William Shakespeare - Il Teatro

 

Indice Teatro

 

Romeo e Giulietta

(“Romeo and Juliet”  1594 - 1595)

 

 

Introduzione - Riassunto

Personaggi - Atto Primo

Atto Secondo - Atto Terzo

Atto Quarto - Atto Quinto

 

Introduzione

 

Opera ricca e densa, Romeo e Giulietta fonde tutti i generi, tutti gli stili, alternado la grossolanità più rozza ed il lirismo più raffinato. Ma soprattutto, è un’opera sostenuta da una poesia che oltrepassa il tempo e lo spazio. Questa tragedia, certamente la più popolare di Shakespeare, si ispira a numerose fonti. Tuttavia solo lui ha saputo elevare al rango di mito questa tragica storia d'amore e di morte. I personaggi di Romeo e Giulietta appaiono la prima volta in una novella di Luigi da Porta (1485-1529) che riprendeva un soggetto già sviluppato da un racconto del Novellino di Masuccio Salernitano e in seguito ripreso da Matteo Bandello in una delle sue Novelle. Ma il nucleo narrativo di fondo è già rintracciabile nelle figure di Piramo e Tisbe tratteggiate da Ovidio. La pièce ha ispirato moltissimi artisti (celebri l'opera musicale di Gounod e il balletto di Prokofiev) e ha dato luogo ad innumerevoli adattamenti scenici e cinematografici.

 

 

Tragedia del Rinascimento 

Questa tragedia ha per oggetto l’amore e la tragicità dell’amore. Dell’amore è certamente l’opera che, insieme a poche altre, celebra il mito in un modo tale da fare assumere alla pièce la funzione di paradigma. Da questo momento in avanti l’amore e Romeo e Giulietta faranno tutt’uno nell’immaginazione di tutti. È di scena l’amore puro, rarefatto e senza condizioni, sembrerebbe neanche sotto l’ipoteca sessuale: a questo riguardo l’amore maturo e adulto di Antonio e Cleopatra potrà costituire la verifica realistica se Romeo e Giulietta ne è la trattazione idealistica o romantica. Certamente il Romanticismo si è impadronito dell’opera e l’ha fatta propria: ma altre sono le sue radici e il suo spazio simbolico di fondo.In controluce c’è l’idea d’amore del Rinascimento con i suoi riferimenti neoplatonici. Si rintraccia nell’opera l’eco di un’epoca bellicosa: l’età elisabettiana porta il segno delle guerre di religione e dei conflitti cruenti che si combatterono tra stati, tra famiglie. Il personaggio del Principe richiama alla mente la figura della sovrana di ferro come anche il personaggio omonimo di Machiavelli e certo machiavellismo passato in Inghilterra all’epoca (e nelle orecchie) di Shakespeare (vedi il saggio di M.Praz). Si annuncia peraltro in questo Shakespeare “italiano” l’eterna Italie sanglante (pugnali e veleni) che perverrà intatta, come mito romantico, nella penna di Stendhal (Chroniques italiennes).
Ma è il neoplatonismo di radice italiana passato ai poeti della Pléiade e certamente noto a Shakespeare che edificando una concezione del sentimento amoroso su forti basi idealistiche e quasi mistiche (che non riguarda solo i sentimenti umani ma tutta la concezione del cosmo e che peraltro, in più luoghi, nella pièce, è messa in relazione con l’amore in una fusione panteistica), mette una seria ipoteca sull'opera. L’amore fra i due adolescenti si esprime anche con un vocabolario religioso e mistico cui la presenza di Fra Lorenzo dà quasi il carisma del mistero religioso. Ma come sempre i capolavori vivono sì nello spazio simbolico della propria epoca ma fanno del proprio spazio simbolico un universo a se stante. Così quest’opera reca il marchio del genio shakespeariano e l’idealismo romantico (se mai c’è stato) emerge da un mélange ardito di comico e patetico, andamento prosastico e slancio lirico, linguaggio sostenuto e grossolanità: la cifra del suo irregolare ed anticlassico autore.

Gli inestinguibili odi familiari, lo sferragliare delle spade, i sussurri amorosi dei giovanetti in amore in freschi giardini italiani, l’enfasi e il lirismo sentimentale senza paragoni del loro fraseggio amoroso, il ballo intrecciato del caso e della malasorte, il sinistro operare dei veleni nel freddo dell’ avello (dovuto anche al maneggio di un frate un po’ pasticcione quasi da opera buffa), le morti incrociate degli amanti resteranno nella memoria in fiamme dello spettatore e del lettore avvinti nel binomio di sempre (che come non mai qui celebra il suo trionfo): l’amore che eleva le anime in cielo e la morte che trascina i corpi sottoterra.

Montecchi e Capuleti, famiglie veronesi offuscate dai soldi e dall’orgoglio smodato ed egocentrico, lasciano scorrere gli anni alimentando un odio recondito l’una verso l’altra, e senza permettere spiragli di chiarimento.

Sotto l’ombra di quest’odio sono cresciute le generazioni giovanili, intolleranti tra loro quanto gli stessi adulti; ma per quanto i due casati non possano prendersi nemmeno in fotografica (o in dipinto onde evitare anacronismi di natura tecnologica) un tenue filo sembra unirli segretamente: l’amore tra i rispettivi figli: la dolce Giulietta, e il baldo Romeo.

Conosciutisi ad una festa, i giovani inconsapevoli delle proprie origini, si lasciano andare aprendo i propri animi alle dichiarazioni più struggenti e sincere di un amore così puro e saldo quanto prematuro. Ma in fondo per ogni roseto c’è sempre un bocciolo destinato ad essere reciso o da natura stessa, o da mano dell’uomo, e costretto a non vedere fioritura… quanto per ogni amore c’è la possibilità di non vederne maturazione. Offuscato dai propri sentimenti verso la bella Giulietta e fiducioso nel porre pace tra la sua famiglia e quella dei Capuleti, Romeo si oppone con animo sincero alle lotte familiari fino a quando la sventura non vede consegnare alla morte il suo amico Mercuzio per mano del codardo Tebaldo, nipote di quel casato tanto odiato. Il tenero amore verso Giulietta, non impedisce a Romeo di vendicare il sangue dell’amico versato.

Ucciso il riottoso Tebaldo, Romeo viene esiliato da Verona sotto gli occhi di Giulietta, troppo unita a lui e alla sua mano, colpevole di aver seminato sangue della sua famiglia. Divisa dalla legge e dalle imminenti nozze organizzate con il diletto Paride ad opera di suo padre, Giulietta accetterebbe ogni cosa pur di scampare al destino e attendere chi lei realmente ama. Animata di coraggio accetta ciò che il buon Frate Lorenzo, che ufficiò le sue nozze con Romeo, ha da proporle; e per quanto coraggiosa e desiderosa di venire fuori, casualità o destino ancora una volta si metteranno contro, recidendo ciò spontaneamente veniva fuori in splendore.

- Dramma d’amore -, - storia d’amore maledetto -, - storia di due tristi amanti -, e via dicendo, su “Romeo e Giulietta” quotidianamente vengono messe centinaia di targhe chiarificatrici quanto ingiustamente riassuntive.

L’opera scespiriana non è un commento così spicciolo, “Romeo e Giulietta” è innanzitutto poesia (essendo scritta per la quasi totalità in versi, a tratti anche ritmati), poi è l’esaltazione del sentimento umano, un’architettura stabile e inattaccabile come se giocasse su forze fisiche tanto numerose quanto di diversa intensità orientate tanto da annullarsi tra di loro. In origine c’è l’odio, così forte e sopra ad ogni cosa da portare solo pensieri di morte:
 


«…portami la spada, ragazzo. Ma come, quel vigliacco osa venire qui […] Ecco, per il sangue e l’onore della mia stirpe, non reputo un peccato colpirlo a morte.»

Tebaldo, Atto 1, sc. 5.
 


Non importa che cada qualcuno colpito a morte, la sola cosa che conta animati da quell’odio è che la famiglia e il nome vengano messi in salvo dal semplice pensiero di un disonore ipotetico. In questa via di odio si stagliano due personaggi, il già citato ed irruento Tebaldo, e il danzante Mercuzio con Benvolio, cugino di Romeo. La sola vista dei Capuleti per loro è sinonimo di ira, vergogna, impeti, ma se Mercuzio davanti all’irritante Tebaldo parla con queste parole:

«Accordato? Ci prendi per sonatori? Se ci prendi per tali allora preparati a sentire soltanto disaccordi. Ecco il mio archetto, ciò che vi farà danzare. Ecco i vostri disaccord

Mercuzio, Atto 3, sc. 1.

Benvolio invece segue:

«Siamo in mezzo alla gente. O ci ritiriamo in luogo appartato e ragioniamo a sangue freddo delle vostre liti, o qui ci separiamo: tutti gli occhi puntano su di noi.»
Benvolio, Atto 3, sc. 1.

Se il primo, per quanto personaggio ilare della vita di Romeo, si rivela pur sempre vittima di quello spettro che è l’odio, sempre pronto ad attaccare briga e azzannare Capuleti; il secondo appare più moderato, accomodante e differente manifestazione di questo sentimento. A questo scheletro nero e teso, scarica un altro insieme di immagini, personaggi e forze riassunte nel sentimento opposto. Se a fotogrammi alterni si alternano parole di odio tra le due famiglie rivali per tutto il dramma, allo stesso modo dal secondo atto, ci vengono offerti altri stralci moderati ma stabili, ed opposti al seme d’ira offertoci. Il dramma diventa quindi una immane figura retorica: una sorta di ossimoro fatto di dialoghi e scene: è azzardata come affermazione, ne sono conscio, ma la forza intrinseca del dramma è lì, dietro questo “odiato amore” che Shakespeare amplifica abilmente.

L’odio delle famiglie così forte e amaro non fa altro che rendere automaticamente più dolce l’amore dei due, e altrettanto per l’amore, così vivo e sereno da far apparire personaggi come Tebaldo, Mercuzio, e compagnia accecati dalle loro questioni. Divisi dal loro nome Romeo e Giulietta, cedono ad un amore reso ancora più forte e saldo dall’odio dal quale sono nati. L’amore narrato diventa anche antidoto contro l’odio di cui è pregna la schiera dei personaggi, e testimone di questo tentativo è lo stesso frate Lorenzo, confessore nonché amico di Romeo, è lui stesso a parlare alimentato da quest’idea:

«C’è una ragione per cui voglio aiutarti: il vostro matrimonio potrebbe forse mutare il rancore delle vostre famiglie in affetto sincero…»
Frate Lorenzo, Atto 2, sc. 3.

E oltre l’appoggio spirituale del frate, a creare questa piccola rosa tra i rovi, sono gli stessi amanti, che dichiarandosi l’uno all’altro e credendo in quel loro amore tanto impetuoso, creano una bolla sospesa per aria nel corso della storia. Un mondo distaccato e denso:

«Se profano con la mano più indegna questa santa reliquia, il peccato è veniale. Le mie labbra, pellegrini che timidamente arrossiscono, sono pronte a temperare questo rude tocco con un tenero bacio.»
Romeo, Atto 1, sc. 5.

«Con le ali lievi dell’amore volai sopra quei muri: confini di pietra non sanno escludere amore, e quel che amore può fare, amore osa tentarlo…»
Romeo, Atto 2, sc. 2.

«Mi arrestino, e mettano a morte: ne sono felice, se sei tu a volerlo. […] vieni o morte e sii la benvenuta, Giulietta lo desidera, ora anima mia continuiamo a parole… non è ancora giorno.»
Romeo, Atto 3, sc. 5.

«Oh mio amore, mia sposa! La morte che ha succhiato il miele del tuo respiro, ancora non ha avuto potere sulla tua bellezza. Ancora non ti ha vita…»
Romeo, Atto 5, sc. 3.

E Giulietta dall’altro canto:


«Il mio unico amore, nato dal mio unico odio!»
Giulietta, Atto 1, sc. 5.

«Stendi la tua fitta coltre notte, perché gli occhi del giorno che fugge si chiudano, complici, e il mio Romeo possa scivolare tra le mie braccia senza che alcuno lo veda…»
Giulietta, Atto 3, sc. 2.

«La luce laggiù non è il chiarore del giorno; lo so, credimi. […] e dunque resta; non è tempo ancora che tu vada.»
Giulietta, Atto 3, sc. 5.

«Che c’è qui? Una tazza chiusa nella mano del mio amore fedele. Il veleno lo ha uccisa prima del tempo. Oh, egoista! Lo ha bevuto tutto senza lasciarmene una goccia amica. Ti bacerò nelle labbra, forse vi è rimasto ancora del veleno per darmi la morte in un istante. Le tue labbra sono calde.»
Giulietta, Atto 5, sc. 3.

 

Parlare di amore è semplice fondamentalmente, scrivere di amori struggenti, di lacrime e di amori travagliati e osteggiati, è una delle tematiche più battute nel percorso letterario di ogni scrittore. Per quanto mi riguarda cadere nella banalità nell’affrontare questo campo, e scivolare in frasi tipiche e inflazionate è più probabile che essere originali e fuori dagli schemi. Shakespeare nel 1597 – 98 (la data di stesura del dramma è soggetta ancora a forti indagini) con Romeo and Juliet si impone caparbiamente con questo cocktail assurdo e semplice. Citando frate Lorenzo: «Il miele più dolce nausea per la sua stessa dolcezza…», penso a Shakespeare che fa tesoro di questo dettame. I dialoghi d’amore sono asciutti nella loro sincerità, Giulietta non è il personaggio che si strugge di amore per il suo giovane, e ne vanta le lodi facendolo apparire come il cardine centrale di tutta la sua esistenza. Romeo per bocca della ragazza non appare come il “figo” perfetto, che non suda mai, non va mai in bagno e non commette atti impuri: Giulietta con le sue parole dice di amare una persona comune, e la ama con una parsimoniosa irruenza, senza lasciarsi andare a considerazioni svenevoli, languide. Romeo appare comune, vivo nella sua altalenante passione del primo atto verso la giovane Rosalina, e debole davanti all’imponente semplice figura di Giulietta. Lui stesso ammette della sua debolezza quando frate Lorenzo gli ricorda che si ama con il cuore e non con gli occhi, e lui stesso di rimando esalta, motivato, l’amore per la giovane Giulietta, apparendo umanamente fragile e attuale. Shakespeare non parla di un amore smodato, dove la gente si strappa i capelli e si cosparge il capo di cenere davanti alle avversità che si presentano nella loro relazione, la modernità dell’autore è di mettere in luce la frettolosa storia adolescenziale dei due, travolti da quell’impetuosa e ingestibile sincerità amorosa che si dichiarano, creando così un muro così imponente il cui crollo finale ha ancora un carattere più drammatico. Scuro.

Una sorta di amarezza, non gratuita, ma dovuta e causata da quel confondersi di immagini di odio smodato, contrapposte a quel dolce amore particolare e innovativo. Diverso e mai ricalcato. L’amore di Romeo per Giulietta, decantato dalla nostra cultura come il più grande, romantico e passionale degli amori, alla luce di  un analisi più attenta del personaggio di Romeo, non può esimersi dal risultare che una tremenda cotta adolescenziale. Chi innamorato di questo amore, ne ricerca nella realtà un correlativo oggettivo, magari senza il tragico finale, dimentica che Romeo si innamora della sua Giulietta appena qualche ora dopo aver lamentato il suo amore non contraccambiato per una certa Rosalina, assente fisicamente nel dramma, ma fortemente presente nel dialogo tra lui e il cugino Benvolio che vorrebbe invitarlo a dimenticare nella fase iniziale della tragedia:

 

“L’amore è fumo creato dai sospiri degli amanti;
se è dissipato è fuoco che scintilla negli occhi degli amanti;
se è sofferto è un mare che si riempie delle lacrime degli amanti.
Che cos’altro è? Una pazzia silenziosissima,
un’amarezza che soffoca, una dolcezza che si conserva dentro … […]
Toh, mi sono perso, io non sono qui.
Questo non è Romeo, Romeo è da qualche altra parte. […]
Oh, insegnami a dimenticare […]
Colui che è colpito da cecità non può dimenticare
Il tesoro prezioso della vista perduta.
Mostrami una donna che sia più bella;
non servirà che come suggerimento
in cui rivedrò colei che è di gran lunga più bella …
Addio, tu non puoi insegnarmi a dimenticare “

 

La figura di Rosalina, ritorna successivamente nel secondo atto, quando Romeo è rimproverato da Frate Lorenzo che mette in luce la natura superficiale dei suoi precedenti sentimenti per questa ex:

 

“San Francesco! Che cosa è questo cambiamento?
Rosalina, che tu amavi così devotamente
l’hai dimenticata così presto?L’amore dei giovani non sta
veramente nel loro cuore ma nei loro occhi.[…]
Ma vieni con me, ragazzo volubile…”

 

Ma non è soltanto volubile, Romeo è intelligente, arguto e capace di battute spinte; é un giovane alla ricerca di emozioni forti, senza capacità di moderazione in ogni sua manifestazione e non solo nel suo amore per Giulietta: si introduce furtivamente in casa Capuleti solo per sbirciare la nuova fiamma, uccide Tebaldo – cugino della già moglie- in un momento d’ira, e credendo Giulietta morta finisce col suicidarsi solo per non aver aspettato ancora un po’ il suo risveglio. Romeo è anche un lettore di poesie d’amore e questo facilmente porta a dedurre che nella sua ricerca tipicamente giovanile del grande amore, abbia cercato di emulare l’amore ideale dei sonetti tanto in voga all’epoca e che quindi sia stato fortemente influenzato da quel tipo di letture. Dunque quello che nei secoli è stato immaginato come il più grande degli amori é solo impetuosità giovanile che già nell’età elisabettiana era conosciuto ed identificato con un nome specifico: “calf love” o “amore di sbarbatello”. E Shakespeare ne dà un esempio nel personaggio di Romeo: un adolescente che solo per aver preso una cotta, in soli quattro giorni fa scoppiare un putiferio. Con la temerarietà tipica dei ragazzini.

 

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Riassunto


L'azione si svolge a Verona dove da anni due grandi famiglie, i Montecchi e i Capuleti, sono consegnati ad un odio inestinguibile (di cui si ignorano peraltro le cause). Romeo, figlio ed erede della famiglia Montecchi, è innamorato della bella Rosalina e non teme di affrontare a questo riguardo gli scherzi dei suoi amici Benvolio e Mercuzio. Capuleti, il capo della famiglia rivale si prepara a dare una grande festa per permettere a sua figlia, Giulietta, di incontrare il Conte di Parigi. Quest'ultimo, in effetti, l’ha richiesta in matrimonio ed i genitori di Giulietta sono favorevoli a quest'unione. Romeo - che crede di trovarvi Rosalina - si autoinvita con gli amici Benvolio e Mercuzio a questo grande ballo mascherato. Scorge Giulietta e resta folgorato dalla sua bellezza cadendo follemente innamorato di lei; è il colpo di fulmine reciproco. Le si avvicina e l’abbraccia due volte quindi si ritira. Romeo e Giulietta scoprono adesso la loro identità reciproca. Disperati si rendono conto di essersi innamorati ciascuno del proprio peggior nemico. Al cader della notte, Romeo si nasconde nel giardino del Capuleti. Quindi si avvicina sotto il balcone di Giulietta e le dichiara il suo amore. Tutti e due fanno a gara nel pronunciare dichiarazioni d’amore appassionate. Perdutamente innamorato, Romeo si confida il giorno dopo con fra Lorenzo, il suo confessore. Inizialmente incredulo, fra Lorenzo promette tuttavia a Romeo di aiutarlo e di celebrare il suo matrimonio, nutrendo anche la speranza di riconciliare Capuleti e Montecchi. Tebaldo cugino di Giulietta, sfida Romeo a duello. Ma il giovane - al colmo della felicità e pieno di una simpatia "fraterna" per l’aggressore - rifiuta di battersi. Mercuzio, il confidente ed amico di Romeo, giovane coraggioso e brillante, si affretta a sostituirlo battendosi contro Tebaldo. Quest'ultimo lo ferisce a morte. Mercuzio muore maledicendo il litigio delle due famiglie nemiche. Romeo vendica la morte del suo amico ed uccide Tebaldo. Romeo ormai ricercato deve fuggire in esilio. Giulietta è in preda al dolore. Suo padre, reso inquieto dallo stato d’animo della figlia, decide di accelerarne il matrimonio con il Conte di Parigi. Il matrimonio avrà luogo il giorno dopo. Giulietta si rifiuta. Suo padre la minaccia: o sposa il Conte, o la disereda. Lei corre da fra Lorenzo che le propone di bere un filtro che può darle l'aspetto della morta per quaranta ore: credendola morta la chiuderanno nella tomba del Capuleti. Fra Lorenzo verrà allora con Romeo a liberarla. Il frate promette di informare Romeo dello stratagemma. Giulietta accetta il piano. Rimasta sola nella sua camera, beve il filtro. La mattina del giorno dopo la governante la scopre inanimata. Tutta la famiglia piange la morte di Giulietta. Fra Lorenzo fa sì che tutto si svolga secondo i suoi piani. A Mantova, dove Romeo è in esilio, riceve la visita di Baldassarre, suo servo, che gli annuncia la morte di Giulietta. Ha soltanto un rapido pensiero: procurarsi del veleno e ritornare a Verona per morire accanto alla sua Giulietta. Durante questo lasso di tempo, fra Lorenzo apprende che un intoppo ha impedito al suo messaggero di informare Romeo del suo stratagemma. Decide di recarsi alla tomba del Capuleti per liberare Giulietta. Ma il dramma precipita. Romeo si reca sulla tomba di Giulietta e vi incontra il Conte di Parigi venuto a portare fiori alla fidanzata morta. Un duello ha luogo tra i due giovani e il Conte, morente, chiede a Romeo che accetta, di adagiarlo vicino a Giulietta. Romeo contempla la bellezza luminosa di Giulietta e l’abbraccia prima di bere il veleno e morire a sua volta. Fra Lorenzo è sconvolto nello scoprire i corpi di Romeo e del Conte di Parigi. Assiste al risveglio di Giulietta e tenta di convincerla a seguirlo e andarsi a rifugiare in convento. Ma Giulietta che scopre il corpo di Romeo mortogli vicino si pugnala con la spada del suo amante e muore al suo fianco. Il principe, Capuleti, e il vecchio Montecchi si recano al cimitero. Fra Lorenzo narra loro la storia triste degli "amanti di Verona". I due padri sfiniti dal dolore deplorano quest'odio, causa delle loro disgrazia. Si riconciliano sul corpo dei loro figli e promettono di erigere alla loro memoria una statua d'oro puro.

 

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Romeo e Giulietta

(“Romeo and Juliet”  1594 - 1595)

 

 

Personaggi

 

ESCALO, Principe di Verona

MERCUZIO, giovane parente del Principe e amico di Romeo

PARIDE, un giovane conte, parente del Principe

PAGGIO del conte Paride

MONTECCHI, capo di una famiglia veronese in lite coi Capuleti

DONNA MONTECCHI

ROMEO, figlio di Montecchi

BENVOLIO, nipote di Montecchi e amico di Romeo e Mercuzio

ABRAMO, un servo dei Montecchi

BALDASSARRE, servitore di Romeo

CAPULETI, capo di una famiglia veronese in lite coi Monteccbi

DONNA CAPULETI

GIULIETTA, figlia di Capuleti

TEBALDO, nipote di Donna Capuleti

CUGINO DI CAPULETI, un vecchio gentiluomo

NUTRICE, serva dei Capuleti, balia di Giulietta

PIETRO, servo dei Capuleti al servizio della nutrice

SANSONE, GREGORIO, ANTONIO, PENTOLACCIA, Servi: di casa Capuleti

 FRATE LORENZO, FRATE GIOVANNI: dell'Ordine Francescano

Uno speziale, di Mantova, Tre musici (Simon Corda, Ugo Archetto, Giovanni Spartito)

Guardie della ronda notturna, cittadini di Verona, maschere, portatori di torce, paggi, servi

 

CORO

 

 

 

atto primo - prologo

 

L'ECCELLENTISSIMA E LAMENTEVOLISSIMA TRAGEDIA DI ROMEO E GIULIETTA

 

Entra il coro.

CORO
Nella bella Verona s'apre la nostra scena,
dove fra due famiglie di pari nobiltà
da un rancore antico s'arriva a una novella lotta,
che fraterne mani sporca di sangue fraterno.
E dalla carne fatale di questi due nemici
nasce una coppia d'amanti sotto cattiva stella,
la cui pietosa vicenda seppellirà, coi loro corpi,
anche l'odio dei genitori.
La paurosa avventura d'un amore mortale,
l'odio continuo dei padri, che nulla poté far cessare
se non la morte dei figli, ecco la storia
che per due ore occuperà la scena.
E se ci ascolterete con pazienza, a ciò che qui manca
a nostra fatica si sforzerà di riparare.

Esce.

 

 

 

atto primo - scena prima

 

Entrano Sansone e Gregorio, della casa dei Capuleti, con spade e scudi.

SANSONE
Gregorio, parola mia, non ci porteremo via degli insulti.

GREGORIO
Certo che no, saremmo dei facchini altrimenti.

SANSONE
Voglio dire, se andiamo in collera, fuori le spade.

GREGORIO
Sicuro, finché vivi, tieni la testa fuori dal collare.

SANSONE
Colpisco velocemente, io, se mi provocano.
 

GREGORIO
Ma non sei veloce a farti provocare.

SANSONE
Mi basta un cane di casa Montecchi, e mi si muove tutto dentro.

GREGORIO
Se esser coraggiosi vuol dire restar fermi, muoversi vuol dire che sei pronto a scappare.

SANSONE
Un cane di quella casa mi muoverà a restar fermo. Starò sempre dalla parte del muro davanti a qualsiasi Montecchi.

GREGORIO
Ecco, lo vedi che sei un debole schiavo: sono i più deboli a essere messi al muro.

SANSONE
È vero. È per questo che le donne, che sono i vasi più deboli, son sempre spinte contro il muro. Io caccerò gli uomini dei Montecchi dal muro, e ci spingerò contro le loro ragazze.

GREGORIO
Ma la lite è tra i nostri capi e noi che siamo i loro uomini.

SANSONE
Non m'importa. Farò il tiranno: e dopo aver combattuto gli uomini sarò civile con le ragazze e le farò tutte fuori.

GREGORIO
Farai fuori le ragazze?

SANSONE
Sì, le farò fuori o me le farò tutte. Prendila nel senso che vuoi.

GREGORIO
Loro lo prenderanno così come lo sentiranno.

SANSONE
Me mi sentiranno finché sarò capace di star ritto, e lo sanno tutti che sono un bel pezzo di carne.

GREGORIO
E ti va bene che non sei un pesce, se lo fossi, saresti un baccalà. Tira fuori il tuo arnese... sta arrivando gente di casa Montecchi.

Entrano due altri servi, Abramo e Baldassarre.

SANSONE
La mia spada è nuda, sguainata. Comincia tu a litigare, io ti starò alle spalle.

GREGORIO
Vuoi dire che volti le spalle e scappi?

SANSONE
Non aver paura.

GREGORIO
No, perbacco! Paura di te!

SANSONE
Non mettiamoci contro la legge: lasciamo che comincino loro.

GREGORIO
Passandogli davanti, gli lancerò un'occhiataccia. La prendano come vogliono.
 

SANSONE
O come osano. Io mi morderò un dito davanti a loro, sarà una vergogna se non reagiranno.

ABRAMO
Ve lo mordete per noi quel dito, signore?

SANSONE
Io mi mordo il dito, signore.

ABRAMO
Ma lo fate per noi?

SANSONE
Se dico di sì, siamo ancora nella legalità?

GREGORIO
No.

SANSONE
No signore, non lo faccio per voi. Però continuo a mordermi il dito, signore.

GREGORIO
Volete litigare, signore?

ABRAMO
Litigare? No, signore.

SANSONE
Perché se volete, signore, son qui che vi aspetto. Servo un padrone che non è inferiore al vostro.

ABRAMO
Neanche migliore, però.

SANSONE
Va bene, signore.

Entra Benvolio.

GREGORIO
Digli di sì, che è migliore: sta arrivando un parente del padrone.

SANSONE
E invece sì, migliore del vostro.

ABRAMO
Siete un bugiardo.

SANSONE
Fuori le spade, se siete uomini. E tu, Gregorio, pronto col tuo fendente.

Combattono.

BENVOLIO
Dividetevi, sciocchi, mettete via le spade, non sapete quello che fate.

Entra Tebaldo.

TEBALDO
E che, ti fai trascinare a duello da vili servi? Voltati, Benvolio, e guarda in faccia la tua morte.
 

BENVOLIO
Cercavo solo di metter pace.

Rinfodera la spada, o usala con me, per dividere costoro.

TEBALDO
Come, parli di pace con la spada in pugno? Odio quella parola come odio l'inferno, te e tutti i Montecchi. Fatti sotto, vigliacco.

Combattono.

Entrano tre o quattro cittadini armati di picche e bastoni.

CITTADINI
Bastoni, picche, mazze!
Forza! Picchiateli!
Abbasso i Capuleti!
Abbasso i Montecchi!

Entrano il veccbio Capuleti, in veste da camera, e Donna Capuleti.
 

CAPULETI
Cos'è questo fracasso? Uno spadone, datemi uno spadone!

DONNA CAPULETI
Dategli una stampella piuttosto! Cosa vuoi fartene d'una spada!

Entrano il vecchio Montecchi e Donna Montecchi.

CAPULETI
La mia spada, ho detto! Arriva il vecchio Montecchi, e agita la sua lama per umiliarmi!

MONTECCHI
Tu, maledetto Capuleti! Non mi tenere, lasciami!

DONNA MONTECCHI
Non ti lascerò muovere un passo per cercar nemici.

Entra il Principe Escalo col suo seguito.

PRINCIPE
Voi, sudditi ribelli, nemici della pace, che profanate le spade con il sangue cittadino - ehi voi, non volete ascoltarmi? Dico a voi, uomini, bestie, capaci di spegnere il fuoco della vostra rabbia pericolosa nelle rosse fontane che sgorgano dalle vostre vene! Se non volete esser torturati, aprite quelle mani piene di sangue e lasciate cadere quelle armi maldirette: ascoltate la condanna del vostro Principe sdegnato! Già tre scontri, nati da parole piene di vento, per colpa tua, vecchio Capuleti, e tua, vecchio Montecchi, hanno per tre volte disturbato la quiete delle nostre strade, e costretto gli anziani di Verona a deporre i loro abiti severi per impugnare armi, vecchie come le loro mani e ormai arrugginite dalla pace, al fine di dividervi, voi, arrugginiti nei vostri odi. Se mai disturberete ancora le nostre strade, la vostra vita sarà il prezzo della pace distrutta. Per questa volta, via tutti. Voi, Capuleti, verrete via adesso con me, e voi, Montecchi, venite questo pomeriggio al vecchio castello di Villafranca, dove amministriamo la giustizia, così saprete ufficialmente ciò che ho deciso su questo caso. Adesso, e lo ripeto per l'ultima volta, tutti gli uomini se ne vadano via, pena la morte.

 

Escono tutti tranne Montecchi, Donna Montecchi e Benvolio.

MONTECCHI
Chi ha riaperto questa vecchia lite? Su, nipote, parlate, non eravate qui forse quando è iniziata?

BENVOLIO
I servi del vostro nemico e i vostri erano già in piena lotta prima che io arrivassi. Ho estratto la spada per dividerli, ma proprio in quell'istante è arrivato il ribollente Tebaldo che, con la spada sguainata, ha cominciato a gridarmi parole di sfida, agitando la lama sopra la testa e colpendo il vento, che, incolume, gli rispondeva con fischi di schemo. E mentre ci scambiavamo affondi e colpi, si fece avanti un mucchio di gente schierandosi chi di qua, chi di là, finché arrivò il Principe, che divise i due gruppi.

DONNA MONTECCHI
Oh, dov'è Romeo? L'avete visto oggi? Sono contenta che non sia stato coinvolto in questa rissa.
 

BENVOLIO
Signora, un'ora prima che il sole benedetto s'affacciasse alla dorata finestra d'oriente, come un'angoscia mi spinse fuori a passeggiare, e proprio là, in quel boschetto di sicomori che crescono folti nella parte occidentale della città, lo vidi, anche lui insonne, e gli andai incontro. Ma non appena mi scorse, si nascose tra gli alberi. Io, pensando che la sua malinconia fosse come la mia, che mi spinge a cercare luoghi dove nessuno può trovarmi, detestando persino la compagnia di me stesso, m'abbandonai  alla mia depressione lasciando lui alla sua, volentieri sfuggendo chi mi sfuggiva.

MONTECCHI
Sì, molte mattine è stato visto lì, ad aumentare con le sue lacrime la fresca rugiada del mattino o ad aggiungere nubi alle nubi, coi suoi profondi sospiri; e non appena il sole che tutto rallegra comincia a scostare nel lontano oriente le tende ombreggianti dal letto d'Aurora, lui dalla luce fugge via, e furtivamente torna a casa, questo mio figlio angosciato, e lì s'imprigiona nella sua stanza, dove, chiudendo la finestra, lascia fuori la beffa luce del giorno per crearsi da solo una notte artificiale. E quest'umor nero gli sarà fatale, se un giusto consiglio non riuscirà a curarne la causa.

BENVOLIO
E la conoscete la causa voi, mio nobile zio?

MONTECCHI
Non la conosco, e neanche riesco a farmela dire da lui.

BENVOLIO
Avete provato in tutti i modi?

MONTECCHI
Sia io che molti altri amici abbiamo provato; ma lui confida solo a se stesso le sue pene, e non dico che sia un buon consigliere; è così chiuso in sé, così lontano dall'aprirsi o dal mostrarsi, come il bocciuolo di un fiore, morso da un verme invidioso, prima di stendere all'aria i suoi petali dolci per offrire al sole la propria bellezza. Se solo conoscessimo la sorgente dei suoi affanni, ben volentieri faremmo quanto in nostro potere per dar loro rimedio.

Entra Romeo.

BENVOLIO
Guardate, ecco che viene. Fatevi da parte, per piacere; mi farò dire quello che l'addolora, o, almeno, lo metterò a dura prova.

MONTECCHI
Mi auguro che la tua determinazione sia così fortunata da ottenere in cambio la verità. Venite, Signora, andiamocene.

 

Escono Montecchi e Donna Montecchi.

BENVOLIO
Buon giorno, cugino.

ROMEO
È ancora così presto?

BENVOLIO
Sono appena suonate le nove.

ROMEO
Povero me! Come paiono lunghe le ore tristi. Era mio padre quello che così in fretta se n'è scappato?

BENVOLIO
Proprio lui. Ma quale tristezza rende lunghe le ore di Romeo?

ROMEO
Non aver ciò che, se avuto, le rende veloci.

BENVOLIO
Sei innamorato?

ROMEO
No, sono senza.

BENVOLIO
Sei senza amore?

ROMEO
Senza l'amore di quella che amo.

BENVOLIO
Peccato che l'amore, in apparenza così gentile, sia poi di fatto così prepotente e sgarbato.

ROMEO
Peccato che l'amore la cui vista è bendata debba senz'occhi trovare la via al suo desiderio.
Dove andiamo a cena? Ma povero me! Cosa è successo qui? Non occorre che tu me lo dica, ho già sentito tutto. Ci si dà molto da fare con l'odio, qui, ma più ancora con l'amore. Oh, amore rissoso, odio amoroso, cosa per prima nata dal nulla, pesante leggerezza, vanità pensosa, caos deforme di forme all'apparenza armoniose, plumbea piuma, fumo lucente, gelido fuoco, sanità malata, sonno dagli occhi aperti, capace di non essere ciò che è, questo è l'amore che io sento, senza sentire il minimo amore in questo. Non ti fa ridere?

BENVOLIO
No cugino, mi fa piangere.

ROMEO
O cuore gentile, perché?

BENVOLIO
Per il tormento del tuo cuore gentile.
 

ROMEO
E perché mai? Sono i consueti tormenti dell'amore. Già una mia pena mi pesa in petto, e tu ci vuoi aggiungere la tua: quest'amore che tu mi dimostri aggiunge altra pena al troppo mio dolore. L'amore è una nebbia che si forma col vapore dei sospiri:  se si dirada, diventa un fuoco sfavillante negli occhi degli amanti; se s'addensa, un oceano gonfio delle loro lacrime. Che altro? Una saggia follia, una bile capace di soffocare, una dolcezza capace di guarire. Addio, cugino mio.

BENVOLIO
Un momento, vengo anch'io, mi fai un torto se mi lasci così.

ROMEO
Scusa, non sono più in me, sono come assente. Non è Romeo questo che vedi, è da un'altra parte, lui.

BENVOLIO
Ma dimmi, senza scherzare, chi è che ami?

ROMEO
Vuoi forse che te lo dica piangendo?

BENVOLIO
Piangendo? Certo no, ma dimmelo senza scherzare.

ROMEO
Diresti forse a un moribondo di far testamento senza scherzare? Sarebbe indelicato parlar così a uno gravemente ammalato. In tutta serietà, cugino, amo una donna.

BENVOLIO
Avevo quasi fatto centro a pensarti innamorato.

ROMEO
Proprio un bel tiratore! Ed è bella quella che amo.

BENVOLIO
Un bel bersaglio, mio bel cugino, si colpisce meglio.

ROMEO
E qui invece hai sbagliato colpo.
Perché lei sfugge alle frecce di Cupido, ha la furbizia di Diana, e, ben chiusa nell'armatura salda della sua castità, vive serena e lontana da quello spuntato arco infantile. Ella fugge gli assedi delle parole d'amore, schiva gli assalti degli sguardi ed il suo grembo non apre neanche all'oro, che, pure, seduce anche i santi. Ricchissima nella sua bellezza, solo in questo è povera, che una volta morta, la sua ricchezza morirà con la sua bellezza.

BENVOLIO
Ha dunque fatto voto di castità?

ROMEO
Sì, e così risparmiandosi ha fatto un enorme spreco, perché la bellezza, lasciata a digiuno d'amore per eccesso di severità, deruba il futuro dell'eredità del suo splendore. È troppo bella, troppo astuta, troppo astutamente bella per meritare il paradiso condannandomi all'inferno. Giurando di non amare, mi fa vivere come morto, io, che ormai, vivo solo in questo racconto.


BENVOLIO
Dammi retta, dimenticati di pensarla.

ROMEO
Insegnami dunque a dimenticare di pensare.

BENVOLIO
Devi dare libertà ai tuoi occhi: guarda altre bellezze.

ROMEO
Ma questo è il modo migliore per far sì che lei, di tutte più bella, mi torni sempre alla mente.
Queste maschere così felici di poter baciare i volti delle signore, con il loro color nero ci fanno pensare ai candori che nascondono. Chi è cieco non può dimenticare il prezioso tesoro della vista perduta. Mostrami una donna d'insuperablle bellezza, e cosa sarà per me questa sua beltà se non una pagina dove leggere di lei, che è ancora più bella? Addio, non sei certo tu che puoi insegnarmi a dimenticare.

BENVOLIO
Tenterò d'insegnartelo, o morirò in debito.

 

Escono.

 

 

 

atto primo - scena seconda


Entrano Capuleti, Paride e un servo.

CAPULETI
Ma Montecchi è legato come me alla stessa promessa, minacciato dalla stessa pena. Non credo sia difficlle, per due vecchi come noi, restare in pace.

PARIDE
Siete entrambi di nobile rango, è un peccato che così a lungo siate vissuti in discordia. Ma ditemi, signore, come rispondete alla mia domanda?

CAPULETI
Semplicemente ripetendo quello che vi ho già detto. Mia figlia non ha esperienza del mondo, non ha ancora visto quattordici anni interi: lasciamo che altre due estati vedano disseccato il proprio fulgore prima di giudicarla matura per le nozze.

PARIDE
Pure, ragazze più giovani di lei son già madri felici.

CAPULETI
Già, presto maritate, presto rovinate. Tranne lei, la terra ha già inghiottito tutte le mie speranze, e Giulietta è rimasta adesso l'unica padrona della mia terra e delle mie speranze. Ma corteggiatela pure, gentile Paride, conquistate il suo cuore. La mia volontà è soltanto un accessorio della sua decisione: se lei è d'accordo, dentro la sua scelta sarà il mio consenso e il mio pieno accordo. Stasera, secondo un'antica tradizione, c'è una festa a casa mia, cui ho invitato gli amici che amo, e voi fra quelli. Aumentatene il numero con la vostra presenza, sarà la più cara. Nella mia povera casa potrete vedere stanotte calpestare la terra quelle stelle che son solite illuminare l'oscurità del cielo. Quell'ardore che sentono i giovani vigorosi quando Aprile, tutto in ghingheri, sta ormai per raggiungere lo zoppicante inverno, quel piacere d'essere tra freschi germogli femminili, lo proverete stanotte, a casa mia. Ascoltatele tutte, guardatele tutte, e innamoratevi di quella il cui merito vi sembrerà superiore, dopo averle tutte osservate, mia figlia compresa, contata per uno ma non valutata per prima. Su, venite con me. (Al servo.) E tu, ragazzo, arranca per tutta la bella Verona, trova le persone i cui nomi sono qui scritti e riferisci che stasera la mia gioia e quella di casa mia dipendono da loro.

Escono Capuleti e Paride.

SERVO
Trova le persone i cui nomi sono scritti qui. È scritto che il calzolaio debba occuparsi del suo metro, il sarto della forma delle scarpe, il pescatore del pennello e il pittore delle reti; ma me mi mandano a trovare le persone i cui nomi sono scritti qui, e io i nomi che ha scritto chi ha scritto qui non saprò mai trovarli. Devo trovare uno che abbia studiato. Forza!

Entrano Benvolio e Romeo.

BENVOLIO
Su, caro mio, un fuoco ne divora un altro, un dolore s'attenua quando un dolore più grande addolora, e se girando ti viene il capogiro, dovrai girare in senso contrario. Una pena disperata viene curata dal languore di un'altra. Prendi qualche nuova infezione all'occhio e l'acre veleno della malattia precedente morirà.

ROMEO
La foglia di piantaggine è eccellente per questo.

BENVOLIO
Per che cosa, scusami?

ROMEO
Per il tuo stinco, se è rotto.

BENVOLIO
Sei impazzito?

ROMEO
No, ma sono legato peggio di un pazzo, chiuso in prigione, tenuto a digiuno, frustato, torturato, e... Buona sera, buon uomo.

SERVO
Dio vi dia una buona sera. Vi, prego, signore, sapete leggere?

ROMEO
Sì, so leggere la mia sorte nella mia sventura.

SERVO
Forse l'avete imparato senza libri. Ma vi prego, sapete leggere tutto quello che vedete?

ROMEO
Sì, se conosco le lettere e la lingua.

SERVO
Siete sincero; statevi bene.

ROMEO
Aspetta, amico, so leggere.

Legge la lettera.
Il Signor Martino con moglie e figlie;
Il Conte Anselmo e le sue graziose sorelle;
La vedova. Utruvio;
Il Signor Placenzio e le sue belle nipoti;
Mercuzio e suo fratello Valentino;
Mio zio Capuleti, con moglie e figlie;
La mia bella nipote Rosalina con Livia;
Il Signor Valenzio e suo cugino Tebaldo;
Lucio e la vivace Elena.
Proprio una bella compagnia. E dove dovrebbero venire?

SERVO
Su.

ROMEO
A cenare dove?

SERVO
In casa nostra.

ROMEO
La casa di chi?

SERVO
Quella del mio padrone.

ROMEO
Già; avrei dovuto chiederti subito chi è.

SERVO
E io ve lo dico prima che me lo chiediate. Il mio padrone è il ricco Capuleti, e se voi non siete un Montecchi, potete venire pure voi per un bicchiere di vino. Statevi bene.

Esce.

BENVOLIO
A questa festa tradizionale dei Capuleti cena la bella Rosalina di cui sei così innamorato, e con lei tutte le bellezze famose di Verona. Vacci anche tu, e con occhio imparziale confronta il suo viso con quelli che ti mostrerò, e ti convincerò che il tuo cigno è un corvo.

ROMEO
Quando la religiosa devozione del mio occhio crederà a una simile menzogna, si trasformino pure le mie lacrime in fuoco, e questi eretici trasparenti dei miei occhi che, spesso sommersi, non annegarono mai, siano ora arsi vivi come s'addice ai bugiardi. Una donna più bella del mio amore! Anche il sole, che tutto ha veduto, non ha mai visto una bellezza simile dall'inizio del mondo.

BENVOLIO
Ma via! ti pare così bella perché mai l'hai vista tra le altre, e sulla bilancia dei tuoi occhi lei è stata misurata con se stessa. Ma metti su quei due piatti di cristallo da una parte il tuo amore e dall'altra qualche altra ragazza che ti indicherò alla festa, risplendente, e ti sembrerà mediocre quella che ora ti pare la migliore.

ROMEO
Verrò. Ma non per vedere il tuo splendore, quanto per gioire del mio.

Escono.

 

 

 

atto primo - scena terza


Entrano Donna Capuleti e la Nutrice.

DONNA CAPULETI
Nutrice, dov'è mia figlia? Falla venire da me.

NUTRICE
L'ho già chiamata, ve lo giuro sulla verginità dei miei dodici anni. Agnellino, coccinella! Dio la protegga. Dov'è questa bimba? Ehi, Giulietta!

Entra Giulietta.

GIULIETTA
Che c'è? Chi mi vuole?

NUTRICE
Vostra madre.

GIULIETTA
Signora, son qui, cosa volete?

DONNA CAPULETI
Ecco cosa voglio - e tu, nutrice, lasciaci, dobbiamo parlarci da sole. O forse no, resta, ripensandoci, è meglio che tu ci senta. Tu sai che mia figlia ha una certa età...

NUTRICE
Beh, posso dirne l'età senza sbagliare di un'ora.

DONNA CAPULETI
Deve compiere i quattordici.

NUTRICE
Scommetto quattordici dei miei denti... Anche se, con dolore, devo ammettere che me ne restano solo quattro.
Deve compiere i quattordici... quanto manca alla festa del raccolto?

DONNA CAPULETI
Più o meno quindici giorni.

NUTRICE
Un po' più un po' meno, quando di tutti i giorni dell'anno o sarà arrivata la notte della vigilia della festa, lei avrà quattordici anni. Lei e Susanna - Dio conceda pace a tutte le anime dei cristiani - avevano la stessa età. Beh,Susanna è ora con Dio, era troppo buona, per me. Ma, stavo dicendo, la notte della vigilia lei compirà quattordici anni, ci giurerei, non ho dubbi io, me lo ricordo bene... Sono passati undici anni da quel terremoto, e fu proprio allora, tra tutti i giorni dell'anno che cominciai a toglierle il latte, mica me lo dimentico, io, che mi ero messa dell'assenzio sul capezzolo, e me ne stavo seduta al sole, appoggiata a un muro, sotto la colombaia. Voi e vostro marito eravate a Mantova. Ho una buona memoria, io, ma, come dicevo, appena sentì l'assenzio sul capezzolo, poverina, della mia tetta, e lo sentì amaro, bisognava vederla, come cominciò a strapazzarmela tutta, la mia mammella, una furia, e la colombaia "scappa", disse, ma non ce n'era bisogno, ve l'assicuro, di ordinarmelo. E son passati già undici anni, che stava già in piedi, lei, da sola, per Dio, che se ne correva e sgambettava da tutte le parti, e il giorno prima s'era rotta qui la testa, e mio marito, Dio l'abbia in gloria, era un tipo allegro lui, la tirò su e le disse, ehi, cadi sulla pancia? Quando sarai più furba cadrai sulla schiena, eh, Giulietta? E lei, per la madonna, smise di piangere, quella birbantella, e disse "sì"! E pensare come uno scherzo può diventare vero! Vivessi mille anni, non la dimenticherei mai, quella scena. "Cadrai sulla schiena, eh, Giulietta?", e lei, la stupidina, "sì", e smise di piangere.

DONNA CAPULETI
Ne ho abbastanza, ti prego, stai zitta.

NUTRICE
Sì, signora, certo, ma non ce la faccio a non ridere, se ripenso a come smise di piangere, e disse "sì", e, ve lo giuro, aveva un bozzo sulla fronte, come un testicolo di galletto, una botta pericolosa s'era presa, e non la smetteva più di piangere, ma quando mio marito "Ehi", le disse, "sei caduta sulla pancia? Quando sarai più grande imparerai a cadere sulla schiena, non è vero, Giulietta?" lei "sì" disse, e smise subito di piangere.

GIULIETTA
E smettila anche tu, ti prego, balia, dico io.

NUTRICE
Basta, ho finito, Dio ti protegga, eri la bambina più bella che ho mai allattato. Potessi vivere tanto da vederti sposata, non desidero altro.

DONNA CAPULETI
Sposata, ecco, proprio di matrimonio ero venuta a parlare. Dimmi, figlia mia, Giulietta, cosa ne pensi di sposarti?

GIULIETTA
È un onore che non sogno neanche.

NUTRICE
Un onore! Ecco! Non fossi stata l'unica ad allattarti, lo direi forte, che te lo sei succhiato dalle mie tette, il senno.

DONNA CAPULETI
Beh, è ora che ci pensi, al matrimonio, perché qui a Verona, anche più giovani di te, e di buona famiglia, sono già madri. Se non sbaglio i conti, io stessa ero già tua madre quando avevo gli anni che hai tu ora. Insomma, a farla breve, il nobile Paride vuole te per il suo amore.

NUTRICE
Un uomo, ragazza mia! Un uomo, mia signora, che tutto il mondo... bello come una statua.

DONNA CAPULETI
L'estate di Verona non ha fiore così bello.

NUTRICE
Sì, un fiore, proprio, un fiore...

DONNA CAPULETI
Che ne dici, potresti amare questo gentiluomo? Stanotte lo vedrai, alla nostra festa; leggi il libro del suo viso, e vedrai che delizie ha lì scritto la penna della bellezza. Guarda come vanno d'accordo le sue fattezze, come una renda l'altra felice, e se qualcosa  i sembra oscuro in quel libro, lo trovi spiegato a margine nei suoi occhi. Questo prezioso volume d'amore, questo amante slegato, rilegato diverrà ancora più bello. Il pesce si nasconde nel mare, ed è motivo d'orgoglio per una bella cosa nascondere dentro di sé una bellezza. Agli occhi di molti, un libro ha più valore se fermagli d'oro racchiudono la sua storia dorata. Così tu, possedendolo, avrai tutto ciò che lui possiede senza perdere nulla di te stessa.

NUTRICE
Perdere? Aumentare, invece. Gli uomini fanno ingrossare le donne.

DONNA CAPULETI
Dimmi, in breve, gradisci l'amore di Paride?

GIULIETTA
Vedrò di gradirlo, se il vedere può accendere il piacere, ma non lascerò che il mio occhio scagli frecce con più forza di quanto il vostro consenso non permetta loro di volare.

Entra un servo.

SERVO
Signora, sono arrivati gli invitati, la cena è servita e tutti chiedono di voi, di Giulietta, in cucina maledicono la Nutrice e c'è confusione dappertutto. Devo andare a servire. Vi prego, venite subito.

 

Esce.

DONNA CAPULETI
Eccomi, eccomi. Giulietta, il conte ti aspetta.

NUTRICE
Va', ragazza mia, e trova notti felici per i tuoi giorni felici.


Escono.

 

 

 

atto primo - scena quarta


Entrano Romeo, Mercuzio, Benvolio, con cinque o sei altri in maschera, e portatori di torce.

ROMEO
E dunque, faremo un discorso per scusarci? O entriamo senza tante storie?

BENVOLIO
Le formalità son fuori moda, ormai. Basta coi Cupidi bendati da una sciarpa, con l'arco alla tartara, di legno dipinto, che fan paura alle signore come spaventapasseri, e basta con quelle entrate fatte borbottando il prologo a memoria con l'aiuto del suggeritore. Lasciamo che ci giudichino pure come vogliono, noi faremo per loro un ballo veloce, e via!

ROMEO
Datemi una fiaccola: non ho voglia di ballare, cupo come sono, mi farà bene portare la luce.

MERCUZIO
No, gentile Romeo, siamo qui per farti ballare.

ROMEO
No, non io, credetemi. Voi avete scarpe da ballo, con l'anima di raso; io ho un'anima di piombo che m'inchioda al suolo così da non potermi muovere.


MERCUZIO
Sei un amante, prendi in prestito le ali di Cupido e con esse vola oltre ogni normale limite.

ROMEO
Mi ha ferito troppo gravemente la sua freccia perché possa alzarmi sulle sue piume leggere, e così, limitato, non posso saltare oltre l'altezza d'una ottusa pena d'amore. Schiacciato dal pesante fardello dell'amore, affondo.

MERCUZIO
Come? Per affondare nell'amore dovresti schiacciarlo. Saresti un peso troppo grosso per una cosa così tenera.

ROMEO
È cosa tenera l'amore? È duro, rozzo, villano, prepotente, capace di pungere come una spina.

MERCUZIO
Se l'amore è duro con te, tu sii duro con l'amore, rendigli puntura per puntura, e vedrai come s'affloscerà. Datemi qualcosa per coprirmi il viso: una maschera sulla mia maschera! Che m'importa se un occhio curioso vorrà scoprire le mie bruttezze? Ecco qui la faccia mostruosa che arrossirà per me.

BENVOLIO
Su, bussiamo ed entriamo. Poi, una volta dentro, ognuno si affiderà alle sue gambe.

ROMEO
Datemi una fiaccola. Chi ha il cuore leggero faccia il solletico con le suole alle stuoie insensibili, per me valga invece il vecchio detto, terrò il candeliere e starò a vedere. La partita è più bella che mai, ed io ho finito.

MERCUZIO
Non si muove foglia, come dice la sentinella! E se non ti muove più nessuna voglia, con tutto il rispetto per l'amore che ti opprime, ci penseremo noi a tirarti fuori da questo concime! Su, vieni, stiamo facendo luce al giorno.

 

ROMEO
No, non è così.

MERCUZIO
Voglio dire, Romeo, che perdendo tempo, consumiamo inutilmente le nostre luci, accendiamo luci di giorno. Cogli l'intenzione buona, perché c'è cinque volte più buon senso nelle nostre intenzioni che una volta sola nei nostri cinque sensi.

ROMEO
E infatti è con buone intenzioni che andiamo a questa festa, anche se il buon senso ci direbbe di non andarci.

MERCUZIO
Perché, si può sapere?

ROMEO
Ho fatto un sogno, stanotte.

MERCUZIO
Anch'io ho sognato.

ROMEO
E che hai sognato?

MERCUZIO
Che spesso i sognatori mentono.

ROMEO
Quelli che sono addormentati a letto sognano cose vere.

MERCUZIO
Ah, vedo che la Regina Mab è venuta a trovarti, lei, che tra le fate è la levatrice, e viene, non più grande d'un'agata al dito d'un consigliere, tirata da un equipaggio d'invisibili creature fin sul naso di chi giace addormentato. Il suo cocchio è un guscio di nocciola lavorato dallo scoiattolo falegname o dal vecchio lombrico, da tempo immemorabde carrozzieri delle fate. I raggi delle ruote sono fatti con le lunghe zampe dei ragni, la capote con ali di cavalletta, le redini con la ragnatela più sottile, le bardature con umidi raggi di luna, la frusta con l'osso d'un grillo, la sferza d'impercettiblle filo, il cocchiere è un moscerino dalla grigia livrea, più piccolo della metà del vermetto tondo colto dal dito delle fanciulle pigre. Su questo cocchio, notte dopo notte, galoppa nelle menti degli amanti riempendole di sogni amorosi; oppure eccola sulle ginocchia dei cortigiani, che subito sognano riverenze; o sulle dita degli avvocati, che sognano allora parcelle; o sulle labbra delle donne, che sognano baci, e che invece spesso, la perfida Mab ricopre di bollicine, adirata per l'alito che sente di dolciumi. Altre volte galoppa sul naso d'un gentiluomo di corte, e quello in sogno sente allora il sapore d'una supplica ben ricompensata; oppure s'avvicina, con la coda d'un porcellino della decima, a sfiorare il naso d'un curato addormentato, e costui subito sogna un benefizio ancor più grasso; altre volte, col suo cocchio, si spinge sul collo d'un soldato suscitando sogni di gole tagliate, d'imboscate, d'assalti e di lame di Toledo, di brindisi in coppe profonde cinque tese; poi, all'improvviso, è sempre lei che gli fa risuonare il tamburo nell'orecchio, svegliandolo di colpo, e lui apre l'occhio, impaurito, bestemmia una preghiera o due, quindi, assonnato, ricade addormentato. Ed è la stessa Mab che di notte intreccia le criniere dei cavalli, facendo coi loro luridi crini nodi d'elfi che a scioglierli porta grave sventura. È lei la strega che se trova vergini supine le copre, insegnando loro come sopportare un peso, rendendole donne di buon portamento. È lei...

ROMEO
Basta, basta, Mercuzio, calma. Tu parli di nulla.

MERCUZIO
È vero, parlo dei sogni, io, figli d'una mente oziosa, generati da un'inutile fantasia fatta d'una sostanza tenue come l'aria e più incostante del vento, che spasima ora per il gelido grembo del nord, ma poi, gonfia di rabbia, si svolge sbuffando verso un nuovo amore, il sud umido di rugiada.

BENVOLIO
Questo vento, di cui parli, ci porta via da noi stessi: la cena sarà già finita e noi arriveremo troppo tardi.

ROMEO
O troppo presto, invece. Perché il mio cuore predice qualche sciagura ancora appesa alle stelle che proprio stanotte, durante questa festa, comincerà amaramente la sua durata paurosa, e segnerà la fine della vita spregevole chiusa nel mio petto con qualche vile scacco di morte prematura. Ma colui ch'è al timone della mia rotta diriga il mio cammino. Avanti, ragazzi, andiamo.

BENVOLIO
E tu suona, tamburino!

 

 

 

atto primo - scena quinta


Marciano attraverso il palcoscenico, mentre vengono avanti i servitori portando tovaglioli.

PRIMO SERVO
Dov'è Pentolaccia, che non ci aiuta a sparecchiare? Mai che cambi un piatto, che sgrassi un tagliere!

SECONDO SERVO
Quando la pulizia è nelle mani di un paio di persone che non si lavano mai le mani, la faccenda diventa sporca.

PRIMO SERVO
Leva gli sgabelli, sposta la credenza, e stai attento all'argenteria. E, se mi sei amico, mettimi da parte un po' di marzapane, se poi mi vuoi davvero bene, avverti il portiere di lasciar entrare Susanna la Mola e Nella... ehi, Antonio, e tu, Pentolaccia!

TERZO SERVO
Eccomi qua, ragazzi, sono pronto.

PRIMO SERVO
Vi cercano, vi chiamano, vi desiderano, vi vogliono, là nel salone.

QUARTO SERVO
Non possiamo mica essere di qua e di là insieme! Allegri, su, e svelti: chi campa di più prende tutto.


Escono i servitori.
Entrano Capuleti, Donna Capuleti, Giulietta, Tebaldo, la Nutrice e tutti, ospiti e dame, andando incontro alle maschere.


CAPULETI
Benvenuti, signori! Le dame che non soffrono per i calli vorranno fare un ballo con voi! Ah, mie care, chi di voi potrà ora rifiutare un ballo? Chi farà la mammoletta è perché, lo giuro, ha i piedi a barchetta! Colpite, eh? Benvenuti, signori! Li ho conosciuti anch'io i tempi quando andavo ai balli in maschera e sussurravo favole dolci alle orecchie delle belle signore, che le gradivano: ma è tutto finito, passato, passato! Benvenuti, signori! E voi, musici, suonate! Largo, largo, fate spazio, e voi, ragazze, forza!
 

La musica suona e ballano.
 

Su, altre luci, birboni, ripiegate i tavoli. E spegnete il camino, c'è ormai troppo caldo... Ah, diamine, questa festa improvvisata sta venendo proprio bene. Ecco, qui, sedete, caro cugino Capuleti, sia voi che io abbiamo passato il tempo delle danze! Quanti anni son passati dall'ultima volta che voi e io abbiamo indossato le maschere?

CUGINO CAPULETI
Per la Madonna, trent'anni!

CAPULETI
Non è possibile, amico mio; di meno, di meno! È solo dal matrimonio di Lucenzio, e corra veloce come vuole la Pentecoste, ne son passati solo venticinque: fu allora che ci mettemmo le maschere.

CUGINO CAPULETI
Sono di più, di più! Suo figlio ha di più, mio caro, suo figlio ha trent'anni.

CAPULETI
Non me lo dire! Era sotto tutela solo due anni fa.

ROMEO
Chi è quella donna che arricchisce la mano di quel cavaliere?

SERVO
Non lo so, signore.

ROMEO
Oh, ella insegna alle torce a bruciare con più luce! Sembra pendere sulla guancia della notte come un gioiello splendente dall'orecchio di un etiope; una bellezza troppo ricca per l'uso, troppo preziosa per la terra. Una colomba di neve in un branco di corvi, così è lei tra le sue compagne. Finito il ballo guarderò dove si mette, e, toccando la sua, renderò felice la mia rozza mano. Ha forse mai amato, sinora, il mio cuore? Negatelo, occhi, perché mai, sino a stanotte, avevo visto la vera bellezza.

TEBALDO
Dalla voce mi pare un Montecchi! Portami la mia spada, ragazzo.

 

Esce un ragazzo.

 

Ma come, quel verme osa venire qui col volto grottescamente coperto per prenderci in giro mentre festeggiamo? Per la nobiltà e l'onore del mio casato, colpirlo a morte non lo ritengo un peccato!

CAPULETI
Che c'è adesso, nipote, cosa ti rannuvola?

TEBALDO
Zio, questo è un Montecchi, un nostro nemico, un maledetto, che è qui venuto stanotte a dissacrare la nostra festa.

CAPULETI
Non è il giovane Romeo?

TEBALDO
È proprio lui, il maledetto Romeo.

CAPULETI
Calmati, mio caro, e lascialo in pace: si comporta da vero gentiluomo, e tutta Verona, a dire ll vero, vanta in lui un giovane pieno di virtù e gentilezza. Per tutte le ricchezze di questa città non accetterei che gli fosse fatto del male in casa mia. Calmati, allora, non badare a lui, io voglio così, e se tu mi rispetti, sii di buon umore, e caccia via questi cipigli che non si addicono a una festa.

TEBALDO
Sì, sì, si addicono, quando un nemico si traveste da ospite. Non lo sopporterò.

CAPULETI
Lo sopporterai. Ehi, mio buon ragazzo!
Ripeto, lo sopporterai. Andiamo, sono io il padrone di casa, o tu? Via, altro che sopportarlo, per Dio, vorresti suscitare una rissa in casa mia, tra i miei ospiti, fare il galletto, prender decisioni...

TEBALDO
Ma, zio, è una vergogna.

CAPULETI
Via, via, vai, vai... Sei un insolente, non è vero? Ma te lo farei pagar caro, uno scherzo così. So quello che faccio. Osare contraddirmi, hai scelto proprio il momento giusto... Bravi, amici miei, avete ballato benissimo... Sei un presuntuoso, ma adesso basta, su, o... Più luce, più luce... è una vergogna, te la farò finire io... allegri, allegri, ragazzi miei!

TEBALDO
La pazienza imposta, mescolandosi contro natura con una collera irrefrenabile, rende tutta tremante la mia carne. Me ne andrò via: ma questa intrusione, che ora sembra dolce, si muterà in amarissimo fiele.

 

Esce.

ROMEO
Avessi profanato con la mia mano indegna
questo sacro santuario, rimedio al mio peccato:
queste mie labbra, pellegrini rossi di vergogna,
con un bacio correggono quel tocco indelicato.

GIULIETTA
Buon pellegrino, la vostra mano giudicate con più calma,
che solo umile devozione, in fondo, ha mostrato:
anche i santi hanno mani che i pellegrini han toccato,
e chi torna dal Santo Sepolcro usa unire palma a palma.

ROMEO
Non hanno labbra i santi? e i devoti palmieri?

GIULIETTA
Sì pellegrino, ma le devono usare in devozione.

ROMEO
Oh cara santa, lascia allora che le labbra imitino la preghiera delle mani,
se non vuoi che la fede si muti in disperazione.

GIULIETTA
Non si muovono i santi,
anche quando ascoltano le altrui preghiere.

ROMEO
E allora resta immobile, mentre colgo il frutto delle mie preghiere.

La bacia.

Così le tue labbra cancellano il peccato dalle mie.

GIULIETTA
Allora le mie labbra hanno il peccato che han tolto.

ROMEO
Il peccato dalle mie labbra? Oh, colpa dolcemente denunziata. Ridammi il mio peccato.

La bacia di nuovo.

GIULIETTA
Tu baci a regola d'arte.

NUTRICE
Giulietta, vostra madre vuole parlarvi.

ROMEO
Chi è sua madre?

NUTRICE
Come, ragazzo mio, sua madre è la padrona di casa, una buona signora, saggia e virtuosa. Io ho allevato sua figlia, con cui avete parlato sino ad ora, e vi posso dire che chi se la prenderà avrà roba sonante.

ROMEO
È una Capuleti? Che terribile prezzo dovrò pagare. Debbo la vita a una nemica.

BENVOLIO
Su, andiamocene, la festa è al culmine.

ROMEO
Sì, lo temo proprio, il resto sarà il mio tormento.

CAPULETI
Fermatevi, non andatevene così, signori, abbiamo ancora da offrirvi un piccolo desinare.


Gli dicono qualcosa all'orecchio.


Ho capito, se è così, vi ringrazio tutti, vi ringrazio, signori, buona notte. Portate delle torce, qui. Avanti, andiamocene a letto! Ah, perdiana, in fede mia, si fa tardi, io vado a riposarmi.

 

Escono Capuleti, Donna Capuleti, gli ospiti, i gentiluomini e le maschere.

GIULIETTA
Vieni qui, balia: chi è quel gentiluomo?

NUTRICE
Il figlio e l'erede del vecchio Tiberio.

GIULIETTA
E chi è quello che sta uscendo adesso?

NUTRICE
Vergine! Credo che sia il giovane Petruccio.

GIULIETTA
E l'altro, dietro a lui, che non ha mai ballato?

NUTRICE
Non lo so.

GIULIETTA
Va a domandargli il nome. Se è sposato la tomba sarà forse il mio letto nuziale.

NUTRICE
Il suo nome è Romeo, ed è un Montecchi, l'unico figlio del vostro grande nemico.

GIULIETTA
Il mio unico amore nato dal mio unico odio! Uno sconosciuto troppo presto visto e troppo tardi conosciuto! Nascita d'amore tra le più strane e rare, che un odioso nemico io debba amare.

NUTRICE
Cosa dici? cosa succede?

GIULIETTA
Sono dei versi appena imparati, da uno con cui ho ballato.


Una voce dall'interno: "Giulietta".

NUTRICE
Eccoci, eccoci, su, svelta, se ne sono andati via tutti.

 

Escono.

 

Indice Teatro

Inizio pagina

 


 

Romeo e Giulietta

(“Romeo and Juliet”  1594 - 1595)

 

 

atto secondo - prologo


Entra il coro.

CORO
È adesso la passione antica sul suo letto di morte,
e un nuovo sentimento aspira ad esserne erede;
la bella per cui l'amante piangeva e voleva morire,
paragonata alla tenera Giulietta non è più bella.
Ora Romeo è amato e ama a sua volta,
incantati entrambi dai reciproci sguardi,
anche se lui deve lamentarsi con chi crede sua nemica,
e lei rubare la dolce esca dell'amore da ami terribili.
Creduto nemico, egli non può avvicinarla
per sussurrarle quelle promesse che gli amanti son soliti giurare,
e per lei, ugualmente innamorata, è ancor più difficile
incontrarsi in qualche posto col suo nuovo amore.
Ma la passione presta loro la forza, il tempo i mezzi, per incontrarsi,
mitigando disagi estremi con dolcezze estreme.

Esce.

 

 

 

atto secondo - scena prima

 

Entra Romeo da solo. 

ROMEO
Come posso andare avanti, se il mio cuore è qui? Torna indietro stupida argilla, e trova il tuo centro.

Si ritira.
Entrano Benvolio e Mercuzio.


BENVOLIO
Romeo! Cugino mio, Romeo! Romeo!

MERCUZIO
È un furbone, scommetto sulla mia vita che se ne è scappato a casa ed è già a letto.

BENVOLIO
Correva da questa parte, e l'ho visto saltare il muro di questo giardino. Chiamalo ancora, Mercuzio.

MERCUZIO
Farò di più, lo evocherò: tu, Romeo, malinconico, pazzo innamorato, appari sotto forma d'un sospiro, di' una rima soltanto, e sarò soddisfatto. Esala un semplice "Ahimè", accoppia un "cuore" con "amore", trova una dolce parola per comare Venere, e un soprannome per il suo cieco figlio ed erede, il nudo, vagabondo Cupido, giovane da secoli, che fece centro quando il re Cofetua s'innamorò della bella mendicante. Non sente, non si muove, non risponde. Dev'essere morto quello scemo, dovrò evocarlo davvero: ti prego, per gli occhi luminosi di Rosalina, per la sua fronte alta e le sue labbra scarlatte, per i suoi piedini, per le sue lunghe gambe e le sue cosce eccitate, per quei territori lì confinanti, ti prego, riprendi le tue forme e compari davanti a noi!


BENVOLIO
Se ti sente lo farai arrabbiare.

MERCUZIO
Non può arrabbiarsi per quello che dico. Avrebbe ragione se nel centro della sua amata facessi drizzare un qualche spirito estraneo, e lì lo lasciassi eretto finché lei l'avesse sfinito ed esorcizzato, sgonfiandolo. Allora potrebbe lamentarsi, non per la mia evocazione, che è onesta e leale: ho invocato la sua donna, è vero, ma per costringere lui a tirar fuori la lesta.

BENVOLIO
Vieni, si deve esser nascosto tra quegli alberi per unirsi all'umida notte. Il suo amore è cieco, gli si addice l'oscurità.

MERCUZIO
Se l'amore è cieco, non arriverà mai a bersaglio. Romeo sarà seduto sotto un nespolo, a sognare che la sua bella gli dia quel frutto che le fanciulle quando sole ridono tra loro chiamano nespola: oh, Romeo, fosse lei una nespola aperta e tu il suo cetriolo! Buona notte Romeo, mi ritiro sulla mia branda. Questo letto da campo è troppo freddo per dormirci. Vieni, Benvolio, andiamocene!

BENVOLIO
Andiamocene pure, è inutile cercare chi non vuol farsi trovare.

Escono Benvolio e Mercuzio.

 

 

 

atto secondo - scena seconda

 

Romeo si fa avanti.

ROMEO
Ride delle cicatrici chi non è mai stato ferito.

In alto appare Giulietta.

Ma, piano, quale luce erompe da quella finestra?
È l'oriente, e Giulietta è il sole! Oh, sorgi bel sole,
e uccidi la luna invidiosa che è già malata e pallida di rabbia,
perché tu, sua ancella, di lei sei tanto più bella.
Non servirla più, quell'invidiosa: la sua vestale porta il malsano costume verde indossato solo dai buffoni.
Gettalo via! Oh, se sapesse che è la mia donna, il mio amore! Oh se lo sapesse!
Ella parla, pur senza dire parola. Com'è mai possibile?
Sono i suoi occhi a parlare, e io risponderò loro.
Sono troppo ardito. Non è a me che parla.
Due tra le stelle più luminose del cielo, dovendo assentarsi,
supplicano i suoi occhi di voler brillareal loro posto sin che abbiano fatto ritorno.
E se i suoi occhi fossero in quelle sfere,e le stelle sul suo volto?

Le sue guance luminose farebbero allora vergognare quelle stelle,
come il giorno fa impallidire la luce di una torcia.
E i suoi occhi, in cielo, scorrerebbero nella regione dell'aria,
con un tale splendore che gli uccelli,
credendo finita la notte, riprenderebbero a cantare.
Guarda come appoggia la guancia alla sua mano:
potessi essere io il guanto di quella mano,
e poter così toccare quella guancia!

GIULIETTA
Ahimè!

ROMEO
Ma parla...
Oh, dì ancora qualcosa, angelo splendente,
così glorioso in questa notte, lassù, sopra la mia testa,
come un messaggero alato del cielo quando abbaglia
gli occhi stupiti dei mortali, che si piegano all'indietro
per guardarlo varcare le nubi che si gonfiano pigre,
e alzare le vele nel grembo dell'aria.

GIULIETTA
Oh Romeo, Romeo, perché sei tu Romeo?
Rinnega tuo padre e rifiuta il tuo nome,
oppure, se non vuoi, giura che sei mio
e smetterò io d'essere una Capuleti.

ROMEO
Devo ascoltare ancora, o rispondere subito?

GIULIETTA
È solo il tuo nome che m'è nemico, e tu sei te stesso
anche senza chiamarti Montecchi. Cos'è Montecchi?
Non è una mano, un piede, un braccio, un volto,
o qualunque parte di un uomo. Prendi un altro nome!
Cos'è un nome? Ciò che chiamiamo rosa,
con qualsiasi altro nome avrebbe lo stesso profumo,
così Romeo, se non si chiamasse più Romeo,
conserverebbe quella cara perfezione che possiede anche senza quel nome.

Romeo, getta via il tuo nome,
e al suo posto, che non è parte di te, prendi tutta me stessa.

ROMEO
Ti prendo in parola.
Chiamami amore e sarà il mio nuovo battesimo:
ecco, non mi chiamo più Romeo.

GIULIETTA
Chi sei tu che così avvolto nella notte inciampi nei miei pensieri?

ROMEO
Con un nome non so dirti chi sono:
il mio nome, sacra creatura, mi è odioso in quanto tuo nemico.
L'avessi qui scritto, strapperei la parola.

GIULIETTA
Ancora le mie orecchie non hanno bevuto cento parole della tua voce, e già ne riconoscono il suono.
Non sei tu Romeo, un Montecchi?

ROMEO
Né Romeo né Montecchi, amor mio, se ti dispiacciono.

GIULIETTA
Dimmi come sei arrivato qui, e perché?
I muri del giardino sono alti, difficili da scalare,
e questo posto, col nome che porti,
significa morte per te, se mai ti trovassero.

ROMEO
Sulle ali leggere dell'amore ho superato queste mura:
non ci sono limiti di pietra che possano impedire il passo all'amore,
e ciò che l'amore può fare, l'amore ossa tentarlo.
Ecco perché i tuoi parenti non mi possono fermare.

GIULIETTA
Se ti vedono ti uccideranno.

ROMEO
Ahimè, c'è più pericolo nei tuoi occhi che in venti delle loro spade.

Guardami con dolcezza e sarò corazzato contro il loro odio.

GIULIETTA
Per tutto il mondo, non vorrei ti vedessero qui.

ROMEO
Ho il mantello della notte per nascondermi ai loro occhi, ma se tu non mi ami, lascia pure che mi trovino qui. Preferirei che la mia vita finisse per il loro odio che prorogare la morte senza il tuo amore.

GIULIETTA
Come hai fatto a scoprire questo luogo?

ROMEO
È stato l'amore che per primo mi ha spinto a cercarlo. Lui mi ha prestato consiglio, io gli ho prestato i miei occhi. Non sono certo un pilota di nave, ma se tu fossi lontana da me quanto quella vasta spiaggia bagnata dal mare più lontano, io mi ci avventurerei per una merce così preziosa.

GIULIETTA
Sai che la maschera della notte è sul mio viso, altrimenti un rossore verginale tingerebbe le mie guance per ciò che m'hai sentito dire stanotte. Davvero, vorrei rispettare le forme, davvero, davvero cancellare ciò che mi è uscito di bocca, ma ormai, addio cerimonie! Mi ami davvero? So che mi dirai di sì e che io ti crederò. Ma so che se anche giuri potresti ingannarmi. Giove, dicono, sorride agli spergiuri degli amanti. Perciò, dolce Romeo, se mi ami, dillo davvero, oppure, se credi che con troppa facilità mi sia lasciata vincere, farò la ritrosa e la cattiva, dirò dei no, così tu potrai corteggiarmi; ma non lo farei altrimenti, per niente al mondo. In verità, bel Montecchi, sono troppo innamorata, e tu pensa pure che io sia troppo leggera, ma vedrai, mio gentile, mi dimosterò più sincera di quelle più esperte nel far le ritrose. Avrei dovuto mostrarmi più cauta, lo ammetto, ma d'altra parte, prima che me ne rendessi conto, tu hai sentito la mia ardente confessione d'amore; quindi, scusami, e non attribuire la mia troppo facile resa alla leggerezza di questo amore che l'ombra della notte ti ha rivelato.

ROMEO
Giulietta, per quella sacra luna lassù, che copre d'argento le cime del frutteto, ti giuro...

GIULIETTA
Oh, non giurare sulla luna, la luna incostante, che ogni mese cambia la sua orbita se no il tuo amore sarà altrettanto mutevole!

ROMEO
Su cosa dovrò giurare allora?

GIULIETTA
Non giurare per niente, o se vuoi, giura su te stesso, il dio che il mio cuore idolatra, e ti crederò.

ROMEO
Se il sacro amore del mio cuore...

GIULIETTA
No, non giurare. Anche se ho gioia di te,
questo patto, stanotte, non mi dà gioia:
è troppo rischioso, spericolato, improvviso,
troppo simile al lampo, già passato prima che uno possa dire "lampeggia".

Mio caro, buona notte!
Questo bocciuolo d'amore, maturandosi al soffio dell'estate,
sarà forse un fiore stupendo quando ci rivedremo.
Buona notte, buona notte.

Dolce riposo e pace scendano sul tuo cuore, come quelli che ho nel petto.

ROMEO
Ah, mi lascerai così, insoddisfatto?

GIULIETTA
E che soddisfazione vorresti, stanotte?

ROMEO
Scambiarci la promessa d'un amore fedele.

GIULIETTA
Il mio amore te l'ho già dato prima che me lo chiedessi, eppure vorrei dovertelo dare di nuovo.

ROMEO
Vorresti riaverlo indietro? E perché mai, amor mio?

GIULIETTA
Solo per esser generosa e dartelo un'altra volta; in realtà desidero solo ciò che già possiedo.
La mia generosità è sconfinata come il mare,
e come lui è profondo il mio amore:

più ne do a tepiù ne possiedo,

perché sono entrambi infiniti.
Ma sento qualche rumore in casa. Caro amore, addio.

La Nutrice chiama dall'interno.

Subito, cara nutrice !

Dolce Montecchi, sii fedele: aspetta un poco, ritornerò.

Esce Giulietta.

ROMEO
Oh notte benedetta, felice notte! Temo, essendo notte, che tutto non sia che un sogno, troppo dolce e lusinghiero per essere vero...

Giulietta si riaffaccia.

GIULIETTA
Tre parole, caro Romeo, e poi buona notte davvero. Se l'intenzione del tuo amore è onorevole, e mi vuoi come sposa, fammi sapere domani, da qualcuno che cercherò di mandarti, dove e quando vorrai celebrare il rito, e io deporrò ai tuoi piedi la mia sorte e ti seguirò mio signore, per tutto il mondo.

NUTRICE (Da dentro.)
Signora.

GIULIETTA
Arrivo, subito... ma se le tue intenzioni non sono serie, ti supplico...

NUTRICE (Da dentro.)
Signora.

GIULIETTA
Sì, sì, vengo...
Smetti di tentarmi, e lasciami al mio dolore. Domani ti manderò qualcuno.

ROMEO
Sull'anima mia!

GIULIETTA
Mille volte buona notte!

 

Giulietta esce.

ROMEO
Mille volte cattiva, la notte, ora che manca la tua luce.
L'amore corre verso l'amore come gli scolari fuggono dai libri,
ma amore che lascia amore è andare a scuola con la faccia triste.

Si riaffaccia Giulietta.

GIULIETTA
Ehi, Romeo, ehi! Oh se avessi la voce del falconiere per richiamare questo dolce falcone!
Chi è prigioniero è rauco e non può alzare la voce,
altrimenti saprei far crollare la caverna dove sta Eco
e far diventare più roca della mia la sua voce d'aria,
a furia di ripetere il nome del mio Romeo.

ROMEO
È la mia anima che chiama il mio nome.
Che dolce suono d'argento ha di notte la voce degli amanti,
come la più languida delle musiche per l'orecchio che l'ascolta.

GIULIETTA
Romeo.

ROMEO
Mio piccolo falconetto.

GIULIETTA
A che ora domani dovrò mandarti il mio messaggero?

ROMEO
Alle nove.

GIULIETTA
Ci sarà. Passeranno ventanni fino ad allora. Non ricordo già più perché ti ho richiamato.

ROMEO
Lasciami aspettar qui, finché ti tornerà in mente.

GIULIETTA
Lo scorderei, per farti restare ancora qui, ricordando come amo la tua presenza.

ROMEO
E io resterò qui, per farti ancora dimenticare, dimenticando ogni altra casa che non sia questa.

GIULIETTA
È quasi mattina, vorrei che te ne andassi, ma non più lontano del passerino che un ragazzo crudele si lascia fuggire di mano per poi tirarlo indietro con un filo di seta, povero prigioniero avvinto da ceppi ritorti, tanto è geloso, amandolo, della sua libertà.

ROMEO
Sarei felice d'essere quel passero.

GIULIETTA
Anch'io, caro, ma ti ucciderei con le troppe carezze. Buona notte, buona notte: separarci è un dolore così dolce che dirò buona notte sino a domani.

Esce Giulietta.

ROMEO
Regni il sonno sui tuoi occhi, la pace nel tuo petto. Fossi io il sonno e la pace per riposare così dolcemente. Il mattino dagli occhi grigi sorride alla notte accigliata tingendo con strisce di luce le nubi d'oriente; l'oscurità, rubizza come un ubriaco, s'allontana a fatica dal sentiero del giorno percorso dalle ruote di Titano. Da qui andrò alla cella del mio padre confessore, per chiedergli aiuto e dirgli della mia cara fortuna.

Esce.

 

 

 

atto secondo - scena terza

 

Entra il Frate Lorenzo, solo con un cesto.

FRATE LORENZO
Adesso, prima che il sole avanzi il suo occhio fiammeggiante a rallegrare il giorno e a seccare l'umida rugiada della notte, devo riempire questo cesto di vimini con erbe velenose e fiori dal succo prezioso. Madre della natura è la terra, ma anche sua tomba: quello che è il suo sepolcro è anche il suo grembo, e da quel grembo nascono figli di diverso genere che troviamo allattati dal suo seno naturale. Molti, per varie virtù, eccellenti, nessuno che non ne abbia qualcuna, eppure tutti diversi. Oh, grande è la potente virtù che risiede nelle piante, nelle erbe, nelle pietre, e nelle loro genuine nature. Non esiste niente sulla terra così vile da non portare alla terra una sua qualche utilità: né qualcosa di così prezioso che sviato dal suo uso non si rivolti contro la sua origine e cada nell'abuso. La virtù stessa, male esercitata, si trasforma in vizio e il vizio può riuscire a volte a riscattarsi con l'azione.

Entra Romeo.

Sotto la tenera scorza di questo debole fiore c'è insieme un veleno e un potente dottore: per questo se l'odori, con l'odore ravviva ogni funzione; se l'assaggi ti uccide, fermandoti i sensi e il cuore. Anche nell'uomo, come nelle erbe, sono accampati due re in lotta tra loro, la grazia e il desiderio, e quando quest'ultimo, il peggiore, prevale, presto il verme della morte tutta la pianta assale.

ROMEO
Buon giorno, padre.

FRATE LORENZO
Benedicite. Di chi è questa voce mattiniera che con tanto rispetto mi saluta? Aver abbandonato così presto il letto, figlio mio, è segno d'un animo turbato. L'inquietudine fa da sentinella agli occhi dei vecchi, e dove veglia lei non s'avvicina il sonno, ma dove invece innocente la gioventù stende le sue membra intatte, lì regna un sonno dorato. Per questo la tua visita, così mattutina, m'induce a credere che qualcosa t'abbia turbato; altrimenti, caro Romeo, dovrei pensare che stanotte non ti sei neppure coricato.

ROMEO
Proprio così, eppure non son mai stato così riposato.

FRATE LORENZO
Dio ti salvi dal peccato! Sei stato con Rosalina?

ROMEO
Con Rosalina? No, mio padre spirituale, ho dimenticato quel nome, e il male di quel nome.

FRATE LORENZO
Bravo figliolo, ma dove sei stato allora?

ROMEO
Te lo dirò, prima che me lo chieda ancora. Sono stato a una festa, in casa del mio nemico, e lì, all'improvviso, da chi ferivo sono stato ferito. Il rimedio per tutti e due sta nel tuo aiuto e nelle tue cure. Non odio nessuno, padre, anzi, sono qui a intercedere anche per il mio nemico.

FRATE LORENZO
Sii chiaro, figlio mio, sii semplice nella tua confessione. Un enunciato ambiguo trova un'ambigua assoluzione.

ROMEO
E allora sappi chiaramente che il più caro affetto del mio cuore è riposto nella bella figlia del ricco Capuleti. Come il mio cuore guarda a lei, così il suo guarda a me, tutto è combinato, se non ciò che tocca a te combinare col santo matrimonio. Quando, dove e come ci siamo incontrati, corteggiati, e dichiarati, te lo dirò per strada, ma di una cosa ti devo pregare, che tu ci voglia oggi sposare.

FRATE LORENZO
Oh, San Francesco! Questo è un cambiamento! E Rosalina, che amavi così teneramente? Già dimenticata? L'amore dei giovani, allora, non sta nel cuore, ma negli occhi! Gesummaria! Che mare di lacrime ha lavato le tue guance scavate per Rosalina! Quant'acqua salmastra sprecata, per stagionare un amore che ora non vuoi più assaggiare! Il sole non ha ancora ripulito il cielo dai tuoi sospiri, nelle mie anziane orecchie riecheggia ancora la tua vecchia lagna. Guarda lì, com'è macchiata la tua guancia d'una vecchia lacrima non ancora lavata: se tu eri in te stesso, e i tuoi dolori erano tuoi, tu e i tuoi dolori eravate tutti per Rosalina. Sei cambiato? Ripeti allora questo proverbio: Pecchino pure le donne, se negli uomini non c'è nerbo.

ROMEO
Quando amavo Rosalina, spesso m'hai rimproverato.

FRATE LORENZO
Perché facevi il pazzo, figlio mio, non l'innamorato.

ROMEO
E mi ordinavi di seppellire l'amore.

FRATE LORENZO
Non perché dalla tomba di uno ne tirassi fuori un altro.

ROMEO
Ti prego, non rimproverarmi. Quella che ora amo mi rende grazia per grazia, amore per amore.

L'altra non faceva così.

FRATE LORENZO
Si vede che aveva capito che il tuo amore non sapendo leggere, recitava a memoria. Ma vieni, mia banderuola, vieni con me, solo per una cosa ti aiuterò: questo matrimonio potrebbe trasformare la vecchia guerra tra le due famiglie in una pace.

ROMEO
Andiamo, allora; insisto: bisogna fare in fretta.

FRATE LORENZO
Calma e giudizio.

Chi corre troppo, inciampa.

Escono.

 

 

 

atto secondo - scena quarta


Entrano Benvolio e Mercuzio.

MERCUZIO
Dove diavolo sarà questo Romeo? È tornato a casa stanotte?

BENVOLIO
Non a casa di suo padre. Ho parlato col servo.

MERCUZIO
Eh, quella ragazzina pallida dal cuore di pietra, quella Rosalina, finirà per renderlo pazzo coi suoi tormenti.

BENVOLIO
Tebaldo, il parente del vecchio Capuleti, ha mandato una lettera a casa di suo padre.

MERCUZIO
Per l'anima mia, una sfida.

BENVOLIO
Romeo risponderà.

MERCUZIO
Chiunque sappia scrivere sa anche rispondere a una lettera.

BENVOLIO
Voglio dire: rispondere al proprietario della lettera. Sfidato, sfiderà.

MERCUZIO
Ahimè, povero Romeo, è già morto, trafitto dagli occhi neri d'una ragazza pallida, ferito negli orecchi da un canto d'amore, col centro del cuore spezzato in due dalla freccia appuntita del piccolo arciere cieco. È forse questo l'uomo adatto ad affrontare Tebaldo?

BENVOLIO
Perché? Chi è Tebaldo.

MERCUZIO
È più del Principe dei Gatti. Oh, lui è il coraggioso capitano dei complimenti, capace di combattere come tu di cantare uno spartito mantenendo tempo, intervallo e misura. Indugia sulle minime, e poi, un, due e tre, ti è già entrato in petto. Un vero macellaio dei bottoni di seta. Uno spadaccino, un vero spadaccino, un gentiluomo da scuola, un vero maestro di prime e seconde cause. Ah, la sua passata immortale, il suo punto riverso, le sue toccate...

BENVOLIO
Le sue cosa?

MERCUZIO
Un canchero a tutti questi grotteschi balbuzienti affettati, quest'importatori di parole straniere. Per Dio, una bella lama, una bella statura, una bella puttana se li porti! Insomma non è una cosa deplorevole questa, nonnino mio, che si debba essere afflitti da questi moscardini stranieri, da questi modaioli sfrenati, questi pardonnez moi, che tengono tanto alle nuove forme da non poter più sedersi sulle vecchie panche? Ah, le loro ossa, le loro ossa!

Entra Romeo.

BENVOLIO
Ecco, arriva Romeo, arriva Romeo!

MERCUZIO
Non ha più midollo, pare un'aringa secca. Oh, carne, carne, come ti sei fatta pesce! Adesso è tutto per quelle rime in cui sguazzava Petrarca. Laura paragonata alla sua donna era una sguattera, accidenti, aveva un amante molto più bravo a cantarla, però, Didone una sempliciotta, Cleopatra una zingara, Elena ed Ero due puttane buone a niente, Tisbe aveva un occhio grigio o giù di lì, ma lasciamo perdere. Signor Romeo, bonjour. Ecco un saluto francese per le tue braghe francesi. Ci hai dato una bella fregata stanotte.

ROMEO
Buon giorno a tutti e due. Cosa vi ho dato?

MERCUZIO
Moneta falsa, caro Romeo, fuori corso. Non capisci?

ROMEO
Pardon, mio buon Mercuzio, avevo un affare urgente, e, in casi simili, ci si dimentica delle buone maniere.

MERCUZIO
Cioè a dire, un caso simile obbliga un uomo a sforzare le chiappe.

ROMEO
Vuoi dire a fare un inchino?

MERCUZIO
L'hai azzeccata con grazia.

ROMEO
Tu esponi con gran cortesia.

MERCUZIO
Sono la rosa stessa della cortesia, io.

ROMEO
Forse con rosa vuoi dire il fior fiore?

MERCUZIO
Sì.

ROMEO
Beh, io ho un fior fiore di scarpe.

MERCUZIO
Questa è buona, ma su questo tono devi ora continuare finché la scarpa non sia rosa, perché quando l'unica suola sarà rosa, lo scherzo, portato una volta, sarà da far risuolare.

ROMEO
Che freddura pedestre, sta in piedi solo perché è fatta coi piedi.

MERCUZIO
Vieni a dividerci, buon Benvolio, il mio spirito si esaurisce.

ROMEO
Frusta e sproni, frusta e sproni, o dirò d'aver vinto.

MERCUZIO
Per Dio, se i nostri spiriti si sfidano alla caccia dell'oca, sono perduto. C'è più dell'oca in uno dei tuoi motti di spirito che in tutti i miei cinque spiriti messi assieme. Non ho già fatto un punto, dandoti dell'oca?

ROMEO
Non hai fatto un bel niente, comportandoti da oca.

MERCUZIO
Ti morderò l'orecchio, per questa battuta.

ROMEO
No, buona oca, non beccarmi.

MERCUZIO
Il tuo spirito è agrodolce, una vera salsa piccante.

ROMEO
Non è forse il giusto condimento della dolce oca?

MERCUZIO
Oh, riecco dello spirito di pelle di capretto, lungo un palmo lo puoi tirare sino a un braccio.

ROMEO
Lo tirerò sino alla parola "enorme", che aggiunta all'oca, dimostra quale enorme oca tu sia in lungo e in largo.

MERCUZIO
Non è forse meglio giocare, che spasimare d'amore? Adesso sei socievole, adesso sei Romeo, ora sei quello che sei, come natura ed arte t'han fatto; perché questo amore farneticante è come uno scherzo di natura che, con la lingua penzoloni, corre avanti e indietro cercando un buco dove nascondere il suo balocco.

BENVOLIO
Fermati lì, fermati lì.

MERCUZIO
Tu vuoi che fermi la mia storia prima d'arrivare al pelo?

BENVOLIO
Sennò la coda della tua storia arriverebbe anche più in là.

MERCUZIO
Ti sbagli, mi mancava poco, ero già arrivato sin quasi in fondo, e, a dire il vero, stavo per venir fuori da quel soggetto.

ROMEO
Ecco un bel soggetto!

Entrano la Nutrice e un suo servo, Pietro.

Una vela, una vela!

MERCUZIO
Due, due: una camicetta e un camicione.

NUTRICE
Pietro.

PIETRO
Sì?

NUTRICE
Il mio ventaglio, Pietro.

MERCUZIO
Per nascondersi la faccia, buon Pietro, quella del ventaglio è più bella.

NUTRICE
Dio vi conceda una buona giornata, signori.

MERCUZIO
E a voi conceda una buona serata, bella signora.

NUTRICE
È già l'ora della buona sera?

MERCUZIO
Ve lo garantisco: la mano ardita della meridiana ha già afferrato l'asta del mezzogiorno.

NUTRICE
Vergognatevi! Che uomo siete?

ROMEO
Un uomo, mia signora, che Dio ha fatto a parodia di se stesso.

NUTRICE
Ben detto, parola mia! "A parodia di se stesso" dici? Signori, qualcuno di voi sa dirmi dove potrei trovare il giovane Romeo?

ROMEO
Io ve lo posso dire. Ma quando l'avrete trovato non sarà più giovane come quando lo cercavate. Io sono il più giovane di questo nome, in mancanza di peggio.

NUTRICE
Ben detto!

MERCUZIO
Come, va bene il peggio? Ben trovato, in verità. Che saggezza, che intelligenza.

NUTRICE
Se voi siete lui, signore, vorrei confidenziarmi con voi.

BENVOLIO
Vorrà senz'altro evitarlo a cena.

MERCUZIO
È una ruffiana, una ruffiana! Attenti! Ecco!

ROMEO
Che cos'hai trovato?

MERCUZIO
Non certo una lepre, caro mio, a meno che non sia un pasticcio quaresimale, che puzza prima ancora d'essere consumato.


Gira intorno cantando.

Puzza la vecchia lepre,
la vecchia lepre puzza,
è roba da quaresima!
Ma se la lepre è vecchia,
l'appetito non s'aguzza,
che quella puzza da troppa pezza!
Romeo, andiamo a casa da tuo padre? Andiamo tutti lì a mangiare.

ROMEO
Ti seguo.

MERCUZIO
Addio, mia antica signora, addio, "addio mia bella signora..."

Escono Mercuzio e Benvolio.

NUTRICE
Ditemi, di grazia, signore, che osceno mercante era costui, così pieno di quella sua merce da forca?

ROMEO
È un gentiluomo, nutrice, che ama sentirsi parlare, capace di dire più parole in un minuto di quante è disposto ad ascoltarne in un mese.

NUTRICE
Se crede di sparlare di me, lo rimetterò al suo posto, fosse anche più forte di quello che si crede, e di altri venti sbruffoni come lui. E se non son buona io, troverò qualcun altro. Volgare furfante, non sono una delle sue sgualdrine, io, non sono uno della sua banda!


Si volta verso Pietro, il servo.


E tu, te ne stai lì, e lasci che ogni farabutto mi maltratti a piacer suo!

PIETRO
Non ho visto nessuno trattarti per il suo piacere; e l'avessi visto avrei tirato fuori la spada.
Vi garantisco che so estrarre anch'io come gli altri, se capita l'occasione giusta e con la legge dalla mia.

NUTRICE
Dio m'è testimone, sono così arrabbiata che mi sento tremar tutta quanta. Farabutto, villano. Vi prego, signore, una parola come vi ho già detto, la mia padroncina mi aveva mandata a cercarvi: quello che mi aveva detto di dirvi non ve lo posso dire, ma lasciate che vi dica subito una cosa: se avete intenzione di condurla, come si dice, in un paradiso di matti, vi comportereste, come dire, da vero mascalzone, perché lei è ancora una bambina. E perciò, essere doppi con lei, sarebbe trattar male una vera signora, e vi comportereste in modo davvero vigliacco.

ROMEO
Nutrice, raccomandami alla tua signora e padrona. E ti assicuro...

NUTRICE
Che buon cuore, vi garantisco che le dirò tutto. Mio Dio, mio Dio, sarà una donna felice!

ROMEO
Cosa le dirai, balia? Non mi stai a sentire.

NUTRICE
Le dirò, signor mio, che assicurate - il che, immagino, è promessa di gentiluomo.

ROMEO
Dille che trovi un qualche mezzo per recarsi nel pomeriggio da Fra Lorenzo, per confessarsi, e lui, nella sua cella, la confesserà e ci sposerà. Ecco, tieni, per il tuo disturbo.

NUTRICE
No, signore, davvero, neanche un soldo.

ROMEO
Su, tieni ti dico.

NUTRICE
Questo pomeriggio, allora? Sarà lì.

ROMEO
E tu, buona nutrice, piazzati dietro il muro del convento. Tra un'ora ci sarà un mio uomo, con una scala di corda, e su quella gomena salendo, nel segreto della notte, arriverò al pennone della mia gioia. Addio, sii fedele, e ricompenserò le tue fatiche. Addio, ricordami alla tua padrona.

NUTRICE
Che Dio in cielo vi benedica. Ancora una parola.

ROMEO
Cosa c'è ancora, mia cara nutrice?

NUTRICE
È fidato il vostro uomo? Non avete mai sentito che due san tenere un segreto, se ne togli uno?

ROMEO
Vi assicuro, il mio uomo è sicuro come l'acciaio.

NUTRICE
Bene, signore, perché la mia padroncina è la più dolce delle ragazze. Mio Dio, bisogna averla vista quando biascicava le sue prime parole... Ah, c'è un gentiluomo, in città, un certo Paride, che per lei tirerebbe subito fuori il coltello, ma lei, poverina, preferirebbe aver davanti un rospo, davvero, un rospo, piuttosto che lui. A volte la faccio andare in bestia, che le dico che Paride è il partito migliore, ma vi assicuro che quando le dico così lei mi si sbianca tutta, mi diventa come un lenzuolo. Non è che Romeo e Rosmarino cominciano con la stessa lettera?

ROMEO
Certo, cominciano tutt'e due con la "r". E allora?

NUTRICE
Ah, birbante, quello è il verso del can che ringhia, e can che abbaia non morde il cu... No, no, quello comincia con un'altra lettera... Ah, lei è bravissima nei giochi, ha messo insieme voi e il rosmarino... vi piacerebbe tanto sentirla.

ROMEO
Ricordami alla tua signora.

Esce Romeo.

NUTRICE
Sì, mille volte. Ehi, Pietro!

PIETRO
Eccomi.

NUTRICE
Su, fai strada, muoviti.

Escono.

 

 

 

atto secondo - scena quinta


Entra Giulietta.

GIULIETTA
Battevano le nove quando ho mandato la nutrice. Aveva promesso di tornare in mezzora. Forse non l'ha trovato. No, non è possibile. È una povera zoppa!
I pensieri dovrebbero essere messaggeri d'amore,

loro che scivolano dieci volte più rapidi dei raggi del sole
quando cacciano le ombre sui fianchi delle colline.
Perciò Amore è tirato da colombe dalle ali veloci,
perciò Cupido, veloce come il vento, possiede le ali.
Il sole è adesso sul più alto colle del suo percorso,
dalle nove alle dodici tre lunghe ore sono passate,
e lei non torna. Avesse gli affetti e il sangue caldo della gioventù,
si muoverebbe veloce come una palla:
le mie parole la lancerebbero al mio dolce amore,
e le sue la ribatterebbero a me. Ma ai vecchi, molte volte,
piace apparire morti, incerti, lenti, pesanti,
lividi come il piombo.

Entrano la Nutrice e Pietro.

Oh Dio, eccola che arriva! Oh, dolce balia, che notizie mi porti? L'hai trovato? Manda via quell'uomo.

NUTRICE
Pietro, aspettami fuori.

Esce Pietro.

GIULIETTA
E ora, dolce, cara balia, ... oh Dio, ma perché hai quell'aria triste? Anche se le notizie sono tristi, dammele almeno con un volto allegro! E se sono belle, tu sciupi la loro dolce musica suonandomela con quella faccia.

NUTRICE
Non ne posso più, lasciami tirare il fiato, accidenti! Le mie ossa son tutte un dolore! Che trottata!

GIULIETTA
Ti darei le mie ossa, se tu mi dessi le tue notizie. Su, da brava, parla, ti prego, buona, buona balia.

NUTRICE
Gesù, che fretta! Non puoi aspettare un momento? Non vedi che mi manca il fiato?

GIULIETTA
Come fa a mancarti il fiato, se hai fiato abbastanza per dirmi che sei senza fiato? Le scuse per i tuoi indugi sono più lunghe di quello che ti scusi di non potermi dire. Le notizie son buone o cattive? Dì una parola soltanto, sì o no, e poi potrò aspettare i particolari. Contentami: buone o cattive?

NUTRICE
La fai semplice, tu, colle tue scelte. Non sei neanche buona a sceglierti un uomo! Romeo? No, no, non è per te! La faccia, sì, è bella, più di quella di tanti altri, e anche le gambe, son più dritte, e quanto poi alle mani, i piedi, il corpo tutto, anche se non se ne dovrebbe parlare, sono senza paragone. Certo non è il fior fiore della cortesia, anche se, posso garantirlo, è docile come un agnello. Va' pur per la tua strada, bambina, per far piacere a dio, ...ma avete già mangiato in questa casa?

GIULIETTA
No, no! Ma tutte queste cose le sapevo già. Che ha detto del matrimonio? Su, cos'ha detto?

NUTRICE
Oh Dio, la mia testa! Che male! Mi martella tutta dentro come se si dovesse rompere in mille pezzi!
E la schiena, poi, ahi, la mia schiena! La schiena!
Ci vuole un bel cuore a mandarmi in giro così, a morire a forza di correre su e giù!

GIULIETTA
Mi spiace, davvero, che tu non stia bene. Mia dolce, dolce, dolcissima balia, dimmi, su, cosa dice il mio amore?

NUTRICE
Il tuo amore, da vero gentiluomo, dice, come s'addice a un uomo cortese, gentile, bello e, posso garantirlo, virtuoso,... dov'è tua madre?

GIULIETTA
Mia madre? È in casa, dove dovrebbe essere? Perché dai queste risposte strane? "Il tuo amore, da vero gentiluomo, dice dov'è tua madre?"

NUTRICE
O cara madre di Dio, come vi scaldate! Abbiate pazienza, su! Sarebbe questo il balsamo per le mie ossa doloranti? D'ora in avanti, i messaggi, te li porterai da sola!

GIULIETTA
Quante storie fai! Su, cosa dice Romeo?

NUTRICE
Avete avuto il permesso oggi d'andare a confessarvi?

GIULIETTA
Sì.

NUTRICE
Allora andate in fretta alla cella di Fra Lorenzo. Li c'è un marito che vuole farvi sua sposa. Ecco, il sangue caldo vi sale alle guance. Diventano scarlatte a qualsiasi notizia. Correte in chiesa, su, io devo andare da un'altra parte, a trovare una scala, così che il tuo amore, appena buio, potrà arrampicarsi nel nido di passera. E io faccio il facchino che si spezza in due per farvi divertire. Ma stanotte il peso ce l'avrai tu addosso! Va, io vado a mangiare qualcosa, tu corri in chiesa.

GIULIETTA
Corro verso la felicità! Onesta balia, addio!

Escono

 

 

 

atto secondo - scena sesta


Entrano il Frate Lorenzo e Romeo.

FRATE LORENZO
Sorrida il cielo a questa sacra cerimonia, e che le ore future non debbano rimproverarci con qualche dolore.


ROMEO
Amen, amen. Venga pure qualsiasi dolore, conterà meno della gioia che mi dà un solo minuto della sua presenza. Tu unisci con parole sacre le nostre mani, poi la morte, che divora gli amori, faccia pure ciò che vuole: mi basta poterla chiamare mia.

FRATE LORENZO
Queste gioie violente hanno fini violente. Muoiono nel loro trionfo, come la polvere da sparo e il fuoco, che si consumano al primo bacio. Il miele più dolce diventa insopportabile per la sua eccessiva dolcezza: assaggiato una volta, ne passa per sempre la voglia. Amatevi dunque moderatamente, così dura l'amore. Chi ha troppa fretta arriva tardi come chi va troppo piano.

Entra Giulietta un po' in fretta e abbraccia Romeo.

Ecco la sposa. Oh, un piede così leggero non consumerà mai la pietra che dura per sempre. Chi ama riesce a cavalcare il filo d'una ragnatela oscillante nella gioiosa aria d'estate, senza mai cadere: leggera è la vanità!

GIULIETTA
Buona sera al mio padre spirituale!

FRATE LORENZO
Figliola, Romeo ti ringrazierà anche per me!

GIULIETTA
Ed io ringrazio lui, se no avrà troppo da ringraziare.

ROMEO
Ah, Giulietta, se la misura della tua gioia è colma come la mia,
ma con più arte di me sai esprimerla a parole,
allora rendi dolce col tuo fiato l'aria che ci circonda,
e lascia che la tua lingua, ricca di musica,
sveli quale felicità fantastica riceviamo l'uno dall'altro in questo caro incontro.

GIULIETTA
L'immaginazione, più ricca di cose che di parole,
va orgogliosa della sua sostanza, non degli ornamenti.
Solo i pezzenti sono in grado di contare le loro ricchezze,
il mio amore sincero è invece così cresciuto a dismisura
che non arrivo a contare neanche la metà del mio tesoro.

FRATE LORENZO
Su, su, venite con me, dobbiamo fare in fretta, non vi dispiaccia, ma non posso lasciarvi soli finché la Santa Chiesa non abbia fatto, di due, una persona.

Escono.

 

Indice Teatro

Inizio pagina

 


 

Romeo e Giulietta

(“Romeo and Juliet”  1594 - 1595)

 

 

 

atto terzo - scena prima

 

Entrano Mercuzio, Benvolio e dei servitori.

BENVOLIO
Ti prego, buon Mercuzio, ritiriamoci. La giornata è calda, i Capuleti sono in giro, se ci incontriamo non eviteremo uno scontro, perché in queste giornate torride di sangue, insensato, ribolle.

MERCUZIO
Mi sembri uno di quei tizi che, non appena hanno oltrepassato la porta d'una taverna, sbattono la spada sul tavolo e dicono "Voglia Dio che non abbia bisogno di te!", e poi, sotto l'effetto del secondo bicchiere, la puntano contro il cameriere senza che ce ne sia bisogno...

BENVOLIO
Assomiglio a un tipo del genere?

MERCUZIO
Su, su, che quando sei d'un certo umore hai una testa calda quali altre non ce n'è, in Italia; tanto facile al cattivo umore, quanto d'umor pronto a eccitarti subito.

BENVOLIO
E per che cosa?


MERCUZIO
Per niente: ci fossero al mondo due come te, in un attimo non ce ne sarebbero più nemmeno uno, perché l'uno ammazzerebbe l'altro. Tu? Che diamine, litigheresti con qualcuno solo perché ha un pelo in più o in meno di te nella barba. Tu litigheresti con qualcuno perché sta spaccando delle noccioline, e senza altra ragione se non che tu hai gli occhi nocciola. E quale occhio, se non il tuo, sarebbe capace di vedere un simile motivo di lite? Hai la testa così piena di litigiosità come un uovo di virtù nutritive, ma te l'hanno così sbattuta che è marcita come un uovo, con tutte le tue risse. Tu hai litigato con uno perché tossendo, per strada, aveva svegliato il tuo cane che se ne dormiva al sole. Non ti sei forse irritato con un sarto perché indossava una giubba nuova di Quaresima; e con un altro perché aveva messo stringhe vecchie alle scarpe nuove? E con tutto questo tu vorresti darmi consigli, tenermi lontano dalle liti!

BENVOLIO
Se io fossi così pronto a litigare come te, chiunque sarebbe disposto a comprare il feudo della mia esistenza pagandomi semplicemente per un'ora e un quarto di vita.

 

MERCUZIO
Semplicemente! Che semplicione!

Entrano Tebaldo, Petruccio ed altri.

BENVOLIO
Per la mia testa, ecco che arrivano i Capuleti.

MERCUZIO
Per i miei tacchi, non me ne frega niente!

TEBALDO
Statemi vicino, voglio parlar con loro. Buona sera, signori: posso dire una parola a uno di voi?

MERCUZIO
Una parola sola a uno solo? Aggiungeteci qualcos'altro, fate una parola e un colpo.

TEBALDO
Mi troverete dispostissimo, signore, se me ne date l'occasione.

MERCUZIO
Non sapete prendervela da solo, senza che qualcuno ve la debba dare?

TEBALDO
Mercuzio, tu fai gruppo con Romeo.

MERCUZIO
Gruppo? Per chi ci hai preso, per dei suonatori? Prendici pure per dei suonatori, ma attento, sentirai solo stonature. Ecco qua l'archetto del mio violino, ecco quello che ti farà ballare. Per Dio, "gruppo"!

BENVOLIO
Stiamo parlando in un luogo pubblico. O ci ritiriamo in qualche luogo appartato, o ragioniamo con calma delle nostre lagnanze, oppure separiamoci. Qui siamo sotto gli occhi di tutti.

MERCUZIO
Gli occhi degli uomini son fatti per guardare, guardino pure. Non mi sposto certo per i begli occhi di nessuno, io.

Entra Romeo.

TEBALDO
Bene, la pace sia con voi, signore, ecco che arriva il mio uomo.

MERCUZIO
Mi possano impiccare, signore, se indossa la vostra livrea. Su, forza, scendete per primo in campo, vedrete come vi seguirà. Solo allora vostra signoria potrà chiamarlo davvero un suo "uomo"!

TEBALDO
Romeo, l'affetto che ti porto non mi permette di dirti cosa più garbata di questa: sei un farabutto!

ROMEO
Tebaldo, i motivi che ho per amarti attenuano molto la giusta rabbia suscitata dal tuo saluto: non sono un farabutto, e perciò addio. M'accorgo che non mi conosci bene.

TEBALDO
Ragazzo, questo non scusa le offese che mi hai fatto, voltati ed estrai la spada.

ROMEO
Ti garantisco che non ti ho mai offeso, anzi, ti voglio più bene di quanto tu possa immaginare sinché non ne avrai saputo la ragione. E così, buon Capuleti, il cui nome mi è caro quanto il mio, ritienti soddisfatto.

MERCUZIO
Che fredda, disonorevole, ignobile resa: Una stoccata può cancellarla!


Estrae la spada.


Tebaldo, tu, acchiappatopi, mi vuoi seguire?

TEBALDO
Cosa vorresti da me?

MERCUZIO
Buon Re dei Gatti, mi basta una delle tue nove vite. Con quella intendo prendermi delle libertà, poi, a seconda di come ti sarai comportato, vedrò come picchiare le altre otto. Vuoi prendere la tua spada per le orecchie e farla uscire dal suo giaccone? Fai in fretta, o la mia ti farà ronzare le orecchie ancor prima che la tua sia fuori.

TEBALDO
A tua disposizione.

 

Sguaina la spada.

ROMEO
Caro Mercuzio, metti via la spada.

MERCUZIO
Avanti, signore, il vostro affondo!

Combattono.

ROMEO
Fuori la spada, Benvolio, facciamogli abbassare le armi. Signori, vergognatevi, smettete questo scandalo! Tebaldo! Mercuzio! Il Principe ha espressamente proibito questi scontri per le strade di Verona. Fermati, Tebaldo! Buon Mercuzio! Tebaldo colpisce Mercuzio passando sotto il braccio di Romeo.

UNO DEL SEGUITO
Fuggi, Tebaldo.

Tebaldo esce col suo seguito.

MERCUZIO
Sono ferito. Siano maledette le vostre due famiglie. Sono spacciato. Lui se ne scappa così, illeso?

BENVOLIO
Come, sei ferito?

MERCUZIO
Sì, sì, un graffio, un graffio. Ma, per Dio, è quello che basta. Dov'è il mio paggio? Corri, stupido, chiama un medico.

Esce il paggio. 

ROMEO
Coraggio, amico mio, non può essere tanto grave.

MERCUZIO
No, non è profondo come un pozzo, e un portale d'una chiesa è più largo, però può bastare, non occorre altro. Chiedete di me domani, e vi risponderò dal profondo. Son già condito a puntino per questa terra, ve l'assicuro. Siano maledette le vostre famiglie! Per Dio, un cane, un topo, un sorcio, un gatto, ed ecco un uomo graffiato a morte. Un fanfarone, un furfante, un mascalzone, uno che combatte con in mano il manuale, perché diavolo ti sei messo in mezzo? Mi ha colpito passando sotto il tuo braccio.

ROMEO
Pensavo d'agire per il meglio.

MERCUZIO
Benvolio, aiutami a trovare una casa, altrimenti svengo. Maledette le vostre due famiglie, mi hanno ridotto a carne per i vermi. Me la son proprio beccata, e dura anche! Maledette le famiglie!

Escono Mercuzio con Benvolio.

ROMEO
Questo gentiluomo, parente stretto del Principe e mio caro amico, per colpa mia è stato ferito a morte. Il mio onore è stato macchiato dall'offesa di Tebaldo, da quel Tebaldo che da solo un'ora è mio parente. O dolce Giulietta, la tua bellezza m'ha reso femmina e ha indebolito nella mia tempra l'acciaio del coraggio.

Entra Benvolio.

BENVOLIO
Oh Romeo, Romeo, il bravo Mercuzio è morto, il suo spirito generoso, che troppo immaturamente aveva disprezzato la terra, è giunto tra le nuvole.

ROMEO
La nera sorte di questo giorno ne sovrasta molti altri, segna l'inizio d'una sofferenza che altri giorni compiranno.

Entra Tebaldo.

BENVOLIO
Ecco il furioso Tebaldo che torna indietro.

ROMEO
Eccolo qui, trionfante, e Mercuzio è morto. Tornatene in cielo rispettosa dolcezza, e guidami tu, ora, furore dagli occhi infuocati! Su, Tebaldo, riprenditi quel "vile" che mi hai dato poco fa, l'anima di Mercuzio è ancora qui vicino, sopra le nostre teste; aspetta che la tua vada a farle compagnia. Tu o io, o tutti e due, dobbiamo raggiungerla presto.

TEBALDO
Tu, maledetto ragazzo, che facevi gruppo con lui qui, andrai a farlo anche di là.

ROMEO
Questa deciderà.

Combattono.
Tebaldo cade.

BENVOLIO
Fuggi, Romeo, scappa. Sta arrivando gente, Tebaldo è morto! Non rimanere lì imbambolato. Il Principe ti condannerà a morte, se ti fai prendere. Su, fuggi, scappa!

ROMEO
Ah, sono il buffone del destino!

BENVOLIO
Perché ti attardi?

 

Esce Romeo.
Entrano dei cittadini.

CITTADINO
Dov'è scappato chi ha ucciso Mercuzio? Tebaldo, l'assassino, dov'è scappato?

BENVOLIO
Eccolo, è lì, steso per terra.

CITTADINO
Su, signore, venite con me. In nome e per ordine del Principe, obbedite.

Entrano il Principe, Montecchi, Capuleti, le loro mogli e tutti.

PRINCIPE
Dove sono i vili che han dato inizio a questa rissa?

BENVOLIO
Oh nobile Principe, posso rivelarvi io tutto il corso sciagurato di questo scontro fatale. Ecco, lì, giace l'uomo, ucciso a sua volta dal giovane Romeo, che ha ucciso il valoroso Mercuzio, vostro parente.

DONNA CAPULETI
Tebaldo, mio nipote! Il figlio di mio fratello! O Principe, o marito, oh, ecco il sangue versato del mio caro nipote. Principe, se sei giusto, fa che per il sangue versato dai nostri sia ora sparso il sangue dei Montecchi. Nipote... nipote mio...

PRINCIPE
Benvolio, chi ha dato inizio a questa rissa sanguinosa?

BENVOLIO
Tebaldo, che è poi morto, ucciso dalla mano di Romeo, di quel Romeo che gli stava parlando gentilmente, e lo invitava a riflettere su che lite da nulla fosse, ricordandogli quanto grande sarebbe stato il vostro dispiacere. E tutto questo, detto con parole gentili, con sguardo calmo, con le ginocchia umilmente piegate, non, riuscì a calmare la rabbia sfrenata di Tebaldo che, sordo alla pace, col suo acciaio tagliente mira al petto del coraggioso Mercuzio, il quale, con uguale furore, risponde colpo su colpo mortale, e, con sprezzo da soldato, con una mano svia da sé la fredda morte mentre con l'altra la rimanda a Tebaldo, la cui destrezza, a sua volta, la respinge. Romeo grida ad alta voce "Fermi, amici, dividetevi" e più veloce della lingua, il suo agile braccio riesce a far abbassare le loro lame mortali, passando in mezzo a loro. Ma, sotto il suo braccio, un colpo maligno di Tebaldo toglie la vita al coraggioso Mercuzio. Tebaldo fugge, ma poco dopo torna indietro, e punta su Romeo che aveva appena giurato vendetta. E verso la vendetta si precipitano entrambi come fulmini: prima ancora che potessi estrarre la spada per dividerli, il forte Tebaldo è ucciso, e Romeo, vistolo cadere, si volge e fugge. Questa è la verità, o muoia Benvolio.

DONNA CAPULETI
Costui è un parente dei Montecchi. L'affetto lo rende falso. Non dice la verità. Almeno venti dei loro uomini devono aver lottato in questo scontro funesto, tutti e venti per uccidere una sola vita. Chiedo una giustizia che tu, Principe, devi darmi. Romeo ha ucciso Tebaldo. Romeo non deve vivere.

PRINCIPE
Romeo lo ha ucciso, ma lui aveva ucciso Mercuzio. Ora chi pagherà il prezzo del suo caro sangue?

MONTECCHI
Non certo Romeo, Principe, era amico di Mercuzio. Il suo crimine ha solo concluso ciò che la giustizia avrebbe dovuto finire, la vita di Tebaldo.

PRINCIPE
E per la sua colpa lo condanniamo immediatamente all'esilio. Sono stato coinvolto io stesso nelle passioni dei vostri cuori, Del mio sangue è stato sparso per le vostre crudeli contese. Vi farò pagare le spese a un prezzo così salato che vi dovrete tutti pentire per la mia grave perdita. E sarò sordo a suppliche e a scuse, lacrime o preghiere non potranno riscattare le trasgressioni. Perciò non fatene uso. Romeo se ne vada subito; se sarà trovato in giro, quella sarà la sua ultima ora. Portate via questo corpo ed attenetevi ai miei voleri. La pietà è assassina se perdona chi ha ucciso.

Escono.

 

 

 

atto terzo - scena seconda

 


Entra Giulietta, da sola.

GIULIETTA
Galoppate, destrieri dai piedi di fuoco,
verso la casa di Febo. Un cocchiere come Fetonte vi avrebbe già frustato,

spingendovi verso occidente,
per far calare di colpo una notte coperta di nubi.
E tu, notte, che metti in scena l'amore,
stendi il tuo fitto sipario,
che fa chiudere gli occhi anche ai vagabondi,
così che Romeo, senza che nessuno lo veda o ne parli,

possa saltare tra queste braccia.
Basta agli amanti la reciproca bellezza per illuminare i riti d'amore;
o, se l'amore è cieco, meglio s'accorda alla notte.
Vieni, dunque, notte severa, signora dall'abito sobrio,
tutta in nero, e insegnami a perdere una partita già vinta,
là dove sono in palio due verginità immacolate.
Così col tuo mantello nero di sangue inesperto che mi assale le guance,

così che l'amore mai sperimentato cresca in audacia,

e senta il sincero atto d'amore come semplice modestia.

Vieni, notte!
E vieni, Romeo, vieni, giorno nella notte,
tu che giacerai sulle ali della notte più bianco della neve fresca sulla groppa di un corvo.
Vieni, notte gentile, vieni notte amorosa dalle nere ciglia,
dammi il mio Romeo, e quando sarò morta prendilo e taglialo in tante piccole stelle:
egli renderà così bello il volto del cielo,
che tutti al mondo s'innamoreranno della notte,
e non pregheranno più il sole chiassoso.
Oh, sono riuscita a comprare il palazzo dell'amore,
ma non ancora a venirne in possesso,
e sebbene venduta, non sono ancora stata goduta.
Mi è così noioso questo giorno,
come la sera di vigilia d'una festa a una bambina impaziente,
che ha già i vestiti nuovi ma non può ancora indossarli.
Ah, ecco che arriva la balia.

Entra la Nutrice con delle corde, torcendosi le mani.

E mi porta notizie: ogni lingua che dica anche il solo nome di Romeo mi pare d'un'eloquenza divina. E allora, balia, che notizie? Che cos'hai lì? Le corde che Romeo t'ha detto di andare a prendere?
 
NUTRICE
Sì, sì, le corde.

GIULIETTA
Povera me, che notizie? Perché ti torci le mani?

NUTRICE
Ah, che giornata! È morto, è morto, è morto! Siamo rovinate, signora mia, rovinate! Giorno maledetto, se n'è andato, ucciso, morto!

GIULIETTA
Può il cielo essere così invidioso?

NUTRICE
Il cielo no, ma Romeo si. Oh Romeo, Romeo, chi l'avrebbe mai pensato? Ah, Romeo!

GIULIETTA
Che demonio sei tu che mi tormenti così? Questa tortura dovrebbe ruggire nello squallido inferno! Si è ucciso Romeo? Dimmi solo un "sì" e quel semplice suono sarà un veleno più potente dell'occhio assassino d'un basilisco. Non sarò più me stessa se ci sarà quel "sì", o se si sono chiusi quegli occhi che ti han fatto rispondere "sì". Se lui è morto, dì "sì", altrimenti "no": questi brevi suoni decidano la mia gioia o il mio dolore.

NUTRICE
Io l'ho vista la ferita, l'ho vista coi miei occhi, - Dio ci protegga! -, proprio lì, sul suo petto robusto. Un cadavere da far pietà, un misero cadavere sanguinolento, Livido, color cenere, lordo di sangue, un grumo rappreso. Sono svenuta a vederlo!

GIULIETTA
Oh spezzati, cuore mio! Povero fallito, spezzati subito! E voi, occhi miei, in prigione; non vedrete mai più la libertà! Tu, povera terra, ritorna alla terra; smetti qui ogni movimento, e assieme a Romeo premi un'unica bara!

NUTRICE
Oh Tebaldo, Tebaldo, il miglior amico che avevo!
Oh cortese Tebaldo, onorevole gentiluomo!
Che io dovessi vivere per vedere te morto!

GIULIETTA
Che bufera è mai questa, che infuria con venti così contrari?
È stato assassinato Romeo e Tebaldo è morto?
II mio più caro cugino e il mio sposo ancor più caro?
La terribile tromba suoni allora il giudizio universale,

perché chi è più vivo, se son morti quei due?

NUTRICE
Tebaldo è morto, Romeo esiliato. Romeo, che l'ha ucciso, è condannato all'esilio.

GIULIETTA
Oh Dio, è stato Romeo a spargere il sangue di Tebaldo?

NUTRICE
Sì, lui, lui! Maledetto questo giorno, lui!

GIULIETTA
Oh cuor di serpente nascosto sotto un volto fiorito.
Ebbe mai un drago una grotta così bella?
Stupendo tiranno! Angelico demonio!
Corvo con penne di colomba! Agnello vorace come un lupo!
Materia spregevole dall'aspetto divino!
Sei il giusto contrario di ciò che giustamente sembravi,
un santo dannato, un mascalzone onorato!

Oh natura, cosa facevi all'inferno,

quando hai incastonato lo spirito d'un demonio dentro il paradiso mortale d'un corpo così dolce?

C'è mai stato un libro pieno di cose tanto vili, rilegato in modo così bello?
Ah, può dunque abitare l'inganno in un palazzo così sontuoso?

NUTRICE
Non c'è più lealtà, non c'è più fede né onore tra gli uomini: tutti spergiuri, bugiardi, malvagi e ipocriti! Ah, dov'è il mio servo? Dammi dell'acquavite. Tutti questi dolori, queste pene, queste disgrazie, mi fanno invecchiare. La vergogna cada su Romeo!

GIULIETTA
Ti s'infetti la lingua per questo augurio! Lui non è nato per la vergogna. La vergogna si vergogna di stargli in fronte, perché è un trono, quello, dove l'onore può essere incoronato monarca assoluto del mondo intero! Ah, che bestia sono stata a imprecare contro di lui!

NUTRICE
Vuoi parlare bene di chi ha ucciso tuo cugino?

GIULIETTA
E dovrei parlar male di chi ho sposato? Oh, povero mio signore, quale lingua carezzerà mai il tuo nome se io, che t'ho sposato da sole tre ore, ne ho già fatto scempio? Ma tu perché, cattivo, hai ucciso mio cugino? Quel cattivo di mio cugino voleva uccidere il mio sposo. Fermatevi allora, stupide lacrime, ritornate alla vostra sorgente! Le vostre gocce sono una giusta offerta al dolore, e voi, sbagliando, le offrite alla gioia. È vivo mio marito, che Tebaldo avrebbe voluto uccidere, ed è morto Tebaldo, che avrebbe voluto uccidere mio marito. Tutto questo è conforto. E allora perché piango? È stata detta una parola peggiore della morte di Tebaldo, e mi ha ucciso. Vorrei dimenticarla, ma, ahimè, pesa sulla mia memoria come un orrendo delitto sull'anima del colpevole. Tebaldo è morto e Romeo... esiliato. Quell'"esiliato", quell'unica parola "esiliato" ha ucciso diecimila Tebaldi. La morte di Tebaldo sarebbe stata già un gran dolore, se tutto fosse finito lì. O se l'amaro dolore si delizia d'aver compagnia, e ha bisogno di trovarsi con altre pene, perché allora, dopo aver detto "Tebaldo è morto", non ha continuato con "E tuo padre" e "tua madre", o "sono morti entrambi"? Sarebbero seguite le lamentazioni d'obbligo; ma se la morte di Tebaldo si tira dietro come retroguardia un "Romeo è esiliato", con questa sola parola padre, madre, Tebaldo, Romeo e Giulietta sono tutti uccisi, sono già morti. "Romeo è esiliato!" Non c'è fine, non c'è limite, misura, confine, alla morte che porta questa parola. E non c'è parola che possa dire questo dolore. Balia, dove sono mio padre e mia madre?

NUTRICE
A piangere e a lamentarsi sul corpo di Tebaldo. Vuoi andar da loro? Ti ci accompagnerò io.

GIULIETTA
Lavano le sue ferite con le lacrime? Le mie lacrime scorreranno ancora quando le loro saranno finite, perché Romeo è stato mandato in esilio. Raccogli quelle corde, poverette, son state illuse anche loro, come me, perché Romeo è in esilio. Vi ha fatte per servire da strada verso il mio letto: ma io, ragazza, muoio vedova e vergine. Venite, corde, vieni, balia, vado al mio letto nuziale e la morte, non Romeo, prenderà la mia verginità.

NUTRICE
Corri in camera tua. Troverò io Romeo, per consolarti. So bene dove trovarlo. Ascoltami, il tuo Romeo sarà qui stanotte. Vado da lui. E' nascosto nella cella di Fra Lorenzo.

GIULIETTA
Oh, trovalo, dà questo anello al mio cavaliere fedele, e ordinagli di venire a prendersi l'ultimo addio.

Escono.

 

 

 

atto terzo - scena terza


Entra il Frate Lorenzo.

FRATE LORENZO
Romeo, vieni avanti, vieni avanti, tu, uomo fatale. Il dolore s'è innamorato delle tue qualità, e tu hai sposato la sventura.

Entra Romeo.

ROMEO
Padre, che notizie ci sono? Cos'ha deciso il Principe? Quale dolore desidera stringermi la mano che io non abbia già conosciuto?

FRATE LORENZO
Il mio caro figliuolo conosce fin troppo bene tale trista compagnia. Ti porto notizie della sentenza del Principe.

ROMEO
È forse il suo giudizio più lieve di quello universale?

FRATE LORENZO
Una sentenza più mite è uscita dalle sue labbra: non la morte del corpo, ma l'esilio di un corpo.

ROMEO
Ah, l'esilio! Siate pietoso e dite "morte". Lo sguardo dell'esilio incute molto, molto più terrore della morte stessa! Non dite "esilio".

FRATE LORENZO
Ecco, da questo momento sei bandito da Verona. Abbi pazienza, il mondo è grande, è vasto.

ROMEO
Non c'è mondo fuori dalle mura di Verona, se non purgatorio, sofferenza, anzi, l'inferno stesso.
Essere bandito da qui significa esser bandito dal mondo, ed esser bandito dal mondo significa morte. Esilio è solo un altro nome per morte e tu, chiamando la morte esilio, mi tagli la testa con una scure d'oro per sorridere poi al colpo che mi uccide.

FRATE LORENZO
Oh peccato mortale, oh nera ingratitudine! La legge chiama morte la tua colpa, ma il Principe, generoso, favorendoti, l'ha messa da parte, e ha mutato quella nera parola "morte" in esilio. Questa è affettuosa clemenza, e tu non lo vedi.

ROMEO
È tortura, non clemenza. Il cielo è qui, dove vive Giulietta, e qualsiasi cane, gatto, minuscolo topo, qualunque altra cosa insignificante, vive qui, in questo cielo, e può vedere Giulietta, ma Romeo non può. C'è più riguardo, più rispetto, più cortesia per una mosca che vola intorno a un cadavere che per Romeo. La mosca può toccare quella meraviglia bianca che e la mano della cara Giulietta, può rubare una gioia immortale da quelle sue labbra Che, nella loro modestia virginale, la fanno ancora arrossire, credendo il loro baciarsi un peccato. Ma Romeo no, lui non può, è esiliato. Le mosche possono far questo, io ne devo fuggire. Loro sono creature libere, io sono esiliato. E continui a dire che l'esilio non è morte? Non hai un intruglio velenoso, un coltello ben affilato, uno strumento veloce di morte, per quanto vile, se non questo "esilio", per uccidermi? "Esiliato"? O Frate, è una parola che usano i dannati, all'inferno. Urla strazianti l'accompagnano. E tu avresti il coraggio, tu che sei un sacerdote, un confessore d'anime, un amico dichiarato, di straziarmi con questa parola, "esiliato'?

FRATE LORENZO
Tu stupido pazzo, ascolta quel poco che ti dico.

ROMEO
Ah, riprenderai a parlar d'esilio.

FRATE LORENZO
Ti darò un'armatura per proteggerti da quella parola, la filosofia, il dolce latte delle avversità, per confortarti, anche se sei in esilio.

ROMEO
Ancora quella parola? Impiccala la tua filosofia! A meno che non possa crearmi una Giulietta, sradicare una città, capovolgere la sentenza di un Principe, non serve a niente, non ha potere. Non parlare più.

FRATE LORENZO
Ah, vedo allora che i pazzi non hanno orecchie.

ROMEO
E come potrebbero, se i saggi non hanno occhi?

FRATE LORENZO
Lasciami discutere con te della tua situazione.

ROMEO
Non puoi parlare di quello che non provi. Fossi tu giovane come me, fosse Giulietta il tuo amore, fossi tu sposato da un'ora, uccisore di Tebaldo, innamorato come me e come me esiliato, allora potresti parlare, potresti strapparti i capelli, gettarti a terra come faccio io adesso per misurare la fossa da scavarmi.

 

Bussano.

FRATE LORENZO
Alzati, qualcuno bussa... buon Romeo, nasconditi.

ROMEO
Non io, a meno che il fiato dei miei gemiti dolorosi, come una nebbia, mi nasconda agli occhi di chi mi cerca.

Bussano.

FRATE LORENZO
Senti come picchiano... Chi è là?... Romeo, alzati, ti prenderanno... Aspettate un momento... Alzati.

 

Bussano.

Corri nel mio studio... Eccomi, eccomi... Dio santo, che sciocchezza è questa?... Vengo, vengo!...

 

Bussano.

Che c'è da picchiare così? Chi vi manda, che volete?

NUTRICE (Da fuori.)
Fatemi entrare, e conoscerete la mia ambasciata. Vengo da parte della mia padrona Giulietta.

FRATE LORENZO
Allora, siate la benvenuta.

Entra la Nutrice.

NUTRICE
Oh santo Frate, oh, ditemi, santo Frate, dov'è lo sposo della mia padrona, dov'è Romeo?

FRATE LORENZO
Eccolo lì, per terra, ubriaco delle sue lacrime.

NUTRICE
Ah, lui è proprio come la mia padroncina, proprio come lei. Oh, che armonia di dolori, che pietosa situazione! Anche lei giace così, singhiozzando e piangendo, piangendo e singhiozzando. E voi, alzatevi, alzatevi, tiratevi su, se siete un uomo. Per amor di Giulietta, per amor suo, alzatevi, state dritto. Perché cascare in un pozzo così profondo? Romeo si alza.

ROMEO
Balia.

NUTRICE
Ah, signore, signore, la morte è la fine di tutto.

ROMEO
Hai parlato di Giulietta? Come l'ha presa? Non mi crederà un assassino abituale, ora che ho macchiato l'infanzia della nostra gioia con un sangue che è quasi il suo? Dov'è? Come sta? Cosa dice la mia sposa segreta del nostro amore cancellato?

NUTRICE
Ah, non dice niente, signore, ma non fa altro che piangere, ora si getta sul letto, poi si tira su, e chiama Tebaldo, e poi piange per Romeo, e poi di nuovo sul letto.
 
ROMEO
Ah, è come se quel nome, sparato dalla bocca mortale d'un cannone, la uccidesse, come la mano maledetta di quel nome ha ucciso il suo parente. Ma dimmi, Frate, dimmi, in quale vile parte di questa anatomia risiede il mio nome? Dimmelo, ch'io possa saccheggiare l'odiosa residenza.

FRATE LORENZO
Ferma quella tua mano disperata! Sei un uomo? Il tuo aspetto grida di sì, ma le tue lacrime sono da donna, e le tue azioni selvagge mostrano la furia irrazionale d'una bestia. Sei una donna che impropriamente indossa le sembianze di un uomo, o una bestia incongrua, che indossa l'apparenza d'entrambi? Mi hai sbalordito! Sul mio sacro ordine, pensavo il tuo carattere ben più temprato! Hai ucciso Tebaldo? Ti vuoi suicidare, e uccidere così la tua donna che vive della tua vita, volgendo il tuo odio maledetto contro te stesso? Perché maledici la tua nascita, il cielo e la terra? Forse perché nascita, cielo e terra, tutti e tre in un solo istante si sono incontrati in te, tu in un solo istante tutti e tre li vuoi perdere? Vergogna, vergogna, fai disonore al tuo corpo, al tuo amore, al tuo spirito, tu, che come un usuraio, ricco di tutto, non usi nulla in modo legittimo per adornare il tuo corpo, il tuo amore, il tuo spirito. Il tuo bel corpo è solo un manichino di cera che si allontana dalle virtù di un uomo; il caro amore che giuri è uno spergiuro che uccide la donna che hai fatto voto d'amare; e il tuo spirito, corona del corpo e dell'amore, fallisce nel guidarli, come polvere da sparo nella fiaschetta d'una recluta inesperta per la tua ignoranza prende fuoco, e sei fatto a pezzi da ciò che doveva difenderti. Chi diamine, alzati ragazzo! La tua Giulietta, per il cui amore un attimo fa eri morto, è viva, e in questo sei fortunato. Tebaldo voleva ucciderti, e invece l'hai ucciso tu. E in questo sei fortunato. La legge, che prometteva la morte, ti si mostra amica e la cambia in esilio. E in questo sei fortunato. Un mucchio di benedizioni scende su di te, la felicità ti corteggia col suo vestito più bello e tu, come una ragazzetta stizzosa e testarda, metti il broncio alla tua fortuna e al tuo amore. Attento, attento, così si finisce male. Adesso su, va' dal tuo amore, com'era deciso, sali in camera sua, va' a consolarla. Ma attento a non restare sino al turno di guardia, perché allora non potresti più andare a Mantova, dove vivrai finché troveremo il momento per  render pubblico il vostro matrimonio, riconciliare gli amici, chieder perdono al Principe,e farti tornare con una gioia milioni di volte più grande del dolore col quale sei partito. Vai avanti tu, nutrice. Ricordami alla tua padrona e dille di far andare tutti a letto presto, come li avrà disposti la gran pena. Romeo verrà subito.

NUTRICE
Oh signore, sarei rimasta qua tutta la notte a sentirvi dare buoni consigli. Che gran cosa è la cultura! Signor mio, dirò alla padrona che state per venire.

ROMEO
Diteglielo, e dite al mio amore che si prepari a sgridarmi. La Nutrice fa per uscire, ma si volta indietro.

NUTRICE
Ma ecco, signore, ho qui un anello che lei mi ha ordinato di darvi. Su, fate presto, perché si sta facendo tardi.

 

Esce.

ROMEO
Ah, la mia speranza torna a vivere con questo.

FRATE LORENZO
Va' allora. Buona notte. E ricordati che la tua sorte è legata a queste cose: o parti prima che monti la guardia, o, all'alba, dovrai andartene travestito. Fermati a Mantova. Io troverò il tuo servo fidato e lui ti verrà a riferire ogni volta che qui accadrà qualcosa di buono per te.
Dammi la mano, è tardi. Addio. Buona notte.

ROMEO
Se non mi chiamasse una gioia superiore ad ogni altra, sarebbe per me un dolore separarmi così in fretta da te.

Addio.

Escono.

 

 

 

atto terzo - scena quarta


Entrano Capuleti, Donna Capuleti e Paride.

CAPULETI
Le cose hanno preso una piega tale, signore, che non abbiamo avuto il tempo di convincere nostra figlia. Vedete, amava molto suo cugino Tebaldo, e così l'amavo io. Beh, siamo tutti nati per morire. È ormai molto tardi. Non scenderà stasera. E vi garantisco che se non fosse per la vostra compagnia, sarei anch'io già a letto da più d'un'ora.

PARIDE
Questi tempi di dolore non ci lasciano il tempo di parlare d'amore. Buona notte, signora. Ricordatemi a vostra figlia.

DONNA CAPULETI
Lo farò, e domattina presto sonderò le sue intenzioni. Questa sera è ancora troppo chiusa nel suo dolore.

 

Paride fa per andarsene, ma Capuleti lo richiama.

CAPULETI
Conte Paride, oso farvi sicura promessa dell'amore di mia figlia. Penso che si farà guidare in ogni cosa da me, anzi, ne sono sicuro. Moglie, và da lei prima di coricarti, rendile noto l'amore del mio nuovo figlio, Paride, e avvisala... mi ascolti?... che mercoledì prossimo... un momento... che giorno è oggi?

PARIDE
Lunedì, signore.

CAPULETI
Lunedì! Ah ah! Bene, mercoledi è troppo presto, facciamo giovedì, dille che giovedì prossimo si sposerà con questo nobile conte. Voi sarete pronto? Vi va bene questa fretta? Non voglio una gran festa, un amico o due, perché, rendetevene conto, con Tebaldo appena morto, potrebbero pensare che c'importi poco di lui, che era un nostro parente, se facciamo una gran festa. Facciamo cinque o sei amici e fermiamoci li. Cosa ne dite, allora, di giovedì?

PARIDE
Mio signore, vorrei che giovedì fosse domani.

CAPULETI
Bene. Andate pure. Restiamo intesi per giovedì. E tu va da Giulietta prima d'andare a letto, moglie, e preparala al matrimonio. Arrivederci, signor mio. Su, fatemi luce sino alla mia stanza! Perbacco, è così tardi che tra un po' diremo che è presto.
Buona notte.

Escono.

 

 

 

atto terzo - scena quinta


Entra Romeo e Giulietta in alto, alla finestra.

GIULIETTA
Vuoi già andar via? Il giorno è ancora lontano. È stato l'usignolo, non l'allodola, che ha colpito l'incavo del tuo orecchio timoroso. Canta ogni notte, laggiù, su quell'albero di melograno. Credimi, amore, era l'usignolo.

ROMEO
Era l'allodola, la messaggera del mattino, non l'usignolo. Guarda, amore, come quelle strisce di luce invidiose coprono di merletti le nubi che si stanno aprendo, là, a oriente. Le candele della notte si sono consumate, e il giorno allegro si fa avanti in punta di piedi sulle cime nebbiose dei monti. Debbo andarmene e vivere, oppure restare e morire.

GIULIETTA
Quella luce non è l'alba, ne son sicura, io. È una meteora, emanata dal sole per illuminarti la strada e scortarti, stanotte, come un servo con la torcia, sino a Mantova. Ecco perché puoi ancora restare: non c'è bisogno che te ne vada.

ROMEO
Mi prendano pure, mi mettano a morte, sono contento se è questo che tu vuoi. Dirò che quel barlume grigio non è l'occhio del mattino, ma il pallido riflesso del viso di Cinzia; che non è l'allodola a percuotere con le sue note la volta del cielo, così alta sulle nostre teste. Ho più desiderio di restare che voglia d'andarmene. Vieni pure morte, sii la benvenuta, Giulietta vuole così. Che c'è, anima mia? Parliamo. Non è ancora giorno.

GIULIETTA
È giorno, è giorno. Via di qui, presto, fuggi. È l'allodola che stona in questo modo, sforzando la sua voce a dissonanze così aspre, ad acuti così sgradevoli. Dicono che l'allodola sa dividere con gran dolcezza gli accordi. Questa non lo fa, visto come ci divide. Dicono che l'allodola e il rospo schifoso si scambiano gli occhi. Ah, vorrei che ora si fossero scambiate anche le voci! Questa che sentiamo ci spaventa, strappandoci l'uno dalle braccia dell'altra, e ti caccia via suonando la sveglia all'alba. Oh, vattene, adesso: c'è sempre più luce.

ROMEO
Sempre più luce, sempre più buia la nostra sofferenza.

Entra in fretta la Nutrice.

NUTRICE
Signora.

GIULIETTA
Balia?

NUTRICE
La vostra signora madre sta per venire in camera vostra. È spuntato il giorno, siate prudenti, in guardia.

Esce.

GIULIETTA
Allora, finestra, fa entrare il giorno e uscire la vita.

ROMEO
Addio, addio, un ultimo bacio, e scendo.

Scende.

GIULIETTA
Te ne vai così? Amore, mio signore, sposo mio, amico e amante, voglio tue notizie per ogni giorno che sta in un'ora, ché in ogni minuto stanno tanti giorni! Oh, a contare così il tempo, sarò carica d'anni prima di rivedere il mio Romeo.

ROMEO
Addio, non perderò occasione per farti avere mie notizie, amore mio.

GIULIETTA
Oh, pensi che ci rivedremo ancora?

ROMEO
Non ho dubbi. E tutti questi dolori saranno in futuro materia di dolci racconti.

GIULIETTA
Oh Dio, la mia anima ha brutti presagi! Mi pare di vederti, adesso, che sei così giù in basso, come un morto, in fondo a una tomba. E se la mia vista non m'inganna, sei pallido.

ROMEO
Credimi, amore, anche tu, ai miei occhi, sei pallida. Il nostro dolore, assetato, ci beve il sangue. Addio, addio.

Esce.

GIULIETTA
Oh fortuna, fortuna! Tutti ti chiamano incostante: se sei incostante, cosa te ne farai di lui, che è famoso per la sua fedeltà? Sii incostante, fortuna, così potrò sperare che non lo terrai a lungo ma lo rimanderai indietro.

Entra Donna Capuleti.

DONNA CAPULETI
Ehi, figlia mia, sei già sveglia?

GIULIETTA
Chi è che mi chiama? È mia madre. Non è ancora andata a letto o si è già alzata? Quale strana ragione la porta qui?

 

Si ritira dalla finestra.

DONNA CAPULETI
Ehi, come va, Giulietta?

Entra Giulietta.

GIULIETTA
Non sto bene, signora.

DONNA CAPULETI
Sempre a piangere per la morte di tuo cugino? E che, vuoi forse riempire la sua tomba di lacrime, e farlo galleggiar fuori? Se anche ci riuscissi, non potresti riportarlo in vita. Smettila quindi: un dolore ragionevole è indice di molto affetto, ma un dolore esagerato è segno di poca saggezza.

GIULIETTA
E tuttavia lasciatemi piangere una perdita così sentita.

DONNA CAPULETI
Così facendo sentirai la perdita, non l'amico che tanto piangi.

GIULIETTA
Sentendo la perdita, non ho scelta se non piangere eternamente per l'amico.

DONNA CAPULETI
Via ragazza, tu piangi così non per la sua morte, ma perché è ancora vivo quel vile che l'ha ucciso.

GIULIETTA
Quale vile, signora?

DONNA CAPULETI
Quel vile di Romeo.

GIULIETTA
Tra la viltà e lui ci sono mille miglia di distanza. Dio lo perdoni. Io lo perdono con tutto il cuore.
Eppure, nessun altro, come lui, fa soffrire il mio cuore.

DONNA CAPULETI
È perché quel traditore assassino vive ancora.

GIULIETTA
Sì, signora, lontano dalla portata di queste mani. Potessi io sola vendicare la morte di mio cugino.

DONNA CAPULETI
Non temere, ci vendicheremo prima o poi, non piangere più. Manderò qualcuno a Mantova, dove adesso vive in esilio quel rinnegato, a dargli una tale dose inusitata di veleno da mandarlo subito a far compagnia a Tebaldo. Allora, spero, sarai soddisfatta.

GIULIETTA
In verità non sarò mai soddisfatta di Romeo finché non l'avrò visto morto tanto è straziato il mio povero cuore per un parente. Signora, se voi riusciste a trovare un uomo per portargli il veleno, vorrei prepararlo io stessa: sarebbe tale che Romeo, dopo averlo ricevuto, dormirebbe presto in pace. Ah, come soffre il mio cuore a sentire quel nome senza potergli correre incontro per sfogare sul suo corpo d'assassino tutto l'amore che nutrivo per mio cugino.

DONNA CAPULETI
Tu trova ciò che serve, io troverò l'uomo. Ma adesso, ragazza, ti dirò novità gioiose.

GIULIETTA
La gioia sarebbe benvenuta, in simili circostanze. Che novità ci sono, vi prego signora.

DONNA CAPULETI
Ecco, ecco, tu hai un padre premuroso, bambina, uno che per tirarti fuori dalla tua oppressione si è inventato un'improvvisa giornata d'allegria che tu non t'aspettavi, come non potevo prevederlo io.

GIULIETTA
Signora, ben venga. E cos'è questa giornata?

DONNA CAPULETI
Allegra, figliola, che il prossimo giovedì mattina il prode, giovane e nobile gentiluomo, il conte Paride, nella chiesa di S. Pietro, con letizia farà di te la sua moglie felice.

GIULIETTA
Ah, per la chiesa di S. Pietro e per S. Pietro stesso, non farà di me la sua moglie felice. Mi meraviglio di tutta questa fretta, che mi vorrebbe sposata prima che corteggiata da chi si candida alla mia mano. Vi prego, signora, dite al mio signore e padre che non voglio ancora sposarmi, e quando lo volessi, giuro che sposerò Romeo, e voi sapete che l'odio, piuttosto che Paride. Queste sono davvero novità.

DONNA CAPULETI
Ecco che arriva vostro padre; diteglielo voi stessa, e vedremo come la prenderà.
 
Entrano Capuleti e la Nutrice.

CAPULETI
Quando il sole tramonta, la terra stilla rugiada, ma per il tramonto del figlio di mio cognato piove a dirotto. Ragazza, che c'è, sei diventata una grondaia? Ancora in lacrime? Sempre a diluviare?
In un piccolo corpo fingi d'essere barca, mare e vento. Nei tuoi occhi, che chiamerò il mare, c'è ancora flusso e riflusso di lacrime. Il tuo corpo è la barca, che veleggia in questo mare salato, e i tuoi sospiri sono i venti, che infuriando con le tue lacrime, e queste contro i venti, travolgeranno il tuo corpo scosso dalla tempesta senza un'improvvisa bonaccia. E allora, moglie mia, le avete comunicato le mie decisioni?

DONNA CAPULETI
Sì, signor mio, ma, pur ringraziandovi, non le accetta. Le starebbe bene, a questa sciocca, di sposarsi con la sua tomba!

CAPULETI
Piano. Fatemi capire, fatemi capire bene, moglie. Come? Non accetta? Non ci ringrazia? Non ne è orgogliosa? Non ha capito che è una fortuna, indegna com'è, essere riusciti a convincere un così degno gentiluomo a essere suo sposo?

GIULIETTA
Non ne sono orgogliosa, no, al più, riconoscente; non potrei mai essere orgogliosa d'una cosa che detesto; ma riconoscente sì, anche per ciò che detesto, se è conseguenza del vostro affetto.

CAPULETI
Come, come, come? Fai la sofista? Che vuoi dire? "Sono orgogliosa", "vi ringrazio", e "non vi ringrazio", e tuttavia "non lo sono"? Ehi tu, madamigella, non darmi a bere grazie e non grazie, orgogli e non orgogli, ma prepara i tuoi bei piedini per giovedì mattina, per andare con Paride alla chiesa di S. Pietro, o ti ci trascino io su una carretta. Via, carogna anemica! Via, puttana! Faccia smunta!

DONNA CAPULETI
Via, via. E che, siete impazzito?

GIULIETTA
Buon padre, vi prego in ginocchio.

Si inginocchia.
Siate così paziente da lasciarmi dire una parola.

CAPULETI
Alla forca, puttana, disgraziata ribelle! Ascoltami bene: o vai in chiesa giovedì, o non mi vedrai più in faccia. Non parlare, non replicare, non osare rispondermi, che mi prudono già le mani. E noi, moglie, che credevamo Dio ci avesse puniti dandoci solo questa figlia! Adesso vedo che una così è già troppo, e che averla è stato il vero castigo! Levati dai piedi, sgualdrina!

NUTRICE
Che Dio in cielo la protegga! Siete da biasimare, mio signore, a trattarla così.

CAPULETI
E perché, mia Signora Saggezza? Statevi zitta, buona Prudenza! Andate a spettegolare con le comari, via.

NUTRICE
Non ho detto niente di male...

CAPULETI
Ah, buonasera!

NUTRICE
Non si può più parlare?

CAPULETI
Zitta, stupida d'una brontolona! Andate a dire le vostre saggezze attorno a un bicchiere tra un pettegolezzo e l'altro, qui non ne sentiamo il bisogno.

DONNA CAPULETI
Vi scaldate troppo.

CAPULETI
Ostia! Questa mi farà impazzire! Di giorno e di notte, sul lavoro e nel riposo, da solo e in compagnia, ho sempre avuto un solo pensiero, trovarle marito! E ora che ho trovato un vero gentiluomo, nobile, proprietario terriero, giovane, con una gran famiglia dietro,  pieno, come si suol dire, delle migliori qualità, e nella proporzione che uno si augurerebbe in ogni uomo, ecco che trovo una stupida, pazza piagnona, una bambola lamentosa, che quando la fortuna le si offre, risponde "non mi sposerò", "non riesco ad amare", "son troppo giovane", "vi prego di perdonarmi"! Ma se non ti vuoi sposare, ti perdono io! Via, a pascolare dove vuoi, ma non in casa mia! Attenta, pensaci bene, non scherzo, io. Giovedì è vicino! Mettiti una mano sul cuore e riflettici sopra. Se mi ubbidirai, ti darò in moglie a un amico; altrimenti, impiccati! Chiedi la carità, muori di fame, crepa in mezzo a una strada, perché, per l'anima mia, non ti riconoscerò più, né ciò che è mio ti sarà mai d'aiuto. Contaci e ripensaci. Manterrò la parola.

Esce.

GIULIETTA
Non siede più nessuna pietà tra le nuvole, che veda sino in fondo alla mia disperazione? Oh dolce madre mia, non scacciatemi, fate rinviare queste nozze d'un mese, d'una settimana, o, se no, fate preparare il mio letto nuziale nell'oscura tomba in cui giace Tebaldo.

DONNA CAPULETI
Non rivolgerti a me, perché io non dirò più una parola. Fai come vuoi, tra me e te è tutto finito.

 

Esce.

GIULIETTA
Oh Dio, oh balia, come farò a evitare tutto questo? Il mio sposo è qui, sulla terra, e la mia fede in cielo. Come potrà la mia fede tornare sulla terra, a meno che non me la rimandi mio marito dal cielo, dopo aver lasciato questa terra? Fammi coraggio, dammi un consiglio. Ahimè! Ahimè! È possibile che il cielo tenda inganni a una creatura inerme come me? Cosa dici? Non hai una parola di gioia? Un po' di conforto, balia.

NUTRICE
In fede mia, ecco qui. Romeo è in esilio, e scommetto tutto contro niente che non avrà il coraggio di tornare qui a reclamarvi. O, se lo farà, dovrà farlo di nascosto. Quindi, stando le cose come stanno, il meglio da farsi è che voi vi sposiate il Conte. È un così bel signore! Al suo confronto, Romeo è uno strofinaccio. Neanche un'aquila, signora mia, ha degli occhi così verdi, così belli, così acuti, come quelli di Paride. Sia dannato il mio cuore, penso che siate fortunata in questo secondo matrimonio; è ancora meglio del primo; e se anche non lo fosse, il vostro primo marito è morto, o tanto varrebbe che lo fosse, visto che, anche se è vivo, non te lo puoi godere.

GIULIETTA
Parli col cuore?

NUTRICE
Sì, e anche con l'anima! o siano maledetti tutti e due!

GIULIETTA
Amen.

NUTRICE
Cosa?

GIULIETTA
Beh, mi hai proprio consolata, a meraviglia! Torna dentro, e di' a mia madre che, avendo dato un dispiacere a mio padre, sono andata da Fra Lorenzo, a confessarmi per ricevere l'assoluzione.

NUTRICE
Per la Vergine, vado: questa è una saggia azione.

 

Esce.

GIULIETTA
Vecchia maledetta! Perfido demonio! Pecca di più spingendomi così a giurare il falso, o quando calunnia mio marito con quella stessa lingua che l'aveva esaltato mille volte al di sopra di ogni confronto? Vattene, consigliere! Da questo istante tu e il mio cuore non vi conoscerete più! Andrò dal Frate, a sapere se ha qualche rimedio. Se tutto andasse male, posso sempre uccidermi.

Esce.

 

Indice Teatro

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Romeo e Giulietta

(“Romeo and Juliet”  1594 - 1595)

 

 

 

atto quarto - scena prima


Entrano il Frate Lorenzo e Paride.

FRATE LORENZO
Giovedì, signore? C'è assai poco tempo.

PARIDE
Mio suocero, Capuleti, vuole così, e non sarò così pigro da rallentare la sua fretta.

FRATE LORENZO
Mi dite di non conoscere l'animo della ragazza. È un modo di fare scorretto. Non mi piace.

PARIDE
Lei piange senza freno per la morte di Tebaldo, perciò ben poco ho potuto parlarle d'amore, ché Venere non sorride in una casa di lacrime. Ora, signore, il padre pensa che sia pericoloso abbandonarsi così al dolore, e, nella sua saggezza, spinge a queste nozze per arginare quel diluvio di lacrime che, troppo nutrito di pensieri solitari, potrebbe essere fermato da un po' di compagnia. Ora conoscete la ragione di questa fretta.

FRATE LORENZO
Vorrei non conoscere le ragioni per cui dovrei frenarla... guardate, signore, è proprio lei che viene verso la mia cella.


Entra Giulietta.

PARIDE
Che incontro fortunato, mia signora e sposa.

GIULIETTA
Ciò potrà essere, signore, quando potrò essere una sposa.

PARIDE
Quel potrà essere dovrà essere giovedi prossimo, amor mio.

GIULIETTA
Ciò che deve essere, sarà.

FRATE LORENZO
Questa è una massima sicura.

PARIDE
Venite a confessarvi da questo padre?

GIULIETTA
Se vi rispondessi, mi confesserei con voi.

PARIDE
Non negate, con lui, che mi amate.

GIULIETTA
A voi posso confessare che amo lui.

PARIDE
E confesserete anche, ne sono sicuro, che amate me.

GIULIETTA
Se mai lo farò, avrà certo più valore detto alle vostre spalle, che non davanti a voi.

PARIDE
Povera cara, il tuo volto è assai sciupato dalle lacrime.

GIULIETTA
Non è stata una gran vittoria, per le lacrime; era abbastanza brutto anche prima della loro ingiuria.

PARIDE
Tu l'insulti più di quanto hanno fatto le lacrime, parlando così.
 
GIULIETTA
La verità, signor mio, non è un'offesa, e ciò che dico al mio viso, glielo dico in faccia!

PARIDE
Ma il tuo viso è mio, e tu l'hai offeso.

GIULIETTA
Può essere, perché non è mio... Avete tempo, adesso, padre, o devo tornare per la messa serale?

FRATE LORENZO
No, mi va bene adesso, figlia mia pensosa... Signor mio, dobbiamo restar da soli, un poco.

PARIDE
Dio mi guardi dal disturbare le devozioni. Giulietta, giovedi mattina verrò a svegliarti presto. Fino ad allora, addio, e accetta un bacio rispettoso.

Esce.

GIULIETTA
Oh chiudi la porta, e quando l'avrai fatto vieni a piangere con me, non c'è più speranza, rimedio, aiuto!

FRATE LORENZO
Oh, Giulietta, conosco il tuo dolore, e mi sconvolge tanto che non so più ragionare: so che tu giovedì, e senza possibilità di rinvio, dovrai sposare questo Conte.

GIULIETTA
Non mi dire, Frate, che lo sai, se non sai anche dirmi come possa impedirlo. Se con la tua saggezza non sai darmi aiuto, dì almeno saggia la mia decisione di trovar subito aiuto in questo pugnale. Dio ha unito il mio cuore a quello di Romeo, tu hai congiunto le nostre mani, e adesso, prima che questa mano, da te congiunta a Romeo, possa suggellare un altro patto, o prima che il mio cuore fedele possa, con un vile mutamento, volgersi a un altro, questo ucciderà mano e cuore. Cerca, dunque, di cavare dalla tua lunga esperienza un rapido suggerimento; oppure, guarda: tra me e le mie sciagure questo pugnale sanguinante farà da arbitro, decidendo ciò che l'autorità dei tuoi anni, o la tua scienza non han saputo portare a una conclusione onorevole. Non tardare a rispondere. Ho fretta di morire se ciò che dirai non parla di rimedi.

FRATE LORENZO
Calma, figlia mia. Qualcosa come una speranza la intravedo, ma ha bisogno d'un tentativo così disperato com'è disperato ciò che vogliamo impedire. Se piuttosto di sposare il conte Paride tu hai la forza di volontà di ucciderti,  allora, forse, avrai il coraggio di affrontare qualcosa che della morte ha solo l'apparenza, pur di scacciare quella vergognaper sfuggire alla quale sfideresti la morte stessa. Se tu hai il coraggio, io ti darò il rimedio.

GIULIETTA
Ah, piuttosto che sposare Paride, ordinami di gettarmi giù dai merli d'una qualsiasi torre, fammi camminare per strade infestate da ladri o dimmi di nascondermi in un nido di serpenti. Legami con degli orsi infuriati, rinchiudimi di notte in un ossario, nascosta sotto i mucchi scricchiolanti d'ossa dei defunti, tra stinchi putridi e gialli teschi senza più mandibole, oppure ordinami di calarmi in una fossa appena fatta e di nascondermi col morto nel suo sudario. Cose che solo a sentirle dire mi hanno sempre fatto tremare... ma sono pronta a farle senza esitazioni o paure, pur di restare la moglie onorata del mio dolce amore.

FRATE LORENZO
Ascoltami allora. Vai a casa, mostrati allegra, acconsenti al matrimonio. Domani è mercoledì, fa' in modo di restar sola la notte, non lasciare che la balia dorma con te nella stanza. Prendi questa fiala, e quando sarai a letto, bevi tutto questo liquido eterico. Subito per tutte le vene ti correrà un torpore freddo, il polso perderà il suo ritmo naturale e smetterà di battere. Nessun calore, nessun respiro  testimonieranno della tua vita, le rose delle tue labbra e delle tue guance appassiranno, prendendo il colore della cenere, le finestre degli occhi si chiuderanno, come quando la morte chiude fuori la luce della vita. E ogni parte del corpo, privata del movimento, sembrerà rigida, dura, fredda, come morta. Con questa sembianza presa a prestito dalla secca morte resterai per quarantadue ore, poi ti sveglierai come da un sonno piacevole. In questo modo, quando lo sposo verrà la mattina a farti alzare dal letto, sarai lì, morta. Allora, secondo le usanze del nostro paese, in una bara aperta, vestita dei tuoi abiti più belli, ti porteranno in quell'antica cripta dove sono sepolti tutti i Capuleti. Nel frattempo, prima che tu ti sia svegliata, avvertirò Romeo del nostro piano con una lettera, e verrà subito qui, e  lui ed iosorveglieremo il tuo risveglio, e la stessa notte Romeo ti porterà via, a Mantova, con lui. E questo ti salverà dal disonore che ti minaccia, se un qualche capriccio o una paura da donnicciola non ti toglieranno il coraggio al momento dell'azione.

GIULIETTA
Dammelo, dammelo! Ah, non parlarmi di paura.

FRATE LORENZO
Ecco, prendi. Fa' in fretta. Sii forte e fortunata nel tuo proposito. Manderò in tutta fretta un frate a Mantova con una lettera per il tuo sposo.

GIULIETTA
L'amore mi dà la forza, e la forza m'aiuterà. Addio, caro padre.

Escono.

 

 

 

atto quarto - scena seconda


Entrano Capuleti, Donna Capuleti, la Nutrice e due o tre servi.

CAPULETI
Invita tutti gli ospiti che sono scritti qui.

Esce un servo.

E tu, ragazzo, va' a ingaggiare venti abili cuochi.

SERVO
Non avrete schiappe, signore, perché li metterò alla prova. Voglio vedere come si sanno leccare le dita.

CAPULETI
Cosa? E a che serve una prova simile?

SERVO
Per la madonna, signore: è un cuoco da poco quello che non si lecca le dita; perciò chi non sa leccarsele, niente ingaggio.

CAPULETI
Va, va pure.

Esce il servo.

Siamo molto indietro coi preparativi per l'occasione. Allora, mia figlia è andata da Fra Lorenzo?

NUTRICE
Sì, proprio così.

CAPULETI
Bene, può darsi che abbia una buona influenza su lei. È una buona a nulla, ostinata e capricciosa.

Entra Giulietta.

NUTRICE
Guardatela, che se ne torna dalla confessione tutta allegra.

CAPULETI
E allora, testona, dove sei andata a perder tempo?

GIULIETTA
Dove ho imparato a pentirmi del peccato di disobbedienza, resistendo a voi e ai vostri ordini, e dove mi è stato imposto, dal santo Frate Lorenzo, di gettarmi qui ai vostri piedi e di implorare il perdono. Perdonatemi, vi scongiuro. D'ora in avanti, mi farò sempre guidare da voi.

Si inginocchia.

CAPULETI
Andate a chiamare il Conte, avvertitelo di tutto questo. Questo nodo va stretto domattina stessa.

GIULIETTA
Ho incontrato il giovane signore nella cella di Fra Lorenzo, e gli ho mostrato tutto quel giusto affetto che potevo, senza oltrepassare i limiti della modestia.

CAPULETI
Bene, sono contento. Brava. Alzati. Così ci si deve comportare. Voglio vedere il Conte. Ma sì, perdiana. Andate, dico, e fatelo venire qui. Devo dire, adesso, e chiamo Dio a testimone, che la città tutta deve essere riconoscente a questo santo e reverendo frate.

GIULIETTA
Balia, vuoi venire con me nella mia stanza per aiutarmi a scegliere gli ornamenti che riterrai adatti per domani?

DONNA CAPULETI
No, aspettiamo giovedi. C'è tutto il tempo.

CAPULETI
Va', balia, va' con lei. Andremo in chiesa domani.

Escono Giulietta e la Nutrice.

DONNA CAPULETI
Non avremo il tempo di preparare. È quasi sera.

CAPULETI
Macché, mi darò da fare anch'io, e vedrai, moglie, che tutto andrà come si deve. Tu va da Giulietta, aiutala ad addobbarsi. Io non andrò a letto stanotte. Lasciami solo. Farò io, questa volta, la padrona di casa. Ehi, ehi! Sono tutti via. Beh, ci andrò io, a piedi dal conte Paride, a farlo preparare per domattina. Mi sento il cuore straordinariamente leggero, ora che quella ostinata ragazza ha messo giudizio.

Escono.

 

 

 

atto quarto - scena terza


Entrano Giulietta e la Nutrice.

GIULIETTA
Sì, è il vestito più adatto. Ma, cara balia, ti prego, lasciami sola stanotte, perché ho bisogno di pregare a lungo per convincere il cielo a sorridere al mio stato,  che, come sai bene, è tristo e peccaminoso.

Entra Donna Capuleti.

DONNA CAPULETI
Allora, siete indaffarate? Avete bisogno d'aiuto?

GIULIETTA
No signora, abbiamo scelto quanto è necessario e conveniente al nostro stato di domani. Adesso, vi prego, lasciatemi sola. Tenete pure la balia in piedi con voi, stanotte, sono sicura che avrete tantissimo da fare a organizzare tutto così all'improvviso.

DONNA CAPULETI
Buona notte, va' a letto e riposa bene, ne hai proprio bisogno.

Escono Donna Capuleti e la Nutrice.

GIULIETTA
Addio. Dio sa quando c'incontreremo di nuovo.
Un brivido lieve di fredda paura mi percorre le vene e quasi gela il calore della vita.
Le richiamerò a confortarmi. - Balia! -
Ma cosa farebbe, qui, lei?
La mia lugubre scena devo recitarmela da sola.
Vieni, fiala. E se la mistura non avesse effetto?
Dovrò dunque andar sposa, domattina? No! No!
Questo lo impedirà. Stammi qua vicino, tu.

Posa un pugnale.

E se fosse un veleno, che il Frate, a tradimento, mi ha dato per uccidermi ed evitare il disonore di queste nozze, dopo che lui stesso mi ha già sposata con Romeo? Ho paura sia così. E d'altra parte mi pare impossibile, si è sempre dimostrato un sant'uomo. E se, quando sarò calata nella tomba, io mi svegliassi prima che Romeo venga a salvarmi? Che idea spaventosa! Non mi sentirei allora soffocare, in quella cripta alla cui bocca disgustosa non arriva un respiro d'aria pura... e se poi morissi soffocata, lì, prima che il mio Romeo arrivi? O se vivessi, non è probabile che il terribile pensiero della morte e della notte, mescolandosi all'orrore del luogo, una specie di sepolcro, un antico sotterraneo dove per centinaia d'anni sono state ammucchiate le ossa di tutti i miei avi sepolti; dove l'insanguinato Tebaldo, appena seppellito, sta ancora putrefacendosi nel suo sudario; dove, come molti dicono, a certe ore della notte, gli spiriti tornano in vita... ahimè! ahimè! non è probabile che io, svegliandomi troppo presto tra quegli odori disgustosi, tra quelle urla simili a quelle delle mandragore strappate dalla terra, capaci di far impazzire gli uomini che le ascoltano... ah, se mi svegliassi, non perderei la ragione, e, assalita da tutte queste paure orribili, mi metterei a giocare come una pazza con le ossa dei miei padri, e strapperei dal suo sudario lo straziato Tebaldo, e in quest'accesso di furore, usando come clava l'osso di un mio antenato, non finirei, disperata, per farmi schizzare le cervella? Oh, guarda, mi par di vedere il fantasma di mio cugino a caccia di Romeo, che ha infilzato il suo corpo sulla punta della spada. Fermati, Tebaldo, fermati! Romeo, Romeo, Romeo! questo lo bevo per te!

Si butta sul suo letto, dietro i tendaggi.

 

 

 

atto quarto - scena quarta


Entrano Donna Capuleti e la Nutrice.

DONNA CAPULETI
Tieni, balia, prendi queste chiavi e porta qui altre spezie.

NUTRICE
Vogliono datteri e mele cotogne giù in cucina.

Entra Capuleti.

CAPULETI
Su, su, su, muovetevi, il gallo ha cantato due volte! La campana del coprifuoco ha suonato: sono le tre! Fa' la brava, Angelica, attenta alla roba nel forno: non fare economie!

NUTRICE
Via di qui, vi piace giocare alla massaia eh, via, a letto. In fede mia, starete male, domani, se state su tutta la notte.

CAPULETI
Per niente, per niente. Eh, ne ho fatte di notti bianche, io, per motivi meno nobili, e non sono mai stato male.

DONNA CAPULETI
Ah, sì, siete stato un gran cacciatore di tope, ai vostri tempi, ma veglierò io, adesso, sulle vostre veglie.

Escono Donna Capuleti e la Nutrice..

CAPULETI
È gelosa, è gelosa!

Entrano tre o quattro servi con spiedi, ciocchi di legna e cesti.

Beh, ragazzi, cos'è questa roba?

PRIMO SERVO
È roba per il cuoco, signore, ma cosa sia non lo so.

CAPULETI
In fretta, in fretta!

Esce il primo servo.

E tu porta legna più secca! Chiama Pietro, ti farà vedere lui dov'è.

SECONDO SERVO
Ho una testa, signore, che se la trova da sé, la legna, senza disturbare Pietro per questo.

CAPULETI
Per la messa, ben detto! Un allegro figlio di troia, ah! Ti chiameremo testa di legno.

Esce il secondo servo.


Perdio, è già giorno! Si sente della musica. Con la musica arriva il Conte, così aveva detto, lo sento già qui vicino. Balia! Moglie! Ehilà, e che! Balia, dico!

Entra la Nutrice.


Andate a svegliare Giulietta, avanti, e addobbatela bene. Io tratterrò Paride con quattro chiacchiere. Via, in fretta, in fretta! Lo sposo è già qui. Corri, ti dico!

Escono Capuleti e i servi.

 

 

 

atto quarto - scena quinta


La Nutrice va verso le tende del letto.

NUTRICE
Signora! Ehi, signora! Giulietta! Dorme della grossa, non c'è dubbio. Su, agnellino, su, signora!
Vergogna! Che dormigliona! Ehi, amore, signora, dolcezza! Sposina mia! Non dici neanche una parola? Te la vuoi far adesso la tua riserva, eh? Una scorta per una settimana, perché questa notte, ci scommetto, il conte Paride si giocherà tutto il suo sonno pur di non farti prender sonno! Dio mi perdoni! E anche la Madonna, amen. Che sonno profondo! Ma devo svegliarla. Signora, signora, signora! Ah, fatti trovare a letto dal Conte, e vedrai come ti sveglierà, sul mio onore. Non ti svegli? Come, già vestita... tutta addobbata... e ti sei rimessa a letto? Devo assolutamente svegliarti. Signora, signora, signora! Ahimè! Ahimè! Aiuto! Aiuto! La mia signora è morta! Ah che sciagura! Ah, non fossi mai nata! Dell'acquavite, su! Padrone! Padrona!

Entra Donna Capuleti.

DONNA CAPULETI
Cos'è questo baccano?

NUTRICE
Oh, giorno disgraziato!

DONNA CAPULETI
Cos'è successo?

NUTRICE
Guardi, guardi! Giorno maledetto!

DONNA CAPULETI
Oh, povera me, povera me! Mia figlia! La mia unica vita! Svegliati, apri gli occhi, o morirò anch'io con te. Aiuto, aiuto, chiamate aiuto!

Entra Capuleti.
 
CAPULETI
Per amor di Dio, fate scendere Giulietta, lo sposo è arrivato!

NUTRICE
È morta, defunta! Giulietta è morta! Che disgrazia!

DONNA CAPULETI
Ahimè! È morta, morta, morta!

CAPULETI
Ah, lasciatemela vedere. È andata, ahimè. È fredda, il sangue s'è fermato e le membra sono rigide. La vita e queste labbra si sono separate da tempo. La morte posa su lei come un gelo precoce sul fiore più dolce di tutto il campo.

NUTRICE
Ah, giorno di lamenti!

DONNA CAPULETI
Ah, giorno di dolore!

CAPULETI
La morte, che l'ha portata via per farmi piangere, m'incatena la lingua, e non mi lascia parlare.

Entrano il Frate Lorenzo, Paride e i musici.

FRATE LORENZO
Su, è pronta la sposa per andare in chiesa?

CAPULETI
È pronta ad andare, ma per non tornare più. Figlio mio, la notte prima del tuo matrimonio la Morte ha fatto l'amore con tua moglie. Ecco, lei giace lì, un fiore deflorato dal dèmone. La Morte è adesso mio genero, la Morte è il mio erede, che ha sposato mia figlia. Io morirò e lascerò a lui ogni cosa: la mia vita, i miei averi, tutto appartiene alla Morte.

PARIDE
Ho aspettato tanto, con ansia, di vedere il volto di questa mattina, per assistere a una scena come questa?

DONNA CAPULETI
Giorno maledetto, infelice, giorno disgraziato e odioso. È l'ora più disgraziata che il tempo abbia mai visto nella fatica infinita del suo pellegrinaggio. Avevo una sola figlia, povera, povera e amabile figlia, una sola cosa che mi rallegrava e mi consolava, e la Morte crudele l'ha strappata ai miei occhi.

NUTRICE
Oh, dolore! Oh doloroso, doloroso, doloroso giorno! Giorno pieno di lamenti, il più doloroso giorno che mai, mai abbia visto! Oh giorno, giorno, giorno, odioso giorno, mai fu visto un giorno nero come questo! Oh, giorno doloroso, oh, doloroso giorno!

PARIDE
Tradito, divorziato, offeso, sprezzato, ucciso! Oh Morte detestabile, da te sono stato tradito, da te, crudele, completamente distrutto! Oh, amore! Oh, vita! Non vita, ma amore nella morte!

CAPULETI
Disprezzato, abbattuto, odiato, torturato, assassinato! Tempo sconsolato, perché sei venuto, ora, a uccidere, ad assassinare la nostra festa? Oh figlia, figlia, mia anima e non mia figlia, sei morta! Ahimè, mia figlia è morta, e con lei sono sepolte tutte le mie gioie.

FRATE LORENZO
Pace, pace, per amor di Dio. Una disgrazia non si cura scalmanandosi. Il Cielo e voi possedevate a metà questa bella fanciulla. Ora è tutta del cielo, ed è molto meglio per lei. La vostra parte voi non avete potuto salvarla dalla morte. Il Cielo mantiene la sua in una vita eterna. Quello che soprattutto desideravate per lei, era di migliorare la sua condizione, la sua fortuna era per voi il paradiso; e la piangete adesso, che è salita più in alto delle nuvole, su, nello stesso cielo? O forse, pur amandola, l'amate così male da impazzire vedendola star bene? Non è ben maritata la donna che è sposa a lungo, ma quella che sposata muore giovane. Asciugate le lacrime, spargete il rosmarino su questo bel corpo, e, secondo le usanze, portatela in chiesa coi suoi vestiti più belli. Anche se la natura stolta ci spinge al pianto, le sue lacrime fanno sorridere la ragione.

CAPULETI
Tutte le cose ordinate per la festa, serviranno invece a un cupo funerale: gli strumenti saranno campane malinconiche, i brindisi di nozze tristi riti di morte, gl'inni solenni si mutano in lugubri lamenti, i fiori della sposa servono alla sua tomba, ed ogni cosa si muta nel suo contrario.

FRATE LORENZO
Ritiratevi, signore, e voi, signora, andate con lui, e anche voi, conte Paride. Ognuno si prepari a seguire questo bel corpo sino alla tomba. Il cielo vi guarda minaccioso per qualche colpa, non provocatelo ancora contrariando i suoi voleri.

Escono tutti, tranne la Nutrice e i musici che gettano rosmarino su Giulietta e chiudono i tendaggi.

PRIMO MUSICISTA
In fede mia, possiamo riporre i pifferi e sloggiare.

NUTRICE
Su, bravi ragazzi, mettete via, via, lo capite anche voi, il caso è pietoso.

PRIMO MUSICISTA
Sì, ma nel mio caso, si può riparare.

Esce la Nutrice.
Entra Pietro.

PIETRO
Musici, o musici, attaccate "La pace del cuore", su, "La pace del cuore"! Oh, e mi farete resuscitare, suonate "La pace del cuore"!

PRIMO MUSICISTA
E perché proprio quella?

PIETRO
Ah, musici, perché il mio cuore suona per conto suo "Ho il cuore pieno di dolore". Su, suonatemi qualche allegro lamento che mi conforti.

PRIMO MUSICISTA
Da noi non sentirai neanche un lamento, non è l'ora di suonare questa.

PIETRO
Dunque non suonerete niente?

PRIMO MUSICISTA
No.
 
PIETRO
E allora ve le darò io, a suon di musica.

PRIMO MUSICISTA
Cosa ci darete voi?

PIETRO
Non certo dei soldi, parola mia, vi darò del vagabondo, del suonatore col piattino.

PRIMO MUSICISTA
E io vi darò del servo.

PIETRO
E io vi darò sulla zucca il pugnale del servo. Con me niente semiminime: vi darò dei re e dei fa. La capite la sonata?

PRIMO MUSICISTA
Coi tuoi re e i tuoi fa, sei tu che suoni per noi.

SECONDO MUSICISTA
Vi prego, riponete il pugnale ed usate il cervello.

PIETRO
E allora in guardia, ecco il cervello. Vi voglio massacrare con la lama del mio spirito, dopo aver messo via quella di ferro. Avanti, rispondetemi da uomini:
"Se un truce tormento il cuore trapassa
e una tetra tristezza t'opprime l'anima,
allora la musica, col suo suono d'argento..."
perché mai "suono d'argento"?
E perché "la musica col suono d'argento"?
Beh, che ne dici, tu Simon Piffero?

PRIMO MUSICISTA
Per la madonna, signore, perché l'argento ha un suono dolce.

PIETRO
Balle! E che ne dici tu, Ugo Trombetta?

SECONDO MUSICISTA
Io dico che "suono d'argento" vuol dire che i musici suonano per avere dell'argento.

PIETRO
Balle anche queste. Che ne dici tu, Giovanni Archetto?

TERZO MUSICISTA
In fede mia, non so che dire.

PIETRO
Oh, imploro perdono, tu sai solo cantare. Ma lo dirò io al tuo posto. "La musica col suo suono d'argento" vuol dire che i musici non avranno mai dell'oro per la loro musica. "Allora la musica, col suo suono d'argento con subito conforto presta rimedio".

Esce.

PRIMO MUSICISTA
Che canaglia impestata è questa!

SECONDO MUSICISTA
Impiccalo quel furfante! Entriamo là, avanti, aspettiamo i piagnistei e fermiamoci per la cena.

Escono.

 

Indice Teatro

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Romeo e Giulietta

(“Romeo and Juliet”  1594 - 1595)

 

 

 

atto QUINTO - scena prima


Entra Romeo.

ROMEO
Se posso credere alla lusingatrice verità del sonno, i miei sogni m'annunciano vicina qualche lieta notizia. Il padrone del mio petto siede allegro sul suo trono, e un fervore inconsueto, durante tutto il giorno, mi tiene alto sulla terra con pensieri di gioia. Ho sognato che, arrivando, la mia donna mi trovava morto - strano sogno, che lascia a un morto la possibilità di pensare - e coi suoi baci tanta vita respirava sulle mie labbra che io resuscitavo ed ero un imperatore. Povero me, quanto dolce è l'amore posseduto se le ombre dell'amore sono così ricche di gioia.

Entra Baldassarre, servo di Romeo, in stivali.
 
Novità da Verona! Allora, Baldassarre, non mi porti una lettera dal Frate? Come sta mia moglie? Sta bene mio padre? E la mia Giulietta? Te lo chiedo di nuovo, perché nulla va male se lei sta bene.

BALDASSARRE
Allora lei sta bene e nulla può andar male. Il suo corpo dorme nella cripta dei Capuleti, e la sua parte immortale vive cogli angeli. Io stesso l'ho vista calare nella tomba di famiglia, e sono partito subito per dirvelo. Perdonatemi se vi porto queste brutte notizie, ma è il compito che voi stesso m'avete affidato.


ROMEO
Davvero è così? Allora vi sfido, stelle! Tu sai dove abito. Portami inchiostro e carta, poi, prendi a nolo due cavalli. Partirò stanotte.

BALDASSARRE
Vi prego, padrone, calmatevi. Il vostro aspetto è così pallido e sconvolto che lascia presagire qualche disgrazia.
 
ROMEO
Zitto, ti stai ingannando. Lasciami solo e fa' ciò che ti ho detto. Il Frate non ti ha dato una lettera per me?

BALDASSARRE
No, mio buon signore.

ROMEO
Non importa. Vattene, e prendi a nolo quei cavalli. Sarò subito con te.

Esce Baldassarre.

Bene, Giulietta, giacerò con te stanotte. Vediamo come fare. Ah, perdizione, sei veloce a entrare nei pensieri di chi è disperato! Mi viene in mente uno speziale, uno che abita da queste parti, l'ho notato da poco, tutto vestito di stracci, con la fronte aggrondata, che raccoglieva le sue erbe medicinali. Aveva l'aspetto scavato, la nera miseria l'aveva ridotto tutto ossa. Nel suo povero negozio c'erano appesi una tartaruga e un coccodrillo impagliato, più altre pelli di pesci deformi, e sugli scaffali una messe miserabile di scatole vuote,  vasi di terra verdi, vesciche e semi ammuffiti, pezzi di spago, vecchi grumi di petali di rosa sparsi dappertutto a fare bella mostra. Vedendo questo squallore, dissi a me stesso, "Se un uomo avesse bisogno d'un veleno la cui vendita a Mantova è punita con la morte, ecco un disgraziato che glielo venderebbe". Ah, quel pensiero ha anticipato il mio bisogno, e quello stesso miserabile sarà chi me lo vende.
Ecco, se mi ricordo, la sua casa è questa. Essendo festa, la bottega del poveraccio è chiusa.
Ehilà, speziale!

Entra lo speziale.

SPEZIALE
Chi grida così?

ROMEO
Vieni qui, amico. Vedo che sei povero. Tieni, sono quaranta ducati. Dammi un grammo di veleno, ma che sia roba così rapida da far cader morto, appena sparso nelle vene, chi, stanco della vita, l'abbia bevuto. Che il corpo resti senza fiato d'un colpo, come una rapida polvere da sparo esplode dal grembo fatale del cannone.

SPEZIALE
Ho droghe così mortali, ma la legge di Mantova condanna a morte chiunque ne faccia commercio.

ROMEO
E tu, povero e disgraziato, hai paura di morire? Le tue guance parlano della tua fame, il bisogno e la sofferenza agonizzano nei tuoi occhi, l'umiliazione e la miseria le porti sulle spalle. Non ti è amico il mondo, e nemmeno le sue leggi. Il mondo non ha una legge che ti faccia ricco; allora, non essere povero, infrangila e prendi questi.

SPEZIALE
La mia povertà li accetta, non la mia volontà.

ROMEO
E io pago la tua povertà, non la tua volontà.

SPEZIALE
Versa questo in un qualsiasi liquido, poi bevilo, e se anche avessi la forza di venti uomini, moriresti all'istante.

ROMEO
Eccoti l'oro - è un veleno peggiore del tuo per le anime degli uomini, fa più delitti, in questo mondo spregevole, dei poveri intrugli che ti vietano di vendere. Sono stato io a venderti del veleno, non tu. Addio. Comprati da mangiare e metti su un po' di carne. E tu, che sei un balsamo, non un veleno, accompagnami alla tomba di Giulietta, è lì che ti devo usare.

Escono.

 

 

 

atto quinto - scena seconda


Entra Frate Giovanni.

FRATE GIOVANNI
Santo frate francescano, fratello, ehilà!

Entra Frate Lorenzo.

FRATE LORENZO
Questa sembra la voce di Fra Giovanni. Bentomato da Mantova. Che dice Romeo? Se ha scritto, dammi la sua lettera.

FRATE GIOVANNI
Andavo in cerca d'un fratello scalzo, uno del nostro ordine, che mi facesse compagnia, qui, in città, a visitare i malati, e l'avevo appena trovato, che gli ufficiali sanitari, sospettando che venissimo da una casa dove regna la peste contagiosa, chiusero le porte e non ci lasciarono uscire: ecco, la mia fretta di partire per Mantova è finita lì.

FRATE LORENZO
Ma chi ha portato la mia lettera a Romeo?

FRATE GIOVANNI
Non ho potuto mandargliela - eccotela indietro -, nè ho trovato un altro che te la riportasse: avevano tutti paura dell'infezione.

FRATE LORENZO
Che sfortuna! Per l'ordine nostro! Non era una lettera da niente, era importantissima, carica di conseguenze, e che non sia arrivata può causare una gran disgrazia. Fra Giovanni, vai, trovami un piede di porco e portalo immediatamente nella mia cella.

FRATE GIOVANNI
Vado e te lo porto subito, fratello.

Esce.

FRATE LORENZO
Adesso, da solo, devo andare alla cripta. La bella Giulietta si sveglierà fra tre ore. Mi maledirà quando saprà che Romeo non è stato informato di ciò che è successo. Ma io manderò un'altra lettera a Mantova, e finché viene Romeo, la terrò nella mia cella. Povero cadavere vivente, chiuso nella tomba d'un morto.

Esce.

 

 

 

atto quinto - scena terza


Entrano Paride e un suo paggio, con dei fiori e dell'acqua profumata.

PARIDE
Dammi la tua torcia, ragazzo. Vattene, e tieniti lontano. Anzi, spegnila, non vorrei esser visto.
E sdraiati lungo, sotto quegli alberi di tasso, appoggiando l'orecchio sulla terra cava così non potrà un piede camminare nel camposanto, che è terra viva e sconvolta per tutte le fosse scavate, senza che tu lo senta. Se sentirai qualcosa avvicinarsi, come segnale, tu fischia. E ora dammi quei fiori. Fa' come ti ho detto. Vai.

PAGGIO
Ho un po' di paura a starmene solo in un cimitero, ma proverò a farlo.

Si ritira.
Paride sparge fiori sulla tomba.

PARIDE
Dolce fiore, di fiori cospargo il tuo letto nuziale.
Oh dolore, il tuo baldacchino è polvere e sassi,
lo inumidirò ogni notte con dell'acqua soave,
o, se non bastasse, con lacrime distillate dai miei lamenti.
Saranno questi i riti funebri che compirò per te ogni notte:

fiori sulla tua tomba e pianto.

Il paggio fischia.

Il ragazzo mi avvisa che qualcuno si avvicina. Quale piede maledetto cammina qui stanotte per disturbare le mie esequie e i riti del vero amore? Come, ha una torcia? Notte, nascondimi un poco.

Paride si ritira.
Entrano Romeo e Baldassarre, con una torcia, un piccone e una leva di ferro.

ROMEO
Dammi quel piccone e quella leva. Tieni, prendi questa lettera, e domattina presto fa' in modo da consegnarla al mio signore e padre. Dammi la torcia. Ti ordino, sulla tua vita, qualunque cosa senta o veda, di star lontano e non interrompere ciò che sto facendo. Se io scendo in questo letto di morte, è in parte per rivedere il volto della mia signora, ma soprattutto per togliere dal suo dito freddo un anello prezioso, un anello che devo usare per cosa cui tengo molto. Quindi via, vattene. Se per un qualche sospetto tu tornassi a spiare che altro sto facendo, ah, per il cielo, ti farò a pezzi e spargerò le tue membra per quest'ingordo cimitero. Quest'ora e i miei propositi sono selvaggi, assai più feroci e inesorabili che le tigri affamate o fi mare in tempesta.

BALDASSARRE
Me ne andrò, signore, non vi disturberò.

ROMEO
Così ti mostrerai mio amico. Prendi questo. Vivi e sii felice. Addio, figliolo.

BALDASSARRE (tra sé)
Sì, ma invece io m'appiatto qua vicino. Mi fa paura il suo aspetto, dubito delle sue intenzioni.

Baldassarre si ritira.

ROMEO
Tu, gola odiosa, tu ventre di morte, ingozzato del boccone più caro della terra, così sforzo ad aprirsi le tue putride mascelle e con disprezzo, ti riempio d'altro cibo.

Romeo apre la tomba.

PARIDE
Questo è quell'esiliato, arrogante Montecchi che assassinò il cugino del mio amore. Per quel dolore, dicono, è morta la mia bella. Ed è venuto qui per profanare i corpi in qualche modo infame. Ma io l'arresterò. Smetti la tua fatica sacrilega, vile Montecchi. Può la vendetta spingersi oltre la morte? Tu, vile condannato, io ti arresto. Obbedisci e seguimi, perché devi morire.

ROMEO
Devo proprio morire, e per ciò son venuto. Giovane buono e gentile, non tentare un disperato.
Vattene, lasciami. Pensa a questi morti, e sentine il terrore. Ti supplico, ragazzo, non mettere sulla mia testa un altro peccato spingendomi alla furia. Oh, vattene via. In nome del cielo, io ti amo più che me stesso, dacché son venuto qui, armato, contro me stesso. Non indugiare, vattene, vivi, e dirai domani che la pietà di un pazzo t'ordinò di fuggire.

PARIDE
Io sfido le tue suppliche e qui ti arresto come un criminale.

ROMEO
Vuoi provocarmi? Allora in guardia, ragazzo!

Si battono.

PAGGIO
O Dio, si battono! Andrò a chiamare le guardie.


Esce il paggio.

PARIDE
Ah, sono morto! Se tu senti pietà, apri la tomba, mettimi con Giulietta.

Paride muore.

ROMEO
In fede mia, lo farò. Voglio vedere questo volto. Il parente di Mercuzio, il nobile conte Paride! Cosa diceva il mio servo, mentre cavalcavamo, e la mia anima sconvolta non gli dava retta? Credo mi dicesse che Paride doveva sposare Giulietta. Disse così, o l'ho sognato? O sono pazzo, sentendolo parlare di Giulietta, a credere che sia stato così? Oh, dammi la tua mano, tu che come me sei scritto nel libro amaro della sfortuna. Ti seppellirò in una tomba gloriosa. Una tomba? Oh no, una torre splendente, giovane assassinato. Perché qui giace Giulietta, e la sua bellezza fa di questa cripta una sala festosa, piena di luci. Morte, riposa lì, sepolta da un morto!
Quante volte gli uomini, in punto di morte, provano l'allegria! Chi li veglia lo chiama il lampo prima della morte. Ma come potrei chiamare questo un lampo? Oh, amore mio, mia sposa, la morte, che ha succhiato il miele del tuo respiro, ancora non ha dominio sulla tua bellezza. Ancora non sei vinta. Lo stendardo della bellezza è ancora rosso sulle tue labbra e sulle tue guance, e la pallida bandiera della morte sin lì non è arrivata. Tebaldo, giaci lì, nel tuo sudario insanguinato? Quale altro favore più grande potrei farti, che spezzare la giovinezza di chi fu tuo nemico con quella mano che ha spezzato la tua? Perdonami, cugino. Ah, cara Giulietta, perché sei ancora così bella? Dovrei credere che anche la Morte senza corpo può innamorarsi, che lo scarno mostro aborrito vuol tenerti qui, nelle tenebre, come sua amante? Per questa paura rimarrò sempre con te, e mai me ne andrò da questo palazzo d'oscura notte. Qui, qui resterò, coi vermi che ti fanno da ancelle, qui fisserò il mio riposo eterno, liberando questa carne stanca del mondo dal giogo delle stelle avverse. Occhi, guardate per l'ultima volta! Braccia, stringetela per l'ultima volta! E voi labbra, che siete le porte del respiro, suggellate con un bacio legittimo un contratto eterno con la Morte ingorda. Vieni, amaro capitano, vieni, guida disgustosa, tu, pilota disperato, scaglia la tua logora barca stanca di mare d'un colpo contro gli scogli taglienti. Ecco, bevo al mio amore!

Beve.


Ah, onesto speziale, sono rapidi i tuoi veleni. Così, con un bacio, io muoio.

Cade.


Entra il Frate Lorenzo con una lanterna, una leva e una vanga.

FRATE LORENZO
Che San Francesco mi protegga! Quante volte, stanotte, i miei vecchi piedi hanno inciampato nelle tombe! Chi è là?

BALDASSARRE
Uno che vi è amico, e vi conosce bene.

FRATE LORENZO
Dio vi benedica. Ditemi, mio buon amico, cos'è quella torcia laggiù, che inutilmente presta la sua luce ai vermi e ai teschi dalle occhiaie vuote? Se vedo bene, arde nella tomba dei Capuleti.

BALDASSARRE
È proprio così, sant'uomo, e lì c'è il mio padrone, uno che voi amate.

FRATE LORENZO
E chi è mai?

BALDASSARRE
Romeo.

FRATE LORENZO
Da quanto tempo è lì?

BALDASSARRE
Da più di mezzora.

FRATE LORENZO
Vieni con me nella cripta.

BALDASSARRE
Non oso, signore.
Il mio padrone crede che sia andato via, mi ha fatto tremende minacce di morte se fossi rimasto a spiare quel che faceva.

FRATE LORENZO
Resta qui, allora, ci andrò da solo. Comincio ad aver paura. Una grande paura di qualche triste disgrazia.

BALDASSARRE
Mentre dormivo sotto quest'albero di tasso, sognavo che il mio padrone combatteva con qualcuno, e che il mio padrone l'ammazzava.

FRATE LORENZO
Romeo!

Il Frate si china e vede del sangue e delle armi.

Ahimè, ahimè! di chi è questo sangue che macchia la soglia di pietra di questo sepolcro? Che significano queste spade insanguinate e senza padrone sporcate di terra in questo luogo di pace? Romeo! Oh, come è pallido! Chi è quest'altro? Come, anche Paride? E tutto intriso di sangue? Ah, che ora stregata è colpevole di questo lacrimevole destino? La ragazza si muove...

Giulietta si sveglia.

GIULIETTA
O Frate consolatore, dov'è il mio signore? Mi ricordo bene dove dovrei essere, e infatti sono qui. Dov'è il mio Romeo?


FRATE LORENZO
Sento rumori. Vieni via da questo nido di morte, di contagi, di sonni contro natura. Un potere più grande, cui non possiamo opporci, ha frustrato i nostri piani. Vieni, vieni via! Colui che nel tuo cuore è tuo marito giace lì, morto, e così Paride. Vieni via, ti sistemerò in un convento di sante monache. Vieni, non far domande, sta arrivando la guardia. Vieni, su, buona Giulietta, io non ho più il coraggio di restare.

GIULIETTA
Vattene, allora! Vai, ché io non vengo.

Esce Fra Lorenzo.

Cosa c'è qui? Una tazza stretta tra le mani del mio solo amore? Capisco, è stato il veleno la sua fine immatura. Ah, scortese! L'hai bevuto tutto, senza neanche lasciarne una goccia amica per aiutare anche me? Bacerò le tue labbra. Forse su di esse c'è ancora del veleno capace d'uccidermi con questo conforto.

Lo bacia.

Le tue labbra sono calde!

GUARDIA (da fuori.)
Guidami, ragazzo. Da che parte?

GIULIETTA
Che, del rumore? Devo fare in fretta.
Oh, pugnale felice, questa è la tua guaina!
Arrugginisci qui dentro e fammi morire.

Si trafigge e cade.


Entrano il paggio e le guardie.

PAGGIO
È questo il posto. Lì, dove arde la torcia.

PRIMA GUARDIA
Il terreno è pieno di sangue. Cercate per tutto il cimitero. Avanti, un gruppo: chiunque troviate, arrestatelo.

Escono delle guardie.

Che spettacolo pietoso! Qui giace il Conte, ucciso, e Giulietta, sanguinante, calda, appena morta, lei che da due giorni era stata sepolta! Andate a dirlo al Principe. Correte dai Capuleti. Svegliate i Montecchi. Gli altri cerchino intorno.

Escono delle guardie.

Questo è il terreno che regge questi dolori, ma il vero seminato di queste pene pietose non possiamo indicarlo, senza conoscere i dettagli.

Entra Baldassarre con varie guardie.

SECONDA GUARDIA
Ecco il servo di Romeo. L'abbiamo trovato nel cimitero.

PRIMA GUARDIA
Tenetelo al sicuro sinché arriva il Principe.

Entra un'altra guardia con Fra Lorenzo.

TERZA GUARDIA
C'è qui un frate che trema, sospira e piange. Gli abbiamo tolto questo piccone e questa vanga mentre veniva da questa parte del cimitero.

PRIMA GUARDIA
È molto sospetto. Trattenete anche il frate.

Entra il Principe col seguito.

PRINCIPE
Quale sventura s'è svegliata così presto da strapparci al riposo mattutino?

Entrano Capuleti e Donna Capuleti, con dei servi.

CAPULETI
Che sarà mai successo, che tutti ne urlano in giro?

DONNA CAPULETI
Oh, la gente per strada grida "Romeo", qualcuno "Giulietta", altri "Paride", e tutti corrono strillando verso la nostra cappella.

PRINCIPE
Cos'è questo spavento, questi allarmi che colpiscono i nostri orecchi?

PRIMA GUARDIA
Signore, qui giacciono il conte Paride, assassinato, e Romeo, morto, e Giulietta, ch'era morta prima, ancora calda, e uccisa di nuovo.

PRINCIPE
Cercate, cercate, scoprite com'è successo questo nero delitto.

PRIMA GUARDIA
Qui c'è un frate, e un servo dell'ucciso Romeo con addosso dei ferri per forzare le tombe di questi morti.

CAPULETI
Oh, cielo! Guarda, moglie, come sanguina nostra figlia! Questo pugnale ha sbagliato, guarda, il suo fodero è vuoto al fianco di Montecchi: ha trovato un fodero non suo nel petto di mia figlia.

DONNA CAPULETI
Ahimè! Questa visione di morte è una campana che chiama la mia vecchiaia ad una tomba.

Entrano Montecchi e dei servi.

PRINCIPE
Vieni, Montecchi, ti sei alzato in tempo per vedere il tuo figlio ed erede coricarsi anzi tempo.

MONTECCHI
Ahimè, mio signore, stanotte è morta mia moglie. La pena per l'esilio del figlio le ha fermato il respiro. Che altra disgrazia cospira contro la mia vecchiaia?

PRINCIPE
Guarda e vedrai.

MONTECCHI
Oh, screanzato! Che modi sono questi, affrettarti a una tomba prima di tuo padre?

PRINCIPE
Chiudi la bocca della disperazione, per un momento, fìnché non avremo dissolto l'ambiguità dei fatti e chiarito la loro origine, il corso e gli sviluppi. Allora assumerò io stesso il comando delle tue lamentele e ti guiderò sinanche alla morte. Intanto impara a sopportare, lascia che la sventura sia schiava della pazienza.
Portate qui tutti i sospetti.

FRATE LORENZO
Io sono il maggior indiziato. Anche se il meno capace, pure il più sospetto, dato che tempo e luogo m'accusano d'aver compiuto questo orrendo misfatto. Ed eccomi qui, pronto ad accusarmi e a scusarmi di ciò che in me è condannabile o scusabile.

PRINCIPE
Allora dì in fretta tutto quello che sai.

FRATE LORENZO
Sarò breve, perché quel poco fiato che mi avanza non basterebbe per un lungo e noioso racconto. Romeo, lì morto, era il marito di questa Giulietta. E lei, lì morta, era la sua moglie fedele. Io stesso li avevo sposati, e il giorno delle loro nozze segrete fu anche il giorno del giudizio per Tebaldo, la cui morte immatura fece bandire il fresco sposo da questa città. Per lui, non per Tebaldo, piangeva Giulietta. E voi, per liberarla dall'assedio di quel dolore, la prometteste in sposa, e l'avreste unita a forza, al conte Paride. Allora lei corre da me, e con occhi disperati mi chiede di trovare il modo di liberarla da questo secondo matrimonio, o si sarebbe uccisa lì, nella mia cella. Guidato dalla mia arte, le diedi allora un sonnifero, che funzionò come avevo previsto, rivestendola con le forme della morte. Intanto scrissi a Romeo di venire qui, in questa notte terribile, per aiutarmi a toglierla da quella bara posticcia quando l'azione del sonnifero fosse cessata. Ma quello che portava la mia lettera, Fra Giovanni, fu fermato da un imprevisto, e ieri sera mi riportò la lettera. Allora, tutto solo, all'ora prevista del suo risveglio, venni qua per portarla via dalla tomba di famiglia, con l'intenzione di tenerla nascosta nella mia cella finché non avessi trovato il modo d'informare Romeo. Ma quando arrivai, poco prima del suo risveglio, qui giacevano morti innanzitempo il nobile Paride e il fedele Romeo. Lei si sveglia, e io la supplicavo di venir via, di sopportare con pazienza quest'opera del cielo, quando un rumore mi spaventò e mi fece scappare dalla tomba, mentre lei, troppo disperata, non volle seguirmi, ma, come sembra, fece violenza a se stessa. Questo è quanto so; del matrimonio è a conoscenza la Nutrice. Se in ciò che è accaduto c'è una qualche mia colpa, sia pure sacrificata la mia vecchia vita qualche ora prima del suo tempo, al rigore della legge più severa.


PRINCIPE
Ti abbiamo conosciuto sempre come un sant'uomo. Dov'è il servo di Romeo? Cos'ha da dirci su questo?

BALDASSARRE
Ho portato io al mio padrone la notizia della morte di Giulietta, e lui subito venne da Mantova a questo luogo, in questa tomba. Prima mi consegnò questa lettera, per suo padre, poi, scendendo nella tomba mi minacciò di morte se non me ne fossi andato lasciandolo lì.


PRINCIPE
Dammi la lettera, voglio leggerla. Dov'è il paggio del conte Paride, quello che ha chiamato le guardie? Dimmi, tu, che faceva il tuo padrone in questo luogo?

PAGGIO
Era venuto a spargere fiori sulla tomba della sua donna: m'ordinò di star lontano, e così feci. D'un tratto arriva uno con la torcia, per aprire la tomba, e subito il mio padrone tira fuori la spada. Allora scappai via e chiamai le guardie.

PRINCIPE
Questa lettera conferma le parole del Frate: racconta il loro amore, dà notizia della morte di lei, e qui narra che acquistò il veleno da uno speziale ridotto in miseria, con quello venne in questa cripta, per uccidersi e giacere con Giulietta. Dove sono questi nemici? Capuleti, Montecchi, guardate che maledizione è scesa sul vostro odio, e come il cielo ha saputo servirsi dell'amore per uccidere le vostre gioie. Io, per aver chiuso un occhio sulle vostre discordie, ho perso due parenti. Siamo stati tutti puniti.

CAPULETI
Ah, fratello Montecchi, dammi la mano. Questa è tutta la dote di mia figlia. Di più non posso chiedere.

MONTECCHI
Ma io posso darti di più.
Le innalzerò una statua d'oro puro, così finché Verona conserverà il proprio nome nessuna immagine sarà tenuta in pregio quanto quella di Giulietta, leale e fedele.

CAPULETI
Con uguale splendore Romeo riposerà accanto alla sua donna: povere vittime della nostra inimicizia.

PRINCIPE
Una triste pace porta con sé questa mattina: il sole, addolorato, non mostrerà il suo volto. Andiamo a parlare ancora di questi tristi eventi. Alcuni avranno il perdono, altri un castigo. Ché mai vi fu una storia così piena di dolore come questa di Giulietta e del suo Romeo.

Escono.

 

 

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