William Shakespeare - Il Teatro

 

Indice Teatro

 

Riccardo II

(“The Tragedie of King Richard the Second” - 1595)

 

 

Introduzione - Riassunto

Personaggi - Atto Primo

Atto Secondo - Atto Terzo

Atto Quarto - Atto Quinto

 

Introduzione

 

Il Riccardo II è l'opera che segna il passaggio graduale e insieme straziante da un'ottica medioevale ad una più moderna, e infatti è considerata essere la più tragica tra i drammi shakespeariani (laddove invece, con il suo lieto fine, l'Enrico V è considerato il dramma più vicino alle commedie). Nel Riccardo II si assiste al passaggio da una concezione medioevale della regalità, in cui il sovrano (in questo caso Riccardo) era tale per diritto divino, per gratia dei, era l'unto dal signore e re taumaturgo, ad una visione più moderna della regalità che si fonda sul consensus gentium. Da una parte, quindi, un'investitura dall'alto del potere, il cui simbolo è appunto Riccardo, dall'altra un'investitura dal basso, il cui porta bandiera è l'avversario Enrico di Bolingbroke, futuro Enrico IV.

Nel dramma shakespeariano risuonano in tal modo eco di tradizioni passate: da una parte la teorica sostenitrice del potere calato dall'alto, cui fanno capo Sant'Agostino e John of Salisbury, dall'altro i pensatori che hanno sostenuto teorie in favore del potere dal basso, tra cui l'empirista Guglielmo di Ockham. Il paradosso del dramma è quindi compiuto: un sovrano che ha ricevuto il potere dall'alto (Riccardo) è costretto a cadere in basso e a deporre in favore di Bolingbroke, che, forte del consenso popolare e della spinta dal basso, arriva in alto sino al trono. A coronamento di questa dinamica, intorno alla quale ruota l'intreccio, stanno tutta una serie di personaggi metaforici e situazioni allusive che testimoniano del declino sofferto e nostalgico dell'epoca medioevale e della confusione che accompagna questo momento di transizione. I tre zii di Riccardo, ad esempio, simboleggiano il medioevo giunto al suo crepuscolo, laddove invece la celebre scena dei giardinieri che parlano allegoricamente del "giardino" dell'Inghilterra in rovina, fa capire che l'orizzonte storico sta incentrandosi anche sui ceti meno abbienti e che la società presente diviene vieppiù eterogenea e stratificata.

 

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Riassunto

 

da Wikipedia

 

In Inghilterra Riccardo II governa da tempo, un giorno riceve un'ambasceria dalla Francia, mandata da Filippo Re di Francia, che gli chiede di cedere il trono al di lui giovane nipote Arturo. Tuttavia Giovanni non accetta la perentoria richiesta di Filippo e si prepara alla guerra per sostenere il suo trono. Nella stessa scena interviene il diverbio tra due gentiluomini che si contendono un'eredità: Roberto di Falconbridge e suo fratello Filippo, spogliato dei beni perché ritenuto figlio illegittimo di Riccardo Cuordileone, fratello di Giovanni e precedente Re. La figura fisica di Filippo ricorda molto quella del Cuordileone, mentre il testamento del defunto Sir Roberto disconosce Filippo adducendo a motivo proprio il concepimento avvenuto da parte di Riccardo mentre lui era in servizio d'ambasceria in Germania. Allora interviene la regina madre Eleonora che, riconoscendolo come nipote grazie alla forte somiglianza nel fisico e nella voce, suggerisce a Filippo di cedere le terre di Falconbridge in cambio di un cavalierato, mutuare il proprio nome in quello del padre biologico, Riccardo Plantageneto, ed accompagnare lei e lo zio nella guerra francese. Intanto i francesi, capeggiati da Re Filippo, assediano a città inglese di Angiers e dichiarando che la lasceranno solo con l'ascesa al trono del principe Arturo. Purtroppo non c'è molto da fare perché i francesi sono alleati anche con gli austriaci che credono di aver assassinato Re Riccardo. Nel frattempo Eleonora raggiunge Costanza, la madre di Arturo per rovesciaRiccardo II, ma questi assieme a Riccardo le scopre e le punisce severamente. Inoltre affermano che il futuro re sarà solo un uomo molto saggio, chiunque sia. Infatti il piano di Riccardo e Giovanni è semplice: lasciare Angiers al suo destino e unire con un matrimonio Francia e Inghilterra: Delfino, figlio di Filippo con Bianca, nipote di Giovanni. Il tutto si svolge sotto lo sguardo corrucciato di Regina Costanza che teme per la vita di Arturo. Per le nozze viene scelto da Roma il Cardinal Pandolfo il quale prima della cerimonia deve pretendere le scuse di Filippo per una vecchia mancanza di rispetto al papa. Questi rifiuta e allora viene scomunicato; ma le nozze si celebrano comunque. Ma in segreto Pandolfo sostiene un altro pretendente per il trono: un certo Luigi. Finalmente i progetti di Giovanni e Riccardo possono compiersi definitivamente con le riprese della guerra; infatti Riccardo combatte e sconfigge l'Austria per vendicare il padre, Arturo viene catturato dagli inglesi dopo un sanguinoso assedio ad Angiers e la sua protettrice Eleonora viene tolta di mezzo per sempre. Ora Giovanni ordina che il nipote venga ucciso immediatamente, mentre il Cardinal Pandolfo incita Luigi a invadere l'Inghilterra. Come sicario viene scelto Uberto che però non se la sente di uccidere un suo pari e propone a Giovanni di riscattarlo. Egli accetta a malincuore, ma intanto giunge una notizia della falsa morte del nipote. Tutta l'Inghilterra è in subbuglio fino a quando l'equivoco non è chiarito. Purtroppo pochi mesi dopo Arturo muore veramente, nel tentativo di fuggire dalla prigione ov'era rinchiuso e i nobili inglesi insorgono contro Giovanni, credendolo il capo dei congiurati. Giovanni ora ripone completamente la sua fiducia in Pandolfo, che è segretamente in accordo coi francesi, e in Riccardo che continua a servire fedelmente lo zio. Poco tempo dopo una spedizione inglese capeggiata dal Bastardo marcia verso la Francia, che risponde con una controffensiva guidata da Luigi. Lo scontro è cruentissimo e con massicce perdite. Alla fine gli inglesi sono costretti a ripiegare ma i ribelli ritornano di nuovo sotto la protezione di Riccardo II. Infine un monaco della corte inglese avvelena Riccardo II e il Bastardo Riccardo si ritrova solo ad affrontare i francesi e Luigi. Tuttavia prima di un nuovo scontro giunge il Cardinal Pandolfo con un trattato di pace, annunciando che gli inglesi avrebbero riposto fedeltà solo sul figlio di Giovanni, Enrico, fino a quel momento tenuto nascosto a tutti. Allora Riccardo commenta che la giusta linea di successione è così ristabilita e che nulla potrà mai causar danno all'Inghilterra se questa rimane fedele a se stessa.

 

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Riccardo II

(“The Tragedie of King Richard the Second” - 1595)

 

 

Personaggi

 

RICCARDO II, Re d'Inghilterra

REGINA Isabella, moglie di Riccardo
Giovanni di GAUNT, Duca di Lancaster, zio di Riccardo
Enrico BOLINGBROKE, Duca di Hereford, figlio di Gaunt, poi Re Enrico IV
Edmondo di Langley, Duca di YORK, zio di Riccardo
DUCHESSA di York, sua moglie
Duca di AUMERLE, Conte di Rutland, figlio di York
DUCHESSA DI GLOUCESTER, vedova di Tommaso di Woodstock, Duca di Gloucester, zio di Riccardo

Tommaso MOWBRAY, Duca di Norfolk
Conte di SALISBURY
Lord BERKELEY

Sir William BAGOT, Sir John BUSHY, Sir Henry GREEN: favoriti di Riccardo

Sostenitori di Bolingbroke

Enrico PERCY, Conte di NORTHUMBERLAND
Harry PERCY, detto "Hotspur", suo figlio
Lord ROSS
Lord WILLOUGHBY

Sir Piers di EXTON
Vescovo di CARLISLE
ABATE
di Westminster
Duca di SURREY
Lord FITZWATER
Sir Stephen SCROPE
Un LORD
Lord MARESCIALLO
Due ARALDI
Due DAME di compagnia della Regina Isabella
Un GIARDINIERE
Due AIUTANTI del giardiniere
Un CAPITANO gallese
Il CARCERIERE della prigione di Pomfret
Uno STAFFIERE di Riccardo
SERVITORE di York
SERVITORE di Exton
Nobili, guardie, soldati, sicari, persone del seguito.

 

 

atto primo - scena prima

 

LA TRAGEDIA DI RE RICCARDO SECONDO
CON LE AGGIUNTE DELLA SCENA DEL PARLAMENTO,
E DELLA DEPOSIZIONE DI RE RICCARDO,
COME È STATA ULTIMAMENTE RAPPRESENTATA
DAI SERVITORI DI SUA MAESTÀ IL RE, AL "GLOBE".

 

Entrano Re Riccardo, Giovanni di Gaunt ed altri nobili, con persone del seguito.

 

RICCARDO
Vecchio Giovanni di Gaunt, venerabile Lancaster, hai tu, come avevi promesso e giurato di fare, condotto qui il tuo baldo figliolo, a sostenere il suo ultimo, temerario atto d'accusa, che a suo tempo non avemmo agio di esaminare, contro il Duca di Norfolk, Tommaso Mowbray?

GAUNT
L'ho fatto, mio Sire.

RICCARDO
E dimmi ancora: ne hai scandagliato l'animo? È per suoi vecchi rancori che accusa il Duca, o a buon diritto, come si addice a suddito fedele, con prove certe del tradimento di lui?

GAUNT
Per quel che so, avendolo interrogato a fondo sulla questione, perché lo ha visto apertamente cospirare contro l'Altezza Vostra; non per inveterato rancore.

RICCARDO
Chiamateli allora al nostro cospetto; e viso a viso e fronte a fronte, a muso duro, li ascolteremo noi stessi, l'accusatore e l'accusato: che parlino liberamente. Sono orgogliosi entrambi, e pieni di furore: sordi come il mare, nell'ira han del fuoco l'ardore.

 

Entrano Bolingbroke e Mowbray.

BOLINGBROKE
Lunga vita, e tutta di giorni felici al mio grazioso sovrano, mio beneamato signore!

MOWBRAY
E che ogni giorno sia più felice dell'altro, sino a che i cieli, per gelosia di una terra così fortunata, non avran reso immortale anche la vostra corona!

RICCARDO
Vi ringraziamo entrambi; ma uno di voi è del tutto insincero. Ben lo dimostra la causa stessa della vostra venuta: una reciproca accusa di alto tradimento. Cugino di Hereford, cos'hai da contestare al Duca di Norfolk, Tommaso Mowbray?

 

BOLINGBROKE
Innanzitutto - il cielo sia testimone di quanto dico, con tutto l'affetto di un suddito devoto a cui sta a cuore la preziosa esistenza del mio principe, e libero da ogni altro odio indegno di un uomo, vengo al tuo regale cospetto in veste di accusatore. E ora, Tommaso Mowbray, è a te che mi rivolgo; e sta' bene a sentire quel che ti dico, poiché quel che dico lo proverà su questa terra la mia persona, o la mia anima immortale ne risponderà in cielo. Tu sei un traditore e uno scellerato: un nobile troppo nobile per tradire, troppo ignobile per vivere, ché quanto più luminoso e limpido è il cielo tanto più fosche sembran le nubi che l'attraversano. Ancora una volta, ad aggravare l'infamia della parola, quel turpe nome di traditore io te lo caccio in gola, e prima di andare - se così piace al mio sovrano - vorrei provare tutto quello che dico, spada alla mano.

MOWBRAY
Vi parlo a sangue freddo, ma non per difetto di zelo. Non si decide con una rissa tra donne, né coi petulanti clamori di due lingue taglienti, chi abbia ragione in questa nostra contesa: ancora caldo è il sangue ch'essa farà gelare. Pure, non posso vantarmi d'essere dolce e paziente sì da esser messo a tacere senza ribatter parola. Per cominciare, il rispetto dovuto a Vostra Altezza mi frena nel dare di briglia e sproni alla mia franchezza, ché altrimenti partirebbe di slancio, a ricacciargliele due volte in gola, queste accuse di tradimento. Ignorando la nobiltà del suo sangue reale e pretendendo ch'egli non sia imparentato al mio Sire, io qui lo sfido, e gli sputo addosso, lo definisco codardo, diffamatore e marrano, e per provarlo gli concedo qualsiasi vantaggio: dovessi pure, per affrontarlo, correre a piedi sino alle crode ghiacciate delle Alpi, o sino a qualsiasi altra terra inabitabile dove mai inglese abbia osato di metter piede. Basti questo, per ora, a proclamare la mia lealtà: su tutto ciò in cui ho fede, costui mente spudoratamente.

BOLINGBROKE
O livido, tremebondo codardo, qui getto il mio guanto e qui rinuncio ai miei privilegi di parente del Re, e metto da parte la regalità del mio alto lignaggio, che la paura, non già l'ossequio, tu invochi a pretesto. Se la paura e il rimorso ti lasciano forza bastante a raccogliere il pegno del mio onore, chinati ordunque!
In nome di questo, e di ogni altro rito della cavalleria, io sosterrò contro di te, ad armi pari, quel che ho detto, qualsiasi altra infamia tu possa inventare.

MOWBRAY
Raccolgo il guanto, e giuro su quella spada che dolcemente toccò la mia spalla e mi fe' cavaliere: io ti risponderò secondo ogni buona regola o cavalleresco rituale della sfida fra nobili; e quando sarò in arcione, possa non scenderne vivo se ho mai tradito, o se mi batto senza un buon motivo.

RICCARDO
Di cosa nostro cugino intende accusare Mowbray? Sarà qualcosa di grave, per lasciare in noi sia pure un'ombra di sospetto sulla sua persona.

BOLINGBROKE
Qualunque cosa io vi dica, ne risponderò con la vita: ottomila monete d'oro ha ricevuto Mowbray a titolo di anticipo per i soldati di Vostra Altezza, e queste egli ha distratto a fini tra i più disdicevoli, da falso traditore e da criminale incallito. Io dico inoltre, e intendo provarlo sul campo o qui o altrove, sino alle plaghe più remote che mai occhio d'inglese sia giunto a esplorare, che tutti i tradimenti di questi diciotto anni, orditi e tramati in questo nostro paese, fan capo al mendace Mowbray, da lui messi in atto e ideati. Sostengo inoltre, e ve lo saprò dimostrare sulla sua vita indegna, per provar vero tutto ciò, che è stato lui a tramare la morte del Duca di Gloucester, a mobilitarne i troppo creduli avversari, e in seguito, da vile traditore, ad annegarne l'anima innocente in gran fiotti di sangue. Il quale sangue, come quello di Abele sacrificante, reclama a gran voce sin dai più muti anfratti di questa terra, che io gli renda giustizia, con un severo castigo. E, sulla mia prosapia, sulla sua gloria e dignità, questo mio braccio lo farà, o la mia vita si estinguerà.

RICCARDO
A quali vertici attinge la sua determinazione! Tommaso di Norfolk, cos'hai da rispondere tu?

MOWBRAY
Oh, che il mio sovrano si volti dall'altra parte e faccia sorde le sue orecchie, sia pure per un momento, finché non avrò detto al figlio degenere di tanta stirpe quanto un sì lurido mentitore è odiato da Dio e dagli onesti.

RICCARDO
Mowbray, i nostri occhi ed orecchi sono imparziali. Fosse lui mio fratello - che dico? il mio erede al trono, com'è soltanto il figlio del fratello di mio padre, io faccio voto, sulla maestà del mio scettro, che tale stretto vincolo col sangue di un re consacrato non gli darà privilegio alcuno, né sposterà a suo favore l'inflessibile fermezza del mio istinto di giustizia. Egli è nostro suddito, Mowbray, come lo sei tu. Parla liberamente e senza tema: te lo concedo.

MOWBRAY
Allora, Bolingbroke, fino in fondo al tuo cuore tu menti per la gola, quella mendace strettoia. Tre quarti di quella somma destinata a Calais, debitamente ho sborsato per i soldati di Sua Maestà. La quarta parte, col Suo consenso, l'ho riservata a me stesso, poiché il mio sire e sovrano era con me indebitato dovendomi il resto di ingenti spese da me sostenute quando a suo tempo mi recai in Francia, incontro alla Sua regina. E adesso rimangiati questa menzogna! Quanto alla morte di Gloucester, non fui io ad ucciderlo: semmai - a mia vergogna - non tenni fede, in quel caso, a un impegno giurato. Quanto a voi, mio nobile Duca di Lancaster, onoratissimo padre del mio avversario, osai attentare, una volta, alla vostra vita: un misfatto di cui la mia anima si duole e tormenta. Ma l'ultima volta che mi accostai ai sacramenti l'ho prima confessato, implorando esplicitamente il perdono di Vostra Grazia: e spero d'averlo ottenuto. Questa è la mia colpa. Tutte le altre accuse son frutto del rancore di uno scellerato, un rinnegato, un fellone più che degenerato, da cui, nella mia persona, mi difenderò con ardore. Per cui, a mia volta, getto a terra il mio guanto, ai piedi di questo traditore così pieno di sé, per dimostrare la mia integrità di gentiluomo versando il sangue reale che alberga in petto a costui. A Vostra Altezza io chiedo, con l'urgenza della passione, di stabilire il giorno della nostra tenzone.

RICCARDO
O signori infiammati di collera, lasciatevi guidare da me: purifichiamo la bile senza tanti salassi. Questo vi prescriviamo, pur senza esser dottori, ché troppo a fondo incide un rancore profondo. Dimenticate, perdonate, finitela, trovate l'accordo: i nostri medici dicono che non è questo il tempo di cavar sangue. Mio caro zio, che la cosa abbia fine là dove è cominciata: noi placheremo il Duca di Norfolk, voi il figliol vostro.

GAUNT
Alla mia età si addicono le missioni di pace. Gettalo a terra, o figlio, il guanto del Duca di Norfolk.

RICCARDO
E tu, Norfolk, getta il suo.

GAUNT
Ebbene, Harry, che aspetti? L'obbedienza esige che non te lo chieda due volte.

RICCARDO
Gettalo, Norfolk, è un ordine: non hai scelta.

MOWBRAY
La mia persona io getto, temuto sovrano, ai tuoi piedi. Potrai disporre della mia vita, non del mio onore. La vita ho il dovere di offrirtela, ma il mio buon nome che, a dispetto della morte, vivrà sulla mia tomba, tu non l'avrai, macchiato da oscure, disonorevoli trame. Mi trovo a essere sotto accusa, svergognato e vilipeso, trafitto nel fondo dell'anima dalla lancia avvelenata della calunnia. Ad essa non c'è altro antidoto che il sangue spillato dal cuore di chi ha distillato il veleno.

RICCARDO
La collera va pur sempre frenata. Dammi il suo guanto. I leoni domano i leopardi.

MOWBRAY
Sì, ma non ne cancellano le macchie. Cancella la mia macchia e il guanto sarà vostro. Mio amato, amatissimo re, il più puro tesoro di nostra vita mortale è una reputazione senza macchia: perduta quella, gli uomini non sono che argilla dorata, o creta dipinta. Uno spirito ardente, racchiuso in un petto leale, è come un gioiello in un forziere chiuso a dieci mandate. Il mio onore è la mia vita: sono cresciuti insieme. Strappatemi l'onore, e mi avrete tolto la vita. Lasciami difendere il mio onore, mio amato Sire: di esso io vivo, per esso son pronto a morire.

RICCARDO
Cugino, getta il guanto. Sii tu a cominciare.

BOLINGBROKE
Dio guardi la mia anima da sì nero peccato! Agli occhi di mio padre dovrò apparire umiliato? O da pitocco, pallido di paura, abbassar la mia altezza davanti a questo cialtrone codardo? Prima che la mia lingua ferisca il mio onore con tale maldestra offesa o proclami tale ignobile tregua, i miei denti faranno a brani il servile strumento di sì pavida ritrattazione per poi sputarlo sanguinante, per colmo di disonore, là dove il disonore è di casa: dritto in faccia a Mowbray.


Esce Gaunt.

RICCARDO
Non siamo nati per chiedere, ma per comandare. E dal momento che non riusciamo a farvi tornare amici, tenetevi pronti a risponderne con le vostre vite a Coventry, nel giorno di San Lamberto. Colà le vostre spade e lance faranno da arbitri al prepotente erompere dei vostri antichi rancori. E poiché non sappiamo riconciliarvi, sarà la giustizia cavalleresca a designare, fra i due, il vincitore. Lord Maresciallo, date ordine ai nostri ufficiali di prepararsi a questo duello fra connazionali.

 

Escono.

 

 

 

atto primo - scena seconda

 

Entra Giovanni di Gaunt con la Duchessa di Gloucester.

GAUNT
Ah, quanto c'è in me del sangue di Gloucester mi provoca, ben più delle tue invettive, a muover contro chi fece scempio della sua vita. Ma poiché la punizione compete proprio alle mani che commisero la colpa che non ci è dato di punire, la nostra causa la rimettiamo alla volontà del cielo che, quando vedrà maturare i tempi su questa terra, rovescerà una vendetta di fuoco sul capo dei colpevoli.

DUCHESSA DI GLOUCESTER
Non sai trovare tu, da fratello, uno sprone più forte? L'amore, nel tuo sangue di vecchio, non arde più vivo? I sette figli di Edoardo - tu stesso sei uno di loro - erano come sette ampolle del sacro suo sangue, o sette lieti virgulti usciti da un unico ceppo. Di quelle ampolle, qualcuna si disseccò per legge di natura; di quei virgulti, altri furono dalle Parche recisi; ma Tommaso, l'amato mio sposo, la mia vita, il mio Gloucester, un'ampolla ricolma del venerato sangue di Edoardo, è infranto, e disperso n'è tutto il prezioso liquore; un ramo in fiore di tanto regale radice è ora troncato: le foglie della sua estate le hanno seccate l'invidia, e l'ascia insanguinata dell'assassino. Ah, Gaunt! Il suo sangue era il tuo! Quel letto, quel grembo, quel vigore, quello stampo che ti han dato forma fecer di lui un uomo; e se tuttora tu vivi e respiri pure in lui fosti ucciso. Tu ti rendi complice, e anche in larga misura, della morte di tuo padre, se lasci perire il tuo sventurato fratello, che era il ritratto stesso di tuo padre vivo. Non chiamarla pazienza, Gaunt. Questa è disperazione. Nel tollerare che tuo fratello sia impunemente ucciso tu scopri la via più breve a chi ti vuol morto e insegni al crudele assassino come debba scannarti. Ciò che nell'uomo comune si chiama pazienza è livida, fredda viltà nei petti dei nobili. Che debbo dirti? Il modo migliore di salvarti la vita è vendicare la morte del mio Gloucester.

GAUNT
A questo pensi il buon Dio: è stato il nostro Dio in terra, il Suo vicario, l'Unto del Signore, a provocarne la morte. E se ha commesso un delitto, sia il cielo a vendicarlo: io non potrò mai levare un braccio ostile contro il Suo ministro.

DUCHESSA DI GLOUCESTER
A chi dunque rivolgerò i miei lamenti?

GAUNT
A Dio, campione e difensore delle vedove.

DUCHESSA DI GLOUCESTER
Ebbene, lo farò. Addio, vecchio Gaunt. Tu parti per Coventry, per assister colà alla tenzone fra il nostro caro Hereford e il feroce Mowbray. Oh, che il male fatto al mio sposo, in cima all'asta di Hereford, possa squarciare il petto al macellaio Mowbray! O se per mala ventura lui scamperà al primo assalto, che i suoi peccati, a Mowbray, pesino tanto nel petto da spezzare le reni al suo schiumante destriero, e il cavaliere finisca a capofitto giù nell'arena, sconfitto, e alla mercé di mio nipote Hereford! Addio, vecchio Gaunt. Colei che fu moglie di tuo fratello avrà a compagno il dolore sino al dì della morte.

GAUNT
Sorella, addio: devo andare a Coventry. Buona fortuna a te che resti, come a me che parto!

DUCHESSA DI GLOUCESTER
Ancora una parola. Il dolore, là dove cade, rimbalza: non perché vuoto e cavo, ma pel suo stesso peso.
Io mi congedo prima ancora di cominciare, perché la pena non finisce quando sembra esaurita. Ricordami a tuo fratello, Edmondo di York. Ecco, questo è tutto... Ma no, non partire così! Anche se questo è tutto, non andar così subito: mi verrà in mente dell'altro. Digli - ah, che cosa? - di venirmi a trovare a Plashy, non appena potrà. Ahimè! Cosa ritroverà laggiù il buon vecchio York se non stanze vuote e pareti spoglie, locali disabitati, selciati deserti e muti? Qual benvenuto udrà laggiù, se non i miei gemiti? Perciò ricordami a lui, ma digli di non venire in cerca di un dolore che si annida dovunque. Me ne andrò a morire lontano, affranta e sconvolta: con il pianto negli occhi, ti saluto per l'ultima volta.

 

Escono.

 

 

 

atto primo - scena terza

 

Entrano il Lord Maresciallo e il Duca di Aumerle.

MARESCIALLO
Mio Lord Aumerle, si è armato Harry Hereford?

AUMERLE
Sì, di tutto punto; e smania di scendere in campo.

MARESCIALLO
Il Duca di Norfolk, focoso e scalpitante, attende solo lo squillo di tromba dello sfidante.

AUMERLE
Ebbene allora, i campioni son pronti e non aspettano altro che l'arrivo di Sua Maestà.

Suonano le trombe.

Il Re entra con i suoi nobili, Gaunt, Bushy, Bagot, Green e altri; accomodatisi costoro, entrano Mowbray, Duca di Norfolk, lo sfidato, in armatura, e un Araldo.

RICCARDO
Lord Maresciallo, chiedete a codesto campione per qual motivo è costì sceso in lizza. Chiedetegli il suo nome, e procedete secondo il rito a farlo giurare nella giustezza della sua causa.

MARESCIALLO
In nome di Dio e del Re, di' tu chi sei, e perché vieni da cavaliere armato di tutto punto, contro chi sei venuto, e qual è la causa del contendere. E sii verace, sulla tua fede giurata di cavaliere, e che ti assistano il cielo e il tuo valore!

MOWBRAY
Tommaso Mowbray è il mio nome, Duca di Norfolk, qui convenuto per tener fede al giuramento (Dio guardi un cavaliere dal violarlo!): non solo a difendere la mia lealtà e devozione a Dio, al mio Re e alla mia discendenza contro il Duca di Hereford che ora mi sfida, ma anche a provare, nel difendere la mia persona, con l'aiuto di Dio e del mio braccio, che è lui a tradire Dio, il mio Re e me stesso. E poiché mi batto lealmente, mi protegga il cielo!

Squilli di tromba.

Entrano Bolingbroke, Duca di Hereford, lo sfidante, in armatura, con un Araldo.

RICCARDO
Lord Maresciallo, chiedete a quel cavaliere chi è, e perché è qui venuto armato di corazza e in pieno assetto di guerra; e con le formalità di rito, secondo la nostra legge, fatelo giurare che la sua causa è giusta.

MARESCIALLO
Come ti chiami? Da dove sei venuto al cospetto di Re Riccardo nella sua lizza regale? Contro chi sei venuto? E per quale contesa? Parla da vero cavaliere, e che il ciel ti protegga.

BOLINGBROKE
Enrico di Hereford, Lancaster e Derby son io, che qui son pronto a scendere in campo, a dimostrare, con l'aiuto di Dio e col mio proprio valore, in lizza con Tommaso Mowbray, Duca di Norfolk, che costui è un bieco e pericoloso traditore del Dio del cielo, di Re Riccardo e di me. Poiché mi batto lealmente, mi protegga il cielo!

MARESCIALLO
Pena la morte, che nessuno si azzardi o abbia la temerità di metter piede in arena, salvo il Lord Maresciallo, con quegli ufficiali preposti a dirigere questa nobil tenzone.

BOLINGBROKE
Lord Maresciallo, fatemi baciare la mano del mio Re e inginocchiarmi al cospetto di Sua Maestà: poiché Mowbray e io siamo come due uomini votati a lungo e faticoso pellegrinaggio. Lasciateci dunque prender solenne congedo dai molti amici nostri, col nostro addio più affettuoso.

MARESCIALLO
Lo sfidante, da suddito fedele, saluta Vostra Maestà e aspira a baciarvi la mano e a prender congedo.

RICCARDO
Noi scenderemo di qui, per stringerlo fra le braccia. Cugino di Hereford, se la tua causa è giusta ti arrida la fortuna in questa regale tenzone! Va', sangue del mio sangue: se morrai dissanguato sarai pianto da morto, ma non mai vendicato.

BOLINGBROKE
Oh, nessuna lacrima profani un nobile occhio per causa mia, se verrò trafitto dalla lancia di Mowbray! Sicuro come il falco che piomba in volo su di un pennuto, mi batterò con Mowbray. Mio diletto signore, io mi congedo da voi; da voi, Lord Aumerle, mio nobile cugino; non già da morituro, anche se affronto la morte, ma da uomo giovane e forte, felice di essere vivo. Ecco, come in un convito fra inglesi, la cosa più dolce io me la lascio per ultima, per finire in bellezza. O tu, creatore terreno del sangue mio, il cui spirito giovanile rivive nella mia persona e con raddoppiato vigore mi sospinge in alto  per attingere a una vittoria più grande di me, rinsalda la mia armatura con le tue preci e benedici l'acciaio della mia lancia, che così temprato trapassi la cotta di Mowbray come fosse di cera, e nuovo lustro aggiunga al nome di Giovanni di Gaunt per l'ardimento mostrato dal figliol suo.

GAUNT
Che Iddio, nella tua giusta causa, ti faccia trionfare! Sii, nell'azione, rapido come la folgore, ed i tuoi colpi, due volte raddoppiati, si abbattano come un tuono assordante sul cimiero del tuo insidioso e perfido nemico! Fa' ribollire il tuo giovane sangue, sii prode, e vivi!

BOLINGBROKE
San Giorgio mi assista, e la mia innocenza!

MOWBRAY
Quale che sia la mia sorte, o il volere di Dio, qui vive o muore, fedele al trono di Re Riccardo, un gentiluomo leale, giusto e integerrimo. Mai prigioniero con cuore più lieto si liberò dei ceppi del servaggio per abbracciare  la sua radiosa, illimitata libertà,di quanto la mia anima esultante non celebri come una festa lo scontro col mio avversario. Mio onnipotente sovrano, e voi Pari, compagni miei, per bocca mia ricevete l'augurio di anni felici. Come a un ballo in maschera, in serena letizia, io vado a battermi: serena è la giustizia.

RICCARDO
Addio, mio Duca. Non sbaglio nel ravvisare virtù e valore all'erta nel tuo sguardo. Ordina la tenzone, Lord Maresciallo. Si va a cominciare.

MARESCIALLO
Enrico di Hereford, Lancaster e Derby, eccoti la tua lancia: Dio salvi la giustizia.

BOLINGBROKE
Con fede salda come una torre, grido "Così sia!"

MARESCIALLO
Consegnate la lancia a Tommaso, Duca di Norfolk.

PRIMO ARALDO
Enrico di Hereford, Lancaster e Derby si batte qui per Dio, per il suo Re e per se stesso a rischio di esser proclamato codardo e mendace, per provare che il Duca di Norfolk, Tommaso Mowbray, è un traditore di Dio, del suo Re e di se stesso, e lo sfida a dare inizio allo scontro.

SECONDO ARALDO
Qui sta Tommaso Mowbray, Duca di Norfolk, a rischio di esser proclamato codardo e mendace, per difender se stesso e per dimostrare che Enrico di Hereford, Lancaster e Derby tradisce Dio, il suo sovrano e se stesso. E bravamente, con pugnace impazienza, non attende che il segnale d'inizio.

MARESCIALLO
Squillate, trombe! e voi contendenti, all'assalto!


Suona la carica.

Al tempo!

 

Il Re getta a terra il bastone.

RICCARDO
Che mettan da parte gli elmi e le lance e ritornino entrambi ai loro scanni. Ritiratevi con noi, e date fiato alle trombe: tra poco riferiremo ai Duchi il nostro verdetto.


Uno squillo prolungato.

Avvicinatevi e udite la decisione a cui siam pervenuti. Il suolo del nostro regno non deve esser macchiato da quel sangue prezioso che esso ha nutrito; i nostri occhi si rivoltano alla vista crudele di ferite fratricide inferte da spade amiche; e noi pensiamo che le aquile dell'orgoglio, di un'impennata ambiziosa che punta dritto al cielo vi abbia istigato, per gelosia reciproca, a turbare la pace, che nella culla della nostra patria dormiva il dolce sonno di un tenero infante. Tale brusco risveglio, con l'ingrato, tumultuoso rullar di tamburi, un tremendo, strepitoso clangore di trombe, ed il cozzo stridente di irate armi ferrigne, potrebbe fugare dalle nostre serene contrade la pace diletta, e farci guazzare in fiumi di sangue fraterno. Per tutto questo sarete banditi dai nostri confini. Voi, cugino Hereford - pena la morte - finché cinque e cinque estati non siano passate, a far ricchi i campi, non rivedrete i nostri bei possedimenti ma batterete gli sconosciuti sentieri dell'esilio.

BOLINGBROKE
Sia fatto il vostro volere. Una cosa mi sarà di conforto: quel sole che vi riscalda quaggiù splenderà anche per me, e questa aureola d'oro ch'esso vi presta investirà anche me, a fare dorato il mio esilio.

RICCARDO
Norfolk, per te c'è in serbo un fato più duro, che non senza riluttanza m'induco a decretare. Le lente, ingannevoli ore non dovranno scandire il tempo illimitato del tuo sofferto esilio. Le parole senza speranza, "non tornare mai più", io pronuncio per te: l'alternativa è la morte.

MOWBRAY
Una dura sentenza, mio sire e temuto sovrano, ed affatto inattesa, in bocca all'Altezza Vostra. Ben altra ricompensa, e non la grave mutilazione del ritrovarmi ramingo sotto la cappa del cielo, avrei meritato per mano di Vostra Altezza. La lingua appresa in questi quarant'anni, il mio inglese natio, devo ora dimenticare, ed ora questa mia lingua non mi servirà a nulla, come una viola o un'arpa prive di corda, o come un prezioso strumento chiuso nella sua custodia, o se non chiuso, messo in mano di gente che ignorandone il tocco non sa trarne armonia. Voi incarcerate la lingua nella mia bocca, dietro una duplice serranda di denti e di labbra, ed un'ottusa, insensibile, sterile ignoranza farà da carceriera per vigilar su di me. Son troppo vecchio per correr dietro alla balia, troppo cresciuto per fare lo scolaretto. Che altro è la tua sentenza, se non il silenzio della morte, che alla mia lingua nega la vita, l'idioma nativo?

RICCARDO
Non ti conviene cercare di commuoverci. A sentenza pronunziata, è tardi per recriminare.

MOWBRAY
Allora non posso che dire addio alla luce della patria, per calarmi tra le ombre meste di una notte senza fine.

RICCARDO
Torna sui tuoi passi, e porta via con te un giuramento. Posate le vostre mani di esuli sulla spada del Re. Giurate per i doveri che avete verso Dio - quelli verso di noi sono banditi con voi - di tener fede agli impegni che vi imponiamo. Giurate che mai - con l'aiuto di Dio e della vostra lealtà - vi abbraccerete da amici durante l'esilio, né mai vi ritroverete viso a viso, né mai vi scriverete, vi scambierete saluti o dissiperete la nube tempestosa dell'odio covato in patria; né mai v'incontrerete col meditato proposito di tramare, architettare, complottare atti ostili contro di noi, il nostro potere, i nostri sudditi o il nostro paese.

BOLINGBROKE
Lo giuro.

MOWBRAY
Anch'io osserverò tutto questo.

BOLINGBROKE
Norfolk - sia detto da nemico a nemico - a quest'ora, se il Re ce l'avesse permesso, una delle nostre anime andrebbe raminga per l'aria, bandita dal fragile sepolcro della carne, così come la nostra carne è oggi bandita dal paese. Confessa i tuoi tradimenti prima di lasciare il regno! Dal momento che devi andare lontano, non ti portare sul dosso l'ingombrante fardello di un'anima colpevole.

MOWBRAY
No, Bolingbroke. Se mai io fui traditore sia cancellato il mio nome dal libro dei vivi, ed io sia bandito dal cielo, come lo sono da qui. Ma quel che sei tu lo sa Dio, e lo sappiamo tu ed io, e temo che sin troppo presto al Re costerà molto caro. Addio, mio Sire. Ormai non posso più smarrire la via: esclusa l'Inghilterra, ogni via del mondo è la mia.

 

Esce.

RICCARDO
Zio, nello specchio dei tuoi occhi vedo il tuo cuore straziato. Il tuo aspetto mesto ha già strappato quattr'anni dal tempo dell'esilio. (A Bolingbroke) Trascorsi sei gelidi inverni, dal bando, potrai rientrare in patria da benvenuto.

BOLINGBROKE
Quanto tempo è racchiuso in una breve battuta! Quattro tediosi inverni, quattro gioiose primavere dissolti in un sol fiato: tale è il fiato dei re!

GAUNT
Ringrazio il mio sovrano, che per riguardo a me abbrevia di quattro anni l'esilio del mio figliolo. Ma un ben scarso vantaggio potrò io ricavarne: prima che i sei anni che gli restano da scontare rinnovino le loro lune e faccian passare i mesi, la mia lucerna senz'olio, la mia luce resa fioca dal tempo, saranno estinti dall'età e dalla notte senza fine, questo mio moccolo residuo sarà arso e disciolto, e la cieca morte farà sì ch'io non veda mio figlio.

RICCARDO
Suvvia, zio, hai ancora molti anni da vivere.

GAUNT
Ma non un minuto, o Re, che possa darmi tu. Tu puoi accorciare i miei giorni, in un tetro dolore, sottrarmi qualche notte: non puoi prestarmi un mattino. Puoi aiutare il tempo a scolpirmi in viso i solchi dell'età, ma non una ruga puoi tu fermare, nel suo itinerario terreno. La tua parola basta al tempo per far sua la mia morte: da morto, non basta il tuo regno a riscattar la mia vita.

RICCARDO
Tuo figlio è messo al bando per meditato consiglio, e anche la tua parola contribuì al verdetto. Per la nostra giustizia, adesso, perché risentirsi?

GAUNT
Le cose dolci al palato sono acide a digerirsi.
Mi avete eretto a giudice, ma avrei voluto piuttosto che mi aveste imposto di parlare da genitore. Oh, fosse stato un estraneo, e non la mia creatura, sarei stato più clemente nel trovargli attenuanti. Ad un'accusa di parzialità ho voluto sottrarmi, e in quel verdetto ho distrutto la mia vita stessa. Ahimè, io mi attendevo che uno di voi mi venisse a dire che ero troppo severo, nel disfarmi del mio, ma alla mia lingua riluttante voi avete concesso, contro la mia volontà, di fare gran torto a me stesso.

RICCARDO
Cugino, addio. Tu, zio, lo dovrai salutare. per sei anni bandito, e non gli resta che andare.


Esce con il seguito.
Squillo di tromba.

AUMERLE
Cugino, addio. Ciò che di persona non potrete dirci, ditecelo per lettera, dal luogo del vostro esilio.

MARESCIALLO
Mio Duca, non mi congedo ancora; cavalcherò al vostro fianco sino a raggiungere il mare.

GAUNT
Oh, a qual fine sei tanto avaro di parole da non rispondere al saluto degli amici?

BOLINGBROKE
Ne ho troppo poche per congedarmi da voi proprio ora che la mia lingua dovrebbe farne gran spreco, per dare sfogo al traboccante dolore del cuore.

GAUNT
Ma starai via per così poco tempo!

BOLINGBROKE
Senza gioia, sarà un tempo di dolore.

GAUNT
Cosa sono sei inverni? Sono presto passati.

BOLINGBROKE
Sì, per la gioia. Per il dolore, un'ora ne vale dieci.

GAUNT
Fai conto che sia un viaggio di piacere.

BOLINGBROKE
Il mio cuore sospira, a dargli un nome siffatto, quando per lui è un pellegrinaggio forzato.

GAUNT
Il malinconico tragitto dei tuoi passi stanchi fa' conto che sia il metallo su cui incastonare la pietra preziosa del tuo ritorno in patria.

BOLINGBROKE
Al contrario! Ogni passo tedioso ch'io possa fare non farà che ricordarmi quanta parte di mondo mi starà allontanando dalle pietre che amo. Non devo forse servire un lungo apprendistato per cammini stranieri, per poi, alla fine, da libero artigiano, di null'altro vantarmi che aver girato il mondo da schiavo del dolore?

GAUNT
Tutti i luoghi su cui si posa l'occhio del cielo sono per l'uomo saggio porti e approdi felici. Lo stato di necessità t'insegni a ragionare così: che tanto vale far di necessità virtù. Non pensare che è stato il Re a bandirti: tu hai bandito il Re. Il dolore è tanto più pesante quando si sente tollerato a fatica. Va', di' che son io a mandarti in giro in cerca d'onori, non che il Re ti ha esiliato; o immagina che un'insaziata pestilenza ammorbi l'aria di casa, e che tu prendi il volo verso climi più sani. Pensa alle cose che ti sono più care, e fa' conto di ritrovarle sul tuo cammino, non di averle alle spalle. Fa' finta che gli uccelli canori siano dei musici, che l'erba che calpesti sia il tappeto della sala del trono, che i fiori sian belle dame, e i tuoi passi null'altro che un'incantevole figura di danza, ad un ballo: poiché il dolore ringhioso è meno incline a azzannare l'uomo che se la ride e non si fa spaventare.

BOLINGBROKE
Oh, chi può tenere il fuoco nel palmo della mano, sol perché pensa al Caucaso ghiacciato? O saziare il morso assillante della fame semplicemente immaginando una mensa imbandita? O rotolarsi ignudo nella neve, in dicembre, pensando all'estate torrida della sua fantasia? Oh no, è proprio la coscienza del meglio a dare maggior pregnanza alla coscienza del peggio. Il dente maligno del dolore non reca mai tanto strazio che quando addenta senza incidere la piaga.

GAUNT
Via, via, figlio mio, ti metto io sulla strada. Alla tua età, e nei tuoi panni, non vorrei certo restare.

BOLINGBROKE
Allora addio, Inghilterra! Addio, dolce terra, madre mia, nutrice che ancora mi dai sostegno! Dovunque io vada, di questo potrò sempre andar fiero: pur se bandito, resto un inglese, e un inglese vero!

 

Escono.

 

 

 

atto primo - scena quarta


Entrano il Re con Bagot e Green da una parte, e Lord Aumerle dall'altra.

RICCARDO
L'abbiamo notato anche noi. Cugino Aumerle, fin dove l'avete scortato, il superbioso Hereford?

AUMERLE
Il superbioso Hereford - se così lo chiamate - l'ho scortato non oltre la più vicina strada maestra, e colà l'ho lasciato.

RICCARDO
E dite, quante ne avete sparse, di lacrime d'addio?

AUMERLE
Neanche una, per quanto mi riguarda. Ma il vento di nord-est che ci sferzava pungente in pieno viso ha risvegliato certi umori latenti: e così, per caso, poté adornare d'una lacrimuccia un addio insincero.

RICCARDO
Che disse nostro cugino al momento del distacco?

AUMERLE
"Addio!"
E poiché il mio cuore sdegnava di profanar con la lingua quella parola, m'insegnò l'astuzia di fingere d'esser prostrato da un tale dolore che ogni parola parve sepolta nella tomba del mio strazio. Perdiana, se la parola "Addio" avesse potuto prolungare le ore e aggiungere anni al suo pur breve esilio, ne avrebbe raccolto un volume, di addii. Ma dal momento che così non era, da me, neanche uno.

RICCARDO
È nostro cugino, cugino: ma è dubbio che, quando a suo tempo tornerà dall'esilio, il nostro congiunto verrà a rivedere i suoi amici. Noi stessi e Bushy, e anche Bagot e Green, lo abbiamo osservato, che s'ingraziava la gente del popolo: come sembrava conquistarne i cuori, sempre modesto, affabile e cortese; che spreco di riguardi, tributati a dei servi, nel corteggiare umili artieri con l'arte del sorriso, pazientemente rassegnato alla sua sorte, quasi a portarsi in esilio anche il loro affetto! Che scappellarsi, per la donna delle ostriche! Un paio di carrettieri gli grida, "Dio v'assista!" e lui svelto ricambia piegando il ginocchio con un "Grazie, compatrioti, miei buoni amici" come se l'Inghilterra nostra fosse lui a ereditarla, e fosse lui la futura speranza dei nostri sudditi.

GREEN
Bene, adesso è partito, e con lui questi pensieri. Ora per i ribelli che tengono duro in Irlanda occorre trovare, mio Sire, qualche urgente rimedio, prima che nuovi indugi dian loro nuovi vantaggi, e nuovi mezzi, a scapito dell'Altezza Vostra.

RICCARDO
Noi stessi, di persona, andremo a questa guerra. E poiché i nostri forzieri, con una corte così grande, munifica e sfarzosa si sono un po' alleggeriti, siamo costretti ad appaltare le imposte in tutto il reame: e dai proventi di esse trarremo i mezzi per gli affari correnti. Se questo non dovesse bastare i nostri luogotenenti in patria avran carta bianca. Per cui, una volta accertato chi sono i più ricchi, essi dovranno tassarli con grossi prelievi in oro, che poi invieranno a noi, per sopperire ai nostri bisogni. E noi partiremo senza indugio per l'Irlanda.


Entra Bushy.

Bushy, che c'è di nuovo?

BUSHY
Il vecchio Giovanni di Gaunt, Sire, è gravemente infermo. Un attacco improvviso: mi manda a briglia sciolta ad implorare Vostra Maestà di andarlo a trovare.

RICCARDO
Dove si trova?

BUSHY
A Ely House.

RICCARDO
Ora, mio Dio, metti in mente al suo medico di spingerlo nella fossa più presto che può! La sola fodera dei suoi forzieri basterà a far casacche da rivestirci i soldati per le campagne d'Irlanda. Venite, signori, andiamo insieme a trovarlo. Preghiamo Iddio di far presto, e arrivar troppo tardi!

TUTTI
E così sia.

 

Escono.

 

Indice Teatro

Inizio pagina

 


 

Riccardo II

(“The Tragedie of King Richard the Second” - 1595)

 

 

atto secondo - scena prima

 

Entrano Giovanni di Gaunt, infermo, con il Duca di York e altri.

 

GAUNT
Verrà il Re, ch'io possa esalare l'ultimo respiro dando saggi consigli alla sua giovinezza incostante?

YORK
Non state a tormentarvi, e risparmiate il fiato, ché ogni consiglio è sprecato per quelle orecchie.

GAUNT
Oh, ma dicono che le lingue dei moribondi s'impongano all'attenzione come armonie dal profondo. Dove si parla a fatica non si fa spreco di parole, poiché chi parla soffrendo dice la verità. Colui che mai più parlerà è sempre più ascoltato di chi, giovane e spensierato, ha solo imparato a piacere. È la fine di un uomo che lascia il segno, più che tutta una vita. Il sole al tramonto, le ultime note di una melodia, l'ultimo assaggio di un dolce - e l'ultimo è sempre il più dolce - s'imprimono nel ricordo più di ogni cosa passata. Anche se Riccardo non mi ascoltò mai da vivo, il mesto sermone di un morituro può forse sturargli le orecchie.

 

YORK
No, esse son frastornate dalla lusinga di ben altri suoni: lodi, da cui anche i saggi si lascian gratificare; poemi voluttuosi, le cui cadenze corruttrici trovano sempre attento e partecipe l'orecchio dei giovani; pettegolezzi sulle mode della splendida Italia, i cui costumi tuttora la nostra impacciata nazione segue a pie' zoppo e scimmiotta in basse imitazioni. Esiste al mondo qualche futile novità - non importa quanto futile, purché sia novità - che non gli venga lì per lì insufflata all'orecchio? Troppo tardi, allora, si fan sentire i consigli, là dove il capriccio si ribella alla voce della ragione. Non dar consigli a chi vuol fare di testa sua. Ti manca il fiato. Non sprecare quello che ti resta.

GAUNT
Mi sento come un profeta nell'atto dell'ispirazione, e questo, nell'atto di spirare, posso predire di lui: la sua impetuosa, violenta vampata di eccessi non può durare, ché più violento è l'incendio, più presto si spegne. La pioggerella dura a lungo, non una bufera improvvisa. Chi troppo dà di sproni è il primo a stancarsi, e il troppo cibo strozza chi si dà alle abbuffate. L'avidità di piaceri, cormorano insaziato, a forza di divorare divora ben presto se stessa. Questo superbo trono di re, quest'isola scettrata, questa terra di sovrani, questo soglio di Marte, novello Eden, quasi un paradiso, questa fortezza che la natura si è costruita contro ogni contagio o minaccia di guerra, questa razza d'uomini fortunati, questo piccolo universo, pietra preziosa incastonata nell'argenteo mare, che la difende, quasi come un vallo od un fossato circondano un maniero, contro l'invidia di meno elette nazioni; quest'aiuola beata, questa terra, questo reame d'Inghilterra nutrice e fertile fattrice di grandi monarchi, di una stirpe temuta, e di gloriosi natali, famosi per le loro gesta anche in terre lontane, da soldati di Cristo e cavalieri senza macchia, quali il sepolcro - fra i refrattari Giudei - di Chi ha redento il mondo, figlio di Maria benedetta; questa patria di anime nobili, questa cara, cara terra, il cui prestigio la rende amata nel mondo intero, è oggi data in appalto - lo dico in punto di morte - come un qualsiasi podere, o fattoria dissestata. L'Inghilterra, accerchiata dalla marea montante, le cui erte scogliere respingono l'ìnvido assedio del signor delle acque, Nettuno, è ora sommersa di vergogna, inzaccherata d'inchiostro, impastoiata da infami scartoffie. Quell'Inghilterra usa a asservire gli altri, è ignobilmente ridotta a asservire se stessa. Ah, se almeno lo scandalo si spegnesse con me! Con quanta letizia vivrei la mia morte imminente!

 

YORK
Arriva il Re. Usate riguardo alla sua giovane età: i puledri focosi son tanto più ombrosi, se li trattano male.

Entrano il Re, la Regina, Aumerle, Bushy, Green, Bagot, Ross e Willoughby.

REGINA
Come sta il nostro, nobile zio Lancaster?

RICCARDO
Che si dice, amico? Che dice il buon vecchio Gaunt?

GAUNT
Oh, il mio nome si addice alla mia condizione! Vecchio Gaunt davvero, un vecchio guanto malconcio! Dentro di me il dolore si macera in ingrato digiuno, e chi dalla carne si astiene non ne esce malconcio? Per troppo tempo ho vegliato sull'Inghilterra dormiente: le veglie ti fanno malconcio - come un guanto malconcio. La gratificazione di cui si nutrono gli altri padri a me è strettamente interdetta - intendo, la vista dei figli - ed è con questa astinenza che tu mi hai reso malconcio. Mi hai conciato per la tomba, che calza Gaunt come un guanto, un vuoto ricettacolo, la pelle per queste mie ossa.

RICCARDO
Può mai un infermo fare arzigogoli sul proprio nome?

GAUNT
No, ma l'infelicità è felice di prendersi in giro. Poiché tu vuoi assassinare, in me, il mio buon nome, io prendo in giro il mio nome, gran Re, per farti piacere.

RICCARDO
Da quando in qua i morenti lusingano i vivi?

GAUNT
No, no, sono i vivi a compiacere i morenti.

RICCARDO
Ma tu, morente, dici che vuoi compiacermi.

GAUNT
Oh no! Sei tu il morente, anche se io sto peggio di te.

RICCARDO
Io sto bene, son vivo e vegeto. Ma te - ti vedo male.

GAUNT
Son io a vederti male, come ben sa il mio Creatore. Sto male e non ti vedo bene, ma quel che in te vedo sta male. Null'altro che il tuo paese è il tuo letto di morte, ove tu giaci, menomato nell'onore. E da infermo malconsigliato - ché tale tu sei - il tuo corpo di re consacrato hai consegnato alle cure di quegli stessi guaritori che, per primi, ti han reso infermo. Mille adulatori allignano nella tua corona - un cerchio non più grande del tuo capo - eppure, ingabbiato in ambito sì circoscritto, il guasto è esteso quanto l'intero paese. Oh, se tuo nonno, con occhio di profeta, avesse visto come il figlio di suo figlio distrugge i suoi figli, avrebbe messo tanta ignominia fuori della tua portata, ti avrebbe deposto, pur di non farti ereditar la corona che ora hai ereditato, solo per farti deporre. Ebbene, nipote mio, quand'anche tu fossi reggitore del mondo, sarebbe un'ignominia - dar questa terra in appalto, ma poiché del mondo non possiedi che questa terra non è tanto più ignominiosa una tale ignominia? Dell'Inghilterra non sei più il re, ma il proprietario; sovrano della legge, sei oggi infeudato alla legge, e per di più...

RICCARDO
Da lunatico, folle e rimbambito forte dell'impunità dovuta al tuo stato febbrile, tu osi, col brivido di morte delle tue prediche, farci sbiancare in viso, cacciare il sangue del Re, con furia, dalla sua sede naturale. Ora, per la legittima reale maestà del mio trono, se tu non fossi fratello del figlio del grande Edoardo, la lingua che rotola insolente nella tua testa te la farebbe rotolare, la testa, da quelle spalle insolenti.

GAUNT
Oh, non mi risparmiare, figlio di mio fratello Edoardo, solo perché son figlio di suo padre Edoardo. Quel sangue già, come fa il pellicano, tu l'hai spillato, e tracannato da ebbro. Mio fratello Gloucester, anima semplice e generosa, - il cielo l'abbia in gloria tra le anime beate! - può fare da precedente, e da buon testimone, che non ti fai certo scrupolo di versare quel sangue. Fa' lega con il morbo che mi attanaglia, e la tua crudeltà, come la curva falce della vecchiezza, tronchi di colpo un fiore da tempo appassito. Vivrai nella tua ignominia, ma l'ignominia non morrà con te. Queste parole ti siano di sempiterna tortura! Portatemi al mio letto, e di lì alla sepoltura. Solo chi è amato e onorato può amare la vita.

 

Esce.

RICCARDO
Chi è vecchio, e in più bisbetico, merita di morire: tu sei vecchio e bisbetico, va' a farti seppellire!

YORK
Scongiuro Vostra Maestà, considerate le sue parole vaneggiamenti dell'età e dello stato febbrile. Sulla mia vita, egli vi ama, e vi vuole bene: come anche Harry, Duca di Hereford, se fosse qui.

RICCARDO
Giusto, ben detto. Se Hereford mi ama, anche lui, sì. E il loro amore è ricambiato. Tanto meglio così.

Entra Nortbumberland.

NORTHUMBERLAND
Sire, il vecchio Gaunt saluta Vostra Maestà.

RICCARDO
Cos'ha ancora da dire?

NORTHUMBERLAND
Proprio nulla. È stato detto tutto. La sua lingua è ora uno strumento senza corde. Parole, vita e tutto ha speso il vecchio Lancaster.

YORK

Che una tal bancarotta venga adesso per York! Benché povera, la morte fa cessare ogni male mortale.

RICCARDO
È il frutto maturo a cadere per primo: doveva andare così. Il suo tempo è scaduto, il nostro pellegrinaggio comincia ora. E questo è quanto. E ora, alla guerra d'Irlanda. Dobbiamo sradicare quei fanti rozzi e irsuti, erbacce velenose di una terra ove ogni altro veleno è bandito dove ad essi soltanto è consentito di vivere. E poiché le grandi imprese esigono grandi spese, a mo' di contribuzione noi qui confischiamo le argenterie, il contante, le rendite e i beni mobili già appartenuti a nostro zio Gaunt.

YORK
Fino a quando dovrò portare pazienza? Fino a quando la dedizione al dovere m'indurrà a tollerare il sopruso?
Non la morte di Gloucester, né l'esilio di Hereford, né gli affronti a Gaunt o i torti fatti a sudditi inglesi, né il veto opposto al povero Bolingbroke per il suo matrimonio, né l'essere io stesso caduto in disgrazia, han mai inasprito la bonomia del mio volto; né ho mai fatto una piega, di fronte al mio sovrano. Io sono l'ultimo nato del nobile Edoardo, tuo padre, il Principe di Galles, era il primogenito. Mai in guerra si vide leone più fiero e feroce, o in pace agnello più dolce e mansueto di quel giovane principe e cavaliere. Tu hai di lui il volto, ché lui era proprio così quando aveva esattamente l'età tua: ma se lui faceva la faccia feroce, era contro i Francesi, non contro i suoi compagni. La sua nobile mano quel che spendeva se l'era guadagnato, e mai egli spese quel che la mano vittoriosa del padre aveva conquistato. Le sue mani non si macchiarono mai del sangue dei suoi cari: solo del sangue dei nemici dei suoi cari. Oh, Riccardo! York, sopraffatto dal dolore, ha perso la testa, o mai altrimenti farebbe confronti del genere.

RICCARDO
Insomma, zio, che cosa vi prende?

YORK
Oh, mio Sire, perdonatemi, v'imploro. Se non lo farete, contento del mancato perdono, mi riterrò soddisfatto. Non cercate di metter le mani con la confisca sugli appannaggi e i diritti dell'esiliato Hereford? Non è morto Gaunt? Non vive forse Hereford? Non era un giusto, Gaunt? Ed Enrico, non vi è fedele? Non meritava l'uno di avere un erede? Non è il suo erede un figlio più che degno? Spoglia Hereford dei suoi diritti, e avrai sottratto al tempo ogni diritto e statuto sancito dalle consuetudini. Fa' che il domani non tenga dietro all'oggi, non esser quel che sei: come puoi fare il re, se non per chiara e diretta linea di successione? Ora, davanti a Dio - Dio voglia che mi sbagli! - se voi vi riprendete illegalmente i diritti di Hereford, se revocate le lettere patenti che l'autorizzano, a mezzo dei suoi procuratori, a rivendicare la sua eredità, se respingete l'omaggio che vi offre, vi attirerete sul capo mille pericoli, vi alienerete le simpatie di mille cuori, e istigherete la mia duttile pazienza a pensieri che onore e fedeltà non osano intrattenere.

RICCARDO
Pensate quel che vi pare. Noi prendiamo possesso dei suoi argenti, dei beni, del denaro e delle terre.

YORK
Io non intendo esserci. Addio, mio Sire. Quello che avverrà dopo, nessuno lo può dire: ma sia ben chiaro che le cattive azioni dan sempre risultati men che buoni.

 

Esce.

RICCARDO
Andate, Bushy, e subito, dal Conte di Wiltshire. Ditegli di presentarsi da noi, a Ely House, per questa faccenda. Domani mattina partiamo per l'Irlanda: ed era tempo, credo. E in assenza della nostra persona noi creiamo Governatore d'Inghilterra nostro zio York: è uomo d'onore, e ci ha sempre lealmente serviti. Venite, o Regina: domani dovremo separarci. Siate lieta: ben poco è il tempo che ci resta.


Fanfara.

Escono il Re, la Regina e gli altri eccettuati Northumberland, Willoughby, e Ross.

NORTHUMBERLAND
Bene, signori: il Duca di Lancaster è morto.

ROSS
Ma pur sempre vivo: ora il Duca è suo figlio.

WILLOUGHBY
Duca sì e no di nome, perduti i suoi appannaggi.

NORTHUMBERLAND
Avrebbe l'uno e gli altri, se ci fosse giustizia.

ROSS
Ho il cuore gonfio. Il mio silenzio lo farà scoppiare, prima che possa dare la stura alla mia loquela.

NORTHUMBERLAND
Ma no, di' quel che pensi; e ammutolisca per sempre chi riferirà le tue parole per farti del male.

WILLOUGHBY
Riguarda il Duca di Hereford quel che vorresti dire? Se sì, fuori il rospo, amico: fatti coraggio! Il mio orecchio è pronto ad ascoltare chi vuole il suo bene.

ROSS
Non c'è nulla ch'io possa fare per lui, a meno di chiamare "bene" la pietà che ho per lui, privato e mutilato così del suo patrimonio.

NORTHUMBERLAND
Davanti a Dio, è un'infamia che tali torti sian fatti a lui, un principe del sangue, e a tanti altri di nobile schiatta, in questo paese allo sbando. E Re non è più lui, vilmente influenzato com'è da adulatori; e quel che costoro gli vanno dicendo per puro astio nei confronti di alcuno di noi, quello il Re ce lo farà duramente scontare: a noi, alle nostre vite, ai nostri figli ed eredi.

ROSS
Ha tartassato il popolo con tasse onerose e perso il suo favore. I nobili li ha gravati di ammende per vecchie cause perse, e se li è fatti nemici.

WILLOUGHBY
Ed ogni giorno s'inventano nuovi balzelli, con mandati in bianco, prestiti forzosi e Dio solo sa cosa. Che fine ha fatto, in nome di Dio, tutto questo denaro?

NORTHUMBERLAND
Non se lo son mangiato le guerre, ché non ne ha fatte, sempre svendendo con vile compromesso quello che i suoi antenati conquistarono sul campo. Ha speso più lui in pace che loro in guerra.

ROSS
Il Conte di Wiltshire ha il reame in appalto.

WILLOUGHBY
E il Re fa bancarotta come un fallito qualunque.

NORTHUMBERLAND
Sulla sua testa incombono disonore e rovina.

ROSS
Non ha denaro per queste campagne in Irlanda, con tutte le sue pesanti esazioni, se non derubando il Duca in esilio!

NORTHUMBERLAND
Il suo nobile congiunto! O Re degenerato! Signori, noialtri sentiamo l'urlo d'una tremenda tempesta, eppure non cerchiamo riparo da questa bufera. Vediamo la velatura flagellata dal vento, e invece di ammainarla andiamo imperterriti a morte.

ROSS
Vediamo coi nostri occhi il naufragio imminente, e ormai non scamperemo al disastro, visto che ne abbiamo tollerato le cause.

NORTHUMBERLAND
No. Persino di tra le vuote occhiaie della morte io intravedo segnali di vita; ma non oso dirvi quanto è vicina la buona novella del nostro riscatto.

 

WILLOUGHBY
Suvvia, mettici a parte dei tuoi pensieri, come noi con te.

ROSS
Trova il coraggio di parlare, Northumberland.
Noi tre e tu siamo una cosa sola: se tu ci parli, le tue parole resteranno soltanto pensate. Su, fatti coraggio.

NORTHUMBERLAND
Allora sentite: da Port-le-Blanc, insenatura brettone, mi è giunta l'informazione che Enrico Duca d'Hereford, Rinaldo Lord Cobham, il figlio di Riccardo Conte di Arundel, che tempo fa fuggì di casa dal Duca di Exeter, il fratel suo, già Arcivescovo di Canterbury, Sir Thomas Erpingham, Sir John Ramston, Sir John Norbery, Sir Robert Waterton e Francis Quoint - tutti costoro, ben equipaggiati dal Duca di Bretagna con otto grossi vascelli e tremila armigeri, puntano qui con la massima speditezza, e contano di toccar terra tra breve nel nord del paese. Anzi, sarebbero già sbarcati, ma preferiscono attendere che prima il Re s'imbarchi per l'Irlanda. Se allora vorremo scrollarci di dosso il giogo del servaggio, sanare l'ala spezzata del nostro paese in declino, riscattare dal monte dei pegni la corona avvilita, nettare lo scettro dorato dalla polvere che lo offusca e restituire al trono la maestà che fu sua, via di corsa con me, venite a Ravenspurgh. Ma se tentennate, se avete paura di fare in questo modo, restate, e acqua in bocca: ci andrò io da solo.

ROSS
A cavallo, a cavallo! Bando alle esitazioni di chi osa tremare!

WILLOUGHBY
Se ce la fa il mio cavallo, sarò il primo a arrivare.


Escono.

 

 

 

atto secondo - scena seconda

 

Entrano la Regina, Bushy e Bagot.

BUSHY
Signora, la Vostra Maestà è troppo triste. Avevate promesso, nel prender commiato dal Re, di metter da parte la perniciosa mestizia e di serbare la vostra letizia.

REGINA
Lo feci solo per compiacere il Re. Per me stessa non saprei farlo. Del resto, non vedo il motivo di far buon viso a un ospite come il dolore, se non per dire addio a un ospite tanto gradito quanto il mio dolce Riccardo.

Eppure io sento che un'afflizione non ancora nata, matura nel grembo della sorte, mi si sta preparando, e nel fondo dell'anima, tremo per un nonnulla. C'è un qualcosa che mi tormenta, più ancora che il dire addio al Re mio signore.

 

BUSHY
La sostanza di un'afflizione ha venti ombre, che di essa han tutta l'apparenza, ma non la realtà. L'occhio del dolore, col velo deformante delle lacrime, in molti altri rifrange un unico oggetto: come quei prismi che, a guardarci dentro, mostrano solo immagini confuse; ma viste di scorcio, forme chiare e distinte. Così la Vostra dolce  Maestà, vedendo come di scorcio la partenza del signor vostro, in essa scopre, oltre a lui, l'immagine di altri dolori che, visti per quello che sono, non son che fantasmi di realtà inesistenti. E allora, tre volte graziosa Regina, piangete pure la partenza del vostro signore: non altro, ché altro non c'è o, se ci fosse, sarebbe distorto dall'occhio del dolore, che lamenta realtà immaginate quasi fossero vere.

REGINA
Può darsi; eppure, in fondo all'anima mia, sono convinta che così non è. Sia come sia, non posso esser che triste: una tristezza sì greve che, sebbene io mi sforzi di non pensare a nulla, questo nulla mi pesa, mi fa venir meno, mi annulla.

BUSHY
Null'altro che una fantasia, mia graziosa sovrana.

REGINA
Tutt'altro. Una fantasia deriva pur sempre da qualche dolore che l'ha generata. Non così questa mia, poiché nulla ha generato questo mio strano tormento - o qualcosa di strano, il nulla che mi tormenta, che non è ancora mio, ma è in serbo nel mio futuro. Che cosa sia - qualunque cosa esso sia - o come, non posso dirlo: so solo ch'è un tormento senza nome.

Entra Green.

GREEN
Dio salvi Vostra Maestà. Salute a voi, signori. Spero che il Re non sia già salpato per l'Irlanda.

REGINA
Perché lo speri? Meglio sperare di sì: i suoi piani esigono prontezza, alla prontezza serve la speranza. E allora perché speri che non sia salpato?

GREEN
Perché in tal caso lui, nostra speranza, farebbe in tempo a richiamare i suoi, e far disperata la speranza del nemico, sbarcato in forze sulla nostra terra. Il bandito Bolingbroke si è amnistiato da solo, e senza intoppi, armato fino ai denti, è giunto a Ravenspurgh.

REGINA
Oh, Dio non voglia!

GREEN
Ah, signora, è sin troppo vero! E quel ch'è peggio il Conte di Northumberland, il suo giovane erede Enrico Percy, i signori di Ross, Beaumont e Willoughby, con tutti i loro potenti amici sono passati a lui.

BUSHY
Perché non li avete proclamati traditori, Northumberland e il resto della banda di rivoltosi?

GREEN
Già fatto. E a questo punto il Conte di Worcester ha spezzato il suo bastone, si è dimesso da Ciambellano, e tutti gli addetti della real casa son fuggiti con lui da Bolingbroke.

REGINA
Cosicché, Green, tu fai da levatrice al mio strazio, e Bolingbroke è l'orrido parto delle mie ansietà. Ora sì che la mia anima l'ha partorito, il mostro, ed io, madre appena sgravata, ancora ansimante, ho aggiunto doglia a doglia, affanno ad affanno.

BUSHY
Non disperate, signora.

REGINA
Chi me lo può vietare? Io voglio disperare, ed esser nemica dell'insidiosa speranza. È un'adulatrice, costei: una parassita che tiene a bada la morte, la quale disfa dolcemente l'ordito di quella vita che la speranza mendace prolunga sino all'estremo.

Entra York.

GREEN
Ecco il Duca di York.

REGINA
Le sue spalle di veterano armate di segni di guerra! Oh, di quante ansietà si è gravato il suo sguardo!
Zio, per amor del cielo, diteci parole di conforto.

YORK
Se lo facessi, direi il contrario di ciò che penso. Il conforto è in cielo, e noi siamo in terra, dove la vita è fatta solo di tribolazioni, dolori e ansietà. Vostro marito se ne va a vincere in terre lontane, mentre altri vengono a farlo perdere in casa, e io son rimasto qui a puntellare il suo regno, io che, prostrato dagli anni, a malapena sto in piedi. Questa è l'ora del vomito, dopo la grande abbuffata: ora li metterà alla prova, gli amici che l'hanno adulato.

Entra un servitore.

SERVITORE
Mio signore, vostro figlio non c'era più, quando sono arrivato.

YORK
Davvero? Ebbene, che tutto vada come deve andare! I nobili sono fuggiti. E popolo è ostile: pronto ad insorgere, temo, al fianco di Hereford. Giovanotto, va' a Plashy da mia cognata Gloucester. Dille di farmi avere d'urgenza un migliaio di sterline. Aspetta: prendi il mio anello.

SERVITORE
Signore, dimenticavo di dire a Vossignoria: oggi, passando di lì, mi ci sono fermato... Ma se vi dico tutto vi darò un dispiacere.

YORK
Che altro c'è, malandrino?

SERVITORE
Un'ora prima del mio arrivo la Duchessa è spirata.

YORK
Misericordia divina! Che marea di sventure si sta abbattendo, di colpo, su questo disgraziato paese! Io non so cosa fare. Volesse il cielo che il Re - sia pur non per colpa di mia infedeltà - ci avesse fatto decapitare, a me e mio fratello. Come, neppure un corriere da spedire in Irlanda? E dove lo prendiamo il denaro per queste campagne? Suvvia, sorella - dovrei dire, cugina - vi prego, perdonatemi. Va', brav'uomo, fila a casa, procura dei carri, rastrella ogni arma che troverai in giro.

 

Esce il servitore.


Signori, che cosa aspettate ad adunare la truppa? Se vi dico che so come, in che modo sistemare le cose che mi han gettato tra capo e collo così alla rinfusa, rifiutate di credermi. Son tutti e due miei congiunti. L'uno è il mio sovrano, che il giuramento e il senso dei dovere m'impongono di difendere. L'altro è pur sempre un congiunto, cui il Re ha fatto un torto che la coscienza e la voce del sangue mi dicon di raddrizzare. Bene, qualcosa dovremo pur fare. Venite, cugina, mi occuperò io di voi. Signori, andate ad adunare gli uomini, e ritroviamoci senza indugio al castello di Berkeley. Dovrei anche correre a Plashy, ma me ne manca il tempo. Tutto è allo sbando, le cose si van proprio ingarbugliando.


Escono il Duca e la Regina. Restano Bushy, Bagot e Green.

BUSHY
Filari col vento in poppa, i dispacci per l'Irlanda: tutti senza risposta. Arruolare una forza che possa misurarsi col nemico è compito impossibile.

GREEN
E poi, l'affetto che portiamo al Re ci porta l'odio di chi il Re non lo ama.

BAGOT
Volete dire, del popolo incostante, che il cuore tien nella borsa: chiunque gliela vuoti, glielo riempie, in proporzione, di odio mortale.

BUSHY
Quand'è così il Re è condannato da tutti.

BAGOT
Se tocca al popolo giudicare, lo siamo anche noi, visto che al Re fummo sempre legati.

GREEN
Bene, io corro subito a rifugiarmi nel castello di Bristol. Il Conte di Wiltshire si trova già lì.

BUSHY
Anch'io vengo con voi: ben pochi riguardi ci useranno le turbe cariche d'odio, che ci farebbero tutti a pezzi da quei cani che sono. E voi? non verrete con noi?

BAGOT
No, io andrò in Irlanda da Sua Maestà. Addio.

Se i presagi del cuore non sono vani, noi tre ci separiamo per non rivederci mai più.

BUSHY
Dipende dalle fortune di York. Se respinge Bolingbroke...

GREEN
Ahilui, povero Duca! Sì è accollato l'impresa di contare i granelli di sabbia e vuotare gli oceani a sorsate. Per uno che si batte con lui, mille scappano a gambe levate. Addio ancora, una volta per tutte e per sempre.

BUSHY
Chissà, potremmo ritrovarci ancora.

BAGOT
O mai più, temo.


Escono.

 

 

 

atto secondo - scena terza

 

Entrano Bolingbroke Duca di Hereford, e Northumberland.

BOLINGBROKE
Quanto c'è di qui a Berkeley, signore?

NORTHUMBERLAND
Credetemi, nobile Duca, io non mi ci ritrovo, in questa contea di Gloucester. Queste alture ripide e selvose, i sentieri accidentati ci allungano ogni miglio, e ce lo fanno sudare. Pure, i vostri amabili discorsi, come zolle di zucchero, han reso dolce e piacevole l'aspro cammino. Però io penso a quella dura marcia da Ravenspurgh a Cotshall, a quel che sarà stata per Ross e Willoughby, senza la vostra compagnia che, vi assicuro, ha di molto alleviato l'interminabile lunghezza del tragitto. Per loro essa è addolcita dalla speranza di avere lo stesso privilegio di cui ora godo: e la speranza di un piacere è appena meno piacevole del piacere sperato. Così, quegli stanchi signori abbrevieranno il loro cammino come è stato per me grazie a quel che mi tocca: la vostra eletta compagnia.

BOLINGBROKE
La mia compagnia vale assai meno delle vostre gentili parole. Ma chi arriva adesso?

Entra Harry Percy.

NORTHUMBERLAND
È mio figlio, il giovane Harry Percy, mandato da mio fratello Worcester, chissà da dove. Harry, come sta lo zio?

PERCY
Pensavo, mio signore, di aver sue notizie da voi.

NORTHUMBERLAND
Ma come, non è con la Regina?

PERCY
No, mio buon signore. Lui ha abbandonato la corte, spezzato il bastone di comando, e licenziato i servi della real casa.

NORTHUMBERLAND
E per quale motivo? L'ultima volta che ci siamo parlati non era deciso a tanto.

PERCY
Perché Vostra Signoria è stato proclamato traditore. Ma lui, signore, è andato a Ravenspurgh a offrire i suoi servigi al Duca di Hereford, e mi manda ora a Berkeley a scoprire quanti soldati il Duca di York ha colà arruolati; con l'ordine di rientrar poi a Ravenspurgh.


NORTHUMBERLAND
Ragazzo, te lo ricordi, il Duca di Hereford?

PERCY
No, mio buon signore. Come si fa a ricordare chi non si è mai incontrato? Per quel che so, mai in vita mia gli ho messo gli occhi addosso.

NORTHUMBERLAND
Allora impara a conoscerlo: questo è il Duca.

PERCY
Mio nobile Duca, vi offro i miei servigi per quel che valgono, da giovane acerbo e inesperto. Il tempo e l'età mi faran più maturo, e degno di servirvi in prove più degne e meritorie.

BOLINGBROKE
Ti ringrazio, nobile Percy. Stai pur certo che nulla al mondo mi fa tanto felice quanto il ricordo dei buoni amici che serbo in cuore. E se il tuo affetto maturerà con le mie fortune, saranno queste il premio del tuo affetto leale. È il cuore a dettare il patto che questa mia mano suggella.

NORTHUMBERLAND
Quanto c'è da qui a Berkeley, e cosa mi combina laggiù il buon vecchio York con i suoi armati?

PERCY
Eccolo là il castello, presso quel ciuffo d'alberi, difeso da trecento uomini, a quanto si dice. Dentro ci sono il Duca di York, Berkeley e Seymour, ma nessun altro di tale rango o prestigio.

Entrano Ross e Willoughby.

NORTHUMBERLAND
Ecco i signori di Ross e Willoughby, a sproni insanguinati, paonazzi per la gran corsa.

BOLINGBROKE
Benvenuti, miei Pari. Il vostro affetto insegue un traditore e un bandito. Tutte le mie sostanze sono oggi un "grazie" senza sostanza; ma se avrò fortuna basterà a premiare il vostro affetto e le vostre fatiche.

ROSS
La vostra presenza è la nostra fortuna, nobilissimo Duca.

WILLOUGHBY
E vale assai più della fatica fatta per raggiungervi.

BOLINGBROKE
Ringraziamenti a non finire: l'erario del nullatenente, che sino a che la mia fortuna bambina non sarà adulta, dovrà passare per munificenza. Ma chi sta arrivando?

Entra Berkeley.

NORTHUMBERLAND
Sbaglio, o è Lord Berkeley?

BERKELEY
Mio Duca di Hereford, ho un messaggio per voi.

BOLINGBROKE
Signore, rispondo solo al nome di Lancaster: un nome che son venuto a riprendermi in Inghilterra, un titolo che intendo sentire dalle vostre labbra, prima di rispondere a qualsiasi cosa abbiate da dirmi.

BERKELEY
Non fraintendete, mio Duca. Non è mia intenzione sottrarre un solo titolo a quelli di Vostro Onore. Vengo da voi, mio Duca di... Duca di quel che volete, da parte dell'eccellentissimo reggente di questo reame, il Duca di York, per sapere che cosa vi spinga a profittare di questo interregno di assenza, ed a turbare la pace inglese con armi inglesi.

Entra York.

BOLINGBROKE
Non occorre che riportiate le mie parole. Ecco che arriva Sua Grazia in persona. Mio nobile zio!
 

S'inginocchia.

YORK
Mostrami un cuore devoto, e non un ginocchio, l'omaggio del quale è ingannevole e falso.

BOLINGBROKE
Vostra Grazia mio zio...

YORK
Ssst, ssst! Fammi grazia della grazia, lascia stare lo zio. Non faccio da zio ai traditori, e la parola "grazia" in una bocca disgraziata mi sa di bestemmia. Come hanno osato quelle gambe bandite e proscritte sfiorare, sia pur per un attimo, la polvere inglese? Ci son ben altri perché: perché hanno osato marciare per miglia e miglia sul placido cuore dell'Inghilterra, terrorizzandone i pavidi villaggi con atti di guerra e ostentazione di armi esecrande? Vieni perché il Re consacrato non c'è? Sappi, pivello che sei, che il Re è ancora qui: il suo potere è insediato nel mio petto leale. Se fossi tuttora signore della mia ardente gioventù, quando io e tuo padre, il valoroso Gaunt, salvammo il Principe Nero, quel giovane Marte, dall'incalzare di mille e mille Francesi, oh, allora farebbe presto a punirti questo mio braccio, oggi tremante ostaggio della paralisi, e ad infliggerti il giusto castigo della tua colpa!

BOLINGBROKE
Vostra Grazia mio zio mi dica qual è la mia colpa, in che cosa consiste, che cosa può averla causata?

YORK
Consiste nel più nefando di tutti i delitti: una brutale ribellione e un tradimento odioso. Tu sei stato esiliato, ma sei tornato qui prima dello scadere della tua sentenza, sfidando il tuo sovrano colle armi in pugno.

BOLINGBROKE
Quando fui messo al bando, mi chiamavo Hereford. Ora che torno, torno come Lancaster. Nobile zio, io supplico Vostra Grazia di guardare ai torti da me subìti con occhio imparziale. Voi siete un padre per me: quando vi guardo mi par di rivedere il vecchio Gaunt redivivo. E allora, padre, permetterete ch'io resti condannato a vagabondare in perpetuo, diritti e privilegi strappati a forza dalle mie insegne, e regalati a gente dissipata, che viene dal nulla? Son forse nato per questo? Se il Re mio cugino è il Re d'Inghilterra, ne consegue che io sono il Duca di Lancaster. Voi avete un figlio, il mio nobile cugino Aumerle: se foste morto per primo, e fosse lui il calpestato, in suo zio Gaunt  avrebbe trovato un padre per denunciare l'ingiustizia e vendicarla fino in fondo. Mi si nega di rivendicare quel ch'è mio legalmente, a cui le mie lettere patenti mi danno diritto; i beni di mio padre son tutti confiscati e venduti e, come tutto il resto, vengono sperperati. Cosa fareste al mio posto? Io sono un suddito, e mi appello alla legge. Mi si negano avvocati, ed io pertanto, in prima persona, vengo a reclamare la mia eredità di legittimo discendente.

NORTHUMBERLAND
Troppo grande è il sopruso subìto dal nobile Duca.

ROSS
Spetta a Vostra Grazia di rendergli giustizia.

WILLOUGHBY
Tanta gentaglia si è ingrassata sulle sue spoglie.

YORK
Miei Pari d'Inghilterra, lasciatemi dire una cosa: mi rendo conto dei torti subìti da mio nipote, e mi son prodigato a fondo per rendergli giustizia. Ma venire in tal guisa, armato fino ai denti, a fare il castigamatti, facendosi largo a fendenti, in cerca di una giustizia imposta con l'ingiustizia - no, non va. E voi che in quest'impresa gli tenete bordone, favorite la ribellione, e siete voi stessi ribelli.

NORTHUMBERLAND
E nobile Duca giura che viene soltanto per riprendersi il suo, e per questo suo diritto abbiamo tutti solennemente giurato di dargli aiuto: e possa mai ritrovare la gioia chi viola il giuramento.

YORK
E va bene: vedo già l'esito di questo conflitto. Non posso oppormi, devo confessarlo, ché le mie forze son deboli e male in arnese. Ma se potessi, per Colui che mi ha dato la vita, vi farei mettere ai ferri, per affidarvi a capo chino alla sovrana clemenza del Re. Poiché non posso, è bene che voi sappiate che mi asterrò da ogni azione. E fate buon viaggio: se non volete entrar nel castello e riposarvi, almeno per questa notte.

BOLINGBROKE
Un'offerta, zio, che siam lieti di accettare. Ma intendiamo convincere Vostra Grazia a venire con noi al castello di Bristol, che mi dicono in mano di Bushy, Bagot e dei bruchi loro compari, divoratori della cosa pubblica, che ho giurato di estirpare e far fuori per sempre.

YORK
Può darsi che venga con voi, ma ci devo pensare, ché mi ripugna violare le leggi del paese. Né amici, né nemici, ben volentieri io vi accolgo: dei mali senza rimedio, ormai più non mi dolgo.

 

Escono.

 

 

 

atto secondo - scena quarta

 

Entrano il Conte di Salisbury e un capitano gallese.

CAPITANO
Mio conte di Salisbury, son dieci giorni che aspettiamo, e i miei gallesi è stato difficile tenerli a bada; ma non sapendo che fine ha fatto il Re, a questo punto ce ne torniamo a casa. Addio.

SALISBURY
Resta qui ancora un giorno, mio fidato gallese. Il Re ripone in te tutta la sua fiducia.

CAPITANO
Dicono che il Re è morto. Non resteremo qui. Le piante di lauro, nel nostro paese, si sono seccate, meteore fanno tremare le stelle fisse del cielo, la pallida luna appare in terra rossa come il sangue, e allampanati indovini mormorano di tragici mutamenti. I ricchi han l'aria mesta, i ribaldi ballano e saltan di gioia, gli uni per tema di perdere le ricchezze che hanno, gli altri perché acquisteranno ricchezze, fra guerre e razzie. Questi presagi annunciano la morte o caduta dei re. Addio. I miei conterranei si son tutti squagliati, ché Re Riccardo è morto: così li hanno informati.

 

Esce.

SALISBURY
Ah Riccardo! Con gli occhi di una mente turbata, vedo la tua gloria, come una stella cadente, precipitare dal firmamento sull'ignobile terra. Il tuo sole tramonta in lacrime in un plumbeo occidente, presagio d'incombenti tempeste, di torbidi e lutti. I tuoi amici son corsi a dar man forte ai nemici, e la fortuna ostile ti nega i suoi benefici.

 

Esce.

 

Indice Teatro

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Riccardo II

(“The Tragedie of King Richard the Second” - 1595)

 

 

atto terzo - scena prima

 

Entrano Bolingbroke, York, Northumberland, Ross, Percy, e Willoughby, con Bushy e Green prigionieri.

 

BOLINGBROKE
Fate entrare costoro. Bushy e Green, non voglio tormentare le vostre anime - visto che fra poco dovranno lasciare il corpo - rinfacciandovi troppo le vostre scelleratezze. Non sarebbe caritatevole. Pure, per lavare il vostro sangue dalle mie mani, qui, alla presenza di testimoni, rivelerò alcune delle ragioni per cui vi mando a morte. Avete traviato un principe, un regale sovrano, un cavaliere eletto, di sangue nobile e nobili fattezze, che avete reso ignobile e in tutto imbastardito. Voi avete, in tante ore peccaminose, creato una sorta di divorzio tra lui e la sua regina, spezzato il godimento del talamo reale e rigato il bel volto di una leggiadra regina di lacrime, che le avete spremuto con turpi malefatte. Io stesso, principe per privilegio di nascita, prossimo al Re per vincoli di sangue e d'affetto - finché non vi riuscì di mettermi in cattiva luce - dovetti piegare la testa sotto le vostre offese, levando a un cielo straniero i miei sospiri di inglese, mentre mangiavo l'amaro pane dell'esilio, e mentre voi v'ingrassavate sui miei domini, violavate i miei parchi, disboscavate i miei boschi e, divelto dalle mie finestre lo stemma di famiglia, cancellavate ogni emblema, così che nulla mi resta, salvo la mia reputazione e il sangue che ho in corpo, per far vedere al mondo che sono un gentiluomo. Per questi e altri motivi - più che due volte tanti - vi condanniamo a morte. Portateli via e consegnateli al boia per l'esecuzione.

 

BUSHY
La mortale mannaia avrà da me un benvenuto che l'Inghilterra negherà a Bolingbroke. Vi saluto, signori.

GREEN
Mi è di conforto che il cielo avrà le nostre anime, e punirà l'ingiustizia coi tormenti infernali.

BOLINGBROKE
Lord Northumberland, che sia fatta giustizia.


Esce Northumberland con Bushy e Green.


Zio, mi dite che la Regina è ospite vostra. Per amor di Dio, usatele ogni riguardo. Ditele che le invio i miei più sentiti omaggi: abbiate cura, mi raccomando, di farglieli pervenire.

 

YORK
Ho già inviato un gentiluomo della mia scorta con lettere che esaltano il vostro affetto per lei.

BOLINGBROKE
Grazie, nobile zio. Venite, signori, si parte ad attaccare Glendower e i suoi complici!
Ancora un po' di lavoro, e dopo, a far festa!

 

Escono.

 

 

 

atto terzo - scena seconda

 

Tamburi, trombe e stendardi. Entrano Re Riccardo, Aumerle, il Vescovo di Carlisle e soldati.

RICCARDO
E questo cos'è, il castello di Harlech?

AUMERLE
Sì, Maestà. Che ve ne pare, Maestà, di quest'aria, dopo esservi fatto sballottare dal mare in burrasca?

RICCARDO
Come non apprezzarla? Piango di gioia nel ritrovarmi ancora una volta nel nostro regno. Terra diletta, io ti saluto con la mia mano, mentre i ribelli ti feriscono con gli zoccoli dei cavalli. Come una madre a lungo divisa dal proprio piccino nel ritrovarlo alterna, come folle, lacrime e riso, così, mia patria, io ti saluto con lacrime di gioia e con mano regale ti colmo di carezze. Nega ogni nutrimento ai nemici del sovrano, mia terra gentile, non confortarne di dolci frutti i feroci appetiti, prendi i tuoi ragni, distillatori dei tuoi veleni, e i rospi lenti e goffi, e mettiglieli fra i piedi, ad intralciare il cammino di quei felloni che ti calpestano, con passo da usurpatori Ai miei nemici offri ortiche pungenti, e quando dal tuo seno essi colgono un fiore, mettici a guardia, ti prego, un aspide in agguato, la cui lingua forcuta possa, con tocco letale, seminare la morte fra i nemici del tuo sovrano. Non irridete alla mia insensata invocazione, signori: questa terra sarà capace di sentimento, e queste pietre si batteranno come soldati, prima che il loro legittimo re vacilli sotto i colpi di un'obbrobriosa ribellione.

CARLISLE
Non temete, mio Sire. IL potere che fece di voi un re, ha il potere di conservarvi re a dispetto di tutto. Sian bene accolti i mezzi che ci offre il cielo, e non negletti: altrimenti, se il cielo lo vuole e noi esitiamo, noi ricusiamo un dono del cielo, la salvezza e il soccorso che esso provvede.

AUMERLE
Intende dire che ce la stiamo prendendo comoda, mentre Bolingbroke, grazie alla nostra sicumera, si fa più grande e forte, in uomini e in mezzi.

RICCARDO
Cugino, sei un disfattista! Non sai tu che quando l'occhio scrutatore del cielo si va a nascondere dall'altra parte del globo, a illuminare gli antipodi, ladri e predoni si dan da fare non visti quaggiù, e si fan forti di uccisioni ed eccessi? Ma che quand'esso, da sotto la sfera terrestre, spunta a incendiare a levante le cime superbe dei pini, proiettando la sua luce sin dentro i neri covi della nequizia, allora uccisioni, tradimenti e peccati esecrandi, allorché il manto della notte vien loro strappato di dosso, restano ignudi e indifesi, tremando per la loro sorte? Così, quando questo ladrone, il traditore Bolingbroke, che sino adesso, la notte, si è dato bel tempo, mentre noi ce ne andavamo in giro per gli antipodi, quando ci vedrà sorgere sul nostro trono, ad oriente, i suoi tradimenti gli avvamperanno sul volto, e inabili a sostenere la luce del giorno, avranno orrore di sé, tremanti per la sua colpa. Non c'è acqua, in tutto il mare violento e cruccioso, che possa detergere il crisma dall'unto del Signore. Non c'è parola di mortale che valga a deporre colui che Iddio ha eletto a suo vicario. Per ogni uomo assoldato da Bolingbroke a levare un maligno acciaio contro l'oro della nostra corona, Iddio, pel suo Riccardo, ha arruolato nei cieli un angelo splendente. Se scende in campo l'angelica milizia dovran cadere i miseri mortali: al cielo è sempre cara la giustizia.


Entra Salisbury.

Benvenuto, mio signore. Quanto distano ancora le vostre forze?

SALISBURY
Né più lontano né più vicino, mio grazioso sovrano, di questo mio debole braccio. Lo sconforto guida la mia lingua, né mi consente parola che non sia disperata. Un solo giorno di ritardo, temo, mio nobile Sire, ha oscurato ogni altra felice giornata terrena. Oh, richiama il giorno di ieri, di' al tempo di andare a ritroso, e avrai con te dodicimila armati. Ma è l'oggi, l'oggi, quel disgraziato giorno di ritardo, a fare scempio di gioie, amici, fortune e del tuo potere: tutti i gallesi, udito della tua morte, sono passati a Bolingbroke, o son dispersi e in fuga.

AUMERLE
Coraggio, Sire. Perché Vostra Grazia impallidisce così?

RICCARDO
Un attimo fa il sangue di ventimila soldati mi esultava sul volto: adesso essi sono fuggiti. Finché tutto questo sangue non vi sarà rifluito, non ho motivo di apparire pallido e esangue? Chiunque voglia salvarsi abbandona la mia cerchia, ché il tempo ha voluto umiliare la mia superbia.

AUMERLE
Coraggio, mio Sire. Ricordate chi siete.

RICCARDO
Ho dimenticato chi sono. Non sono forse il Re? Svegliati, Maestà pusillanime: tu stai dormendo. Non vale il nome del Re ventimila altri nomi? All'armi, all'armi, o mio nome! Un miserabile suddito attenta alla tua grande gloria. Non statevene a testa bassa, voi favoriti del Re: non siamo forse in alto? E allora, in alto i cuori! So che lo zio York ha milizie bastanti a sistemare le cose. Ma chi viene adesso?

Entra Scrope.

SCROPE
Felicità e salute arridano al mio Sire, più di quanto possa esprimere la mia angosciata favella.

RICCARDO
Son tutt'orecchi, il mio cuore è preparato. Il peggio che puoi annunciarmi son perdite materiali. Di', il mio regno è perduto? Ebbene, era la mia croce: e me la chiami perdita, l'aver perduto una croce? Bolingbroke si sforza di grandeggiar quanto noi? Più grande non sarà mai. Se vorrà servire Dio, lo serviremo anche noi, e saremo suoi pari. Si ribellano i sudditi? Non ci possiamo far niente. Essi rinnegano Iddio come rinnegano noi. Annuncia pure rovina, sfacelo, devastazioni e lutti: il peggio è la morte, e la morte arriva per tutti.

SCROPE
Son lieto che Vostra Altezza abbia armato il suo cuore a sopportare notizie calamitose. Come un nubifragio fuori stagione fa straripare oltre gli argini i fiumi d'argento, quasi che il mondo intero fosse inondato di pianto, così, ben oltre gli argini, erompe la furia di Bolingbroke, ad inondare il vostro reame atterrito di duro acciaio rilucente, e cuori ancora più duri. Barbe canute han corazzato i loro scalpi secchi e spelati contro la maestà tua. Ragazzi dalla voce femminea stan lì a sballarle grosse, e insaccano le tenere membra in rigide, ingombranti armature: contro la tua corona. Gli oranti da te prezzolati imparano a tendere l'arco di legno di tasso, due volte funesto: contro il tuo potere. Sì, e le comari colla conocchia impugnano ferrivecchi contro il tuo trono. Giovani o anziani, è rivolta totale. Non ho parole per dir quanto va male.

RICCARDO
Troppo, fin troppo bene racconti un sì tristo racconto. Dov'è il Conte di Wiltshire? Dov'è Bagot? Dov'è finito Bushy, che ne è di Green? Com'è che hanno lasciato un nemico così minaccioso marciare per tutto il paese, così, senza colpo ferire? Se prevarremo noi, pagheranno con la testa. Scommetto che han fatto pace con Bolingbroke.

SCROPE
Han fatto pace con lui - e che pace, mio Sire!

RICCARDO
Oh canaglie, vipere, dannati per l'eternità! Cani pronti a leccare, a strofinarsi sul primo che passa!
Serpenti riscaldati dal mio stesso sangue, che mi mordono al cuore! Tre Giuda, e ognuno tre volte peggio di Giuda!
Han voluto far pace? Che l'orrido inferno faccia guerra alle loro anime, tutte macchiate da questo misfatto!

SCROPE
Il dolce amore, vedo, quando cambia natura, si volge in odio, il più implacabile e amaro. Ritiratele, le maledizioni. La loro pace l'han fatta non colle mani, ma con le loro teste. Quelli che voi maledite hanno subìto la più devastante fra le ferite mortali, e han veramente toccato il fondo, sepolti in una nuda fossa.

AUMERLE
Allora son morti, Bushy, Green e il Conte di Wiltshire?

SCROPE
Sì, in quel di Bristol: han tutti perso la testa.

AUMERLE
Dov'è il Duca mio padre con il suo esercito?

RICCARDO
Non importa dove. E non una parola di conforto! Parliamo di tombe, e di vermi, e di epitaffi. La polvere sia la nostra carta, e con occhi stillanti descriviamo il dolore sul grembo della terra. Designiamo gli esecutori, parliamo di testamenti... Eppure no: che eredità possiamo lasciare al suolo, a parte i nostri corpi esautorati? Le nostre terre, le nostre vite... Tutto è di Bolingbroke, e nulla possiamo dir nostro se non la morte e quel modesto calco di sterile argilla che a mo' di involucro protegge le nostre ossa. Per amor di Dio, sediamoci sulla nuda terra a recitar le tristi cronache della morte dei re: come alcuni furon deposti, altri uccisi in guerra,  altri ossessionati dai fantasmi di chi avevan deposto, alcuni avvelenati dalle mogli, o assassinati nel sonno: tutti morti ammazzati. Ché entro la vuota corona che cinge le tempie mortali di un re, tiene corte la morte: e là s'insedia, beffarda, irridendo al potere di lui, ghignando alla sua pompa, concedendogli un breve respiro, una particina - sovraneggiare, incuter timore, fulminar con lo sguardo - facendolo pieno di sé, quanto di vuote illusioni, come se questa nostra carne, prigione dello spirito, fosse di bronzo indistruttibile. E dopo averlo così lusingato, viene alla fine, e con uno spillo da nulla perfora le mura di quella fortezza, e addio re! Copritevi la testa, non irridete a un impasto di carne e sangue con riverenze solenni, gettate via rispetto, tradizione, formalità, dovere, etichetta: in tutto questo tempo voi mi avete frainteso. Io vivo di pane, proprio come voi; provo desideri, assaporo il dolore, ho bisogno di amici. Così asservito, come potete venirmi a dire che sono un re?

CARLISLE
Sire, i saggi non se ne stanno seduti a piangere i loro guai, ma san prevenire in tempo le cause dei loro pianti. La paura del nemico, poiché la paura ci toglie ogni forza, nel fiaccarvi ogni forza dà forza al nemico stesso: così anche le vostre fantasie vi muovono guerra. Aver paura, essere uccisi: il peggio che può capitare in battaglia; chi cade in battaglia la morte con la morte annienterà, ma chi teme la morte paga alla morte un tributo di viltà.

AUMERLE
Mio padre ha dei soldati. Cercate di lui, e provatevi a fare un corpo di membra sparse.

RICCARDO
Fai bene a rimproverarmi. Superbo Bolingbroke, io vengo a battermi con te nel nostro giorno fatale. Mi è già sbollita, la febbre della paura. Ci vuole poco, a conquistare quello che è nostro. Di', Scrope, dove sono nostro zio e le sue truppe? Hai un'aria amara, amico: sian dolci le tue parole.

SCROPE
Gli uomini prevedono dall'aspetto del cielo che tempo farà nel corso della giornata. Dal mio sguardo cupo e triste puoi prevedere che la mia lingua farà un racconto ancora più triste. Sarei un torturatore, a dirvelo in piccole dosi tirando in lungo il peggio che mi resta da dire. Vostro zio York si è unito a Bolingbroke, tutti i castelli del nord hanno capitolato, e al sud i vostri cavalieri in armi son tutti dalla sua parte.

RICCARDO
Hai detto abbastanza. (a Aumerle) Accidenti a te, cugino! Perché mi hai stornato dai dolci sentieri della mia disperazione? Cos'hai da dire adesso? Che conforto ci resta? In nome del cielo, lo voglio odiare in eterno colui che, una volta di più, mi dice di farmi coraggio. Andiamo al castello di Flint. Là resterò a languire: un re, schiavo del dolore, obbedirà a un dolore da re. I soldati rimasti, li congedo e li lascio andare ad arare una terra che possa un giorno fruttificare: la mia non è più mia. E che nessuno si provi ancora a farmi cambiar idea: ogni consiglio è ormai vano.

AUMERLE
Mio Sire, una sola parola.

RICCARDO
Mi fa torto due volte colui che mi ferisce con le lusinghe della sua lingua. Congedate il mio seguito. Che passino pure al nemico: dalla notte di Riccardo all'alba radiosa di Enrico.

 

Escono.

 

 

 

atto terzo - scena terza

 

Entrano con tamburi e bandiere Bolingbroke, York, Northumberland, con persone del seguito.

BOLINGBROKE
Cosicché da questo rapporto si apprende che i gallesi si sono sbandati, e che Salisbury è andato incontro al Re, che è da poco sbarcato, con pochi intimi amici, su questa costa.

NORTHUMBERLAND
Gran bella e buona notizia, mio signore. Riccardo si è andato a nascondere non lungi da qui.

YORK
Sarebbe più appropriato che Lord Northumberland dicesse "Re Riccardo". Ahimè, è gran brutto giorno quello in cui un re consacrato deve andarsi a nascondere!

NORTHUMBERLAND
Vostra Grazia mi fraintende. Solo per brevità ho omesso il titolo.

YORK
Tempo già fu in cui se tanta brevità aveste usato con lui, il Re, per farla breve, vi avrebbe abbreviato di tutta la testa, per aver così alzato la testa.

BOLINGBROKE
Zio, non fraintendete più del dovuto.

YORK
E voi, mio caro nipote, non intendete più del dovuto: potreste fraintendere i disegni del cielo sulle nostre teste.

BOLINGBROKE
Lo so, zio, e non mi oppongo certo al suo volere. Ma chi sta arrivando?


Entra Percy.

Benvenuto, Harry. Ebbene, si arrende o no il castello?

PERCY
La guarnigione è degna di un re, signore, e vuol sbarrarti il passo.

BOLINGBROKE
Degna di un re? Andiamo! Non ci sta mica un re.

PERCY
Sì, mio buon signore, c'è dentro proprio un re. Re Riccardo si trova laggiù, in quella cerchia di calce e pietra; e con lui son Lord Aumerle, Lord Salisbury, Sir Stephen Scrope, e inoltre un santo uomo di chiesa reverendissimo: ma chi, non me l'hanno detto.

NORTHUMBERLAND
Ah, probabilmente il Vescovo di Carlisle.

BOLINGBROKE
Nobili signori, portatevi sotto i rudi bastioni di quell'antico castello, con squille d'oricalco chiamate a parlamento fin dentro le torrette diroccate, e date questo annuncio: Enrico Bolingbroke inginocchiato bacia la mano di Re Riccardo, facendo atto di sottomissione, con cuore leale e sincero, alla sua regale persona. Son qui venuto a consegnare ai suoi piedi le mie armi e gli armati, a patto che il mio bando sia revocato e mi sia concessa la restituzione delle mie terre. Se no, farò valere la superiore forza delle mie truppe e sulla polvere estiva rovescerò una pioggia di sangue, piovuto dalle ferite degl'inglesi abbattuti. Come poi sia lontano dalla mente di Bolingbroke che tale vermiglia bufera debba inzuppare il grembo fresco e verde dei bel paese di Re Riccardo lo mostrerà il mio ossequio, reverente e devoto. Andate a dir tutto questo, mentre noi marciamo lungo l'erboso tappeto di questa piana. Marciamo, ma senza il rullo di minacciosi tamburi: sicché dai merli smozzicati di questo castello si osservi un gran bello spiegamento di forze. Credo che io e Re Riccardo potremmo scontrarci al modo terribile degli elementi di fuoco e d'acqua, quando la loro tonante deflagrazione, nello scontrarsi, squarcia le gote imbronciate del cielo. Se lui è il fuoco, io sarò l'acqua arrendevole: sta a lui infuriare, mentre io scarico sulla terra le mie acque - sulla terra, non già su di lui. In marcia! e attenti a Re Riccardo: osservatelo bene.

Di fuori le trombe chiamano a parlamento, di dentro si risponde.

Segue fanfara.

Riccardo si affaccia sulle mura, con il Vescovo di Carlisle, Aumerle, Scrope e Salisbury.

Ecco, guardate, Re Riccardo appare in persona, come un sole fattosi rosso di malcontento mentre si affaccia all'infuocato portale d'oriente, nello scoprire che invide nubi son risolute ad oscurare la sua gloria e deturpare il tracciato della sua fulgida corsa verso occidente.

YORK
Eppur ha tutto l'aspetto di un re. Guardate, il suo sguardo scintillante come quello d'un'aquila, illumina di lampi la sua maestà e autorità. Ahimè, ahimè che guaio se la sventura dovrà macchiare un sì nobile aspetto!

RICCARDO
Siamo sconcertati: abbiamo atteso tanto a lungo di vederti piegare, timoroso, il ginocchio, perché ci credevamo il tuo legittimo re. E se lo siamo, come osano omettere, le tue giunture, di offrire umile omaggio alla nostra persona? Se re non siamo, mostraci la mano di Dio che ci ha dimesso dalle funzioni di Suo vicario. Sappiamo bene che nessuna mano di carne e d'ossa può impugnare il nostro scettro consacrato se non per sacrilegio, rapina o usurpazione. E se anche voialtri credete che tutti, al pari di voi, si sian dannati l'anima straniandola da noi, e che noi siamo impotenti, orbati dei nostri amici, pure sappiate che il mio signore, Dio onnipotente, sta reclutando fra le Sue nubi, a nostro favore, le più pestilenziali; ed esse faranno strage dei vostri figli, non ancora nati né concepiti, perché avete levato le vostre mani di vassalli sul nostro capo ed attentato alla gloria della mia preziosa corona. Dite a Bolingbroke - mi par di vederlo laggiù - che ogni passo in avanti sulla mia terra è un bieco tradimento. Egli è venuto ad aprire l'imporporato testamento di una guerra cruenta, ma prima che la corona cui aspira possa trovar  pace, una corona di sangue, di diecimila figli di mamma, sfigurerà le fiorenti fattezze dell'Inghilterra, muterà il  verginale pallore della sua pace nello scarlatto dell'indignazione, e dovrà irrorare l'erba dei suoi pascoli di onesto sangue inglese.

NORTHUMBERLAND
Non voglia il Re del cielo che il Re nostro signore debba essere, da armi fraterne e perciò fratricide,  preso d'assalto. Il tuo tre volte nobile cugino Enrico Bolingbroke ti bacia umilmente la mano, e giura sull'onorata sepoltura  data alleossa del vostro reale antenato, e sul sangue reale che entrambi avete in comune, e derivate da un'unica preziosissima fonte, e sulla mano sepolta del bellicoso Gaunt; giura sul suo stesso onore e sulla sua dignità - la quale include tutto ciò che possa dire o giurare - che la sua venuta costì non ha altro obiettivo fuorché i suoi diritti ereditari e l'immediata revoca del bando, ch'egli impetra in ginocchio: appena, nella tua facoltà di sovrano, gliel'avrai accordata, le sue armi scintillanti consegnerà alla ruggine, i cavalli bardati di ferro alle scuderie, e il suo cuore al leale servizio di Vostra Maestà. Questo egli giura esser giusto, com'è vero che è principe, ed io, da gentiluomo che sono, me ne faccio garante.

RICCARDO
Northumberland, riferitegli la risposta del Re: il suo nobile cugino è più che benvenuto e tutta la lista delle sue giuste richieste sarà soddisfatta senza alcuna obiezione. Con tutto l'eloquio elegante di cui sei capace porta al suo nobile orecchio un saluto benigno... (a Aumerle) Stiamo perdendo la faccia, non vi pare, cugino? Con questa brutta cera, e tante belle parole... Dobbiam richiamare Northumberland, inviare al traditore un messaggio di sfida, e perire così?

AUMERLE
No, mio buon signore. Battiamoci con le belle parole: il tempo ci presterà degli amici, e questi un soccorso di spade.

RICCARDO
O Dio, Dio, che proprio questa mia lingua che pronunciò la temuta sentenza della messa al bando contro quell'uomo superbo, debba rimangiarsela con parole suadenti! Oh, potessi esser grande quanto il mio affanno, e meno grande  del mio nome, o potessi dimenticare quel che son stato o non ricordare quel che devo essere ora! Ti gonfi, orgoglioso mio cuore? Ti do licenza di battere quanto vuoi, ché il nemico ha licenza di batterci tutti e due.

AUMERLE
Torna Northumberland, da parte di Bolingbroke.

RICCARDO
Che farà adesso il Re? Dovrà capitolare? Il Re lo farà. Dovrà farsi deporre? Il Re si rassegnerà. Dovrà perdere il nome di re? In nome di Dio, vada anche quello! Darò i miei gioielli per un rosario, il mio sontuoso palazzo per un romitorio, le mie vesti sfarzose per un saio di questuante, le mie coppe cesellate per una scodella di legno, il mio scettro per un bordone da pellegrino, i miei sudditi per un paio di santi scolpiti ed il mio vasto reame per una piccola tomba, una tomba piccola così, una modestissima tomba. Oppure sarò sepolto sulla strada maestra, qualche strada ben trafficata ove i piedi dei sudditi a tutte l'ore calpestino la testa del loro sovrano: visto che ora, da vivo, mi calpestano il cuore, una volta morto, perché poi non la testa? Aumerle, tu piangi, cugino dal tenero cuore. Faremo venire un tempaccio, a furia di lacrime vili, tra pianti e sospiri faremo strame del raccolto d'estate, a provocar carestia in questa terra in rivolta. O i nostri guai li volgeremo in scherzi: faremo una bella gara a chi versa più lacrime, che verseremo tutte nello stesso sito, e quand'esse ci avranno scavato un paio di fosse nella terra, e noi vi saremo sotterrati, si dirà "Qui giacciono due cugini che si scavaron la fossa col pianto degli occhi". Non sarebbe una gran bella fine? Bene, bene: mi accorgo di vaneggiare, voi state ridendo di me. Possente principe, mio Duca di Northumberland, che dice Re Bolingbroke? Gliela darà Sua Maestà licenza a Riccardo di vivere sinché Riccardo morrà? Fategli una riverenza, e Bolingbroke vorrà.

NORTHUMBERLAND
Mio Sire, egli attende nella corte, da basso, di parlare con voi, purché vi degniate di scendere.

RICCARDO
Scendo, scendo: come il radioso Fetonte, perso il controllo dei suoi cavalli riottosi. Nella corte da basso? Corte da basso, dove i re s'abbassano a venire al richiamo dei traditori, a far atto d'omaggio. La corte da basso? Scendiamo: da basso la corte, il Re in basso. Stridono i gufi, l'alto canto della lodola appare in ribasso.

BOLINGBROKE
Che dice Sua Maestà?

NORTHUMBERLAND
La pena e lo strazio del cuore lo fan parlare a vanvera, come uno che farnetica. Ma eccolo che viene.


Riccardo e il seguito scendono da basso.

BOLINGBROKE
Fatevi tutti da parte, e rendete a Sua Maestà l'omaggio dovuto.

 

S'inginocchia.

 

Mio grazioso sovrano...

RICCARDO
Amabile cugino, voi degradate il vostro ginocchio principesco e insuperbite la vile terra se vi mettete a baciarla. Preferirei fosse il mio cuore a sentire il vostro affetto: il mio occhio non si compiace affatto del vostro omaggio. Su, cugino, in piedi. Il vostro cuore è in alto, lo so io: pur col ginocchio a terra, almeno all'altezza del mio.

BOLINGBROKE
Mio grazioso sovrano, vengo solo per ciò che è mio.

RICCARDO
Quello che è vostro è vostro: anch'io son tutto vostro.

BOLINGBROKE
Sarete mio, veneratissimo Sire, se i miei leali servigi sapran meritare il vostro affetto.

RICCARDO
Voi meritate molto. Più merita di avere chi è più deciso e più forte nel prendersi le cose. Zio, datemi la mano. Suvvia, asciugatevi gli occhi. Le lacrime attestano affetto, ma non offrono rimedi. Cugino, son troppo giovane per esservi padre, anche se siete vecchio abbastanza per esser mio erede. Quel che volete io ve lo do, e ve lo do di buon grado: dobbiamo fare quel che la forza c'impone nostro malgrado. Si vuole che andiamo a Londra, cugino: è vero o no?

 

BOLINGBROKE
Vero, mio buon signore.

RICCARDO
Allora non posso dire di no.


Squillo di tromba.

Escono.

 

 

 

atto terzo - scena quarta

 

Entrano la Regina e due dame di compagnia.

REGINA
Che gioco possiamo inventare qui in giardino, per scacciar le ansietà e i cattivi pensieri?

DAMA
Signora, potremmo giocare alle bocce.

REGINA
Mi ricordano che la vita ha un percorso accidentato e che la mia fortuna rotola nel senso sbagliato.

DAMA
Signora, potremmo danzare.

REGINA
Le mie gambe non sanno tenere il passo della gioia quando il mio povero cuore non tiene il passo del dolore. E allora, niente danze, ragazza. Qualche altro gioco.

DAMA
Signora, raccontiamoci delle favole.

REGINA
Di gioia o di dolore?

DAMA
L'una e l'altro, signora.

REGINA
Né l'un né l'altro, mia cara. Ché se sarà di gioia - la quale mi manca del tutto - a maggior ragione mi ricorderà il mio dolore; se di dolore - con tutto il dolore che ho avuto - aggiungerà altro dolore a quest'assenza di gioia. Quello che ho già, non voglio duplicare; quel che mi manca, non serve lamentare.

DAMA
Signora, mi metterò a cantare.

REGINA
Buon per te, se ne hai motivo, ma mi faresti più piacere mettendoti a piangere.

DAMA
Piangerei anche, signora, se vi facesse star meglio.

REGINA
E io canterei, se il pianto mi facesse star meglio, senza farmi prestare da te neppure una lacrima.


Entrano un giardiniere e due aiutanti.

 

Zitta, che vengono i giardinieri! Ficchiamoci nell'ombra di queste piante. La mia infelicità contro una filza di spilli che parleran di politica: ne parlano tutti quanti in tempo di sommovimenti - un guaio che prelude a tanti.

GIARDINIERE
Va' un po' a legarmi quelle albicocche che pendon laggiù, che, come figli sfrenati, fanno incurvare il padre sotto il peso di tale straripante invadenza. Da' qualche sostegno ai rami che si piegano troppo... E tu, va' con lui, e a mo' di carnefice, decapita quelli che troppo in fretta sono cresciuti, sino a parer troppo alti per la nostra repubblica: ché il nostro governo si fonda su un saggio equilibrio. Mentre voi due vi date da fare, io vado a sarchiare le erbacce dannose che succhiano senza profitto i fertili umori del suolo, rubandoli ai fiori leggiadri.

AIUTANTE
Perché dovremmo, nell'ambito di una staccionata, rispettare la legge, la forma, la giusta misura, mostrando un modello esemplare di bene ordinata provincia, se quel giardino recinto dal mare, la patria nostra, è invaso dalle erbacce, che ne soffocano i fiori più belli, gli alberi da frutto non sono potati, le siepi in rovina, le aiuole in disordine, e le erbe benefiche brulicanti di bruchi?

GIARDINIERE
Non te la prendere. Colui che tollerò l'incontrollato rigoglio si è ritrovato alla caduta delle foglie. Le erbacce, un tempo protette dal suo maestoso fogliame e che, con l'aria di sostenerlo, lo mangiavano vivo, le ha sradicate, radici e tutto, il Bolingbroke: mi riferisco al Conte di Wiltshire, a Bushy e Green.

AIUTANTE
Cosa? Son morti?

GIARDINIERE
Morti. E Bolingbroke
ha catturato il Re scialacquatore. Oh, che peccato che non abbia curato e coltivato la sua terra come noi questo giardino. Quando vien la stagione, noi incidiamo la corteccia - la pelle degli alberi da frutta - per non farli gonfiare di linfa e di sangue e non mandarli in malora per il troppo rigoglio. Avesse lui fatto lo stesso con gli ambiziosi e i potenti, essi avrebbero vissuto per produrre, e lui per godere i frutti della lealtà. I rami infecondi noi li potiamo, a che i rami fruttiferi possano vivere. Avesse fatto lo stesso, porterebbe ancora la corona che sperpero e indolenza gli han fatto buttar via.

AIUTANTE
Perché, pensate che il Re sta per esser deposto?

GIARDINIERE
Spodestato lo è già. Quanto al deposto, non sappiamo per certo. Missive arrivate ieri notte a un caro amico del buon Duca di York recano infauste nuove.

REGINA
Oh, morirò soffocata se mi vieto di dire la mia. Tu, che come un vecchio Adamo sei qui per curare il giardino, come osa la tua brutta linguaccia propalare sì brutte notizie? Quale Eva, quale serpente ti ha indotto in tentazione, per inventare una seconda caduta e dannazione dell'uomo? Perché vai raccontando che Re Riccardo è deposto? Osi tu, che sei poco più di un pugno di creta, predirne la caduta? Di', dove, quando e come sei venuto in possesso di tali brutte notizie? Parla, sciagurato!

GIARDINIERE
Perdonatemi, signora. Non mi fa alcun piacere parlare di queste cose. Pure, quel che dico è vero. Re Riccardo è nella stretta possente di Bolingbroke. Mettiamo sulla bilancia le rispettive fortune: sul piatto del vostro signore non è rimasto che lui e qualche residua illusione che lo fa più leggero, ma dalla parte del grande Bolingbroke, oltre a lui, ci son tutti i Pari d'Inghilterra, e con tale giunta il piatto di Re Riccardo è bello e saltato. Correte a Londra e non avrete più dubbi. Quello che dico è sulla bocca di tutti.

REGINA
O agile sventura, dal piede leggero, il tuo messaggio non era a me riservato? E sono l'ultima a venirlo a sapere! Oh, tu pensi di servirmi per ultima, per farmi serbare più a lungo la tua pena nel petto! Venite, mie dame, andiamo a Londra, incontro alla pena di chi a Londra è re. Ah, per questo son nata, perché il mio volto mesto debba adornare il trionfo del grande Bolingbroke? Giardiniere, per avermi dato notizia di questi guai, prego Iddio che le piante che innesti non crescano mai.

Esce con le dame.

GIARDINIERE
Povera Regina! Se bastasse a migliorar la tua sorte, vorrei che la mia arte subisse l'impatto della tua invettiva. Qui le è caduta una lacrima; e qui, in questo punto, seminerò un cespo di ruta, l'erba amara della contrizione. La ruta, erba pietosa, farà presto a spuntare, una regina in pianto a rimembrare.

 

Escono.

 

 

Indice Teatro

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Riccardo II

(“The Tragedie of King Richard the Second” - 1595)

 

 

atto quarto - scena unica

 

Entrano, per una seduta del Parlamento, Bolingbroke con i Pari Aumerle, Northumberland, Percy, Fitzwater, Surrey, il Vescovo di Carlisle, l'Abate di Westminster, un altro Lord, un Araldo, ufficiali e Bagot.

 

BOLINGBROKE
Chiamate Bagot. E adesso, Bagot, parla pure liberamente. Cosa sai tu della morte del nobile Gloucester? Chi vi ha coinvolto il Re, e chi fu lo strumento di tal sanguinaria e prematura esecuzione?

BAGOT
Se è così, mettetemi a confronto con Lord Aumerle.

BOLINGBROKE
Cugino, fatti avanti e guarda in faccia quell'uomo.

BAGOT
Duca di Aumerle, lo so, la vostra lingua imprudente disdegna rimangiarsi dichiarazioni passate. Al tempo nefasto in cui si complottò la morte di Gloucester vi sentii dire: "Non è il mio braccio lungo abbastanza da giungere, dalla tranquilla corte inglese, fino a Calais, alla testa di mio zio?". Tra molti altri discorsi, proprio in tale occasione vi sentii dire che avreste piuttosto ricusato l'offerta di centomila corone, che permesso il ritorno in Inghilterra di Bolingbroke; e aggiungeste che per la patria sarebbe una benedizione la morte di questo vostro cugino.

 

AUMERLE
Principi e nobili Pari, che posso rispondere a questo ignobile individuo? Dovrò disonorare le mie alte fortune dandogli il castigo che merita in una tenzone fra eguali? Dovrò pur farlo, oppure il mio onore sarà insozzato dalle infami accuse delle sue labbra calunniose. Ecco il mio guanto, suggello manuale di una morte che ti destina all'inferno. Io dico che tu menti, e proverò che quel che hai detto è falso col sangue del tuo petto, per quanto indegno sia di macchiare il filo della mia spada di cavaliere.

BOLINGBROKE
Fermati, Bagot. Ti vieto di raccoglierlo.

AUMERLE
Con una sola eccezione, vorrei fosse il più eletto di tutto questo consesso a provocarmi così.

FITZWATER
Se il tuo valore esige la parità di rango, questo, Aumerle, è il mio guanto, col quale sfido il tuo. Per la luce del sole, che m'indica dove sei, ti sentii dire - e te ne sei vantato - che fosti tu a dar la morte al nobile Gloucester. Anche se neghi venti volte, tu menti, ed io la tua menzogna te la ricaccerò nel cuore dov'è stata forgiata, sulla punta della mia spada.

 

AUMERLE
Non è da te, codardo, vivere sino a quel giorno.

FITZWATER
Ah, sull'anima mia, se fosse questo, quel giorno!

AUMERLE
Fitzwater, questa menzogna ti condanna all'inferno.

PERCY
Tu menti, Aumerle. La sua integrità d'uomo d'onore, nell'accusarti, è pari solo alla tua nequizia; ed ecco, getto anche il mio guanto, e che tu sei come dico lo proverò sulla tua pelle sino all'ultimo estremo di anelito mortale. Raccoglilo, se osi.

AUMERLE
Se non lo faccio, mi vadano in cancrena le mani, e che mai più brandiscano l'acciaio vendicatore sull'elmo scintillante del mio avversario.

UN ALTRO LORD
Affido alla terra anche il mio guanto, Aumerle spergiuro, e ti rinfaccio tante altre menzogne, quante si possano conficcare nelle tue orecchie proditorie da un'alba all'altra. Eccoti il pegno del mio onore: raccogli la sfida, se osi!

AUMERLE
Chi altro si fa avanti? Per Giove, vi sfido tutti. Ho mille vite in un solo petto, da tener testa a ventimila come voi.

SURREY
Mio Lord Fitzwater, ricordo assai bene la circostanza del colloquio fra Aumerle e voi.

FITZWATER
Verissimo: eravate fra i presenti, e potete testimoniare che è vero.

SURREY
Falso, per Giove, com'è vero il cielo!

FITZWATER
Surrey, tu menti!

SURREY
Giovinastro senza onore! Questa calunnia peserà tanto sulla mia spada ed essa ne farà le vendette con tale rivalsa che tu, seminatore di calunnie, sarai seminato con quella calunnia sotterra, stecchito come il teschio di tuo padre. A riprova di ciò, eccoti il pegno del mio onore: raccogli la sfida, se osi!

FITZWATER
Stolto, a spronare un cavallo che già morde il freno! Se oso mangiare, bere, respirare, esser vivo, avrò il coraggio di incontrare un Surrey in una landa deserta, e di sputargli addosso dicendogli che mente, e mente, e mente. Eccoti il pegno del mio onore, che t'impegna a subire il mio duro castigo. Com'è vero che intendo salire in alto, nel nuovo ordine, Aumerle è colpevole di ciò di cui veracemente lo accuso. E, inoltre, ho udito l'esiliato Norfolk asserire che tu, Aumerle, mandasti due tuoi emissari a dar la morte al nobile Duca, a Calais.

AUMERLE
Qualche onesto cristiano mi presti un guanto, ché Norfolk mente. Ecco, io lo getto a terra e, se sarà amnistiato, lo sfido a vendicare il suo onore.

BOLINGBROKE
Tutte coteste sfide restan per ora in sospeso, fino al richiamo di Norfolk. Egli sarà richiamato, anche se mio nemico, e gli saranno restituite tutte le terre, e le sue signorie. Quando farà ritorno ordineremo contro Aumerle la prova delle armi.

CARLISLE
Quel giorno d'onore non lo vedremo mai. Molte e molte volte il bandito Norfolk si è battuto per Gesù Cristo nel glorioso campo cristiano, spiegando al vento il vessillo della croce di Cristo contro i neri pagani - Turchi e Saraceni; ma poi, stremato dalle fatiche di guerra, andò a ritirarsi in Italia, e in quel di Venezia volle affidare il suo corpo alla terra di quel dolce paese, e la sua anima incorrotta a Cristo, suo comandante, sotto le cui bandiere aveva pugnato sì a lungo.

BOLINGBROKE
Che dite, Vescovo? Norfolk è morto?

CARLISLE
Com'è vero che son vivo io, mio signore.

BOLINGBROKE
La dolce pace meni la sua dolce anima in grembo al buon vecchio Abramo! Signori sfidanti, le vostre disfide dovranno restare in sospeso, finché non vi avremo assegnato le date della prova.

Entra York.

YORK
Gran Duca di Lancaster, vengo a te dallo spennato Riccardo, che di spontanea volontà ti adotta come erede, lasciando il suo alto scettro in possesso alla tua mano regale. Ascendi al trono, quale suo successore, e lunga vita a Enrico, il quarto di questo nome!

BOLINGBROKE
In nome di Dio, ascenderò al trono regale.

CARLISLE
Per carità, Dio non voglia! Son l'ultimo a parlare, in questa reale assemblea, ma il primo a cui si addica di dire la verità. Volesse Iddio che uno solo di voi, in questa nobile accolta, fosse talmente nobile da erigersi a giudice imparziale del nobile Riccardo: ché allora la sua nobiltà più vera gli direbbe di astenersi da così turpe ingiustizia. Quale suddito può pronunziare un verdetto sul Re? E chi, in questo consesso, non è suddito di Riccardo? Neanche i ladri si giudicano senza prima ascoltarli, anche se la loro colpa appare manifesta. E dovrà l'immagine della maestà di Dio, il Suo capitano, luogotenente, vicario d'elezione, unto, incoronato, insediato da anni sul trono, sottostare al giudizio di sudditi, suoi inferiori, e per di più in sua assenza? Oh, Dio non permetta che in un paese cristiano anime battezzate facciano mostra di tanto odioso, nero, osceno delitto! Io parlo a dei sudditi, e vi parlo da suddito che Dio ha ispirato a franca difesa del suo re. Il qui presente Duca di Hereford, che chiamate re, del re del superbo Hereford è un nero traditore; e se voi l'incoronate, mi sia lecito profetare che sangue inglese concimerà il terreno e le età future dovranno piangerlo, questo turpe misfatto. La pace cercherà riposo fra turchi e infedeli, e in questa culla della pace, in guerre tumultuose si annienteranno a vicenda fratelli e consanguinei. Disordine, orrore, paura e ribellione s'insedieranno qui, e questo paese sarà chiamato campo del Golgota e dei teschi umani. Oh, se solleverete questa casata contro l'altra, provocherete la più funesta divisione che mai si sia abbattuta su questa terra disgraziata. Impeditelo, opponetevi, scongiurate il malanno, o i figli, e i figli dei figli, vi stramalediranno.

NORTHUMBERLAND
Gran bella perorazione, messere, e pel vostro disturbo vi arrestiamo sul posto per alto tradimento. Mio Abate di Westminster, a voi l'incarico di tenerlo in custodia sino al giorno del processo. Volete degnarvi, signori, di accoglier l'istanza dei Comuni?

BOLINGBROKE
Portate qui Riccardo, che alla presenza di tutti possa abdicare. Così procederemo senza contestazioni.

YORK
Vado a fargli da scorta.

 

Esce.

 

BOLINGBROKE
Chi di voi, signori, è qui in stato di arresto, si procuri dei garanti sino al dì del processo. Dobbiamo ben poco alle vostre premure, e sul vostro sostegno nutrivamo ben poche illusioni.

Entrano Riccardo e York.

RICCARDO
Ahimè, perché mi portano davanti a un re, prima che mi sia scrollato di dosso i pensieri regali del tempo in cui regnavo? Devo ancora imparare a essere insinuante, a lusingare, a piegar schiena e ginocchi. Date tempo al dolore di iniziarmi a tal sottomissione. Eppure le ricordo bene le fattezze di costoro. Non eran questi i miei uomini? I loro "Evviva!" non li gridavano proprio a me? Così Giuda con Cristo. Solo che Lui, fra i dodici, trovò tutti fedeli meno uno; ed io, tra dodicimila, nessuno. Dio salvi il Re! Nessuno dirà "Amen"? Son prete e chierico allo stesso tempo? Allora "Amen". Dio salvi il Re, anche se non son io; eppure "Amen" se il cielo crede che lo sono... Per quale ufficio mi avete qui convocato?

YORK
Per compier di tua spontanea volontà quell'atto che l'esaurirsi del tuo potere ti ha indotto ad offrire: l'abdicazione del trono e della corona a favore di Enrico Bolingbroke.

RICCARDO
Passatemi la corona. Ecco, cugino: prenditi la corona. Così, cugino: da questa parte la mia mano, dall'altra la tua. Ora quest'aurea corona è come un pozzo profondo, dove ci sono due secchi, che si riempiono a turno: quello vuoto su in alto, a volteggiare nell'aria, e l'altro al fondo, pieno d'acqua e invisibile. Il secchio al fondo, pieno di lacrime, son io, che m; tuffo nel dolore mentre voi ascendete al posto mio.

BOLINGBROKE
Vi credevo disposto a abdicare.

RICCARDO
Alla corona, sì: ma le mie pene restano con me. Potete spogliarmi di ogni gloria e potere, ma non delle mie pene. Di queste sono sempre re.

BOLINGBROKE
Con la corona mi cederete parte dei vostri affanni.

RICCARDO
I vostri affanni, su in alto, non curano i miei di quaggiù. La mia cura è nella perdita di cure, ora che non ne ho più. La vostra cura sono altre cure, acquistate con nuove cure. Le cure che vi cedo, me le tengo, anche se le ho cedute: sono tutt'uno con la corona, eppure non le ho perdute.

BOLINGBROKE
Ma consentite a cederla, la corona?

RICCARDO
Sì e no. No e sì... Il sì non conta nulla, come me, e figuriamoci il mio no, se abdico per te. Ma ascolta adesso come faccio a disfare me stesso. Dalla testa mi tolgo questo gran peso, e dalla mano l'impaccio di un grosso scettro, e dal cuore l'orgoglio di fare il monarca. Colle mie stesse lacrime io lavo il crisma dell'unzione, colle mie stesse mani cedo la mia corona, colla mia stessa lingua rinnego la mia sacra funzione, col mio stesso fiato vi libero da ogni fede giurata. Io rinunzio a ogni pompa e a ogni fasto regale; rifiuto manieri, e rendite, e profitti, disconosco ogni mio atto, decreto o legge. Dio perdoni chi tradisce i giuramenti fatti a me, Dio conservi inviolati quelli che fanno a te. E faccia sì che io, che non ho nulla, da nulla sia angustiato, mentre tu godi tutto quel che ti sei conquistato. Possa tu vivere a lungo, assiso sul trono di Riccardo, e possa presto Riccardo giacere in una fossa di terra. "Dio salvi Re Enrico", da re disfatto Riccardo dice, "e gli conceda anni e anni di vita felice". Che altro volete da me?

NORTHUMBERLAND
Nient'altro che diate lettura dei capi d'accusa, e dei nefandi delitti commessi da voi in persona e dai vostri seguaci, contro lo Stato e gli interessi della nazione: se vi confessate colpevole, le menti degli uomini vi riterranno giustamente detronizzato.

RICCARDO
Devo far questo? Devo disfare l'ordito di follie di cui è intessuto il mio regno? Nobile Northumberland, se esistesse un registro delle tue malefatte non avresti vergogna, in questo illustre consesso, a darne pubblica lettura? Se lo facessi, ci troveresti una voce del tutto infamante, che dice di un re detronizzato, del più solenne giuramento, infranto - voce segnata con marchio d'infamia, dannata nel libro del cielo.
Anzi, tutti voialtri che state lì a fissarmi mentre la mia sventura mi strazia il cuore anche se qualcuno - come Pilato - se ne lava le mani mostrando una pietà di circostanza, pure, da veri Pilati, mi avete consegnato alla croce della mia amarezza, e non c'è acqua che lavi il vostro peccato.

NORTHUMBERLAND
Signore, bando agl'indugi. Leggete i capi d'accusa.

RICCARDO
Non ci vedo: i miei occhi son pieni di lacrime. Eppure il sale delle lacrime non li accieca abbastanza ch'essi non vedano questa congrega di traditori. E anzi, se volgo gli occhi su me stesso, io scopro in me un traditore come gli altri: ho dato qui il mio spontaneo consenso a che si spogli d'ogni pompa la persona di un re; ne ho avvilito la gloria, asservito la sovranità, di un re orgoglioso ho fatto un suddito, di un monarca un villano.

NORTHUMBERLAND
Mio Signore...

RICCARDO
Non tuo signore, uomo arrogante e offensivo, né signore di alcuno. Non ho più nome né titolo. No, neppure il nome che mi fu dato al fonte battesimale: usurpato anche quello. Ahimè che giorno travagliato! E io che tanti inverni mi son lasciato alle spalle, adesso non so più come debbo chiamarmi! Oh, fossi almeno un pupazzo di neve, un re per burla, piazzato lì, sotto il sole di Bolingbroke, a sciogliermi goccia a goccia sino a liquefarmi! Buon re, gran re, ma non abbastanza grande né buono, se la mia parola vale ancora qualcosa in Inghilterra, fa' subito portare qui uno specchio che mi faccia vedere cosa ne è della mia faccia da che la sua maestà ha dato bancarotta.

BOLINGBROKE
Che qualcuno vada a prendere uno specchio.

NORTHUMBERLAND
In attesa dello specchio, leggete questo foglio.

RICCARDO
Demonio, tu mi torturi prima di avermi all'inferno.

BOLINGBROKE
Non insistete, mio Duca di Northumberland.

NORTHUMBERLAND
Ma allora i Comuni si diranno insoddisfatti.

RICCARDO
Saranno soddisfatti. Leggerò quanto basta, quando avrò aperto il libro per eccellenza, dove son scritti tutti i miei peccati: me stesso.

Entra un servo con uno specchio.

Datemi quello specchio, e vi leggerò dentro. Come? Nessuna ruga profonda? Il dolore ha inferto tutti questi colpi su questa mia faccia senz'altre tracce che queste? O specchio adulatore, come i miei cortigiani del buon tempo andato: stai cercando di illudermi. Era questa la faccia di chi ogni giorno, sotto il tetto del suo palazzo, dava da vivere a diecimila uomini? Era questa la faccia che, come il sole, abbagliava chi osava fissarla? È questa la faccia che ha condonato sfacciate follie, cui il voltafaccia di Bolingbroke fa perder la faccia? Una ben fragile gloria brilla su questa faccia: la faccia di un uomo fragile quanto la sua gloria.


Getta a terra lo specchio.


Eccola là, frantumata in cento frammenti! Nota, o Re taciturno, la morale di questa uscita: ha fatto presto il dolore a distruggermi la faccia.

BOLINGBROKE
Il riflesso del vostro dolore ha distrutto la vostra immagine riflessa.

RICCARDO
Ditelo ancora! "Il riflesso del mio dolore" - eh, eh, vediamo un po'... Vero, verissimo. La mia afflizione me la tengo dentro e questi riflessi esterni, queste lamentazioni, sono meri riflessi dello strazio invisibile che si gonfia in silenzio entro un'anima torturata. È là che sta la sostanza; e io ti ringrazio, o Re, per la tua gran munificenza: che non solo mi dai ragione di alti lamenti, ma m'insegni anche il modo di lamentarne le cause. Chiedo ancora una grazia, e poi me ne vado senza più importunarvi. Mi verrà concessa?

BOLINGBROKE
Dimmi che grazia, amabile cugino.

RICCARDO
"Amabile cugino"? Sono più grande di un re. Quando ero re i miei adulatori non erano che sudditi; ora che sono io il suddito trovo qui un re a farmi da adulatore. Se sono così grande non ho bisogno di chiedere.

BOLINGBROKE
Chiedi lo stesso.

RICCARDO
Ed otterrò?

BOLINGBROKE
Certo che sì.

RICCARDO
Allora chiedo licenza di andare.

BOLINGBROKE
E dove?

RICCARDO
Dove vorrete, purché lungi da voi.

BOLINGBROKE
Qualcuno lo porti lestamente alla Torre.

RICCARDO
Buona questa! "Lestamente"! Siete una banda di lestofanti, tutti voi, così lesti a salire dove cade un re vero!

BOLINGBROKE
La nostra solenne incoronazione s'intende fissata per mercoledì prossimo. Signori, preparatevi.


Escono tutti eccettuati l'Abate di Westminster, il Vescovo di Carlisle, Aumerle.

ABATE
Abbiamo assistito a un ben triste spettacolo.

CARLISLE
Il peggio deve ancora venire. Gl'infanti non ancora nati sentiranno questo giorno come una spina nel cuore.

AUMERLE
Voi, santi uomini di chiesa, ci sarà una trama per liberare il reame da questa nefasta infamia?

ABATE
Mio signore, prima che io vi parli liberamente di ciò, dovrete non solo accostarvi al Sacramento giurando di far segreti i miei intenti, ma anche dar corso a qualsiasi piano io giunga ad architettare. Vedo che i vostri sguardi son pieni di malcontento, i vostri cuori di amarezza, e gli occhi di pianto. Venite a cena da me, e vi saprò imbastire una trama che ci farà tutti presto gioire.

 

Escono.

 

 

Indice Teatro

Inizio pagina

 


 

Riccardo II

(“The Tragedie of King Richard the Second” - 1595)

 

 

atto quinto - scena prima

 

Entrano la Regina con le dame del seguito.

 

REGINA
Il Re passerà di qui. Questa è la strada che porta all'infausto lascito di Giulio Cesare, la Torre, al cui abbraccio di pietra è condannato il mio signore, prigioniero per volontà del superbo Bolingbroke.
Fermiamoci qui, se questa terra ribelle vorrà ospitare la sposa del legittimo Re.


Entrano Riccardo e guardie.


Piano! Guardate - o meglio, non guardate la mia bella rosa che sta per appassire. Ma sì, alzate gli occhi e guardate, ché per pietà vi dissolverete in rugiada per ridonargli la freschezza con lacrime d'amore sincero.
Ahi tu, immagine vivente della rovina di Troia! Tu, mappa di ogni onore, tomba di Re Riccardo ma non più Re Riccardo! Tu, locanda incantevole: perché un'esecrabile pena deve albergare da te, mentre il trionfo è ospite di una volgare osteria?

RICCARDO
Non allearti al dolore, o donna leggiadra, non farlo. Non affrettar la mia fine. Impara, anima buona, a pensare alla grandezza di un tempo come a un sogno felice, ridestàti dal quale, la verità di quel che siamo ci si mostra così. Io, dolcezza, son fratello giurato della più dura Necessità. Lei ed io saremo in lega fino alla morte. Cerca rifugio in Francia, nei chiostri di un qualche monastero: vivremo sante vite, per conquistarci nel mondo a venire la corona che qui svaghi profani han fatto svanire.

 

REGINA
Cosa? E mio Riccardo, nell'anima e nel corpo, si è trasformato e infiacchito? Ha Bolingbroke deposto il tuo intelletto? Ha violentato il tuo cuore? Il leone morente tira fuori gli artigli e se non altro fa a brani la terra, a sfogare la rabbia della sconfitta. E tu, come uno scolaretto, accetti docilmente il castigo, baciando la frusta, e strisci davanti all'ira con l'umiltà dei vili? Tu che sei un leone, e il re degli animali?

 

RICCARDO
Re degli animali, davvero! Se non fossero tali regnerei ancora felicemente su uomini veri. Mia buona regina di un tempo, preparati a partir per la Francia. Pensami morto, e pensa che tu stai per darmi, qui al mio letto di morte, il tuo ultimo addio. Nelle tediose notti d'inverno siedi accanto al fuoco con dei bravi vecchietti, e fatti narrare gli eventi di queste età turbolente, ormai tanto lontane; e prima di dar la buonanotte, a ripagarli dei loro rimpianti, racconta loro la lamentevole mia vicenda, e manda gli ascoltatori a letto piangenti: poiché sì, anche gl'inanimati tizzoni si commuoveranno  ai mesti accenti delle tue toccanti parole, e le loro lacrime pietose estingueranno la fiamma; e vestiranno un lutto di cenere o nero carbone per la deposizione di un legittimo re.

Entra Northumberland.

NORTHUMBERLAND
Signore, Bolingbroke ha cambiato idea. Dovete andare a Pomfret, non alla Torre. Signora, ci sono ordini anche per voi: dovete partire immediatamente per la Francia.

RICCARDO
Northumberland, tu che sei la scala su cui il rampante Bolingbroke ascende al mio trono, il tempo non invecchierà che di qualche ora prima che il bubbone di tale misfatto, fattosi maturo, diffonda il suo marciume. Tu penserai che se lui dividesse il reame per dartene metà sarebbe troppo poco, ché tu l'hai aiutato a prendersi tutto. Lui penserà che tu, che conosci il sistema di insediare re senza diritto, lo richiamerai alla memoria per poco che ti si spinga in altra direzione, scaraventando lui a capofitto dal trono usurpato. L'amore dei malvagi si converte in paura, la paura in odio, e l'odio li tramuta - l'una cosa o entrambe - in meritato pericolo e morte ben meritata.

NORTHUMBERLAND
La mia colpa ricada sul mio capo. Facciamola finita. Prendete congedo, ditevi addio e fate presto.

RICCARDO
Divorziato due volte? O uomini malvagi, voi violate una duplice unione: tra me e la mia corona, e ora tra me e la mia legittima sposa. Lasciami sciogliere con un bacio la fede ch'io e te ci giurammo - eppure no, poiché fu un bacio a suggellarla. Separaci, Northumberland: io vado a settentrione, dove i malanni e un freddo da brividi infestano l'aria; mia moglie in Francia, donde partì in gran pompa, per venire qui, adorna come il dolce maggio: là rimandata come il  dì d'Ognissanti, il più breve dell'anno.

REGINA
Dobbiamo esser divisi? Saremo separati?

RICCARDO
Sì, amore: la mano dalla mano, il cuore dal cuore.

REGINA
Esiliateci entrambi, e il Re sia mandato con me.

NORTHUMBERLAND
Una soluzione umana, ma tutt'altro che politica.

REGINA
Allora dovunque egli vada, fate andare anche me.

RICCARDO
Così due che piangono insieme fanno un solo dolore. No, piangi per me in Francia, e io qui per te. Meglio lontani che vicini, ma mai veramente vicini. Va', misura i tuoi passi a sospiri, io a gemiti i miei.

REGINA
Allora chi ha più strada da fare dovrà gemer di più.

RICCARDO
Ad ogni passo gemerò due volte: ho poca strada da fare, e allungherò il percorso con la morte nel cuore. Su, andiamo: nel far la corte al dolore conviene esser brevi, che poi, una volta sposato, si vive con lui troppo a lungo. Un bacio suggelli le nostre labbra, in un addio silenzioso. Così ti dono il mio cuore, così mi porto via il tuo.

REGINA
Restituiscimi il mio. Non sarebbe giusto ch'io mi prenda il tuo cuore solo per ucciderlo. E ora che mi son ripreso il mio, va' pure: e forse ce la farò, a ucciderlo con un gemito.

RICCARDO
Noi titilliamo la nostra pena, con questi indugi d'amore. Ancora un addio. Il resto, saprà dirlo il dolore.

 

Escono.

 

 

 

atto quinto - scena seconda

 

Entrano il Duca di York e la Duchessa.

DUCHESSA
Mio signore, mi avevate promesso di raccontare il seguito, quando il pianto vi ruppe il filo della storia del rientro a Londra dei nostri due cugini.

YORK
Dove ero rimasto?

DUCHESSA
A quel triste momento, mio signore, di quando mani villane di facinorosi, dall'alto delle finestre, gettavano fango e immondizie sulla testa di Re Riccardo.

YORK
Allora, come dicevo, il Duca, il grande Bolingbroke, montato su di un focoso, irruento destriero che pareva partecipe dell'impazienza del suo cavaliere, con lenta e maestosa andatura teneva il passo, mentre le folle gridavano "Dio salvi Bolingbroke!". Avresti detto che le finestre stesse gridassero, tante eran le facce avide di giovani e vecchi che dai davanzali lanciavano occhiate ardenti sul volto di lui; e che tutti i muri, affrescati di folle, dicessero all'unisono: "Gesù ti conservi, benvenuto Bolingbroke!", mentr'egli, volgendosi ora a destra, ora a sinistra,  capo scoperto, curvandosi  sul collo del superbo destriero, rispondeva così: "Grazie a voi, compatrioti", e così facendo andava per la sua strada.

DUCHESSA
Ahimè, povero Riccardo! E lui, in quel mentre, dove cavalcava?

YORK
Come a teatro gli occhi degli spettatori, dopo che un loro attore favorito lascia il palcoscenico, si volgono distratti su chi gli subentri in scena, pensando che il suo bla-bla non meriti attenzione, proprio così, e con maggiore disdegno, gli occhi della gente squadravano ostili il nobile Riccardo. Nessun "Dio salvi!", nessuna voce festosa a dargli il bentornato: ma fango, scagliato sulla sua testa consacrata, che lui si scrollava di dosso con contenuta afflizione, il volto combattuto tra lacrime e sorrisi - i segni del dolore e della rassegnazione - ché se Iddio, per qualche suo alto disegno, non avesse impietrito i cuori degli uomini, essi si sarebbero inteneriti per forza, e la barbarie stessa lo avrebbe compianto. Ma in questi eventi c'è sempre la mano del cielo, al cui alto volere serenamente ci rassegniamo. A Bolingbroke abbiamo, da sudditi, giurato fedeltà: del suo potere voglio onorare, per sempre, l'autorità.

Entra Aumerle.

DUCHESSA
Ecco che arriva nostro figlio Aumerle.

YORK
Aumerle non più:
ha perso il titolo perché era amico di Riccardo; e adesso, signora, dovrete chiamarlo Rutland. In Parlamento mi son fatto garante della sua lealtà e costanza di vassallo del nostro nuovo Re.

DUCHESSA
Benvenuto, figlio mio! E chi sono le violette che costellano il grembo verde della nuova primavera?

AUMERLE
Signora, non lo so, né me ne importa un granché. Dio sa quanto m'importa di figurare fra loro.

YORK
Bravo, conduciti bene, in tal primavera precoce, o rischi di esser reciso prima di sbocciare. Che notizie da Oxford? Si faranno, le giostre e i tornei?

AUMERLE
Per quanto mi consta, signore, si faranno.

YORK
E voi ci andrete, lo so.

AUMERLE
A Dio piacendo, questa è la mia intenzione.

YORK
Ma cos'è quel sigillo che ti spunta dalla giubba? Ehi! Cosa fai, impallidisci? Fammi vedere la lettera.

AUMERLE
Non è nulla, signore.

YORK
In tal caso, non importa chi la legge. Voglio vederci chiaro: fammi vedere la lettera.

AUMERLE
Imploro Vostra Grazia di perdonarmi. È una questione di nessuna importanza, che ho una qualche ragione di non voler divulgata.

YORK
E che io, messere, ho qualche ragione di voler leggere. Io temo... Io temo...

DUCHESSA
Che avete da temere?

Sarà una qualche cambiale da lui sottoscritta per lo sfarzoso costume da indossare al torneo.

YORK
Cambiale? e la tiene con sé? Che ci fa con una cambiale da lui stesso firmata? Moglie, tu sei una sciocca. Ragazzo, fammi veder che c'è scritto.

AUMERLE
Vi scongiuro, perdonatemi, ma non posso mostrarla.

YORK
Voglio vederci chiaro. Fammi vedere, ti dico.


Gliela strappa dal seno e la legge.

Tradimento, vile tradimento! Mascalzone, fellone, vigliacco!

DUCHESSA
Di che si tratta, signore?

YORK
Ehi, c'è qualcuno qui? Sellatemi il cavallo. Misericordia divina, che azione proditoria!

DUCHESSA
Ma come, di che si tratta, signore?

YORK
Portatemi gli stivali, vi dico. Sellate il cavallo. Sul mio onore, la mia vita, la mia fede giurata, adesso corro a denunciare quel disgraziato.

DUCHESSA
Ma di che si tratta?

YORK
Zitta, stupida che sei!

DUCHESSA
Parlo quanto mi pare. Di che si tratta, Aumerle?

AUMERLE
Madre diletta, calmatevi. È solo una cosa di cui risponderò con la mia povera vita.

DUCHESSA
Rispondere con la vita?

YORK
Portatemi gli stivali. Vado subito dal Re.

Entra il suo attendente con gli stivali.

DUCHESSA
Picchialo, Aumerle! Povero ragazzo, trasecoli. Via di qui, manigoldo! Non farti mai più vedere!

YORK
Datemi gli stivali, vi dico!

DUCHESSA
Ebbene, York, che credi di fare? Non vuoi coprire le malefatte del tuo stesso sangue? Ne abbiamo altri, di figli? Potremo mai averne altri? I miei giorni fecondi non li ha disseccati il tempo? E vorresti strappare il mio bel figliolo alla mia vecchiaia, e derubarmi del titolo di madre felice? Non è lui come te? Non ha il tuo stesso sangue?

YORK
O donna folle e insensata! Vorresti nascondere questa losca congiura? Una dozzina di costoro han giurato sul Vangelo, reciprocamente impegnandosi per iscritto, di assassinare il Re a Oxford.

DUCHESSA
E lui non ci sarà: ce lo terremo qui. E allora, di che lo potranno accusare?

YORK
Va' via, donna insensata. Fosse venti volte mio figlio, io l'andrei a denunciare.

DUCHESSA
Se me lo avessi partorito urlando come ho urlato io, saresti più comprensivo. Ma ora so cos'hai in mente. Tu sospetti che io sia stata infedele al tuo letto e che lui sia un bastardo, e non un tuo figlio. Dolce York, mio tenero sposo, non pensare una cosa simile. Lui ti assomiglia che più non potrebbe: non assomiglia a me, o a nessuno dei miei; eppure io lo amo.

YORK
Levati di mezzo, donna impossibile!

 

Esce.

DUCHESSA
Corrigli dietro, Aumerle. Salta sul suo cavallo. Sprona, galoppa, arriva dal Re prima di lui, e implorane il perdono prima che lui ti accusi. Non resterò indietro di molto: sarò vecchia, ma so di poter cavalcare veloce quanto York; e non mi alzerò più da terra se prima Bolingbroke non ti avrà perdonato. Va'.

 

Escono.

 

 

 

atto quinto - scena terza

 

Entrano Bolingbroke, Percy e altri Pari.

BOLINGBROKE
Nessuno sa dirmi di quel perdigiorno di mio figlio? Tre mesi interi sono passati da quando l'ho visto l'ultima volta. Se una calamità ci pende fra capo e collo, è proprio lui quella. Dio voglia, signori miei, che lo si rintracci. Cercatelo in tutta Londra, fra le taverne, là dove, dicono, bazzica tutti i giorni, con dei compagni scostumati e senza freno: gente capace, dicono, di appostarsi per vicoli e angiporti e malmenare gli sbirri, e rapinare i viandanti; e lui, giovane dissoluto e senza spina dorsale, si fa un punto d'onore di proteggerli, quel branco di farabutti.

PERCY
Mio Sire, il principe l'ho visto un paio di giorni fa, e gli ho detto dei tornei che si tengono a Oxford.

BOLINGBROKE
E che ha risposto, il signorino?

PERCY
Ha detto che sarebbe andato al bordello, avrebbe preso un guanto alla più squallida di quelle creature, e l'avrebbe portato qual pegno d'amore; e con esso avrebbe disarcionato il più gagliardo dei campioni.

BOLINGBROKE
Temerità e dissolutezza! Pure, in entrambi gli eccessi, intravedo qualche barlume di speranza, che in anni più maturi potrà forse dar frutti. Ma chi viene adesso?


Entra Aumerle, trafelato.

AUMERLE
Dov'è il Re?

BOLINGBROKE
Che accade a nostro cugino che ha gli occhi sbarrati e appare stralunato?

AUMERLE
Dio salvi Vostra Grazia. Ve ne scongiuro, Maestà, fatemi conferire in privato con Vostra Grazia.

BOLINGBROKE
Ritiratevi, e lasciateci qui soli.


Escono Percy e i Pari.


E ora, cos'ha da dirci il nostro cugino?

AUMERLE
Le mie ginocchia mettan per sempre radici a terra, e la mia lingua mi s'inchiodi al palato se mi rialzo o apro bocca prima di avere il perdono.

BOLINGBROKE
L'hai pensata, la malefatta, o l'hai anche commessa? Nel primo caso, per quanto esecrabile sia, io ti perdono: così mi guadagno la tua gratitudine.

AUMERLE
Allora datemi licenza di girare la chiave, e che non entri nessuno, prima ch'io abbia finito.

BOLINGBROKE
Fa' come vuoi.


Aumerle chiude la porta a chiave.

Il Duca di York bussa alla porta e grida.

YORK (da dentro)
Mio Sire, in guardia, attento! Ti trovi al cospetto di un traditore.

BOLINGBROKE
Ribaldo, ti faccio passare la voglia!

AUMERLE
Ferma la mano vindice! Non hai da temere alcunché.

YORK
Apri la porta, o Re sconsiderato e imprudente! Devo per amor tuo mancarti di rispetto? Apri la porta, o sono costretto a sfondarla!

Entra York.

BOLINGBROKE
Di che si tratta, zio?

Parla, riprendi fiato. Dicci se questo pericolo è davvero incombente, così da armarci e affrontarlo.

YORK
Esamina questo scritto, e lo saprai, il tradimento che la mia urgenza mi vieta di spiegare.

AUMERLE
Ricorda, nel leggere, la promessa fatta. Sono un pentito: non leggerci anche il mio nome. Il mio cuore non era in combutta con la mia mano.

YORK
Lo era, sciagurato, prima che la tua mano impugnasse la penna. Io l'ho strappato dal petto del traditore, o Re. Paura, e non amore, ha generato il suo pentimento. Scordati la pietà, o tale pietà diventerà un serpente, e ti trafiggerà il cuore.

BOLINGBROKE
Oh, odiosa, grave e temeraria congiura! O padre leale di un figlio fellone, tu pura, immacolata, argentea sorgiva da cui questo fiumiciattolo, per fangosi meandri, si è impantanato e intorbidato del tutto. Il bene di cui sei prodigo si convertì in male, ma la tua generosa purezza saprà diluire questa mortifera macchia nel tuo figlio traviato.

YORK
Così la mia virtù farà da mezzana al suo vizio, ed egli farà sperpero del mio onore col suo disonore, come quei figli che scialacquano l'oro di padri parsimoniosi. Il mio onore vivrà se il suo disonore morrà, o la mia vita disonorata vivrà nel suo disonore. Uccidi me, se lui vive: se gli concedi un fiato vivrà un fellone, e un suddito fedele è giustiziato.

DUCHESSA (da dentro)
Aiuto, mio Sire, in nome di Dio fatemi entrare!

BOLINGBROKE
Che strida laceranti! Chi supplica così?

DUCHESSA
Una donna, gran Re. Son io, tua zia. Parla con me, abbi pietà di me, apri la porta! T'implora una mendica che mai ha mendicato.

BOLINGBROKE
Bel colpo di scena! da una vicenda tragica siamo passati alla storia del Re e della Mendica. Spericolato cugino, fate entrare vostra madre: lo so che viene a intercedere pel vostro turpe peccato.

YORK
Se lo perdoni, chiunque venga a pregarti, da tal perdono scaturiranno altre colpe; se tagli via l'arto infetto, il resto si manterrà sano; ma se lo lasci com'è, infetterà a tutto spiano.

Entra la Duchessa.

DUCHESSA
O Re, non dare ascolto a quest'uomo indurito: chi non ama il proprio sangue non ama nessuno.

YORK
O donna forsennata, che vieni a fare qui? Torni ad offrire le poppe di vecchia al figlio che tradì?

DUCHESSA
Diletto York, sta' calmo. Ascolta, sovrano cortese.

BOLINGBROKE
Alzatevi, buona zia!

DUCHESSA
Non ancora, t'imploro. Camminerò per sempre a ginocchioni senza mai salutare il giorno con l'occhio di chi è beato finché non mi darai la gioia, non m'intimerai la gioia col perdonare Rutland, il mio ragazzo traviato.

AUMERLE
Alle preghiere di mia madre piego anch'io le ginocchia.

YORK
Contro l'uno e l'altra io piego le mie giunture leali. Se gli concedi la grazia, non ne verranno che mali.

DUCHESSA
Supplica sul serio? Guardalo bene in viso: dai suoi occhi non cade lacrima, se prega non fa sul serio. Lui parla con la bocca, noi dal profondo del cuore. Lui prega senza slancio, perché tu gli dica di no; noi invece con anima e cuore, con tutto il nostro essere. Le sue stanche membra, lo so, si leverebbero ben volentieri; i nostri ginocchi resterebbero a terra sino a metter radici. Le sue preghiere trasudano ipocrisia e falsità, le nostre, autentica fede e profonda onestà. Le nostre danno dei punti alle sue: ricevano intera la ricompensa che dovrebbe spettare a ogni prece sincera.

BOLINGBROKE
Alzatevi, buona zia!

DUCHESSA
No, non dire "Alzatevi!". Di' prima "Perdono", e poi "Alzatevi!". Foss'io la tua nutrice a insegnarti a parlare, "perdono" sarebbe la prima parola da te pronunciata. Mai prima d'ora ho atteso così una parola. Di' "Perdono", o Re, e che la pietà t'insegni come dirlo: ché la parola è breve, ma ancora più dolce di quanto sia breve. Non c'è parola che, come "perdono", si addica tanto alla bocca di un Re

YORK
Ditelo in francese, o Re: dite "Pardonne moi".

DUCHESSA
Insegni al perdono ad annullare il perdono? Ah, mio arcigno sposo, mio signore dal cuore di pietra, che contrapponi una parola a se stessa! Pronuncia il "perdono" così come s'usa nel nostro paese: questo francese a doppio taglio non lo comprendiamo. Il tuo occhio comincia a parlare: lo accompagni la lingua, oppure s'accosti il tuo orecchio al tuo cuore pietoso, e udendo come l'hanno trafitto preghiere e lamenti, t'induca la pietà a recitare il "Perdono".

BOLINGBROKE
Alzatevi, buona zia!

DUCHESSA
Io non chiedo di alzarmi. Una cosa sola io chiedo: il perdono.

BOLINGBROKE
Lo perdono. E possa Iddio perdonarmi!

DUCHESSA
O privilegio felice di un ginocchio piegato! Eppure la paura mi fa stare male. Dillo di nuovo: dire due volte "perdono" non è perdonare due volte, ma raddoppiare la forza di un unico perdono.

BOLINGBROKE
Di tutto cuore lo perdono.

DUCHESSA
Un dio in terra tu sei!

BOLINGBROKE
Ma quanto al mio fido cognato e all'Abate, con tutta la cricca dei loro degni compari, una sentenza di morte li incalzerà alle calcagna. Buon zio, fa' che molteplici forze convergano su Oxford, o dovunque si trovino questi traditori. Non resteranno a lungo, lo giuro, in questo mondo, poiché io li avrò, appena saprò dove sono. Arrivederci, zio, e tu, cugino, addio. Tua madre ha pregato bene: dimostrati ora leale.

DUCHESSA
Vieni, mio figlio di sempre. Dio ti faccia rigenerare.


Escono.
Entrano Sir Piers di Exton e servitori.

EXTON
Non l'hai sentito il Re? Le parole che ha detto? "Non c'è un amico che mi liberi di quest'incubo vivente?"
Non ha detto così?

SERVITORE
Queste parole esatte.

EXTON
"Non c'è un amico?" - ha detto. E l'ha detto due volte. Due volte: ci ha pure insistito. Non è così?

SERVITORE
È così.

EXTON
Dicendo questo, mi guardava fisso, come per dire, "Come vorrei che fossi tu l'uomo capace di liberare il mio cuore da questa ossessione!" - Intendeva il Re a Pomfret. Andiamo, ti dico. Son io l'amico del Re, e annienterò il suo nemico.

 

Escono.

 

 

 

atto quinto - scena quarta

 

Entra Riccardo, solo.

RICCARDO
Continuo a chiedermi come paragonare questa prigione dove vivo al resto del mondo, e siccome il mondo è pieno di gente e qui non c'è anima viva, fuori che me, non posso farlo. Pure, continuo a battere su quel chiodo. La mia immaginazione farà da femmina al mio spirito, il mio spirito è il maschio, e fra tutti e due concepiranno una generazione di pensieri prolifici, e saranno essi a popolare questo microcosmo di personaggi irrequieti quanto la gente di questo mondo: poiché nessun pensiero è mai contento. I migliori, come i pensieri del divino, sono frammisti ai dubbi: tali da mettere il Verbo stesso in conflitto col Verbo.

Come "Lasciate che i pargoli"; oppure ancora "È più facile per un cammello passare per la cruna d'un ago". I pensieri che spronano all'ambizione, progettano imprese irrealizzabili: come queste vane, fragili unghie possano aprirsi una breccia tra le strutture granitiche di questo duro universo - le mura scabre della mia prigione. E poiché non possono, si annullano nella loro superbia. I pensieri che aspirano alla rassegnazione si consolano di non essere i primi, fra gli schiavi della Fortuna, e neppure gli ultimi: come stolti mendichi che, inchiodati alla gogna, si sentono meno umiliati perché è toccato a tanti, e toccherà a tanti altri. E in questo pensiero trovano una sorta di sollievo, caricando le proprie sventure sul dosso di quelli che prima di loro ebbero simile sorte. Così io recito in un sol personaggio la parte di molti: e nessuno contento. Qualche volta faccio il re: allora il tradimento mi fa sospirare di essere un poveraccio - ed io tale divento. Poi però l'opprimente miseria mi convince che me la passavo meglio da re. Ed eccomi rimesso sul trono: solo che di lì a poco mi vedo bello e detronizzato da Bolingbroke, e subito non sono più nulla. Ma chiunque io sia, né io né alcun uomo che possa dirsi uomo sarà contento di nulla finché non avrà il sollievo di sentirsi un nulla.

 

Suono di musica.

 

Sento della musica. Ha-ha! Andate a tempo! Come è aspra la dolce musica quando non tiene il ritmo e non rispetta il tempo. Così è per la musica delle umane vite: e qui io ho un orecchio talmente affinato da avvertire la stonatura in una corda non bene accordata. Ma per accordare il mio regno ai bisogni del tempo, non ebbi orecchio da avvertire le mie stonature. Ho fatto pessimo uso del tempo, e il tempo fa pessimo uso di me, ché ora il tempo ha fatto di me il suo orologio. I miei pensieri sono minuti, che i miei sospiri vanno ritmando sul quadrante dei miei occhi; mentre il mio dito, come la punta della lancetta, continua a segnare il tempo, nettandoli delle lacrime. Ora, signore, il suono che indica lo scadere dell'ora è il clamore dei gemiti che mi squassano il cuore - che è la campana. Così sospiri, e lacrime, e gemiti, scandiscono i minuti, i quarti e le ore; mentre il tempo mio va galoppando a portare la gioia del superbo Bolingbroke, e io me ne sto qui a fare il pupazzo, a guardia del suo orologio. Questa musica mi fa uscir di senno. Fatela smettere! Può darsi abbia ricondotto dei folli a rinsavire, ma io dico che può portare chi è savio alla follia. Pure, benedetta l'anima buona che me la infligge, poiché essa è segno d'affetto, e l'affetto per Riccardo è un ben raro gioiello, in un mondo così saturo d'odio.

Entra uno staffiere.

STAFFIERE
Salute, o principe reale!

RICCARDO
Grazie, nobile Pari. Il meno caro di noialtri costa dieci soldi di troppo.
Chi sei, e come sei arrivato sin qui, dove non arriva mai un'anima, a parte quel tristo figuro che mi porta del cibo, per prolungare la mia disgrazia?

STAFFIERE
Ero un povero garzone delle tue scuderie, o Re, quando tu eri re: in viaggio alla volta di York, a furia di darmi da fare ho infine avuto il permesso di rivedere in faccia il regale padrone di un tempo. Oh, come mi si è stretto il cuore quando ho assistito, nelle strade di Londra, al giorno dell'incoronazione, con Bolingbroke che cavalcava Berbero, il tuo roano, quel cavallo che tante volte tu hai cavalcato, quel cavallo che io curavo con tanto amore!

RICCARDO
Cavalcava Berbero? Dimmi, amico cortese, con lui in sella, come si portava?

STAFFIERE
Superbamente, come se disdegnasse la terra.

RICCARDO
Superbo di avere in groppa Bolingbroke! Quel brocco ha preso il pane dalla mia mano di re: questa mano l'ha fatto superbo, carezzandogli il collo. E non ha sgroppato? Non è caduto? - anche la superbia cade, prima o poi. - Non ha rotto il collo a quell'uomo superbo che ha usurpato il suo dosso? Perdonami, cavallo! Perché me la prendo con te, visto che tu, creato per esser domato dall'uomo, sei fatto per portarlo? Io non son nato cavallo, eppure porto la soma di un somaro, spronato, escoriato, fiaccato da un rampante Bolingbroke.

Entra un carceriere con un piatto.

CARCERIERE
Levati di tomo, compare. Qui non si può stare.

RICCARDO
Se mi vuoi bene, è tempo che tu vada.

STAFFIERE
Quel che la lingua non osa, lo dirà il mio cuore.


Esce.

CARCERIERE
Signore, gradireste un boccone?

RICCARDO
Assaggialo prima tu, come al solito.

CARCERIERE
Mio signore, non oso. Sir Piers di Exton, da poco inviato da parte del Re, me l'ha espressamente proibito.

RICCARDO
Il diavolo vi porti, Enrico di Lancaster e te. La mia pazienza è inacidita, ne ho più che abbastanza.


Batte il carceriere.

CARCERIERE
Aiuto, aiuto, aiuto!


Exton e i sicari entrano di corsa .

RICCARDO
Cosa? Che vuole dire la morte con questa brutale irruzione? Farabutto, la tua mano mi offre lo strumento della tua morte. E tu, va' a prendere un altro posto all'inferno!

 

Exton lo abbatte.

Nel fuoco inestinguibile arderà la mano che scrolla così la mia persona. Exton, la tua mano crudele ha macchiato col sangue del Re la terra del Re. In alto, in alto, anima mia! Il tuo trono è in alto, lassù, mentre la carne greve sprofonda e muore quaggiù.


Muore.

EXTON
Pieno di valore come di sangue reale. Ho versato l'uno e l'altro. Oh, se fosse almeno una buona azione! Adesso il demonio, che mi disse ch'ero nel giusto, dice che quest'azione è già rubricata all'inferno. Porterò il Re morto dal Re vivente. Gli altri portateli via, e seppelliteli nei paraggi.

 

Escono.

 

 

 

atto quinto - scena quinta

 

Fanfara.

Entrano Bolingbroke col Duca di York, altri Pari e persone del seguito.

BOLINGBROKE
Mio caro zio York, l'ultima notizia che abbiamo è che i ribelli hanno ridotto in cenere la nostra città di Cirencester, nella contea di Gloucester. Ma non sappiamo se li abbiamo uccisi o fatti prigionieri.

 

Entra Northumberland.

Benvenuto, mio Duca. Che novità ci sono?

NORTHUMBERLAND
Innanzitutto, auguro ogni bene alla tua sacra Maestà. Quindi t'informo di aver mandato a Londra le teste di Oxford, Salisbury, Spencer, Blunt e Kent. Le circostanze della cattura le troverai descritte diffusamente qui, in questo rapporto.

BOLINGBROKE
Ti ringraziamo, nobile Percy, per la pena che ti sei dato. Ai tuoi meriti aggiungeremo un compenso assai ben meritato.

Entra Lord Fitzwater.

FITZWATER
Mio Sire, ho mandato a Londra da Oxford le teste di Brocas e Sir Bennet Seely, due dei pericolosi traditori che han cospirato preparando, a Oxford, il tuo rovesciamento.

BOLINGBROKE
La tua opera, Fitzwater, non sarà dimenticata. Alti e nobili sono i tuoi meriti, e ben lo sappiamo.

Entrano Percy e il Vescovo di Carlisle.

PERCY
L'anima della cospirazione, l'Abate di Westminster, gravata dai rimorsi e da un'amara ipocondria, ha abbandonato il suo corpo alla sepoltura. Ma Carlisle è qui, vivo, che attende la tua reale sentenza, e la condanna della sua insolenza.

BOLINGBROKE
Carlisle, questa è la tua condanna: scegliti un rifugio segreto, un ritiro claustrale migliore dell'attuale, e là goditi la vita. Così, se saprai vivere in pace, morirai senza affanni. Anche se da sempre nemico mi sei stato, in te nobili vampate d'onore ho riscontrato.

Entra Exton con la bara.

EXTON
Gran Re, dentro questa bara io ti presento la fine del tuo incubo. Qui giace, senz'alito di vita, il più potente dei tuoi più grandi nemici: Riccardo di Bordeaux, che ti ho portato sin qui.

BOLINGBROKE
Exton, non ti dico grazie: tu hai perpetrato, con la tua mano nefanda, un'azione obbrobriosa che ricadrà sul mio capo, e su quest'intera nazione gloriosa.

EXTON
Ma l'ordine, mio Sire, partì dalle vostre labbra...

BOLINGBROKE
Non ama il veleno chi fa ricorso al veleno: ed io non amo te. Per quanto lo volessi morto, io odio chi l'ha ucciso ed amo lui, l'ucciso. Avrai il rimorso, per la briga che ti sei preso, ma non una buona parola né un principesco favore. Va' con Caino a vagare nell'oscurità della notte e non osare mostrarti alla luce del giorno. Miei Pari, ve l'assicuro, la mia anima è piena di dolore, ché la mia pianta, per crescere, è stata innaffiata di sangue. Venite a pianger con me quello che piango io, e immantinente vestitevi di nere gramaglie. Io andrò in pellegrinaggio in Terrasanta, a mondare di questo sangue la mia mano colpevole. Rendete onore al mio lutto, seguitemi con viso scuro, piangendo al seguito di questo feretro prematuro.

 

Escono.


Finis

 

 

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