William Shakespeare - Il Teatro

 

Indice Teatro

 

Come vi piace

(“As you like it” 1599 - 1600)

 

 

Introduzione - Riassunto

Personaggi - Atto Primo

Atto Secondo - Atto Terzo

Atto Quarto - Atto Quinto

 

 

Introduzione

         

La commedia è la rappresentazione, attraverso i modi di agire e di sentire dei personaggi, del contrasto tra la vita di corte, convulsa, complicata, insidiosa, e la vita di campagna, all’aperto, nella natura; rappresentazione che è condotta dal poeta come un gioco dialettico tra aristocratici e contadini, più tipi che personaggi, in un linguaggio i cui pregi letterari rivelano la raggiunta maturità e perizia drammaturgica dell’autore, che si muove intorno ad una trama piuttosto labile, evanescente, da ridursi quasi a semplice pretesto letterario. L’atmosfera bucolica vi è punteggiata qua e là da canzoni e recitativi in rima che ne accentuano il carattere di “pièce” di letteratura pastorale: un genere di moda all’epoca, come si è detto, ma che Shakespeare non sembra prediligesse troppo, se nello stesso titolo che dà al suo lavoro - e che non è un titolo - sembra dire al suo pubblico: “Io l’ho scritta per gioco e per seguire la moda, e spero che vi piaccia; dategli voi il titolo che volete; quel che piace a voi, può anche non piacere a me”. Questa commedia è, cronologicamente, la terza del gruppo delle cosiddette “commedie romantiche” di Shakespeare, insieme con le altre “Molto rumore per nulla” (“Much Ado about Nothing”), “La dodicesima notte (o quello che volete)” (“Twelfth Night; or, What You Will”) e “Le allegre comari di Windsor” (“The Merry Wives of Windsor”), scritte tutte nello spazio di tre anni e poco più (1598 -1601). Il titolo figura iscritto nello “Stationers’ Register” alla data del 4 agosto 1600; il che fa presumere che la commedia non sia stata scritta molto tempo prima, anche perché essa non figura fra quelle elencate e attribuite a Shakespeare nel “Palladis Tamia” (“Doni di Minerva”) di Francis Meres, una specie di antologia/inventario degli autori inglesi contemporanei, apparso nel 1598. Del manoscritto, com’è di tutti gli altri lavori di Shakespeare, nessuna traccia: il testo corrente è quello apparso nella prima pubblicazione a stampa delle opere di Shakespeare, il cosiddetto “primo in-folio” uscito nel 1623, sette anni dopo la morte del poeta, a cura di due suoi amici e colleghi, gli attori John Heminge e Henry Condell. La commedia ebbe grande fortuna appena uscita, anche perché per stile, fattura e impianto scenico seguiva una moda del tempo, quasi un ritorno al gusto del bucolico e dell’idilliaco nella forma dialogica che aveva avuto notevole espressione in Italia e in Spagna; e i drammaturghi elisabettiani si premuravano di soddisfare questo gusto. Uno dei loro più insigni, Edmund Spenser, amico di Shakespeare, pubblica (1579) anche un poema pastorale di dodici egloghe, “The Shepherd’s Calendar” che rimane il miglior esempio della poesia pastorale inglese. Poi la commedia scomparve dalle scene, e non s’ha più notizia di sue rappresentazioni fino a più d’un secolo dopo, quando - dicembre 1740 - fu rappresentata a Londra al teatro “Drury Lane”; dopo la quale apparizione prenderà un posto stabile nel repertorio di molte compagnie teatrali in Inghilterra e all’estero, fino ai nostri giorni, spesso rappresentata all’aperto, come meglio si conviene al bucolico ambiente della sua vicenda, quasi per intero ubicato in una foresta.

 


 

Da Carte allineate

Come vi piace non è certo la più nota delle commedie di Shakespeare. Ma è conosciuta, rappresentata, letta e studiata quel tanto che basta per coglierne il fascino sottile, subdolo, verrebbe da dire: le complessità, i divertiti e bruschi cambiamenti di visione e prospettiva, le trappole farcite di cortesi florilegi accuratamente preparate dal buon William. Ancora efficacissime, pronte a scattare alla minima sollecitazione. Shakespeare ricevette in dono una consapevolezza linguistica che gli consentiva di padroneggiare le parole, versi alati o ruvida prosa, in modo da poter comprendere, nel senso più ampio del termine, il gusto, la capacità ricettiva, lo scandaglio emotivo, la contemplazione estetica (ed estatica) di un pubblico vastissimo. Dal contadinotto venuto a teatro per farsi due risate e guardarsi un paio di dame dagli abiti non esattamente casti, al Professore di Oxford che si mischia alla folla ed elucubra, tra uno schiamazzo e l’altro, individuando assonanze e consonanze, richiami intertestuali e compagnia bella. William aveva cibo a sufficienza per sfamare tutti. Per lasciare ciascuno alla fine, sazio, certo di aver avuto ciò che desiderava.
Come vi piace, opportunamente tradotto da qualcuno anche con Come vi pare, diventa quindi in un certo senso anche una specie di marchio di fabbrica, un motto, uno slogan. Se è questo che volete, sembra dirsi Shakespeare, questo avrete. Per me è lo stesso, l’importante è che siate contenti voi, e che riempiate i teatri, giorno dopo giorno. Questa è, almeno in parte, una potenziale chiave di lettura. Le porte letterarie shakespeariane tuttavia di chiavi ne richiedono numerose per sperare di vederle socchiudere. Il buon William sembra voler assecondare gusti e richieste, pare allinearsi a ciò che furoreggia, ciò che è in voga. Dal canto suo sembra addirittura dire “Io scrivo, così, perché sono drammaturgo, è il mio mestiere. Sono come un sarto, confeziono abiti su misura, a seconda delle esigenze e delle mode”. La frase è falsa, oltre che inventata. Niente di più lontano dalla realtà. Doveva mangiare, William, certo, come ogni padre di famiglia, o forse di famiglie. Ma ciò non gli impediva di fare, in realtà, come pareva a lui. Dando sempre l’impressione di servire la rispettabilissima platea, of course.
La commedia Come vi piace avrebbe potuto, anzi avrebbe dovuto, a regola, uniformarsi ai dettami della letteratura “pastorale”, l’Arcadia che faceva sognare e versare fiumi di inchiostro. L’intreccio avrebbe potuto essere complesso ma prevedibile, ed aprire la strada, anzi, un verde e profumato sentiero, verso l’atteso happy ending. Avrebbe accontentato tutti, o quasi. Di sicuro la maggioranza degli spettatori. Non avrebbe soddisfatto però uno spettatore particolare, il primo e l’ultimo: William Shakespeare da Stratford. Accade così allora che, alla fin fine, il primo e l’ultimo a divertirsi sia proprio l’autore. Anche a spese del suo pubblico. Lo schema di base della commedia pastorale era semplice nella sua intricatezza. Travestimenti, giochi, trucchi innocui e in gran parte giocosi, e poi via, l’agnizione, ognuno si rivela per quello che è, buoni e cattivi, belli e brutti, e finisce a tarallucci e vino, e dentro una mirabolante alcova. Shakespeare scardina il meccanismo. Dando la colpa con un ghigno sarcastico ai propri attori, quasi avessero fatto di testa loro, mostra che la vita, sia nella realtà che nella finzione, è più articolata, più ricca di sfumature. Perché tutto il mondo recita una commedia (e qui l’eco arriva nitida fino a Pirandello ed oltre), e la Fortuna svolge una parte determinante.
La scena è quella della foresta di Arden, luogo deputato, idilliaco per eccellenza. Una sede “ecologica” da contrapporre alla cruda vita sociale e cittadina. Ma anche nell’Arcadia si insinuano, non meno aspre, le contraddizioni, i contrasti, i dissidi. Shakespeare non sopportava l’esaltazione incondizionata del mondo pastorale. A lui, è il caso di dirlo, non pareva plausibile. Finisce allora per minarne le basi dall’interno, in modo velato, indiretto, e, per questo, più efficace. Tramite il linguaggio, arma primaria. Le miti principessine e le fanciulle in fiore, ed anche gli integerrimi eroi, cadono, non di rado, e con un certo gusto, nel linguaggio “osceno”. Mai fine a se stesso, con un verve ed un senso della misura assoluti. Si tratta però pur sempre di un elemento che va al di fuori del cliché. Anche l’esaltazione della campagna come paradiso in terra è sottoposta a occhiate e battute schiettamente ironiche. Meglio lasciare la campagna ai contadini, ci dice Shakespeare. Anzi, lo fa dire ai suoi saggi pazzi, siano essi raffinati ed eccentrici viaggiatori o buffoni di mestiere. Jaques, il personaggio dal nome francesizzante, è il signore che vive e pensa da filosofo. Divertendosi a “ragionare”, il che spesso equivale a camminare in direzione contraria rispetto alla folla. Il buffone invece è Touchstone, Pietra di Paragone. Già la traduzione del suo nome dice molto. Ricerca l’oro. Materiale prezioso e raro. Come la verità. Forse non la troverà mai. Ma già la ricerca lo eleva, di sicuro dal punto di vista morale e intellettuale. I personaggi “malinconici”, afflitti da quella sorta di malattia che li porta al morbo del pensiero, della ragione, erano un mezzo per mostrare l’altro lato della luna, quello oscuro, scomodo, avvolte da dense foschie. Un’altra eco, distante dai tempi e dai climi shakespeariani, ma forse neppure troppo, destinata a giungere fino a Freud, comincia a vibrare nell’aria.
L’ultimo è più gustoso scherzo di Shakespeare, lo specchio deformante più possente e grottesco, appare nel finale della commedia. Il gioco della luce e dell’ombra, del bianco e del nero, viene ribaltato, o, almeno, intessuto in nodi più complessi. Il duca cattivo in un primo momento è al potere, e quello buono in esilio. Situazione standard, si potrebbe dire, comunissima, quasi normale, nell’ambito teatrale e non solo. Accade però in Come vi piace che il cattivo diventi buono, e si faccia addirittura eremita. Lasciando il potere all’altro, che lascia la macchia, senza troppi rimpianti, per tornare a palazzo. La formula si ripete, a chiasmo, nei due figli dei duchi, Oliver e Orlando. Il cattivo Oliver diventa buono e sceglie il bosco. Quando però viene a sapere dell’eredità, si ricrede. Pungente e credibile, sul piano psicologico, anche questo retrofront. Nella parte conclusiva della pièce, le figlie dei duchi, Rosalinda e Celia (nome forse non casuale, quest’ultimo) sposeranno il nuovo buono e l’ex-cattivo. In un matrimonio collettivo stile giapponese, quasi, in grado di mettere in crisi anche il più solerte impiegato dell’Ufficio Anagrafe. Ma proprio dall’ambito che dovrebbe rinsaldare la pace e l’armonia, quello pastorale, emergono, emblematicamente, le prime insidie, le contraddizioni, le complicazioni amorose personificate dall’ulteriore coppia, quella di Silvio e Febe.
Complicata, molto, la trama della commedia, e tuttavia solare, nella sua arguta sequenza di ombre e riflessi. Forse perché il linguaggio, è, come osservò Johnson, tra i più fluidi e vitali del repertorio shakespeariano. Una commedia un po’ fuori luogo e fuori epoca, Come vi piace, ma anche fuori dal tempo, con quella grazia e quel brio, a tratti serenamente taglienti, che ancora racchiude. Divertente, a suo modo. Forse perché l’autore si è divertito in prima persona, a prendere modelli e smontarli, rimettendoli insieme a suo piacimento. Si è anche divertito a giocare a mosca cieca con lo spettatore, e a prenderlo in giro, facendogli credere che il testo fosse stato scritto come piaceva a lui. In realtà è il contrario, si tratta di un esperimento letterario, giocoso e complicato come una partita a dama. Ma a noi, in fondo, piace anche così. Forse perché ci piace pensare che tutto sia come ci pare.

 

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RIASSUNTO

da Wikipedia

 

          La commedia si svolge in un ducato francese, ma la maggior parte dell'azione si svolge in un luogo chiamato la Foresta di Arden. Federigo ha usurpato il ducato ed esiliato suo fratello maggiore, il Duca legittimo. Alla figlia del duca, Rosalinda, è stato permesso di rimanere a corte perché ella è la migliore amica e cugina dell'unica figlia di Federigo, Celia. Orlando, un giovane gentiluomo del regno che si è innamorato di Rosalinda, è costretto a scappare da casa sua a causa delle persecuzioni di suo fratello maggiore, Oliviero. Federigo si arrabbia con Rosalinda e la bandisce dalla corte. Celia e Rosalinda decidono di scappare insieme, accompagnate dal giullare Pietraccia. Durante la fuga Rosalinda si traveste da uomo, dandosi il nome di Ganimede ("Il paggio di Giove"), mentre Celia si fa chiamare Aliena (la parola latina per "straniera"). I tre arrivano nella idilliaca Foresta di Arden, dove ora vive il Duca esiliato, circondato da alcuni suoi sostenitori, tra i quali c'è il melanconico Jaques, innamorato di Aldrina. "Ganimede" ed "Aliena" non incontrano immediatamente il duca ed i suoi compagni, poiché prima incappano in Corino, un affittuario impoverito, e si offrono di comprare la capanna cadente del suo padrone. Orlando vede Oliviero nella foresta e lo salva da una leonessa, atto che fa pentire Oliviero per aver trattato male Orlando. Oliviero incontra Aliena (che è, in realtà, Celia) innamorandosi di lei, e i due decidono di sposarsi. Orlando e Rosalinda, Oliviero e Celia, Silvio e Febe, e Pietraccia e Aldrina si sposano tutti insieme nella scena finale, e subito dopo scoprono che anche Federigo si è pentito delle sue colpe, decidendo di ridare il trono al fratello ed adottare uno stile di vita religioso. Jaques, sempre melanconico, decide di seguire l'esempio di Federigo e di dedicare la sua vita alla religione. Frattanto, Orlando ed il suo servo Adamo (un ruolo che potrebbe essere stato interpretato da Shakespeare stesso), trovano il Duca ed i suoi uomini e presto decidono di vivere con loro, affiggendo agli alberi semplici poesie d'amore indirizzate a Rosalinda. Quest'ultima, che ricambia l'amore di Orlando, lo incontra travestita da Ganimede e finge di consigliarlo per curarlo dal mal d'amore. Ganimede dice che prenderà il posto di Rosalinda in modo che lui e Orlando possano recitare la loro relazione. Nello stesso momento, Febe, una pastorella della quale è innamorato Silvio, si è innamorata di Ganimede (alias Rosalinda), anche se "Ganimede" le dimostra continuamente di non essere interessato a lei. Inoltre, il cinico Pietraccia si è proposto alla poco arguta Aldrina e cerca di sposarla prima che i suoi piani siano rovinati da Jaques. Infine, Silvio, Febe, Ganimede ed Orlando si ritrovano a litigare su chi sposerà chi. Ganimede dice di poter risolvere il problema, facendo promettere ad Orlando di sposare Rosalinda e a Febe di sposare Silvio se non potrà sposare Ganimede. Il giorno dopo, Ganimede rivela la sua vera identità. Febe, dopo aver scoperto che l'oggetto del suo amore non è ciò che pensava, si lega a Silvio.
Qualcuno ritiene che Shakespeare avesse voluto scrivere un epilogo di questa commedia, nella poesia To the Queen, ritrovata scritta su una busta per lettere.

 

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Come vi piace

(“As you like it” 1599 - 1600)

 

PERSONAGGI

 

IL VECCHIO DUCA, in esilio
IL DUCA FREDERICK, suo fratello e usurpatore dei suoi domini
LE BEAU, cortigiano al seguito di Frederick
CHARLES, il lottatore del Duca Frederick
TOUCHSTONE, Buffone alla corte del Duca

OLIVER, figlio di Sir Rowland de Boys
ORLANDO, figlio di Sir Rowland de Boys
JAQUES, figlio di Sir Rowland de Boys
DENNIS, servitore di Oliver
ADAM, servitore di Oliver

AMIENS, gentiluomo al seguito del duca esiliato
JAQUES, gentiluomo al seguito del duca esiliato
CORIN, pastore nella Foresta di Arden
SILVIO, pastore nella Foresta di Arden

WILLIAM, un contadino
SIR OLIVER MARTEXT, parroco  di campagna
ROSALINDA, figlia del vecchio Duca

CELIA, figlia del Duca Frederick
FEBE, una pastorella
AUDREY, pastora di capre
Signori al seguito dei Duchi, paggi e altri del loro seguito.

 


 

 

atto primo - scena PRIMA

 

Entrano Valentino e Proteo.

 

VALENTINO
Non farla tanto lunga, Proteo, amico mio caro: il giovane che in casa si chiude avrà mente chiusa. Se la passione non incatenasse la tua verde età ai dolci sguardi di colei che tu ami ed onori, sarei tentato d'indurti a venire con me a scoprire le meraviglie del vasto mondo, per non lasciarti a casa, stoltamente infiacchito, a dissipare la tua giovinezza in trastulli senza senso. Ma poiché ami, continua ad amare e sii fortunato quanto vorrei esser io, fossi anch'io innamorato.

PROTEO
Te ne vai, allora? Buon Valentino, addio. Pensa al tuo Proteo, se mai ti accadrà di vedere cose rare e inconsuete nel corso dei tuoi viaggi. Immagina ch'io sia con te, compagno del tuo piacere, ogni volta che incapperai in qualcosa di buono; e nel pericolo (se mai dovessi rischiare di trovarti in pericolo)  affida la tua pena alle devote mie preci, ché sarò io, Valentino, a sgranarti il rosario.

VALENTINO
E a pregare per me su un breviario d'amore?

PROTEO
A pregare per te su di un libro che amo.

 

VALENTINO
Vuoi dire, su qualche effimera storia d'amore eterno: il giovane Leandro che si fa l'Ellesponto...

PROTEO
Ma quella è una storia eterna, di un amor senza fondo: tant'è che lui, per amore, rimase un'eternità a mollo.

VALENTINO
È vero. Mentre tu, per amore, ti sei rammollito, senza mai aver nuotato l'Ellesponto.

 

Entrano Turione, Proteo e Giulia.

 

TURIONE
Ser Proteo, che dice Silvia del mio corteggiamento?

PROTEO
Beh, signore, la trovo più ben disposta che in passato; ma trova ancora da ridire sulla vostra persona.

TURIONE
Perché? Ho le gambe troppo lunghe?

PROTEO
No, semmai troppo striminzite.

TURIONE
Mi metterò gli stivali, per rimpolparle un po'.
 

Entrano Orlando e Adam.

 

ORLANDO
A quel che ricordo, Adam, fu così che mio padre mi lasciò per testamento la miseria di mille corone, e come tu dici dette l'incarico a mio fratello, con la sua benedizione, di educarmi al meglio; ed è qui che cominciano le dolenti note. Mio fratello Jaques lui lo mantiene agli studi, e a quel che si dice ne trae gran giovamento. Quanto a me, mi tiene in casa senza alcuna istruzione, o per dirla tutta mi ci tiene chiuso senza curarsi affatto di me. Lo puoi chiamare mantenimento, per un nobile come me, ciò che non è diverso dal tenere un bue nella stalla? I suoi cavalli son trattati meglio, ché non solo son nutriti meglio, ma sono ammaestrati al maneggio, e da istruttori che gli costano un occhio. Mentre io, suo fratello, in casa sua son riuscito solo a crescere, cosa di cui gli sono ugualmente debitori i suoi animali cresciuti sullo strame. All'infuori di questo nulla, che mi elargisce con tanta generosità, il suo atteggiamento è tale che sembra volermi sottrarre quel che m'ha dato madre natura. Mi fa mangiare coi servi, mi rifiuta il posto d'un fratello, e tenta in ogni modo di avvilire la mia nobiltà con una pessima educazione. Questo mi angoscia, Adam, e lo spirito di mio padre, che credo di avere in me, comincia a ribellarsi contro questa servitù. Non voglio più sopportarla, anche se ancora non so il rimedio giusto per liberarmene.

ADAM
Ecco arrivare il mio padrone, vostro fratello.

Entra Oliver.

ORLANDO
Stai da parte, Adam, sentirai come mi maltratta.

OLIVER
Ehi, tu, che fai qui?

ORLANDO
Niente. Non m'hanno insegnato a far altro.

OLIVER
E allora cos'è che vuoi disfare?

ORLANDO
Diamine, vi do una mano a disfare con l'ozio quel che Dio ha fatto, un povero vostro fratello senza qualità.

OLIVER
Fa qualcosa di meglio, diamine, e levati dai piedi.

 

ORLANDO
Volete che badi ai vostri maiali e mangi le ghiande con loro? Quale eredità ha sperperato questo figliol prodigo da meritarsi tanta miseria?

OLIVER
Ehi, tu, lo sai dove sei?

ORLANDO
Sissignore, fin troppo bene; qui nel vostro giardino.

OLIVER
E lo sai, di fronte a chi ti trovi?

ORLANDO
Certo, meglio di quanto lo sappia chi mi sta di fronte. Io so che siete mio fratello maggiore, e la voce del sangue dovrebbe dirvi che anch'io sono vostro fratello. L'uso del mondo vi consente d'esser mio superiore, perché siete il primogenito, ma quello stesso uso non mi sottrae il mio sangue, anche se tra noi due ci fossero venti fratelli. Mio padre è in me proprio com'è in voi, anche se ammetto che l'essere il primogenito vi fa più partecipe del rispetto dovuto a lui.

OLIVER (lo picchia)
Bada a te, ragazzo!

ORLANDO (lo stringe in una morsa da lottatore)
Via, via, fratello maggiore, in questo sei troppo verde.

OLIVER
Mi metti le mani addosso, canaglia?

ORLANDO
Non sono una canaglia. Sono il figlio minore di Sir Rowland de Boys: lui era mio padre ed è tre volte canaglia chi sostiene che un tal padre abbia messo al mondo delle canaglie. Se tu non fossi mio fratello non ti toglierei questa mano dalla gola finché l'altra non t'avesse strappato la lingua per ciò che hai detto. Ti sei insultato da te.

ADAM
Cari padroni, calmatevi. Per la memoria di vostro padre, fate pace.

OLIVER
Mollami, dico!

ORLANDO
Solo quando lo voglio io; devi starmi a sentire. Nel suo testamento mio padre ti aveva incaricato di darmi una buona educazione; tu mi hai allevato come un contadino, tenendomi all'oscuro di tutte le qualità d'un gentiluomo. Lo spirito di mio padre si fa sempre più forte in me, e io non tollero più la mia situazione. E allora o mi dai un'educazione adatta a un gentiluomo, o mi dai quella misera parte che mio padre mi ha lasciato per testamento; e con quella andrò a cercare fortuna.

OLIVER
E cosa farai? Farai l'accattone quando sarà finita? Va bene, torna in casa. Non ho intenzione di sopportarti a lungo; avrai una parte di ciò che ti tocca. E adesso lasciami.

ORLANDO
Non voglio farti più male di quanto non sia necessario al mio bene.

OLIVER
E tu vattene con lui, vecchio cane.

ADAM
Per tutta ricompensa mi date del cane? È vero, ho perso i denti al vostro servizio. Dio abbia in gloria il mio vecchio padrone! Lui non avrebbe parlato così.


Escono Orlando e Adam.

OLIVER
Ah, è così, cominci a ribellarti! Ci penso io a farti abbassare la cresta, e intanto le mille corone te le puoi scordare. Ehilà Dennis!

Entra Dennis.

DENNIS
Vossignoria ha chiamato?

OLIVER
Non c'era Charles il lottatore del Duca che mi voleva parlare?

DENNIS
Sissignore, è qui alla porta e vi chiede di riceverlo.

OLIVER
Fallo entrare.

 

Esce Dennis.

 

Mi pare una buona idea. E domani c'è la gara di lotta.

Entra Charles.

CHARLES
Buongiorno a vossignoria!

OLIVER
Mio buon messer Charles! Che si dice di nuovo alla nuova corte?

CHARLES
Niente di nuovo a corte, signore, solo le vecchie nuove. Cioè, il Duca vecchio è bandito dal fratello minore, il Duca nuovo, e tre o quattro signori dei suoi fedeli lo han seguito in esilio volontario, e le loro terre e le loro rendite ora arricchiscono il nuovo Duca, che quindi è stato ben lieto di dargli il permesso d'andar vagando.

OLIVER
Sai dirmi se Rosalinda la figlia del vecchio Duca è stata messa al bando col padre?

CHARLES
Oh no; perché la figlia del Duca, sua cugina, l'ama tanto - sono state allevate assieme fin dalla culla - che l'avrebbe seguita nell'esilio, o sarebbe morta a lasciarla. Lei è a corte, e suo zio l'ama non meno di sua figlia, e mai due donne si sono amate tanto.

OLIVER
E dove andrà a vivere il vecchio Duca?

CHARLES
Dicono che già si trova nella Foresta di Arden, e c'è con lui una banda di buontemponi che ci vivono come l'antico Robin Hood d'Inghilterra. E dicono che ogni giorno lo vanno a raggiungere molti nobili giovanotti, e lì fan passare il tempo senza cure, come facevano nell'età dell'oro.

OLIVER
È vero che domani lotterai davanti al nuovo Duca?

CHARLES
Perdinci se è vero, signore! E sono venuto proprio per farvi sapere qualcosa. M'è stato fatto capire per vie traverse che vostro fratello minore Orlando ha l'intenzione di sfidarmi in incognito, per provare a sbilanciarmi. Domani, signore, io combatto per difendere la mia fama, e chi ne esce senza un arto rotto potrà dire che gli è andata bene. Vostro fratello è ben giovane e delicato, e per rispetto a voi mi dispiacerebbe buttarlo in terra, come dovrò fare per il mio onore se lui entra in lizza. Ecco perché per amor vostro son venuto fin qui per farvelo sapere, ché forse potrete dissuaderlo, o almeno prenderla bene se gli capita qualche disgrazia; sarà lui che se l'è andata a cercare, e assolutamente contro la mia volontà.

OLIVER
Charles, ti ringrazio per l'amore che mi porti, e vedrai se saprò ricompensarti di cuore. Anche a me è giunta all'orecchio quest'intenzione di mio fratello, e sottomano mi sono industriato a dissuaderlo, ma lui è irremovibile. Te lo debbo dire, Charles, è il ragazzo più testardo che esista in Francia, pieno d'ambizione, invidioso dei meriti altrui, uno che da vera canaglia trama in segreto contro di me che sono suo fratello carnale. Perciò regolati come meglio credi; spezzagli un dito o l'osso del collo, per me è uguale. Anzi, fai bene a stare in guardia; perché se gli fai poco danno, o se non riesce a farsi bello a tue spese, lui cercherà di fregarti col veleno o d'intrappolarti con qualche tranello, e non ti darà tregua finché non ti toglierà la vita con un'insidia o con l'altra. Credimi, e te lo dico quasi con le lacrime agli occhi, oggi non c'è al mondo un altro così giovane e così perfido. E ne parlo da buon fratello perché, se dovessi analizzartelo com'è, dovrei arrossire e piangere, e tu dovresti sbiancare dallo stupore.

CHARLES
Son proprio contento d'esser venuto da voi. Se mi spunta davanti domani, gli do la lezione che si merita. Se torna a casa sulle sue gambe, non lotterò più per vincere. E così Iddio protegga vossignoria.

OLIVER
Addio, buon Charles.

 

Charles esce.

 

Adesso ci penso io ad aizzare il cucciolo. Spero di vederlo schiattare, perché la mia anima - e non so spiegarmene il motivo - non odia nessuno più di lui. Eppure ha un'anima nobile, non è mai andato a scuola eppure è istruito, pieno di nobili intenti, amato da persone d'ogni rango che lo trovano seducente; e insomma sta così a cuore alla gente, specie a quella di casa mia che lo conosce bene, che io ne ho perso la stima completamente. Ma non durerà a lungo, questo lottatore metterà ogni cosa a posto. Non mi resta che dar la carica al ragazzo, e lo farò subito.

 

Esce.

 

 

atto primo - scena seconda

 

Entrano Rosalinda e Celia.


CELIA
Te ne prego, Rosalinda, cugina diletta, stai allegra.

ROSALINDA
Cara Celia, io mostro più allegria di quanta ne ho in realtà, e tu mi vorresti ancora più allegra? Se non troverai il modo di farmi dimenticare un padre esiliato, sarà inutile che m'insegni a ricordare le mie gioie più vive.

CELIA
Da questo vedo che non mi vuoi tutto il gran bene che io ti voglio. Se mio zio, tuo padre esiliato, avesse bandito lui tuo zio il Duca mio padre, purché tu fossi rimasta con me avrei istruito il mio affetto a considerare tuo padre come mio. Così dovresti fare anche tu, se la sincerità del tuo amore fosse ben temprata come è quella del mio.

ROSALINDA
Bene, cercherò di dimenticare la mia condizione per rallegrarmi della tua.

CELIA
Mio padre, lo sai, non ha altri figli che me, ed altri non è probabile che ne avrà; e allora è certo che alla sua morte sarai tu la sua erede, perché quello che è stato sottratto con la forza a tuo padre io te lo restituirò per amore. Sarà così, sul mio onore, e possa diventare un mostro se rompo la promessa. E allora mia cara, mia dolcissima Rosa, sii allegra.

ROSALINDA
Lo sarò d'ora in poi, cugina, e inventerò qualcosa per divertirci. Vediamo un po', che ne diresti se ci innamorassimo?

CELIA
Per la Vergine, ci potresti provare ma per gioco. Ma non innamorarti mai sul serio di un uomo e non eccedere neppure nel gioco, tanto da non potertene svincolare onorevolmente con un semplice rossore.

ROSALINDA
Ma allora come faremo a divertirci?

CELIA
Sediamoci, e canzoniamo quella brava massaia, la Fortuna, per farla scendere dalla sua ruota, e d'ora in poi farle distribuire i suoi doni con maggiore equità.

ROSALINDA
Magari lo potessimo! I suoi favori sono assai malriposti, e la cieca generosa sbaglia proprio di grosso nel favorire le donne.

CELIA
È proprio così: quelle che fa belle le fa poco oneste, e di quelle oneste ne fa proprio degli scorfani.

ROSALINDA
Ma no, così tu passi dalla funzione della Fortuna a quella della Natura: la Fortuna presiede ai doni del mondo e non ai tratti della Natura.

CELIA
Sul serio? Ma quando la Natura ha fatto una creatura bella, forse che la Fortuna non può farla cascare nel fuoco? La Natura può darci l'arguzia per beffarci della Fortuna, ma non è la Fortuna a mandarci tra i piedi questo buffone per troncare il discorso?

Entra Touchstone.

ROSALINDA
Proprio così, in questo caso la Fortuna maltratta la Natura, perché spedisce questo scemo di Natura a troncare il gioco d'ingegno della Natura.

CELIA
Sì ma forse la cosa non è nemmeno addebitabile alla Fortuna, bensì proprio alla Natura. Lei s'è accorta che le nostre arguzie di Natura son troppo ottuse per ragionare di queste dee, e ci ha spedito questo scemo di Natura per arrotarci sopra i nostri ingegni: giacché la scemenza del buffone è sempre la pietra su cui arrotare l'ingegno. Ehilà Cervellone, dove te ne vai?

TOUCHSTONE
Signora, dovete venire da vostro padre.

CELIA
T'hanno fatto messaggero?

TOUCHSTONE
No, sul mio onore, ma m'hanno ordinato di venirvi a cercare.

CELIA
E dove hai imparato a giurare sul tuo onore, buffone?

TOUCHSTONE
Da un certo cavaliere, che giurava sul suo onore che le frittelle erano buone, e sempre sull'onore che la senape non valeva niente. Ora io asserisco che le frittelle facevano schifo e la senape era eccellente. E tuttavia il cavaliere non giurava il falso.

CELIA
E come lo provi, tu pozzo di scienza?

ROSALINDA
Avanti, su, togli la museruola alla saggezza.

TOUCHSTONE
Fate un passo in avanti tutt'e due: toccatevi il mento e giurate sulla vostra barba che sono un briccone.

CELIA
Sulla barba nostra, se l'avessimo, lo sei senz'altro.

TOUCHSTONE
Sulla mia bricconaggine, se l'avessi, lo sarei. Ma se giurate su ciò che non esiste, non sarete mai spergiure. E nemmeno il cavaliere lo era, quando giurava sull'onore, perché non ne aveva mai avuto; o se l'aveva avuto, l'aveva già consumato a forza di giurarci sopra, ben prima d'aver visto le frittelle e la senape.

CELIA
Dimmi un po', a chi è che alludi?

TOUCHSTONE
A uno che è amato dal vecchio Fred vostro padre.

CELIA
L'amore di mio padre basta a onorarlo. Via, non ne parlare più. Uno di questi giorni sarai frustato per la tua maldicenza.

TOUCHSTONE
Tanto di più è un peccato, che i folli non possano dire saggiamente ciò che i saggi fanno follemente.

CELIA
Sull'anima mia, dici la verità. Da quando quel poco senno che hanno i folli è stato ridotto al silenzio, il briciolo di follia dei saggi fa una gran mostra di sé. Ecco che arriva Messer Le Beau.

Entra Le Beau.

ROSALINDA
Con la bocca piena di novità.

CELIA
Che c'imboccherà come fanno i piccioni coi piccioncini.

ROSALINDA
Sicché saremo rimpinzate di novità.

CELIA
Tanto meglio: ci sarà più facile trovare acquirenti. Bon jour Monsieur Le Beau. Quali sono le novità?

LE BEAU
Bella principessa, vi siete perso uno spasso eccezionale.

CELIA
Uno spasso? Di che genere?

LE BEAU
Di che genere, signora? Come rispondervi?

ROSALINDA
Come vorranno ingegno e fortuna.

TOUCHSTONE
O com'è scritto nel libro del Destino.

CELIA
Ben detto! Toccato in pieno!

TOUCHSTONE
Beh, se non tengo fede al mio rango...

ROSALINDA
Perdi il tuo odore di rancido.

LE BEAU
Signore mie, mi confondete! Volevo dirvi di un bell'incontro di lotta di cui vi siete perse lo spettacolo.

ROSALINDA
Su, raccontatecelo voi.

LE BEAU
Vi racconterò l'inizio, e se garba alle vostre signorie, la fine potete vederla voi stesse, ché il meglio deve ancora venire, e vengono qui a chiuder l'incontro, dove siete voi.

CELIA
Allora, sentiamo l'inizio ch'è già morto e sepolto.

LE BEAU
C'era un vecchio che aveva tre figli...

CELIA
Potrei continuare con una vecchia favola.

LE BEAU
Tre bei giovanotti, alti e robusti...

ROSALINDA
E un cartello al collo;"Sia noto a tutti con i presenti..."

LE BEAU
Il maggiore dei tre s'è misurato con Charles, il lottatore del Duca, che l'ha atterrato in un amen e gli ha rotto tre costole: è in condizioni disperate. Ugual trattamento fece al secondo, e poi al terzo. Sono laggiù stesi per terra, e il povero vecchio loro padre alza lai così mesti sui figli che tutti gli astanti solidarizzano piangendo.

ROSALINDA
Ah poverini!

TOUCHSTONE
Ma quale sarebbe lo spasso, monsieur, che le signore si son perse?

LE BEAU
Beh, questo che sto dicendo.

TOUCHSTONE
È proprio vero che gli uomini diventano ogni giorno più saggi. È la prima volta che sento che spezzar costole è un divertimento per signore.

CELIA
Anche per me è la prima volta, giuro.

ROSALINDA
Ma è possibile che a qualcuno piaccia sentir su di sé questo tipo di musica? E che altri s'appassionino a veder rompere costole? Dobbiamo vederlo quest'incontro, cugina?

LE BEAU
Dovete, se restate qui, ché questo è il posto scelto per la lotta, e i campioni son pronti.

CELIA
Difatti, ecco che arrivano. Fermiamoci a guardare.

Squilli di trombe.

Entrano il Duca Frederick coi signori del seguito, Orlando, Charles e altri accoliti.

IL DUCA
Su, cominciate. Se il giovanotto non vuol sentire ragioni, corra i rischi della sua audacia.

ROSALINDA
È quello lì lo sfidante?

LE BEAU
Sì quello, signora.

ROSALINDA
Ahimè, è un ragazzo! Ma sembra sicuro di sé.

IL DUCA
Voi qui, figlia e nipote? Siete sgusciate fin qui per vedere l'incontro?

ROSALINDA
Sì, mio signore, col vostro permesso.

IL DUCA
Non c'è molto da divertirsi, ve l'assicuro, il mio uomo è troppo superiore. Mi fa pena la gioventù dello sfidante, e ho cercato di dissuaderlo, ma non sente ragioni. Parlategli voi, ragazze; magari riuscite a convincerlo.

CELIA
Monsieur Le Beau, per favore, fatelo avvicinare.

IL DUCA
Sì, provateci. Io m'allontano.

LE BEAU
Signor sfidante, la principessa vi vuole parlare.

ORLANDO
Ai loro ordini, con rispetto e devozione.

ROSALINDA
Giovanotto, siete stato voi a sfidare Charles il lottatore?

ORLANDO
No, bella principessa. È lui che sfida tutti quanti. Io vengo qui come gli altri, a provare con lui la mia forza.

CELIA
Giovane cavaliere, siete un po' troppo ardito per i vostri anni. Avete già avuto una prova crudele della forza di quell'uomo. Se solo poteste vedervi e conoscervi con giudizio, il timore di quest'avventura vi consiglierebbe un'impresa più adeguata ai vostri mezzi. Vi preghiamo per il vostro bene di pensare alla vostra salute rinunciando a questa prova.

ROSALINDA
Fatelo, giovane signore; la vostra reputazione non ne uscirà sminuita. Saremo noi a presentare una supplica al Duca, che l'incontro sia sospeso.

ORLANDO
Vi scongiuro, non punitemi col vostro giudizio severo, se pur sentendone la colpa debbo negare qualcosa a due dame così belle e nobili. Fate invece che i vostri begli occhi e i vostri voti gentili m'accompagnino nella mia prova. Se in essa dovessi fallire, la vergogna cadrà su una persona che non ha mai goduto il favore di nessuno; e se venissi ucciso, sarà solo la morte di uno che la cerca. Non farò torto agli amici, perché non ho nessuno per piangermi; né offesa al mondo, perché in esso non ho niente. Non faccio che occuparvi un posto che sarà meglio riempito quando l'avrò lasciato vuoto.

ROSALINDA
La poca forza che ho, vorrei fosse vostra.

CELIA
E io vi aggiungo la mia.

ROSALINDA
Addio. Voglia il cielo che m'inganni su di voi!

CELIA
Sia vostro ciò che volete!

CHARLES
Avanti, dov'è questo baldo giovanotto che desidera tanto giacersi con sua madre la terra?

ORLANDO
È pronto, signore, ma le sue aspirazioni sono più modeste.

IL DUCA
Farete una sola ripresa.

CHARLES
No, Sua Grazia stia certa che non dovrà incoraggiarlo a una seconda, dopo aver fatto tanto per dissuaderlo dalla prima.

ORLANDO
Meglio sfottermi dopo. Non vi conviene farlo prima. E adesso fatti sotto.

ROSALINDA
Ti aiuti Ercole, ragazzo!

CELIA
Ah se fossi invisibile! Farei lo sgambetto al bestione.


I due lottano.

ROSALINDA
Ah che ragazzo in gamba!

CELIA
Avessi un fulmine negli occhi, saprei chi va a terra.


Clamori.

Charles è atterrato.

IL DUCA
Basta, basta!

ORLANDO
Ah, vi supplico, Altezza! Comincio appena a scaldarmi.

IL DUCA
Come ti senti, Charles?

LE BEAU
Non riesce a parlare, monsignore.

IL DUCA
Portatelo via.

 

Charles è portato fuori.


Come ti chiami, ragazzo?

ORLANDO
Orlando, mio signore, il figlio minore di Sir Rowland de Boys.

IL DUCA
T'avrei voluto figlio di qualche altro. Tuo padre, dalla gente, era stimato degno, ma io, io l'ho trovato nemico, sempre. E con questa tua impresa tu m'avresti dato assai più piacere, se scendessi da un altro casato. Comunque, buona fortuna, sei un giovane valoroso... ma vorrei che m'avessi parlato d'un altro padre.


Escono il Duca, Le Beau e il seguito.

CELIA
Fossi mio padre, cugina, avrei fatto così?

ORLANDO
Io sono ben contento d'essere figlio di Sir Rowland, e non lo cambierei il mio nome, neanche se fossi adottato quale erede di Frederick.

ROSALINDA
Mio padre l'amava, Sir Rowland, come l'anima sua, e tutti quanti avevano la sua stessa opinione. L'avessi saputo prima, che questo ragazzo era suo figlio, gli avrei dato lacrime per preghiere, per non fargli correre un tale rischio.

CELIA
Cara cugina, andiamo a ringraziarlo, e incoraggiarlo. Il contegno cattivo, rabbioso di mio padre m'ha fatto male al cuore. Signore, siete stato davvero bravo. Se in amore tenete le promesse proprio così come oggi le avete superate, la vostra donna sarà felice.

ROSALINDA (dandogli la sua collana)
Signore, portatela per ricordo di me, che sono invisa alla fortuna, e avrei voluto darvi di più, ma a questa mano mancano i mezzi. Andiamo, cugina?

CELIA
Sì. Buona fortuna, mio bel signore.

ORLANDO
Non so più dire: "grazie"? Quanto ho di meglio in me è tutto a terra, e ciò che resta in piedi è una quintana, un tronco senza vita.

ROSALINDA
Ci richiama. Ho perduto l'orgoglio coi miei beni. Gli chiederò che vuole. Avete chiamato, signore? Signore, avete lottato bene, e vinto più che i vostri nemici.

CELIA
Andiamo dunque, cugina?

ROSALINDA
Sì vengo. Buona fortuna.


Escono Rosalinda e Celia.

ORLANDO
Quale passione carica di pesi la mia lingua? Non so dirle parola, ma lei lo voleva.

Entra Le Beau.

O povero Orlando, sei con le spalle a terra. O Charles, o qualche cosa più debole ti ha vinto.

LE BEAU
Signor mio, vi consiglio in amicizia di andarvene da qui. Vi siete meritati grandi lodi, e plausi sinceri, e affetto, ma il Duca è in tale animo che ormai travisa tutto ciò che avete fatto. Il Duca è d'un umore instabile: ma ciò che lui è davvero, è meglio lo pensiate voi stesso, senza farmelo dire.

ORLANDO
Vi sono grato, signore. Ditemi una cosa, vi prego, quale delle due che erano qui all'incontro è la figlia del Duca?

LE BEAU
Nessuna delle due, a giudicare dai modi, ma in verità sua figlia è la più alta. L'altra è figlia del Duca che è in esilio, ed è tenuta qui dallo zio usurpatore per far compagnia alla figlia: tra di loro l'affetto vince quello naturale tra due sorelle. Ma vi posso dire che, di recente, il Duca è diventato avverso alla gentile nipote, e senza causa, solo perché la gente loda le sue virtù, ed ha pietà di lei per amore del padre; e sulla vita mia, la sua acrimonia per la ragazza, scoppierà di colpo. Buona fortuna, signore. Nel futuro, in un mondo migliore di questo, vorrei proprio volervi bene di più, e conoscervi meglio.

ORLANDO
Vi sono molto obbligato. Buona fortuna.

 

Esce Le Beau.

Così casco dal fumo nella brace, da un principe tiranno a un fratello tiranno. Ma Rosalinda, che divinità!


Esce.

 

 

 

atto primo - scena TERZA

 

Entrano Celia e Rosalinda.


CELIA
Ma via, cugina, Rosalinda, via! Abbia pietà Cupido, nemmeno una parola?

ROSALINDA
Nemmeno una parola da gettare a un cane.

CELIA
No, le tue parole son troppo preziose per gettarle ai cani. Gettale su di me, avanti, azzoppami con qualche buona ragione.

ROSALINDA
Allora avremmo due cugine malconce, una azzoppata da buone ragioni e l'altra ammattita perché non ne ha.

CELIA
Ma tutto questo è per via di tuo padre?

ROSALINDA
No, in parte è per il padre di mio figlio. Ah com'è piena di rovi la vita d'ogni giorno!

CELIA
Sono soltanto lappole, cugina, te l'han tirate addosso nella baldoria, in un giorno di festa. Se non camminiamo sui sentieri battuti, ci si attaccano alle sottane.

ROSALINDA
Sì ma è facile scuoterle via. E invece le mie lappole ce l'ho nel cuore.

CELIA
Raschiati la gola e buttale fuori.

ROSALINDA
Ci proverei, se bastasse far "hem" e avere lui.

CELIA
Andiamo, andiamo, lotta con le tue affezioni.

ROSALINDA
Ah, stan dalla parte d'un lottatore ben più forte di me.

CELIA
E allora tanti auguri! Te ne sgraverai a suo tempo, ma prima avrai fatto un bel tombolo. Però adesso piantiamola con gli scherzi e parliamo sul serio. È possibile che di punto in bianco tu abbia preso una tale sbandata per il pulcino del vecchio Sir Rowland?

ROSALINDA
Il Duca mio padre amava molto suo padre.

CELIA
E da questo dovrebbe seguire che tu devi amare molto suo figlio? Con questa logica io dovrei detestarlo, perché mio padre odiava molto suo padre. Invece non odio affatto Orlando.

ROSALINDA
No, ti prego non odiarlo se mi vuoi bene.

CELIA
E perché dovrei non amarlo? Forse non se lo merita?

ROSALINDA
Lascia che io lo ami perché se lo merita, e tu amalo perché io lo amo. Guarda, arriva il Duca.

Entra il Duca Frederick con alcuni suoi nobili.

CELIA
Con gli occhi pieni di collera.

IL DUCA
Ragazza, per il tuo bene preparati in tutta fretta a lasciare questa corte.

ROSALINDA
Io, zio?

IL DUCA
Sì, tu, nipote. Se tra dieci giorni ti farai trovare a meno di venti miglia da questa corte, morirai.

ROSALINDA
Supplico Vostra Grazia di farmi partire sapendo qual è la mia colpa. Se di me stessa ho qualche conoscenza, o non m'è sconosciuto ciò che voglio, se non sogno e non sono ancora pazza come so di non essere, allora, caro zio, nemmeno in un pensiero ancora non pensato io ho offeso Vostra Altezza.

IL DUCA
Così dicono tutti i traditori. Ché se a discolparli bastassero le parole, allora tutti sono innocenti come la stessa grazia. Ti basti questo: non mi fido di te.

ROSALINDA
Ma ciò non basta a farmi traditrice. Sua signoria mi dica da che nasce il sospetto.

IL DUCA
Sei figlia di tuo padre, e tanto basta.

ROSALINDA
Lo ero pure quando Vostra Altezza si prese il suo ducato, lo ero quando Vostra Altezza lo mise al bando. Il tradimento non è ereditario, monsignore, o anche se lo fosse, la cosa non mi tocca. Mio padre non ha mai tradito. E allora, mio buon sovrano, non mi travisate al punto da pensare che la mia povertà è un tradimento.

CELIA
Caro mio sovrano, vogliate ascoltarmi.

IL DUCA
Celia, Celia, è per amore tuo che l'ho tenuta qui, se no poteva andarsene col padre.

CELIA
Io non pregai di trattenerla, allora; fu per volere vostro, e per vostro rimorso. Per stimarla ero ancora troppo giovane, ma ora la conosco. Se lei è traditrice, lo sono anch'io. Abbiamo sempre diviso il letto, ci siamo alzate assieme, e sempre assieme abbiamo appreso cose, e giocato, e mangiato, e ovunque siamo andate, si era in coppia inseparabile, come i cigni di Giunone.

IL DUCA
È troppo furba per te, e la sua mitezza, i suoi stessi silenzi, la pazienza si appellano alla gente, che ne ha pena. Sei una sciocca; ti priva del tuo nome, e quando sarà via tu tornerai a brillare più ricca di virtù. Allora, labbra chiuse. Fermo ed irrevocabile è il giudizio che ho pronunciato: viene messa al bando.

CELIA
Allora, mio signore, pronunciate lo stesso bando per me. Senza lei non so vivere.

IL DUCA
Sei una pazza. Tu, nipote, preparati. Se ti fermi oltre il termine, sul mio onore e sulla mia sacra parola, muori.


Escono il Duca Frederick e il seguito.

CELIA
Ah mia povera Rosalinda, dove andrai? Vuoi cambiar padre? Ti regalo il mio. È un ordine: non essere più angosciata di me.

ROSALINDA
Ne ho più motivo.

CELIA
No non l'hai, cugina. Fatti animo, ti prego. Non sai forse che il duca ha bandito anche me, sua figlia?

ROSALINDA
Non è vero.

CELIA
No, non è vero? Allora a Rosalinda manca l'amore che le dice che tu e io siamo una sola cosa. Dovremmo separarci? Dividerci, mia dolce? No, mio padre si cerchi pure un'altra erede. E allora pensiamo assieme come scappare, e dove andare, e cosa portare con noi. Tu non tentare di accollarti da sola la tua sorte, di caricarti tutte le tue pene e me lasciarmi fuori. Giuro su questo cielo, guarda, che impallidisce ai nostri guai, di' pure quel che vuoi, vengo con te.

ROSALINDA
Ma dove andremo, dove?

CELIA
A cercare mio zio, nei boschi di Arden.

ROSALINDA
Ahimè, quale pericolo sarà per noi ragazze, un viaggio così lungo? La beltà tenta i ladri più dell'oro.

CELIA
Mi travesto da povera, da ragazza qualunque, mi sporco il viso con la terra d'ombra; tu fai lo stesso. E potremo viaggiare senza indurre nessuno ad assalirci.

ROSALINDA
Ma non sarebbe meglio - son così alta - che mi vestissi in tutto da uomo? Con il mio bravo coltellaccio al fianco, la lancia da cinghiale in pugno, e in cuore, sia pure, ogni paura femminina, avremo una facciata spacconesca e marziale, come fan tanti e tanti maschioni cacasotto che bleffano con le apparenze.

CELIA
E come ti chiamerò, quando sarai un uomo?

ROSALINDA
Mi chiamerò non peggio del paggetto di Giove, quindi, attenta a chiamarmi Ganimede. E tu che nome vuoi?

CELIA
Un nome che sia emblema del mio stato. Non più Celia, ma Aliena.

ROSALINDA
Senti un poco, cugina, e se cercassimo di rubare alla corte di tuo padre il suo buffone matto? Non sarebbe un conforto durante il nostro viaggio?

CELIA
Con me andrebbe in capo al mondo. Lascia che me lo cucini. Andiamo, su, a raccogliere i gioielli e i quattrini, a stabilire il momento migliore e il modo adatto a depistare chi ci inseguirà appena scoprono la mia fuga. E ora andiamocene, in letizia, verso la libertà e non verso l'esilio.


Escono.

 

Indice Teatro

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(“As you like it” 1599 - 1600)

 

 

atto secondo - scena prima

 

Entrano il vecchio Duca, Amiens, e due o tre baroni vestiti da boscaioli.

 

IL VECCHIO DUCA
Ora, compagni miei e fratelli in esilio, le antiche consuetudini non hanno forse fatto la nostra vita più dolce d'una vita di lusso e di belletto? Non sono questi boschi assai più liberi da pericoli che una corte invidiosa? Qui non sentiamo più la condanna d'Adamo, la stagione che cambia, e la zanna gelata e il villano rimbrotto del vento dell'inverno, perché, quand'esso soffia mordente sul mio corpo da farmi rattrappire per il freddo, io sorrido e dico: "Questa non è adulazione. Questi son consiglieri che mi fan sentire davvero ciò che sono". Sono dolci i vantaggi dell'avversità, son proprio come il rospo, orrendo, velenoso, che però porta in testa un gioiello prezioso. E questa nostra vita, via dalla folla, trova lingue negli alberi, libri nei ruscelli, prediche nelle pietre, e ovunque il bene.

AMIENS
Io non vorrei cambiarla. Felice Vostra Grazia che sa tradurre il duro della sorte in uno stile così soave e quieto.

IL VECCHIO DUCA
Beh, vogliamo ora andare ad ammazzarci qualche capo di cacciagione? Eppure mi urta che questi poveri sciocchini variopinti, cittadini nativi di questa desolata città, s'abbiano sulle proprie terre insanguinati i loro tondi fianchi dalle frecce forcute.

 

PRIMO BARONE
E infatti, monsignore, il malinconico Jaques se ne fa un cruccio, e in questo, giura, voi sareste usurpatore più del fratello che v'ha messo al bando. Oggi il Signor d'Amiens qui, e io stesso siamo riusciti a strisciar quatti quatti alle sue spalle, mentr'era sdraiato sotto una quercia, che fa capolino con la vecchia radice sul ruscello che fruscia per la selva, e proprio lì era andato a languire, oramai tutto solo, un povero cervo ferito dalla mira del cacciatore; e, signor mio, davvero quella povera bestia emetteva gemiti così crudi, che nel cacciarli fuori gli stiravan la veste di cuoio, fino a scoppiare, e grosse tonde lacrime si inseguivano in una caccia pietosa giù sul muso innocente. E il meschino peloso, dal quale il triste Jaques non staccava i suoi occhi, stava proprio sul ciglio del ruscello veloce e l'ingrossava con il proprio pianto.

 

IL VECCHIO DUCA
E Jaques cosa diceva? Non trasse una morale da quella vista?

PRIMO BARONE
Certo, con mille paragoni. Primo, perché piangeva nel ruscello che non ne aveva bisogno."Povero cervo", dice, "fai testamento come quelli di questo mondo, che danno in sovrappiù a chi ha già troppo". Poi, perché era tutto solingo e abbandonato dai suoi compagni vellutati. "È giusto", dice, "così dirada la miseria il flusso degli amici". Ed in quel punto passa, a balzi, proprio accanto al morituro, una mandria pasciuta e spensierata e nessuno si ferma a dirgli "come stai". "E già," commenta Jaques,"tirate via, borghesi grassi e ben unti, è così che va il mondo. E perché mai gettare un'occhiata a un relitto, a un povero fallito?" E così in grande vena d'invettiva ti trapassava al cuore la campagna, e la città, e la corte, e sì, anche questo nostro modo di andar vivendo. E spergiurava che pure noi non siamo che tiranni e usurpatori, e peggio, a spaventare gli animali, e ammazzarli in casa loro, dove son nati e dove li ha posti la natura.

IL VECCHIO DUCA
E l'avete lasciato laggiù, in meditazione?

SECONDO BARONE
Sì, monsignore, a piangere e a chiosare i singhiozzi del cervo.

IL VECCHIO DUCA
Mostratemi dov'è. Mi piace conversare con lui in questi accessi di cupezza, ché allora è pieno di cose.

PRIMO BARONE
Vi ci conduco subito.

 

Escono.

 

 

 

atto secondo - scena seconda

 

Entrano il Duca Frederick e alcuni signori.

IL DUCA
Può esser mai che nessuno le ha viste? No; qualche farabutto qui a corte è in combutta con loro e chiude un occhio.

PRIMO SIGNORE
Non le ha viste nessuno, mi risulta. Le dame di servizio in camera di lei l'aiutarono a letto, e la mattina presto il letto aveva perso il suo tesoro.

SECONDO SIGNORE
Signore, quel rognoso d'un buffone di cui così sovente Vostra Grazia rideva, è sparito anche lui. La dama di compagnia della principessina, Esperia, ha confessato che, non vista, ha sentito vostra figlia e sua cugina fare grandi lodi delle doti e le grazie di quel tal lottatore che proprio l'altro giorno ha messo a terra quel forzuto di Charles, e lei è convinta che dovunque si trovino, il ragazzo è di sicuro in loro compagnia.

IL DUCA
Cercate suo fratello. Quel bel tipo portatemelo qui. Se non si trova, portatemi il minore. Saprò io come fargli scovare il nostro. Fate presto. E non s'allenti, dico, né inchiesta né ricerca per riportare a casa quelle fuggiasche pazze.

 

Escono.

 

 

atto secondo - scena TERZA

 

Entrano Orlando e Adam, da parti opposte.

ORLANDO
Chi è là?

ADAM
Come, il mio padroncino? O mio gentile padrone, o mio dolce padrone, o tu memoria di Sir Rowland! Ma cosa fate qui? Perché siete così virtuoso? Perché vi ama la gente? E perché siete gentile, forte e valoroso? E perché mai così insensato da battere il gran campione d'un duca balzano? La vostra fama vi precede rapida. Non sapete, padrone, che a certuni le virtù si dimostrano nemiche? Così è per voi. Mio caro padrone, le vostre virtù pur sacre e sante, sono traditrici. Ah quale mondo è questo, dove il giusto avvelena chi lo porta!

ORLANDO
Ma perché, che è successo?

ADAM
O giovane infelice, non varcate queste porte. Sotto questo tetto vive il nemico d'ogni vostra grazia. Vostro fratello, no, non fratello, eppur figlio - ma neanche figlio, non voglio dirlo figlio - di lui che stavo per dire suo padre, ha sentito lodarvi, e questa notte vuole dar fuoco alla stanza dove dormite, con voi dentro. E se in ciò fallisce, avrà altri modi per togliervi di mezzo. L'ho sentito tramare contro di voi. Questo posto non è sicuro: la casa è un macello. Odiatela, temetela, non metteteci piede.

ORLANDO
Ma, Adam, dove vuoi che me ne vada?

ADAM
Il dove non importa, purché non sia qui dentro.

ORLANDO
E già, vorresti forse che andassi a mendicare, o a procurarmi a forza, con una spada minacciosa e vigliacca il profitto d'un ladro sulle strade? Dovrò farlo, perché non so che altro fare; ma costi quel che costi non lo farò. Piuttosto mi assoggetto alla violenza d'un sangue degenere, e d'un fratello sanguinario.

ADAM
No, non fatelo. Io ho cinquecento corone, risparmi sul salario di vostro padre messi da parte a servirmi d'aiuto quando che il mio servizio sarà zoppo nelle mie membra stanche, e la vecchiaia sarà buttata da canto, con indifferenza. Prendetele voi. E Lui che nutre i corvi, sì, il buon Dio che provvede per il passero, mi assisterà da vecchio. Ecco qui l'oro, è tutto vostro. Prendetemi per servo. Sembro vecchio ma son robusto e forte; non ho nutrito il sangue, in gioventù, con liquidi ribelli e caldi, e mai ho cercato con fronte spudorata ciò che infiacchisce e abbatte. Per questo
la mia vecchiaia è come un bell'inverno asciutto, gelido sì, ma sano. Lasciatemi venire con voi, vi servirò come un uomo più giovane in tutte le occorrenze e le necessità.

ORLANDO
O mio buon vecchio, come appare in te la costanza fedele di altri tempi quando si lavorava con sudore per dovere, non per guadagno. In questi tempi tu sei fuori moda, oggi si sgobba solo per la promozione, e avutala, l'avere strozza il fare. Per te non è così. Ma, caro vecchio, tu vuoi potare un albero già marcio che non potrà mai darti neanche un fiore per tutte le tue pene e le tue cure. Ma vieni pure, ce ne andremo assieme, e prima d'aver speso il tuo giovane gruzzolo troveremo un lavoro modesto ma sicuro.

ADAM
Precedimi, padrone, ed io ti seguo con onestà e lealtà fin quando vivo. Dai diciassette fino agli ottanta di adesso sono vissuto qui, ma oramai non ci resto. A diciassette anni si cerca la fortuna, ma, ad ottanta, è tardi d'una settimana. Pure dalla mia sorte non avrò miglior dono che morir bene, e senza debiti col padrone.

 

Escono.

 

 

atto secondo - scena Quarta

 

Entrano Valentino, Silvia, Turione e Svelto.


SILVIA
Mio cavaliere...

VALENTINO
Madonna?

SVELTO
Padrone, c'è Ser Turione che vi guarda storto.

VALENTINO
Sì, ragazzo: lo fa per amore.

SVELTO
Non certo per amor vostro.

VALENTINO
Della mia bella, allora.

SVELTO
E voi dovreste dargli una bella legnata.

SILVIA
Mio cavaliere, vi vedo triste.

VALENTINO
E in apparenza lo sono davvero.

TURIONE
Allora sembrate quel che non siete.

VALENTINO
Qualche volta capita.

TURIONE
Capita agli impostori.

VALENTINO
Capita anche a voi.

TURIONE
E cosa sembro, che invece non sono?

VALENTINO
Un uomo saggio.

TURIONE
E cosa prova il contrario?

VALENTINO
La vostra follia.

TURIONE
E da che si nota la mia follia?

VALENTINO
Dal vostro farsetto.

TURIONE
È un farsetto imbottito.

VALENTINO
Appunto: siete imbottito di follia.

TURIONE
Come osate!

SILVIA
Via, Ser Turione! In collera? Mi cambiate colore?

VALENTINO
Dategliene facoltà, madonna: è un po' un camaleonte.

TURIONE
Più pronto a bere il vostro sangue che a viver della vostra aria.

VALENTINO
Vi prendo in parola, signore.

 

Entrano Rosalinda nelle vesti di Ganimede, Celia che si finge Aliena, e Touchstone.

ROSALINDA
Ah Giove, come mi sento depressa!

TOUCHSTONE
A me, di essere depresso, non me ne importerebbe, se le gambe non fossero a pezzi.

ROSALINDA
Avrei una gran voglia di sbugiardare il mio vestito da maschio, e piangere come una donnicciola. Ma debbo confortare il vaso più fragile, così come giacca e pantaloni debbono far coraggio alla gonna. Perciò coraggio, cara Aliena.

CELIA
Vi prego, abbiate pazienza con me. Non ce la faccio più a muovere un passo.

TOUCHSTONE
Per quanto mi riguarda, meglio sopportarvi che portarvi. E dire che portar voi non sarebbe portar croce, perché son certo che nel borsello non avete né testa né croce.

ROSALINDA
Beh, eccola qui la foresta di Arden.

TOUCHSTONE
Già, ora che sono nel bosco di Arden, tanto più sono un idiota. Me la passavo meglio a casa! Ma pazienza, chi viaggia s'accontenta.

ROSALINDA
Sì, fallo anche tu, mio caro.

Entrano Corin e Silvio.

Guardate lì, arriva qualcuno, un giovanotto e un vecchio assorti nel discutere.

CORIN
Ma questo è proprio il modo per farti disprezzare.

SILVIO
Ah Corin, se sapessi quanto l'amo!

CORIN
Lo posso immaginare, un po': anch'io ho amato.

SILVIO
No, Corin: tu da vecchio non lo puoi più capire, anche se da ragazzo eri amante fedele come mai ne gemettero su un guanciale di notte. Ma se un tuo amore mai fu come questo mio, ma credo che nessuno amò mai tanto, a quali e quante azioni ridicole all'estremo ti trascinò il tuo amore?

CORIN
A mille, e l'ho scordate.

SILVIO
Ah ma allora non hai amato con tutto il cuore. Se non ricordi pure le minime follie nelle quali l'amore ti ha gettato, non hai amato. Se non ti sei mai messo, come faccio ora io, a sfiancar chi ti ascolta con le lodi di lei, non hai amato. Se non hai mai piantato i tuoi compagni di colpo, per passione, come farò ora io, no, non hai amato. O Febe, Febe, Febe!

 

Esce.

ROSALINDA
Ah povero pastore! Frugo la tua ferita, e per triste avventura ritrovo quella mia.

TOUCHSTONE
E io pure quella mia. Ricordo una volta, m'ero innamorato, e fracassai il mio brando su un macigno dicendogli che si beccasse la botta per esser andato di notte da Giovannella Ridarella; e mi ricordo i baci dati al suo mestolo da bucato, e alle poppe della vacca appena munta dalle sue manine screpolate; e mi ricordo la corte che feci, al posto di lei, a una pianta di pisello, e i due baccelli che ne cavai e poi li riappesi piangendo e dicendo, "Porta questi per amor mio" Ne facciamo di capitomboli, noi veri amatori! Ma nella natura tutto è mortale, ed ecco perché ogni natura in amore è di una mortale bestialità.

ROSALINDA
Dici cose più sagge di quanto non ti rendi conto.

TOUCHSTONE
Difatti, non mi rendo conto della mia intelligenza finché non mi ci rompo gli stinchi.

ROSALINDA
Oh Giove, oh Giove! Quel pastore! La sua follia è molto alla maniera mia.

TOUCHSTONE
E anche alla mia, ma la mia ormai sa un po' di muffa.

CELIA
Vi prego, uno di voi vada a chiedere a quell'uomo se ha da darci a pagamento qualcosa da mangiare. Io muoio quasi di fame.

TOUCHSTONE
Ehi tu, zoticone!

ROSALINDA
Ma zitto, scemo, non è mica tuo parente.

CORIN
Chi è che chiama?

TOUCHSTONE
Gente migliore di te, amico.

CORIN
Eh, sennò sarebbero proprio dei disgraziati.

ROSALINDA
Sta zitto, tu. Buona sera a voi, amico.

CORIN
E a voi, gentile signorino, e a tutti voialtri.

ROSALINDA
Pastore, ti prego, se l'affetto o l'oro possono dar ristoro in questo deserto, portaci dove si possa riposare e sfamarci. Questa ragazza qui è assai sfinita dal viaggio, senza soccorso sviene.

CORIN
Bel signore, ne ho pena, e, più per lei che per me, vorrei che la mia sorte fosse più idonea a soccorrerla; ma io faccio il pastore al servizio d'un altro, e non toso la lana che gli pascolo. Il mio padrone è un tipo taccagno, e non si cura di trovare la strada che mena al paradiso con opere ospitali. E poi la sua capanna, le sue greggi, i suoi pascoli adesso sono in vendita, e nell'ovile, adesso, dato che lui è assente, non c'è nulla da metter sotto i denti. Ma quel che c'è, venitelo a vedere, e per mio conto siate i benvenuti.

ROSALINDA
E chi è che vuol comprare il suo gregge e il suo pascolo?

CORIN
Quel giovane pastore che avete apena visto, e che pensa a tutt'altro che all'acquisto.

ROSALINDA
Ti prego, se la cosa non ti par disonesta, comprali tu la casa, il pascolo ed il gregge, e i soldi per pagarli te li daremo noi.

CELIA
Ti aumentiamo il salario. Questo posto mi piace, e passarci il mio tempo non mi spiace.

CORIN
La roba, certamente, ha da esser venduta. Seguitemi. E se avendo appreso ogni dettaglio vi piacerà il terreno, e la sua rendita, e questa sorta di vita, io sarò il vostro fedelissimo pastore, e comprerò la roba lì per lì, col vostro oro.

 

Escono.

 

 

atto secondo - scena QuINta

 

Entrano Amiens, Jaques e altri


AMIENS (canta.)
Chi sotto verde bosco
ama trovar riposo,
e sfidar con sue note
degli uccelli le gole,
venga qui, venga qui, venga qui.
Qui non vedrà nemici
che il verno e il cielo fosco.

JAQUES
Ancora, canta ancora, ti prego.

AMIENS
Vi farà malinconico, Monsieur Jaques.

JAQUES
Meglio! Ancora, ti prego, ancora! Io so succhiar la malinconia da una canzone, come fa la faina con le uova. Canta ancora te ne prego.

AMIENS
Ho la voce roca, so che non posso piacervi.

JAQUES
Non voglio che tu mi piaccia, voglio che tu canti. Avanti, attacca, un'altra stanza. Si chiamano stanze?

AMIENS
A piacer vostro, Monsieur Jaques.

JAQUES
Bah, un nome vale l'altro, non sono mica cambiali. Allora, canti?

AMIENS
Più per il piacer vostro che per il mio.

JAQUES
E allora se mai sarò grato a qualcuno lo sarò a te. Ma quel che chiamano far complimenti è come l'incontro di due babbuini. E se qualcuno mi ringrazia di cuore mi pare di avergli dato un quattrino e che lui mi ringrazi come un accattone. Avanti, canta; e gli altri tengano a freno le lingue.

AMIENS
Bene, finirò la canzone. E intanto voi signori apparecchiate: il Duca verrà a rinfrescarsi sotto quest'albero. È tutto il giorno che vi cerca.

JAQUES
E io, è tutto il giorno che cerco di schivarlo. È troppo cavilloso per i miei gusti. Anch'io penso a tante cose, come lui, ma ringrazio il cielo e non me ne vanto. Su, gorgheggia, fa il bravo.


AMIENS (canta.)
Chi schiva l'ambizione,
ed ama stare al sole,
e cerca ciò che mangia,
e ciò che trova gli basta,
Venga qui, venga qui, venga qui. Qui tutti assieme
Qui non avrà avversi
che l'inverno e il maltempo.

JAQUES
Ti voglio dare una strofetta per quest'aria, l'ho fatta ieri a dispetto delle mie doti poetiche.

AMIENS
E io son pronto a cantarla.

JAQUES
Fa così:
Se mai si desse il caso
che uno si fa somaro,
e lascia beni ed agi,
per la sua testardaggine,
ducdamé, ducdamé, ducdamé,
qui troverà suoi pari
dei matti madornali,
se vuol venir da me.

AMIENS
E che vuol dire quel "ducdamé"?

JAQUES
È una parola greca per chiamare gli scemi e far cerchio. Ora vado a dormire se ci riesco, e sennò raglierò contro tutti i primogeniti d'Egitto.

AMIENS
E io vado a cercare il Duca, ché il rinfresco è pronto.


Escono.

 

 

atto secondo - scena SESTA

 

Entrano Orlando e Adam.

ADAM
Caro padrone, non ce la faccio più. Ah, muoio di fa-me. Mi stendo qui per terra e piglio la misura della mia fossa. Addio mio buon padrone.

ORLANDO
Avanti, Adam, ma come? È questo tutto il tuo coraggio? Resisti ancora un poco, fatti un po' più di forza, e un po' d'animo. Se questa dannata foresta produce un qualche animale selvaggio, o lui mangia me o te lo porto da mangiare. La morte ce l'hai più in testa che in corpo. Per amor mio fatti animo: tienila via col braccio, la morte. Io torno da te subito, e se non ti porto qualcosa da mangiare, ti do il permesso di morire; ma se muori prima che torno ti fai gioco della mia fatica. Ottimo! Mi pare che già stai meglio, e io torno in un attimo. Ma sei troppo esposto al freddo. Avanti, ti porto in qualche riparo e vedrai, non muori di fame se in questa landa c'è vita. Coraggio mio caro Adam.


Escono.

 

 

atto secondo - scena settima

 

Una mensa imbandita.
Entrano il vecchio Duca, Amiens e altri signori in veste di banditi.

IL VECCHIO DUCA
Secondo me, s'è trasformato in bestia, Perché in sembianze umane non lo trovo.

PRIMO SIGNORE
Signore, se n'è appena andato. Era qui e ascoltava un canto, tutto allegro.

IL VECCHIO DUCA
Se un tipo come lui, che è un vero impasto di stonature, mi diventa musico, ci sarà dissonanza, tra poco, nelle sfere. Su cercatelo, ditegli che gli voglio parlare.

PRIMO SIGNORE
Mi risparmia fatiche lui stesso, eccolo qui.

Entra Jaques.

IL VECCHIO DUCA
E allora, signor mio? Che vita è questa se i vostri amici debbono piatire la vostra compagnia? Ehi, mi sembrate allegro!

JAQUES
Un buffone, un buffone! Ho incontrato un buffone nella foresta, un buffone vestito di tutti i colori: o mondo miserabile! Com'è vero che vivo mangiando, un vero matto che s'era steso a terra per crogiolarsi al sole, e insolentiva Madonna Fortuna con qualche gusto, qualche gusto d'arte, lui, un matto in livrea da matti. Dico: "Buon giorno, matto". "No, signore", dice, "Non mi chiamate matto, finché il cielo non mi mandi fortuna". Quindi cava dalla bisaccia un oriolo, e senza battere ciglio me lo fissa e dice, da uomo saggio assai: "Sono le dieci. Dal che si vede", dice,"come che arranca il mondo: appena un'ora fa eran le nove, e saranno le undici fra un'ora; e così, d'ora in ora, si matura e matura, e d'ora in ora, poi, si marcisce e marcisce, dal che pende una coda". Nel sentire così quel pazzo variopinto cavare una morale dal tempo, i miei polmoni incominciarono a cantar come il gallo della favola a veder come il matto-pensiero va in profondo; e mi sono slogato le ossa dalle risa, un'ora al suo oriolo. O nobile buffone! Degno matto! Conviene vestirsi come loro.

IL VECCHIO DUCA
E chi è questo matto?

JAQUES
O degno matto! È uno che è stato cortigiano e, dice, se le donne sono giovani e belle, almeno lo sanno. Ed in quel suo cervello, secco come i biscotti avanzati da un viaggio, ha strani ripostigli zeppi d'osservazioni, che poi ti manda fuori a brani. Ah fossi un matto! Non desidero altro che la loro divisa.

IL VECCHIO DUCA
Ne avrai una.

JAQUES
È la cosa che più mi sta a pennello, purché vi sradichiate dalle zucche tutte quelle opinioni ormai stantie per cui io sarei savio. Inoltre debbo avere, nero su bianco, libertà vastissima, come il vento, a soffiar su chi mi garba, cosa che hanno i matti; e tutti quelli a cui la mia follia graffia i geloni debbon rider di più. E perché dunque, sire? Chiaro come la via che porta alla parrocchia! Colui che un matto becca saggiamente, è scemo assai, anche se gli fa male, se non si mostra illeso dalla botta. Nel caso opposto la follia del saggio è vivisezionata persino dai casuali affondi di quel bisturi pazzesco. A me l'investitura da arlecchino, e il permesso di dire ciò che penso. Ed io vi purgo a fondo il corpo lurido di questo mondo infetto, ammesso che la gente sia disposta a buttare giù il purgante.

IL VECCHIO DUCA
Smettila! Lo so bene cosa combineresti.

JAQUES
Scommettereste un soldo, che non farei che bene?

IL VECCHIO DUCA
Smascherare i peccati, è un peccato infernale. E tu stesso, lo sai, sei stato un libertino, sensuale come l'uzzolo del bruto, e ora i tuoi bubboni, le ulcere scoppiate che ti sei procurato a piede libero vuoi ributtarli sopra il mondo intero.

JAQUES
Ma perché? Chi denunzia l'umana vanità forse attacca con ciò una data persona? Forse ch'essa non scorre enorme come il mare finché le forze sue stesse si fiaccano? Quale donna in città io nomino, se dico che le donne in città portano a spasso su spalle indegne un lusso principesco? Chi può saltare su, e dire che l'accuso, quando la sua vicina è tale e quale? Chi mai, di basso ufficio, pensando che l'accuso, mi verrà a dire che il suo bel vestito non l'ho pagato io, senza con ciò abbinare la sua follia al senso di ciò che dico? E allora! Ma quando mai! Ma dove mai! Spiegatemi in che gli ha fatto torto la mia lingua: se dico il vero, è lui che si fa torto; e se non c'entra, allora la mia lingua maligna vola via come un'anitra selvatica che nessuno dirà sua. Ma chi arriva?

Entra Orlando con la spada in pugno.

ORLANDO
Fermi, e nessuno tocchi più quei cibi.

JAQUES
Ma se non ho neanche incominciato!

ORLANDO
E non comincerete, se non mangia chi ha fame.

JAQUES
A che razza appartiene questo gallo?

IL VECCHIO DUCA
È la fame, ragazzo, che ti fa così ardito? O disprezzi talmente ogni buona maniera, tu che di civiltà appari così privo?

ORLANDO
Quello che avete detto dapprima coglie il segno: è la punta spinosa della fame che mi toglie ogni aspetto cortese. Son cresciuto tra gente civile, e ho ricevuto una certa istruzione. Ma state fermi, dico, muore chi tocca un solo frutto, prima di soddisfare me e i miei bisogni.

JAQUES
Se non vi si soddisfa in tutto, io muoio, giuro.

IL VECCHIO DUCA
Cosa volete? Meglio forzarci con il garbo, che con la forza spingerci ad essere garbati.

ORLANDO
Muoio quasi di fame, datemi da mangiare.

IL VECCHIO DUCA
Sedetevi e mangiate, e benvenuto a questa nostra mensa.

ORLANDO
Allora siete così cortesi? Vi prego, perdonatemi. Credevo che qui attorno tutto fosse selvaggio, e per questo mi sono comportato da prepotente. Io non so chi siete voi che in questo deserto inaccessibile sotto l'ombra di questi rami tristi lasciate scivolare nell'oblio lo strisciare del tempo; ma se mai avete conosciuto una vita migliore, se mai siete vissuti dove campane invitano alle chiese, se vi siete trovati alla festa di un giusto, se dalle ciglia avete asciugato una lacrima, e sapete cos'è provar pietà e far pietà, tutta la mia violenza diventerà gentilezza. In questa speranza arrossisco e nascondo la mia spada.

IL VECCHIO DUCA
È vero, abbiam vissuto una vita migliore, e le sante campane ci hanno chiamati in chiesa, e i giusti alle lor feste, e ci siamo asciugati gli occhi di gocce che una sacra pena aveva prodotte; e dunque sedete in santa pace, e a piacer vostro accettate l'aiuto che vi possiamo dare nella necessità.

ORLANDO
Vi prego, allora, rimandate un poco il mangiare, mentre io, come una cerva, vado a trovare il mio cerbiatto per nutrirlo. C'è un povero vecchio che ha zoppicato dietro me per molti passi stanchi, e solo per amore. Prima che porti aiuto ai suoi due mali che l'abbattono, la vecchiaia e la fame, non toccherò un boccone.

IL VECCHIO DUCA
Andate, raggiungetelo, e noi non mangeremo fino al vostro ritorno.

ORLANDO
Grazie, e Dio vi rimuneri per il vostro conforto.


Esce.
 

IL VECCHIO DUCA

Lo vedi, gli infelici non siamo solo noi: questo grande teatro, l'universo, mostra dei drammi ben più dolorosi di questa nostra recita.

JAQUES
Tutto il mondo è una scena, e gli uomini e le donne sono soltanto attori. Hanno le loro uscite come le loro entrate, e nella vita ognuno recita molte parti, ed i suoi atti sono sette età. Prima, l'infante che miagola e vomita in braccio alla nutrice. Lo scolaro poi, piagnucoloso, la sua brava cartella, la faccia rilucente nel mattino, che assai malvolentieri striscia verso la scuola a passo di lumaca. E poi l'innamorato, che ti sospira come una fornace, e in tasca una ballata tutta lacrime sopra le ciglia della sua adorata. Poi, un soldato, armato dei moccoli più strambi, un leopardo baffuto geloso dell'onore, lesto di mano, pronto a veder rosso, che va a cercar la bubbola della reputazione persino sulla bocca d'un obice. E poi il giudice, con un bel ventre tondo, farcito di capponi, occhio severo, barba ritagliata a regola d'arte, gonfio di sentenze e di luoghi comuni: e in questo modo recita la sua parte. L'età sesta ti muta l'uomo in magro pantalone in ciabatte, le lenti al naso, la borsa sul fianco, e quelle braghe usate da ragazzo, ben tenute ma ormai spaziose come il mondo per i suoi stinchi rattrappiti, e il suo vocione da maschiaccio che ridiventa un falsetto infantile, un suono fesso e fischiante. L'ultima scena infine, a chiuder questa storia strana, piena di eventi, è la seconda infanzia, il mero oblio, senza denti, senz'occhi o gusto, senza niente.

Entra Orlando con Adam.

IL VECCHIO DUCA
Bentornato. Posate il vostro venerabile fardello, e dategli cibo.

ORLANDO
Vi ringrazio moltissimo per lui.

ADAM
Sì, fate bene, ché io, per ringraziarvi, posso a stento parlare.

IL VECCHIO DUCA
Benvenuti e servitevi. Non vi disturberò ancora per domandarvi i vostri casi. Fateci un po' di musica. E, buon cugino, canta.


AMIENS (canta.)
Soffia, soffia, vento invernale,
Tu non fai tanto male
come l'ingratitudine.
E non punge il tuo dente,
perché non ti si vede,
anche se il soffio è rude.
Ehi oh, canta ehi oh ai verdi agrifogli,
gli amici finti son molti, molti gli amori folli.
E dunque ehi, oh, verde pianta,
questa vita è un incanto.

Gela, gela tu cielo amaro,
non mordi tanto
come l'uomo ingrato.
Se pur ghiacci l'acqua,
il morso tuo è men aspro
di un affetto dimenticato.
Ehi oh, canta ehi oh ai verdi agrifogli,
gli amici finti son molti, molti gli amori folli.
Dunque ehi oh, verde pianta,
questa vita è un incanto.

IL VECCHIO DUCA
Se siete davvero il figlio del buon Sir Rowland, come in fede l'avete sussurrato, e come in fede i miei occhi ne attestano l'aspetto vivo e così fedelmente dipinto sul vostro viso, siate qui benvenuto davvero. Io sono il duca che amava vostro padre. Le vostre altre avventure me le racconterete nella mia grotta. Buon vecchio, benvenuto come il vostro padrone. Sostenetelo al braccio. Qua la mano, e mettetemi a parte di ciascun vostro caso.

 

Escono.

 

Indice Teatro

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Come vi piace

(“As you like it” 1599 - 1600)

 

atto terzo - scena prima

 

Entrano il Duca Frederick, signori e Oliver.

 

IL DUCA
Non l'hai più visto? Ma signor mio, signore, non è possibile. Se non fosse che io nella parte migliore son la clemenza stessa, non cercherei un oggetto assente alla mia ira, con te presente. Ma stai bene attento: ritrova tuo fratello, ovunque sia. Cercalo con un lanternino: portalo vivo o morto, entro un anno, o non tornare qui, nel nostro ducato, a procacciarti il pane. Le tue terre e la roba che oggi chiami tua, se val qualcosa, noi ti confischiamo tutto finché, per bocca sua, non potrai discolparti di quanto noi pensiamo contro di te.

OLIVER
Oh, Altezza, se mi poteste leggere nel cuore! Non ho mai amato mio fratello, in tutta la mia vita.

IL DUCA
Per questo sei ancora più infame. Su, cacciatelo via, e gli ufficiali a ciò preposti prendano possesso della sua casa e delle terre. Fatelo subito, e quanto a lui, lo si getti per strada.

 

Escono.

 

 

atto terzo - scena seconda

 

Entra Orlando, con un foglio in mano.

ORLANDO
Pendete lì, miei versi, per testimoniare il mio amore. E tu, regina della notte, tre volte incoronata, dalla tua pallida sfera lassù, co' tuoi casti occhi, riguarda il nome della tua cacciatrice che tiene in mano tutta la mia vita. Questi alberi saranno, o Rosalinda, i miei taccuini, e sulla loro scorza inciderò i miei pensieri, sì che ogn'occhio che s'apre in questo bosco vi vedrà la tua virtù testimoniata ovunque. Corri, su corri, Orlando, e su ogni albero incidi la bella, casta, indicibile lei.

 

Esce.

Entrano Corin e Touchstone.

CORIN
Allora, mastro Touchstone, vi piace questa vita da pastore?

TOUCHSTONE
Per dirti il vero, pastore mio, pigliata in sé è una vita discreta; ma se pensi che è una vita di pastore, fa schifo. In quanto che l'è solitaria, l'apprezzo molto; ma in quanto appartata mi fa vomitare. Visto poi che si vive nei campi mi piace assai; ma visto che non è a corte è noiosa da morire. Frugale com'è, guarda, s'adatta bene al mio umore; ma dato che non dà di più, mi sdegna lo stomaco. Hai qualche frustolo di filosofia, pastore?

CORIN
Beh, quel tanto che serve a capire che più uno è malato e peggio sta; e che chi manca di mezzi, contento e quattrini, tre buoni amici non ha vicini; che la pioggia bagna e il fuoco scotta; e che buon'erba fa pecora tonda; e che la notte si può spiegare con la mancanza di luce solare; e chi non ha arte né doni di natura può ben lagnare mancanza di cultura, oppure scende da una razza di scemi.

TOUCHSTONE
Questo si chiama essere un filosofo naturale. Sei mai stato a corte, pastore?

CORIN
Sinceramente no.

TOUCHSTONE
Allora sei un uomo dannato.

CORIN
Oh, spero di no.

TOUCHSTONE
Ma sì che lo sei, come un uovo fritto male, da una parte sola.

CORIN
Perché non sono stato a corte? Dimostratemelo.

TOUCHSTONE
Beh, se non sei mai stato a corte, non sai che siano le buone maniere; e se non lo sai, allora le tue maniere saranno cattive, e la cattiveria è un peccato, e il peccato è dannazione. Sei molto a rischio, pastore.

CORIN
Non è vero un fico, mastro Touchstone. Quelle che a corte son buone maniere qui in campagna ci fanno ridere, proprio come le maniere campagnole, portate a corte, fanno scompisciare dalle risate. M'avete detto che a corte non vi salutate mai senza baciarvi le mani: è una maniera di cortesia che sarebbe puzzolente se i cortigiani fossero pastori.

TOUCHSTONE
Un esempio in breve, su avanti, un esempio.

CORIN
Beh, noi stiamo sempre a maneggiar pecore, e la lana delle pecore lo sapete che è unta.

TOUCHSTONE
Ma perché, forse che le mani dei cortigiani non sudano? E il grasso di montone non è forse sano come il sudore umano? Sei rasoterra, rasoterra. Avanti, un esempio migliore.

CORIN
Inoltre, le nostre mani hanno i calli.

TOUCHSTONE
E dunque le labbra le sentono meglio. Rasoterra di nuovo. Un esempio più forte, dài.

CORIN
E spesso sono sporche del catrame che giova a curare le pecore: vorreste farci sbavare il catrame? Le mani dei cortigiani son profumate di zibetto!

TOUCHSTONE
Uomo rasoterra! Pasto da vermi appetto a questo bel tocco di carne! Impara dai saggi, e medita. Lo zibetto nasce molto peggio del catrame, è sozza cacca di gatto. Prova a far meglio, pastore.

CORIN
Avete un ingegno troppo di corte per me, mi arrendo.

TOUCHSTONE
Ah vuoi restare dannato? Dio t'aiuti, uomo rasoterra! Ma lui t'ha già preparato per l'arrosto, carne cruda che non sei altro.

CORIN
Padrone mio, io sono un onesto lavoratore: mi guadagno quello che mangio e quel che ho lo porto addosso; non provo odio per nessuno e di nessuno invidio la fortuna; son contento del bene degli altri e non mi lagno se mi va male; e il più grande orgoglio mio è di vedere brucare le pecore e gli agnelli succhiar le poppe.

TOUCHSTONE
Altro peccato di dabbenaggine! Metti assieme pecore e montoni e vuoi guadagnarti la vita con la copula del bestiame: insomma fai da ruffiano a un pecorone col campanaccio al collo, e fai metter sotto un'agnella di dodici mesi a un vecchio caprone cornuto con la zucca storta, che è un far fottere irragionevole. Se questo non basta a dannarti allora è il diavolo stesso che non accetta pastori. Altrimenti non vedo come ti potrai salvare.

CORIN
Guarda chi arriva, il signorino Ganimede, il fratello della nuova padrona.

Entra Rosalinda, leggendo un foglio.

ROSALINDA
Dall'India d'Oriente all'altra India non c'è gemma come Rosalinda. La sua fama dal vento spinta porta ovunque Rosalinda. La pittura meglio dipinta? Crosta, appetto a Rosalinda. E ogni faccia è in mente stinta tranne la bella Rosalinda.

TOUCHSTONE
Beh, di versi così ne riesco a fare per otto anni di fila, tolte sempre le ore di pranzo, cena e sonno. Marciano come le comari che vanno al mercato a vendere il burro.

ROSALINDA
Ma va, buffone!

TOUCHSTONE
Ne volete un assaggio?
Se un cervo sente una certa spinta
vada alla cerca di Rosalinda.
Se anche la micia vuol la spinta
così pure fa Rosalinda.
Fodera fitta in stagione matrigna
pur per la snella Rosalinda.
Mietitore le spighe stringa
poi salti sul carro con Rosalinda.
Noce dolce ha scorza arcigna,
tale noce è Rosalinda.
E chi la rosa più bella incigna
si becca la spina di Rosalinda.
Questo è l'autentico galoppo fasullo dei versi. Perché vi fate appestare da questa roba?

ROSALINDA
Ma zitto, testa di rapa! Li ho trovati su un albero.

TOUCHSTONE
Francamente quell'albero fa frutti schifosi.

ROSALINDA
Proverò a innestarlo con te, e poi con un nespo-lo. Così avremo frutta anzitempo, perché tu sarai marcio prima ancora di maturare, testa di nespola che non sei altro.

TOUCHSTONE
Ha parlato il pozzo della saggezza. Se ha parlato da saggio o no, lo giudichi la foresta.

ROSALINDA
Smettila, che arriva mia sorella tutta assorta nella lettura. Su nascondiamoci.

Entra Celia con un foglio.

CELIA (legge)
Perché questo è un deserto?
Perché non c'è anima? No.
Lingue a ogn'albero appendo
che gentilezze dicano.
Una, che la vita è un breve
inutile vagabondaggio,
e che se misuri una spanna
hai misurato il suo viaggio.
Due, che tra amico e amico
ogni promessa vien rotta,
ma sui rami più limpidi
o alla fine d'ogni motto,
io scriverò Rosalinda,
così chi legge impara
che l'essenza di ogni anima
in lei, lei sola appare.
Perciò alla Natura fu detto
che in un sol corpo chiudesse
ogni virtù al suo estremo.
E la Natura compresse
guance d'Elena, non cuore,
di Cleopatra la maestà,
di Atalanta il meglio,
di Lucrezia la castità.
Così il divino consesso
la formò con molti brani,
con occhi, facce e cuori,
perché avesse i tocchi più rari.
Il Cielo volle lei così fornita,
ed io suo schiavo, in questa e l'altra vita.

ROSALINDA
O dolcissimo Giove, che razza di tiritera amorosa barbosa hai rifilato ai tuoi parrocchiani, e senza mai strillare "Pazienza buona gente!".

CELIA
Ah, dunque, amici spioni? Scostati un poco, pastore. E tu con lui, mariolo.

TOUCHSTONE
Vieni, pastore, cerchiamo di fare una ritirata onorevole, se non con armi e bagagli, almeno con sacca e bisaccia.

 

Esce con Corin.

CELIA
Li hai sentiti quei versi?

ROSALINDA
Come no, li ho sentiti tutti e qualcosa in più, perché parecchi avevano qualche piede di troppo.

CELIA
E che importa: i piedi riuscivano a portar bene i versi.

ROSALINDA
Già, ma quei piedi eran zoppi, e non si reggevano senza appoggiarsi ai versi, così finivano per far zoppicare anche i versi.

CELIA
Ma non ti meraviglia che il tuo nome risulti inciso o appiccato a quanti tronchi c'è in giro?

ROSALINDA
Senti, già prima che tu arrivassi ero rimasta di sassolino, ché guarda qui cos'ho trovato su una palma. Mai sono stata messa tanto in rima, almeno dai tempi di Pitagora, quand'ero un topo irlandese, cosa che ricordo appena.

CELIA
E non riesci a indovinare chi l'ha fatto?

ROSALINDA
Si tratta d'un uomo o cosa?

CELIA
Sicuro, e con una collana al collo che una volta portavi tu. Che fai, cambi colore?

ROSALINDA
Chi, te ne prego?

CELIA
Ah Signore, signore! Sarà vero che è raro ritrovare un amico, ma pure le montagne a volte vengono smosse dal terremoto e così si rincontrano.

ROSALINDA
Presto, dimmi chi è.

CELIA
Ma è possibile?

ROSALINDA
No, adesso te ne prego davvero, ti prego e riprego col più ardente ardore, dimmi chi è.

CELIA
Oh meraviglioso, meraviglioso! Meraviglioso più d'ogni meraviglia! E di nuovo meraviglioso! E ancora, ancora, al di là d'ogni strillo di meraviglia.

ROSALINDA
All'anima della mia faccia! Forse credi che essendomi così bardata da maschio ho messo calzoni e giubba ai miei sentimenti? Un altro tuo dito d'indugio per me è come andare a scoperta nel Mar dei Sargassi. Ti prego, dimmi subito chi è, e alla svelta. Ti vorrei veder balbettare, che l'uomo segreto ti gorgogliasse dalla bocca come il vino da un fiasco stretto; o troppo tutto assieme o niente. Ti prego togliti il tappo di bocca, e fammi bere la novella.

CELIA
Così ti metti un uomo in pancia.

ROSALINDA
È un uomo come Dio comanda? Che tipo è? Ha una testa che valga un cappello? O un mento la barba?

CELIA
Beh, di barba ne ha poca.

ROSALINDA
Ma Dio gliene darà dell'altra, se è un tipo capace di riconoscenza. Aspetterò che gli cresca la barba se non perdi altro tempo per dirmi del mento.

CELIA
È quel ragazzo Orlando, quello che ha sgambettato il forzuto e il tuo cuore in una botta sola.

ROSALINDA
Eh no, al diavolo gli scherzi. Parla chiara e sin-cera.

CELIA
Giuro, cugina, è lui.

ROSALINDA
Orlando?

CELIA
Orlando.

ROSALINDA
Povera me, ora come faccio con questa giubba e le braghe? Che ha fatto quando l'hai visto? Che ha detto? Come t'è parso? Come vestiva? Che fa qui? T'ha chiesto di me? Dov'è adesso? Come vi siete lasciati? E quando lo rivedi? Rispondi con una parola.

CELIA
Prima mi devi procurare la bocca di Gargantua. È una parola troppo grossa per le bocche del giorno d'oggi. Per dire sì o no a tutte quelle domande ci vuol più tempo che a recitare il catechismo.

ROSALINDA
Ma lui lo sa che mi trovo in questa foresta, e travestita da uomo? E com'è, è ancora bello come quel giorno alla lotta?

CELIA
Senti, è più facile contare i bruscolini nell'aria che rispondere alle domande degli innamorati. Accontentati di quest'assaggio, che l'ho riveduto, mettici sopra la salsa e gustalo bene. L'ho trovato sotto un albero come una ghianda caduta.

ROSALINDA
Allora bisogna chiamarlo l'albero di Giove, se semina frutti così.

CELIA
Cara signora, mi stia un po' a sentire.

ROSALINDA
Continui, continui.

CELIA
Se ne stava lì steso come un cavaliere ferito.

ROSALINDA
Vista pietosa, ma che onore per le zolle!

CELIA
Grida"brrr!" alla lingua, per favore, fa corvette a sproposito. Era vestito da cacciatore.

ROSALINDA
Ahi, brutto segno! È qui per spezzarmi il cuore!

CELIA
Vorrei riuscire a cantare senza bordone. Così prendo le stecche.

ROSALINDA
Ma non lo sai che son donna? Se penso devo parlare. Prosegui tesoro.

CELIA
Ho perso il filo. Aspetta! Non è lui che arriva?

Entrano Orlando e Jaques.

ROSALINDA
È lui. Presto, qui dietro, e stiamo a vedere.

JAQUES
Grazie per la compagnia, ma francamente stavo bene da solo.

ORLANDO
E io lo stesso, però, per educazione, son io a ringraziarvi.

JAQUES
Statevi bene; incontriamoci il meno possibile.

ORLANDO
Mi piacerebbe che fossimo più estranei.

JAQUES
Vi prego di non sconciare altri alberi scrivendoci sopra canzonette amorose.

ORLANDO
Vi prego di non sconciare i miei versi leggendoli in modo così sgraziato.

JAQUES
È Rosalinda il nome della vostra spasimata?

ORLANDO
Proprio così.

JAQUES
Non è granché, come nome.

ORLANDO
Nessuno pensava di farvi cosa gradita, quando è stata battezzata.

JAQUES
Di statura, quant'è?

ORLANDO
M'arriva giusto al cuore.

JAQUES
Siete pieno di spirito di patata. Avete frequentato forse mogli d'orefici, e imparato a memoria i motti degli anelli?

ORLANDO
Proprio no; casomai vi rispondo come le tele tinte, da cui voi ricavate tutte le vostre domande.

JAQUES
Che spirito agile! Proviene, credo, dai calcagni d'Atalanta. Vogliamo sederci assieme noi due e inveire contro quella puttana nostra padrona, la terra e tutta la nostra miseria?

ORLANDO
No, non me la voglio prendere contro nessuno al mondo, tranne me stesso di cui conosco meglio i difetti.

JAQUES
Il vostro peggior difetto è d'essere innamorato.

ORLANDO
È un difetto che non cambio con la migliore delle vostre virtù. M'avete stancato.

JAQUES
A dire il vero stavo cercando un matto quando ho trovato voi.

ORLANDO
È affogato nel ruscello. Guardateci dentro e lo vedrete.

JAQUES
Ci vedrò la mia faccia.

ORLANDO
Appunto, quella d'un matto, o d'una nullità.

JAQUES
Beh, me ne debbo andare. Statevi bene, caro Signor Amoroso.

ORLANDO
Contento che ve ne andiate. Addio Messer Malinconico.

 

Esce Jaques.

ROSALINDA (a parte a Celia)
Adesso gli parlo come se fossi un lacchè insolente, e così mi diverto un po' con lui. - Mi sentite, boscaiolo?

ORLANDO
Vi sento benissimo. Cosa desiderate?

ROSALINDA
Per favore, che ora fa l'orologio?

ORLANDO
Fareste meglio a chiedere l'ora del giorno; non ci sono orologi in questi boschi.

ROSALINDA
Allora non ci sono veri amanti in questi boschi, sennò un sospiro al minuto e una lagna all'ora rintraccerebbero i pigri passi del tempo, proprio come un orologio.

ORLANDO
E perché non dite i passi veloci del Tempo? Non sarebbe altrettanto giusto?

ROSALINDA
Direi di no, signore. Il Tempo viaggia a passi diversi a seconda delle persone. Vi dirò con chi va al passo, con chi al trotto, con chi al galoppo, e con chi sta fermo.

ORLANDO
Sentiamo: con chi va al trotto?

ROSALINDA
Per la vergine, trotta duro con le ragazze tra il contratto di matrimonio e il giorno della festa. Anche se l'intervallo è sette notti, il Tempo trotta così lento che pare sett'anni.

ORLANDO
E con chi va all'ambio, il Tempo?

ROSALINDA
Con un prete che non sa il latino e con un ricco che non ha la gotta; il primo dorme bene perché non è capace di studiare, e il secondo se la spassa perché non ha dolori. L'uno non mena il fardello d'un sapere magro e sciupone, l'altro non sa il fardello della penuria, pesante e tediosa. Ecco con chi va all'ambio il Tempo.

ORLANDO
E con chi va al galoppo?

ROSALINDA
Con un ladro avviato alla forca; per lento che gli caschi il piede, che più lento non si può, già si vede in anticipo a destinazione.

ORLANDO
E fermo con chi sta?

ROSALINDA
Con gli avvocati in vacanza, che dormono tra le sessioni e non s'accorgono che il tempo passa.

ORLANDO
Dove abiti, bel giovanotto?

ROSALINDA
Con questa pastora mia sorella, qua ai bordi del bosco, come la frangia sulla sottana.

ORLANDO
Sei nato da queste parti?

ROSALINDA
Come il coniglio che sta dove la madre lo sgrava.

ORLANDO
Ma il modo di parlare è più scelto di quello che ci si procura in un recesso come questo.

ROSALINDA
Me l'han detto in molti. La verità è che m'ha insegnato a parlare un mio vecchio zio prete, che in gioventù era uomo di mondo e la corte la conobbe anche troppo, perché lì nel far la corte si prese una cotta. E contro le cotte l'ho sentito predicare tante volte, e graziaddio che non sono femmina, e non son toccata da tutti quei peccati svitati dei quali tacciava quel sesso in blocco.

ORLANDO
Te ne ricordi qualcuna, delle accuse più pesanti che lui scagliava alle donne?

ROSALINDA
Non ce n'erano di pesanti, eran tutte uguali co-me i baiocchi, e ognuna pareva mostruosa finché la compagna non la appaiava.

ORLANDO
Su, dimmene qualcuna.

ROSALINDA
No, non voglio sprecar medicine per qualcuno che non sta male. C'è qualcuno ad esempio che va in giro per la foresta e deturpa gli alberelli scavando le scorze con "Rosalinda". Appende odi sui biancospini e sui pruni lamentazioni, tutto perdinci per deificare questo nome di Rosalinda. Se lo incontrassi, questo spacciator d'amorazzi, gli darei qualche buon consiglio, ché secondo me s'è beccata una malaria d'amore.

ORLANDO
Sono io che ho questa febbre d'amore. Dimmi il tuo rimedio ti prego.

ROSALINDA
Ah, ma in voi non vedo affatto i segni di mio zio prete. M'ha insegnato come riconoscerlo, uno malato d'amore. E non vedo che siate ingabbiato in quella gabbia di giunchi.

ORLANDO
Quali sarebbero questi segni?

ROSALINDA
Guancia smunta, che non avete; occhio pesto e infossato che non avete; scontrosaggine, che non avete neanche; barba lunga, e non l'avete - ma di questa non ne parliamo, che la poca che avete è come la rendita d'un cadetto. E poi la calzamaglia senza giarrettiera, il berretto senza nastro, le maniche sbottonate, le scarpe slacciate e tutto quanto avete indosso che mostra segni di trascurataggine e depressione. No, non mi pare il vostro caso: voi anzi siete piuttosto leccatino nelle vostre bardature, e avete l'aria di chi ama sé più che altri.

ORLANDO
Mio bel ragazzo, vorrei proprio convincerti che sono innamorato davvero.

ROSALINDA
Convincere me! Dovreste pensare a convincere quella che dite di amare, cosa che lei, scommetto, è più pronta a fare che a confessare. Questo è uno dei punti sui quali le donne riescono sempre a far sceme le proprie coscienze. Ma parliamo sul serio, siete davvero voi che appendete sugli alberi quei versi che lodano e sbrodano questa Rosalinda?

ORLANDO
Giovanotto te lo giuro, sulla bianca mano di Rosalinda; sono proprio io, son proprio io quel disgraziato.

ROSALINDA
E siete davvero così cotto come dicono le poesie?

ORLANDO
Ah, né poesia né prosa può dire quanto!

ROSALINDA
L'amore non è che pazzia, e credetemi, va trattato al buio con la frusta, come si fa coi pazzi. E sapete perché gli innamorati non son puniti o curati così? Perché i lunatici sono tanti, che pure i medici sono cotti. A ogni modo, io m'impegno a guarirvi con la persuasione.

ORLANDO
Ne avete già guariti in questa maniera?

ROSALINDA
Sì, uno, procedendo così: doveva pensare che io ero il suo amore, la sua padrona. E io, ogni giorno, lo mettevo lì a farmi la corte. Durante la qual seduta, visto che anch'io sono un ragazzo un po' lunatico, mi mettevo a lagnarmi, facevo la femminuccia, cambiavo idea ogni minuto, mi facevo venir le voglie e gli facevo le mossette, avevo la puzza al naso, sparavo capricci e giocavo a far la scimmietta, frivoleggiavo, gli voltavo le spalle, tutto lacrime e sorrisi, fingevo un po' tutte le emozioni e poi recitavo a sentir niente, perché i ragazzi e le donne sono, per la più parte, bestie di questa razza. Ora lo coccolavo, ora lo respingevo; prima facevo la gatta, poi lo mandavo a spasso; piangevo per lui un momento, e poi gli sputavo in un occhio. E in questa maniera portai il mio cascamorto dal pazzo umor d'amore a un vero umor di pazzia, cioè a voltar le spalle al gran flusso mondano per vivere in un cantuccio meramente monastico. In questo modo lo guarii, e in questo modo m'impegno a farvi il fegato lindo come il cuore d'una pecora sana, e senza la minima macchia d'amore.

ORLANDO
Me, giovanotto, sarà difficile guarirmi.

ROSALINDA
E invece vi guarirò: voi dovete far solo questo, chiamarmi Rosalinda, e venire ogni giorno a farmi la corte alla mia capanna.

ORLANDO
Bene, verrò, quant'è vero che amo. Dimmi dov'è la capanna.

ROSALINDA
Venite con me e ve la faccio vedere. E a proposito, mi dovete dire dov'è che abitate nel bosco. Vogliamo andare?

ORLANDO
Molto volentieri, ragazzo mio.

ROSALINDA
Attento, dovete chiamarmi Rosalinda. Vieni, sorella, andiamo?

 

Escono.

 

 

atto terzo - scena TERZA

 

Entrano Touchstone, Audrey e Jaques che li segue.


TOUCHSTONE
Muoviti cara Audrey. Ci penso io a portarti le capre, Audrey. Allora, Audrey, ti sei persuasa che sono il tuo tipo? Ti va bene il mio stampo così alla buona?

AUDREY
Il vostro stampo? Che Dio ci assista! Cos'è 'sto stampo?

TOUCHSTONE
Eccomi qua, con te e le tue capre, com'era tra mezzo ai Goti il più capriccioso dei vati, l'onesto Ovidio.

JAQUES (a parte)
Ah cultura male alloggiata, peggio del grande Giove in una capanna di frasche!

TOUCHSTONE
Quando i versi d'un uomo non son capiti, né il suo spirito assecondato da quel moccioso primaticcio, l'intelletto, allora uno ci resta più tramortito di quando, alla locanda, ti rifilano un conto salato. Sinceramente, era meglio se gli dei t'avessero fatta un po' più poetica.

AUDREY
Non lo capisco, questo "poetica". Vuoi dire onesta di nome e di fatto? Vuoi dire sincera?

TOUCHSTONE
No, sincera no davvero, perché la poesia più sincera è la più fasulla, e siccome gli innamorati sono poetici, quando giurano in poesia si può dire che come innamorati ti pigliano per i fondelli.

AUDREY
E allora perché volevi che gli dei m'avessero fatta poetica?

TOUCHSTONE
Certo che lo volevo. Proprio perché mi giuri di essere onesta. In quanto che, se tu fossi poetica, potevo avere qualche speranza che mi pigliassi per i fondelli.

AUDREY
E allora mi vuoi disonesta?

TOUCHSTONE
Neanche per sogno, visto che non sei uno scorfano. Perché quando l'onestà s'accoppia con la beltà è come condire lo zucchero col miele.

JAQUES (a parte)
Ecco un pazzo pieno di senno.

AUDREY
Beh una gran bellezza non sono, perciò prego gli dei che mi tengano onesta.

TOUCHSTONE
E fai bene, perché sprecar l'onestà su una sporca befana è come mettere una fettina di vitella su un piatto sporco.

AUDREY
Una befana non sono, anche se graziaddio non sono una gran bellezza.

TOUCHSTONE
Beh, ringraziamo gli dei che t'han fatta brutta; magari la strega verrà fuori appresso. Ma la vada come la vuole, ho intenzione di sposarti, e per questo sono andato a trovare il curato del villaggio qua vicino, Mastro Oliver Scassatesti, che m'ha promesso di trovarsi qui, in questo punto esatto del bosco, per farci coppia.

JAQUES (a parte)
Quest'incontro non me lo voglio perdere.

AUDREY
Boh, gli dei ci assistano!

TOUCHSTONE
Amen. Se uno fosse un fifone ci sarebbe da vacillare di fronte a questo passo. Ché qui non c'è chiesa ma bosco, e gli invitati han tanto di corna. Ma con questo? Coraggio! Le corna sono odiose ma necessarie. Ed è stato detto che i più non sanno neanche il bene che hanno. Giusto. Molti hanno corna magnifiche, e nemmeno lo sanno. Però son le mogli a portarle in dote, mica se le mettono da soli. Corna dunque? Proprio così. E solo ai poveracci? No, no. Il più nobile cervo le ha grosse come il cervo più scalcagnato. Allora è meglio restare scapoli? Neanche. Una città murata val più d'un villaggio, no? Così il frontone d'uno sposato val mille volte la spoglia facciata dello scapolo. E c'è di più, un muro a difesa è meglio che starsene allo scoperto, e similmente un bel paio di corna è meglio che esser senza. Ecco qua Mastro Oliviero.

Entra Sir Oliver Martext.

Siate il benvenuto, sire. Ci volete sbrigare qui sotto frasca, o dobbiamo venire in chiesa?

SIR OLIVER
Non c'è qualcuno qui, per dar via la sposa?

TOUCHSTONE
Ma io non ho mica intenzione di farmela dare da un altro!

SIR OLIVER
La legge canonica dice che va data via, sennò il matrimonio non vale.

JAQUES (si fa avanti)
Si proceda, si proceda. La do via io.

TOUCHSTONE
Oh buonasera, messer Vattelapesca. Come va, messere? Arrivate a buon punto. Grazie per l'ultima volta che ci siamo visti e son felice di rivedervi. C'è da sbrigare una cosuccia da niente, signore. Ma vi prego, tenete il cappello.

JAQUES
Dunque ti vuoi sposare, Arlecchino?

TOUCHSTONE
Beh come il bue ha il giogo, il cavallo il morso e il falcone i sonagli, così l'uomo ha le sue voglie. E se i piccioni si dan di becco, gli sposini pure.

JAQUES
E tu, che sei un uomo educato, come fai a sposarti sotto la frasca come un pezzente? Ma vai in chiesa, vai, e procurati un prete con le carte in regola, che ti possa spiegare il significato del matrimonio. Quello lì non farà che incollarvi assieme come pannelli di legno; ma se poi uno di voi si ritira? Finirà come la legna verde, un corno qua e uno là.

TOUCHSTONE (a parte)
Mi sa tanto che mi conviene farmi sposare proprio da questo babbeo piuttosto che da un altro. Perché questo qui ha l'aria di non saperlo fare come va fatto; e un matrimonio mal fatto, nei tempi da venire, sarà una gran bella scusa per piantare la moglie.

JAQUES
Vieni con me, lascia che ti consigli io.

TOUCHSTONE
Audrey, vieni tesoro,
Qua non c'è scelta; o sposi o concubini. Addio, buon Mastro Oliver. E non:
Oh caro Oliver,
Oh baldo Oliver,
Non mi abbandonare:
ma così:
Fila via, dico, va via,
non mi faccio sposar da te.

 

Escono Jaques, Touchstone e Audrey.

SIR OLIVER
Per me, è uguale. Nessuno di questi sfottitori lunatici mi farà ripudiare la vocazione.

 

Esce.

 

 

atto terzo - scena QUARTA

 

Entrano Rosalinda e Celia.


ROSALINDA
Non dire altro, ho solo voglia di piangere.

CELIA
Fallo, ti prego, ma abbi la bontà di considerare che le lacrime non s'addicono a un uomo.

ROSALINDA
Ma non ho motivo di piangere?

CELIA
Tutti i motivi che vuoi, perciò piangi pure.

ROSALINDA
Persino i suoi capelli son del colore del tradimento.

CELIA
Un po' più scuri di quelli di Giuda. E pure i suoi baci, perbacco, son figli di quelli di Giuda.

ROSALINDA
Diciamo, non è che i capelli li abbia brutti di colore.

CELIA
No, anzi bellissimi. Non c'è meglio del castano.

ROSALINDA
E i suoi baci sono puri, come baciare l'ostia benedetta.

CELIA
Si vede che s'è comprato un paio di labbra smesse di Diana. Una monaca dell'ordine di San Gennaro non bacia con più devozione, son proprio labbra che hanno il ghiaccio della castità.

ROSALINDA
Ma perché ha giurato che veniva stamattina e non si vede?

CELIA
Beh, decisamente non è un uomo di parola.

ROSALINDA
Lo credi davvero?

CELIA
Sì, non che sia un ladruncolo o un ladro di cavalli, ma in quanto a fede in amore lo credo vuoto, come una coppa tappata o una noce bacata.

ROSALINDA
Non lo credi fedele in amore?

CELIA
Beh, sì, quando ha preso la sbandata, ma non credo che l'abbia presa.

ROSALINDA
Ma l'hai sentito tu stessa, giurare e spergiurare che l'aveva preso.

CELIA
L'aveva, forse, una volta. E poi, i giuramenti d'un innamorato non hanno più forza di quelli d'un oste. Tutti e due affermano conti fasulli. Lui è qui nella foresta al seguito del duca tuo padre.

ROSALINDA
L'ho incontrato ieri, il duca, e abbiamo parlato a lungo. M'ha chiesto chi erano i miei, e io gli ho risposto che valevano quanto i suoi, allora s'è messo a ridere e m'ha lasciata andare. Ma perché parlare di padri quando esiste qualcuno come Orlando?

CELIA
Ah quello sì che è in gamba! Scrive gran versi, dice gran cose, fa gran giuramenti e li rompe alla grande, non di punta ma di piatto, sul cuore della donna amata, come un giostratore scadente, spronando tutto da un lato, spezza la lancia come un'oca imperiale. Ma tutto va alla grande, quando gioventù cavalca e follia comanda. Adesso chi arriva?

Entra Corin.

CORIN
Padrona e padrone, mi avete chiesto spesso di quel pastore che piangeva amore, quello che avete visto, seduto accanto a me sull'erba, che intesseva lodi per la pastora superbiosa e spocchiosa ch'era la sua patita.

CELIA
Beh, cosa gli è successo?

CORIN
Se volete vedere una scena dal vivo, tra il pallido incarnato dell'amore sincero, e il rosso ardente del disprezzo altezzoso e dello scherno, son quattro passi da qui, vi ci porto se v'interessa.

ROSALINDA
Vieni, vieni, andiamoci. La vista degli amanti è cibo per chi ama.
Portaci allo spettacolo.Vedrai se in questa recita non mi dimostro anch'io un'attrice provetta.

 

Escono.

 

 

atto terzo - scena QUINTA

 

Entrano Silvio e Febe.

 

SILVIO
Dolce Febe non fare così, non farlo Febe! Dillo, non m'ami, ma non dirlo in modo così amaro. Persino il boia, quello che ammazza per dovere d'ufficio, e ha il cuore di pietra per la vista continua della morte, non fa cascar l'accetta sul collo umiliato senza prima aver chiesto perdono. E tu vuoi essere più cruda di chi passa l'esistenza nel sangue?

Entrano inosservati, Rosalinda, Celia e Corin.

FEBE
Non voglio affatto farti da carnefice; Ti sfuggo, solo per non farti male. Dici che nei miei occhi si legge l'omicidio; Ma davvero ti pare bello, ti par probabile, gli occhi, le cose più fragili e morbide, timidi, pronti a chiudere le porte davanti a un bruscolino, chiamarli boia, tiranni, assassini? Ecco qua, ti fò il cipiglio con tutto il cuore: se gli occhi davvero potessero ferire, resteresti stecchito. Su, fingi di svenire, casca in terra, ma se non ti riesce, abbi almeno il pudore di non mentire, che i miei occhi uccidono. Mostrami la ferita che t'han fatto i miei occhi. Ce l'hai uno spillo? Grattati, e ti resta lo sgraffio. Metti la mano su un'ortica, e vedi se il palmo non ne serba almeno per qualche attimo il segno e l'impronta sensibile. Ma lo sguardo che t'ho scagliato contro, non t'ha fatto del male, e negli occhi, son certa, non c'è forza che possa provocare ferite.

SILVIO
O cara Febe, se mai, e questo mai può essere vicino, dovesse capitarti di scoprire in qualche fresco viso la forza dell'amore, le sentiresti allora, le ferite invisibili delle frecce puntute d'amore.

FEBE
E tu fino ad allora non venirmi vicino. E quando arriva l'ora, sfottimi pure, non avere pietà come intanto, di te, io non avrò pietà.

ROSALINDA (si fa avanti)
E perché mai, se è lecito? Che madre hai avuto, di', che insulti, e esulti, tutto in una volta, su un povero infelice? Perché, se siete brutta - e affé mia non vi trovo più bella di parecchie che t'entrano nel letto al buio, senza candela - la dovete menare così, tronfia e spietata? Che senso ha? Perché mi guardate a quel modo? In voi non vedo altro che uno dei prodotti dozzinali, che la Natura porta al mercato. Per l'animuccia mia! Mi sa che questa vuole intrappolare pure i miei occhi! No, perdinci, mia Signora Superbia, non sperateci. Non crediate di farcela ad arruolare i miei spiritacci tra i vostri smaniosi, con la vostra fronte d'inchiostro, il crine setoso e nero, gli occhi di ranocchia, e le guance di burro. E tu, pastore pazzo, perché le tieni dietro che pari lo scirocco pregno di nebbia e acquate? Tu, come uomo, vali mille volte di quanto lei vale come femmina. Sono gli scemi come te che riempiono il mondo di marmocchi malfatti. Non è lo specchio che la fa insuperbire, sei tu, e solo in te lei si vede più bella che non provino le sue fattezze. E voi, signora mia, imparate a conoscervi. Mettetevi ginocchioni e ringraziate il cielo, facendo un po' digiuno, che vi manda l'amore d'una persona a modo; giacché vi voglio dire da amico, in un orecchio, cogliete l'occasione, vendete, non è roba che va in tutti i mercati. E allora, implorate il suo perdono, amatelo, e accettatelo. Brutto è brutto, e più brutto quando comincia a sfottere. Perciò, pastore, prendila. Tanti auguri agli sposi.

FEBE
Dolce ragazzo, insultami tutto l'anno, ti prego. Meglio le tue insolenze che le sue smancerie.

ROSALINDA
(a Febe) Ma guarda un po', lui s'è cotto delle tue schifezze, (a Silvio) e lei s'è cotta della mia stizza. Quand'è così, su ogni pesce in faccia che lei ti butta con gli occhi, io ci metto la salsa delle parolacce. (A Febe) E tu perché mi fai quegli occhi di pesce morto?

FEBE
Perché non ti porto rancore.

ROSALINDA
Ma non innamorarti di me, per carità! Sono più falso io, che le promesse che fa un ubriaco. E inoltre, non mi piaci. Ma se proprio volete sapere dove vivo, è a quattro passi, lì, in quel folto d'ulivi. Ce ne andiamo, sorella? Pastore, fatti sotto. Sorella, andiamo. Voi, cara la mia pastora, guardatelo d'un occhio più buono, e senza spocchie. Cercaste ammiratori in tutto il mondo, c'è solo lui, credetemi, che vi stravede tanto. Su, torniamo alle pecore.


Escono Rosalinda, Celia e Corin.

FEBE
E io ora capisco la forza del tuo verso, o mio pastore morto; "Chi mai amò se non a prima vista?".

SILVIO
Amore mio!

FEBE
Come? Hai detto qualche cosa?

SILVIO
Abbi pietà di me, Febe!

FEBE
Sì, caro Silvio, mi duole per te.

SILVIO
Ma se ti duole, il rimedio si trova. Se ti dolgono le mie pene d'amore, dando amore risolvi le mie pene e il tuo dolore.

FEBE
Il mio amore ce l'hai. Non lo dice il vangelo?

SILVIO
Già, ma io voglio te.

FEBE
Questa è vera ingordigia. Silvio, è passato il tempo che ti odiavo, ma ancora non è il tempo d'amarti. Però, visto che sai parlar d'amore così bene, la tua presenza, che prima mi urtava adesso la sopporto. Anzi, ho per te un incarico. Non cercare però altro compenso che il piacere di darmi una mano d'aiuto.

SILVIO
Così santo e perfetto è l'amore che sento, ed ho così bisogno di grazia, che pure spigolare dietro chi fa i mannelli mi parrà un gran raccolto. Se mi getti ogni tanto la spiga scartata d'un sorriso, su di questo vivrò.

FEBE
Lo conosci il ragazzo che mi parlava poco fa?

SILVIO
Non bene, ma lo vado incontrando spesso. È quello che ha comprato il capanno e le pasture ch'erano di quel vecchio contadino.

FEBE
Sia chiaro, non ti mettere in testa che ho preso una sbandata, se ti chiedo di lui. È solo uno sfacciato. Parla bene però. Ma cosa me ne faccio delle parole? Epperò le parole fan pure un certo effetto se quello che le dice piace a chi sta a sentirlo. È un bel ragazzo, mica troppo però, ma certo è un diavolo d'orgoglio, ma l'orgoglio gli sta bene. Quello diventa un uomo coi fiocchi. Ma la meglio cosa che ha è l'incarnato. E prima ancora che la lingua beccasse, l'occhio sanava il danno. Alto non è, ma è alto per l'età che dimostra. Gambe, così così; ma non son mica male. Labbra, un bel rosso, appena più acceso e carnoso di quello che gli tempra la gota: appena appena la distanza tra rosso unito e rosso damaschino. Ci sono donne, Silvio, che a studiarlo così, parte per parte quasi avrebbero fatto il ruzzolone. Ma per me, non mi fa freddo né caldo, anche se ho più motivo di freddo che di caldo. Lui che c'entrava, a farmi quei rimproveri? Ha detto che i miei occhi erano neri, neri i capelli, e adesso che ricordo mi ha pure sfottuta. Ah, mi meraviglio che non gli abbia risposto per le rime! Ma tant'è, omissione non è quietanza. Adesso gli scriverò una lettera veramente pepata, e gliela porti tu, nevvero, Silvio?

SILVIO
Con tutto il cuore, Febe.

FEBE
Vado a scriverla subito. L'ho tutta in testa. Ma nel cuore, anche. Sarò cruda con lui, e breve, breve. Vieni, Silvio.

 

Escono.

 

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Come vi piace

(“As you like it” 1599 - 1600)

 

 

atto quarto - scena prima

 

Entrano Rosalinda, Celia e Jaques.

 

JAQUES
Bel ragazzo, ti prego, diventiamo più amici.

ROSALINDA
Mi dicono che siete un tipo un po' depresso.

JAQUES
È così. Preferisco lo spleen alla risata.

ROSALINDA
Sì, però chi eccede nell'uno e l'altro lato, è gente detestabile. Si espone ogni momento agli appunti più squallidi, peggio degli ubriaconi.

JAQUES
Ma no, no, triste è bello, e tenerselo in sé.

ROSALINDA
Allora è bello pure essere un palo.

JAQUES
Nota bene, io non ho la tristezza del dotto, che poi è invidia. Non ho quella del musicista, che è un po' roba da matti. Né quella del cortigiano, che è pura arroganza. Né del soldato, che è ambizione. Né del magistrato, che è una tristezza diplomatica. Né quella della signora, pura civetteria. E neanche quella dell'innamorato, che è un po' tutto assieme. La mia è una tristezza solo mia, composta di molti ingredienti estratti da molti dati, ed è per l'esattezza la somma delle riflessioni che ho fatto durante i miei viaggi, nei quali un ruminar ricorrente m'avvoltola in una molto stramba tristezza.

ROSALINDA
Siete un viaggiatore! Sfido che avete titoli ad essere triste! Magari avete venduto le vostre terre per vedere quelle degli altri. E poi, chi molto vede e nulla stringe è come chi ha occhi ricchi e mani vuote.

 

JAQUES
Beh, mi sono fatto un'esperienza.

Entra Orlando.

ROSALINDA
È quella che vi deprime. Per me, meglio un matto che mi tiene allegra, che un'esperienza che mi rattrista. E con le spese del viaggio, per giunta!

ORLANDO
Felice dì, mia cara Rosalinda.

JAQUES
Ah no! Dio v'assista, m'incominciate a parlare in versi sciolti!

 

ROSALINDA
Addio messer Viaggiatore. E mi raccomando, attenzione: erre moscia e abiti buffi; poi, screditare tutte le qualità del paese vostro; disamore pel posto dove siete nato; e magari uno scazzo col Padreterno perché v'ha dato la faccia che avete; altrimenti farò fatica a credere che avete navigato in gondola.

 

Esce Jaques.

 

Ma dico io, Orlando, dove siete stato tutto questo tempo? Voi innamorato! Fatemi un altro di questi scherzi, e starete alla larga da me.

ORLANDO
Mia bella Rosalinda, son qui con neanche un'ora di ritardo.

ROSALINDA
Mancar d'un'ora di ritardo a una promessa d'amore! Ma chi spaccasse un minuto in mille parti, e poi mancasse d'un bruscolo della millesima parte del minuto in un affare di cuore, beh di lui si può dire che forse Cupido gli ha dato un colpetto alla spalla, ma garantisco che il cuore gli è rimasto illeso.

ORLANDO
Perdonami cara Rosalinda.

ROSALINDA
Oh, se siete così attardato non venitemi più sotto gli occhi. Tanto varrebbe farsi far la corte da una lumaca.

ORLANDO
Una lumaca?

ROSALINDA
Sì una lumaca. Che almeno lei, se va lenta, si porta in testa la casa: che è meglio di quanto voi, mi pare, potete offrire a una donna. Inoltre la lumaca porta con sé il suo destino.

ORLANDO
Sarebbe a dire?

ROSALINDA
Beh, le corna, che tipi come voi possono aspettarsi soltanto come regalo dalla moglie. La lumaca invece viene già armata del proprio destino, e così sgambetta le maldicenze.

ORLANDO
La virtù non fa corna, e la mia Rosalinda è virtuosa.

ROSALINDA
E la vostra Rosalinda, eccola qua.

CELIA
Lui ti chiama così perché gli va, ma la sua Rosalinda è più bella di te.

ROSALINDA
Su fatemi la corte, fatemi la corte: oggi mi sento festosa e propensa a cedere. Cosa mi direste, ora, se fossi davvero davvero la vostra Rosalinda?

ORLANDO
Ti bacerei prima di parlare.

ROSALINDA
Ah no, è meglio parlare prima, e quando sareste a corto di argomenti potreste approfittarne per baciare. I grandi oratori quando sono a secco, sputano, e per gli amanti che abbiano - Dio non voglia! - qualche défaillance, la mossa più pulita è baciare.

ORLANDO
E se il bacio è negato?

ROSALINDA
Allora ti obbliga a supplicare, e l'argomento è bell'e trovato.

ORLANDO
Ma chi può esserne spoglio, quando si trova con l'amata?

ROSALINDA
Voi per esempio, perbacco! Se fossi la vostra amante. O dovrei pensare che in me l'onestà la vince sulla capacità.

ORLANDO
Mi vuoi proprio spogliato?

ROSALINDA
Non dei vestiti ma degli argomenti. Non sono la vostra virtuosa Rosalinda?

ORLANDO
Dire che lo sei mi dà un po' di gioia, perché è una scusa per parlare di lei.

ROSALINDA
Bene, e allora, nei suoi panni, vi dico che non vi voglio.

ORLANDO
E allora nei miei panni io muoio.

ROSALINDA
No, per carità, morite per procura. Questo povero mondo è vecchio di quasi seimila anni, e in tutto questo tempo nessuno è mai morto nei suoi panni, voglio dire, per causa d'amore. Troilo s'ebbe il cervello spappolato da una clava greca, e dire che aveva fatto di tutto per morire prima, e lui è un modello per gli amanti. Leandro, lui sarebbe vissuto felice e contento chissà quanti anni, anche se Ero si fosse fatta monaca, non fosse stato per colpa d'una calda notte di mezzestate: perché, poverino, andò solo a farsi un bagno nell'Ellesponto, e preso da un crampo annegò, e gli sciocchi cronisti dell'epoca accollarono il fatto a Ero di Sesto. Tutte menzogne! Gli uomini muoiono, di tanto in tanto, e i vermi se li mangiano, ma non muoiono mai per amore.

ORLANDO
Non mi farebbe piacere che la mia Rosalinda, quella vera, la pensasse così, perché lo giuro, mi basterebbe un cipiglio a farmi crepare.

ROSALINDA
Giuro su questa mano che non ammazzerebbe una mosca. Ma vieni qui, voglio fare la tua Rosalinda in vena di concessioni. Chiedimi ciò che vuoi e io t'accontento.

ORLANDO
Allora amami Rosalinda.

ROSALINDA
Ci puoi contare, ti amerò il venerdì, il sabato e sempre.

ORLANDO
E mi vorrai?

ROSALINDA
Ma certo, e altri venti come te.

ORLANDO
Ma cosa dici!

ROSALINDA
Perché, non sei buono?

ORLANDO
Lo spero bene.

ROSALINDA
E allora, di cose buone, se ne può volerne mai troppe? Vieni qua, sorella, devi fare il prete e sposarci. Dammi la mano, Orlando. Cosa dici, sorella?

ORLANDO
Ti prego, sposaci.

CELIA
Ma non so le parole.

ROSALINDA
Comincia così: "Vuoi tu, Orlando...".

CELIA
Proviamo. Vuoi tu Orlando prendere in moglie la qui presente Rosalinda?

ORLANDO
Sì.

ROSALINDA
Sì, ma quando?

ORLANDO
Subito, adesso, più presto che lei può!

ROSALINDA
Allora devi dire: "Rosalinda ti prendo in moglie".

ORLANDO
Rosalinda ti prendo in moglie.

ROSALINDA
Ti potrei prendere in parola, ma lasciamo stare, ti prendo per marito, Orlando. Ed ecco qui una ragazza che si sbriga prima del prete, e certo mente di donna precede ogni fatto.

ORLANDO
Così fan tutti i pensieri, che ci hanno le ali.

ROSALINDA
Ma adesso dimmi per quanto tempo la tieni, dopo ch'è stata tua.

ORLANDO
Per sempre e un giorno.

ROSALINDA
Dì pure un giorno senza il sempre. No, no, Orlando, gli uomini sono aprile da innamorati e dicembre da sposati. Le ragazze son maggio da ragazze, ma il cielo cambia da maritate. Io sarò più gelosa di te che un piccione di Barberia della sua piccioncina, strillerò più d'un pappagallo quando viene il temporale, sarò più vanitosa d'una bertuccia, più pazza-capricciosa d'una scimmietta. Piangerò per niente come Diana sulla fonte, e lo farò quando tu sei in vena d'allegria. E quando avrai voglia di dormire riderò come una iena.

ORLANDO
Farà così pure la mia Rosalinda?

ROSALINDA
Puoi contarci, farà come me.

ORLANDO
Oh ma lei è saggia.

ROSALINDA
Difatti, altrimenti non avrebbe lo spirito per farlo. Più saggezza più bizze. Chiudi la porta su ingegno di donna, e quello esce per la finestra. Chiudi la finestra, e quello scappa per il buco della serratura. Tappa questo, e vola col fumo per la cappa del camino.

ORLANDO
Allora uno che avesse una moglie di tanto spirito potrebbe dire: "O spirito, dove spiri?".

ROSALINDA
Beh, meglio tener da parte la domanda per quando vedrai lo spirito di tua moglie infilarsi nel letto del vicino.

ORLANDO
E con quale presenza di spirito si scuserebbe lo spirito?

ROSALINDA
O Madonna, direbbe ch'era lì per cercarti. Difficile assai trovarla senza risposte pronte, a meno che non sposi una senza lingua. Eh, la donna che d'una sua colpa non sa fare un manico di scopa da dare in testa al marito, non dia mai il suo latte al bambino, crescerebbe un deficiente.

ORLANDO
Rosalinda, ti lascio per un paio d'ore.

ROSALINDA
Amore mio, e come farò per due ore senza di te?

ORLANDO
Debbo andare a pranzo dal duca ma per le due sarò di ritorno.

ROSALINDA
Ma sì, va pure, va pure. Lo sapevo che razza di marito ti dimostravi. Le mie amiche l'avevano detto e io me l'aspettavo. Mi ha messo nel sacco quella linguaccia adulatrice. Ed eccone un'altra che è stata fregata, e allora vieni, morte! Hai detto alle due?

ORLANDO
Sicuro, dolcezza.

ROSALINDA
Per l'anima mia, e non scherzo affatto, e per Iddio che mi perdoni, e per tutti quei moccolini che non fan male a nessuno, se manchi d'un solo soffio alla tua promessa o se arrivi con un minuto di ritardo ti giudicherò il più miserabile traditore, e l'innamorato più falso, e il più indegno di quella che chiami Rosalinda, il più infedele che si possa scegliere dalla massa d'infedeli: evita dunque l'addebito e mantieni la promessa.

ORLANDO
Promessa sacrosanta, come se fossi la mia Rosalinda. Ora ti saluto.

ROSALINDA
Beh, il Tempo è il giudice antico che giudica tutte queste infrazioni. Lasciamo tutto al Tempo. Ti saluto.


Esce Orlando.

CELIA
L'hai proprio pestato coi piedi il nostro sesso, coi tuoi sproloqui d'amore. Dovremmo tirarti giacca e braghe sulla testa, e far vedere a tutti che scempio ha fatto l'uccella del suo nido.

ROSALINDA
O cugina, cugina cugina, cuginetta mia, se tu sapessi in che profondo m'ha sprofondata l'amore! Non c'è scandaglio che lo sondi. La mia passione ha un fondo ignoto, come la Baia del Portogallo.

CELIA
Direi piuttosto che è senza fondo, dimodoché più ne versi e più svanisce.

ROSALINDA
No, quel bastardaccio di Venere, quel figlio della fantasia, concepito dalla tristezza e nato dalla pazzia, quel farabutto moccioso che inganna gli occhi di tutti perché i suoi sono ciechi, venga lui stesso in persona a giudicare quant'è profondo il mio amore. Credimi, Aliena, lontana da Orlando io non resisto più. Vado a cercare un po' d'ombra, per tirarvi sospiri finché lui non mi torna.

CELIA
E io nel frattempo schiaccerò un pisolino.

 

Escono.

 

 

atto quarto - scena seconda

 

Entrano Jaques e alcuni signori vestiti da boscaioli.


JAQUES
Chi è stato a uccidere il cervo?

PRIMO SIGNORE

Io, monsignore.

JAQUES
Scortiamolo dal duca come un conquistatore romano; e sulla testa gli mettiamo le corna della bestia, a mo' di corona trionfale. Boscaiolo, la sai una canzone adatta alla circostanza?

SECONDO SIGNORE

Sì monsignore.

JAQUES
Cantala. Non importa se è stonata, purché sia fracassona.
 

(I signori si danno il la e cantano.)
Cosa avrà chi ha ucciso la bestia?
Pelle di cuoio e corna in testa.
Poi scortatelo a casa col coro,
e il resto canterà
'sto ritornello.
Per le corna non te la prendere,
segno nobile da sempre,
le portava il padre del padre,
le portò pure tuo padre.
Corno, corno, nobile corno,
non è cosa da averne scorno

 

Escono.

 

 

atto quarto - scena terza

 

Entrano Rosalinda e Celia.

 

ROSALINDA
E adesso che ne dici? Non son passate le due? Di Orlando nemmeno l'ombra!

CELIA
Con tutto il suo puro amore e il terremoto nel cranio, scommetto che ha preso l'arco e le frecce e se n'è andato a letto. Guarda chi si rivede.

Entra Silvio.

SILVIO
Ho un messaggio per voi, mio bel ragazzo. La mia gentile Febe disse di darvi questo. Non so cosa c'è scritto, ma suppongo dal viso corrucciato e gli scatti di vespa che aveva nello scrivere, qui dentro ci saranno cose da turchi. Ve ne chiedo scusa, io non son che un postino senza colpa.

ROSALINDA
Uh, la pazienza stessa perderebbe la pazienza scorrendo questa lettera! Ma è roba da trascendere! È roba insopportabile! Non sono bello, dice: sono maleducato, e superbioso, e lei non mi potrebbe amare mai, nemmeno se i maschi scarseggiassero come la fenice. Ma per la miseria, non è costei la lepre di cui sto andando a caccia. E allora perché scrivermi così? Andiamo, andiamo, pastore, questa lettera è un trucchetto dei tuoi.

SILVIO
No, ve lo giuro. Io, non so che dice. È Febe che l'ha scritta.

ROSALINDA
Andiamo, via, l'amore t'ha proprio rimbambito. Le sue mani, le ho viste. Sono mani di cuoio, sembran fatte di tufo. Ti giuro, m'era parso che portasse qualche paio di guanti stagionati e invece, erano proprio le sue mani. Ha le mani da sguattera. Ma via, lasciamo stare. Dico che questa lettera non l'ha inventata lei. Questa è parto d'un maschio, e di suo pugno.

SILVIO
Eppure è proprio sua.

ROSALINDA
Ma chi ci crede? Questo è stile manesco, senza cuore, uno stile che provoca. Ma come, lei mi sfida come un turco un cristiano. Una mente gentile di donna non saprebbe mai eruttare queste immagini bruto-smargiasse, questi termini etiopici, più neri nell'effetto che nell'aspetto. Vuoi che te la legga?

SILVIO
Sì, fatelo, che io non so davvero che cosa dica. So però che Febe può essere crudele. Ne ho sentite fin troppe.

ROSALINDA (legge)
Mi febeggia! Ma senti che tiranna: Sei forse un dio mutato in un pastore, Tu che d'una ragazza hai messo a fuoco il cuore? Hai mai sentito un insulto simile da una donna?

SILVIO
E lo chiamate un insulto?

ROSALINDA (legge)
E perché mai, lasciando la tua divinità, guerreggi col mio cuore senza averne pietà? Hai mai sentito tale tracotanza? Quando che occhi umani mi facevan la corte, io non v'ho mai sentito pericolo di sorta. Insomma mi scambia per una bestia. Se l'astio d'una tua fulgida occhiata è capace di darmi una tale sbandata, me lassa, ahimè! Quale tremendo effetto avrebbero i tuoi sguardi in più gentile aspetto? Mentre che m'insultavi, io t'adorai; le tue preghiere, dunque, che effetto avrebber mai? Ma chi ti dà notizia di questo mio tormento, non sospetta per nulla tutto il mio struggimento. Affida dunque a lui le tue intenzioni, dimmi se la tua età e le tue condizioni accetteranno questa offerta mia fedele di me stessa e di quanto m'appartiene, ma se per mezzo suo l'amor tuo non ho in sorte è meglio che decida come darmi la morte.

SILVIO
E questi li chiamate rimproveri?

CELIA
Ahimè povero pastore!

ROSALINDA
Ma come, me lo compiangi? No, non lo merita. Com'è che puoi amare una donna così? Ma come! Ti vuole ridurre ad uno strumento da cui ricavare note false. È intollerabile! Torna da lei, su, visto che l'amore t'ha fatto una serpe addomesticata, e dille così: se mi ama, le ordino di amarti. Sennò, non la vorrò mai tranne che tu non le faccia da ruffiano. Se veramente la ami, fila e non aggiunger verbo perché qui viene gente.

 

Esce Silvio.
Entra Oliver.

OLIVER
Buon giorno, bella gente. Mi sapreste informare, dove si trova, ai margini del bosco, un capanno in un folto d'ulivi?


CELIA
Lì a ponente, nel fondovalle appresso. C'è un filare di salici che accompagna il torrente che sentirete brontolare. Tenetelo sulla destra, e vi porta sul posto. Ma a quest'ora la casa custodisce se stessa, non ci sarà nessuno.

OLIVER
Un momento, se l'occhio può lasciarsi guidare dalla lingua, dovrei pur riconoscervi dalla descrizione. I vestiti, così, l'età, la vostra. "Il ragazzo è biondo, bel viso femminile, e si comporta che pare una sorella maggiore. La ragazza bassina, un po' più scura del fratello". Non siete voi per caso i proprietari della casa di cui v'ho chiesto?

CELIA
L'avete chiesto, e non è vanto dire che lo siamo.

OLIVER
Orlando vi saluta entrambi, e al ragazzo che chiama Rosalinda manda, eccolo qui, un fazzoletto sporco di sangue. Siete voi il ragazzo?

ROSALINDA
Sì. Ma che significa?

OLIVER
Qualcosa che torna a mia vergogna, se volete sentire chi sono, e come, e perché, e dove quella pezzuola s'è sporcata.

CELIA
Ditelo, vi prego.

OLIVER
Quando l'ultima volta Orlando v'ha lasciati, v'ha promesso, nevvero, di tornare entro un'ora. Ma mentre camminava nel bosco e masticava il cibo d'un amore dolce e amaro, ecco, gettò un'occhiata da una parte e sentite che vede. Sotto una vecchia quercia, coi rami tappezzati di muschio antico, e la cima alta, calva per la secca vecchiezza, si era addormentato a faccia in su un capelluto, tutto stracci. E al collo gli s'era attorcigliato un serpe verde e oro, e il muso lesto e truce penzolava su quella bocca aperta. Ma di colpo sbircia Orlando, si snoda e striscia a serpentina dentro un cespuglio, e lì al buio s'acquattava testa a terra, le poppe tutte vizze, una leonessa, e spiava, come un gatto, la prima mossa del dormiente; infatti per natura regale quella bestia non preda nulla che par morto. Orlando la vede e corre verso l'uomo, e scopre che è suo fratello, il fratello maggiore.

CELIA
Ah, ne parlava spesso, e ce lo dipingeva come l'uomo più snaturato.

OLIVER
Aveva ragione. Lo so bene com'era snaturato.

ROSALINDA
Ma cosa fece Orlando? Lo lasciò lì per pasto alla bestia succhiata e affamata?

OLIVER
Voleva farlo, e gli voltò le spalle due volte. La bontà, però, è più nobile della vendetta, e la natura sua più forte d'una giusta causa, lo spinse ad affrontare la leonessa, e subito l'ebbe ai piedi, stecchita. Quel trambusto mi svegliò dal mio sonno di straccione.

CELIA
Siete voi suo fratello?

ROSALINDA
Siete voi che ha salvato?

CELIA
Voi che tramaste spesso per ucciderlo?

OLIVER
Ero io. Ma non sono io. Non mi vergogno di dirvi quel che ero, perché la conversione sa di dolce, essendo quel che sono.

ROSALINDA
E il fazzoletto insanguinato?

OLIVER
Un momento.
Dopo avere bagnato di dolcissimo pianto dal principio alla fine, le venture che ci raccontavamo, l'uno all'altro, e com'ero arrivato in queste solitudini, in breve, mi portò dal suo Duca gentile che mi diede vestiti nuovi, e ospitalità, e m'affidò all'amore del fratello che mi guidò alla sua grotta. Lì si svestì, e proprio qui, sul braccio, la leonessa gli aveva strappato un brindello di carne, e aveva sanguinato tutto il tempo, e adesso mi sveniva, e mentre che sveniva chiamava Rosalinda. Insomma, l'ho rianimato, ho bendato lo strappo, e dopo un po' mi s'è rimesso in forza, e m'ha spedito qui, sconosciuto come sono, a narrarvi questa storia,per scusarlo d'avere mancato alla promessa, e per dare la seta macchiata del suo sangue al pastorello che lui, per giocare, chiama la sua Rosalinda.

 

Rosalinda sviene.

CELIA
Ganimede! Su, Ganimede, caro!

OLIVER
Molti svengono alla vista del sangue.

CELIA
Non è solo per questo. Cugina! Voglio dire, Ganimede!

OLIVER
Guardate, si riprende.

ROSALINDA
Vorrei essere a casa.

CELIA
Ti ci portiamo. Vi prego, volete prenderlo sottobraccio?

OLIVER
Animo, giovanotto! Sennò che uomini siamo? Dov'è il fegataccio d'un uomo?

ROSALINDA
Non c'è e lo confesso. Ma per la miseria, qualcuno direbbe che ho finto a perfezione. Ditelo a vostro fratello, vi prego, come ho recitato bene. Olè.

OLIVER
No che non hai recitato, basta vederti quella faccia di panna: l'hai presa proprio sul serio.

ROSALINDA
No fingevo, lo giuro.

OLIVER
Beh allora coraggio, fingi di essere un uomo.

ROSALINDA
È proprio quello che faccio. Ma a dire il vero avrei il diritto di essere donna.

CELIA
Sbrighiamoci che diventi sempre più pallido. Forza, a casa. Signore vi prego, venite.

OLIVER
Volentieri. Anche perché devo riferire a mio fratello come avete preso le sue scuse, Rosalinda.

ROSALINDA
Vi trovo qualcosa da dirgli. Mi raccomando, però, ditegli come sono stato bravo a fingere. Andiamo?


Escono.

 

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(“As you like it” 1599 - 1600)

 

 

atto quinto - scena PRIMA

 

Entrano Touchstone e Audrey.

 

TOUCHSTONE
Troveremo il momento, Audrey. Pazienza cara Audrey.

AUDREY
Il prete andava bene, macché. Il vecchio conta balle. touchstone Era un farabutto, Audrey, era un lurco lo Scassatesti. A proposito, Audrey, c'è un giovanotto, qui in bosco, che vanta pretese su te.

AUDREY
Come no, lo so. Su me non può pretendere un fico. È lì che arriva, il pischello che dici.

Entra William.

TOUCHSTONE
Ah per me incontrare uno zotico è come andare a nozze. Sul mio onore, noi persone di spirito abbiamo molto di cui rispondere: prendiamo sempre qualcuno per i fondelli, non possiamo resistere.

WILLIAM
Buona sera, Audrey.

AUDREY
E a te la buona serata, William.

 

WILLIAM
E buona sera anche a voi signore.

TOUCHSTONE
E pure a te gentile amico. Copri, copri la testa. Avanti, avanti, coprila. Quanti anni hai, amico?

WILLIAM
Venticinque signore.

 

TOUCHSTONE
Sei già in avanti. Ti chiami William?

WILLIAM
William, signore.

TOUCHSTONE
Bel nome. Sei nato qui in bosco?

WILLIAM
Sissignore, graziaddio.

TOUCHSTONE
"Graziaddio"? Bella risposta. Sei ricco?

WILLIAM
Beh signore, così così.

TOUCHSTONE
"Così così"! Bello, bellissimo, eccellente. Anzi no, così così. Sei saggio?

WILLIAM
Sissignore, non mi lamento.

 

TOUCHSTONE
Dici bene perdiana. Mi torna in mente un adagio: "Il matto si crede saggio, ma il saggio sa d'esser matto". Il filosofo pagano, quando che aveva voglia di mangiar l'uva, apriva le labbra per metterla in bocca, con ciò significando che l'uva è fatta per mangiarsi e le labbra per aprirsi. Sei innamorato di questa ragazza?

WILLIAM
Sissignore.

TOUCHSTONE
Qua la mano. Sei colto?

WILLIAM
Nossignore.

TOUCHSTONE
Allora impara questo. Avere è avere: perché l'è una figura retorica che la bevanda, versata da tazza in bicchiere, riempie questo e vuota la prima. E tutti gli scrittori convengono che ipse è lui. Perciò attento: tu non sei ipse e lui sono io.

WILLIAM
Lui chi, signore?

TOUCHSTONE
Il signore che sposa questa femmina qua. Per cui, zotico che non sei altro, abbandona - termine volgare per "lascia" - la società - "compagnia" per il contado - di questa femmina - che nella lingua corrente è "donna". Detto tutto insieme: lascia perdere questa femmina o tu zotico crepi, o per farti capir l'antifona"muori", o in altri termini ti spacco, ti faccio fuori, traduco la tua vita in morte, da libero ti fò servo, mi do a trattar veleni, bastoni o stocchi. T'affronto in campo aperto o ti frego con la politica, ti elimino in centocinquanta maniere. Insomma trema e sparisci.

AUDREY
Sii buono, William: vai.

WILLIAM
Buon divertimento, signore.

 

Esce.
Entra Corin.

CORIN
Il padrone e la padrona vi stanno cercando. Venite, venite via.

TOUCHSTONE
Trotta Audrey, trotta Audrey. Son qua, son qua!


Escono.

 

 

atto quinto - scena SECONDA

 

Entrano Orlando e Oliver.


ORLANDO
Ma è possibile che ti sia preso una scuffia così, praticamente senza conoscerla? Così, la vedi e ci caschi? Ci caschi e le fai la dichiarazione? Le fai la dichiarazione e lei l'accetta? Ma allora, la vuoi proprio portare a letto?

OLIVER
Ma sì, che cosa importa se tutto va a rotta di collo, se lei non ha quattrini e ci conosciamo appena, se le ho fatto la corte in quattro e quattr'otto e lei m'ha accettato a volo? Dici solo con me, io amo Aliena. Dici con lei che mi ama, accetta le due cose e lasciaci la gioia di metterci assieme. Ne avrai dei vantaggi anche tu perché ti passo in donazione la casa di nostro padre e tutte le rendite che furono sue: io vivo e muoio qua, facendo il pastore.

ORLANDO
Affare fatto. Sposatevi pure domani. Ci penso io a invitare il Duca e tutta l'allegra brigata. Va ad avvertire Aliena, ché guarda lì, arriva la mia Rosalinda.

Entra Rosalinda.

ROSALINDA
Salve fratello!

OLIVER
Salve a te, sorellina.

 

Esce.

ROSALINDA
O caro Orlando, come mi spiace vederti portare il cuore al collo!

ORLANDO
Veramente si tratta del braccio.

ROSALINDA
Ah sì? Pensavo le sgrinfie del leone t'avessero ferito il cuore.

ORLANDO
Ferito è senz'altro, ma da occhi di donna.

ROSALINDA
Te l'ha detto tuo fratello di come ho finto di svenire alla vista del fazzoletto?

ORLANDO
Sì, e pure d'altre e maggiori meraviglie.

ROSALINDA
Ah, sicuro! È tutto vero. Non ho mai visto niente di più inopinato, a parte il cozzo di due caproni e la smargiassata di Cesare quando venne, vide e vinse. Tuo fratello e mia sorella si son conosciuti e guardati, guardati e amati, amati e sospirati. Appena messisi a sospirare se ne son chiesta la ragione, e saputa la ragione han cercato il rimedio. E così passo a passo han fatto due scale che li portano a nozze, e devon salirle incontanente sennò faranno gl'incontinenti prima del matrimonio. Son proprio in furor d'amore e han bisogno d'accoppiamento. Neanche a bastonate li puoi staccare.

ORLANDO
Si sposano domani e io invito il Duca alla cerimonia. Però com'è amaro guardare la felicità con gli occhi altrui! Domani la mia depressione sarà forte come la gioia che penso avrà mio fratello a possedere ciò che desidera.

ROSALINDA
Ma allora non posso esserti utile anche domani, fingendomi Rosalinda?

ORLANDO
Non ce la faccio più a vivere d'illusioni.

ROSALINDA
Quand'è così non ti secco più con le chiacchiere. Sappi allora - e adesso parlo sul serio - che io ti considero una persona intelligente. E non lo dico perché tu mi creda intelligente in quanto so che lo sai. E neanche sto cercando di farmi stimare di più, no, mi basta quel po' di fiducia che hai in me, che io voglia farti del bene e non trarne vantaggio. Allora ti prego di credermi, io son capace di fare cose stranissime. Da quando avevo tre anni m'ha fatto lezioni un mago, un mago molto bravo nella sua arte ma non di quelli che van condannati. Se ami davvero Rosalinda con quella passione che il tuo comportamento fa credere; allora quando tuo fratello sposa Aliena anche tu sposerai Rosalinda. So bene che guai lei sta passando, e non m'è impossibile, sempre che tu non ci veda niente di male, fartela comparire domani davanti agli occhi, in carne e ossa, e senza nessun pericolo.

ORLANDO
Ma che dici, parli sul serio?

ROSALINDA
Sì, te lo giuro sulla mia vita a cui tengo molto, anche se ti dichiaro di essere un mago. Allora, metti il vestito più bello che hai e invita gli amici, perché se davvero ti vuoi sposare anche tu domani, puoi farlo. E con Rosalinda se proprio lo vuoi. Guarda chi spunta, una mia patita col suo patito.

Entrano Silvio e Febe.

FEBE
Giovane, siete stato assai scortese a mostrare la lettera che vi ho scritta.

ROSALINDA
Non me n'importa niente. Faccio apposta a mostrarmi antipatico e scortese. Lì c'è la vostra ombra, un pastore fedele, badate a lui, amatelo. Vi adora.

FEBE
Pastore, insegna un po' a questo ragazzo cosa vuol dire amare.

SILVIO
Vuole dire esser tutti sospiri e lacrime. E così sono io per Febe.

FEBE
E io per Ganimede.

ORLANDO
E io per Rosalinda.

ROSALINDA
E io per nessuna donna.

SILVIO
Vuol dire essere tutti fedeltà e devozione, e son così per Febe.

FEBE
E io per Ganimede.

ORLANDO
E io per Rosalinda.

ROSALINDA
E io per nessuna.

SILVIO
Vuole dire essere tutti fantasia,
tutti passione, tutti desideri,
tutti adorazione, rispetto e obbedienza,
tutti umiltà, pazienza e impazienza,
tutti purezza e fatica e onoranza,
come io per Febe.


FEBE
E io per Ganimede.

ORLANDO
E io per Rosalinda.

ROSALINDA
E invece io per nessuna.

FEBE (a Rosalinda)
Se è così, perché farmi una colpa se ti amo?

SILVIO (a Febe)
Se è così perché disprezzarmi se t'amo?

ORLANDO
Se è così perché te la prendi se ti amo?

ROSALINDA
A chi lo dici questo: "Perché ti secchi se t'amo"?

ORLANDO
A chi non è presente e non mi sente.

ROSALINDA
Per favore smettetela, ché mi par di sentire i lupi irlandesi quando ululano alla luna. (A Silvio) Se posso ti do un aiuto. (A Febe) Ti vorrei bene se potessi. Domani venite tutti assieme da me. (A Febe) Se mai sposerò una donna sposerò te, e il bello è che domani mi sposo. (A Orlando) Te ti farò contento, se mai ho fatto contento un uomo, e domani ti sposerai. (A Silvio) Farò contento anche te, se ciò che vuoi ti contenta, e domani ti sposi anche tu. (A Orlando) Se ami Rosalinda non mancare. (A Silvio) Se ami Febe non mancare. E io che non amo nessuna v'assicuro che ci sarò. Perciò statevi bene, ché le consegne ve l'ho lasciate.

SILVIO
Se sono vivo non mancherò.

FEBE
E io nemmeno.

ORLANDO
Io pure.

 

Escono.

 

 

atto quinto - scena TERZA

 

Entrano Touchstone e Audrey.


TOUCHSTONE
Domani è il giorno felice, Audrey. Domani saremo marito e moglie.

AUDREY
Io ne ho una voglia che muoio. E spero non è voglia disonesta, aver voglia di diventare una donna di mondo. Ecco due paggi del Duca bandito.

Entrano due paggi.

PRIMO PAGGIO
Ben trovato, onesto signore.

TOUCHSTONE
Ben trovati per l'anima mia. Avanti sedete, sedetevi, e una bella canzone.

SECONDO PAGGIO
Ai vostri comandi. Qua, mettetevi in mezzo.

PRIMO PAGGIO
Vogliamo attaccare subito, senza raschi di gola e scaracchi e senza tirare fuori la scusa della rocaggine, che sono i soliti preamboli di chi piglia stecche?

SECONDO PAGGIO


Ma sì, ma sì, e all'unisono, neh, come due zingari su un ronzino.
(Cantano)
C'era un pischello e la su' scagnozza,
Canta ehi-oh! Ehi-noninò!
che s'infrascarono nella pannocchia,
a mezzo maggio, il solo bel tempo, l'unico giusto per dar l'anello,
ehi ding-a-ding, cantano uccelli,
ama l'amante il maggio bello.

Mezzo a la segala si son mescolati,
Canta, ehi-oh ed ehi-noninò!
questi bei zotici innamorati,
a primavera col tempo bello, l'unico adatto per l'anello,
ehi ding-a-ding se canta l'uccello,
aman gli amanti il tempo bello.

Questa carola è nata allora,
Forza! Ehi-oh ed ehi-noninò!
e canta la vita ch'è solo un fiore,
a metà maggio col tempo bello, il solo buono per dar l'anello,
ehi-ding-a-ding quando canta l'uccello,
aman gli amanti il maggio bello.

Cogli, ah cogli l'attimo lesto -
Svegli! Ehi-oh! Ehi-noninò!
perché l'amore va fatto presto
a metà maggio, il tempo più bello, il solo giusto per dare un anello,
ehi-ding-a-ding quando canta l'uccello,
aman gli amanti il maggio.


TOUCHSTONE
All'anima mia, ragazzi, la canzonetta non era granché, ma in compenso stonavate come campanacci.

PRIMO PAGGIO
Vi sbagliate signore mio. Il tempo l'abbiamo tenuto, il tempo mica l'abbiamo perso.

TOUCHSTONE
Sì invece, ve lo dico io. Non c'è dubbio ch'è tempo perso, stare a sentire una frottola così scimunita. Dio v'abbia in gloria e vi aggiusti la voce. Andiamo Audrey.


Escono.

 

 

atto quinto - scena QUARTA

 

Entrano il vecchio Duca, Amiens, Jaques, Orlando, Oliver e Celia.


IL VECCHIO DUCA
Ma tu ci credi, Orlando, che il ragazzo può fare tutto quanto ha promesso?

ORLANDO
A volte credo, a volte no, come quelli che temono sperando, e san solo che temono.

Entrano Rosalinda, Silvio e Febe.

ROSALINDA
Un altro po' di pazienza, ribadiamo i patti. Vossignoria conferma, che se porto qui Rosalinda, gliela darete in moglie al qui presente Orlando?

IL VECCHIO DUCA
Ma sicuro. E con lei gli darei un regno, se l'avessi.

ROSALINDA
E tu la prendi, no, se te la porto?

ORLANDO
Certo, pure se fossi il re dei re.

ROSALINDA
E tu mi sposeresti, dici, se io accettassi?

FEBE
Sì, dovessi morire un'ora dopo.

ROSALINDA
Ma supponiamo che tu rifiutassi. Allora, ti daresti al tuo pastor fedele?

FEBE
I patti sono questi.

ROSALINDA
E tu, pastore, dici di voler Febe, se lei vuole?

SILVIO
Anche se lei e la morte fosser la stessa cosa.

ROSALINDA
Io ho promesso d'aver la soluzione per tutti questi imbrogli. Voi, o Duca, tenete la parola di dar via vostra figlia. E tu la tua, Orlando, di sposarla. E tu, Febe, la tua, di sposar me, o, se dici di no, di sposare il pastore. Tieni la tua parola, Silvio, che tu la sposi se mi rifiuta. E ora mi ritiro per appianare tutti questi "se".

 

Escono Rosalinda e Celia.

IL VECCHIO DUCA
Ma guarda, in questo pastorello io credo di rintracciare qualche tratto vivo di mia figlia.

ORLANDO
Monsignore, io, quando la prima volta l'ho visto, m'è sembrato fratello alla figliola vostra. Ma, signore, quel ragazzo è nato qui, nel bosco, ed è stato istruito nei principi di tutti questi studi rischiosi da un suo zio che egli dice essere un gran mago rimasto oscuramente chiuso in questa foresta.

JAQUES
Scommetto che siamo in vista d'un altro diluvio universale, e queste coppie son qua per infilarsi nell'arca. Ecco ad esempio un paio d'animali stranissimi che in tutte le lingue del mondo si chiamano pagliacci.

Entrano Touchstone e Audrey.

TOUCHSTONE
Saluti e auguri a tutti quanti.

JAQUES
Dategli il benvenuto, Monsignore. Costui è quel signore dal cervello pezzato che ho veduto nel bosco così spesso. Giura d'essere stato un cortigiano.

TOUCHSTONE
Se qualcuno ne dubita non ha che da sottopormi al giudizio di Dio. Ho ballato la pavana, ho adulato una gran dama, ho usato con gli amici la diplomazia, coi nemici la cortesia, ho buggerato tre sarti, ho litigato quattro volte e una volta sono stato a un passo dal duello.

JAQUES
E come l'hai rimediata?

TOUCHSTONE
Per la fede, ci siamo incontrati, e scoprimmo che la contesa riguardava la settima causa.

JAQUES
Quale settima causa? Monsignore, vi prego di apprezzare questo tipo.

IL VECCHIO DUCA
In effetti mi piace molto.

TOUCHSTONE
Dio ve ne renda merito, e altrettanto auguro a voscenza. Io mi pigio qui, eccellenza, in questa calca di copule villerecce, onde giurare e spergiurare, a seconda che imene vincoli e sangue svincoli. Una povera vergine, eccellenza, un povero essere sgraziato ma tutto mio. Una mia fantasia, eccellenza, di far mia una creatura rifiutata da tutti. Una ricca verginità dimora in una bicocca, eccellenza, come che fosse un avaro, simile ad una perla in un'ostrica puzzolente.

IL VECCHIO DUCA
In fede mia è sveltissimo ne' lazzi e sentenzioso.

TOUCHSTONE
Come la freccia del matto eccellenza, e altri dolci vizi.

JAQUES
Torniamo alla settima causa. Come hai fatto a capire che il litigio toccava la settima causa?

TOUCHSTONE
A causa d'una smentita a sette gradini. (Sta'un po' più composta, Audrey.) In questo modo, eminenza. Non mi garbava il taglio della barba d'un cortigiano. Costui mi manda a dire che se dicevo che il taglio era malfatto, lui invece pensava che andasse bene. Questa si chiama Ritorsione Cortese. Se io rimandavo a dire che la sua barba non andava, m'avrebbe fatto rispondere che la tagliava a piacer suo; e questo si chiama il Sarcasmo Discreto. Se di nuovo dicevo "non va", m'invalidava il giudizio; e questa è la Risposta Maleducata. Se insistevo tuttora, "non è ben tagliata", avrebbe risposto "non dici il vero": e questa è la Smentita Gagliarda. Se m'intestavo a dire "non va", avrebbe detto che mentivo; e questa è la Controbotta Provocatoria. Di questo passo s'arriva alla Smentita Indiretta e infine alla Smentita Diretta.

JAQUES
E tu quante volte gli hai detto che la barba era maltagliata?

TOUCHSTONE
Io non ebbi il coraggio di andare oltre la Smentita Indiretta, e lui non ebbe il coraggio di darmi la Smentita Diretta. Così misurammo le spade e andammo via.

JAQUES
Me li riassumi in ordine, adesso, i gradini della smentita?

TOUCHSTONE
Signore mio, noi della corte si litiga a regola d'arte, come voialtri che usate i vostri Galatei. Eccoli qua i gradini. Il primo, la Ritorsione Cortese; il secondo, il Sarcasmo Discreto; il terzo, la Risposta Maleducata; il quarto, la Smentita Gagliarda; il quinto è la Controbotta Provocatoria; il sesto la Smentita Indiretta; il settimo, quella Diretta. Ora è possibile farla franca su tutti i gradini tranne la Smentita Diretta; e pure quella si può scansare con un semplice "Se". Una volta, ho saputo, sette giudici non riuscivano ad appianare una briga. Ma quando le parti furono faccia a faccia, a uno dei due gli viene in mente d'espettorare un semplice "Se", come a dire "Se avete detto così, io v'ho risposto cosà". Dopodiché si son dati la mano e giurato amore fraterno. Questo "Se" è un paciere coi fiocchi. È uno schianto quel "Se".

JAQUES
Monsignore, non è proprio un tipo incredibile? È bravo così in tutto, eppure ti fa il buffone.

IL VECCHIO DUCA
La sua follia la usa come un cavallo da ferma. Da dietro quel simulacro spara le sue freddure.

Entrano Imene, Rosalinda e Celia. Musica di fondo.

IMENE
In cielo v'è allegria,
se la terra si quieta
e unisce in armonia.
Buon Duca, ecco tua figlia,
Imene dalle stelle la riporta
al tuo cospetto.
Ora unisci la sua mano alla mano
di chi l'ha nel suo petto.

ROSALINDA

(al Duca) A te mi do, perché son tua. (a Orlando) A te mi do, perché son tua.

IL VECCHIO DUCA
Se l'occhio dice il vero,

sei mia figlia.

ORLANDO
Se l'occhio dice il vero,

sei la mia Rosalinda.

FEBE
Se la vista e la forma sono vere,

amor mio, buona sera!

ROSALINDA
Se tu non sei mio padre, non ne ho.
Se non sei mio marito, non ne avrò.
Se mai sposerò donna, solo te sposerò.

IMENE
Silenzio, oh! Vieto la confusione.
A me por conclusione
a eventi così strani.
Voi otto, unite le mani
nel nodo d'Imene,
se il vero il vero contiene.
Tu e tu, stizza non separi.
Tu e tu siete cuore in cuore.
E tu, con lui concorda,
se non vuoi lei per signore.
Tu e tu, uniti in eterno
come maltempo e inverno.
E mentre a Imene si canta
nutritevi di domande,
e la ragione smorzi
l'incanto dei nostri incontri,
ed ogni cosa abbia fine.

Canzone.
Nozze, serto di Giunone,
desco e letto, sacra unione,
le città popola Imene!
A lui dunque molto onore,
grande onore, fama e lode!
Evviva Imene, dio delle città!

IL VECCHIO DUCA
O mia cara nipote, benvenuta!
Come fossi mia figlia, tale e quale.

FEBE (a Silvio)
Non mi rimangio la parola data.
Sei mio, la fedeltà con te mi affiata.

Entra Jaques de Boys.

JAQUES DE BOYS
Datemi ascolto, una parola o due. Sono il figlio cadetto di Sir Rowland e porto gran novelle a questo bel conclave. Il Duca Frederick, udendo che ogni giorno gente di gran valore fioccava in questo bosco, mosse una grande forza, reclutata e posta al suo comando, avendo l'intenzione di sorprendere lì il fratello, e passarlo a fil di spada. Però, arrivato ai bordi di questa selva desolata, incontra un vecchio eremita, e dopo qualche scambio d'idee, si converte, sia dalla sua impresa che dal mondo: rassegna la corona al fratello bandito, e ridà i loro beni a quelli che, con quello, aveva già esiliati. Che tutto ciò sia vero, ve lo giuro sulla mia vita.

IL VECCHIO DUCA
Benvenuto, giovane. Porti doni magnifici alle nozze dei tuoi fratelli: ad uno le sue terre confiscate, e all'altro tutta una terra, un potente ducato. Ma, prima, concludiamo, in questo bosco, ciò che fu concepito bene, e bene avviato. E appresso, ciascheduno di questa lieta accolta, che con noi ha sofferto giornate ben dure, e notti dure, avrà la parte sua della fortuna che ci ritorna, ognuno secondo il rango. E intanto dimentichiamo i titoli che cascano dai cieli e ritorniamo ai nostri festini pastorali. Musica, prego! E voi, spose e sposini fate di gioia ritmi, datevi tutti ai ritmi!

JAQUES
Scusatemi, signore. Se v'ho sentito bene, il Duca s'è mutato in asceta, e ha voltato le spalle ad ogni sfarzo di corte?

JAQUES DE BOYS
Sì, è così.

JAQUES
Allora io lo raggiungo. Da questi convertiti c'è molto da sentire e da imparare. (al vecchio Duca) Monsignore, vi lascio al vostro primo onore. Voi, paziente e virtuoso, lo meritate bene. (a Orlando) Voi, all'amore degno d'uno tanto fedele. (a Oliver) Voi all'amore, alle terre, al gioco dei potenti. (a Silvio) Tu ad un letto a lungo voluto e meritato. (a Touchstone) Te, alle zuffe! Il tuo viaggio con la bella ha viveri per uno-due mesi. E buon sollazzo! Io non son per i balli, sono per far flanella.

IL VECCHIO DUCA
Jaques, resta ancora un poco.

JAQUES
Sì, ma non per vedere i vostri spassi. Quello di cui Vossia mi degna lo saprò nella vostra grotta oramai deserta.

 

Esce.

IL VECCHIO DUCA
Avanti, con letizia, alle celebrazioni! Abbiano un altrettanto lieto fine.

Ballano, poi Rosalinda resta sola a dire l'Epilogo.

ROSALINDA
Oggi non è di moda veder l'Epilogo in veste di donna; però, Dio mio, non è peggio d'un Prologo in giacca e pantaloni. Se è vero che a buon vino non serve frasca, è pur vero che a buona commedia non serve epilogo. Comunque, per buon vino si espone bella frasca, e così una bella commedia è più bella con un buon epilogo. E ora v'immaginate in qual grattacapo mi trovo, io che un buon epilogo non sono, né so accattivarmi la simpatia vostra per un buon lavoro? Non son mica vestito da accattone, perciò non posso accattivarmi un bel niente. Non mi resta che incantarvi, e incomincio con le dame. A me gli occhi, signore. Per il ben che volete ai maschi v'ordino di gradire, di questo lavoro, quel che più vi piace. E a voi, o maschi, per il ben che portate alle donne - dai sorrisetti mi par di capire che qui nessuno le odia - ordino che tra voi e loro lo spettacolo vi garbi. Se fossi donna darei un bacio a quei di voialtri che han barba che mi piaccia, incarnato che m'attiri, e fiato che non puzza. E son sicuro che tutte le belle barbe, le facce così così e i dolci fiati, alla mia richiesta gentile risponderanno, quando vi fò l'inchino, con un commiato cordiale.


Esce.

 

 

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