Aggiornato al 03 febbraio 2014

Personaggi

Riassunto

Atto Primo

Atto Secondo

Atto Terzo

Atto Quarto

Atto Quinto

Introduzione

 

Databile agli anni 1593-95 (come attestano le affinità stilistiche con Pene d’amor perdute, Romeo e Giulietta e Riccardo II), il  Sogno si presenta come commedia epitalamica (si apre con l’annuncio del matrimonio tra i sovrani di Atene e si conclude con la consacrazione del talamo da parte delle fate), probabilmente composta in occasione della celebrazione solenne di nozze tra i membri dell’aristocrazia inglese.

 

 

Al di là della funzione più o meno pratica, questo curioso copione racchiude in sé, come sempre accade in Shakespeare, eterogenei spunti di tipo tematico, stilistico e paradigmatico.
Mito, fiaba, e quotidianità si intersecano continuamente senza soluzione di continuità e questo porta a riconoscere, all’interno dell’opera, suggestioni che vanno da fonti classiche (Metamorfosi ovidiane ed apuleiane) al patrimonio folkloristico tipico dell’Inghilterra (fate e folletti burloni compaiono comunque anche nei trattato sulla stregoneria di R. Scot e nel romanzo francese H. De Bordeaux, tradotto da Lord Berners) sempre originalmente e genialmente contaminati e ricreati dalla fervida fantasia del drammaturgo.

 

Poeta è chi sa attingere ai sogni e diffondere sogni, questa pare essere l’idea base che sottende a tale copione - illusione, dimensione onirica e follia rappresentano, del resto, l’humus su cui s’innesta l’idea stessa di creazione (concetto già platonico e, di fatto, esplicitato chiaramente dall’autore per bocca di Teseo nella I scena dell’Atto quarto) - e davvero un gioco di chimere sembra essere questa commedia, magistrale esempio di dramma nel dramma. Fatto insolito (e straordinariamente moderno) è che delle varie situazioni presentate in quest’opera, quella più realistica e credibile ( ed in effetti più “comica”) sia quella legata alla compagnia degli attori - per antonomasia figli di un mondo di finzioni.

Il sogno dell’amore, della magia, dell’arte; ogni elemento tematico si collega qui alla dimensione onirica e, seppure possa parere audace - e forse un poco anacronistico- come è tipica tendenza della critica moderna, anche in questo caso è possibile individuare significati psicanalitici sottesi a personaggi, situazioni, dialoghi: dalla corrispondenze contrastanti della coppie d’amanti, all’idea d’amore come atto di violenza più o meno evidente, alla proiezione di aspirazioni o fantasie erotiche sul piano del favoloso e dell’indefinito magico, alla speculare creazione dei personaggi come reciproci alter ego.
Al di là di tutto questo, il Sogno è, comunque una commedia godibile e coinvolgente e rappresenta, in maniera straordinariamente esemplare quella che è la funzione - anche di tipo catartico, secondo le teorie del buon Aristotele - del teatro, trascinando lo spettatore in una dimensione mitica, alternativa.

 

(dal programma di sala della rappresentazione teatrale del Liceo N.Machiavelli di Pioltello (MI)

Stagione anno scolastico 1999 - 2000)

 

da Teatro Obliquo

 

“Se noi ombre vi abbiamo irritato non prendetela a male, ma pensate di aver dormito, e che questa sia una visione della fantasia…noi altro non v’offrimmo che un sogno”

Il Sogno di una notte di mezza estate racconta delle imminenti nozze tra Teseo, duca d’Atene, e Ippolita, regina delle Amazzoni, da lui sconfitta e suo bottino di guerra.

 

Un gruppo di artigiani-attori prepara una recita per l’occasione, mentre Titania e Oberon, rispettivamente regina e re delle fate, presumibilmente protettori dei talami nuziali, sono in lite fra loro e assistono nel bosco, tra un dispetto e l’altro, all’incontro tra amanti incompresi, amanti in fuga, amanti non corrisposti ...

 

Un fitto bosco di equivoci e malintesi, un re e una regina litigiosi, folletti dispettosi e creature magiche sono gli ingredienti ideali per una commedia divertente ma anche ricca di poesia e delicatezza, apparentemente elegante e cortese, impregnata di spunti noir e talvolta inquietanti.

 

Il notturno, le visioni, il sovrapporsi di atmosfere che precedono il sonno e la veglia, l’inquietudine, sono caratteristiche che attraversano l’opera e lo spettacolo e che permettono di fare un vero salto nel fantastico da un lato, un’incursione nelle ambigue immagini della mente umana dall’altro.

Il Sogno di una notte di mezza estate è un vero e proprio teorema sull’amore ma anche sul nonsense della vita degli uomini che si rincorrono e che si affannano per amarsi, che si innamorano e si desiderano senza spiegazioni, che si incontrano per una serie di casualità di cui non sono padroni.

Un gioco, a volte divertente a volte crudele, di specchi e di scatole cinesi che rivelano quanto la vita degli uomini sia soggetta a mutamenti inspiegabili e come il meccanismo del “teatro nel teatro” riveli la verità più profonda della vita.

Gli uomini si affannano in un folle girotondo e nel frattempo le fate si burlano di loro per soddisfare i propri capricci: il dissidio tra Oberon e Titania, infatti, sconvolge la natura e le stagioni mentre un magico fiore rompe le dinamiche degli innamorati che si scambiano ruoli e amanti.

In questo turbine di parallelismi e proiezioni si sviluppano le vicende del Sogno imbastito su tre piani, tre regni differenti ognuno dei quali è regolato da linguaggi e dinamiche specifiche.

 

Il mondo delle fate è un mondo parallelo, mentre Oberon e Titania sono proiezioni Oberononiriche del duca d’Atene e della di lui futura sposa. Gli eterei sovrani però, sono più vivi degli uomini.

 

La legge che li governa è la natura intesa come passione, sensualità e debolezza.

Non sono astratti ed inconsistenti ma masticano piuttosto passioni e pensieri senza dubbio umani.

Al contrario la razionalità e la legge dominano il mondo degli uomini.

 

Quello degli artigiani rappresenta invece il mondo dell’arte che avvicina e mette in comunicazione gli altri due e si fa portatore di un legame indissolubile tra la vita reale e quella ideale.

 

Uno spettacolo sul dissidio continuo e inevitabile tra ragione e istinto, tra apollineo e dionisiaco, tra il bello e il bestiale che vive in ognuno di noi e sulla riflessione quanto mai attuale di come nell’uomo questi due aspetti debbano necessariamente convivere.

 

E il ruolo del teatro?

Come Bottom e i suoi compagni, il teatro trasfigura ed esplicita, talvolta goffamente, talvolta poeticamente, quello che sono i segreti del cuore e dei sentimenti umani.

 

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Sogno di una notte di mezza estate - 1595

personaggi

TESEO, Duca di Atene

IPPOLITA, Regina delle Amazzoni, sposa promessa di Teseo

LISANDRO e DEMETRIO:

giovani cortigiani innamorati di Ermia

 

ERMIA, innamorata di Lisandro

ELENA, innamorata di Demetrio

EGEO, padre di Ermia

FILOSTRATO, Maestro delle Cerimonie di Teseo

 

OBERON, Re delle Fate

TITANIA, Regina delle Fate

UNA FATA, al servizio di Titania

DEMONE, ovvero ROBERTINO BUONALANA,

buffone e luogotenente di Oberon

 

FIOR DI PISELLO, Fata, al servizio di Titania

RAGNATELO, Fata, al servizio di Titania

FALENA, Fata, al servizio di Titania

SEME DI MOSTARDA, Fata, al servizio di Titania

 

PIETRO ZEPPA, carpentiere; PROLOGO nella recita

NICOLINO ROCCHETTO, tessitore; PIRAMO nella recita

CECCO ZUFOLO, aggiustamantici; TISBE nella recita

MASO BECCUCCIO, calderaio; MURO nella recita

INCASTRO, falegname addetto alle congiunture;

LEONE nella recita

 

BERTO AGONIA, sarto; CHIARO DI LUNA nella recita

 

Altre Fate al seguito di Oberon e di Titania.

Cortigiani e Servitori di Teseo e Ippolita

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Sogno di una notte di mezza estate - 1595

RIASSUNTO

 

Alla corte di Atene stanno per celebrarsi le nozze fra il Duca d'Atene, Teseo, e la Regina delle Amazzoni, Ippolita, da lui rapita.

Davanti al Duca compaiono il nobile Egeo, sua figlia Ermia, e i giovani Demetrio e Lisandro: Ermia e Lisandro si amano, ma Egeo ha promesso in sposa sua figlia a Demetrio, e, per la legge di Atene, Ermia deve accettare la decisione di suo padre oppure prendere il velo monacale.

Il Duca concede ad Ermia tempo fino al suo matrimonio con Ippolita per decidere. Sciolta la seduta, Lisandro ed Ermia rimangono soli e decidono di fuggire da Atene per sposarsi là dove le leggi della città non possono raggiungerli. Si incontreranno nottetempo nel bosco, poco lontano da Atene.

Sopraggiunge Elena, un'amica di Ermia che è infelicemente innamorata di Demetrio, il quale però la sdegna perché è a sua volta invaghito di Ermia. Venuta a conoscenza del progetto di fuga di Ermia e Lisandro, Elena (si direbbe per puro masochismo) decide di informarne Demetrio, sapendo che quest'ultimo inseguirà Ermia nel bosco e proponendosi di rincorrerlo a sua volta.

Nel bosco, si incontrano il Re delle Fate, Oberon, e la Regina delle Fate, Titania, con i rispettivi seguiti.

Fra i due vi è inimicizia, perché Titania ha preso per sé come paggio un principino indiano, di cui Oberon avrebbe voluto fare un cavaliere al proprio servizio.

Poiché Titania rifiuta di cedergli il paggio, Oberon decide di vendicarsi: manderà il folletto Puck a procurargli un certo filtro d'amore, con il quale Oberon bagnerà gli occhi di Titania dormiente: al suo risveglio, la Regina si innamorerà del primo essere vivente che vedrà.

Oberon inoltre incarica Puck di stregare Demetrio con lo stesso filtro, affinché s'innamori di Elena.

Ma Puck, per errore, versa il filtro sugli occhi di Lisandro, il quale, così, s'innamora lui di Elena.

Oltre ai giovani amorosi e al popolo delle fate, nel bosco di Atene vi è un terzo gruppo di personaggi: si tratta di una compagnia teatrale improvvisata, composta da artigiani ateniesi che provano un dramma da rappresentare a Corte la sera delle nozze.

Per prendersi gioco di loro, Puck tramuta la testa di uno degli artigiani, Bottom, in una testa d'asino: ed è proprio di Bottom che, svegliandosi, Titania s'innamora.

Oberon e Puck assistono divertiti agli equivoci e alle baruffe generati dai loro incantesimi sugli amanti ateniesi, dopodiché il re delle fate (che, nel frattempo, ha corretto in parte l'errore di Puck, facendo innamorare Demetrio di Elena) fa calare una fitta nebbia e, addormentatisi di nuovo i quattro giovani, libera Lisandro dall'incantesimo: al risveglio, Lisandro tornerà ad amare Ermia, mentre Demetrio amerà Elena e tutti e quattro torneranno ad Atene credendo di aver solo sognato.

 

Dopo aver ottenuto da Titania il suo paggio, Oberon libera anche lei e Bottom dai loro rispettivi incantesimi. L'ultimo atto della commedia mostra gli artigiani ateniesi rappresentare comicamente e goffamente la loro pièce a Corte, dopo la celebrazione delle triplici nozze fra Teseo e Ippolita, Elena e Demetrio, Lisandro ed Ermia.


Il Sogno d'una notte di mezz'estate è innanzitutto una meravigliosa fiaba, e come tale può essere letta, gustandone i molti momenti di poesia "pura": i bellissimi notturni illuminati dalla luce della luna, le danze delle fate, le variazioni sul tema della natura dell'amore. E' possibile anche abbandonarsi ad una lettura sfrenatamente soggettiva, dato che ognuno di noi nella vita si è trovato coinvolto nella classica situazione "A ama B, ma B ama C" (con le relative varianti), e avrebbe dato chissà che per disporre del filtro fatato di Oberon per mettere le cose a posto. Opportunamente, tuttavia, Anna Luisa Zazo nella sua introduzione mette in guardia contro il rischio di interpretazioni troppo "disneyane" e consolatorie, e sottolinea gli elementi di ambiguità del testo shakespeariano, le allusioni a una dimensione di violenza e prevaricazione nascosta dietro il rapporto amoroso. (Per conto mio, vorrei richiamare l'attenzione su un paio di momenti in cui la solidarietà femminile sembra contrapporsi alla violenza dell'ordine patriarcale: atto II, sc. 1, vv. 123-34; atto III, sc. 2, vv. 195-219).

 

Altri importanti nodi tematici nel testo sono: il rapporto fra realtà e fantasia; la natura della creazione poetica; il tema del teatro nel teatro, quest'ultimo affrontato da Shakespeare con grande autoironia, attraverso la parodia della tragedia rappresentata dagli attori dilettanti.

 

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Sogno di una notte di mezza estate - 1595

atto primo - scena prima


Entrano Teseo, Ippolita, Filostrato, e il Seguito.

TESEO
Oh bella Ippolita, l'ora delle nostre nozze s'avvicina con passo veloce. Quattro giorni lieti ancora e sorgerà la luna nuova. Ma con quanta lentezza cala questa vecchia luna! Essa ritarda l'appagamento dei miei desideri, come matrigna, o ricca vedova, che, indugiando a morire, il retaggio assottiglia dell'erede.

IPPOLITA
Quattro giorni saranno presto inghiottiti dalla notte; e i sogni di quattro notti consumeranno il tempo.
E poi la luna, quale arco d'argento appena teso in cielo, contemplerà la notte dei nostri fasti.

TESEO
E tu, Filostrato, incita la gioventù d'Atene all'esultanza, ridesta il brioso ed alacre spirto della gioia, ricaccia Malinconia ai funerali, la pallida dea non s'addice al nostro corteo.

Esce Filostrato.

Ippolita, t'ho corteggiata con la spada, e con la forza ho vinto l'amor tuo.
Ora a te mi unirò in chiave diversa, con cortei, svaghi e trionfi.


Entrano Egeo e sua figlia Ermia, Lisandro e Demetrio.

EGEO
Felicità a Teseo, nostro Duca insigne!

TESEO
Grazie, mio buon Egeo. Ma che t'accade?

EGEO
Vengo a te, profondamente afflitto. Vengo a dolermi della mia creatura - di mia figlia Ermia.
Vieni avanti, Demetrio. Mio nobile Signore, quest'uomo ha il mio consenso per sposarla. Vieni avanti, Lisandro. E questi, grazioso Duca, ha ammaliato il cuore di mia figlia.
Sì, proprio tu, Lisandro; tu, le dedicasti rime d'amore, tu, con la mia bambina scambiasti pegni amorosi.
Tu, sotto il suo balcone, al lume di luna cantasti, con voce sdolcinata, versi di simulato amore, e subdolamente t'imprimesti nella mente sua, offrendo braccialetti dei tuoi capelli, anelli, ninnoli e gingilli, mazzolini, frivolezze e dolciumi - che son messaggeri di gran persuasione per le tenere fanciulle.
Tu, con astuzia, hai ghermito il cuore di mia figlia, trasformando l'obbedienza sua - a me dovuta - in arrogante ostinazione. Oh grazioso Duca, se avverrà che al vostro cospetto ella rifiuti di sposarsi con Demetrio, invocherò  l'antico privilegio della città d'Atene.Ella mi appartiene, ed io di lei disporrò.
O mia figlia sarà di questo gentiluomo, o sarà della morte, come la nostra legge vuole - immediatamente applicabile in simili casi.

TESEO
Ermia, che dici? Considera attentamente ciò che fai. Per te, simile a un dio dovrebbe esser tuo padre.
Un dio che modellò le tue grazie; sì, e per cui altro non sei che cerea forma da lui plasmata;
ed è in suo potere conservarne l'effigie immutata o cancellarla. Demetrio è un degno gentiluomo.

ERMIA
Lo è anche Lisandro.

TESEO
Senz'altro in sé lo è. Ma nel caso in questione, mancandogli il consenso di tuo padre, l'altro su di lui prevarrà.

ERMIA
Oh, potesse mio padre vedere coi miei occhi!

TESEO
Meglio sarebbe che guardassero i tuoi con la saggezza sua.

ERMIA
Supplico vostra Grazia di perdonarmi.
Non so per qual potere io tanto ardisca né quanto si convenga alla modestia mia perorare il mio pensiero a Voi dinanzi. Ma supplico vostra Grazia di farmi sapere qual è la sorte peggiore che m'attende, se rifiuto Demetrio per consorte.

TESEO
O la morte, oppure rinunciare per sempre alla compagnia degli uomini.
Perciò, mia bella Ermia, interroga i tuoi desideri, considera la tua giovinezza, esamina gl'impulsi del tuo sangue, e cerca di capire se, ribelle alla scelta di tuo padre, potrai sopportare la veste monacale, rimaner per sempre chiusa in un ombrato chiostro a trascorrer l'esistenza da sterile suora, salmodiando inni sommessi alla luna fredda e infeconda.
Tre volte sian benedette coloro che, frenati gl'impulsi del sangue, van pellegrine sul sentiero della castità; ma, in questo mondo terreno, più felice è la rosa distillata che non quella costretta ad appassire su virgineo rovo, che cresce, vive e muore, in solitudine beata.

ERMIA
E così crescerò, così vivrò, così morrò, mio Signore, anziché cedere il privilegio della mia verginità a questo giovane, al cui giogo indesiderato l'anima mia non riconosce sovranità.

TESEO
Prendi tempo, e rifletti. E al prossimo novilunio nel giorno che salderà la mia amata e me in un vincolo di perpetuo connubio, in quello stesso giorno preparati a morire per disobbedienza ai voleri di tuo padre; oppure a sposar Demetrio, secondo il suo desiderio; o ancora, a votarti, sull'altare di Diana, per sempre a vita solitaria ed austera.

DEMETRIO
Ma cedi, Ermia bella! E anche tu, Lisandro, deponi la tua folle pretesa di fronte al mio indiscutibile diritto.

LISANDRO
Tu hai l'amore di suo padre, Demetrio. Lascia a me quello d'Ermia. E sposa Egeo!

EGEO
Insolente Lisandro! Per certo egli m'è caro. E in virtù di questo affetto, tutto quanto è mio suo diverrà.
Ermia appartiene a me, ed ogni mio diritto su di lei consegno ora a Demetrio.

LISANDRO
Mio signore, provengo come lui da famiglia illustre e facoltosa. Il mio amore supera il suo; le mie fortune sono pari alle sue, se maggiori non sono. E, ciò che più conta, l'amor mio è ricambiato dalla bella Ermia.
E dunque perché rinunciare al mio diritto?
Demetrio - glielo dico in faccia - amava Elena, la figlia di Nedar, ed avea conquistato l'animo suo.
E lei, dolce fanciulla, spasima, ardentemente spasima, spasima d'idolatria, per un uomo come lui ch'è impuro ed incostante.

TESEO
Confesso d'averlo sentito dire anch'io. Ed ho anche pensato di parlarne con lui.
Ma, travolto dalle mie faccende personali m'è passato di mente. Suvvia, Demetrio, ed anche tu, Egeo, venite qua. Verrete entrambi con me, ché per tutt'e due ho qualche istruzione riservata.
E quanto a te, Ermia bella, àrmati di buona volontà per far sì che i tuoi desideri coincidano con quelli di tuo padre.
Altrimenti la legge d'Atene (e non possiam mitigarla) ti consegnerà alla morte, o ai voti della castità.

Vieni, mia Ippolita. Che pensi, amor mio?
Egeo, Demetrio, venite con noi. Debbo darvi qualche incarico in vista delle nostre nozze; e devo anche parlarvi di cosa che da vicino vi riguarda.

EGEO
Per nostro dovere, e per nostro piacere, noi vi seguiamo.
 

Escono tutti tranne Lisandro ed Ermia.

LISANDRO
Ebbene, amore mio, perché è impallidita la tua guancia? Com'è che le rose vi sono appassite così presto?

ERMIA
Forse per mancanza di pioggia, che ben potrei versar su loro dalla tempesta dei miei occhi.

LISANDRO
Ohimè! Da quanto ho potuto leggere ed udire da favole e da storie, mai è stato liscio il corso del vero amore.
Sia per disparità di lignaggio...

ERMIA
Oh, sventura! esser troppo in alto per finir schiava di chi è tanto in basso.

LISANDRO
O perché, rispetto agli anni, male assortiti eran gli amanti...

ERMIA
Oh mortificante! in tarda età ad un giovane legarsi!

LISANDRO
O dipendesse, in vero, dalla scelta altrui...

ERMIA
Oh, diavolo! lasciar decider d'amore gli occhi degli altri!

LISANDRO
Oppure, se accordo v'era nella scelta, guerra, morte, o infermità, hanno assediato l'amore; e, come un suono, l'han fatto durare un istante, ratto come l'ombra, breve come sogno, veloce come saetta nella notte tenebrosa, che, con rabbioso bagliore, rivela cielo e terra, e prima ancora che dir si possa "oh, guarda!" le fauci del buio l'hanno divorato. Tanto è pronto a vanire tutto ciò che risplende!

ERMIA
Se dunque gli amanti sinceri furon sempre avversati, vuol dire che è un decreto del destino.
La nostra prova a noi insegni pazienza, perché è un male comune, e dell'amor fa parte come i pensieri, i sogni ed i sospiri, i desideri e i pianti, consueto corteo dei poveri innamorati.

LISANDRO
Ragioni bene. E allora ascoltami, Ermia.
Ho una zia vedova, ricca ereditiera, che non ha figli - la sua casa è a sette leghe da Atene - e caro le sono al par di unico figlio. Laggiù, dolce mia Ermia, potrò sposarti; e la dura legge d'Atene fin là non può inseguirci. Se m'ami, dunque, domani notte fuggi furtiva dalla casa paterna, e nella selva, a una lega da Atene (là dove con Elena t'incontrai per celebrare insieme un mattino di maggio) sarò ad aspettarti.

ERMIA
Mio buon Lisandro, ti giuro sull'arco più robusto di Cupìdo, sul migliore dei suoi aureopuntuti dardi, sulle caste colombe d'Afrodite, su tutto ciò che avvince i cuori degli amanti, e fa fiorir gli amori, e sul quel rogo che arse la regina di Cartago, quando vide far vela l'infido Troiano, su tutti i giuramenti che gli uomini han mancato (più numerosi di quelli delle donne) ti giuro che in quel luogo che hai indicato domani, in verità, sarò con te.

LISANDRO
Amore mio, mantieni la promessa. Oh guarda, viene Elena.

Entra Elena.

ERMIA
Dio t'assista, Elena bella! Dov'è che vai?

ELENA
"Bella" mi chiami? Ma rinnega quel "bella"! Per Demetrio che t'ama, "bella" sei tu. Oh tu bella felice!
I tuoi occhi son come le stelle ai naviganti, e la dolce armonia delle tue labbra è più melodiosa del canto dell'allodola all'udito del pastore quando il frumento è verde, quando spuntano i bocci al biancospino.
Le malattie son contagiose; oh, se lo fosse altrettanto la bellezza, prima di lasciarti, vorrei contagiarmi della tua. Il mio orecchio prenderebbe la tua voce, l'occhio mio il tuo, la mia lingua il melodioso accento della tua. Se possedessi il mondo - tolto solo Demetrio - tutto lo cederei a te, potessi in te cangiarmi.
Oh insegnami il modo in cui tu guardi, e con qual arte tu tieni in pugno i moti del suo cuore.

ERMIA
Io lo guardo accigliata, eppure egli m'adora.

ELENA
Ah, potesse il mio sorriso imparar dal tuo cipiglio!

ERMIA
Io lo maledico, e lui mi rende amore.

ELENA
Ah, potesse così il mio pregar toccargli il cuore!

ERMIA
Più io l'odio e più mi viene appresso.

ELENA
Più io l'amo e più lui mi detesta.

ERMIA
Elena, la sua follia non è colpa mia.

ELENA
Non è colpa di nessuno, tranne della tua bellezza. Io vorrei avere quella colpa!

ERMIA
Questo ti sia di conforto; egli non vedrà più il mio volto. Lisandro ed io da qui vogliam fuggire.
Quando non conoscevo ancor Lisandro mi pareva che Atene fosse il Paradiso.
Oh qual potere alberga nel mio cuore se esso fu capace di trasformare un cielo in un inferno!

LISANDRO
Elena, di un nostro piano ti metterò a parte.
Domani notte, allor che in ciel Febea l'argenteo volto nello specchio equoreo si mira, e con liquide perle adorna i fili d'erba (sempre tempo propizio per i transfughi amanti) contiamo d'uscire inosservati per le porte d'Atene.

ERMIA
E nel bosco dove solemmo, tu ed io, distenderci su sponde di primule albicanti, versando i segreti dei nostri cuori ardenti, colà c'incontreremo, il mio Lisandro ed io.
E là, da Atene, altrove volgerem lo sguardo, vago di nuovi amici e di stranieri incontri.
Addio, diletta compagna dei miei giochi; prega per noi, e possa la buona sorte concederti Demetrio!
Mantieni la promessa, mio Lisandro! I nostri occhi dovremo affamar del cibo degli amanti, fino a domani, a mezzanotte fonda.

 

Esce Ermia.

LISANDRO
Oh sì, mia Ermia. Elena, addio. E come tu per lui, per te possa Demetrio consumarsi.


Esce Lisandro.

ELENA
Oh quanto una persona può essere più felice d'un'altra!
Pensano in Atene ch'io sia bella quanto lei. Ma a che pro? Demetrio non lo pensa; e ciò che gli altri sanno egli non vuol sapere.
E com'egli è in errore a infatuarsi dello sguardo d'Ermia, in errore son io ad ammirare i pregi di costui.
Le cose più umili e vili, prive d'armonia, Amor trasmuta in forme dignitose e belle.
Ei non guarda con gli occhi, ma con il sentimento, ed è per questo che l'alato Cupìdo vien dipinto cieco.
Né il suo cervello ha mai avuto il senso della saggezza. Ali ed occhi bendati stanno a significare un'inconsulta foga.
Ed è così che Amore è concepito fanciullo, lui che sovente s'inganna quando sceglie.
E come, giocando, i monelli si mancan di parola, così il pargoletto Amore è sempre uno spergiuro.
Prima di mirare gli occhi d'Ermia, Demetrio grandinava giuramenti d'esser soltanto mio. E quando la grandine sentì il calore d'Ermia, tutta si sciolse e giù precipitarono i suoi voti.
Rivelerò a Demetrio la fuga d'Ermia bella; e così, domani notte, egli la inseguirà nel bosco.
E se mi sarà grato per questa informazione, il grazie suo mi costerà gran prezzo.
Ma con questo sarò ben ripagata, ché lo vedrò al ritorno ed all'andata!


Esce.

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Sogno di una notte di mezza estate - 1595

atto primo - scena seconda


Entrano Zeppa, carpentiere; Incastro, falegname; Rocchetto, tessitore; Zufolo, aggiustamantici; Beccuccio, calderaio; e Agonia, sarto.

ZEPPA
Ci siamo tutti?

ROCCHETTO
Via, prendi la lista, e chiamali tutti assieme uno per uno.

ZEPPA
Ecco qua l'elenco dei nomi di tutti quelli che qui ad Atene possono recitare il nostro interludio alla presenza del Duca e della Duchessa, la sera delle nozze.

ROCCHETTO
Prima, mio caro Zeppa, dovresti dirci di che cosa tratta, questo dramma. Poi dovresti leggerci i nomi degli attori. E poi saremo a posto.

ZEPPA
Caspita! il dramma è la Lamentevolissima commedia e la crudelissima morte di Piramo e di Tisbe.

ROCCHETTO
Un capolavoro, ve lo dico io. Uno spasso! E ora, caro Zeppa, chiama gli attori secondo la scritta. Messeri, in fila!

ZEPPA
Rispondete all'appello. Nicolino Rocchetto, tessitore.

ROCCHETTO
Eccomi qua. Dimmi intanto la mia parte, prima d'andare avanti.

ZEPPA
Tu, Nicolino Rocchetto, è inteso che farai Piramo.

ROCCHETTO
E chi è questo Piramo? Un amante o un tiran-no?

ZEPPA
Un amante che ha tanto fegato da farsi fuori per amore.

ROCCHETTO
A recitarla bene questa parte, si verseranno delle lacrime. Se io mi ci metto, il pubblico dovrà badare agli occhi. Farò scoppiare delle bufere. Mi dolrò come si deve. Veniamo agli altri... io, però, sarei nato per fare il tiranno. Mi sentirei di recitare Ercle in modo straordinario; o comunque qualsiasi altra parte dove ci fosse da urlare a squarciagola, e da spaccare il mondo.

Rocce furenti
colpi tremendi
porte di carceri
mandate in pezzi.
E il carro di Febbo
da lungi fulgente
arriva e sbrindella
il Fato demente.

Somma roba davvero! Ma ora passiamo agli altri. Son parole da Ercle... da tiranni. L'innamorato invece sarà sdolcinato.

ZEPPA
Cecco Zufolo, aggiustamantici.

ZUFOLO
Pietro, son qui.

ZEPPA
Zufolo, tu devi far la parte di Tisbe.

ZUFOLO
E chi è Tisbe? Un cavaliere errante?

ZEPPA
È la dama che Piramo ha da amare.

ZUFOLO
Ma via... mi fate far da donna? Mi sta spuntando la barba!

ZEPPA
È lo stesso. Reciterai con una maschera. E potrai andar su con la vocina quanto vorrai.

ROCCHETTO
Se posso coprirmi la faccia, allora fatemi fare anche Tisbe. Direi con una vocina mostruosamente soave: "Son Tisbina. Son Tisbina" - "Ah Piramo mio, mio dolce amante! Son la tua cara Tisbe, la tua cara dama!"

ZEPPA
No, no! Tu farai Piramo. E tu, Zufolo, Tisbe.

ROCCHETTO
Bene. Andiamo avanti.

ZEPPA
Berto Agonia, sarto.

AGONIA
Eccomi qui, Pietro.

ZEPPA
Berto Agonia, tu farai la parte della mamma di Tisbe. Maso Beccuccio, calderaio.

BECCUCCIO
Eccomi, Pietro.

ZEPPA
Tu, il padre di Piramo; io il padre di Tisbe. Incastro, falegname, tu la parte del Leone. E mi pare che il dramma sia a posto.

INCASTRO
Ce l'hai scritta la parte del Leone? Se ce l'hai, ti prego di passarmela. Lo sai che ci metto un po' a imparare!

ZEPPA
Ma la puoi improvvisare. Basta ruggire!

ROCCHETTO
Fammela fare a me la parte del Leone. Ruggirò in modo tale da ammansire il cuore di tutti. E al mio ruggito il Duca dirà: "Ancora! Che ruggisca ancora!"

ZEPPA
A metterci troppa ferocia potresti spaventare la Duchessa, e le dame. E tutte si metterebbero a strillare. E con questo finiremmo tutti sulla forca.

TUTTI
Tutti sulla forca, poveri noi!

ROCCHETTO
Ragazzi, sapete che vi dico? Se le dame per la paura perdessero il senno, questi qua son tanto scemi da mandarci alla forca tutti quanti. Ma io aggraverò la mia voce, e ruggirò pian pianino - come una colombella di latte. Come un usignolo.

ZEPPA
Tu non puoi far altro che Piramo. Perché Piramo è bello. Un bel ragazzo che non se ne vede! Bello, bello e raffinato. E allora non si scappa; dovrai far la parte di Piramo.

ROCCHETTO
Beh, farò questa parte. Che barba è meglio che mi metta?

ZEPPA
Beh, a tuo piacere.

ROCCHETTO
Reciterò la parte con la barba color paglia, o con quella color tannino, oppure con quella porporina, oppure color testone d'oro francese, il giallo più giallo che esiste!

ZEPPA
Ci son testoni francesi senza neanche un pelo, e allora reciterai a faccia nuda - sfacciatamente. Messeri, ecco le vostri parti. E vi scongiuro, v'imploro, bramo, che le impariate a memoria per domani sera. E arrivederci al parco ducale, a un miglio dalla città, sotto la luna. Là proveremo. Perché se la riunione fosse in città ci verrebbe dietro un mucchio di gente, e i nostri trucchi si risaprebbero. Intanto farò un elenco delle cose necessarie. Badate di non mancare!

ROCCHETTO
Ci saremo, e faremo le prove nel modo più disadatto e intrepido. Mettetecela tutta! Dovete imparar la parte a puntino. Addio!

ZEPPA
Ci raduneremo alla quercia del Duca.

ROCCHETTO
Basta! Siate di parola, o peggio per voi!


Escono.

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Sogno di una notte di mezza estate - 1595

atto secondo - scena prima


Entrano una Fata, da una parte, e il Demone dall'altra.

DEMONE
Salve, Spirito! Dov'è che vai errando?

FATA
Sui colli e sulle valli
nei boschi e nei roveti
sui parchi e sui recinti
per flutti e per fuochi,
della sfera della luna
più presta men vado.
E servo la Fata Regina,
irrorando di rugiada
le sue impronte sull'erba.
Le fan scorta i verbaschi
dalle vesti dorate
con macchie vermiglie -
rubini son questi,
cari doni delle Fate,
come efelidi profumate.
Stille di rugiada ho da cercare
le orecchie dei verbaschi ad imperlare.
Addio, Spirito villanzone. Me ne vado.
Sta giungendo con gli elfi la Regina.

DEMONE
Il Re farà gran festa qui stanotte. Bada che la Regina se ne stia alla larga, ché Oberon scoppia dalla rabbia perché Titania ha preso come paggio un bel ragazzo involato a un Re dell'India.
Mai refurtiva fu per lei più dolce, ed Oberon, geloso, lo vorrebbe come scudiere per cacciar le fiere.
Ma ella a forza trattiene il giovinetto, l'inghirlanda di fiori, e ogni diletto in lui ripone.
Ed ora non più in boschetti, né sui prati, non più alle limpide fontane, né al lume imbrillantato delle stelle, s'incontrano quei due senza litigi. Così che i loro elfi spaventati s'infilan nel cappuccio delle ghiande, e dentro vi restano intanati.


FATA
O non ravviso bene la tua forma, e il tuo sembiante, o tu sei quel maligno demone beffardo che ha nome Robertino Buonalana. Non sei tu forse colui che ai villaggi spaventa le ragazze; che screma il latte e a volte frucchia nella zangola del burro e la massaia invano s'affanna a rimestare; e talora la birra non lascia lievitare, e di notte fuorvia i pellegrini ridendo della lor disavventura?
E se invece qualcuno ti chiama "follettino", e "caro Robertino", i suoi lavori ti addossi e gli porti fortuna. Non sei tu quello?
 
DEMONE
Hai proprio indovinato.
Son io quel mattacchione che va in giro di notte. Di Oberon, mio re, sono il buffone.
E lui sorride quando inganno lo stallone, ben satollo di fave col nitrito d'una bella puledrina.
Qualche volta mi rannicchio nel boccale d'una vecchia ciancerona, sotto forma di mela selvatica arrostita, e quando beve, le salto sulle labbra e giù sgorga la birra lungo la gorgia vizza.
La vecchia zitella saccentona cui piace raccontar tragiche storie, a volte per sgabello mi scambia, e io dal sedere le scappo, e lei rotola a terra, e grida "Oh povero mio culo!", e affoga nella tosse.
E allor gli astanti si tengono i fianchi dalle risa, gongolan di gioia, starnutano, e giurano di non aver mai trascorso ora più allegra. Ma adesso fai largo, ché arriva il mio Re!

FATA
Ed ecco qua anche la mia Sovrana. Meglio sarebbe che lui non ci fosse!

Entra Oberon, Re delle Fate, da una porta, col Seguito, e Titania, col suo Seguito, da un'altra.

OBERON
Pessimo incontro, al chiar di luna, Titania superbiosa.

TITANIA
Cosa, il geloso Oberon? Fate, andiamocene via. Di costui ho ripudiato letto e compagnia.

OBERON
Aspetta, sfrontata impudente. Non sono io il tuo Re?

TITANIA
E allora io sarei la tua sposa. Ma so che furtivo te ne andasti dal regno delle Fate e, in spoglie di Corinio, passasti un giorno intero a zufolar nei calami d'avena e a verseggiar d'amore per Fillide amorosa. E com'è che sei di ritorno dalle terre più remote dell'India se non perché la tua arrogante Amazzone, la tua coturnata amante, il tuo amor guerriero, va sposa a Teseo, e tu al loro talamo nuziale vuoi elargire gioia e prosperità?

OBERON
Come puoi, tu - vergognati - Titania alludere alla simpatia d'Ippolita per me quando sai che ben conosco la tua passione per Teseo?
Non fosti tu a condurlo, nel chiarore della notte, lungi da Perigune, poi che l'avea violata?

Non l'inducesti tu a mancar di fede ad Egle bella, ad Arianna, ad Antiòpe?

TITANIA
Queste son fantasie d'una mente gelosa!
Fin dall'inizio di questa piena estate, mai ci adunammo su colli e vallette, nelle foreste e sugli ameni prati, presso fonti ghiaiose o rivuli giuncosi o bianca costa marina, a danzare in cerchio al fischiettìo del vento, che non giungessi tu, coi tuoi schiamazzi, a disturbare i nostri svaghi.
E i venti, stanchi di zufolare invan per noi, per vendetta succhiarono dal mare mefitici vapori, che rovesciandosi poi sopra la terra han gonfiato ogni modesto rivo di cotanto orgoglio da romper gli argini ed inondare i campi.

Così che il bove tira il giogo invano, il contadino spreca il suo sudore, e il verde germoglio del granturco marcisce prima che alla sua gioventù cresca la barba.
Gli ovili ora son vuoti nei campi melmosi, i corvi s'ingrassan con le carogne degli armenti, lo spiazzo dei nostri giochi è pien di fango, e gli ingegnosi tracciati, ora in disuso, son cancellati dall'erbe rigogliose. Ai miseri mortali son negate le gioie dell'inverno, e mancano, ad allietar le notti, inni e carole.
Onde la luna, che governa i flutti, pallente d'ira tutta l'aria inzuppa, e di reumi s'ammalano le genti.
E per tali intemperie son le quattro stagioni sovvertite, i canuti geli calan nel giovane grembo della rosa cremisi, e sulla gelida zucca spelacchiata del vegliardo Inverno posa - come per scherno - un olezzante serto di soavi bocci estivi.
La primavera, l'estate ed il fecondo autunno, e l'iracondo inverno, si sono scambiate le livree; e il mondo sbalordito non più dai lor prodotti distingue le stagioni. E questa progenie di malanni nasce dal nostro conflitto, dal nostro dissenso. Noi l'abbiamo generata, ne siamo noi la causa.

OBERON
Sta a te farne ammenda, o Titania.
Perché devi crucciare il tuo sovrano? Altro non reclamo che il giovinetto trafugato per farne un mio scudiero.

TITANIA
Metti l'animo in pace. A pagarlo non basta l'intero regno delle Fate.
Sua madre era devota all'ordine mio e a sera, nel profumato aere dell'India, tante volte m'è stata compagna, con me assisa sulle dorate sabbie di Nettuno ad osservare le navi dei mercanti che solcavano il mare.
E abbiamo riso insieme a guardare le vele impregnate dal vento lascivo; e lei (già in grembo portava il carico prezioso del mio paggio) ad imitarle con passo aggraziato e rollante.
E poi fingeva di far vela a terra, per me a raccogliere inezie, e ritornava, ricca di mercanzie, come da lungo viaggio.
Ma lei, mortale, morì di questo suo bambino; che per amor suo voglio allevare, e mai, appunto per amor suo, separarlo da me.

OBERON
Quanto vorrai restare in questa selva?

TITANIA
Forse fin dopo le nozze di Teseo.
Se tu, in buona pace, vorrai danzar con noi, e al chiar di luna contemplar vorrai i nostri tripudi, vieni, se no da me rifuggi, ed io stessa eviterò di venire ove t'aggiri.

OBERON
Dammi quel ragazzo, ed io verrò con te.

TITANIA
Neppure in cambio di tutto il regno. Fate, andiamo. Se ancor rimango ci accapigliamo!


Esce Titania con il Seguito.

OBERON
Va', va' dove vuoi! Ma non uscirai dal bosco prima ch'io t'abbia fatto scontar simile affronto.
Robertino caro, avvicinati. Tu certo ben ricordi quando, dalla cima d'un alto scoglio, ascoltai una sirena, assisa sul dorso d'un delfino, la quale effondeva nell'aria tanto soavi ed armoniosi accenti che il rude mare s'ingentilì al suo canto, e alcune stelle, impazzite fuori balzaron dalle sfere per ascoltare la melodia dell'equorea fanciulla.

DEMONE
Me lo ricordo.

OBERON
Potei allor vedere - e tu non lo potesti - volar Cupìdo in arme fra la luna gelida e la terra.
Egli dritto mirò a una bella vestale, assisa in trono in occidente, e con tal veemenza scoccò dall'arco il suo dardo d'amore che parea dovesse centomila cuori trapassare.
Ma vidi invece l'ardente strale del dio fanciullo spegnersi nei casti raggi della luna, signora dei flutti.

E l'imperiale sacerdotessa passò via indisturbata in verginali meditazioni, intatta da fantasie d'amore.
Però osservai dove il dardo di Cupìdo finì; cadde su un picciol fiore d'occidente, allora candido come il latte ed ora rosso d'amorosa piaga.
Viola del Pensiero lo chiaman le fanciulle. Trovami quel fiore. Un dì te ne mostrai la pianta.
Il succo suo, stillato su ciglia dormenti, farà uomo o donna delirar d'amore per qualsiasi creatura il loro occhio contempli. Trovami quella pianta, e torna subito qui prima che il leviatano nuoti una lega.

DEMONE
Avvolgerò un nastro attorno al mondo in quaranta minuti.

 

Esce.

OBERON
Quando avrò questo succo, sorprenderò Titania mentre dorme, e sulle ciglia sue stillerò l'umore.
Ciò ch'ella vedrà al suo risveglio (leone, orso, o lupo o toro, impacciosa bertuccia, o inquieto babbuino) dovrà corrergli appresso per impulso d'amore.
E prima ch'io disincanti l'occhio suo (e con erba diversa mi sarà agevole farlo) ella sarà costretta a cedermi il suo paggio. Ma chi viene? Io sono invisibile; origlierò da qui ciò che essi dicono.

Entra Demetrio inseguito da Elena.

DEMETRIO
Io non t'amo; e perciò non inseguirmi. Dov'è Lisandro? Dov'è la bella Ermia? Io ucciderò lui, ma lei sta uccidendo me.
Dicesti che son fuggiti in questa selva selvaggia, ed io son preda d'un selvaggio furore perché non trovo la mia Ermia. Dunque, vattene via di qui, e smetti d'inseguirmi!

ELENA
Tu m'attrai, duro cuor di calamita.
Ma ciò che attiri non è ferro volgare ché questo cuore è puro come acciaio. Sospendi la tua forza d'attrazione ed io non avrò più la forza di seguirti.

DEMETRIO
Ti lusingo, io, forse? Ti dico dolci parole? O non ti dico piuttosto, con tutta franchezza, che non t'amo, né potrò amarti mai?

ELENA
Ed è appunto per questo ch'io t'amo di più.

Son come il tuo cagnolino. O mio Demetrio, più mi bastoni e più ti faccio le feste.
Oh, trattami come fossi il tuo spagnolino. Respingimi, battimi, trascurami, scacciami! Ma concedimi - anche se degna non sono - di venire con te.
Qual posto peggiore potrei chiederti nel cuore (eppur per me di massimo rispetto) che d'esser trattata come un cane?

DEMETRIO
Non suscitare troppo disgusto nel mio petto, ché io mi sento male se ti vedo.

ELENA
Ed io mi sento male se non posso vederti.

DEMETRIO
Tu comprometti troppo il tuo pudore, avendo così lasciato la città per metterti in balìa di chi non t'ama, affidando alle insidie della notte, e al mal consiglio di un luogo solitario, il tesoro prezioso della tua purezza.

ELENA
La tua virtù è la mia sicurezza. E allora non è notte se ti guardo in volto, e perciò non mi par d'andar nel buio, e nel bosco non manca compagnia perché per me tu sei l'intero mondo.
E come posso dire d'esser sola se tutto il mondo è qui che mi contempla?

DEMETRIO
Correrò a nascondermi nel folto della macchia, e ti lascerò in balìa delle fiere.

ELENA
Non v'è fiera più fiera del tuo cuore.
Fuggi pur quando vuoi. L'antica favola è riversa; fugge Apollo, e Dafne lo persegue; la colombella dà la caccia al grifone, la mite cerbiatta corre ad afferrar la tigre - inutile la corsa quando è viltà che insegue ed è il valor che fugge!

 

DEMETRIO
Ti dico di lasciarmi andare. Non voglio più ascoltare.
E se m'inseguirai, non isperare ch'io non ti rechi oltraggio dentro al bosco.

ELENA
Sì, nel tempio, in città, nei campi - e come! - tu oltraggio mi rechi. Vergogna, vergogna, Demetrio!
I tuoi torti offendono l'intero mondo delle donne. A noi non è dato combatter per amore, come gli uomini fanno.
Siamo state create per esser corteggiate, e non per corteggiare.

 

Esce Demetrio.


T'inseguirò, e l'inferno diverrà il paradiso se morrò per la mano di chi adoro.

 

Esce.

OBERON
Addio, ninfa leggiadra. Prima che egli lasci questo bosco, sarai tu a fuggirlo, e sarà lui a cercare l'amor tuo.

Entra il Demone.

Ce l'hai il fiore? Bentornato, girellone!

DEMONE
Ce l'ho qui.

OBERON
Dammelo, ti prego.
Conosco un ciglio dove il timo selvatico fiorisce, crescon le margherite e reclinano il capo le viole, coperto da un padiglione di fin troppo rigoglioso caprifoglio, con dolci rose muschiate e roselline di macchia. Colà, fra i fiori, Titania dorme talvolta di notte, cullata da musiche e danze.
E là si spoglia il serpente della sua pelle variegata, manto bastante a coprire una Fata. I suoi occhi bagnerò con questo succo, e la colmerò di turpi fantasie.
Prendine un po' anche tu, e cerca dentro al bosco. Una dolce fanciulla ateniese s'è invaghita d'un giovane sdegnoso. Bagnagli le palpebre con questo; ma fai in modo ch'egli al suo risveglio volga i suoi occhi proprio a quella dama. Il giovane conoscerai dagli abiti ateniesi.
E fa' le cose con cura, sì ch'egli poi dimostri d'essere vago di lei più di quanto, di lui, ella già fosse.
E bada bene, voglio qui riaverti al primo canto del gallo.

DEMONE
Sire, non temete. Farò quel che volete.


Escono.

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Sogno di una notte di mezza estate - 1595

atto secondo - scena seconda


Entra Titania, Regina delle Fate, col suo Seguito.

TITANIA
Suvvia, danziamo in cerchio, e cantiamo una nostra canzone.
Poi, per la terza parte d'un minuto, via di qua, alcune a uccidere i bruchi nei boccioli della rosa muschiata; altre a far guerra ai pipistrelli per far con la pelle sottile delle ali corsetti ai miei piccoli elfi; ed altre ancora a tener lontano il gufo strepitoso che ulula ogni notte e guarda sbalordito i miei elfi leggiadri. Ora cantatemi la nanna, poi alle vostre faccende, e lasciatemi dormire.

Le Fate cantano.

PRIMA FATA
Voi, serpi pezzate dalla lingua forcuta,
voi ricci spinosi, nascosti restate.
Tritoni e luscegnole del male non fate,
non v'accostate alla Regina delle Fate.


CORO
Filomela dai soavi accenti
deh canta per noi la ninnananna.
Ninna nanna, ninnananna.
Ninna nanna, ninnananna.
Né iattura né malanno
giammai tocchin la Regina.
Buona notte. Ninna nanna.


PRIMA FATA
Ragni tessitori non vi avvicinate,
neri scarabei non v'appressate,
vermi e lumache del male non fate.

CORO
Filomela dai soavi accenti
deh canta per noi la ninnananna.
Ninna nanna, ninnananna.
Ninna nanna, ninnananna.
Né iattura né malanno
giammai tocchin la Regina.
Buona notte. Ninna nanna.

Titania dorme.

SECONDA FATA
Tutto è tranquillo. Andiamocene via. Ma lassù una di voi monti la guardia.

 

Escono le Fate.
Entra Oberon e spreme il succo del fiore sulle ciglia di Titania.

OBERON
Chi vedrai nel ridestarti prenderai per vero amore. L'amerai, languirai.
Che sia lince o gatto od orso, apro irsuto oppur leopardo, ai tuoi occhi, nel destarti, grande amore ti parrà.
Apri gli occhi non appena vil creatura s'avvicina!

 

Esce.

Entrano Lisandro ed Ermia.

LISANDRO
Amor mio, sei stremata per tanto errar nel bosco.
E a dirti il vero, ho smarrito la strada. Riposiamoci, Ermia, se acconsenti. Aspettiamo il conforto dell'alba.

ERMIA
E sia, Lisandro. Cercati un giaciglio, ed io su questa proda poserò la testa.

LISANDRO
All'uno e all'altra, faccia la stessa zolla da guanciale. Un unico cuore, un letto, due petti, e un giuramento.

ERMIA
No, mio buon Lisandro. Fallo per me, ti prego, distenditi più in là. Non così accosto.

LISANDRO
O mia diletta, intendi a dovere le mie parole innocenti.
È nel colloquio d'amore che amore il vero senso afferra.
Volevo dir soltanto che il mio cuore tanto è legato al tuo da formare con quello un solo cuore.
Due petti da un'unica fede incatenati.
E dunque, non negarmi un posticino al fianco tuo; ché giacendomi teco con te non mi giaccio.

ERMIA
Il mio Lisandro a giocar di parole è molto bravo!
E sia maledetta la mia scortesia, ed il mio orgoglio, se ho mai inteso dire che Lisandro mentiva!
Ma dolce amico mio, per l'affetto che mi porti e per l'onore, distenditi più in là, come si conviene alla vera modestia.
Simile distanza, si potrà ben dire, s'addice ad un giovine dabbene e ad una fanciulla virtuosa. E buona notte, amico mio. E che il tuo amore sia a me fedele per tutta la tua dolce vita!

LISANDRO
Amen, amen, per una così amabile orazione. E finisca pure la mia vita prima che venga meno la mia fedeltà!
Ecco dunque il mio letto. Il sonno ti conceda tutto il suo riposo!

ERMIA
Che metà di tanto augurio discenda sulle ciglia di chi l'ha pronunciato! Dormono.


Entra il Demone.

DEMONE
Per il bosco ho scorrazzato
e nessun ateniese vi ho trovato
sui cui occhi provare se il fiore
è poi vero che suscita amore.
Notte e pace... ma chi è là?
Son d'Atene i vestimenti!
È ben lui colui che sdegna -
dice il Re - la sua fanciulla.
Ecco là la dama dorme,
sulla terra sporca e mezza.
Poverina non s'azzarda
a giacersi accanto a lui,
lui che tanto ne disprezza
ed affetto e cortesia.
Sui tuoi occhi, a te, villano,
ecco verso il succo arcano.
Quando gli occhi riaprirai
da essi Amor bandisca il sonno.
Ma allor sarò lontano,
ché a Oberòn faccio ritorno.

 

Esce.
Entrano, correndo, Demetrio ed Elena.

ELENA
Fermati qui, sia pure per trucidarmi, dolce Demetrio!

DEMETRIO
Va' via! È un ordine, va' via! Smetti di venirmi appresso!

ELENA
Vuoi tu lasciarmi qui nel buio tetro? O no, Demetrio!

DEMETRIO
Rimani a tuo rischio. Io me ne andrò da solo.

 

Esce.

ELENA
Ho perso il fiato in questo folle inseguimento! Più grande è la preghiera, più piccola è la grazia che ottengo.
Buon per te, Ermia mia, dovunque tu sia, benedetta per i tuoi occhi maliosi.
E come le divennero tanto luminosi? Non certo per il sale del suo pianto.
Più spesso i miei ne vengono lavati. No, no - lo so - son brutta come un orso.
Le bestie fo scappare spaventate. E dunque non è strano che Demetrio fugga da me come si fugge un mostro.
Quale specchio crudele e mentitore m'indusse a comparare gli occhi stellari d'Ermia con i miei?
Ma chi è là? Lisandro steso a terra? Morto o dormiente? Non scorgo né sangue né ferita.
Lisandro, se vivete, mio buon signore, svegliatevi!

LISANDRO (si sveglia)
Attraverso il fuoco passerò per il tuo dolce amore, Elena eterea! Con tal arte ti fece la Natura ch'io ti posso mirare il cuor nel petto. Dov'è Demetrio? Oh il vile nome che dovrebbe perir sulla mia spada!

ELENA
Non dite così, non dite così, Lisandro! Che v'importa, signor mio, se della vostra Ermia è innamorato?
Ermia pur v'ama ancora. E dunque siatene contento.

LISANDRO
Contento d'Ermia? Oh no, in verità mi pento d'aver trascorso con lei tediosi istanti.
Non è Ermia, ma Elena, ch'io amo! E chi non cambierebbe una cornacchia con una colombella?
La volontà dell'uomo è governata dalla sua ragione, e la ragione dice che tu sei la più degna.
Ciò che in natura cresce, matura al tempo suo, e finora ero troppo giovane, e ancora acerbo.
Ma poiché adesso ho raggiunto dell'uomo la saggezza, la ragione governa il mio volere, e ai tuoi occhi mi porta, ove contemplo amorose storie, scritte nel più prezioso libro dell'amore.

ELENA
Ah esser venuta al mondo per trovarmi a beffe sì crudeli!
Ditemi, quando ho meritato d'esser derisa da voi? Non era sufficiente che mai potessi avere, mai sperare, da Demetrio uno sguardo di dolcezza? Ora vi prendete gioco della mia scarsa bellezza?
Mi fate torto, in verità, torto davvero, a corteggiarmi con tanto dileggio.
Addio! Devo proprio confessare, signor mio, d'avervi immaginato persona più cortese.
È triste che una donna, respinta da un uomo, venga poi, per questo, umiliata da un altro!

 

Esce.

LISANDRO
Ella non vede Ermia. E tu, Ermia, continua a dormire! E mai più possa apparire agli occhi di Lisandro!
Ché, come l'eccessiva sazietà di dolci porta lo stomaco alla nausea più profonda, o, come le eresie, una volta abiurate, vengon tanto più odiate da coloro che illusero, così tu, mia indigestione, mia eresia, da me più che da ogni altro sii odiata!
E voi, mie facoltà, e voi, miei poteri, rivolgetevi tutti ad adorare Elena bella, e a farmi suo cavaliere!

 

Esce.

ERMIA (destandosi)
Aiuto! mio Lisandro, aiuto! Strappa, con tutta la tua forza, questo serpe strisciante dal mio petto!
Ahimè, sognar così, che cosa orrenda! Lisandro, guarda come tremo di spavento.
Sognavo che un serpente mi rodeva il cuore, e che tu sorridevi a quello scempio.
Lisandro! Come... se n'è andato? Lisandro, signor mio!
E come? non mi sente? Andato via! Non sento nulla, non una parola!
Ohimè, dove sei andato? Parla, se mi senti! Parla, te ne prego, in nome di tutti gli amori! Io vengo meno dallo spavento! Non rispondi? Allora non ci sei più. Ah devo immediatamente ritrovarti. O te o la morte!


Esce.
Titania rimane distesa, addormentata.

Sogno di una notte di mezza estate - 1595

atto terzo - scena prima


Titania giace ancora addormentata.
Entrano Zeppa, Incastro, Rocchetto, Zufolo, Beccuccio e Agonia.

ROCCHETTO
Ci siamo tutti?

ZEPPA
Eccome! E questo è un posto come Dio comanda per le nostre prove. Questo spiazzo erboso farà da palcoscenico. Questa siepe di biancospino, da spogliatoio. Ed ora reciteremo proprio come davanti al Duca.

ROCCHETTO
Pietro Zeppa!

ZEPPA
Che hai da dirmi, bello mio?

ROCCHETTO
In questa commedia di Piramo e Tisbe c'è della roba che la gente non potrà mai digerire. In primo luogo Piramo, per uccidersi, dovrà tirar fuori tanto di spada. E questo non andrà a genio alle dame. Tu che ne dici?

INCASTRO
Per la Madonna! Avranno una paura cane!

AGONIA
Secondo me, tutto sommato si potrebbe fare a meno dell'ammazzamento.

ROCCHETTO
Ma neanche per sogno! Io il rimedio ce l'ho. Buttami giù un Prologo dove si dice che le nostre spade non faranno del male a nessuno, e che Piramo non s'ammazza sul serio. E poi, perché il pubblico si rassicuri, che io, Piramo, non son Piramo, ma Rocchetto tessitore. Questo toglierà alle dame la paura di dosso!

ZEPPA
E va bene. Ci sarà un Prologo. E verrà scritto in versi di otto sillabe e di sei.

ROCCHETTO
No, meglio due di più. Che sia scritto in versi di otto e di otto.

BECCUCCIO
E le dame non avranno poi paura del leone?

AGONIA
Credo proprio di sì.

ROCCHETTO
Compari, bisogna pensarci bene. Portare - Dio ce ne liberi - un leone fra le dame è la cosa più tremenda del mondo. In verità non c'è uccellaccio rapace più spaventoso del vostro leone vivo. E bisognerà andarci piano.

BECCUCCIO
E allora un altro Prologo dica che non è un leone.

ROCCHETTO
Anzi, bisognerà che venga detto il nome di chi lo recita. E dal collo del leone gli si dovrà vedere mezzo viso. E di lì si dovrà parlare più o meno in questi tendini; "Dame, belle Dame, vorrei che voi", oppure "vi chiederei" o "vi scongiurerei, di non aver paura, di non tremare. La mia vita per la vostra! Credete che io sia venuto qui a far la parte d'un leone vero? In verità non la passerei liscia. Ma io non sono un leone. Sono un uomo come tutti gli altri", e a questo punto chi reciterà quella parte dica il suo vero nome, e, chiaro e tondo, che è Incastro falegname.

ZEPPA
E va bene. Faremo così. Ma ci sono altri due intoppi. Il primo è come si farà a portare la luna in una stanza - perché, vedete, Piramo e Tisbe s'incontrano al lume di luna.

INCASTRO
E ci sarà la luna la sera del dramma?

ROCCHETTO
Un calendario, un calendario! Prendete l'almanacco e cercate; la luna, la luna!

ZEPPA
Sì, quella sera ci sarà.

ROCCHETTO
E allora lasciate aperta una finestra della stanza dove ci sarà la recita. E il lume di luna passerà dalla finestra.

ZEPPA
Già. Oppure uno verrà con un fascio di pruni e una lanterna, e dirà che è venuto a sfigurare... a rappresentare il Lume di Luna. E poi c'è un'altra cosa. Nella sala grande ci vuole un muro, perché Piramo e Tisbe - dice la storia - si parlavano attraverso la crepa d'un muro.

INCASTRO
Non ce la farai mai a strascicarci dentro un muro. Ti pare, Rocchetto?

ROCCHETTO
Uno di noi dovrà far la parte del Muro. Basterà impiastrarlo con un po' di calcina, e d'intonaco, e di malta, e lui sarà il muro. E terrà aperte le dita di una mano - in questo modo - e per quella fessura Piramo e Tisbe bisbiglieranno.

ZEPPA
Si può far così. Allora tutto è a posto. Suvvia, cocchi di mamma, mettetevi a sedere e provate le parti. Piramo, comincia te. Quando avrai finito la battuta vai in quel boschetto. E così faranno tutti gli altri, seguendo il copione.

Entra il Demone (dietro di loro).

DEMONE
Chi sono questi cenciosi bifolchi che stanno qui a sbraitare vicino alla culla della Fata Regina?
Si sta recitando? Sarò spettatore.

E alla bisogna fors'anche attore!

ZEPPA
Piramo, parla. E tu. Tisbe, vieni avanti.

ROCCHETTO
Tisbe, han gli odiosi fiori dolce olezzo...

ZEPPA
"Odorosi"! "Odorosi"!

ROCCHETTO
... odorosi fiori dolce olezzo. E così il fiato tuo, Tisbe diletta.
Ma taci, odo una voce! Aspetta, aspetta, e in un istante torno al tuo cospetto.

 

Esce.

DEMONE
Un Piramo così non ha calcato mai le nostre scene!


Esce.

ZUFOLO
Tocca a me?

ZEPPA
Ma sì, per la Madonna, tocca a te! Non hai capito? Rocchetto è andato a vedere un rumore che gli par d'aver sentito. Tra poco sarà di nuovo qui.

ZUFOLO
Piramo radiosissimo, dal volto gilialissimo,
color di rosa rossa su trionfante pruneto,
garzoncello gagliardissimo, ed eziandio vaghissimo garzone,
fido al par di fedelissimo cavallo, che mai è stanco.
Piramo, c'incontreremo alla tomba di Ninnolo.

ZEPPA
..."alla tomba di Nino", messere! Ma non è ora che lo devi dire! È la tua risposta a Piramo. Tu stai recitando la parte tutta di seguito - imbeccate e tutto. Entra, Piramo! La tua imbeccata è già passata. Era: "che mai è stanco".

ZUFOLO
Ah sì! Fido al par di fedelissimo cavallo, che mai è stanco.

Entrano il Demone e Rocchetto, il quale ha una testa d'asino sul collo.

ROCCHETTO
Se così io fossi, bella Tisbe, soltanto tuo sarei!

ZEPPA
Ah, un mostro! Strano! Ci hanno stregato! Ragazzi, pregate! Ragazzi, scappate! Aiuto!


Escono Zeppa, Incastro, Zufolo, Beccuccio e Agonia.

DEMONE
Io v'inseguirò. E vi farò danzare in cerchio! Per palude, per bosco, per macchia e roveto.
Qualche volta apparirò come cane o cavallo, sarò verro, od orso scapato, talvolta anche fatuo fuoco.
Latrerò, nitrirò, grugnirò, mugghierò, divamperò.
Come cane o cavallo, come verro, come orso, come fuoco - ad ogni giro di danza!

 

Esce.

ROCCHETTO
Ma perché scappano? Le solite canagliate per farmi paura!

Rientra Beccuccio.

BECCUCCIO
Oh Rocchetto, come sei mutato! Ma che hai in testa?

ROCCHETTO
Ma cosa vedi? Sai che vedi? La testa d'asino che sei!

 

Esce Beccuccio.

Entra Zeppa.

ZEPPA
Dio ti benedica, Rocchetto. Dio ti benedica. Tu sei trasfigurato!

 

Esce.

ROCCHETTO
Ho capito. Una birbonata. Mi voglion far passare per somaro! Cercano di farmi paura. Ma io di qui non mi muovo, facciano quello che vogliono. Farò due passi su e giù. E mi metterò a cantare. Così vedranno che non ho paura.
Canta.
Il merlo dal nero piumaggio,
il merlo dal becco giallastro,
il tordo intonato nel canto,
lo scriccio dallo stridulo fischio...

Il canto desta Titania.

TITANIA
Qual angelo mi ridesta dal mio giaciglio di fiori?

ROCCHETTO (canta)
Il fringuello, il passero e l'allodola,
il grigio cuculo dal monotono canto,
il cui verso moltissimi uomini intendono
e non osan ribattere 'no'...
perché, in verità, chi vorrebbe perder tempo con un uccello tanto sciocco? Chi vorrebbe mai smentire un uccello che grida a perdifiato "cuccu","cuccu"!

TITANIA
Ti prego, dolce mortale, ripeti il tuo canto.
L'orecchio mio s'è invaghito delle tue note così come l'occhio è ammaliato dalle tue fattezze.
E la potenza delle tue virtù incomparabili è tale che, fin dal primo sguardo, devo dire, anzi giurare, che t'amo tanto!

ROCCHETTO
Madama, mi sa che abbiate scarso motivo per tutto questo. È proprio vero che di questi tempi ragione e amore si fan poca compagnia. Ed è un peccato che qualche buon vicino non faccia qualcosa per riconciliarli... Al momento opportuno so parlar fino, eh?

TITANIA
Saggio tu sei quanto sei bello.

ROCCHETTO
Né l'uno né l'altro. Ma se avessi tanto sale nella zucca da tirarmi fuori da questo bosco, ne avrei quanto ne basta!

TITANIA
Non devi desiderare d'uscir da questa selva. E qui, di fatto, rimarrai - che tu lo voglia o no.
Io non sono uno spirito da poco; l'Estate mi vien sempre ad ossequiare.
Ed io davvero t'amo. Perciò verrai con me.
Metterò delle Fate al tuo servizio, che nel profondo del mare pescheranno per te cose preziose. E ti canteranno canzoni mentre starai dormendo sopra un letto di fiori.
Ed io ti spoglierò d'ogni scoria mortale sì che volar tu possa come etereo elfo.
Fior di Pisello! Ragnatelo! Falena! Seme di Senape!

Entrano quattro Fate: Fior di Pisello, Ragnatelo, Falena e Seme di Senape.

FIOR DI PISELLO
Eccomi!

RAGNATELO
Anch'io.

FALENA
Anch'io.

SEME DI SENAPE
Anch'io.

TUTTI
Dove si va?

TITANIA
Siate gentili ed ossequiosi con questo gentiluomo.
Precedetelo sulla via saltellando e fategli capriole davanti agli occhi.
Nutritelo d'albicocche e di lamponi, d'uva purpurea, di verdi fichi, e more di gelso.
Alle api, rubate per lui favi di miele, e cera carpite alle lor zampe per far delle candele, che accenderete agli occhi folgoranti delle lucciole.
L'amor mio deve aver luce quando va a letto e quando si sveglia.
E strappate le ali alle farfalle variopinte e fate dei ventagli per soffiar via i raggi della luna dai suoi occhi assonnati.
Inchinatevi, elfi, a lui dinanzi, e rendetegli omaggio.

FIOR DI PISELLO
Salve, mortale!

RAGNATELO
Salve!

FALENA
Salve!

SEME DI SENAPE
Salve!

ROCCHETTO
Fatemi grazia, Vossignoria. Com'è che vi chiamate?

RAGNATELO
Ragnatelo.

ROCCHETTO
Bramo di far meglio la vostra conoscenza, buon Mastro Ragnatelo. E se mi taglierò un dito ricorrerò a voi. E il vostro nome, mio buon Signore?

FIOR DI PISELLO
Fior di Pisello.

ROCCHETTO
Vi prego, ossequi da parte mia alla Signora Buccia, vostra madre. E a Mastro Baccello, vostro padre. Mio buon Mastro Fior di Pisello, anche di voi desidero ardentemente far migliore conoscenza. E il vostro nome, messere?

SEME DI SENAPE
Seme di Senape.

ROCCHETTO
Buon Mastro Seme di Senape, m'è ben nota la vostra pazienza. Quel vigliaccone gigante del Signor Manzo ha divorato molti messeri della vostra casata. Credetemi, più d'una volta i vostri parenti m'han fatto venire i lucciconi. Bramo di conoscervi meglio, buon Mastro Seme di Senape.

TITANIA
Su, mettetevi al suo servizio. Accompagnatelo al mio padiglione. Mi pare che la luna abbia le lacrime agli occhi.
E quando piange, ogni piccolo fiore piange con lei per qualche violata castità.
Ora legate la lingua al mio diletto e scortatelo in silenzio.

 

Escono.

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Sogno di una notte di mezza estate - 1595

atto terzo - scena seconda


Entra Oberon, Re delle Fate.

OBERON
Mi piacerebbe sapere se Titania è desta.
E chi per primo le apparve al suo risveglio, per cui adesso delira d'amor folle.


Entra il Demone.

Ecco il mio messaggero. Or dunque, spirito pazzo? Quali spassi, stanotte, in questo bosco incantato?

DEMONE
Ah, la mia padrona s'è innamorata d'un mostro!
Nei pressi del suo recesso sacro e segreto, mentre era nell'ora del sonno profondo, un branco di straccioni - di rozzi artieri - che sudan per un tozzo di pane nelle botteghe d'Atene, s'erano riuniti a far le prove d'un dramma da dedicare al gran Teseo nel dì delle nozze.
Il più balordo zuccone di quella banda di buoni a nulla, che faceva la parte di Piramo nel dramma, uscì di scena e s'infilò nel bosco. Allora io prendo la palla al balzo e una capocchia d'asino gl'infilo sulla testa.
A questo punto doveva ricever l'imbeccata per rispondere a Tisbe, ed eccolo che sbuca fuori, il mio commediante.
A quella vista i compagni - quali oche selvatiche che l'uccellatore nascosto hanno avvistato - o come cornacchie dal capo bigio che al colpo del fucile, in largo stuolo gracchiando s'alzano in volo, sbandano, e pazze si disperdono in cielo - proprio così fuggono i suoi compari. E un di loro, al nostro scalpitare, finisce a ruzzoloni e si mette a strepitare; "All'assassino!" - e invoca soccorso da Atene.
Così, perduta, dalla gran paura, la poca saviezza del cervello, cose assolutamente insensate ai loro occhi parvero animate. Ecco che rovi e pruni strappano ad alcun le vesti. Altri ci lascian maniche e cappelli.
In tal modo io li braccai in preda allo spavento, e là, del tutto trasformato, il dolce Piramo lasciai.
Allora accadde che Titania si destò e d'un somaro sùbito s'innamorò!

OBERON
La cosa è riuscita meglio di quanto pensassi!
Ma hai tu poi umettato gli occhi del giovane ateniese col filtro d'amore, com'io ti comandai?

DEMONE
Lo sorpresi addormentato... e anche questo ho fatto...
E la fanciulla ateniese era al suo fianco. E al suo risveglio ei certo l'adocchiò.

Entrano Demetrio ed Ermia.

OBERON
Nasconditi! È lui... l'uomo d'Atene.

DEMONE
La dama è lei. Ma lui il giovane non è!


(Stanno in disparte.)

DEMETRIO
Ma perché te la prendi così con chi t'adora? Sì fiere parole siano pel tuo più fiero nemico!

ERMIA

Mi limito a rampognarti. Ma ben di peggio dovrei fare! Temo ci sian buone ragioni per mandarti all'Inferno!
Hai trucidato Lisandro addormentato, e già i tuoi piedi son nel sangue? Allora tuffatici dentro e trucida anche me! Il sole non fu mai tanto fedele al giorno quanto era lui con me. M'avrebbe mai abbandonata, così, in pieno sonno? Crederò piuttosto che la dura terra si possa perforare e che la Luna possa infilarsi nel suo centro e uscire in mezzo agli Antipodi a far dispetto a suo fratello il Sole, nel pieno del meriggio!
No, non può essere altro; tu l'hai assassinato! E dell'assassino hai proprio il volto - sinistro e tetro!

DEMETRIO
Dell'assassinato, ho io il volto, e non potrei averlo diverso, trafitto nel cuore come sono dalla tua efferata crudeltà.
E invece tu - la vera assassina - sei circonfusa di luce e di splendore; come Venere, lassù, nella sua sfera smagliante.

ERMIA
Che c'entra questo col mio Lisandro? Dov'è egli mai? Oh buon Demetrio, me lo ridarai?

DEMETRIO
Darei piuttosto la sua carcassa ai cani!

ERMIA
Ma passa via! - cagnaccio tu, cagnaccio randagio! Mi fai perder la pazienza - a me, che son ragazza mite ed educata. Orsù confessa! L'hai proprio trucidato? D'ora innanzi non sarai più noverato fra gli umani!
Dici la verità! Dici la verità! - appunto per amor mio!
Avresti mai osato di guardarlo in viso quando non fosse addormentato?
E l'hai tu dunque ucciso nel sonno? Bella prodezza! Un serpente, una vipera, non avrebbe fatto lo stesso?
E infatti una vipera lo fece; perché nessun serpente punse mai con lingua più forcuta della tua!

DEMETRIO
Stai sprecando il tuo furore per un bel malinteso!
Mai mi son macchiato del sangue di Lisandro. E, per quel che ne so, Lisandro non è morto.

ERMIA
E allora, ti prego, dimmi che sta bene.

DEMETRIO
E se lo dicessi, che mi daresti in cambio?

ERMIA
Il privilegio di non vedermi più.
E ora dalla tua odiosa presenza me ne vado. Stammi lontano - ch'egli sia vivo o morto!

 

Esce.

DEMETRIO
A che pro inseguirla mentre è fuori di sé? E dunque qui mi fermo per un po'!
Cresce il peso dell'affanno, se l'insolvente sonno al dolore il suo debito non paga.
Ma in piccola misura può pagare se qui mi fermo ad accoglierne l'offerta.


Si distende e dorme.
Oberon e il Demone si fanno avanti.

OBERON
Ma cosa hai fatto? Hai commesso un grosso errore; stillare il filtro d'amore sulle ciglia d'un fido innamorato!
E a questa tua confusione seguirà certamente che un qualche amor sincero in falso sia cambiato, e non già che un amor falso si cambi in veritiero.

DEMONE
Dunque così vuole il destino; per un sol uomo che osserva fedeltà un milione d'altri uomini tradisce, giurando e spergiurando.

OBERON
Va', corri per il bosco, più veloce del vento, e vedi di trovare Elena d'Atene.
Ella è malata d'amore, e pallido è il suo volto per i tanti sospiri che le asciugano il sangue.
Conducila qui con qualche sortilegio. Penso io a incantar gli occhi di lui per quando la vedrà.

DEMONE
Vado, vado, guardate come vado!
Più veloce son d'un dardo che un Tartaro ha scoccato.

 

Esce.

OBERON (spremendo il succo sulle palpebre di Demetrio)
Fiore ch'ebbe purpurea tinta dalla freccia di Cupìdo, penetra la sua pupilla.
E quando l'amor suo scorgerà, dello stesso splendore ella rifulga di Venere, lassù, nel firmamento.
E se al tuo risveglio ti sarà vicina chiedi a lei la medicina!

Entra il Demone.

DEMONE
Capitano delle nostre schiere, Elena è qui, vicino a te.
E il giovine ammaliato per errore le chiede che remuneri il suo amore.
S'ha a veder questa gran carnevalata? Dio che pagliacci son questi mortali!

OBERON
Stai in disparte. Il loro clamore desterà Demetrio.

DEMONE
Ad un'unica fanciulla ora in due faran la corte.
Questo sì ch'è un bello spasso!
Delle cose vado matto quando vanno alla rovescia!


(Si tengono in disparte.)
Entrano Lisandro ed Elena.


LISANDRO
Ma perché vuoi tu pensare che per burla ti corteggio! Scherno e derisione non si manifestano in lacrime.

Vedi com'io piango mentre ti giuro amore! Fin dal lor nascere sincerità contrassegna i voti miei.
Come posson questi sentimenti a te sembrar dileggio se il segno della fedeltà portano impresso?

ELENA
Sempre più manifesti la tua ingegnosità nella menzogna.
La fede che uccide un'altra fede è insieme santa e diabolica guerra! Questi tuoi voti son per Ermia. E vorresti ripudiarla? Un voto contro un altro perdono peso entrambi.
I tuoi voti per lei, e i tuoi per me, posati sulla stessa bilancia, divengono entrambi leggeri come vane parole.

LISANDRO
Non avevo giudizio quando le giuravo amore.

ELENA
E neppur ce l'hai ora a ripudiarla.

LISANDRO
Demetrio l'ama, e più non ama te.

DEMETRIO (destandosi)
O Elena, mia dea, mia ninfa, perfetta, divina! A cosa posso, amor mio, paragonare gli occhi tuoi?
Il cristallo è torbo. Oh come sempre più mi tentano quelle tue labbra turgide, ciliegie da baciare!
Il bianco puro e gelido delle nevi sulla vetta del Tauro spazzato dal vento d'oriente, diviene nero corvino sol che tu levi la mano. Deh lascia ch'io baci questo principesco candore, questo sigillo di letizia.

ELENA
Oh, oltraggio! Oh, inferno! Vedo che tutti siete contro di me per vostro diletto.
Se aveste un po' di garbo, se aveste imparato un po' di cortesia, ora non mi maltrattereste così. Non potevate semplicemente odiarmi - come so che mi odiate - senza aver concordato anche il dileggio? Se foste veri uomini, come sembrate in apparenza, non trattereste in questo modo una nobile fanciulla. Non fareste voti e giuramenti, non pronuncereste lodi esagerate, quando poi dal profondo del cuor mi detestate.
Siete rivali, voi due, nell'amore per Ermia, e siete ancor rivali nel farvi beffe di me.
Bella prodezza, bell'impresa virile, far bagnare di pianto gli occhi d'una povera fanciulla con le vostre derisioni! Nessuno, di nobil rango, oserebbe insultare in tal maniera una ragazza e metterla a sì dura prova solo per divertirsi.


LISANDRO
Demetrio, il tuo comportamento è crudele. E lo è perché ami Ermia. E sai che io lo so.
E allora, ben volentieri e di buon cuore, ecco, dell'amore per Ermia ti cedo la mia parte.
E tu l'amore per Elena lascialo tutto a me. Elena, che amo ed amerò fino alla morte.

ELENA
Mai beffardi schernitori hanno sprecato tanto fiato!

DEMETRIO
Ma, Lisandro, prenditela pure la tua Ermia! Se mai io l'abbia amata, ora non l'amo più.
Sol come ospite il mio cuore dimorò presso di lei. Ora, tornando ad Elena, è tornato a casa sua, dove vuole restare.

LISANDRO
Elena, ascolta. Le cose non stanno così!

DEMETRIO
Non calunniare, ti prego, una fede che ignori! E bada cosa rischi. Potresti pagar la calunnia molto cara.
Ma ecco qua l'amor tuo. Guarda, la tua fanciulla s'appressa.

Entra Ermia.

ERMIA
La notte buia, che l'occhio priva della sua facoltà, ancor più acuisce il senso dell'orecchio.
E dunque, se indebolisce il senso della vista doppio compenso poi paga all'udito.
Lisandro, non sono gli occhi miei che t'hanno ritrovato bensì l'orecchio, che alla tua voce m'ha guidato.
Ma perché con tanta scortesia m'abbandonasti?

LISANDRO
Potevo forse non farlo quando è l'amor che urge?

ERMIA
E quale urgenza d'amore potrebbe spinger Lisandro lontano da me?

LISANDRO
L'amore di Lisandro, che non gli dà tregua... ossia Elena bella, che più la notte ingioiella di quei lustrini lassù nel firmamento, occhi di luce. Ma perché mi cerchi? Non potresti capire, ormai, ch'io t'ho abbandonata perché ti detesto?

ERMIA
Ah tu non pensi ciò che dici. No, non può esser vero!

ELENA
Ecco, fa parte anche lei della congiura! Or vedo che tutt'e tre si sono uniti a preparar la beffa a mio disdoro.
Insolente fanciulla! Amica ingrata! Hai tramato, hai congiurato con loro, per torturarmi con ignobile beffa?
E le confidenze e le promesse che da buone sorelle ci siamo scambiate, e l'ore trascorse insieme quando rimproveravamo al tempo il piè veloce che volea separarci... Dunque, tutto dimenticato?
L'amicizia dei giorni di scuola, l'infantile innocenza? Noi, o Ermia, come due dee industriose, abbiam trapunto coi nostri aghi un unico fiore, su un unico disegno, assise su un unico guanciale; entrambe modulando un unico canto, l'una e l'altra in armonia interiore, come se le nostre mani, i nostri fianchi, le nostre voci, le nostre anime, appartenessero a un unico corpo. Così crescemmo insieme, qual doppia ciliegia, divisa in apparenza, ma gemina in unità; due bei frutti formati su un unico gambo; due corpi in sembianza, ma un solo cuore;  unico cuore bipartito,come in araldico stemma, ad unica persona riferito, e da un unico cimiero incoronato.
Ed ora in due vuoi tu spaccare il nostro amore antico, unirti a due messeri per beffeggiar la tua povera amica? Non è cosa degna del tuo affetto, né della tua purezza. Con me tutte le donne potrebbero per questo biasimarti, sebbene questa ingiuria io la soffra da sola.

ERMIA
Mi stupiscono queste tue parole addolorate. Non sono io a schernirti, ma tu me, mi pare!

ELENA
Non hai tu per celia istigato Lisandro a corteggiarmi, a lodare i miei occhi ed il mio volto?
Non hai tu costretto Demetrio, l'altro tuo spasimante - che un attimo fa mi respingeva a calci - a chiamarmi sua dea, sua ninfa, divina e rara creatura, preziosa, celestiale? Perché dice costui queste parole alla donna che odia? E perché mai Lisandro rinnega il tuo amore, che aveva tanto rigoglio nel suo petto, per dichiararmi - sto dicendo il vero - tutta la sua passione, se tu non fossi d'accordo?
E se le mie grazie non son pari alle tue, se corteggiata non sono come te, e come te felice, anzi infelicissima, per dover amare senz'esser corrisposta, compiangermi dovresti piuttosto che spregiarmi.

ERMIA
Ma cosa stai dicendo! Non riesco a capire.

ELENA E allora continua, continua pure così! Fingi d'essere afflitta!
E fammi le boccacce appena volto le spalle. Strizzatevi l'occhio, voi due. Continuate questo bello scherzo.
Se riuscirete a tirarlo bene in lungo, passerà alla storia.
Se provaste pietà, e aveste un po' di garbo, o di buone maniere, non vi prendereste così gioco di me.
Ma addio. Forse in questo ho una parte di colpa. Morte, o lontananza, porterà rimedio.

LISANDRO
Ma cara Elena, rimani. Accetta le mie scuse. Amor mio, vita mia, anima mia, Elena bella!

ELENA
Ma bene!

ERMIA
Tesoro mio, non beffeggiarla così.

DEMETRIO
Se lei non ce la fa con le suppliche, io posso costringerti!

LISANDRO
Tu non puoi costringermi più di quanto ella sappia supplicare.

Le tue minacce non han più forza delle sue vane preghiere. Elena, io t'amo. Te lo giuro sulla vita mia.
Su questa vita che a te vorrò immolare per dar di mentitore a chi afferma il contrario.

DEMETRIO
Io dico che t'amo più di quanto costui ti possa amare.

LISANDRO
Se è questo che sostieni, vieni con me a dimostrarlo.

DEMETRIO
Presto, su!

ERMIA
Lisandro, ma che vuol dir tutto questo?

LISANDRO
Vattene, Etiope!

DEMETRIO
No, no, costui finge d'agitarsi tanto...

(Rivolto a Lisandro.) Sbuffa pure e infuria come se volessi seguirmi! Ma non lo fare! Va', altro non sei che uno smidollato!

LISANDRO
E leva l'unghie da me, gatta, lappola! Vile creatura, lasciami andare! O ti scaglierò via come una biscia!

ERMIA
Ma perché sei diventato tanto rude? Che cambiamento è questo, amore mio?

LISANDRO
Amore tuo? Vattene via, Tartara fuligginosa! Via! Via, farmaco ripugnante! Via, bevanda disgustosa!

ERMIA
Lisandro, stai scherzando?

ELENA
Certo che scherza! E anche tu!

LISANDRO
Demetrio, io manterrò la parola che t'ho data!

DEMETRIO
Vorrei che quella tua parola fosse un contratto scritto, visto che un vincolo da nulla basta a trattenerti.
Della tua parola io non mi fido!

LISANDRO
Insomma, cosa vuoi? Che la bastoni? Che l'ammazzi? È vero che io la odio. Mai, però, potrei farle del male.

ERMIA
E qual male potrebbe esser più grande del tuo odio? Odio? E perché? Oh povera me! Amore mio, cos'è che devi dirmi? Che Ermia non sono? Che tu non sei Lisandro? Io son bella ora com'ero bella prima. Stanotte mi amavi. E stanotte m'hai abbandonata. Ma perché abbandonarmi? Oh - Dio ci liberi! - fai proprio sul serio?

LISANDRO
Te lo giuro, sì... sulla mia vita! E mi auguravo di non vederti più.
Or dunque puoi mollare ogni speranza, smettere di far domande e avere dubbi. Siine certa. Niente è più vero. Non è per scherzo ch'io tanto ti detesto, e invece Elena adoro.

ERMIA
Povera me!

(Ad Elena.) E tu, ingannatrice. Tu, bruco di fiore! Ladra d'amore! Sei dunque venuta, di notte, a trafugare il cuore del mio amante?

ELENA
Ma bene, bene! Non hai alcun ritegno, né virgineo pudore? Non un'ombra di rossore? Vuoi dunque strappare alla mia lingua gentile risposte incontrollate? Vergognati, vergognati, "bambolina" bugiardina!

ERMIA
"Bambolina", eh? Ah ora capisco il gioco!
A quanto vedo, ella ha messo a confronto le nostre due stature, e s'è vantata d'esser la più alta.
Dunque è con quel suo personale, con quella sua figura sperticata che sua altezza se l'è fatto suo. Proprio così!
E nella sua stima - di' un po' - sei salita tanto in alto solo perch'io son minuscola e bassa?
Quanto son bassa, dimmi, tu, imbellettato Albero di Maggio?
Quanto son bassa, eh? Non tanto bassa comunque che l'unghie mie non ti raggiungan gli occhi.

ELENA
Vi prego, messeri, burlatevi pure di me, ma impedite a costei di maltrattarmi. Io non sono stata mai litigiosa.
Non son malvagia per natura. Son pavida come una bambina.
Badate che non mi picchi! Voi forse pensate che essendo lei un po' più bassa di me io sia in grado di tenerle testa.

ERMIA
Più"bassa"? Sentite, lo ripete!

ELENA
Mia cara Ermia, non esser così permalosa. Ermia mia, io t'ho sempre voluto tanto bene.
Ho sempre serbato i tuoi segreti, mai t'ho fatto un torto - tranne quando, per amor di Demetrio, io gli dissi che segretamente eri fuggita in questa selva. Egli t'inseguì, e, per amore, io lo inseguii.
Ma, da allora, egli m'ha respinta, ha minacciato di bastonarmi, di disprezzarmi, e perfino d'ammazzarmi.
Ed ora, se tu mi lasci andare, ad Atene riporterò la mia passione; e mai più t'inseguirò.

Lascia ch'io vada! E vedi quanto son semplice e sciocchina.

ERMIA
E allora vattene via di qui! Forse qualcuno ti trattiene?

ELENA
Sì, un cuore stolto che lascio qui alle mie spalle.

ERMIA
Che cosa? Lo lasci a Lisandro?

ELENA
No, a Demetrio!

LISANDRO
Elena, non temere. Ella non ti farà alcun male.

DEMETRIO
Ah, questo no! Anche se voi, messere, prenderete la sua parte.

ELENA
Ohimè, quando s'arrabbia divien maligna e astuta. Era una peste quando andavamo a scuola.

E sebbene sia piccina, è tutta pepe...

ERMIA
E dài con quel "piccina"! Con quel "bassa" e "piccina"!
E voi perché le permettete d'insultarmi così? Lasciate che l'agguanti!

LISANDRO
Sparisci, nanerottola! Minuscolo scarto, satura d'inceppante sanguinella, acino, ghianda!

DEMETRIO
Ti sei fatto troppo premuroso per lei che ha in dispregio i tuoi servigi. Lasciala perdere. E scordati d'Elena.
Non prender le sue parti. Se ti provi a dimostrarle anche un'ombra d'amore te lo faccio vedere io!

LISANDRO
Ah sì? Ora che lei non mi trattiene più, séguimi, se ne hai il coraggio! E si vedrà a chi di noi Elena spetta.

DEMETRIO
Seguirti? Ah no davvero! Andremo fianco a fianco!


Escono Lisandro e Demetrio.

ERMIA
Questo sconquasso è tutto per colpa vostra, signora mia bella. E non cercate di scappare.

ELENA
Io di voi due non mi fido, e non rimarrò in questa vostra bieca compagnia.
Se le vostre mani son più veloci delle mie a battagliare le mie gambe son più lunghe per scappare.

 

Esce.

ERMIA
Sono sbalordita. Non so più cosa dire!

 

Esce.

Oberon e il Demone si fanno avanti.

OBERON
Tutto questo per colpa tua! E sempre ti sbagli - o forse, briccone, tu lo fai apposta!

DEMONE
Credetemi, Re delle ombre, fu solo per errore.

Non mi diceste forse che il giovane dovevo riconoscere dalle vesti ateniesi?
E che l'operato mio è senza colpa lo dimostra che d'un ateniese, appunto, ho stregato le pupille.
E poi se è successo quel che è successo, sapete che vi dico?
La cosa comunque è di mio gusto. Quando c'è confusione mi diverto!

OBERON
Vedi, questi due amanti cercano un luogo dove battersi. Va', corri, Robertino, ad oscurare la notte.
Stendi sulla stellata volta celeste una coltre di nebbia, atra come l'Acheronte, e svia questi rivali ostinati così che l'uno l'altro non incontri. Modella la tua voce su quella di Lisandro e punzecchia Demetrio con mordaci oltraggi.
E che si tengan lontani l'un dallo sguardo dell'altro, finché sonno mortale, dai piedi di piombo, e dalle ali di pipistrello, non posi sulle loro ciglia. Spremi allora quest'erba sull'occhio di Lisandro.
Succo è questo di grande efficacia, in grado, per sue virtù, di rompere l'incanto e di rendere all'occhio la sua funzione normale. Quando si desteranno, tutto questo tafferuglio parrà simile a sogno o a vana visione. I due innamorati torneranno uniti ad Atene e la loro fedeltà immutata durerà fino alla morte. E mentre affido a te questa faccenda andrò dalla Regina per quel ragazzo indiano. E l'occhio suo ammaliato libererò dall'effigie del mostro, e tutto tornerà tranquillo come prima.

DEMONE
Signore delle Fate, queste cose van fatte in tutta fretta, perché i veloci draghi della notte hanno squarciato i nembi e già lassù rifulge la messaggera del mattino, al cui avvento gli spettri vagolanti in giro ritornano in folla ai cimiteri. Tutti gli spiriti dannati, sepolti ai crocevia e in fondo ai flutti, han già fatto ritorno ai loro letti verminosi; e, per tema che il giorno possa le loro infamie rivelare, corrono ad esiliarsi da ogni luce e a far combutta sempiterna con la notte dal nero volto.

OBERON
Ma noi siamo spiriti di natura diversa. Io vado spesso a caccia con Aurora, e, simile a guardaboschi, talora batto le selve fin quando la porta dell'Oriente, rutilante di fuochi, non s'apra su Nettuno coi suoi raggi benefici, e i suoi salsi flutti verdi cangi in oro giallo.
Nondimeno, affrettiamoci, senza ulteriore indugio, ché s'ha da sbrigar la faccenda prima che venga il giorno.

 

Esce.

DEMONE

Qua e là, qua e là, me li vo' portare qua e là.
Son temuto in campagna ed in città. Folletto, portali qua, portali là!
Eccone uno.

Entra Lisandro.

LISANDRO
Ma dove sei, spavaldo Demetrio? Su, parla!

DEMONE
Son qui, ribaldo, ed ho sguainato la spada. E tu dove sei?

LISANDRO
In un attimo sarò da te.

DEMONE
E allora seguimi
in luogo più aperto.


Esce Lisandro, come seguendo la sua voce.
Rientra Demetrio.

DEMETRIO
Olà, Lisandro! Rispondi. Fuggiasco, codardo, sei scappato, eh?
Parla! Ti sei infilato in qualche cespuglio? Dov'è che nascondi la faccia?

DEMONE
E tu, vigliacco, che fai? Lo smargiasso con le stelle?
Dici ai cespugli che cerchi la pugna e poi non ti mostri! Vieni avanti, codardo, moccioso!
Ti prenderò a frustate. È per certo disonorato chi per te nuda la spada.

DEMETRIO
Ah dunque sei là?

DEMONE
Segui la mia voce. Ci misureremo altrove!

 

Escono.
Entra Lisandro.

LISANDRO
Mi precede, e mi sfida. Arrivo dove parla, e lui se n'è andato. Il briccone ha la gamba più lesta di me.
L'ho seguito di corsa, ma lui corre di più. Ed ora mi sono addentrato nel buio pesto, in un sentiero impervio. E qui mi voglio riposare.

Si corica.
Vieni, dolce mattino! Sol che appaia il tuo primo grigio lucore troverò Demetrio, e vendicherò l'oltraggio.

Si addormenta.

Entrano il Demone e Demetrio.

DEMONE (Ride.)
Ha, ha, ha! Vieni fuori, codardo! Girano qua e là sulla scena.

DEMETRIO
Aspettami, se ne hai il coraggio! Ho ben visto che mi corri dinanzi, saltando qua e là, e che non osi fermarti a guardarmi in faccia. Ora dove sei?

DEMONE
Vieni qui. Sono qua.

DEMETRIO
Ma tu ti beffi di me. Me la pagherai cara...
se mai riuscirò a vederti in volto alla luce del giorno. Ma ora vattene pure! La spossatezza mi costringe a distendere il corpo su questo freddo giaciglio.
Si giace.
Puoi contare di vedermi allo spuntar dell'alba!
Si addormenta.

Entra Elena.

ELENA
O notte angosciosa, o lunga notte tediosa, accorcia le tue ore! Il conforto mi giunga dall'oriente, che io possa, col giorno, tornarmene ad Atene, lontana da coloro che aborrono avermi per compagna. E il sonno, che talvolta serra gli occhi al dolore, per un po' lungi mi porti dalla compagnia di me stessa.
Si corica e si addormenta.

DEMONE
Soltanto tre? Ne giungerà un'altra! Due e due di sessi opposti fanno quattro. Eccola che viene. Arcigna e addolorata. Un bel briccone questo Cupìdo che fa impazzire le povere donne!

Entra Ermia.

ERMIA
Mai così stanca, e mai tanto infelice! Fradicia di guazza, e ferita dai rovi, non ce la faccio più a trascinarmi avanti.
Le mie gambe non vanno al passo coi miei desideri. Qui mi riposerò finché non spunti il giorno.

Si corica.
Che il cielo protegga Lisandro, se dovranno battersi in duello!

Si addormenta.

DEMONE
Qui sulla nuda terra dormi profondo.
Il mio farmaco o dolce amante ti stillerò sul ciglio.


Spreme il succo sulle ciglia di Lisandro.


E al tuo risveglio troverai grande piacere nel rivedere gli occhi del primo amore.
Ed il detto campagnolo "Tocca a ognuno il suo dovuto" sarà vero al tuo risveglio.
La Gianna sarà di Giannino e niente andrà per il peggio.
Chi l'ha persa riavrà la cavalla e tutto finirà per il meglio.

 

Esce.

Sogno di una notte di mezza estate - 1595

atto quarto - scena prima


Lisandro, Demetrio, Elena ed Ermia sono ancora addormentati.

Entrano Titania, Regina delle Fate, e Rocchetto, Fior di Pisello, Ragnatelo, Falena, Seme di Senape, ed altre Fate.

Oberon è dietro di loro, non visto .

TITANIA
Vieni a sederti su questo letto di fiori, ch'io ti carezzi l'amabile guancia e infili rose di macchia nella tua boffice testa liscia e baci queste tue belle orecchione, o dolce mia gioia!

ROCCHETTO
Dov'è Fior di Pisello?

FIOR DI PISELLO
Son qua.

ROCCHETTO
Grattami la testa, Fior di Pisello. E dov'è Monsieur Ragnatelo?

RAGNATELO
Son qua.

ROCCHETTO
Monsieur Ragnatelo, buon signore, brandite la spada e ammazzatemi un pecchione dalle cosce rosse sulla cima d'un cardo. E, monsieur, portatemi qui la sua sacca di miele. Ma non vi agitate troppo, monsieur. E badate, mio buon monsieur, che la sacca del miele non si sfondi. Aborrirei vedervi inondato da una sacca di miele, signore. Dov'è Monsieur Seme di Senape?

SEME DI SENAPE

Son qua.

ROCCHETTO
Qua la zampa, Monsieur Seme di Senape. Per carità, buon monsieur, tenete in capo!

 

SEME DI SENAPE

Che comandate?

ROCCHETTO
Niente, buon monsieur... che diate una mano al Cavalier Ragnatelo a darmi una grattata. Bisognerà che vada dal barbiere, monsieur, perché mi par d'avere una gran quantità di peli sul viso. Ed io sono un asino delicato, al punto che, appena un pelo mi solletica, mi tocca grattarmi.

 

TITANIA
Dimmi, dolce amor mio, gradiresti un po' di musica?

ROCCHETTO
Io per la musica ho un discreto orecchio! Sentiamo tintinnìo e nacchere!

TITANIA
E dimmi, diletto mio, cosa vorresti mangiare?

ROCCHETTO
Beh, mi piacerebbe una manciata di biada. E potrei masticare della buona avena secca. E mi par d'avere gran voglia d'una brancata di fieno. Non c'è nulla di meglio del buon fieno - del buon fieno profumato!

TITANIA
Ho un elfo intraprendente che andrà a frugare nella riserva dello scoiattolo, e ti recherà noci fresche.

ROCCHETTO
Preferirei una o due manciate di lupini secchi. Ma ti prego, che nessuno della tua gente mi venga a disturbare. Sento addosso una certa esposizione al sonno.

TITANIA
Dormi pure, amor mio, ed io ti cingerò con le mie braccia. Fate, andatevene via; via disperdetevi da ogni parte.


Escono le Fate.

 

Dolcemente così, il caprifoglio al soave convolvolo s'allaccia. L'edera inanella così le dita rugose dell'olmo.
Oh come t'amo! Oh come per te deliro!

Si addormentano.

Entra il Demone.

OBERON (facendosi avanti)
Benvenuto, Robertino. Ma guarda che spettacolo! Comincio ad aver pietà del suo delirio.
La incontrai poco fa al margine del bosco. Cercava dolci pegni d'amore per l'odioso balordo.
L'ho rimproverata ed abbiam bisticciato; ché avea cinte l'irsute tempie di fiori freschi e profumati.
E le roride stille, che sovente sui bocci si fan rotonde come perle d'oriente, stavano là dentro agli occhi di quei bei fiorellini come lacrime versate sulla loro vergogna.
Quando a piacer mio l'ebbi schernita, ed ella con umili accenti mendicava pietà, le chiesi quel suo paggetto trafugato. Ed ella subito cedette; ed i suoi elfi a scortarlo inviò al mio recesso, nella terra fatata. Ora che ho ottenuto il fanciullo, risanerò l'odiosa imperfezione dei suoi occhi. E tu, caro Berto, togli il metamorfico scalpo dalla testa dello zotico ateniese, sì ch'egli possa, destandosi con gli altri, tornarsene con loro alla città natia, e mai più pensare ai casi di questa notte se non come allo strano incubo d'un sogno.
Prima, però, toglierò l'incantesimo alla Regina delle Fate.
 

Spreme il succo sulle ciglia di Titania.

 

Torna ad essere quella che fosti. Torna a vedere ciò che vedevi.
Il boccio di Diana sul fior di Cupìdo Ha tale forza e divino potere.
Ora, mia cara Titania, dèstati. Su, mia dolce Regina!

TITANIA (destandosi)
Oberon, mio caro! Che strane visioni ho avuto! Mi pareva d'essermi innamorata d'un asino.

OBERON
Eccolo là l'amore tuo.

TITANIA
Ma come poté questo accadere? Oh come gli occhi miei aborrono il suo volto!

OBERON
Ora un po' di silenzio. Berto, togli via quella testa.
E tu, Titania, musica invoca, e, più di quanto faccia sonno comune, A questi cinque togli ogni coscienza.

TITANIA
Musica, orsù, e musica che, per incanto, il sonno induca!


Dolce musica.

DEMONE (togliendo a Rocchetto la testa d'asino)
Ora, quando ti desterai, torna a guardare coi tuoi occhi di balordo!

OBERON
Musica!

 

Musica di danza.


Vieni, mia Regina, danziamo prendendoci per mano, e il suolo culli ondeggiando i nostri addormentati.


Oberon e Titania danzano.


Tu ed io siamo tornati amici, e domani, a mezzanotte, solennemente danzeremo nella reggia del Duca Teseo, in gran trionfo, e con l'augurio d'ogni prosperità.
Là si uniranno in nozze, insieme ad Ippolita e Teseo, le due coppie dei fedeli amanti, con gran tripudio di tutti.

DEMONE
Re degli Elfi, presta orecchio, dell'allodola odo il canto.

OBERON
Ed allora, mia Regina, mesti e silenziosi, seguiremo l'ombra della notte.
Noi che possiam cingere il mondo più veloci della luna errante.

TITANIA
Andiamo, mio signore, e volando dirai come avvenne che ieri notte addormentata mi trovai assieme a questi mortali.


Escono.

I quattro amanti e Rocchetto giacciono ancora addormentati.
Al suono di corni (fuori scena) entrano Teseo, Ippolita, Egeo e il Seguito.

TESEO
Vada in cerca, uno di voi, del guardaboschi. E poiché i riti di Maggio son compiuti e gli avamposti del giorno ora son giunti l'amor mio ascolterà il concento dei miei cani. Scioglieteli là nella valle di ponente.
Eseguite l'ordine mio. E trovate il guardaboschi.


Esce un Valletto.


Mia bella Regina, guadagneremo la cima del monte e ascolteremo il musical frastuono delle mute, e l'eco che con esso si congiunge.

IPPOLITA
Ero, una volta, con Ercole e con Cadmo in un bosco di Creta, ove i due eroi coi segugi di Sparta cacciavano l'orso.

Mai ho udito più forti latrati, per cui le selve e i cieli, le fonti ed ogni prossima plaga, parean congiunti in un unico grido. Mai ho udito più musical discordo. Mai un toneggiar più dolce.

TESEO
I miei segugi son di razza spartana: larghe fauci, biondo il manto, lunghe le orecchie che lambiscon le rugiade dell'alba, zampe ricurve e pendule giogaie come quelle dei tori di Tessaglia.
Lenti a inseguire, ma armoniosi nel latrare, come campane in digradanti toni. Voci meglio intonate non risposero mai al richiamo del guardacaccia, né dal suono del corno furono incitate, in Creta, in Sparta, od in Tessaglia.
Giudica tu quando le udrai. Ma attenzione! Che ninfe son queste?

EGEO
Sire, è mia figlia colei che giace addormentata! E questo è Lisandro, e questo è Demetrio.
Ed Elena è questa, Elena del vecchio Nedar. Mi domando com'è che tutti insieme si ritrovano qui.

TESEO
Per certo si alzarono all'alba per onorare i riti del Maggio. E avendo sentito dei nostri propositi son venuti alle cerimonie. Ma dimmi, Egeo. Non è questo il giorno che Ermia dovea comunicarci la sua scelta?

EGEO
Lo è, mio signore.

TESEO
Andate, ordinate ai cacciatori di destarli coi corni.


Clamori, fuori scena.

Suoni di corno.
 

Gli amanti si destano e balzano in piedi. Buon giorno, amici. San Valentino è ormai lontano, e com'è che sol ora cominciano ad accoppiarsi codesti uccelli di bosco?

LISANDRO
Perdono, mio signore.

 

Gli amanti s'inginocchiano.

TESEO
Alzatevi, vi prego. Messeri, so che voi due siete rivali e nemici.
E com'è che al mondo alberga sì dolce concordia che l'odio è tanto lungi dal sospetto da dormire a fianco dell'odio senza tema?

LISANDRO
Sire, tra il sogno e la veglia risponderò confuso. Giuro che finora non so com'io sia qui venuto.
Forse - il vero vorrei dirvi! - or che ricordo, ecco dev'essere così; qui io venni con Ermia. Intendevamo fuggircene da Atene, eludendo la minaccia delle leggi ateniesi...

EGEO
Basta così! Duca, non più! Ciò vi sia sufficiente! Invoco la legge, la legge sul suo capo!
Avrebbero voluto fuggirsene via, caro Demetrio. Questo, avrebbero voluto! Me e te defraudando.
Te di tua sposa, e me del mio consenso... del consenso al vostro matrimonio.

DEMETRIO
Sire, Elena bella m'informò del loro intento di fuggire insieme in questa selva.
Ed io, furibondo, qua son venuto ad inseguirli; ed Elena - di me invaghita - venne sulle mie tracce.
Ma, mio buon signore, non so per quel magia - ma di qualche magia certo si tratta - il mio amore per Ermia qual neve si disciolse. Ora nient'altro mi pare che il ricordo d'un vano balocco dell'infanzia, allora appassionatamente amato. La mia fedeltà, la virtù del mio cuore, son per Elena soltanto, oggetto e piacere dei miei occhi.
A lei, signore, prima ch'io vedessi Ermia ero promesso. Ma, come infermo, ebbi a schifo il mio cibo, ed ora, risanato, torno al mio gusto naturale. Io quel cibo lo voglio, lo amo, lo bramo, e per sempre sarò fedele ad Elena.

TESEO
Leggiadri amanti, fu buona sorte incontrarvi. Di queste cose, fra breve, vorrò ascoltare ancora.
Egeo, del tuo volere non terrò conto; e nel tempio, al pari di noi, queste coppie d'amanti saran per sempre unite. Ed essendo il mattino ormai inoltrato, il proposito di caccia è accantonato.
Via, con noi, tutti ad Atene, tre e tre, e sarà festa solenne! Vieni Ippolita.


Escono Teseo, Ippolita, Egeo e il loro seguito.

DEMETRIO
Queste cose appaion tenui e indistinte come montagne lontane che scolorano in nubi.

ERMIA
A me pare di aver guardato con gli occhi torti, quando le cose si vedono sdoppiate.

ELENA
Anche a me. E mi pare d'aver trovato Demetrio come, per caso, si trova un gioiello... mio e non mio.

DEMETRIO
Ma sei proprio sicura che noi siam desti? Mi pare di dormire ancora, di sognare. Credi davvero d'aver visto il Duca, con noi qui, a dirci di seguirlo?

ERMIA
Ma sì. Ed anche mio padre.

ELENA
E Ippolita pure.

LISANDRO
E il Duca ci diceva di seguirlo al tempio.

DEMETRIO
Ma allora non c'è dubbio, siamo desti. Seguiamolo, e strada facendo ci racconteremo i nostri sogni.

 

Escono.

ROCCHETTO (svegliandosi)
Quando tocca a me, datemi l'imbeccata, ed io risponderò. È dove dice: "O bellissimo Piramo"

(Sbadiglia.) Auuu. Ehi, Pietro Zeppa! Zufolo aggiustamantici! Beccuccio calderaio! Agonia! Perdio, se ne sono andati tutti, e m'hanno lasciato qui a dormire! Ho avuto una visione straordinaria. Ho fatto un sogno che nessun cervello umano riuscirebbe a spiegare. E c'è da far la figura del somaro soltanto a provarcisi.

Mi pareva d'essere... nessuno può dire che cosa. Mi pareva d'essere... e mi pareva d'avere... ma soltanto un pazzo potrebbe tentar di dire quel che mi pareva d'avere. Occhio umano non poté mai udire, orecchio umano non poté mai vedere, mano umana non poté mai gustare, lingua umana mai concepire, e cuore umano mai narrare, un sogno come il mio. Dirò a Pietro Zeppa di scriverci sopra una ballata.

S'intitolerà "Il Sogno di Rocchetto", che ha tanto filo che non si finirà mai di sdipanare. Ed io la canterò alla fine del dramma alla presenza del Duca. Anzi, perché faccia ancora più effetto, forse la canterò alla morte di Tisbe.

 

Esce.

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Sogno di una notte di mezza estate - 1595

atto quarto - scena seconda


Entrano Zeppa, Zufolo, Beccuccio e Agonia.

ZEPPA
Avete mandato nessuno a cercare Rocchetto? È tornato a casa?

AGONIA
Non se ne sa più niente. Non c'è dubbio. È stato portato via.

ZUFOLO
Se non viene, addio recita! Come si fa a tirarla avanti?

ZEPPA
Ah no, è impossibile. E chi lo trova un altro, in Atene, bravo a far Piramo come lui?

ZUFOLO
Eh no! Di tutti gli artigiani d'Atene è quello che ha più cervello.

ZEPPA
Già! E poi è il più bello. Ed è anche impotente con quella bella vocina!

ZUFOLO
Vorrai dire imponente... Impotente - Dio ci liberi - non vuol dire una bella cosa.

Entra Incastro Falegname.

INCASTRO
Compari, il Duca esce dal tempio. E si sono sposati altri due o tre gentiluomini e gentildonne. Se avessimo rappresentato ora il nostro spettacolo ci saremmo fatti un bel gruzzolo.

ZUFOLO
Il caro, bravo Rocchetto! Così ha perso sei pence al giorno per tutta la vita. Meno di sei pence al giorno non gli avrebbero dato. Dio mi faccia finir sulla forca, se il Duca non gli avrebbe assegnato sei pence al giorno, per la parte di Piramo. L'avrebbe meritate. Sei pence al giorno per fare Piramo, o nulla!

Entra Rocchetto.

ROCCHETTO
Dove sono i nostri ragazzi? Dove sono i miei compagnoni?

ZEPPA
Rocchetto! Oh giorno coraggioso! Oh felicissima ora!

ROCCHETTO
Compari! Ho da raccontarvi meraviglie. Ma non chiedetemi quali. Perché se ve le raccontassi non sarei più un vero ateniese. Vi dirò ogni cosa per filo e per segno.

ZEPPA
Sentiamo, sentiamo, il mio caro Rocchetto.

ROCCHETTO
Non una parola di me! Tutto ciò che ho da dirvi è che il Duca ha desinato. Raccogliete le vostre robe, buoni lacci per le barbe finte, nuovi fiocchi per le scarpette, e troviamoci al palazzo; una ripassata alla parte, perché, a farla corta, la nostra recita è già nella lista.

In ogni caso si badi che Tisbe si metta una camicia pulita, e chi fa la parte del Leone non si tagli le unghie. Le deve sfoderare come artigli di leone. E, miei cari attori, non mangiate né aglio né cipolle, perché il nostro fiato ha da esser gradevole.

E son sicuro che li sentirò dire che la nostra è una gradevole commedia. Ma basta con le chiacchiere! Suvvia, andiamo.
 

Escono.

Sogno di una notte di mezza estate - 1595

atto quinto - scena unica

 

Entrano Teseo, Ippolita, Cortigiani e Valletti, fra i quali Filostrato.

IPPOLITA
Strane cose, Teseo, quelle di cui parlano questi innamorati.

TESEO
Più strane che vere. Mai sarò indotto a credere a queste favole grottesche, a queste storielle di Fate.
Gli innamorati e i pazzi hanno i cervelli in tale ebollizione, e tanto fervide son le loro fantasie, che concepiscono più di quanto il freddo raziocinio mai comprenda. Il lunatico, l'innamorato e il poeta, sol di fantasie sono composti.
L'uno vede più demoni di quanti l'inferno ne contenga, e questo è il pazzo.

L'amante, frenetico altrettanto, vede la beltà di Elena nel volto d'una zingara.
L'occhio del poeta, roteando in sublime delirio, va dal cielo alla terra e dalla terra al cielo, e mentre la fantasia produce forme ignote, la sua penna le incarna, ed all'etereo nulla dà dimora e nome.
Tali artifici possiede la fervida immaginazione che se una gioia percepisce, sùbito concepisce qualcosa che l'arreca.
E se di notte immagina spavento, presto un cespuglio si trasforma in orso!

IPPOLITA
Ma il racconto di tutto ciò che accadde questa notte, e il fatto che le menti di ognun furon stravolte, attesta qualcosa di più che fantastiche visioni, e la cosa assume grande consistenza, per quanto strana e prodigiosa.

 

Entrano gli innamorati; Lisandro, Demetrio, Ermia ed Elena.

TESEO
Ecco i nostri innamorati, in gran giubilo e allegria.
Gioia, miei cari amici. Gioia e giorni d'immutato amore accompagnino sempre i vostri cuori!

LISANDRO
Più che noi accompagnino voi, sui vostri regali sentieri, ai vostri deschi, al vostro talamo!

TESEO
Suvvia, con quali mascherate, con quali danze, consumeremo la lunga èra delle tre interminabili ore che separano la fine della nostra cena dal nostro talamo? Dov'è il ministro dei nostri spettacoli?
Quali divertimenti ha apprestato? Non v'è per caso un dramma che possa alleviare un'ora di tormento?
Chiamatemi, dunque, Filostrato.

FILOSTRATO (facendosi avanti)
Eccomi qua, potente Sire.

TESEO
Dimmi, qual passatempo offri tu questa sera? Quale spettacolo, quale musica? Come ingannare, dimmi, il pigro tempo, se non con qualche spasso?

FILOSTRATO
Ecco qua un elenco degli svaghi allestiti. Scelga Sua Altezza, con quale cominciare.


Porge un foglio.

TESEO (legge)
"La Battaglia dei Centauri, cantata da un eunuco ateniese sopra l'arpa"?

Ma no, l'ho già narrata all'amor mio in onor d'Ercole, mio illustre parente.


(Legge.) "Il Tumulto delle Ebbre Baccanti, che furibonde dilaniano il Tracio Cantore"?
Vecchio dramma, che fu rappresentato quando tornai da Tebe, vincitore.


(Legge.) "Le Muse tre volte tre che piangono la morte del Sapere mendico, recentemente scomparso"?
È certo un'aspra satira pungente che non s'addice al giubilo nuziale.


(Legge.) "Breve scena tediosa del giovane Piramo e di Tisbe, amor suo, tragicissimo spasso"?
Dramma spassoso e tragico? Tedioso e breve? È ghiaccio caldo, e neve in piena estate! Come trovare accordo in un tal disaccordo?

FILOSTRATO
Sire, la lunghezza del dramma è solo dieci parole. È lo spettacolo più corto ch'io conosca.

Ma dieci parole son financo troppe... il che lo fa tedioso. In tutto il dramma non c'è una sola parola che s'addica, o adatto un solo attore. E tragico, mio nobile signore, esso pur è, ché Piramo s'uccide. E devo confessare che, alle prove, mi si bagnaron gli occhi. Mai lacrime più gioiose piovvero giù dagli scoppi sonori delle risa.

TESEO
Chi sono dunque, Filostrato, gli attori?

FILOSTRATO
Gente dalle mani incallite, lavoratori d'Atene, che non han mai faticato col cervello, e adesso han messo a dura prova le lor memorie inesperte con questo dramma per le vostre nozze.

TESEO
E noi lo sentiremo.

FILOSTRATO
Ma no, nobil signore! Non è roba per voi. Sono stato ad ascoltarlo, e non val nulla, proprio nulla al mondo. A meno che non troviate sollazzo nei loro propositi, condotti con sforzi esagerati e tante pene crudeli, di rendervi omaggio.

TESEO
Voglio ascoltare il dramma. Non può esserci alcun male in cosa fatta con sincerità e con zelo.
Suvvia, portatemeli qui. E voi, dame, prendete i vostri posti.


Esce Filostrato.

IPPOLITA
Mi duole veder sopraffatti dei poveri inetti, e lo zelo crollare nell'esercizio del dovere.

TESEO
Ma tu, diletta mia, non vedrai niente di questo.

IPPOLITA
Filostrato ha detto che non valgono nulla in queste cose.

TESEO
E per un"nulla" vieppiù cortesi saremo a ringraziarli. Il nostro divertimento sarà nell'intender ciò ch'è stato frainteso.
E ciò che un misero zelo non riesce a fare, l'animo nobile giudicherà in virtù dell'impegno, e non del merito.
Ovunque io sia andato, grandi eruditi hanno inteso salutarmi con complimenti premeditati.
Ed io li ho visti tremare e impallidire, fermarsi nel bel mezzo del discorso, strozzar dalla paura le lor studiate parole nella gola, e infine, perder la favella e ammutolire senza potermi dare il benvenuto. Credimi, amore mio, in quel silenzio io seppi cogliere il saluto e nella modestia di un pavido dovere lessi quanto nelle lingue rumorose dell'eloquenza presuntuosa e ardita.
E dunque l'affettuosità e l'ingenuità d'una lingua impacciata, parlando poco, per me parlan di più.

Entra Filostrato.

FILOSTRATO
Col permesso di Vostra Grazia, il Prologo è pronto.

TESEO
Che il Prologo si faccia avanti.

 

Squilli di trombe.
Entra Zeppa nella parte del Prologo.

PROLOGO
Se vi offenderemo, è col nostro intento.

Di persuadervi che non veniamo per offendervi, ma di proposito. Mostrarvi la nostra incapacità, ecco il vero principio del nostro fine.
Dunque considerate che con malo proposito veniamo.
Non già siam qua per contentarvi e divertirvi.
Non già! Perché abbiate a pentirvene gli attori son pronti a cominciare. E dalla loro pantomima verrete a sapere tutto ciò che vorrete sapere.

TESEO
Costui - mi pare - tien poco conto della punteggiatura.

LISANDRO
Ha fatto correre il Prologo come un puledro selvaggio. Non sa dove fermarlo. V'è qui da ricavare un buon precetto, mio Sire; Non basta parlare; bisogna anche saper cosa dire.

IPPOLITA
In verità ha recitato il suo Prologo come un bambino suona il flauto. Ha emesso un suono, ma senza governarlo.

TESEO
Il suo discorso era come una catena aggrovigliata; tutte le maglie a posto, ma tutte confuse. Chi è il prossimo a parlare?

Entrano, preceduti da un trombettiere,

Rocchetto, nella parte di Piramo,

Zufolo, in quella di Tisbe,

Beccuccio, in quella del Muro,

Agonia in quella del Chiaro di Luna

e Incastro in quella del Leone.

PROLOGO
Dame e Cavalieri, la nostra comparsa qui vi stupirà.
Ebbene, stupitevi pure finché poi tutto verrà messo in chiaro.
Quest'uomo, se proprio volete saperlo, è Piramo.
E questa avvenente signora è Tisbe, Tisbe in persona.
Quest'uomo d'intonaco e di calce è il Muro, il vil muro che separava i nostri innamorati.
È per una sua fessura che i poveretti bisbigliavano fra loro. E nessuno penserà che ci sia qualcosa di male!
Quest'uomo con la lanterna, un cane e un fastello di pruni, rappresenta il Chiaro di Luna. Dacché, se v'interessa saperlo, i due amanti son convinti che non sia vergogna incontrarsi ad amoreggiare al chiar di luna alla tomba di Nino.
Questa orribile belva - che Leon s'appella - fe' fuggire impaurita, o meglio atterrita, Tisbe fedele, arrivata per prima, in piena notte.
Ella, fuggendo, lasciò cadere il manto; e il vil leone, con lordate fauci, di sangue lo macchiò.

Piramo giunge, allora, amabile, superbo, e della fida Tisbe scorge il trucidato manto. Al che col ferro, col ferro fiero, infame, intrepido si trapassa il seno ardente.
E Tisbe, che all'ombra d'un gelso l'attende, estrae il pugnale dal petto dell'amante e con quello si uccide.

Il resto lo saprete dal Leone, dal Chiaro di Luna, e dagli innamorati, finché dura la scena.


Escono il Prologo, Piramo, Tisbe, Leone, Chiaro di Luna.

TESEO
Mi piacerebbe sapere se parlerà anche il leone.

DEMETRIO
Sire, nessuna meraviglia. Dove tanti asini parlano, può benissimo parlare anche un leone.

MURO
In questo nostro dramma si dà il caso ch'io - che Beccuccio ho nome - rappresenti un muro.
E dovreste pensar che questo muro abbia in sé il buco d'una crepa - ovverosia fessura - per il cui pertugio gl'innamorati Piramo e Tisbe parlavano spesso in gran segreto.
Questa calce, quest'intonaco, e questa pietra, mostran ch'io son quel muro - proprio così!
Ed è questa la crepa - a destra e a sinistra - attraverso la quale i paurosi amanti dovranno bisbigliare.

TESEO
E come si potrebbe desiderare che un muro di calce e pelo parlasse meglio?

DEMETRIO
Sire, è la partizione più arguta che io abbia mai udito.

Entra Piramo.

TESEO
Piramo s'avvicina al muro. Silenzio!

PIRAMO
O notte dal tetro sembiante! O notte che hai il viso tanto nero! O notte che sempre ci sei quando il giorno non c'è!

O notte, o notte, ahimè, ahimè, ahimè, temo che Tisbe abbia scordato la promessa!
E tu, o muro, o caro, leggiadro muro, che ti ergi fra la terra di suo padre e questa mia, tu, muro, o muro, o caro, amabil muro. mostrami il buco, ch'io possa col mio sguardo penetrarti.


Il Muro diverge le dita a forma di "V".


Grazie, cortese muro. Che Giove per questo ti protegga! Ma cosa vegg'io? Io Tisbe alcuna non vedo!
O perfido muro, la mia gioia per la tua crepa non veggo. Maledette sian le tue pietre, per avermi ingannato!

TESEO
Secondo me il muro - visto che è così sensibile - dovrebbe rispondere a tono.

PIRAMO
No, Sire, in verità no. "Per avermi ingannato" è l'imbeccata di Tisbe. Ella deve entrare ora, ed io devo guardarla dal buco. Vedrete, sarà come vi dico. Eccola che arriva!

Entra Tisbe.

TISBE
O muro, che gemere mi senti tanto spesso, perché dividi il mio bel Piramo da me!
Le mie ceràsee labbra hanno spesso baciato le tue pietre, le pietre tue, in te murate con pelo e calce.

PIRAMO
Vedo una voce. Or m'approssimo al buco per vedere se riesco a udire il volto di mia Tisbe adorata.
Tisbe?

TISBE
L'amante mio, penso tu sia. L'amante mio!

PIRAMO
Pensa pure ciò che vuoi, io son proprio Sua Grazia, l'amante tuo! E sempre fido ti son come Limandro.

TISBE
Ed io com'Elena, finché non mi uccidano i Fati.

PIRAMO
Non Cefàl sì fedele fu a Procro.

TISBE
Come Scefalo a Procro, io a te.

PIRAMO
Deh baciami attraverso il buco del vil muro.

TISBE
Io bacio il buco del muro, e non le labbra tue.

PIRAMO
Vorrai immantinente incontrarmi di Ninnolo alla tomba?

TISBE
Per la vita, per la morte, a te verrò senz'altro!


Escono Piramo e Tisbe (lui da una parte, lei dall'altra).

MURO
Or dunque, io, il Muro, ho qui finito la mia parte. E avendola finita, ecco che il Muro se ne va.

 

Esce.

TESEO
E così, raso al suolo è ora il muro fra i due confinanti.

DEMETRIO
Non c'è rimedio, signor mio, quando i muri son tanto impertinenti da ascoltare di soppiatto.

IPPOLITA
Queste son le cose più stolte che io abbia mai udito.

TESEO
I migliori, in tal mestiere, non son altro che ombre. E i peggiori non son poi tanto male se un po' di fantasia li rabbercia.

IPPOLITA
Ma allora si dovrà tutto alla vostra fantasia, e non alla loro.

TESEO
Se non pensiamo di loro peggio di quanto essi pensano di sé, posson passare per buoni attori. Ecco che fanno il loro ingresso due nobili bestie; un uomo e un leone.


Entrano il Leone e il Chiaro di Luna.

LEONE
Voi dame, i cui cuori delicati si spaventano alla vista del più piccolo topo mostruoso che strisci sul suolo, può darsi, ora, forse, che possiate avere brividi e tremori quando il selvaggio leone ruggirà in tutta la sua spietata ferocia.
Allora, ebbene, sappiate che io, Incastro falegname, sono una pellaccia di leone - e non, peraltro, mamma di leoni!
E se dovessi da leone vero venir qui a conflitto sarebbe - per la mia vita - un vero guaio!

TESEO
Una bestia davvero gentile e coscienziosa.

DEMETRIO
Davvero il migliore a far la bestia ch'io, mio signore, abbia mai visto.

LISANDRO
Quanto a prodezza questo leone è una vera e propria volpe.

TESEO
È vero. E quanto ad astuzia è un'oca.

DEMETRIO
Sire, non è così. La sua prodezza non ce la fa a sopraffare la sua astuzia. E invece la volpe ce la fa a sopraffare l'oca.

TESEO
La sua astuzia - ne son sicuro - non ce la fa a sopraffare la sua prodezza. E l'oca non ce la fa a sopraffare la volpe. E va bene. Lasciamo il tutto alla sua astuzia, e intanto ascoltiamo la Luna.

CHIARO DI LUNA
Questa lanterna rappresenta la luna bicorne...

DEMETRIO
Costui avrebbe dovuto portare le corna sulla testa.

TESEO
Non è una luna crescente, e le sue corna sono invisibili nel cerchio.

CHIARO DI LUNA
Questa lanterna rappresenta la luna bicorne; ed io rappresento l'uomo nella luna.

TESEO
Questo è l'errore più madornale di tutti! L'uomo dovrebbe esser dentro la lanterna. Se no com'è che è l'Uomo nella Luna?

DEMETRIO
Non osa entrarci dentro perché ha paura della candela. Come vedete divampa ed ha bisogno d'essere smoccolata.

IPPOLITA
Io sono stanca di questa luna. Magari cambiasse!

TESEO
Dallo scarso lume del suo cervello si direbbe che è luna calante. Ma, per cortesia, e per coerenza, bisognerà attender che tramonti.

LISANDRO
Va' avanti, Luna!

CHIARO DI LUNA
Tutto quello che ho da dirvi è dirvi che la lanterna è la luna; io l'Uomo nella Luna; che questo fascio di pruni è il mio fascio di pruni; e questo cane è il mio cane.

DEMETRIO
Insomma, tutte queste cose dovrebbero esser dentro la lanterna, perché son tutte nella luna. Silenzio! Arriva Tisbe.

Entra Tisbe.

TISBE
Questo è di Ninnolo l'antico avello. Ma dov'è l'amor mio?

LEONE
Ouuu!
Il leone rugge. Tisbe (lasciando cadere il manto) fugge via.

DEMETRIO
Bel ruggito, Leone!

TESEO
Bella fuga, Tisbe!

IPPOLITA
Bel lume di luna! In verità la luna risplende con molta grazia.


Il Leone scrolla il manto ed esce.

TESEO
Bella scrollata, Leone!

DEMETRIO
E qui arrivò Piramo...

LISANDRO
E il leone scomparve.

Entra Piramo.

PIRAMO
O luna soave, grazie dei tuoi raggi solari.
Grazie, o luna, del tuo fulgente splendore!
Ché ai tuoi vaghi rai aurei e scintillanti
confido di scorger la fidissima Tisbe.
Ma ristài! Oh disdetta!
Or mira, misero cavaliero.
Qual lutto tremendo qui scorgi!
Occhio, lo vedi?
Ma come può essere?
Oh dolce anatroccola mia! Oh il tuo bel mantello - ahimè - lordo di sangue?
Accorrete, Furie spietate!
Accorrete, Parche, accorrete!
Il filo, e lo stame tagliate!
Colpite, trucidate, fatela finita, scannate!

TESEO
Una disperazione come questa, e la morte dell'amica diletta, possono quasi impietosire.

IPPOLITA
Dio mi danni se non sento pietà per lui!

PIRAMO
Oh Natura, ma perché mai creasti i leoni,
poi che un leone ha deflorato l'amor mio?
Che è... oh no, no... che era la più vaga delle dame
che vissero mai, che amarono mai, che mai furono più simpatiche e giulive.
Sgorga e inonda, mio pianto!
Fuori, e trafiggi, mio brando,
di Piramo la mammella!
Ah, la sinistra mammella
ove il cuore balzella!

(Si ferisce.)
Così, così, così, io moro!
Ed eccomi morto.
Volato son via.
È in cielo, lassù, l'anima mia.
Spegniti, lingua!
Vattene luna!

 

Esce il Chiaro di Luna.


Così, così, così, io moro! Ahi lasso!

(Muore.)


DEMETRIO
Non "lasso"! "asso", direi; dacché conta per uno.

LISANDRO
Meno d'un asso; dacché è morto, e non conta più nulla.

TESEO
Con l'aiuto d'un medico potrebbe riprendersi, e dimostrarsi non "asso" ma "asino".

IPPOLITA
Com'è che la Luna se n'è andata prima che Tisbe torni indietro e scorga l'amante?

TESEO
Lo troverà al lucore delle stelle.


Entra Tisbe.


Ecco, essa viene, e con la sua disperazione il dramma finisce.

IPPOLITA
Penso che la sua disperazione non sia un grande sproloquio, trattandosi di un Piramo come quello. Mi auguro che finisca alla svelta.

DEMETRIO
Un granello di sabbia potrebbe far pendere la bilancia ora dalla parte di Piramo, ora da quella di Tisbe, per giudicare quale dei due sia il migliore. Lui, come uomo - Dio ci liberi -, e lei, come donna - Dio ce ne scampi!

LISANDRO
Ecco, lei l'ha già visto, con quei suoi occhi dolci.

DEMETRIO
E la sua lamentazione, videlicet...

TISBE
Assopito, amor mio?
Morto, il mio piccioncino?
O Piramo, sorgi. Deh parla!
Parla, deh parla! Sei muto?
Morto, sei morto? Un sepolcro dovrà coprire i tuoi dolci occhi.
Queste tue labbra di giglio questo tuo naso di ciliegia,
queste tue guance di primule gialle,
morte, son morte!
Amanti levate al cielo i vostri lamenti.
I suoi occhi eran verdi come porri.
O voi, trine Sorelle accorrete,

a me venite con pallide mani di latte.
Tuffatele nel sangue voi che tosato avete,
con le vostre cesoie, il suo filo di seta.
Lingua, non una parola!
Vieni, mio ferro fedele,
vieni, mio brando, trapassami il petto!

(Si ferisce.)
E amici miei, addio!
Questa è la fine di Tisbe.
Addio, addio, addio!

(Muore.)

TESEO
Il Chiaro di Luna e il Leone sono stati risparmiati perché seppelliscano i morti.

DEMETRIO
Eh già! E anche il Muro.

ROCCHETTO (levandosi in piedi)
No, credetemi, il muro che separava i loro genitori è abbattuto.

 

Si alza anche Zufolo.

 

E ora, messeri, vi piacerebbe vedere l'Epilogo, o sentire una Bergomasca danzata da due della nostra compagnia?

TESEO
Niente Epilogo, vi prego! Il vostro dramma non ha bisogno di giustificarsi. Non ne ha bisogno perché quando gli attori son tutti morti, non c'è più nessuno da biasimare. Per la Santa Vergine, se chi ha scritto il dramma avesse fatto la parte di Piramo e si fosse impiccato con una giarrettiera di Tisbe, sarebbe stata una tragedia coi fiocchi! Ma tale è stata, in verità. Ed anche ben recitata. Ma venga la Bergomasca, e lasciate stare l'Epilogo.

Entrano Zeppa, Incastro, Beccuccio e Agonia, due dei quali danzano una Bergomasca.

Poi escono gli artieri, compresi Zufolo e Rocchetto.


La lingua di ferro della mezzanotte ha battuto dodici colpi.
Amanti, a letto! È quasi l'ora delle Fate.
Forse domani mattina dormiremo.
La grossolana rozzezza del dramma ha bene ingannato l'infingardo passo della notte.
A letto, miei cari. Due settimane ancora durerà questa solennità, in sollazzi notturni e nuovo sfarzo.

 

Escono.
Entra il Demone.

DEMONE
Or rugge il leone affamato,
ed ulula il lupo alla luna,
e l'aratore russa di fatica stremato.
Ardon gli ultimi tizzi mentre stride la civetta
e all'ammalato, nel suo letto di pena, ricorda il sudario.
È questa l'ora della notte quando si spalancan le tombe
e via volan gli spiriti a vagar nel cimitero.
E noi demoni che scortiamo la pariglia d'Ecate triforme via dalla corte del Sole,
seguendo l'oscurità come fa il sogno, ora siamo contenti.

Non un ratto disturberà questa sacra dimora.
Sono stato mandato avanti con la granata a spazzar la polvere dietro la porta.

Entrano Oberon e Titania, Re e Regina delle Fate, e tutto il Seguito.

OBERON
I nostri bagliori si diffondan nella casa accanto ai fuochi spenti e sonnolenti.
Ogni elfo ed ogni spirto come augello dai rovi saltelli
e con me canti la canzone
danzando in punta di piedi.

TITANIA
Prima il canto ripetete a memoria con gorgheggi ad ogni parola.
Poi tenendoci per mano con la grazia delle Fate canterem benedicendo.


Oberon in testa, le Fate cantano e danzano.


OBERON
Ogni spirto, fino all'alba,
per la casa vada errando.
Noi andremo a benedire il gran talamo nuziale.
E la prole procreata sarà sempre fortunata.
E saranno, le tre coppie, sempre unite dall'amore.
Mai errori di Natura colpiranno la lor prole.
Mai voglia o cicatrice oppur labbro leporino o magagna sopra il volto,
che alla nascita ognun teme, sia su alcun di lor progenie.
Ogni Fata corra via e ogni stanza benedica con rugiada consacrata.
E il Signore del Palazzo viva sempre in sicurtà.
Via correte, non sostate, ed all'alba m'incontrate!


Escono tutti, eccetto il Demone.

DEMONE (rivolto all'uditorio)
Se noi, ombre, vi abbiamo scontentato,
pensate allora - e tutto è accomodato -
che avete qui soltanto sonnecchiato
mentre queste visioni sono apparse.
Ed il tema, ozioso e vano,
che non più d'un sogno è stato,
signori, vi prego, non venga biasimato.
Se clementi voi sarete
migliori poi ci troverete.
E - parola di folletto -
se alle lingue di serpente
per fortuna siam sfuggiti,
noi faremo presto ammende
- o chiamatemi bugiardo!
Dunque a tutti buonanotte,
e batteteci le mani,
se ora siamo buoni amici.
Ed in cambio, Robertino
metterà tutto a puntino.


Esce.

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