William Shakespeare - Il Teatro

 

Indice Teatro

 

Enrico V

(“The Life of King Henry the Fifth” - 1598 - 1599)

 

 

Introduzione - Riassunto

Personaggi - Atto Primo

Atto Secondo - Atto Terzo

Atto Quarto - Atto Quinto

 

Introduzione

 

Con l'Enrico V, scritto e rappresentato nel 1599, il ciclo dei drammi storici di Shakespeare è pressoché concluso. Prima erano apparsi: le tre parti dell'Enrico VI (1588-92); il Riccardo III (tra il 1591 e il '94); Riccardo II (1595); Re Giovanni (tra il 1590 e il '97); e le due parti dell'Enrico IV (tra il 1596 e il '99). L'ultima tessera del mosaico, l'Enrico VIII, apparirà nel 1613: si dice che Shakespeare lo abbia scritto su espressa richiesta della corte d'Inghilterra, quando già il drammaturgo aveva dato l'addio alle scene. Evidentemente, anche i contemporanei di William Shakespeare (1564-1616) si rendevano conto della importanza, anche ideologica, del grande affresco che il drammaturgo aveva a poco a poco realizzato.
Molti dei drammi storici shakespeariani si svolgono nel XV secolo, l'epoca in cui l'antica nobiltà feudale si autodistruggeva in una sanguinosa guerra di successione (la guerra "delle due rose"), mentre la monarchia assoluta si veniva affermando, con il sostegno iniziale di una nuova classe di proprietari terrieri e di una borghesia mercantile in rapida ascesa. L'Inghilterra imboccava con decisione la strada che avrebbe condotto, alcuni secoli più tardi, alla nascita del capitalismo. Shakespeare rappresenta questo complesso momento storico mettendo in scena la vita e le imprese di alcuni sovrani. Al drammaturgo, naturalmente, non interessa fornire una versione oleografica della storia patria. Egli condivide il modo di pensare diffuso nella sua epoca, e perciò ritiene che, per la nazione, la cosa migliore sia essere guidata da un monarca forte, leale, saggio, generoso e giusto, che goda dell'appoggio e dell'ubbidienza dell'intero popolo. Ma è significativo che questo ideale perlopiù non si trovi realizzato nei drammi storici di Shakespeare.

Anche quando il re non è un debole come Riccardo II o una canaglia come Riccardo III, il regno è travagliato da guerre civili, congiure, ribellioni; il potere del sovrano è precario e instabile, spesso nasce dall'usurpazione o è da essa minacciato. La visione della storia che ne risulta è prevalentemente cupa, pessimista (o forse solo realistica). L'unica eccezione sembra essere costituita dal regno di Enrico V. Questo sovrano, che regnò fra il 1413 e il 1422, è presentato da Shakespeare come un modello di virtù (anche nel senso di Machiavelli). Il trono di Francia gli spetta per successione dinastica; per ottenerlo, Enrico attraversa la Manica con il suo esercito (è un episodio della guerra dei Cent'anni), non senza aver sventato una congiura di nobili al soldo della Francia. S'impadronisce della città di Harfleur senza colpo ferire, ed ottiene una brillante ed insperata vittoria ad Agincourt, dove le armi di Francia sono sbaragliate dal numericamente esiguo esercito di re Enrico; il tutto con grande stupore della corte francese, che confidando nella superiorità indiscussa dei propri cavalieri sontuosamente addobbati, aveva considerato con sufficienza il manipolo di "straccioni" guidato dal re inglese. Tornato in patria, Enrico V, durante le trattative di pace col re di Francia, riesce a conquistare anche l'amore della figlia di quest'ultimo, la principessa Caterina: la pace fra i due paesi sarà suggellata dal matrimonio fra Enrico e Caterina, che unisce le due dinastie. Il protagonista di questo dramma era già apparso nell'Enrico IV, dove era un giovanotto di belle speranze (principe ereditario), amante della gozzoviglia e della crapula, assiduo frequentatore di taverne d'infimo ordine assieme a John Falstaff e ad altri popolani, suoi compagni di goliardia. Diventato re, Enrico ha "messo la testa a posto", ma del suo periodo goliardico ha conservato la familiarità con le classi popolari. La notte che precede la battaglia di Agincourt lo vediamo visitare in incognito gli accampamenti del suo esercito, per sondare il morale delle truppe (e non tutto ciò che gli dicono i suoi soldati è per lui lusinghiero).
Questa celebrazione dell'assolutismo monarchico in chiave nazional-popolare avrebbe potuto risolversi in un'opera di mera propaganda. Shakespeare, nonostante la sua sostanziale adesione all'ideologia dominante, riesce ad evitare un tale esito, aprendo anzi geniali "squarci" di realtà storica, fin dalla prima scena del primo atto: è l'Arcivescovo di Canterbury a convincere Enrico V ad intraprendere la sua spedizione in Francia, perché c'è il concreto rischio che la monarchia, a corto di fondi, decreti l'espropriazione dei beni ecclesiastici... molto meglio una bella guerra di conquista, specie se fondata su "giuste" ragioni di diritto.

"Ora prosperano gli armaioli e in ogni petto / Regna soltanto il pensiero dell'onore"

(Atto II, Coro, vv. 3-4).

I Cori di questo dramma sono un ulteriore motivo d'interesse, in quanto in essi si trovano alcune significative dichiarazioni di poetica teatrale, valevoli per tutta l'opera di Shakespeare. Come può la finzione scenica rappresentare la realtà?

"Può questa misera arena contenere i vasti / Campi di Francia? E possiamo, questa O di legno, / Inzepparla pur dei soli cimieri che atterrirono l'aria / Ad Agincourt?"

(Atto I, Coro, vv. 11-14).

Shakespeare rifiuta il falso realismo delle tre regole aristoteliche - unità di tempo, di luogo, di azione - e chiede direttamente alla fantasia dello spettatore di collaborare alla creazione dell'opera:

"Rimediate / Coi vostri pensieri alle nostre imperfezioni: dividete / Un solo uomo in mille parti e create / Un'armata immaginaria. [...] / sono i vostri pensieri che ora / Debbono addobbare i nostri re, portarli / Di qua e di là, scavalcando i tempi, chiudendo / Le gesta di molti anni nel giro di una clessidra."

(Ibid., vv. 23-25, 28-31).

Apologia del Re, di un Re. Apologia dell’Inghilterra in cinque atti. Torniamo indietro rispetto a Riccardo III.

Primo ventennio del XV secolo. In perfetta sincronia con la più lineare tra le epopee di tipo classico, ogni elemento s’incastra a perfezione in un più grande mosaico, finalizzato all’elogio sublime e supremo della terra d’origine. Re Harry è il centro-boa di una vasca di versi armati per un impatto frontale, affrescati di riferimenti e ironie storiche, ma pur sempre di stampo guerresco e cavalleresco. Il Re è la consacrazione di una fase epica decisiva per le sorti d’Europa dei secoli a venire, o quanto meno per le sorti dei binari su cui le genti d’Europa si troveranno instradate. Se non lo è, sicuramente lo sarebbe nelle intenzioni dell’Autore, dei patrocinatori e delle loro mire.

Il dramma di Shakespeare è di fatto e a tutti gli effetti la storia della battaglia di Agincourt, combattuta in terra di Francia nell’ottobre dell’anno del Signore 1415. Il significato apologetico nazionale è così evidente da ricalcare le orme autocelebrative di Cesare durante l’assedio di Alesia. I riferimenti terminologici (Gallia spesso al posto di Francia) sono lampanti e le intenzioni non sono da meno. Lo si capisce in altra chiave anche alla fine, quando alla campagna guidata da un re non completamente in buona fede (legge salica ed eredità delle corona d’Inghilterra) si dà un significato pacificatore e unificatore. La differenza è nel mezzo falso storico che incombe di continuo sui dati (il numero reali di inglesi schierati da diecimila diventa cinquemila, confortando l’epicità del dramma), e comunque sulle asimmetrie caratteriali e motivazionali affibbiate in modo didascalico ai due schieramenti. Così si continua lungo una scala che avviluppa in senso ciclico tutti gli elementi necessari alla documentazione storica di una necessità d’amalgama, pace e prosperità, di cui Enrico V sembra erede suo malgrado. In sostanza Enrico V è la resurrezione morale di un ex sfaccendato salito alla ribalta dei doveri storico esistenziali, propri di chi incarna le vesti morali degne dei gonfaloni, degli araldi e della missione di una grande Nazione. È il Re che rappresenta il paradigma profondo entrato nell’iconografia collettiva più classica antesignana delle attuali credenze relative alla “perfida Albione”. Il simbolo della rinascita nazionale o meglio della nascita definitiva e dell’assunzione di consapevolezza. Già al primo atto i dubbi sono fugati. Non c’è spazio per ripensamenti; la missione è stabilita. Le imprese ricordate degli avi in terra di Francia (il principe Nero, Edoardo di Galles) come richiamo al volere prossimo ne sono testimoni.

L’ardore di pochi, stanchi, arditi, affamati, lisi contrapposto ai molti affettati, belli e piumati e drammaticamente poco guerreschi ne connotano il senso (lo spunto ripreso da Orwell e Churchill è evidente). Il fatto che nell’Enrico V tutto sia strumentale ne deriva automaticamente. Hanry il Plantageneto funge da fulcro per una visione globale di un’apologia straordinaria. Un terzo dei versi spetta a lui. Dalla dichiarazione di intenti, al campo di battaglia; dalle sue vocazioni “sociali” (accetta di essere apostrofato e sfidato dal soldato Williams) contrapposte alla noblesse spocchiosa e classista dei francesi, alla corte finale a Caterina di Valois (1401-1431) figlia dello sconfitto Re Carlo di Francia. Tutto è cucito su di lui, da lui per la prosperità del futuro regno unito tra Inghilterra e Francia.
Da Enrico V e Caterina nascerà Enrico VI. La mollezza degli eredi e la vacuità dei presagi sarà oggetto di altre analisi. Il libro scorre come può farlo un dramma epico. Il ritmo dei versi, cadenzato dal tamburo e dalle trombe, appare da subito meno complesso nelle sue chiavi di lettura di altri lavori e proprio per questo in alcuni momenti meno disposto a farsi digerire. La riflessione umana è enorme ma supina alla inquadratura storica e finalistica di un dovere collettivo.

La grande spinta individuale di cui gode autonomamente l’Enrico protagonista sembra quasi impersonale a fronte di obiettivi tanto supremi. Sembra di scorrere lungo i lineamenti rozzi e soldateschi di un Re necessario, per respirarne uno strano e contagioso senso di protezione diffuso. Oltre le pagine; oltre le parole e i riferimenti. Il tutto si legge e si ammira con consapevole soggezione alla maestosità delle gesta. Ci si lascia coinvolgere con sete crescente fin dentro la bruma fangosa del suolo francese.

 

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RIASSUNTO

 

da Wikipedia

 

Il coro introduce la storia che sta per rappresentarsi sul palcoscenico, scusandosi con gli spettatori per l'impossibilità di rendere veritiera la rappresentazione causa gli scarsi mezzi di cui possiede il teatro: il coro prega così gli astanti di mettere in moto la propria immaginazione, al fine di ricostruire con la mente ciò che non è possibile portare in scena. Ogni atto è preceduto da un prologo del coro, interpretato però da un solo attore.

Atto primo
La scena si apre con il colloquio tra l'arcivescovo di Canterbury ed il vescovo di Ely, preoccupati che l'approvazione di un disegno di legge potesse togliere alla Chiesa parte dei sussidi e delle agevolazioni su cui vive agiatamente. Suggeriscono così al re Enrico V di dichiarare guerra alla Francia, rivendicandone i diritti sul trono che gli spettano poiché la successione francese è avvenuta contravvenendo la legge salica, ossia per via femminile. Enrico V, che in passato era un giovane dedito al gioco e ai bagordi, è nel frattempo divenuto un re saggio e amato. Sentito il consiglio dei due ecclesiastici decide di dichiarare guerra al re di Francia Carlo VI, al quale ha già inviato varie missive nelle quali rivendicava i suoi diritti di successione al trono per via di lontane parentele. La risposta alle missive arriva a nome del Delfino che, beffandosi delle rivendicazioni inglesi, invia per regalo palle da tennis ad Enrico. Quest'ultimo, adirato, decide di approntare l'esercito per la battaglia.

 

Atto secondo
In una strada di Londra avviene un colloquio tra i vecchi compagni di bagordi del re: Pistola, sposo dell'ostessa Quickly, Nym, ex fidanzato di Quickly e Bardolfo. I tre compari, scansafatiche e tardoni, vengono richiamati dal paggio di Falstaff, vecchio compagno di sbronze, ormai sul letto di morte. Falstaff è stato, infatti, rinnegato dal re come compagno perché l'acquisizione del diritto regale lo ha privato della possibilità di legarsi alle vecchie compagnie. Il dolore ha colpito il vecchio, portandolo alla morte. Mentre i quattro si disperano per la dipartita, sovviene l'ordine di partenza per la guerra in Francia. Gli uomini lasciano quindi l'ostessa e si dirigono con le truppe. Poco prima della partenza, Enrico V scopre un tranello ordito contro la sua persona: il conte di Cambridge, Lord Scroop di Masham e Sir Thomas Grey, vecchi amici d'infanzia di Enrico e vendutisi alla corona francese, vengono scoperti ed arrestati dal monarca che li fa giustiziare dopo averli ripudiati. In Francia, intanto, giunge come araldo inglese il duca di Exeter, zio di Enrico V, che avverte Carlo VI dell'indignazione del monarca inglese per l'onta ricevuta in seguito al regalo goliardico del Delfino, al quale dichiara la sua disistima. Un ultimo avvertimento dell'araldo è sul destino di Francia: il re è chiamato ad abdicare in favore di Enrico, pena una guerra sanguinosa. Carlo VI si riserva una notte per pensare alla risposta.

 

Atto terzo
L'armata inglese parte da Southampton diretta verso le coste francesi. L'armata di Enrico si spinge fino ad Harfleur e la conquista. Aspri diverbi avvengono tra gli ufficiali francesi, i capitani Gower, Fluellen, Macmorris e Jamy, che discutono sulla conduzione dell'assedio ad Harfleur. Alla corte di Rouen, intanto, la cugina di Enrico, Caterina, prende lezioni di inglese dalla sua dama di compagnia, incappando in numerosi errori di pronuncia dai risvolti farseschi. Il re di Francia, preoccupato per la caduta di Harfleur, si prepara per la controffensiva che sarà guidata dal Delfino suo figlio, dal Connestabile e dai duchi di Orléans e di Borbone. La controffensiva viene annunciata ad Enrico dall'araldo Montjoy. I francesi, in numero nettamente superiore alle forze offensive inglesi, già pensano alla vittoria sicura sulle truppe di Enrico.

Atto quarto
I due accampamenti si fronteggiano nei pressi di Agincourt. È notte fonda e, mentre nell'accampamento francese la frenesia cresce di ora in ora, il malumore tra gli inglesi, stanchi ed in inferiorità numerica rispetto ai freschi avversari, è sempre più palpabile. Enrico, desideroso di riflettere, si aggira nell'accampamento in incognito: ha così occasione di parlare, non riconosciuto, con Pistola, suo vecchio amico, e con altri uomini dell'esercito. Questi ultimi manifestano la loro preoccupazione per le loro sorti, maledicendo il re che li manda a morire senza la possibilità di redimersi prima l'animo. Enrico, conscio della situazione, replica che il dovere di un suddito è quello di servire il suo re, il quale non è però responsabile dell'anima del suddito stesso: il peso di queste confessioni permette ad Enrico una riflessione, nella quale sottolinea, nel corso di un lungo monologo, come la posizione di un monarca sia infausta in determinate circostanze. Nonostante il titolo che lo riveste ed il peso delle decisioni che lo aggrava, Enrico si scopre infatti uomo tra gli uomini, bisognoso di aiuto e coraggio. Leva così una preghiera al cielo, affinché Dio lo assista in battaglia. Un ultimo avvertimento dell'araldo Montjoy prega Enrico di desistere dalla battaglia, ma il re non si piega e manda a rispondere che combatterà per rivendicare ciò che gli spetta. Nel frattempo Le Fer, soldato francese, si infiltra tra le file nemiche e viene scoperto da Pistola che, sotto pagamento di duecento scudi, lo lascia libero. Nella scena III c'è il monologo più celebre dell'opera, quando Enrico risponde al cugino Westmoreland, che si diceva perplesso per la disparità delle forze in campo, che non desiderava neanche un uomo in più, per non dividere la gloria di quei felici pochi che potranno dire di aver combattuto il giorno di San Crispino.
Segue una furibonda lotta tra gli eserciti, che vede a poco a poco l'esercito francese orrendamente decimato da quello inglese: i francesi, nonostante la netta superiorità numerica e la strenua resistenza, soccombono e si dichiarano sconfitti per mezzo di un messaggio dell'araldo, non prima però di aver infranto le regole di guerra uccidendo tutti i giovani ragazzi inglesi a guardia dei carri. L'araldo consegna ad Enrico la conta delle perdite: 10000 francesi, tra i quali 126 principi ed 8400 cavalieri; tra gli inglesi Edoardo duca di York, il conte di Suffolk, Sir Richard Keighley, il nobiluomo gallese Davy Gam e soli 25 soldati. Di fronte a questo prodigioso esito, Edoardo comanda di onorare e seppellire i caduti dopo aver intonato il "Te Deum" ed il "Non Nobis" ed ordina che sia messo a morte chi si vanti della vittoria senza aver riconosciuto che Dio ha combattuto con gli inglesi e che solo suo è il merito del successo.

Atto quinto
Pistola, al quale giunge la notizia della morte della moglie Quickly, si dispera in mezzo ai vittoriosi compagni. Al palazzo reale di Francia Carlo VI accoglie Enrico V, il quale avanza le proprie rivendicazioni sulla corona e la Francia intera. Il duca di Borgogna sottolinea con enfasi quanto la Francia sia caduta in basso da molti anni e di come carestie e declino abbiano condotto la madrepatria in rovina: augura poi una ritrovata pace tra le due nazioni, ed Enrico vincola la pace alla firma del trattato che sancisca il lascito della corona francese a quella inglese. Mentre Carlo VI si ritira per studiare le proposte, Enrico ha la possibilità di intrattenersi con la cugina Caterina, alla quale dichiara il suo amore. La mancata conoscenza delle reciproche lingue costringe i due a divertenti dichiarazioni piene di incomprensioni linguistiche. Alla fine Caterina si dichiara favorevole al matrimonio a patto che questo venga benedetto dal padre. Così è, ed il dramma si conclude con la dichiarazione di matrimonio tra Enrico e Caterina ed il coro che recita l'epilogo.

 

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Enrico V

(“The Life of King Henry the Fifth” - 1598 - 1599)

 

 

Personaggi

 

CORO (anche in funzione di PROLOGO ed EPILOGO)

Re ENRICO V

Fratelli del Re:

Duca di BEDFORD (già Principe di Lancaster)
Duca di GLOUCESTER
Duca di CLARENCE


Duca di EXETER, zio del Re
Duca di YORK, cugino del Re


Conte di SALISBURY
Conte di WESTMORELAND
Conte di WARWICK
Conte di HUNTINGDON


Arcivescovo di CANTERBURY
Vescovo di ELY

 

Cospiratori contro il Re

Richard, Conte di CAMBRIDGE
Henry, Lord SCROPE
Sir Thomas GREY

Ufficiali dell'esercito del Re

Sir Thomas ERPINGHAM
FLUELLEN
, Capitano gallese
GOWER, Capitano inglese
MACMORRIS, Capitano irlandese
JAMY, Capitano scozzese
 

Soldati nell'esercito del Re

John BATES
Alexander COURT
Michael WILLIAMS

 

Al seguito dell'esercito

Alfiere PISTOLA
Tenente BARDOLFOo
Caporale NYM
PAGGIO
(già al servizio di Falstaff)

OSTESSA Nella, già madama Quickly, moglie di Pistola
Un ARALDO inglese
CARLO VI, Re di Francia
ISABELLA, Regina di Francia
Principessa CATERINA, loro figlia
LUIGI, il Delfino, loro figlio e erede
GRAN CONNESTABILE di Francia

Duca di Orleans, nipote del Re
Duca di BRETAGNA
Duca di BORBONE
Duca di BERRY

Signore di GRANDPRÉ
Signore di RAMBURES
Signore di BEAUMONT

Duca di BORGOGNA
MONTJOY, araldo francese
Il GOVERNATORE di Harfleur
AMBASCIATORI
di Francia presso il Re d'Inghilterra
Monsieur Le Fer, soldato francese
ALICE, dama di compagnia della Principessa Caterina
Nobili, dame, ufficiali, messaggeri, soldati e cittadini

 

 

 

LA CRONACA STORICA DI ENRICO QUINTO,
CON LA BATTAGLIA COMBATTUTA AD AGINCOURT IN FRANCIA.
CON LA PARTECIPAZIONE DELL'ALFIERE PISTOLA.
COSÌ COME È STATA PIÙ VOLTE RAPPRESENTATA DAI SERVITORI
DEL MOLTO ONOREVOLE LORD CIAMBELLANO.

 

atto primo - PROLOGO

 

Entra il Coro.

 

CORO

Oh, per una Musa di fuoco, capace di ascendere al risplendente empireo dell'Invenzione:
un regno per palcoscenico, principi per attori, e monarchi, a spettatori di un dramma grandioso!
Allora sì che, da par suo, il battagliero Harry sarebbe un Marte personificato, ed alle sue calcagna,
tenuti a freno come dei segugi,

Ferro, Fuoco e Fame s'acquatterebbero, cupidi d'azione.

Ma perdonate, pubblico cortese,
la scarsa, incerta ispirazione di chi ebbe l'ardire,
su questa indegna impalcatura, di portare in scena sì epica vicenda.

Può contenere, quest'angusta arena,
gli sconfinati campi della Francia? Possiam stipare a forza
in questo "O" di legno anche solo i cimieri
che ad Agincourt fecer tremare il cielo?
Ah, perdonateci! perché uno sgorbio da nulla può,

nel suo piccolo, rappresentare un milione.
Lasciate dunque a noi, gli zeri di sì gran rendiconto,
di fare appello alle forze dell'immaginazione.
Immaginate che entro la cinta di questi muri
sian confinati due possenti reami
che si confrontan dall'alto dei loro orgogliosi confini,
divisi solo da un periglioso braccio di mare.
Supplite voi, col vostro pensiero, alle nostre carenze:
dividete ogni singolo uomo in mille unità,
così creando armate immaginarie.
Pensate, se vi parliam di cavalli, di vederli voi stessi
calcare i lor fieri zoccoli nella terra amica;
è alla vostra mente che spetta ora equipaggiare i sovrani
e condurli per ogni dove, bruciando i tempi
e condensando gli eventi di molti anni
in un voltar di clessidra: e proprio a questo fine
fatemi fare in questa storia, vi prego, la parte del Coro;
ed io, da prologo, vi chiederò umilmente di esser pazienti
e giudicare cortesemente il nostro spettacolo con occhi indulgenti.


Esce.

 

 

 

atto primo - scena prima

 

Entrano l'arcivescovo di Canterbury e il Vescovo di Ely.

 

CANTERBURY
Mio signore, vi dirò: han riproposto il progetto di legge che nell'undicesimo anno di regno del defunto re poco mancò non venisse approvato, e in verità a nostro danno, non fosse che i torbidi di quel tormentato periodo imposero il rinvio di ogni ulteriore dibattito.

ELY
Ma adesso, mio signore, come faremo ad opporci?

CANTERBURY
Dobbiamo pensarci bene. Se la legge contro di noi passa, perdiamo la parte migliore dei nostri possedimenti di tutti i domini temporali che uomini di fede hanno per testamento lasciato alla Chiesa  ci voglion spogliare costoro. E così calcolano il loro valore: rendite tali da mantenere, per l'onore del Re, ben quindici conti e mille e cinquecento cavalieri, con seimila e duecento valenti scudieri; e poi, per l'assistenza ai lebbrosi ed ai vecchi infermi, ai poveretti indigenti ormai inabili al lavoro, un centinaio di ospizi forniti di tutto punto; ed oltre a questo, pei forzieri del Re mille sterline l'anno. Questo dice il progetto.

ELY
Gran bella spremuta!

CANTERBURY
Quelli si bevono pure tazze e bicchieri!

ELY
Ma come impedirlo?

CANTERBURY
Il Re è toccato dalla Grazia, e nobilmente disposto.

ELY
E ama sinceramente la santa Chiesa.

CANTERBURY
I suoi trascorsi giovanili non promettevano tanto. Ma non appena la vita ebbe lasciato il corpo del padre suo quella sua intemperanza, in lui mortificata, parve anch'essa spirare. Anzi, proprio in quel frangente, la Riflessione apparve, in guisa di angelo, a scacciar via da lui l'Adamo peccaminoso, lasciando il suo corpo come un paradiso, dimora e involucro di ispirazioni celesti. Mai conversione allo studio fu più repentina; mai ravvedimento fu tanto impetuoso da spazzar via i peccati come un fiume in piena; né mai le teste d'Idra dell'Intemperanza furon mozzate così, subito, in un sol colpo, come in questo re.

ELY
Un cambiamento che ci rende felici.

CANTERBURY
Solo a sentirlo ragionare di teologia, colmi d'ammirazione e dal profondo del cuore vorreste che diventasse un prelato. Sentitelo mentre dibatte un qualche affare di Stato: direste che mai non ha studiato altro. Ascoltatelo parlare di guerra e vi accadrà di sentire che una tremenda battaglia lui ve la rende in musica. Sottoponetegli un qualsiasi dilemma politico, ed egli ne scioglierà il nodo gordiano quasi che fosse la sua giarrettiera: sicché, quando è lui a parlare, l'aria, che pure ha licenza di andar dove vuole, s'arresta, mentre un muto stupore s'annida nell'orecchio degli astanti pronto a carpire il segreto di quel suo eloquio dolce come il miele. Soltanto l'arte e l'esperienza della vita pratica possono averlo tanto bene ammaestrato nella teoria: sembra incredibile che Sua Grazia ne abbia fatto tesoro, lui che era così dedito agli svaghi più insulsi in compagnia di gente incolta, rozza e superficiale, che il tempo lo passava in orge, banchetti e spassi, senza che mai si notasse in lui una tendenza allo studio o alla meditazione, né un voluto appartarsi da frequentati ritrovi o dal contatto con la plebe.

 

ELY
La fragola cresce all'ombra dell'ortica e bacche salutari proliferano e maturano meglio accanto a frutti di qualità inferiore: e così il principe volle occultare la sua natura riflessiva dietro a un velame di dissolutezza; ed essa, senza dubbio, veniva su come l'erba d'estate, che cresce la notte non vista, eppure, di per sé, rigogliosa.

CANTERBURY
Sarà così, giacché è finito il tempo dei miracoli: pertanto ci tocca per forza ammettere che ci sono altri mezzi perché le cose maturino a perfezione.

ELY
Ma intanto, mio buon signore, come si fa a mitigare gli effetti di questa legge promossa dai Comuni? E Sua Maestà è favorevole o contrario?

CANTERBURY
Si direbbe neutrale, o forse un po' più incline ad assecondare noialtri che a incoraggiare i proponenti, a noi ostili; visto che a Sua Maestà io ho fatto l'offerta - in occasione della nostra assemblea sinodale, e in relazione al contenzioso tuttora aperto con la Francia, di cui ho con Sua Grazia ampiamente discusso - di dare a lui una somma più grande di quanto il clero, in una volta sola, mai abbia versato ai suoi predecessori.

ELY
E come vi pare sia stata accolta l'offerta, mio signore?

CANTERBURY
Assai di buon grado, da parte di Sua Maestà; solo che ci mancò il tempo di chiarire come Sua Grazia, se ho ben capito, avrebbe desiderato, tutti i dettagli delle indiscusse motivazioni su cui si fondano i suoi titoli a taluni ducati e, più in generale, alla corona e al trono di Francia, che gli derivan dal suo bisnonno Edoardo.

ELY
Cosa vi fece interrompere tale colloquio?

CANTERBURY
L'ambasciatore di Francia, proprio in quel momento, venne a chiedere udienza, e credo sia giunta l'ora di dargli ascolto: son già le quattro?

ELY
Proprio così.

CANTERBURY
Allora entriamo, e sentiamo le sue proposte: avrei buon gioco a prevederne il tenore prima che quel francese dica una sola parola.

ELY
Vi accompagno, e non vedo l'ora di sentirle.

 

Escono.

 

 

 

atto primo - scena seconda

 

Entrano il Re Enrico, Gloucester, Bedford, Clarence, Warwick, Westmoreland, e Exeter.

ENRICO
Dov'è Sua Grazia l'arcivescovo di Canterbury?

ENRICO
Non qui fra i presenti.

ENRICO
Mandatelo a chiamare, buon zio.

WESTMORELAND
Facciamo entrare l'ambasciatore, mio sire?

ENRICO
Non ancora, cugino mio: occorre deliberare, prima di dargli udienza, su alcune questioni importanti che molto ci dan da pensare, riguardo a noi e la Francia.

Entrano i due Vescovi.

CANTERBURY
Dio e i Suoi angeli proteggano il vostro sacro trono, e ve lo facciano occupare a lungo e con onore.

ENRICO
Bene. Vi ringraziamo. Dotto Arcivescovo, vi preghiamo di continuare e di spiegarci, al lume di religione e giustizia, se quella legge salica che ha valore in Francia possa o non possa vanificare le nostre pretese. E Dio non voglia, mio caro e fedele signore, farvi manipolare, forzare o falsare la vostra interpretazione, o sottilmente addossare alla vostra coscienza razionale il patrocinio di pretese illegittime, la cui giustezza male si intona al naturale colore della verità. Iddio sa bene quanti, oggi in buona salute, dovran versare il loro sangue a sostegno di quanto Vostra Eminenza ci indurrà a fare: state perciò bene attento nell'impegnare la nostra persona, nel risvegliare la spada di guerra, tuttora dormiente. In nome di Dio, vi ingiungiamo di fare attenzione, che mai due regni come i nostri si sono scontrati senza un gran spargimento di sangue; e ogni goccia innocente sarà ognuna un lamento e una dolente rampogna contro colui che a torto volle affilare le spade a far cotanto scempio di effimere vite mortali. Tenendo a mente questo solenne richiamo, parlate, Eminenza: noi ascolteremo attenti, convinti in cuor nostro che quanto dite è stato lavato e purificato nella vostra coscienza, come il peccato al fonte battesimale.

CANTERBURY
Allora ascoltatemi, grazioso sovrano, e voi Pari che fedeltà dovete, e la vita, con i vostri servigi, a questo trono imperiale. Non vi ha impedimento alle pretese di Vostra Altezza sul trono di Francia se non questa citazione, attribuita a Faramondo: In terram Salicam mulieres ne succedant - "Nessuna donna potrà succedere in terra salica". La qual terra salica, sostengono a torto i Francesi, altro non è che il regno di Francia, e Faramondo è per loro il creatore di questa legge che escluderebbe le donne. Eppure i loro stessi autori affermano esplicitamente che la terra salica si trova in Germania, tra il corso del fiume Sala e quello dell'Elba: ove Carlo Magno, avendo sottomesso i Sassoni, si lasciò dietro ed insediò colonie di Franchi, i quali, avendo in dispregio le donne di Germania per certi loro costumi alquanto immorali, stabilirono allora questa legge: vale a dire, che nessuna femmina potrà mai ereditare in terra salica. E la terra salica, che come ho detto era tra l'Elba e il Sala, nella Germania odierna si chiama Meissen. E dunque risulta chiaro che la legge salica non per il regno di Francia fu escogitata; né i Franchi preser possesso della terra salica prima di quattrocento e ventuno anni dal decesso di Re Faramondo, a torto ritenuto l'ideatore di questa legge. Questi morì nell'anno di nostra redenzione quattrocentoventisei; e Carlo Magno sottomise i Sassoni ed insediò i Franchi, di là dal fiume Sala, nell'anno ottocentocinque. Dicono inoltre i loro studiosi che Re Pipino, il quale aveva deposto Childerico, ritenendosi erede universale in quanto discendente da Blithilde, la figlia di Re Clotario, poté a buon diritto reclamare la corona di Francia. Anche Ugo Capeto, il quale usurpò la corona di Carlo, Duca di Lorena, unico erede maschio della legittima discendenza diretta di Carlo Magno,  er conferire al suo titolo un simulacro di legittimità anche se, a dir la pura verità, era nullo e viziato, si fece passare per erede di Madonna Lingarda, figlia di Carlomanno, a sua volta figlio di Ludovico imperatore, il Ludovico figlio di Carlo Magno. Anche Re Luigi Decimo, l'unico erede dell'usurpatore Capeto, non riuscì a starsene con la coscienza tranquilla e la corona di Francia, finché non si fu assicurato che la leggiadra Regina Isabella, sua nonna, discendeva da Madonna Ermengarda, figlia di Carlo, il prefato Duca di Lorena: fu tramite quell'unione che la stirpe di Carlo Magno poté reinsediarsi sul trono di Francia. Pertanto è chiaro come il sole estivo che il titolo di Re Pipino, e le pretese di Ugo Capeto, e le certezze di Re Luigi, tutti sembran fondarsi sul buon diritto e il titolo di una donna, Lo stesso è valso, sino ad oggi, per i re di Francia, anche se poi si appellano a questa legge salica per impedire a Vostra Altezza di avanzare pretese per via femminile, e scelgon piuttosto di nascondersi in una rete che invalidare in tutto e per tutto i discutibili titoli a voi usurpati, e ai vostri progenitori.

ENRICO
Posso in coscienza e a buon diritto reclamar la corona?

CANTERBURY
Se c'è peccato, ricada sulla mia testa, o temuto sovrano!
Poiché nel Libro dei Numeri è scritto: "Quando l'uomo muore, la sua eredità può passare alla figlia". Grazioso sovrano, difendete il vostro diritto, spiegate la vostra bandiera tinta di sangue, ricordatevi dei vostri possenti antenati: andate, mio temuto signore, alla tomba del vostro bisnonno, l'eredità del quale voi reclamate; invocate il suo spirito guerriero e quello del vostro prozio, Edoardo il Principe Nero, che in territorio francese compì gesta tremende, sbaragliando l'intero esercito di Francia, mentre il suo formidabile padre, dall'alto d'un colle ristava sorridente a guardare il suo leoncello predare nel sangue dei nobili francesi. Oh nobili inglesi, che seppero impegnare con la metà delle loro forze tutta la superbia della Francia, lasciando l'altra metà a radersela, da spettatori del tutto inoperosi, contenti d'esserne fuori!

ELY
Rinverdite il ricordo di quei prodi caduti e il vostro braccio possente ne rinnovi le gesta. Siete voi il loro erede, sedete voi su quel trono, il sangue e A coraggio che dette loro la fama corre nelle vostre vene: il mio sovrano, tre volte possente, vive la sua giovinezza come un lieto mattino di maggio, maturo per grandi gesta ed epiche imprese.


ENRICO
I re e monarchi della terra, vostri confratelli, si aspettano tutti che andiate alla riscossa, come già fecero gli altri leoni della vostra stirpe.

WESTMORELAND
Sanno che Vostra Grazia ha il buon diritto, e i mezzi, e forze: e Vostra Altezza li ha. Mai re d'Inghilterra si ebbe nobili più ricchi e sudditi più fedeli: i loro cuori qui in Inghilterra han disertato i corpi e già sui campi di Francia han piantato le tende.

CANTERBURY
Oh, che anche i corpi li seguano, amato sovrano, per sostenere la vostra causa col sangue, col ferro e col fuoco! Per dare appoggio all'impresa noi uomini di chiesa raccoglieremo per Vostra Altezza una somma sì ingente quale mai il clero, in una singola elargizione, portò ad alcuno dei vostri predecessori.

ENRICO
Dobbiamo non solo armarci per invader la Francia, ma suddividere le nostre forze per poterci difendere dagli Scozzesi, che marceranno contro di noi se appena appena gliene offriamo il destro.


CANTERBURY
Gli uomini delle marche di frontiera, grazioso sovrano, son baluardo sufficiente a difendere il retroterra da quei predoni di là dal confine.

ENRICO
Non intendevo soltanto razzie e colpi di mano: temo piuttosto le intenzioni dell'intera nazione scozzese che è sempre stata, per noi, un vicino turbolento. Potrete leggere infatti che il mio bisnonno non andò mai con le sue forze in Francia senza che gli Scozzesi sul suo regno sguarnito si rovesciassero, come la marea in una breccia, con tutto l'impeto e la pienezza delle loro forze, martoriando con feroci incursioni un paese indifeso, cingendo d'implacabile assedio castelli e città: sì da lasciar l'Inghilterra, svuotata dei suoi difensori, sconvolta e tremante alla mercé di quei brutti vicini.

CANTERBURY
Essa però, mio sire, subì più paura che danni; basti pensare di quali esempi essa è stata capace. Quando tutti i suoi cavalieri trovavansi in Francia ed essa era una vedova, in lutto per i suoi nobili, non solo seppe assai bene difender se stessa, ma catturò e mise in gabbia, come un cane randagio, il Re di Scozia, che in Francia poi volle spedire per coronare la fama di Re Edoardo con re prigionieri, e far ricchi di gloria i suoi libri di storia, così come son ricchi i melmosi fondali marini, di relitti colati a picco e incalcolabili tesori.

ELY
Ma vi è anche un detto molto antico e verace: "Se la Francia vuoi tu conquistare dalla Scozia fai bene a cominciare". Poiché ogni volta che l'aquila inglese va a caccia di preda, nel suo nido incustodito la faina scozzese s'insinua di soppiatto, a suggerne le uova regali, facendo la parte del topo in assenza del gatto, straziando e guastando quel che non può divorare.


ENRICO
Ne consegue che il gatto dovrebbe starsene a casa. Eppure questa non è necessità impellente, visto che abbiamo serrature per custodire i nostri beni, e trappole ingegnose per acciuffare i ladruncoli. Fintantoché il braccio armato si batte lontano da casa, la testa, ben consigliata, saprà difendersi in patria; giacché il governo, nelle sue gerarchie alte, medie e basse consta di più elementi, che pure dan vita a un unico concerto ov'essi convergono in ricca e naturale armonia: come la musica.

CANTERBURY
Vero. Proprio per questo alla condizione umana il cielo assegna molteplici funzioni e ne governa l'attività in un moto perpetuo, al quale assegna, come obiettivo e fine ultimo, la subordinazione: così lavoran, difatti, le api da miele, creature che per legge di natura servon da esempio di società ordinata alla popolazione di un regno Esse hanno un re, e funzionari di diverso rango: alcuni in patria, come magistrati, vi fari rigare dritti; altri all'estero, come mercanti, esploran le vie del commercio; altri ancora, come soldati, armati di pungiglione, fanno man bassa dei vellutati boccioli detestate, e tal bottino allegramente portano a casa, alla regale tenda del loro imperatore: il quale, tutto preso dalla maestà del suo ruolo, tien d'occhio i muratori che, cantando, tiran su tetti d'oro, i buoni borghesi che spremon cera dal miele, i poveri manovali che s'accalcano a trasportare quei loro grossi carichi sino al suo stretto portone, il giudice accigliato, che tetramente bofonchia nel consegnare a giustizieri spettrali il fuco torpido e ignavo. Io ne concludo che molte cose, purché dirette esclusivamente verso un unico fine, possono anche venire da opposte  irezioni: così come molte frecce, scoccate da punti diversi, centrano un solo bersaglio; e molte vie portano a un'unica città, e molti dolci rivoli si versano nelle acque salate di un unico mare, e molte linee convergono al centro della meridiana. E così possono mille azioni, purché bene avviate, tendere a un solo obiettivo e giungere tutte a buon fine, senza insuccessi. E allora in Francia, mio sire! Spartite in quattro la vostra felice Inghilterra; portatevi in Francia appena un quarto di essa, e voi con esso farete tremare la Gallia intera. Se noi, con forze tre volte superiori rimaste in patria, non sapremo tenere a bada i cani sull'uscio di casa, tanto vale lasciarci azzannare, e far perdere alla nostra nazione la sua reputazione di tenacia ed acume politico.

ENRICO
Fate entrare i messi inviati dal Delfino. Adesso siam fermamente decisi; e con l'aiuto di Dio  di voi tutti, nobile nerbo del nostro potere,  poiché la Francia è nostra la ridurremo in soggezione, o la faremo a pezzi. O noi c'insedieremo colà, dettando legge con autorità illimitata alla Francia e a tutti i suoi ducati, grandi quasi come regni, o lasceremo queste ossa in un'urna ingloriosa, senza alcun monumento o epigrafe sepolcrale. O la nostra storia dovrà con parole sonanti favoleggiare delle nostre imprese, oppure la nostra tomba, resterà muta come la bocca di un turco dalla lingua mozzata, senza neppure l'onore di un epitaffio di cera.


Entrano gli ambasciatori di Francia.
 

Ora siam pronti ad ascoltare ciò che desidera il nostro amabile cugino, il Delfino: ci risulta infatti che non dal Re, ma da lui viene il vostro messaggio.

AMBASCIATORE
Vostra Maestà, vorrete cortesemente darci licenza di riferire in tutta franchezza la nostra ambasciata, oppure ci limitiamo a illustrarvelo un po' alla lontana il pensiero del Delfino, di cui siamo latori?

ENRICO
Noi non siamo un tiranno, ma un re cristiano le cui passioni son soggette al suo illuminato volere tal quali i malfattori, in ceppi nelle sue prigioni. Diteci dunque francamente, senza troppi riguardi, che cosa vuole il Delfino.

AMBASCIATORE
Allora, in breve, ecco qui: Vostra Altezza ha, or non è molto, inviato in Francia emissari, rivendicando taluni ducati, in forza del diritto del vostro grande predecessore, Re Edoardo Terzo. In risposta a tale pretesa, il principe nostro signore dice che voi tirate un po' troppo in lungo la giovinezza, e vi consiglia di metter la testa a partito; nessuna conquista farete in Francia con un'agile gagliarda: laggiù i ducati non si ottengono a suon di baldorie. Egli vi manda pertanto qualcosa a voi più congeniale, un barile di preziosi; e, come contropartita, vi prega di lasciarli perdere, i ducati che pretendete: che essi non sentan più parlare di voi. Questo dice il Delfino.

ENRICO
Quali preziosi, zio?

ENRICO
Palle da tennis, mio sire.

ENRICO
Siami assai grati al Delfino per le sue amabili uscite. Vi ringraziamo per il suo dono e pel vostro disturbo.
Quando opporremo a queste palle le nostre racchette ci giocheremo in Francia, a Dio piacendo, una tale partita che la corona di suo padre finirà fuori gioco. Ditegli che ha scelto di cimentarsi con un avversario che metterà sottosopra tutti i campi di Francia con i suoi tiri. E lo sappiamo benissimo che quando lui ci rinfaccia gli anni della dissipazione non ha nessun'idea dell'uso che ne abbiamo fatto. Povero trono d'Inghilterra! Mai gli demmo valore; e preferimmo tenerci alla larga da esso, abbandonandoci invece a barbara licenza: è cosa risaputa che più uno è lontano da casa, più cerca gli spassi. Dite al Delfino che osserverò le forme della regalità, portandomi da re e spiegando le vele della mia grandezza il giorno che sarò assiso sul mio trono di Francia. E a questo fine che la maestà volli metter da parte, sgobbando come fa l'operaio nei giorni di lavoro; sol per risorgere laggiù, sfolgorante di gloria, abbacinando gli occhi della Francia intera. Ma sì! Pure il Delfino, vedendoci, resterà abbagliato. Dite al faceto principe che la sua presa in giro ha cangiato le sue palle in proietti; e che la sua coscienza porta l'amara responsabilità della devastante vendetta che volerà con essi. Molte migliaia di vedove questa sua beffa defrauderà di mariti affettuosi; sottrarrà i figli alle madri, farà crollare castelli; e c'è chi non è ancora nato e nemmen concepito eppure avrà motivo di maledirla, la beffa del Delfino. Ma tutto questo è nelle mani di Dio, al quale io mi rimetto, e in nome del quale voi direte al Delfino che io sto per arrivare, per vendicarmi come posso e per levare il mio braccio di giustiziere in una causa sacrosanta. Andatevene dunque in pace, e dite al Delfino che la sua burla sembrerà tutt'altro che spiritosa se a riderne saranno in pochi, e a pianger migliaia. Date a costoro una scorta adeguata. E buon viaggio.


Escono gli ambasciatori.

ENRICO
Davvero spiritoso, il messaggio!

ENRICO
Speriamo di farne arrossire il mandante. Perciò vi dico, signori, che ogni ora è preziosa che possa aiutarci ad affrettare la spedizione, poiché da questo momento abbiamo un solo pensiero, la Francia, anche se prima d'ogni altra cosa noi pensiamo a Dio. Chiamate subito a raccolta, per questa guerra, le nostre forze; e diamoci pensiero, urgentemente ma con giudizio, di tutto ciò che aggiunga alle nostre ali qualche penna di più: visto che - Iddio c'è testimone - a casa di suo padre daremo al Delfino una bella lezione. Chiedo a ciascuno di dedicare ogni risorsa della sua mente a far partire questa nobile impresa a tamburo battente.


Escono.

 

Indice Teatro

Inizio pagina

 


 

Enrico V

(“The Life of King Henry the Fifth” - 1598 - 1599)

 

 

atto secondo - scena prima

 

Squilli di tromba.

Entra il Coro.

 

CORO
Ora la gioventù d'Inghilterra va tutta a fuoco,
le dilettose sete riposano negli armadi.
Ora son gli armaioli a far soldi, e l'idea dell'onore
domina incontrastata nel petto di ciascun uomo.
Vendon persino il pascolo per comprarsi il cavallo
e per seguire lo specchio di tutti i re cristiani
con le ali ai piedi, questi Mercuri inglesi.
Ora è l'Ambizione che aleggia nell'aria,
e la sua spada è coperta, dall'elsa alla punta,
delle corone imperiali,

baronali e ducali promesse a Enrico e a chi s'accinge a seguirlo.
I Francesi, avvisati da abili spie di questi formidabili preparativi,
tremano, lividi di paura,

e con futili trame cercan di contrastare i propositi inglesi.
O Inghilterra! Esempio di grandezza morale,
corpo non grande, eppur dotato di grande cuore,
cosa non sapresti fare, spronata da un senso d'onore,
se tutti i tuoi figli si comportassero in modo filiale!
Ma ecco, il Re di Francia scopre il tuo punto debole:
un nido di traditori, ch'egli ora ricopre di ben altre corone;

tre uomini corrotti - uno, Richard, il Conte di Cambridge,

il secondoHenry di Masham, Lord Scrope,

e il terzoun baronetto del Northumberland, Sir Thomas Grey -
hanno per un po' d'oro francese, a loro disdoro,
ordito una congiura con la Francia che trema.
Per mano loro dovrà morire questo re senza pari,
se inferno e tradimento mantengon le loro promesse,
prima che per la Francia s'imbarchi, a Southampton.
Portate ancora un po' di pazienza,

e noi verremo a capo di distanze incolmabili, condensando l'azione.
L'oro è stato pagato, i traditori si sono accordati,
il Re ha lasciato Londra,

e la scena si trasferisce ora, o signori, a Southampton:
è lì ora il teatro, è lì che voi siete seduti,
ed è da lì che, sani e salvi,

vi sbarcheremo in Francia per riportarvi poi a casa,

incantando quel braccio di mare che vi farà agevolmente passare:

ci sembra opportuno non mettere in subbuglio lo stomaco di nessuno.
Poi, quando arriverà il Re, e non prima di allora,
in quel di Southampton ci sposteremo ancora.

 

Esce.

Entrano il Caporale Nym e il Tenente Bardolfo.

 

BARDOLFO
Ben arrivato, Caporale Nym.

NYM
Tenente Bardolfo, buondì.

BARDOLFO
Dimmi, tu e l'Alfiere Pistola siete ancora amici?

NYM
Non lo so, e non lo voglio sapere. Sono uno che parla poco, ma quando verrà il momento ci sarà da ridere: accada quel che accada. Battermi non oso: si vede che terrò gli occhi chiusi e il mio ferro sguainato. È uno spiedo qualsiasi, e con questo? Per rosolare il formaggio va ancora bene, e al freddo resiste quanto la spada di un altro. Punto e basta.

BARDOLFO
Vi pago la colazione. Così tornate amici, e tutti e tre ce ne andiamo in Francia come fratelli giurati. Mettiamola così, buon Caporale Nym.

NYM
Parola mia, voglio campare il più a lungo possibile, questo è poco ma è sicuro; e quando non ce la farò più a campare farò come posso. Un'ultima puntata, e poi ho chiuso.

BARDOLFO
Una cosa è certa, caporale: che ha sposato Nell Quickly. Come è certo che anche lei ti ha fatto torto, visto che il promesso sposo eri tu.

NYM
Non so che dire. Le cose vanno com'è destino. Uno può pure dormire e, mentre dorme, restare con la gola intatta, con tutti i coltelli affilati che ci sono in giro. Andrà come deve andare. La pazienza è una giumenta sbiancata, eppure continua a tirar la carretta. Da qualche parte si finisce con l'arrivare. Non so proprio che dire.

Entrano Pistola e l'Ostessa Quickly, sua moglie.

BARDOLFO
Eccoli qui, l'Alfiere Pistola e sua moglie. Buon caporale, cerca di star calmo.

NYM
Che si dice, Pistola, caro il mio oste?

PISTOLA
Vile meccanico, osi darmi dell'oste? Su questa mano io giuro che tal termine ho in spregio, né mai più la mia Nell terrà gente a pensione.

OSTESSA
No, in fede mia, non per molto. Non si può dar vitto e alloggio a una dozzina, più o meno, di gentildonne che si guadagnano onestamente il pane di punta e di cruna, senza che la gente si metta a pensare che teniamo un bordello...


Nym e Pistol sguainano le spade.


Oddìo, Vergine santa, qui me lo fanno a fette! Qui ci scappa l'omicidio, l'adulterio volontario!

BARDOLFO
Caro tenente, caporale carissimo! Niente baruffe!

NYM
Puah!

PISTOLA
Puah a te, cane di Islanda! Cagnaccio islandese dalle orecchie pizzute!

OSTESSA
Buon Caporale Nym, fatti valere, e metti via quella spada.

NYM
Datti una mossa! Da solo a solo ti voglio.

PISTOLA
Da solassolo, cane matricolato? O vipera vile! Il solassolo sulla tua strabellissima faccia, lo sbatto! Il solassolo ficcatelo fra i denti, ed in gola, nei tuoi esecrandi polmoni, sì, fino in pancia, perdio! o, peggio ancora, nelle tue luride fauci! Quel solassolo te lo ricaccio nelle budella: io so colpire, il dito di Pistola è sul grilletto, e ne scaturiranno fuoco e fiamme.

NYM
Non sono il diavolo Barbassone: il tuo esorcismo non funziona. Avrei una gran voglia di dartele di santa ragione. Se fai la carogna con me, Pistola, io ti darò una ripassata col mio brando, con rispetto parlando, s'intende. Se vieni fuori ti sforacchierò un po' le budella, tanto per dirla in punta di forchetta: e questo è il succo del discorso.

PISTOLA
O abbietto fanfarone e dannato, forsennato individuo! La tomba è spalancata, la morte ti concupisce e ti s'appressa. Fuoriesci ordunque!

BARDOLFO
Ascoltatemi, ascoltate le mie parole! Colui che colpisce per primo, lo infilzerò fino all'elsa, com'è vero che sono un soldato.

PISTOLA
Un giuramento di possente possanza: or placasi il furore. Dammi il tuo pugno; qua la zampa, ti dico!
Eccelso è il tuo coraggio.

NYM
Io ti taglio la gola una volta o l'altra, con rispetto parlando. Questo è il succo del discorso.

PISTOLA
"Couple a gorge!" L'hai detta, la parola! Ti ritorno la sfida. Cane di Creta, vuoi tu la consorte involarmi? No! Vai allo spedale e dalla fumigante tinozza del disonore ripesca quella gatta impestata della razza di Criseide, Lola, detta Straccialenzuola, e falla tua sposa. lo ho, ed avrò sempre, la quondam Quickly per mia unica donna; e - pauca verba - s'è detto abbastanza. Falla finita!

Entra il Paggio.

PAGGIO
Oste Pistola, dovete accorrere dal mio padrone; e anche voi, ostessa: sta molto male e vuol mettersi a letto. Buon Bardolfo, va' e caccia il viso fra le sue lenzuola: fagli tu da scaldino. Davvero, sta veramente male.

BARDOLFO
Vattene, monellaccio!

OSTESSA
Parola mia, uno di questi giorni farà da budino ai corvi. Il Re gli ha spezzato il cuore. Mio buon marito, torna subito a casa.


Esce con il Paggio.

BARDOLFO
Suvvia, voi due, volete tornare amici? In Francia dobbiamo andarci assieme. Perché diavolo dovremmo portare coltelli? Per tagliarci la gola l'un l'altro?

PISTOLA
Che straripino i fiumi, e i diavoli ululino per la fame!

NYM
Mi darai gli otto scellini che mi devi per quella scommessa?

PISTOLA
Infimo schiavo è chi paga.

NYM
Ma io li voglio adesso: questo è il succo del discorso.

PISTOLA
Questo deciderà viril possanza: fatti sotto!


Snudano le spade.

BARDOLFO
Sulla mia spada, chi fa il primo affondo io lo ammazzo; sulla mia spada, giuro che lo ammazzo.

PISTOLA
Sulla spada si giura, e ogni giuramento va rispettato.

BARDOLFO
Caporale Nym, se vuoi fare la pace, falla; e se non vuoi, ebbene, dovrai vedertela anche con me. Ti prego, rinfodera.

NYM
Li riavrò, gli otto scellini che t'ho vinto con la scommessa?

PISTOLA
Sei scellini e otto pence tu avrai, subito e in contanti, e ti offrirò del pari un bicchierino; in fraterna amistà sarem confederati: io vivrò a spese di Nym, e Nym a spese mie. Non vi par giusto? Io sarò vivandiere al seguito della truppa, e che profitti avremo! Qua la mano!

NYM
Avrò dunque i sei scellini e mezzo?

PISTOLA
In contanti, e fino all'ultimo centesimo.

NYM
Allora va bene. E questo è il succo del discorso.

Entra l'Ostessa.

OSTESSA
Se siete nati di donna, venite d'urgenza da Sir John. Oh povero caro! Arde di febbre, una terzana quotidiana che lo scuote tutto: uno spettacolo veramente pietoso. Siate gentili, accorrete da lui.

NYM
Il Re ha sfogato i suoi malumori sul cavaliere, questa è la verità.

PISTOLA
Nym, hai detto giusto: il suo cuore è fratto e corroborato.

NYM
Il Re è un buon re, ma c'è poco da fare: anche lui ha i suoi quarti d'ora e le sue sbandate.

PISTOLA
Andiamo a condolerci col cavaliere. Quello che conta, cocchi miei, è sopravvivere.

 

Escono.

 

 

 

atto secondo - scena seconda

 

Entrano Exeter, Bedford e Westmoreland.


BEDFORD
Vivaddio, Sua Grazia ama il rischio: si fida di questi traditori.

ENRICO
Fra non molto li faremo arrestare.

WESTMORELAND
Come si mostrano tranquilli e sereni! Come se la devozione regnasse nei loro cuori, incoronata dalla fede e da incrollabile lealtà.

BEDFORD
Il Re è informato di ogni loro intenzione: non se lo sognan nemmeno, quel che lui ha intercettato.

ENRICO
Sì, ma l'uomo che divise il suo letto con lui, ch'egli aveva colmato e saziato di graziosi favori, che costui svenda, per una manciata d'oro straniero, la vita del suo sovrano al tradimento e alla morte!


Squilli di trombe.
Entrano Re Enrico, Scrope, Cambridge e Grey.

ENRICO
Ora che il vento è propizio, ci possiamo imbarcare. Mio Conte di Cambridge, mio caro signore di Masham e voi, esimio cavaliere, datemi qualche consiglio. Non credete che le truppe che portiamo con noi si apriranno un varco tra le armate di Francia, portando a termine fino in fondo le operazioni per cui le abbiamo sì ben raggruppate?

SCROPE
Senza dubbio, sire, se ognuno farà del suo meglio.

ENRICO
Di questo non dubito. Siamo più che convinti che non s'imbarca con noi un solo cuore che non si senta in pieno accordo col nostro, né ci lasciamo alle spalle una sola persona che non ci auguri successi e vittorie.

CAMBRIDGE
Mai fu monarca più temuto e più amato della Maestà vostra: non c'è un suddito, credo, che si arrovelli in preda al malcontento all'ombra provvida del vostro governo.

GREY
È vero: anche i vecchi nemici di vostro padre hanno tuffato nel miele la loro bile, e vi servono ora con cuori intrisi di zelo e di devozione.

ENRICO
Abbiam pertanto ampi motivi di gratitudine: faremmo prima a dimenticare l'uso delle mani che non la ricompensa dei meriti acquisiti, secondo il merito e la dignità di ciascuno.

SCROPE
Con muscoli d'acciaio ci prodigheremo per voi, e la fatica sarà ristorata dalla speranza di rendere a Vostra Grazia sempre nuovi servigi.

ENRICO
Ne siamo convinti. Zio Exeter, liberatemi l'uomo che avete arrestato ieri perché inveiva contro la nostra persona: a nostro avviso è stato l'eccesso del bere a dargli la stura, ma ora ch'è rinsavito gli offriamo il perdono.

SCROPE
Un atto di clemenza, ma di eccessiva fiducia. Sire, fate che sia punito: ché un tale esempio, se tollerato in costui, sarà quanto mai contagioso.

ENRICO
Via, consentiteci un po' di clemenza!

CAMBRIDGE
Sia pure, Altezza: ma non senza una punizione.

GREY
Sire, vi dimostrate sin troppo clemente se gli salvate la vita, dopo che avrà assaporato un severo castigo.

ENRICO
Ahimè, il troppo amore che mi portate, la troppa sollecitudine, son altrettante dure accuse contro quel poveraccio! Se su reati minori, commessi in stato d'ebbrezza, non chiuderemo un occhio, sapremo tenerli tutt'e due bene aperti quando delitti capitali, ruminati, trangugiati e digeriti, ci staranno di fronte? Quell'uomo sarà liberato anche se Cambridge, Scrope e Grey, nel loro tenero affetto, e pieni d'ansia per la nostra incolumità, preferirebbero vederlo punito. Ma veniamo alle cose di Francia: chi sono i commissari appena nominati?

CAMBRIDGE
Uno son io, mio sire. Vostra Altezza mi ha chiesto oggi stesso di candidarmi.

SCROPE
Lo avete chiesto anche a me, sire.

GREY
E a me, mio regale sovrano.

ENRICO
Allora, Richard Conte di Cambridge, ecco il vostro mandato; ed ecco il vostro, Lord Scrope di Masham; riverito cavaliere Grey di Northumberland, quest'altro è per voi: leggete, e sappiate che io so quanto ne siete degni. Mio Conte di Westmoreland, e voi, zio Exeter, c'imbarcheremo stasera... Ehi voi, che vi succede, signori? Cosa vedete in quei fogli, che mi state cambiando il vostro bel colorito? Guardateli, come han perso la faccia! Le loro gote son bianche come quella carta. Ma che ci avete letto, per farvi venire una tal tremarella, e fugare il sangue dai vostri volti?

CAMBRIDGE
Confesso la mia colpa, e mi rimetto alla clemenza di Vostra Altezza.

GREY E SCROPE
Alla quale ci rimettiamo noi tutti.

ENRICO
La clemenza, sino a poco fa in noi ben viva, l'han soffocata e uccisa i vostri stessi consigli. Abbiate almeno il pudore di non parlar di clemenza, quando i vostri discorsi vi si rivoltano contro come quei cani che azzannano i loro padroni. Guardateli, miei principi e nobili Pari, questi mostri di Inglesi! Il nostro Conte di Cambridge! Sapete bene che il nostro affetto era più che disposto a rivestirlo di tutti gli appannaggi al suo rango spettanti; e proprio quest'uomo per poche vili corone ha vilmente cospirato e giurato, in combutta col Re di Francia, di ucciderci, e proprio qui a Southampton. E anche quest'altro cavaliere, a noi non meno legato di Cambridge dai benefici ricevuti, ha giurato così. Ma, oh, Lord Scrope, che posso dire a te, creatura feroce, ingrata, inumana e crudele? Tu avevi in mano le chiavi di tutti i miei segreti, mi conoscevi a fondo, sin nel profondo del cuore, avresti potuto coniare in oro la mia persona, se avessi voluto sfruttarmi pei tuoi interessi: è mai possibile che il soldo dello straniero abbia potuto far sprizzare da te una sola scintilla di perfidia, tanto da scottarmi un mignolo? È davvero incredibile; e anche se l'evidenza del fatto spicca chiara e lampante, come il nero sul bianco, i miei occhi stentano a credervi. Il tradimento e l'assassinio son sempre andati a braccetto come una pariglia di diavoli l'un all'altro votati, che esprimono la loro natura in modo sì ovvio e palese da non destare nessun coro di stupore. Tu invece, contro ogni ordine naturale, hai ricondotto tale stupore ad affiancar tradimento e assassinio; e quale che sia l'astuto demonio che ti ha manipolato in modo così innaturale, si è guadagnato, all'inferno, la fama di artista preclaro: ogni altro diavolo tentatore che induca a tradire pasticcia e s'arrabatta, nell'opera di dannazione, con toppe, forme e colori da lui sottratte alle luminose apparenze di virtù e religione. Chi ti ha plagiato, invece, chi ha fatto di te un ribelle, nessun motivo ti ha dato perché tu dovessi tradire, se non per fregarti del titolo di traditore. Se quello stesso demonio che ti ha così infinocchiato andasse a caccia pel mondo intero a passo da leone, potrebbe tornarsene alle immensità del Tartaro e dire alle legioni invernali: "Mai troverò una preda facile quanto l'anima di quell'inglese". Oh, come hai impastato con il sospetto la serenità della fiducia! Esistono, gli uomini devoti? Certo, lo eri anche tu. E gli uomini dotti e austeri? Sicuro, anche tu lo sembravi. Ce ne sono, di nobile famiglia? Come no, e tu eri fra questi. E gli spiriti religiosi? Ebbene, tu eri uno di essi. Ci sono uomini frugali, liberi da eccessi volgari nel riso come nell'ira, uomini di tempra costante, non soggetti agli impulsi del sangue, abbigliati con decoro e modesti nel tratto, che non s'affidano solo all'occhio o solo all'orecchio, ma sottopongono entrambi a meditato giudizio? Proprio così tu sembravi, anche al vaglio più attento, e quindi la tua caduta ci lascia una specie di macchia, che segna anche l'uomo migliore ed il meglio dotato di un'ombra di sospetto. Dovrò pianger per te: ché questa tua ribellione, ai miei occhi, è una seconda caduta dell'uomo. Le colpe di costoro son manifeste. Arrestateli: ne risponderanno alla legge, e Dio li assolva delle loro macchinazioni!

ENRICO
Io ti arresto per alto tradimento, Richard Conte di Cambridge. Ti arresto per alto tradimento, Henry di Masham, Lord Scrope. Ti arresto per alto tradimento, Thomas Grey, baronetto del Northumberland.

SCROPE
Un giusto Dio ha disvelato le nostre trame, ed io lamento la mia colpa più della morte stessa. Imploro l'Altezza vostra di perdonarla, anche se il mio corpo dovrà pagarne lo scotto.

CAMBRIDGE
Quanto a me, non fu l'oro di Francia a sedurmi, anche se volli accettarlo quale incentivo per realizzare rapidamente il mio intento. Che Dio sia ringraziato per averlo sventato! Io esulterò di cuore, all'atto dell'espiazione, nell'impetrar, con il vostro, il perdono di Dio.

GREY
Mai suddito fedele esultò maggiormente alla scoperta del più insidioso dei tradimenti di quanto esulti io stesso, ora, pel mio destino, ora che la diabolica impresa è stata sventata. Perdonate la mia colpa, sire, ma non la persona.

ENRICO
Il Signore misericordioso vi assolva! Ed ecco la sentenza: avete cospirato contro la nostra regale persona, avete fatto lega con un nemico dichiarato, e dai suoi forzieri avete ricevuto una caparra d'oro per farci morire. Avreste così venduto il vostro re agli assassini, i suoi prìncipi e i suoi Pari alla servitù, i suoi sudditi a un'ignominiosa oppressione, e il regno intero alla devastazione. Riguardo alla nostra persona, non cerchiamo vendetta; ma abbiamo cara la sicurezza del nostro regno, di cui avete tramato la rovina, e perciò alle sue leggi è d'uopo consegnarvi. Allontanatevi dal mio cospetto, indegni, poveri sciagurati, e andate alla morte. Che Dio, nella Sua bontà, vi conceda la forza di sopportarne l'amaro sapore, e un pentimento sincero pei vostri peggiori misfatti. Portateli via!
 

Escono Cambridge, Scrope e Grey.


E adesso, signori, in Francia! Cotesta impresa sarà per voi, come per noi, parimenti gloriosa. Non abbiam dubbi: a questa guerra arriderà la fortuna, giacché il buon Dio ci ha fatto la grazia di portare alla luce l'insidia del tradimento che ci attendeva al varco per comprometterne l'esito sin dall'inizio. Ora siamo sicuri che ogni inciampo è stato rimosso dal nostro cammino. Avanti dunque, cari compatrioti! Vogliamo affidare la nostra armata alle mani di Dio, facendola subito entrare in azione. Coraggio, in mare! Spiegate le insegne di guerra! Chi non è Re di Francia non è Re d'Inghilterra!


Fanfara.

Escono.

 

 

 

atto secondo - scena terza

 

Entrano Pistola, l'Ostessa, Nym, Bardolfo e il paggio.

OSTESSA
Sii buono, marito di latte e miele, lascia che ti accompagni fino a Staines.

PISTOLA
No, imperocché il maschio mio cuore è in lutto. Godi, Bardolfo! Risveglia, o Nym, la tua vena polemica!
Sfodera il tuo coraggio, paggio! E morto Falstaff, e sarà d'uopo, pertanto, attristarci.

BARDOLFO
Magari fossi con lui, dovunque sia andato a finire, in paradiso o all'inferno!

OSTESSA
Ma no! Sicuro che non è all'inferno! Sarà in grembo ad Arturo, se mai uomo è volato in grembo ad Arturo. Ha fatto una gran bella fine, lui, e se n'è andato come un infante appena battezzato. Se n'è andato proprio tra il mezzogiorno e l'una, proprio al volger della marea: e quando che l'ho visto rimestar le lenzuola, e piluccare i fiori, e fissarsi sorridendo le punte delle dita, allora ho capito che non c'era niente da fare, visto che il naso ce l'aveva affilato come una penna, e balbettava di verdi praterie. "Cosa c'è, Sir John?" - gli faccio - "Su, da bravo, fatevi coraggio!" - E lui a gridare, "Dio, Dio, Dio!" tre o quattro volte; e allora io, per confortarlo, gli dico di non star tanto a pensare a Dio: speravo che non era ancora il caso di darsi pena con pensieri del genere. E allora lui mi disse di mettergli degli altri panni sui piedi, ed io cacciai la mano sotto le coltri e glieli tastai, ed erano più freddi del marmo. E allora l'ho palpato su fino ai ginocchi, e più su, e ancora più su, e tutto era freddo come il marmo.

NYM
Ma è vero che se l'è presa col vino delle Canarie?

OSTESSA
Eccome se è vero!

BARDOLFO
E con le donne?

OSTESSA
No, con le donne no.

PAGGIO
Sì invece, e ha detto pure che son diavoli incarnati.

OSTESSA
Lui l'incarnato non lo sopportava, era un colore che non gli andava proprio.

PAGGIO
A un certo punto ha detto che il diavolo se lo sarebbe portato via, per via delle donne.

OSTESSA
Difatti lui, in un certo senso, le ha tirate in ballo, le donne; ma in quel momento lui ci aveva i dolori romatici, e se l'è presa con la puttana di Bailonia.

PAGGIO
Ve lo ricordate, quando vide una pulce abbarbicata al naso di Bardolfo, e la chiamò anima nera, perché friggeva su quel tizzone d'inferno?

BARDOLFO
Beh, Dio l'abbia in gloria! Purtroppo è finito, il combustibile per la mia fornace: ed era l'unica ricchezza mai rimediata, stando al suo servizio.

NYM
Vogliamo darci una mossa? Il Re avrà lasciato Southampton.

PISTOLA
Decampiamo ordunque. Amore, concedimi le tue labbra. Tieni d'occhio i miei beni, mobili e immobili. Raccomando il buonsenso. La parola d'ordine: "Non si fa credito". Non fidarti di alcuno: ché i giuramenti son fatti di paglia, l'onor degli uomini di pastafrolla, e non c'è cane che valga un Can-che-morde, paperella mia. Consigli accettane solo da Caveto. Su, tergi i tuoi cristalli. All'armi, compagni di giogo: si parte per la Francia, a mo' di mignatte, ragazzi, a suggerla, suggerla, suggerla sino all'ultimo sangue!

PAGGIO
Dicon che come cibo il sangue non fa buon sangue.

PISTOLA
Sfiorate le sue tenere labbra, e in marcia!

BARDOLFO
Arrivederci, ostessa.

 

La bacia.

NYM
Non so baciare, io: qui è il succo del discorso. Addio ugualmente.

PISTOLA
Fai sfoggio di virtù domestiche. E sempre a casa: è un comando!

OSTESSA
Fate buon viaggio. Addio.

PISTOLA
E tienti stretto il malloppo!

 

Escono.

 

 

 

 

atto secondo - scena quarta


Fanfara.

Entrano il Re di Francia, il Delfino, i Duchi di Berry e di Bretagna, il Connestabile e altri.

RE DI FRANCIA
E così gl'lnglesi stanno per investirci con tutte le loro forze; e noi dobbiamo aver cura, la massima cura di opporre ad essi difese degne di un re. Pertanto i Duchi di Berry e di Bretagna, di Brabante e d'Orléans si metteranno in marcia, e voi, Principe Delfino, con la massima celerità, rinsalderete le nostre piazzaforti e le rifornirete di uomini valorosi e mezzi di difesa, giacché il Re d'Inghilterra irrompe su di noi con la furia di una valanga d'acqua risucchiata da un vortice. È bene dunque essere previdenti, e fare nostra la lezione della paura, dopo le passate batoste che questi Inglesi, temibili e sottovalutati, c'inflissero sul campo.

DELFINO
Mio temutissimo padre, è più che giusto armarsi contro il nemico, giacché nemmeno la pace dovrebbe addormentare un regno, in mancanza di guerre o di conflitti aperti, al punto di trascurare fortilizi, uomini e mezzi che vanno armati, mobilitati e approntati come se la guerra fosse sempre incombente. Dico pertanto che è più che giusto entrar tutti in azione, e ispezionare i punti deboli o vulnerabili della Francia. Facciamolo senza tradire sintomi di paura, né più né meno che se sapessimo che gli Inglesi stan preparando una moresca di Pentecoste: poiché, mio buon sire, il loro re è così inetto ed il suo scettro lo porta con tale incoscienza, da giovanotto vanesio, impulsivo, velleitario e volubile che non è il caso di aver paura di loro.

 

CONNESTABILE
Oh, non dite così, Principe Delfino! Vi sbagliate di molto, riguardo a questo re. Vostra Grazia lo chieda agli ambasciatori appena rientrati con quanta maestà egli ha ascoltato il vostro messaggio, da quali nobili consiglieri è degnamente assistito, come è garbato nelle contestazioni e, al tempo stesso, terribilmente tenace nelle sue decisioni. Vi accorgerete che i suoi passati trascorsi non eran che la scorza del romano Bruto, che dissimulava la saggezza sotto una cappa di follia: come i giardinieri, che copron di letame proprio le radici più delicate, che germoglieranno per prime.

DELFINO
Ebbene, non è così, signor Gran Connestabile. Ma anche se la pensiamo così, poco male: in fatto di difesa, conviene attribuire al nemico forze ben più poderose di quelle che lui mette in mostra. Solo così si mette a punto una difesa adeguata; chi invece nicchia, e lesina uomini e mezzi, farà come l'avaro, che si rovina un vestito per risparmiare su un pezzetto di stoffa.

RE DI FRANCIA
Facciamo conto che Re Harry sia forte, e voi, principi, armatevi bene per muovergli contro. La sua casata si è fatta forte sulla nostre pelle, ed egli discende da quella stirpe sanguinaria che ci ha braccati sul nostro stesso terreno. Basti pensare alla nostra memorabile umiliazione al tempo della fatale battaglia di Crécy, quando tutti i nostri princìpi finirono in mano a quel nero personaggio, Edoardo di Galles il Principe Nero, mentre quel gigante, suo padre, dall'alto di un colle gigante, stagliandosi sul cielo, circonfuso dal sole dorato, contemplava la sua eroica semenza, e sorrideva a vederlo fare macello della natura e sfigurare gli stampi di nobiltà, che Dio e i padri di Francia avevan creato in vent'anni. Quest'uomo è un virgulto di quel ceppo di vincitori: e dobbiamo temere la sua innata potenza e i suoi alti destini.

 

Entra un messo.

MESSO
Ambasciatori di Enrico, Re d'Inghilterra, chiedono udienza, urgentemente, a Vostra Maestà.

RE DI FRANCIA
Daremo loro subito udienza. Andate, portateli qui. La caccia, amici, si sta facendo movimentata.

DELFINO
Fermatevi ad affrontare gli inseguitori. I cani codardi fan più baccano quando l'oggetto dei minacciosi latrati scappa lungi da loro. Mio amato sovrano, prendeteli di petto, gl'Inglesi, e fate loro capire di quale monarchia siete a capo. Peccare d'amor proprio, mio sire, è cosa men vile del non amarsi abbastanza.

Entra Exeter.

RE DI FRANCIA
Da parte di nostro fratello d'Inghilterra?

ENRICO
Da lui in persona. Questo, Maestà, è il suo messaggio. Egli vi chiede, in nome di Dio onnipotente, di spogliarvi, mettendole da parte, delle glorie d'accatto che per dono del cielo, per legge di natura e diritto delle genti, spettano a lui e ai suoi eredi: e cioè la corona e tutto il ventaglio dei privilegi connessi, per consuetudine e tradizione secolare, alla corona di Francia. Acciocché voi sappiate che non si tratta di pretesa illegittima o invalida, racimolata fra i documenti tarlati del tempo che fu, o riesumata dalla polvere di  un antico oblio, egli vi manda un albero genealogico di rara chiarezza,documentato e inconfutabile in ogni dettaglio, chiedendovi di dare un'occhiata alla sua discendenza. Quando avrete constatato che è discendente diretto del più famoso dei suoi famosi antenati, Edoardo Terzo, vi chiede di cedergli allora la corona e il regno da voi iniquamente usurpate a lui che n'è l'autentico e legittimo pretendente.

RE DI FRANCIA
In caso contrario, che possiamo aspettarci?

ENRICO
Una campagna sanguinosa. Quella corona potete anche occultarla nei vostri petti: penserà lui a strapparvela. Tanto è vero che adesso si avanza fiero e tempestoso fra tuoni e lampi, come Giove, facendo tremare la terra; sicché, se fallirà con le buone, vi costringerà a forza. Egli vi ingiunge, per le viscere del Signore, di rassegnar la corona e di avere pietà delle povere anime per cui questa guerra famelica sta spalancando le sue fauci immense. Sulla vostra testa ricadranno le lacrime delle vedove, i lamenti degli orfani, il sangue dei caduti, i gemiti delle fanciulle abbandonate: mariti, padri e amanti promessi sposi, tutti saranno inghiottiti da questo conflitto. Questo vi chiede, di questo vi minaccia, questo è il mio messaggio, a meno che il Delfino non sia qui fra i presenti, ché a lui porto un saluto tutto particolare.

RE DI FRANCIA
Quanto a noi, rifletteremo con calma sulla questione. Domani riporterete una risposta finale e risolutiva al nostro confratello d'Inghilterra.

DELFINO
Quanto al Delfino, rispondo io per lui. Cos'è che A re inglese ha in serbo per lui?

ENRICO
Disdegno e sfida, disistima e disprezzo e ogni altra offesa che non sia disdicevole per il mio augusto mittente: di questo vi ritiene degno. Così dice il mio re; e se l'altezza di vostro padre nell'accogliere in blocco tutte le richieste, non saprà addolcire l'amara beffa che inviaste a Sua Maestà, egli vi chiamerà a risponderne con tale energia che ogni caverna o profondo anfratto in terra di Francia vi ricorderà quell'offesa, e vi rinfaccerà la beffa, facendo eco al rimbombo delle cannonate.

DELFINO
Sappiate che se mio padre accederà alle richieste, sarà contro il mio volere: io altro non voglio che cimentarmi col Re d'Inghilterra. A tal fine, qual cosa degna della sua giovanile insipienza, io gli mandai da Parigi delle palle da tennis.

 

ENRICO
E lui, per questo, farà tremare il vostro Louvre, a Parigi, fosse anche la più gran corte della grande Europa.
State pur certo, la scoprirete, la differenza - come è accaduto a noi suoi sudditi stupefatti - fra quel che facevan temere i suoi verdi anni, e le virtù che oggi egli possiede. Il tempo gli è ora prezioso, e non ne spreca neppure un granello: ve ne accorgerete contando i vostri morti, per poco che resti in Francia.

RE DI FRANCIA
Domani saprete tutto quel che abbiamo deciso.


Squilli di tromba.

ENRICO
Decidetevi subito, per evitare al nostro re di venir qui in persona a chiedervi conto del nostro ritardo: visto che è già sbarcato in questo paese.

RE DI FRANCIA
Sarete presto congedato, con proposte onorevoli. Una notte ci offre ben poco tempo e respiro per decidere su questioni di sì vasta portata.

 

Escono.

 

Indice Teatro

Inizio pagina

 


 

Enrico V

(“The Life of King Henry the Fifth” - 1598 - 1599)

 

 

atto terzo - scena prima

 

Squilli di tromba.

Entra il Coro.

 

CORO
Così, sull'ali dell'immaginazione, s'invola rapida la nostra scena,
spostandosi con non minore celerità
dei moti del pensiero. Supponete d'aver già visto,
al molo di Southampton, il Re che, armato di tutto punto,
imbarca la sua regale persona, e la sua intrepida flotta
che con guidoni di seta fa vento a Febo sorgente.
Date libero gioco alla fantasia, che vi farà contemplare
i mozzi che dan la scalata alle sartie di canapa.
Udite il fischietto squillante che dà ordine e senso
a una babele di suoni; guardate le vele di tela
sospinte dal vento insidioso e invisibile,
che portan le chiglie rigonfie tra i solchi del mare,
a prender di petto le ondate possenti. Su, provate a pensare
di starvene sulla riva, a osservare ammirati
una città che danza sugl'irrequieti marosi:
ché tale appare questa maestosa flotta
mentre fa rotta su Harfleur. Seguitela, oh, seguitela!
Aggrappatevi con la mente alla poppa d'ogni vascello,
e lasciatevi dietro l'Inghilterra, silenziosa come il cuor della notte,
guardata da vegliardi, da infanti, da donne anziane
che hanno perduto il vigore dell'età matura, o non l'hanno raggiunto.
C'è forse un giovane, fra quelli che si fan belli
d'una peluria incipiente, che non voglia seguire
in Francia la scelta, eletta coorte dei cavalieri?
Sforzate, sforzate la vostra immaginazione, e scorgerete un assedio:
osservate l'artiglieria, sugli affusti,
che su Harfleur circondata spalanca le bocche fatali.
Immaginate che sia tornato l'ambasciatore di Francia
per dire a Enrico che il Re gli offre
sua figlia Caterina, e con lei, quale dote,
qualche piccolo ducato di nessuna importanza.
Non è gradita l'offerta; e l'agile artigliere
ora accosta la miccia all'infernale cannone...
Allarme, e salve di artiglieria.
e tutto crolla davanti a lui. Siate ancora indulgenti,
ed arricchite lo spettacolo con le vostre menti.

 

Esce.

 

Allarme. Entrano il Re Enrico, Exeter, Bedford, Gloucester e i soldati con scale da assedio.

 

ENRICO
Ancora una volta, alla breccia, cari amici, tornate alla breccia, oppure chiudete il varco coi nostri caduti! In tempodi pace nulla si addice più all'uomo quanto un contegno tranquillo e dimesso; ma quando clangori di guerra c'intronan le orecchie, allora prendete a modello l'esempio della tigre: tendete ogni fibra del corpo, portate il sangue a bollore,nascondete una tempra equanime facendo la faccia feroce, prestate agli sguardi un che di terrificante, fate che gli occhi scrutino, tra le due feritoie del capo, come bronzei cannoni, e la fronte incomba su di essi paurosamente, così come un gran faraglione si erge incombente sulla sua base, flagellata e frastagliata dalla furia devastatrice dell'oceano. Ora è il momento di stringere i denti e dilatar le narici, trattenere il respiro, e tendere ogni vostra energia fino allo spasimo! Dateci sotto, nobilissimi Inglesi! Il vostro sangue deriva da padri ben rotti alla guerra, padri che, comealtrettanti Alessandri, si son battuti in questi luoghi dall'alba al tramonto, rinfoderando le spade solo a cose finite. Non disonorate le vostre madri: ora sì che potete provare di esser davvero i figli di chi chiamate padre! Siate ora di esempio a uomini di men nobile sangue, ed insegnate loro l'arte della guerra. E voi, onesti fanti, le cui membra fu l'Inghilterra a plasmare, fateci qui vedere di quale tempra è quel suolo! Noi vorremmo giurare che siete uomini di buona razza: sul che io non ho dubbi, giacché nessuno fra voi è sì indegno e mediocre da non mostrar nello sguardo un lampo di nobiltà. Vi vedo tesi come levrieri al guinzaglio, smaniosi di scattare. La partita è aperta! Siate voi stessi. Alla carica! Fate tremar la terra! Gridate: " Harry e San Giorgio! Dio salvi l'Inghilterra!


Escono.

Allarme, e salve di artiglieria.

 

 

 

atto terzo - scena seconda

 

Entrano Nym, Bardolfo, Pistola e il paggio.

BARDOLFO
Su, su, su, sotto! Alla breccia, alla breccia!

NYM
Vivaddio, caporale, riprendi fiato! Qui menan botte da orbi: e per parte mia non ce l'ho in dotazione, le vite di ricambio. Il succo del discorso, tanto per cantarle chiare, è che qui fa troppo caldo per i miei gusti.

PISTOLA
Le hai cantate chiarissime. Qui ci fanno sudare.
Le botte si sprecano. I vassalli di Dio cadon stecchiti:
E qui lo scudo e il brando,
il campo insanguinando,
di fama imperitura saran tosto vestiti.

PAGGIO
Quanto non darei per essere a Londra, all'osteria! Darei tutta la mia parte di fama per un boccale di birra e per salvare la pelle.

PISTOLA
Per parte mia:
Se realizzar potessi i sogni miei
L'intento mio certo non fallirei,
ed issofatto di qui m'involerei.

PAGGIO
Voleresti leggero,
non ti parrebbe vero
di scacciare cantando ogni pensiero.

Entra Fluellen.

FLUELLEN
Sangue di Dio, alla breccia, cani che siete! Fatevi sotto, coglioni! Li spinge avanti a piattonate.

PISTOLA
Non infierire, gran Duca, su queste creature d'argilla!
Placa i tuoi furori, i tuoi eroici furori,
placa i tuoi furori, gran Duca!
Mio bel gallazzo, placa i tuoi furori. Cocco bello, clemenza!

NYM
Questo sì è buonumore! Vostro Onore fa fuori il malumore.

 

Esce con Pistola e Bardolfo.

PAGGIO
Giovane come sono, li conosco bene, questi tre fanfaroni. Io faccio da paggio a tutt'e tre, ma se fossero loro a servire me, in tre che sono mi servirebbero a poco, ché tre buffoni di questa fatta non bastano a fare un uomo. Quanto a Bardolfo, quello è paonazzo in viso ma giallognolo dentro: così si spiega com'è che fa sempre il viso dell'armi ma lascia perder le armi. Pistola poi ha una lingua diabolica ma una spada angelica, per cui a parole vi saprà assassinare, ma le armi non le vorrà mai usare. Resta Nym: da quando ha sentito dire che gli uomini più in gamba son quelli di poche parole, disdegna di dire perfino le sue preghiere, per non esser creduto un dappoco. Alle sue poche, male parole corrispondono azioni poche e men che buone: ma è pur vero che non ha mai rotto la testa a un cristiano, a parte la testa sua, quella volta che prese la ciucca e finì contro un palo. Quelli là ruberebbero qualsiasi cosa: e questo lo chiamano "fare acquisti". Bardolfo ha rubato la custodia di un liuto, se l'è portata appresso per dodici leghe, e non se l'è poi venduta per quattro soldi? Nym e Bardolfo son come fratelli giurati, quando si tratta di sgraffignare, e a Calais han grattato una pala da carbone: l'ho capito da quest'impresa che non si vergognano a sporcarsi le mani. In più avrebbero voluto che io me la facessi colle tasche del prossimo, alla maniera dei guanti o dei fazzoletti: ma sentirei di non esser più un uomo, se mi mettessi a vuotare le tasche degli altri per riempire le mie: sarebbe peggio che intascare le offese. Devo proprio lasciarli e trovarmi un servizio migliore. Ho lo stomaco delicato io, per certe furfanterie: ecco perché mi vien fatto di rigettarle.


Esce.
Rientra Fluellen, seguito da Gower.

GOWER
Capitan Fluellen, dovete venir subito alle mine: il Duca di Gloucester vi vuole parlare.

FLUELLEN
Alle mine! Dite pure al Duca che non è il caso di andare alle mine. Perché, badate, le mine le han mica fatte secondo i regolamendi: le buche non sono profonde abbastanza, tando è vero, badate bene, che il nemico - provate a farglielo capire, al Duca - badate bene, si è andato a scavare le condromine quattro metri più sotto. Gesù, mi sa che salderà tutto per aria se non ci danno istruzioni migliori.

GOWER
Il Duca di Gloucester, a cui è affidata la conduzione dell'assedio, si lascia consigliare in tutto e per tutto da un irlandese, un gentiluomo di grande valore, parola mia.

FLUELLEN
Non sarà mica il Capitano Macmorris?

GOWER
Credo proprio di sì.

FLUELLEN
Gesù, quello è un somaro come ce ne sono pochi. Glielo andrò a dimosdrare sul muso, che non ha nessunissima combetenza nelle arti militari rettamende intese, badate bene, nelle discipline dei Romani: non più d'un cuccioletto.

Entrano il Capitano Macmorris e il Capitano Jamy.

GOWER
Eccolo che viene, e con lui il capitano scozzese, Capitan Jamy.

FLUELLEN
Il Capitano Jamy è un gendiluomo massimamende valoroso, questo è certo, e di grande esperienza e dottrina in fatto di guerre dell'antighità, come ho potuto personalmente gonstatare dalle sue istruzioni. Gesù, è uno che può tener testa a qualsiasi ufficiale di questo mondo, quando alle arti militari dell'andica Roma.

JAMY
Buonciorno, dico, Capitan Fluellen.

FLUELLEN
Buongiorno a vossignoria, buon Capitan James.

GOWER
Ehi voi, Capitano Macmorris, avete lasciato le mine? I guastatori hanno mollato tutto?

MACMORRIS
Via, per Cristo, non sci fa così! Il lavoro lasciato a mezzo, la tromba che ssona la ritirata: io lo giurassi sulla mano mia, e puro sull'anima di mio padre, non sci lavora coscì, piantando in asso ogni cosa. Io la città - che Cristo m'ascista! - l'avessi fatta saltare in un'ora, ecco. Oh, nun sci fanno le cose coscì, nun sci fanno, su questa mano mia, non sci fanno coscì!

FLUELLEN
Capitano Macmorris, ve ne supplico, congedetemi ora una piccola, badate bene, disputazione fra noi su certe questioni in parte relative o attinendi all'arte della guerra, alle guerre dei Romani, così, tando per discettare, badate bene, in un amichevole scambio di idee: in parte per confortarmi nelle mie opinioni, in parte per mia, badate bene, gradificazione intellettuale, su quando congerne la direzione dell'organizzazione militare: ché questo è il punto.

JAMY
Un'eccellente idea, affé mia, e pravi i miei capitani! E io vi risponterò punto per punto, col vostro permesso, se me ne offrite il testro: lo farò, poffarpacco!

MACMORRIS
Ma non è tempo di discorsi, che Cristo m'ascista! Qui comincia a far caldo, tra il tempo, e la guerra, e il Re, e i duchi: nun è mica tempo di discorsi. La città è ascediata, e le trombe ci chiamassero alla breccia, e noi stiam qui a parlare e, per Cristo, nun facessimo gnente: ci dovressimo vergognare, che Dio m'ascista! Una vergogna star qui a far gnente, una vergogna, su questa mano: con tutte le gole da tagliare, e il lavoro da fare, e non sci è fatto un bel gnente, che Cristo m'ascista, ecco!

JAMY
Per la Messa, prima che qvesti occhi miei se ne vatano a nanna io farò fino in fonto il mio tovere, sì, a costo di restarci lunco stecchito, sì, o d'incontrare la morte! Sì, e venterò molto cara la pelle, per qvanto sta in me, su qvesto ci potete contare: e qvesto è qvanto. Poffarpacco, mi sarebbe veramente piaciuto sentirvi tiscutere di qvalcosa, a voi due.

FLUELLEN
Capitano Macmorris, io credo, badate bene, e correggetemi se sbaglio, che non sono in molti, della vostra nazione...

MACMORRIS
Della mia nascione? E quale fosse la mia nascione? Una di farabutti, bastardi, mascalzoni e delinquenti, vero? Coscì saresse la mia nascione? Chi parla della mia nascione?

FLUELLEN
Badate bene, se la prendete diversamende da come indendevo, Capitano Macmorris, potrei per avventura essere indotto a pensare che non usate con me quell'affabilità che pure, per riguardo, dovreste usarmi, badate bene, visto che valgo almeno quando voi, sia quando a preparazione militare che quando a discendenza onorata, come anche per altre pardicolarità.

MACMORRIS
Nun mi risciulta che valete almeno quanto me. Che Cristo m'ascista, io vi tagliassi la testa!

GOWER
Signori miei, vi siete capiti male.

JAMY
Ach, cran prutto eqvivoco!
Una tromba chiama a parlamento.

GOWER
La città chiama a parlamento.

FLUELLEN
Capitano Macmorris, quando si presenderà un'occasione meglio opportuna, badate bene, allora mi congederò l'ardire di dirvi che io, in fatto di arte militare, me ne indendo davvero. E mi pare che basti.

 

Escono.

 

 

 

atto terzo - scena terza

 

Entrano il Re Enrico e tutto il suo seguito davanti alle porte della città.


ENRICO
Che aspetta a decidersi il governatore della città? Questo è l'ultimo parlamento che vi concediamo. Arrendetevi dunque alla nostra generosa clemenza oppure, da uomini fieri di esporsi alla morte, sfidateci a mostrare il nostro lato peggiore: e com'è vero che sono un soldato - titolo, a mio giudizio, che meglio di ogni altro mi si addice - se mi forzate a riprendere il bombardamento non lascerò Harfleur, già per metà conquistata, finché non l'avrò sepolta sotto le sue ceneri. Le porte della cristiana pietà saran tutte sbarrate, ed il soldato, rude, incallito e ormai duro di cuore, sfogherà senza più freno la sua sete di sangue, con una coscienza ampia quanto l'inferno, falciando come erba belle fanciulle in boccio e floridi infanti. Cosa m'importerà, allora, se un'empia guerra, rutilante di fiamme come il principe dei demoni, compirà, col suo volto nero di fumo, tutte le truci imprese inseparabili da devastazioni e saccheggi? Cosa m'importerà, quando voi stessi ne siete la causa, se la purezza delle vostre fanciulle cadrà nelle mani di stupratori violenti e brutali? Cosa può mai imbrigliare una malvagia libidine quand'essa si è ormai scatenata, e va a rotta di collo? Invece di dar ordini a vuoto e gridarli al vento a dei soldati ebbri di bottino, tanto varrebbe al Leviatano ordinar per iscritto di venirsene a riva. Perciò, cittadini di Harfleur, abbiate pietà della vostra gente e della vostra città, ora che i miei soldati mi obbediscono ancora. ora che il fresco e temperato vento della grazia è in grado di scacciare le sozze nubi, dense di contagio, dell'ebbrezza omicida, del saccheggio e del crimine. Altrimenti, aspettatevi di vedere fra breve il soldato accecato dal sangue che con mano impura insozza le chiome delle vostre figlie urlanti; i vostri padri ghermiti per le barbe d'argento, e le loro venerabili teste sfracellate sui muri; i vostri infanti ignudi infilzati su picche, mentre le madri impazzite levano al cielo un clamor di ululati tal squarciare le nubi, come le donne di Giudea dinanzi agli sgherri massacratori di Erode. Che dite? Vi arrenderete, per evitare tutto questo, oppure, in una difesa colpevole, vi farete annientare?

Entra il Governatore, sulle mura.

GOVERNATORE
Le nostre speranze sono oggi svanite. Il Delfino, dal quale avevamo invocato soccorsi, ci fa sapere che le sue forze non sono ancora pronte per far cessare un così grande assedio. Di conseguenza, gran Re, affidiamo la città e le nostre vite alla tua umanità e discrezione. Fate il vostro ingresso in città, disponete di noi e dei nostri beni, poiché non siamo più in grado di difenderci.

ENRICO
Spalancate le porte! A voi, zio Exeter: entrate voi in Harfleur, per restarvi insediato. Fortificatela bene contro i Francesi, e usate a tutti clemenza. Quanto a noi, caro zio, prima che arrivi l'inverno, e con le febbri che aumentano fra i nostri soldati, ci ritiriamo a Calais. Stanotte, in Harfleur, sarò ospite vostro; domani saremo pronti a riprender la marcia.


Fanfara.

Entrano nella città.

 

 

 

atto terzo - scena quarta

 

Entrano la Principessa Caterina e Alice, un'anziana gentildonna.

CATERINA
Alice, tu as été en Angleterre, et tu parles bien le langage.

ALICE
Un peu, madame.

CATERINA
Je te prie, m'enseignez; il faut que j'apprenne à parler. Comment appelez-vous la main en anglais?

ALICE
La main? Elle est appelée "de hand".

CATERINA
"De hand". Et les doigts?

ALICE
Les doigts? Ma foi, joublie les doigts; mais je me souviendrai. Les doigts? Je pense qu'ils sont appelés "de fingres"; oui, "de fingres".

CATERINA
La main, "de hand"; les doigts, "de fingres". Je pense que je suis le bon écolier; j'ai gagné deux mots d'anglais vitement. Comment appelez-vous les ongles?

ALICE
Les ongles? Nous les appelons "de nails".

CATERINA
"De nails". Écoutez: dites-moi si je parle bien: "de hand, de fingres, de nails".

ALICE
C'est bien dit, madame; il est fort bon anglais.

CATERINA
Dites-moi l'anglais pour le bras.

ALICE
"De arm", madame.

CATERINA
Et le coude?

ALICE
"D' elbow".

CATERINA
"D' elbow". Je m'en fais la répétition de tous les mots que vous m'avez appris dès à présent.

ALICE
Il est trop difficile, madame, comme je pense.

CATERINA
Excusez-moi, Alíce; écoutez: "d' hand, de fingres, de nails de arm, de bilbow".

ALICE
"D' elbow", madame.

CATERINA
O Seigneir Dieu, je m'en oublie! "D'elbow". Comment appelez-vous le col?

ALICE
"De nick", madame.

CATERINA
"De nick". Et le menton?

ALICE
"De chin".

CATERINA
"De sin". Le col, "de nick"; le menton, "de sin".

ALICE
Oui. Sauf votre bonneur, en vérité, vous prononcez les mots aussi droit que les natifs d'Angleterre.

CATERINA
Je ne doute point d'apprendre, par la grâce de Dieu, et en peu de temps.

ALICE
N'avez-vous pas déjà oublié ce queje vous ai enseigné?

CATERINA
Non, je réciterai à vous promptement: "d'hand, de fingre, de mails"...

ALICE
"De nails", madame.

CATERINA
"De nails, de arm, de ilbow..."

ALICE
Sauf votre bonneur, "d'elbow".

CATERINA
Ainsi dis-je: "d'elbow, de nick" et "de sin". Comment appelez-vous le pied et la robe?

ALICE
Le "foot", madame; et le 'cown".

CATERINA
Le "fut" "et le "con"? O Seigneur Dieu! Ils sont les mots de son mauvais, corruptible, gros, et impudique, et non pour les dames d'honneur d'user. je ne voudrais prononcer ces mots devant les seigneurs de France pour tout le monde. Foh! Le "fut" et le "con"! Néammoins, je réciterai une autre fois ma leçon ensemble: "d'hand, de fingre, de nails, d'arm, d'elbow, de nick, de sin, de fut, de con".

ALICE
Excellent, madame!

CATERINA
C'est assez pour une fois. Allons-nous à diner.


Escono.

 

 

 

atto terzo - scena quinta

 

Entrano il Re di Francia, il Delfino, il Duca di Bretagna, il Connestabile di Francia, e altri.


RE DI FRANCIA
Sicuramente ha già passato la Somme.

CONNESTABILE
E se non gli diamo subito battaglia, mio sire, rinunciamo pure a vivere in Francia: molliamo ogni cosa, e consegnamo le nostre vigne a quella razza di barbari.

DELFINO
O Dieu vivant! Possibile mai che delle frasche di casa nostra, i rimasugli della lussuria dei nostri avi, quei nostri rampolli, innestati su rami incolti e selvaggi, debban schizzare d'un subito su fino alle nuvole, e dominare dall'alto il ceppo che li ha originati?

BRETAGNA
Normanni, ma Normanni bastardi, bastardi Normanni! Mort Dieu! Ma vie! Se quelli continuano a venirsene avanti senza che li attacchiamo, io svenderò il mio ducato in cambio di un podere pantanoso e malmesso in quella squallida, frastagliata isola d'Albione.

CONNESTABILE
Dieu de batailles! Dove han preso questo coraggio? Non hanno un clima ingrato, nebbioso e tetro, con un pallido sole che quasi a fargli dispetto, tien loro il broncio, rovinando i raccolti? Può una brodaglia acquosa, un beverone per cavalli sfiancati, distillato dall'orzo, far fermentare quel freddo sangue fino a farlo bollire? E il nostro sangue, così caldo, vivificato dal vino, lo sentiremo gelare? Oh, per l'onore della nostra terra, non stiamocene qui impalati come stalattiti di ghiaccio appese alla paglia dei nostri tetti, mentre una gente di gran lunga più fredda irrora di giovanile, generoso sudore i nostri ricchi campi... Che dovremmo dir poveri, visti i padroni che hanno!

DELFINO
In fede, e sull'onor mio, le nostre donne si beffan di noi. Lo dicono chiaro e tondo: il nostro vigore è fiaccato, ed esse offriranno i loro corpi all'ardore della gioventù inglese, per ripopolare la Francia di prodi bastardi.

BRETAGNA
Ci dicon di andar dagli Inglesi, a scuola di danza, e insegnar loro l'agile "giravolta" e il veloce "corrente".
Quel che ci salva - dicono - son le nostre gambe, e nell'alzare i tacchi siamo fenomenali.

RE DI FRANCIA
Dov'è Montjoy l'araldo? Che parta a spron battuto, e porti all'Inghilterra la nostra sfida sdegnosa. Orsù, principi! Temprate lo spirito dell'onore, rendetelo più affilato delle vostre spade, e scendete in campo! Charles D'Alberet, Gran Connestabile di Francia, voi, Duchi di Orléans, di Borbone e di Berry, di Alençon e di Brabante, di Bar e di Borgogna, Jacques Châtillon, Rambures, Vaudemont, Beaumont, Grandpré, Roussi e Fauconbridge, Foix, Lestrelles, Boucicault e Charolais, nobili duchi, gran principi, Pari, baronetti e baroni, in nome delle vostre grandi casate, lavate una grande onta! Fermate Harry l'inglese, che porta per tutto il paese i suoi pennoni, intinti nel sangue di Harfleur! Rovesciatevi sulla sua armata, come valanga di neve sul fondovalle, sottomesso vassallo su cui le Alpi sputano e scaricano il loro catarro. Piombategli addosso! Vi bastan le forze che avete. E poi portatelo qui a Rouen su di un carro di ostaggi, da prigioniero.

CONNESTABILE
Questo si chiama esser grandi! Mi spiace solo che i suoi siano tanto in pochi, e, nella marcia, spossati dalle malattie e dalla fame, poiché son certo che quando vedrà l'esercito nostro il cuore gli piomberà nel pozzo della paura, e allora, per farla finita, ci offrirà il suo riscatto.

RE DI FRANCIA
Ordunque, Gran Connestabile, fate fretta a Montjoy, che dica al Re d'Inghilterra che vorremmo sapere quale riscatto egli si sente disposto a pagare. Principe Delfino, voi resterete con noi a Rouen,

DELFINO
Oh no! Vi supplico, Vostra Maestà.

RE DI FRANCIA
Abbiate pazienza, dovrete restare con noi.
E ora partite, Gran Connestabile e principi tutti, abbiamo fretta di sapere gl'Inglesi disfatti e distrutti.


Escono.

 

 

 

atto terzo - scena sesta

 

Entrano i capitani inglese e gallese, Gower e Fluellen.

GOWER
Ehilà, Capitan Fluellen! Venite mica dal ponte

FLUELLEN
Gesù, al ponde stan commettendo imprese memorabili.

GOWER
È incolume il Duca di Exeter?

FLUELLEN
Il Duca di Exeter è magnanimo quando Agamennone: ed è un uomo che io amo e onoro con tutta l'anima, e col cuore, la devozione, la vita, le mie sostanze e tutto quando sta in me. Egli - sia lodato e benedetto Iddio! - non è stato minimamende scalfito, ma condinua a tenere il ponde con grande valore e grandissima perizia. C'è al ponde anche un sottotenende; Gesù, credo in coscienza che lui ha il coraggio di un Marcandonio, eppure è uomo di nessunissima reputazione, anche se gli ho visto compiere qualche prodezza.

GOWER
Come avete detto si chiama?

FLUELLEN
Alfiere Pistola, lo chiamano.

GOWER
Non lo conosco.

Entra Pistola.

FLUELLEN
Eccolo, è lui.

PISTOLA
Capitano, io imploro la tua benevolenza: Il Duca di Exeter ti tiene in gran conto.

FLUELLEN
È vero, sia lode a Dio; e ho ben fatto qualcosa per meritarmi il suo affetto.

PISTOLA
Bardolfo, soldato tutto d'un pezzo, di cuore onesto e sperimentato valore, ha, per un fato crudele ed un maligno, erratico capriccio della ruota della Fortuna, quella dea cieca, ritta sull'irrequieta sua ruota di pietra ...

FLUELLEN
Portate pazienza, Alfiere Pistola. La Fortuna è dipinda cieca e con una benda sugli occhi, a significarvi che la Fortuna è cieca; ed è dipinda anche con una ruota a significarvi - e in questo consiste l'allegoria - che essa non fa che far giravolte, è incostante, è tutta mutevolezza e variabilità; ed il suo piede, badate bene, si posa su una sfera di pietra che rotola e rotola e rotola. In verità, il poeta ne fa una descrizione massimamende efficace: la Fortuna è una gran bella allegoria.

PISTOLA
La Fortuna è a Bardolfo inimica, e lui sogguarda bieca: egli rubò una pisside, onde sarà impiccato. Una morte esecranda! Che sulla forca finiscano i cani, che si liberi l'uomo e che il capestro la trachea non gli strizzi! Ma Exeter lo ha consegnato a un fato di morte per una pisside da quattro soldi. Va' pertanto a parlargli: il Duca ti presterà ascolto. Lo stame della vita di Bardolfo non fia reciso dalla stretta di vile fune e da un marchio d'infamia. Intercedi, o Capitano, per lui, ché ne avrai guiderdone.

FLUELLEN
Alfiere Pistola, mi par di capire dove volete arrivare.

PISTOLA
È d'uopo dunque esultare!

FLUELLEN
Di certo, Alfiere, c'è poco da esultare: poiché, badate bene, fosse anche mio fratello, preferirei che il Duca, a sua discrezione, me lo facesse giusdiziare, ché la disciplina va rispettata.

PISTOLA
Crepa, sii maledetto! Col cavolo che sei un amico!

FLUELLEN
Bene.

PISTOLA
Va' a farti fottere!

FLUELLEN
Di bene in meglio.

PISTOLA
Dico, fottute le tue budella e le tue sozze frattaglie!


Esce.

FLUELLEN
Capitan Gower, avete sentito che tuoni e lampi?

GOWER
Ma sì, costui è un impostore, un gaglioffo di tre cotte, ora me lo ricordo: un magnaccia, un tagliaborse.

FLUELLEN
Gesù, ne ha dette tande, al ponde, di parole di sfida, quande ne potete sentire in un giorno d'estate. Ma mi sta benissimo: quanto m'ha detto, vi garandisco, saprò ricordarlo al momendo opportuno.

GOWER
Insomma, costui è un babbione, un buffone, un cialtrone, che quando gli capita se ne va alla guerra per farsi bello, una volta tornato a Londra, nei panni del reduce. Questi tipi li sanno a menadito, i nomi dei grandi comandanti, e vi mandano a memoria i luoghi dei fatti d'arme - la ridotta tal dei tali, la tale breccia, il talaltro convoglio - chi ne uscì con onore, chi fu colpito a morte, chi si coprì di vergogna, in che posizione venne a trovarsi il nemico; e tutto questo ve lo scodellano a perfezione con tutto un frasario guerresco, ch'essi infarciscono d'imprecazioni di nuovo conio. E che effetto faranno, fra boccali spumeggianti e cervelli impregnati di birra, una barba tagliata come il tal generale e una tenuta da campagna lacera da far paura, fa meraviglia a pensarci. Ma dovete imparare a riconoscerli, questi figli degeneri del nostro tempo, ché altrimenti potreste prendere qualche granchio colossale.

FLUELLEN
Vi dico una cosa, Capitan Gower: mi rendo condo che quest'uomo non è quel che vorrebbe tando dimostrare al mondo. Se lo prendo in castagna, gli dirò il fatto suo... Udite, sta arrivando il Re, e io devo dirgli del ponde.


Tamburi e stendardi.

Entrano il Re Enrico]e i suoi soldati malconci, con Gloucester e Clarence.


Dio benedica Vostra Maestà!

ENRICO
Ebbene, Fluellen, sei venuto dal ponte?

FLUELLEN
Sì, con licenza di Vostra Maestà. Il Duca di Exeter ha difeso il ponde col più grande valore: i Francesi si sono dispersi, badate bene, dopo fatti d'arme di grande eroicismo e prodezza. Il nemico, diamine, stava per impossessarsi del ponde, ma è stato costretto a ritirarsi, e H Duca di Exeter è padrone del ponde. A Vostra Maestà posso dirlo: il Duca di Exeter è un uomo coraggioso.

ENRICO
Quanti uomini avete perduto, Fluellen?

FLUELLEN
La perdizione del nemico è stata assai grande, massimamende grande: diamine, per parte mia credo che il Duca non abbia perduto neanche un uomo, se non un tale che a quanto pare sarà giusdiziato per aver rubato in chiesa, un certo Bardolfo. Forse Vostra Maestà lo conosce: la sua faccia è tutta pustole e bitorzoli e forungoli e eruzioni, e le labbra gli soffian sul naso, e questo è come un tizzone ardende, qualche volta bluastro e qualche volta rossastro; solo che - sia lode a Dio - quel naso ora va sul patibolo, e il suo fuoco è spento.

ENRICO
Tutti i colpevoli di siffatti reati dovranno fare la stessa fine. Vi ordiniamo espressamente che nelle nostre marce attraverso il paese nulla sia estorto dai villaggi, nulla sia preso senza pagare, nessun Francese sia offeso o ripreso con parole arroganti; poiché quando generosità e crudeltà si contendono un regno, è il giocatore più umano che vince la prima mano.

Squilli di tromba.

Entra Montjoy.

MONTJOY
Dall'abito saprete chi sono.

ENRICO
Bene dunque, lo so: cos'altro vuoi farmi sapere?

MONTJOY
Ciò che pensa il mio signore.

ENRICO
Di' tutto.

MONTJOY
Ecco cosa dice il mio re: "Di' questo ad Harry l'Inglese: anche se sembravamo morti, non facevamo che dormire. La tempestività, in guerra, vale più dell'audacia. Digli che avremmo potuto dargli una lezione a Harfleur, ma non ci è parso saggio incidere il bubbone prima che fosse ben maturo. Ora però recitiamo la nostra parte, e la nostra voce si fa imperiosa. Il Re d'Inghilterra dovrà pentirsi della sua follia, rendersi conto della sua debolezza, ed ammirare la nostra pazienza. Invitalo pertanto a preventivare un riscatto che dovrà esser commensurato ai danni da noi subiti, ai sudditi che abbiamo perduto, all'umiliazione che abbiam dovuto ingoiare: se tutto questo dovesse ripagarcelo a peso, la sua pochezza ne sarebbe schiacciata. Per le nostre perdite il suo tesoro è troppo povero; per il sangue sparso dai nostri, le scarse leve del suo regno non bastano a compensarlo; quanto all'affronto subìto, anche se lui in persona s'inginocchiasse ai nostri piedi, sarebbe una meschina e inutile soddisfazione. A questo aggiungerai la nostra sfida; e a mo' di conclusione, dirai ch'egli ha tradito i suoi uomini, la cui condanna è ormai pronunciata". Questo vi dice il mio signore e padrone, e qui ha termine la mia missione.

ENRICO
Come ti chiami? Il tuo rango lo conosco già.

MONTJOY
Montjoy.

ENRICO
Il tuo incarico l'hai assolto degnamente. Torna sui tuoi passi, e di' al tuo re che per adesso non lo vengo a cercare. Preferirei continuare la marcia su Calais senz'altri impedimenti; giacché, a dire il vero, anche se è poco saggio far di queste ammissioni a un nemico abile che sa sfruttare il terreno, la mia gente è debilitata dalle malattie, le nostre file sono assottigliate, e i pochi rimasti non valgon molto di più di altrettanti Francesi; quando stavano bene, araldo, lasciatelo dire, credevo che un sol paio di gambe inglesi fosser più in gamba di almeno tre Francesi. Dio mi perdoni per queste vanterie! Sarà l'aria di Francia a insufflarmi la boria: son pronto a fare ammenda. Va' dunque, di' al tuo padrone che io son qui: il mio riscatto è questo mio corpo fragile e indegno, il mio esercito un pugno di uomini fiaccati dal male; eppure digli, al cospetto di Dio, che tireremo dritti quand'anche il Re di Francia, o altro vicino di tal fatta, si provasse a fermarci. Tieni, Montjoy: per la pena che ti sei dato. Va' a dire al tuo padrone di pensarci due volte. Se ci lasciate passare, passeremo. Se vi provate a impedirlo, la vostra terra fulva la tingeremo di rosso col vostro sangue. Montjoy, fa' dunque buon viaggio. È tutto qui il succo della nostra risposta: ora come ora, non cerchiamo battaglia; ma, ora come ora, non c'impegnamo a evitarla. Di' questo al tuo padrone.

MONTJOY
Glielo riferirò. Ringrazio Vostra Altezza.

 

Esce.

GLOUCESTER
Spero che non ci attacchino proprio ora.

ENRICO
Siamo nelle mani di Dio, fratello, non nelle loro. Marciamo fino al ponte, che sta per calare la notte. Ci attenderemo oltre il fiume, e domattina riprenderemo la marcia.

 

Escono.

 

 

 

atto terzo - scena settima

 

Entrano il Connestabile di Francia, il Signore di Rambures, Orléans, il Delfino e altri.
 

CONNESTABILE
Ma va' là! La mia è la miglior armatura del mondo. Che aspetta a far giorno?

ORLÉANS
Avete un'armatura di prim'ordine; ma al mio cavallo dovete render giustizia.

CONNESTABILE
È il miglior cavallo d'Europa.

ORLÉANS
Ma il giorno non arriva mai?

DELFINO
Mio Duca d'Orléans e voi, Gran Connestabile, è di cavalli e armature che state parlando?

ORLÉANS
Nessun principe al mondo ne è meglio equipaggiato di voi.

DELFINO
Che notte interminabile! Non cambierei il mio cavallo con nessun altro quadrupede fornito di zoccoli. Ça, ha! Rimbalza da terra come se al posto delle budella avesse palle da tennis: le cheval volant, il Pegaso, avec les narines de feu! Quando salgo in arcione mi par di volare come un falco. Esso fende l'aria, e se mai sfiora la terra questa si mette a cantare: perfino il corno dei suoi zoccoli è più musicale del flauto di Hermes.

ORLÉANS
Ha il colore della noce moscata.

DELFINO
E il calore dello zenzero. Una creatura degna di Perseo: esso è pura aria e fuoco, e i meno volatili fra gli elementi, la terra e l'acqua, in lui non si vedono mai, altro che nella sua paziente immobilità quando il cavaliere lo monta. Lui sì che può dirsi un cavallo, ogni altra cavalcatura non è che una bestia.

CONNESTABILE
In effetti, mio signore, è un cavallo incomparabile, assolutamente superbo.

DELFINO
Il principe dei palafreni: il suo nitrito è come il comando d'un monarca, e il suo portamento costringe all'omaggio.

ORLÉANS
Basta, cugino.

DELFINO
Ah no! L'uomo privo di spirito colui che, dal levarsi dell'allodola sino a quando l'agnello non torna all'ovile, non sa tessere variazioni, e tutte meritate, in lode del mio palafreno. È un tema inesauribile come il mare: cangiate le sabbie in altrettante lingue eloquenti, e il mio cavallo darà argomenti a ciascuna di esse. E un soggetto degno della conversazione di un sovrano, e degna cavalcatura del sovrano dei sovrani; e il mondo conosciuto, al pari di quello inesplorato, dovrebbe interrompere ogni sua faccenda per starlo a ammirare. Una volta composi un sonetto in suo onore che cominciava così: "O prodigio di natura..."

ORLÉANS
Così comincia anche un altro sonetto, dedicato a un'amante.

DELFINO
Dev'essere stato un'imitazione di quello da me composto pel mio destriero: il mio cavallo è la mia amante.

ORLÉANS
La vostra amante è brava a portare in sella.

DELFINOSolo me, però: che è quanto di meglio si possa dire di un'amante perfetta, buona e fedele.

CONNESTABILE
Sarà. Però ieri mi è parso che la vostra amante vi abbia perfidamentte scaricato.

DELFINO
Volete forse parlare della vostra?

CONNESTABILE
La mia non portava briglie.

DELFINO
Oh, allora era un'amante docile, e non più giovane, e voi ve la montavate come un fante d'Irlanda, a gambe nude e senza le nostre brache francesi.

CONNESTABILE
Si vede che v'intendete d'equitazione.

DELFINO
Appunto per questo mi permetto un consiglio: uno che cavalca così, senza certe precauzioni, rischia di cascare in qualche brutto pantano. Preferirei aver per amante il mio cavallo.

CONNESTABILE
Io, come amante, preferirei una giumenta.

DELFINO
T'assicuro, Connestabile, che la mia amante non porta la parrucca.

CONNESTABILE
Se la mia amante fosse una troia potrei vantarmene esattamente così.

DELFINO
"Le chien est retourné à son propre vomissement, et la truie lavée au bourbier": per te tutto fa brodo.

CONNESTABILE
Però io non mi servo del mio cavallo come amante, e non vado citando proverbi a sproposito.

RAMBURES
Gran Connestabile, l'armatura che ho visto stasera nella vostra tenda, di cosa è costellata? Sono stelle o soli?

CONNESTABILE
Stelle, signore.

DELFINO
Qualcuna di esse, spero, cadrà domani.

CONNESTABILE
E tuttavia il mio cielo saprà ben farne a meno.

DELFINO
Può darsi: non poche di esse son davvero superflue; fareste più bella figura se ne perdeste qualcuna.

CONNESTABILE
Esattamente come il vostro cavallo, sovraccarico di lodi. Trotterebbe altrettanto bene se faceste smontare qualche vanteria.

DELFINO
Magari potessi caricarlo delle lodi che merita! Ma quand'è che si fa giorno? Domani mi farò una cavalcata di un miglio, e il mio cammino sarà lastricato di facce inglesi.

CONNESTABILE
Vorrei poter dire la stessa cosa, ma non vorrei esser io, cammin facendo, a perdere la faccia. Ma non vedo l'ora che venga il mattino: ho una gran voglia di dare addosso agl'Inglesi.

RAMBURES
Chi rischia una scommessa? lo farò venti prigionieri.

CONNESTABILE
Prima di prenderli, sarete voi stesso a rischiare.

DELFINO
È mezzanotte, Vado ad armarmi.

 

Esce.

ORLÉANS
Il Delfino non vede l'ora che spunti il giorno

RAMBURES
Non vede l'ora di mangiarseli, gli Inglesi.

CONNESTABILE
Credo proprio di sì: ma non prima d'averli uccisi...

ORLÉANS
Sulla bianca manina della mia bella, è un principe valoroso.

CONNESTABILE
Giurate piuttosto sul suo piedino, così il giuramento lei se lo può mettere sotto i piedi.

ORLÉANS
È semplicemente il gentiluomo più intraprendente di Francia.

CONNESTABILE
L'intraprendenza è fare: e lui ha sempre l'aria di darsi da fare.

ORLÉANS
Ch'io sappia, non ha mai fatto del male a una mosca.

CONNESTABILE
Non ne farà neppure domani: così tale reputazione è salva.

ORLÉANS
A me risulta che è un valoroso.

CONNESTABILE
Risulta anche a me: me l'ha detto uno che lo conosce meglio di voi.

ORLÉANS
E chi è?

CONNESTABILE
Lui stesso, diamine! Mi ha anche detto che non gl'importava che si sapesse.

ORLÉANS
Non occorre dirlo: lui non nasconde la fiaccola sotto il moggio.

CONNESTABILE
Affé mia, signore, vi assicuro che non è così: le sue virtù non le ha mai viste nessuno, a parte il suo staffiere. Il suo valore è un falcone incappucciato: scopritelo, e prende il volo.

ORLÉANS
"Malignità e maldicenza van sempre a braccetto".

CONNESTABILE
Rispondo per le rime: "L'amico adulatore è sempre in difetto".

ORLÉANS
Ed io ribatto con un altro proverbio: "Date al diavolo ciò che è del diavolo".

CONNESTABILE
E bravo! Avete rifilato al vostro amico la parte del diavolo. E io miro al centro di quel proverbio: "Al diavolo il diavolo!"

ORLÉANS
In fatto di proverbi sarà difficile tacitarvi: "Lo sciocco non sa tenere la bocca chiusa".

CONNESTABILE
Mi avete chiuso la bocca!

ORLÉANS
Non è la prima volta che vi metto a tacere.

Entra un messo.

MESSO
Gran Connestabile, gli Inglesi sono a millecinquecento passi dalle vostre tende.

CONNESTABILE
Chi ha misurato il terreno?

MESSO
Il Signore di Grandpré.

CONNESTABILE
Un gentiluomo valoroso, di grande esperienza. Se almeno facesse giorno! Ah, quel povero Harry d'Inghilterra! Al contrario di noialtri, non smania certo per la luce dell'alba.

ORLÉANS
Che razza di sciagurato, di sventato, questo Re d'Inghilterra, che se ne va a tentoni, con quegli scervellati dei suoi, in posti così fuori mano e a lui sconosciuti.

CONNESTABILE
Se questi Inglesi avessero un po' di cervello, se la darebbero a gambe.

ORLÉANS
Ma non ce l'hanno: se le loro teste fossero dotate di un'armatura intellettuale, non ce la farebbero a portare elmi così pesanti.

RAMBURES
Quell'isola d'Inghilterra genera creature di grande coraggio: i loro mastini hanno un coraggio senza pari.

ORLÉANS
Sciocchi cagnacci, che si buttano ciecamente nelle fauci dell'orso russo, e si fan spappolare la testa come mele marce. Tanto vale chiamar coraggiosa la pulce che osi far, colazione sul labbro del leone.

CONNESTABILE
Giusto, giusto. E gli uomini sono affini ai mastini: partono all'attacco con brutale vigore, ma il cervello lo lasciano alle loro mogli. Fateli abbuffare di carne di bue, caricateli di ferro e d'acciaio, e mangeran come lupi e si batteranno come diavoli.

ORLÉANS
Vero. Solo che questi Inglesi son maledettamente a corto di carne.

CONNESTABILE
E allora domani ci accorgeremo che avran molta voglia di mangiare e nessuna di battersi. Adesso è tempo d'armarsi. Orsù, ci vogliamo muovere?

ORLÉANS
Ora sono le due. Vediamo un po' - per le dieci, diciamo, un centinaio d'Inglesi a testa li avremo in mano.


Escono.

 

 

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Enrico V

(“The Life of King Henry the Fifth” - 1598 - 1599)

 

 

atto quarto - scena prima

 

Entra il Coro.

 

CORO
Cercate adesso d'immaginarvi l'ora
in cui una tenebra fitta e densa di segreti sussurri
colma l'immensa cappa dell'universo.
Da campo a campo, nel tetro grembo della notte,
s'avverte appena il brusio di entrambe le armate,
sicché le sentinelle appostate quasi possono udire
i mormorii furtivi delle sentinelle nemiche.
Fuoco chiama fuoco, e al pallido bagliore delle fiamme
ciascuna armata distingue il volto oscurato dell'altra.
Destriero minaccia destriero, in alti, spavaldi nitriti,
squarciando l'orecchio intorpidito della notte; e dalle tende
gli armieri, nell'approntar le corazze dei nobili,
nel ribadirle a dovere con gran lavorio di martelli,
danno il tremendo annuncio della battaglia imminente.
Nella campagna s'ode il canto del gallo, il rintocco della campana,
a dirvi ch'è l'ora terza di un assonato mattino.
Fieri del loro numero, nell'intimo in nulla turbati,
i Francesi, ottimisti e sin troppo sicuri del fatto loro,
quei disprezzati Inglesi se li giocano a dadi;
e se la prendono con la notte sciancata, con quella posapiano,
quella brutta, sozza strega che se ne va claudicante,
con esasperante lentezza. I poveri Inglesi, già condannati
al sacrificio, attorno ai lor vigili fuochi
siedon pazienti, ruminando in cuor loro
i rischi del mattino; e il loro gestir rassegnato,
con quelle guance scavate e le uniformi a brandelli,
li offre alla contemplazione della luna
come paurose figure spettrali. Ma oh, chi ora voglia osservare
il regal comandante di questa banda allo stremo,
mentre va di tenda in tenda e ispeziona ogni scolta,
esclami: "Onore e gloria sul suo capo!".
Poiché egli se n'esce a far visita a tutti i suoi uomini,
sorride loro da pari a pari nel dar loro il buongiorno,
chiamandoli amici, fratelli, compatrioti.
Il suo volto regale non tradisce ansietà
per la temibile armata che l'ha circondato,
né un'ombra del suo colorito ha egli ceduto
a questa notte defatigante, trascorsa a vegliare.
Fresco è il suo aspetto, e domina la fatica
con piglio allegro e affabile maestà,
tanto che ognuno di quei disgraziati, pur pallido e esausto,
solo a guardarlo trae conforto dalla sua buona cera.
Con liberalità universale, come il sole,
di occhiate generose è prodigo con tutti,
sciogliendo il gelo della paura: così che tutti, nobili e plebei,
ritroverete, in questa povera descrizione,
l'ombra di Harry, in giro nella notte.
E ora la nostra scena deve involarsi verso la battaglia
dove - Dio ci perdoni! - noi faremo gran torto,
con quattro o cinque miserrimi ferri spuntati,
goffamente incrociati in un grottesco duellare,
al nome di Agincourt. E vi preghiamo di non andar via:
a dare corpo alla realtà basta una parodia.

 

Esce.

 

Entrano il Re Enrico, Bedford e Gloucester.

 

ENRICO
Gloucester, è vero che siamo in grande pericolo. Tanto più grande, allora, dev'essere il nostro coraggio.
Buongiorno, Bedford, fratello mio. Dio onnipossente! Anche nelle cose cattive c'è un barlume di bontà, se solo volessimo attentamente distillarlo. Il nostro cattivo vicino ci fa alzar di buon'ora, il che fa bene alla salute, e ci rende fattivi. Inoltre, agisce da pungolo esterno, o coscienza, e fa la predica a ciascuno di noi, e ci ricorda di prepararci degnamente alla resa dei conti. In tal modo possiamo cavar del miele dalla malerba, ed una qualche morale dal diavolo in persona.


Entra Erpingham.
 

Buongiorno, mio vecchio Sir Thomas Erpingham: un bel guanciale morbido, per quella bella testa bianca, sarebbe meglio di un ruvido letto di terra francese.

ERPINGHAM
Non proprio, mio sire; un tal giaciglio lo preferisco. Così posso dire: "Ora dormo come un re".

ENRICO
Fa bene accettar di buon grado i disagi del momento, grazie all'esempio: lo spirito si rasserena, la mente, è fuor di dubbio, ne vien stimolata, e le membra, che prima parevano morte e defunte, risorgon dal loro torpore tombale, e tornano in vita, deposta la vecchia pelle, con rinnovata agilità. Prestami il mantello, Sir Thomas. Voi due, fratelli, portate il mio saluto ai principi del nostro campo; date loro il buongiorno da parte mia, e senza indugio chiedete loro di venir tutti nella mia tenda.

GLOUCESTER
Sarà fatto, mio sire.

ERPINGHAM
Devo accompagnar Vostra Grazia?

ENRICO
No, mio buon cavaliere. Vai con i miei fratelli dai miei Pari d'Inghilterra. Io e la mia coscienza dobbiamo parlarci a quattr'occhi, e in questi casi si preferisce restare soli.

ERPINGHAM
Nobile Harry, in cielo ti benedica il Signore!


Escono tutti tranne Enrico.

ENRICO
Dio t'assista, gran vecchio! La tua serenità mi rincuora.

Entra Pistola.

PISTOLA
Chi va là?

ENRICO
Un amico.

PISTOLA
Parlamenta con me: se tu un uffiziale, o sei un volgare, comune plebeo?

ENRICO
La mia è una compagnia di gentiluomini.

PISTOLA
Trascini tu la poderosa picca?

ENRICO
Proprio così. E voi chi siete?

PISTOLA
Un gentiluomo, né son da meno dell'lmperatore.

ENRICO
Allora siete superiore al Re.

PISTOLA
Il Re è un bel galletto, e un cuor d'oro, un giovanotto in gamba, il cocco della fama, di buon casato, di pugno arci- agliardo: gli bacio la suola delle scarpe, e con ogni fibra del mio essere lo amo, quel compagnone. Come ti chiami?

ENRICO
Harry Le Roy.

PISTOLA
Le Roy? Mi sa di Cornovaglia: sei della ciurma cornovagliese?

ENRICO
No, son gallese.

PISTOLA
E Fluellen lo conosci?

ENRICO
Sì.

PISTOLA
Digli che glielo sbatto sulla capoccia, il suo porro,il giorno di San Davide.

ENRICO
E voi non portate lo stocco sulla berretta, quel giorno, che lui non lo sbatta sulla vostra.

PISTOLA
Sei amico suo?

ENRICO
E anche parente.

PISTOLA
Quand'è così, va' a farti fottere!

ENRICO
Grazie. E Dio v'accompagi.

PISTOLA
Ricorda che Pistola son nomato.

 

Esce.

ENRICO
Difatti sei uno che fa fuoco e fiamme.

Entrano Fluellen e Gower.

GOWER
Capitan Fluellen!

FLUELLEN
In persona. In nome di Gesù Cristo, parlate piano. È il più vasto sbalordimendo dell'universo mondo, quando i più sacrosanti e antichi princìpi e regolamendi di guerra non vengono osservati. Se vi desde la briga anche solo di studiarvi le guerre di Pompeo Magno, trovereste, ve lo garandisco, che non si sentiva cigalare né blaterare nell'accampamendo di Pompeo. E vi garandisco che scoprireste che i rituali della guerra, e le loro ingombenze e le forme e gli ordinamendi e il corretto svolgimendo dei medesimi sono ben altri.

GOWER
Ma come? Il nemico si sente da lontano: è tutta la notte che lo sentiamo.

FLUELLEN
Sangue di Dio! Se il nemico è un somaro, e un imbecille, e un buffone che parla troppo, vi pare dignitoso, badate bene, che anche noialtri facciamo i somari, e gl'imbecilli e i buffoni che parlan troppo? Cosa ne dite, eh, in coscienza?

GOWER
Parlerò più piano.

FLUELLEN
Fatelo, ve ne prego e scongiuro.


Escono Gower e Fluellen.

ENRICO
Anche se ha un'aria un tantino bislacca, questo Gallese ha senno e coraggio da vendere.

Entrano tre soldati, John Bates, Alexander Court e Michael Williams.

COURT
Fratello Bates, quella luce che sta spuntando laggiù non è mica il mattino?

BATES
Mi sa di sì. Ma non abbiamo grandi motivi per desiderare l'arrivo del giorno.

WILLIAMS
Laggiù si vede l'inizio del giorno. Dio solo sa se ne vedremo la fine. Chi va là?

ENRICO
Un amico.

WILLIAMS
Chi è il vostro comandante?

ENRICO
Sir Thomas Erpingham.

WILLIAMS
Un buon vecchio comandante, e un gentiluomo squisito. E che ne pensa lui, di grazia, della nostra situazione?

ENRICO
Che siamo come dei naufraghi su un banco di sabbia, che s'aspettano di esser risucchiati dalla prossima marea.

BATES
E questi pensieri non li ha confidati al Re?

ENRICO
No, né sarebbe opportuno che lo facesse. Perché, sia detto tra noi, credo che il Re non sia altro che un uomo come me: il profumo di una violetta lo sente come lo sento io; il firmamento gli appare come appare a me; tutti i suoi sensi non sono che facoltà umane. Messe da parte le pompe regali, la sua nudità non rivela che un uomo, e anche se le sue passioni si libran più in alto delle nostre, pure, quando si abbassano a terra, lo fanno con le stesse ali. Perciò, quando ha buone ragioni di aver paura, come noi adesso, la sua paura ha indubbiamente lo stesso sapore della nostra: eppure, a rigore, nessuno dovrebbe comunicargli la minima traccia di paura, per evitare ch'egli, facendola trasparire, possa scoraggiare il suo esercito.

BATES
Potrà far mostra di tutto il coraggio che vuole, ma credo che, anche in una notte fredda come questa, preferirebbe starsene a rnollo nel Tamigi con l'acqua alla gola: e magari fosse così, ed io con lui, a costo di qualunque rischio, pur di levarci da qui.

ENRICO
In fede mia, vi dirò in coscienza cosa penso del Re: penso. che non vorrebbe trovarsi in un luogo diverso da quello in cui sta.

BATES
Allora vorrei che stesse qui da solo: avrebbe la certezza di venir riscattato, e a un sacco di poveri diavoli si salverebbe la vita.

ENRICO
Sicuramente non gli volete abbastanza male da desiderare che resti qui solo, anche se parlate così per sondare le opinioni degli altri. Quanto a me, credo che non potrei morire contento da nessun'altra parte se non in compagnia del Re, dal momento che la sua causa è giusta e la sua guerra onorevole.

WILLIAMS
Questo è più di quanto sappiamo noi.

BATES
Certo, ed è più di quanto sia giusto voler sapere; a noi basta sapere che siamo sudditi del Re: altro non ci occorre sapere. Se poi la sua causa è ingiusta, l'obbedienza dovuta al re ci assolve da ogni colpa.

WILLIAMS
Ma se la causa non è giusta, il re stesso avrà un gran brutto conto da pagare, quando tutte quelle gambe e braccia e teste mozzate in battaglia si ritroveranno insieme nel giorno del Giudizio, e grideranno in coro: "Noi morimmo nel tal luogo!": alcuni imprecando, altri invocando il chirurgo, chi piangendo al pensiero delle mogli lasciate in miseria, chi per i debiti non pagati, chi per i figlioletti abbandonati dall'oggi al domani. Ho paura che ben pochi, fra quelli che muoiono in battaglia, facciano una bella morte: e come potrebbero cristianamente prepararsi alla fine quando è il sangue ad aver l'ultima parola? Ora, se questi uomini fanno una brutta morte, sarà una gran brutta faccenda per il re che li ha portati a morire, il re cui non possiamo disobbedire se non violando ogni nostro dovere di sudditanza.

ENRICO
Cosicché, se un figlio inviato dal padre mercante in un viaggio d'affari si perde in mare con tutti i suoi peccati, la responsabilità delle sue colpe, in base al vostro criterio, dovrebbe ricadere sul padre che l'ha mandato. O se un servo, che per incarico del suo padrone porta con sé una somma di denaro, è assalito dai briganti e muore senza aver fatto ammenda delle sue molte iniquità, voialtri mi definite il padrone come responsabile, per via di quell'incarico, della dannazione del servo. Ma le cose non stanno così. Il re non è tenuto a rispondere della fine che fanno i singoli soldati, né il padre di quella del figlio, né il padrone di quella del servo: poiché non vogliono certo farli morire quando richiedono loro determinati servigi. E poi non esiste re, per quanto immacolata la sua causa, che una volta sottoposta quest'ultima all'arbitraggio della spada, possa affrontarlo con dei soldati tutti del pari senza macchia. Può darsi che alcuni di essi si siano resi colpevoli di assassinio voluto e premeditato; altri, di aver sedotto delle vergini, tradendo i vincoli del giuramento; altri ancora di essersi fatti usbergo della guerra dopo aver straziato il dolce seno della pace con rapine e saccheggi. Ora, se costoro hanno eluso la legge, sottraendosi in patria al giusto castigo, per quanto possano sfuggire agli uomini non hanno ali che bastino a volar via da Dio. La guerra è uno strumento di giustizia divina e di retribuzione divina; ed ecco che gli uomini che hanno a suo tempo violato le leggi del re vengono ora puniti dalla guerra del re: là dove avevan temuto la morte, essi sono scampati, e dove invece speravano di cavarsela ci lascian la pelle. Se dunque essi muoiono impreparati, il re non è colpevole della loro dannazione, più di quanto non fosse stato colpevole prima, di quei misfatti soggetti ora al castigo divino. Il re dispone dell'obbedienza di ciascun suddito, ma non dell'anima di ciascun suddito, che appartiene a lui stesso. Perciò ogni soldato in guerra dovrebbe fare come l'infermo sul letto di morte, e purgare la sua coscienza d'ogni più piccola impurità. Se poi morrà, la morte sarà una liberazione; e se non morrà, il tempo impiegato a prepararsi l'anima non sarà speso invano, ma sarà benedetto. Colui che la scampa non commette peccato se si convince che, rendendo a Dio tale libera offerta, Dio l'ha fatto sopravvivere alla battaglia per far di lui un testimone della Sua grandezza, ed un esempio agli altri, di come essi devono prepararsi alla morte.

WILLIAMS
Certo che, per ogni uomo che fa una brutta morte, i suoi peccati ricadono sulla sua testa: non deve certo risponderne il Re.

BATES
Io non pretendo che lui risponda per me; eppure son ben deciso a battermi per lui, e a picchiar sodo.

ENRICO
L'ho sentito colle mie orecchie, il Re: ha detto che lui non si farà riscattare.

WILLIAMS
Sicuro! Ha detto così per farci combattere con più slancio. Ma quando a noi avran tagliato la gola, lui potrà sempre farsi riscattare, e noi resteremo fregati.

ENRICO
Se vivo tanto da vedere quel giorno, mai più presterò fede alla sua parola.

WILLIAMS
E così, perdio, l'avrete ripagato a dovere! Una sparata pericolosa quanto una cerbottana-giocattolo: che altro può fare a un monarca il risentimento privato di un povero cristo qualsiasi? Tanto varrebbe sforzarsi di congelare il sole, facendogli vento con una penna di pavone. Mai più presterai fede alla sua parola! Andiamo, è una frase ridicola!

ENRICO
La vostra rampogna è un tantino pesante: vorrei dirvene quattro, ma non è questo il momento.

WILLIAMS
Perché non battervi con me, se resterete vivo?

ENRICO
Buona idea.

WILLIAMS
Come farò a riconoscerti?

ENRICO
Dammi un tuo pegno qualsiasi, e lo porterò sul cappello: e poi, se oserai reclamarlo, potrai considerarti sfidato.

WILLIAMS
Ecco il mio guanto: tu dammene uno dei tuoi.

ENRICO
Eccolo.

WILLIAMS
Anch'io me lo metterò sul cappello; e a partire da domani, se tu verrai da me a dirmi: "Questo guanto è mio", per questa mano, ti mollerò un manrovescio.

ENRICO
Se vivrò tanto da rivederlo, raccoglierò la sfida.

WILLIAMS
Piuttosto oseresti farti impiccare.

ENRICO
Sta' tranquillo che lo farò, a costo di dartele alla presenza del Re.

WILLIAMS
Mantieni la parola. In bocca al lupo!

BATES
Fate la pace, imbecilli d'Inglesi, fate la pace! Abbiamo abbastanza conti da regolare coi Francesi, se solo sapeste farli, i conti!

ENRICO
In effetti, i Francesi posson scommettere venti testoni contro uno che ci batteranno, visto che se li portano sulle spalle, i testoni; ma non è mica un reato per noialtri Inglesi, scapitozzare i Francesi, e domattina il Re in persona si farà tosateste.

 

Escono i soldati.
 

Tutto in conto al re! Le nostre vite, le nostre anime,
i debiti, le nostre mogli angosciate,
i nostri figli, i nostri peccati: tutti in conto al re!
Tutto sulle nostre spalle! O dura condizione,
gemella della grandezza, ma soggetta al mugugno
di ogni imbecille, incapace di sentir altro
che il mal di pancia! A quale infinita pace dello spirito,
comune privilegio dei sudditi, rinunciano i re!
E che cos'hanno i re, che non abbiano anche i privati,
se non il cerimoniale, se non il fasto regale?
E cosa sei tu, o idolo del fasto regale?
Che razza di deità sei mai tu, che sopporti
afflizioni più gravi dei tuoi adoratori mortali?
Dove sono le tue rendite? Dove i profitti?
O fasto regale, dimostrami un po' quanto vali!
Cosa c'è, al cuore di tanta adorazione?
Che altro sei tu, se non il rango, il grado, la forma esteriore
che incuton negli uomini soggezione e timore?
In questo sei meno felice, nell'incuter timore,
di quanto non sia chi ha paura di te.
Che cosa bevi sovente, in luogo di omaggio affettuoso,
se non velenose lusinghe? Oh, cadi malata, suprema grandezza,
e ordina al tuo fasto regale di trovarti una cura!
Pensi tu forse che possa estinguersi, l'arsura febbrile,
al vento magniloquente dell'adulazione?
Inchini e genuflessioni la faranno andar via?
Puoi tu, al mendico che s'inginocchia ai tuoi piedi,
ridare la salute? No, tu sogno orgoglioso
che subdolamente ti trastulli col riposo d'un re:
io sono un re capace di smascherarti, poiché so bene
che non il crisma della consacrazione, lo scettro, il globo,
la spada, la mazza, la corona imperiale,
il manto intessuto d'oro e di perle,
la roboante lista di titoli che precede il re,
né il trono su cui è assiso, né la rnarea dello sfarzo
che si frange sulle alte scogliere di questo mondo -
no, nessuna di queste cose, o fasto regale tre volte fastoso,
nessuna di queste cose, distese in un maestoso baldacchino,
può mai dormire saporitamente come il miserabile schiavo
che, a pancia piena e con la testa vuota,
va a coricarsi, rigonfio di pane duramente sudato:
e mai contempla l'orrore della notte, figlia dell'inferno,
ma, come uno staffiere, dall'alba al tramonto
suda sotto l'occhio di Febo, ma per tutta la notte
dorme nei Campi Elisi; e l'indomani, allo spuntar del sole,
si leva e aiuta Iperione a montare sul cocchio:
e così insegue l'inarrestabile corso degli anni
utilmente faticando, sino alla tomba;
e, non fosse che pel fasto regale, un tal disgraziato
che i giorni passa a sgobbare e le notti a dormire,
se la passerebbe meglio, e con maggiore profitto di un re.
Il servo, qual membro di una nazione in pace,
questa pace si gode; ma il suo rozzo cervello non arriva a concepire
a quali veglie si sottopone il re per mantenere la pace:
ogni ora della quale va tutta a profitto di chi zappa la terra.

Entra Erpingham.

ERPINGHAM
Sire, i vostri nobili, impensieriti per la vostra assenza, vi stan cercando per tutto il campo.

ENRICO
Buon vecchio cavaliere, radunali tutti quanti alla mia tenda: io ti precederò.

ERPINGHAM
Sarà fatto, mio sire.

 

Esce.

ENRICO
O Dio delle battaglie, tempra d'acciaio i cuori dei miei soldati.
Non farli cedere al panico; togli loro, per ora,
la facoltà di contare, se mai il numero dei nemici
li induca a perdersi d'animo. Non oggi, o Signore!
Oh, non oggi, non pensare oggi al misfatto
commesso dal padre mio nel far sua la corona!
Io ho dato novella sepoltura al corpo di Re Riccardo,
e su di esso ho versato più lacrime di contrizione
di quante stille di sangue ne furon versate a forza.
Cinquecento poveri mantengo ogni anno a mie spese,
che due volte al dì levan le mani aduste
al cielo, a chieder perdono pel sangue versato; ho costruito
due case di preghiera, ove officianti mesti e solenni
pregan di continuo per l'anima di Riccardo. Farò anche di più,
anche se tutto quel che posso fare non vale nulla,
giacché il mio pentimento viene per ultimo, e solo
per implorare il perdono.

Entra Gloucester.

GLOUCESTER
Mio sire!

ENRICO
La voce di mio fratello Gloucester! Eccomi.
So perché sei venuto, verrò subito con te: il giorno, gli amici e il resto non aspettan che me.

 

Escono.

 

 

 

atto quarto - scena seconda

 

Entrano il Delfino, Orléans, Rambures e Beaumont.

ORLÉANS
Il sole indora le nostre armature. Orsù, miei signori!

DELFINO
Montez à cheval! Il mio cavallo! Ehilà! Varlet, lacquais!

ORLÉANS
O prode spirito!

DELFINO
Avanti! Les eaux et la terre!

ORLÉANS
Rien puis? L'air et le feu?

DELFINO
Ciel, cugino Orléans!


Entra il Connestabile.
 

Ebbene, signor Connestabile?

CONNESTABILE
Udite, come i nostri destrieri nitriscono, bramosi d'azione!

DELFINO
In sella! E striategli i fianchi coi vostri speroni, che il loro sangue bollente schizzi in faccia agl'Inglesi per subissarli in tale eccesso di ardore... Alé!

RAMBURES
Cosa? Volete vederli piangere il sangue dei nostri cavalli? Come faremo a vederli piangere lacrime vere?

Entra un messo.

MESSO
Gl'Inglesi sono in ordine di battaglia, o Pari di Francia.

CONNESTABILE
A cavallo, valorosi principi! Difilato a cavallo! Eccoli là, quella banda di morti di fame! Il vostro gran spiegamento ne risucchierà gli animi, lasciando nient'altro che gusci vuoti e spoglie mortali. Non c'è lavoro bastante per tutte le braccia che abbiamo, né c'è sangue bastante nelle vene esaurite di quelli per insozzar tutte quante le daghe sguainate che oggi saran sfoderate dai nostri prodi Francesi e poi rinfoderate, perché senza avversari. Soffiamogli addosso, e il fiato caldo del nostro valore li manderà all'aria. È un dato di fatto, signori, né si può contestare, che i nostri servi e villani che, essendo di troppo, vanno sciamando in un viavai senza senso attorno alle nostre formazioni schierate, potrebber da soli far piazza pulita di un nemico così scalcinato, quand'anche noi, ai piedi di questo colle, prendessimo posizione da spettatori oziosi: cosa che l'onor nostro non ci consente. Che altro posso dirvi? Basta che noi facciamo appena un tantino così e avremo fatto tutto. Che dunque i trombettieri diano fiato alle trombe col segnale "A cavallo!"; il nostro approssimarci sconvolgerà il campo e gl'lnglesi, rannicchiandosi a terra sgomenti, si arrenderanno.

Entra Grandpré.

GRANDPRÉ
Perché tanto indugiare, miei nobili di Francia? Quei cadaverici isolani, che già disperan di salvare le ossa, fanno una ben trista figura nel campo mattutino; i loro laceri vessilli pendono sconsolati e l'aria nostrale li scuote, al passaggio, sprezzante; il grosso Marte sembra far bancarotta in quella torma cenciosa e lancia pavide occhiate da una rugginosa celata; i cavalieri stan lì impalati come quei candelabri armati di lance di cera; e i loro poveri ronzini tengon la testa bassa, con pelle e fianchi cascanti, il muco che cola dai loro occhi spenti di moribondi, e in quelle bocche sbiancate ed inerti le ganasce del morso, sporche di erba rimasticata, pendono immobili. E intanto i corvi, loro sinistri esecutori, volteggian su tutti loro, e attendono il loro momento. Non c'è descrizione che sappia vestirsi di parole atte a dipinger dal vivo cotesti guerrieri, vivi tuttora, eppure all'aspetto sì privi di vita.

CONNESTABILE
Han detto già le loro orazioni, e ora attendon la morte.

DELFINO
Dobbiamo mandargli dei pasti caldi, degli abiti nuovi, e portar del foraggio ai loro cavalli affamati, prima di attaccare battaglia?

CONNESTABILE
lo aspetto il mio stendardo. Avanti, al campo! Prenderò la bandiera da un trombettiere, tanto per romper gl'indugi. Su, coraggio, adunata! Il sole è già alto, stiamo sprecando la giornata.

 

Escono.

 

 

 

atto quarto - scena terza

 

Entrano Gloucester, Bedford, Clarence, Exeter, Erpingham con tutto l'esercito; Salisbury e Westmoreland.

GLOUCESTER
Dov'è il Re?

BEDFORD
Il Re è andato a osservar di persona lo schieramento nemico.

WESTMORELAND
Di combattenti ne hanno almeno sessantamda.

ENRICO
Son cinque a uno, e per di più truppe fresche.

SALISBURY
La mano di Dio ci aiuti a colpire! Una disparità spaventosa! Dio vi assista, o principi tutti; io vado al mio posto.
Se non dovessimo più incontrarci, altro che in cielo, vi dico addio con letizia, mio nobile Duca di Bedford, mio caro Lord Gloucester, mio buon Lord Exeter, e voi, mio gentile congiunto, guerrieri tutti: addio!

BEDFORD
Addio, buon Salisbury, e buona fortuna anche a te!

ENRICO
Addio, nobil signore. Battiti da prode, quest'oggi! Eppure ti faccio torto a incitarti così: tenace e fedele, tu sei il valore fatto persona.


Esce Salisbury.

BEDFORD
Egli è ricco di valore quanto di umanità: principesco in entrambi.

Entra il Re Enrico.

WESTMORELAND
Oh, se ora avessimo qui anche solo diecimila di quelli che in Inghilterra se ne stan oggi con le mani in mano!

ENRICO
Chi è che dice così? Mio cugino Westmoreland? No, mio caro cugino. Se destinati a morire, siamo abbastanza numerosi da costituire una perdita per il nostro paese. Se dobbiamo vivere, quanto più in pochi saremo, tanto più degni d'onore. Per amor di Dio, ti prego, non volere un sol uomo di più. Per Giove, io son tutt'altro che avido d'oro; e non m'importa di chi si nutre a mie spese, né me la prendo se c'è chi indossa i miei panni: nei miei desideri non trovan posto le cose esteriori. Ma se è peccaminoso aspirare alla gloria, io sono il peccatore più inveterato che ci sia al mondo. No, in fede mia, cugino, non volere un solo inglese di più. Per la pace di Dio! Non vorrei perdermi un sì grande onore, che un solo uomo in più vorrebbe, credo, spartire con me, nemmeno in cambio della mia più grande speranza. Oh, non volere un sol uomo di più! Proclama piuttosto, Westmoreland, a tutto l'esercito, che chi non ha abbastanza fegato per questa battaglia può pure andarsene: noi gli daremo un passaporto, e nella borsa gli metteremo anche i soldi del viaggio: noi non vogliamo morire in compagnia di un uomo che teme di essere nostro compagno nella morte. Oggi è la festa di San Crispiano: chi sopravvive a questo giorno per rimpatriar sano e salvo, s'impennerà sui due piedi solo a sentirlo nominare, e fremerà al nome di San Crispiano. Chi vedrà questo giorno e arriverà alla vecchiaia, ogni anno, alla vigilia, inviterà i suoi vicini a far festa, dicendo: "Domani è il giorno di San Crispiano!". Poi si rimboccherà la manica e mostrerà le sue cicatrici, e dirà: "Queste ferite mi son toccate il giorno di San Crispino". I vecchi dimenticano; e lui dimenticherà tutto il resto, eppure ricorderà, con qualche dettaglio di troppo, le sue prodezze di quel giorno. Saranno allora i nostri nomi che lui avrà sulle labbra, come persone di famiglia: Re Harry, Bedford ed Exeter, Warwick e Talbot, Salisbury e Gloucester, saran di bel nuovo evocati fra i calici colmi. E questa storia il brav'uomo insegnerà a suo figlio; e il giorno di Crispino e Crispiano non passerà mai, da questo giorno sino alla fine del mondo, senza che in esso ci si ricordi di noi: noi i pochi, i pochi eletti, noi fratelli in armi. Giacché chi oggi versa il suo sangue con me sarà mio fratello: per quanto di bassi natali, in questo giorno si farà nobile la sua condizione. E i gentiluomini che ora, in Inghilterra, si trovano a letto, si danneranno l'anima per non esserci stati, e si sentiran menomati, quando prende la parola un uomo che combatté con noi il giorno di San Crispino.

Entra Salisbury.

SALISBURY
Mio sovrano e signore, prendete d'urgenza il comando: i Francesi son già belli e schierati in ordine di battaglia, e si preparano ad un assalto impetuoso.

ENRICO
Tutto è pronto a riceverli, se i nostri cuori son pronti.

WESTMORELAND
Perisca l'uomo che ora si tira indietro!

ENRICO
Non li vuoi più, cugino, i rinforzi dall'Inghilterra?

WESTMORELAND
Per amor di Dio! Magari, sire, fossimo solo noi due senz'altro aiuto, a batterci in questo scontro di re!

ENRICO
Ecco, adesso vorresti sottrarmene cinquemila, di uomini: il che mi garba meglio che volerne uno solo di più. I vostri posti li conoscete: Dio sia con voi tutti!

Squillo di tromba.

Entra Montjoy, l'araldo dei Francesi.

MONTJOY
Ancora una volta io ti chiedo, Re Harry, se per il tuo riscatto vuoi ora scendere a patti, prima della tua ineluttabile disfatta: sei ormai, di certo, sull'orlo dell'abisso, e non potrai non esserne inghiottito. Inoltre, cristianamente, il Connestabile ti chiede di richiamare al pentimento i tuoi soldati, a che le anime loro possano dipartirsi in pace, serenamente, da questi campi ove, o sventurati, i loro poveri corpi resteranno a marcire.

ENRICO
Chi t'ha mandato stavolta?

MONTJOY
Il Connestable di Francia.

ENRICO
Ti prego, riportagli la mia precedente risposta: prima mi prendano - digli - e poi vendano le mie ossa.
Buon Dio, perché prenderci in giro, a noi poveracci? L'uomo che una volta vendette la pelle del leone quando la belva era in vita, fu ucciso nel dargli la caccia. Molti dei nostri corpi, senz'ombra di dubbio, verran sepolti in patria: e sulle tombe, son certo, vivrà nel bronzo la memoria delle gesta di oggi. E quelli che lasceranno in Francia le loro ossa di prodi, morendo da uomini, pur se sepolti nel vostro letame, son destinati alla fama: poiché quaggiù li saluterà il sole, per attirar su al cielo l'onore da essi esalante, mentre le loro spoglie mortali ammorberanno l'aria ed il fetore diffonderà la peste in terra di Francia. Ricorda dunque che i nostri Inglesi han valore da vendere se, dopo morti, a mo' di palle vaganti, rimbalzeranno in nuove traiettorie calamitose e, disfacendosi, uccideranno ancora. Ti parlerò con orgoglio: di' al Connestabile che noi siamo solo guerrieri da giorno di lavoro: orpelli e dorature li abbiam tutti infangati in uno strenuo marciare sotto la pioggia, pei campi. Penne e pennacchi li abbiam persi per strada - spennati, spero, non c'involeremo - e l'usura del tempo ci ha reso trasandati. Ma, per la Messa, i nostri cuori non fanno una piega; e i miei soldati, poveretti, mi dicon che prima di notte saran vestiti a nuovo, o sfileranno di dosso quelle uniformi fiammanti ai soldati francesi, mandando questi in congedo. Se faranno così - e, a Dio piacendo, faran proprio così - il mio riscatto sarà presto raccolto. Araldo, risparmiati la fatica; non tornare a chieder riscatti, araldo cortese: voi non avrete altro, lo giuro, che queste mie membra, e se le troverete come intendo lasciarvele, avrete poco da spremerne. Dillo, al Connestabile.

MONTJOY
Lo farò, Re Harry. E a questo punto, addio: nessun araldo ti parlerà mai più.

 

Esce.

ENRICO
Temo che un'altra volta ancora verrai a chieder riscatti.

Entra York.

YORK
Mio sire, in tutta umiltà vi chiedo in ginocchio di essere io a guidar l'avanguardia.

ENRICO
Fallo, mio bravo York. E ora, soldati, adunata! E Tu, Signore, a Tuo talento disponi della giornata.


Escono.

 

 

 

atto quarto - scena quarta

 

Allarmi. Scorrerie. Entrano Pistola, un soldato francese, e il paggio.

PISTOLA
Arrenditi, cane!

SOLDATO
Je pense que vous étes le gentilhomme de bonne qualité.

PISTOLA
Calité! "Calin o custure me!"
Sei tu un gentiluomo? Come sei nomato? Chiarifica!

SOLDATO
O Seigneur Dieu!

PISTOLA
Oh, il Senior Dié mi suona gentiluomo: soppesa ordunque le mie parole, o Senior Dié, e con attenzione.
O Senior Dié, ti passerò a fil di spada, ammenoché, o Senior, tu non mi faccia avere un riscatto astronomico.

SOLDATO
O, prenez miséricorde! Ayez pitié de moi!

PISTOLA
Un muà serve a poco; ne voglio quaranta, di muà; o ti caverò le budella dal gargarozzo, grondanti sangue vermiglio.

SOLDATO
Est-il imposte d'échapper la forse de ton bras?

PISTOLA
Force, cane? Oh dannatissimo, libidinoso caprone, non te la caverai con un "forse"!

SOLDATO
O, pardonnez-moi!

PISTOLA
Cosa stai blaterando? "Per donarmi dei muà?" Vieni, ragazzo: chiedi in francese a questo gaglioffo qual è il suo nome.

PAGGIO
Ecoutez: comment êtes-vous appelé?

SOLDATO
Monsieur Le Fer.

PAGGIO
Dice di chiamarsi Messer Le Fer.

PISTOLA
Messer Lo Ferro! Te lo ferro, te lo frusto, e te lo frugo io! Chiarifica tu il concetto in francese a costui.

PAGGIO
Io non so dirlo, in francese, ferro, frusto e frugo.

PISTOLA
Digli di prepararsi, che sto per tagliargli la gola.

SOLDATO
Que dit-il, monsieur?

PAGGIO
Il me commande à vous dire que vous faites vous prêt, car ce soldat ici est disposé tout à cette beure de couper votre gorge.

PISTOLA
O uì, cupé le gorge, permafuà! Bifolco, ammenoché tu mi dia degli scudi, e scudi sonanti, sappi che martoriato sarai da cotesto mio brando.

SOLDATO
O, je vous supplie, pour l'amour de Dieu, me perdonnez! Je suis le gentilhomme de bonne maison: gardez ma vie, etje vous donnerai deux cents écus.

PISTOLA
Quali parole son queste?

PAGGIO
Vi prega di risparmiargli la vita: è gentiluomo di ottima famiglia, e pel suo riscatto vi darà duecento scudi.

PISTOLA
Digli che la mia furia si placherà, ed io gli scudi farò miei.

SOLDATO
Petit monsieur, que dit-il?

PAGGIO
Encore qu'il est contre son jurement de pardonner aucun prisonnier; néanmoins, pour les écus que vous l'avez promis, il est content de vous donner la liberté, le franchissement.

SOLDATO
Sur mes genoux je vous donne mille remerciments et je m'estime heureux que je suis tombé entre les mains d'un chevalier, je pense, le plus brave, vaillant, et très distingué seigneur d'Angleterre.

PISTOLA
Ragazzo, interpreta a mio beneficio.

PAGGIO
Egli vi rende mille grazie, in ginocchio; e si stima fortunato d'esser caduto nelle mani d'un uomo che, a sentir lui, è il più prode, valoroso e tre volte ammirevole signieur d'Inghilterra.

PISTOLA
Com'è vero che sono un succhiasangue, mostra vo' far di clemenza. Seguimi, cane!

PAGGIO
Suivez-vous le grand capitaine.


Escono Pistola e il soldato francese.


Mai ho sentito una voce tanto piena uscire da un petto tanto vuoto; ma è veridico il detto: "Il vaso vuoto è anche il più sonoro"... Bardolfo e Nym erano dieci volte più valorosi di questo diavolo ruggibondo da sacra rappresentazione, a cui chiunque potrebbe scorciare gli unghioni con una daga di legno: eppure li hanno impiccati entrambi, e lo stesso toccherebbe a costui se solo si provasse a grattare qualcosa a suo rischio e pericolo. Io devo restare nell'accampamento con la servitù, assieme alle salmerie. I Francesi, se lo sapessero, potrebbero farci Passare un gran brutto momento, visto che a far la guardia non è rimasto nessuno, a parte i ragazzi.

 

Esce.

 

 

 

atto quarto - scena quinta

 

Entrano il Connestabile, Orléans, Borbone, il Delfino e Rambures.


CONNESTABILE
O diable!

ORLÉANS
O Seigneur! Le jour est perdu! tout est perdu!

DELFINO
Mort Dieu! Ma vie! Tutto è andato in malora, tutto! Ignominia e sempiterna vergogna ci beffan dall'alto dei nostri cimieri. O méchante fortune!
Non scappate così!

 

Breve allarme.

CONNESTABILE
Ma i nostri ranghi son tutti scompaginati!

DELFINO
O sempiterna vergogna! Diamoci una pugnalata! Son questi i miserabili che ci giocammo ai dadi?

ORLÉANS
È questo il re di cui chiedemmo il riscatto?

BORBONE
Vergogna, eterna vergogna, vergogna delle vergogne! Moriamo in piedi: torniamo nuovamente in campo, e chi ora non intende seguire il Borbone se ne vada di qui, e col cappello in mano, come un volgare ruffiano, stia di guardia alla porta, mentre un tanghero non più bennato del mio cane contamina la più leggiadra delle sue figlie.

CONNESTABILE
O indisciplina, che ci hai disfatto, assistici adesso! Buttiamoci allo sbaraglio, e offriamo le nostre vite. Se non agli Inglesi, almeno a morte gloriosa!

ORLÉANS
I nostri sopravvissuti, sul campo, bastano ancora a subissare gl'Inglesi con la forza del numero, se solo riusciamo a riordinare le nostre fila.

BORBONE
Riordinarle ora? Al diavolo! Mi metto alla ventura: meglio una vita breve che un'onta imperitura!

 

Escono.

 

 

 

atto quarto - scena SESTA

 

Squilli di tromba.

Entrano il Re Enrico col suo seguito e i prigionieri, Exeter e altri.

ENRICO
Ci siamo portati bene, compatrioti tre volte valorosi. Ma non è ancora finita: i Francesi sono tuttora in campo.

ENRICO
Il Duca di York vi manda a salutare, Maestà.

ENRICO
È vivo, mio caro zio? Tre volte, nel giro di un'ora l'ho visto a terra; tre volte in piedi, a pugnare. Dall'elmo agli speroni era coperto di sangue.

ENRICO
In questa guisa, da prode soldato egli giace, nutrendo di sé la pianura; e al suo fianco, tra il sangue, a lui compagno nell'onore di tante ferite, giace il nobile Conte di Suffolk. Suffolk fu il primo a morire; e York, pur straziato nel corpo, corre da lui, ch'è riverso nel proprio sangue, lo prende per la barba, ne bacia le ferite che sanguinanti gli squarciano il volto, e grida forte: "Aspetta, cugino mio Suffolk! La mia anima accompagnerà la tua in cielo. Aspetta, anima buona, che ti raggiunga per volare al tuo fianco, così come su questo campo glorioso e aspramente conteso, a fianco a fianco ci siamo onorevolmente battuti!". Mentre diceva così arrivai a fargli animo, lui mi guardò, sorrise e mi tese la mano la strinse appena, e poi: "Signore mio caro", mi dice, "potete dire al sovrano che il mio dovere l'ho assolto". E qui lui si girò, e attorno al collo di Suffolk gettò il braccio ferito, e lui baciò sulle labbra: e così, sposato alla morte, suggellò con il sangue un patto d'amicizia nobilmente conchiuso. Quel gesto così bello e così dolce mi strappò le lacrime che avrei voluto trattenere: ma non riuscii a restare uomo sino a quel punto, e lo spirito di mia madre invase i miei occhi, lasciandomi in un pianto dirotto.

ENRICO
Non posso biasimarvi: giacché, nell'ascoltarvi, tocca anche a me fare i conti con un velo di pianto, e per poco non piango anch'io.


Allarme.
 

Ma udite! Che nuovo allarme è mai questo? I Francesi han riordinato le loro unità sbandate: che dunque ogni soldato uccida i suoi prigionieri! Passate la parola.

 

Escono.

 

 

 

atto quarto - scena SETTIMA

 

Entrano Fluellen e Gower.

FLUELLEN
Sangue di Dio! Fare fuori i ragazzi e le salmerie! E espressamente condrario alle leggi di guerra; una carognata così, badate bene, non s'era mai sendita. Ditemelo in coscienza, è vero o no?

GOWER
È un fatto che non uno di quei ragazzi è rimasto in vita, e che son stati quei farabutti vigliacchi scampati alla battaglia che hanno fatto la strage; e per di più han bruciato e portato via tutto quello che c'era nella tenda del Re, ed è per questo che il Re ha dato l'ordine - ordine sacrosanto - a tutti i soldati di tagliare la gola ai loro prigionieri. Oh, è in gamba il nostro Re!

FLUELLEN
Certo, lui è nato a Monmouth, Capitano Gower. Come la chiamate voi la città dove nacque.Alessandro il Grosso?

GOWER
Alessandro il Grande.

FLUELLEN
Via, con vostra licenza, Grande o Grosso non è lo stesso? Il Grande o il Grosso, o il Possende o l'Immenso o il Magnanimo è sembre la stessa solfa, a parte qualche piccola variazione sul tema.

GOWER
A me risulta che Alessandro il Grande nacque in Macedonia; suo padre, se ben ricordo, lo chiamavano Filippo il Macedone.

FLUELLEN
Io credo che è proprio in Macedonia dove Alessandro è nato. Ve lo dico io, Capitano, se date un'occhiata alle mappe del mondo, vi garandisco che troverete, facendo i debiti confrondi fra Macedonia e condea di Monmouth, che la posizione, badate bene, è piuttosto simile. In Macedonia c'è un fiume, e manco a dirlo c'è un fiume nella condea di Monmouth: quello di Monmouth si chiama Wye, ma il nome dell'altro fiume mi è sfuggito di mende, ma è la stessa cosa, si somigliano come le dita della mia mano, e poi di salmoni ce n'è in tutti e due. Se fate tando di studiare la vita di Alessandro, la vita di Harry di Monmouth finisce col ricalcarla abbasdanza bene, visto che in ogni cosa ci sono corrispondenze. Alessandro, lo sa Iddio come lo sapete voi, in un accesso di rabbia, e di furore, e di ira, e di collera, e di malumore, e di condrarietà, e di indignazione, e anche, badate bene, col cervello un tandino ottenebrato dal bere, tra una bevuta e un'arrabbiatura tando fece che uccise Clito, il suo migliore amico.

GOWER
Il nostro Re in questo non gli somiglia: non ha mai ucciso nessuno dei suoi amici.

FLUELLEN
Non sta mica bene, badate ora, di togliermi di bocca il racconto prima che io l'ho bello e finito. Io parlo soltando per parallelismi e corrispondenze: come Alessandro uccise il suo amico Clito tra una bevuta e l'altra, così anche Harry di Monmouth, a mende fredda e in piena lugidità, cacciò via il grosso cavaliere dal giubbone panciuto, quello sembre pieno di beffe e di prese in giro e di bricconate e di lazzi... Ho dimenticato il suo nome.

GOWER
Sir John Falstaff.

FLUELLEN
Proprio lui. Ve lo dico io, ce n'è di tipi in gamba che sono nati a Monmouth.

GOWER
Ecco che arriva Sua Maestà.

Squilli di tromba.

Entrano il Re Enrico e Borbone con dei prigionieri, Warwick, Gloucester, Exeter e altri.

Fanfara.

ENRICO
Non sono mai andato in collera da che sono in Francia, mai sino a questo momento. Araldo, prendi con te un trombettiere, galoppa incontro a quei cavalieri, su quella collina. Se voglion battersi con noi, di' loro di venir giù; in caso contrario, sgombrino il campo: la loro vista ci offende. Se non faranno né l'una né l'altra cosa, andremo noi da loro, e li faremo schizzar via veloci come sassi scagliati dalle fionde degli antichi Assiri. Inoltre, taglieremo la gola ai prigionieri e non un uomo, fra quelli ancora da prendere, assaggerà la nostra clemenza. Vaglielo a dire.


Entra Montjoy.

ENRICO
Ecco l'araldo dei Francesi, mio sire.

GLOUCESTER
I suoi occhi son meno arroganti dell'usato.

ENRICO
Giuraddio, araldo, che significa questo? Non sapevi che la posta del mio riscatto eran queste mie ossa?

Non sarai mica tornato per il riscatto?

MONTJOY
No, gran Re.
Vengo da te a chieder pietosa licenza di perlustrare il campo insanguinato a far la conta dei morti per poi seppellirli, e a separare i nostri nobili dai semplici fanti, visto che molti dei nostri prìncipi - o tempi calamitosi! - giacciono immersi e intrisi in sangue mercenario, ed i nostri plebei intingon le rustiche membra nel sangue dei principi; i cui destrieri feriti attuffano nel sangue gl'inquieti garretti, e con furia selvaggia sferrano calci ferrati ai lor morti padroni, e li fan morti due volte. Oh, dateci il permesso, gran re, di perlustrare il campo indisturbati, e di accudire ai corpi degli uccisi!

ENRICO
A dirti la verità, araldo, lo non lo so se abbiamo vinto o meno: molti dei vostri cavalieri sono ancora in vista, e corron su e giù per il campo.

MONTJOY
Avete vinto voi.

ENRICO
Di ciò sia lode a Dio, non alla nostra forza! Come si chiama il castello che si erge qua presso?

MONTJOY
Lo chiamano Agincourt.

ENRICO
Allora questa si chiamerà la battaglia di Agincourt, combattuta nel giorno di Crispino e Crispiano.

FLUELLEN
Il vostro leggendario bisnonno, se così piace a Vostra Maestà, e il vostro prozio Edoardo di Galles, il Principe Nero, a quando ho letto nelle cronache, combatteron qui in Francia una battaglia molto epica.

ENRICO
Proprio così, Fluellen.

FLUELLEN
Vostra Maestà dice la pura verità. Se le Vostre Maestà se lo rammendano, i Gallesi si batterono con onore in un orto coltivato a porri, ostendando dei porri nei loro berretti di Monmouth: il che, come sa bene Vostra Maestà, costituisce a tutt'oggi un distindivo onorevole del servizio prestato, tando che io credo che Vostra Maestà non disdegna di portare il porro nel giorno di San Davide.

ENRICO
Lo porto perché un tal distintivo mi onora. Sono anch'io gallese, sapete, mio buon conterraneo.

FLUELLEN
Tutta l'acqua del fiume Wye non basterebbe a lavare via dal vostro corpo il sangue gallese di Vostra Maestà, ve lo dico io: Dio lo benedica e lo conservi, fin quando piacerà alla Sua Grazia e anche alla Sua Maestà!

ENRICO
Grazie, mio bravo compatriota.

FLUELLEN
Per Gesù, io son conderraneo di Vostra Maestà, non m'importa chi lo sa, io lo proclamo al mondo indero. Io non dovrò vergognarmi di Vostra Maestà, sia lodato Iddio, fin quando Vostra Maestà si manderrà un uomo onesto.

Entra Williams.

ENRICO
Dio mi conservi tale! I nostri araldi vadan con lui. Portatemi il conto esatto del numero dei morti d'ambo le parti. Fate venire quell'uomo.


Escono gli araldi con Montjoy.

ENRICO
Soldato, dovete venire dal Re.

ENRICO
Soldato, perché sul cappello porti quel guanto?

WILLIAMS
Con licenza di Vostra Maestà, è il pegno di uno con cui dovrei battermi in duello, se è ancora vivo.

ENRICO
Un inglese?

WILLIAMS
Con licenza di Vostra Maestà, un gaglioffo che la notte scorsa si provò a far lo sbruffone con me: se è ancora vivo e se mai osa reclamare questo guanto, ho giurato di dargli un bel manrovescio. E se poi sarò io a vedere il mio guanto sul cappello, dove lui, com'è vero che lui è un soldato, ha giurato di metterselo se rimane in vita, io glielo farò saltare a suon di ceffoni.

ENRICO
Che ne pensate, Capitano Fluellen? È giusto che questo soldato mantenga il giuramento?

FLUELLEN
Se non lo fa, sulla mia coscienza è un miserabile e un vigliacco, con licenza di Vostra Maestà.

ENRICO
Può darsi che il suo avversario sia un gentiluomo di alto rango, e non possa dare soddisfazione a chi è di rango inferiore.

FLUELLEN
Anche se è gendiluomo tando quanto il diavolo, quanto Lucifero o Belzebù in persona, è imperativo, badate bene, Vostra Grazia, che lui mantiene promessa e giuramendo. Se lui ora si macchia di sbergiuro, si fa una repudazione, badate bene, di mascalzone della più bell'acqua e del più impudende briccone che mai abbia calcato le sue nere scarpe sulla terra e sul terreno di Dio, in coscienza, ecco!

ENRICO
Allora, giovanotto, tieni fede alla tua parola, citando incontri quel tale.

WILLIAMS
Lo farò, mio sire, com'è vero che sono vivo.

ENRICO
Chi è il tuo comandante?

WILLIAMS
Il Capitano Gower, mio sire.

FLUELLEN
Gower è un buon comandante, uno che sa le cose, assai addottorato in fatto di guerra.

ENRICO
Vammelo a chiamare, soldato.

WILLIAMS
Vado, mio sire.

 

Esce.

ENRICO
Vieni, Fluellen, portalo tu questo mio pegno, e ficcatelo nel cappello. Quando Alençon e io finimmo a terra assieme, gli strappai questo guanto dall'elmo: se qualcuno lo reclama per suo, costui sarà un amico di Alençon e un nemico della nostra persona. Se incontri un tipo così, fallo prigioniero, per l'affetto che mi porti.

FLUELLEN
Vostra Grazia mi fa i più grandi onori che i cuori dei suoi sudditi possono aspirare: mi piacerebbe vederla, la bestia a due gambe che si ritiene oldraggiato alla vista di questo guando, ecco tutto: vorrei proprio vederlo almeno una volta, e piaccia a Dio nella Sua grazia di farmelo trovare.

ENRICO
Tu Gower lo conosci?

FLUELLEN
È mio ottimo amico, con vostra licenza.

ENRICO
Ti prego, vario a cercare e portalo alla mia tenda.

FLUELLEN
Lo vado a prendere.

 

Esce.

ENRICO
Mio Conte di Warwick, e voi Gloucester, fratello mio, andate dietro a Fluellen e stategli alle calcagna. Il guanto che gli ho dato per farsi riconoscere può darsi gli procuri un sonoro ceffone: appartiene a quel soldato e, stando ai patti, dovrei essere io a portarlo. Seguitemi, mio buon cugino Warwick. Se quel soldato lo colpisce, e son certo, dal suo piglio ruvido, che manterrà la parola, potrebbe derivarne qualche rogna imprevista, poiché conosco l'ardimento di Fluellen: se provocato alla collera, va a fuoco come la polvere, e in men che non si dica restituisce l'offesa. Stagli dietro, e vedi che non si faccian del male. E voi, zio Exeter, venite con me.

 

Escono.

 

 

 

atto quarto - scena OTTAVA

 

Entrano Gower e Williams.
 

WILLIAMS
Scommetto, capitano, che adesso vi fan cavaliere.

Entra Fluellen.

FLUELLEN
In nome del volere e della volontà di Dio, capitano, vi imploro di venire di corsa dal Re: può anche darsi che è più ben disposto verso di voi di quanto voi non vi sognate di pensare.

WILLIAMS
Signore, sapete di chi è questo guanto?

FLUELLEN
Questo guando? So solo che un guando è un guando.

WILLIAMS
Io lo riconosco, e lo reclamo così. Lo colpisce.

FLUELLEN
Sangue di Giuda! Un traditore matricolato se mai ce n'è uno nell'universo mondo, o in Francia, o in Inghilterra.

GOWER
Che vi prende, signore? Mascalzone che siete!

WILLIAMS
Mi fate capace di spergiuro?

FLUELLEN
Alla larga da me, Capitan Gower! Ripagherò il tradimento a nerbate, ci potete contare.

WILLIAMS
Non sono un traditore.

FLUELLEN
Tu menti per la gola! In nome di Sua Maestà, vi ordino di arrestare costui: è un amico del Duca d'Alençon.

Entrano Warwick e Gloucester.

WARWICK
Ehilà, a voi, dico, cosa succede?

FLUELLEN
Signore di Warwick, qui siamo di fronde - sia resa lode a Dio! - al più pestifero tradimendo mai venuto alla luce, una luce chiara, badate bene, come quella che vorreste in un giorno d'estate. Ma ecco Sua Maestà.

Entrano il Re Enrico e Exeter.

ENRICO
Ebbene? Che cosa succede?

FLUELLEN
Mio sire, qui c'è un farabutto di un traditore che, badate bene, Vostra Grazia, ha colpito il guando che Vostra Maestà ha strappato all'elmo di Alençon.

WILLIAMS
Mio sire, questo guanto era mio: ecco qui il suo compagno, e la persona con cui l'ho scambiato mi giurò di portarlo sul cappello, e io giurai di dargliene quattro se l'avesse fatto. Ho incontrato quest'uomo col mio guanto sul cappello, e mi son dimostrato uomo di parola.

FLUELLEN
Vostra Maestà stia ora a sentire, con tutto il rispetto per il valore di Vostra Maestà, che razza di farabutto matricolato, di pidocchioso, canagliesco pezzente è costui. Confido che Vostra Maestà mi farà il testimonio e mi attesta e conferma pubblicamende che questo è il guando di Alençon, e che è stata Vostra Maestà a darmelo, sulla vostra coscienza, ecco.

ENRICO
Dammi il tuo guanto, soldato. Guarda, eccoti qui il compagno. Ero davvero io, quello che giurasti di schiaffeggiare, e me ne hai dette di tutti i colori.

FLUELLEN
Con licenza di Vostra Maestà, che ne risponda con la sua collottola, com'è vero che a questo mondo c'è la legge marziale.

ENRICO
E come potrai darmi soddisfazione?

WILLIAMS
Tutte le offese, mio sire, vengono dal cuore: e dal mio non è mai venuto nulla che possa offendere Vostra Maestà.

ENRICO
Eppure tu hai insultato il tuo re.

WILLIAMS
Vostra Maestà non si mostrò per quello che era: vi siete presentato come un soldato semplice, e tale vi proclamavan la notte, i vostri panni, la vostra aria dimessa; ciò che l'Altezza Vostra dovette subire in quel sembiante, vi supplico, consideratelo colpa vostra, non mia. Se voi foste stato quel ch'io vi credetti, non vi avrei certo offeso: pertanto imploro l'Altezza Vostra di perdonarmi.

ENRICO
Eccovi il guanto, zio Exeter: colmatelo di scudi e datelo a quest'uomo. Tieni, brav'uomo, e portalo pure sul cappello in segno d'onore finché non sarò io a reclamarlo. Dategli gli scudi. E voi, Capitano, dovete ovviamente far pace con lui.

FLUELLEN
Per il giorno e per la luce del giorno, quest'uomo ne ha di fegato in pancia! Tenete, questo scellino è per voi, e vi raccomando il timore di Dio, e di mandenervi fuori da risse e baruffe e dissensi e disputazioni, e ve lo garandisco, sarà meglio per voi.

WILLIAMS
Da voi non prenderò un soldo.

FLUELLEN
Ma la mia è un'offerta singera: vi garandisco che quandomeno vi servirà a rattopparvi le scarpe. Su, avandi, che c'è da vergognarsi? Le vostre scarpe sono un po' malridotte, e lo scellino è autendico, ve lo garandisco: altrimenti ve lo cambio.

Entra un araldo inglese.

ENRICO
Ebbene, araldo: è fatta, la conta dei morti?


ARALDO
Ho qui la lista dei Francesi uccisi.

ENRICO
Chi abbiamo preso, zio, fra i prigionieri di rango?

ENRICO
Carlo Duca d'Orléans, nipote del re, Giovanni Duca di Borbone, e il Signor di Boucicault; e altri duchi e baroni, cavalieri e scudieri: ben mille e cinquecento, soldati semplici a parte.

ENRICO
In questo foglio si parla di diecimila Francesi che son caduti sul campo; e fra questi, di prìncipi e nobili con tanto di stemma, ne giacciano morti centoventisei; in aggiunta a costoro i cavalieri, scudieri e gentiluomini in armi sono ottomila e quattrocento, e di essi cinquecento furon fatti cavalieri non più tardi di ieri: cosicché sui diecimila da essi perduti solo mille e seicento sarebbero i mercenari: il resto son prìncipi, baroni, duchi, cavalieri e scudieri e gentiluomini di rango e di sangue. I nomi dei loro nobili che sono caduti: Charles D'Alberet, Gran Connestabile di Francia, Jacques di Châtillon, Ammiraglio di Francia, il capo dei balestrieri, Signor di Rambures, il Gran Ciambellano di Francia, il prode Ser Guichard Dauphin; Giovanni Duca d'Alençon, Antonio Duca di Brabante, il fratello del Duca di Borgogna, ed Edoardo Duca di Bar. Fra i conti gagliardi, Grandpré e Roussi, Fauconbridge e Foix, Beaumont e Marle, Vaudemont e Lestrelles. Una compagnia della morte davvero principessa! Dov'è l'elenco dei nostri caduti inglesi? Edoardo Duca di York, il Conte di Suffolk, Sir Richard Keighley e Davy Gam, scudiero; nessun altro di rango, e di soldati semplici venticinque soltanto. O Dio, questa è opera Tua! e non a noi, ma unicamente al Tuo braccio tutto questo è dovuto! Quando mai, senza alcun stratagemma, in uno scontro leale, una battaglia in piena regola, si eran mai viste perdite sì grandi e sì infime dall'una parte e dall'altra? Prendila tu, Signore: questa vittoria è solamente Tua!

ENRICO
Una cosa inaudita!

ENRICO
Venite, andiamo in processione al villaggio; e si proclami delitto capitale, nel nostro esercito, vantarsi di tutto ciò, negando a Dio la gloria che è Sua soltanto.

FLUELLEN
Con licenza di Vostra Maestà, sarà pur consendito parlare del numero degli uccisi?

ENRICO
Sì, capitano, ma a patto di riconoscere che Dio ha combattuto dalla nostra parte.

FLUELLEN
È vero, in coscienza: ci è stato di grande aiuto.

ENRICO
Celebriamo dunque tutti i sacri riti: che si intoni il Non Nobis e il Te Deum, e i morti siano cristianamente affidati alla terra. E infine, tutti a Calais, e ai nostri lidi inglesi: mai reduci di Francia vi giunsero più attesi.

 

Escono.

 

Indice Teatro

Inizio pagina

 


 

Enrico V

(“The Life of King Henry the Fifth” - 1598 - 1599)

 

 

atto quinto - scena prima

 

Entra il Coro.

 

CORO

Consentite che, a quanti non hanno letto la storia,
io faccia la parte del suggeritore. A chi l'ha letta,
chiedo umilmente di accettare le nostre scuse:
i tempi, le masse umane, la sequenza degli eventi
noi non possiamo, nella loro grandiosità, in modo adeguato
rappresentare qui. Ora noi il Re vi portiamo
in quel di Calais. Fate conto di averlo già visto,
e sollevatelo in alto, sui vostri alati pensieri,
di là dal mare. Guardate! La sponda inglese
ricinge i flutti con una siepe d'uomini, donne, ragazzi:
con grida e applausi essi sommergon la voce tonante del mare
che, come un possente battistrada, precede il sovrano
come ad aprirgli un varco. Fatelo dunque sbarcare,
guardatelo imboccare in trionfo la via di Londra.
Così veloce è il pensiero che in questo istante
potete immaginarlo che attraversa Blackheath,
dove i suoi Pari lo pregano di far sfilare
il suo elmo ammaccato e la sua spada distorta
dinanzi a lui per la città. Ma egli rifiuta,
essendo immune da vanità, vanagloria e superbia,
e assegna ogni trofeo o segnacolo di gloria ostentata
non già a se stesso, ma a Dio. Mirate ora,
nella fucina pulsante e industriosa della vostra mente,
come Londra riversa in strada i suoi cittadini:
il Sindaco, con tutti i suoi maggiorenti parati a festa,
simili ai senatori dell'antica Roma,
con i plebei che sciamano alle loro calcagna,
vanno a incontrare il loro Cesare vittorioso.
Così - con minor pompa, ma non minore entusiasmo -
se il generale della nostra graziosa Imperatrice
si decidesse un bel giorno a rientrar dall'Irlanda
portando la ribellione infilzata sulla sua spada,
in quanti non svuoterebbero la pacifica città
per dargli il benvenuto! A maggior ragione, e tanto più numerosi,
lo fecero per Harry. Il quale ora insedierete a Londra:
tuttora le querimonie dei Francesi
inducono il Re d'Inghilterra a indugiare in patria.
L'Imperatore è in arrivo, per conto della Francia,
a negoziare la pace fra i due paesi; voi passerete sopra
a ogni altro evento, qual che ne sia la piega,
fin quando Harry non sbarca ancora in Francia:
colà dobbiamo portarlo; se pur vi ho rammentato
quel ch'è intercorso, sappiate che è passato.
Io son stato succinto; voi, con animo indulgente,
riportatevi in Francia con gli occhi della mente.

 

Esce.

 

Entrano Fluellen e Gower.

 

GOWER
Va bene, siamo d'accordo; ma perché portare il porro anche oggi? La festa di San Davide è passata.

FLUELLEN
Ci sono occasioni e ci sono perché e percome in tutte le cose: lasciatevelo dire da amico, Capitan Gower. Quel farabutto rognoso, pidocchioso, pezzente e spaccone, Pistola, che voi, proprio voi stesso, e il mondo intero sanno che non è niend'altro che un individuo, badate bene, di nessun valore, quello è venuto da me, e ieri mi porta il pane e il sale e mi dice di mangiare il mio porro. L'ingidente è accaduto in un posto dove non era il caso di attaccar briga con lui; ma io avrò l'ardire di portarlo sul cappello finché non l'avrò rivisto, e allora gli darò un piccolo andicipo di quel che ho indenzione di dargli.

Entra Pistola.

GOWER
Ehi, eccolo che arriva, gonfio come un tacchino.

FLUELLEN
Non so che farmene dei suoi gonfiori e dei suoi tacchini! Dio vi benedica, Alfiere Pistola! Rognoso e pidocchioso furfande, Dio vi benedica!

PISTOLA
Olà, sei tu forse un folle? o non vedi l'ora, vile marrano, d'indurmi a recidere della Parca la trama fatale?

Lungi da me! L'odor di porro mi dà il voltastomaco.

FLUELLEN
Io v'imploro caldamente, rognoso e pidocchioso furfande, diedro mia sollecitazione e incitamendo e invocazione, a mangiare, badate bene, questo porro; visto che voi, badate bene, non lo apprezzate, e né la vostra inglinazione né la vostra ingestione né la vostra digestione riescono a farvelo digerire, vorrei chiedervi di mangiarvelo.

PISTOLA
Nemmeno per Cadwaflader e tutte le sue capre!

FLUELLEN
Eccovi una capra, a voi!

(Lo percuote.) Volete farmi la cortesia di mangiarlo, furfande rognoso?

PISTOLA
Vile marrano, tu perirai!

FLUELLEN
Questa è la pura verità, furfande rognoso: sarà quando Dio vorrà. Nel frattempo voi badate bene a restare in vita e mangiare il vostro cibo. Fatevi Sotto, eccovi un po' di sugo di bosco! (Lo percuote nuovamente.) Ieri m'avete chiamato il signore dei miei crinali, e oggi farò di voi l'alfiere dei miei stivali. Su, di grazia, mangiate: chi dice corna del porro deve almeno provarlo.

GOWER
Basta così, Capitano: me l'avete stordito.

FLUELLEN
Dico, un bel po' del mio porro glielo fo mandar giù, a costo di pestargli la zucca quattro giorni filati. Mordete, vi prego, non può farvi che bene alla ferita aperta, e alla vostra capoccia insanguinata.

PISTOLA
Devo proprio mordere?

FLUELLEN
Sì, certo, e senz'ombra di dubbio e senza tande storie o tendennamenti di sorta.

PISTOLA
Su questo porro, la mia vendetta sarà orripilante! Mangio e mangio, ma giuro al cielo...

FLUELLEN
Su, mangiate, vi prego. Non vorrete mica un altro po' di sugo sul vostro porro? Resterete senza più porro, a forza di giurare.

PISTOLA
Rattieni il randel tuo: lo vedi che sto mangiando.

FLUELLEN
Buon pro ti faccia, rognoso furfande, e di tutto cuore. No, vi prego, non gettatene nulla, la parte esterna vi farà bene a quel testone malconcio. Se avrete occasione di trovare dei porri, in futuro, di grazia, fate ancora lo spiritoso. E non dico altro.

PISTOLA
Bene.

FLUELLEN
Certo, il porro fa bene. Tenete, eccovi quattro soldi per sistemarvi la zucca.

PISTOLA
Quattro soldi a me!

FLUELLEN
Sì, in fede e in verità io vi dico che li dovete accettare: altrimenti l'altro porro che ho in tasca ve lo dovrete mangiare.

PISTOLA
Accetto i quattro soldi, a pegno di futura vendetta.

FLUELLEN
Se son rimasto in debito vi pagherò a randellate: e diventerete mercante di legname con tutti i randelli che vi tirerò addosso. Dio v'assista e conservi e vi rattoppi la zucca.

 

Esce.

PISTOLA
L'inferno intiero tremerà per questo!

GOWER
Andate, andate, siete un furfante, un impostore e un codardo. Siete capace di irridere a un'antica tradizione, iniziata con una motivazione onorevole, e perpetuata come memorabile trofeo di valorosi antenati, e non osate sostenere nei fatti nemmeno una delle vostre parole? Già due o tre volte vi ho visto irridere e beffare questo gentiluomo e siccome questi non sa parlare inglese con le inflessioni native, voi non lo credevate capace di maneggiare un randello inglese. Avete scoperto che così non è; e d'ora innanzi ci penserà un Gallese a farvi rigare dritto, da buon Inglese. Addio.

 

Esce.

PISTOLA
Adesso la Fortuna mi vuole cornificare. Mi giunge nuova che la mia Lola è morta allo spedale del morbo gallico, e un altro porto sicuro va a farsi benedire. Invecchio, e dalle membra mie infiacchite l'onore vien cacciato a randellate. Beh, mi farò ruffiano e, all'occasione, tagliaborse di mano lesta. Tornerò in Inghilterra furtivamente, per darmi al furto mi applicherò delle bende sui segni delle legnate e giurerò che nelle guerre galliche me le son procurate.

 

Esce.

 

 

 

atto quinto - scena seconda

 

Entrano, da una parte, Re Enrico, Exeter, Bedford, Gloucester, Clarence, Warwick, Westmoreland, Huntingdon e altri Pari; dall'altra, il Re di Francia, la Regina Isabella, la Principessa Caterina,Alice e altre Dame, il Duca di Borgogna col seguito.


ENRICO
Pace a questa assemblea che ci riunisce! Al nostro fratello di Francia, e alla nostra sorella, salute e una lieta giornata; auguri di felicità alla nostra soavissima cugina, la Principessa Caterina; e a voi, ramo e membro di questa real casa, che avete reso possibile questa grande assemblea, vada il nostro saluto, o Duca di Borgogna; e a voi, principi e Pari di Francia, salute a voi tutti!

RE DI FRANCIA
Ci riempie di gioia il contemplarvi da presso, nobilissimo fratello d'Inghilterra: siate il benvenuto!
E benvenuti voi tutti, prìncipi inglesi.

REGINA
Sian dunque felici, fratello d'Inghilterra, gli esiti di sì fausta giornata e sì eletta riunione, ora che abbiamo il piacere di guardarvi negli occhi: gli stessi occhi che ebbero già a fulminare tutti i Francesi venuti loro a tiro, con le fatali folgori di micidiali basilischi. Speriamo sinceramente che il veleno di quelle occhiate abbia perduto la sua efficacia, e che questo giorno ogni afflizione e discordia possa cangiare in amore.

ENRICO
E noi siam qui per dire "Amen" a questi voti.

REGINA
Salute a voi, principi inglesi tutti!

BORGOGNA
Il mio omaggio ad entrambi, fondato su pari affetto, gran re di Francia e Inghilterra! lo mi son prodigato con ogni mia facoltà, con fatica, con strenui sforzi, a portare le Vostre auguste Maestà a queste assise e a questo regale colloquio: le Vostre Altezze possono entrambe testimoniarlo. E dal momento che i miei buoni uffici hanno alfine ottenuto che viso a viso, occhio a occhio regale vi siate scambiati i saluti, non torni a mio disonore se io, al cospetto di tale reale adunata, chiedo per quale ostacolo o impedimento la Pace, ignuda, povera e martoriata, la tenera nutrice di arti, raccolti, e fecondità gioiosa non debba nel più bel giardino del mondo, la nostra Francia ferace, mostrar le sue liete fattezze. Ahimè, per troppo tempo essa è rimasta in esilio, e tutte le sue colture restano abbandonate, per poi marcire, pur nella lor profusione. Le vigne, che rendono i cuori lieti e giocondi, muoiono non potate; le siepi, un tempo nitidamente curate, come dei prigionieri inselvaggiti ed irsuti si fanno ispide e informi; nelle terre a maggese il loglio, la cicuta e l'ostinata fumaria metton salde radici, e arrugginisce il vomere che tale proliferazione dovrebbe estirpare; il prato vellutato, che già produceva in un dolce rigoglio la primula screziata, la pimpinella e il verde trifoglio senza una falce, negletto, infestato di erbacce, è fecondato dall'incuria e non produce nient'altro che ignobili bardane, cardi spinosi, lappole e cicute, perdendo ogni bellezza e utilità. E come le nostre vigne, i maggesi, i prati e le siepi, deviati dal loro fine, inselvatichiscono, così le nostre famiglie, i nostri figli, noi stessi abbiam perduto, o non troviamo il tempo di coltivare, le scienze che dovrebbero ornare il nostro paese, ma veniam su come selvaggi - come soldati che non fan nulla se non pensare al sangue - torvi, imprecanti e malvestiti, e imbarbariti in modo innaturale. Per riportare ogni cosa al suo aspetto di sempre voi siete qui adunati; e il mio discorso v'implora di dirmi per quale ostacolo la Pace gentile non viene ancora a liberarci di tali jatture e a benedirci dei suoi favori come già in passato.

ENRICO
Se, Duca di Borgogna, voi volete la pace in assenza della quale si moltiplicano i danni che avete enumerato, voi quella pace dovrete pagarvela accedendo in tutto e per tutto alle nostre giuste richieste, il cui tenore generale, come pure i dettagli, son già, concisamente enunciati, in vostro possesso.

BORGOGNA
Il Re ne è a conoscenza; ma ad esse ancora non ha dato risposta.

ENRICO
Ebbene, allora la pace che avete or ora caldamente impetrato, dipende da lui.

RE DI FRANCIA
Io ho, ma in verità di sfuggita, dato un'occhiata alle clausole: Vostra Grazia si degni di designare d'urgenza qualcuno del vostro Consiglio affinché torni a riunirsi con noi, per passarle in rassegna con più attenzione; e noi senza indugio andremo alla ratifica, e vi daremo una risposta definitiva.


ENRICO
Fratello, sarà fatto. Andate, zio Exeter, fratello Clarence, e voi, fratello Gloucester, con voi, Warwick e Huntingdon; andate dal Re. Avrete pieni poteri di ratificare, emendare, introdurre modifiche, che la vostra saggezza ritenga vantaggiose per la nostra dignità, in qualsiasi clausola, compresa o no fra le nostre richieste: noi vi daremo il nostro consenso. E voi, bella sorella, andrete con i prìncipi o resterete con noi?

REGINA
Andrò con loro, nostro grazioso fratello. Può darsi che una voce di donna possa esser d'aiuto se si comincia a cavillare troppo su qualche punto.

ENRICO
Però nostra cugina Caterina lasciatela a noi: è lei la prima fra le nostre richieste, inserita com'è in prima fila fra le clausole da noi previste.

REGINA
Ben volentieri: ella ha il nostro permesso.

Escono tutti tranne Enrico, Caterina, e Alice, dama di compagnia.

ENRICO
Bella Caterina, bella fra le belle, consentirete a insegnare a un soldato parole atte a insinuarsi nell'orecchio d'una dama e a perorare la causa del suo amore al dolce cuore di lei?

CATERINA
Vostra Maestà prenderà me in giro: non so parlare vostra Inghilterra.

ENRICO
O bella Caterina! Se siete capace di amarmi veramente col vostro cuore francese, io sarò contento di sentirvelo confessare malamente con la vostra lingua inglese. Che ve ne pare di me, Kate?

CATERINA
Pardonnez-moi, non so cosa vuol dire "nepare".

ENRICO
Un angelo pare simile a voi, Kate, e voi mi parete un angelo.

CATERINA
Qui dit-il? queje suis semblable à un ange?

ALICE
Oui, vraiment, sauf votre grâce, ainsi dit-il.

ENRICO
L'ho detto, diletta Caterina, e lo proclamo senza arrossire.

CATERINA
O bon Dieu! Les langues des hommes sont pleines de tromperies.

ENRICO
Cosa dice, bella dama? Che le lingue degli uomini son piene d'inganni?

ALICE
Oui, che le langue dei uomini sono piene di enganni - dice la Princesse.

ENRICO
La principessa sa far l'inglese meglio di voi. Parola mia, Kate, questo mio modo di farti la corte è fatto su misura per te; e sono lieto che tu non sappia parlare un inglese migliore. Se lo sapessi parlare, mi troveresti un re così ruvido che penseresti che per pagarmi la corona mi son venduto il podere. Io non so farli, i salamelecchi d'amore, ma so dire chiaro e tondo: "Io vi amo". Se però voi mi incoraggiate a andar oltre un: "E voi, in fede, mi amate?" il mio corteggiamento si è già bello e sgonfiato. Datemi una risposta, questo sì, fatelo; poi una stretta di mano, e l'affare è fatto. Che ne dite, signora?

CATERINA
Sauf votre honneur, me capito bene.

ENRICO
Perbacco, se mi chiedeste di verseggiare o danzare per amor vostro, Kate, beh, mi mettereste nei guai: per la poesia mi fan difetto la parola e il ritmo, e nella danza non è certo il ritmo il mio punto di forza, anche se non mi fan certo difetto le forze. Se potessi conquistare una dama col saltamontone, oppure saltando in sella con tanto di armatura sul dosso - e se questa è una spacconata, fatemela pure pagare - in quattro salti me la farei, una moglie. O se dovessi fare a pugni per la mia bella, o far giostrare il cavallo per conquistarne i favori, saprei pestare come un macellaio e stare in sella con l'agilità d'una scimmia e senza mai cascare. Ma al cospetto di Dio, Kate, io non so fare il babbeo, né dare la stura a un'eloquenza fatta di sospiri, né so cavarmela con le dichiarazioni; so solo far giuramenti, di quelli veri, ai quali ricorro solo se costretto, e che mai romperei, nemmeno se costretto. Se tu puoi amare un individuo di questa fatta, Kate, la cui faccia stracotta nemmeno il sole può più abbrustolire, e che mai va a guardarsi allo specchio per amore di ciò che potrebbe scoprirvi, allora ci pensi il tuo occhio ad abbellirmi per te. lo ti parlo schiettamente, da soldato. Se tu puoi amarmi così come sono, prendimi. Se no, non verrò a dirti che mi aspetto di morire: sarà comunque vero, ma non certo per amor tuo, eh no, santo Iddio! Ma è anche vero che ti amo. E finché sei in tempo, mia cara Kate, prenditi un uomo fedele, semplice e non sofisticato, ed egli per forza di cose non ti tradirà, poiché gli farà difetto la vocazione di corteggiare altre donne; mentre cotesti tipi dalla lingua inesauribile, che sanno insinuarsi a forza di rime nelle grazie delle dame, trovan poi sempre eccellenti argomenti per sgusciarsene fuori. Andiamo! Un fine dicitore non è che una lingua lunga; una poesia non è che una tiritera. Una buona gamba s'infiacchirà, una schiena ritta s'incurverà, una barba nera si tingerà di bianco, una testa riccioluta diventerà calva, un bel volto appassirà, un occhio vivo sarà spento e infossato; ma un cuore onesto, Kate, è come il sole e la luna, o piuttosto come il sole, non come la luna, visto che splende luminoso e non cambia mai, sempre seguendo fedelmente il suo corso. Se vorrai prenderti uno così, prendi me: se prendi me, tu prendi un soldato; prendi un soldato, e prenderai un re. Ed ora cosa rispondi a questo mio amore? Parla, dolce creatura, e con dolcezza, ti prego.

CATERINA
È possibile per me di amare l'ennemi de la France?

ENRICO
No, non è possibile, Kate, che possiate amare il nemico della Francia; ma amando me voi amereste l'amico della Francia, perché io amo tanto la Francia che non saprei rinunciare nemmeno a un villaggio francese. Voglio che sia tutta mia, la Francia e, Kate, quando essa sarà mia e io vostro, allora la Francia sarà vostra e voi sarete mia.

CATERINA
O non capisco quel che voi dire.

ENRICO
Davvero, Kate? Te lo dirò in un francese che, son sicuro, mi resterà attaccato alla lingua come una sposa novella al collo del suo sposo, incapace di scrollarsela via. Je... quand sur la possession de France, et quand vous avez la possession de moi... Vediamo un po', e adesso? San Dionigi, aiutami tu! - donc vôtre est France, et vous êtes mienne. È più facile per me, Kate, conquistar tutto il regno che parlare un po' meglio il francese: non saprò mai commuoverti in francese, sollo muoverti al riso.

CATERINA
Sauf votre honneur, le français que vous parlez il est meilleur que l'anglais lequel je parle.

ENRICO
No davvero, le cose non stan così, Kate; ma quando tu parli la mia lingua e io la tua spropositiamo così a proposito che occorre ammettere che noi due c'intendiamo assai bene. Ma ora, Kate, cerca di capire almeno queste parole: potresti amarmi?

CATERINA
Non saprei.

ENRICO
Forse lo sa, Kate, qualcuno del tuo seguito. Glielo chiederò. Andiamo, lo so che mi ami, e che la notte, quando vi chiuderete in camera vostra, farai a questa gentildonna tante domande su di me; e io so già, Kate, che con lei troverai da ridire su quelle mie qualità che in cuor tuo ti son care. Ma, mia buona Kate, ingerisci su di me dolcemente, visto che, nobile principessa, io ti amo ferocemente. Se mai tu sarai mia, Kate, e qui dentro una fede salutare mi dice che lo sarai, io e avrò conquistata d'assalto, e tu, per forza di cose, ti dimostrerai una fattrice di buoni soldati. Non potremmo tu ed io, tra San Dionigi e San Giorgio, combinare fra noi un ragazzo mezzo francese e mezzo inglese, capace di andare fino a Costantinopoli a tirare la barba al Turco? E perché no? Che ne dici tu, mio bel fiordaliso?

CATERINA
Io non so questo.

ENRICO
Certo che no: questo si saprà dopo, ma ora si tratta di promettere. Promettetemi fin da ora, Kate, che vi darete da fare per la metà francese di un tale rampollo, e per la metà inglese avrete la mia parola di re e di scapolo, cosa mi rispondete, la plus belle Katharine du monde, mon très cher et divin déesse?

CATERINA
La Vostra Majesté parla un francese tanto fausse da ingannare la più sage demoiselle che essere en France.

ENRICO
Accidenti al mio falso francese! Sul mio onore, e in buon inglese, Kate, io ti amo: e sul mio onore io non oso giurare che tu ami me. Eppure il mio sangue comincia a illudermi che sia così, malgrado l'aspetto tutt'altro che accattivante delle mie fattezze. Maledetta ambizione di mio padre! Lui non pensava che alle guerre civili quando mi concepì: ecco perché venni al mondo con questa dura scorza, con questa grinta ferrigna, da spaventar le signore, quando mi provo a far loro la corte. Ma in fede mia, Kate, il mio aspetto non può che migliorare col passare degli anni; e mi conforta il fatto che la vecchiaia, quella guastatrice della bellezza, non può fare altri danni alla mia faccia. Tu mi avrai, se vorrai avermi, nel mio aspetto peggiore; ma mi godrai, se vorrai godermi, in modo sempre migliore. Ditemi dunque, o mia bellissima Caterina: volete farmi vostro? Lasciate da parte i rossori verginali, proclamate i segreti del vostro cuore con la fierezza d'una imperatrice, prendetemi per mano e dite: "Harry d'Inghilterra, io son tua"; e non appena avrai reso beato il mio orecchio con queste parole, io ti dirò forte: "L'Inghilterra è tua, l'Irlanda è tua, la Francia è tua, e Enrico Plantageneto è tuo". Il quale, anche se non dovrei dirlo in sua presenza, se pur compagno non buono abbastanza pel migliore dei re, lo troverai il migliore re dei buoni compagni. Suvvia, rispondimi in quella tua musica incerta: poiché la tua voce è musica, e il tuo inglese incerto, e tanto vale, regina delle regine, che tu mi tolga dall'incertezza in un inglese incerto: vuoi farmi tuo?

CATERINA
Solo se le Roi mon père mi darà suo consenso.

ENRICO
Ma certo! Sarà ben lieto di consentire, Kate. Sarà più che lieto, Kate.

CATERINA
Allora sarà anche me ben lieta.

ENRICO
In tal caso io vi bacio la mano e vi chiamo mia regina.

CATERINA
Laissez, mon seigneur, laissez, laissez! Ma foi, je ne veux point que vous abaissiez votre grandeur en baisant la main d'une - notre Seigneur - indiane verviteur. Excusez-moi, je vous supplie, mon très puissant seigneur.

ENRICO
Allora, Kate, vi bacerò sulle labbra.

CATERINA
Les dames et demoiselles, pour étre baisées devant leur noces, il n'est pas la coutume de France.

ENRICO
Madama l'interprete, che cosa ha detto?

ALICE
Che non è usanza pour les dames di Francia... Non so come il dire baiser in anglese.

ENRICO
Baciare.

ALICE
Vostra Maestà entendre meglio que moi.

ENRICO
Non è usanza delle fanciulle di Francia baciare prima di sposarsi, voleva dire?

ALICE
Oui, vraiment.

ENRICO
O Kate! Le usanze più compite s'inchinano davanti ai grandi re. Mia cara Kate, voi ed io non possiamo lasciarci rinchiudere dentro alle fragili barriere delle usanze di un paese. Siamo noi a creare le usanze, Kate; e la libertà ch'è inerente al nostro rango chiude la bocca a tutti i criticoni, come io faccio ora con voi, che invocate le sofisticate usanze del vostro paese per negarmi un bacio. Su, fate la brava e arrendetevi. (La bacia.) Giuraddio, Kate, le vostre labbra sono stregate: c'è più eloquenza nel soave tocco di esse che nelle lingue del Consiglio di Francia, ed esse saprebbero persuadere Harry d'Inghilterra meglio di una petizione collettiva di monarchi. Ma ecco vostro padre.

Entrano il Re di Francia, la Regina e i nobili francesi; Borgogna e i nobili inglesi.

BORGOGNA
Dio salvi Vostra Maestà! Mio regale cugino, state insegnando l'inglese alla Principessa?

ENRICO
Vorrei ch'ella imparasse, mio nobile cugino, quanto è perfetto il mio amore; e questo è un buon inglese.

BORGOGNA
Avete una buona allieva?

ENRICO
La nostra lingua è difficile, cugino, e il mio carattere non è dei più facili; per cui, non trovando in me né la voce né lo spirito della lusinga, non sono in grado di evocare in lei lo spirito dell'amore, in modo da rivelarglielo nel suo vero volto.

BORGOGNA
Perdonatemi la franchezza, e l'umore giocoso, ma devo rispondervi a tono. Se volete evocare qualcosa in lei, dovrete tracciare un circolo attorno alla sua persona. Se volete evocare in lei l'amore nel suo vero volto, questo dovrà apparirle nudo e cieco. E potete darle torto se lei, una fanciulla che ancora arrossisce e s'imporpora di verginale pudore, se lei rifiuta di far entrare un ragazzo nudo e cieco nella sua nuda e vigile intimità? Questo equivale, mio sire, a mettere una vergine in una situazione difficile.

ENRICO
Eppur esse socchiudono gli occhi e cedono, poiché l'amore è cieco e irruento.

BORGOGNA
Allora, mio sire, è d'uopo scusarle, se esse non vedono ciò che fanno.

ENRICO
Quand'è così, mio bravo signore, insegnate a vostra cugina a dir di sì socchiudendo gli occhi.

BORGOGNA
La indurrò a dir di sì con una strizzatina d'occhio, mio sire, ma voi dovete insegnarle a capire a volo il mio segnale: poiché le vergini, ben curate e tenute in caldo durante l'estate, son come le mosche a fine agosto, a San Bartolomeo, occhiute ma cieche: soltanto allora si lascian prendere, mentre prima non sopportavano nemmeno gli sguardi.

ENRICO
Morale della favola: dovrò prender tempo e aspettare una calda estate, così potrò prenderla la mosca, vostra cugina, dalla parte giusta e inoltre dovrà essere cieca.

BORGOGNA
Cieca come l'amore, sire, prima di far l'amore.

ENRICO
Proprio così. E potete anche, alcuni di voi, ringraziare l'amore che ha reso me cieco: tanto che non mi consente di posare gli occhi su tante belle città francesi per via di una bella francesina che mi si para davanti.

RE DI FRANCIA
Sì, mio signore, voi lo vedete come in un'illusione prospettica, queste città che si fondono in una figura di vergine: poiché son tutte cinte da mura inviolate, che la guerra non ha mai penetrato.

ENRICO
E Kate? Sarà la mia sposa?

RE DI FRANCIA
Se cosi vi piace.

ENRICO
Tanto mi basta. Purché le città inviolate di cui mi avete parlato possano farle corona: così che la vergine che prima sbarrava la strada ai miei desideri, adesso darà via libera alle mie voglie.

RE DI FRANCIA
Abbiamo accettato tutte le condizioni ragionevoli.

ENRICO
È così, miei Pari d'Inghilterra?

WESTMORELAND
Il Re ha sottoscritto ogni articolo: sua figlia in primo luogo, poi, di seguito, gli altri, secondo il preciso tenore di ciascuna richiesta.

ENRICO
Una sola cosa gli resta da sottoscrivere: là dove Vostra Maestà esige che il Re di Francia, ogniqualvolta sia chiamato a ratificare concessioni di terre, debba riferirsi a Vostra Altezza con questa formula, seguita dal titolo francese di "Notre très cher fils Henri, Roi d'Angleterre, Héritier de France", e parimenti dal titolo latino di "Praeclarissimus filius noster Henricus, Rex Anglie et Hares Franciae".

RE DI FRANCIA
Non è ch'io mi sia rifiutato, fratello, di sottoscriverlo: basta una vostra richiesta, e s'intende approvato.

ENRICO
Vi prego allora, in spirito di amicizia, da buoni alleati, di far figurare quell'unico articolo assieme con gli altri; e fatto questo, potete concedermi vostra figlia.

RE DI FRANCIA
Prendetela, nobile figlio; e dal suo sangue mettete al mondo la mia nuova progenie: che i regni rivali di Francia e d'Inghilterra, le cui stesse coste si guatano terree di gelosia, ciascuna per la prosperità dell'altra, possan cessare di odiarsi. Che questa unione solenne getti il seme del buon vicinato e d'una cristiana concordia nel loro grembo sereno. Che mai più torni la guerra, con la sua spada grondante, fra dolce Francia e Inghilterra!

TUTTI
Amen!

ENRICO
Kate, sei la benvenuta! Chiamo tutti a testimoni che io qui la bacio come mia sovrana regina.

 

Fanfara.

REGINA
Iddio, miglior artefice di ogni matrimonio congiunga i vostri cuori e i vostri regni in una sola entità! Come marito e moglie, nell'amore, diventano una cosa sola, così tra i vostri regni ci sian tali sponsali che mai una mala azione, o un'empia gelosia, di quelle che spesso tormentano il talamo consacrato, venga a insinuarsi fra questi due regni alleati a provocare il divorzio di un'intima unione! Che gl'Inglesi trattino i Francesi, e i Francesi gl'Inglesi come compatrioti! E sia Iddio a dire "Amen"!

TUTTI
Amen!

ENRICO
Prepariamoci alle nozze: e nel giorno fissato, mio Duca di Borgogna, accoglieremo il giuramento vostro e di tutti i Pari, a garanzia dei nostri patti. Allora voi a me, io a Kate giureremo fedeltà, e questi voti noi manterremo, in pace e prosperità.
 

Squilli di tromba.

Escono.

 

 

 

atto quinto - EPILOGO

 

Entra il Coro.

CORO
La sua penna maldestra maneggiando

l'umile autore raccontò la storia,
i grandi in spazi angusti confinando
e abbreviando il percorso di lor gloria.
Fu grande, pur nella sua breve vita,
l'astro di Albione. Di Fortuna il brando
fè sua l'aiuola al mondo più fiorita,
novello impero al figliol suo lasciando.
Enrico Sesto, in fasce incoronato,
fu il nuovo Re di Francia e d'Inghilterra;
ma i troppi reggitori del suo stato
perser la Francia, straziando la sua terra.
Noi tutto ciò portammo sulle scene:
direte voi se abbiamo fatto bene.

 

Esce.

 

Indice Teatro

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