William Shakespeare - Il Teatro

 

Indice Teatro

 

Pene d'amor perdute

(“Love’s Labour’s Lost” 1593 - 1596)

 

 

Introduzione - Riassunto

Personaggi - Atto Primo

Atto Secondo - Atto Terzo

Atto Quarto - Atto Quinto

 

Introduzione

 

da Teatro libero di Palermo

 

          Pene d’amore perdute (Love’s Labour’s Lost) scritta e rappresentata molto probabilmente prima del 1598 – ci sono tracce di una sua rappresentazione dinanzi alla regina Elisabetta nel natale del 1597 – fa parte delle cinque commedie definite, per facilità di classificazione, eufuistiche, perché affini per tematiche e genere di scrittura alla produzione poetica e letteraria degli eufuisti inglesi (dall’opera Eupheus di John Lyly del 1578) della cosiddetta University Wits. Come nella scrittura dei «Wits», la predilezione per l’uso intensivo di modelli retorici, per il costante ricorso a parallelismi e comparazioni, è strumento per l’indagine e l’impiego di tali artifici stilistici e semantici quali mezzi dell’espressività. Ciò nelle commedie shakespeareane assume una funzione critica: “smascherare” l’utilizzo convenzionale di tali stilemi formali in stridente contrasto con le forme di espressione dei veri sentimenti.

          Tutto ciò si dipana in estrema ed efficace sintesi nella forma, nella struttura di Pene d’amore perdute, risolvendo nell’accentuazione dei contrastanti personaggi del testo shakespeareano.

Quando il giovane Re di Navarra, Ferdinand – probabilmente ispirato all’ugonotto Enrico re di Navarra – e i suoi compagni, il duca di Biron, di Longueville, e di Dumaine (probabile duca di Mayenne) – decretano tre anni di astinenza per dedicarsi anima e corpo allo studio e al servizio della conoscenza, non compiono altro che un atto che ha il sapore delle accademie, dell’erudizione retorica, imperniata su i convenzionali stilemi formali, in stridente contrasto con quello che si appresteranno a vivere di lì a poco con l’incontro con la pragmaticità e vitalità della speculare principessa di Francia e della sua corte. Il contrasto tra la forma del verso e la dinamicità della vita si trova incarnato nelle relazioni e nelle contraddizioni dei personaggi. La riduzione e l’adattamento che qui se ne offre intendono mettere in risalto proprio queste paradossalità: convenzioni sociali che si ritrovano per pura necessità contraddette dalla genuinità e spontaneità dei sentimenti. Volgendo lo sguardo alla corte di Navarra e alle sue gigionesche imprese non si può che dire che le pene d’amore in Shakespeare, in realtà, non siano mai perdute. Sono, infatti, un rituale d’iniziazione verso l’età adulta. Nella nostra scrittura scenica, la parola e il gesto traggono vitalità dall’amore, all’interno di un mondo guidato dalle convenzioni sociali. Ma la parola da sola non è sufficiente a liberare l’energia sprigionata dalla scoperta della vera passione, e così ad essa, che non soddisfa del tutto l’urgenza dell’amore, non possono che associarsi ritmo e danza che liberano la paura del desiderio.

Non è un caso la scelta di una giovane compagnia per queste “pene d’amore”; è la saggia leggerezza, infatti, la chiave di lettura della complessa e ricca struttura shakespeareana, che in questo spettacolo vengono ridate attraverso l’appropriazione del gioco leggero e sublime della macchina teatrale, fatta di ritmo, iperboli, semplicità e fisicità. Leggerezza che porta in seno, però, la consapevolezza della crescita che i quattro giovani della corte di Navarra si troveranno ad aver compiuto alla fine del loro vivace e un po’ fiabesco viaggio.

 


 

da Licei di Bra

 

Nel variegato panorama della prima produzione teatrale shakespeariana, in cui si alternano il dramma storico, la tragedia senechiana, la farsa plautina e la commedia di carattere, occupa un proprio spazio la commedia cortese, attestata da Pene d'amor perdute e da Pene d’amor perdute, che risalgono probabilmente al 1594. Imperversava in quell’anno una terribile epidemia di peste e la corte di Elisabetta I si era rinchiusa, per proteggersi dal contagio, nel castello di Oxford. Shakespeare, rivolgendosi alla cerchia del conte di Southampton, il suo protettore, mise mano a una commedia raffinata e cortese, piena di schermaglie ingegnose e argute, di allusioni e di discorsi eloquenti: Pene d’amor perdute è, in modo inconfutabile, una commedia aristocratica composta a beneficio di un uditorio scelto. La trama è semplice: Ferdinando, re di Navarra, e i suoi tre gentiluomini di corte, stanchi di una vita dissoluta, decidono di dedicarsi agli studi e alla contemplazione, formulando un solenne giuramento che però non riusciranno a rispettare: rinunciano infatti alle donne e all’amore, votandosi per tre anni a vita ascetica e rigorosa. Li renderà spergiuri l’arrivo della bella Principessa di Francia accompagnata da tre dame della sua corte, inviata dal padre in issione speciale per recuperare i diritti sull’Aquitania.

Ben altri diritti, quelli dell’amore e della giovinezza, saranno rivendicati prima da personaggi umili o fantastici, riluttanti a seguire il decreto imposto a tutta la corte di Navarra; poi, con irresistibile progressione, il Re stesso e i suoi compagni, invaghitisi delle affascinanti fanciulle francesi, vedranno crollare miserevolmente i loro virtuosi propositi. I giovani, ormai consapevoli del proprio cedimento morale (borsaioli d’amore), inviano alle dame doni preziosi e versi lusinghieri, ma le fanciulle si mascherano e, scambiatesi i doni, che diventano così ingannevoli segni di riconoscimento, si fanno beffe dei loro pentiti corteggiatori. Il grottesco spettacolo teatrale dei Nove Prodi, che fa da comico intermezzo allo sviluppo dell’azione, viene però oscurato dalla notizia della morte improvvisa del Re di Francia: la festa di corte si interrompe, la Principessa indice un anno di lutto e chiede agli uomini, perché venga perdonato il loro spergiuro, di giurare astinenza e fedeltà per un anno, cioè per tutto il periodo del lutto. Se i tre che avevano aderito con ingenuo entusiasmo al primo giuramento, giurano di nuovo senza incertezze, lo scettico Biron ribatte che un anno è lungo, troppo lungo per una commedia, sarà quel che sarà.

Mentre il progetto iniziale sembrava vagheggiare un’utopica accademia platonica, l’irrompere della realtà della morte e il disincantato pragmatismo dello scettico Biron richiamano lo spettatore ad una condivisa lezione di tollerante quotidianità.

 


 

da delTeatro.it

 

A guardar bene, Pene d'amor perdute resta tuttora uno dei testi di Shakespeare meno rappresentati sui palcoscenici italiani. Colpa della sostanziale inconsistenza dell'intreccio, o dell'ardua impresa di interpretarlo come si deve? Eppure questa delicata elegia dei sentimenti sospesi e del tempo che fugge e che incombe insidioso sugli impalpabili equilibri dell'esistenza umana avrebbe tutte quelle caratteristiche di tenue malinconia e di scintillante ambiguità che ci fanno considerare così «moderne» le sue commedie, inducendoci a considerarle talora persino più intriganti dei maggiori capolavori. L'ambiguità, in questo caso, non deriva - come altrove - da travestimenti e sorridenti scambi di identità sessuale, anche se c'è un momento in cui - come nel Sogno di mezza estate - le coppie per così dire predestinate, travolte da un malizioso gioco di mascheramenti, si mescolano e si intrecciano con un'innocenza erotica solo apparentemente svagata: qui, di fatto, l'ambiguità riguarda soprattutto la natura intimamente metamorfica degli stati d'animo dei personaggi, la repentinità con cui essi trascorrono dall'allegria alla mestizia, dall'estasi dell'abbandono nel trasporto amoroso all'ombra raggelata del rimpianto.

La trama è presto detta: il re di Navarra e tre suoi gentiluomini fanno voto di star lontani per tre anni dalle tentazioni del mondo dandosi unicamente a piaceri filosofici: quando arriva in visita diplomatica la principessa di Francia con tre damigelle, scatta la chimica delle attrazioni reciproche, vietate, stuzzicate dal patto di astinenza maschile, assecondate di nascosto e infine apertamente accettate dai protagonisti. L'intarsio dei corteggiamenti multipli sembra lì lì per compiersi, ma la morte del padre induce la principessa a partire: se le passioni erano vere si vedrà, intanto il re e i suoi amici affrontino realmente un anno di castità e rinunce. Una vicenda difficile da rappresentare, si diceva: pochi sviluppi dell'azione, e un arabesco verbale dai toni sottilmente trattenuti. Lo Stabile di Torino ne ha fatto una palestra per una compagnia di giovani attori, in un progetto che prevedeva l'allestimento di tre opere scespiriane da parte di tre registi francesi: non potendo contare su grandi exploit recitativi, Dominique Pitoiset punta qui sull'ironia, sulla freschezza, immergendo il tutto in un prato di erba sintetica, con le fanciulle che arrivano in Seicento, e in abiti anni Cinquanta. Fra mazze da golf e tende da campeggio, qualche sfumatura va perduta: ma lo spettacolo è lieve e piacevole, e propone un testo che comunque non si vede spesso.

 

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Riassunto

 

Ferdinando re di Navarra e i suoi nobili amici hanno fatto giuramento di non dedicarsi a niente che non sia lo studio per tre anni di seguito; è quindi esclusa la frequentazione di compagnie femminili ed anche la sia pur minima confidenza con una donna; proprio quando è ora di mettere in pratica il proponimento, però, giunge alla corte di Ferdinando la figlia del re di Francia, insieme alle sue dame di compagnia, inviata dal vecchio padre per discutere di alcune cessioni territoriali: i giovani spagnoli non fanno in tempo a ricevere le nobili francesi in nome del protocollo di corte, che si ritrovano tutti innamorati chi dell'una chi dell'altra. Segue tutta una serie di schermaglie amorose, poiché quello che da parte degli spagnoli è un sentimento sincero, dalle giovani dame viene scambiato per null'altro che frivolezza; ma allorquando Ferdinando e gli altri si rivelano definitivamente in tutta la pienezza dei loro sentimenti, un messo porta improvvisa la notizia della morte del re di Francia, sicché le giovani dame devono abbandonare la Spagna per tornare in patria.  Prima, però, una volta compresa la sincera natura del sentimento dei nobili spagnoli, fanno loro promettere che lo stesso sarà messo alla prova da un anno di eremitaggio, alla fine del quale, se il proponimento sarà rimasto immutato, esse acconsentiranno alle loro richieste.

 

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Pene d'amor perdute

(“Love’s Labour’s Lost” 1593 - 1596)

         

Personaggi

 

IL RE FERDINANDO DI NAVARRA
BEROWNE
, barone alla corte del Re
LONGAVILLE, barone alla corte del Re
DUMAINE, barone alla corte del Re
DON ADRIANO DE ARMADO, smargiasso spagnolo
BRUSCOLINO, suo paggio
OLOFERNE, maestro di scuola
DON NATALINO, curato

INTRONATO, gendarme
MELACOTTA, contadino

GIACHENETTA, la ragazza che munge le vacche

UN GUARDABOSCHI
LA PRINCIPESSA DI FRANCIA
ROSALINA
, damigella della Principessa
MARIA, damigella della Principessa
CATERINA, damigella della Principessa
BOYET, nobile francese
DUE BARONI
MARCADÉ
, messo
Baroni e persone delle due corti

 

 

atto primo - scena PRIMA

 

Entrano Ferdinando Re di Navarra, Berowne, Longaville e Dumaine.

RE
La gloria, che ogni vivo insegue, viva incisa in bronzo sulle nostre tombe, e sia la nostra grazia, nella disgrazia della morte; se in dispetto al Tempo, falco di mare famelico, lo sforzo dei nostri fiati saprà qui acquistare quell'onore che smussa il taglio acuto della sua falce, e che farà di noi gli eredi dell'eterno. Dunque, o bravi conquistatori - ché tali voi siete, voi che muovete guerra alle passioni di voi stessi, e alla falange immensa delle brame del mondo - il nostro editto resta operante in tutta la sua forza: Navarra diverrà la meraviglia del mondo; diverrà, la nostra corte, un'accademia picciola, studio quieto e costante dell'arte di ben vivere. Voi tre, Birùn, Dumaine e Longaville, avete giurato, per lo spazio di tre anni, di vivere con me, compagni nello studio, e di attenervi alle disposizioni che qui registra il programma. Voi vi siete digià votati; ora sottoscrivete i vostri nomi, che la sua stessa mano possa affossar l'onore di chi ne violerà la minima regola. Se vi siete armati per fare quanto avete qui votato, firmate il giuramento solenne, e rispettàtelo.

 

LONGAVILLE
Io son deciso. Non è che un digiuno di soli tre anni. Il corpo languirà, però la mente siederà a banchetto. Pancia piena fa zucca magra, e i morsi succolenti rafforzano le costole, affossano gl'ingegni.


Firma il documento.

DUMAINE
Mio diletto signore, Dumaine è morto al mondo. I modi più volgari delle gioie terrene le getta ai vili schiavi d'un mondo infame. Amore, lusso, soldi, in sé li spegne e soffoca, per vivere con voialtri di vita filosofica.


Firma anche lui. 

BEROWNE
Io, non so che ripetere le loro affermazioni. Tutto ciò, caro sire, ho già giurato, cioè, di vivere qui e studiarvi tre anni. Però, ci sono regole assai severe: come, in tutto quel tempo, non veder mai una donna - ma questo, spero bene, non è scritto qui drento; e non toccare cibo un dì alla settimana, e un solo pasto gli altri dì, per giunta - il che, lo spero bene, qui drento non è scritto; e poi, notte per notte, dormire solo tre ore, e tutto il dì non farsi mai sorprendere a fare sissignore, allor ch'io sono aduso a pensar che non c'è nulla di male nel dormir tutta notte, e anzi fare notte buia di mezza la giornata - ma ciò, lo spero bene, lì drento non è incluso. Ah, son regole sterili codeste, son troppo, troppo dure da rispettare, niente donne, studiare, vegliare e digiunare.

RE
Di tutto ciò hai giurato farne a meno.

BEROWNE
No sire, se vi garba, lasciatemi dire: no. Studiare con vostra grazia, solo questo ho giurato, e che qui, per tre anni, con voi sarei rimasto.

RE
Birùn, questo hai giurato, e tutto il resto.

BEROWNE
Alla buon'ora, sire! Allora giurai per scherzo. Perché si studia, chiedo? Ditelo voi, sentiamo.

RE
Via, per sapere cose che sennò non sappiamo.

BEROWNE
Cioè, negate e chiuse alla comune competenza?

RE
Appunto: è dello studio la divina ricompensa.

BEROWNE
Andiamo allora, io giuro di studiare per sapere qualcosa che m'è proibito imparare: esempio, dove fare una cenetta sopraffina, quando che il fare festa mi si nega espressamente; oppure, dove incontrare qualche bella donnina, se nel comune sapere le femmine son carenti; o, se ho giurato cosa ch'è troppo duro osservare, come tenere la fede, e insieme ritrattare. Se questo è veramente ciò che lo studio fa, allora esso conosce ciò che ancora non sa.

Volete che giuri questo? Birùn non rifiuterà.

RE
Ma questi sono gl'intoppi che impediscono di studiare, ed allenano l'intelletto ai piaceri più vani.

BEROWNE
Ma ogni piacere è vano, e il più vano di tutti è quello, avuto con pena, che di pena dà frutto: come ponzare su un libro con fatica, cercando la luce del vero, e intanto il vero riduce la vista a tradimento, e l'occhio acceca. Luce che cerca luce ruba luce alla luce; e, prima di scoprire dov'è la luce nel buio, perdi gli occhi e la luce ti s'abbuia. Studiatemi come all'occhio dar piacere, fissandolo su un occhio più leggiadro, che lo abbagli e diventi la sua stella polare, e gli ridia la luce di cui l'avea privato. Lo studio è come il sole glorioso del cielo che non si può indagare con occhi impertinenti. Chi sgobba troppo ha avuto da sempre poco reddito, tranne conferme misere dai libri d'altra gente. Questi padrini in terra delle luci del cielo, che danno un nome ad ogni stella fissa, dalle notti stellate non hanno più compenso di chi va sotto gli astri e non li conosce mica. Saper troppo ci rende famosi ma ignoranti, e dare i nomi è facile, i padrini son tanti.

RE
Com'è ben educato nel negare l'educazione!

DUMAINE
S'è istruito bene, per distruggere l'istruzione.

LONGAVILLE
Estirpa il grano e fa crescere il loglio.

BEROWNE
Maggio è vicino quando le oche covano.

DUMAINE
Questo che c'entra?

BEROWNE
Sì, a suo tempo e luogo.

DUMAINE
Per fare senso, no.

BEROWNE
Però fa rima, un poco.

RE
Birùn è come un gelo maligno, acuminato, che azzanna i primi nati dell'Aprile.

BEROWNE
E sia! Perché dovrebbe vantarsi mai l'estate prima che gli uccelletti han causa di squittire? Perché dovrei gioire di una nascita abortiva? Per Natale io non ho voglia di rose più che non voglia neve sulle nuove vesti di Maggio: adoro i frutti di stagione. Così voi, che studiate all'ora di andare a letto, scalate la vostra casa per aprirvi il cancelletto.

RE
Bene, tu resta fuori. Birùn, va' a casa. Addio!

BEROWNE
Eh no, ho giurato di vivere con voi, signore mio. Sebbene abbia lodata la barbarie più che voi non potreste quell'angelo, la sapienza, ciò che ho giurato lo terrò, fedele, e ogni dì per tre anni saprò far penitenza. Datemi qua quel foglio, ch'io lo rilegga bene, e in calce ai più severi dettami apponga il nome.

RE
Bravo! Tu ti riscatti con questa sottomissione.

BEROWNE (legge)
Inoltre: nessuna donna s'accosti a meno d'un miglio dalla mia corte. Questo quando l'avete escogitato?

LONGAVILLE
Quattro giorni fa.

BEROWNE
Vediamo la punizione: A rischio di perdere la lingua. Chi l'ha pensato questo bel castigo?

LONGAVILLE
Io, perdincibacco.

BEROWNE
E perché mai, dolcissimo signor mio?

LONGAVILLE
Così, per tenerle a bada con quell'orrida pena.

BEROWNE
È una legge rischiosa contro le buone maniere! Inoltre: chi viene sorpreso a parlare con una donna nel corso dei tre anni, sarà assoggettato a pubblica ignominia, quale potrà decidere il resto della brigata. Ma sire, quest'articolo voi stesso lo violerete, ché qui in ambasceria ben presto arriverà la figlia del Re di Francia, lo sapete, fanciulla colma di grazia, dicono, e di maestà. Viene per l'Aquitania, da rendere al padre suo, ch'è malato, decrepito, e allettato. Quest'articolo dunque mi pare proprio inutile, oppure la rinomata Delfina viaggia invano.

RE
Che ne dite, baroni? Ce l'eravamo scordati!

BEROWNE
Sempre così, lo studio travalica il suo bersaglio. Mentre cerca d'avere quel che chiede, dimentica di fare ciò che deve; e quando ottiene quel che più ricerca, l'ottiene come terra bruciata: vinta e persa.

RE
Dobbiamo farne a meno, questa regola qui non va. Lei deve alloggiarsi a corte, per pura necessità.

BEROWNE
E questa necessità ci farà tutti spergiuri tremila volte in tre anni; ogni uomo nasce con le proprie passioni, e queste di sicuro non le vince la forza, ma una grazia speciale. Se vengo meno ai patti, quella parola m'assolverà: mi sono ricreduto per pura "necessità". Perciò scrivo il mio nome sotto tutte le vostre leggi, e colui che le viola anche in minima quantità si espone alla condanna, al disonore eterno. A me le tentazioni come ad ogni altro vengono. Vi sembra che mi ripugni firmare? Eppure io credo, di tutti sarò l'ultimo a tenere il giuramento.

 

Mette la firma.

Ma dico, ci si concede qualche piccola distrazione?

RE
Certo. Come sapete, frequenta la mia corte un viaggiatore di Spagna, un uomo di zucca fina, esperto nelle mode mondane di ogni sorte, che di parole in testa ha una vera officina; un uomo che la musica del suo stesso sproloquio incanta come magica armonia, un uomo di qualità, che la ragione e il torto si sono scelti ad arbitro del loro disaccordo. Quest'essere fantastico, che don Armado ha nome, come pausa agli studi, ci verrà a render conto in modi altisonanti delle gesta di molti eroi nell'arsa Ispagna, persi nel conflitto del mondo. Cosa vi dia piacere, signori, io non lo so, ma v'assicuro, io amo sentire le sue frottole, e voglio usarlo come mio contastorie.

BEROWNE
Sì, Armado è un gentiluomo di gran nota, un uomo dalle parole di zecca, anzi il campione medesimo della moda.

LONGAVILLE
Costui e quell'idiota di Melacotta saranno il nostro spasso, e tre anni di studio, vedrete, voleranno.

Entrano Intronato con una lettera, e Melacotta.

INTRONATO
Chi l'è, qua, la persona medesima del Duca?

BEROWNE
Questa qui, bello mio. Cosa ti serve?

INTRONATO
Io me stesso riprendo la sua istessa persona, in quanto che sono il vigile urbano di Sua Eccellenza. Però mi vorrìa vedere il suo personale medesimo in carne e ossa.

BEROWNE
Appunto, eccolo qua.

INTRONATO
Il segnor Armando... segnor Armadio, vi manda a salutare! C'è malacarne in giro. Questa lettera vi dirà di più.

MELACOTTA
Eccellenza, le incontinenze di essa lettera sono a risguardo del qui presente.

RE
È una lettera del magnifico Armado.

BEROWNE
La materia sarà terra terra, ma spero in Dio che ci mandi parole alate.

LONGAVILLE
La tua speranza è alta, ma il cielo che speri mi pare bassino. Dio ci conceda pazienza!

BEROWNE
Pazienza di stare a sentire, o di non stare a sentire?

LONGAVILLE
Di stare a sentire con santa pazienza, caro mio, e di non ridere a crepapelle; oppure di non fare né l'una né l'altra cosa.

BEROWNE
Beh caro mio, staremo a vedere sino a che spasso ci si potrà arrampicare sul suo stilo.

MELACOTTA
Eccellenza, dicevo che la materia decerne il sottoscritto, in quanto decerne Giachenetta. La maniera della materia è che mi beccarono in sul maneggio.

BEROWNE
Ma quale maneggio?

MELACOTTA
Nel maneggio o maniera che vi dirò, monsignore, in tutti quanti i tre punti seguenti; sono stato veduto con lei nel maniero, che mi ero seduto con lei in certa quale maniera, e poi mi hanno colto mentre che la seguivo nel parco; le quali cose, mettendole assieme, formano la maniera e il maneggio che mi appresto a dire. Allora, monsignore, per quanto concerne il maneggio, questo l'è il maneggio dell'omo che si manifesta alla femmina. E per quanto concerne il formato, l'è ben formata davero.

BEROWNE
E per quanto concerne quel che segue, birbone mio?

MELACOTTA
Quel che segue sarà la mia punizione - e il Patrenostro sorregga il giusto!

RE
Volete fare un po' d'attenzione e ascoltare la lettera?

BEROWNE
Come ascolteremmo un oracolo.

MELACOTTA
Tanta è l'umana castroneria nel dare ascolto alla carne.

RE (legge)
Gran deputato, della celeste volta vicereggente, e solo dominator di Navarra, dell'anima mia terrestre nume, e del mio corpo nutricante patrono...

MELACOTTA
Di Melacotta sinora nemmanco una sola parola...

RE
Così l'è ita...

MELACOTTA
Sarà ita così; ma se lo dice lui, per dire la verità, sarà ita così o cosà.

RE
Andiamo, un po' di pace!

MELACOTTA
Per me e per ciascheduno che ha fifa di fare a botte.

RE
Chiudi il becco!

MELACOTTA
Sugli affari degli altri, mi raccomando.

RE
Così l'è ita che, assediato da fosca melancolia, io affidai il negro opprimente umore alla salubrissima medicina dell'aria tua risanante; e, com'è vero ch'io son gentilomo, donammi a deambulare. L'ora in cui? Intorno all'ora sesta, quando di più il bestiame bruca, gli osei dan più di becco, e siedono i morituri a quella nutricazione vocata cena. Ciò basti per l'ora in cui. Ora in quanto al terreno il quale - sul quale, volea dire, incedevo. Nomato è il parco tuo. Dipoi per il luogo in cui - ove, intendo, io m'imbattei in quell'osceno e assurdissimo evento che trae dalla mia bianconivea penna l'inchiostro ebanaceo che tu miri, ammiri, rimiri o vedi. Ma per tornare al luogo in cui. Esso incombe a tramontana e verso levante dall'angolo occiduo del tuo dedaléo verziere. Là io vidi quell'ignobile uomo de' campi, quel minimo pesciolino del tuo diporto...

MELACOTTA
Me?

RE
Quell'anima illetterata ed ignorante...

MELACOTTA
Me?

RE
Quell'epidermico vassallo...

MELACOTTA
Di nuovo me?

RE
Il quale, se ben ricordo, vien vocato Melacotta...

MELACOTTA
Oh, me!

RE
Appaiato e consorziato, in dispregio del fisso e conclamato tuo editto e canone di continenza, con chi - ah, con chi mai - ma a questo punto mi duole il dir con chi...

MELACOTTA
Con una monella.

RE
Con una rampolla di nostra nonna Eva, una femmina ovvero, per il tuo più delicato comprendonio, una donna. Colui io - come sempre spronami a fare il mio beneamato dovere - ho spedito a te, onde riceva il guiderdon del castigo, per mano de l'uffizial di tua dolce grazia, Antonio Intronato, uomo di buona reputazione, portamento, comportamento ed estimo.

INTRONATO
Cotesto sono me, vostra eccellenza. Antonio Intronato l'è proprio me.

RE
In quanto a Giachenetta - così appellasi il vaso più fragile - la quale appresi col sopranomato cafone, io tengola qual vascello de la collera della tua legge, e al minimo de' tua cenni squisiti meneròttela pel processo. Il tuo con ogni complimento di devoto e accorato calor di zelo,
Don Adriano de Armado

BEROWNE
Non è buona come speravo, ma la migliore che abbia udita.

RE
Sicuro, la migliore delle peggiori. Ma tu, gaglioffo, cosa mi dici di quest'accusa?

MELACOTTA
Vostra eccellenza, confesso la ragazzuola.

RE
Non hai sentito il mio bando?

MELACOTTA
Confesso di averlo assai sentito ma ben poco ascoltato.

RE
Il bando commina un anno di restrizione a chi è sorpreso con una ragazza.

MELACOTTA
Ma eccellenza, a me non m'hanno sorpreso per nisba con una ragazza; m'hanno sorpreso con una donzella.

RE
Bene, il bando diceva proprio "donzella".

MELACOTTA
Urca, la mia non era neanche una donzella, sire: l'era una vergine.

RE
È una variante prevista anch'essa, il bando includeva le vergini.

MELACOTTA
In tal caso io nego la sua verginità. M'han sorpreso con una fantesca.

RE
Questa fantesca, caro mio, non ti servirà alla bisogna.

MELACOTTA
Questa fantesca, sire mio, mi servirà alla bisogna.

RE
Briccone, ora pronuncio la tua condanna: digiunerai una settimana a pane e acqua.

MELACOTTA
Malannaggia, preferirei pregare un mese a zuppa e coscio d'agnello.

RE
E Don Armado sarà il tuo carceriere. Monsignore Birùn, fatelo consegnare; e noialtri, signori, andiamo ad attuare quel che ci siamo giurati fermamente.


Escono il Re, Longaville e Dumaine.

BEROWNE
Scommetto la mia capoccia contro qualunque berrettaccia: questi impegni e divieti non saranno che una farsa. Andiamo, giovanotto.

MELACOTTA
Monsignore, io sono un martire della verità. Perché l'è vero ch'io fui sorpreso con la Giachenetta, e la Giachenetta l'è una rampolla verace. Per cui sia benvenuto l'amaro calice della prosperità! Un dì potrà sorridermi di nuovo la scontentezza, e sino ad allora fai pure i tuoi porci comodi, malasorte!

Escono.

 

 

 

atto primo - scena seconda

 

Entrano Armado e il suo paggio Bruscolino.

ARMADO
Fanciullo, che segno è quando un uomo di animo magno ti diventa malinconico?

BRUSCOLINO
Monsignore, l'è un segno sicuro ch'egli avrà una cera da funerale.

ARMADO
Ma via, diavoletto mio, tristezza e melanconia son proprio la stessa cosa.

BRUSCOLINO
No, no. Gesù, monsignore, no!

ARMADO
E come farai a distinguerle, mio tenero giovenale?

BRUSCOLINO
Con una semplice dimostrazione del loro operato, mio coriaceo signor.

ARMADO
Perché coriaceo signor? Perché coriaceo signor?

BRUSCOLINO
Perché tenero giovenale? Perché tenero giovenale?

ARMADO
Io l'ho detto, mio tenero giovenale, come un congruo epiteto che si confà a' tua giovani dì, i quali possiamo vocare teneri.

BRUSCOLINO
Ed io, coriaceo signor, come un titolo ben appropriato alla vostra tarda età, che ben possiamo apostrofare coriacea.

ARMADO
Grazioso ed azzeccato.

BRUSCOLINO
Che volete dire, padrone? Io grazioso e il mio dire azzeccato, oppure io azzeccato e il mio dire grazioso?

ARMADO
Grazioso tu, perché piccolino.

BRUSCOLINO
Grazioso ma solo un pochino, dacché son piccolino. Ma perché azzeccato?

ARMADO
E in conseguenza azzeccato, perché molto animato.

BRUSCOLINO
Padrone, questo lo dite per farmi una lode?

ARMADO
Sì, una lode ben meritata.

BRUSCOLINO
Potrei lodare un'anguilla con le stesse parole.

ARMADO
Come, un'anguilla d'ingegno molto animato?

BRUSCOLINO
No, un'anguilla molto animata.

ARMADO
Oibò, quello ch'io dico è che sei svelto a rimbeccare. E mi fai scaldare il sangue, certe volte.

BRUSCOLINO
Non parliamone più, non parliamone più!

ARMADO
Caspio! Da te non amo una simile grana!

BRUSCOLINO (a parte)
L'è proprio il contrario: l'è la grana che non ama lui.

ARMADO
Ho promesso di studiar per tre anni col Duca.

BRUSCOLINO
Un'ora sola potrebbe bastarvi, padrone mio.

ARMADO
Non dire sciocchezze.

BRUSCOLINO
Quanto fa tre volte uno?

ARMADO
I conti non li so fare, è roba da bettoliere.

BRUSCOLINO
Già, siete un gentiluomo e un giocatore.

ARMADO
Ammetto l'uno e l'altro. Tutti e due rifiniscono un uomo completo.

BRUSCOLINO
Allora saprete, ne sono sicuro, a quanto assomma far prima due e poi uno.

ARMADO
Beh, assomma ad uno più di due.

BRUSCOLINO
Che il basso volgo nomina tre.

ARMADO
Esatto.

BRUSCOLINO
Bene signore mio, ci vuole poi così tanto studio a capire questo? Eccovi il tre studiato in meno di tre sbattiti d'occhio. E l'è una cosa assai facile aggiungere "anni" a "tre" e studiare tre anni in due motti! Ve lo sa dire persino quel cavalluccio che sa ballare.

ARMADO
Ma guarda un po' che splendido tropo!

BRUSCOLINO (a parte)
Il che vi dimostra un topo.

ARMADO
Dopodiché io vo' confessarti di essermi innamorato; e poiché per un soldato l'innamorarsi è volgare, mi sono innamorato di una volgare monella. Se snudare il brando contro l'umor d'amore potesse liberarmi da quell'ignobile pensamento, io trarrei prigioniero il mio desìo, e lo scambierei con un qualsiasi cortegiano francioso che m'insegnasse un inchino di nuovo conio. Sospirare io lo credo spregevole: forse dovrei con giuramento rinnegare Cupìdo. Un po' di conforto, monello mio. Quali degli uomini magni sono stati malati d'amore?

BRUSCOLINO
Ercole, signore mio.

ARMADO
Dolcissimo Ercole! Altri esempi, caro mottino, dimmene altri; e che si tratti, bello il mio piccoletto, di uomini ben portanti e di sicura nomea.

BRUSCOLINO
Sansone, padrone mio: lui sì ch'era ben portante, anzi di gran portata, perché come portatore si portò sulle spalle le porte della città. E s'era preso una tale sbandata.

ARMADO
Oh ben portante Sansone! Oh forzuto Sansone! Io ti batto col mio spadone come tu mi battevi nel portare le porte. Ho preso anch'io una forte sbandata. Chi l'era l'amor di Sansone, mio caro Bruscolino?

BRUSCOLINO
Una donna, padrone.

ARMADO
Sì, ma di quale incarnato?

BRUSCOLINO
Di tutti e quattro, o di tre, o di due, o d'uno dei quattro.

ARMADO
Dimmi esattamente di qual colorito di pelle.

BRUSCOLINO
Color verde acquamarina, padrone.

ARMADO
L'è questo uno dei quattro incarnati?

BRUSCOLINO
Così ho letto, padrone; e il migliore di tutti.

ARMADO
Invero il verde è il color degl'innamorati. Epperò mi pare curioso che un tipo in gamba come Sansone mi s'andasse a innamorare di una con quel colorito. Di certo se ne invaghì perch'era una donna di spirito.

BRUSCOLINO
Proprio così, padrone mio, l'era di spirito verde verde.

ARMADO
L'amore mio l'è bianco e rosso, de' colori più immacolati.

BRUSCOLINO
Ma sotto a quei colori, padrone mio, son camuffati i più maculati pensieri.

ARMADO
Spiegati, spiegati meglio, o ben coltivato infante.

BRUSCOLINO
Ora l'arguzia di mio padre e la lingua di mia madre m'assistano!

ARMADO
Soave invocazione d'un bimbo - graziosissima e toccante!

BRUSCOLINO
Se la tua bella è bianca e rossa,
mai le sue colpe potrai provare,
ché la vergogna le guance arrossa,
e la paura le fa sbiancare.
Se dunque ha fifa o va incolpata,
dal suo colore non lo saprai,
ché sempre le guance ha colorate
dei suoi colori naturali.

Versucci pericolosi, padrone mio, che ti consigliano di non fidarti del bianco e del rosso.

ARMADO
Dimmi ora, piccione mio, non c'è minga una ballata che parla del Re e dell'accattona?

BRUSCOLINO
Ma sì, il mondo se ne macchiò di brutto un tre secoli fa, ma io credo che adesso non la si trovi più; e comunque se la si trovasse non potremmo più digerirla, né per la musica né per lo scritto.

ARMADO
Me la farò riscrivere tutta daccapo, onde trovare in quella storia un precedente di gran peso da citar come esempio per la mia trasgressione. Fanciullo mio, io son cotto e stracotto di quella villanella che ho catturata nel parco con quel bifolco cervelluto di Melacotta. La giovincella merita molto.

BRUSCOLINO (a parte)
Come no, di venire frustata - però merita pure qualcuno migliore del mio principale.

ARMADO
Cantami qualche cosa, fringuellino. Il mio spirito fassi pesante pel fardello d'amore.

BRUSCOLINO (a parte)
E c'è da stupirne assai, visto che sbava per una monella così leggera.

ARMADO
Cantami, ti ripeto.

BRUSCOLINO
Un po' di pazienza oh, aspettate che passi questa brigata.

Entrano Intronato, Melacotta e Giachenetta.

INTRONATO
Eccellenza, il Duca vi fa preghiera di far da carceriere a questo qua, Melacotta; e non gli dovete permettere di procurarsi piacere né dispiacere, visto che deve digiunare tre giorni per una settimana. Questa madamigella qua io la devo tenere in bosco, dove che l'è addetta al servizio di spillare le vacche. Ogni bene a vossignoria.

ARMADO (a parte)
Qua va a finire che mi tradisco arrossendo. Pulzella...

GIACHENETTA
Uomo.

ARMADO
Verrò a visitarti nel casotto di caccia.

GIACHENETTA
L'è qua a due passi.

ARMADO
Io so bene dov'è situato.

GIACHENETTA
Gesù come siete saggio!

ARMADO
Ti dirò ciò che non t'aspetti.

GIACHENETTA
Con quella faccia?

ARMADO
Io sonmi cotto di te.

GIACHENETTA
Ve l'ho già sentito dire.

ARMADO
E con ciò statti bene.

GIACHENETTA
Il bel tempo vi meni.

INTRONATO
Giachenetta, spicciati, andiamo!


Escono Intronato e Giachenetta.

ARMADO
Villanzone, farémoti stare a bocca vacante prima di condonarti li crimini tuoi.

MELACOTTA
Monsignore, io spero soltanto di poterlo fare a pancia piena.

ARMADO
Verrai punito molto pesantemente.

MELACOTTA
Allora sarovvi più obbligato dei vostri servi, che sono pagati molto leggermente.

ARMADO
Porta via questo delinquente, mettilo sotto chiave.

BRUSCOLINO
Forza, furfante trasgressore, datti una mossa!

MELACOTTA
Sotto chiave no, signorino. Digiunerò a piede libero.

BRUSCOLINO
Gnornò, saresti libero di farcela sotto il naso. Devi andare in guardina.

MELACOTTA
Ebbene, se mai rivedrò i bei giorni di desolazione che ho già veduti, qualcuno l'avrà da vedere...

BRUSCOLINO
Cosa vedrà qualcuno?

MELACOTTA
No, niente, padron Bruscolino, nient'altro che quello su cui posa gli occhi. Ai carcerati non tocca star troppo zitti nelle loro parole, percui non dico niente. Graziaddio io piglio uno scazzo come non pochi, percui so starmene zitto e buono.

 

Escono Bruscolino e Melacotta.

ARMADO
Io adoro persino il terriccio, roba vile, sui cui la di lei ciabatta, roba ancora più vile, sospinta dal suo piè ch'è vilissima cosa, incede. Amando sarò spergiuro, il che l'è una gran prova di falsità. E come può essere amor sincero, l'amore che viene intrapreso con animo menzognero? L'amore è un diavoletto custode, l'Amore è il diavolo stesso, non c'è angelo con le corna tranne l'Amore. Ma pure Sansone fu tentato, ed era il più forzuto di tutti; e Salomone anche lui si prese la cotta, e aveva un cervello che non vi conto. Il dardo senza barbigli di Cupido fu troppo possente persino per la clava d'un Ercole, percui l'ha troppi vantaggi sullo spadone d'uno spagnolo. Né mi serviràalla bisogna appellarmi alla prima e alla seconda causa; se ne fotte della passata, del codice de' duellanti non gliene importa un corno. Ha la sfortuna d'esser chiamato fanciullo, ma la sua gloria l'è di soggiogare i maschioni. Addio dunque, coraggio! Arrugginisci o mio acciaro! Stattene muto tamburo mio. Il vostro padrone ha preso una cotta; proprio così, egli ama. Assistimi tu, uno qualunque de' numi estemporanei della rima, ch'io certamente darommi tutto a' sonetti. Aguzzati, mio talento. Attacca a scrivere, penna. Mi vo' versare in interi volumi in folio.

 

Esce.

 

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Pene d'amor perdute

(“Love’s Labour’s Lost” 1593 - 1596)

 

atto secondo - scena UNICA

 

Entrano la Principessa di Francia, Rosalina, Maria e Caterina, con Boyet e altri due baroni del seguito.

 

BOYET
Signora, convocate ora i migliori spiriti che v'assistono. Pensate quale persona vostro padre manda, a chi la manda, e con quale ambasciata: voi, agli occhi del mondo fanciulla senza eguali, per negoziare con il solo erede d'ogni umana virtù, l'impareggiato re di Navarra; ed il vostro argomento niente di men che l'Aquitania, dote degna d'una regina. Siate ora generosa di tutta questa vostra rara grazia come Natura fu nel farla rara quando ne deprivò quant'altri al mondo per riversarla, prodiga, in voi sola.

PRINCIPESSA
Mio buon Boyet, la mia beltà è modesta, epperò non le servono gli svolazzi lucenti di questa vostra lode. La bellezza è comprata dall'occhio che la giudica, non viene offerta in vile parlamento di lingue bottegaie. Io sono meno fiera nel sentirvi cantare le mie lodi di quanto voi non siate assai voglioso d'esser stimato saggio nello spendere il vostro ingegno per lodare il mio. Ma ora, a chi m'insegna cosa fare, do da fare qualcosa. Certo non siete ignaro, caro Boyet, che la fama indiscreta va spargendo dovunque la voce che il Navarra ha fatto voto che fin quando i suoi studi laboriosi abbiano consumato tre anni, mai nessuna donna possa accostar la sua corte silenziosa. Dunque ci sembra cosa necessaria, prima di superare quei cancelli proibiti, sapere cosa gli garbi; e a tale scopo, certe del vostro merito, abbiamo scelto voi come il nostro avvocato più equo e persuasivo. Ditegli che la figlia del Sovrano di Francia, cercando un pronto accordo su quistioni di peso, sollecita un colloquio con sua grazia in persona. Andate prontamente a dirgli questo, mentre noi attenderemo, in guisa d'umili postulanti, il suo alto volere.

 

BOYET
Vado ben volentieri, anzi ne sono fiero.

PRINCIPESSA
Chi è fiero come voi andrà sempre con zelo.


Esce Boyet.

Miei gentili baroni, chi son questi signori che col Duca virtuoso han fatto voto?

PRIMO BARONE
Uno è il signor di Longaville.

PRINCIPESSA
E chi fra di voi lo conosce?

MARIA
Signora, io lo conosco. A una festa di nozze, tenute in Normandia, tra il signore di Perigord e la bella erede di Jacques Falconbridge, ho incontrato il signor di Longaville. Uomo di doti eccelse egli è stimato: famoso nelle armi, nelle arti versato. Mai che gli venga male ciò che vuol fare bene. L'unica macchia sopra lo splendore di tanta virtù - se vernice virtuosa può sporcarsi di macchia - è un'arguzia tagliente, abbinata a un volere un po' troppo smussato, sicché la lama taglia, e il suo volere vuole sempre non risparmiare alcuno che gli capiti a tiro.

PRINCIPESSA
Uno di quei baroni mordaci e buontemponi, direi - non è così?

MARIA
Lo dice sopratutto chi meglio ne conosce il modo di fare.

PRINCIPESSA
Questi begl'ingegni hanno la vita corta, sfioriscono nel crescere. E gli altri due?

CATERINA
Il giovane Dumaine è un uomo di qualità. Chiunque ami virtù l'ama per le virtù che possiede. Ma è capace, quasi ignorando il male, di fare molto male, perché ha il talento di far bello il brutto, e forma tale da attirar le grazie altrui, anche se non avesse alcun ingegno. Lo vidi una volta dal duca di Alençon; ed assai poco di quel bene ch'io vidi riferisco dicendovi del suo gran merito.

ROSALINA
Se m'hanno detto il vero, quella volta c'era con lui un altro di costoro che studiano. Lo chiamano Bruno, ma un uomo più gioviale, dentro i limiti d'un'allegria decente, non mi ha mai intrattenuta un'ora a conversare. L'occhio gli dà lo spunto per l'arguzia, ché ogni oggetto che l'occhio coglie, l'altra lo volta in uno scherzo esilarante che, svolgendo l'idea, la sua lingua garbata rende in parole così giuste e amabili, che i grandi, per sentirlo, trascurano gl'impegni, e l'udito dei giovani resta tutto incantato, così dolce e fluente è il suo parlare.

PRINCIPESSA
Dio benedica le mie damigelle! Son tutte innamorate, forse, che ciascuna ha addobbato il suo uomo di sì tanti fastosi ornati di lode?

PRIMO BARONE
Ecco, torna Boyet.

Entra Boyet.

PRINCIPESSA
Dunque ci si riceve, monsignore?

BOYET
Navarra già sapeva del vostro arrivo, e lui e i compagni di voto erano già sul punto di venire a incontrarvi, mia nobile signora, prima ch'io li vedessi. Ma, per domine, ecco quanto ho appurato: è sua intenzione di lasciarvi attendata qui sui prati, come chi venga ad assediar la corte, piuttosto che cercare una qualche dispensa dal voto, per ricevervi nella reggia deserta. Eccolo qua, il Navarra.

Entrano il Re, Berowne, Longaville e Dumaine.

RE
Mia bella Principessa, benvenuta a questa corte.

PRINCIPESSA
Il "bella" ve lo restituisco, e il "benvenuta" non è cosa ch'io m'abbia, ancora. Il tetto di questa reggia è troppo alto per essere vostro, e un benvenuto a dei campi aperti è troppo vile per essere mio.

RE
Sarete benvenuta, signora, alla mia corte.

PRINCIPESSA
Lo sarò allora. Conducetemi a corte.

RE
Ascoltate, signora. Ho fatto un giuramento...

PRINCIPESSA
Nostra Signora aiuti monsignore! Diventerà spergiuro.

RE
Per tutto il mondo, no!
Bella signora, non per mio volere.

PRINCIPESSA
Ma sì, sarà la vostra volontà ad infrangere il voto, lei e null'altro.

RE
La vostra signoria non sa di che si tratti.

PRINCIPESSA
Se vostra signoria non lo sapesse lei, sarebbe un'ignoranza ben saggia, mentre adesso il suo saperlo risulterà ignoranza. Sento che vostra grazia ha rinnegato l'ospitalità. Tenere il giuramento, monsignore, è peccato mortale, ed è peccato romperlo. Ma perdonatemi, sono temeraria mal mi s'addice fare la lezione a chi dà lezioni. Degnatevi di leggere perché son qui, e datemi una risposta rapida su quanto v'è richiesto.


Porge al Re un foglio.

RE
Signora mia, se posso, io vo' darla al più presto.

 

PRINCIPESSA
La darete più presto, sì, per farmene andare. Voi sarete spergiuro se mi fate restare.

 

Il Re legge.
Berowne e Rosalina conversano a parte.

BEROWNE
Madonna, io raccomandovi al mio cuore.

ROSALINA
Oh sì, vi prego, fatela questa raccomandazione. Mi piacerebbe vederlo, il cuoricino.

BEROWNE
Vorrei che lo sentiste, come geme.

ROSALINA
Perché, è malato quel pazzerello?

BEROWNE
Malato di cuore.

ROSALINA
Poverino, provate a fargli un salasso.

BEROWNE
Credete che gli farebbe bene?

ROSALINA
Sì, per quanto ne sappia di medicina.

BEROWNE
Volete provare a pungerlo con gli occhi?

ROSALINA
Non point, col mio pugnale.

BEROWNE
O ben, Dio ti protegga!

ROSALINA
Ed eviti a voi di vivere troppo a lungo.

BEROWNE
Beh, ringraziarvi sarebbe troppo lungo. S'allontana.

RE
Signora, qui vostro padre afferma di averci rimborsate centomila corone, che sono la metà soltanto della somma sborsata già da mio padre per le guerre di Francia. Ora, pur ammettendo che nostro padre, o noi - però né l'uno né l'altro, questa è la verità - avessimo avuto il rimborso, restano ancora da pagarci altre centomila, a garanzia delle quali noi teniamo in possesso parte dell'Aquitania, sebbene non si stimi che valga tanto. Se dunque il re vostro padre restituirà almeno la metà che è ancora dovuta, rinunceremo ai diritti sull'Aquitania, restando buoni amici di sua maestà. Ma questo, sembra, lui non ha intenzione di fare, anzi da noi pretende un pagamento di altre centomila, e non chiede affatto di riavere il possesso dell'Aquitania, sborsando, lui a noi, centomila corone. Noi, quella terra, la ridaremmo via, preferendo la somma prestata da nostro padre piuttosto che l'Aquitania, mutilata com'è. Perciò, cara Principessa, se le sue richieste non fossero così prive di raziocinio, la vostra beltà farebbe cederci il cuore, anche contro una parte delle mie giuste ragioni, e tornereste in Francia con piena soddisfazione.

PRINCIPESSA
Voi fate al re mio padre un grave torto, e un torto anche alla fama del vostro nome, se non volete ammettere d'avere ricevuto ciò che è stato pagato con grande lealtà.

RE
Io vi assicuro, non mi risulta affatto; e se potete provarmelo, restituisco la somma, o cedo l'Aquitania.

PRINCIPESSA
Vi prendiamo in parola. Boyet, voi potete, nevvero, mostrare le quietanze per tale somma, avute dai funzionari di re Carlo suo padre.

RE
Fatemele vedere.

BOYET
Con vostra licenza, mia signora, il plico che contiene codeste ed altre carte sigillate, non è ancora arrivato. Potrete visionarle domani.

RE
E tanto mi basta. Rivediamoci, e in questa nuova occasione saprò piegarmi ad ogni tua nobile ragione. Intanto, ora ricevi da me quel benvenuto che l'onore, ma senza venir meno all'onore, può offrire al tuo gran merito. Se varcare i miei cancelli è illecito, mia bella Principessa, qui, all'esterno, voi avrete un'accoglienza che vi farà sentire accolta nel mio cuore, anche se vi si nega l'accesso alla mia casa. La vostra gentilezza mi scusi. State bene. Domani torneremo a farvi visita.

PRINCIPESSA
Salute a vostra grazia, e desideri pii.

RE
Per te come per me, dovunque mai tu sia.


Escono il Re, Berowne, Longaville e Dumaine.
Rientra Dumaine.

DUMAINE
Di grazia, una parola. Chi è quella dama, signore?

BOYET
L'erede di Alencon, Caterina di nome.

DUMAINE
Bella ragazza. Salve a voi, Monsieur.

 

Esce.
Entra Longaville.

LONGAVILLE
Una parola, di grazia. Chi è quella dama in bianco?

BOYET
Una donna, ogni volta che la luce non manchi.

LONGAVILLE
Un po' lucciola, forse. Ma il nome vorrei avere.

BOYET
Ne ha uno solo. Volerlo non istarebbe bene.

LONGAVILLE
Scusate, di chi è figlia?

BOYET
Dicon, di mamma sua.

LONGAVILLE
Alla barba che avete tanta buona fortuna!

BOYET
Nessuna offesa, signore. È coerede di Falcobridge.

LONGAVILLE
La mia rabbia è sospesa. È una donna dolcissima.

BOYET
Signore mio, sarà probabilissimo.


Esce Longaville.
Entra Berowne.

BEROWNE
La dama col cappello, come si chiama?

BOYET
Si chiama Rosalina, così càpita.

BEROWNE
È maritata, o meno?

BOYET
Col suo capriccio, sere, o più o meno.

BEROWNE
Benvenuto alla corte, Monsieur! Bene arrivato.

BOYET
Il benvenuto a me, e a voi il bene andato.


Esce Berowne.

MARIA
Quest'ultimo è Birùn, il baron testa matta. Non dice una parola che non la sia una baia.

BOYET
Ed ogni baia è solo una baiata.

PRINCIPESSA
Avete fatto bene a dar pan per focaccia.

BOYET
M'andava di abbordarlo come a lui di darmi caccia.

CATERINA
Per le marette! Due montoni in foia!

BOYET
E perché non"pontoni"? Mio soave agnellino, non montone se non per brucare quel tuo bocchino.

CATERINA
Voi montone ed io prato. Finisce qui l'invenzione?

BOYET
Purché mi diate pascolo.


Tenta di baciarla.

CATERINA
Ah no, gentil bestione. Le mie labbra son dei prati, ma non dei prati comuni.

BOYET
E a chi appartengono allora?

CATERINA
A me e alle mie fortune.

PRINCIPESSA
Le solite schermaglie tra persone di buon acume. Ma fate la pace, cari. Questa guerra civile è adatta col Navarra e i suoi sgobboni. Qui è davvero sprecata.

BOYET
Se l'acume del mio sguardo, che di rado prende abbaglio sulla muta eloquenza del cuore di cui l'occhio è lo spiraglio non m'inganna, quel Navarra s'è pigliato l'infezione.

PRINCIPESSA
Di che male?

BOYET
Di ciò che noi amanti chiamiamo mal d'amore.

PRINCIPESSA
Sù, dite le vostre ragioni.

BOYET
Ma via, tutte le sue funzioni s'erano messe in ritiro nella corte dell'occhio, sbirciando per il desìo. Il cuore, come un'agata con la vostra figura impressa, n'era superbo, e la superbia veniva dall'occhio espressa. La lingua, tutta impaziente di parlare e non veder nulla, incespicava, smaniosa di tramutarsi in pupilla. Tutti i sensi si erano chiusi nel solo senso della vista, per sentire solo ammirando la più bella che esista. E mi pareva che si fossero tutti stretti nel globo oculare, come gioielli sottovetro che solo un principe può comprare; e che offrendo il loro valore da sotto quel cristallo vi adescano, che li compriate e portiate via passando. Lo stesso margine del suo viso postillava la meraviglia, sì che tutti leggevan chiaro gli occhi appesi alle vostre ciglia. Io v'assicuro l'Aquitania, e tutto ciò di cui lui è signore, se gli darete, per amor mio, un solo bacino d'amore.

PRINCIPESSA
Via, torniamo nella mia tenda. Boyet è in vena di scherzare.

BOYET
No, solo in vena di dire ciò che l'occhio ha potuto afferrare. Ho soltanto mutato in bocca quei suoi occhi, e alla sua vista ho aggiunto una lingua la quale, lo so bene, non ci depista.

MARIA
Va'! Sei un vecchio ruffiano, a parole sei un artista.

CATERINA
Boyet è il nonno di Cupido, è da lui che sa tutto quanto.

ROSALINA
Allora Venere è tutta sua mama; il babbo l'è proprio racchio.

BOYET
Volete ascoltarmi, teste matte?

MARIA
No.

BOYET
Allora guardare almeno?

MARIA
Certo, la via per andar via.

BOYET
Troppo duro tenervi dietro.


Escono.

 

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Pene d'amor perdute

(“Love’s Labour’s Lost” 1593 - 1596)

 

atto terzo - scena UNICA

 

Entrano Armado e Bruscolino

 

ARMADO
Gorgheggia, fringuellino: appassionami il senso dell'udito.

BRUSCOLINO (canta)
Quand Colinelle...

ARMADO
Oh aria soave! Vai, tenerezza degli anni tuoi, piglia cotesta chiave, tirami fuori quel buzzurro e portalo qui festinatamente. Lo vo' impiegare per addurre una lettera alla mia bella.

BRUSCOLINO
Capo, volete sedurla con un trescone francese?

ARMADO
Che intendi dire? Dovrei trescare alla francese?

BRUSCOLINO
No di certo, mio capoccia ed uomo universale; volevo dire canticchiare una giga in punta di lingua, improvvisar su quella duo passettini di danza, assecondarla levando al cielo il bianco degli occhi, sospirare una nota e una nota cantare, tratto a tratto tenendola in gola come se nel cantar d'amore inghiottiste l'amore, a tratto nel naso come se annusando l'amore sniffaste l'amore, col cappello a pensilina sulla bottega degli occhi, le braccia conserte sul giustacuore stretto sul ventre smilzo come un coniglio allo spiedo, o le mani in tasca a mò dei vecchi ritratti; e senza mai tenere troppo a lungo un solo motivo, ma qualche battuta e via. Queste son le finezze, queste sono le sprezzature, son queste le cose che ti fanno cascare ai piedi le belle figliole, che ci cascherebboro volentieri anche senza; le cose che danno ai gentiluomini un vero tocco di classe - sentite che classe signori del pubblico? - dico a quelli che di più tengono a cuore coteste cose.

 

ARMADO
Urca ma com'è che ti sei fatto tutto sto savoir faire?

BRUSCOLINO
Con un baiocco d'osservazione.

ARMADO
Ma guarda un po', ma guarda tu ...

BRUSCOLINO
"E della cavallina chi si ricorda più?"

ARMADO
Lo chiami "cavallina" il mio dolce amore?

BRUSCOLINO
No capo. La cavallina non è che una puledra, (a parte) e la vostra bella l'è forse una rozza sfiancata. (A lui) Ma l'amor vostro l'avete dimenticato?

ARMADO
Beh, l'avevo quasi.

BRUSCOLINO
Scolaretto negligente! Lo dovete imparare a memoria.

ARMADO
Nella sacra memoria del mio cuore, minuzzolo mio.

BRUSCOLINO
E pure fuori del cuore, capo. Tutt'e tre le alternative ve le posso dimostrare.

ARMADO
Cos'è che mi puoi dimostrare?

BRUSCOLINO
Che sono un uomo, se riesco a vivere un po' di più; e vi dimostro all'istante questi "a memoria", questi "nel cuore" e "fuori del cuore". "A memoria" l'amate perché non potete stringerla al cuore; "nel cuore" l'amate perché il cuore è cotto di lei; e "fuori del cuore" perché siete proprio scorato per non potervela fare.

ARMADO
È vero, io son tutt'e tre queste cose.

BRUSCOLINO
E tre volte tante, e allo stesso tempo siete un nulla assoluto.

ARMADO
Portami quel cafone, mi deve recapitare una lettera.

BRUSCOLINO
Che perfetta combinazione! Un cavallo che fa da ambasciatore a un somaro.

 

ARMADO
Ehi, ehi, che vuoi dire?

BRUSCOLINO
Per la Monna, capoccia mio, voglio solo dire che dovete mandare l'asino sul cavallo, perché ha il passo d'un lumacone. Ma ora vado.

ARMADO
Vai, vai! La strada è corta.

BRUSCOLINO
Vò ratto come il piombo, messere.

ARMADO
Che altro t'inventi, testolina pizzuta che non sei altro? Il piombo non è un metallo pesante, lento e intronato?

BRUSCOLINO
Minime, signor mio, o piuttosto signornò.

ARMADO
Io dico che il piombo è lento, perdio!

BRUSCOLINO
Siete un poco azzardato a dirlo, io dico di no. È forse lento il piombo sparato da un cannone?

ARMADO
Bel fumo di retorica, o santo diavolone! Mi piglia per un cannone, e lui si crede che sia la palla. Ti sparo sul villico.

BRUSCOLINO
Fate bum! E io volo via.


Esce.

ARMADO
Acutissimo giovenale! Quale colta e agile grazia! Caro cielo, col tuo permesso ti dovrò sospirare in faccia. O sarvatica melanconia, il valor mio ti cede il posto. E il mio araldo è già di ritorno.

Entrano Bruscolino e Melacotta.

BRUSCOLINO
Salve, capo, che meraviglia! Una mela s'è rotta una chiappa.

ARMADO
Altri rompicapi e sciarade! Spiégati, via! Attacca.

MELACOTTA
Ma che domine di sciroppi, che rompicapi e spiegazzamenti! Sia chiaro, con me niente sugo di salvia dalla tua sacca di ciarlatano! Piantaggine, signor mio, un buon impiastro di petacciola e basta! Niente spiegazzamenti, niente stiracchiamenti, niente salvia messere, solo un po' d'erba e basta!

ARMADO
Per la mia anima virtuosa, tu mi forzi alle risa! Oh la tua castroneria, oh la mia milza! L'enfiarsi de' miei polmoni mi coarta a un ridicolo riso! Ah perdonatemi, stelle! Questo sconsiderato non ti piglia "salve" per salvia, e la parola "spiegazioni" per uno stiracchiamento?

BRUSCOLINO
Ma perché, forse che i saggi la pensano diversamente? Cos'altro è una spiegazione, se non uno stiracchiamento?

ARMADO
No, ragazzo: l'è un epilogo, o un discorso per chiarire qualcosa d'oscuro che precede e ci è scappato di dire. Facciamo un esempio: La volpe, l'ape e lo scimpanzé stavan sempre a brigare, perch'erano in tre. Questa è la parabola. Adesso viene la spiegazione, l'envoy...

BRUSCOLINO
Un momento, l'envoy ce lo metto io. Dite di nuovo la parabola.

 

ARMADO
La volpe, l'ape e lo scimpanzé stavan sempre a far briga, perch'erano in tre.

BRUSCOLINO
Fin quando l'ochetta uscì sullo spiazzo, e la zuffa finì perch'erano in quattro. Ora son io che comincio con la vostra parabola, e voi fate seguito col mio envoy. La volpe, l'ape e lo scimpanzé stavan sempre a brigare, perch'erano in tre.

ARMADO
Fin quando l'ochetta uscì sullo spiazzo, e la zuffa finì perch'erano in quattro.

BRUSCOLINO
È un ottimo envoy che finisce con l'oie. Che cosa vorreste di più?

MELACOTTA
Ostia! Il piccolo l'ha incastrato con l'oca, chiaro e tondo. Capo, se l'oca è grassa hai speso bene il tuo soldo. Per vendere bene ci vuol furbizia e gioco di passa passa. Vediamo sto anvuà: l'è grasso - e pure l'oca l'è grassa.

ARMADO
Venite, venite qua. La discussione com'è cominciata?

BRUSCOLINO
Dicendo che 'na melacotta s'era sbucciata la fiancata. E poi avete chiesto l'envoy.

MELACOTTA
Esatto, ed io v'ho chiesto il decotto di petacciola - la discussione s'è avviata in questa maniera; appoi fece seguito sto minuzzolo col suo anvuà bell'e grasso, e l'oca che vi siete comprata - e l'è qua che v'ha buggerato.

ARMADO
Ma spiegami un po', com'è che ha fatto la melacotta ad acciaccarsi uno stinco?

BRUSCOLINO
Mò ve lo spiego con chiarezza e senso.

MELACOTTA
Ma va là, moscerino, tu non lo senti mica il bruciore che sento io. Lo dico io l'anvuà: Io Melacotta, correndo fuori mentre che stavo dentro tranquillo ho inciampato sulla soglia e mi son mezzo rotto lo stinco.

ARMADO
Bene, figlioli, di questa materia non ne parliamo più.

MELACOTTA
Finché non ci sarà altra materia nel mio stinco.

ARMADO
Animo, sù, Melacotta, che ora ti affrancherò.

MELACOTTA
Forza, maritatemi con una certa Franca! Però mi par d'annusare qualche anvuà, qualche ochetta che ci cova drento.

ARMADO
Per l'animuccia mia, voglio solo dire che ti metto in libertà, che affranco la tua persona. Tu eri murato drento, costipato, astretto e occluso.

MELACOTTA
Esatto, e ora vossìa sarà la mia purga e mi darà la sciolta.

ARMADO
Ti do la libertà, ti tolgo dalla galera, e al posto di quella non t'impongo altro che questo (gli dà una lettera): récami questo significante alla contadinella Giachenetta. Eccoti la remunerazione (gli dà una moneta) dacché la miglior custodia dell'onor mio è nel remunerare i miei dipendenti. Séguimi, Bruscolino.

BRUSCOLINO
Vi seguo come la prossima puntata. Signor Melacotta, addio.


Escono Armado e Bruscolino.

MELACOTTA
Addio, mia dolce oncia di carne umana, addio mio fine giuderellino! E ora diamo un'occhiata alla sua remunerazione. "Remunerazione"! Ora capisco, è la parola latina per dire tre baiocchi. Tre baiocchi - remunerazione. "Ehi tu, quanto spendo per sta fettuccia?" "Un picciolo". "No, ti do una remunerazione". Beh, la cosa funziona! "Remunerazione"! Per la Peppa, l'è un nome assai meglio d'una corona franciosa. Mai più vorrò accattare o vendere qualche cosa senza usare cotesta parola.

Entra Berowne.

BEROWNE
Mio caro birbone, sono felicissimo d'averti intoppato.

MELACOTTA
Ditemi per cortesia, vostr'eccellenza, quanta fettuccia color carne di suora si può comprare con una remunerazione?

BEROWNE
Che caspita è questa remunerazione?

MELACOTTA
Per la Mariola, signore, l'è mezzo baiocco e un picciolo.

BEROWNE
Beh allora, sono tre piccioli di fettuccia.

MELACOTTA
Grazie mille a vossìa. E Iddio v'accompagni.

BEROWNE
Aspetta, manigoldo. Ho bisogno di te. Se ci tieni al mio favore, cara birba mia, fai per me questa cosa che ti chiedo per cortesia.

MELACOTTA
Quand'è che la volete fatta, monsignore?

BEROWNE
Questo pomeriggio.

MELACOTTA
La sarà fatta, signore. Statevi bene.

BEROWNE
Ma se non sai neanche di che si tratta.

MELACOTTA
Signore mio, lo saprò quando l'avrò fatta.

BEROWNE
Gaglioffo che non sei altro, lo devi sapere prima.

MELACOTTA
Verrò da vossignoria domani di prima mattina.

BEROWNE
La cosa va fatta sto pomeriggio. Ascoltami bene, cafone, si tratta solo di questo: La Principessa viene a caccia qui nel parco, e nel suo seguito c'è una donna gentile; quando le lingue sono soavi, pronunciano il suo nome, e la chiamano Rosalina. Tu chiedi di lei, e fa in modo di porre nella sua mano di neve questa lettera sigillata.

 

Dà una lettera a Melacotta.

Ecco il tuo guiderdone. Va'.

Gli dà delle monete.

MELACOTTA
Oh guiderdone, o dolce guiderdone! Meglio d'una remunerazione - meglio per undici svanziche e un picciolo. Dolcissimo mio guidone! Monsignore, fò tutto alla perfezione. Guardone! Remunerazione!

 

Esce.

BEROWNE
Ed io stracotto, maledizione! Io che sono già stato la frusta dell'amore, il vero fustigatore d'ogni sospiro scorato, il critico, anzi lo sbirro del buon costume, il maestro pedante che tiranneggia quel pupo ch'è tanto più munifico d'un qualunque mortale! E sto cosino piagnucoloso, bendato, orbo, capriccioso, questo vecchio bebé, nano gigante, don Cupido, reggente de' versi d'amore, signor delle mani al cuore, unto monarca di sospiri e lagne, sire di perdigiorno e malcontenti, temuto principe delle fessurine nelle sottane, re delle braghette, unico imperatore e generale in capo de' trottanti tutori della morale... Ah povero me! Eccomi diventato il suo aiutante di campo, eccomi qui a portare i suoi colori come nastrini sul cerchio d'un saltimbanco! Ma come! Io cotto? Io far la corte? Io cercar moglie? Una donna, che è come un orologio tedesco, sempre in riparazione, sempre fuori di sesto, e che non va mai bene, lui che dovrebbe segnare il tempo, se non perdendo tempo a badare che vada bene! Peggio, anzi peggio di tutto, diventare spergiuro, prendere la sbandata per la peggiore di tutt'e tre, una fraschetta pallidina con la fronte di velluto, che in faccia, al posto degli occhi, ha due palline di pece; ma sì, perdinci, una monella capace di fare il fatto anche se Argo fosse il suo eunuco e carceriere! Ed io sospirare per lei, perdere sonno per lei, dire giaculatorie per lei! Ma questo è un flagello che Ser Cupido t'infligge, caro mio, perché trascuri il suo minuscolo, terrificante, onnipossente imperio. E sta bene, io amerò, scriverò e sospirerò, pregherò e farò la corte, mi torcerò gemendo le braccia: c'è chi deve amar la mia donna, e chi amare una qualche donnaccia.


Esce.

 

Indice Teatro

Inizio pagina

 


 

Pene d'amor perdute

(“Love’s Labour’s Lost” 1593 - 1596)

 

atto quarto - scena prima

 

Entrano la Principessa, Rosalina, Maria, Caterina, Boyet e altri due baroni del seguito, e un guardaboschi.


PRINCIPESSA
Era il Re che spronava così forte il suo cavallo su per quell'erta ripida del colle?

PRIMO BARONE
Non lo so, ma non credo che fosse il Re.

PRINCIPESSA
Chiunque fosse, mostrava un animo rampante. Bene, signori, oggi riceveremo il commiato, e torneremo in Francia sabato. Amico mio guardaboschi, qual è dunque il cespuglio dove appostarci a fare gli assassini?

GUARDABOSCHI
Qui presso, proprio all'orlo del boschetto; di là potete fare i più bei tiri.

PRINCIPESSA
Ringrazio la beltà! Io che tiro son bella, ed è perciò che dici "i più bei tiri".

GUARDABOSCHI
Chiedo venia, signora, non intendevo questo.

PRINCIPESSA
Come, come? Mi lodi, e poi neghi il già detto? O breve vanità! Non son bella? O dolore!

GUARDABOSCHI
Bella, signora, e come.

PRINCIPESSA
Via, ora non mi adulare!
Se non son bella, una lode non mi può render tale. Qui, specchio mio, un regalo per essere stato schietto;

 

Gli dà del denaro.


di più non potrei fare: pago bene un brutto detto.

GUARDABOSCHI
Tutto quello che siete è bellezza e null'altro.

 

PRINCIPESSA
Ma guarda, la mia bellezza è salvata da ciò che ho fatto! O eresia della bellezza, ben t'adatti al nostro tempo! Chi fa regali, anche se brutto, vien giudicato bello. Ma via, datemi l'arco! La pietà va ad ammazzare, e allora il tirare bene vien giudicato male. Io lo salvo così, il mio credito nel tirare; se non ferisco, è la pietà che non me lo fa fare; se invece ferisco lo fò per mostrare la mia bravura: voglio uccidere non per uccidere ma per farci bella figura. E senza dubbio è proprio così, parecchie volte la gloria si fa colpevole di tanti delitti atroci, quando, per le apparenze, per amore di fama o lode, pieghiamo a queste passioni l'operato del nostro cuore; come me, che solo per lode cerco adesso di spillare il sangue del povero cervo, cui il mio cuore non vuole male.

BOYET
Che forse le mogli bisbetiche non sono tiranne su se stesse, solo per aver lode, quando fan tutto per essere signore dei loro signori?

PRINCIPESSA
Sì, solo per aver plauso, e sia pure da noi elargito ad ogni signora che sottomette il marito.

Entra Melacotta.

BOYET
Ecco che arriva un membro della comunità.

MELACOTTA
Buon pomeriggio conceda a tutte il Patreterno! Chiedo venia, chi l'è qua la dama in capo?

PRINCIPESSA
Buonuomo, la puoi distinguere dalle altre che sono scapate.

MELACOTTA
Qual è insomma la dama più granda, la più alta?

PRINCIPESSA
Quella che l'è più in polpe e la più slanciata.

MELACOTTA
La più in polpe e slanciata? Propio così, il vero è il vero. Se il vostro vitino, signora, fusse sottile come il mio ingegno, la cinta di una di ste ragazze v'anderebbe a pennello. Siete voi la dama in capo? La più polputa siete voi.

PRINCIPESSA
Che volete da noi, amico? Che possiamo fare per voi?

MELACOTTA
Qua ho una lettera di Ser Birùn ad una certa Rosalina.

PRINCIPESSA
Dammela, dammela! Ser Birùn è un mio amico di famiglia.


Prende la lettera.

Buon postino, aspetta più in là. Boyet, siete un ottimo scalco. Apritemi questo cappone.

BOYET
Sono qui proprio per farlo.


Legge l'intestazione.

Ma questa lettera è uno sbaglio, qui non riguarda nessuno. È indirizzata a Giachenetta.

PRINCIPESSA
La si legge lo stesso, giuro. Voi spezzate il collo al sigillo, e faccia attenzione ognuna.

BOYET (legge)
Pel firmamento, che tu sia bella è infallibilissimo; veritiero che sia venusta; il vero istesso che tu sia amabile. O tu più bella della beltà, più venusta che venustà, più vera del vero istesso, abbi commiserazione del tuo eroico vassallo. Il magnanimo, illustratissimo re Cofetua pose l'occhio sovra la perniciosa e indubitatissima accattona Zenelofona, ed era talmente regale da poter giustamente dire Veni, vidi, vici, che a sviscerarlo in lingua volgare - o vile e oscuro volgare! - videlicet, ei venne, vide e vinse. Ei venne, uno; vide, due; vinse, tre. Ma chi venne? Il re. Perché venne? Onde vedere. Perché mai vide? Per vincere. Ma a chi venne? All'accattona. Cosa vide? L'accattona. Chi mai vinse? L'accattona. La conclusione è la vittoria. Da parte di chi? Del re. La catturata s'è arricchita. Chi s'arricchisce? L'accattona. La catastrofe è un imeneo. Da parte di chi? Del re. No, da parte di ambo in uno, ovvero di uno in ambo. Io sono il re, ché così funziona il ragguaglio. Tu l'accattona, ché così ci attesta la tua bassezza. Ti ordinerò d'amarmi? Sarebbe facile farlo. Ti forzerò ad amare? Fare codesto io potrei. Ti chiederò di amarmi? Sicuro che lo farò. E cosa avrai in cambio dei tuoi stracci? Ricche vesti, toh. Dei tua titilli? Titoli. E di te stessa? Me. Laonde, in attesa d'un tuo riscontro, io profano le labia mie sul tuo pié, gli oculi miei sul tuo ritratto, e il cuore mio su tutte le tue contrade.
Tuo col più vivo impegno d'industrioso servigio,
Don Adriano de Armado


Così il Nemeo lion odi ruggire
contra di te, agnellino, che sei la sua rapina.
S'umile ai piedi suoi vorrai finire
ei smette la sua furia e al gioco inclina.
Resisti? Ma qual fine farai, o pover'anima?
Cibo per la sua rabbia, pasto per la su' tana.

PRINCIPESSA
Ma quale pennacchio tronfio ha mai scritto un tale sproloquio? Che banderuola o gallo sul tetto? Avete udito migliore eloquio?

BOYET
O io mi sbaglio di brutto, oppure ricordo lo stile.

PRINCIPESSA
Oppure la vostra memoria ha già il fiato senile.

BOYET
Questo Armado è uno spagnolo che vive qui a corte, un pazzo, un fantastico vantone, uno che serve da sollazzo al principe e ai suoi sgobboni.

PRINCIPESSA
Ma dimmi un po', amicone. Chi t'ha affidata la lettera?

MELACOTTA
Ve l'ho detto, il mio padrone.

PRINCIPESSA
E a chi dovevi portarla?

MELACOTTA
Dal signore alla signora.

PRINCIPESSA
Sì, ma da quale signore a quale signora?

MELACOTTA
Da sua eccellenza Birùn, mio padrone di mano larga, ad una signora di Francia che Rosalina si chiama.

PRINCIPESSA
Ti sei sbagliato di lettera. Sù, signori, alla nostra posta. (A Rosalina) Cara, tieni la lettera. La tua verrà un'altra volta.


Escono tutti, tranne Boyet, Rosalina, Maria e Melacotta.

BOYET
Chi è che vi punta? Chi è che vi punta?

ROSALINA
Dovrò dirvelo chiaro?

BOYET
Sì, mia America di bellezza.

ROSALINA
Ebbene, chi tiene l'arco.
Bella parata, no?

BOYET
La principessa va a caccia di corna, ma se voi vi sposate quell'anno le corna non mancheranno, o ch'io muoia impiccato. Bella frecciata, no?

ROSALINA
Bene, allora io sono l'arciera.

BOYET
E il vostro cervo chi è?

ROSALINA
A dirlo dalle corna, voi stesso. State via da me! Bella botta davvero!

MARIA
Se v'azzuffate con lei, lei mira all'osso frontale.

BOYET
Ma lei stessa è colpita più in basso. Tiro bene o tiro male?

ROSALINA
Vuoi che ti ribatta con un vecchio adagio, ch'era già adulto quanto il re Pipino di Francia non era che un ragazzetto, e che parla del fare centro?

BOYET
Purché io ti possa rispondere con una storiella altrettanto vetusta, che era già donna fatta quando Ginevra di Bretagna era una ragazzina, e che parla anch'essa del fare centro.

ROSALINA
Ma non lo sai fare, amico mio, non lo sai fare, in verità.

BOYET
S'io non so farlo, s'io non so farlo, se non so farlo, un altro saprà.


Esce Rosalina.

MELACOTTA
Per la Marana che spasso! E che accordo nel darci dentro!

MARIA
Un tiro in buca mirabile. Tutt'e due han fatto centro.

BOYET
In buca! L'avete sentita? Adopera il termine esatto! Mettiamoci il chiodo dentro, e l'affare è bell'e fatto.

MARIA
Tirate largo, troppo a manca! In verità siete fuori forma.

MELACOTTA
Se lui non si fa sotto non farà mai la bisogna.

BOYET
S'io sono fuori forma, forse è in forma la vostra manina.

MELACOTTA
Certo, se spacca il chiodo, fa una bella spruzzatina.

MARIA
Via, via, parlate grasso, vi s'insudicia la bocca.

MELACOTTA
Col chiodo ci sa far troppo. Avanti, sfidatela a bocce.

BOYET
Temo troppi strofinamenti. Buona notte, mio buon allocco.


Escono Boyet e Maria.

MELACOTTA
All'anima mia! Un vero bifolco, uno zotico semplicione! Dio Gesù! Le donne ed io gli abbiamo dato una bella lezione! Affemìa! Che scherzi magnifici, che squisite finezze volgari, quando sborrano via così lisce, così oscene, così naturali. C'è poi l'Armado - ah quello! è un tipetto che l'è uno schianto! Dovreste vederlo far strada a una donna, e reggerle il ventaglio! O mandar baci sulla mano! E con che garbo ti scuoia i santi! E quel suo paggio dall'altro canto, che manciata di spiritosaggini! Ah, Dominiddio sia lodato, l'è un moschino così toccante!

 

Grida di dentro.

Oilà, al cervo, al cervo!

 

Esce.

 

 

atto quarto - scena seconda

 

Entrano Oloferne, Don Natalino e Intronato.


DON NATALINO
Svago degno d'assai rispetto, davvero, e svolto sotto l'egida d'una pretta coscienza.

OLOFERNE
Il cervo l'era, come sapete, d'ottimo sangue, sanguis, maturo come il pomo di paradiso, che ora pende come un gioiello dall'orecchia del coelum, cielo, firmamento, volta celeste, e tutt'a un tratto ti casca come mela sarvatica sovra la faccia di terra, suolo, terreno, globo terracqueo.

DON NATALINO
Davvero, mastro Oloferne, gli epiteti sono squisitamente variati, farina del sacco d'uno studioso per dire il meno; ma signor mio, io v'assicuro che si trattava d'un cervotto con le prime corna sul capo.

OLOFERNE
Haud credo, don Natalino.

INTRONATO
Gnornò che non era un alto redo, ma un cerbiatto d'anni dua.

OLOFERNE
O quanto mai barbara intrusione! Ma pure una sorta d'insinuazione, come può dirsi, in via, a mò di spiegazione, o come dire un modo di fàcere, di fare replicazione, o per dire meglio di ostentare, come si dice, di mostrare la sua propensione - secondo il suo modo indirozzato, disadorno, inesercitato, srifinito, diseducato, poco sfrondato oppure a dir meglio illetterato, o a dire ancor meglio incoltivato, di mutar di straforo il mio haud credo in un cervo cornuto.

INTRONATO
Io dissi che il cervo non era un alto grigio redo, ma solo un cerbiatto.

OLOFERNE
Candore a doppia cottura! Bis coctus!O tu mostro dell'ignoranza, come deforme ti mostri!

DON NATALINO
Ei mai si nutrì di leccalecca che da un libro sian sfornati. In altre parole come può dirsi, ei non ha mai magnato carta, mai bevuto inchiostro. Il suo comprendonio non è punto infarcito. È solo un animale, solo sensibile nelle sue parti più intronate.

E queste sterili piante ci son messe sott'occhio al fin che noi siam grati

- come siam noi di cuore e gusto - per i frutti a lui negati.

Come mai s'addirebbe a me stesso l'esser vano, indiscreto e babbione,

così mandarlo a scuola sarebbe voler istruire un coglione.

Ma omne bene, dico io, con quel vecchio Padre sapiente:

molti sopportano il brutto tempo,

che non amano affatto il vento.

INTRONATO
Voialtri dua gente libresca, sapete dirmi col vostro ingegno, chi alla nascita di Caino era d'un mese, che oggi non è più vecchio?

OLOFERNE
Dictynna, compare Intronato. Dictynna, compare mio.

INTRONATO
Cos'è sta Dictima?

DON NATALINO
È un nome di Febe, di Luna, insomma la luna.

OLOFERNE
La luna era vecchia d'un mese quando Adamo ne aveva non più,
e quando lui ebbe cent'anni ell'era d'un mese o poco più.
Pure se cambi i nomi ti funziona la mia allusione.

INTRONATO
Ma guarda un poco, l'è vero: cambio i nomi e ci è sempre la collusione.

OLOFERNE
Dio aiuti il tuo comprendonio! Ho detto: la mia allusione.

INTRONATO
Ed io ci dico che cambio i nomi, e c'è sempre la polluzione. Imperocché la luna non ha mai più d'un mese. E ci dico inoltre che l'era un cerbiatto quello che venne ucciso.

OLOFERNE
Don Natalino, ve la sentite d'udire un epitaffio estemporaneo sulla morte del cervo? E per far contento sto deficiente, chiamerò cerbiatto il cervo ucciso dalla Principessa.

DON NATALINO
Perge, buon maestro Oloferne, perge, purché abbiate la compiacenza di abrogare le scurrilità.

OLOFERNE
Io vorrò usare alquante volte l'allitterazione, la qual denota una vena scorrevole.
La principessa predace punse e prese un piacevole piccolo cervo;
qualcuno dice acerbo, e certo inacerbato dal dardo.
I cani fecer cagnara, e se stiracchi il cervo un cerbiatto salta dal cespo;
ma cervo, cervotto o cerbiatto, la gente comincia il chiasso.
Se il cervo raddoppia la C, ciò indica cervi cento,
e se ancor v'aggiungo una C, di cervi ne avrò dugento.

DON NATALINO
Ma guarda un po' che raro talento!

INTRONATO
Se sto talento vuol dire tallone, sto suo talento non merita altro che un bel colpo di tallone.

OLOFERNE
Questo mio è un dono di natura che ho, semplice semplice; è un folle spirito stravangante, pieno di forme, figure, profili, oggetti, idee, apprensioni, mozioni e revoluzioni. Codesti son generati nel ventricolo della memoria, nutriti nel grembo della pia mater, e sbrodolati al maturarsi dei tempi. Ma il dono funziona solo in quei che han l'ingegno affusolato, ed io ne dico mercé.

DON NATALINO
Messere mio, io ci dico mercé al Sommo Fattore che ci ha donato vossignoria, e similmente dorebbono fare i miei parrocchiani, dacché da vossia i lor figlioli sono bene istruiti, e le figliole si fanno pregne di scienza sotto di voi. Siete davvero un ottimo membro della comunità.

OLOFERNE
Mehercle! Se i loro figlioli han dell'ingegno, non gli mancherà nutrimento. E se le figliole ci sanno fare, potete contarci che glielo saprò inculcare. Ma vir sapit qui pauca loquitur. Un'anima femminina viene a trovarci.

Entrano Giachenetta con una lettera, e Melacotta.

GIACHENETTA
Dio vi dia il buondì, messere il curato.

OLOFERNE
Messere il curato fa rima con penetrato, e se qualcheduno andrebbe penetrato qua chi sarebbe?

MELACOTTA
Per le Maremme, sor maestro di scuola, quello che più assomiglia a un barilotto.

OLOFERNE
Penetrare un barilotto! Buona scintilla d'arguzia in una zolla di fango, degna di far da acciarino, e vera perla da porci. Mi compiaccio, l'è buona davvero.

GIACHENETTA
Messer curato, pregovi leggermi questa lettera qua. Me l'ha data Melacotta, e me la manda don Armado. Vi prego proprio con calore, leggétemela.

OLOFERNE
Fauste precor gelida quando pecus omne sub umbra ruminat... e via dicendo. Ah, vecchio buon Mantovano, io posso dire di te quel che dice il viatore di Venezia: Venezia, Venezia, chi non ti vede non ti prezia. Ah vecchio Mantovano! Vecchio Mantovano! Colui che non t'assapora ei non t'adora.

(Canta) Do, re, mi, sol, la, mi, fa.

Chiedo venia, messer curato, che contiene la epistola? O per meglio dire, come Orazio direbbe ne' sua ...ma come, all'anima mia, è in versi?

DON NATALINO
Messersì, e molto dotti.

OLOFERNE
Fate sentire una strofa, una stanza, un rigo. Lege, domine.

DON NATALINO (legge)
Se amor fammi spergiuro, come giurare amore?
Ah mai durò una fede che a beltà non si lega!
A me stesso spergiuro, ti do per sempre il cuore;
Quercia mi fu il mio giuro, per te giunco che piègasi.
Lo studio lascia i libri, de' tuoi occhi fa pagina,
in essi son le gioie tutte che l'arte abbraccia.
Se la mira è il sapere, saper te sola bàstami,
ben dotta è quella lingua che le tue lodi traccia.
Tutta ignorante è l'anima che in te non ha stupore,
e il mio merito è questo, ammirar le tue lande.
L'occhio ha il lampo di Giove, il tuono la tua voce,
ch'è musica e calore, se d'ira non vibrante.
Celeste come sei, perdonami la fiacchezza
nel cantar lode al cielo con sì mortal favella!

OLOFERNE
Se non fate sentire gli apostrofi, vi fate sfuggire il ritmo. Lasciate ch'io sopravveda la canzonetta.

Prende la lettera.

Qua va bene solo la metrica; ma in quanto all'eleganza, alla scorrevolezza, e alla soave cadenza del carme, caret. Ovidio Nasone, lui ci sapeva fare, e invero perché 'Nasone' se non perché sapeva fiutare i fiori odorosi della fantasia, gli scatti dell'invenzione? Imitari è nulla di nulla. Lo fa il cane col suo padrone, la scimia col suo guardiano, e il cavallo bardato col suo cavaliere. Ma dite, mia vergine damigella, è stato questo a voi indirizzato?

GIACHENETTA
Messersì, da un certo Mossier Birùn, ch'è l'uno dei signori della Regina forastiera.

OLOFERNE
Fatemi un po' vedere la sovrascritta.

(Legge) Alla nivea manina della stupenda madonna Rosalina. Io vo' scrutare di nuovo l'intendimento della missiva, onde precisare colui che scrive alla persona cui viene scritto: Il di Vossignoria in qualsivoglia servigio ch'ella mi possa chiedere, Berowne. Don Natalino, questo Birùn è uno di quei che han fatto voto col Re, e qui ha composta un'epistola ad una seguace della Regina forastiera, la quale missiva per accidente ovver nel corso del suo viaggio ha presa la via sbagliata. Trotterella, dolcezza mia, e consegna sta carta nelle regali mani del Re; può avere parecchia rilevanza. Non perdere tempo co' convenevoli, ti dispenso dall'obbligo. Adieu.

GIACHENETTA
Buon Melacotta, accompagnami tu. Monsignore, Dio vi tuteli la vita.

MELACOTTA
Eccomi tutto a te, forosetta mia.


Escono Melacotta e Giachenetta.

DON NATALINO
Monsignore, avete fatto sta cosa nel timore d'Iddio, da omo assai devoto. E come disse quel Padre...

OLOFERNE
Don Natalino, lasciamoli stare sti Padri, ch'io temo quei pennoncelli che ognuno dipinge a piacer suo. Ma per tornare a quei versi: davvero vi son piaciuti, don Natalino?

DON NATALINO
Ottimi veramente per la calligrafia.

OLOFERNE
Io vò a desinare oggi a casa del padre d'un certo scolare mio. Se prima del pasto voleste compiacervi di santificare la mensa con un deograzias, io in forza del privilegio di cui godo co' genitori del sovradetto naccherino o scolare, vi garantisco il benvenuto. E lì vi dimostrerò che quei versi son molto incolti, né insaporiti di poesia, né d'arguzia o invenzione. Onoratemi della vostra compagnia.

DON NATALINO
E ve ne dico mercé per giunta, dacché, come dice il testo, la compagnia è la felicità della vita.

OLOFERNE
E di sicuro il testo dice molto infallibilmente la parola decisiva. (A Intronato) Invito anche voi, messere; non mi direte di no. Pauca verba. Andiamo! I signori se la spassano a caccia, e pure noi ci piglieremo le nostre distrazioni.


Escono.

 

 

atto quarto - scena terza

 

Entra Berowne, solo, con un foglio in mano.

BEROWNE (legge)
Il Re va a caccia del cervo,
io di me stesso...
Hanno teso una rete; sono irretito in pégola - a insozzarmi di pece. "Insozzare" - che sporca parola! Bene, accòmodati pure, dolore, così mi si dice che ha detto quel buffone, e così dico io - il buffone che sono. Come logica non fa grinze, intelligentone! Per Domineddio, questo Amore è un pazzo furioso, come Aiace: ammazza le pecore, ammazza me. Sono una pecora. Un'altra prova di ferro a mio favore! Io non mi voglio prendere questa cotta, mi impicchino se lo fò! Per l'anima mia, non amerò. Ah, ma i suoi occhi! Per la luce del dì, non fosse per i suoi occhi non sarei mica innamorato - sì, per tutti e due i suoi occhi. Ecco, non fò altro al mondo che mentire, e mentire per la gola. Per il cielo, io amo, e l'amore m'ha insegnato a far le rime, e ad essere scorbacchiato; ed eccolo qua un bel saggio dei miei versi, ed eccola qua la mia depressione. Beh, uno dei miei sonetti lei l'ha già ricevuto. L'ha portato quel buzzurro, l'ha mandato un buffone, e la bella l'ha avuto; caro buzzurro, più caro buffone, carissima bellezza! Malnaggia, la cosa non mi darebbe il minimo pensiero se pure gli altri si trovassero impegolati. Ma guarda, ne arriva uno con un foglio in mano. Iddio gli faccia la grazia di farsi scappare una lagna!


Si nasconde.
Entra il Re con un foglio.

RE
Aimè!

BEROWNE
Beccato, per le messe! Procedi, dolce Cupido. L'hai urtato con la freccina sotto la mamma sinistra. Scommetto che adesso mi scoprirà i suoi altarini!

RE (legge)
Un bacio così dolce non manda il sole d'oro,
sorgendo, a quelle fresche gocciole sulle rose,
come i tuoi occhi, se i lor raggi irrorano
la rugiadosa notte che sul mio viso scorre.
Né la luna d'argento è di metà lucente
traverso il petto diafano dell'abisso marino,
come il tuo volto, quale nel pianto mio risplende:
tu brilli in ogni lacrima ch'io verso dal mio ciglio.
Come un cocchio ti porta ogni mia goccia.
Così in trionfo avanzi per tutta la mia doglia.
Guarda solo le lacrime che dentro mi si gonfiano:
attraverso il dolore mostreran la tua gloria.
Ma non amar te stessa: ché allora penserai
specchio il mio pianto, e ancora ne vorrai.
Regina di regine, quanto tu sia eccellente
né lingua potrà dirlo, né pensarlo una ment
e!
Ma come le fò sapere questi miei triboli? Getto per terra questo foglio. Celate la mia follia, o amiche foglie. Ma chi è che arriva?

 

Si nasconde.
Entra Longaville con parecchi fogli.

Ma guarda, Longaville, Longaville che legge! Orecchio mio, sta attento!

BEROWNE
Ecco, in copia conforme, un altro deficiente!

LONGAVILLE
Aimè, sono spergiuro!

BEROWNE
Difatti, arriva come lo spergiuro, con tutti i suoi cartelli.

RE
Stracotto, spero - compagno in frodo è gran consòlo!

BEROWNE
Un ubriaco ama un altro che si dice alzi il gomito.

LONGAVILLE
Sono io il primo ad essere in tal modo spergiuro?

BEROWNE
Consòlati, sei il terzo - ne son proprio sicuro. Completi il triunvirato, sei il tricorno della famiglia, e formi la forca d'amore che impicca la nostra idiozia.

LONGAVILLE
Sti rozzi versi, io temo, non han forza di commuovere.
(Legge) Dolcissima Maria, imperatrice del mio cuore!...

No, questi versi li strappo, e mi provo a scrivere prose.

 

Strappa un foglio.

BEROWNE
Attento, i versi a Cupido gli ricamano le uose; non sfigurargli la bottega.

LONGAVILLE (prende in mano un altro foglio)
Questo credo che possa andare.
(Legge)
Non fu degli occhi tuoi la divina loquela,
contro cui il mondo oppor non sa ragione,
a persuadermi il cuore a quest'offesa?
Ma un voto per te infranto non merita sanzione.
Giurai non amar donna, ma posso dimostrare
che, sendo tu una dea, contro te non giurai.
Terrestre fu il mio giuro, il tuo amor celestiale;
avendo la tua grazia, ogni offesa curai.
Un voto è solo un fiato, ed il fiato è un vapore;
e tu, bel sol che brilli sul mio suolo,
aspiri a rendi tua quella mia espirazione:
pur da me fatto, non è mio quel dolo.
S'io l'infrango, qual folle non è cotanto ardito
da rompere il suo voto per vincere un paradiso?

BEROWNE
Questo è l'idioma del fegato, che la carne umana indìa, e fa una dea d'una papera. Pura, pura idolatria. Dio ci corregga! Dio ci perdoni! Siamo proprio fuor di via.

Entra Dumaine con un foglio di carta.

LONGAVILLE
Con chi lo mando? Ma chi viene? Nascondiamoci, via.


Si nasconde.

BEROWNE
Tutti, tutti a nascondarella - è un vecchio gioco da bambini. Ed io me ne sto tra le stelle, come un essere semidivino, ad origliare i segreti di quei poveri disgraziati. Altri sacchi al mulino! O Dio, ciò che avevo sperato! Quattro beccacce in un piatto! Dumaine transfigurato!

DUMAINE
O divinissima Cate!

BEROWNE
O profanissimo idiota!

DUMAINE
Pel cielo, tu stupore d'uno sguardo mortale!

BEROWNE
Per la terra, tu menti, o erotico caporale!

DUMAINE
I suoi capelli ambrati fan sfigurare l'ambra.

BEROWNE
Sicuro, han visto volare una cornacchia gialla.

DUMAINE
È dritta come un cedro.

BEROWNE
Cala un poco, coraggio! Ha la gobba di sette mesi.

DUMAINE
È come un dì di maggio.

BEROWNE
Sì, qualche dì ch'è nuvolo, e il sole non appare.

DUMAINE
Potessi averla!

LONGAVILLE
Ed io la mia! In questo siamo pari.

RE
E avessi anch'io ciò che sogno, oh sì, buon Dio!

BEROWNE
Amen, se a me va bene! Non è un ottimo auspicio?

DUMAINE
Pure vorrei scordarmela, ma è una febbre che impazza nel sangue mio, ed esige rimembranza.

BEROWNE
Una febbre nel sangue? Allora un buon salasso e lei giù in bacinella. Bel malinteso, caspio!

DUMAINE
Rileggo ancora l'ode che le avevo dedicato.

BEROWNE
E noi constatiamo il fiasco del poeta innamorato.

DUMAINE (legge)
Un dì - ahimè qual dì, mal n'aggio! -
Amor, che sempre adora il maggio,
vide stupenda rosellina
trastullarsi all'aria lasciva.
Tra i suoi petali di velluto
scivola il vento non veduto;
e Amor che muore di gelosia
esser vorrebbe fiato dell'aria.
Aria, dice, tu puoi soffiare,
potess'io come te trionfare!
Aimè, con mano mia ho giurato
di non spiccarti mai dal ramo.
È un giuro avverso a giovinezza,
pronta ognora a spiccar dolcezza!
Non lo chiamare in me peccato,
s'io per te son spergiurato;
per te Giove giurerebbe
che Giunone è nera di pelle,
e negherebbe d'esser Giove,
facendosi uomo per il tuo amore.
Codesta sì gliela mando, con qualcosa di più chiaro,
che esprima il mio d'amor digiuno amaro.
Ah, magari Birùn, e Longaville e il Re
fossero cotti anche loro! Il loro precedente
torrebbe alla mia fronte immantinente
il marchio dello spergiuro. Infatti è chiaro
che dove ognuno è folle, nessuno fa peccato.


LONGAVILLE (facendosi avanti)
Dumaine, non c'è carità nella tua passione,
se desideri compagnia nelle tue grane d'amore.
Tu impallidisci, vedo, ma io sarei rosso, o bella,
se fossi udito e colto a fare sta pennichella.

RE (facendosi avanti)
Dovreste arrossire voi! Il vostro caso è uguale:
rimproverate lui e fate assai più male.
Voi non amate Maria! Il nostro amico è puro,
mai compilò sonetti per l'amor suo, lo giura,
né mai represse il battito del cuore
serrando il petto ansante a braccia in croce.
In questo cespo io m'ero defilato,
e, arrossendo per voi, v'ho tutt'e due osservati.
Ho udito i vostri versi colpevoli, le azioni
ho visto e i fiati ansanti, ho scoverta la vostra passione.
"Aimè!" dice uno: "O Giove!" strilla l'altro.
Uno: "Ha la chioma d'oro"; l'altro: "Ha i rai di cristallo!"
(A Longaville) Per avere il paradiso romperesti patto e giuro.
(A Dumaine) E Giove, per la tua bella, si sarebbe fatto spergiuro.
Che cosa dirà Birùn quando saprà che avete rotto il voto fatto con tanta solennità?
Come vi frusterà coi suoi lazzi di sfottimento!
E come trionferà, saltando di gioia e ridendo!
Per tutte le ricchezze che mai ho potuto vedere,
tutto questo io non vorrei che da me lo venisse a sapere.

BEROWNE (facendosi avanti)
Ora m'avanzo io per frustare l'ipocrisia.
Ah, prégoti perdonarmi, caro signore mio!
Ma per l'anima tua, con che faccia ardisci di farti avante
ad accusar questi vermi, che più di loro sei amante?
I tuoi occhi non sono cocchi; nelle tue goccioline
non si rispecchia mica una certa principessina.
Non vuoi fare lo spergiuro, non è cosa che si rispetti;
via, soltanto i giullari amano far sonetti!
Ma non ti vengogni? Anzi, tutti e tre voi bell'ingegni,
ma non vi vergognate d'aver tanto passato il segno?
Tu adocchi la sua pagliuzza, il Re la vostra adocchia,
ma io veggo una trave in ciascuno de' vostri occhi.
Ah che scena di folli ho mai dovuto vedere!
Sospiri, lagne, grida d'aiuto, affliggimenti, pene!
Oh con che gran pazienza sono stato
a vedere che in zanzara un Re s'è straformato!
Ercole magno che frusta la trottolina,
Salomone il gran saggio che t'intona una canzoncina,
Nestore che giocherella coi mocciosi alle noccioline,
e il censorio Timone che ride a battute cretine!
Dov'è la tua bua, dimmelo Dumenino, dov'è?
E piccolo Longaville, dov'è che duole, dov'è?
Dov'è la bua del mio sovrano? Dovunque, in tutto il petto.
Portate un poncino caldo!

RE
Birùn, troppo amaro è il tuo scherzo.
Allora tu ci hai traditi facendoci la spia?

BEROWNE
Non voi traditi da me, tradito da voi son io.
Io che son omo onesto, io che reputo un peccato
rompere un giuramento in cui mi sono impegnato,
io mi sento tradito già nel fare comunanza
con persone come voi, uomini d'incostanza.
Quando mai mi troverete a scrivere un rigo in verso?
O a gemere per una Gianna? O a sprecare un minuto di tempo
a fare il pavone? Quando mai mi sentirete lodare
mano o piede, sguardo o faccia, o modo di camminare,
o gesto, o fronte, o seno, o un vitino o una gambetta
o che so io...

RE
Piano! Dove vai così di fretta? È un omo onesto o un ladro che si squaglia così al galoppo?

BEROWNE
Scappo via dall'amore. Caro amante, non farmi intoppo.

Entrano Giachenetta con una lettera, e Melacotta.

GIACHENETTA
Iddio feliciti il Re!

RE
Bella mia, che dono mi rechi?

MELACOTTA
Un tradimento assicurato.

RE
E chi vuole tradirci, qui?

MELACOTTA
Nessuno di fatto, sire.

RE
Allora nessuno può farci male, e voi e il tradimento potete andarvene in pace.

GIACHENETTA
Io scongiuro vostra grazia di far leggere questa lettera. Ci è dentro un tradimento, dice il curato che la sospetta.

RE
Birùn, leggila dunque.


Berowne legge la lettera.

A te chi te l'ha data?

GIACHENETTA
È stato lui, Melacotta.

RE
E a te chi te l'ha data?

MELACOTTA
Il Dan Armando, Dan Armadio, sire, Dan Agramante.


Berowne straccia la lettera.

RE
Ehi, che mattana ti prende? Perché me l'hai stracciata?

BEROWNE
Sciocchezze, sire, sciocchezze. Non c'è rischio per vostra grazia.

LONGAVILLE
La lettera l'ha sconvolto, ed è bene che la si senta.

DUMAINE (ne raccoglie i pezzi)
È di mano di Birùn, qua c'è il nome chiaramente.

BEROWNE (A Melacotta)
Ah, sei nato per svergognarmi, figlio di troia, deficiente! Sono colpevole, sono colpevole! Monsignore, lo confesso!

RE
Ma cosa confessi?

BEROWNE
A voi tre folli, per fare il tavolo, mancava un folle, me stesso. Lui, lui, e voi - voi mio signore - ed io per finire, siamo ladruncoli in amore, e meritiamo di morire. Sù mandate via questa gente, dirò di più del fatto.

DUMAINE
Ora il numero è pari.

BEROWNE
Vero, vero, siamo in quattro. Se ne andranno ste tortorelle?

RE
Sù, andate via, signori!

MELACOTTA
Vada via la brava gente, e rimangano i traditori.


Escono Melacotta e Giachenetta.

BEROWNE
Cari signori miei, miei cari amanti, abbracciamoci, via. Siamo tanto corretti come può esserlo gente di carne e sangue. Il mare si gonfia e sgonfia, il cielo ha molti aspetti, il sangue giovane non rispetta le ordinanze dei vecchi. Opporci non possiamo alla causa per cui siam nati; in ogni caso perciò quei giuramenti li avremmo violati.

RE
Ma allora questi frammenti rivelavano un tuo amore?

BEROWNE
"Rivelavano", dite? Ma chi può guardare il sole di Rosalina e non, come un selvaggio rozzo dell'India al primo sfolgorare del sontuoso Oriente, chinare i rai vassalli, baciando il vile suolo col suo petto adorante? Quale sguardo spavaldo dalla vista aquilina osa fissare il cielo del suo ciglio senz'essere accecato dal suo volto divino?

RE
Che frenesia, che foga ora ti piglia? L'amor mio, sua signora, è una graziosa luna, lei una stella satellite, che poca luce effonde.

BEROWNE
Questi occhi non son occhi, dunque, né io Birùn. Oh, non fosse per lei, il dì sarebbe notte! Gl'incarnati, tra tutti, di più sovranità, s'incontrano alla festa delle sue guance rosa, dove più pregi fanno un'unica dignità, e nulla manca che la voglia voglia. A me le infiorature di tutte le lingue nobili. Via, dipinta retorica! Oh lei non ne ha bisogno! La lingua del mercante lodi pur la sua roba: lei stravince ogni lode; poco lodare insozza. Un eremita stento, da cento inverni logorato, metà ne scrollerebbe fisso alla sua pupilla. Beltà rinnova un vecchio, quasi fosse rinato, e dà al volto l'infanzia della culla. Oh lei è un bel sole che fa tutto bello!

RE
Ma perdio, la tua bella è nera come l'ebano!

BEROWNE
L'ebano è come lei? O rarissimo legno!
Moglie di tal fattura sarebbe felicità!
Via, chi riceve un giuro? La Bibbia dove sta?
Vi giuro che beltà difetta di beltà
se non impara dalla sua pupilla:
se non è così buio, un viso non è bello.

RE
O paradosso! Il nero è l'emblema dell'inferno, il color delle carceri, la scuola della notte; il cimiero del bello tocca invece a un bel cielo.

BEROWNE
Il diavol tenta meglio se ha di luce le forme. Ah, se pur la sua fronte s'è vestita di nero, è in lutto pei belletti e le chiome fasulle, che adescano gli amanti col loro finto aspetto, ed ella è nata per far bello il nero. Il suo volto rinnova la moda del suo secolo, ché il rosso naturale ora è stimato finto; oramai se un bel rosso vuole evitar discredito, si dipinga di nero, imitando il suo viso.

DUMAINE
Ma sì, per somigliarle è nero lo spazzacamino.

LONGAVILLE
Da che c'è lei, si stimano fulgidi i carbonari.

RE
Certo, e gli etiopi vantano il proprio colorito.

DUMAINE
Al buio non più candele, luce e buio sono uguali.

BEROWNE
Piove? Le vostre amate non mettano fuori il naso, temendo che i colori vengan lavati via.

RE
Birùn, per dirla tonda, la tua dovrebbe farlo, o trovo un viso sporco più bello stamattina.

BEROWNE
Vi proverò che è bella, o starò qui a parlare sino al dì del giudizio universale.

RE
Allora non vedrai diavol di lei più orribile.

DUMAINE
Mai visto un uomo avere più cara cosa vile!

LONGAVILLE
Guarda, è qui la tua bella. (Gli mostra una scarpa) Somiglia alla mia scarpa.

BEROWNE
Se fossero lastricate co' tuoi occhi le strade, sarebbe troppo fine per pestarle il suo piede.

DUMAINE
Oh, vile! Ciò che trovasi più in su delle sue gambe la strada lo vedrebbe mentre sopra le incede.

RE
Ma perché accapigliarsi? Non siam tutti in amore?

BEROWNE
Ah, nulla di più certo, quindi tutti spergiuri.

RE
Allora basta chiacchiere. E, buon Birùn, tu provaci questi amori legittimi, intatti i nostri giuri.

DUMAINE
Sì perdio, alle magagne un qualche abbellimento!

LONGAVILLE
Un qualche precedente per sapere che cosa fare! Qualche trucco o cavillo che il diavolo può truffare!

DUMAINE
Un decotto per lo spergiuro.

BEROWNE
È più che necessario. Ecco dunque, soldati dell'amore! Considerate quello che in prima s'è promesso: digiunare, studiare, non vedere il bel sesso: questo è un vero tradire la gioventù sovrana. Potete digiunare? Troppo giovani sono le pance, e l'astinenza genera malattie. Oh, abbiamo fatto il voto di studiare, signori, e con quel voto rinnegato i libri: perché quando mai voi, e voi, e voi signore, avreste potuto inventare, in plumbea meditazione, versi così infuocati come quelli che suggeriscono, arricchendovi, gli occhi tutori della beltà? Altre arti più lente invadono i comprendoni, e dipoi, praticate da sterili sgobboni, danno un magro raccolto per le loro fatiche; ma l'amore, imparato dagli occhi d'una donna non vive solo chiuso nel cervello, ma col moto di tutti gli elementi scorre in ogni funzione, ratto come il pensiero, ed a ciascuna apporta doppia forza oltre la sua natura, oltre le sue mansioni. Aggiunge all'occhio una virtù preziosa: accecano le aquile gli sguardi innamorati. Orecchio innamorato avverte il più sommesso rumore, quando cessa il sospetto d'un ladrone. Il tatto dell'amore è più lieve e squisito delle tenere antenne di chiocciola ingusciata. Lingua d'amore mostra che Bacco il raffinato ha gusti rozzi; quanto al suo valore, non è l'Amore un Ercole, ognissempre proteso a spiccare dal ramo i pomi delle Esperidi?
Astuto come Sfinge; melodioso come il liuto d'Apollo, le cui corde on suoi capelli. E quando Amore parla,  la voce degli dei tutti fa ebbro il cielo con la sua melodia. Giammai osò poeta toccar stilo per scrivere sinché l'inchiostro suo non fosse temperato co' sospiri d'amore.
Ma oh, allora i suoi versi solevano incantare gli orecchi de' selvaggi, ed impiantare ne' cuori dei tiranni una mite umiltà. Dagli occhi delle donne traggo questa dottrina: del fuoco di Prometeo essi scintillan sempre; son essi i libri, le arti, le accademie che mostrano, contengono, nutrono il mondo intero; fuor d'essi non può eccellere nessuno. Pazzi allora voi foste a rinnegare le donne, e voi sareste pazzi ancora a mantenere i voti su cui avete giurato. Per amor di saggezza, parola a tutti cara, per amor dell'amore, cui tutti sono cari, per amore degli uomini che queste donne han fatto, o delle donne, che fan tali gli uomini, per una sola volta a quei voti manchiamo, per ritrovar noi stessi, o noi stessi perdiamo per mantenere i voti. È religione esser così spergiuri, dacché la carità ubbidisce essa stessa a una legge divina, e chi può separare amor da carità?

RE
Per San Cupido, allora! Soldati miei, alla lotta!

BEROWNE
Drizzate gli stendardi, signori, ed attacchiamole! Alla rinfusa, addosso! Però, nell'avvinghiarle, cercate di averne un pupo, mi raccomando.

LONGAVILLE
Andiamo all'osso, via, ché questo lo sappiamo. Di corteggiar le belle di Francia decidiamo?

RE
Sì, e di farcele! Dunque, escogitiamo qualche spasso per loro, nei loro padiglioni.

BEROWNE
Anzitutto, dal parco le scortiamo verso le loro tende, e per la via ciascheduno s'afferri la manina della sua bella. Poi, nel pomeriggio, vorremo divertirle con qualche strano spasso, quel che si può inventare nel poco tempo rimasto; ché feste, danze, maschere, ore allegre precedono l'amore, di fior la via spargendone.

RE
Andiamo dunque, andiamo! Non lesiniamo tempo se ci occorre e se serve al nostro intento.

BEROWNE
Allons! Allons!


Escono il Re, Longaville e Dumaine.

Non coglie grano chi semina loglio, e la giustizia gira sempre in maniera eguale. Ste civettuole posson risultare peggio che peste per chi ha rotto un voto; e se è così, con il nostro danaro avremo solo quel che meritiamo.

 

Esce.

 

Indice Teatro

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Pene d'amor perdute

(“Love’s Labour’s Lost” 1593 - 1596)

 

atto quinto - scena PRIMA

 

Entrano Oloferne, Don Natalino e Intronato.


OLOFERNE
Satis quod sufficit.

DON NATALINO
Io ringrazio Iddio che a noi v'ha dato, maestro. I vostri ragionamenti a colazione sono stati aguti e sentenziosi, piacevoli senza scurrilità, spiritosi senza affettazione, audaci senz'impudenza, colti senza spocchia alcuna, e nuovi senz'eresia. Ho conversato sto quondam dì con un compagno del Re, ch'è intitolato, vocato ovver chiamato Don Adriano de Armado.

OLOFERNE
Novi hominem tanquam te. Il suo umore è altezzoso, il suo parlar perentorio, la sua lingua levigata, il suo oculo ambizioso, il suo passo maestoso, e tutto il suo fare vanitoso, ridicolo e da vantone. Un tipo troppo schizzinoso, tropo eccentrico, troppo prezioso, troppo spocchioso o come può dirsi, troppo imperegrinato, se così posso dire.

DON NATALINO
Epiteto ben eletto e più che mai singolare. Tira fuori il suo calepino.

 

OLOFERNE
Ei mi dipana il filo della sua verbosità più fine che la matassa del suo argomento. Io aborro questi fanatici stravaganti, questi compagni insocievoli e pedantesco-precisi, questi martoriatori d'ortografia, che ti dicono "dubio" cum una sola b, quando dovrebboro dire "dubbio","debbito" quando dovrebbero pronunciare "debito" - d,e,b,i,t,o, e non d,e,b,b,i,t,o. Un vitellino ei te lo voca "vittelino", mezzo "mezo", un vicino vocatur "v-cino", e nitrire l'abbrevia "nire". Ora questo l'è abominabile, che lui sfiaterebbe "abbominevole". E ciò insinua in me l'insania. Ne intelligis, domine? Far frenetico, far lunatico.

DON NATALINO
Laus Deo, bone intelligo.

OLOFERNE
Bone? "Bone" per "bene"! Prisciano un po' scorticato; ma passi.

Entrano Armado, Bruscolino e Melacotta.

DON NATALINO
Videsne quis venit?

OLOFERNE
Video et gaudeo.


ARMADO
Valète!

OLOFERNE
Quare "valète" e non "salvète"?

ARMADO
Uomini di pace, Iddio vi salvi.

OLOFERNE
Uomo di guerra, i miei saluti.

BRUSCOLINO (a Melacotta)
Sono stati ad una gran festa delle lingue ed hanno rubato gli avanzi.

 

MELACOTTA (a Bruscolino)
Uh, questi l'è una vita che campano dei rimasugli di parole dal paniere della limosina. Mi fa specie che il tuo principale non t'abbia ancora scambiato per una parola e pappato, visto che sei più corto di tutta la zucca di honorificabilitudinitatibus. Ti s'ingolla meglio d'un chicco passito nella fiamma del rum.

BRUSCOLINO
Zitto! Ché qui comincia la scampanata.

ARMADO (a Oloferne)
Monsieur, voi siete un uomo letterato, nevvero?

BRUSCOLINO
Altro che! Insegna ai ragazzini l'abbeccedario foderato di corno. Ditemi un po' cosa sono a e b letti a rovescio col corno in capo?

OLOFERNE
Ba, pueritia, aggiungendo un paio di corna.

BRUSCOLINO
Ba, tu stupidissima pecora con le corna. Lo senti che pozzo di scienza!

OLOFERNE
Quis, quis, consonante che non sei altro?

BRUSCOLINO
Voi siete l'ultima delle cinque vocali, con davanti la t. Ed io la terza e la quarta.

OLOFERNE
Aspetta che me le ricordi: a,e,i,o,u.

BRUSCOLINO
Pecorone sei solo tu. E a rovescio: u,o,i,e,a - il caprone eccolo qua!

ARMADO
Ma guarda, per l'onda salata del Mediterraneum, che tocco fine, che affondo fulmineo d'arguzia! Zic, zac, zàcchete ed è toccato! Mi rallegra l'intelletto. Questo sì che l'è spirito!

BRUSCOLINO
Sì, offerto da un ragazzino a un vecchio becco pappataci.

OLOFERNE
Ma che domine dite? L'idea qual è?

BRUSCOLINO
Sempre le corna.

OLOFERNE
Ma stai zitto, tu mi ragioni come un bebé. Va' a frustare la trottola, va'.

BRUSCOLINO
Prestratemi le corna per farmene una, farò girare la vostra ignominia manu cita. Una trottola di corno di becco!

MELACOTTA
Ah, ah, se avessi un solo quattrino a sto mondo, te lo darei per comperarti il pan pepato. Tieni qua, questa l'è propria la remunerazione che ho avuto dal mio padrone, tu borsellino di spiritosaggine, ovettino di discernimento. Ah, se fusse piaciuto ai superni che tu fussi il mio bastardello, non dico di più, che padre pieno di gioia faresti di me! Ma va' che sei pieno di spirito fino alla punta dell'inguine, come ci dicono quei che san parlare latino.

OLOFERNE
Ahi, sento puzza di latino fasullo! "All'inguine" per ad unguem.

ARMADO
Uomo d'arti, preambula meco. Ci insingoleremo dai barbari. Non siete voi ch'istruite la gioventù nel convitto lassuso in cima al monte?

OLOFERNE
Diciamo mons, collina.

ARMADO
Oh, quanto al monte fate come vi garba.

OLOFERNE
Son io quel desso, sans question.

ARMADO
Signore mio, è del sovrano più che soave piacere e intendimento visitare la Principessa nel di lei padiglione nei posteriori di questo dì, che la moltitudine rozza appella il pomeriggio.

OLOFERNE
Il posteriore del dì, generosissimo mio signore, è locuzione ben appropriata, congrua e convenevole per il meriggio. Il motto è scelto bene, ben azzeccato, melodioso ed atto, io ve ne fò sicuro, signore mio, ve ne fò sicuro.

ARMADO
Signore mio, il Re l'è un nobile gentiluomo e un mio intimo, io ve ne fò sicuro, un mio buonissimo amico. Per ciò che riguarda quel che fra noi è intrinseco, sorvoliamo - io te ne scongiuro, riponi in testa il cappello, te ne scongiuro, copriti il capo. Ed infra le tante impellenti e molto serie faccende, e di gran peso davvero - ma sorvoliamo. Dacchè vo' dirti che l'è piacimento della sua grazia, per quanto l'è vero il mondo, tal fiata d'appoggiarsi alla mia umile spalla, e col dito regale giocherellare, così, con le pilose escrescenze, vuoi col mio mustacchio - ma sorvoliamo, o mio carissimo. Per quant'è vero il mondo, io non vi conto favole! Anzi, taluni onori speciali si compiace la sua maestà di conferire ad Armado, sendo costui soldato e viatore che ha ben veduto il mondo - ma sorvoliamo. La vera somma di tutto questo - ma carissimo mio, imploro la massima discrezione! - è che il Re vorrebbe ch'io offerissi alla Principessa - la dolce pollastrina! - una qualche spassosa esibizione, ostentazione, spettacolo, pantomima o grottesca co' fuochi d'artifizio. Ora, dacché mi risulta che il curato qui e voi stesso - uomo delizioso! - siete ben atti a codeste eruzioni ed improvvisate vomizioni di spasso, come posso dire, io ve n'ho messi a parte, al fine di sollecitare la vostra assistenza.

OLOFERNE
Signore, dinnanzi a lei io vi suggerisco di presentare i Nove Uomini Magni. Don Natalino qui, dacché di tratta d'intrattenere per qualche tempo, di recitare qualcosa nel posteriore di questo dì, da mettere sù con la nostra assistenza per comando del Re, e con codesto galante, illustrissimo e colto gentiluomo, dinnanzi alla Principessa - dico, niuno di voi è più atto a presentare codesti chiarissimi Nove.

DON NATALINO
Ma dove mai li andate a pescare degli uomini tanto magni da impersonare quei Magni?

OLOFERNE
Giosuè lo fate voi stesso; questo nobile gentiluomo farà Giuda il Maccabeo; quest'uomo de' campi, visto che ha membra e giunture magne, andrà bene per Pompeo il Magno; il paggio sarà Ercole...

ARMADO
Un momento, maestro: errore! Costui non ha ciccia abbastanza per fare il ditone del piè di quel Magno! Non ha sostanza sufficiente per il culone della sua clava.

OLOFERNE
Volete stare un po' a sentirmi? Costui sarà Ercole minorenne. Entrerà ed uscirà strangolando una serpe; e al proposito io ci apporrò due paroline d'apologia.

BRUSCOLINO
Trovata magna! Così se qualcuno del pubblico fischia, voi ci potete gridare "Forza, forza Ercolino! Schiacciala questa serpe!" Codesto l'è il vero modo di far garbato uno sgarbo, ma pochi hanno il garbo di farlo.

ARMADO
E per il resto dei Nove Magni?

OLOFERNE
Io stesso ne interpreto tre.

BRUSCOLINO
Tridegno Magno!

ARMADO
Vi posso dire una cosa?

OLOFERNE
Siamo tutti orecchi.

ARMADO
Se questo non fa colpo gli serviremo una pantomima. Vi prego, venitemi appresso.

OLOFERNE
Suvvia, compare Intronato! In tutto questo tempo non hai detto una sola parola.

INTRONATO
Nossignore, e nemmanco ne ho capita nessuna.

OLOFERNE
Allons! Pure per te troviamo una particina.

INTRONATO
Capo, farò una parte in un balletto o roba del genere. Oppure ci posso suonare il tamburello ai Nove Magni, per farci ballare il trescone.

OLOFERNE
Onesto Intronato, l'idea è davvero intronata! Andiamo a preparare lo spasso, oh va'!

 

Escono.

 

 

atto quinto - scena SECONDA

 

Entrano la Principessa, Rosalina, Maria e Caterina.


PRINCIPESSA
Qui, care mie, diventeremo ricche prima della partenza, se i regali ci fioccano addosso in tanta quantità. Una damina cinta da muri di diamanti! Guardate cosa mi manda il mio Re innamorato.

ROSALINA
Non è giunto nient'altro, signora, insieme a questo?

PRINCIPESSA
Nient'altro insieme a questo? Sì, tanto amore in versi quanto si può stiparne in un foglio di carta, scritto su due facciate, margini e tutto il resto, sicché il sigillo copre il nome di Cupido.

ROSALINA
Così il deuccio cresce nutrito di ceralacca, mentre era stato bimbo cinquemil'anni e passa.

CATERINA
Sicuro, ed un furbone, un pendaglio da forca.

ROSALINA
Non gli sarai mai amica; t'uccise la sorella.

CATERINA
Sì, me la rese afflitta, pensosa e malinconica sino a farla morire. Fosse stata leggera come te, col tuo temperamento così gaio, frizzante e spiritato, prima che se n'andasse sarebbe stata nonna. Come farai tu, forse, un cuore allegro campa cent'anni.

ROSALINA
Ma che significato oscuro, topolino, dài al termine leggero?

CATERINA
Leggero come luce in avvenenza oscura.

ROSALINA
Per scoprire il tuo senso ci abbisogna più luce.

CATERINA
Rovinerai la luce se smoccoli la candela. Quindi, meglio finire il mio discorso al buio.

ROSALINA
Attenta a ciò che fai, lo fai sempre nel buio.

CATERINA
Al contrario di te, leggera come la luce.

ROSALINA
Ti dessi peso, certo, peseresti più tu.

CATERINA
Non mi dài peso? Allora non ti curi di me!

ROSALINA
Per te non c'è più cura, quindi non me ne curo.

PRINCIPESSA
E brave! La partita l'avete ben giocata. Ma anche tu, Rosalina, hai cosa da mostrarci... Cos'è? Chi te la manda?

ROSALINA
Provate a indovinarlo. Se la mia faccia fosse bella come la vostra, avrei altro da mostrare. È qui la prova! Ma versi ne ho anch'io, grazie a Birùn. Il metro è giusto; lo fosse il giudizio sarei la dea più bella sulla terra. Da sola valgo, dice, ventimila bellezze. Oh, m'ha fatto il ritratto in questa lettera!

PRINCIPESSA
E t'assomiglia?

ROSALINA
Per com'è scritto, molto, per niente nella lode.

PRINCIPESSA
Bella come l'inchiostro: ottima conclusione.

CATERINA
Bella come la grande B nel mio manuale.

ROSALINA
Lasciamo stare i pennelli, eh! Se devo schiattare, non resterò con te in debito di baie, mia rossa domenicale, mia lettera indorata. Oh, se quella tua faccia non fosse butterata!

PRINCIPESSA
Tu sei peggio del vaiolo! E io detesto le linguacce. Ma dicci un po', Caterina, cos'è che t'ha mandato il tuo bello, Dumaine?

CATERINA
Signora, questo guanto.

PRINCIPESSA
Ne avrà mandati due!

CATERINA
Sicuro, e per buon peso qualche migliaio di versi d'un uomo tutto preso, una prova mostruosa d'ipocrisia; versi malfatti, densi, ma solo d'idiozia.

MARIA
Questa lettera e queste perle me le manda Longaville. La lettera è troppo lunga almeno di mezzo miglio.

PRINCIPESSA
È così. Non vorresti, nel profondo dell'anima,la lettera più corta e più lunga la collana?

MARIA
Certo, o mai più da questa mi si sciolgano le mani!

PRINCIPESSA
Siamo sagge a schernire così gl'innamorati.

ROSALINA
Tanto più pazzi loro a far doni per essere beffati.
Io Birùn, prima d'andarmene, vo' vederlo torturato.
Ah fossi certa d'averlo saldamente intrappolato!
Ve lo farei strisciare, implorare ben umiliato,
aspettare che il tempo cambi, e menare il suo can per l'aia,
e sprecare il suo prodigo ingegno in queste inutili baie,
e piegare i suoi servizi totalmente ai miei capricci,
e contentarsi di farmi contenta di sfotterlo co' miei frizzi!
Come chi ha la carta che vince, dominerei ogni suo atto,
egli sarebbe il mio pagliaccio, e io sarei il suo fato.

PRINCIPESSA
Nessuno è preda più certa, una volta abbindolato,
d'un uomo di mente fina ch'è ridotto a fare il matto.
Covata dalla saggezza la follia
ha l'aiuto dell'istruzione, della scienza la garanzia,
e l'arguzia aggiunge grazia alla colta sua pazzia.

ROSALINA
Vero, il sangue giovane non brucia con tanto eccesso come quello d'un uomo fatto che si piega al gioco de' sensi.

MARIA
Sì, la follia de' folli non ha stigma così forte come quella d'un uomo saggio se il suo senno gli perde colpi, perché quest'ultima, vedete, mette tutta la sua energia a dimostrarvi con l'ingegno il valore della follia.

Entra Boyet.

PRINCIPESSA
Ecco arrivare Boyet, la faccia tutta allegra.

BOYET
Ah, io schiatto dal ridere! Dov'è la Principessa?

PRINCIPESSA
Che c'è, Boyet?

BOYET
All'erta, signora mia, all'erta! All'armi, ragazze, all'armi! Si trama un vero assalto contro la vostra pace. S'avvicina l'Amore in maschera, armato di parlantina. Vuole prendervi di sorpresa. Chiamate a raccolta l'ingegno, preparatevi alla difesa, o celate le teste da vili e scappate da qui alla svelta.

PRINCIPESSA
San Dionigi contro Cupido! Chi sarebbero sti signori che ci attaccano con il fiato? Parla, parla, esploratore.

BOYET
Sotto la fresca ombrìa d'un sicomoro volevo appisolarmi una mezz'ora, quand'ecco, a disturbarmi il pisolino, verso quell'ombra, vedo, s'avvicinano il Re e i suoi compagni! Di soppiatto a un cespuglio lì accanto io striscio come un gatto, e lì vi origlio ciò che qui sentite: saranno qui a momenti, travestiti. Il loro araldo è un furfantel di paggio che già ben a memoria ha imparato il messaggio. Gesti e accenti laggiù gli hanno insegnati: "Devi parlar così", "fare gesti garbati". Poi gli veniva il dubbio, così di tratto in tratto, che la vostra presenza potesse scorbacchiarlo; "Perché", diceva il Re, "è un angelo che vedrai, ma tu non aver paura, parlale franco assai".   il moccioso rispose: "Un angelo non fa male, invece l'avrei temuta se fosse stata un diavolo". Al che ridono tutti, gli dan pacche sulle spalle, e quel briccone sfacciato lo fan più rompiballe. Uno si gratta il gomito, così, e ghigna e giura che un discorso migliore non s'è udito, è sicuro! Un altro fa schioccare l'indice e il dito grosso, grida: "Via, lo faremo, comunque vada la cosa!" Il terzo fa un saltello, esclama "Va tutto bene!" e il quarto piroetta e ruzzola per le terre. Al che tutti quant'insieme si rotolano sull'erba con risa così profonde e così fervide, che in quest'accesso di risa saltan fuori, a frenar la follia, cupe lacrime di passione.

PRINCIPESSA
Ma di', dimmi, verranno a visitarci?

BOYET
Verranno sì, e perciò sono addobbati da moscoviti o russi, crederei. Lo scopo è di trattare con voi, farvi la corte, ballare, e poi ciascuno farà dichiarazione alla bella, che riconosceranno dai doni differenti che a ciascheduna han fatto.

PRINCIPESSA
Ah, faranno così dunque? Sti damerini li metteremo a prova, perché, signore mie, ciascheduna di noi sarà ben mascherata, e nessuno di loro avrà la grazia di vederci nel viso, per quanto preghi o faccia. Piglia qua, Rosalina, porta questa collana, il Re ti farà la corte invece che alla sua cara. E tu piglia questo e dammi il tuo, carina, Birùn ti scambierà per Rosalina. Voi pure, scambiate i regali; così gl'innamorati corteggeranno a vanvera, traditi da questi scambi.

ROSALINA
Sù allora, mettiamo i doni bene in mostra.

CATERINA
Ma qual è negli scambi l'idea vostra?

PRINCIPESSA
La mia intenzione è quella di contrastar la loro. Se vogliono divertirsi e metterci in burletta, ciò che voglio è soltanto pagar beffa per beffa. Ognuno espettorerà il suo vario segreto alla bella sbagliata, e per ciò sarà beffato la prima volta che li rivedremo a viso aperto, prima del commiato.

ROSALINA
E se c'invitano a danza, balleremo?

PRINCIPESSA
Nemmanco a morire, ragazze, i piedi non muoveremo; e non faremo grazia al discorso che han preparato, ognuna volti le spalle mentre viene pronunciato.

BOYET
Suvvia, un tale disprezzo disanima l'oratore e divorzia la sua memoria dalla parte che deve fare.

PRINCIPESSA
È proprio ciò che voglio, e non dubito un momentino che il resto non si fa avanti, se facciamo fuori il primo. Non c'è scherzo migliore d'uno scherzo rintuzzato da uno scherzo far nostro il loro, e il nostro, nostro soltanto. Così ci saremo beffate della beffa che han preparata: venuti per burlare, se ne andranno via burlati.


Suona una tromba.

BOYET
La tromba! Sù le maschere! Arrivano i mascherati.

Entrano dei mori che suonano degli strumenti, Bruscolino col suo discorso scritto, il Re e gli altri baroni travestiti da russie in maschera.

BRUSCOLINO
Salve a voi, le più belle bellezze della terra!

BOYET
Beh, non più belle che le mascherine di seta.

BRUSCOLINO
Manciata sacrosanta delle più venuste dame...


(Le ragazze gli voltano le spalle.)


che mai volsero... schiene... ad occhi umani!

BEROWNE
Ma che dici, mascalzone! "Occhi, volsero gli occhi"!

BRUSCOLINO
Che mai volsero gli occhi a viste umane! Fuori...

BOYET
Proprio così, fatto fuori!

BRUSCOLINO
Fuori dagli occhi vostri, o spiriti celestiali, degnate di non versare...

BEROWNE
"Di versare", gran figlio di puttana!

BRUSCOLINO
Di versare almeno per una fiata i vostri rai... sì, i vostri rai solari...

BOYET
Quest'epiteto a loro non va guari. Faresti meglio a dire "rai lunari".

BRUSCOLINO
Non m'ascoltano affatto, e il fatto m'indispone.

BEROWNE
È questa la tua bravura? Ma vattene via, cialtrone!
Bruscolino se ne va.

ROSALINA
Cosa voglion sti forastieri? Boyet, chiedete loro. Se parlano la nostra lingua, gradiremmo che uno che si capisca ci spieghi francamente i loro scopi. Cercate di sapere cosa vogliono insomma.

BOYET
Insomma cosa volete da questa Principessa?

BEROWNE
Pace, solamente, e un gentile riscontro.

ROSALINA
Che dice, cosa vogliono?

BOYET
Nient'altro che la pace e un gentile riscontro.

ROSALINA
Ma questo l'hanno già, e possono andare in pace.

BOYET
Dice che già l'avete, e dunque potete andarvene.

RE
Dille che molte miglia abbiamo misurato per fare con lei un ballo, qui sopra questo prato.

BOYET
Dicon che molte miglia han misurato per fare con voi una danza, qui sul prato.

ROSALINA
Ne dubito. Chiedetegli quanti pollici ci sono in un solo miglio. Se ne han contati tanti, per loro è facile dirlo: i pollici sono quanti?

BOYET
Se per venire qui avete contate le miglia, e tante, la Principessa chiede di dirle quanti pollici fanno un solo miglio.

BEROWNE
Ditele: le contiamo a passi affaticati.

BOYET
Vi può sentire lei stessa.

ROSALINA
Quanti passi affaticati di tante stanche miglia che avete attraversato ci sono nel percorso di un miglio, un miglio solo?

BEROWNE
Ciò che facciam per voi non lo contiamo mica. La nostra devozione è sì ricca e infinita che ve la offriamo ognora senza fare di conto. Mostrateci la luce solare del vostro volto, perché noi la si adori come gente selvaggia.

ROSALINA
Il mio volto è una luna, ed è rannuvolata.

RE
Beate nubi, che fanno ciò che codeste fanno. Vogliate, ardente luna, brillar con queste stelle, rimosse quelle nubi, sui nostri rai piangenti.

ROSALINA
Chiedi assai più di questo, o stolto postulante! Ora chiedi soltanto chiar di luna sul mare.

RE
Allora di quel ballo concedimi solo un giro. Tu mi chiedi di chiedere, non chiedo cosa ardita.

ROSALINA
Musica dunque! Oh no, devi muoverti con più slancio. Fermo ancora? Niente danza! Come la luna io cambio.

RE
Non volete più ballare? Come mai così mutata?

ROSALINA
Hai chiesto alla luna piena, ma adesso ell'è cambiata.


Suonano degli stumenti.

RE
Però è sempre la luna, ed io son l'uomo lì drento. La musica c'è, concedimi un movimento.

ROSALINA
Lo concede l'udito.

RE
Le vostre gambe dovrebbero.

ROSALINA
Visto che siete stranieri, e capitati qui per caso, non faremo le schizzinose. Qua la mano. Non danziamo.

RE
Perché allora darci la mano?

ROSALINA
Per separarci con buonanimo. Un bell'inchino, ragazze. Così finisce il ballo.

RE
Ancora dei passi di questo ballo! Non siate avara.

ROSALINA
Per questo prezzo più non possiamo darvi.

RE
Dite voi il prezzo: quanto la vostra compagnia?

ROSALINA
Solo la vostra assenza.

RE
Ah, questo mai non sia!

ROSALINA
Niente comprarci allora. E dunque addio, due volte alla vostra maschera, e mezza a vossignoria!

RE
Se non vi va di ballare, parliamo un poco di più.

ROSALINA
Bene, a quattr'occhi allora.

RE
Ah, non chiedo di più.


Parlano a parte.

BEROWNE
Madama La Bianca Mano, una dolce parola con te.

PRINCIPESSA
Miele, zucchero e latte: ecco, ve ne do tre.

BEROWNE
Facciamo due volte tre, se voi siete così gentile. Sidro, idromele e vin dolce. Colpo di dadi fine! Mezza dozzina di dolcezze.

PRINCIPESSA
La settima è questa: adieu. Visto che voi barate, con voi non ci gioco più.

BEROWNE
Una parola in segreto.

PRINCIPESSA
Che non sia dolce, va bene?

BEROWNE
Tu mi sdegni la bile.

PRINCIPESSA
Bile? Amara.

BEROWNE
Dunque va bene.


Parlano a parte.

DUMAINE
Volete degnarvi di scambiare col qui presente due parole?

MARIA
Quali parole?

DUMAINE
Bella signora...

MARIA
Dite così! Bel signore! Questo pigliatelo in cambio per la vostra "bella signora".

DUMAINE
Vi prego, altre due a parte. Poi dirò, alla buon'ora.


Parlano a parte.

CATERINA
E che, la vostra maschera è fatta senza linguetta?

LONGAVILLE
Signora, io so il motivo che vi fa pormi tale richiesta.

CATERINA
Allora fuori il motivo! Aspetto con ansia, fate presto.

LONGAVILLE
Sotto la mascherina avete una doppia lingua pizzuta, e una vorreste prestarla alla mia maschera muta.

CATERINA
"Veal", dicono gli olandesi. Ma "veal" non è un vitello?

LONGAVILLE
Un vitello, bella signora?

CATERINA
No, un bel signor vitello.

LONGAVILLE
Facciamo a metà ciascuno.

CATERINA
Non sarò la vostra metà. Pigliate il vitello, fatelo crescere, e un bue diventerà.

LONGAVILLE
Attenta a non farvi male con questi lazzi acuminati. Darete le corna, casta signora? Vi prego, non lo fate.

CATERINA
Allora morite da vitello, avanti che siano spuntate.

LONGAVILLE
Sì, ma prima vo' dirvi a parte una singola paroletta.

CATERINA
Allora muggite piano piano, che il macellaio non vi senta.


Parlano a parte.

BOYET
Lingue pizzute di giovinette sanno farsi così taglienti come un filo di rasoio, ch'è invisibile, e spezza un capellino troppo piccolo per vederlo; oltre il senso dei sensi, è proprio così sensibile la loro conversazione. Il loro spirito ha penne più svelte di frecce, vento, proietti, pensiero o cose più svelte.

ROSALINA
Non una parola di più ragazze! Via, andiamo via!

BEROWNE
Perdio, siamo scorticati senza toccare ferita, a forza di pura beffa!

RE
Addio, ragazze matte! Le vostre doti di spirito son davvero piatte piatte.


Escono il Re, i baroni e i mori.

PRINCIPESSA
Venti volte salute, miei moscoviti ben gelati. È questo il vivaio di gente arguta ch'è così rinomato?

BOYET
Mi sembrano candeloni spenti dai vostri dolci fiati.

ROSALINA
Hanno spiriti proprio obesi! Rozzi rozzi, grassi grassi.

PRINCIPESSA
Ah povertà di spirito! Scherzo povero per un sovrano!
Non credete che andranno ad impiccarsi già stasera?
O d'ora in poi solo in maschera le facce mostreranno?
Quello spocchioso Birùn era proprio terra terra.

ROSALINA
Ma sì, s'eran vestiti di lamentevoli panni. Il Re quasi implorava piangendo una buona parola.

PRINCIPESSA
Birùn era fuor d'ogni parte, tanto scuoiava santi.

MARIA
Dumaine l'era mio schiavo, lui e il suo punteruolo. "Non point", gli dico. E lui si zittì d'incanto.

CATERINA
Baron Longaville m'ha detto che possedevo il suo cuore. E voi l'immaginate come che m'ha chiamata?

PRINCIPESSA
Vertigine, forse.

CATERINA
Esatto.

PRINCIPESSA
Via, malanno del Signore!

ROSALINA
Bene, s'è messa la coppola anche gente più brava. Ma figuratevi, il Re m'aveva giurato il suo amore.

PRINCIPESSA
E l'impetuoso Birùn m'ha giurato la fedeltà.

CATERINA
E Longaville è nato per servire me, sua signora.

MARIA
E Dumaine è tutto mio come la scorza è della pianta.

BOYET
Sentitemi qui, gentili donzelle e mia signora, quelli lì di sicuro rispunteranno qua immediatamente, con la loro facciata vera, perché, son qui a giurarlo, mai sarà che mandino giù una simile indegnità.

PRINCIPESSA
Dite che torneranno?

BOYET
Ma certo, Iddio lo sa; e salteranno di gioia, anche se gonfi di botte.
Perciò scambiate i regali, e quando saranno qua, sbocciate come le rose nell'aria che si fa dolce.

PRINCIPESSA
Sbocciare? Come sbocciare? Fatti capire, damerino.

BOYET
Le belle in bautta sono come le rose in boccio.
Tolta la maschera appare l'incarnato damaschino, e son angeli dalle nuvole, o rose in pieno sboccio.

PRINCIPESSA
Avanti, Signor L'Ambiguo! Cosa dovremo fare se tornano a viso aperto a corteggiare?

ROSALINA
Signora, se volete seguire il mio consiglio, beffiamoli sempre, in maschera ovvero col loro viso. Lagniamoci assai con loro, quali stupidi sono stati a venire da moscoviti, malamente mascherati; ci chiedevamo chi fossero, e quale scopo aveva quel prologo scritto male, e quella insipida scena, e perché mai così stolido e rozzo portamento ci si venisse ad esibire fin nella nostra tenda.

BOYET
Ritiratevi dame, presto. Arrivano i nostri prodi.

PRINCIPESSA
Presto, corriamo alle tende, svelte come caprioli.


Escono la Principessa e le damigelle.
Entrano il Re, Berowne, Longaville e Dumaine, che hanno smesso i travestimenti.

RE
Signor mio bello, Dio vi salvi. Ov'è la Principessa?

BOYET
È andata nella sua tenda. Desidera vostra altezza che porti qualche messaggio lì a sua grazia?

RE
Che mi conceda udienza per una sola parola.

BOYET
Lo farò; e lei lo farà, non dubitate, signore.

 

Esce.

BEROWNE
Quel tipo becca le arguzie come piselli i piccioni, e poi le risputa quando che Iddio dispone. È l'ambulante dei lazzi, e li rivende al minuto a veglie, feste e sagre, o alla fiera, al mercato. E noi che vendiamo all'ingrosso, Iddio lo sa, non abbiamo la grazia di spacciare con tanta grazia. Quel galante le ragazze se le appunta sul giustaccuore. Al posto d'Adamo avrebbe indotto la sua Eva in tentazione. Sa pispigliare, far l'occhio di triglia, è uno dei tipi strani che a furia di mandar baci si son logorate le mani. È Monsieur Le Récherché, la scimia del come fare, che in modi assai garbati ti rimprovera i dadi a tavola reale. Ti sa cantare, inoltre, molto mediocremente con vocina di tenore, e come cerimoniere non teme competizione. Le donne lo chiaman tesoro, e pure le scale, vedi, quando lui le calpesta gli van sbaciucchiando i piedi. Insomma è il fior de' fiori che sorride a ogni persona per mostrare i denti bianchi come l'osso della balena, ed ognuno che debitore verso di lui non vuol decedere lo ripaga chiamandolo 'Boyet bocca di miele'.

RE
Gli venga una vescica su quella lingua di miele che al paggio di Armado ha dato le traveggole!

Entrano la Principessa, Rosalina, Maria e Caterina, che si sono tolte le maschere e scambiati i regali, e con loro Boyet.

BEROWNE
Rieccolo! O Bel Garbo, che cosa tu eri allora quando costui non ti mostrava, e cosa mai sei ora?

RE
Ogni salute piova su te, bella signora, e una splendida giornata!

PRINCIPESSA
Splendida? Brutta se piove.

RE
Chiosate meglio il mio dire, se la vostra mente può.

PRINCIPESSA
Allora un augurio migliore; licenza ve ne do.

RE
Siamo venuti a trovarvi ed intendiamo condurvi alla corte. Se vi degnate, andiamo.

PRINCIPESSA
No, questo prato mi basta. Rispettate il giuramento. Né Domineddio né io amiamo chi gli vien meno.

RE
Via, non mi rimproverate ciò che voi stessa state facendo. È la virtù degli occhi vostri che il mio voto sta infrangendo.

PRINCIPESSA
Voi la chiamate "virtù". "Vizio", avreste dovuto, ché la virtù ha un uffizio: mai ch'ella rompa un giuro. Ora, sull'onor mio di vergine ancora pura come un giglio innocente, io v'assicuro che, dovessi patire un mondo intero di sofferenze, io non accetterei la vostra regale accoglienza, tanto detesto d'essere la causa della rottura di sacri giuramenti, fatti con mente pura.

RE
Ma siete rimasta qui fuori, in questo squallido posto, trascurata, abbandonata, a tutto nostro disdoro.

PRINCIPESSA
Ma no, signore mio, non è così, credete.
Distrazioni ne abbiamo avute, s'è fatte le gran risate: una manciata di russi ci hanno appena lasciate.

RE
Come, signora? Russi?

PRINCIPESSA
Sì, russi, sul mio onore: elegantoni di rango, di maniere raffinate.

ROSALINA
Ditegli il vero, signora! Non è così, monsignore. La mia signora ubbidisce a ciò ch'è oggi di moda, e concede cortesemente lodi immeritate. In verità noi quattro a quattr'occhi ci siam trovate con quattro vestiti da russi. Sono stati qui per un'ora con una gran parlantina; in un'ora, monsignore, non ci han fatto la grazia d'una parola felice, una sola. Io non oso chiamarli sciocchi, ma una cosa la devo credere, che quando costoro han sete, son degli sciocchi a voler bere.

BEROWNE
Via, sto scherzo con me non attacca. Mia gentile signora, è il vostro spirito a stramutare cosa sennata in cosa idiota. Se un occhio acuto adocchia l'occhio ardente del cielo, la luce si perde per troppa luce. Il vostro ingegno è di tale sorta, che a quel pozzo di scienza che vi credete di essere, le cose ricche paiono povere, quelle sagge solo scemenze.

ROSALINA
Ciò vi dimostra ricco e saggio, perché a dire la verità...

BEROWNE
Io sono solo uno sciocco, e ricco di povertà.

ROSALINA
Ah, non fosse che vi pigliate solamente ciò che vi tocca, sarebbe uno sgarbo rubarmi così le parole di bocca.

BEROWNE
Oh, son tutto vostro, e vostro tutto ciò che possiedo.

ROSALINA
Anche la vostra sciocchezza?

BEROWNE
Non posso darvi di meno.

ROSALINA
E quale di tante maschere era quella che portavate?

BEROWNE
Ma dove, ma quali maschere? Perché me lo domandate?

ROSALINA
È quella dunque: involucro innecessario, che celava il viso peggiore e mostrava il più simpatico.

RE
Ci avevano smascherati. Ora ci sfottono sul serio.

DUMAINE
Confessiamo, signore, voltiamo tutto in ischerzo.

PRINCIPESSA
Stupefatto, monsignore? Perché è triste sua maestà?

ROSALINA
Aiuto. Reggetegli il capo! Impallidisce, svenirà! Mal di mare, probabilmente, visto che vien dalla Moscovia!

BEROWNE
Così le stelle fan piovere guai su chi non tiene la parola. Può mai una faccia di bronzo spingersi più lontano? Eccomi, dardeggiate su me a gragnòla! Graffiatemi col disprezzo, affossatemi col sarcasmo, col vostro spirito acuto trafiggete la mia ignoranza, tagliatemi a pezzi con quel brio appuntato, ch'io non vorrò mai più invitarvi a danza, mai più in abiti russi vo' servirvi da innamorato. Ah mai più vo' affidarmi a delle ciance scritte a penna, né al muoversi della lingua d'un qualunque scolaretto, e non verrò più in maschera a trovare la mia bella, né le farò la corte in versi, come un arpista cieco. Frasi di taffetà, motti pignoleschi e setosi, iperboli di tre piani, spiritosaggini affettate, metafore da pedanti, codeste mosche d'estate, m'han gonfiato co' semi d'una spocchia verminosa. Io le rinnego, e faccio qui promessa su questo guanto bianco - com'è bianca la mano solo Iddio può saperlo! - d'ora in poi la mia mente innamorata sarà sempre espressa con dei sì di fustagno, dei no di ruvido panno. Per cominciare, ragazza - Dio m'aiuti, lo giuro! - il mio amore l'è sano, sans difetto o incrinatura.

ROSALINA
Sans "sans", vi prego.

BEROWNE
Ah, l'è ancora un accesso del vecchio delirio. Abbiate pazienza, è malattia; ne guarirò poco a poco. Ma vediamo, un momento: su questi tre scrivete "Dio ne abbia misericordia". Sono infetti, il male è penetrato nei loro cuori; hanno la peste, presa dai vostri occhi. Si son beccati il malanno. E voi non ne siete fuori: vedo su ognuna di voi le segnature del Signore.

PRINCIPESSA
Ma no, chi ci ha dato i pegni non aveva alcun malanno.

BEROWNE
Ci avete confiscati. Non fateci altro danno.

ROSALINA
Questo no, non è vero. E come può essere vero che siete confiscati, se ancora ci fate appello?

BEROWNE
Zitta! Con voi non voglio più litigare.

ROSALINA
E non litigherete se a mio modo potrò fare.

BEROWNE
Parlatele voi, amici. Non so più controbattere.

RE
Insegnateci, signora, per la nostra trasgressione, qualche scusa decente.

PRINCIPESSA
La migliore è la confessione. Non eravate voi in maschera, qui, poco tempo fa?

RE
Lo ero, signora.

PRINCIPESSA
Ed avevate tutte le vostre facoltà?

RE
Sì, bella signora.

PRINCIPESSA
E quando c'eravate, che avete sussurrato alla persona che amate?

RE
Che più di tutto il mondo io valutavo il suo amore.

PRINCIPESSA
Quando vi chiederà di mantenere queste parole voi la respingerete.

RE
No di certo, sul mio onore.

PRINCIPESSA
Basta, basta coi giuramenti, lasciateli stare! Spergiuro una volta, vi sarà facile spergiurare.

RE
Se rompo la mia promessa, mettetemi alla berlina.

PRINCIPESSA
D'accordo, voi mantenetela. Rosalina, cos'è che il russo ti sussurrò all'orecchio?

ROSALINA
Signora, mi giurò d'avermi in pregio come la vista degli occhi, e mi stimava più di tutto il mondo; e aggiunse, per buon peso, che sarebbe morto d'amore se non mi sposava.

PRINCIPESSA
Dio te ne dia gioia. Questo nobile signore manterrà nobilmente la parola.

RE
Signora mia, che volete dire? Ma per la santa Monna, io non ho mai giurato questo a codesta donna.

ROSALINA
Lo sa il Cielo, l'avete fatto! E per darvene conferma, m'avete donato questa. Ma adesso riprendétela.

RE
Ma è alla Principessa che ho fatto giuro e regalo! La riconobbi da quel gioiello appuntato sul braccio.

PRINCIPESSA
Perdonate, sire, era lei a portare il gioiello. Il barone Birùn, che ringrazio, è ora il mio bello. Dico a voi! Volete me, o rivolete la vostra perla?

BEROWNE
Né l'una cosa né l'altra. Rinuncio ad ambo le perle. Vedo qual è il trucchetto. Vi eravate accordate, del nostro scherzo in anticipo informate, per mandarcelo in aria come una recita di Natale. Qualche spione sicofante, qualche zanni miserabile, qualche bofonchia-chiacchiere, cavaliere del trinciante, qualche bischero che fa grinze per ghigni, e sa il suo affare nel far ridere la padrona quando che a lei le piace, v'ha riferiti in anticipo tutti i nostri intendimenti, e una volta scoverti questi, le dame immantinenti si sono scambiati i regali, ed allora noialtri inseguendo quei segnali, abbiamo corteggiato solo i segni d'ognuna di voi. Ed ora, accumulando, sopra quello spergiuro un altro errore allucinante, siamo, volenti o nolenti, spergiuri di bel nuovo.
L'è ita così più o meno. (A Boyet) Diciamo che siete stato voi a sgonfiarci lo scherzo, per rifarci menzogneri? Il piedino di madonna non lo sapete a menadito? Non scherzate con lei scambiandovi l'occhiolino? Non vi piazzate apposta tra il suo dorso e il camino, con il vassoio in mano, scompisciandovi per le risa? Avete fregato il paggio - v'è concesso questo ed altro; crepate quando volete, una sottana farà da sudario. Mi fissate ghignando? Avete l'occhiata piatta che può ferire un uomo come una spada di latta.

BOYET
Che bella galoppata! Che rincorsa per un bell'urto!

BEROWNE
Ma guardatelo! Lancia in resta! Basta, per me ho chiuso.


Entra Melacotta.

Benvenuto, spirito eletto! Interrompi una bella baruffa.

MELACOTTA
Ah Patreterno, capo, loro vogliono sapere se i tre Magni devono incedere, oppure non devono incedere.

BEROWNE
Ma come, son solo tre?

MELACOTTA
None, la cosa è fina davera: ciascheduno di noialtri ne sfarà tre nella recita.

BEROWNE
E tre per tre fa nove.

MELACOTTA
No per nisba, principale. Non l'è minga così, io spero - correggete se dico male. Non ci potete coglionare, ma scherziamo, caro messere, noi sappiamo ciò che sappiamo. Io, messere, spero bene che tre volte tre volte, capo...

BEROWNE
Non fa nove?

MELACOTTA
Caro signore,
a quale cifra l'ammonta lo sappiamo, salvo errore.

BEROWNE
Accidenti, ho sempre saputo che tre per tre faceva nove.

MELACOTTA
Ah Patreterno, manco male che non dovete buscarvi da campare facendo i conti, signore mio.

BEROWNE
Insomma quant'è che fa?

MELACOTTA
O signore, vostra eccellenza, le stesse parti in causa, ovvero a dire gli attori medesimi mostreranno a quale ammontare ammonta. Per la mia propia parte, loro dicono che ci debbo solamente parfezionare in un sol poveraccio un uomo solo: Pompione il Magno, signore.

BEROWNE
Come, sei uno dei Magni anche tu?

MELACOTTA
A loro è piaciuto pensarmi degno di Pomponio Magno. Per la mia propria parte, io non lo so il grado preciso del Magno, ma ho da far la sua propia parte.

BEROWNE
Vagli a dire di prepararsi.

MELACOTTA
Capo, ci faremo una recita magna. Ce la mettiamo tutta, veh!

 

Esce.

RE
Birùn, ci coprono di ridicolo. Non li fare venire.

BEROWNE
Siamo a prova di ridicolo, sire. Ed è buona politica avere almeno una farsa più brutta di quella del Re e compagnia.

RE
Ti dico: non farli venire, via.

PRINCIPESSA
Ma no, mio buon signore, per stavolta fatevi vincere. Diverte di più chi meno sa divertire, quando lo zelo tenta di contentarvi, e nello zelo di chi presenta, muore tutto ciò che v'è dentro; allora una forma confusa prende più forma nell'allegria, mentre cose più alte abortiscono con fatica.

BEROWNE
Perfetta descrizione del nostro spasso, signore mio.

Entra Armado.

ARMADO
Unto del Signore, t'imploro di tanto dispendio del tuo dolce fiato sovrano, quanto ne basti a emettere un mucchietto di parole. Armado e il Re parlano a parte.

PRINCIPESSA
Ma costui crede in Dio?

BEROWNE
Perché lo chiedete?

PRINCIPESSA
Non parla come un uomo fatto da Dio.

ARMADO
È tutta la stessa cosa, o dolce mio monarca di miele; dacché ti fò sicuro che il maestro di scuola è uomo superlativamente fantastico; troppo, troppo vano; troppo, troppo vano; ma ci rimetteremo, come si dice, alla fortuna de la guerra.


Dà al Re un foglio.

Auguro a voi la pace dello spirito, o regalissima accoppiata.

 

Esce.

RE
Qua ci sarà, temo, una bella manciata di chiarissimi. (Consulta il foglio) Lui impersona Ettore di Troia; il villano, Pompeo il Grande; il curato della parrocchia, Alessandro; il paggio di Armado, Ercole; il pedante, Giuda Maccabeo. (Legge)
E se sti quattro Magni all'atto primo han buona figa,
sti quattro si mutano i panni e faranno l'altra cinquina.


BEROWNE
Ma sono già cinque nella prima infornata.

RE
Ma no, non è così, ti stai sbagliando.

BEROWNE
Il pedante, il vantone, il prete prataiolo, il buffone e il ragazzo. Tranne un bel colpo di dado al cinque-e-nove, l'universo cinque più magni non li ha mai visti, ciascuno per il suo verso.

RE
La caracca ha spiegato le vele, ecco che arriva a tutta lena.

Entra Melacotta che fa Pompeo.

MELACOTTA come Pompeo
Pompeo son io...

BEROWNE
Bugiardaccio, non sei affatto lui.

MELACOTTA come Pompeo
Pompeo son io...

BOYET
Col leopardo sul deretano.

BEROWNE
Ben detto, vecchio burlone. S'ha da fare la pace, è chiaro.

MELACOTTA come Pompeo
Io son Pompeo, Pompeo nomato il Grosso...

DUMAINE
Il "Grande".

MELACOTTA come Pompeo
Il Grande, naturalmente. Pompeo nomato il Grosso, che spesso al campo, in scudo e targa, fè i nimici pisciarsi addosso. Costeggiando questa costa, mi son giunto qua per sciansa, e l'arme depongo dianzi alle gambe di sto zuccherino di Francia. A sto punto vossignoria dorebbe dire: "Grazie tante, Pompeo", e io avrei chiuso.

PRINCIPESSA
Tantissime grazie, gran Pompeo.

MELACOTTA
Bontà vostra, non merito tanto, comunque spero di essere stato perfetto. Ho pigliata una piccola stecca nel "Grosso".

BEROWNE
Scommetto il cappello contro mezzo baiocco, Pompeo si dimostra il più chiaro dei chiarissimi.

Entra Don Natalino che fa Alessandro.

DON NATALINO come Alessandro
Allor che al mondo io vissi, ero del mondo il capo magno;
a est, a ovest, nord e sud io sparsi il mio comando;
sto stemma lo dice chiaro, io mi son Alisandro.

BOYET
Il tuo naso dice di no, che non lo sei: troppo appuntito.

BEROWNE
E il vostro vi annusa il no, cavaliere dal fiuto fino.

PRINCIPESSA
Il conquistatore è interdetto. Procedi, buon Alessandro.

DON NATALINO come Alessandro
Allor ch'al mondo vivissi, del mondo l'ero il cappio...

BOYET
Verissimo, proprio così - eri il cappio, Alisandro.

BEROWNE
Pompeo Magno...

MELACOTTA
Qua per servirvi, lui e Melacotta.

BEROWNE
Sloggiami il conquistatore, sgombera quest'Alisandro.

MELACOTTA (a Don Natalino)
Ah, compare mio, l'hai steso in terra Alisandro il Conquistatore. Sarai grattato via dal tabellone pittato. E il tuo leone, che impugna il troncone seduto sulla seggetta, sarà passato ad Aiace. Sarà lui il nono Magno. Come, uno Sconquistatore che ha fifa di parlare? Ma vattene e vergognati, Alisandro.

 

Don Natalino si ritira.


Ma guarda là, con licenza vostra, una buona e scema pasta d'uomo! Una brava persona, badiamo bene, e in quattro e quattr'otto a gambe all'aria. Un vicino come pochi, ci posso giurare, e per giocare a bocce senza pari; ma come Alisandro, ahi, vossia lo vede com'è, per quella parte un poco stiracchiato. Ma ci sono altri Chiarissimi che stanno per arrivare, e diranno il loro pensiero in ben altra maniera, che vogliamo scherzare?

PRINCIPESSA
Sù da bravo, mettiti un po' da canto, buon Pompeo.

Entrano Oloferne nella parte di Giuda e Bruscolino nei panni di Ercole

OLOFERNE da presentatore
Il grand'Ercole è fatto da questo birichino,

la clava mazzò Cerbero, quel tricipite canus;
e allor ch'egli era un bimbo, un bebé, un granchiolino,
ei strozzava i serpenti così, con la sua manus.
Quoniam vi sembri di minore età,
Ergo ci appongo quest'apologia.
Dignità nell'uscire, trotta via.


Bruscolino si ritira.

Oloferne parla come Giuda.

Giuda io son...

DUMAINE
Giuda!

OLOFERNE
Ma non l'Iscariotto, monsignore.
(parla come Giuda) Giuda io son, vocato Maccabeo.

DUMAINE
Giuda Maccabeo, equivocato, non è altro che un puro e semplice Giuda.

BEROWNE
Quello che tradiva dando baci. Ma come, mi ti mostri un Giuda?

OLOFERNE come Giuda
Giuda io son...

DUMAINE
E te ne dovresti vergognare, Giuda.

OLOFERNE
Che intende dire vossignoria?

BOYET
Vuole che Giuda vada ad impiccarsi.

OLOFERNE
S'accomodi prima vossignoria, prego, che l'è mio anziano.

BEROWNE
Bella risposta: Giuda s'impiccò a un sambuco anziano.

OLOFERNE
Non ci riuscite a farmi cascare la faccia!

BEROWNE
Difatti sei senza faccia.

OLOFERNE
E questa allora cos'è?

BOYET
Una chitarra.

DUMAINE
Una capocchia di spillone.

BEROWNE
La capoccia di morto su un anello.

LONGAVILLE
Una faccia di vecchia svanzica romana, che appena la si distingue.

BOYET
No, è il pomello della durlindana di Cesare.

DUMAINE
A me pare la faccia d'osso scolpita sulle fiaschette.

BEROWNE
O la sagoma di San Giorgio su qualche fermaglietto.

DUMAINE
Sì, ma di piombo.

BEROWNE
Giusto, di quei che i cavadenti s'appuntano sul cappello. E adesso prosegui pure, ché t'abbiam rifatta la faccia.

OLOFERNE
Me l'avete fatta perdere, la faccia.

BEROWNE
Bugiardo! Te n'abbiamo date più d'una, di facce.

OLOFERNE
Sì, ma l'avete prese tutte a pesci in faccia.

BEROWNE
Se tu fossi un leone, lo stesso sapremmo fare.

BOYET
Ma siccome l'è un somaro, lasciamolo pure andare. Dunque addio, caro Giudeo. Ma come, vuoi restare?

DUMAINE
Aspetta d'aver la rima col suo nome.

BEROWNE
Col Giudeo? Dàgliela dunque. Babbeo, vatti con Domine.

OLOFERNE
Tutto ciò non è generoso, né gentile né amabile.

BOYET
Luce a Monsieur Giudeo! Si fa buio, può inciampare.


Oloferne si ritira.

PRINCIPESSA
Ah povero Maccabeo, come l'avete tormentato!

Entra Armado come Ettore.

BEROWNE
Achille, nascondi la zucca! Arriva Ettore armato.

DUMAINE
Le mie burle sul mio capo, ma ora vo' spassarmela.

RE
Però di fronte a costui Ettore era un troiano qualunque.

BOYET
Ma Ettore è questo qua?

RE
Io credo che non fosse così ben impostato.

LONGAVILLE
La gamba è troppo cicciuta per essere quella di Ettore.

DUMAINE
Troppo polpaccio di sicuro.

BOYET
Non c'è dubbio, è meglio fornito dove l'è di minore stazza.

BEROWNE
Ma via, costui non può essere quel Magno.

DUMAINE
Fa certe facce! È un pittore, o un dio sovrano.

ARMADO come Ettore
L'armipossente Marte, di lance il dio primario, fé un regalo ad Ettorre...

DUMAINE
Sì, una noce moscata tinta col tuorlo d'ovo.

BEROWNE
Meglio, una limoncella.

LONGAVILLE
Tutta fessa da' chiodi di garofano.

DUMAINE
No, con la fessurina.

ARMADO
Statevi zitti!
(parla come Ettore)
L'armipossente Marte, di lance il dio primario,
fé un regalo ad Ettorre, erede d'Ilione,
uomo ricco di fiato, da poterci pugnare, oh
sì! da mattina a sera, fuor del suo padiglione.
Sonmi quel fior...

DUMAINE
Fior di mentuccia.

LONGAVILLE
O di vermèna!

ARMADO
Dolce ser Longaville, la lingua tenetela a freno.

LONGAVILLE
Anzi la vo' sfrenare, se va contro ad Ettorre.

DUMAINE
Appunto, e questo Ettorre è un levriero che corre.

ARMADO
Quel dolce uomo di guerra l'è morto e putrefatto. Miei cari pollastrelli, non bastonate le ossa ai sepolti. Quando che respirava, egli era un uomo. Ma prosieguo la mia finzione. Dolce regalità, fa scendere su di me il tuo senso dell'udito.


Berowne va a sussurrare qualcosa a Melacotta.

PRINCIPESSA
Parla, mio prode Ettorre, noi t'udiamo con molta letizia.

ARMADO
Io adoro la pantofola della tua dolce grazia.

BOYET
L'ama a misura di piede.

DUMAINE
Forse non ce la farebbe a misura di canna.

ARMADO come Ettore
Quell'Ettòr di gran pezza Annibal superava; ma l'uomo è andato...

MELACOTTA
Compare Ettore, è lei ch'è bella e andata! Son due mesi che va per la mammana.

ARMADO
Che cosa intendi dire?

MELACOTTA
Che se non ti comporti da onesto troiano, la povera monella è bell'e fritta. È viva, e il suo bebé le fa già il vantone in pancia. È proprio roba tua.

ARMADO
Vuoi tu infamificarmi tra questi potentati? Tu morrai!

MELACOTTA
Sì, e in tal caso Ettorre verrà frustato per via di Giachenetta da lui vivificata, e appoi impiccato per Pompeo da lui stesso immortalato.

DUMAINE
Rarissimo Pompeo!

BOYET
Rinomato Pompeo!

BEROWNE
Più magno ancor che "Magno"! Magno, magno, magno Pompeo! Pompeo l'Immane!

DUMAINE
Ettòrre ha la tremarella.

BEROWNE
Pompeo l'è fuor dei gangheri. Forza Ate, forza Ate! Aìzzali di più, aìzzali contro!

DUMAINE
Ettòr lo sfiderà.

BEROWNE
Certo, anche se in pancia non avesse abbastanza sangue da far cenare una pulce.

ARMADO
Pel Polo Nord, io disfida ti butto.

MELACOTTA
Come, col palo? Io non mi batto col palo come un uomo dei ghiacci. Io spacco a pezzi; io me la sbrigo col brando. Prégovi, rimprestàtemi il mio armamento.

DUMAINE
Fate largo ai Chiarissimi indispettiti.

MELACOTTA
Io scendo in lizza in maniche di camicia.

DUMAINE
Qual fermezza, o Pompeo!

BRUSCOLINO
Padrone, fatevi sbottonare di un bottone più in giuso. Non lo vedete, Pompeo scarta l'involucro per il combattimento. Ci avete pensato bene? Qua vi giocate la vostra reputazione.

ARMADO
Guerrieri e gentiluomini, perdonate. Non vo' pugnare in maniche di camicia.

DUMAINE
Impossibile rifiutare. È Pompeo che v'ha sfidato.

ARMADO
Cari prodi, io lo posso e pur lo voglio.

BEROWNE
Ma qual motivo ne dài?

ARMADO
Il nudo motivo è questo qua, ch'io non ho camicia. Io vò con lana su pelle per un mio voto.

BRUSCOLINO
È vero, è vero, e gli fu imposto in Roma perché non si trovava più biancheria. Da allora, ve lo posso giurare, non porta sotto nient'altro che uno strofinaccio di Giachenetta, e lo indossa vicino al cuore quale pegno della sua bella.


Entra un messo, Monsieur Marcadé

MARCADÉ
Dio vi salvi, signora.

PRINCIPESSA
Benvenuto, Marcadé, anche se c'interrompi il divertimento.

MARCADÉ
Signora, mi rincresce, ma la notizia che porto mi pesa sulla lingua. Il Re vostro padre...

PRINCIPESSA
Sulla mia vita, è morto!

MARCADÉ
Così. V'ho detto tutto.

BEROWNE
Chiarissimi, andate via! Qua la scena s'annuvola.

ARMADO
Da parte mia, io respiro di sollievo. Ho visto il dì dell'oltraggio pel minuscolo pertuso della moderazione, e saprò come pormi nel giusto, da soldato.


Escono gli Uomini Magni.

RE
Come si sente vostra maestà?

PRINCIPESSA
Boyet, prepara tutto. Partirò stasera.

RE
No di certo, Madonna. Vi scongiuro, restate.

PRINCIPESSA
Prepara tutto, dico. Miei gentili signori, grazie per tutte le vostre premure. Io vi chiedo, con l'anima gravata da questo nuovo dolore, che nella profonda saggezza vostra, voi vogliate scusare, o trascurare, quegli eccessi di libertà nel nostro giostrar di spirito, se forse ci siam portate con troppa sfrontatezza nel conversare. La nobiltà vostra ne è stata la causa. Addio, degno signore! Un cuore attristato non tollera troppe scuse. Perdonatemi se riesco troppo poco a ringraziare per la mia grande richiesta, così presto esaudita.

RE
Il tempo, che incalza e urge, a certe decisioni impresta la forma della sua urgenza. E come spesso accade, quello che un lungo parlamento non ha saputo arbitrare, lui lo decide, rapido come un arco che scocca. Se pure quel vostro afflitto sguardo filiale proibisca alla ridente cortesia dell'amore la sacra istanza ch'egli vorrìa fare accettabile, però, dato che il tema s'era già fatto avanti, vi prego, non lasciate che in quest'ora lo scalzi, da ciò che si proponeva, questa nuvola di dolore; piangere per persone perdute è men salutare, ed utile, che gioire per amici appena trovati.

PRINCIPESSA
Non vi capisco. L'amarezza mi si raddoppia.

BEROWNE
Parole oneste e semplici san meglio penetrare l'orecchio del dolore. Con l'aiuto dei miei segnali cercate di capire quel che il Re ha tentato di dirvi. Per amore di tutte voi abbiamo negletto il tempo, abbiamo barato coi nostri impegni. Le vostre beltà, signore, ci hanno sfigurati, torcendo i nostri umori al fine contrario delle nostre intenzioni; e ciò che in noi v'è parso meritevole di risate - l'amore, sapete, è pieno di momenti indecorosi, pieno di bizze come un bimbo, saltellante, vanitoso, nato dall'occhio e quindi come l'occhio pieno d'ombre sbagliate, di vecchie mode, e di forme che cangiano di sostanza man mano che l'occhio stesso va rotando da qui a lì, continuamente, nel balenare; quest'abito variopinto dell'amore incontrollato indossato da noi, se ai vostri occhi di cielo è parso sconveniente ai voti, alla serietà, quei vostri rai celesti, che gli errori han scrutato, ci hanno tentati a farli. Signore mie, perciò, essendo l'amore il vostro, l'errore ch'esso fa è pure vostro. Noi riusciamo falsi a noi stessi nell'essere falsi una volta, per essere sempre leali a chi ci fa ambo le cose - a voi, belle signore. E persino la falsità, che in sé è peccato, si purifica in questo modo, e diventa una dote.

PRINCIPESSA
Abbiamo ricevuto le vostre lettere, piene d'amore, i doni, ambasciatori del vostro amore, e la mente innocente li aveva considerati mere galanterie, scherzi piacevoli, forme di cortesia e modi di rimpinzare ed imbottire il tempo: più di tanto, a nostro avviso, non c'era da riputarli. Per questo abbiamo accolta la vostra corte nel suo spirito stesso, come un divertimento.

DUMAINE
Signora, le nostre lettere mostravano più di questo.

LONGAVILLE
E anche le nostre facce.

ROSALINA
Così non c'era parso.

RE
Ma adesso, proprio all'ultimo momento, dateci il vostro amore.

PRINCIPESSA
No, troppo breve è il tempo per un contratto che non avrà più fine. No, no, signore mio, vostra grazia è già troppo manchevole di promesse, e questa è grave colpa. Allora vi dico questo: se per amore mio - che ancora non è evidente - volete fare qualcosa, farete questo per me: dei vostri giuramenti io non mi fido; andate immediatamente in qualche eremitaggio squallido, desolato, lontano da tutti i piaceri del mondo, e lì restate finché i dodici segni in cielo non abbiano terminato il loro computo annuale. Se quella vita austera e solitaria non muterà la proposta che fate a sangue caldo, se i geli, se i digiuni, l'alloggio disagiato e i panni insufficienti non bruceranno questi bocci smaglianti dell'amore, se superata la prova il vostro resta amore, allora, spirato l'anno, torna a chiedermi, chiedi per i tuoi meriti; e per questa mia mano pura che adesso bacia la tua mano, vorrò essere tua; e fino a quel momento chiuderò il mio dolore in casa, a lutto, farò piovere lacrime di lamento per il ricordo di mio padre morto. Se tu mi neghi questo, le mani si separino, nessuno dei due ha diritto al cuore dell'altro.

RE
Se questo, o più di questo, ti dovessi negare, per svilire nella mollezza le virtù che possiedo, una morte subitanea spenga i miei occhi. Da qui me ne andrò eremita, il mio cuore è nel tuo petto.

 

Il Re e la Principessa parlano a parte.

DUMAINE
E a me, amor mio? A me che imponi, una sposa?

CATERINA
No, barba, buona salute e d'essere onesto.
Con triplice amore t'auguro tutto questo.

DUMAINE
Ma posso dirti almeno "Grazie, mia cara sposa"?

CATERINA
No di certo, signore. Per dodici mesi e un giorno
non darò retta a quel che dicono gli sbarbati che ho dattorno.
Venite a trovarmi quando il Re tornerà dalla mia signora,
e allora, se n'ho abbastanza, vi darò un tantino d'amore.

DUMAINE
Ti servirò, sincero e fedele, sino ad allora.

CATERINA
Ma non fate giuramenti, per non dover rimangiarveli ancora.


Parlano a parte.

LONGAVILLE
Maria che dice?

MARIA
Dodici mesi. Quando sono finiti, allora cambierò le mie vesti nere con un uomo che sia di parola.

LONGAVILLE
Aspetterò con pazienza, ma quel tempo è lungo.

MARIA
Tanto più vi somiglia, allora. Dei ragazzi siete il più lungo.


Parlano a parte.

BEROWNE
Cosa medita la mia bella? Guardami, tesoro.
Guardami gli occhi, le finestre del mio cuore.
Un umile appello aspetta lì che tu gli voglia rispondere.
Imponimi qualche prova per il tuo amore.

ROSALINA
Avevo sentito parlare spesso di voi, Birùn, già prima di vedervi, e la gran lingua del mondo vi proclamava persona piena di lazzi e burle, gonfia di paragoni e di mordenti freddure, che spargevate su gente d'ogni sorta caduta alla mercé della vostra salacità. Per estirparvi quell'assenzio dal cervello ferace, e con questo per ottenermi, se vi piace, senza di che non c'è modo di conquistarmi, per tutto il corso di dodici mesi, giorno per giorno, visiterete i malati senza voce, parlerete sempre e solo con gl'infelici che gemono; il vostro compito sarà, con tutto l'ardore del vostro ingegno, forzare ad un sorriso gl'inermi sofferenti.

BEROWNE
Ma come, strappare una risata selvaggia dalla strozza della morte? Non può essere; è impossibile; non può mai, l'allegria, far presa sopra un'anima in agonia.

ROSALINA
Sì invece, è l'unico modo di soffocare lo spirito beffardo; il suo potere nasce dalla grazia sfrenata con cui la gente dal riso vuoto gratifica i suoi pagliacci. Il successo d'una freddura è tutto nell'orecchio di chi l'ascolta, non è mai nella lingua di chi l'inventa. Dunque, se orecchie sofferenti, stordite dai clamori dei propri gemiti, daranno retta ai vostri sarcasmi idioti, continuate così, avrò voi e con voi quel peccato; ma se non vi danno ascolto, via, gettatelo quel vostro talento; vi troverò liberato dal difetto, e ben lieta del vostro ravvedimento.

BEROWNE
Dodici mesi? Bene, per quanto che vada male, farò lo spiritoso dodici mesi allo spedale.

PRINCIPESSA (al Re)
Sì, mio dolce signore, e così mi congedo.

RE
Ma no, ché per un poco noi v'accompagneremo.

BEROWNE
La nostra storia non finisce come un copione di quei vecchi lavori di teatro: qua, lui non ha lei. Avrebbe potuto darlo, la cortesia di queste signore, al nostro divertimento qualche finale migliore.

RE
Dodici mesi e un giorno! Ma vecchio mio, è un'inezia, finirà tutto presto.

BEROWNE
Troppo lungo per una commedia.

Entra Armado.

ARMADO
Dolce maestà, consentimi...

PRINCIPESSA
Ma questo non era Ettore?

DUMAINE
Il nobile cavaliere di Troia.

ARMADO
... ch'io baci il tuo dito regale e prenda congedo. Sonmi votato, ho giurato a Giachenetta di guidar tre anni l'aratro, per il suo dolce amore. Ma, stimatissima magnificenza, la vuol sentire il dialogo che due colti Magni v'han compilato in onore del gufo e del cùculo? Avrebbe dovuto venire in coda al nostro spettacolo.

RE
Chiamali fuori alla svelta, li staremo a sentire.

ARMADO
Voialtri! Venite fuori!


Entrano tutti quanti.

Da questo lato abbiamo l'inverno, Hiems; da quest'altro la primavera, Ver; l'uno sostenuto dal gufo, l'altra dal cuccù. Ver, attacca, via.

CANTO

PRIMAVERA
Quando le margheritine screziate,
le viole azzurre, i fiori del cùculo
bianchi e argento, i ranuncoli gialli
di gioia tingono il prato,
allora il cuccù su tutti gli alberi
beffa gli uomini maritati,
ché gli canta così:
"Cucù!
Cucù, cucù!" O suono ingrato,
sgradevole a orecchio sposato!

E quando il pastore sùfola sull'avena, e fà da gaia
sveglia l'allodola all'aratore,
quando fotticchiano tortore, taccole, corvi,
e bimbe candeggiano bluse per la bella stagione,
allora il cuccù su tutti gli alberi,
beffa gli uomini coniugati,
e gli canta così:
"Cucù!
Cucù, cucù!" Suoni esecrati,
sgradevoli a orecchi sposati!


INVERNO
Quando i ghiaccioli pendono giù dal tetto,
e l'unghia si soffia il pastore Checco,
e Titta porta in casa la legna,
e arriva ghiacciato il latte nel secchio,
e il sangue stagna e fuori fa brutto,
allora di notte canta l'occhiuto gufo:
"Tiuuh!
Tiu-uuh!" Che lieto suono!
E Peppa bisunta raffredda il paiolo.

Quando soffia e sibila il vento,
la tosse strozza il sermone al curato,
e triste sul ghiaccio s'accuccia l'uccello,
e il naso di Betta è rosso e gelato,
quando le mele arrosto fischiano nel boccale,
allora canta ogni notte il gufo occhiato:
"Tiu-uuh,
Tiu-uuh!" Che nota lieta!
E Peppa bisunta raffredda la pentola.


ARMADO
I motti di Mercurio son rauchi dopo i carmi d'Apollo. Voi uscite di là; noi di qua.

 

Escono.

 

 

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