Aggiornato al 03 febbraio 2014

Personaggi

Riassunto

Atto Primo

Atto Secondo

Atto Terzo

Atto Quarto

Atto Quinto

Introduzione

 

La sopravvivenza delle opere di Shakespeare al logorio del tempo e della storia, celebrata come controprova dell’immortalità della vera Arte è dovuta ad una secolare impresa d’innumerevoli studi e idealizzazione. Nel corso di tutto il diciannovesimo secolo e all’inizio del ventesimo, l’Amleto è stato considerato il lavoro più significativo e importante dell’era romantica: il conflitto tra azione e contemplazione. Da una parte condensa innegabilmente in sé, nella sua enigmatica ma assai eloquente inazione, tutta la crisi spirituale di un’epoca che volge al termine; dall’altra è il simbolo, con le sue intime e personalissime ragioni, dell’uomo eternamente in lotta con le antinomie della morale e con la necessità di scegliere ogni giorno il proprio agire. Nessun altro dramma ha analizzato i paradossi di azione e pensiero con tanta profondità, ma con Amleto la letteratura ha acquistato una chiarezza e un intensità senza precedenti.

 

 

Molti critici, hanno formulato l’ipotesi che Shakespeare abbia descritto nell’Amleto la sua profonda esperienza emotiva. In un preciso momento della sua vita di autore-attore Shakespeare ha trovato nel repertorio teatrale il tema e l’intrigo di Amleto.

Questo incontro tra autore in preda al lutto per la morte del padre, il tradimento da parte di una donna e un intrigo appartenente alla storia e alla leggenda insieme, in cui il tema del parricidio si congiunge a quello dell’incesto è diventata l’occasione di una tragedia sublime e misteriosa.

 

È questo l’argomento del primo capitolo: il rapporto tra Amleto e Shakespeare come una proiezione sul personaggio dei conflitti interni del suo autore. La mutazione che Shakespeare fa subire ad Amleto rispetto alle fonti da cui attinse il materiale riguarda prima di tutto il rovesciamento della prospettiva teatrale: lo scopo principale del teatro è mostrare sulla scena la storia delle azioni dei protagonisti.

 

Con Shakespeare abbiamo un rovesciamento dei canoni del genere che sfrutta le risorse drammatiche dell’azione sostituendole con un valore drammatico contrario l’inazione.

L’Amleto è ricco di narrazioni di avvenimenti, l’azione scenica è tutta costruita sulle parole. Ma accanto al dramma esteriore se ne sviluppa un altro nel profondo, nell’intimo, che scorre nel silenzio perché non c’è niente che possa esprimere ciò che è dentro di lui.

 

Ecco il paradosso incontrato da Shakespeare, recitare ciò che supera la possibilità di rappresentazione: il dolore psichico.

La tragedia viene a dividersi così in due parti, una è la tragedia stessa words, words, words, il suo racconto, l’altra è the rest, il silenzio, quanto nel dramma non viene raccontato, ciò che viene occultato da Amleto.

 

Dal silenzio cercheremo di portare alla luce il suo segreto, al linguaggio teatrale verrà accordato il primato in quanto è l’unico a poterci dire ciò che non si può mostrare.

L’inazione del principe non è più concepita come manifestazione di una debolezza psicologica ma verrà a trovarsi strettamente legata alla scoperta del complesso edipico la cui presenza ci è rivelata unicamente come avviene in una nevrosi dagli effetti inibitori.

Questo è l’argomento che verrà affrontato nel secondo capitolo che si baserà sulla vasta esperienza delle ricerche psicoanalitiche condotte da Freud, infatti secondo quest’ultimo l’Amleto non è altro che la rappresentazione di una variante del complesso di Edipo.

 

Nel capitolo finale, si proporrà una lettura psicoanalitica della rappresentazione. La tragedia diventa una struttura simbolica da scoprire, il suo grande successo è quello di contenere lo spazio psichico nei limiti della scena. Il teatro diventa matrice simbolica che riflette la nostra stessa mente.

Amleto non è un uomo, ma un personaggio tragico, frutto di una fantasia. Lo scopo degli esseri di fantasia è di farci credere alla loro esistenza, al teatro più ancora che altrove, poiché la loro rappresentazione si incarna negli attori. Se non fosse così non solleverebbero in noi tante emozioni, tanti pensieri, tante speranze di percepire attraverso loro il nostro mistero.

 



Amleto e Shakespeare
 

 

1.1 La creazione poetica
In ogni creazione poetica deve esserci sempre una corrispondenza, mascherata o metaforica, tra i sentimenti che un poeta descrive e quelli che ha provato di persona in qualche forma, altrimenti l’atto della creazione sarebbe del tutto incomprensibile. Ad immaginare Amleto, dettargli un comportamento, dotarlo di pensieri ed emozioni è stato un genio di grande creatività.

Tutti questi elementi che caratterizzano questo eroe tragico esistevano in qualche modo in Shakespeare, nelle più intime profondità della sua psiche.

Molti critici hanno formulato l’ipotesi che Shakespeare abbia descritto in Amleto il nocciolo fondamentale del proprio io.

Scrive Boas: “Shakespeare dà l’impressione d’aver scelto un tema che gli consentisse di esprimere i pensieri che gli urgevano dentro”.

Si potrebbe affermare che solo da un irresistibile impulso soggettivo poteva venir fuori l’Amleto.

Anche Heine comprese l’intima connessione fra la sofferenza psichica e il bisogno di sfogo attraverso la creazione poetica.

Abbiamo validi motivi per credere che nella sua personalità si sia verificato un mutamento assai significativo dopo il 1600.

 

Come diceva Dover Wilson: “La svolta decisiva dello stato d’animo shakespiriano va collocata nell’anno 1601 o giù di lì”. “Per tutto il grande periodo tragico, il tono predominante verso tutto ciò che riguarda il sesso è di assoluto disgusto e ripugnanza”.

 

Un grande mutamento nella personalità non può che derivare da una profonda esperienza emotiva.

 

 

1.2 Data e trasmissione del testo
In certe annotazioni scritte intorno al 1600-01 nei margini della sua copia delle opere di Chaucer, uno dei più brillanti docenti dell’Università di Cambridge, Gabriel Harvey, commentava i gusti dei suoi contemporanei per la poesia moderna.

Oltre a menzionare Shakespeare negli “our flourishing metricians”, egli osservava: “The younger sort takes much delight in Shakespeares Venus & Adonis: but his Lucrece e his tragedie of Hamlet Prince of Denmarke have, it in them to please the wiser sort”.

Si cita questo giudizio non solo e non tanto perché fu pronunciato prima ancora che la tragedia shakesperiana di Amleto venisse pubblicata, ma perché dimostra che essa era apprezzata nell’ambiente universitario elisabettiano non alla stregua di altre opere drammatiche, ma come opera letteraria al pari di quelle di Sir Philip Sidney ed Edmund Spenser.

I termini di composizione e rappresentazione sono dunque ristretti fra il tardo 1598 e gli inizi del 1601, infatti la compagnia lo fece iscrivere il 26 luglio 1602 nello Stationer’s Register dal suo uomo di fiducia, il tipografo James Roberts, come “A book called “The Revenge of Hamlet prince of Denmarke” as it was latelie acted by the Lord Chamberleyne”.

Si trattava di una registrazione cautelativa, come quelle fatte dal Roberts negli anni precedenti per The Merchant of Venice, HenryV, Much Ado About Nothing e As You Like It, per assicurarsi che altri non pubblicassero versioni non autorizzate del dramma.

Ma la precauzione a nulla valse: nella seconda metà del 1603 gli editori Nicholas Ling e John Trundell fecero stampare dal tipografo Valentie Simmes la famigerata edizione in quarto pubblicata senza permesso .

Il frontespizio ricorda la circostanza che il dramma era stato recitato già più volte “by his Highness seruants” e cioè dalla compagnia dei King’s Men, cui apparteneva Shakespeare, sia nella “Cittie of London” che nelle Università di Oxford e Cambridge,e altrove.

La reazione a questa pubblicazione abusiva si ebbe a poco più di un anno di distanza, probabilmente in seguito ad un accordo fra la compagnia e l’editore Ling.

All’inizio del 1605 il Ling pubblicava a cura del Roberts la versione ufficiale che non menzionava più il nome della compagnia e dei luoghi ove il dramma era stato rappresentato, ma specifica invece: “ newly imprinted and enlarged to almost as much againe as it was according to the true and perfect Coppie”.
 

L’affermazione è sostanzialmente corretta: la stampa riproduce un testo, si parla appunto di “copy”, cioè testo scritto, non “book”, cioè copione teatrale, ampio e nel complesso accurato, quello che Shakespeare aveva scritto per la lettura più che per la rappresentazione nei teatri pubblici forse con l’aggiunta dell’episodio della cattura di Amleto da parte dei pirati, che alluderebbe alla stampa picaresca del 1603 del testo della tragedia.Questo testo venne ristampato tre volte dopo che, alla morte del Ling, il copyright delle opere drammatiche da lui pubblicate fu trasferito, nel 1607 a John Smethwick.

La prima delle ristampe apparve nel 1611, la seconda  non indica alcuna data, mentre la terza è molto più tarda 1637. In un recente e interessantissimo studio comparato dei due testi e , Dover Wilson arriva alle seguenti conclusioni.
Il primo in quarto pubblicato alla macchia, e il secondo, sicuramente shakespiriano, derivavano della stessa fonte, il copione d’un attore in uso nel teatro dal 1593 in poi.

Wilson attribuisce a prima del 1588 la composizione del dramma di Kyd e ritiene che Shakespeare l’abbia in parte emendato intorno al 1591-2; questa revisione era sostanzialmente limitata alle scene dello Spettro.

Perciò l’Amleto elisabettiano che figurava nel repertorio dei Lord Chamberlain Players nell’ultimo decennio del 1600 sarebbe una combinazione dell’opera di Kyd e di Shakespeare, probabilmente rimaneggiato da questi e persino da altri drammaturghi di quando in quando.

È evidente, comunque, che Shakespeare si oppose all’edizione abusiva del 1603 pubblicando quella che praticamente era una tragedia scritta in modo diverso, e le date concorrono a confermare l’ipotesi di Freud che ciò avvenne mentre egli era ancora scosso per la morte del padre, avvenimento che di solito rappresenta la svolta decisiva nella vita psichica d’un uomo.

Fra gli altri dettagli su cui ci si è basati per datare la tragedia vi sono: “the late innovation”(II,2,v.331) che si pensa alluda alla congiura di Essex alla regina Elisabetta (6 febbraio 1601), quando, la proclamazione avvenne in forma che ricorda molto la ribellione di Laerte nella tragedia; l’allusione all’espressione “eyrie of children” (II,2,vv.337-338) si riferisce alla guerra dei teatri 6, che farebbe risalire all’estate del 1601 la primissima data della tragedia; e “we go to gain a little patch of ground that hath in it no profit but the name” (IV,4,vv.19-20), che si è pensato alluda all’assedio di Ostenda, il quale ebbe inizio verso la fine del giugno 1601.

 

Riesaminando le varie discussioni, si è indotti a concludere che i critici più competenti concorderebbero con Dover Wilson nell’attribuire la data dell’Amleto all’estate o all’autunno del 1601.
 

Tutto ciò che abbiamo sono due dati e una supposizione, e purtroppo è in quest’ultima che probabilmente è racchiuso il segreto che cerchiamo di scoprire. Il dato più certo è che il conte di Essex fu giustiziato il 25 febbraio 1601, cioè prima della stesura dell’Amleto.

Nella rivolta di Essex era implicato il conte di Southampton, primo protettore di Shakespeare. Essex era un uomo affascinante, un tempo favorito dalla regina Elisabetta II e forse suo amante, la più in vista ai suoi tempi, e Dover Wilson ha prodotto ampie testimonianze che dimostrano come Shakespeare dovesse averlo ben in mente quando descriveva l’impulsivo, instabile carattere d’Amleto, con la sua tendenza a procrastinare e ad autodistruggersi.

Polonio, si pensa sia la caricatura di Burleigh, l’uomo che sconfisse Essex, e Claudio quella del conte di Leicester, che si credeva avesse assassinato il precedente conte di Essex dopo aver commesso adulterio con la moglie.

L’altro dato è che il padre di Shakespeare morì nel settembre del 1601, purtroppo ignoriamo la causa e le circostanze della sua morte.

Già molti anni fa Henderson mise in evidenza questa concomitanza e sostenne ch’essa ebbe un peso importante nella stesura dell’Amleto; egli sottolinea il senso di morte che pervade tutta l’opera e osserva che Shakespeare in quel periodo si volse dalla commedia alla tragedia.


Freud le attribuì grande importanza, osservando che per molti uomini la morte del padre è forse l’avvenimento fondamentale della loro vita; il momento in cui un uomo succede a suo padre, cioè ne prende il posto, può far rivivere i desideri proibiti della sua infanzia.

Arriviamo da ultimo alla supposizione: essa può rivelarsi meno ipotetica di quando sembri, anche se dobbiamo basarci più su prove interne che esterne; le prove indiziarie, com’è ben noto, sono più spesso attendibili di quelle dirette.

 

Ora, è vero che i due dati appena citati, la morte del padre e dell’evidente sostituto del padre, danno credito in parte a questa interpretazione, ma non troviamo assolutamente in essi alcuna spiegazione della misoginia e del disgusto quasi fisico per il sesso che risultano così evidenti nell’Amleto.

Come non farli dipendere da un senso di amara delusione verso il sesso opposto?

 

Dovremmo quindi presumere l’esistenza d’una irresistibile passione che si concluse con un tradimento in circostanze tali da suscitare impulsi omicidi verso la coppia infedele ma senza ch’ essi potessero essere ammessi alla coscienza.

 

Orbene, come si sa, lo stesso Shakespeare nei suoi Sonetti scritti in varie epoche fra il 1598 e il 1601 descrive in maniera lampante un’esperienza appunto di questo genere, e data l’intensità delle descrizioni la maggior parte dei critici l’hanno considerata un’esperienza personale.

 

Ricordiamo il tema dei Sonetti: l’autore presenta imprudentemente un suo caro amico, nobile, giovane e bello alla sua donna, di cui era follemente innamorato.


 


 

Le esitazioni della Nemesi

di Guy Boquet

 

Amleto è innanzi tutto la tragedia della riconciliazione cosmica, voluta dal fantasma di un re. Ma, come nella ricerca del Graal, il personaggio del figlio vendicatore del padre assassinato moltiplica le sue trasformazioni. L'assassinio accidentale di Polonio scatena una ironica tragedia di sangue che conduce Ofelia alla follia e Laerte, uomo d'azione impulsivo come Gauvain, vendica in modo semplicistico il padre buffone. E' solo uno degli elementi della storia di Amleto, irretito nel caos della propria coscienza, tra un fantasma che richiede sangue come fonte di pace per la propria anima e i dubbi etici e metafisici di un pensiero intellettuale affascinato da ciò che condanna...


Dopo che il vecchio Amleto ha ucciso il vecchio Fortebraccio, "c'è del putrido in Danimarca", come a Londra dopo il complotto di Essex contro Elisabetta. Da quando Claudio ha ucciso il fratello con la complicità lubrica della regina Gertrude, c'è sempre qualcuno nascosto dietro i tendaggi di Elsinore; i cortigiani, ridotti allo stato di agenti del potere, non possono sopravvivere che con l'autocensura o la maschera della follia.....Roso dalla paura, ogni uomo è alla mercè degli altri; il consigliere sciocco fa spiare il proprio figlio e fa da spia al re per sorvegliare la regina. Perchè ha fatto da esca per attirare Amleto nella trappola, perchè si è fatta complice d'un potere usurpato e criminale, ofelia viene immolata alla nausea del sesso che assilla Anleto dopo la rivelazione del delitto materno... Il mondo della corruzione apre le porte alla morte in una società distorta in cui l'amicizia di Orazio, umanista come Amleto, non basta a controbilanciare il servilismo di insulsi cortigiani. L'assassinio del padre viene rappresentato di nuovo come uno psicodramma dagli attori assoldati da Amleto; distrutta dalla tensione tra il ruolo di informatrice che le fanno sostenere e la donna innamorata che vorrebbe rimanere, spezzata dalla perdita dell'amore e del padre, Ofelia è ossessionata dalla morte nei ritornelli della sua follia prima d'annegare sotto i salici...

La morte è ovunque, fine naturale della vita per i becchini indifferenti, interrogativo di Amleto davanti al cranio del povero Yorick, buffone della sua infanzia. Assassinio chiama assassinio: Claudio deve uccidere il nipote per conservare il trono, Amleto devo uccidere lo zio per vendicare il padre.
Paralizzato dal concentrarsi del suo spirito sulla degenerazione alienante d'una societò avviata alla morte attraverso il caos, intellettuale senza più meta, egli non vede più nulla di certo nella vita e nella morte. Moralista cosciente in un mondo incosciente, con disgusto avverte sorgere in sè gli impulsi che condanna negli altri, è attratto dall'azione malgrado il timore di non poterne chiarire i moventi, nè controllare le conseguenze, nè sa più se la nausea del male è motivo sufficiente per agire; la rinuncia ad uccidere Claudio mentre è in preghiera, per spedirlo più sicuramente all'inferno sorprendendolo in stato di peccato, non è solo ricerca di una vendetta migliore, è anche esitazione d'un intellettuale che teme di distruggere con un assassinio l'autenticità del suo rifiuto del male....
La scoperta della perfidia con cui Claudio lo mandava a morte in Inghilterra e la disperazione che nasce dalla morte di Ofelia, di cui si sente responsabile, spezzano le ultime resistenze che trattenevano Amleto dall'agire da principe: bisogna purificare l'ordine sociale con la morte dell'usurpatore, bisogna che la verità venga a galla perchè il reciproco perdono dei morenti lascia il campo alla venuta di Fortebraccio, la cui verginità politica lo rende degno delle nozze con la società.

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AMLETO - 1600/1601

PERSONAGGI

AMLETO, Principe di Danimarca.
CLAUDIO, Re di Danimarca, zio di Amleto.
IL FANTASMA del re morto, padre di Amleto.
GERTRUDE, la Regina, madre di Amleto, ora moglie di Claudio.
POLONIO, consigliere di stato.
LAERTE, figlio di Polonio.
OFELIA, figlia di Polonio.
ORAZIO, amico e uomo di fiducia di Amleto.
ROSENCRANTZ, GUILDENSTERN: cortigiani, già compagni di scuola di Amleto.
FORTEBRACCIO, Principe di Norvegia.
VOLTEMAND, CORNELIO: consiglieri danesi, ambasciatori in Norvegia.
MARCELLO, BERNARDO, FRANCISCO: Guardie del Re.
OSRIC, cortigiano lezioso.
REYNALDO, servo di Polonio.


Attori.
Un gentiluomo della corte.
Un prete.
Un becchino.
Il compagno del becchino.
Un capitano dell'esercito di Fortebraccio.
Ambasciatori inglesi.
Gentiluomini, gentildonne, soldati, marinai, messaggeri e gente del seguito.
 
SCENA. Elsinore: la Corte e i suoi paraggi.


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AMLETO - 1600/1601

RIASSUNTO

 

ATTO PRIMO, scena 1  
Al castello di Elsinore in Danimarca, le sentinelle Bernardo e Marcello hanno invitato Orazio a raggiungerli per parlargli dello spettro che è loro apparso le notti precedenti.

Per le due sentinelle si tratta di un cattivo presagio che indica forse l'invasione imminente delle truppe di Fortebraccio, principe di Norvegia.
Orazio rifiuta di credere loro fino a quando vede apparire lo spettro che egli identifica come il re Amleto, recentemente deceduto.

Lo spettro non dice nulla e scompare quasi immediatamente.

Riappare poco dopo e sembra sul punto di parlare quando il canto del gallo, che annuncia l'alba, lo costringe a scomparire. Orazio decide allora di informare Amleto dell'accaduto.
  
ATTO PRIMO, scena 2 
In una delle sale del castello, Claudio re di Danimarca fratello del re defunto e dunque zio di Amleto, parla della sua ascesa al trono, in seguito alla morte del padre di Amleto, del suo matrimonio con Gertrude, la regina vedova, ed annuncia di avere scritto al vecchio re di Norvegia per chiedergli di porre fine alle ambizioni di suo nipote Fortebraccio che vuole riconquistare le terre perse da suo padre. Si rivolge in seguito a Laerte, figlio del suo consigliere Polonio, e gli dà il permesso di tornare a Parigi.

Si gira allora verso Amleto e lo interroga sulle ragioni della sua malinconia. Gli consiglia di porre fine alla sua tristezza, che giudica irragionevole, e gli chiede di non riprendere gli studi all'università di Wittenberg. La regina unisce le sue preghiere a quelle del re ed Amleto promette di fare tutto il possibile per obbedirle.

Dopo la partenza del re e della sua corte, Amleto, lasciato solo, esterna tutta la sua tristezza e la sua indignazione per il nuovo matrimonio della madre, che ha avuto luogo appena un mese dopo la morte di suo padre. Arrivano Orazio, Marcello e Bernardo. Orazio rivela a Amleto la comparsa dello spettro ed il principe decide di montare la guardia con loro la sera stessa e parlare allo spettro. Per la prima volta Amleto si interroga sulle circostanze reali della morte del padre e sospetta il tradimento e l’inganno.
  
ATTO PRIMO, scena 3  
Laerte si prepara a partire per la Francia. Mette in guardia sua sorella Ofelia contro le dichiarazioni d'amore di Amleto. Anche se i sentimenti di Amleto possono essere autentici, quest'ultimo resta un principe e dunque non libero di sposare chi vuole. Arriva Polonio, che si prodiga in consigli a Laerte, quindi chiede a Ofelia di evitare Amleto. Ofelia promette di obbedirgli.
  
ATTO PRIMO, scena 4
Amleto, Orazio e Marcello attendono, sugli spalti del castello, la comparsa dello spettro. Sentendo gli echi dei festeggiamenti dati dal nuovo re al castello di Elsinore, Amleto commenta la reputazione di ubriaconi acquisita dai Danesi: un'inclinazione naturale in un popolo o in un individuo può spesso «guastare la sostanza più nobile». Lo spettro appare ed Amleto lo scongiura di parlare. Lo spettro gli fa segno di seguirlo ed Amleto accetta, disattendendo i consigli dei suoi compagni.
  
ATTO PRIMO, scena 5  
Lo spettro dichiara di essere lo spirito di suo padre ritornato sulla terra per ingiungergli di vendicarlo. Confessa ad Amleto di essere stato assassinato da suo zio Claudio, che, approfittando del sonno, gli ha versato un veleno mortale negli orecchi.

Dopo avere compiuto il suo misfatto, Claudio ha fatto credere a tutti che il vecchio re fosse stato punto da un serpente.

Amleto padre, ucciso così senza potersi pentire dei propri peccati, ormai è condannato ad errare nei gironi del Purgatorio.

Chiede pertanto ad Amleto di punire il fratello assassino ed incestuoso ma di non fare male alla madre che sarà, sempre e comunque, in preda ai rimorsi della coscienza. Lo spettro scompare.

Arrivano Orazio e Marcello. Amleto finge indifferenza e per tre volte fa loro giurare di nulla rivelare dell’apparizione di questa notte.

Ad ogni volta, lo spettro, ormai invisibile, grida «Giurate!»
Giurano infine di nulla rivelare e di non lasciare nulla intendere anche se la condotta di Amleto sembra loro strana e singolare.

ATTO SECONDO, scena 1 
Polonio sospetta che il figlio Laerte conduca una vita poco virtuosa e invia a Parigi un emissario, Reynaldo, per spiarlo.

Sopraggiunge Ofelia che appare sconvolta per la condotta di Amleto.

Quest'ultimo, che gli è apparso male in arnese, pallido e tremante, si è accontentato di tenerla a lungo in punta di mano e di osservarla lungamente, senza nulla dire.

Polonio pensa che il comportamento di Amleto sia dovuto alla freddezza mostrata, su suo ordine, da Ofelia e decide di parlarne al re.

ATTO SECONDO, scena 2  
Claudio chiede a Rosencrantz e Guildenstern, amici d'infanzia di Amleto, di sondare il principe per conoscere le cause della sua singolare "trasformazione". Entra Polonio che annuncia al re l'arrivo degli ambasciatori di ritorno della Norvegia. Il re della Norvegia ha convinto Fortebraccio di invadere la Polonia piuttosto che la Danimarca. Dichiara allora di avere scoperto la causa della pazzia di Amleto: il suo amore impossibile per Ofelia che ha respinto le sue avances. Per il re e la regina, queste spiegazioni non sono affatto convincenti. La regina pensa che sia stato il proprio affrettato matrimonio ad aver fatto perdere la ragione a suo figlio.

Arriva Amleto, che finge la pazzia, cosa che gli permette di prendersi gioco delle osservazioni e delle insinuazioni di Polonio. Polonio esce, dopo avere accolto Rosencrantz e Guildenstern. Amleto scopre presto che sono stati inviati dal re per interrogarlo e volge la conversazione sull'arrivo di una compagnia di attori, sul teatro e sui principali ruoli che sono sempre più spesso affidati a bambini ed adolescenti. Amleto accoglie gli attori, introdotti da Polonio. Essi gli recitano qualche verso sulla morte del re Priamo di Troia e del lutto portato dalla moglie Ecuba.

Polonio porta via gli attori, eccetto l'attore principale al quale Amleto chiede di rappresentare “L'omicidio Gonzaga” davanti alla corte e di inserire qualche verso scritto di suo pugno. Lasciato solo, Amleto si meraviglia del potere di evocazione del teatro e si tormenta sulla propria inerzia. Ha deciso di fare rappresentare l'assassinio di suo padre davanti allo zio e di osservarne le reazioni, al fine di smascherarlo e vendicare il padre.

 

ATTO TERZO, scena 1  
Per comprendere la ragione della triste follia di Amleto, il re e la regina decidono di metterlo a confronto con Ofelia. Polonio invita Ofelia a fare finta di essere sola mentre il re ed egli stesso aspettano, nascosti dietro una tenda. Entra Amleto, che pronuncia il monologo famoso «Essere o non essere» fino al momento in cui scorge Ofelia.

Amleto nega il suo amore per lei e le consiglia di non sposarsi ma di entrare in convento. Claudio che è ora convinto che la pazzia del nipote non sia dovuta ad un dispiacere d'amore, inizia a vedere in Amleto un pericolo per la corona. Decide di sbarazzarsi di lui e lo invia in Inghilterra.

Polonio suggerisce di tentare un'ultima volta di scoprire le ragioni della condotta di Amleto mettendolo a confronto con la madre, Gertrude. 

ATTO TERZO, scena 2 
Dopo avere dato le sue istruzioni agli attori, Amleto incarica Orazio di spiare le reazioni del re durante la rappresentazione. Il re, la regina e la loro corte vengono ad assistere alla rappresentazione.

Amleto, la testa sulle ginocchia di Ofelia, si prepara a commentarle la pièce che è preceduta di un riassunto mimato dell'azione, seguito da alcune parole indirizzate al pubblico da un personaggio chiamato "Prologo".
La pièce propriamente detta comincia. Mette l'accento sui temi del tradimento, dell'omicidio e dell’ incesto.

Nel momento in cui Luciano versa del veleno nell'orecchio del re, Claudio si alza e lascia la sala, benché Amleto gli abbia garantito che si trattava di una pièce incentrata sull'omicidio del duca Gonzaga a Vienna.
Ma Amleto in realtà è sicuro di avere ottenuto così la conferma dell'omicidio del padre. Il re invia Rosencrantz e Guildenstern, quindi Polonio, a comunicare ad Amleto il desiderio della madre di avere un incontro con lui. Amleto dichiara la sua intenzione di vendicarsi della morte del padre ma decide di procedere verso la madre solo con atti verbali.  

ATTO TERZO, scena 3  
Claudio incarica Rosencrantz e Guildenstern di accompagnare Amleto in Inghilterra. Polonio s’appresta a spiare Amleto durante il colloquio con la regina. Rimasto solo, il re prova rimorsi. Si inginocchia per pregare ed ottenere il perdono dei suoi peccati. Entra Amleto. Potrebbe facilmente uccidere il re ma decide di risparmiarlo perché uccidere lo zio in preghiera avrebbe per risultato di fargli guadagnare il paradiso.
  
ATTO TERZO, scena 4 
Polonio, nascosto dietro una tenda, assiste all’incontro di Amleto con la madre. Il comportamento brutale di Amleto spaventa la regina che chiama aiuto. Polonio si muove e denuncia la sua presenza. Amleto lo uccide, credendo che sia il re. Rimprovera alla madre la sua condotta indegna e la sua mancanza di virtù.

 

Lo spettro del re defunto appare allora e chiede ad Amleto di vendicarsi di Claudio ma di non aggiungere alle tante sofferenze anche quelle della madre. Amleto chiede alla madre di non andare più a letto con Claudio. Quindi, cambia parere e le consiglia di accogliere il re e di raccontargli quanto appena successo. Abbandona la scena trascinandosi dietro il cadavere di Polonio.

 

ATTO QUARTO, scena 1 
Gertrude ha ormai la certezza che suo figlio è in preda alla pazzia. Mette il re a corrente della morte di Polonio. Claudio si rende conto che era lui stesso il vero obiettivo di Amleto e incarica Rosencrantz e Guildenstern di partire immediatamente per l'Inghilterra.

ATTO QUARTO, scena 2  
Rosencrantz e Guildenstern tentano di scoprire il luogo in cui Amleto ha nascosto il cadavere di Polonio. Amleto li canzona e rifiuta di rispondere loro. Accetta tuttavia di incontrare il re.

ATTO QUARTO, scena 3  
Amleto rifiuta di rispondere alle domande del re ma sembra contento di partire in esilio. Lasciato solo, Claudio rivela che ha ordinato che Amleto sia assassinato subito dopo il suo arrivo in Inghilterra.
  
ATTO QUARTO, scena 4 
Prima di partire per l'Inghilterra, Amleto incontra Fortebraccio che attraversa la Danimarca per andare a conquistare alcune sterili terre in Polonia.
Pensando alla semplicità della posta in gioco - vendicare la morte di suo padre e l'onore di sua madre -, Amleto si rimprovera della propria inerzia.

ATTO QUARTO, scena 5 
Ofelia appare, resa folle dal dolore per la morte del padre e il rifiuto di Amleto.

La regina tenta di condurla alla ragione ma Ofelia non risponde e si limita a cantare delle tristi canzoni d’amore.

Arriva Laerte, di ritorno dalla Francia, ed esige che gli dicano la verità sulla morte del padre come anche le ragioni per le quali non gli abbiano tributato i funerali di stato.
Al momento in cui il re si prepara ad offrirgli spiegazioni, Ofelia entra in scena.

Rendendosi conto di ciò che è successo alla sorella, Laerte si promette di punire i responsabili della morte di suo padre.
  
ATTO QUARTO, scena 6  
Orazio riceve una lettera di Amleto.

Amleto vi scrive che la sua nave è stata attaccata dai pirati e che questi lo hanno risparmiato dopo avere ottenuto l’impegno di farli ricevere dal re della Danimarca. Amleto informa Orazio che Rosencrantz e Guildenstern sono sempre in viaggio per l'Inghilterra.
 


ATTO QUARTO, scena 7  
Claudio imputa ad Amleto la responsabilità della morte di Polonio e della pazzia di Ofelia. Confida a Laerte le ragioni che lo hanno spinto a risparmiare il nipote: oltre all'affetto che gli porta sua madre Amleto ha infatti il sostegno di tutto il popolo. Un messaggero entra ed annuncia loro il ritorno di Amleto. Il re pensa ad un inganno e suggerisce a Laerte di indurre il nipote in duello. Laerte accetta la proposta del re e gli comunica il proposito di cospargere la punta della propria spada di un veleno mortale. Anche il re pensa di offrire una coppa avvelenata ad Amleto durante il duello. Entra la regina ed annuncia la morte di Ofelia, che si è suicidata annegandosi.

ATTO QUINTO, scena 1  
Amleto ed Orazio incontrano due becchini in procinto di scavare la tomba di Ofelia. Amleto parla loro e si interroga sul senso della vita e della morte. Esaminando i crani dissotterrati dai becchini, si commuove di trovare quello di Yorick, il buffone che lo ha tanto divertito da piccolo. Arriva il corteo funebre. Laerte maledice colui che considera l'assassino della sorella e salta nella fossa. Amleto lo raggiunge e iniziano a battersi. Li separano. Prima di partire, Amleto grida il suo amore per Ofelia. 

ATTO QUINTO, scena 2  
Amleto racconta ad Orazio come ha fatto a sostituire la lettera del re che chiedeva alle autorità inglesi la sua esecuzione con quella in cui si chiedeva invece di giustiziare Rosencrantz e Guildenstern, i latori del messaggio. In seguito, tenta di riconciliarsi con Laerte e gli porge le sue scuse per il dolore arrecatogli. Arriva Osric, un cortigiano, per assicurarsi della partecipazione di Amleto al duello. Amleto accetta la sfida. Laerte sembrerebbe accettare l'amicizia di Amleto tuttavia insiste per battersi in duello. Il duello comincia. Dopo i primi scambi, il re offre la coppa avvelenata ad Amleto, che la mette da parte. Amleto vince il primo assalto e la regina beve alla sua salute, bevendo dalla coppa avvelenata. Nella confusione che se ne segue, Amleto e Laerte si scambiano le armi e fatalmente ne restano entrambi avvelenati. La regina muore e Laerte rivela il suo stratagemma e quello del re. Amleto si getta allora sul re e lo trafigge con la punta della spada avvelenata quindi lo costringe a bere dalla coppa avvelenata. Laerte muore dopo essersi riconciliato con Amleto. Orazio vorrebbe anch’egli bere dalla coppa avvelenata ma Amleto lo dissuade e lo incarica di tramandare la sua tragedia. 
In quel mentre entra Fortebraccio di ritorno dalla Polonia ed Amleto esprime pubblicamente il desiderio che il principe della Norvegia regni sulla Danimarca. Amleto muore a sua volta. Gli ambasciatori entrano ed annunciano l'esecuzione di Rosencrantz e Guildenstern. Fortebraccio ordina che le onoranze funebri siano rese ad Amleto.

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AMLETO - 1600/1601

atto primo - scena prima


Entrano due sentinelle, Bernardo e Francisco.

BERNARDO
Chi è là?

FRANCISCO
No, parla tu. Fermati. Chi sei?

BERNARDO
Lunga vita al re!

FRANCISCO
Bernardo?

BERNARDO
Sì.

FRANCISCO
Arrivi molto puntuale.

BERNARDO
È mezzanotte! Va' a letto, Francisco.


FRANCISCO
Grazie per il cambio. È un freddo cane, e ho la morte nel cuore.

BERNARDO
Tutto quieto?

FRANCISCO
Non s'è mosso un topo.

BERNARDO
Bene, buonanotte. Se incontri i miei compagni di guardia, Orazio e Marcello, fagli fretta.

FRANCISCO
Li sento arrivare, credo.

Entrano Orazio e Marcello.

Fermi, oh! Chi è là?

FRANCISCO
Amici di questa terra.

MARCELLO
E sudditi del Danese.

FRANCISCO
Dio vi dia la buona notte.

MARCELLO
Anche a te, soldato. Chi t'ha dato il cambio?

FRANCISCO
Bernardo è al mio posto. Buona notte.

Esce.

MARCELLO
Oh! Bernardo!

BERNARDO
Oh! Ma di', c'è Orazio?

FRANCISCO
Ce n'è un pezzo.

BERNARDO
Benvenuto, Orazio! Benvenuto, amico Marcello.

FRANCISCO
Allora, è ricomparsa la cosa stanotte?

BERNARDO
Io non l'ho vista.

MARCELLO
Orazio dice che stravediamo, e si rifiuta di credere in questo spavento che abbiamo visto due volte.
Perciò l'ho pregato di vedere con noi scorrere i minuti di questa notte, e se l'apparizione torna, potrà rendere giustizia ai nostri occhi, e le potrà parlare.

FRANCISCO
Via, via, non torna.

BERNARDO
Siediti un momento, e noi, col tuo permesso, riassalteremo i tuoi orecchi, così fortificati contro la nostra storia, con ciò che abbiamo visto due notti.

FRANCISCO
Bene, sediamoci. Sentiamo che ne dice Bernardo.

BERNARDO
Proprio ieri notte, la stella laggiù che viaggia a ponente del polo era andata ad accendere la parte del cielo dove ora brucia. Marcello ed io, mentre batteva l'una...

Entra il fantasma.

MARCELLO
Fermati, oh! Eccolo che torna.

BERNARDO
È sempre come lui, il re morto.

MARCELLO
Orazio, tu che hai studiato, parlagli.

BERNARDO
Non sembra il re? Guardalo, Orazio.

FRANCISCO
È come lui. Mi riempie di spavento e stupore.

BERNARDO
Vuole che gli si parli.

MARCELLO
Pàrlagli, Orazio.

FRANCISCO
Cosa sei tu che usurpi questo tempo della notte e la nobile forma di uomo di guerra nella quale incedeva la maestà del re sepolto? In nome di Dio, parla!

MARCELLO
L'abbiamo offeso.

BERNARDO
Guardate, se ne va.

FRANCISCO
Fermati, parla, parla, ti ordino di parlare.

Il Fantasma esce.

MARCELLO
È andato. Non parlerà mai.

BERNARDO
E allora, Orazio? Tremi e sei pallido. Non è, quella cosa, più che allucinazione? Che ne pensi?

FRANCISCO
In nome di Dio non l'avrei mai creduto senza la prova fondata e sicura dei miei occhi.

MARCELLO
Non somiglia al re?

FRANCISCO
Come tu a te stesso. Quell'armatura la portava in battaglia con l'avido Norvegese. E quell'occhio grifagno l'aveva nell'urto coi polacchi, quando rovesciò uomini e slitte sul ghiaccio. È incredibile.

MARCELLO
Così, due volte, proprio in quest'ora morta, ci è passato davanti con quel piglio marziale.

FRANCISCO
Non so che pensarne di preciso, però la mia impressione è che questo annunzia chissà che malanno al nostro stato.

MARCELLO
Ebbene vi prego, sediamoci. E chi lo sa, mi dica perché mai questa guardia severissima ogni notte affatica i sudditi di questa terra, e perché ogni giorno si fondono cannoni di bronzo e si comprano fuori strumenti di guerra, e perché si forzano i carpentieri a un lavoro duro per settimane senza domeniche.
Cos'è che preparano con tanto sudore e fretta da aggiogare la notte alla fatica del giorno, chi può spiegarmelo?

FRANCISCO
Io. O almeno sento dire questo: il nostro ultimo re la sua immagine è apparsa un minuto fa - fu sfidato a duello, come sapete, da Fortebraccio di Norvegia, spinto da orgoglio e invidia; e il valoroso Amleto valoroso lo stimava tutto il nostro emisfero - ammazzò Fortebraccio. Costui, in forza d'un patto ratificato dalla legge e dagli usi cavallereschi con la vita perdette a favore di chi lo vinse tutte le terre di conquista; e a sua volta il nostro re aveva scommesso una porzione equivalente, che sarebbe andata in possesso dell'avversario se avesse vinto lui; ma il patto e la clausola relativa e le conseguenze gettarono la sua parte su Amleto. Bene, ora il figlio Fortebraccio, un tipo di fuoco, un tipo sfrenato, qua e là nelle marche norrène ti rastrella una truppa di disperati, cibo e dieta d'un impresa che ha stomaco grande: niente di meno qui da noi sembra chiaro - che riprendersi con la forza e la prepotenza le terre perdute, come ho detto, dal padre. Questo a mio avviso è il primo movente dei nostri preparativi, causa di questa veglia e vera fonte di tanto agitarsi e armeggiare.

BERNARDO
Questo e nient'altro, ne sono certo. E ciò spiega perché questa figura portentosa tagli armata la nostra veglia, e somigli tanto al re che fu ed è motivo di queste guerre.

FRANCISCO
È un pruno che molesta l'occhio della mente! Quando Roma fiorì come un alto palmizio, poco prima che cadesse il grande Giulio, le tombe si svuotarono e i morti nei sudari invasero le vie stridendo e farfugliando, e stelle con code di fuoco, rugiade di sangue, disastri nel sole; e la stella acquosa che influenza l'impero di Nettuno patì un'eclissi che fu quasi un finimondo. E ora è come allora: segni di avvenimenti terribili, come araldi che precedono i fati e prologhi alla sventura che arriva cielo e terra insieme hanno mostrato ai nostri climi e alla nostra gente.  

Entra il fantasma.

Ma guardate lì, sta tornando! Gli taglio la strada, dovesse costarmi la vita.

Lo spettro apre le braccia.

Fermati, illusione. Se hai voce e puoi usarla parlami.
Se opera buona può farsi che a te dia pace e a me salute parlami.
Se conosci il destino del regno e saperlo può farlo evitare parla!
O se nella vita hai nascosto tesori estorti nel ventre della terra, per cui voi spiriti, come dicono, vagate spesso nella morte, parlamene, fermati e parla. Il gallo canta.
Fermalo, Marcello.

MARCELLO
Gli do un colpo di lancia?

FRANCISCO
Sì, se non si ferma.

BERNARDO
Eccolo.

FRANCISCO
È qui.

Il fantasma esce.

MARCELLO
È sparito. Gli facciamo torto, è così nobile, a minacciarlo di violenza perché è come l'aria, invulnerabile, e i nostri colpi burattinate inutili e cattive.

BERNARDO
Stava per parlare quando il gallo ha cantato.

FRANCISCO
E allora ha trasalito come cosa colpevole a un appello terribile. Ho sentito che il gallo, trombettiere del mattino, con la sua gola alta e squillante sveglia il dio del giorno, e a quel segno ogni spirito erratico, si trovi in acqua o fuoco, in terra o in aria, torna subito al suo confino. Questa cosa ci ha dimostrato che è vero.

MARCELLO
È sparito al canto del gallo. Pare che ogni anno quando arriva il tempo che celebra la nascita del nostro Redentore quest'uccello dell'alba canti tutta la notte: e allora gli spettri non osano vagare, le notti sono salubri e le stelle non maligne, non fanno sortilegi le fate, né affatturano le streghe, tanto benigno e tanto sacro è il tempo.

FRANCISCO
Così ho inteso e credo, in parte. Ma guardate, il mattino nel suo manto di ruggine passa sulla rugiada di quell'alta collina. Smontiamo questa guardia, e a mio avviso quello che abbiamo visto riferiamolo al giovane Amleto, perché, sulla mia vita questo spirito muto con noi a lui parlerà. Siete d'accordo? Ce lo impone il nostro dovere, lo richiede il nostro affetto.

MARCELLO
Bisogna farlo, sì. E io so dove incontrarlo, stamattina, nel modo più opportuno.

Escono.

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AMLETO - 1600/1601

atto primo - scena seconda


Squillo di trombe.

Entrano Claudio Re di Danimarca, la Regina Gertrude, il Consiglio con Voltemand, Cornelio, Polonio e suo figlio Laerte, Amleto, vestito di nero, e altri.

RE
Sebbene ancora sia verde la memoria della morte del caro fratello Amleto, ed a noi si convenga portare in cuore questa pena, e a tutto il regno contrarsi in una sola fronte di dolore, pure tanto la ragione in noi ha lottato contro la natura che con saggio cordoglio siamo memori di lui e insieme non immemori di noi stessi. Pertanto la nostra già sorella e ora regina, coerede di questo forte regno, noi abbiamo, quasi con gioia senza gioia, con un occhio aperto alla speranza e uno che dispera, con letizia alle esequie e canti funebri alle nozze, e in modo uguale dosando diletto e dolore, presa in moglie. E la scelta non ha escluso i vostri eccellenti consigli, che hanno accompagnato, liberi, questa vicenda.
Vi ringraziamo, per tutto.
E ora dobbiamo informarvi che il giovane Fortebraccio il quale ci stima ben poco o ritiene che per la morte del nostro caro fratello lo stato sia scardinato e sconvolto e aggancia a queste idee un sogno di dominio, non ci risparmia il tedio d'un messaggio che comporta la resa dei territori ceduti dal padre con tutti i crismi della legge al nostro prode fratello. Ma di lui basti.
Veniamo a noi, e al presente consiglio. Eccone motivo: qui abbiamo scritto al re di Norvegia, zio del giovane Fortebraccio, che invalido e obbligato a letto conosce ben poco dei progetti di suo nipote, chiedendo che impedisca ogni altro passo, dacché quelle leve, quelle truppe, quei suoi effettivi sono tratti tutti da mezzo ai suoi sudditi; e ora inviamo voi, mio buon Cornelio, e voi Voltemand con questo mio messaggio amichevole al vecchio re - ma senza autorizzarvi a trattar di persona con lui al di là dei limiti qui ben circostanziati. Addio, e la rapidità provi lo zelo.

CORNELIO e VOLTEMAND
Ve ne daremo prova, in questo e in tutto.

RE
Non ne dubitiamo. Il nostro cordiale addio.

Escono Voltemand e Cornelio.

E ora, Laerte, cosa c'è di nuovo?
Ci parlavi d'una richiesta: qual è, Laerte?
Non parlerai con senno al re danese sprecando il fiato. Cosa vorresti, Laerte, che non sia tua richiesta ma mia offerta?
La testa non è più consona al cuore, né la mano al servizio della bocca di quanto sia, a tuo padre, questo trono. Cosa ci chiedi, Laerte?

LAERTE
Mio temuto signore, un benevolo consenso per tornare in Francia. Sono venuto in Danimarca ben volentieri per rendervi il mio omaggio all'incoronazione. Ora, compiuto quel dovere, debbo confessare che i pensieri e i desideri tornano alla Francia e chiedono, umilmente, un consenso e un perdono.

RE
Hai avuto il permesso di tuo padre? Che ne dice Polonio?

POLONIO
Signore, mi ha strappato un riluttante assenso a furia d'insistenze, e alla fine ho impresso sul suo volere il mio nolente sigillo. Vi prego, concedetegli di partire.

RE
Cogli la tua bella ora, Laerte. Il tempo è tuo, spendilo con le tue doti migliori. Ma ora, Amleto, mio caro congiunto e figlio...

AMLETO
Un po' più che congiunto, e men che caro.

RE
Come mai ancora queste nuvole su di te?

AMLETO
No signor mio, sono fin troppo al sole.

REGINA
Mio buon Amleto, togliti quel colore notturno e guarda il re danese con occhio amico. Non cercare per sempre a ciglia basse il tuo nobile padre nella polvere. Lo sai, è comune a tutti: chi vive deve morire, la natura è un passaggio verso l'eternità.

AMLETO
Sì, signora, è comune.

REGINA
Ma se lo è perché ti sembra una cosa che succede a te solo?

AMLETO
Sembra, signora? No, è. Non c'è nessun "sembra". Non sarà questo manto d'inchiostro, madre, né il nero solenne imposto ai miei vestiti, né il sospirare a raffica o buriana, no, e nemmeno un gran fiume negli occhi, o l'aspetto depresso della facciata e in più tutte le forme e i modi del dolore a mostrarmi nella mia verità. Queste cose davvero sembrano, perché un uomo può fingerle. Ma io dentro ho qualcosa che non si può mostrare, e questi, del dolore, sono gli orpelli, le gabbane.

RE
Amleto, è dolce e lodevole nella tua natura che tu dia a tuo padre questo tributo di lutto. Ma, non scordarlo, tuo padre perdette un padre, e quel padre perduto, il suo - e l'orfano è tenuto in obbligo filiale, per un tempo, a dare un omaggio di tristezza. Ma perseverare in un cordoglio ostinato è condursi con testardaggine empia, non è dolore da uomo, mostra una volontà assai indocile al cielo, un cuore senza tempra, un animo intollerante, un intelletto ingenuo e ineducato; ciò che sappiamo dev'essere, ed è comune come la più ordinaria esperienza dei sensi, perché dovremmo con opposizione perversa, prenderlo tanto a cuore? Via, questa è una colpa contro il cielo, i morti, la natura, e perversa soprattutto per la ragione, il cui luogo comune è la morte dei padri, e che ha gridato sempre fin dal primo cadavere all'uomo che è morto oggi "così dev'essere". Ti preghiamo, getta via questa pena inutile, e pensa a noi come a un padre. Perché, lo sappia il mondo, tu sei erede diretto a questo trono e io mi porto verso te con amore non meno forte di quello che il più tenero padre porta al figlio. Quanto alla tua intenzione di tornartene a scuola a Wittemberg essa è contro ogni nostro desiderio, perciò ti scongiuriamo, convinciti a restare qui, gioia e conforto dei nostri occhi, primo a corte, nipote e figlio nostro.

REGINA
Non far sprecare preghiere a tua madre, Amleto. Resta con noi ti prego, non andare a Wittemberg.

AMLETO
Per quanto posso vi obbedirò, signora.

RE
Ah, questa è una risposta amorevole e bella. Sii in Danimarca come noi stessi. Signora, andiamo.
Questo gentile e spontaneo consenso di Amleto è un sorriso al mio cuore; e per festeggiarlo ogni brindisi che oggi farà il re il cannone più grande l'annuncerà alle nuvole, e il cielo rimbomberà del giubilo danese ripetendo il tuonare della terra. Andiamo.

Fanfara.
Escono tutti tranne Amleto.

AMLETO
Ah se questa carne troppo troppo sordida si potesse sciogliere e risolvere in rugiada, ah se l'Eterno non avesse fissata la sua condanna del suicidio. O Dio! Dio!
Come mi sembrano pesanti, vecchie, noiose e inutili tutte le occasioni del mondo! Che nausea, ah che nausea. È un giardino abbandonato che va in seme: vi regna solo una natura fetida e volgare. Che si dovesse arrivare a questo! Morto appena da due mesi - no, non da tanto, non due - un re così eccellente, un Iperione di fronte a questo satiro, così innamorato di mia madre che non avrebbe permesso ai venti del cielo di toccarle il volto troppo rudi. Cielo e terra, debbo ricordarlo? Pendeva da lui come se l'appetito s'alimentasse di ciò che lo saziava; eppure, nel giro d'un mese - non devo pensarci - fragilità, il tuo nome è femmina - appena un mese o prima che invecchiassero le scarpe con cui seguiva il corpo del mio povero padre tutta in lacrime come Niobe - lei, lei stessa - o Dio, una bestia priva di raziocinio terrebbe il lutto più a lungo - sposata a mio zio fratello di mio padre ma simile a mio padre come io a Ercole. Nel giro d'un mese prima ancora che il sale di lacrime disoneste avesse smesso di bruciarle gli occhi trovò marito. Ah fretta ignobile, correre con tanta impazienza a lenzuola incestuose! Non è bene e non può venirne bene.
Ma il cuore mi si spezzi, devo chiudere la bocca.

Entrano Orazio, Marcello e Bernardo.

FRANCISCO
Salute a vostra signoria!

AMLETO
Lieto di vedervi bene. Orazio, o stravedo?

FRANCISCO
Proprio io, monsignore, sempre il vostro umile servo.

AMLETO
Buon amico, vuoi dire. È il nome da scambiarci.
E che fai lontano da Wittemberg, Orazio? Marcello.

MARCELLO
Monsignore.

AMLETO
Assai lieto di vedervi. (A Bernardo) Buondì, signore. Ma davvero, che fai lontano da Wittemberg?

FRANCISCO
Voglia di far niente, monsignore.

AMLETO
Non lo vorrei sentire dal tuo nemico, e non farai al mio orecchio la violenza di fargli credere ciò che dici contro te stesso. So che non hai quella voglia. E allora cos'è che ti porta a Elsinore? T'insegneremo a bere forte, prima che te ne torni via.

FRANCISCO
Monsignore, sono venuto per i funerali di vostro padre.

AMLETO
Ti prego non sfottermi, compagno di studi. Sei venuto piuttosto alle nozze di mia madre.

FRANCISCO
A dire il vero, monsignore, sono venute subito dopo.

AMLETO
Risparmio, risparmio, Orazio. Le carni cotte per il funerale hanno fornito, fredde, le tavole nuziali. Avessi incontrato in cielo il mio peggior nemico prima di vedere quel giorno, Orazio.
Mio padre - mi pare di vederlo...

FRANCISCO
Dove, monsignore?

AMLETO
Con l'occhio dell'anima, Orazio.

FRANCISCO
L'ho visto una volta. Un vero re.

AMLETO
Un uomo, in tutto e per tutto. Non ne vedrò l'uguale.

FRANCISCO
Monsignore, credo di averlo visto iernotte.

AMLETO
Visto? Chi?

FRANCISCO
Monsignore, il re vostro padre.

AMLETO
Il re mio padre?

FRANCISCO
Contenete un momento il vostro stupore e state solo a sentire cosa vi dirò d'incredibile, con la testimonianza di questi signori.

AMLETO
Parla, per amor di Dio!

FRANCISCO
Questi signori, Marcello qui e Bernardo, per due notti di fila mentr'erano di guardia nello squallore morto di mezzanotte hanno visto qualcosa: una figura simile a vostro padre, tutta coperta d'armi, cap-à-pié, gli si alza incontro e con passo maestoso li sfiora, lentamente; appare per tre volte ai loro occhi sbigottiti, alla distanza della sua mazza, e loro quasi gelati di spavento, restano muti e non gli parlano. A me solo in gran segreto dicono tutto, e la terza notte io stesso monto di guardia con loro, ed ecco come avevano detto alla stessa ora e con lo stesso aspetto, confermando ogni loro parola l'apparizione è tornata. Conoscevo vostro padre: queste mani non s'assomigliano di più.

AMLETO
Ma dov'è stato?

MARCELLO
Signore, sul terrazzo dove siamo di guardia.

AMLETO
Non gli avete parlato?

FRANCISCO
Io sì, monsignore, ma non ha risposto. Ad un punto, m'è parso, ha alzato la testa, ha accennato un movimento come a parlare. Ma proprio allora il gallo del mattino cantò forte e al grido l'ombra si ritrasse rapida e sparì.

AMLETO
Molto strano.

FRANCISCO
È vero, mio venerato signore, com'è vero che io vivo. E dirvelo, pensammo, era nostro dovere.

AMLETO
Certo, certo, signori. Questa cosa mi frastorna. Siete di guardia stanotte?

TUTTI
Sì, monsignore.

AMLETO
Armato, avete detto?

TUTTI
Armato, signore.

AMLETO
Da capo a piedi?

TUTTI
Sissignore, dalla testa ai piedi.

AMLETO
Allora non l'avete visto in faccia?

FRANCISCO
Oh sì, signore, portava alzata la visiera.

AMLETO
E il volto? Era in collera?

FRANCISCO
Mostrava più dolore che collera.

AMLETO
Pallido, o acceso?

FRANCISCO
No, molto pallido.

AMLETO
E fissava gli occhi su di voi?

FRANCISCO
Sì, continuamente.

AMLETO
 Avrei voluto esserci.

FRANCISCO
Vi avrebbe turbato molto.

AMLETO
Certo, certo. È rimasto a lungo?

FRANCISCO
Il tempo di contare fino a cento, senza fretta.

MARCELLO e BERNARDO
Di più, di più.

FRANCISCO
Non quando c'ero io.

AMLETO
La barba era brizzolata, no?

FRANCISCO
Come gliel'ho vista da vivo, un nero argentato.

AMLETO
Sarò di guardia stanotte. Forse tornerà.

FRANCISCO
Ne sono sicuro.

AMLETO
Se assume l'aspetto del mio nobile padre gli parlerò, dovesse aprirsi e zittirmi l'inferno stesso. Vi prego tutti se avete tenuto segreto ciò che avete visto copritelo ancora col vostro silenzio; e quanto d'altro può accadere stanotte affidatelo alla mente non alla lingua. Vi sarò grato per l'affetto. E ora addio. Verrò a trovarvi sulle mura tra le undici e le dodici.

TUTTI
Servi di vostro onore.

AMLETO
Amici, come io per voi. Addio.

Escono Orazio, Marcello e Bernardo.

Lo spirito di mio padre - armato! Qualcosa non va.

C'è del marcio sotto. Fosse già notte! Pazienza, anima mia.

Tutta la terra non basterà a seppellire un delitto. Alla fine, lo si scoprirà.

Esce.

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AMLETO - 1600/1601

atto primo - scena terza


Entrano Laerte e la sorella Ofelia.

LAERTE
Il mio bagaglio è a bordo. Addio.
E, sorella, se i venti sono propizi e il trasporto possibile, non dormire ma dammi tue notizie.

OFELIA
Ne dubiti?

LAERTE
Per Amleto e il suo ronzarti attorno, bada, è galanteria, estro del sangue, violetta che spunta a primavera, precoce e momentanea, bella e labile, profumo e diversivo d'un minuto, non di più.

OFELIA
Non più di questo?

LAERTE
No, non crederlo più di questo. Perché il corpo, crescendo, non cresce solo di muscoli e mole, ma cresce questo tempio, e, dentro, cresce la funzione del senno e dello spirito.
Forse, adesso, ti ama, e non ci sono sozzure o furbizie a insudiciare la sua intenzione onesta. Ma sta attenta, dato il suo rango, egli non ha volontà. È soggetto lui stesso alla sua nascita, e non può far da sé, come la gente senza valore: dal suo fare scende la salute di tutto questo regno e perciò la sua scelta è assoggettata alla voce e al consenso di quel corpo di cui è il capo. Dunque, se ti dice che ti ama, credilo, saggiamente, fino al punto in cui, dato l'ufficio e il rango, può rendere fatto e detto; cioè, non oltre l'assenso di ogni voce in Danimarca.
Pesa ora il danno che ne avrà l'onore se ascolti credula le sue canzoni o dai via il cuore o apri il tuo tesoro di castità ai suoi ardori smodati. Attenta, Ofelia, attenta, sorellina, tieniti a retroguardia del tuo affetto fuori del tiro e rischio del desiderio. La ragazza più schiva è troppo prodiga già se svela la sua beltà alla luna. Persino la virtù non sfugge alla calunnia. Il verme rode i nati dell'aprile prim'ancora che sia schiusa la gemma, e nella brina giovane dell'alba l'assalto del contagio è più temibile. Cauta dunque: paura è sicurezza, la tentazione, i giovani, la trovano in se stessi.

OFELIA
Questa buona lezione la terrò a guardia del mio cuore. Ma, fratello, non fare come certi pastori senza grazia che ci mostrano l'erta spinosa del cielo e intanto, libertini impudenti e sfrenati, calpestano le primule sulla via del piacere, sordi alle proprie prediche.

LAERTE
Oh, non aver paura. Ho fatto tardi.

Entra Polonio.

Ecco arriva mio padre. Doppia benedizione, doppia grazia. Il caso mi regala un nuovo addio.

POLONIO
Ancora qui, Laerte? A bordo, a bordo, via! Il vento è sulla spalla alla tua vela e ti si aspetta. Qua, ti benedico! E cerca di stamparti nella mente questi pochi consigli. Ai pensieri non dar voce, né corpo a quelli smoderati. Sii affabile, volgare mai. Coloro dei tuoi amici che hai messo bene a prova tienili stretti all'anima con cerchioni d'acciaio, però non t'incallire la palma a dar manate a ogni smargiasso appena sgusciato e spennato. Guardati dalle brighe, ma quando ci sei dentro a guardarsi da te fa' che sia l'altro. Presta l'orecchio a tutti, la tua voce a qualcuno, senti le idee di tutti ma pensa a modo tuo.
Vesti bene, nei limiti della tua borsa, ma senza stranezze, ricco, non chiassoso, perché spesso il vestito mostra l'uomo, e in Francia quelli che hanno e che possono in questo soprattutto si mostrano signori. Non domandare soldi e non prestarne: chi presta perde i quattrini e l'amico, chi chiede smussa il filo della frugalità. Questo su tutto: fedeltà a te stesso; ne seguirà, come la notte al giorno, che non sarai mai falso con nessuno.
Addio, ti renda saggio la mia benedizione.

LAERTE
Molto umilmente mi congedo, padre.

POLONIO
Il tempo stringe. Va', che i servi aspettano.

LAERTE
Ofelia, addio. Ricorda bene quanto t'ho detto.

OFELIA
È chiuso nella mia memoria, tu stesso ne terrai la chiave.

LAERTE
Addio.

Esce.

POLONIO
Che cos'è che t'ha detto, Ofelia?

OFELIA
Qualcosa, non vi spiaccia, che riguarda il principe Amleto.

POLONIO
Buona idea, per la Vergine.
Sento che molto spesso ultimamente ti ha concesso il suo tempo, e pure tu gli hai dato udienza larga e generosa. Se è così - come mi si fa capire per mettermi in guardia - devo dirti che ancora non hai idee chiare su ciò che conviene a mia figlia e al tuo onore. Cosa c'è tra voi? La verità! Sentiamo.

OFELIA
Signore, ultimamente m'ha fatto assai profferte del suo affetto per me.

POLONIO
Affetto? Bah! Parli come una ragazzetta inesperta di simili frangenti. Me le chiama profferte. E tu ci credi?

OFELIA
Signore mio, non so cosa pensarne.

POLONIO
Per la Madonna, te l'insegno. Pensati una bimbetta, dacché prendi quelle profferte false per oro colato. Piuttosto cerca di non profferirti a un prezzo troppo basso, se no - per non sfiatare questa povera frase in un galoppo troppo sfrenato - ti profferirai come una sciocca.

OFELIA
Signore, egli mi ha sollecitata col suo amore in modo onorevole.

POLONIO
Sì, dici pure: moda. Andiamo, andiamo.

OFELIA
E ha sostenuto il suo dire, signore, con quasi tutti i giuramenti sacri.

POLONIO
Trappole per beccacce, sì! So bene che quando il sangue bolle si fa presto a dar voti alla lingua. Focherelli, figlia mia. Dan più luce che calore, e tutt'e due si spengono già nel farsi promesse. Non scambiarli per fuoco. D'ora in poi sii un po' più avara di te, ragazza come sei, e i tuoi conversari valutali più cari d'un suo comando a parlamento.
Quanto al principe Amleto, di lui credi che è giovane, e gli si dà più corda che non si possa a te. In breve, Ofelia, non credere a promesse: son mezzane d'altra tinta che quella dei loro vestimenti, solo avvocati di cattive cause, sospiri di ruffiane insantocchiate per meglio accalappiare. Per riassumere: chiaro e tondo, non voglio, d'ora in poi, che tu abusi dei tuoi momenti liberi per dar chiacchiera al principe o parlargli. Bada, è un comando. E ora vai.

OFELIA
Obbedirò, signore.

Escono.

AMLETO - 1600/1601

atto primo - scena quarta


Entrano Amleto, Orazio e Marcello.

AMLETO
L'aria ha i denti aguzzi, il freddo è forte.

FRANCISCO
Sì, azzanna e taglia.

AMLETO
Che ora è?

FRANCISCO
Quasi mezzanotte, credo.

MARCELLO
No, è già sonata.

FRANCISCO
Sì? Non l'ho sentita. Allora è quasi il momento in cui appare lo spirito.

Squillo di trombe, salve di due cannoni.

E questo che vuol dire, monsignore?

AMLETO
Il re veglia stanotte, fa baldoria, alza il gomito e pesta nella giga, e ogni volta che ingolla vin del Reno tamburo e tromba sbràitano così le sue vittorie ai brindisi.

FRANCISCO
È un'usanza?

AMLETO
Sì perdio, ma a mio avviso benché sia nato qui e con tutto questo nel sangue, è usanza tale che fa onore più a romperla che ad osservarla.
Questa bisboccia ottusa ci squalifica a est, a ovest, nelle altre nazioni - ci chiamano beoni, e ci insozzano il nome con allusioni ai porci. E ciò davvero toglie alle nostre imprese più superbe il midollo e l'essenza della stima. E lo stesso succede agli individui: spesso per qualche brutto neo nella loro natura, qualche tara per cui non hanno colpa perché nessuno sceglie la sua origine o per il traboccare d'un umore che abbatte cinte e torri alla ragione, o qualche assuefazione che corrode troppo il decoro - succede che questi uomini, dico, marchiati da un solo difetto, livrea della natura e stella della sorte, anche se hanno virtù pure come la grazia e infinite nei limiti dell'uomo, s'impestano nel biasimo di tutti per quel solo difetto. Una goccia di male spesso annerisce tutto ciò che è nobile e ne fa un'onta.

Entra il fantasma.

FRANCISCO
Guardate, monsignore, arriva!

AMLETO
Angeli e ministri di grazia difendeteci!
Che tu sia uno spirito del bene o un lémure, porti brezze dal cielo o raffiche dall'inferno, venga a farci del male o a darci aiuto, tu vieni in tale forma da strappare domande che ti parlerò. Ti chiamerò Amleto, re, padre, nobile Danese. Rispondimi! Non farmi schiattare nell'ignoranza, dimmi perché le tue ossa benedette nella bara hanno strappato il sudario, perché la tomba in cui ti ho visto riposare in pace ha aperto le sue fauci di marmo per rigettarti qui? Che può voler dire che tu, morto, di nuovo tutto armato rivisiti così il lume della luna e rendi orrida la notte, e a noi gonzi della natura così terribilmente sconquassi la ragione con pensieri che vanno oltre l'umano?
Dimmi, perché? A che fine? Cosa dobbiamo fare?

Lo spettro fa un cenno.

FRANCISCO
Vi fa segno di andargli dietro come volesse dire qualcosa a voi solo.

MARCELLO
Guardate con che gesto cortese vi invita verso un posto più lontano. Ma non andate.

FRANCISCO
No, assolutamente.

AMLETO
Non vuole parlare. Dunque lo seguo.

FRANCISCO
Non fatelo, monsignore!

AMLETO
Perché, cosa dovrei temere?
La vita non la stimo un soldo, e in quanto all'anima, cosa potrebbe farle se è immortale come lui?
Mi fa cenno di andare. Lo seguirò.

FRANCISCO
Signore, e se vi attira verso i gorghi o in cima a quella roccia spaventosa che dalla base si sporge sul mare e lì si cambia in qualche cosa orribile che vi toglie il controllo della ragione e vi trascina alla pazzia? Pensateci. Il posto stesso suscita impulsi disperati senz'altra causa, in mente a chi s'affaccia così alto su quelle ondate, e ne sente il ruggito lì sotto.

AMLETO
Mi fa segno di nuovo. Vai, ti seguo.

MARCELLO
Non andate, monsignore.

AMLETO
Lasciatemi.

FRANCISCO
Dateci retta, non dovete andarci.

AMLETO
Il destino mi chiama e fa ogni misera fibra di questo corpo forte come i muscoli del leone di Nemea. Ancora un segno.
Via le mani, signori. Perdio, farò un fantasma di chi mi trattiene. Via, dico. Va' avanti, ti seguo.

Escono il fantasma e Amleto.

FRANCISCO
Il suo cervello già delira.

MARCELLO
Andiamogli dietro, non è giusto obbedirgli.

FRANCISCO
Andiamo. Come finirà tutto questo?

MARCELLO
C'è qualcosa di marcio in Danimarca.

FRANCISCO
Penserà Dio.

MARCELLO
Però andiamogli dietro.

Escono.

AMLETO - 1600/1601

atto primo - scena quinta


Entrano il fantasma e Amleto.

AMLETO
Dove vuoi condurmi? Parla, non vado oltre.

FANTASMA
Ascoltami.

AMLETO
Sì.

FANTASMA
È quasi ora di restituirmi al fuoco sulfureo e al tormento.

AMLETO
Ahimè povera anima.

FANTASMA
Non mi compiangere. Stai bene attento a ciò che ti dirò.

AMLETO
Parla, devo ascoltarti.

FANTASMA
E devi anche vendicarmi quando avrai ascoltato.

AMLETO
Che cosa?

FANTASMA
Io sono lo spirito di tuo padre condannato di notte a vagare per un dato tempo, e di giorno a digiunare nel fuoco finché i sozzi delitti compiuti sulla terra siano arsi e consumati. Se non mi fosse proibito raccontare i segreti del mio carcere potrei rivelarti una storia la cui parola più leggera ti strazierebbe l'anima, gelerebbe il tuo giovane sangue, farebbe schizzare i tuoi occhi come stelle dalle orbite, scompiglierebbe quelle tue trecce e quei tuoi riccioli, farebbe rizzarsi uno per uno i tuoi capelli come gli aghi di un istrice irritato. Ma questo emblema eterno non è fatto per orecchie di carne e sangue. Ascoltami, ascoltami, oh ascoltami! Se davvero hai amato tuo padre...

AMLETO
Oh Dio!

FANTASMA
Vendica il suo assassinio orribile, mostruoso.

AMLETO
Assassinio!

FANTASMA
Assassinio orribile com'è sempre, ma questo ributtante, inaudito, mostruoso.

AMLETO
Presto, dimmelo, che io possa con ali veloci come il pensiero o i sogni d'amore correre a vendicarmi.

FANTASMA
Sei pronto, vedo.
E davvero saresti più ottuso dell'erba grassa e pigra che s'abbarbica all'imbarco del Lete se non fossi spinto ad agire questa volta. Sentimi ora, Amleto. Han detto che mentre dormivo nel giardino mi morse un serpe - così l'orecchio di tutti è ingannato vilmente da una falsa storia della mia morte - ma sappi, nobile giovane, il serpente che morse la vita di tuo padre ne porta la corona.

AMLETO
O anima presaga! Mio zio!

FANTASMA
Sì, quella bestia incestuosa e adultera con scaltrezza di mago, doni di traditore - oh scaltrezza maligna e doni che hanno tanta forza di sedurre! - vinse alla sua sporca libidine le voghe della mia regina che pareva tanto virtuosa. O Amleto, che caduta! Dal mio amore che valeva tanto da andare mano in mano con i giuramenti che le feci sposandola, abbassarsi sino a uno sciagurato al quale la natura fece doni così indegni rispetto ai miei.
Ma come la virtù non si lascia smuovere anche se il vizio la corteggia in forma d'angelo, così la lussuria, fosse pure legata a un angelo di fuoco si stancherà del suo letto celeste e si getterà su un letamaio. Ma aspetta, mi par di fiutare l'aria del mattino: devo far presto. Dormivo nel giardino come sempre nel pomeriggio. Tuo zio violò la mia ora di pace. Aveva una fiala di succo del maledetto giusquiamo, e versò nella conca dei miei orecchi quell'essenza lebbrosa, il cui effetto è tanto avverso al sangue umano, che corre rapido come l'argento vivo per le porte e i sentieri del corpo, e con rabbia furiosa apprende e caglia, come le gocce d'acido nel latte, il sangue lieve e sano. Così fece dentro di me, e una scabbia improvvisa rivesti di croste turpi e immonde come a Lazzaro tutto il mio corpo liscio.
Così, nel sonno, per mano d'un fratello persi di colpo vita, corona, regina, fui falciato nel fiore dei peccati senz'ostia, senza unzione, senza viatico né esame di coscienza, fui mandato al giudizio con tutti i vizi addosso. Oh orribile, orribile, più che orribile! Se in te c'è natura, non sopportarlo, non lasciare che il letto del re di Danimarca sia un covile d'incesto e di lascivia. Ma comunque deciderai di agire non ti macchiare l'anima, non tramare nulla contro tua madre. Lasciala al cielo, lei, e a quelle spine che le stanno in cuore e pungono e tormentano. Ora addio: già la lucciola annuncia l'arrivo del mattino sbiancando il fuoco suo vano. Addio, addio, addio. Ricordati di me.

Esce.

AMLETO
Voi tutte schiere del cielo! Terra! Che altro?
Invocherò l'inferno? Infamia! Resisti, cuore, e voi muscoli non invecchiate di colpo ma tenetemi saldo. Ricordarti? Sì, povero spirito, finché la memoria ha un posto in questo globo sconvolto. Ricordarti? Sì, dalla tavola della mia mente cancellerò ogni nota sciocca e trita, le massime dei libri, le impressioni, le immagini che vi hanno registrato gioventù ed esperienza e il tuo comando vivrà tutto solo nel volume del mio cervello purgato da ogni scoria. Sì, perdio! O donna malefica!
O cane, cane, cane maledetto che sorridi!
Il mio taccuino. È giusto che vi scriva che un uomo può sorridere, e sorridere, ed essere una canaglia - o almeno, sono certo, è così in Danimarca.

(Scrive.) Ecco, zio, sei servito. Ora il mio motto. È "Addio, addio, ricordati di me."
L'ho giurato.

Entrano Orazio e Marcello, chiamando.

FRANCISCO
Monsignore, monsignore.

MARCELLO
Principe Amleto.

FRANCISCO
Dio lo protegga.

AMLETO (a parte)
Così sia.

MARCELLO
Ehi oh, oh, monsignore!

AMLETO
Ehi oh ragazzo! Qui falchetto, qui!

MARCELLO
Come state, mio nobile signore?

FRANCISCO
Che è successo, monsignore?

AMLETO
Oh, meraviglie!

FRANCISCO
Ditecele, signore.

AMLETO
No, le andreste a raccontare.

FRANCISCO
Io no, signore, perdio.

MARCELLO
Neanch'io signore.

AMLETO
Allora che ne dite, poteva mai immaginarsi... ma terrete il segreto?

FRANCISCO e MARCELLO
Sì, perdio!

AMLETO
Non c'è un furfante in tutta la Danimarca che non sia un cane bastardo.

FRANCISCO
Per dirci questo, monsignore, non c'era bisogno che un fantasma uscisse dalla tomba.

AMLETO
Giusto, sì. Proprio giusto.
E perciò a farla corta credo sia meglio una stretta di mano e via, voi per i fatti vostri e a vostro piacere, ché a ciascuno infatti capita d'aver cose da fare e piaceri - e io da parte mia, povero me, andrò a pregare.

FRANCISCO
Queste sono parole assurde e sconnesse, monsignore.

AMLETO
Mi spiace che ti offendano, davvero, me ne spiace davvero...

FRANCISCO
Non c'è offesa, monsignore.

AMLETO
Ma sì per san Patrizio, c'è offesa e come, Orazio, e offesa grave. Quanto all'apparizione, è un fantasma onesto, posso dirvelo. E per la vostra voglia di sapere che c'è stato tra noi, dominatela come potete. E ora, amici miei, miei compagni di studio e d'armi, fatemi un piccolo favore.

FRANCISCO
Quale, signore? Certamente.

AMLETO
Non fate mai parola di ciò che avete visto stanotte.

FRANCISCO e MARCELLO
Non lo faremo, signore.

AMLETO
Sì, ma giuratelo.

FRANCISCO
Sul mio onore, monsignore.

MARCELLO
E sul mio, Monsignore.

AMLETO
Sulla mia spada.

MARCELLO
Signore, abbiamo giurato.

AMLETO
Sì, sì, ma sulla spada!

FANTASMA (grida sotto la scena)
Giurate!

AMLETO
Ah lo dici anche tu, birba? Sei lì, brav'uomo?
Via, sentite l'amico giù in cantina.
Giurate dunque.

FRANCISCO
Diteci come, signore.

AMLETO
Mai parlare di ciò che avete visto. Giurate sulla spada.

FANTASMA
Giurate!

 

Giurano.

AMLETO
Hic et ubique? Beh, cambiamo posto.
Venite qui, signori, e di nuovo le mani sulla spada. Su questa spada giurate di non parlare mai di ciò che avete udito.

FANTASMA
Giurate sulla spada!

 

Giurano.


AMLETO
Ben detto, vecchia talpa. Sai operare sottoterra così svelto? Ma che bravo geniere!
Spostiamoci di nuovo, amici.

FRANCISCO
Dio, che strano prodigio!

AMLETO
E allora dagli il benvenuto, come si fa con gli stranieri.
Vi sono più cose in cielo e in terra, Orazio, di quante non ne sogni la tua filosofia. Ma avanti, qui, come prima: che mai, così Iddio abbia pietà di voi, per quanto io possa comportarmi in maniera un po' strana o bizzarra - visto che d'ora in poi forse potrà sembrarmi opportuno di fare il matto - allora voi, vedendomi, mai, così a braccia conserte o scuotendo la testa così, o pronunciando frasi dubbie, come "beh beh sappiamo", o "potremmo volendo" o "volessimo dire" o "ce n'è che potendo" o altre simili ambiguità, lascerete capire che la sapete lunga su me - giurate questo e così nel bisogno più grave vi soccorrano la grazia e la pietà.

FANTASMA
Giurate!

 

Giurano.


AMLETO
Pace, pace, spirito inquieto. Così, signori, mi affido a voi con ogni devozione; e ciò che un pover'uomo come Amleto può fare per esprimervi il suo affetto e la sua amicizia, a Dio piacendo, non mancherà. Rientriamo assieme. E sempre il dito sulle labbra, prego. Il tempo è scardinato. O sorte maledetta che proprio io sia nato per rimetterlo in sesto. Ma avanti, andiamo assieme.

Escono.

AMLETO - 1600/1601

atto secondo - scena prima


Entrano il vecchio Polonio e il suo servo Reynaldo

POLONIO
Dagli questi soldi e questa lettera, Reynaldo.

REYNALDO
Bene, signore.

POLONIO
Faresti cosa molto sennata, caro, se prima d'andarlo a trovare t'informassi su come vive.

REYNALDO
Volevo farlo, signore.

POLONIO
Perdio ben detto, assai ben detto. Sta' a sentire: anzitutto, cercami che danesi ci sono a Parigi, e chi e come e con che e dove stanno chi vedono e cosa spendono; e se trovi così chiedendo accorto e torno torno che conoscono mio figlio, fatti sotto, lascia star le domande sulle minuzie.
Pretendi di conoscerlo, diciamo, da lontano, per esempio: "Conosco suo padre, i suoi amici, e un po' anche lui." Mi segui, Reynaldo?

REYNALDO
Perfettamente, signore.

POLONIO
"E un po' anche lui. Ma," puoi dire, "non bene."
"Ma se è l'uomo che io intendo, è un vero matto, sfrenato in questo e quello" - e qui addossagli le menzogne che vuoi - dico, niente di indegno da fargli disonore - stai bene attento in questo - le solite magagne (sfrenato, donnaiolo) che son compagne note ed arcinote di chi è giovane e libero.

 

REYNALDO
Il gioco, monsignore?

POLONIO
Appunto, o la bottiglia, il duello, il tirar moccoli, l'attaccar briga, il frequentar donnacce - puoi arrivare fin lì.

REYNALDO
Ma così addio onore!

POLONIO
No, perché? Se mi dosi un po' l'accusa. Non devi mica calunniarlo d'essere un vero e proprio puttaniere! Non è questo che voglio dire: devi fiatare queste colpe con tale arte che paian nei di libertà, vampate e sfoghi di un carattere focoso, ribollire d'un sangue non domato, malattia di ragazzi.

REYNALDO
Ma, signore...

POLONIO
Perché far tutto questo?

REYNALDO
Sì, è ciò che vorrei...

POLONIO
Perdio, mio caro, ecco l'idea, e la credo ben legittima. Gettando su di lui queste leggere macchie come di cosa un po' sporca dall'uso, attenzione, l'altro, quello che tu stai lì a sondare, se mai ha sorpreso nelle dette colpe il giovanotto su cui insinui, certo ne converrà con te così: "Signore mio", o che so, "amico", o "monsignore", secondo il modo di parlare o l'etichetta del tipo e del paese.

REYNALDO
Certo, certo.

POLONIO
Poi, caro mio, fa... fa... cosa stavo dicendo? Per la messa, stavo per dire qualcosa. A che punto ero?

REYNALDO
"Ne converrà così... "

POLONIO
"Ne converrà così... " Ma si, perdio!
Ne converrà con te così: "Conosco il gentiluomo, l'ho visto ieri", oppure "l'altro giorno", o prima o poi, col tale o col tal altro, "e, come dite voi, gioca alla grande", "s'era sborniato", "faceva baruffa al tennis", o "l'ho visto entrare in una casa di smercio" - cioè a dire un casino, e via di questo passo. Vedi ora, l'esca della menzogna prende questa carpa di verità, e così noialtri, gente di senno, gente di vedute vaste, con giri larghi e colpi a effetto per vie indirette andiamo dritti al dunque.
E così, grazie a questa lezione e ai miei consigli farai tu con mio figlio. Hai ben capito, no?

REYNALDO
Ho capito, signore.

POLONIO
Allora vai con Dio.

REYNALDO
Signore.

POLONIO
Tu assecondalo!

REYNALDO
Va bene.

POLONIO
E lasciagli suonare la sua musica.

REYNALDO
Bene, signore.

Esce. 
Entra Ofelia.

POLONIO
Addio! Ebbene, Ofelia, che succede?

OFELIA
O signore, signore, che paura!

POLONIO
Di che, in nome di Dio?

OFELIA
Signore, mentre cucivo nella mia stanza, il principe Amleto, il farsetto tutto slacciato, senza cappello, le calze sporche e senza legacci avvoltolate giù a ingombrargli le caviglie, pallido come la sua camicia, i ginocchi che battevano l'uno con l'altro, e un viso che faceva pietà a vedersi, che pareva un uomo appena rilasciato dall'inferno per dire dei suoi orrori, così me lo vedo davanti.

POLONIO
Pazzo d'amore per te?

OFELIA
Signore, non lo so, ma davvero lo temo.

POLONIO
E che ti disse?

OFELIA
Mi prese per un polso e mi stringeva.
Poi si scostò di quant'è lungo il braccio e con l'altra mano sulla fronte, così, si mette a fissarmi in faccia, che pareva volesse farmi il ritratto. E non smetteva più. Alla fine, scuotendomi un po' il braccio e annuendo così tre volte su e giù tirò un sospiro così profondo e triste che davvero sembrò schiantarlo tutto e farlo morire. Poi mi lasciò andare e col capo voltato sulla spalla parve trovare la via senza gli occhi, varcò la porta senza il loro aiuto, fissò sempre su me la loro luce.

POLONIO
Su vieni. Andrò dal re.
Queste sono traveggole d'amore, violente e distruttive, che spingono la volontà ad azioni disperate come altre passioni che quaggiù affliggono gli uomini. Mi dispiace...
Di', gli hai risposto male, di recente?

OFELIA
No, signor mio. Soltanto, come avete ordinato, ho respinto le lettere, ho rifiutato di vederlo.

POLONIO
Ecco perché è impazzito. Mi duole non averlo giudicato con più discernimento. Ma temevo che scherzasse, e volesse rovinarti. Al diavolo i sospetti! Perdio, i ragazzi mancano spesso di tatto, ma altrettante volte i vecchi eccedono nella diffidenza. Su, andiamo dal re. Deve sapere tutto. Quest'amore, nascosto, farebbe assai più danno dell'odio che si rischia rivelandolo. Vieni.

Escono.

Inizio pagina

AMLETO - 1600/1601

atto secondo - scena seconda

Squillo di trombe.

Entrano il Re e la Regina, Rosencrantz e Guildenstern, e altri del seguito.

RE
Benvenuti, cari Rosencrantz e Guildenstern!
Moltissimo desideravamo rivedervi ma è il bisogno del vostro aiuto che ci ha spinto a chiamarvi così in fretta. Avrete sentito della metamorfosi di Amleto - la chiamo così perché né fuori né dentro egli è più quello che era. Che cosa può essere, più che la morte del padre, che gli abbia fatto smarrire a tal punto la coscienza di se stesso, non riesco a immaginarlo. Prego voi due che dai primi anni siete stati educati con lui e poi così vicini a lui e al suo modo di vivere, di fermarvi qui un po' di tempo alla nostra corte. La vostra compagnia può indurlo a trovar distrazioni, e voi potrete capire da quanto avrete occasione di spigolare se c'è qualcosa a noi sconosciuto che l'affligge e che, conosciuto, possa trovare rimedio.

REGINA
Miei buoni signori, egli parla molto di voi, e certo non esistono al mondo due persone alle quali sia più legato. Se vorrete mostrarci tanta cortesia e benvolere da passare un po' di tempo con noi così che la nostra speranza aumenti e si realizzi, la vostra visita avrà gratitudine degna della memoria d'un re.

ROSENCRANTZ
Le vostre maestà hanno tanto potere su di noi, che i vostri riveriti desideri potrebbero suonare come ordini e non preghiere.

GUILDENSTERN
Ma noi due obbediamo con la massima dedizione piegandoci liberamente a porvi ai piedi i nostri servizi: comandateli.

RE
Grazie, Rosencrantz e gentile Guildenstern.

REGINA
Grazie, Guildenstern e gentile Rosencrantz.
E ora vi prego, andate a trovare subito il mio figlio troppo mutato. Qualcuno accompagni questi signori da Amleto.

GUILDENSTERN
Dio voglia che noi e il nostro servizio gli siamo utili e graditi.

REGINA
Sì, amen.

Escono Rosencrantz e Guildenstern e un cortigiano.
Entra Polonio.

POLONIO
Maestà, gli ambasciatori sono tornati felicemente dalla Norvegia.

RE
Sei sempre stato il padre delle buone novelle.

POLONIO
Davvero, signor mio? Vi assicuro, signore, io curo i miei doveri come ho cura dell'anima per risponderne al mio dio come al mio sovrano.

E a dire il vero, penso - o se no il mio cervello non fiuta più le péste politiche nel modo abituale - penso di aver scoperto la vera causa della pazzia di Amleto.

RE
E qual è? Parla, è cosa che mi preme.

POLONIO
Signore, prima ricevete gli ambasciatori. La mia scoperta sarà il dessert d'un gran banchetto.

RE
Bene, fa' tu gli onori, falli entrare.

Esce Polonio.

Dice, cara Gertrude, che ha scoperto l'origine dei mali di tuo figlio.

REGINA
Temo che sia una sola, la morte di suo padre, seguita troppo presto dal nostro matrimonio.

RE
Bene, lo vaglieremo.

Entrano Polonio, Voltemand e Cornelio.

Bentornati, miei amici! Di' allora, Voltemand, che notizie dal nostro fratello di Norvegia?

VOLTEMAND
Lealissimo ricambio di omaggi e auguri.
Non appena informatone, ordinò di sospendere le leve del nipote, che lui credeva preparativi contro i polacchi. Ma a un esame più attento le riconobbe rivolte, in realtà, contro vostra altezza; e allora, addolorato che la sua vecchiaia, i suoi mali, i suoi impedimenti fossero ingannati così, ordinò di bloccare Fortebraccio; che, in breve, obbedisce, riceve rimproveri dal re, e infine giura davanti allo zio di non scendere mai più in armi contro vostra maestà.
E allora il vecchio re, pieno di gioia, gli dà un fondo annuo di tremila corone e il permesso di impiegare i soldati reclutati come sappiamo, contro i polacchi, e perciò vi richiede, come qui è precisato, (porge una lettera) di concedergli un transito pacifico sui vostri territori, ai fini dell'impresa, con garanzie di sicurezza e limiti qui indicati.

RE
Questo ci soddisfa.
Appena avremo il tempo leggeremo, penseremo alla cosa, daremo una risposta. Intanto, grazie per il vostro impegno giunto così a buon fine. Andate a riposarvi. Stasera festeggiamo assieme. Bentornati in patria.

Escono Voltemand e Cornelio.

POLONIO
Questa faccenda si è risolta bene.
Mio re e mia signora, domandarsi che cosa sia la maestà, o il dovere, perché il giorno è giorno, la notte notte, il tempo tempo, non sarebbe che perdere la notte, il giorno e il tempo. Dacché la brevità è l'anima del'ingegno, la lunghezza le membra e gli ammennicoli, sarò breve. Il vostro nobile figlio è pazzo. Dico pazzo, perché, per definire la pazzia, che cos'è? Solo esser pazzi. Ma passiamo.

REGINA
Più succo e meno arte.

POLONIO
Signora, giuro, nessuna arte. Che egli sia pazzo è vero, e vero è che è un peccato, ed è peccato che sia vero: che figura strampalata! Ma basta, non ci voglio mettere arte. Diciamo pure: è pazzo. E ora resta da scoprire la causa dell'effetto, o, piuttosto, la causa del difetto, dacché dev'esserci pure una causa di quest'effetto difettivo. Questo è il punto, e ne consegue questo: ponderate, io ho una figlia - l'ho finché è mia - che per dovere e obbedienza, ecco, mi ha dato questa. Ascoltate e tirate le vostre conclusioni.
(Legge) Alla celestiale e idolo di quest'anima, la molto favolosa Ofelia - che brutta espressione, che espressione volgare, "favolosa" è proprio volgare. Ma sentite qua: questa lettera... nel suo bel seno candido... questa eccetera eccetera.

REGINA
E queste cose gliel'ha scritte Amleto?

POLONIO
Gentile signora, un attimo di pazienza. Sarò fedele.
Dubita che di fuoco sian le stelle, o che si muova il sole, o che la verità sia una storiella ma giammai del mio amore.
O cara Ofelia, non son buono a far versi, mi manca l'arte di scandire le lagne. Ma che io ti ami più di tutto, oh più di tutto!, credilo. Addio.
Il tuo per sempre, dilettissima, finché è suo questo meccanismo,
Amleto.

Questa, per obbedienza, mi ha mostrato mia figlia, e in più mi ha confidato tutte le sue insistenze, come e quando e dove ebbero luogo.

RE
E lei come l'ha accolto?

POLONIO
Che pensate di me?

RE
Che sei un uomo fedele e onesto.

POLONIO
E tale mi vorrei dimostrare. Ma che cosa avreste pensato di me, se nel vedere questo calore nel suo primo slancio e me ne accorsi, devo proprio dirvelo, prima che lei me lo dicesse - cosa avreste pensato, voi o la mia cara regina, se avessi fatto da scrittoio, da lettera, se avessi muto e sordo fatto ammiccare il cuore, oppure riguardato quest'amore con occhio assente, che avreste pensato? No, io son corso subito ai ripari e alla signorinella ho detto questo: "Il Lord Amleto è un principe fuori dalla tua sfera, e non si ha da far nulla". Poi le impartii istruzioni: di chiudere la porta alle sue visite, non accettare suoi messaggi o doni.
Al che lei colse i frutti dei miei avvisi e lui, respinto, a dirla in breve, cadde nella malinconia, da cui l'inedia, da cui l'insonnia, da cui l'anemia, da cui lo smarrimento, e così declinando la pazzia nella quale adesso infuria e attrista tutti.

RE
Pensi che sia questo?

REGINA
Può essere, può essere.

POLONIO
C'è stata mai una volta - vorrei proprio saperlo - che io abbia detto, deciso: "È così" e poi sia risultato diverso?

RE
Non ch'io sappia.

POLONIO
Spiccate questa da questo se sbaglio. (Indica la propria testa e il busto.) Se l'occasione m'aiuta, vi stano la verità, anche se si nasconde giù al centro.

RE
Ma come esserne certi?

POLONIO
Voi sapete che a volte egli passeggia in questa galleria, per quattr'ore di fila.

REGINA
È vero.

POLONIO
Allora gli sguinzaglio incontro mia figlia. Voi e io ci nascondiamo dietro uno degli arazzi e osserviamo l'incontro. Se non l'ama e non ha perso il senno per questo, non sarò più ministro di stato, ma farò il fattore, governerò i carrettieri.

RE
Facciamo questa prova.

Entra Amleto leggendo un libro.

REGINA
Ma guardate con che tristezza vien leggendo quel povero infelice!

POLONIO
Andate, vi prego ambedue, andate.
Lo abbordo subito. Oh, permettetemi!

Escono il re e la regina e il seguito.


Come sta il mio buon signore Amleto?

AMLETO
Bene, grazie a Dio.

POLONIO
Mi riconoscete, monsignore?

AMLETO
Benissimo. Siete un pesciaiolo.

POLONIO
Oh no, monsignore.

AMLETO
Allora vorrei che foste altrettanto onesto.

POLONIO
Onesto, signor mio?

AMLETO
Certo, signore. Di onesti, coi tempi che corrono, se ne trovano uno su diecimila.

POLONIO
Questo è verissimo, monsignore.

 

AMLETO
Perché, se il sole genera vermi in un cane morto - ottima carne da baciare!... Avete una figlia?

POLONIO
Ce l'ho, mio signore.

AMLETO
Attento che non passeggi al sole. Concepire è una benedizione, ma come potrebbe concepire vostra figlia... attento, amico mio.

POLONIO (a parte)
Che ne dite, eh? Batte sempre su mia figlia. Eppure dapprima non m'ha riconosciuto, ha detto che ero un pesciaiolo. È proprio andato. E anch'io da giovanotto a dire il vero tribolai e come per le donne, quasi fino a quel punto. Gli parlo di nuovo - Che cosa state leggendo, monsignore?

AMLETO
Parole, parole, parole.

POLONIO
E qual è il nesso, monsignore?

AMLETO
Tra chi?

POLONIO
Voglio dire, che cosa dicono le parole che leggete, monsignore.

AMLETO
Calunnie, signore. Questa birba satirica so stiene che i vecchi hanno barbe grige, facce grinzose, occhi che spurgano ambra densa e gomma di susino, e gran deficienza di senno assieme a natiche debolissime - tutte cose, signore, che anch'io credo fortissimamente e in profondo, ma non mi pare decente metterle giù in questo modo. Anche voi signor mio difatti invecchierete come me - se poteste rinculare come i granchi.

POLONIO (a parte)
Sarà pazzia ma non manca di logica. Volete mettervi a riparo dall'aria, monsignore?

AMLETO
Nella tomba?

POLONIO
Eh già, lassotto non c'è corrente d'aria, (A parte) Azzecca certe risposte, a volte! È una felicità che tocca spesso alla pazzia, la ragione e la salute non sempre han dei parti così felici. Ora lo lascio e cerco di combinare in fretta l'incontro con mia figlia. Monsignore, prendo congedo da voi.

AMLETO
Signore, non potreste prendermi cosa da cui mi stacchi più volentieri - fuorché la vita, fuorché la vita, fuorché la vita.

POLONIO
Statevi bene, monsignore.

AMLETO
Questi vecchi idioti, che fastidio!

Entrano Rosencrantz e Guildenstern.

POLONIO
Cercate il principe? Eccolo lì.

ROSENCRANTZ
Dio vi salvi, monsignore.

Polonio esce.

GUILDENSTERN
Mio onorato signore!

ROSENCRANTZ
Mio carissimo signore!

AMLETO
Miei ottimi e cari amici! Come stai Guildenstern? E tu, Rosencrantz? Come vi va, ragazzi?

ROSENCRANTZ
Come ai comuni mortali.

GUILDENSTERN
Fortunati di non essere troppo fortunati. Sul cappellino della Fortuna non siamo proprio l'asprì.

AMLETO
E neppure le suole delle scarpine?

ROSENCRANTZ
Neppure, monsignore.

AMLETO
Ma allora le state al vitino, o proprio in mezzo alle grazie.

GUILDENSTERN
Sicuro, siamo in intimità.

AMLETO
Nelle intimità della Fortuna? Ma già, è una puttana. E dite, quali novità?

ROSENCRANTZ
Nessuna, monsignore. Tranne che il mondo è diventato onesto.

AMLETO
Allora è vicino il giorno del giudizio. Ma siete male informati. Permettetemi una domanda più precisa. Che male avete fatto alla Fortuna, amici miei, che vi manda in questa galera?

GUILDENSTERN
Galera, monsignore?

AMLETO
La Danimarca è una galera.

ROSENCRANTZ
Allora lo è tutto il mondo.

AMLETO
Certo, una gran bella galera con tante celle e bracci e segrete. E la Danimarca è una delle peggiori.

ROSENCRANTZ
Noi non la pensiamo così, monsignore.

AMLETO
Beh allora non lo sarà per voi. Infatti non c'è nulla di buono o cattivo al mondo se il pensiero non lo fa tale . Per me è una galera.

ROSENCRANTZ
Ma sarà la vostra ambizione a farla tale: è troppo stretta per la vostra anima.

AMLETO
Oh Dio, potrei star chiuso in un guscio di noce e credermi re dell'infinito... ma faccio brutti sogni.

GUILDENSTERN
Appunto, questi sogni sono l'ambizione: la sostanza stessa dell'ambizioso non è che l'ombra d'un sogno.

AMLETO
Ma il sogno stesso è un'ombra.

ROSENCRANTZ
Esatto, e io dico che l'ambizione è così vana e inconsistente che è solo l'ombra d'un'ombra.

AMLETO
Allora soltanto gli accattoni sono dei corpi. Monarchi o eroi stiracchiati non sono che l'ombra degli accattoni. Ma vogliamo andare a corte? In fede mia, oggi non so ragionare.

ROSENCRANTZ e GUILDENSTERN
Siamo al vostro servizio.

AMLETO
Ma no, ma no, non voglio mettervi con gli altri miei servi. A parlarvi sinceramente, il servizio è atroce. Ma a parlar chiaro, da vecchi amici, che cosa ci fate a Elsinore?

ROSENCRANTZ
Siamo qui per vedervi, monsignore, nient'altro.

AMLETO
Pezzente che sono, mi mancano persino i ringraziamenti, ma grazie. E certo, amici miei, c'è qualche soldino di troppo in questo "grazie". Non vi hanno per caso mandati a chiamare? L'idea è stata vostra? Una visita spontanea? Andiamo, andiamo, siate sinceri con me. Su, su, parlate.

GUILDENSTERN
Per dire che cosa, monsignore?

AMLETO
Tutto tranne la verità. Vi han mandati a chiamare, nelle vostre facce c'è una sorta di confessione che il vostro pudore non sa ben mascherare. Lo so, il buon re e la regina vi han mandati a chiamare.

ROSENCRANTZ
A quale scopo, monsignore?

AMLETO
Questo dovete spiegarmelo voi. Ma vi scongiuro per la vostra amicizia, per l'armonia che c'era tra noi ragazzi, per l'obbligo del nostro affetto costante e per le cose più gravi che potrebbe scaricarvi addosso un esortatore più abile di me, siate franchi e leali nel dirmi: vi han mandati a chiamare sì o no?

ROSENCRANTZ (a parte a Guildenstern)
Cosa dici?

AMLETO
Attenti, vi tengo d'occhio. Se mi amate, nessuna reticenza.

GUILDENSTERN
Monsignore, ci han mandati a chiamare.

AMLETO
Vi dirò io perché. Così vi farò risparmiare una confessione, e il vostro impegno col re e la regina non muterà penna. Da qualche tempo, non so perché, ho perso tutto il mio buonumore, ho abbandonato ogni esercizio. E in realtà son così giù d'umore che questo bell'edificio, la terra, mi sembra un promontorio sterile, questa volta d'aria stupenda, non è vero?, quello straordinario firmamento lassù, quel tetto maestoso trapunto di fuochi d'oro, ebbene a me non pare che una massa lurida e pestifera di vapori. Che opera d'arte è l'uomo, com'è nobile nella sua ragione, infinito nelle sue capacità, nella forma e nel muoversi esatto e ammirevole, come somiglia a un angelo nell'agire, a un dio nell'intendere: la beltà del mondo, la perfezione tra gli animali - eppure, per me, cos'è questa quintessenza di polvere? L'uomo non ha incanto per me - no e neanche la donna, anche se mostri di crederlo col tuo sorriso.

ROSENCRANTZ
Monsignore, non c'era niente di simile nel mio pensiero.

AMLETO
Allora perché hai sorriso quando ho detto: l'uomo non ha incanto per me?

ROSENCRANTZ
Pensavo, signore, che se l'uomo non v'incanta, gli attori troveranno qui una gran bella quaresima. Li abbiamo sorpassati per strada, vengono a offrirvi i loro servizi.

AMLETO
Quello che fa il re sarà il benvenuto - pagherò tributo a sua maestà, il cavalier d'avventura potrà usare stocco e brocchiere, l'amoroso non sospirerà per niente, il bizzarro finirà la sua parte in pace, il buffone farà ridere i polmoni dal grilletto facile, e la primadonna potrà dire tutto ciò che pensa, o ne soffrirà il verso sciolto. Chi sono questi attori?

ROSENCRANTZ
Quelli che una volta vi piacevano tanto, i tragici della città.

AMLETO
Come mai si sono messi a viaggiare? Era meglio star fermi, ci avrebbero guadagnato in prestigio e in profitto.

ROSENCRANTZ
Credo che a scacciarli sia stata la nuova moda.

AMLETO
Perché, non sono apprezzati come quando c'ero io? Non sono sempre popolari?

ROSENCRANTZ
No, appunto, no.

AMLETO
Come mai? Si sono arrugginiti?

ROSENCRANTZ
No, lavorano sempre con lo stesso impegno. Ma ora c'è, monsignore, una nidiata di ragazzini, piccoli falchetti che strillano a più non posso e per questo sono strepitosamente applauditi. Sono loro la moda, adesso, e attaccano con tanta violenza i teatri comuni - così li chiamano - che molti di quelli che portano spada han paura delle penne d'oca e non osano più andarci.

AMLETO
Ma sono davvero ragazzini? E chi è che li mantiene? Chi paga le spese? Faranno il mestiere soltanto finché gli si abbuia la voce? E dopo, se loro stessi diventano attori comuni - com'è probabile se non hanno altri mezzi - dopo non diranno che i loro autori gli han fatto torto a farli inveire contro il loro stesso futuro?

ROSENCRANTZ
A dire il vero c'è stato gran chiasso dalle due parti, e la gente non si fa scrupolo ad aizzarli alla zuffa. Per un bel pezzo non s'è riusciti a collocare un copione se il poeta e l'attore non vi venivano alle mani per questa storia.

AMLETO
Ma davvero?

GUILDENSTERN
Oh c'è stata una gran battaglia di cervelli!

AMLETO
E i ragazzini la spuntano?

ROSENCRANTZ
Proprio così monsignore. Anche su Ercole col suo mappamondo.

AMLETO
Non è poi così strano. Perché ora mio zio è re di Danimarca, e quelli che gli facevan boccacce quando mio padre era vivo, ora pagano venti, quaranta, cinquanta, cento ducati per la sua miniatura. Perdio, c'è come un progetto soprannaturale in questo, se solo la filosofia sapesse scoprirlo.

 

Squillo di trombe.

GUILDENSTERN
Ecco gli attori.

AMLETO
Intanto, amici miei, benvenuti a Elsinore. Qua la mano, andiamo! Le belle maniere e le cerimonie sono appannaggio di una buona accoglienza. E dunque lasciate che m'adegui con voi a questi garbi, se no l'accoglienza che farò agli attori - e che sarà assai cordiale ve lo anticipo - potrebbe apparire migliore di quella che faccio a voi. Benvenuti dunque! Però il mio babbo-zio e la mia mamma-zia si sbagliano.

GUILDENSTERN
In che cosa, caro signore?

AMLETO
Sono pazzo solo fra tramontana e maestrale. Quando soffia da scirocco distinguo un falco da un falcetto.

Entra Polonio.

POLONIO
Salute a voi, signori miei!

AMLETO
Fa' attenzione, Guildenstern, e anche tu, un orecchio per ciascuno. Quel bambolone che vedete lì non è ancora uscito dalle fasce.

ROSENCRANTZ
O c'è rientrato, dacché si dice che un vecchio rimbambisce.

AMLETO
Profetizzo che viene a dirmi degli attori, vedrete - Sissignore, avete ragione, fu proprio lunedì mattina.

POLONIO
Monsignore, ho notizie per voi!

AMLETO
Monsignore, ho notizie per voi! Quando Roscio era attore in Roma...

POLONIO
Sono arrivati gli attori, monsignore.

AMLETO
Bla, bla.

POLONIO
Sul mio onore...

AMLETO
Ognuno sull'asino, allora...

POLONIO
I più bravi attori del mondo per la tragedia, la commedia, il dramma storico, il dramma pastorale, il comico-pastorale, lo storico-pastorale, il tragico storico, il tragico-comico-storico-pastorale, il teatro indefinibile o il poema pigliatutto. Seneca non è troppo grave né Plauto leggero per questa gente. Fren di regole o totale licenza, sono imbattibili.

AMLETO
O Jefte giudice d'Israele, che tesoro avevi!

POLONIO
Che tesoro aveva, monsignore?

AMLETO
Ma come,
Una bella figlia, una sola,
che amava tanto.

POLONIO (a parte)
Batte sempre su mia figlia.

AMLETO
Non ho ragione vecchio Jefte?

POLONIO
Monsignore, se chiamate me Jefte, ho una figlia che amo tanto.

AMLETO
No, non è così che continua.

POLONIO
E com'è che continua, monsignore?

AMLETO
Ma via,
E per caso, Iddio sa,
e poi naturalmente,
avvenne, com'era da attendersi...
la prima stanza della pia chanson vi dirà ciò che avvenne, perché ecco arrivare chi mi accorcia.

Entrano gli attori.

Benvenuti, maestri miei. Benvenuti tutti quanti. Son contento di trovarti bene. Benvenuti, amici. Oh, vecchio mio, ma come, la tua faccia s'è messa la frangia da quando t'ho visto. Non sarai venuto in Danimarca per farmela in barba? Ed ecco la mia damigella e signora! Per Nostra Signora, vossignoria da quando ci siam visti s'è avvicinata al cielo d'un buon tacco veneziano. Speriamo che la voce non sia bucata nel cordone come uno zecchino fuoricorso... Maestri miei, siete tutti benvenuti! E attacchiamo subito, come i falconieri francesi, addosso a tutto ciò che appare. Una bella tirata seduta stante. Forza, dateci un assaggio della vostra bravura. Un bel pezzo appassionato!

PRIMO ATTORE
Che pezzo, monsignore?

AMLETO
T'ho sentito una volta recitarne uno, ma non fu mai rappresentato, o se lo fu non più d'una volta perché il dramma, ricordo, non piacque ai più, era caviale per quei palati ordinari. Ma a parer mio e d'altri il cui giudizio in queste cose vale più del mio, era un lavoro eccellente, ben diviso nelle scene, steso con proprietà e finezza. Qualcuno disse, ricordo, che i versi non avevan quel pepe che insaporisce la materia, e non c'era nulla nello stile che esponesse l'autore all'accusa di affettazione, e questo lo definì un metodo onesto, sano, dolce e pieno di spontanee beltà assai più che d'artifizi. Un passo mi piacque soprattutto, il racconto di Enea a Didone, e specialmente dove parla dell'assassinio di Priamo. Se te lo ricordi incomincia da quel punto, aspetta, aspetta...

L'orrido Pirro come belva ircana
No, non è così ma comincia con Pirro...
L'orrido Pirro, il cui funereo usbergo,
nero come il suo intento, rammentava
la notte che si strinse nell'infausto cavallo,
ora ha insozzato il suo truce sembiante
di più sinistra araldica. Da capo
a piedi è tutto rosso, orrendamente
del sangue adorno di padri, di madri,
e figli e figlie, cotto ed impastato
dalle torride strade, che dan luce
maledetta e spietata all'assassinio
del loro sire. Arrostito di rabbia
e fuoco, ed imbottito di coagulato sangue,
con occhi di carbonchio ora quel démone
ricerca il vecchio Priamo.

Ora continua tu.

POLONIO
Giuraddio monsignore, ben detto, con buon accento e buon discernimento.

PRIMO ATTORE
Ecco lo vede
menare ai Greci colpi troppo corti.
Ribelle al braccio, la sua spada antica
dove s'abbatte resta, sorda agli ordini.
Nell'impari duello Pirro tira
un fendente, fallisce per la rabbia,
ma alla folata del ferro feroce
il padre esausto cade. E allora Ilio,
pur senza sensi, par sentire il colpo,
torce al suolo la cima in fiamme, e il croscio
ferma l'orecchio a Pirro. Ve' la spada
già declinante sulla bianca chioma
del venerando Priamo, par s'incolli
all'aria. E come tiranno dipinto
Pirro, svagato quasi dal suo scopo,
non fa niente.
Ma come, prima della tempesta, spesso
c'è silenzio nei cieli, sono immobili
i nembi, muti i venti, e l'orbe sotto
zitto come la morte, all'improvviso
un tuono orrendo squarcia l'aria, dopo
la pausa, similmente, la vendetta
rispinge Pirro all'opera,
e mai il martello dei Ciclopi cadde
sull'armatura di Marte, forgiata
per durar sempre, con meno rimorso
di come scende su Priamo la spada
sanguinosa di Pirro.
Via, via, puttana Fortuna! E voi Dei
tutti, adunatevi in concilio, e a lei
togliete ogni potere, alla sua ruota
spezzate raggi e cerchio, e il tondo mozzo
giù dal colle del cielo subissàtelo
fino ai demòni.

POLONIO
Troppo lungo.

AMLETO
Andrà dal barbiere con la vostra barba. - Continua, ti prego. Lui preferisce le farse e le storielle sconce, se no s'addormenta. Va' avanti, arriva a Ecuba.

PRIMO ATTORE
Ma chi, oh pena, avesse visto
la regina imbacuccata...

AMLETO
"Imbacuccata!"

POLONIO
Mi piace!

PRIMO ATTORE
...scalza, correre
di qua di là minacciando le fiamme
con lacrime accecanti, un cencio al capo
che già resse il diadema, e come veste
attorno ai lombi sparuti e spremuti
dai parti, solo una coltre afferrata
nel terrore improvviso - chi l'avesse vista
avrebbe urlato tradimento contro
la Fortuna, con lingua avvelenata.
Ma se gli dèi l'avessero sentita
quand'ella vide Pirro con maligno piacere
trinciare con la spada le membra del marito,
l'urlo improvviso in cui proruppe, a meno
che mai pietà li muova per le cose mortali,
avrebbe fatto piangere gli ardenti occhi del cielo
e sconvolto i celesti.

POLONIO
Guardate se non ha cambiato colore, e ha le lacrime agli occhi! Basta, per favore.

AMLETO
Bravo. Ti farò recitare il resto fra non molto. - Monsignore, volete pensare voi a far bene ospitare gli attori? Non gli manchi nulla mi raccomando, perché essi sono il sunto, le cronache essenziali del tempo. Meglio per voi un brutto epitaffio da morto che una loro cattiva segnalazione da vivo.

POLONIO
Monsignore, avranno il trattamento che meritano.

AMLETO
No amico, per l'Ostia Santa, trattali molto meglio! Se tratti ognuno come si merita chi eviterà la frusta? Trattateli piuttosto come s'addice al vostro onore e alla vostra dignità: meno essi meritano, e più ne meriterà la larghezza vostra. Fate loro strada.

POLONIO
Venite, signori.

AMLETO
Amici miei, seguitelo. Domani vi ascolteremo.

(Al primo attore) Ascolta, vecchio mio, puoi farci sentire L'assassinio di Gonzago?

PRIMO ATTORE
Sì, monsignore.

AMLETO
Domani sera. E all'occorrenza potresti, non è vero? studiare una tirata di dodici o sedici versi che butterei giù e inserirei nel testo?

PRIMO ATTORE
Certo, monsignore.

AMLETO
Molto bene.

(A tutti gli attori) Seguite quel signore e attenti a non sfotterlo.

Escono Polonio e gli attori.

(A Rosencrantz e Guildenstern) Amici, vi lascio fino a stasera. Siate benvenuti a Elsinore.

ROSENCRANTZ
Monsignore.

Escono Rosencrantz e Guildenstern.

AMLETO
Addio, addio a voi. Ora sono solo.
Oh il furfante, il bifolco che sono!
Non è mostruoso che quell'attore lì solo fingendo, sognando la sua passione possa forzare l'anima a un'immagine tanto da averne il viso tutto scolorato, le lacrime agli occhi, la pazzia nell'aspetto, la voce rotta, e ogni funzione tesa a dare forma a un'idea? E tutto ciò per niente!
Per Ecuba!
Ma chi è Ecuba per lui, o lui per Ecuba da piangere per lei? E che farebbe se avesse il motivo e lo sprone della sofferenza che ho io? Inonderebbe la scena di lacrime, spaccherebbe gli orecchi a tutti con parole tremende, farebbe impazzire i colpevoli, tremare gli innocenti, sbalordirebbe chi non sa niente, davvero, sconvolgerebbe le stesse funzioni degli occhi e degli orecchi.
Ed io canaglia fatta di pietra e di fango sto qui a perdere tempo come un qualsiasi grullo trasognato e non penso alla mia causa, e non so dire niente, niente, nemmeno per un re che ebbe distrutti da un diavolo gli averi e la vita preziosa. Dunque sono un vile? Chi mi chiama furfante?
Chi mi spacca il cranio? Chi mi strappa la barba e me la butta in faccia, chi mi tira il naso e mi sbugiarda, e mi caccia l'accusa in gola fino ai polmoni? Chi mi fa questo?
Ah sangue di Dio!
Dovrei incassare tutto, perché è vero, ho il fegato d'una colomba, senza il fiele che rende amara l'oppressione, o altrimenti da un pezzo avrei ingrassato con la carogna di quel cane tutti gli avvoltoi dell'aria. Farabutto sanguinario e osceno! Farabutto incallito, traditore, disumano, porco! Ah che somaro sono! Bel coraggio davvero per il figlio d'un caro padre assassinato spinto alla vendetta dalla terra e dal cielo sgravarsi il petto di parole come una baldracca, darsi a bestemmiare come una troia, come una sguattera! Ah che vergogna! Oh! Cervello mio, all'opera.
Ho sentito che certi criminali che ascoltavano un dramma sono stati colpiti fin dentro all'anima dall'arte astuta della rappresentazione e subito hanno confessato i loro delitti. Perché l'assassinio parla, anche senza aver lingua, attraverso una bocca miracolosa. Ora io farò recitare a questi attori davanti a mio zio, qualcosa di simile al massacro di mio padre. E starò a guardarlo. Lo sonderò fin dentro l'anima. Se ha un sussulto, so cosa fare. Il fantasma che ho visto può anche essere un diavolo, e il diavolo può prendere un aspetto gradevole, sì, e forse, vista la mia debolezza la mia malinconia lui che è così potente su chi ne soffre, mi inganna per dannarmi. Mi serve una qualche base più consistente. Questo spettacolo è la trappola che acchiappa la coscienza del re.

Esce.

AMLETO - 1600/1601

atto terzo - scena prima


Entrano il Re, la Regina, Polonio, Ofelia, Rosencrantz e Guildenstern.

RE
E non potreste voi due, con qualche artifizio, fargli dire perché si dà queste arie stravolte e raschia via la pace dai suoi giorni con questa stramberia torbida e pericolosa?

ROSENCRANTZ
Che abbia confuso il cervello, questo lo riconosce. Ma non vuol dire assolutamente per quale causa.

GUILDENSTERN
E neanche è disposto a farsi sondare. Anzi, quando proviamo a fargli dire qualcosa sul suo vero stato, prende subito il largo con l'astuzia della pazzia.

REGINA
Vi ha fatto buona accoglienza?

ROSENCRANTZ
Da vero signore.

GUILDENSTERN
Ma forzando molto l'umore del momento.

ROSENCRANTZ
Avaro di domande, molto prolisso nel rispondere alle nostre.


REGINA
E avete cercato di spingerlo a distrarsi?

ROSENCRANTZ
Signora, ci è capitato di superare per strada certi attori. Glielo abbiamo detto e ci è parso che la notizia gli desse un qualche piacere. Ora sono qui, a corte, e hanno l'ordine, credo, di recitare per lui stasera.

POLONIO
Verissimo. Anzi, mi ha pregato di invitare le vostre maestà a udire e vedere lo spettacolo.

RE
Molto volentieri. E sono ben lieto di sentire che ha questi interessi. Miei buoni amici, spronatelo ancora, orientatelo verso queste distrazioni.

ROSENCRANTZ
Lo faremo, signore.

Escono Rosencrantz e Guildenstern.

RE
Cara Gertrude, lasciaci anche tu: abbiamo fatto in modo da attirare qui Amleto, per fargli incontrare Ofelia come per caso. Suo padre ed io faremo da legittime spie. Piazzati per vedere senza esser visti giudicheremo obiettivamente l'incontro e dal suo comportamento dedurremo se è pena d'amore o altro che l'affligge.

REGINA
Vi obbedisco. E per te, Ofelia, vorrei davvero che le tue buone grazie siano la causa felice di questo disordine di Amleto. Così potrò sperare che le tue virtù lo restituiscano a se stesso per l'onore di entrambi.

OFELIA
Anch'io lo spero, signora.

La Regina esce.

POLONIO
Ofelia, passeggia qui. Vostra Grazia, se volete, nascondiamoci. Leggi questo libro. L'apparenza della devozione renderà naturale la solitudine. Spesso, lo sappiamo benissimo, siamo riprovevoli in questo: una faccia devota, qualche posa da gabbasanti, e il diavolo stesso è inzuccherato.

RE (a parte)
Ah, com'è vero!
Che sferzata queste parole per la mia coscienza. La faccia della puttana sotto i suoi impiastri rispetto ai colori che l'abbelliscono non è più orrida delle mie azioni rispetto alle mie parole false.
Oh quanto mi pesa!

POLONIO
Monsignore, eccolo, nascondiamoci.

Escono il re e Polonio.
Entra Amleto.


AMLETO
Essere, o non essere, è questo che mi chiedo:
se è più grande l'animo che sopporta i colpi di fionda e i dardi della fortuna insensata,

o quello che si arma contro un mare di guai e opponendosi li annienta.

Morire... dormire, null'altro.

E con quel sonno mettere fine allo strazio del cuore e ai mille traumi che la carne eredita:

è un consummatum da invocare a mani giunte.
Morire, dormire, - dormire, sognare forse - ah, qui è l'incaglio:
perché nel sonno della morte quali sogni possano venire,

quando ci siamo districati da questo groviglio funesto,

è la domanda che ci ferma,

ed è questo il dubbio che dà una vita così lunga alla nostra sciagura.
Perché, chi sopporterebbe le frustate e le ingiurie del tempo,

il torto dell'oppressore, l'oltraggio del superbo,

le angosce dell'amore disprezzato, le lentezze della legge,

l'insolenza delle autorità,

e le umiliazioni che il merito paziente riceve dagli indegni,

quando, da sé, potrebbe darsi quietanza con un semplice colpo di punta?

Chi accetterebbe di accollarsi quelle some,

e grugnire e sudare sotto il peso della vita,

se non fosse il terrore di qualcosa dopo la morte,

la terra sconosciuta da dove non torna mai nessuno,

a paralizzarci la volontà, e farci preferire i mali che abbiamo ad altri di cui non sappiamo niente?
Così la coscienza ci rende codardi, tutti,

e così il colore naturale della risolutezza s'illividisce all'ombra pallida del pensiero

e imprese di gran rilievo e momento

per questo si sviano dal loro corso e perdono il nome di azioni.

Basta ora. La bella Ofelia! Ninfa, nelle tue preghiere ricorda tutti i miei peccati.

OFELIA
Mio buon signore, com'è stata vostra altezza in tutti questi giorni?

AMLETO
Vi ringrazio umilmente, bene.

OFELIA
Monsignore, ho dei vostri ricordi che da parecchio desideravo restituirvi. Vi prego, ora, di riprenderli.

AMLETO
Io? No, no. Non vi ho mai dato niente.

OFELIA
Sì, mio onorato signore, lo sapete benissimo, e con essi m'avete dato parole formate di sospiri così dolci che li rendevano più preziosi. Ma il profumo è andato, dunque riprendeteveli. Per un animo nobile i doni più ricchi perdono tutto il loro valore se i donatori non gli sono più amici. Eccoli, monsignore.

AMLETO
Ah, ah! Siete onesta?

OFELIA
Ma signore!

AMLETO
Siete bella?

OFELIA
Che vuol dire vossignoria?

AMLETO
Che se siete onesta e bella, la vostra onestà non dovrebbe accettar discorso con la vostra bellezza.

OFELIA
La bellezza, monsignore, potrebbe mai trovare miglior compagna dell'onestà?

AMLETO
Sì davvero, perché la potenza della bellezza trasformerà l'onestà in ruffiana, assai prima che la forza dell'onestà possa farsi assomigliare dall'altra. Questo era un paradosso, una volta, ma ora i tempi han dimostrato che è vero. Vi ho amato una volta.

OFELIA
Sì, monsignore, me lo avete fatto credere.

AMLETO
Non avreste dovuto. Innesta pure la virtù sul nostro vecchio ceppo, ci trovi sempre il vecchio succo. Non vi ho mai amata.

OFELIA
Tanto più fui ingannata.

AMLETO
Vattene in un convento, va'. O vuoi mettere al mondo dei peccatori? Io stesso sono onesto, più o meno, eppure potrei accusarmi di tali cose, che era meglio mia madre non m'avesse concepito. Son pieno di superbia, vendicativo, ambizioso, con più peccati pronti ai miei ordini che pensieri in cui metterli, fantasia per plasmarli o tempo per tradurli in atto. Gente come me che striscia fra terra e cielo, che sta a farci al mondo? Siamo dei furfanti matricolati, tutti, non fidarti di nessuno. Va' a chiuderti in un convento. Dov'è tuo padre?

OFELIA
A casa, monsignore.

AMLETO
Chiudetevelo a chiave, che faccia il buffone solo in casa propria. Addio.

OFELIA
O cieli pietosi aiutatelo.

AMLETO
Se ti sposi ti darò per dote questo malanno: puoi essere casta come il ghiaccio, pura come la neve, non sfuggirai alla calunnia. Vattene in un convento, addio. O se vuoi sposarti a ogni costo prenditi un imbecille, le persone intelligenti sanno benissimo che mostri fate di loro. In un convento, va' - e presto anche. Addio.

OFELIA
Potenze divine guaritelo!

AMLETO
Ho anche sentito dei vostri trucchi, fin troppo. Dio v'ha dato una faccia e voi ve ne fate un'altra. Ancheggiate, ondeggiate, e scilinguate, affibbiate nomignoli alle creature di Dio e fate passare per candore la vostra impudicizia. Va' via, ho chiuso con tutto questo, m'ha fatto diventare pazzo. Dico che non avremo più matrimoni. Quelli che son già sposati tutti tranne uno - vivranno, gli altri resteranno come sono. Va' in convento, va'.

Esce.

OFELIA
O che nobile mente è qui distrutta!
Occhio, lingua, spada d'un principe, di uno studioso, di un soldato, la rosa e la speranza d'uno stato felice, lo specchio della moda, il modello del gusto, l'idolo d'ogni suddito, finito, proprio finito! Ed io, la più infelice e sventurata delle donne, che bevvi il miele delle sue dolci promesse, ora sento quella mente nobile e sovrana che stride e stona come una campana sbattuta, e vedo quel giovane fiorente, senza pari, bruciato dalla pazzia. O misera me che ho visto ciò che ho visto, vedo ciò che vedo.

Entrano il Re e Polonio.

RE
Amore? No, il suo animo non muove in quella direzione, e ciò che ha detto, sebbene un po' sconnesso, non somiglia affatto alla pazzia.
Ha qualcosa dentro, che la sua malinconia sta covando, e quando sarà maturo e schiuso, ho paura che ne nascerà un pericolo. Per prevenirlo ho preso rapidamente questa decisione: partirà subito per l'Inghilterra per reclamarvi i nostri tributi arretrati.
E forse i mari, i paesi diversi, la varietà delle cose espelleranno dal suo cuore questo deposito oscuro su cui il cervello batte continuamente e che l'ha tanto mutato. Tu che ne pensi?

POLONIO
L'idea è buona. Però io credo sempre che la causa e l'inizio del risentimento sia l'amore respinto. Ah eccoti, Ofelia. Non occorre che ci ripeta ciò che ha detto, abbiamo sentito tutto. Monsignore, fate come vi piace, ma, se lo credete opportuno, dopo la recita lasciate che la regina sua madre da sola lo preghi di dirle perché soffre e gli parli chiaro, e io, se volete, farò da orecchio per tutta la conversazione. Se lei non ne cava nulla mandatelo in Inghilterra, o confinatelo dove la vostra saggezza crede meglio.

RE
Faremo così. La pazzia dei grandi non può non essere sorvegliata.

Escono.

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AMLETO - 1600/1601

atto terzo - scena seconda


Entrano Amleto e tre degli attori.

AMLETO
Ti prego, recita la battuta come te l'ho detta io, agile sulla lingua. Se ti sgoli come fanno molti dei nostri attori, tanto valeva dare i versi al banditore. E non trinciare l'aria con la mano, così, ma in tutto abbi misura; perché nel torrente, nella tempesta, e per così dire nell'uragano stesso della passione, devi raggiungere e far sentire una moderazione che la renda soave. Ah mi disturba fin nel profondo dell'anima sentire un energumeno imparruccato che ti sbrana una passione, la riduce in cenci, per rintronare la platea, la quale per lo più non apprezza che mimi insensati e fracasso. Un tipo così lo farei frustare perché vuol esser più Orco d'un Orco, più Erode di Erode. Ti prego, évitalo.

PRIMO ATTORE
Vostro Onore ci conti.

AMLETO
Ma non essere nemmeno troppo controllato, lasciati guidare dal tuo stesso giudizio. Accorda l'azione alla parola, la parola all'azione, con questa particolare avvertenza, di non andare mai oltre la moderazione della natura. Perché ogni eccesso in questo è lontano dallo scopo del teatro, il cui fine, agli inizi come ora, è stato sempre ed è di porgere, diciamo, uno specchio alla natura; di mostrare alla virtù il suo volto, al vizio la sua immagine, e all'epoca stessa, alla sostanza del tempo, la loro forma e impronta. Ora se questo si esaspera o s'infiacchisce, farà forse ridere gli incompetenti, ma non può che attristare gli esperti, il cui giudizio deve avere più peso nella vostra considerazione di un intero teatro di quegli altri. Oh ci sono attori che ho visto recitare - e che ho udito altri lodare e molto - che Dio mi perdoni non avevano accento di cristiani né portamento di cristiani e neanche di pagani o di uomini, parevano pavoni e buoi a tal punto che ho pensato, forse la natura li ha dati da fare a qualche suo manovale e non gli son venuti bene, tanto abominevole era la loro imitazione dell'umano.

PRIMO ATTORE
Io spero che ciò lo si sia corretto abbastanza.

AMLETO
No, correggetelo tutto! E quelli che fan le parti del clown, badate che non dicano più di quanto è scritto per loro - ce n'è che si mettono a ridere per far ridere qualche pugno di spettatori idioti, e proprio quando si dovrebbe prestare attenzione a qualche punto essenziale del dramma. Il che è da furfanti e mostra una ben pietosa ambizione nello sciocco che lo fa. Su andate, preparatevi.

Escono gli attori. 
Entrano Polonio, Rosencrantz e Guildenstern.

Allora, signor mio, verrà il re a sentire quest'opera d'arte?

POLONIO
E anche la Regina, e subito.

AMLETO
Dite agli attori di sbrigarsi.

Esce Polonio.

Volete, anche voi due, dare una mano a far presto?

ROSENCRANTZ
Certo, monsignore.

Escono Rosencrantz e Guildenstern.

AMLETO
Oh, Orazio!

Entra Orazio.

FRANCISCO
Ai vostri ordini, monsignore.

AMLETO
Orazio, tu sei davvero l'uomo più giusto con cui abbia avuto a che fare.

FRANCISCO
Via, monsignore.

AMLETO
No, non pensare che voglia adularti.
Che vantaggi vuoi che speri da te che non hai altra rendita per nutrirti e vestirti tranne il buonumore? Perché adulare i poveri? No, la lingua zuccherata lecchi lo sfarzo assurdo e pieghi le giunture docili dei ginocchi là dove piaggeria è profitto. Ascoltami: da quando la mia anima è stata padrona delle sue scelte e ha saputo distinguere tra gli uomini con giudizio, ti ha aggiudicato a sé; perché tu sei stato come chi, di tutto soffrendo, nulla soffre, un uomo che gli schiaffi e i favori della Fortuna li ha presi con grazia uguale; e beati coloro in cui sangue e senno sono così ben commisti da non farli pifferi che le dita della Fortuna suonino alla nota che le piace. Datemi un uomo che non è schiavo della passione, ed io lo terrò in fondo al cuore, sì, nel cuore del cuore come faccio con te. Ma di questo basta.
Stasera si recita in presenza del re: una scena del dramma s'avvicina ai fatti che t'ho detto sulla morte di mio padre. Ti prego, quando vedi cominciare quell'episodio con tutto l'acume della tua anima osserva mio zio. Se la sua colpa nascosta non si stana da sé a una precisa battuta allora lo spirito che abbiamo visto è malefico e le mie fantasie sono sordide come la forgia di Vulcano. Scrutalo con attenzione; perché io inchioderò gli occhi al suo viso, e dopo confronteremo le impressioni e giudicheremo il suo comportamento.

FRANCISCO
Bene, monsignore. Se durante la recita mi ruba qualcosa e io non lo scopro, pagherò il furto.

Entrano trombettieri e timpanisti e suonano alcune battute.

AMLETO
Arrivano. Debbo fare l'idiota. Trovati un posto.

Entrano il Re, la Regina, Polonio, Ofelia, Rosencrantz, Guildenstern e altri signori del seguito, con le guardie del re che portano delle torce.

RE
Come vive il nostro nipote Amleto?

AMLETO
Magnificamente! Del cibo del camaleonte. Mangio l'aria farcita di promesse. Non è cibo adatto a ingrassar capponi.

RE
Questa non è risposta per me, Amleto. Di queste tue parole non so che farne.

AMLETO
E neanch'io. (A Polonio.) Monsignore, avete recitato all'università, avete detto?

POLONIO
Sicuro, signor mio, e fui reputato un buon attore.

AMLETO
Che parte avete recitato?

POLONIO
Fui Giulio Cesare. Venni ucciso in Campidoglio. Bruto mi uccise.

AMLETO
Che azione brutale, uccidere un simile capodoglio. Sono pronti gli attori?

ROSENCRANTZ
Sissignore, aspettano un vostro cenno per cominciare.

REGINA
Vieni qui, Amleto, siedi vicino a me.

AMLETO
No cara madre, qui c'è un metallo più attraente.

 

Si volta verso Ofelia.

POLONIO (a parte al re)
Oh oh! Avete sentito?

AMLETO (si sdraia ai piedi di Ofelia)
Signora, posso starvi in grembo?

OFELIA
No, monsignore.

AMLETO
Voglio dire, con la testa sul grembo?

OFELIA
Sì, monsignore.

AMLETO
Pensate alludessi a cose meno edificanti?

OFELIA
Non penso a niente, monsignore.

AMLETO
Niente? È un bel pensiero da mettere fra le gambe alle ragazze.

OFELIA
Che pensiero, monsignore?

AMLETO
Niente.

OFELIA
Siete allegro, monsignore.

AMLETO
Chi, io?

OFELIA
Sì, monsignore.

AMLETO
O per Dio, re dei mattacchioni! E che può fare un uomo se non essere allegro? Guardate che aria allegra ha mia madre, e mio padre non è morto da due ore.

OFELIA
No, son due volte due mesi, monsignore.

AMLETO
Già tanto? Ma allora al diavolo il lutto, mi vestirò di zibellino. O Dio, morto da due mesi e non ancora dimenticato! Allora c'è speranza che la memoria d'un grand'uomo gli sopravviva un semestre. Ma per la Madonna in tal caso dovrà costruirne di chiese, altrimenti andrà al dimenticatoio come il cavallin di maggio col suo epitaffio: Ma oh, ma uh, chi se ne ricorda più?

Suonano le trombe.

Comincia la pantomima.

Entrano un re e una regina, lei abbraccia lui e lui lei.

Lei s'inginocchia, gli fa proteste d'amore.

Lui la solleva e china il capo sulla spalla di lei.

Poi si stende su una sponda fiorita.

Vedendolo dormire lei lo lascia.

Subito entra un altro, toglie al re la corona, la bacia, versa un veleno nell'orecchio al dormiente ed esce.

La regina torna, trova il re morto, fa gesti disperati.

Torna l'avvelenatore con tre o quattro figuri.

Mostrano di condolersi con lei.

Il morto è portato via.

L'avvelenatore corteggia la regina con doni.

Lei sembra scontrosa per un po' ma infine accetta il suo amore.

Escono.

OFELIA
Che vuol dire, monsignore?

AMLETO
Oh diamine, mal serpìno. Vuol dire malefizio.

OFELIA
Il mimo spiega l'intreccio del dramma?

Entra il Prologo.

AMLETO
Ce lo dirà lui. Gli attori non hanno segreti, dicono sempre tutto.

OFELIA
Ci dirà che senso aveva quella scena?

AMLETO
Certo, o qualsiasi altra scena che vorrete mostrargli. Non abbiate ritegno a mostrare, e lui non avrà ritegno a dirvi di che si tratta.

OFELIA
Siete cattivo, cattivo. Guarderò gli attori.

PROLOGO
Per noi e la tragedia
dalla vostra clemenza
invochiamo pazienza.

Esce.


AMLETO
Ma cos'è, un prologo o il motto d'un anello?

OFELIA
È breve, monsignore.

AMLETO
Come l'amore delle donne.

Entrano il Re e la Regina (del dramma).

ATTORE RE
Ben trenta volte il carro di Febo è andato attorno
al sale di Nettuno e al fermo globo, il Mondo,
e trenta volte dodici lune, luci d'accatto,
dodici volte trenta giri del mondo han fatto
dacché ci strinse assieme i cuori Amore, e Imene
con santissimi vincoli ci unì le mani assieme.

ATTORE REGINA
E tanti viaggi possano ancora e Luna e Sole
farci contare prima che finisca l'amore.
Ma ultimamente, ahimè, voi siete triste, e tanto
stanco, e dallo stato di prima sì lontano
che per voi tremo. Eppure, sebbene per voi tremi,
questo non deve, o mio signore, darvi pena,
ché in noi paura e amore sono sì rapportati
che entrambi o non ci sono, o sono esagerati.
Ch'io v'ami lo sapete per prova, ed a misura
di questo amore grande, grande è la mia paura.
Ama forte, e ogni lieve sospetto è già timore,
e dove questo cresce, lì cresce un grande amore.

ATTORE RE
In verità io devo lasciarti, amore, e presto:
delle forze vitali in me il ritmo s'arresta,
e tu vivrai, me morto, in questo mondo bello,
amata e onorata; e un altro non indegno,
forse, come tuo sposo...

ATTORE REGINA
Oh, all'inferno il resto!
Un altro amore in me sarebbe tradimento.
Che io sia maledetta se mi sposo di nuovo!
Solo chi ha ucciso il primo, si trova un altro sposo.

AMLETO (A parte)
Questo è assenzio!

ATTORE REGINA
Le ragioni che portano a un secondo consorte
sono di basso calcolo, mai nessuna è d'amore.
Ucciderei di nuovo il mio marito morto
se ne bacio un secondo e a letto lo sopporto.

ATTORE RE
Io ti credo sincera in ciò che dici adesso;
ma ciò che decidiamo, noi lo cambiamo spesso.
Un'intenzione è solo serva della memoria,
nasce assai vigorosa, ma di sostanza è povera,
è come i frutti acerbi che stan saldi sul ramo
ma senza scosse, appena sono maturi, cadono.
È davvero fatale che noi dimentichiamo
di pagare a noi stessi quello che ci dobbiamo.
Ciò che ci proponiamo in preda alla passione,
la passione finita, perde la sua intenzione.
Hanno tanta violenza la gioia ed il dolore
che essa li distrugge con la loro attuazione.
Più la gioia si sfrena, più il dolor si lamenta,
e dolor ride e gioia piange per un niente.
Questo mondo non dura per sempre, e non è strano
che, se cambia la sorte, anche gli amori cambiano,
perché è domanda a cui non c'è risposta alcuna
se chi guida è l'amore oppure la fortuna.
Se il grande cade, fugge il favorito;
il povero diventa ricco, e si fa amico
il nemico, e fin qui amor segue fortuna:
chi non è nel bisogno non avrà mai penuria
d'amici, e chi in angustia prova un suo falso amico
immediatamente lo matura in nemico.
Ma, a finire con ordine lì dove ho cominciato,
desideri e destini vanno in senso contrario
tanto, che i nostri calcoli son sempre rovesciati:
nostri sono i progetti, ma non i risultati.
Così ora tu pensi che non avrai altro sposo,
ma, morto il primo, forse muore anche il tuo proposito.

ATTORE REGINA
Che non mi dia più cibo la terra, il cielo luce,
neghi il giorno la gioia e la notte la pace,
la fede e la speranza siano disperazione,
la mia vita sia quella d'un romìto in prigione,
e ogni contrasto che la gioia sbianca
urti e distrugga ciò che più mi manca,
e qui e dopo eterna discordia mi sia data
se, una volta vedova, sarò mai maritata.

AMLETO
E se ora manda tutto per aria?

ATTORE RE
Un forte giuramento! Cara, lasciami un poco.
I sensi mi s'intòrpidano, e col sonno
vorrei ingannare il giorno tedioso.

ATTORE REGINA
La tua mente
culli il sonno, e fra noi ogni male sia assente.

Esce.

Il re dorme.

AMLETO
Signora, come vi pare questo dramma?

REGINA
Direi che la dama fa troppi giuramenti.

AMLETO
Oh, ma terrà la parola.

RE
Conosci il soggetto? Non c'è niente che offenda?

AMLETO
No, no, fanno solo per finta - avvelenano per finta. Nessuna offesa al mondo.

RE
Come si chiama il dramma?

AMLETO
La trappola per topi. E che tropo, per la Madonna! Il dramma riproduce un omicidio compiuto a Vienna - Gonzago è il nome del duca, sua moglie è Baptista - lo vedrete subito. È una gran canagliata ma che importa? Vostra Maestà e tutti noi che abbiamo la coscienza pulita, non ci tocca. Scalci la rozza piena di guidaleschi, il nostro garrese è intatto.

Entra Luciano.

Questo qui è un certo Luciano, nipote del re.

OFELIA
Monsignore, siete bravissimo a far da coro.

AMLETO
Potrei spiegare quel che succede tra voi e il vostro amante, se avessi sott'occhio i pupi che si trastullano.

OFELIA
Siete pungente, monsignore, siete pungente.

AMLETO
Vi costerebbe un gemito smussarmi la punta.

OFELIA
Ancora meglio e peggio.

AMLETO
Per il meglio e il peggio, dite così nel malmaritarvi. Su attacca assassino. Piantala con le smorfie e attacca. Forza! Gracchia il corbaccio un mugghio di vendetta.

LUCIANO
Neri intenti, mani abili, droghe adeguate, acconcio momento,

ora propizia quando nessuno è attorno,

tu fetida mistura d'erbe raccolte a mezzanotte

e dal male d'Ecate tre volte unte ed infette,

la tua magia spontanea, la tua atroce virtute

usurpano di colpo ogni vital salute.
Versa il veleno nell'orecchio al dormiente.

AMLETO
L'avvelena in giardino per il suo regno. Il suo nome è Gonzago. È una storia d'oggi, scritta in italiano sceltissimo. Ora vedrete come l'assassino si becca la moglie dell'altro.

OFELIA
Il re si alza.

AMLETO
Come, spaventato da un colpo a salve?

REGINA
State male, mio signore?

POLONIO
Interrompete la recita!

RE
Fàtemi luce. Andiamo.

POLONIO
Luce, luce, luce!

Escono tutti tranne Amleto e Orazio.

AMLETO
Beh! Pianga il cervo preso
e scherzi quello illeso;
lo non dormo, lui sì,
il mondo va così!
Non basterebbe questo risultato, mio caro, se il resto delle mie fortune mi tradisce, con una foresta di piume e due rosette di Provenza sulle scarpine a spacco, a farmi avere una quota in una muta di attori?

FRANCISCO
Una mezza quota.

AMLETO
No una intera, te lo dico io.
Perché tu sai, Damone caro,
che dal regno han cacciato
Giove stesso, e qui adesso
regna un vero... villano!

FRANCISCO
Si poteva far rima.

AMLETO
O buon Orazio, punto mille sterline sulla parola del fantasma. Hai visto?

FRANCISCO
Benissimo, monsignore.

AMLETO
Alla battuta del veleno?

FRANCISCO
Non m'è sfuggito niente.

AMLETO
Ah, ah! su, un po' di musica! Avanti, i flauti!
Ché se il re la commedia non ama,
chiaro è che non l'ama, perdiana.
Un po' di musica, forza!

Entrano Rosencrantz e Guildenstern.

GUILDENSTERN
Mio buon signore, concedetemi una parola.

AMLETO
Un discorso intero, signore.

GUILDENSTERN
Il re, signore...

AMLETO
Ma certo, il re che cosa?

GUILDENSTERN
È nelle sue stanze, del tutto fuori di sé.

AMLETO
Per il vino, signore?

GUILDENSTERN
No monsignore, per la collera.

AMLETO
Dimostrereste molto più senno a parlarne al medico, perché, se fossi io a ordinargli una purga, gli farei venire ancora più collera.

GUILDENSTERN
Monsignore, date del senso alle vostre parole, non deviate da ciò che vi dico in modo così balzano.

AMLETO
Sono ammansito, signore. Pronunciatevi.

GUILDENSTERN
Mi manda da voi la regina vostra madre, con l'animo affranto.

AMLETO
Siete il benvenuto.

GUILDENSTERN
Nossignore, no, questa cortesia non è di buona lega. Se vi degnate di darmi risposte sensate eseguirò l'ordine di vostra madre. Altrimenti, col vostro permesso, mi ritiro, e qui finisce il mio compito.

AMLETO
Signore, non posso.

ROSENCRANTZ
Che cosa, monsignore?

AMLETO
Darvi risposte sensate. È la mia testa che non va. Comunque, le risposte che potrò darvi saranno ai vostri ordini - anzi come dite voi agli ordini di mia madre. Basta perciò, veniamo al punto. Mia madre, dicevate...

ROSENCRANTZ
Dunque, lei dice così: la vostra condotta l'ha lasciata sbalordita e perplessa.

AMLETO
O figlio ammirevole, che tanto sai sbalordire tua madre! Ma non c'è un seguito alle calcagna di questo stupore materno? Dite pure.

ROSENCRANTZ
Ella desidera parlarvi nelle sue stanze prima che andiate a letto.

AMLETO
Obbediremo, fosse dieci volte nostra madre. Avete altro da sbrigare con noi?

ROSENCRANTZ
Monsignore, mi volevate bene una volta.

AMLETO
E ve ne voglio ancora, per queste mani ladre e borsaiole.

ROSENCRANTZ
Signor mio, cos'è che vi angustia? Sbarrate la porta in faccia alla vostra guarigione, se nascondete i dolori a un amico.

AMLETO
Amico mio, è che non ho prospettive.

ROSENCRANTZ
Ma come, se il re stesso s'impegna a farvi succedere al trono!

AMLETO
Sì è vero, ma mentre l'erba cresce... il proverbio è alquanto ammuffito.

Entrano gli attori coi flauti.

Ah, i flauti. Datemene uno. - In confidenza, perché cercate sempre di cogliermi da sopravvento, come per spingermi in qualche rete?

GUILDENSTERN
Oh, monsignore! Se il dovere mi fa importuno, il mio affetto supera ogni misura.

AMLETO
Questa non la capisco bene. Vorreste suonare questo flauto?

GUILDENSTERN
Non so farlo, monsignore.

AMLETO
Ve ne prego.

GUILDENSTERN
Credetemi, non ne sono capace.

AMLETO
Ve ne scongiuro.

GUILDENSTERN
Non saprei dove metter le dita, monsignore.

AMLETO
È facile come mentire. Controllate questi fori con dita e pollice, date fiato con la bocca, e lui parlerà in musica con grande eloquenza. Ecco qui le chiavi.

GUILDENSTERN
Ma non saprei cavarne nessuna armonia. Non conosco l'arte.

AMLETO
Ma allora lo vedete, che cosa indegna fate di me. Vorreste suonarmi, vorreste dare a intendere che conoscete i miei tasti, vorreste svellere il cuore del mio mistero, e farmi cantare dalla nota più bassa fino in cima al mio registro. C'è tanta musica, c'è una voce eccellente in questo piccolo strumento, eppure non sapete farlo parlare. Sanguediddio, mi credete più facile a suonarsi d'un piffero? Prendetemi pure per lo strumento che preferite: per quanto stiate a grattarmi non potrete farmi cantare.

Entra Polonio.

Dio benedica vossignoria.

POLONIO
Monsignore, la regina vuol parlarvi, e subito.

AMLETO
Vedete quella nuvola che sembra quasi un cammello?

POLONIO
Per la santa messa è così... un cammello.

AMLETO
O forse una donnola.

POLONIO
Infatti la schiena è di donnola.

AMLETO
O una balena.

POLONIO
Una balena, tale e quale.

AMLETO
Beh andrò subito da mia madre. (A parte) Mi trattano da pazzo al punto che ne scoppio. - Sarò da lei subito.

POLONIO
Le dirò così.

AMLETO
"Subito" è subito detto. Lasciatemi, amici.

Escono tutti tranne Amleto.

È l'ora più malefica della notte.
I cimiteri sbadigliano, e l'inferno àlita il suo contagio sul mondo.

Ora potrei bere sangue ancora caldo, e fare cose che il giorno tremerebbe a vedere.

Calma: da mia madre. Cuore, non perdere la tua natura.

L'anima di Nerone non entrerà in questo petto.

Sarò crudele, non snaturato.
Non avrò altri pugnali che le parole.
E la mia lingua e la mia anima saranno ipocrite: se in qualche modo la colpirò a parole, tu anima non sigllarle con l'azione.

Esce.

AMLETO - 1600/1601

atto terzo - scena terza


Entrano il Re, Rosencrantz e Guildenstern.

RE
Non mi piace affatto, e non è prudente per noi lasciare in libertà la sua follia. Perciò, siate pronti.
Preparerò subito le vostre credenziali ed egli andrà con voi in Inghilterra. La nostra sicurezza non può tollerare il pericolo così vicino che d'ora in ora gli matura nel cervello.

GUILDENSTERN
Ci prepareremo subito.
È scrupolo sacrosanto pensare alla sicurezza di quei tanti e tanti individui cui Vostra Maestà dà vita e nutrimento.

ROSENCRANTZ
Ogni singolo vivente ha il dovere di proteggersi dalle offese con ogni forza e arma dello spirito.
Tanto più colui dal cui benessere dipendono le vite di tanti. La maestà non muore sola, ma attira a sé come un gorgo ciò che gli è vicino. O è come una ruota massiccia fissa in cima al monte più alto che sui raggi enormi ha infitte e incollate diecimila cose di minor conto, e quando essa cade, ogni piccolo annesso, ogni trascurabile derivato, accompagnano la sua fragorosa rovina. Mai da sé, senza un lamento di tutti, sospirò un re.

RE
Vi prego, disponetevi a questo rapido viaggio. Metteremo dei ceppi a questa paura che va troppo libera.

ROSENCRANTZ
Saremo subito pronti.

Escono Rosencrantz e Guildenstern.
Entra Polonio.

POLONIO
Mio signore, sta andando da sua madre.
Dietro l'arazzo starò ben nascosto a sentire che dicono. Lo sgriderà a dovere, ci scommetto, e come avete detto - e saggiamente - è bene che qualcuno oltre la madre, parziale per natura, porga l'orecchio in aggiunta. Mio sovrano, addio. Verrò da voi prima che andiate a letto per dirvi ciò che so.

RE
Grazie, signore caro.

Esce Polonio.

Ah, il mio delitto è fetido e impesta il cielo.
Ha addosso la più antica maledizione il fratricidio. Pregare non posso anche se lo desidero e lo voglio, lo voglio fortemente ma la colpa è più forte, e come uno costretto a fare due cose resto incerto su dove incominciare e non comincio affatto.
Ma questa mano dannata fosse anche più grossa di com'è per il sangue di mio fratello non c'è pioggia abbastanza lassù nei cieli pietosi per renderla di neve? A che serve la grazia se non ad affrontare di faccia il delitto? E non c'è una doppia virtù nella preghiera, di trattenerci dalla caduta, o caduti di farci perdonare? Allora, su la testa! La mia colpa è lontana... Ah, ma quale preghiera formulerò? "Perdona il mio turpe assassinio"? No certo, perché ancora posseggo i frutti dell'assassinio - la mia corona, la mia ambizione, la mia regina.
Si può essere perdonati e tenersi il delitto? Quaggiù, in questo mondo corrotto, la mano d'oro della colpa può allontanare la giustizia, e spesso il frutto stesso del male compra la legge. Ma lassù non è così: lì non c'è imbroglio, lì l'azione appare nella sua vera natura, e noi stessi siamo forzati a testimonianza davanti al ghigno delle nostre colpe.
E allora che mi resta? Tentare ciò che può il pentimento. E che cosa non può? Ma cosa può se un uomo non riesce a pentirsi? Ah maledizione. Cuore nero come la morte. Anima impaniata, più sbatti per salvarti, e più ti invischi. Aiuto, angeli, venite a salvarmi. E voi ginocchia caparbie, piegatevi, e tu cuore d'acciaio fatti tenero come le carni d'un neonato. Ancora tutto può finir bene.

 

S'inginocchia.

Entra Amleto.

AMLETO
Ora potrei spacciarlo, ora che prega. Lo farò.

 

Sguaina la spada.


E così va in cielo. E io sono vendicato. Devo pensarci bene.
Un furfante mi uccide il padre, e allora io, l'unico figlio, quel furfante lo mando in paradiso. Ma questa è ricompensa, non vendetta. Mio padre, lui l'ha preso impuro, pieno di pane, tutte le sue colpe in fiore, in rigoglio di maggio; e come stiano i suoi conti solo il cielo lo sa, ma per quanto si può saperne e capirne in terra, per lui va male. E allora è una vendetta se l'ammazzo mentre si purga l'anima, ed è pronto e maturo al passaggio? No.
Rientra, spada, sèrbati per un colpo più orribile: quand'è ubriaco nel sonno, o imbestialito dalla rabbia, o si gode l'incesto nel suo letto, o mentre impreca al gioco, o fa qualcosa che non ha sapore di salvezza, allora dagli lo sgambetto, i suoi talloni tirino calci al cielo, e l'anima sia dannata e nera come l'inferno dove andrà. Mia madre aspetta. Questa medicina non fa che allungarti la malattia.

Esce.

RE
Le mie parole volano, i pensieri si trascinano a terra. E le parole sole non raggiungono mai il cielo.

Esce.

AMLETO - 1600/1601

atto terzo - scena quarta


Entrano la Regina e Polonio.

POLONIO
Viene subito. Sgridatelo a dovere, mi raccomando.
Ditegli che le sue stramberie sono andate troppo oltre per sopportarle, e Vostra Grazia s'è posta in mezzo tra lui e una gran collera. Io mi zittisco qui dietro. Franchezza, vi prego.

AMLETO (da dentro)
Madre, madre, madre!

REGINA
Ve lo prometto, contateci. Andate. Lo sento venire.

Polonio si nasconde dietro un arazzo.
Entra Amleto.

AMLETO
Allora, madre, che volete?

REGINA
Amleto, hai molto offeso tuo padre.

AMLETO
Madre, avete molto offeso mio padre.

REGINA
Andiamo, andiamo, mi dai risposte senza senso.

AMLETO
Andate, andate, mi fate domande senza vergogna.

REGINA
Come? Che ti prende, Amleto?

AMLETO
Perché? Che c'è di nuovo?

REGINA
Hai dimenticato chi sono?

AMLETO
No, per la santa croce! Siete la regina, moglie del fratello di vostro marito, e siete, così non fosse, mia madre.

REGINA
Ah, vado a chiamare qualcuno che ti saprà parlare.

AMLETO
Andiamo, andiamo! Sedetevi! Non vi muoverete.
Non uscirete di qui prima che v'abbia messo davanti uno specchio in cui vi vedrete fino in fondo all'anima.

REGINA
Che vuoi fare? Vuoi uccidermi?
Ah, aiuto.

POLONIO (dietro l'arazzo)
Oh oh! Aiuto!

AMLETO
Che c'è? Un topo! Un ducato che è morto, morto!


Affonda la spada nell'arazzo.

POLONIO (dietro)
Ah, mi ha ucciso!

REGINA
Ahimè, che cosa hai fatto?

AMLETO
Non lo so, non lo so. È il re?


Solleva l'arazzo e scopre Polonio morto.

REGINA
Ah che atto assurdo, sanguinoso!

AMLETO
Sì, sanguinoso. Perverso, buona madre, quasi come uccidere un re e sposarne il fratello.

REGINA
Uccidere un re?

AMLETO
Sissignora, l'ho detto. Tu povero sciocco, temerario, invadente, addio.
T'ho preso per uno che vale di più. Accetta la tua sorte. Vedi ora il pericolo d'intrigarsi troppo.
Smettetela di torcervi le mani. Siate calma, sedete, e fatevi torcere il cuore: perché lo farò se ancora lo si può torcere, se l'abitudine maledetta non ne ha fatto un baluardo di bronzo a prova di sentimenti.

REGINA
Che ho fatto, che tu osi menare la lingua per gettarmi addosso parole così villane?

AMLETO
Hai fatto qualcosa che sconcia la grazia e la vampa del pudore, che chiama ipocrita la virtù, che strappa la rosa dalla bella fronte di un amore innocente e la marchia a fuoco, che fa i voti nuziali falsi come i giuramenti del giocatore, o qualcosa che strappa l'anima dal corpo di ogni accordo, e riduce la dolce religione a una caterva di parole.

La faccia del cielo avvampa su questa massa densa e discorde e quasi anticipasse afflitta il giudizio si angoscia a quel tuo atto.

REGINA
Ahimè, quale atto che solo a pronunciarsi rugge e tuona?

AMLETO
Guarda questo dipinto, e guarda questo: sono i ritratti di due fratelli.
Guarda che grazia possiede questo volto, i riccioli d'Iperione, la fronte stessa di Giove, l'occhio di Marte che incute paura e obbedienza, il portamento di Mercurio, l'araldo appena sceso su un monte che bacia il cielo, un'armonia di parti, una forma su cui davvero sembra che ogni dio abbia impresso un sigillo per dare al mondo il modello dell'uomo.
Questo era tuo marito. E ora l'altro: questo qui è tuo marito, una spiga ammuffita che impesta l'altra sana. Non hai gli occhi? Hai potuto lasciare un pascolo di montagna per ingozzarti in questa fossa. Hai gli occhi, no? Non dirmi che fu per amore; alla tua età la foga del sangue si smorza, e ubbidisce con umiltà al giudizio, e quale giudizio andrebbe da questo a quello? Certo i sensi li hai, o non potresti muover dito, ma sono diventati ottusi, perché la stessa pazzia non sbaglierebbe così, e i sensi non furono mai tanto asserviti al delirio da non conservare qualche capacità di scelta, che servisse a distinguere questo da questo. Quale diavolo ti ha ingannato giocando a mosca cieca? Gli occhi senza le mani, il tatto senza la vista, orecchi senza mani e occhi, odorato e nient'altro, oppure una sola parte malata di un solo senso, non avrebbero preso un simile abbaglio. O vergogna, dov'è il tuo rossore? Inferno ribelle, se puoi ammutinarti nelle ossa d'una donna matura allora nei ragazzi la virtù sarà cera e si scioglierà al loro fuoco.
Non sarà più vergogna la violenza imposta da quel calore, se A ghiaccio brucia con la stessa fiamma e la ragione è ruffiana del desiderio.

REGINA
Amleto, basta. Mi rivolti gli occhi dentro l'anima, e vedo macchie nere, abbarbicate, che non andranno più via.

AMLETO
Ma come puoi vivere nel sudore e nel puzzo di un letto lercio, e marcire nel vizio, e fare le moine, l'amore in un porcile.

REGINA
Basta, basta! Le tue parole tagliano come pugnali. Basta, Amleto mio caro.

AMLETO
Un assassino, un cialtrone, un cane che non vale la millesima parte del tuo primo marito, un re da farsa, un ladro dell'impero e del potere, che ha tolto da una mensola il diadema prezioso e se l'è messo in tasca.

REGINA
Basta!

AMLETO
Un re di stracci e toppe.

Entra il fantasma.

Salvatemi, stendetemi sopra le vostre ali guardie celesti! Che vuole la tua santa immagine?

REGINA
Ahimè, è pazzo.

AMLETO
Vieni a rimproverare il tuo figlio poltrone che perde tempo e slancio, e trascura di eseguire il tuo ordine terribile e urgente? Oh parla!

FANTASMA
Non dimenticare. Questa mia visita vuole solo ritemprare il tuo proposito quasi smussato. Ma guarda, tua madre è sconvolta. Mettiti tra lei e la sua anima tormentata.

La fantasia agisce con più forza nei corpi più fragili. Parlale, Amleto.

AMLETO
Come state, signora?

REGINA
Ahimè, come stai tu che sbarri gli occhi nel vuoto e parli con l'aria incorporea. Gli spiriti stravolti s'affollano ai tuoi occhi, come milizie deste da un allarme i tuoi capelli composti si rizzano e stanno dritti come se avessero vita propria. O caro figlio mio spargi fresca pazienza sul calore e sulla fiamma del tuo male. Che guardi?

AMLETO
Lui, lui. Vedi come ci fissa pallido. La sua causa e il suo aspetto insieme, se parlassero alle pietre le smuoverebbero. Non guardarmi così, la pietà che mi susciti smorza la mia fermezza. E ciò che devo fare perde sostanza: lacrime e non sangue.

REGINA
A chi parli?

AMLETO
Non vedi niente lì?

REGINA
Proprio niente. Ma quel che c'è, lo vedo.

AMLETO
E non hai udito niente?

REGINA
Niente, no, solo le nostre voci.

AMLETO
Ma guarda lì, guarda che si ritrae. Mio padre, vestito come quando era vivo! È lì, guarda, sta uscendo dalla porta.

Il fantasma esce.

REGINA
È il tuo cervello che l'ha inventato. Queste cose incorporee, la pazzia è molto abile a farle.

AMLETO
La pazzia!
Il mio polso va a tempo come il tuo, e il ritmo è altrettanto sano. Non è pazzia ciò che ho detto. Mettimi alla prova e lo ripeterò punto per punto, mentre un pazzo s'imbizzarrirebbe. Madre, per amor di Dio, non ti ungere l'anima con questo linimento che non sia la tua colpa ma la pazzia a parlare. Sarebbe, sulla tua ulcera, una pelle sottile, e la cancrena, scavandoci dentro t'infetterebbe invisibile. Confessati al cielo, pèntiti del passato, scansa ciò che verrà, e non dare il concime alla malerba per renderla più fetida. Perdònami la mia virtù, ché in questi tempi obesi è la virtù che chiede scusa al vizio e si piega e l'implora per poterlo aiutare.

REGINA
O Amleto, mi hai spaccato il cuore.

AMLETO
Gettane via la peggior parte, e vivi più pura con quell'altra. Buona notte.
Non andare nel letto di mio zio. Simula una virtù se non ce l'hai. Quel mostro, l'abitudine, che si mangia ogni senso del male, è però angelo in questo che al praticare cose buone e giuste sa anche dare un abito, una livrea facili a indossarsi. Astieniti stanotte, e questo darà un che di naturale alla prossima astinenza, e quella dopo sarà ancora più facile. L'abitudine riesce quasi a cambiare l'impronta della natura, essa ospita il demonio o lo respinge
con forza meravigliosa. Di nuovo, buona notte.
E quando vorrai essere benedetta ti chiederò di benedirmi. Quanto a questo signore, me ne pento. Ma è piaciuto al cielo punire me con lui e lui con me, fare di me il suo braccio e il suo flagello. Mi occuperò di lui, risponderò in tutto per la sua morte. Di nuovo, buonanotte.
Debbo essere crudele per essere gentile. Quest'inizio è cattivo, e il peggio è da venire. Ancora una parola, signora.

REGINA
Che debbo fare?

AMLETO
Non quello, Dio ne scampi, che t'ho detto di fare: lascia che il re pancione ti attiri ancora a letto, ti pizzichi la guancia, ti chiami sua topina, e per un paio di baci schifosi o qualche frugatina delle sue dita infami ti faccia snocciolare tutta questa faccenda che in realtà non sono affatto pazzo ma pazzo ad arte. È bene farglielo sapere perché chi mai, essendo soltanto una regina bella, sobria, saggia, nasconderebbe a un rospo, a un pipistrello, a un micione, faccende così gravi per lui? Chi lo farebbe?
No, contro ogni buonsenso, ogni riservatezza, togli il piolo alla gabbia sul tetto della casa, fa volar via gli uccelli, e come la scimmia della favola, per arrivare in fondo, cacciati nella gabbia e giù, rompiti il collo.

REGINA
Sta' certo, se le parole sono fiato e il fiato è vita, non ho vita per dare fiato a quello che m'hai detto.

AMLETO
Parto per l'Inghilterra, lo sapete?

REGINA
Ahimè, l'avevo dimenticato. Così è deciso.

AMLETO
Han sigillato lettere, e i miei due ex compagni - di cui mi fido come di serpi velenose - loro portano gli ordini, loro mi fanno strada e mi scortano in trappola. Ma lasciamoli fare.
È uno spasso veder l'artificiere saltare col suo ordigno, e dovrebbe davvero andarmi male se non scaverò due metri sotto le loro mine, e le farò saltare fino alla luna. Oh, è meraviglioso quando due marchingegni sbattono assieme il muso sulla stessa rotta. Quest'amico mi spinge a far fagotto.
Rimorchierò le trippe nella stanza qui accanto.
Madre, buonanotte davvero. Questo consigliere è ora tanto immobile, e muto, e sornione, mentre vivo fu sciocco, furfante e chiacchierone. Messere, via, facciamola finita. Buonanotte, madre!

Esce tirando via Polonio.

La Regina rimane.

AMLETO - 1600/1601

atto quarto - scena prima


Entrano, incontro alla Regina, il Re, Rosencrantz e Guildenstern.

RE
Questi sospiri, questo affanno, hanno un senso che devi spiegarci. Capirlo ci è necessario.
Dov'è tuo figlio?

REGINA
Lasciateci soli un momento.

Escono Rosencrantz e Guildenstern.

Mio signore, che cosa non ho visto stanotte!

RE
Perché, Gertrude, come sta Amleto?

REGINA
È pazzo come il mare e il vento che gareggiano a chi è il più forte. In uno dei suoi accessi sente, dietro l'arazzo, che qualcosa si muove, sguaina la spada, grida "Un topo, un topo" e in quella sua allucinazione uccide alla cieca il buon vecchio.

RE
Ah che delitto!
Toccava a noi, s'è c'eravamo. Libero è una minaccia per tutti per te stessa, per noi, per ognuno. Come risponderemo di questo sangue? Daranno la colpa a noi che avremmo dovuto prevederlo sorvegliando quel giovane pazzo, o segregandolo o tenendolo via da qui. Ma l'affetto non ci ha fatto capire la cosa più opportuna, come succede ad uno che è ammalato di qualche male orribile, e per non farlo sapere lascia che gli divori la vita. Dov'è andato?

REGINA
Si porta via il corpo che ha ucciso, e su di esso - perché, pazzo, rimane puro, come oro in mezzo a una miniera di metallo volgare - adesso piange per ciò che è fatto.


RE
Vieni via, Gertrude!
Appena il sole tocca le montagne lo imbarchiamo. Di questa turpe azione bisognerà dare atto e dare conto con ogni nostra autorità e destrezza.
Oh, Guildenstern!
 
Entrano Rosencrantz e Guildenstern.
 
Amici, tutti e due, cercatevi un aiuto.
Amleto, nella sua pazzia, ha ammazzato Polonio e ne ha trascinato il corpo via dalla stanza di sua madre. Andate, rintracciatelo, parlategli con garbo, e trasportate il morto nella cappella. Fate presto, vi prego.

Escono Rosencrantz e Guildenstern.

Su, Gertrude, riuniamo gli amici più giudiziosi, diciamo loro ciò che si vuol fare e ciò che è fatto purtroppo. (Così la calunnia invidiosa) che porta sussurrando la sua carica di veleno, dritta come un cannone alla sua mira dappertutto nel mondo, forse potrà mancare il nostro nome, e colpire l'aria impassibile. Vieni, la mia anima è piena di dubbio e smarrimento.

Escono.

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AMLETO - 1600/1601

atto quarto - scena seconda


Entra Amleto.

AMLETO
Ora è al sicuro.

 

Chiamano da dentro.


Oh, chi strepita? Chi chiama Amleto? Ah, eccoli che arrivano.

Entrano Rosencrantz, Guildenstern e altri.

ROSENCRANTZ
Monsignore, che ne avete fatto del morto?

AMLETO
L'ho ricongiunto alla polvere sua congiunta.

ROSENCRANTZ
Diteci dov'è, che lo togliamo di lì e lo portiamo nella cappella.

AMLETO
Non vi fate illusioni.

ROSENCRANTZ
Che illusioni, monsignore?

AMLETO
Che io tenga il vostro segreto e non il mio. E poi, a sentirsi interrogato da una spugna - cosa dovrebbe rispondere un figlio di re?

ROSENCRANTZ
Mi prendete per una spugna, monsignore?

AMLETO
Sissignore, una spugna che assorbe i favori del re, le sue prebende e le sue prerogative. Ma codesti aiutanti, al re, l'aiuto migliore lo danno alla fine: se li tiene in un cantuccio della bocca, lui, come fa la scimmia, prima li assapora e alla fine li inghiotte. Quando avrà bisogno di ciò che avete assorbito, una bella strizzata e la spugna ti ritorna asciutta.

ROSENCRANTZ
Monsignore, non vi capisco.

AMLETO
Mi fa piacere sentirlo. Parlar furbo allo sciocco è come parlare al muro.

ROSENCRANTZ
Signore, dovete dirci dove si trova il corpo e venire con noi dal re.

AMLETO
Il corpo è col re, ma il re non è col corpo. Il re è una cosa...

GUILDENSTERN
Una cosa, monsignore?

AMLETO
Una cosa da nulla. Su, portatemi da lui.

Escono.

AMLETO - 1600/1601

atto quarto - scena terza


Entrano il Re e due o tre nobili.

RE
Ho mandato gente a cercarlo, e a trovare il corpo. È ben pericoloso che costui vada libero!
Ma gravargli addosso con la legge, non possiamo: il popolo lo ama, il popolo insensato che non sceglie col senno ma con gli occhi, e in questi casi vàluta il castigo assegnato e non la colpa. Se tutto ha da andare liscio la sua partenza improvvisa deve sembrare il risultato di un'attenta delibera. A mali estremi rimedi estremi, o niente.

Entrano Rosencrantz, Guildenstern e altri.

Allora, che è successo?

ROSENCRANTZ
Dov'è nascosto il corpo, mio signore, non vuole proprio dircelo.

RE
Ma lui dov'è?

ROSENCRANTZ
Qui fuori, scortato, signore, ai vostri ordini.

RE
Portatelo qui.

ROSENCRANTZ
Oh, fate entrare il principe!

Entra Amleto sotto scorta.

RE
Allora, Amleto, dov'è Polonio?

AMLETO
A cena.

RE
A cena? Dove?

AMLETO
Non dove mangia ma dove è mangiato. Un'assemblea di vermi politici è alle prese con lui. Il verme è l'unico che più ci guadagna in una dieta: noi ingrassiamo ogni altra creatura per ingrassarci, e c'ingrassiamo per i vermi. Un re grasso e un pezzente magro non sono altro che un menù variato - due piatti a una tavola sola. Ed è tutto.

RE
Ahimè, ahimè.

AMLETO
Uno può pescare col verme che ha pappato un re, e papparsi il pesce che ha pappato il verme.

RE
Che vuoi dire con questo?

AMLETO
Niente, solo mostrarvi che un re può fare un viaggio di stato per le budella d'un pezzente.

RE
Dov'è Polonio?

AMLETO
In cielo. Mandate lassù a cercarlo. Se il vostro incaricato non ce lo trova, cercatelo voi stesso dalla parte opposta. Ma se poi non lo trovate entro questo mese, lo annuserete salendo le scale del loggiato.

RE (A qualcuno del seguito)
Cercatelo lì.

Escono gli incaricati.

AMLETO
Vi aspetterà, vi aspetterà!

RE
Amleto, quanto è accaduto, per la tua sicurezza che ci preme molto, come molto ci affligge quello che hai fatto - deve farti sparire rapido come un lampo. Quindi, prepàrati. La nave è pronta, il vento propizio, i compagni t'aspettano, e tutto è disposto per il viaggio in Inghilterra.

AMLETO
In Inghilterra?

RE
Sì, Amleto.

AMLETO
Bene.

RE
Proprio così, se conoscessi la mia intenzione.

AMLETO
Vedo un cherubino che la conosce. Ma via, in Inghilterra! Addio, cara madre.

RE
Tuo padre che ti ama, Amleto.

AMLETO
No, madre. Padre e madre son marito e moglie, moglie e marito sono una sola carne; quindi, madre. Via, in Inghilterra!

Esce.

RE
Stategli alle calcagna, attiratelo subito a bordo, non perdete tempo - lo voglio via da qui stanotte. Andate, quanto riguarda questa storia è sigillato e pronto. Fate presto!

Escono tutti tranne il Re.

E tu, re inglese, se tieni alla mia amicizia - te lo consiglia la mia grande potenza, perché ancora è fresca e rossa la cicatrice della spada danese, e anche se libero paghi un tributo di paura - tu non puoi trascurare il mandato regale che t'impone con istruzioni adeguate la morte immediata di Amleto. Uccidilo, re inglese. Egli m'infuria nel sangue come il mal sottile e tu devi curarmi. Finché ciò non sia stato non avrò mai una gioia, anche se fortunato.

Esce.

AMLETO - 1600/1601

atto quarto - scena quarta


Entrano Fortebraccio e il suo esercito, che marcia sulla scena.

FORTEBRACCIO
Capitano, porta i miei saluti al re danese. Digli che chiedo, col suo beneplacito, una scorta per attraversare il suo regno secondo l'accordo. Tu sai dove raggiungerci.
Se sua maestà vuole parlarci, gli renderemo omaggio di persona. Diglielo.

CAPITANO
Lo farò, signore.

FORTEBRACCIO
Avanti, adagio.

Escono tutti tranne il Capitano.
Entrano Amleto, Rosencrantz, Guildenstern e altri.


AMLETO
Mio buon signore, di chi sono queste truppe?

CAPITANO
Del re di Norvegia, signore.

AMLETO
Dove vanno, vi prego?

CAPITANO
Vanno a combattere in Polonia.

AMLETO
Chi le comanda, signore?

CAPITANO
Il nipote del re, Fortebraccio.

AMLETO
Mirano al cuore della Polonia o a qualche fortezza di frontiera?

CAPITANO
A essere sincero, e senza forzature, andiamo a conquistare un pezzetto di terra che non frutta altro che gloria. Per cinque ducati, cinque, non lo vorrei in affitto. Né frutterebbe al Norvegese o all'altro un quattrino di più, se lo vendessero.

AMLETO
Allora non sarà difeso.

CAPITANO
Al contrario, c'è già un presidio.

AMLETO
Dunque duemila anime e ventimila ducati non basteranno a decider la sorte di un fuscello! Questo è un ascesso che nasce da troppa pace e abbondanza, si spacca internamente, e fuori non si vede perché il malato muore. Vi ringrazio umilmente.

CAPITANO
Dio sia con voi, signore.

Esce.

ROSENCRANTZ
Vogliamo andare, monsignore?

AMLETO
Vi raggiungo subito. Avviatevi.

Escono tutti tranne Amleto.

Come mi accusa ogni occasione, e sprona la mia vendetta troppo lenta! Cos'è un uomo se tutto ciò che cava dal suo tempo non è che dormire e nutrirsi? Una bestia, nient'altro. Certo colui che ci fece con una mente così vasta, e capace di guardare indietro e in avanti, non ci dette questa virtù, questa ragione divina perché ammuffisse inusata. Ora, che sia oblio bestiale, o qualche vile scrupolo di pensare troppo minutamente all'esito - un'ansia che, spaccata, mostra una parte saggia e tre vili, non so perché continui a vivere per dire, ho da far questo, quando ho motivo, e forza, e volontà, e mezzi per farlo. Mi esortano esempi tangibili come la terra.

Ecco un esercito grande e costoso, guidato da un principe giovane, sensibile, il cui spirito gonfio di un'ambizione divina si fa beffa del caso imprevedibile, ed espone ciò che è mortale e malsicuro a quanto possono fare la morte, la fortuna, e il rischio, solo per un guscio d'uovo!
La vera grandezza non è nell'aspettare grandi cause per muoversi, ma nel trovare degno motivo di contesa in un fuscello quand'è in gioco l'onore. E io, allora, che ho un padre ucciso, una madre insozzata a incitare il mio sangue e la mia mente, e lascio tutto dormire, e a mia vergogna vedo la morte imminente di ventimila uomini che per un sogno, un'ubbìa dell'onore vanno alla tomba come a letto, e combattono per un palmo di terra che non gli basta ad azzuffarcisi sopra tutti quanti e non è sufficiente a far da copertura e dar fossa ai morti? Ah da questo momento il mio pensiero sia "sangue!", o non varrà niente.

Esce.

AMLETO - 1600/1601

atto quarto - scena quinta


Entrano la Regina, Orazio e un gentiluomo.

REGINA
Non le voglio parlare.

GENTILUOMO
Ma lei insiste, fuori di sé davvero. In uno stato da far pietà.

REGINA
Ma che cosa vuole?

GENTILUOMO
Parla molto del padre. Sente dire, afferma, che il mondo è pieno d'inganni, e fa suoni in gola, e si batte il petto, e s'adombra per nulla, e dice cose vaghe che hanno senso a metà. Parla di niente, eppure il suo parlare sconnesso convince chi l'ascolta a trovarvi un senso. Cercano d'indovinare, e aggiustano le parole a ciò che credono di capire. E quelle parole che lei accompagna d'ammicchi, di cenni e gesti, in verità fanno pensare che ci sia un senso in esse, niente affatto chiaro, e comunque molto triste.

FRANCISCO
Sarà bene parlarle. Può diffondere sospetti pericolosi nelle menti mal disposte.

REGINA
Sì, fatela entrare.

Il gentiluomo esce.

(A parte) Alla mia anima malata, come succede a chi è in colpa, ogni inezia pare il preludio a un disastro. La colpa è così piena di ansie incontrollate che si distrugge da sé, per paura di essere distrutta.

Entra Ofelia.

OFELIA
Dov'è la bella maestà di Danimarca?

REGINA
Che vuoi da me, Ofelia?

OFELIA (canta)
Come farei a conoscere da un altro il tuo vero amore?

Dalla conchiglia al cappello, dai sandali, dal bordone.

REGINA
Ahimè, cara, che significa questa canzone?

OFELIA
Dite? Ma no, state attenta vi prego.

(canta) È bell'e andato, signora, è bell'e andato. Al capo una zolla verde, ai piedi un sasso. O oh!

REGINA
Ascoltami, Ofelia...

OFELIA
Vi prego, sentite questa:

(canta) Bianco il sudario come neve ai monti...

Entra il Re.

REGINA
Ahimè guardatela, monsignore.

OFELIA (canta)
e guarnito di fiori che pianto sottoterra non andò con piogge d'amore.


RE
Come state, mia bella?

OFELIA
Bene, Dio ve ne renda merito. Dicono che l'allocco era figlia di un fornaio. Signore Iddio, sappiamo ciò che siamo non ciò che saremo. Iddio sia al vostro desco!

RE
Fantastica su suo padre.

OFELIA
Vi prego non parliamone più, ma quando vi chiedono che vuol dire, rispondete così.
(canta)
Domani è San Valentino,
su tutti di buon mattino,
io picchio alla tua finestra
per esser la tua Valentina.
E lui si levò si vestì
e il suo usciolo le aprì,
entrò ragazza e mai più ragazza
da quell'usciolo sortì.


RE
Mia graziosa Ofelia...

OFELIA
Bene, senza brutte parole, finisco subito.
Per Ges e santa Càrita
ahinoi quale disdoro,
i ragazzi lo fan se cápita,
pen di Dio, è colpa loro.
Lei dice, prima di sbattermi,
mi sposavi, hai promesso.
E lui risponde,
E l'avrei fatto, giùrolo,
se non venivi a letto.


RE
Da quanto tempo è in questo stato?

OFELIA
Spero tutto andrà bene. Pazienza ci vuole. Ma non riesco a non piangere se penso che l'han messo nella terra fredda. Mio fratello lo saprà! E così grazie per il buon consiglio.

Oh, la mia carrozza! Buonanotte, signore, buonanotte. Dolci signore buonanotte,buonanotte.

Esce.

RE
Seguitela da vicino. Non perdetela d'occhio, ve ne prego.

Esce Orazio.

Ah è il dolore che l'avvelena. Viene tutto dal padre morto. E ora guardala... O Gertrude, Gertrude, i dispiaceri non vengono come esploratori isolati ma a battaglioni. Prima, l'assassinio di suo padre, poi la partenza di tuo figlio, artefice forsennato del suo giusto esilio; il popolo in fermento, cupo e maligno nei pensieri e nelle voci per il buon Polonio; e noi maldestri a interrarlo così in fretta in segreto; la povera Ofelia che smarrisce se stessa e il suo bel senno senza cui siamo meri simulacri e bestie; e come ultimo guaio che li assomma tutti ora il fratello torna in segreto di Francia, rùmina questo disastro, si tiene fra le nuvole, e non mancano mosconi a infettargli le orecchie con storie velenose sulla morte del padre che per forza, mancando di sostanza, non trovano ritegno ad accusare noi in persona, con questo e quello. O mia cara Gertrude, è una mitraglia, questa, che m'investe e mi dà mille morti.

 

Rumore all'interno.


Oh, dove sono i miei svizzeri? Sbàrrino la porta!

Entra un messaggero.

Che succede?

MESSAGGERO
Salvatevi, maestà!
L'oceano che trabocca alle sue sponde non divora la piana con più impeto del giovane Laerte che aizzata una rivolta ha sopraffatto le guardie. La marmaglia lo acclama re, e come se il mondo fosse appena creato, dimenticato l'antico, ignorate le usanze che danno valore e senso a ogni parola, gridano "Decidiamo noi! Sarà re Laerte!" E i berretti e le mani e le lingue lo esaltano alle nubi: "Laerte sia re, Laerte è il re! "

REGINA
Con quale gioia abbaiano sulla pista sbagliata!
Correte all'incontrario, falsi cani danesi!


Rumore dentro.

RE
Hanno sfondato le porte.

Entrano Laerte e seguaci.

LAERTE
Il re dov'è? Amici, restate tutti fuori.

SEGUACI
No, entriamo!

LAERTE
Ve ne prego! Permettetemi.

SEGUACI
Va bene, va bene.

LAERTE
Vi ringrazio. Sorvegliate la porta

I suoi escono.

Tu, re ignobile, ridammi mio padre.

REGINA (Lo trattiene)
Calma, buon Laerte.

LAERTE
Quella goccia di sangue che è calma mi proclama bastardo, urla "cornuto" a mio padre, e stampa il marchio della puttana qui sulla fronte casta e immacolata di mia madre.

RE
Laerte, per quale motivo questa ribellione da giganti? - lascialo andare, Gertrude. Non temere per la nostra persona.
C'è una tale siepe divina attorno a un re che il tradimento può solo sbirciare a ciò che si propone, e ne attua ben poco. Dimmi, Laerte, perché mai tanta furia? Via, lascialo Gertrude. Parla, ragazzo.

LAERTE
Dov'è mio padre?

RE
È morto.

REGINA
Ma non per sua colpa.

RE
Lasciagli chiedere ciò che vuole.

LAERTE
E come mai è morto? Non mi farò imbrogliare.
All'inferno la lealtà! Al diavolo più nero i giuramenti! La coscienza e la grazia nel pozzo più profondo! Sfido la dannazione. Sono giunto a tal punto che non m'importa nulla di questo mondo o dell'altro, succeda quel che dovrà, voglio solo vendetta per mio padre, e a fondo.

RE
E chi ti tratterrà?

LAERTE
La mia volontà, non quella del mondo intero. I miei mezzi vedrò di usarli così bene che con poco andranno lontano.

RE
Buon Laerte, tu vuoi sapere tutta la verità su tuo padre. Ma è scritto nella vendetta che debba fare un fascio dei suoi amici e nemici, di chi ha vinto e chi ha perso?

LAERTE
No, solo dei nemici.

RE
Allora, vuoi sapere chi sono?

LAERTE
Ai suoi amici spalancherò le braccia così. Come il pellicano che dà la vita, li nutrirò col mio sangue.

RE
Bene, ora parli da buon figlio e da vero gentiluomo.
Che io sia innocente della morte di tuo padre, anzi assai afflitto per lui, ti apparirà lampante come la luce del giorno.
Rumore dentro.

 

Si sente Ofelia che canta.


Lasciatela entrare.

LAERTE
Che c'è? Chi canta?

Entra Ofelia.

Rabbia, sèccami il cervello. Lacrime sette volte amare bruciate il senso e la virtù degli occhi. Perdio, la tua pazzia sarà pagata a peso tale, che la bilancia traboccherà per noi. Rosa di maggio, cara, buona sorella, dolce Ofelia...
O Dio, ma può la ragione d'una ragazza essere fragile come la vita d'un vecchio? La natura umana, nell'amore, è così sensibile, che manda un pegno prezioso di se stessa dietro quelli che ama.

OFELIA (canta)
Lo portarono a viso scoperto nella bara,

e nella sua fossa piovvero lacrime...
Addio, mia colomba.

LAERTE
Se tu avessi giudizio e chiedessi vendetta non sapresti commuovermi tanto.

OFELIA
Voi dovete cantare "E giù, e giù", e voialtri "E lui va giù".

Che bel ritornello! È il falso maggiordomo che rubò la figlia al padrone.

LAERTE
Non dice niente, e dice tutto.

OFELIA
Ecco del rosmarino, per il ricordo... ti prego, amore, ricorda. E qui le viole, per il pensiero.

LAERTE
Che lezione dalla pazzia! Pensieri e ricordo, in buon punto!

OFELIA
Ecco per voi la nigella, e l'aquilegia. Per voi della ruta. E un poco per me. Erbagrazia, possiamo chiamarla, di domenica. Ma voi la ruta dovete portarla in modo diverso da me. Qui, una margherita. Volevo darvi delle violette, ma son tutte appassite quando morì mio padre. Dicono che ha fatto una buona fine.
(canta) Il bel Robin è tutta la mia gioia.

LAERTE
Pensieri, pene, passioni, l'inferno stesso li rende incantevoli.

OFELIA (canta)
E non verrà mai più?
E non verrà mai più?
No no è morto.
Va' al tuo letto di morte,
non tornerà mai più.

La barba è neve, il capo
della stoppa ha il colore.
È andato, è andato,
e il pianto è sprecato.
Lo protegga il Signore.
E tutte le anime cristiane. Dio sia con voi.

Esce.

LAERTE
La vedi, signore Iddio?

RE
Laerte, il tuo dolore dev'essere anche mio, o mi fai torto.
Va', pensaci, scegli chi vuoi dei tuoi amici più saggi, e loro sentiranno, e tra te e noi, giudicheranno. Se in qualche modo, diretto o indiretto, ci trovano implicati, ti cederemo il regno, la corona, la vita, e tutto ciò che è nostro, come riparazione. Ma altrimenti accetta di accordarci la tua pazienza, e noi uniremo i nostri sforzi a quelli della tua anima, per darle giusta pace.

LAERTE
E sia così. Ma il modo in cui è morto, i funerali oscuri - né trofeo, né spada, né blasone sulle ossa, né rito nobiliare, né cerimonia solenne - ciò reclama come una voce dal cielo che io debba chiederne conto.

RE
Lo farai. E dove sta la colpa scenderà la mannaia. Vieni con me, ti prego.

Escono.

AMLETO - 1600/1601

atto quarto - scena SESTA


Entrano Orazio e un servitore.

FRANCISCO
Chi vuole parlarmi?

SERVITORE
Gente di mare, signore. Hanno lettere per voi, dicono.

FRANCISCO
Falli entrare.

Esce il servitore.

Non so da che parte del mondo possa arrivarmi una lettera, se non dal principe Amleto.

Entrano dei marinai.

PRIMO MARINAIO
Dio vi benedica, monsignore.

FRANCISCO
E benedica anche te.

PRIMO MARINAIO
Se è sua volontà, monsignore. Una lettera per voi, monsignore.

Da parte dell'ambasciatore che andava in Inghilterra, se vi chiamate Orazio come mi è detto.

FRANCISCO (legge la lettera)
Orazio, quando avrai scorso questa, fa' in modo che questa gente arrivi dal re. Hanno lettere per lui. Non eravamo in mare da due giorni che un corsaro in pieno assetto di guerra ci dette la caccia. Scarsi di vela, sfoderammo un coraggio forzoso, e nell'arrembaggio saltai sul loro legno. Ma subito si sganciarono, e restai il loro unico prigioniero. Mi hanno trattato da ladroni di cuore. Ma sapevano quel che facevano: gli debbo restituire il favore. Fa' arrivare al re le lettere che ho mandato, e corri da me veloce come se fuggissi la morte. Ho parole da dirti all'orecchio che ti renderanno muto. Ma son piume rispetto al calibro della faccenda. Questa brava gente ti condurrà dove sono. Rosencrantz e Guildenstern proseguono per l'Inghilterra. Di loro ho molto da dirti.
Addio.
Il tuo, come sai,
Amleto.


Venite, vi faccio strada per queste lettere. Sbrigatevi al più presto, per guidarmi da chi ve l'ha date.

Escono.

AMLETO - 1600/1601

atto quarto - scena SETTIMA


Entrano il re e Laerte.

RE
Ora la tua coscienza mi assolverà del tutto, e mi accoglierai nel cuore come un amico, visto che hai udito, e il tuo orecchio è sagace, che chi t'ha ucciso il nobile padre, a me insidiava la vita.

LAERTE
Tutto è chiaro. Ma dite, come mai, contro fatti così gravi e capitali, non avete agito come vi spingevano a fare la sicurezza, l'accortezza, tutto.

RE
Oh, per due motivi precisi, che forse ti sembreranno troppo deboli, ma per me son forti. La regina sua madre non vive quasi che per i suoi occhi, ed io come che sia, virtù o maledizione - le sono troppo unito, anima e vita. Come la stella volge solo nella sua sfera così io nella sua. L'altro motivo per cui ho evitato una pubblica accusa è il grande affetto che ha per lui la gente comune, che immerge nel suo amore tutti i suoi difetti e fa come la fonte che muta il legno in pietra; e muterebbero i ceppi in braccialetti. Le mie frecce troppo leggere per un vento così forte tornerebbero all'arco, invece di volare contro il bersaglio.

LAERTE
E così mi rimane un padre morto, e ridotta a uno stato pietoso una sorella così perfetta, che a lodare ciò che è stato, sfidava la nostra età a trovarne una eguale. Ma saprò vendicarmi.

RE
Per questo dormi tranquillo. Non penserai che siam fatti di stoffa così flaccida e inerte da lasciarci tirare la barba, e pensare l'insulto un passatempo. Sentirai novità presto. Io amavo tuo padre, e noi amiamo noi stessi, e questo, spero, ti convincerà...

Entra un messaggero con delle lettere.

MESSAGGERO
Questa per Vostra Grazia. Questa per la Regina.

RE
Da Amleto! Chi le ha portate?

MESSAGGERO
Marinai, signore, dicono. Io non li ho visti. L'ho avute da Claudio. A lui le ha consegnate l'uomo che le ha portate.

RE
Laerte, devi sentirle. Andate.

Esce il messaggero.

(Legge) Alto e possente, dovete sapere che mi ritrovo nudo sul vostro regno. Domani chiederò il permesso di vedere i vostri occhi regali, e allora, con vostra licenza, narrerovvi le circostanze del mio improvviso e ancor più imprevisto ritorno.
Amleto.

Ma che vuol dire? Son tornati tutti? Oppure è un trucco, e non è vero niente?

LAERTE
Riconoscete la mano?

RE
Sì, è la sua scrittura. "Nudo"... E qui in un poscritto aggiunge, "Solo". Ne capisci qualcosa?

LAERTE
Non ci capisco niente, signore. Ma che venga.

Il mio cuore malato si ravviva all'idea che gli potrò gridare in faccia, "Muori!"

RE
Se è così, Laerte, - ma è possibile? e se no che pensarne? - ti lascerai guidare da me?

LAERTE
Sì, monsignore, purché non mi forziate a far pace.

RE
A trovare pace! Se è tornato perché si sottrae al viaggio e non vuole più andare, lo spingerò a un'impresa che ho già matura in mente, e nella quale non potrà che cadere. E nessun fiato spirerà a condannare la sua morte. Anzi sua madre stessa non sospetterà affatto il trucco, e lo chiamerà una disgrazia.

LAERTE
Monsignore, mi lascio guidare, e tanto più se trovate il modo di farmi l'esecutore del tutto.

RE
Questo cade a proposito. Dopo la tua partenza, qui, si è parlato molto di te, presente Amleto, per una qualità in cui si dice che eccelli. E tutte le tue doti assieme, non l'accesero tanto d'invidia, quanto quella sola - e un'invidia, a mio giudizio, delle più basse.

LAERTE
Che qualità, signore?

RE
Un fiocco sul cappello d'un giovane! - ma anch'esso non fuori posto, se alla gioventù stanno bene i vestiti allegri, trasandati, come ai più vecchi gli abiti severi e le pellicce che denotano stabilità, rigore. Due mesi fa era qui un gentiluomo normanno - io stesso ho visto i francesi, ed ho pure militato contro di loro, ed essi ci sanno proprio fare a cavallo - ma questo gagliardo pareva un mago in sella, vi metteva radici, e spingeva il cavallo a evoluzioni così stupende, che pareva fossero un corpo solo, e che avesse per metà la natura di quella nobile bestia. Superava di tanto la mia attesa, che per quanto io provi a immaginare figure e passi d'ingegno, resto ben lontano da ciò che fece.

LAERTE
Normanno avete detto?

RE
Normanno.

LAERTE
Per la mia vita, Lamord!

RE
Sì, proprio lui.

LAERTE
Lo conosco bene. È davvero la gemma, la vera perla della nazione.

RE
Egli ti riconobbe grandi meriti, e riferì di te cose tanto lodevoli nell'arte e nella pratica del tirare di stocco, soprattutto, da esclamare che sarebbe davvero uno spettacolo opporti un avversario degno. Da loro, giurò, gli schermitori non avevano attacco né guardia né occhio al tuo confronto. Ebbene, questo giudizio invelenì moltissimo la gelosia di Amleto, e non faceva altro che augurarsi, e sperare che tu tornassi presto per potersi subito misurare con te. Ora, su questo...

LAERTE
Su questo, cosa?

RE
Laerte, ti era caro tuo padre, no? O sei solo l'immagine dipinta del lutto, un volto senza cuore?

LAERTE
Perché mi chiedete questo?

RE
Non perché pensi che tu non amassi tuo padre, ma perché so che l'amore nasce dall'occasione, e i fatti provano che il tempo ne riduce il fuoco e la scintilla. Dentro la fiamma stessa dell'amore c'è come uno stoppino, e la sua cenere lo spegne; e nulla poi dura sempre alto e uguale perché la bontà, quando diventa plétora muore del proprio eccesso. Quel che vorremmo fare dovremmo farlo mentre lo vogliamo, perché questo "vogliamo" muta ed ha smorzature e rimandi, per quante sono le lingue e le mani e gli eventi, e quel "dovremmo", allora, è come il sospiro prodigo che alleviando fa male. Veniamo al vivo dell'ulcera: Amleto è qui. Che sei pronto a fare per mostrarti, nei fatti più che nelle parole, il figlio di tuo padre?

LAERTE
A tagliargli la gola in chiesa.

RE
Infatti, non dovrebbero esserci santuari per un assassino. Né confine per la vendetta. Ma buon Laerte, se sei pronto a questo, devi startene chiuso nella tua stanza. Amleto, dacché è qui, saprà che sei tornato.
Gli metteremo attorno qualcuno che magnifichi la tua bravura, e passi una seconda mano di vernice sulla reputazione che t'ha dato il francese. Alla fine vi faremo incontrare, e faremo scommessa su voi due. Lui, senza sospetti, generoso com'è, e incapace di avere trucchi in testa, non controllerà le spade, sicché ti sarà facile, o con qualche rimescolata, di sceglierti la lama non spuntata, e un colpo mancino lo ricompenserà per tuo padre.

LAERTE
Va bene.
Anzi, per questo scopo, ungerò la mia spada. Ho comprato da un ambulante un unguento così mortale, che basta una lama appena intinta, e dove cava sangue non c'è impiastro che valga, anche se tratto da tutte le erbe che hanno una virtù sotto la luna, a salvare dalla morte chi ne è scalfito. Ungerò la mia punta con quella peste, e se appena lo tocco sarà morto.

RE
Ripensiamoci, allora, soppesiamo il tempo e i mezzi che meglio si prestano ai nostri ruoli. Se ci andasse male, e un passo falso rivelasse il piano, meglio valeva non tentarlo.
Quindi il progetto dovrebbe rinforzarsi con uno di riserva, che funzioni se il primo ci salta tra le mani. Aspetta, vediamo. Faremo una scommessa solenne sul più bravo. Ci sono. Quando, in azione, avrete caldo e sete, - e perciò tu attacca con più violenza - e lui chiede da bere, gli farò preparare per l'occasione un calice di cui basterà un sorso, se per caso sfuggisse alla stoccata, e il nostro affare è fatto. Aspetta, che c'è ora?

Entra la Regina.

REGINA
Una sventura pesta le calcagna dell'altra, così fitte vengono. Tua sorella è annegata, Laerte.

LAERTE
Annegata? Dove?

REGINA
C'è un salice che cresce di sghembo sul ruscello e specchia le sue foglie canute nel fluido vetro. Con esse ella intrecciava ghirlande fantastiche di ortiche, di violacciocche, di margherite, e lunghe orchidee rosse a cui i pastori sboccati danno un nome più basso, ma le nostre fredde vergini chiamano dita di morto. Lì mentre s'arrampicava per appendere ai rami penduli i serti d'erba, un ramoscello maligno si spezzò, e giù i trofei verdi e lei stessa caddero nel ruscello querulo. Le vesti le si gonfiarono intorno, e come una sirena la sorressero un poco, che cantava brani di laudi antiche, come una che non sa quale rischio la tenga, o come una creatura nata e formata per quell'elemento.
Ma non poté durare molto: le vesti pesanti ora dal bere trassero l'infelice dalle sue melodie a una morte fangosa.

LAERTE
Ahimè, dunque è annegata.

REGINA
Annegata, annegata.

LAERTE
Povera Ofelia, hai avuto già troppa acqua e mi vieto di piangere. Ma ecco come siamo: la natura segue il suo corso, sia vergogna o meno.

(Piange) Quando queste saranno passate, in me la donna finirà. Addio, monsignore. Ho parole di fuoco che vorrebbero avvampare ma questo pianto stupido le spegne.

Esce.

RE
Seguiamolo, Gertrude! Ho penato molto a calmare la sua rabbia e ora questo, temo, la risveglierà.
Perciò stiamogli accanto.

Escono.

AMLETO - 1600/1601

atto quinto - scena prima


Entrano due rustici, il becchino e un altro.

BECCHINO
E avrà sepoltura cristiana, una che di proposito attenta alla propria morte?

ALTRO
Ti dico di sì, per cui scava la fossa e spìcciati. Il giudice ha fatto seduta su lei e trova sepoltura cristiana.

BECCHINO
Ma come può essere, a meno che non s'è affogata per legittima difesa?

ALTRO
Eh! Così ha trovato.

BECCHINO
Dev'essere "se offendendo", non può essere altro. Perché qui sta il punto: se io m'affogo di proposito, ciò prova un atto, e un atto ha tre branche: agire, fare ed eseguire; erga, s'è affogata di proposito.

ALTRO
Ma no, stammi a sentire, compare...

BECCHINO
Permetti. Qui c'è l'acqua - bene. E qui c'è l'uomo - bene. Se l'uomo va all'acqua e s'affoga, fatto è, volere o volare, che ci va, mi segui? Ma se l'acqua va a lui e l'affoga, non è lui che affoga lui stesso. Erga, chi non ha colpa della sua morte non accorcia la sua vita.


ALTRO
Ma è questa, la legge?

BECCHINO
Corpo! Legge dell'inchiesta del giudice.

ALTRO
Vuoi sapere la verità? Se non era una signora, la sbattevano fuori dal camposanto.

BECCHINO
Orca! Adesso l'hai capita! Tanto più fa rabbia che i pezzi grossi debbano avere concessione a questo mondo di affogarsi o impiccarsi più dei semplici cristiani. Pàssami quella vanga. Non c'è gentilomini antichi come i giardinieri, gli sterratori e i becchini - tengon su il mestiere d'Adamo.

 

Scava.

ALTRO
Ma perché, era nobile Adamo?

BECCHINO
Fu il primo ad avere impresa e campo!

ALTRO
Ma no che non ce l'aveva!

BECCHINO
E che, sei turco? Come cavolo leggi la Scrittura? La Scrittura dice che Adamo zappava, no? Poteva far quell'impresa senza campo? Ti faccio un'altra domanda. E se non azzecchi questa, va' a farti...

ALTRO
Forza!

BECCHINO
Chi è che fabbrica più forte del muratore, del carpentiere o del falegname?

ALTRO
Quello che fa le forche: la sua fabbrica vive più di mille inquilini.

BECCHINO
Beh come battuta va bene, non c'è che dire. La forca va bene. Ma per chi va bene? Va bene per quei che fan male. Ora tu fai male a dire che la forca è costruita più salda della chiesa. Erga, la forca può andar bene per te. Su, prova daccapo.

ALTRO
Chi fabbrica più forte del muratore, del carpentiere o del falegname?

BECCHINO
Appunto, dillo e stacca.

ALTRO
Madonna, adesso lo so.

BECCHINO
Sputalo.

ALTRO
Ostia, me lo son scordato.

BECCHINO
Non frastornarti le cervella, dài, ché il somaro poltrone non trotta col bastone. E un'altra volta che ti fan la domanda rispondi, il becchino. Le case che fa lui durano fino al Giudizio. Su, va' da Yaughan e portami una pinta.

L'altro rustico esce.

Il becchino continua a scavare.

(Canta)
In gioventù quando amavo, amavo,
lo trovavo bello assai
per far correre... oh! il tempo... ah... mio vantaggio,
Oh, niente... ah... trovai meglio... ah... mai.

Mentre canta, entrano Amleto e Orazio.

AMLETO
Ma costui non ha nessun senso di quel che fa, che canta mentre scava fosse?

FRANCISCO
L'abitudine gliela fa sembrare una cosa naturale.

AMLETO
Proprio così. La mano che è meno usata ha il tatto più schizzinoso.

BECCHINO (canta)
Ma la vecchiaia dal passo ladro
nell'artiglio m'ha preso,
e come non fossi mai stato ragazzo
in terra m'ha steso.


Fa saltare fuori un cranio.

AMLETO
Quel cranio aveva dentro la lingua, una volta, e sapeva cantare. E guarda come il birbante lo scaraventa a terra, come fosse la mandibola di Caino che fece il primo assassinio. Potrebb'essere la zucca d'un politico che ora quel somaro strapazza, la zucca di uno che sapeva fregarti anche il padreterno, non potrebbe essere?

FRANCISCO
Potrebbe essere, monsignore.

AMLETO
O d'un cortigiano che sapeva dire, "Buondì mio signore, come sta il mio dolce signore?" Potrebb'essere monsignor Tizio che lodava il cavallo di monsignor Sempronio perché voleva farselo regalare, potrebbe essere, no?

FRANCISCO
Perché no, monsignore.

AMLETO
Sì perdio, e ora è di Madama Vermìna, sganasciato e picchiato sulle corna dalla vanga del beccamorto. Questo sì che è un bel giro di ruota a saperlo vedere. Costarono così poco a crescerle queste ossa, che ora ci si gioca ai birilli? Le mie mi dolgono a pensarci.

BECCHINO (canta)
Un piccone e una vanga, una vanga,
e poi pure un sudario,
oh è giusto farlo a tal ospite
un bel buco di fango.


Getta in aria un altro cranio.


AMLETO
Un altro. E non potrebbe essere il cranio d'un avvocato? Dove sono ora le sue quiddità, le sue quisquilie, e le querele e le quote e i garbugli? Perché ora si lascia picchiare sulla pelata da quel tanghero pazzo, con un badile lurido, e non lo minaccia di denunciarlo per lesioni? Mali, forse quell'uomo è stato a suo tempo un gran compratore di terre, con le sue obbligazioni e cambiali e concessioni, e doppie garanzie e riscatti. Ed è questa la fine delle finezze e il riscatto dei riscatti, d'aver la sua fine zucca ricolma di terra finissima? E le sue garanzie semplici e doppie non gli garantiranno neanche il possesso d'uno spazio che sia lungo e largo come un paio dei suoi contratti? I suoi stessi titoli di proprietà entrerebbero a stento in quella buca.

E il proprietario in persona non avrà più spazio di quello lì, eh?

FRANCISCO
Non un dito di più, monsignore.

AMLETO
Di', la pergamena non è pelle di pecora?

FRANCISCO
Sì monsignore, e anche di vitello.

AMLETO
Pecore e vitelli son quelli che cercano garanzia in queste cose. Voglio parlare a quel tanghero. Di chi è questa tomba, amico?

BECCHINO
Mia, signore.
(canta) Oh è d'uopo farlo... un bel buco...

AMLETO
Credo bene che sia tua. Ti cimenti lì dentro.

BECCHINO
Il vostro cimento è fuori, per cui non è vostra. Per me, io non mi cimento qui dentro, però è mia.

AMLETO
No, tu ci menti dentro, se dici che è tua perché ci sei. È per i morti non per i vivi. Dunque, ci menti.

BECCHINO
Mento perché son vivo, signore. E così vi smento.

AMLETO
Chi è l'uomo per cui la scavi?

BECCHINO
Non è un uomo, signore.

AMLETO
La donna, allora.

BECCHINO
Neanche.

AMLETO
Chi dev'esserci seppellito?

BECCHINO
Una che fu donna, signore, ma ora, pace all'anima sua, è morta.

AMLETO
Quant'è preciso questo furfante. Dobbiamo parlare a puntino o ci batte sull'equivoco. Perdio, Orazio, è da tre anni che me ne accorgo, quest'epoca ha fatto tanto progresso nei cavilli, che ora l'alluce del villano incalza il tallone del cortigiano e gli graffia i geloni. Da quanto tempo fai questo mestiere?

BECCHINO
Di tutti i giorni dell'anno attaccai quel giorno che il nostro re Amleto, buonanima, sconfisse Fortebraccio.

AMLETO
E quand'è stato di preciso?

BECCHINO
Come, non lo sapete? Ogni deficiente lo sa. Fu il giorno preciso che nacque il giovane Amleto, quello che è pazzo e l'hanno spedito in Inghilterra.

AMLETO
Ma sicuro! E perché l'hanno spedito in Inghilterra?

BECCHINO
Ma perché è pazzo. Laggiù ritrova la ragione, o se no, lì non fa differenza.

AMLETO
Perché?

BECCHINO
Perché lì non si nota. Son tutti pazzi come lui.

AMLETO
E com'è che è impazzito?

BECCHINO
Beh, roba da pazzi, dicono.

AMLETO
Come sarebbe a dire?

BECCHINO
Beh, perdendo la ragione.

AMLETO
Su quale base?

BECCHINO
Beh, qui in Danimarca. Io qui ci ho fatto lo scaccino, da uomo e da ragazzo, trent'anni.

AMLETO
Quanto tempo resiste un uomo sottoterra prima di marcire?

BECCHINO
Beh se non è marcio prima di schiattare come oggi che c'è tanti cadaveri fracidi che quasi si sfanno a interrarli - ci mette un otto nov'anni. Un conciapelli dura nov'anni.

AMLETO
Perché lui più degli altri?

BECCHINO
Beh signore, la pelle conciata dal mestiere tien fuori l'acqua per un pezzo, ed è l'acqua che ti sconcia quel bastardo di cadavere. Ecco qua un cranio che è stato sottoterra ventitré anni.

AMLETO
Di chi era?

BECCHINO
D'un figlio di puttana di un pazzo, era. Di chi credete che era?

AMLETO
Ma non lo so.

BECCHINO
Peste a quel pazzo e figlio di puttana! Mi versò una fiasca di vino sul coperchio, una volta. Questo cranio qui, signore, era il cranio di Yorick, il buffone del re.

AMLETO
Questo qui?

 

Raccoglie il cranio.

BECCHINO
Eh, sì.

AMLETO
Ahi, povero Yorick. L'ho conosciuto, Orazio, un uomo d'un brio inesauribile, d'una fantasia senza pari. M'ha portato in spalla mille volte, e adesso... è repellente a pensarci. Lo stomaco mi si rivolta. Qui erano appese le labbra che ho baciato non so quante volte. Dove sono adesso i tuoi lazzi, le tue capriole, i tuoi canti, i tuoi lampi d'allegria che a tavola alzavano scrosci di risate? Non c'è nessuno ora che si metta a sfottere il tuo ghigno? Ti sono cascate le ganasce? Va adesso in camera di Madama e dille, si dia pure un palmo di fardo, a questo deve ridursi. Falla ridere con questa battuta! Orazio, ti prego, dimmi una cosa.

FRANCISCO
Che cosa, monsignore?

AMLETO
Tu credi che Alessandro sotterra avesse anche lui quest'aspetto?

FRANCISCO
Sì, questo.

AMLETO
E quest'odore? Uh!

 

Ripone il cranio in terra.

FRANCISCO
Proprio così, monsignore.

AMLETO
A quali usi ignobili possiamo servire, Orazio! E non potremmo forse seguire con la fantasia la nobile polvere di Alessandro, fino a vederla usata per tappare un barile?

FRANCISCO
Sarebbe troppa fantasia, monsignore.

AMLETO
No, perché? Anzi, sarebbe accompagnarlo fin lì con moderazione, e guidati dalla verosimiglianza. Alessandro morì, Alessandro fu seppellito, Alessandro tornò polvere, la polvere è terra, con la terra si fa la calcina, e perché con quella calcina in cui lui si mutò non potrebbero aver tappato un barile di birra? L'onnipotente Cesare, defunto e convertito in calce, tappa un buco per tener fuori il vento.
Ahi, la terra che il mondo universo ha atterrito rattoppa un muro ed argina gli sbuffi del maltempo. Ma zitti, zitti adesso! Arriva il re, la regina, la corte!

Entrano portatori con una bara, un prete, il Re, la Regina, Laerte e signori al seguito.

Chi accompagnano? E con un rito così monco? Questo vuol dire che quel morto che seguono si è tolto la vita con le sue mani. Ed è persona elevata. Nascondiamoci un momento, e guardiamo.

LAERTE
Che altro si deve fare?

AMLETO
Quello è Laerte, giovane nobilissimo. Ascolta.

LAERTE
Che altro si deve fare?

PRETE
Per queste esequie abbiamo largheggiato fino al lecito. La sua morte lascia dei dubbi. E se non fosse che l'ordine dei grandi prevale sulle regole, ella sarebbe posta in terra non consacrata, fino all'ultima tromba. Invece di pregare per lei, avremmo dovuto gettarle addosso dei sassi, dei ciottoli, dei cocci. Mentre qui le è concessa la corona di vergine, il rito dei fiori, l'accompagnamento con le campane, e una degna sepoltura.

LAERTE
Allora non può farsi nient'altro?

PRETE
No, nient'altro.
Sarebbe profanare l'ufficio dei defunti se le cantassimo il requiem solenne e le preci come per chi parte in pace.

LAERTE
Mettetela nella terra, e dalla sua carne bella e incontaminata spuntino viole. Ti dico, prete da trivio, mia sorella sarà un angelo officiante quando tu ululerai all'inferno.

AMLETO
Come, la bella Ofelia?

REGINA (Sparge fiori)
Fiori su questo fiore. Addio.
Ti avevo immaginato la moglie del mio Amleto. Li vedevo, i miei fiori, sul tuo letto di sposa, cara, non su una fossa.

LAERTE
Oh la sventura tremila volte peggio sul capo maledetto di chi rubò il tuo nobile senno. Aspettate un poco per gettarle la terra addosso. Voglio abbracciarla per un'ultima volta. Salta nella fossa. Ammucchiate la polvere sul vivo e sulla morta, e di questa pianura fate un monte più alto dell'antico Pelio, o la cima azzurra dell'Olimpo.

AMLETO
Chi è costui che sbràita con tanto sfoggio e per dire un dolore chiama le stelle erranti, anzi le blocca e le lascia di stucco? Sono io, Amleto il Danese.

LAERTE (gli si getta addosso)
Il diavolo ti pigli l'anima!

AMLETO
Questo non è pregare. Ti prego, via le dita dalla mia gola.
Non sono splenetico né impulsivo, ma dentro ho qualcosa di pericoloso. Se sei prudente, sta in guardia. Togli questa mano.

RE
Separateli.

REGINA
Amleto! Amleto!

ALTRI
Signori!

FRANCISCO
Monsignore, calmatevi.

AMLETO
No, su quel tema lotterò con lui finché le ciglia mi battono.

REGINA
Su quale tema, figlio?

AMLETO
Amavo Ofelia. Quarantamila fratelli con tutto il loro amore non potranno toccare il mio totale. Che vuoi fare per lei?

RE
Ah, è pazzo, Laerte.

REGINA
Per amore di Dio, lascialo andare!

AMLETO
Sanguediddio, dimmelo ciò che sei pronto a fare. Vuoi piangere, vuoi batterti, vuoi digiunare, vuoi farti a pezzi da te, vuoi bere aceto, vuoi mangiare un coccodrillo? Lo farò anch'io. Sei qui per far la lagna e sfidarmi saltando in quella fossa? Fatti seppellire vivo con lei, lo farò anch'io. E se blàteri di montagne, che gettino milioni d'ettari su noi due, finché la terra sopra si brucerà le corna con la sfera del fuoco e l'Ossa parrà un porro. E se vuoi sbraitare urlerò forte anch'io.

REGINA
Questa è pura follia, e l'accesso agirà su lui, per poco.
Presto, paziente come la colomba quando spuntano i due piccoli d'oro resterà zitto e triste.

AMLETO
Stammi a sentire, tu.
Perché mi tratti così? Io ti ho voluto sempre bene. Ma lasciamo stare. Anche se Ercole stesso farà l'ercole, il gatto miagolerà, e il cane avrà infine il suo spasso.

Esce.

RE
Ti prego, buon Orazio, stagli accanto.

Orazio esce.

(A Laerte) Rafforza la pazienza ricordando il discorso di iersera: sistemeremo subito la faccenda...
Mia buona Gertrude, fallo sorvegliare tuo figlio. Questa tomba avrà un monumento perenne. Presto avremo qualche ora di pace. Per ora lasciamoci guidare dalla pazienza.

Escono.

Inizio pagina

AMLETO - 1600/1601

atto quinto - scena seconda


Entrano Amleto e Orazio.

AMLETO
Di questo basta, Orazio. Veniamo al resto. Ricordi la situazione?

FRANCISCO
Se la ricordo, monsignore!

AMLETO
Bene, avevo nel cuore come una lotta che non mi lasciava dormire. Mi pareva di star peggio d'un ammutinato in ceppi. D'impulso - e sia lodato l'impulso, perché, diciamolo, l'irruenza talvolta serve, quando i calcoli profondi vacillano, e ciò dovrebbe insegnarci che una divinità dà forma ai nostri piani comunque noi li abbozziamo.

FRANCISCO
Questo è più che sicuro.

AMLETO
Uscito di cabina, la giubba arrotolata sulle spalle, nel buio li cercai a tastoni, li trovai, frugai nel plico, ritornai in cabina, e, i sospetti vincendo l'etichetta, mi feci tanto ardito da rompere i sigilli del mandato. E vi trovai, Orazio cane rognoso d'un re! - un ordine preciso, infarcito di molte ragioni d'ogni sorta circa la sicurezza del re di qua, e di quello di là, tu non immagini con quale mio ritratto, di lupo mannaro e diavolo, che a lettura finita, subito, senza indugio, no, neanche per rifare il filo alla mannaia, mi si tagliasse la testa.

FRANCISCO
Ma è possibile?

AMLETO
Ecco qui la lettera, leggila con comodo. Ma vuoi sentire che cosa ho fatto dopo?

FRANCISCO
Sì, ve ne prego.

AMLETO
Così avvolto com'ero dalle furfanterie, già prima di pensare al prologo, il cervello incominciò la recita - sedetti, pensai un'altra lettera, la scrissi in bella mano pensare che una volta credevo, come i nostri statisti, che la calligrafia fosse arte da scrivani, e m'affannavo a dimenticarla, ma ora, caro mio, m'ha fatto un buon servizio. Vuoi sapere in due parole ciò che scrissi?

FRANCISCO
Certo, monsignore.

AMLETO
Una pressante ingiunzione dal re, perché l'inglese è suo fedele tributario, perché l'amore tra loro cresca come una palma, perché la pace porti il suo serto di grano e stia tra loro due come una virgola, e molti altri "perché" di uguale soma, a che, letti e recetti codesti contenuti, senza altro indugio, senza più né meno, desse ai latori morte immediata, senza dargli tempo di confessarsi.

FRANCISCO
E come avete fatto a sigillarla?

AMLETO
Beh, anche a questo provvide il cielo.
Avevo nella borsa il sigillo di mio padre, che è l'originale di quello usato dal Danese. Ripiegai il foglio proprio come l'altro, lo firmai, gli impressi il sigillo, rimisi tutto al suo posto, e nessuno s'accorse del bambino scambiato. Il giorno dopo ci fu quella battaglia in mare, e il resto già lo sai.

FRANCISCO
E così Rosencrantz e Guildenstern ci vanno difilati.

AMLETO
Amico mio, s'erano innamorati dell'incarico! Non li ho sulla coscienza. Il loro guaio fu d'intrufolarsi. È pericoloso per le nature basse andarsi a mettere tra gli affondi e le stoccate furiose di avversari potenti.

FRANCISCO
Però, che re è questo!

AMLETO
E allora non credi che sia mio dovere lui che uccise il mio re e disonorò mia madre, che saltò tra le mie speranze e il trono, e ha gettato la lenza alla mia stessa vita, e con che imbrogli - non è perfettamente giusto ripagarlo con questa spada? E non sarebbe colpa mortale permettere che questo cancro della natura faccia altro danno?

FRANCISCO
Sarà informato presto, dal re inglese, sull'esito laggiù.

AMLETO
Sì, presto. L'intervallo è mio. E la vita d'un uomo è come dire: "E una! "
Ma mi dispiace assai, mio buon Orazio, di essermi lasciato andare con Laerte. Perché nell'immagine della mia causa vedo il ritratto della sua.

Cercherò di rifarmelo amico. Certo l'ostentazione del suo dolore m'aveva imbestialito.

FRANCISCO
Zitti ora, chi arriva?

Entra il cortigiano Osric.

OSRIC
Bentornato qui a Vossignoria!

AMLETO
Grazie umilmente, signore. - Conosci questa libellula?

FRANCISCO
No monsignore.

AMLETO
Ci guadagni in stato di grazia, perché conoscerlo è un vizio. Costui ha molta terra, e fertile. Basta che una bestia sia padrona di bestie e avrà la mangiatoia alla tavola del re. È un cafone ma, come dico, possiede fango in quantità.

OSRIC
Squisito signore, se vostra signoria ne avesse l'agio, dovrei trasmetterle qualcosa da parte di sua maestà.

AMLETO
Signore, l'accoglierò con ogni tensione del mio spirito. Ma il vostro cappello all'uso giusto: è per la testa.

OSRIC
Ringrazio vossignoria, fa molto caldo.

AMLETO
No, credetemi, fa molto freddo, il vento è dal nord.

OSRIC
Difatto, monsignore, fa piuttosto freddo.

AMLETO
E ciondimeno parmi non poco afoso e caldo per la mia costituzione.

OSRIC
Una calura eccessiva, monsignore, e di molto greve come se... non so dir come. Monsignore, sua maestà m'ha ordinato di significarvi che ha fatto una grossa scommessa su di voi. Ecco di che si tratta, monsignore...

AMLETO (gli fa cenno di mettersi il cappello in testa)
Vi prego, ricordate...

OSRIC
Oh no, monsignore, sto più comodo così, onestamente... Monsignore, qui a corte è arrivato da poco Laerte - un gentiluomo perfetto, credetemi, delle più eccellenti distinzioni, di squisita compagnia e gran figura. Invero, per parlar di lui col cuore, egli è il mappamondo e il calendario della cortesia, dacché troverete in lui il continente di tutte quelle regioni che un gentiluomo vorrebbe ben vedere.

AMLETO
Sère, il suo definimento non soffre in voi perdizione, sebben io sappia che il farne l'inventario darebbe le traveggole all'aritmetica della memoria, e ancor non sarebbe che scarrocciare al confronto della sua ratta vela. Ma a farne laude veridica io lo stimo animo di gran pregio, e il suo infuso di tal preziosità e rarità che, per ritrarlo al vero, il suo unico pari è il suo specchio, e chi mai potrebbe seguirne le orme? Solo la sua ombra, nessun altro.

OSRIC
Vossignoria ne dice davvero infallantemente.

AMLETO
La concernenza, signore? Perché mai avvoltoliamo il gentiluomo del nostro ben più umile fiato?

OSRIC
Come, signore?

FRANCISCO
Ma non è possibile capirsi in altra lingua? Son certo che ce la fareste, monsignore.

AMLETO
Che cosa implicita la nominazione del gentiluomo?

OSRIC
Di Laerte?

FRANCISCO
La borsa è già vuota, ha speso tutte le sue parole d'oro.

AMLETO
Di lui, signore.


OSRIC
So che non siete ignorante...

AMLETO
Lo spero bene, signore. Quantunque, a dire il vero, il fatto che lo sappiate non sia molto lusinghiero per me. Ma dicevate, signore?

OSRIC
Non siete ignorante di quale eccellenza sia Laerte...

AMLETO
Non oso confessarlo per non confrontarmi con lui nell'eccellenza, visto che un uomo applica agli altri la sua propria misura.

OSRIC
Voglio dire nella sua arma, signore.

Secondo l'imputazione che gli vien fatta da quelli alla sua mercede, è senza rivali.

AMLETO
Qual è la sua arma?

OSRIC
Stocco e pugnale.

AMLETO
Son due armi, allora. Ma andiamo avanti.

OSRIC
Il re, monsignore, ha scommesso con lui sei cavalli bèrberi, contro i quali lui ha messo in palio, mi credo, sei spade e pugnali francesi coi loro accessori, cinture, ganci e così via. Tre di questi affusti invero son proprio belli a vedersi, molto ben intonati alle else, affusti finissimi e di prodigo concetto.

AMLETO
Cos'è che chiamate affusti?

FRANCISCO
Sapevo che prima di finire avreste avuto bisogno di una nota in margine.

OSRIC
Gli affusti, signore, sono i ganci.

AMLETO
Il termine sarebbe più conveniente alla cosa se potessimo portarci un cannone sulla fiancata, sino a quel momento preferirei dire ganci. Ma avanti.

Sei cavalli di Barberia contro sei spade francesi con gli accessori, e tre affusti di prodigo concetto, questa è la scommessa francese contro la danese. Ma perché tutto ciò è messo in palio, come voi dite?

OSRIC
Il re, signore, ha scommesso, signor mio, che in una dozzina di assalti fra lui e voi, egli non vi supererà di tre stoccate. Dodici a nove, ha scommesso. E si verrebbe subito alla prova se vossignoria si degnasse di rispondere.

AMLETO
E se dicessi di no?

OSRIC
Monsignore, voglio dire rispondere alla sfida!

AMLETO
Signore, io farò quattro passi qui nella sala. Con licenza di sua maestà è l'ora del giorno in cui faccio ricreazione. Se si portano le spade, e il gentiluomo è disposto, e il re mantiene la sua scommessa, accetto di vincere per lui se ci riesco. Se no, avrò la vergogna e tre stoccate in più.

OSRIC
Posso riportarvi in questi termini?

AMLETO
Riportate la sostanza, signore, con tutti gli svolazzi che garbano alla vostra natura.

OSRIC
Raccomando il mio servizio a vostra signoria.

AMLETO
Servo vostro.

Osric esce.

Fa bene a raccomandarsi da sé, non troverebbe altra lingua disposta a farlo.

FRANCISCO
La pavoncella se ne vola via col guscio sulla capoccia.

AMLETO
Faceva i complimenti alla mammella prima di succhiarla. Costui, e molti altri della sua covata che vedo coccolati da quest'età di merda, non han fatto altro che imparare il blabla di moda, e per l'abitudine di bazzicarsi, una specie d'amalgama schiumoso che li fa barcamenarsi fra opinioni più vagliate e spulate.

Ma prova a soffiarci sopra, le bolle si sgonfiano.

Entra un gentiluomo.

GENTILUOMO
Monsignore, sua maestà v'aveva mandato i suoi complimenti col giovane Osric, il quale è tornato a riferirgli che lo aspettate qui in sala.

Mi manda a chiedervi se è ancora vostro piacere battervi subito con Laerte o se volete più tempo.

AMLETO
Sono fermo nei miei propositi, a disposizione del re.

Se lui è pronto lo sono anch'io. Ora o quando che sia, purché mi senta in forze come ora.

GENTILUOMO
Il re, la regina e tutti stanno scendendo.

AMLETO
In buon punto.

GENTILUOMO
La regina vi chiede di mostrarvi gentile con Laerte prima d'incominciare.

AMLETO
È un buon avvertimento.

Il gentiluomo esce.

FRANCISCO
Perderete, monsignore.

AMLETO
Non credo. Da quando lui è in Francia mi sono esercitato di continuo. Vincerò col vantaggio che mi dà. Tu non puoi immaginare che peso abbia qui tutt'attorno al cuore. Ma non importa.

FRANCISCO
Come no, monsignore!

AMLETO
Sciocchezze. È una di quelle apprensioni che forse farebbero paura a una donna.

FRANCISCO
Se l'animo è avverso a qualcosa, obbeditegli. Vado a dire che non scendano, che non vi sentite bene.

AMLETO
Niente affatto. Sfidiamo i presagi. Anche nella caduta di un passero c'è la mano della provvidenza. Se è ora non è dopo; se non è dopo sarà ora; se non è ora dovrà pure succedere. Essere pronti è tutto. Visto che nessuno, di ciò che lascia, sa nulla che importa andarsene un po' prima? Non parliamo ne più.

Si prepara una tavola.
Trombettieri, tamburini, e ufficiali che portano dei cuscini.

Entrano il Re, la Regina, Laerte, Osric e tutta la corte.
Altri del seguito con gli stocchi e i pugnali.

RE
Vieni, Amleto, vieni a prendere da me questa mano.


Mette la mano di Laerte in quella di Amleto.

AMLETO
Perdonatemi, signore. Vi ho fatto torto. Da quel gentiluomo che siete, perdonatemelo.
I sovrani e tutti i presenti lo sanno, e anche voi l'avrete certo saputo: sono punito con una penosa malattia di mente. Qualunque cosa abbia fatto, che possa aver dato una rude sveglia alla vostra natura, al vostro onore e al risentimento, io lo dichiaro qui, fu pazzia. È stato Amleto a far torto a Laerte? Non è stato Amleto.
Se Amleto è tolto a se stesso, e mentre non è se stesso fa torto a Laerte, allora non è Amleto a far torto, Amleto lo nega. Chi è dunque a farlo? La sua pazzia. E se è così Amleto è dalla parte che riceve il torto, la sua pazzia è nemica del povero Amleto.
Signore, dinanzi a questi testimoni, fate che la sconfessione di una volontà di male mi assolva tanto nella vostra mente generosa, da persuadervi che ho tirato una freccia sul tetto della mia casa ed ho ferito mio fratello.

LAERTE
Io mi dichiaro soddisfatto nel sentimento filiale, che in questo caso dovrebbe incitarmi più di tutto alla vendetta. Ma sul punto dell'onore no, mantengo una riserva, e non voglio riconciliarmi finché qualched'uno degli anziani, maestri della materia, m'abbia dato un parere e un precedente di pace che lasci il mio nome senza macchia. Però, fino ad allora, accetto l'amicizia che mi si offre e non le farò torto.

AMLETO
Io l'accetto senza riserve e mi batterò lealmente in questa gara fraterna. Dateci le spade.

LAERTE
Voi! Una per me.

AMLETO
Ti servirò da contrasto, Laerte.
Contro la mia inesperienza la tua maestria risalterà luminosa come una stella in una notte oscurissima.

LAERTE
Volete prendermi in giro?

AMLETO
No, ve lo giuro.

RE
Dà loro le spade, Osric. Nipote Amleto, conosci la scommessa?

AMLETO
Come no, signore, vostra grazia ha puntato sul più debole.

RE
Non lo credo. Vi ho visti tutti e due. Ma lui è ritenuto il migliore. Perciò ha lo svantaggio.

LAERTE
Questa pesa troppo. Ne provo un'altra.

AMLETO
Questa qui va bene. Sono tutte d'una misura?

OSRIC
Certamente, signor mio.

Si preparano allo scontro. 
Entrano servi con caraffe di vino.

RE
Il vino qui, sulla tavola.
Se Amleto tocca al primo o al secondo assalto o pareggia al terzo, sparino i cannoni da tutti gli spalti. Il re berrà alla forza ritrovata di Amleto e nella coppa getterà una perla più ricca di quella che gli ultimi quattro re hanno portato sulla corona danese. Datemi le coppe.
E il tamburo annuncerà alla tromba, la tromba al cannoniere là fuori, i cannoni al cielo e il cielo al mondo: "Il re brinda ad Amleto." Avanti, cominciate. E i giudici tengano gli occhi aperti.

AMLETO
Avanti, signore.

LAERTE
Avanti! Si battono.

AMLETO
E una!

LAERTE
No.

AMLETO
Giudici?

OSRIC
Toccato, nettamente toccato.

LAERTE
Va bene. Avanti!

RE
Un momento. Datemi da bere. Amleto, questa perla è tua. Bevo alla tua salute.

Tamburi, trombe, una salva di cannone.

Dategli la coppa.

AMLETO
Quest'assalto, prima. Tenetela da parte. Forza.

Si battono di nuovo.

E due! Che ne dici?

LAERTE
Sì, toccato.

RE
Nostro figlio vincerà.

REGINA
Suda, ha il fiato grosso. Amleto, prendi il mio fazzoletto, asciugati la fronte. La regina brinda al tuo successo, Amleto.

AMLETO
Grazie, signora.

RE
Gertrude, non bere!

REGINA
Berrò, signor mio, perdonatemi.

Beve e offre la coppa ad Amleto.

RE (a parte)
La coppa avvelenata! Troppo tardi.

AMLETO
Non adesso, signora. Tra un momento.

REGINA
Vieni, ti asciugo il viso.

LAERTE
Monsignore, adesso lo colpisco.

RE
Non ci credo.

LAERTE (a parte)
Ma è quasi contro la mia coscienza.

AMLETO
Su al terzo, Laerte. Che fai, stai scherzando?

Attaccami a fondo, te ne prego. Temo che mi tratti da bambino.

LAERTE
Davvero? Avanti! Si battono.

OSRIC
Niente da nessuna parte.

LAERTE
A te!

 

Laerte ferisce Amleto, poi nel corpo a corpo si scambiano le spade.

RE
Separateli, sono infuriati.

AMLETO
No, difenditi!

 

Ferisce Laerte.


La regina cade.


OSRIC
Aiutate la regina, oh!

FRANCISCO
Pérdono sangue tutti e due. Come state, monsignore?

OSRIC
Come va, Laerte?

LAERTE
Ah, preso al laccio, Osric, come una beccaccia. La mia trappola mi uccide ed è giusto.

AMLETO
Come sta la regina?

RE
È svenuta a vedere il sangue.

REGINA
No, no, è questo che ho bevuto. Amleto, figlio! È il vino, il vino! Mi hanno avvelenata.


Muore.

AMLETO
Infami! Oh, chiudete le porte! C'è un traditore! Cercatelo!

Osric esce.

LAERTE
È qui, Amleto. Amleto, sei morto. Non c'è medicina che ti può aiutare. Non ti resta mezz'ora di vita.
L'arma del tradimento l'hai tu in mano, la spada non spuntata e avvelenata. L'inganno schifoso si è ritorto su di me. Sono qui a terra, non mi alzerò più. Tua madre è avvelenata. Non ho più forza. Il re... è stato il re.

AMLETO
Anche la punta avvelenata! Allora, veleno, finisci l'opera. Colpisce il re.

TUTTI
Tradimento! Tradimento!

RE
Amici, difendetemi. Sono solo ferito.

AMLETO
Qui, re incestuoso, assassino, demonio, finisci questo vino. È qui la tua perla? Segui mia madre.


Il re muore.

LAERTE
L'ha meritato. La mistura l'ha preparata lui. Scambiamoci il perdono, nobile Amleto. La morte mia e di mio padre non cada su di te. Né la tua su di me.


Muore.

AMLETO
Il cielo te ne assolva. Io ti seguo. Sto per morire, Orazio. Regina sfortunata, addio.
Voi che assistete pallidi e tremanti a questo evento, e siete solo comparse e spettatori del dramma, se avessi tempo... ma la morte è uno sbirro inesorabile se ci agguanta... potrei dirvi...
Ma basta. Orazio, sto morendo. Tu vivi. Racconta la verità su di me e sulla mia causa, a chi non sa.

FRANCISCO
Non contateci. Sono più un romano antico che un danese, e qui è rimasto da bere.

AMLETO
Per il tuo onore, dammi quella coppa. Lasciala, perdio! L'avrò!
Oh Dio, Orazio, che nome ferito mi lascio dietro, se tutto resta ignorato.
Se mai mi hai tenuto nel cuore assentati per un poco dalla felicità, e in questo mondo feroce respira soffrendo per raccontare la mia storia.

Fanfara lontana, spari all'interno.

Che sono questi rumori di guerra?

Entra Osric.

OSRIC
Il giovane Fortebraccio torna vincitore dalla Polonia, e saluta con queste salve gli ambasciatori inglesi.

AMLETO
Muoio, Orazio.
Il veleno potente artiglia la mia anima. Non potrò sentire le notizie dall'Inghilterra, ma predico che il re eletto sarà Fortebraccio. Morendo gli do il mio voto. Diglielo, e digli i fatti gravi e minori che mi hanno spinto... Il resto è silenzio.


Muore.

FRANCISCO
Si spezza un nobile cuore. Buona notte, dolce principe, e canti e voli d'angeli ti accompagnino al tuo riposo.

Marcia all'interno.

Perché si avvicinano quei tamburi?

Entrano Fortebraccio, gli ambasciatori inglesi, e soldati con tamburi e bandiere.

FORTEBRACCIO
Dov'è questa scena incredibile?

FRANCISCO
Cosa cercate? Dolore e sciagura? Li avete trovati.

FORTEBRACCIO
È un carnaio, una strage. O morte superba quale festa prepari nella tua casa eterna, che, di colpo, hai abbattuto nel sangue tanti principi?

PRIMO AMBASCIATORE
Uno spettacolo atroce. E le nostre notizie arrivano troppo tardi. Gli orecchi che dovevano ascoltarci non hanno più udito per sentire che i comandi sono stati eseguiti, e Rosencrantz e Guildenstern sono morti. Chi ci ringrazierà adesso?

FRANCISCO
Non la sua bocca anche se fosse viva per farlo. Lui non dette mai l'ordine di ucciderli. Ma poiché siete giunti al momento del sangue, voi dalle guerre polacche, e voi dall'Inghilterra, ordinate che questi corpi siano esposti in alto su un palco e lasciatemi dire al mondo che non sa che cosa è avvenuto.
Sentirete di colpe carnali, di atti sanguinosi e snaturati, di disgrazie volute dal cielo, di uccisioni provocate dal caso, di morti preparate con astuzia e inganno, e in questo epilogo di calcoli sbagliati che ricadono sulla testa di chi li ha fatti. E su tutto posso dirvi la verità.

FORTEBRACCIO
Sentiamola subito, e chiamiamo ad ascoltarla i maggiorenti. Io, con rincrescimento, abbraccio la mia buona sorte. Su questo regno ho dei diritti che non ho mai dimenticato.
Ora la sorte mi invita a rivendicarli.

FRANCISCO
Anche di questo devo parlarvi, e a nome di uno il cui voto ne chiamerà altri. Ma parliamone subito. Gli animi sono sconvolti e altri guai potrebbero aggiungersi a tante trame ed errori.

FORTEBRACCIO
Quattro capitani portino Amleto su un palco, da soldato. Perché certo, messo alla prova, sarebbe stato un vero re.

E per il suo trapasso musica da soldati e riti militari parlino forte in suo onore. Sollevate i corpi.

Questo spettacolo di morte si addice a un campo di battaglia, ma disdice a una corte. Ordinate le salve.

Escono in marcia, portando i corpi, e subito i cannoni sparano a salve.

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