellato in argento, dovrebbe, con un legame d'aria, ma forte come l'asse su cui ruota il cielo, congiungere ogni orecchio greco alla sua saggia lingua - vogliate tuttavia, tu grande e tu saggio, degnarvi di ascoltare Ulisse.

AGAMENNONE
Parla, Principe d'Itaca: non è facile che schiuda la tua bocca materia vana, non importante eloquio, così come non è facile dalla bocca d'inferno di Tersite laido udire armonia, intelligenza e oracoli.

ULISSE
Troia, che ancora è salda in piedi, sarebbe già in rovina, e orfana di mano vedremmo la spada del grande Ettore se non per i seguenti motivi. Il principio sull'autorità è stato trascurato, e quante sono le tende greche che inutili stanno su questa pianura, tante sono le inutili fazioni. Quando l'autorità non è più l'alveare cui tutte le api operaie fanno capo, che miele ci si puo aspettare? Se la gerarchia è mascherata, i più indegni fan bella figura anch'essi nella mascherata generale. I cieli stessi, i pianeti, e questa terra ch'è centro di ogni cosa, rispettano grado, priorità, rango, stabilità, corso, proporzione, tempo, forma, dovere e fedeltà col massimo rigore. Per questo l'astro glorioso, Sole, troneggia col suo globo in nobile eminenza nel mondo celestiale - e il suo occhio benefico corregge l'influsso dei pianeti maligni, e come il proclama d'un re arriva senza fallo a buoni e a cattivi. Ma se i pianeti si mischiassero a caso in maligno disordine, quali pestilenze, mostruosità, rivolte, tempeste marine e terremoti, turbini di vento, terrori, mutazioni, orrori, spaccherebbero, frantumando e sradicando, l'unità e il sereno connubio dei ceti dal loro saldo posto! Quando la gerarchia è scossa, che è la scala ad ogni grande impresa, l'azione volge a male. Le comunità, i ranghi nelle scuole, le corporazioni, il pacifico commercio fra terra e terra, la primogenitura e il diritto di nascita, le prerogative dell'età, della corona, degli scettri, degli allori, come potrebbero, senza gerarchia, conservare il timbro del legittimo? Si spezzi la gerarchia, si porti a dissonare quella corda, e sentirete quale discordia seguirà! Tutto litigherà con tutto, l'acqua dall'alveo strariperà oltre riva e il solido globo ridurrà a fanghiglia; la forza asservirà la debolezza, il figlio violento ucciderà il padre, forza e giustizia sarà una cosa sola - anzi, il giusto e il torto, il cui eterno litigio è controllato dalla giustizia, perderanno i nomi, e la giustizia il suo. Tutto avrà nome potere, e il potere volontà, e la volontà desiderio, e il desiderio, lupo universale, assecondato doppiamente dalla volontà e dal potere farà dell'intero universo la sua preda per poi, alla fine, divorar se stesso. Grande Agamennone, quando la gerarchia è soffocata è questo il caos che segue lo strangolamento, e l'abbandono della gerarchia è tale che ogni ascesa diventa inarrestabile discesa: il generale è disprezzato dal suo sottoposto, questi da chi gli sta sotto, e quest'ultimo da chi lo segue: e così ogni grado, sull'esempio del primo che sia insofferente del superiore, è colto da una febbre di pallida e spossante emulazione. E questa è la febbre che tiene Troia in piedi, non il suo nerbo. Per farla corta, Troia si regge perché siamo deboli noi, non perché è forte.

NESTORE
Con grande saggezza Ulisse ha indicato la febbre di cui questo nostro potere soffre.

AGAMENNONE
Ulisse, trovata la malattia, qual è la cura?

ULISSE
Il grande Achille, che l'opinione comune esalta nerbo e braccio del nostro esercito, pieni gli orecchi della sua aerea fama, s'innammora del proprio merito, e riposa nella sua tenda, facendosi scherno di tutti i nostri piani. Con lui c'è Patroclo, che su un pigro letto, passa tutto il giorno a inventare lazzi sconci, e con gesti ridicoli e sguaiati che lui, impudente, chiama imitazione, di noi tutti fa una grande farsa. A volte, grande Agamennone, impersona il tuo smisurato potere, e come un attore vanaglorioso la cui presunzione sta tutta nei garretti, e che si gloria tutto nell'udire il legnoso dialogo tra il suo goffo andirivieni e l'assito, recita la tua grandezza sì da sembrar pietoso e più che esagerato; quando parla sembra una campana fessa, quel che dice è così rozzo da sembrare iperbolico sulla lingua del ruggente Tifone. E, di fronte a questo guitto, Achille grande e grosso stravaccato sul suo letto sfatto, si mette ad applaudire con risatacce sonore e grida: "Bravissimo! È Agamennone sputato! Ora fammi Nestore, schiarisciti la gola e accarezzati la barba come fa lui quando sta per parlare". E Patroclo lo fa, avvicinandosi al suo modello quanto due parallele fra loro, e gli somiglia quanto Vulcano è simile a sua moglie. Ma il divo Achille è ancora lì che grida: "Bravissimo! È Nestore sputato! E ora fallo quando deve alzarsi di notte e prendere le armi per un allarme improvviso". Ecco che gli acciacchi dell'età diventano oggetto di divertimento, e lui tossisce, sputa, brancica con mani malferme la gorgiera e non gli riesce mai d'allacciarla. E lì di fronte c'è Ser Valore tutto sbellicato: "Basta Patroclo, oppure fammi costole d'acciaio che le mie non reggono a questo grande ridere". Così ogni nostra abilità, virtù, forma, natura, ogni talento di ognuno e di tutti, le nostre gesta, i nostri piani, ordini, difese, incitamenti a battersi, trattative, vittorie, sconfitte, tutto cio che è o che non è diventa oggetto di beffa per quei due.


NESTORE
E molti altri si sono infettati imitando quei due cui l'opinione di tutti, come dice Ulisse, attribuisce merito altisonante. Aiace s'è fatto protervo, avanza a testa in su, assume pose superbe come l'immenso Achille; come questi s'imbuca nella tenda, organizza riunioni da cospiratore, sputa sentenze come un oracolo su tutto cio che si dovrebbe fare; infine aizza Tersite - un poveraccio la cui bile conia calunnie come una zecca - a coprirci di tutte le lordure e d'ogni fango, a indebolirci e a screditarci mentre noi siamo esposti ai pericoli più gravi, da ogni parte.

ULISSE
Biasimano la nostra strategia, e la chiamano codardia, la saggezza per loro non ha posto nella guerra; disprezzano la prospettiva sul futuro, non vedono altro che il menar le mani. Le doti silenziose della mente che considerano le forze giuste nel momento giusto, la valutazione precisa della forza del nemico, beh, tutto cio per loro è men che nulla. Sapete cosa dicono, che è guerra da lenzuola, da tavolino, da studio; come se l'ariete, quando abbatte un muro, con la forza e l'impeto del colpo, fosse più importante della mano che l'ha costruito o dell'intelligenza di quelli che, col calcolo, ne guidano l'effetto usando la ragione.

NESTORE
Fosse così, il cavallo di Achille varrebbe molti figli di Teti.

 

Squillo di tromba.

AGAMENNONE
Cos'è questa tromba? Guarda un po', Menelao.

MENELAO
Viene da Troia.

Entra Enea.

AGAMENNONE
Cosa volete davanti alla nostra tenda?

ENEA
Vi prego, è questa la tenda del grande Agamennone?

AGAMENNONE
Proprio così.

ENEA
Può uno che è ambasciatore e principe portare un messaggio ai suoi orecchi regali?

AGAMENNONE
Con più garanzia che sotto la protezione del braccio d'Achille, e avanti a tutti i signori greci che a una voce chiamano Agamennone loro comandante in capo.

ENEA
Gentile consenso e ampia garanzia. Ma chi può, non conoscendo il suo imperiale sguardo, distinguerlo da quello di altri uomini?

AGAMENNONE
Cioè?

ENEA
Sì, voglio dire per poter destare in me la riverenza e ordinare alle guance un rossore come l'Aurora quando, intirizzita, adocchia il giovane Febo. Chi è dunque il dio in carica, il duce di tutti, il grande e potente Agamennone?

AGAMENNONE
O questo Troiano ci prende per i fondelli, o a Troia son tutti cortigiani raffinati!

ENEA
Quando s'è in pace, cortigiani franchi e affabili come angeli benevolenti: così siam noti. Ma quando vanno in guerra hanno fegato forte, braccia potenti, salde membra, spade ardite, e, Giove lo puo dire, coraggio senza pari. Ma piano, Enea! Frenati, Troiano, mettiti il dito sulle labbra. Il valore della lode diventa disvalore se chi è lodato è lui stesso a lodarsi; quello che il nemico concede a denti stretti, è di quel fiato che la Fama è fatta, quella è la lode che, sola, è sempre pura.

AGAMENNONE
Signor Troiano, il vostro nome è Enea?

ENEA
Sì, Greco, lo è.

AGAMENNONE
Di grazia, che volete?

ENEA
Chiedo scusa, lo dico solo ad Agamennone.

AGAMENNONE
Non ascolta nulla, in privato, se viene da Troia.

ENEA
Né io vengo fin qua per stargli a bisbigliare qualche cosa. Ho qui con me una tromba che sveglierà il suo udito, per mettere i suoi sensi sull'attenti, poi parlerò.

AGAMENNONE
Parla franco come il vento: Agamennone il sonno l'ha già fatto, e perché tu sappia, Troiano, che sta in piedi te lo dice lui stesso.

ENEA
Soffia, trombettiere, forza, entra con la tua voce d'ottone in queste pigre tende e sappia ogni nobile Greco cosa Troia ha deciso di dire forte e chiaro.

 

Squilli di tromba.


Abbiamo a Troia, grande Agamennone, un principe chiamato Ettore, figlio di Priamo,che in questa sonnacchiosa e  lunga tregua, si sente arrugginire. Così m'ha ordinato di prendere un trombettiere e di proclamare: "Re, principi, signori, se uno v'è tra i nobili di Grecia che tenga più al suo onore che ai suoi agi, che cerchi la gloria più di quanto non tema il pericolo, che non conosca la paura, ma solo il suo valore, che ami veramente la sua donna, più che a parole, o con lodi inutili alle labbra di lei, e osi quindi affermarne la bellezza, e il valore affrontando braccia che non sono di lei, costui io sfido. Davanti a Greci e Troiani Ettore proverà, o si proverà di provare, che la sua donna è più bella, saggia, fedele, di tutte quelle che Greco abbia mai stretto. Domani la sua tromba suonerà proprio a metà fra il vostro campo e Troia per stanare un Greco che sia genuino in amore. Si faccia uno avanti, Ettore l'onorerà; se poi nessuno viene, tornato a Troia potrà annunciare a tutti che le Greche hanno la pelle bruciata dal sole e non valgono la scheggia d'una lancia". E questo è tutto.

AGAMENNONE
Lo diremo ai nostri innamorati, Sire Enea. Se nessuno di loro ha animo in questo caso è segno che i veri amanti sono restati a casa. Ma noi siamo soldati, e possa rivelarsi un vile quel soldato che non è stato, è, o sta per essere innamorato. Se dunque uno c'è che lo sia stato, lo è, o sta per esserlo, costui si batterà con Ettore. Se poi non c'è nessuno, combatterò io stesso.

NESTORE
Fategli pure il mio nome, un uomo fatto al tempo che il nonno d'Ettore poppava. È vecchio, ora, ma se non c'è tra i Greci chi abbia quel tanto di fuoco per rispondere del suo amore, ditegli che la mia barba canuta la nasconderò in una celata d'oro, il muscolo avvizzito in un bracciale, poi gli dirò in faccia che la mia donna era più bella di sua nonna, e casta come nessuna al mondo. Sia pure nel pieno del suo vigore, questa verità io la sosterro con le mie tre gocce di sangue.

ENEA
Il cielo non voglia che ci sia tale scarsità di giovani!

ULISSE
Amen.

AGAMENNONE
Principe Enea, lasciate che vi prenda per mano: vi condurrò anzitutto nel nostro padiglione. Anche Achille dovrà conoscere questa sfida, e con lui, di tenda in tenda, tutti i nobili greci. Voi pranzerete con noi prima d'andarvene, e assaggerete il benvenuto d'un nobile nemico.

 

Escono tutti tranne Ulisse e Nestore.

ULISSE
Nestore...

NESTORE
Cosa dice, Ulisse?

ULISSE
Ho in testa un'idea adolescente: sii tu il tempo per darle una qualche forma.

NESTORE
Di che si tratta?

ULISSE
Ecco: a nodo imbrogliato cuneo smussato. Il germe d'orgoglio di Achille è cresciuto talmente che dev'esser subito falciato; se si propaga genererà un tale vivaio di superbia da soffocarci tutti.

NESTORE
Sì, ma cosa fare?

ULISSE
Questa sfida che il prode Ettore lancia, sebbene sia rivolta a tutti quanti noi, ha in mente in realtà soltanto Achille.

NESTORE
Vero: lo scopo è del tutto evidente, come un bene il cui ammontare consti della somma di cifre limitate; quando la sfida avrà piena pubblicità non ho dubbi che Achille, avesse il cervello anche più arido delle dune della Libia - ma che è abbastanza secco ben lo sa Apollo - intenderà subito, con il suo alato ingegno, che Ettore ce l'ha con lui.

 

ULISSE
E pensi davvero che si scomoderà a rispondere?

NESTORE
Sarebbe la cosa migliore. Chi altri mai potremmo, con onore, contrapporre a Ettore? Anche se si tratta di una sfida per gioco, pero è in gioco la nostra reputazione. I Troiani assaggeranno qui la nostra fama migliore col loro palato più fine; e credimi, Ulisse, la nostra rinomanza, in quest'azione voluta, sarà messa in gioco pericolosamente, perché l'esito, anche se individuale, sarà tale da misurare, bene o male, il valore di tutti. È da questi indici - sia pur guide minime dei volumi che li seguono - che si ricava la figura infantile del gigantesco cumulo di cose che di sé fa l'opera tutta. Si presume che chi incontra Ettore lo faccia per nostra propria scelta, la quale essendo unanime, non puo che basarsi sul merito, e scelta e merito uniti produrranno, quasi espresso da noi tutti, un uomo distillato dalle nostre stesse virtù. Se costui abortisce, immagina quale cuore ne ricava la parte che vince per rafforzare una ferrea fiducia in se stessa! Che, quando è coltivata, le membra sono suoi strumenti non meno efficaci di spade e archi maneggiati da quelle membra stesse.

ULISSE
Scusa un po': ma proprio per questo è bene che Achille non incontri Ettore. Perché non facciamo come i bottegai? Esponiamo prima la merce più scadente e cerchiamo di venderla; se poi non ci riusciamo, il pregio di quella ch'è migliore attrarrà di più perché è mostrata dopo. Quindi che per nessun motivo Ettore e Achille s'incontrino. Sia in caso di vittoria che in quello di sconfitta la sfida porterebbe a due grossi inconvenienti.

NESTORE
Quali? Fin lì la mia vista non arriva.

ULISSE
La gloria che Achille ricavasse da Ettore, se non fosse superbo, sarebbe certo anche nostra: ma è già così insolente che per noi morire di sete sotto il sole africano sarebbe meglio che sotto l'orgoglio e il disprezzo salato dei suoi occhi, se la spuntasse con Ettore. E se fosse battuto allora guai per la nostra reputazione, a pezzi nello smacco del nostro uomo di punta. No, tiriamo a sorte e con un trucco facciamo che tocchi a quel fesso d'Aiace combattere con Ettore. Diamogli tutti d'accordo il titolo di uomo migliore. E vedremo il grande mirmidone sorbettarsi la purga, lui che si crogiola di applausi per lui solo! Vedrai che abbasserà la cresta che inarca con più orgoglio di Iride azzurra. Se poi l'ottuso e scervellato Aiace ne esce vivo lo copriremo di applausi; se fa cilecca avremo sempre la reputazione  di possedere uomini migliori. Ma, che si picchi sodo o se ne buschi, in tutti i casi la vita del nostro progetto assume questo senso: Aiace verrà usato per strappare le penne ad Achille.

NESTORE
Ulisse, comincio ad apprezzare il tuo piano, e ne darò subito un assaggio ad Agamennone. Andiamo direttamente da lui. Due cani si domeranno a vicenda. Solo l'orgoglio aizza i mastini, come fosse un osso.


Escono.

 

Indice Teatro

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Troilo e Cressida

(“Troilus and Cressida” - 1601)

 

 

atto secondo - scena prima

 

Entrano Aiace e Tersite.

 

AIACE
Tersite!

TERSITE
Ma Agamennone - e se avesse una foruncolosi, se fosse pieno di pustole, dappertutto, ovunque?...

AIACE
Tersite!

TERSITE
E se dalle pustole scorresse il pus? Dimmi un po': non sarebbe un generale che scorre? Non sarebbe un grumo di marcio?

AIACE
Cane!

TERSITE
Finalmente qualcosa la manderebbe fuori, mentre ora non ne vedo uscire nulla.

AIACE
Figlio d'una lupa, mi stai a sentire o no? E allora senti questo. Lo picchia.

TERSITE
Ti pigli la peste greca, bastardo, testa di lardo!

AIACE
Parla, lievito ammuffito, parla! Ti faccio diventare bello a forza di botte!

TERSITE
Faccio prima io a darti un po' d'intelligenza e di grazia a furia d'insulti; ma credo che farebbe prima il tuo cavallo a comporre un'orazione che tu a imparare a pregare senza il messale. Le botte le sai dare, vero? Venga la peste rossa ai tuoi trucchi da cavallaccio sfiancato.

 

AIACE
Fungo velenoso, dimmi il proclama.

TERSITE
Ma di', che forse io non ho sensi, che mi picchi così?

AIACE
Il proclama!

TERSITE
Ti si proclama fesso, credo.

AIACE
Piantala, porcospino, piantala, mi prudono le mani.

 

TERSITE
Ti prudesse tutto, dalla testa ai piedi, ti presterei servizio per grattarti e farei di te la crosta di rogna più schifosa di tutta la Grecia. Quando esci in campo nelle incursioni tu batti la fiacca come chiunque altro.

AIACE
T'ho detto, il proclama!

TERSITE
Brontoli malignità su Achille ogni momento e sei invidioso della sua grandezza quanto Cerbero lo è della bellezza di Proserpina, proprio così, passi il tempo ad abbaiargli dietro.

AIACE
Comare Tersite!

TERSITE
Prova a picchiarlo piuttosto...

AIACE
Pagnottina!

TERSITE
Sì, con un pugno ti ridurrebbe in briciole come un marinaio che spezza una galletta.

AIACE (picchiandolo)
Figlio di puttana, cagna!

TERSITE
Picchia, forza, picchia!

AIACE
Cesso di strega!

TERSITE
Picchia, picchia, cervello rammollito, c'è più materia grigia in uno dei miei gomiti! Un asinello potrebbe farti da maestro. Somaro d'un eroe schifoso, sei qui solo per bastonare i Troiani, e chi ha un po' di cervello ti tratta come un barbaro schiavo. Se seguiti a picchiarmi, te lo snocciolo io che cosa sei - parto dai piedi e su per ogni centimetro, massa di carne senz'anima che non sei altro!

AIACE
Cagnaccio!

TERSITE
Signore dei miei stivali!

AIACE (picchiandolo)
Bastardo!

TERSITE
Grande idiota marziale! dài, bruto manesco, dài cammello, battimi ancora!

Entrano Achille e Patroclo.

ACHILLE
Che succede, Aiace, perché lo picchi così? E tu, Tersite, che c'è, cosa succede?

TERSITE
Lo vedi anche tu, no, lo vedi?

ACHILLE
Sì, lo vedo, e allora?

TERSITE
Dagli una bella occhiata.

ACHILLE
Lo sto facendo; e allora?

TERSITE
No, non lo guardi come si deve.

ACHILLE
Perché, com'è che si deve?

TERSITE
No, non lo guardi bene; perché, checché tu ne pensi, lui è pur sempre Aiace.

ACHILLE
Questo lo so, idiota.

TERSITE
Sì, ma quell'idiota non conosce se stesso.

AIACE
Per questo ti picchio.

TERSITE
Ma senti, senti, senti, senti come ripete quei quattro soldi di spirito di patata! Le sue giustificazioni hanno le orecchie lunghe! Gli ho rimescolato più io il cervello che lui il costato a me. Io con un soldo ci compro nove passeri, ma la sua corteccia cerebrale non vale la nona parte di uno. Questo Sire, Aiace, che ragiona con la pancia e con la testa ci fa i suoi bisogni, caro Achille, adesso ci penso io a smontartelo pezzo per pezzo...

ACHILLE
Come dunque?

TERSITE
Questo tipo qui, Aiace...


Aiace fa per colpirlo, Achille interviene.

ACHILLE
Fermo, fermo, buon Aiace...

TERSITE
...di cervello ce n'ha così poco...

ACHILLE
Aiace, buono, o dovrò farti star fermo io!

TERSITE
...che non ci tura neanche la cruna dell'ago di Elena, per la quale è venuto a far la guerra.

ACHILLE
Smettila anche tu, scemo!

TERSITE
Sì, io la vorrei smettere e starmene quieto in pace, ma è questo scemo qui che non la vuol capire; lui, quello lì. Guardalo bene.

AIACE
Maledetto bastardo, io ti...

ACHILLE
Su, Aiace, ti vuoi mettere con un pagliaccio?

TERSITE
No, un pagliaccio se ne mangia cento...

PATROCLO
Modera le parole, Tersite.

ACHILLE
Ma perché litigate?

AIACE
Ho ordinato a questo gufo schifoso di dirmi il tenore del proclama, e lui mi insulta.

TERSITE
Non sono il tuo servo.

AIACE
Dài, continua, continua...

TERSITE
Io qui sono un volontario.

ACHILLE
Il tuo ultimo servizio l'hai sofferto involontariamente; nessuno le busca di sua spontanea volontà. Aiace è stato il volontario qui, tu quello che le prende a forza!

TERSITE
Proprio così; per lo più il vostro cervello si ritrova fra la muscolatura dei bicipiti. Altrimenti si vede che chi lo dice è un bugiardo. Ettore si farà un misero bottino con le cervici che vi schizzerà dalle orecchie! Tanto varrebbe schiacciare una noce ammuffita senza nulla dentro.

ACHILLE
Ma come, ora insulti anche me, Tersite?

TERSITE
Ulisse e il vecchio Nestore, il cui cervello era già tutto pappa prima che i vostri nonni avessero unghie ai piedi, vi legano all'aratro come foste buoi da tiro e vi fanno arare questa guerra.

ACHILLE
Cos'è che dici?

TERSITE
La pura verità! Spingi, Achille, tira, Aiace, tira!

AIACE
Quella lingua te la taglio.

TERSITE
Fallo pure, che comunque sarò più spiritoso di te.

PATROCLO
Tersite, ora basta davvero!

TERSITE
Starò dunque zitto perché me lo ordina la cagna d'Achille?

ACHILLE
E questa è per te, Patroclo.

TERSITE
Voglio vedervi appesi per il collo come un mazzo di cipolle prima di tornare qui alle vostre tende. Vado a respirare l'aria della ragione, e lascio il reparto dei folli.

 

Esce.

PATROCLO
Ora si respira!

ACHILLE
Vedi, Aiace, il proclama letto a tutto l'esercito dice: che domani Ettore, di mattina presto, sarà, con trombettiere, tra il nostro campo e Troia per sfidare a duello quel cavaliere dei nostri che abbia il fegato di battersi e sostenere... non so cosa. Idiozie. Addio.

AIACE
Addio. Chi gli deve rispondere?

ACHILLE
Non lo so, si farà a sorteggio Altrimenti Ettore saprebbe già il suo uomo.

AIACE
Tu, vuoi dire? Voglio saperne di più.

 

Escono.

 

 

 

atto secondo - scena seconda

 

Entrano Priamo, Ettore, Troilo, Paride, ed Eleno.

PRIAMO
Dopo tante ore, vite, parole spese, ora Nestore ci ripete le condizioni greche: "Consegnate Elena, e ogni altro danno - onore, tempo perso, fatica, spese vive, ferite, amici, quello che è caro e spento giù nel ventre ardente di questa guerra rapace - sarà cancellato per sempre". Cosa ne dici, Ettore?

ETTORE
Nessuno meno di me ha paura di questi Greci per quanto mi concerne personalmente, tuttavia, grande Priamo, non c'è donna più dedita a tremori, più spugnosa a inzupparsi di paura, più pronta a gridare "Chi sa che succede poi" di quanto non sia io. La piaga della pace è la sicumera, la sicumera spavalda, ma il dubbio modesto lo si chiama il faro del saggio, il bisturi che fruga alla radice del peggio. Lasciamo andare via Elena. Da quando la prima spada fu sguainata in questo affare, ogni singolo caduto fra le molte migliaia di periti è stato prezioso quanto Elena - dei nostri, dico. Se abbiamo perso tante decine dei nostri per tener in consegna una cosa non nostra, che non varrebbe un decimo dei nostri, avesse pure il nostro nome, che senso ha l'argomento che rifiuta che la si debba restituire?

TROILO
Vergogna, fratello, vergogna! Vuoi calcolare la dignità e l'onore di un re grande e temuto come nostro padre su una bilancia ordinaria? Si puo forse ricavare col pallottoliere la sua incalcolabile infinità, confinare un busto d'insondabile virtù con unità di misura così umilianti come paure e ragioni? Vergogna, per gli dei!

ELENO
Non mi sorprende che tu attacchi a morsi le ragioni. Non ne possiedi un'acca. E così nostro padre non dovrebbe governare con le ragioni perché glielo dici tu quando sragioni?

TROILO
Tu pensa ai sogni e ai sonni, fratello prete, di ragioni tu ci foderi i guanti. Ecco le tue ragioni: tu sai che un nemico intende farti del male, sai che una spada alzata è pericolosa, e la ragione fugge l'oggetto di ogni male. Chi si sorprende se quando vede un Greco con la spada, Eleno si mette ai calcagni le ali della ragione, e scappa che sembra Mercurio bambino che fugge da Giove, o una stella schizzata via dall'orbita? No, se parliamo di ragione, chiudiamo le porte e andiamo a dormire. La virilità e l'onore avrebbero cuore di lepre se s'impinguassero il pensiero ingozzando ragione. Ragione e prudenza fanno il fegato anemico e fiaccano ogni vigore.

ETTORE
Fratello, Elena non vale ciò che costa tenerla.

TROILO
Cos'è che vale più del valore che gli dai?

ETTORE
Ma il valore non consiste nel tuo volere darlo: mantiene il suo criterio e la sua dignità in se stesso oltre che in chi lo dà. È folle idolatria subordinare il dio al servizio che gli tributiamo; È bell'e andata una testa che adora ciò che lei stessa desidera morbosamente senza una prova del merito che gli attribuisce.

TROILO
Io oggi prendo moglie, e la mia scelta è guidata in tutto e per tutto dal mio volere; il mio volere sorretto dai miei occhi e orecchi, che sono nocchieri avvezzi a regger rotta fra gli scogli fatali al volere e del giudizio. Ora, come posso disfarmi della moglie che ho preso anche se poi il mio volere non apprezza ciò che ha scelto? È fuor di questione che si possa ritrarsi e insieme tener fede al proprio onore. Non si restituisce la seta al bottegaio dopo averla macchiata, né si buttano le vivande in eccesso nel pattume perché ormai siamo sazi. Fu giudicato beneche Paride si prendesse una rivincita sui Greci; il soffio del vostro consenso gonfio le sue vele: i mari e i venti, vecchi litiganti, fecero tregua e gli dettero mano; toccò i porti desiderati, e in cambio di una vecchia zia prigioniera dei Greci, si portò via una regina greca, la cui fresca gioventù fa rugosa la beltà di Apollo e rende scialba l'aurora. Perché ce la teniamo? I Greci si tengono nostra zia. Ma, merita tenerla? Ecco: ella è una perla il cui prezzo ha messo a mare più di mille navi e trasformato in mercanti dei re coronati. Se riconoscete che Paride fu saggio ad andare, e per forza dovete farlo, gli gridavate tutti: "Vai, vai!". Se ammettete che ha riportato a casa un nobile bottino, e per forza dovete farlo, battevate le mani gridandogli "Inestimabile!", perché ora svalutate il risultato della vostra stessa saggezza e fate qualcosa che mai la Fortuna ha fatto, rendete misera la stima di cio che valeva per voi più che il mare e la terra? Il più basso dei furti: aver rubato una cosa che poi si ha paura di tenere! Ma noi ladri indegni di quest'oggetto rubato, che, rubandolo, abbiamo inflitto ai Greci una vergogna in patria, temiamo di risponderne qui, nella nostra terra!

CASSANDRA (dall'interno)
Piangete, Troiani, piangete!

PRIAMO
Cos'è questo rumore, chi grida?

TROILO
È quella pazza di nostra sorella, riconosco la sua voce.

CASSANDRA (dall'interno)
Piangete, Troiani!

ETTORE
È Cassandra.

Entra Cassandra, vaneggiando, i capelli scomposti.

CASSANDRA
Piangete, Troiani, piangete! Prestatemi diecimila occhi e ve li riempirò di lacrime profetiche.

ETTORE
Calmati, sorella, calma!

CASSANDRA
Vergini e ragazzi, uomini maturi e vecchi rugosi, debole infanzia, che puoi solo piangere, unitevi alle mie grida! Paghiamo in anticipo una parte della massa di lamenti che ci aspetta.  Piangete, Troiani, piangete! Allenatevi al pianto! Troia non puo vivere, la nobile Ilio non puo sopravvivere; nostro fratello Paride è il fuoco che ci brucia tutti. Piangete, Troiani, piangete! Un'Elena, una sventura! Piangete, piangete! Troia brucia, oppure mandate via Elena.
 

Esce.

ETTORE
Ora, giovane Troilo, non ti danno rimorso gli alti accenti profetici di nostra sorella? O il tuo sangue è così infuocato dalla follia che nessun discorso ragionevole, nessun timore di insuccesso in una causa cattiva puo moderarlo?

TROILO
Sta' a sentire, Ettore, fratello, il fatto è che non si puo né prendere per giusto solo ciò, quello solo, che va a finire bene, né andare di colpo giù di morale perché Cassandra è matta. Non c'è sua crisi che possa intaccare la bontà di una lotta che è sacra perché ci impegna fino in fondo nell'onore. Ti dico che la cosa mi tocca tanto poco come ogni vero figlio di Priamo; Giove non voglia che proprio fra di noi si facciano cose tali da distogliere i più deboli dal combattere e resistere.

PARIDE
Sennò tutti potrebbero accusarmi di aver agito leggermente, e pensare i vostri consigli frivoli. Invece, gli dei lo sanno, il vostro pieno consenso diede ali a quello che pensavo e cancellò ogni timore per quel progetto tremendo. Perché, ahimè, che possono queste mie sole braccia? E che può fare il coraggio di un solo uomo contro l'impeto ostile dei molti aizzati da una simile sfida? Con tutto questo, giuro, fossi io solo ad affrontare le difficoltà, e potessi tanto quanto io voglio, Paride non rinnegherebbe mai quello che ha fatto, né avrebbe dubbi su cosa fare.

PRIAMO
Paride, tu parli come uno che è istupidito dal suo piacere: tu hai sempre il miele, questi qua il fiele; nel tuo caso, avere coraggio non è un merito.

PARIDE
Sire, io non miro soltanto ad assicurarmi i piaceri che porta con sé una donna così bella; ma vorrei cancellare la macchia del suo felice ratto custodendola qui con ogni onore. Che tradimento sarebbe verso la regina catturata, che danno alla vostra nobile immagine, che onta per me, se ora ne cedessimo il possesso in seguito a una vile costrizione! È mai possibile che una tale degenere tendenza abbia messo piede nei vostri petti generosi? Tra i nostri non c'è spirito così meschino che non abbia cuore da osare, o spada da sguainare per difendere Elena; né uno così nobile che la sua vita sia mal sacrificata, o la cui morte sia infame se il motivo è Elena. E allora, dico, facciamo bene a batterci per lei, che, lo sappiamo bene, non ha pari in tutto l'ampio mondo.


ETTORE
Paride e Troilo, avete parlato bene entrambi, e, sulla causa e il problema che abbiamo per le mani avete commentato, ma in superficie non molto diversamente da quei giovani che Aristotele riteneva inadatti a seguire la filosofia morale. Le ragioni che adducete son più dirette a infiammare il sangue sregolato, che a dare un giudizio imparziale tra il giusto e il torto. Piacere e vendetta sono più sorde delle serpi alla voce di una giusta decisione. Natura vuole che il dovuto sia reso al proprietario. Ora, c'è mai nell'umanità una cosa più dovuta che la moglie al marito? Se questa legge di natura viene corrotta per passione, se grandi spiriti la negano per indulgere alle proprie voglie ottuse in ogni stato ben ordinato c'è una legge che frena gli insensati appetiti che sono più disubbidienti e refrattari. Se dunque Elena è moglie del re di Sparta, com'è noto, queste leggi morali della natura e dei popoli gridano che sia restituita. Insistere nel torto non attenua il torto, lo aggrava. Così Ettore giudica, secondo verità. E tuttavia fratelli miei focosi, io propendo a pensare come voi che Elena dev'essere trattenuta; perché è causa da cui dipende assai la nostra dignità, comune e individuale.

 

TROILO
Ecco, ora tocchi il vivo della nostra idea: se non ci stesse più a cuore la gloria che soddisfare il nostro crescente risentimento, non una goccia, una, del nostro sangue vorrei veder versare per difenderla. Ma, nobile Ettore, essa è un segno di onore e di fama, stimolo a gesta audaci e magnanime, il cui ardire puo oggi sconfiggere il nemico, e che in futuro ci renderà immortali. Forse che uno valoroso come te darebbe via il vantaggio d'una gloria promessa, quale sorride in fronte a questa azione, per le ricchezze del mondo intero?


ETTORE
Io sono con te, ardita progenie del grande Priamo. Mi son fatto fautore di una fiera sfida lanciata agli sciocchi e faziosi principi greci, che riempirà di stupore i loro spiriti sonnolenti. Mi è stato detto che il loro generale dorme mentre nell'esercito serpeggia la rivalità. E questo, immagino, lo risveglierà.

 

Escono.

 

 

 

atto secondo - scena terza

 

Entra Tersite.
 

TERSITE
Allora, Tersite! Ma come, smarrito nel labirinto della tua furia? Non darla vinta a quell'elefante di Aiace! A ogni botta sua io gli rispondo a tono. Sai che soddisfazione! Magari fosse il contrario: avessi io la botta e lui la risposta! Per Giove, farò una bella pratica di magia nera pur di mandare a segno tutte le mie maledizioni. E quell'Achille, che grande ingegno! Se per prendere Troia l'unica fosse che questa bella coppia pensasse lei alla breccia, le mura cadrebbero, ma di vecchiaia! Tu, gran fulminatore dell'Olimpo, dimentica che sei Giove, re degli dei, e tu, Mercurio, scordati l'arte serpentina del tuo caduceo, se non riuscite a togliere a quei due quel poco, che dico, pochissimo cervello che gli resta! Il più deficiente degli uomini sa che il cervello di quei due è così abbondantemente scarso, che per liberare una mosca dalle grinfie d'un ragno non sa far altro che tirar fuori la ferraglia e tagliare la tela. Dopodiché, il vento si porti via l'intero accampamento, o, meglio, lo faccia il mal napoletano!22 Perché questa è la punizione giusta per chi fa la guerra per una sottanella. Ora le orazioni le ho dette, "Amen" lo dica pure il diavolo Invidia. Oh, dico!, Sua Signoria Achille!

Entra Patroclo.

PATROCLO
Chi è? Tersite! Ecco, bravo, vieni dentro a dire i tuoi improperi.

TERSITE
Se potessi ricordarmi d'ogni moneta falsa, tu non sfuggiresti alla mia considerazione, ma tanto è lo stesso, a te basta guardarti nello specchio! Pazzia e ignoranza, morbo comune dell'umanità, ti vengano addosso in gran quantità! Ti salvi Dio dai precettori, e l'istruzione non ti si avvicini! Che tu sia guidato dal tuo sangue fino alla morte! E quel giorno, se colei che ti prepara per la sepoltura dice che sei un bel cadavere, giuro e spergiuro che lei non ha insudariato che lebbrosi. Amen. Dov'è Achille?

PATROCLO
Come, ti sei convertito? Stavi pregando?

TERSITE
Sì, e il cielo mi ascolti!

PATROCLO
Amen.

Entra Achille.

ACHILLE
Chi c'è?

PATROCLO
Tersite, mio signore.

ACHILLE
Dove, dove? Sei venuto, formaggio mio, mio digestivo, perché non ti sei più servito alla mia tavola da tanti pasti in qua? Dimmi un po', che cos'è Agamennone?

TERSITE
Il tuo comandante, Achille. Adesso dimmi tu, Patroclo, Achille che cos'è?

PATROCLO
Il tuo signore, Tersite. Adesso dimmi tu, ti prego, tu cosa sei?

TERSITE
Il tuo conoscitore, Patroclo; e adesso dimmi tu, che cosa sei tu?

PATROCLO
Dillo tu che mi conosci.

ACHILLE
Su, dillo, dillo.

TERSITE
Vi declino tutto il complesso: Agamennone comanda Achille; Achille è il mio signore; io sono il conoscitore di Patroclo, e Patroclo è un fesso.

PATROCLO
Furfante!

TERSITE
Calma, fesso, manca ancora qualcosa.

ACHILLE
Ha licenza di dir tutto. Continua, Tersite!

TERSITE
Agamennone è un fesso; Achille è un fesso; Tersite è un fesso, e, come già detto, Patroclo è un fesso.

ACHILLE
Dimostralo, forza!

TERSITE
Agamennone è fesso a pretendere di comandare Achille; Achille è fesso a lasciarsi comandare da Agamennone; Tersite è fesso a servire un fesso simile, e Patroclo è fesso per definizione.

PATROCLO
Perché io sono fesso?

TERSITE
Rivolgiti al creatore, a me basta di sapere che lo sei. Ma guardate là, chi è che arriva?

ACHILLE
Patroclo, io non ci sono per nessuno. - Vieni dentro con me, Tersite.

 

Esce.

TERSITE
Che buffonate, che imbroglio, che furfanterie! Stringi stringi, di una puttana e di un cornuto si tratta: un gran bel litigio per lanciare schiera contro schiera e farle dissanguare a morte. Che venga la serpìgine secca a tutta questa bella causa! Che guerra e lussuria riducano tutti in cenere!

 

Esce.

Entrano Agamennone, Ulisse, Nestore, Diomede, Aiace e Calcante.

AGAMENNONE
Dov'è Achille?

PATROCLO
Nella sua tenda, ma non si sente bene, signore.

AGAMENNONE
Gli sia notificato che noi siamo qui. Ha respinto tutti i nostri messaggeri. Ora, messe da parte le nostre prerogative, siamo noi che lo visitiamo. Che gli si dica, perché non gli venga in mente che non osiamo far valere il nostro grado, o che non siamo coscienti di chi siamo.

PATROCLO
Glielo dirò.

 

Esce.

ULISSE
L'abbiamo visto sulla soglia della tenda; malato di certo non è.

AIACE
Sì, di morbo leonino, superbia galoppante! Si può anche chiamarla ipocondria, volendo risparmiarlo; ma ci giocherei la testa, è puro orgoglio. Ma perché poi? Vogliamo un motivo. Una parola, signore. Prende da parte Agamennone.

NESTORE
Perché Aiace ce l'ha tanto con lui?

ULISSE
Achille gli ha soffiato il buffone.

NESTORE
Chi? Tersite?

ULISSE
Sì.

NESTORE
Allora Aiace sarà a corto di battute se ha perso chi gli dava lo spunto.

ULISSE
No, vedi, il suo spunto è colui che gli ha tolto lo spunto, cioè Achille.

NESTORE
Tanto meglio. Meglio la loro frazione che la loro fazione. Ma doveva essere solida l'alleanza di quei due se c'è voluto un pazzo per spezzarla.

ULISSE
Se l'amicizia non la lega la saggezza, è un lampo per la mattana farla a pezzi. Ecco che torna Patroclo.

Entra Patroclo.

NESTORE
Achille non si vede.

ULISSE
L'elefante ha le giunture, ma non per far riverenze. Le zampe ce l'ha per ogni altra necessità che il genuflettersi.

PATROCLO
Achille m'incarica di dirvi che è molto spiacente se altro che non sia per voi diporto o piacere ha qui portato la vostra grandezza e il nobile concilio a fargli visita; spera sia solo per la salute e la buona digestione, una boccata d'aria dopo il desinare.

AGAMENNONE
Ascolta bene, Patroclo: Ormai queste risposte le conosciamo bene. Ma il suo pretesto, reso veloce dalle ali del disprezzo, non può sfuggire alle grinfie della nostra intelligenza. Ha molte qualità, e sono molte le ragioni per cui le riconosciamo. Ma tutte le sue virtù che da parte sua non esercita virtuosamente, cominciano a perdere lustro ai nostri occhi; già, come frutta splendida su un vassoio sporco, rischia di marcire non assaporata. Vagli a dire che siamo venuti apposta per parlargli; e non farai peccato a dirgli che lo consideriamo ultrasuperbo e sottoeducato; più grande nella presunzione che sul piano del senno; che qui persone di lui molto più degne si mettono a disposizione  del selvaggio capriccio ch'egli ostenta, e, celando la sacra forza della loro autorità, assecondano con tolleranza il gigantismo dei suoi umori; sì, spiano le sue lune storte, i suoi flussi e riflussi come se l'andamento e la condotta della guerra galleggiassero sulle sue maree. Diglielo e aggiungi che se gonfia troppo il proprio prezzo faremo a meno di lui e lo metteremo in canto come un pezzo da guerra intrasportabile, con su questo avviso: - Da riparare, non puo essere impiegato. Meglio un nano in azione che un gigante che dorme. - Diglielo pure.

PATROCLO
Vado, e torno con la risposta.

 

Esce.

AGAMENNONE
Niente interposte persone; siamo venuti per parlare con lui: Ulisse, entra tu.


Esce Ulisse.

AIACE
Chi è lui più di un altro?

AGAMENNONE
Non più di chi pensa di essere.

AIACE
Davvero? Ma non pensate che si creda meglio di me?

AGAMENNONE
Senza dubbio.

AIACE
Ma, voi, sottoscrivereste la sua opinione e direste che lo è?

AGAMENNONE
No, nobile Aiace, tu sei altrettanto forte, valoroso, saggio di lui, non meno nobile, molto più cortese e, soprattutto, molto più trattabile.

AIACE
E poi perché un uomo deve fare il superbo? Come nasce la superbia? Io neanche so dove sta di casa.

AGAMENNONE
Perciò il tuo pensiero ci guadagna in chiarezza, la tua virtù in bellezza. Il superbo alla fine divora se stesso: la superbia gli fa da specchio, da trombettiere, da cronista, e chi si loda indipendentemente dall'azione affoga la sua azione nella lode.

Entra Ulisse.

AIACE
Detesto i superbi più della genìa dei rospi.

NESTORE (a parte)
Però si ama, non è strano?

ULISSE
Domani Achille non sarà sul campo.

AGAMENNONE
E che scusa accampa?

ULISSE
Di scuse non ne adduce, continua a fare come e perché gli gira, senza riguardo o rispetto per nessuno; caparbiamente vuole e se ne compiace.

AGAMENNONE
E perché non si degna, se glielo richiediamo, di uscire dal chiuso a respirare con noi?

ULISSE
Fa importanti le cose da nulla, solo perché gli vengono richieste. Ha la manìa della grandezza, e quando parla a se stesso lo fa con un'alterigia che gli mozza il fiato. Il valore che s'attribuisce gli accende nel sangue un tal frenetico discorso che lo stato di Achille gira in vuoto furore fra la mente che pensa e il corpo che agisce e alla fine si autodistrugge. Che dire di più? È così impestato dalla superbia che i suoi sintomi letali proclamano: "Impossibile guarire".

AGAMENNONE
Mandiamo da lui Aiace. Caro signore, va' a trovarlo nella tenda: si dice che ti stimi e, magari, se glielo chiedi tu, può darsi che esca un poco da se stesso.

ULISSE
Oh, no, Agamennone! Non così! Sian benedetti i passi che Aiace fa per allontanarsi da Achille. Questo superbo, uso a imbrodare la propria arroganza col proprio sego, e che mai lascia entrare gli affari del mondo nei propri pensieri, tranne ciò che rimugina e rumina da sé, sarà venerato da colui che noi teniamo a idolo maggiore? No, questo signore tre volte degno e valoroso non deve svilire la sua palma, nobilmente vinta, né, per mia volontà, subordinare il suo merito, lui che merita almeno quanto Achille, andando da Achille. Sarebbe ingrassare l'orgoglio panciuto di costui, aggiungere carbone al Cancro che già fiammeggia perché vien visitato dal grande Iperione. Questo signore da lui! Giove non voglia e tuoni per risposta: "Vada Achille da lui!".


NESTORE (a parte)
Bene così: gli sta dando corda.

DIOMEDE (a parte)
Come si beve in silenzio la lusinga!

AIACE
Se ci vado, gli spacco la faccia col mio pugno ferrato.

AGAMENNONE
Ah no, non devi andarci!

AIACE
Ci provi a farmi l'altezzoso, gliela faccio vedere io. Lascia che ci vada.

ULISSE
Oh no, per quanto è in gioco in questa guerra.

AIACE
Insolente lavativo!

NESTORE (a parte)
Come si descrive bene!

AIACE
Non riesce a essere educato?

ULISSE (a parte)
Senti il corvo che critica il buio.

AIACE
Gli faccio un salasso al suo cattivo umore.

AGAMENNONE (a parte)
Fa il medico, ma dovrebbe fare il malato.

AIACE
Se tutti la pensassero come me...

ULISSE (a parte)
Sì, il senno passerebbe di moda.

AIACE
... non la passerebbe liscia, sai le spade che dovrebbe ingoiare. Che debba sempre averla vinta la superbia?

NESTORE (a parte)
Sarebbe per metà merito tuo.

ULISSE (a parte)
No, non per metà, l'avrebbe tutto quanto.

AIACE
Io lo impasto, lo ammollisco.

NESTORE (a parte)
Non s'è ancora riscaldato in pieno. Ubriacatelo di lodi, versate, versate, ché la sua ambizione ha sete.

ULISSE (a Agamennone)
Signore, date troppo peso a questo dissapore.

NESTORE
Non fatelo, nobile generale.

DIOMEDE
Dovete prepararvi a combattere senza Achille.

ULISSE
Ecco, è questo invocarlo di tutti che gli nuoce. Qui c'è un uomo... ma basta, non in sua presenza.

NESTORE
E perché no? Lui non è ambizioso come Achille.

ULISSE
Il mondo deve sapere che è altrettanto valoroso.

AIACE
Cane d'un figlio di troia, menarci così per il naso! Vorrei che fosse un Troiano!

NESTORE
Pensa un po' che guaio se adesso Aiace...

ULISSE
... montasse in superbia...

DIOMEDE
O smaniasse per essere lodato...

ULISSE
Già, oppure facesse l'arrogante...

DIOMEDE
O facesse lo strambo, il pallone gonfiato!

ULISSE
Grazie al Cielo, signore, sei una pasta d'uomo; sia lode al genitore, a lei che ti allattò. Memoria imperitura a chi ti educò, tre volte lodate le doti che hai per natura, e che son meglio, meglio d'ogni possibile erudizione. Ma chi delle tue braccia fece armi da guerra, sarebbe poco se Marte dividesse in due l'eternità e facesse a mezzo con lui. E, quanto alla forza, è tempo che Milone taurifero passi il suo titolo al forzuto Aiace. Non loderò la tua saggezza, che come un confine, un limite, una costa cinge le tue membra ampie e spaziose. Qui c'è Nestore reso saggio dall'età veneranda; egli deve, è, non puo non essere saggio - pure, con licenza, padre Nestore, se foste in età verde come Aiace, con il cervello ben stagionato che avete, voi non sareste superiore a lui, solo suo pari.

AIACE (a Nestore)
Posso chiamarti babbo?

NESTORE
Certo, figliolo.

DIOMEDE
E come un padre ascoltalo, signor Aiace.

ULISSE
Su, non perdiamo tempo. Il cervo Achille resta alla macchia. Si compiaccia il nostro generale di convocare il consiglio di guerra. A Troia sono giunti nuovi re. Domani dovremo resistere con tutta la nostra forza, e qui c'è un signore che, venga pure il fiore della cavalleria dall'est all'ovest, Aiace terrà testa al migliore.

AGAMENNONE
Andiamo al consiglio. Lasciamo dormire Achille. I legni leggeri sono veloci anche se le grosse chiglie pescano a fondo.


Escono.

 

Indice Teatro

Inizio pagina

 


 

Troilo e Cressida

(“Troilus and Cressida” - 1601)

 

 

atto terzo - scena prima

 

Musica dall'interno.

Entra Pandaro con un servo.

 

PANDARO
Ehi tu, di' un po', amico, non sei mica al seguito del giovane signor Paride?

SERVO
Sissignore, lo seguo quando è avanti.

PANDARO
Insomma, sei un suo dipendente.

SERVO
Signore mio, io dipendo dal Signore.

PANDARO
Dipendi da un nobile gentiluomo; non posso che lodarlo.

SERVO
Il Signore sia lodato!

PANDARO
Ma tu mi conosci, vero?

SERVO
Sì, mi pare, superficialmente.

PANDARO
Conoscimi meglio, amico, sono il signor Pandaro.

 

SERVO
Spero di conoscere vostro onore in modo migliore.

PANDARO
È quello che mi auguro.

SERVO
Siete in stato di grazia?

PANDARO
Grazia? No, amico mio; posso farmi chiamare "vostro onore" e "vostra signoria". Ma cos'è questa musica?

SERVO
La conosco in parte, signore; è una partita.

PANDARO
Conosci i suonatori?

SERVO
In tutto, signore.

PANDARO
E per chi suonano?

SERVO
Per chi li ascolta, signore.

PANDARO
Amico, per piacere di chi?

SERVO
Per il mio, signore, e di quelli che amano la musica.

 

PANDARO
Voglio dire comando, amico.

SERVO
Chi devo comandare, signore?

PANDARO
Amico, qui non ci si capisce. Io son troppo cortese e tu troppo accorto. A richiesta di chi suonano costoro?

SERVO
Ora sì che capisco, signore. Diamine, signore, a richiesta del mio padrone Paride, che è lì in persona; con lui c'è la Venere mortale, il cuore della bellezza, l'anima visibile dell'amore.

PANDARO
Chi, mia nipote Cressida?

SERVO
No, signore, Elena: non l'avete capito da ciò che ne dicevo?

PANDARO
Si direbbe, brav'uomo, che non hai visto la signora Cressida. Io sono qui per parlare a Paride da parte del principe Troilo. Farò su di lui un assalto di complimenti, perché la mia richiesta è scottante.

SERVO (a parte)
Un affare che bolle! Questo sì che è un modo di dire da bordello!

Entrano Paride e Elena col loro seguito.

PANDARO
Belle cose a voi, mio signore, e a tutta questa bella compagnia! Possiate desiderare cose belle e in bella misura, specialmente voi, regina bella! E siano il vostro bel cuscino una messe di bei pensieri!

ELENA
Caro signore, belle parole davvero.

PANDARO
A vostro bel gradimento, dolce regina. Bel principe, che bel contrappunto!

PARIDE
Caro mio, sei tu che hai rotto i suoi punti; e per l'anima mia ti tocca rappezzarlo; vuol dire che lo rattopperai con una pezza del tuo repertorio. Elenina, costui ha la musica nel sangue.

PANDARO
Veramente signora, non è affatto vero.

ELENA
Oh, signore...

PANDARO
Non so cantare, davvero; ve lo giuro, non so affatto cantare.

PARIDE
Ben detto, signor mio; bene, ripetilo cantando.

PANDARO
Cara regina, son qui per un affare col principe. Mi concedete una parola, monsignore?

ELENA
Eh no, questa scusa non ci lascerà a bocca asciutta; vogliamo sentirvi cantare, e canterete!

PANDARO
Beh, volete scherzare con me, bella regina. Ma, sul serio, mio signore, signore carissimo e amico stimatissimo, vostro fratello Troilo...

ELENA
Via, messer Pandaro, dolcissimo sire...

PANDARO
Ma sì, dolce regina, ma sì... si ricorda affettuosamente a voi...

ELENA
Non ci priverete del vostro canto melodioso; se lo fate, avrete sulla coscienza la nostra melanconia!

PANDARO
Dolce regina, dolce regina; parola mia che dolce regina...

ELENA
E rattristare una dolce signora è una brutta offesa.

PANDARO
Ma no, in questo modo non la spuntate, non la spuntate certo, via. Non mi lascio vincere da queste paroline, no di certo; per tornare a noi, signore mio, egli vi prega, se il re stasera a cena chiedesse di lui, di fare le sue scuse.

ELENA
Signor Pandaro...

PANDARO
Cosa dice la mia dolce regina, la mia dolcissima, dolcississima regina?

PARIDE
Che cos'ha per le mani, dove cena stasera?

ELENA
No, ma davvero signore...

PANDARO
Dite, dite, mia dolce regina! Mia nipote vi terrà il broncio.

ELENA (a Paride)
Non lo devi sapere dove lui cena.

PARIDE
Ci gioco la testa, con la nostra tirannella Cressida.

PANDARO
No, no, non è così, sbagliate di molto! Via, la vostra tirannella è indisposta.

PARIDE
Va bene, ci penso io a scusarlo.

PANDARO
Bene, mio buon monsignore. Ma perché dite Cressida? No, la vostra povera tirannella sta male.

PARIDE
Io tengo gli occhi aperti.

PANDARO
Tenete gli occhi aperti? E su che cosa? Su, datemi uno strumento. Eccomi pronto, dolce regina.

ELENA
Vedete che sapete essere gentile!

PANDARO
Mia nipote Cressida è innamorata cotta di qualcosa che è in vostro possesso, dolce regina.

ELENA
È sua, mio signore, a patto che non sia il signor mio Paride.

PANDARO
Lui? No, non ne vuol sapere di lui; una volta le era entrato nel cuore, ma adesso ne è uscito.

ELENA
Già, ma a forza di entrare e uscire, finisce che da due diventano tre.

PANDARO
Su, su, non ne parliamo più; ora vi canto una canzone.

ELENA
Oh, sì, per favore! Ma lo sai, mio dolce signore, hai proprio una bella fronte.

PANDARO
Continuate, continuate!

ELENA
E che sia una canzone d'amore: oh, questo amore ci distruggerà tutti. Oh Cupido, Cupido, Cupido!

PANDARO
L'amore? Eh sì! Lo farà.

PARIDE
Allora, d'accordo, amore amore e nulla più.

PANDARO
A dire il vero è così che attacca.
Canta.
Amor, amore e nulla più, ancora amor, ancora!
Perché, oh, l'arco d'amore
daino e cerva trafigge,
la sua freccia stordisce,
e non ferisce,
ma dove punge dà un continuo pizzicore.
Oh, oh - gridan gli amanti, - Oh! Godono da morire!
Ma cio che pareva ferita mortale
cambia lo oh! in ah! eh! ih!
Così l'amore, morendo, vive;
Oh! Oh! per un po'. Ma poi ah, ah!
E il gemito, oh oh, diventa ah, olà!

ELENA
Siamo cotti, affé mia, sino alla punta del naso.

PARIDE
L'amore è una dieta di colombelle, e il sangue così si scalda, e il sangue caldo sforna caldi pensieri; e i pensieri caldi generano azioni ardenti, e le azioni ardenti sono l'amore.

PANDARO
Sarebbe questa la genesi dell'amore? Sangue caldo, pensieri caldi, azioni calde? Sì, proprio come le vipere. L'amore è dunque una nidiata di vipere? Chi è in campo oggi, mio signore?

PARIDE
Ettore, Deifobo, Eleno, Antenore e tutto il meglio di Troia. Volevo prendere le armi anch'io, ma la mia Elenuccia ha puntato i piedi. Ma com'è che mio fratello Troilo non è andato?

ELENA
Deve avercela per qualcosa. Il signor Pandaro lo deve saper bene!

PANDARO
Lo ignoro, reginella di miele. Non vedo l'ora di sapere com'è andata oggi. Ve lo ricorderete di scusare vostro fratello?

PARIDE
Sì, per filo e per segno.

PANDARO
Vi saluto, dolce regina.

ELENA
Ricordatemi alla nipotina.

PANDARO
Lo faro, dolce regina.

 

Esce.
Suona la ritirata.

PARIDE
Tornano dal campo; andiamo al palazzo di Priamo a salutare i combattenti. Dolce Elena, devo farti la corte, perché dia mano a svestire Ettore dell'armatura. Le dure fibbie, toccate dalle tue bianche dita ammaliatrici, saranno più docili che al filo tagliente dell'acciaio o alla forza dei muscoli greci. Farai più tu che tutti i re delle isole; disarmerai il grande Ettore.

ELENA
Sarà un orgoglio servirlo come dici, Paride; sì, rendergli l'omaggio che a lui dobbiamo, aggiungerà più lustro alla nostra beltà di quello che abbiamo, sì, ci darà più luce.

PARIDE
Dolcezza mia, ti amo più che si possa pensare.

 

Escono.

 

 

 

atto terzo - scena seconda

 

Entrano Pandaro e l'attendente di Troilo.

PANDARO
Oh! dov'è il tuo padrone? Da mia nipote Cressida?

ATTENDENTE
Nossignore, aspetta che voi ce lo portiate.

Entra Troilo.

PANDARO
Eccolo qua. Allora, come va? Come va?

TROILO
Tu, vattene via.

 

Esce l'attendente.

PANDARO
Avete visto mia nipote?

TROILO
No, Pandaro. Vado su e giù davanti alla sua porta, come un'anima nuova sulla sponda di Stige, che aspetta di traghettare. Ah, sii tu il mio Caronte, trasportami d'un lampo ai Campi Elisi, e lì potrò rotolarmi nei letti di gigli promessi a chi li merita! O dolce Pandaro, stacca le ali colorate dalle spalle di Cupido e vola con me da Cressida!

PANDARO
Fa' quattro passi in giardino, ve la porto subito.

 

Esce.

TROILO
Mi gira la testa, l'attesa mi rende ubriaco. È così dolce godere l'immaginario, che mi strega i sensi. Ma che sarà quando il palato che già sta pregustandolo assaggerà il nettare tre volte distillato dell'amore? Sarà la morte, temo, sarà il venir meno, la distruzione, o una gioia che è troppo fine, troppo potente nella sottigliezza, un tono troppo acuto di dolcezza perché lo percepiscano i miei sensi rozzi. Ne ho davvero paura, e poi di non saper più distinguere i piaceri, come uno squadrone quando carica alla rinfusa il nemico che fugge.

Entra Pandaro.

PANDARO
Si sta preparando, viene subito. Ora, testa a posto. Arrossisce e ansima come la impaurisse un fantasma. La vado a prendere. È la mascalzoncella più graziosa che ci sia! Ha il respiro corto come un passero appena preso.

 

Esce.

TROILO
La stessa passione mi stringe il petto. Il cuore batte più veloce del polso di un febbricitante; le mie facoltà sono smarrite come vassalli quando all'improvviso incontrano l'occhio del re.

Entrano Pandaro e Cressida, velata.

PANDARO
Vieni, vieni, non c'è bisogno di far la faccia rossa: la vergogna è bambina. (A Troilo) Eccovela qui. E ora ripetete a lei i giuramenti fatti a me. (A Cressida) Ma come, te ne rivai via? Bisogna proprio tenerti a briglia corta finché non sei domata? Qui, qui, avanti, e se rinculi ti metteremo nelle stanghe. (A Troilo) E voi, perché non le parlate? (A Cressida) Avanti, scosta il sipario, e vediamo questo quadro. Mamma mia, che paura hai di offendere la luce del giorno! Se fosse buio, avresti più coraggio di stringerti a lui. (A Troilo) Così, così va bene, accarezzala e bacia la tua donnina. Ma guarda, un bacio in usucapione! Costruisci qui, falegname, l'aria è dolce. Beh, ora vi farete strappare il cuore prima di farvi separare. Scommetto tutte le oche nel fiume che la falchetta avrà lo stesso zelo del falco - Sotto! Sotto!

TROILO
Mi avete rubato tutte le parole, signora.

PANDARO
Parola non paga debito; fatti, bisogna darle! Ma questa qua vi lascia pure a secco di fatti, se si decide a mettere a prova la vostra capacità di fare. Come, ancora a darvi di becco? Qua, vi sposo io con la formula giusta: "Per prova di che le parti mutualmente...". A letto, a letto, che io penso a procurarvi del fuoco.

 

Esce.

CRESSIDA
Volete entrare, mio signore?

TROILO
O Cressida, quante volte ho desiderato questo momento!

CRESSIDA
Desiderato, signore? Volessero gli dèi! Oh, mio signore!

TROILO
Volessero cosa? Che vuol dire questa graziosa interruzione? Cos'è quel fondo strano che la mia dolce signora va spiando nella fontana del nostro amore?

CRESSIDA
Più feccia che acqua, se le mie paure hanno occhi.

TROILO
Le paure fanno diavoli dei cherubini; non vedono mai la verità.

CRESSIDA
La paura cieca, guidata dall'occhio della ragione, cammina più sicura della ragione cieca che inciampa senza paura: temere il peggio fa spesso evitare il peggio.

TROILO
Oh, la mia signora non deve aver paura. Non ci sono mostri nel corteo di Cupido.

CRESSIDA
E neanche nulla di mostruoso?

TROILO
Soltanto i nostri giuramenti, quando facciamo voto di piangere mari, vivere nel fuoco, mangiare le rocce, domare le tigri, quando pensiamo che sia più difficile per la nostra amata escogitare prove abbastanza difficili che per noi superare qualunque difficoltà ci venga imposta. Questo c'è di mostruoso nell'amore, mia dolcezza: che la volontà è infinita e cio che si puo fare è limitato, che il desiderio è sconfinato e l'atto è schiavo del limite.

CRESSIDA
Dicono che gli innamorati si vantano di saper fare più di quanto non sono capaci di fare, e che però si tengono per sé una capacità che non mettono mai in atto: promettono più di dieci e mantengono meno di un decimo di uno. Hanno voce di leoni e agiscono da lepri, dunque non sono dei mostri?

TROILO
Ma davvero ce n'è di tali? Noi non siamo fatti così. Lodateci dopo averci assaggiati, metteteci prima alla prova. Andremo a testa nuda finché il merito non l'incoroni; nessuna lode al presente sarà concessa per una perfezione al futuro. Non daremo nome al merito se non quando sarà nato e, quando sarà nato, avrà lodi modeste. Chi sa mantenere fede ha bisogno di poche parole; Troilo sarà tale per Cressida che l'invidia non potrà fare di peggio che schernire la sua fiducia, e cio che la verità potrà dire di più vero non sarà più vero di Troilo.

CRESSIDA
Volete entrare, mio signore?

Entra Pandaro.

PANDARO
Ma come, ancora rossori? Ancora non avete finito di parlare?

CRESSIDA
Va bene, zio, vorrà dire che ti dedicherò la pazzia che sto per fare.

PANDARO
Grazie di cuore! Così se monsignore ti farà fare un bel figliolo, lo darai a me. Sii fedele al mio signore, se lui si tira indietro, dà pure a me la colpa.

TROILO
Ora sai quali sono i tuoi ostaggi: la parola di tuo zio e la mia salda fedeltà.

PANDARO
Ma anche per lei io do la mia parola. Le nostre donne sono fatte così, ci vuole un po' per vincerne la resistenza, ma una volta vinte sono costanti. Sono come le lappole, ve lo dico io: dove le tiri s'attaccano.

CRESSIDA
Voglio essere audace, sono rinfrancata: principe Troilo, vi ho amato giorno e notte per molti lunghi mesi.

TROILO
Perché allora la mia Cressida è stata così dura da vincere?

CRESSIDA
Dura di sembrare vinta. Ma fui vinta, mio signore, dal primo vostro sguardo - ma scusate; se confesso troppo, voi farete il tiranno. Ora vi amo, ma finora non al punto da non poter padroneggiare la passione. In effetti, mento: i miei pensieri, come figli sfrenati, s'erano fatti troppo testardi per la loro madre. Ma lo vedi, come siamo sciocche! Perché ho parlato tanto? Chi ci sarà fedele se i nostri segreti li mettiamo in piazza? Ecco, vi amavo tanto, ma senza corteggiarvi; eppure giuro che ho desiderato d'essere nata uomo, o che noi donne si avesse dell'uomo il privilegio di parlare per prime. Amore, ordinami di frenare la lingua: in questa ebbrezza dirò certo cose di cui mi pentirò. Lo vedi? Il tuo silenzio, astuto e chiuso, alla mia debolezza ruba i segreti più fondi. Chiudimi la bocca.

TROILO
Sì, sebbene ne esca una musica dolcissima.

La bacia.

PANDARO
Davvero graziosi.

CRESSIDA
Mio signore, ti supplico, perdonami: non intendevo mendicare un bacio. Mi vergogno! Cielo, che cosa ho fatto? Per questa volta ti chiedo permesso, signore.

TROILO
Permesso, dolce Cressida?

PANDARO
Permesso? Se te ne vai fino a domani mattina...

CRESSIDA
Vi prego, accontentatevi.

TROILO
Cos'è che ti turba?

CRESSIDA
Signore, la mia stessa compagnia.

TROILO
Non puoi sfuggire a te stessa.

CRESSIDA
Fammene andare, ci proverò.
Una parte di me resta con te. Ma è una parte che non mi è amica, e che rinuncia a se stessa per far da zimbello a un altro. Dove l'ho il cervello? Me ne voglio andare, non so più cosa dico.

TROILO
Ben sa cosa dice chi parla così saggiamente.

CRESSIDA
Forse, signore, sono apparsa più furba che innamorata, e mi son data a una così ampia confessione per adescare i tuoi pensieri. Ma tu sei saggio, o forse non ami, perché esser saggi e amare supera il potere dell'uomo, è cosa per gli dei.

TROILO
Oh, potessi credere che una donna può - e fosse possibile, saresti certo tu - alimentare eternamente la fiamma del suo amore, conservare giovane e costante la fede data, che sopravviva alla bellezza esteriore, e con uno spirito che si rigenera più presto del sangue che invecchia! O potesse solo la persuasione convincermi di questo, che la mia purezza e fedeltà a te potessero trovare in te un amore di pari peso e vagliata purezza, che esaltazione sentirei in questo caso! Ma, ahimè, io sono vero come il vero più candido, e più ingenuo della verità nella sua infanzia.

CRESSIDA
In questo io e te faremo a gara.

TROILO
Oh, lotta virtuosa, in cui il giusto combatte col giusto su chi sarà più giusto! D'ora in poi tutti gli innamorati veri prenderanno come esempio Troilo. Quando i loro versi, gonfi di proteste, di voti e di grandi similitudini, saranno a corto di immagini, e la fedeltà sarà stanca di ripetere "fedele come l'acciaio, come la pianta alla luna, come il sole al giorno, come la tortora alla compagna, come il ferro alla calamita, come la terra al suo centro", allora, dopo tutti questi paragoni di fedeltà, ci sarà da citare colui che primo ne dette esempio: "Fedele come Troilo" coronerà i versi e renderà sacre le loro composizioni.

CRESSIDA
Che tu possa essere profeta!
E se io sarò falsa o devierò d'un pelo dalla fedeltà quando il tempo invecchiato si scorderà di sé, quando la pioggia avrà consumato le pietre di Troia, e il cieco oblio avrà ingoiato le città, e nazioni potenti saranno sgretolate senza fisionomia fino ad essere il niente della polvere, allora la memoria, fra tutte le donne infedeli, dall'una all'altra, accusi la mia falsità! Quando avranno detto "Infida come l'aria, come l'acqua, come il vento, o la sabbia, come la volpe con l'agnello, o come il lupo col capretto, o il leopardo col cervo, o la matrigna col figliastro" aggiungano pure, per colpire il cuore dell'infedeltà: "falsa come Cressida".

PANDARO
Bene, l'affare è fatto. Sigillatelo, sigillatelo, io faccio da testimone. Qua la vostra mano, ora quella di mia nipote. Se mai uno dei due sarà infedele all'altro, dopo che io ho sputato sangue per questa unione, che tutti quei disgraziati di mezzani fino al giorno del giudizio siano chiamati come me: ma sì, tutti Pandari. Siano Troili tutti gli uomini fedeli, Cresside tutte le donne infedeli, e tutti i ruffiani Pandari. Dite "Amen".

TROILO
Amen.

CRESSIDA
Amen.

PANDARO
Amen. Dopodiché vi indicherò una stanza con un letto. Il quale letto, perché non parli dei vostri graziosi scontri, schiacciatelo a morte: andate!


Escono Troilo e Cressida.


Conceda Cupido a tutte le vergini qui, che sanno tenere la lingua a posto, letto, camera, e un Pandaro che provveda a cio che serve.

 

Esce.

 

 

 

atto terzo - scena terza

 

Squilli di tromba.

Entrano Agamennone, Ulisse, Diomede, Nestore, Aiace, Menelao e Calcante.
 

CALCANTE
Principi, per i servigi che vi ho reso ora l'occasione propizia mi spinge a chiedervi una ricompensa. Ricorderete che, per il fatto che vedo bene nel futuro, io ho lasciato Troia e ogni mio bene, sono incorso nella nomea di traditore, e dal mio solido stato mi son ritrovato esposto ad una sorte incerta, escluso da quei vantaggi che il tempo, le conoscenze, le abitudini e la posizione avevan fatti abitudine cara alla mia natura; e qui, per servire voi, son diventato come un estraneo, che non conosce nessuno. Dunque vi prego di volermi concedere una piccola parte dei benefici promessimi, e che, mi assicurate, mi toccheranno in futuro.

AGAMENNONE
Troiano, cos'è che vuoi da noi? Chiedi.

CALCANTE
C'è qui un prigioniero troiano, Antenore, che è stato preso ieri. A Troia è molto caro. Spesso voi avete - e ve n'ho rese grazie - richiesto di scambiare la mia Cressida, con uno di gran nome, e Troia ha rifiutato. Ma Antenore, lo so, è così cruciale per i loro affari che la loro economia senza di lui ristagna. Quasi ci darebbero un principe del sangue, un figlio di Priamo, in cambio. Restituitelo, e lui ricomprerà la mia figliola. E con lei qui saro ricompensato per i duri servigi di buon grado prestati.

AGAMENNONE
Che Diomede s'incarichi di restituirlo e di portar qui Cressida. Calcante avrà cio che chiede. Buon Diomede, provvedi che lo scambio sia fatto. Vedi anche di sapere se Ettore domani conferma la sua sfida: Aiace è pronto.

DIOMEDE
Ci penso io; - è un compito che assolvo con orgoglio.


Escono Diomede e Calcante.

Achille e Patroclo stanno sull'ingresso della loro tenda.

ULISSE
Ecco Achille davanti alla sua tenda: voglia il nostro comandante far finta di nulla mentre gli passa davanti, come se non lo ricordassimo. E voi, principi, lanciategli qualche occhiata distratta. Io saro l'ultimo: è probabile, credo, che mi chieda perché lo guardiamo in quel modo sfottente. Se lo fa, ho una tisana di scherno, da usare tra la vostra freddezza e la sua spocchia, e lui avrà una voglia matta di berla. Puo fargli bene: la superbia non ha altro specchio che la superbia per vedersi; perché le ginocchia pieghevoli nutrono l'arroganza e sono la paga del superbo.

AGAMENNONE
Metteremo in atto il vostro piano, e assumeremo un'aria noncurante mentre gli passiamo davanti. Principi, fate lo stesso: nessun saluto, oppure un cenno sdegnoso che lo scuoterà più ancora che il non essere guardato. Vado avanti io.

ACHILLE
Cosa? il generale arriva per parlarmi? Sapete come la penso: non combatto più contro Troia.

AGAMENNONE
Che dice Achille? Vuole qualcosa da noi?

NESTORE
Signore, volete qualcosa dal generale?

ACHILLE
No.

NESTORE
Niente, comandante.

AGAMENNONE
Tanto meglio.


Escono Agamennone e Nestore.

ACHILLE
Buon giorno, buon giorno.

MENELAO
Come va, come va?

 

Esce.

ACHILLE
E che, mi sfotte, quel cornuto?

AIACE
Come va, Patroclo?

ACHILLE
Buona giornata a te, Aiace!

AIACE
Eh, che?

ACHILLE
Ho detto, buona giornata.

AIACE
Già, e buon domani

 

Esce.

ACHILLE
Che gli prende a tutti? Non riconoscono Achille?

PATROCLO
Ci passano davanti distratti. Prima s'inchinavano, per mandare avanti ad Achille i loro sorrisi, e avvicinarsi umilmente, come solevano strisciare di fronte ai sacri altari.

ACHILLE
Da quando in qua son diventato un poveraccio? Già, perché la grandezza, una volta sfortunata, si perde anche il favore degli uomini per strada. La propria disgrazia si legge nello sguardo degli altri prima di sentirsela addosso; perché gli uomini, come le farfalle, solo all'estate mostrano le ali incipriate; non c'è uomo che venga onorato per essere solo uomo, ma l'onore che ha è per quegli onori che stanno fuori di lui come la posizione, le ricchezze, il favore, frutti spesso del caso come del merito. E quando cadono, essendo soggetti agli scivoloni, ed essendo, l'affetto che a loro s'appoggia, scivoloso anch'esso, l'uno si tira dietro l'altro e tutti assieme muoiono nella caduta. Non è il mio caso. Io e la fortuna siamo amici: mi godo ancora in pieno tutto cio che possedevo tranne gli sguardi di quelli lì, che forse hanno scoperto in me un qualcosa di indegno della stima opulenta che prima mi concedevano. Ecco Ulisse. Interromperò la sua lettura. Ulisse, alla buon'ora!

ULISSE
Dunque, figlio della grande Teti!

ACHILLE
Cosa state leggendo?

ULISSE
Un tipo strambo scrive che l'uomo, per dotato che sia dalla natura, per quanto abbia dentro di sé o fuori, non puo vantarsi di avere cio che ha, né sente cio che ha, se non di riflesso; come quando le sue virtù, brillando su altri, li riscaldano e quelli restituiscono il calore al primo che l'ha dato.

ACHILLE
Niente di strano, Ulisse.
La bellezza che si porta qui sul volto al portatore è ignota; essa si raccomanda agli occhi altrui. Né l'occhio stesso poi, purissimo tra i sensi, mira se stesso, visto che non puo uscire da sé; ma l'occhio incontra l'occhio e si salutano, l'uno con la forma dell'altro. Perché la vista non si rivolge a sé finché non ha viaggiato e non si specchia là dove puo vedersi. Non è per niente strano.


ULISSE
Non è che io trovi strana questa opinione - è cosa ovvia - ma la tesi del mio autore, che su quel fatto fonda la sua prova che nessuno è padrone di alcunché, anche se molto c'è in lui e di lui, finché le sue qualità non le comunica ad altri; né, da se stesso, le puo mai conoscere finché non le veda effigiate nell'applauso altrui, dove si estendono; il quale, come un arco, riverbera la voce. O come una porta d'acciaio rivolta al sole, ne riceve e rende l'immagine e il calore. La tesi mi ha colpito e mi è venuta subito in mente la figura dell'incosciente Aiace. Cielo, che razza d'uomo! Un vero cavallo che non sa cosa porta! O Natura! Quante cose ci sono abiette nell'aspetto e preziose nell'uso! E quante cose preziosissime nella stima e povere in valore! Domani noi vedremo - è un regalo che il puro caso gli detta addosso - Aiace che diventa famoso. O cielo, che cosa non fanno certuni, mentre altri non si curano di fare! Certa gente si insinua nella camera della Fortuna bizzosa; e certi altri le fanno gli imbecilli proprio davanti agli occhi! Qualcheduno s'abbuffa della stima di un altro, mentre l'orgoglio, pazzo, se ne resta a digiuno! Ma guarda questi principi greci! Siamo al punto che batton sulla spalla di quel cialtrone d'Aiace come se già tenesse il suo piedone sul petto del prode Ettore, e la grande Troia urlasse già di terrore.

 

ACHILLE
Eccome se ci credo! Non mi passano davanti come dei tirchi a un mendicante, senza concedere uno sguardo o una parola buona? Forse che le mie imprese se le sono dimenticate?

ULISSE
Signore, il tempo, grasso mostro d'un ingrato, ha sulla schiena una borsa dove infila elemosine per dimenticarsene. Quegli scarti sono le buone azioni passate, divorate man mano che son fatte, e, fatte, dimenticate all'istante. La perseveranza, caro sire, tiene lustro l'onore: avere fatto è restare lì appesi, fuori moda, come un'armatura arrugginita che schernisce se stessa su un monumento. Cogli l'istante, perché la gloria percorre un sentiero così stretto che vi passa solo uno alla volta. E non mollare mai il sentiero, perché l'emulazione ha mille figli e ognuno incalza l'altro. Se ti fai di lato o devii dalla giusta direzione, si slanciano tutti, come una marea che monta, e ti lascian per ultimo; oppure, come l'ardito cavallo caduto in prima fila, resti a far da ciottolo alla vile retroguardia, travolto e calpestato. Ciò che essi fanno oggi, per inferiore che sia a ciò che hai fatto in passato, deve superarlo per forza; il tempo è come un padrone di casa alla moda: all'ospite che parte stringe appena la mano, e a braccia aperte ti vola incontro a quello che è in arrivo. Il benvenuto è tutto un sorriso, l'addio svanisce sospirando. Oh, la virtù non s'aspetti nulla per cio che è stata. Perché bellezza, ingegno, natali nobili, vigore fisico, meriti acquisiti, amore, amicizia, carità, tutto obbedisce all'invidia, e alla calunnia del tempo. Un tocco di natura fa tutto il mondo uguale: che fa furore l'ultima invenzione, benché ricavata e fatta da quelle del passato, e si apprezza la polvere appena un po' indorata più dell'oro impolverato. L'occhio dell'oggi apprezza l'oggetto dell'oggi. Dunque non ti stupire, tu, uomo grande e completo, che tutti i Greci comincino a idoleggiare Aiace: le cose in movimento attraggono l'occhio molto prima di quelle che son ferme. Un tempo si urlava per te, e si potrebbe urlare ancora, e si potrebbe sempre, purché, mentre sei vivo, tu non ti seppellisca e non chiuda la fama nella tua tenda; le tue imprese gloriose ancora di recente su questi campi han suscitato emulazione fra gli stessi dèi, e spinto il grande Marte a prendere le armi.

ACHILLE
Per questo mio ritiro ho forti motivi.

ULISSE
Ma contro il tuo ritiroci sono ragioni più forti, e più eroiche. È noto, Achille, che sei innamorato di una delle figlie di Priamo.

ACHILLE
Come, noto?

ULISSE
Te ne stupisci? La preveggenza di uno stato che vigila, conta la polvere dell'oro di Pluto, gratta il fondo di abissi senza fondo, scruta i cervelli, e, quasi come un dio, svela i pensieri nascosti nelle loro culle. C'è nel cuore dello stato un mistero che mai nessuna indagine ardisce penetrare,  e talmente divino è il suo operare che non c'è lingua o penna che ne possa dire.I tuoi rapporti con Troia sono ben noti a noi non meno che a te, signore mio. E molto meglio si addirebbe ad Achille stendere Ettore, piuttosto che Polissena. Che dolore sarà per il giovane Pirro, in patria,  quando per le nostre isole correrà la voce e tutte le ragazze greche salterellandocanteranno: "Del grande Ettore conquisto Achille la sorella, ma il nostro grande Aiace lo batté col suo coraggio". Vi ho parlato da amico. Addio, signore. Lo sciocco scia sul ghiaccio che tu dovresti rompere.


Esce.

PATROCLO
A questo comportamento, Achille, t'ho spinto anch'io. Una donna sfacciata che fa il maschio è riprovata meno di un uomo effeminato quando c'è da agire. Si ritorce tutto su di me: pensano che il mio scarso spirito guerresco e il tuo grande amore per me ti trattengono così. Caro, scuotiti, e il debole, lascivo Cupido ti libererà il collo dal suo abbraccio amoroso e sarà scosso via come una goccia di rugiada dalla criniera di un leone.

ACHILLE
Aiace combatterà con Ettore?

PATROCLO
Sì, per cavarne forse onore a iosa.

ACHILLE
Vedo che è in gioco la mia reputazione: il mio onore è ferito dai maligni.

PATROCLO
E allora, attento!
Le ferite autoinflitte sono dure a guarire. Omettete di fare il necessario firma una cambiale di rischio in bianco. E il pericolo, come una febbre insidiosa, contagia anche quando sediamo in ozio a prender sole.

ACHILLE
Va' a chiamare Tersite, caro Patroclo.
Manderò quel buffone da Aiace a pregarlo di invitare i signori troiani a venir qui da noi, dopo la sfida, disarmati. Mi è presa una voglia da donna, un desiderio che mi fa star male di vedere il grande Ettore in veste di pace,


Entra Tersite.


di parlargli, di guardarlo bene in faccia fino a saziarmene. - Una fatica in meno!

TERSITE
Che spettacolo!

ACHILLE
Cosa dici?

TERSITE
Aiace che va avanti e indietro per il campo in cerca di sé.

ACHILLE
Come sarebbe?

TERSITE
Domani deve battersi con Ettore in singolar tenzone, ed è così profeticamente fiero di un'eroica bastonatura che vaneggia senza che dica niente.

ACHILLE
Come può essere?

TERSITE
Ma sì, incede su e giù come un pavone: un gran passo e una fermata. Poi rumina come un'ostessa che di aritmetica possiede solo il cervello per mettere giù il conto, si mordicchia le labbra con uno sguardo da politicante, come a voler dire "Ce ne sarebbe di materia grigia in questa testa, venisse solo fuori" - e difatti ce ne sarà anche, ma se ne sta lì fredda dentro di lui come il fuoco nella pietra focaia, che non viene fuori se non si batte. L'uomo è comunque liquidato, perché se Ettore non gli rompe il collo in combattimento ci pensa da sé a romperselo con la vanagloria. Perfino me non riconosce. Dico: "Buona giornata, Aiace", e lui risponde: "Grazie, Agamennone". A cosa ti fa pensare uno che scambia me per il nostro capo? È diventato un vero pesce di terraferma, uno che è nato senza linguaggio, un fenomeno. Tutto effetto della vanagloria! Uno puo mettersela a dritto e a rovescio, come una giacca di cuoio.

ACHILLE
Portagli una mia ambasciata, Tersite.

TERSITE
Chi, io? Ma se quello non risponde a nessuno! Non rispondere è la sua professione. Parlare è da accattoni: ha la lingua nei muscoli. Mi proverò a imitarlo; di' a Patroclo di farmi qualche domanda, e vedrai la sceneggiata di Aiace.

ACHILLE
A lui, Patroclo. Digli che io umilmente prego il valente Aiace di invitare il valorosissimo Ettore a venire nella mia tenda disarmato, e di procurargli un salvacondotto per la sua persona firmato dal magnanimo e illustrissimo e sei o sette volte onorato generalissimo dell'esercito greco, Agamennone, eccetera. Forza!

PATROCLO
Giove benedica il grande Aiace!

TERSITE
Uhm!

PATROCLO
Vengo da parte del nobile Achille...

TERSITE
Ah!

PATROCLO
... il quale vi prega umilmente di invitare Ettore nella sua tenda...

TERSITE
Uhm!

PATROCLO
... e di procurargli un salvacondotto da Agamennone.

TERSITE
Agamennone?

PATROCLO
Sì, mio signore.

TERSITE
Ah!

PATROCLO
Che rispondete?

TERSITE
Andate con Dio, lo dico di cuore.

PATROCLO
La vostra risposta, signore.

TERSITE
Se domani è bello, per le undici le cose andran così o così. Comunque mi dovrà pagare caro prima di beccarmi.

PATROCLO
La vostra risposta, signore.

TERSITE
Statevi bene, di tutto cuore.

ACHILLE
Ma allora è proprio suonato, vero?

TERSITE
No, è proprio stonato. Non so proprio che musica verrà fuori quando Ettore gli aprirà il cervello; nessuna, sono sicuro, a meno che Apollo sviolinatore non gli tolga i tendini per farne corde di violino.

ACHILLE
Basta, devi portargli subito una lettera.

TERSITE
E una anche per il suo cavallo, che dei due è il più ragionevole.

ACHILLE
La mia mente è turbata come una fonte smossa.
Io stesso non ne vedo il fondo.


Escono Achille e Patroclo.

TERSITE
Speriamo che torni limpida presto la fonte della tua zucca, così ci porto l'asino a bere. Meglio essere una zecca su una pecora che un simile eroe deficiente.


Esce.

 

Indice Teatro

Inizio pagina

 


 

Troilo e Cressida

(“Troilus and Cressida” - 1601)

 

 

atto quarto - scena prima

 

Entrano, da una parte, Enea e un servo con una torcia;

dall'altra entrano Paride, Deifobo, Antenore, il greco Diomede, e altri con torce.

 

PARIDE
Alt, oh! Chi va là?

DEIFOBO
È Enea.

ENEA
Come, il principe in persona! Avessi io i vostri buoni motivi per stare sdraiato, principe Paride, solo la volontà divina priverebbe della mia compagnia la mia compagna di letto.

DIOMEDE
Lo penso anch'io. Buona giornata, signore Enea.

PARIDE
Stringete la mano a Enea, questo Greco valoroso: miglior prova non c'è della vostra parola, quando diceste che per una settimana intera Diomede vi dette la caccia là sul campo.

ENEA
Salute a voi, valoroso signore, finché si tratta in questa tregua leale. Ma quando v'incontrerò armato, sia la sfida più nera che il cuore può pensare o il coraggio attuare.

DIOMEDE
E Diomede accetta tutt'e due. Adesso il sangue è calmo; sicché, adesso, salute! Ma quando sarà tempo di combattere, per Giove, fino alla morte ti darò la caccia, con tutta la mia forza, furia e astuzia.

 

ENEA
E tu darai la caccia a un leone che fuggirà guardandoti in faccia. Ma ora che siamo uomini cortesi, benvenuto a Troia! Sì, per la vita di Anchise, davvero benvenuto! Giuro sulla mano di Venere che non c'è uomo vivente che ami di più ciò che ad ogni costo vuole uccidere.

DIOMEDE
La pensiamo allo stesso modo. Giove, viva Enea, se il suo destino non è dar gloria alla mia spada, per mille complete rotazioni del sole. Ma per il mio emulo onore fallo morire. domani, trafitto in ogni membro.

ENEA
Ci conosciamo bene, noi due.

DIOMEDE
Già, e non vediamo l'ora di conoscerci peggio!

PARIDE
Questo è il saluto più brutalcortese, il più nobile odio amoroso di cui io sappia. (A Enea) Ma come mai così mattiniero, signore?

ENEA
Mi ha fatto chiamare il re, non ne so il motivo.

 

PARIDE (a Enea)
Il suo motivo l'avete davanti. Bisogna condurre questo Greco qui alla casa di Calcante, e lì consegnargli la bella Cressida in cambio di Antenore liberato. Venite con noi o, se credete, precedeteci là. Io continuo a credere - o piuttosto chiamerei il mio pensiero una certezza - che mio fratello Troilo abbia passato lì la notte. Svegliatelo e avvisatelo che stiamo per arrivare, con tutti i nostri motivi. Temo che non saremo affatto graditi.

ENEA (a Paride)
Questo ve l'assicuro; Troilo preferirebbe che Troia fosse portata in Grecia piuttosto che Cressida sia portata via da Troia.

PARIDE (a Enea)
Non c'è rimedio: Lo vuole la durezza del presente. Signore, andate, noi vi seguiremo.

ENEA
Buona giornata a tutti.

 

Esce col servo.

PARIDE
E ditemi una cosa, mio nobile Diomede, ma sinceramente, detto da un vero amico: secondo voi, fra me e Menelao chi merita di più la bella Elena?

DIOMEDE
Secondo me alla pari. Se la merita certo lui, che è venuto fin qui a cercarla, senza curarsi affatto che lei sia insozzata, a costo di quest'inferno di dolore e di guai; e voi vi meritate di tenervela perché la difendete, senza sentirvi in gola il gusto amaro del suo disonore, a tale prezzo di perdite in denaro e in amici. Lui, piagnucoloso becco, si scolerebbe fondi e feccia d'un otre andato a male; voi, la lussuria vi fa provar gusto a generare eredi da lombi di puttana. Sulla bilancia del merito, ciascuno pesa né meno né più, e ciascheduno è appensantito da una puttana.

PARIDE
Siete troppo duro con la vostra compatriota.

DIOMEDE
È lei che è dura con la sua patria. Ascoltatemi, Paride: per ogni goccia bugiarda in quelle vene spudorate si è spenta la vita di un Greco; per ogni grammo di quella sua carcassa contaminata è stato ucciso un Troiano. Da quando sa parlare, lei non ha dato fiato a più buone parole, di quanti Greci e Troiani sono morti per lei.

PARIDE
Bel Diomede, voi fate come i mercanti, che disprezzano ciò che vogliono comprare.
Noi invece abbiamo cara la virtù del silenzio: non vogliamo lodare qualcosa per venderla. Venite da questa parte.

 

Escono.

 

 

 

atto quarto - scena seconda

 

Entrano Troilo e Cressida.

TROILO
Non scomodarti, cara, l'alba è fredda.

CRESSIDA
Allora, mio dolce signore, chiamo giù lo zio che apra il cancello.

TROILO
Lascialo stare. A letto, avanti, a letto! Il sonno chiuda quei begli occhi e t'imprigioni dolcemente i sensi come fa coi bambini senza pensieri.

CRESSIDA
Buon giorno, allora.

TROILO
Ora ti prego, a letto.

CRESSIDA
Sei già stanco di me?

TROILO
O Cressida! Mai me ne andrei da te, se il giorno pieno di affanni, destato dall'allodola, non avesse svegliato tutte le strepitose cornacchie, sicché la notte sognante non celerà più a lungo le nostre gioie.

CRESSIDA
La notte è stata troppo corta.

TROILO
Dannata strega! S'attarda con chi ha l'odio nel cuore lunga come l'inferno, e invece vola via dagli amplessi d'amore con ali più fulminee del pensiero. Così prendi freddo, e poi darai a me la colpa.

CRESSIDA
Ti prego, resta ancora. Voi uomini non volete mai restare. O sciocca Cressida! Avrei potuto ancora dirti di no, e allora tu resteresti! Senti! C'è qualcuno sveglio.

PANDARO (dall'interno)
Come! Tutte le porte aperte, qui?

TROILO
È tuo zio.

CRESSIDA
Vada al diavolo! Ora ci prenderà in giro. E io dovrò sopportare!

Entra Pandaro.

PANDARO
Dunque, dunque, come vanno queste verginità? Dico a te, verginella! Dov'è mia nipote Cressida?

CRESSIDA
Impiccati, zio cattivo e sfottitore! Mi spingi a fare... e poi mi prendi in giro.

PANDARO
A far cosa? A far cosa? Lo dica chiaro: cosa? Cosa ti ho spinto a fare?

CRESSIDA
Via, via, vai all'inferno! Non sarai mai buono, e non sopporti che lo siano gli altri.

PANDARO
Ah ah! Ahimè poverina! Povera stupidina! Non hai dormito stanotte? È lui il cattivaccio che non t'ha fatto dormire? Lo porti via il babau!

CRESSIDA
Non te l'avevo detto? Magari qualcuno lo picchiasse in testa!


Bussano.
 

Chi c'è alla porta? Da bravo, zio, va' a vedere. Mio signore, torna in camera. Perché ridi e mi prendi in giro, come se pensassi a qualcosa di male?

TROILO
Ah, ah!

CRESSIDA
Via, ti sbagli, non ci penso per niente.
 

Bussano.
 

Ma senti come bussano! Ti prego, vieni dentro. Non voglio che ti vedano qui, neanche per mezza Troia.


Escono Troilo e Cressida.

PANDARO
Chi è? Che succede? Volete buttar giù la porta? Insomma, cosa c'è?

Entra Enea.

ENEA
Buon giorno, signore, buon giorno.

PANDARO
Ma chi è? Il signor Enea! Giuro, non vi avevo riconosciuto. E come mai così di buon'ora?

ENEA
È qui il principe Troilo?

PANDARO
Qui? E a far che?

ENEA
Su, su, che c'è, signore; non lo negate. È molto importante che parli con me.

PANDARO
Dite che è qui? Allora ne sapete più di me, lo giuro. Io poi son tornato a casa tardi. E che ci farebbe?

ENEA
Oh, ma via! Andiamo, andiamo, che così finite per fare il suo danno senza volerlo. Per essergli fedele finirete col tradirlo. Non volete saperne niente, e sia, però intanto me lo andate a chiamare. Andiamo.

 

Esce Pandaro.
Entra Troilo.

TROILO
Allora, che succede?

ENEA
Principe, non ho quasi il tempo di salutarvi, tanta è l'urgenza di cio che ho per le mani. Stanno arrivando vostro fratello Paride e Deifobo, il greco Diomede e il nostro Antenore, a noi restituito; in cambio di lui, prima del primo sacrificio, entro quest'ora, dobbiamo consegnare in mano a Diomede la signora Cressida.

TROILO
Così è stato deciso?

ENEA
Da Priamo e dal comando di Troia. Sono qui fuori, pronti ad effettuare lo scambio.

TROILO
Il mio successo si tramuta in beffa! Vado a incontrarli. Voi, principe Enea, m'avete incontrato per caso: non mi avete trovato qui.

ENEA
D'accordo, d'accordo, mio signore. La natura, sui suoi segreti, non saprebbe essere più taciturna di me.

 

Escono.
Entrano Pandaro e Cressida

PANDARO
Possibile! Appena avuta e già perduta! Al diavolo Antenore! Il giovane principe perderà la testa. Accidenti ad Antenore! Magari gli avessero torto il collo!

CRESSIDA
Allora, che cosa succede? Chi era venuto?

PANDARO
Ah, ah!

CRESSIDA
Che cosa sono questi profondi sospiri? Dov'è il mio signore? Se n'è andato? Insomma, zietto, che c'è?

PANDARO
Vorrei trovarmi non sopra, ma sotto terra.

CRESSIDA
O dei, ma che succede?

PANDARO
Torna dentro, ti prego. Non fossi mai nata! Qualcosa mi diceva che saresti stata la sua morte. Disgraziato giovane! Un accidenti ad Antenore!

CRESSIDA
Zio mio, ti supplico, ti supplico in ginocchio, che succede?

PANDARO
Te ne devi andare, ragazza mia, te ne devi andare; t'hanno scambiata con Antenore. Devi andare da tuo padre, e lasciare Troilo. Sarà la sua morte, la sua rovina; non potrà sopportarlo.

CRESSIDA
Dèi immortali! No, non ci vado.

PANDARO
Devi.

CRESSIDA
No, zio, non vado. Mio padre l'ho dimenticato. Non ho una goccia di sangue suo, non ho parenti, non ho affetti, e nessuno mi è più vicino del dolce Troilo. O dèi divini! Che il nome Cressida sia il massimo dell'infedeltà se mai abbandona Troilo! Tempo, violenza e morte fate a questo corpo tutte le offese che potete; ma la forte base e costruzione del mio amore è al centro stesso della terra, e attira tutto a sé. Vado dentro a piangere.

PANDARO
Vai, vai.

CRESSIDA
A strapparmi i capelli luminosi e a graffiarmi guance così lodate, a rompere coi singhiozzi la mia voce chiara e a spezzarmi il cuore invocando Troilo. Non andrò via da Troia!


Escono.

 

 

 

atto quarto - scena terza

 

Entrano Paride, Troilo, Enea, Deifobo, Antenore e Diomede.

PARIDE
È giorno pieno, ormai s'avvicina l'ora fissata per la sua consegna a questo Greco valoroso. Troilo, fratello mio, pensaci tu a dire alla ragazza cio che deve fare, e dille di far presto.

TROILO
Entrate in casa sua. La porto subito al Greco. E quando la darò alle sue mani, penserò che siano un altare, e che tuo fratello Troilo sia un sacerdote che vi offre il proprio cuore.

PARIDE
So bene che vuol dire amare; e vorrei poterti aiutare, così come ti compiango. Vi prego, entrate, signori.

 

Escono.

 

 

 

 

atto quarto - scena quarta

 

Entrano Pandaro e Cressida.

PANDARO
Su, moderazione, moderazione.

CRESSIDA
Perché mi parli di moderazione? Il dolore che assaggio è fine, perfetto, e fa violenza con la stessa forza di ciò che lo causa. Come posso moderarlo? Se potessi venire a patti col mio amore, o stemperarlo e renderlo più freddo, potrei fare lo stesso con il mio dolore. Ma il mio amore non ammette impurità che lo diluisca, e neppure il mio dolore, visto quello che perdo.

Entra Troilo.

PANDARO
Eccolo, eccolo, eccolo qui! Ah, mie dolci paperelle!

CRESSIDA (abbracciandolo)
O Troilo, Troilo!

PANDARO
Che paio di meraviglie debbo vedere! Voglio abbracciarvi anch'io. "O cuore", come dice la bella canzone,

"... O cuore, cuore addolorato, Perché sospiri e non ti spezzi mai?" e lui risponde; "Perché non possono alleviare il tuo dolore né l'amicizia né le parole". Mai versi più veri di questi. È proprio vero, mai buttar via niente, ci sono momenti nella vita che si puo aver bisogno anche di questi versi. Lo si vede, lo si vede. E allora, agnellini?

TROILO
Cressida, io t'amo di un affetto così puro, che i sacri dèi, invidiosi della mia passione, più zelante di ogni devozione che alle loro divinità mandano certe labbra fredde, ti tolgono a me.

CRESSIDA
Provano invidia gli dèi?

PANDARO
Sì, sì, sì, sì. È fin troppo evidente.

CRESSIDA
Ed è vero che devo andarmene da Troia?

TROILO
Orribile ma vero.

CRESSIDA
Come, e anche da Troilo?

TROILO
Da Troia e da Troilo.

CRESSIDA
È possibile?

TROILO
E subito. L'offesa della sorte ci nega i commiati, accantona con sgarbo ogni indugio, con malagrazia priva di ogni congiunzione le nostre labbra, impedisce con la forza i nostri abbracci stretti, strangola i nostri voti d'amore appena il nostro fiato li concepisce ansante. Noi due, che ci siamo comperati a vicenda con tante migliaia di sospiri, ora dobbiamo svenderci con l'affanno reciso di uno solo. Il tempo ingiurioso con la fretta d'un ladro stiva a casaccio il suo ricco bottino. Tanti addii, quante sono le stelle in cielo, ognuno col suo sospiro, e il sigillo dei baci,  lui li affastella in un addio confuso,e ci lesina un solo bacio affamato, mal condito col sale di lacrime spezzate.

 

ENEA (da dentro)
Principe, è pronta la signora?

TROILO
Senti? ti chiamano; così dicono che il Genio gridi "Vieni" a chi deve morire sull'istante. Ditegli che abbiano pazienza, viene subito.

PANDARO
Dove sono le mie lacrime? Piovete, perché cessi questo vento di sospiri, o il mio cuore ne sarà sradicato.
 

Esce.

CRESSIDA
Allora devo andare dai Greci?

TROILO
Non c'è rimedio.

CRESSIDA
Una Cressida dolente fra i Greci spensierati! Quando ci rivedremo?

TROILO
Ascoltami, amore. Siimi solo fedele nel tuo cuore.

CRESSIDA
Fedele? E me lo chiedi? Che pensiero malvagio è questo?

TROILO
No, senti, dobbiamo rimproverarci con gentilezza perché anche il rimprovero sta per lasciarci. Io non ti dico "Sii fedele" perché dubiti di te; perché getterei il guanto in faccia alla stessa morte per sostenere che non c'è macchia nel tuo cuore. Ma "Sii fedele" lo dico come premessa a questo che ora ti giuro: "Sii fedele e io ti rivedro".

CRESSIDA
Oh mio signore, ti esporrai a pericoli infiniti e continui. Ma io saro fedele!

TROILO
Ed io e il pericolo diventeremo amici. Porta questo bracciale.

CRESSIDA
E tu questo guanto. Quando ti rivedrò?

TROILO
Corromperò le sentinelle greche per farti visita la notte. Ma sii fedele.

CRESSIDA
O cielo, ancora "sii fedele"!

TROILO
Senti perché lo dico, amore. I giovani greci sono pieni di doti; il loro corteggiamento è ben dosato coi doni di natura, e fiorente di arti e d'esperienze. La loro novità, le loro doti, unite alla bellezza, potrebbero sedurre. Di qui, ahimè, una sorta di sacra gelosia - considerala, ti supplico, un peccato virtuoso - mi fa temere.

CRESSIDA
O dèi, tu non mi ami!

TROILO
Che io muoia da infame, allora! In questo non metto in dubbio la tua fedeltà, ma soprattutto i miei meriti: non so cantare, né volteggiare nel ballo, né addolcire le parole, né far giochi di destrezza - che son tutte virtù in cui i Greci sono esperti e dotati. Ma so dirti che in tutti questi talenti si nasconde un demonio quieto, che sta zitto e affascina e tenta con molta astuzia. Ma tu non farti tentare.

CRESSIDA
E tu pensi che mi farò tentare?

TROILO
No, ma si puo fare qualcosa anche senza volere; a volte siamo noi il demonio di noi stessi, quando mettiamo a prova le nostre fragili forze presumendo troppo della loro instabile resistenza.

ENEA (da dentro)
Allora, principe?

TROILO
Vieni, un bacio, e separiamoci.

PARIDE (da dentro)
Fratello Troilo!

TROILO
Sì, fratello, vieni avanti,
e porta con te Enea e il Greco.

CRESSIDA
Mio signore, mi sarai fedele?

TROILO
Chi, io? È il mio vizio, purtroppo, la mia colpa: mentre gli altri, con la furbizia, vanno a caccia di stima, io con la mia schiettezza mi procaccio mera ingenuità, mentre certuni, con astuzia, indorano le loro corone di rame, io, semplice e sincero, la mia la porto com'è. Non temere per la mia fedeltà: il senso del mio ingegno è "Semplice e fedele", ad altro non arriva.

 

Entrano Enea, Paride, Antenore, Deifobo e Diomede.
 

Benvenuto, Diomede! Ecco la donna che ti consegniamo in cambio di Antenore. Giunti alla porta, signore, te la daro in mano, e durante il tragitto ti parlerò di lei. Trattala bene, e, sull'anima mia, bel Greco, se mai sarai alla mercé della mia spada, nomina Cressida, e la tua vita sarà salva come quella di Priamo a Ilio.

DIOMEDE
Bella Cressida, vi prego, risparmiatevi i ringraziamenti che questo principe s'aspetta. Lo splendore del vostro sguardo, la vostra guancia divina, chiedono che vi si tratti con ogni riguardo; sarete signora di Diomede, e disporrete di lui in tutto.

TROILO
Greco, non sei cortese con me, umiliando così la calda supplica che ti ho rivolto con le lodi che le fai. Ti dico, signore di Grecia, che lei è di tanto superiore alle tue lodi quanto tu sei indegno di chiamarti suo servo. T'ingiungo di trattarla bene, solo perché te lo ordino io. E, per Plutone terribile, se non lo fai, anche se avessi a guardia quel montagnoso Achille, ti tagliero la gola.

DIOMEDE
Oh, non vi riscaldate, principe Troilo; lasciatemi il privilegio, per il ruolo che svolgo, di parlare in tutta franchezza. Partito da qui faro come mi piace; e, sappiate signore, niente ch'io faccia sarà per ordine d'altri. Ella sarà apprezzata per quel che vale; ma se voi mi dite: "Così dev'essere", allora io per spirito e punto d'onore vi dico "No".

TROILO
Su, andiamo alle porte. Io ti dico, Diomede, dovrai nasconderti spesso per questa tua bravata. Signora, dammi la mano; e strada facendo parleremo tra noi di ciò che dobbiamo dirci.


Escono Troilo, Cressida e Diomede.

Squillo di tromba.

PARIDE
Sentite! La tromba di Ettore.

ENEA
Che mattina sprecata! Il principe mi crederà pigro e trascurato, visto che avevo giurato di precederlo sul campo!

PARIDE
Tutta colpa di Troilo; su, su, al campo con lui.

DEIFOBO
Prepariamoci in fretta.

ENEA
Già, mettiamoci alle calcagna di Ettore con la fresca impazienza di uno sposo. La gloria della nostra Troia oggi s'affida al suo valore e al suo braccio di cavaliere.

 

Escono.

 

 

 

atto quarto - scena quinta

 

Entrano Aiace, armato, Agamennone, Achille, Patroclo, Menelao, Ulisse, Nestore, Calcante e un trombettiere.

 

AGAMENNONE
Eccoti fresco e bello nella tua armatura, e anche in anticipo. Animo ora! Con la tua tromba dai la sveglia a Troia, tremendo Aiace, e l'aria spaventata faccia un buco nel capo al grande combattente e lo trascini qui.

AIACE
Trombettiere, eccoti la mia borsa. Schiantati il petto e spacca il tuo piffero di ottone. Soffia, birbante, finché la tua guancia tonda superi l'affanno del gonfio Aquilone. Su, allarga il torace, sputa sangue dagli occhi; è per Ettore che suoni.

 

Squillo di tromba.

ULISSE
Nessuno squillo di risposta.

ACHILLE
È ancora presto.

AGAMENNONE
Ma quello non è Diomede, con la figlia di Calcante?

ULISSE
È lui, lo riconosco dal modo di camminare. Si alza sulle punte. È la sua ambizione che lo fa lievitare dalla terra.

Entra Diomede con Cressida.

AGAMENNONE
È questa Donna Cressida?

DIOMEDE
Proprio lei.

AGAMENNONE (baciandola)
Il più caldo benvenuto tra noi Greci, dolcezza mia.

NESTORE
T'ha salutato con un bacio il nostro comandante.

ULISSE
Bella gentilezza, ma di uno solo; meglio sarebbe un bacio generale.

NESTORE
Consiglio molto cavalleresco. Comincio io. La bacia. Ecco qua per Nestore.

ACHILLE
Bella signora, da quelle labbra tolgo io l'inverno.

 

La bacia.


È il benvenuto di Achille.

MENELAO
Io una volta avevo un buon motivo per baciare.

PATROCLO
Ma non è una ragione per baciare adesso, dato che saltò fuori quel Paride sfrontato, a separare voi dal vostro buon motivo.

La bacia.

ULISSE (a parte)
O freddura mortale, e tema di tutti i nostri guai, per cui perdiamo le teste per indorargli le corna.

PATROCLO
Il primo era per Menelao, questo è per me.


La bacia di nuovo.
 

Ecco, vi ha baciato Patroclo.

MENELAO
Un bel bacio davvero!

PATROCLO
Paride ed io baciamo sempre al suo posto.

MENELAO
Anch'io lo voglio il bacio. Signora, permettete.

CRESSIDA
Nel baciare, voi date o ricevete?

MENELAO
Ricevo e do.

CRESSIDA
Ma io ci giocherei la vita, il bacio ricevuto è meglio di quello dato. Perciò niente bacio.

MENELAO
Ve ne darò uno in più. Tre dei miei baci per uno.

CRESSIDA
Ma voi siete un uomo singolo; date pari o nessuno.

MENELAO
Un singolo uomo, signora? Ma così è ciascheduno.

CRESSIDA
No, Paride non lo è. Perché, lo sapete, è indubbio che voi siete rimasto dispari e lui è pari.

MENELAO
Mi date un buffetto in testa.

CRESSIDA
Niente affatto, ve l'assicuro.

ULISSE
Non vi converrebbe: per le vostre unghiette quel corno sarebbe troppo duro. Bella signora, posso chiedervi un bacio?

CRESSIDA
Sì che potete.

ULISSE
Lo voglio.

CRESSIDA
Allora, su, chiedete.

ULISSE
Datemi un bacio, allora, per amore di Venere, quando Elena risarà sua e risarà vergine.

CRESSIDA
Vi debbo un bacio: chiedetelo quando ciò avviene.

ULISSE
Allora è mai, e mai mi bacerete.

DIOMEDE
Una parola, signora: vi devo portare da vostro padre.


Esce con Cressida.


NESTORE
È una donnina di spirito.

ULISSE
Vergogna su lei, vergogna! Tutto è loquace in lei, l'occhio, la guancia, il labbro, i piedi stessi le parlano. La puttanaggine le fa capolino da ogni piega e moto del suo corpo. Oh, queste intraprendenti così svelte di lingua, che danno il benvenuto prima che tu le abbordi, e che spalancano il libro dei loro pensieri ad ogni lettore che le sollecita! Bisogna giudicarle delle facili prede di ogni occasione, e figlie del fottisterio.

 

Squilli di tromba.

TUTTI
È il segnale di Troia.

AGAMENNONE
Ecco là il manipolo.

Entrano tutti i Troiani; Ettore, Paride, Enea, Eleno, Troilo, e il seguito.

ENEA
Salve, capitani dei Greci! Che onori saranno resi a chi ottiene la vittoria? O proponete che solo si proclami la vittoria? Volete che i cavalieri si battano ad oltranza, o saranno divisi per decisione di giudici o per un ordinamento della sfida? Ettore mi dice di chiederlo.

AGAMENNONE
Che preferirebbe Ettore?

ENEA
Non ha preferenze, accetterà le condizioni.

AGAMENNONE
Degno di Ettore.

ACHILLE
Ma fatto con presunzione, superbo non poco, e più che offensivo per l'altro contendente.

ENEA
Se non Achille, signore, quale nome avete?

ACHILLE
Se non Achille, nessuno.

ENEA
Dunque Achille. Ma chiunque sia, sappiate che nell'infinitamente grande e piccolo, in Ettore valore e orgoglio superano se stessi, l'uno infinito quasi quanto il tutto, l'altro zero come il nulla. Valutatelo bene: e ciò che sembra orgoglio è cortesia. Aiace qui, per metà ha il sangue di Ettore. Per suo riguardo mezzo Ettore se ne resta a casa: mezzo cuore, mezza mano, e mezzo Ettore vengono ad affrontare questo cavaliere misto, mezzo troiano e mezzo greco.

ACHILLE
Uno scontro verginale, dunque? Ora capisco.

Entra Diomede.

AGAMENNONE
Ecco Diomede. Cavaliere, siate il padrino di Aiace; fissate col nobile Enea le condizioni del duello, se a oltranza o come un esercizio d'abilità. Essendo i combattenti imparentati, ciò smorza per metà la lotta prima dell'inizio.

 

Ettore e Aiace si preparano a combattere.

ULISSE
Sono già di fronte.

AGAMENNONE
Chi è quel troiano così pensieroso?

ULISSE
Il figlio più giovane di Priamo, un vero cavaliere, non ancora maturo ma già senza pari, fermo di parola, parla coi fatti e tien muta la lingua, duro ad esser provocato, e, provocato, ad essere calmato, cuore e mano aperti e liberali; ciò che ha lo dà, ciò che pensa lo dice; non dà senza che il giudizio guidi la munificenza,  né degna del suo respiro un pensiero indegno: virile quanto Ettore ma più pericoloso, perché Ettore nell'ira più furente può impietosirsi, ma lui nel fuoco dell'azione è più vendicativo dell'amore geloso. Lo chiamano Troilo, e su di lui erigono una speranza alternativa, ben fondata come su Ettore. Questo lo dice Enea, che conosce il giovane a fondo: me lo descrisse così in privato quand'ero nella grande Ilio.


Suono di tromba.

Ettore e Aiace si battono.

AGAMENNONE
Sono in azione.

NESTORE
Non mollare, Aiace!

TROILO
Ettore, che fai, dormi? svegliati!

AGAMENNONE
Gran bei colpi che dà! Forza, Aiace!


Le trombe smettono di suonare.

DIOMEDE
Basta così.

ENEA
Basta, principi, vi prego.

AIACE
Ma se devo scaldarmi, ancora! Ricominciamo.

DIOMEDE
Decida Ettore.

ETTORE
E allora per me basta. Tu, nobile signore, sei figlio di una sorella di mio padre, e dunque cugino germano dei figli di Priamo; è il legame del sangue che ci vieta una lotta sanguinosa fra noi due. Se il tuo incrocio di greco e di troiano fosse tale che tu potessi dire: "Questa mano è tutta greca, e questa troiana; i muscoli di questa gamba sono tutti greci, e questa è tutta Troia; il sangue di mia madre scorre nella guancia destra, e la sinistra contiene quello di mio padre", per Giove onnipotente, non lasceresti il campo con un sol pezzo del tuo corpo greco su cui la mia spada non avesse inciso la nostra aspra sfida! Ma gli dèi giusti proibiscono che una goccia sola del sangue  che viene da tua madre, per me zia sacra, resti sulla mia spada letale! Aiace, fatti abbracciare. Per il Tonante, haibraccia muscolose: Ettore vorrebbe sentirsele cadere addosso, così. Onore a te, cugino!

AIACE
Ettore, ti ringrazio. Sei un uomo troppo gentile e troppo generoso. Ero venuto qui per ammazzarti, cugino, e per guadagnarmi sul campo una grande fama con la tua morte.

ETTORE
Neppure Neottolemo, meraviglioso com'è, sulla cui cresta splendente, col suo sonante "udite!" la Gloria grida "è lui", no, neppure lui potrebbe ripromettersi una maggiore fama da strappare a Ettore.

ENEA
Ma qui ci tenete tutti col fiato sospeso: continuate o no?

ETTORE
E noi così rispondiamo abbracciandoci. Addio, Aiace.

AIACE
Se fossi bravo con le preghiere che mi capita di fare raramente, vorrei invitare il mio famoso cugino nelle nostre tende.

DIOMEDE
È il desiderio di Agamennone, e il grande Achille desidera di vedere il valoroso Ettore disarmato.

ETTORE
Enea, chiamami mio fratello Troilo e comunica questo cordiale invito alla nostra scorta troiana; che torni a casa. Dammi la mano, cugino, mangerò con te e conoscerò i cavalieri tuoi amici.

 

Agamennone e gli altri si fanno avanti.


AIACE
Il grande Agamennone ci viene incontro.

ETTORE
Indicami per nome i più importanti; eccetto Achille: ci penserò da me a riconoscerlo dalla statura imponente.

AGAMENNONE
Vanto delle armi! abbiti il benvenuto di colui che ben farebbe a meno di un nemico così! Ma questo non è un benvenuto: per esser chiari, ciò ch'è passato e ciò che verrà è cosparso dei gusci e dell'informe rovina dell'oblio; ma, ora come ora, la fede e la lealtà, purgate di ogni vuoto preconcetto, ti danno, grande Ettore, dal più fondo del cuore un benvenuto con la più sacra schiettezza.

ETTORE
Grazie, nobilissimo Agamennone.

AGAMENNONE (a Troilo)
Lo stesso a te, famoso principe di Troia.

MENELAO
Mi unisco al saluto del mio reale fratello; voi, coppia di fratelli guerrieri, benvenuti.

ETTORE
Chi dobbiamo ringraziare?

ENEA
Il nobile Menelao.

ETTORE
Voi, signore? Per il guanto di Marte, grazie! Via, non beffatemi se io giuro all'antica: la vostra ex-moglie giura sempre per il guanto di Venere. Sta bene, ma non mi ha detto di salutarvi.

MENELAO
Non se ne faccia il nome, signore: è un tema letale.

ETTORE
Oh, chiedo scusa: vi ho offeso!

NESTORE
Io ti ho visto spesso, prode Troiano, agire al posto del destino, aprendoti un varco crudele fra i ranghi della gioventù greca; e ti ho visto, ardente come Perseo, spronare il tuo cavallo frigio, e ti ho visto sprezzante dei  moribondi e degli sconfitti,bloccare nell'aria la tua spada levata per non farla piombare sui vinti; allora ho detto a chi avevo vicino: "Ecco là Giove, che dispensa la vita!". E ti ho visto fermo a riprender fiato come un lottatore olimpico da ogni lato stretto dai Greci. Tutto questo ho visto. Ma le tue fattezze, sempre chiuse nel ferro, fino ad ora non l'avevo viste. Conoscevo tuo nonno, una volta ho combattuto con lui. Un buon soldato, ma, per il grande Marte che ci guida tutti, niente in confronto a te. Accetta l'abbraccio di un vecchio; benvenuto, nobile guerriero, nelle nostre tende.

ENEA
È il vecchio Nestore.

ETTORE
Lascia che ti abbracci, cara cronaca dei tempi antichi, che così a lungo hai camminato mano in mano col tempo. Nestore reverendissimo sono felice di abbracciarti.

NESTORE
Vorrei che le mie braccia potessero lottare con le tue, come gareggiano con te in cortesia.

ETTORE
Lo vorrei anch'io.

NESTORE
Ah!
Per questa barba bianca, combatterei con te domani! Ebbene, benvenuto, benvenuto! Ai miei tempi...

ULISSE
Mi chiedo come fa quella città laggiù a stare in piedi, se la sua base e colonna è qui da noi.

ETTORE
Il vostro è un volto che conosco bene, signor Ulisse. Ah, signore, quanti morti fra Greci e Troiani dalla prima volta che vidi voi e Diomede là a Ilio come ambasciatori dei Greci.

ULISSE
Signore, io vi predissi ciò che ne sarebbe seguito. La mia profezia è appena a metà strada, perché quelle mura laggiù che fronteggiano spavalde la città, quelle torri, le cui cime lascive accarezzano le nubi devono baciarsi ancora i piedi.

ETTORE
Non devo credervi. Eccole là, in piedi; e umilmente penso che la caduta di ogni pietra frigia costerà una goccia del vostro sangue greco. Tutto ha fine, e un giorno il tempo, l'antico arbitro di ogni cosa, porrà fine anche a questo.


ULISSE
E allora faccia lui per noi. Gentilissimo e valorosissimo Ettore, benvenuto. Dopo il comandante in capo, vi prego di essere mio ospite nella mia tenda.

ACHILLE
Signor Ulisse, eh no, voglio la precedenza! Ettore, mi son riempito gli occhi di te: ti ho scrutato attentamente, Ettore, e ho preso nota di ogni tua giuntura.

ETTORE
È Achille che parla?

ACHILLE
Sono Achille.

ETTORE
Per favore, stai in vista. Fatti vedere bene.

ACHILLE
Guardami quanto vuoi.

ETTORE
Ma no, ho già fatto.

ACHILLE
Sei troppo sbrigativo. Io, invece, ti voglio riesaminare membro a membro come dovessi comprarti.

ETTORE
Ah, tu mi vuoi rileggere come un libro di caccia; ma in me c'è più di quel che puoi capire. Perché mi opprimi tanto coi tuoi occhi?

ACHILLE
Cieli, ditemi voi: in quale parte del corpo lo distruggerò? Lì, o lì, oppure lì? Che io possa dare un nome alla ferita, e distinguere il varco esatto da cui esalerà il grande spirito di Ettore. Una risposta, cieli!

ETTORE
Disonorerebbe gli dèi beati, uomo protervo, rispondere alla tua domanda. Fatti vedere ancora. Pensi che sia così facile togliermi la vita, da prevedere allegramente il punto dove mi colpirai a morte?

ACHILLE
Proprio così.

ETTORE
Anche se tu fossi un oracolo, non ti crederei. E tu sta' bene in guardia, perché non ti ucciderò né lì, né lì e neppure là,  ma, per la fucina che forgiò l'elmo a Marte, ti ammazzerò tutto quanto, dappertutto! E voi, o saggissimi Greci, scusate la mia vanteria: la sua insolenza mi cava di bocca follie ma io farò che quadrino i fatti e le parole, o mai più possa...

AIACE
Non ti scaldare, cugino. E tu, Achille, tientele per te queste minacce finché non ti ci portino il caso o l'intenzione. Di Ettore puoi averne abbastanza ogni giorno, se ne hai voglia. I comandanti, temo, non fanno che pregarti di lottare con lui.


ETTORE
Fatevi vedere in campo, di questo vi prego. La guerra è diventata una farsa da quando avete abbandonato la causa dei Greci.

ACHILLE
Tu, Ettore, mi preghi! Domani ti verrò incontro, terribile come la morte, ma stasera siamo tutti amici.

ETTORE
Qua la mano: è un impegno.

AGAMENNONE
Primo, voi tutti pari di Grecia, andate alla mia tenda, e lì festeggeremo; poi, se convergono i desideri di Ettore e la vostra liberalità, ognuno può intrattenerlo singolarmente. Rullino i tamburi, suonino le trombe, questo gran soldato sappia quant'è benvenuto.

 

Escono tutti tranne Troilo e Ulisse.
Suoni di tamburo e tromba.

TROILO
Principe Ulisse, dimmi, te ne prego, in che parte del campo sta Calcante?

ULISSE
Principe Troilo, vicino alla tenda di Menelao. Lì stasera banchetta con lui Diomede, che non guarda più né cielo né terra ma ha occhi pieni d'amore soltanto per la bella Cressida.

TROILO
Caro signore, mi fareste il grandissimo favore, dopo lasciata la tenda di Agamennone, di condurmi là?

ULISSE
Ai vostri ordini, signore. Ma ricambiatemi il favore: che reputazione aveva questa Cressida a Troia? Non aveva un amante che ne piange l'assenza?

TROILO
Oh, signore! Si conviene lo scherno a chi mena vanto delle sue cicatrici. Volete precedermi, signore? Lei era amata, amava, è amata sempre, ed ama. Ma il dolce amore è sempre cibo per il dente della fortuna.


Escono.

 

Indice Teatro

Inizio pagina

 


 

Troilo e Cressida

(“Troilus and Cressida” - 1601)

 

 

atto quinto - scena prima

 

Entrano Achille e Patroclo.


ACHILLE
Stasera gli scaldo il sangue col vino greco e domani glielo rinfresco con la mia scimitarra. Facciamogli una festa in grande, Patroclo.

PATROCLO
Ecco Tersite.

Entra Tersite.

ACHILLE
Allora, concentrato d'invidia! Che mi dici, crosta d'un tumore di natura?

TERSITE
Salve, ritratto della tua sembianza, e idolo di chi adora l'idiozia: ho una lettera per te.

ACHILLE
Da dove viene, rottame?

TERSITE
Beh, da Troia, tu piatto pieno del pazzo che sei.


Achille si apparta per leggere la lettera.

 

PATROCLO
Chi sta nelle tende ora?

TERSITE
La scatola del chirurgo o la ferita del paziente.

PATROCLO
Ben detto, cosa perversa! Ma a cosa mirano questi tuoi trucchi?

TERSITE
Zitto, bamboccio, il tuo parlare non serve a niente. Si dice che sei lo schiavetto di Achille.

PATROCLO
Schiavetto, mascalzone! Che vuol dire?

TERSITE
Beh, la sua puttana maschio. Ora i marci malanni del meridione, i torcibudella, le ernie, i catarri, le renelle che appesantiscono la schiena, le apoplessie, le paralisi fred-de, gli occhi pieni di pus, il fegato melmoso, le asme, le vesciche cistose, le sciatiche, le palme eczematose, la spinite incurabile, e l'impetigine grinzosa cronica colpiscano cento volte questi vostri rapporti innaturali.

PATROCLO
Ehi tu, pattumiera d'invidia, che vogliono dire queste maledizioni?

 

TERSITE
Ma perché? Ti sto maledicendo?

PATROCLO
No di certo, barile sfondato, tu, cane deforme e figlio di puttana, no.

TERSITE
No? E allora perché t'infurii, tu, gomitolo imbrogliato di lanetta inconsistente, tu benda sbrendolata per un occhio infiammato, tu nappetta della borsa di un prodigo, eh? Ah, com'è inquinato questo povero mondo, da questi moscerini, sgorbietti di natura!

PATROCLO
Fuori, pustola!

TERSITE
Uovo di fringuello!

ACHILLE
Caro Patroclo, va tutto storto al mio grande piano della battaglia di domani. Ho qui una lettera della regina Ecuba e un pegno d'amore di sua figlia, la mia amata, e ambedue mi esortano e mi legano a mantenere la promessa fatta. Non la romperò. All'inferno i Greci, in malora la fama, vada come vada per il mio onore, questo è il mio giuramento più forte, e sarò fedele. Vieni, vieni Tersite, aiuta a riordinare la mia tenda. Stanotte la passeremo a banchettare. Andiamo, Patroclo.

 

Escono Achille e Patroclo.

TERSITE
Con troppo sangue, e troppo poco cervello, questi due impazziranno; ma io mi farò medico dei matti se mai questi due impazziscono a causa di troppo cervello e di troppo poco sangue! Prendiamo Agamennone: un buonuomo in fondo, e poi ama le quaglie; ma, quanto a cervello, ce n'ha meno di cerume alle orecchie; e il fratello? quello è un'incarnazione di Giove, proprio, quando si trasformò in toro; che monumento originario di tutti i becchi, che obliquo sacrario dei cornuti, un degno corno da scarpa a buon mercato legato con una catenina alla gamba del fratello! Che altra forma se non la sua potrebbe assumere la furbizia imbottita di malignità e la malignità infarcita di furbizia? La forma di un asino sarebbe niente: ha già insieme dell'asino e del bue; un bue, lo stesso niente, dato che è già bue e asino. Essere un cane, un mulo, un gatto, una puzzola, un rospo, una lucertola, un gufo, un nibbio, o un'aringa senza uova, non me ne fregherebbe niente; ma essere Menelao, proprio no! Me la prenderei col destino. Non chiedetemi cosa vorrei essere se non fossi Tersite; ma meglio un pidocchio addosso a un lebbroso che Menelao. Ehilà, s'alzano i fuochi fatui!

Entrano Ettore, Troilo, Aiace, Agamennone, Ulisse, Nestore, Menelao e Diomede, con torce.

AGAMENNONE
Sbagliamo strada, sbagliamo strada.

AIACE
No, è laggiù, là dove si vedono le luci.

ETTORE
Vi do disturbo.

AIACE
No, no, affatto.

Entra Achille.

ULISSE
Eccolo in persona a farvi strada.

ACHILLE
Benvenuto, valoroso Ettore, benvenuti, principi.

AGAMENNONE
E ora, bel principe di Troia, vi auguro la buona notte. Aiace comanderà la vostra scorta.

ETTORE
Grazie e buona notte al comandante dei Greci.

MENELAO
Buona notte, mio signore.

ETTORE
Buona notte, caro signor Menelao.

TERSITE
Caro cesso! "Caro", dice lui! Cara latrina, cara fogna!

ACHILLE
Una buona notte e un benvenuto in uno, a chi va e a chi resta.

AGAMENNONE
Buona notte.


Escono Agamennone e Menelao.

ACHILLE
Il vecchio Nestore si trattiene, e voi pure, Diomede; state con Ettore per un paio d'ore.

DIOMEDE
Non posso, signore - ho un impegno importante, e il momento stabilito è ora. Buona notte, grande Ettore.

ETTORE
Qua la mano.

ULISSE (da parte a Troilo)
Seguite la sua torcia, va alla tenda di Calcante. Vi farò compagnia.

TROILO (da parte a Ulisse)
È un onore, signore.

ETTORE
Allora, buona notte.


Esce Diomede, e dietro Ulisse e Troilo.

ACHILLE
Prego, avanti, entrate nella mia tenda.
 

Escono Achille, Ettore, Aiace e Nestore.

TERSITE
Quel Diomede è un farabutto falso, un gran manigoldo ingiusto; non mi fiderei di lui quando fa le moine come non mi fido di un serpe che fischia. È il tipo che promette mari e monti, abbaia per niente: e quando mantiene? ci vogliono gli astronomi per predirlo: prodigi, sconvolgimenti cosmici. Il sole va a chieder luce alla luna, quando Diomede rispetta la parola data! Preferisco perdermi lo spettacolo di Ettore piuttosto che non stargli alle calcagna. Dicono che ha una mantenuta troiana al riparo della tenda di quel traditore di Calcante. Gli vado dietro. Lussuria e nient'altro! Tutti zimbelli della copula!

 

Esce.

 

 

 

atto quinto - scena seconda

 

Entra Diomede.

DIOMEDE
Ehi, siamo ancora in piedi, qui? Parlate.

CALCANTE (da dentro)
Chi è?

DIOMEDE
Diomede. Siete Calcante, no? Dov'è vostra figlia?

CALCANTE (da dentro)
Ora viene.

Entrano Troilo e Ulisse a distanza, e Tersite che li segue.

ULISSE
Fermati dove la torcia non può scoprirci

Entra Cressida.

TROILO
Cressida gli va incontro.

DIOMEDE
Come va, pupilla?

CRESSIDA
Salute, mio dolce custode! Senti, ho da dirti una cosa.


Gli bisbiglia qualcosa.

TROILO
Già così in confidenza!

ULISSE
Ognuno che incontra, lei se lo canta a prima vista.

TERSITE
E ognuno può cantare lei, se sa trovarle la chiave: lei è tutta notata.

DIOMEDE
Te ne ricordi?

CRESSIDA
Ricordarmi? Sì.

DIOMEDE
Allora mettilo in atto, e fa' corrispondere decisione e parole.

TROILO
Di che dovrebbe ricordarsi?

ULISSE
Zitto!

CRESSIDA
Bel Greco, dolce Greco, non tentarmi più a una pazzia.

TERSITE
Mascalzonate!

DIOMEDE
No? Allora...

CRESSIDA
Ora ti spiego...

DIOMEDE
Via, via, andiamo, raccontalo a un altro. Sei una bugiarda.

CRESSIDA
Lo giuro, non posso. Cosa vorresti farmi fare?

TERSITE
Un giochetto di prestigio: farsi aprire senza accorgersene.

DIOMEDE
Cosa hai giurato di concedermi?

CRESSIDA
Ti prego, non inchiodarmi al mio giuramento: dimmi di fare qualsiasi cosa tranne quello, dolce Greco.

DIOMEDE
Buona notte.

TROILO
Resisti, mia pazienza!

ULISSE
Non fare così, Troiano.

CRESSIDA
Diomede...

DIOMEDE
No, no, buona notte. Non sarò più il tuo zimbello.

TROILO
Uno migliore di te lo dev'essere.

CRESSIDA
Senti, una parola all'orecchio.

TROILO
Peste e pazzia!

ULISSE
Siete stravolto, principe. Vi prego, andiamo prima che il vostro dolore cresca e diventi furia. Il posto è rischioso, l'ora, di morte; vi prego, andiamo.

TROILO
Ma guardate, vi prego!

ULISSE
No, mio buon signore, venite via, vi lasciate trasportare dalla furia. Venite, monsignore.

TROILO
Ti prego, restiamo.

ULISSE
Non siete paziente; andiamo.

TROILO
Aspettate, vi prego. Per l'inferno e tutte le sue torture, non dirò una parola.

DIOMEDE
Allora, buona notte.

CRESSIDA
Ma te ne vai arrabbiato.

TROILO
E questo ti addolora? O fedeltà appassita!

ULISSE
Ma dunque, via, signore!

TROILO
Per Giove, sarò paziente.

CRESSIDA
Custode mio! Ehi, Greco!

DIOMEDE
Via, via, addio, tu giochi sulle parole.

CRESSIDA
No, davvero, lo giuro. Vieni qui di nuovo.

ULISSE
Ma voi tremate, principe. Volete venir via? Non saprete trattenervi.

TROILO
Gli accarezza la guancia!

ULISSE
Andiamo, andiamo.

TROILO
No, fermo. Giuro su Giove, non dirò una parola. Tra la mia volontà e ogni offesa sta a guardia la pazienza; restiamo ancora un poco.

TERSITE
Il demone lussuria, col suo grasso di dietro e il dito di patata, li solletica l'uno e l'altra! Friggi libidine, friggi!

DIOMEDE
Allora lo farai?

CRESSIDA
Sulla mia fede, ecco! O non mi credere più.

DIOMEDE
Dammi un pegno, per essere sicuro.

CRESSIDA
Lo vado a prendere.

 

Esce.

ULISSE
Pazienza! L'avete giurato.

TROILO
Non abbiate paura, mio signore: non sarò me stesso, non avrò sentore di quel che provo: sono tutto pazienza.

Entra Cressida.

TERSITE
E ora il pegno: ora, ora, ora!

CRESSIDA
Ecco, Diomede, prendi questo bracciale.


Gli dà il bracciale.

TROILO
O bellezza, dov'è la tua fede?

ULISSE
Signore...

TROILO
Sarò paziente; lo sarò esternamente.

CRESSIDA
Stai guardando il bracciale? Guardalo bene. Lui mi amava. O donna falsa! Ridammelo!
Afferra il bracciale.

DIOMEDE
Di chi era?

CRESSIDA
Non importa. Adesso è mio di nuovo. Non verrò con te domani sera. Ti prego, Diomede, non venire più a trovarmi.

TERSITE
Adesso gli affila il taglio; ben detto, arrotina!

DIOMEDE
Io lo voglio.

CRESSIDA
Che cosa, questo?

DIOMEDE
Sì, quello.

CRESSIDA
O dèi voi tutti! O pegno, pegno grazioso! Il tuo padrone ora è steso nel letto e pensa a te e a me, e sospira, e tocca il mio guanto e gli dà baci memori e delicati come io bacio te... Diomede le sottrae il bracciale. No, non prendermelo; chi se lo prende prende con lui il mio cuore.

DIOMEDE
Ho avuto già il tuo cuore; e questo lo segue.

TROILO
Ho giurato di aver pazienza.

CRESSIDA
Non l'avrai, Diomede, giuro, non l'avrai; ti darò qualcos'altro.

DIOMEDE
Io voglio questo: di chi era?

CRESSIDA
Non ha importanza.

DIOMEDE
Avanti, dimmi di chi era.

CRESSIDA
Era di uno che mi amava più di quanto mi amerai tu. Ma ora ce l'hai, tienilo.

DIOMEDE
Di chi era?

CRESSIDA
Per tutte le ancelle di Diana lassù e per lei stessa, non ti dirò di chi era.

DIOMEDE
Domani lo porterò sull'elmo; e torturerò l'animo di chi non osa reclamarlo.

TROILO
Se tu fossi il diavolo e lo portassi sulle corna sarà rivendicato.

CRESSIDA
Bene, bene, è fatto, è finito. Eppure no, non manterrò la mia parola.

DIOMEDE
E allora, addio. Non tornerai a schernire Diomede.

CRESSIDA
Non andartene. Non si può dire parola che subito ti arrabbi.

DIOMEDE
Questi scherzi non mi piacciono.

TROILO
Neanche a me, per Plutone! ma ciò che a te non va a me piace di più.

DIOMEDE
Allora, dovrò venire? A che ora?

CRESSIDA
Sì, vieni. O Giove! Vieni: sarò punita per questo.

DIOMEDE
Ad allora, dunque.

CRESSIDA
Buona notte. Vieni, ti prego.


Esce Diomede.
 

Troilo, addio! Un occhio ancora ti guarda ma l'altro occhio vede col mio cuore. Ah, povero nostro sesso! In noi trovo questo difetto, l'errore dei nostri occhi guida l'animo nostro, e ciò che l'errore guida deve errare. E allora concludi che le anime guidate dagli occhi sono piene di turpitudini.


Esce.

TERSITE
Prova più forte di quel che dice non la potrebbe trovare, a meno che non dicesse: "La mia anima si è fatta puttana".

ULISSE
È tutto finito, signore.

TROILO
Sì.

ULISSE
Allora perché restiamo?

TROILO
Per incidermi nell'anima ogni sillaba pronunciata qui. Ma se racconto la scena congiunta di quei due non mentirò dicendo la verità? Perché nel mio cuore c'è ancora una fede, una speranza così dura a morire che rovescia la prova di occhi e orecchi, come fossero organi dalla funzione ingannevole, creati soltanto per calunniare. C'era Cressida qui?

ULISSE
Non so evocare fantasmi, Troiano.

TROILO
Non era lei, di certo.

ULISSE
Certissimamente era lei.

TROILO
Ma la mia negazione non sa di pazzia.

ULISSE
Neanche la mia affermazione, signore. Cressida era qui un momento fa.

TROILO
Che nessuno ci creda per il bene delle donne! Pensate che abbiamo avuto delle madri; non date occasione ai critici induriti, capaci, senza motivo, solo per calunnia, di misurare tutto il sesso col metro di Cressida; meglio pensare che quella non era Cressida.


ULISSE
Che ha fatto, principe, che possa insozzare le nostre madri?

TROILO
Niente assolutamente, a meno che quella non fosse lei.

TERSITE
A furia di spacconate vuol contraddire i suoi stessi occhi?

TROILO
È lei quella? No, è la Cressida di Diomede. Se la bellezza ha un'anima, non è lei; se le anime guidano i giuramenti, se sacri sono i giuramenti, se ciò che è sacro piace agli dèi, se c'è una regola nella stessa unità, quella non è lei. Oh follia del raziocinio, che discetta pro e contro se stesso! Prova a doppia faccia, dove la ragione può ribellarsi senza perdersi, e l'insania può ergersi a ragione senza rinnegarsi. Cressida è questa e non lo è! Nell'anima mia si svolge una guerra innaturale che divide una cosa inscindibile e ne fa due, lontane più che il cielo dalla terra; però nel vasto spazio di questa divisione non c'è luogo per un orifizio che permetta il passaggio a una cosa così sottile come il filo rotto di Aracne. Evidenza, oh evidenza, forte come le porte di Plutone: Cressida è mia, nel vincolo dei cieli. Evidenza, oh evidenza, forte come il cielo stesso: i vincoli dei cieli sono slegati, disciolti, allentati, e con un altro nodo, stretto dalle cinque dita della lussuria, i frantumi della sua fede, gli avanzi del suo amore, i frammenti, i trucioli, le briciole, i resti bisunti della sua fede già masticata sono dati a Diomede.

ULISSE
Un uomo degno come Troilo può, sia pure per metà, diventare preda di ciò che qui dice la sua passione?

TROILO
Sì, Greco, e lo faremo sapere a tutti in caratteri rossi come il cuore di Marte infiammato per Venere. Mai giovane amò con animo eterno e fermo come il mio. Senti, Greco: quanto io amo Cressida, altrettanto io odio quel suo Diomede. È il mio bracciale che porterà sull'elmo, e fosse questo un casco forgiato dalla perizia di Vulcano,  a mia spada lo morderà; neppure l'orrendo vortice  che i marinai chiamano uragano,compresso in una massa dal sole onnipotente, rintronerà, scendendo, l'orecchio di Nettuno con più rumore della mia avida spada  he scenderà su Diomede.

TERSITE
Gli farà il solletico, per eccitargli la foia!

TROILO
O Cressida! o falsa Cressida, falsa, falsa, falsa! Qualunque infedeltà da oggi sembri virtù fulgente vicino al tuo nome insozzato.

ULISSE
Via, controllatevi: il vostro sfogo ha richiamato degli orecchi.

Entra Enea.

ENEA
È un'ora che ti cerco, mio signore. Ettore, a quest'ora, è a Troia e si sta armando: Aiace, vostra scorta, aspetta per portarvi a casa.

TROILO
Eccomi, principe. Arrivederci, cortese signore. Addio bella infedele! Tu, Diomede, sta' in guardia, e sulla testa mettiti una fortezza!

ULISSE
Ti accompagnerò fino alle porte.

TROILO
Accetta il grazie di un'anima sconvolta.


Escono Troilo, Enea e Ulisse.

TERSITE
Potessi incontrare quel malnato di Diomede! Mi metterei a gracchiare come un corvo per portargli scalogna, e che scalogna! Patroclo pagherebbe un occhio per avere informazioni su questa troietta: si scalda meno un pappagallo per le noccioline che lui per una puttanella compiacente. Lussuria, lussuria! Sempre guerre e lussuria! Non c'è altro che sia tanto di moda. Il diavolo li arrostisca!

 

Esce.

 

 

 

atto quinto - scena terza

 

Entrano Ettore e Andromaca.


ANDROMACA
Da quando il mio signore è divenuto così scortese e fa orecchi da mercante ai buoni consigli? Togliti le armi, toglile, non combattere oggi.

ETTORE
Mi costringi a offenderti, Andromaca: a casa. Per gli dèi immortali, io vado!

ANDROMACA
Certo i miei sogni sono di cattivo auspicio per questa giornata.

ETTORE
Ho detto basta.

Entra Cassandra.

CASSANDRA
Dov'è mio fratello Ettore?

ANDROMACA
Qui, cognata, armato e intenzionato a combattere. Aiutami a supplicarlo con forza e affetto; invochiamolo in ginocchio; perché io ho sognato un turbinio di sangue, e tutta la notte non ho visto altro che scene e figure di strage.

CASSANDRA
Oh, è vero.

ETTORE
Ehi! Che suoni il mio trombettiere!

CASSANDRA
Non segnali di sortita, in nome del cielo, fratello caro.

ETTORE
Andate via. Gli dèi mi hanno sentito giurare.

CASSANDRA
Gli dèi son sordi ai voti impulsivi e irosi. Sono offerte impure, più aborrite dei fegati macchiati nel sacrificio.

ANDROMACA
Oh, lasciati persuadere! Non credere sia cosa pia far male per una causa giusta. Sennò sarebbe legittimo, per essere più generosi, rapinare con violenza e rubare in nome della carità.

CASSANDRA
È il proposito che rende forte il voto; ma i voti non valgono per ogni proposito. Posa le armi, caro Ettore.

ETTORE
State zitte, vi dico. Per me l'onore viene prima del destino. La vita è cara a tutti, ma all'uomo degno l'onore è assai più caro e prezioso della vita.

 

Entra Troilo.


Allora, giovanotto! oggi intendi combattere?

ANDROMACA
Cassandra, chiama nostro padre, che lo persuada.
 

Esce Cassandra.

ETTORE
No, Troilo, ragazzo mio: togliti l'armatura. Oggi sono io in vena di cavalleria. Tu fatti ancora i muscoli, che siano più nodosi, e non tentare ancora gli scontri della guerra. Va' a posare l'armatura; e non dubitare, ragazzo, oggi io combatto per te, per me e per Troia.

TROILO
Fratello, tu hai il vizio della pietà, che si addice più a un leone che a un uomo.

ETTORE
Lo chiami un vizio? Allora, caro Troilo, rimbrottami.

TROILO
Ogni volta che i Greci s'arrendono, caduti soltanto per il vento della tua bella spada, tu gli dici di rialzarsi, e vivere.


ETTORE
Oh, è lealtà nel gioco.

TROILO
Gioco da folli, Ettore, per dio!

ETTORE
Ma senti! Senti!

TROILO
Per l'amor di tutti gli dèi, lasciamola a nostra madre questa pietà da eremiti, e quando abbiamo affibbiate le nostre armature, vendetta velenosa cavalchi le nostre spade, le sproni a un lavoro spietato, le trattenga dalla pietà!

ETTORE
Vergogna, selvaggio, vergogna!

TROILO
La guerra è guerra, Ettore.

ETTORE
Oggi non voglio che tu vada in campo, Troilo.

TROILO
E chi me lo impedisce? Non il destino, né l'obbedienza, né Marte, se col suo scettro di fuoco mi ordinasse di non uscire; non Priamo ed Ecuba in ginocchio con occhi consunti da fiumi di lacrime; né tu, fratello, con la tua spada sguainata potresti sbarrarmi la strada se non uccidendomi.

Entrano Priamo e Cassandra.

CASSANDRA
Aggrappati a lui, Priamo, tienilo forte; è il tuo bastone: se perdi il tuo sostegno, tu, che a lui t'appoggi, e Troia, che si appoggia a te, cadrete assieme.

PRIAMO
Vieni, Ettore, torna qui. Tua moglie ha fatto un sogno, tua madre ha avuto visioni; Cassandra legge nel futuro; ed io stesso inebriato di colpo come un profeta ti dico che questo giorno per te è funesto. Dunque torna indietro.

ETTORE
Enea è già in campo; io ho dato la parola a molti Greci, in nome del mio onore, di presentarmi a loro stamattina.

PRIAMO
Sì, ma non devi andarci.

ETTORE
Non posso rompere la promessa. Ma sai che ti ubbidisco; e dunque, caro padre, non spingermi a mancarti di rispetto, ma consentimi con la tua viva voce di seguire la via che ora tu, re Priamo, mi vuoi proibire.

 

CASSANDRA
Non gli cedere, Priamo!

ANDROMACA
No, padre caro.

ETTORE
Andromaca, sono arrabbiato con te; se davvero mi ami, torna dentro.


Esce Andromaca.

TROILO
Questa ragazza stupida, coi suoi sogni, e le sue superstizioni, fa tutti questi presagi.

CASSANDRA
Addio, Ettore caro!
Guarda, tu muori! L'occhio ti si sbianca, guarda, il sangue che sgorga dalle ferite! Senti, Troia ruggisce, Ecuba grida! E la povera Andromaca ulula nel suo dolore! Guarda, l'angoscia, la frenesia, il terrore si scontrano come tre giullari pazzi, e tutti gridano: "Ettore! Ettore è morto! O Ettore!".

TROILO
Via, Via!

CASSANDRA
Addio! Ancora un attimo! Ettore, vado: tu inganni te stesso e tutti noi di Troia.

 

Esce.

ETTORE
Signore mio, tu sei turbato dalle sue grida. Va' a rincuorare la città. Noi andiamo al campo, combattiamo, ci facciamo onore, e stasera e lo racconteremo.

PRIAMO
Addio! Gli dèi ti stiano accanto e ti proteggano.


Escono Priamo e Ettore da parti diverse.

Allarme.

TROILO
Senti, si battono! Credimi, arrogante Diomede, vengo a perdere il braccio o riavere il mio bracciale.

Entra Pandaro.

PANDARO
Ascoltate, monsignore, ascoltate!

TROILO
Che c'è?

PANDARO
Una lettera di quella povera ragazza là.

TROILO
Fammi vedere.

PANDARO
Questa puttana di tosse, questa tosse fottuta e figlia di puttana non mi dà pace; e poi il destino pazzesco di quella povera ragazza; tra una cosa e l'altra, finisce che uno di questi giorni io vi saluto per sempre. Ed ho pure il catarro agli occhi, e un tal dolore alle ossa, che, se non è una maledizione, non so davvero che pensare. Che cosa dice?

TROILO
Parole, parole, solo parole, niente dal cuore. Invece di commuovermi, hanno l'effetto contrario.


Straccia la lettera.


Vento al vento! Svolazzate come vi aggrada. Nutre ancora il mio amore con parole e bugie, ma poi coi fatti ne sollazza un altro.

 

Escono.

 

 

 

atto quinto - scena QUARTA

 

Allarme; incursioni. Entra Tersite.

TERSITE
Adesso si stanno massacrando l'un l'altro; non me la voglio perdere. Quell'abominevole faccia di bronzo, quel lacchè di Diomede si è addobbato l'elmo col bracciale di quell'altro schifoso, infatuato, pazzo farabuttello di Troia. Quanto darei per vederli battersi: oh se quell'asinello d'un Troiano, che è cotto di quella puttana là, rispedisse quel mascalzone d'un puttaniere greco col suo bracciale dalla sua sgualdrina falsa e smaniosa, e senza bracciale. Sull'altro fronte, la strategia di quei bricconi rimangia-parola, quella vecchia crosta di formaggio stantio mangiata dai topi, Nestore, e quel gran volpone di Ulisse, ha dato prova di non valere un fico. Coi loro trucchetti han messo su quel cagnaccio da pollaio, Aiace, contro quell'altro bastardo del suo stesso pelo, Achille; e ora il canringhioso Aiace fa più bava del canringhioso Achille e oggi non ha intenzione di armarsi: al che i Greci incominciano ad esaltare la barbarie, e l'arte politica è tenuta per cacca.


Entrano Diomede e Troilo.
 

Zitti! Ecco il sor bracciale e l'altro.

TROILO
Non scappare, anche se ti butti nel fiume Stige io ti nuoto appresso.

DIOMEDE
Ti sbagli, io mi sto ritirando. Non scappo mica io, l'ho fatto apposta a ritrarmi dai rischi della ressa. Beccati questo!

TERSITE
Forza, Greco, per la tua baldracca! E tu per la tua, Troiano! Ora il bracciale! Il bracciale!

 

Troilo e Diomede escono combattendo.
Entra Ettore.

ETTORE
Chi sei, Greco? Sei degno di Ettore? Sei nobile e tieni all'onore?

TERSITE
No, no, sono un furfante, un farabutto insolente, una canaglia schifosa.

ETTORE
Ti credo. Vivi.

 

Esce.

TERSITE
Grazie a Dio mi hai creduto, ma ti pigli un canchero per avermi messa paura! Ma dove sono finiti quei due puttanieri? Forse si sono ingoiati a vicenda. Sai che miracolo, da crepar di risate. Però è vero, eh, che la lussuria finisce per mangiar se stessa. Andiamo un po' a cercarli.

 

Esce.

 

 

 

atto quinto - scena QUINTA

 

Entra Diomede con un servo.


DIOMEDE
Va', va', servo, prendi con te il cavallo di Troilo; e porta in dono il bel destriero alla mia signora Cressida. Offri i miei servigi alla sua beltà, amico; dille che ho castigato l'amoroso Troiano e ho dato prova d'essere il suo cavaliere.

SERVO
Vado, signore.
 

Esce.
Entra Agamennone.

AGAMENNONE
All'assalto, all'assalto! Il fiero Polidamante ha abbattuto il nostro Menone; il bastardo Margarellone ha fatto prigioniero Doreo, e sta come un colosso agitando la lancia sui cadaveri straziati dei re Epistrofo e Cedio; Polisseno è ucciso, Anfimaco e Toante feriti a morte; Patroclo preso o ucciso; Palamede gravemente ferito e malridotto; il pauroso Sagittario fa tremare i nostri; presto, Diomede, a rinforzo o siamo tutti spacciati.

Entra Nestore con dei soldati.

NESTORE
Portate il cadavere di Patroclo da Achille. Svergognate Aiace tartaruga, che si armi! Ettore è in campo e si divide in mille: ora è lì, sul suo cavallo Galate, e ora là che cerca altro lavoro; adesso smonta là, e lì si fugge o muore, fila dopo fila come pesci di fronte alla balena che rutta. È laggiù ora, e i Greci, paglia pronta per la sua falce, gli cascano davanti come messe a chi miete. Qua, là e ovunque piglia o lascia vite; l'abilità obbedisce tanto alla sua bramosia che quel che vuole fa, e tanto fache l'evidenza sembra impossibile a credersi.

Entra Ulisse.

ULISSE
Coraggio, principi, coraggio! Il grande Achille si sta armando, e piange, bestemmia, giura vendetta: le ferite di Patroclo gli risvegliano il sangue insieme alla vista dei suoi Mirmidoni tartassati che tornano da lui, maledicendo Ettore, chi senza naso, chi senza le mani, laceri e bastonati. Aiace ha perso un amico e ha la bava alla bocca e subito s'è armato e via sul campo, e ruggisce cercando Troilo, che oggi compie gesta folli e incredibili, si getta nella mischia e ne riemerge illeso, con tanta fluida foga e furia senza sforzo, come se la fortuna gli comandi di vincere tutti i nemici in barba alla prudenza.

Entra Aiace.

AIACE
Troilo! Troilo vigliacco!

 

Esce.

DIOMEDE
Di là! di là!

NESTORE
Così, così, stringete le fila.

 

Esce.
Entra Achille.

ACHILLE
Dov'è Ettore? Vieni, vieni, ammazzaragazzini, fatti vedere! Vedrai cos'è affrontare un Achille infuriato! Ettore! Dov'è Ettore? È solo Ettore che voglio.


Escono.

 

 

 

atto quinto - scena SESTA

 

Entra Aiace.


AIACE
Troilo, codardo d'un Troilo, fatti vedere!

Entra Diomede.

DIOMEDE
Troilo, dico, dov'è Troilo?

AIACE
Che vuoi da lui?

DIOMEDE
Gli voglio dare una lezione.

AIACE
Fossi il capo in testa ti cederei il mio posto ma non quella lezione. Troilo! Voglio Troilo!

Entra Troilo.

TROILO
O traditore Diomede! Gira in qua la tua falsa faccia, traditore, e paga la vita che mi devi per il mio cavallo.

DIOMEDE
Ah, sei qua finalmente?

AIACE
Lotto con lui da solo. Fermati, Diomede!

DIOMEDE
È preda mia, e non starò a guardare.

TROILO
Venite tutti e due, millantatori greci. A voi due!


Escono combattendo.
Entra Ettore.

ETTORE
Dai, Troilo! Bene così, fratellino!

Entra Achille.

ACHILLE
Ora ti vedo, ah! In guardia, Ettore!
Combattono.

ETTORE
Riposa un po', se vuoi.

ACHILLE
Disprezzo la tua cortesia, orgoglioso Troiano. Sei fortunato, ho le braccia fuori esercizio. Il mio riposo e l'ozio ti sono amici. Però ben presto avrai notizie mie. E nel frattempo segui la tua sorte.

 

Esce.

ETTORE
Addio. Anch'io avrei curato più la mia forma se avessi saputo che c'incontravamo.

 

Entra Troilo.


Ehilà, fratello!

TROILO
Aiace ha preso prigioniero Enea. Si può permetterlo? No, per la luce di questo glorioso cielo, non l'avrà. O prenderà anche me, o lo libererò. Destino, ascolta, poco m'importa se oggi mi farai morire.

 

Esce.
Entra uno in ricca armatura.

ETTORE
Fermati, fermati, Greco! Sei un bersaglio stupendo. No? Non vuoi? La tua armatura mi piace. La martellerò e aprirò tutti i suoi ganci, ma dev'essere mia. Non ti arrendi, bestia? Fuggi pure, ti caccerò per la tua pelle.

 

Escono.

 

 

 

atto quinto - scena SETTIMA

 

Entra Achille con i Mirmidoni.


ACHILLE
Venite attorno a me, miei Mirmidoni; attenti a ciò che vi dico. Seguitemi ovunque io giri. Non date un solo colpo, ma risparmiate il fiato, e quando avrò stanato quel sanguinario Ettore, stringetelo da tutti i lati con le vostre armi; dategli addosso con la massima ferocia. Seguitemi, signori, siate pronti ai miei cenni. È decretato: il grande Ettore deve morire.

 

Escono.
Entrano Menelao e Paride combattendo, poi Tersite.

TERSITE
Il cornuto e il cornificatore sono alle prese. Forza, toro! Azzannalo, cane! Addosso, Paride, addosso! Forza, spartano bicorne! Dagli, Paride, dagli! Il toro ha vinto la partita: attenti alle corna, oh!


Escono Paride e Menelao.
Entra Margarellone.

MARGARELLONE
Girati, schiavo, e combatti.

TERSITE
E tu chi sei?

MARGARELLONE
Un figlio bastardo di Priamo.

TERSITE
Sono bastardo anch'io. Li amo i bastardi! Sono nato bastardo, educato bastardo, bastardo in testa, bastardo nel valore, illegittimo in tutto e per tutto. Un orso non morde un orso, perché dovrebbe farlo un bastardo? Sta' attento, questa guerra l'han fatta contro di noi: un figlio di puttana che combatte per una baldracca cerca proprio l'ira degli dèi. Addio, bastardo.

 

Esce.

MARGARELLONE
Va' al diavolo, vigliacco!

 

Esce.

 

 

 

atto quinto - scena OTTAVA

 

Entra Ettore portando un'armatura.


ETTORE
Nocciolo putrefatto, di fuori così bello, la tua armatura splendida t'è costata la vita. Per oggi ho finito. Posso riprendere fiato. Riposa, spada! Sei sazia di sangue e di morte.

Entrano Achille e i suoi Mirmidoni.

ACHILLE
Guarda, Ettore, ora il sole comincia a tramontare, e l'orrida notte gli ansima alle calcagna. E proprio al tramonto, mentre il sole s'abbuia per chiudere il giorno, si chiude la vita di Ettore.

ETTORE
Sono disarmato! Greco, non approfittarne!

ACHILLE
Colpite, uomini, colpite! È lui che cerco!


Ettore cade.


E così cadi tu, Ilio! Ora tu, Troia, sprofonda! Qui giace il tuo cuore, il tuo nerbo, la tua spina dorsale. Avanti, Mirmidoni, gridate tutti a gran voce: "Achille ha ucciso il potente Ettore".


Suona la ritirata.


Ascoltate! I Greci si ritirano.

MIRMIDONI
Anche la tromba dei Troiani suona la ritirata.

ACHILLE
L'ala di drago della notte avvolge la terra, come un arbitro separa gli eserciti. La mia spada ha mangiato a metà, e ancora ha fame, ma se ne va a letto, contenta di questo ghiotto spuntino. Forza, legate il suo corpo alla coda del mio cavallo; trascinerò il Troiano in giro per il campo.


Escono.

 

 

 

atto quinto - scena NONA

 

Entrano Agamennone, Aiace, Menelao, Nestore, Diomede e gli altri, in marcia coi tamburi. Grida da dentro.

AGAMENNONE
Sentite, sentite! Cos'è questo clamore?

NESTORE
Silenzio, tamburi!

SOLDATI (da dentro)
Achille! Achille! Ettore è ucciso! Achille!

DIOMEDE
Gridano che Ettore è ucciso, e per mano di Achille.

AIACE
Se è così, che passi senza vanterie. Il grande Ettore valeva quanto lui.

AGAMENNONE
La marcia continui senza fretta. Mandiamo qualcuno a pregare Achille che venga nella nostra tenda. Se con la morte di Ettore ci han favorito gli dèi, la grande Troia è nostra, e la dura guerra è finita.

Escono.

 

 

 

atto quinto - scena DECIMA

 

Entrano Enea, Paride, Antenore, Deifobo, e soldati coi tamburi.

ENEA
Oh fermatevi. Siamo ancora padroni del campo. Non torneremo a casa! Qui sopportiamo il freddo della notte.

Entra Troilo.

TROILO
Ettore è stato ucciso.

TUTTI
Ettore? Gli dèi non vogliano!

TROILO
È morto, e legato alla coda del cavallo del suo assassino è trascinato bestialmente per il campo, che se ne vergogna. Incupitevi, cieli, mostrate presto la vostra collera. Dèi, dai vostri troni, sorridete su Troia! Dico, siate pietosi coi vostri rapidi flagelli e non prolungate la nostra sicura rovina.

ENEA
Principe, così scoraggi tutto l'esercito.

TROILO
Se mi dici questo, non mi capisci. Io non parlo di fuga, di paura, di morte, no, io guardo in faccia quello che viene ora, i pericoli che uomini e dèi ci preparano. Ettore non c'è più; chi lo dice a Priamo, a Ecuba? Chi vuol passare per gufo da qui all'eternità vada a Troia e dica: "Ettore è morto". È una parola che cambierà Priamo in pietra, in fontane e Niobi fanciulle e mogli, in statue di gelo i giovani, e, in una parola, farà impazzire Troia dal terrore. Ma in marcia! Ettore è morto. E non c'è altro da dire. Però, un momento! Vili, abominevoli tende, superbamente piantate sui nostri piani di Frigia, non appena che osi levarsi il Sole io vi trafiggerò! Vi trafiggerò! E tu, gigante di vigliaccheria, non c'è spazio al mondo che possa tenere lontani i nostri odî. Io sarò la tua ombra, la tua cattiva coscienza che plasma spettri rapida come i pensieri di un pazzo. Battano i tamburi una rapida marcia verso Troia. Procediamo calmi: la speranza della vendetta nasconda il dolore che ci strazia dentro.

Entra Pandaro.

PANDARO
Dite! Una parola!

TROILO
Via, ruffiano d'un parassita! Ignominia e vergogna ti perseguitino a vita, e portino sempre il tuo nome!


Escono tutti tranne Pandaro.

PANDARO
Che medicina per le mie povere ossa piene di dolori! O mondo! mondo! mondo! Così si trattano i poveri intermediarî! O mezzani e traditori, come tutti vi cercano per mettervi al lavoro, e come ve ne ricompensano male! Ma perché i nostri servizi sono così desiderati e il prodotto tanto odiato? C'è modo di metter questo in versi? C'è qualche vecchia canzone? Vediamo: Senza pensieri canta l'ape che ronza, finché non perde il miele e il pungiglione; ma una volta privata della pinza di coda, addio suo dolce miele, addio dolce canzone. Voi, bravi mercanti di carne viva, fatevi ricamare questi versi sui vostri arazzi:


Se c'è qualcuno qui del mestiere di Pandaro,
che bagni gli occhi luetici sulla caduta di Pandaro;
o se non potete piangere, almeno fate lamenti,
no, non per me, per le vostre ossa dolenti.
Fratelli e sorelle addetti a far da guardia alle porte,
da qui a due mesi saprete le mie ultime voglie.
Potrei dirvele adesso, ma non voglio rischiare
che qualche oca infetta di Winchester mi si metta a fischiare.
Nel frattempo sto a sudare, e cerco medicinali,
poi, venuta quell'ora, lascio a voi tutti i miei mali.

 

Esce.

 

 

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