William Shakespeare - Il Teatro

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La bisbetica domata

(“The Taming of the Shrew” 1590 - 1593)

 

 

Introduzione - Trama

Personaggi - Prologo

Atto Primo - Atto Secondo

Atto Terzo - Atto Quarto

Atto Quinto

 

          Introduzione

 

          La commedia “The Taming of the Shrew” appartiene al primo periodo, il periodo cosiddetto “sperimentale”, della produzione teatrale di Shakespeare. Essa apparve pubblicata a stampa per la prima volta nell’in-folio del 1623, ma incerta è la data di produzione: la critica più recente la colloca prima del 1592, e cioè prima della chiusura dei teatri di Londra a causa della peste e del conseguente scioglimento della Compagnia degli attori del conte di Pembroke.
          Questa datazione è stata per lungo tempo controversa, per due ragioni: la prima è che il titolo non figura tra i lavori attribuiti a Shakespeare in quella specie di antologia/panorama della letteratura inglese contemporanea che sono i “Palladis Tamia” (“I doni di Minerva”) del 1598; la seconda è che, alla riapertura dei teatri, comparve sulla scena dei teatri londinesi una commedia, d’autore anonimo, dal titolo “The Taming of a Shrew”, ciò che fece arguire che da quella Shakespeare avesse tratto la sua. Ma una più approfondita analisi dei due testi ha condotto alla conclusione opposta: che cioè l’anonima “The Taming of a Shrew” non fosse che una rozza e fraudolenta imitazione dell’originale shakespeariano, con alcune varianti nella collocazione scenica (nell’antica Atene, invece che nella Padova contemporanea), nella caratterizzazione dei personaggi, nell’epilogo della vicenda del calderaio Sly; oltre, soprattutto, alla disparità del livello stilistico.

          La struttura della commedia è basata sul tipico gioco del “teatro nel teatro”: un prologo/introduzione crea il presupposto, la “cornice” per una vicenda “interna” alla situazione da esso fittiziamente creata. In questo prologo, il calderaio Cristoforo Lenza (Sly), trovato ubriaco mentre dorme su una panca all’esterno di un’osteria, è trasportato di peso in casa di un signore che ci si vuol divertire. Lenza, al risveglio, ritrovatosi in un ambiente lussuoso, circondato da servi premurosi, si crede diventato veramente il gran signore che questi gli vogliono far credere, e in questa veste lo si fa assistere ad una recita in cui una ragazza bisbetica e indiavolata finisce per essere addomesticata da un marito più cocciuto e più deciso di lei.

          È il tema del mendicante/signore, che si rifà palesemente ad una delle novelle della famosa raccolta araba delle “Mille e una notte”, laddove il califfo Harun-el-Ashid fa lo stesso gioco col mendicante Abu Assan. È dubbio però che Shakespeare la potesse conoscere: una versione latina della raccolta circolava in Inghilterra all’epoca, ma Shakespeare, come testimonia il suo amico Jonson, “sapeva poco di latino”. L’ipotesi più probabile - secondo il Melchiori - è che “l’autore o gli autori ne avessero sentita una versione orale”.
          La seconda vicenda, quella “interna”, e che forma il corpo della commedia, è presentata come una recita allestita nel palazzo in onore del calderaio/signore: una bizzosa e selvatica Caterina è conquistata e addomesticata dal giovane Petruccio, cacciatore di doti, venuta a Padova da Verona “per trovare di che accasarmi bene”. Il tutto in un intreccio, che riecheggia, molto ben combinato, il tema dei “Suppositi” di Lodovico Ariosto (1509), che gli inglesi conoscevano nella traduzione di George Gascoigne (1566), e quello della ballata popolare “A merry jest of a shrew and a curst wife”, “Un allegro scherzo a una moglie bisbetica e perversa”.
          Shakespeare lascia senza conclusione l’episodio introdotto dal prologo, che invece il copione della sua falsa copia sopraddetta conclude con una scena finale, dove il calderaio Sly (il nome è lo stesso nei due lavori) è ritrasportato di peso nel luogo dove era stato trovato a dormire ubriaco al principio, e dal dialogo tra lui e uno sguattero, che lo sveglia, si capisce - e solo allora - che tutto quello che è apparso sulla scena non era che un sogno; dal quale il calderaio trae la sua morale: di aver imparato, cioè, i modi per “addomesticare” una donna bisbetica, e si propone di applicare subito la ricetta alla moglie, nel caso che questa, al suo ritorno a casa, faccia tanto da alzare la voce per la nottata da lui trascorsa fuori.


* * *


          La commedia è una di quelle che hanno avuto più fortuna sulle scene inglesi, sia pure in versioni diverse e con infiniti rimaneggiamenti; egual successo ha avuto fuori d’Inghilterra dove però - come in Italia - ha trovato in attori e registi la tendenza ad esagerare la sua vena farsesca, conferendo al personaggio di Petruccio una brutalità diversa dalla flemma scanzonata del maschio sicuro di farcela, e a Caterina la trivialità innaturale della “femmina da domare” (dove di “domare” non si tratta, nemmeno del titolo), invece che la femminile bizzarria di una fanciulla bella e sensibile da “addomesticare”: il che ha in ogni caso finito col sottrarre alla rappresentazione gran parte del suo respiro poetico e del suo valore psicologico.

( Goffredo Raponi)

 

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La bisbetica domata

(“The Taming of the Shrew” 1590 - 1593)

 

TRAMA

 

da Il corriere delle Sfamuse

 

PROLOGO 


Scena I 
In un’ osteria, il calderaio Sly, ubriaco, è intento in una lite con l’ostessa, per poi addormentarsi ubriaco. Arriva all’osteria un signore, di ritorno dalla caccia col suo seguito, trova l’ubriaco addormentato e decide di fargli uno scherzo: portarlo a casa sua e , al suo risveglio, farlo trattare da tutti come un nobile signore. Lo portano a casa. Arriva, in casa del Signore, una compagnia di attori, che chiede ospitalità in cambio della rappresentazione di una commedia. Il Signore li ospita volentieri. In tanto ordina ai servi di continuare la messinscena. 


Scena II 
Sly si risveglia e i servi lo convincono che ha dormito per quindici anni e ciò che lui crede di aver vissuto in realtà non è che un sogno. Lui all’inizio è intontito e confuso, ma alla fine accetta di buon grado questa versione dei fatti. Un servo si traveste addirittura da donna e si finge la sua signora e Sly cerca subito di portarsela a letto, nonostante le mille resistenze del servo che ovviamente non ne vuole sapere. Tutti prendono posto per assistere alla rappresentazione della compagnia degli attori, che metteranno in scena una commedia: La bisbetica domata.

 


ATTO I


Scena I 
Lucenzio e il suo servitore a Tranio arrivano, da Pisa, a Padova, dove Lucenzio vuole dedicarsi completamente agli studi universitari. Per strada si imbattono in una strana scena. Entra Battista con la bella figlia Bianca seguito da Gremio e Ortensio, i due pretendenti. Battista, nonostante le loro insistenze, è deciso a non maritare Bianca fino a che non avrà trovato un marito alla figlia maggiore Caterina, che si affaccia alla finestra proprio in quel momento imprecando e rivelando nelle sue risposte un carattere da vera bisbetica. Battista rientra in casa con la figlia dichiarando che per lei non cerca pretendenti, bensì precettori per istruirla. Sia Ortensio che Gremio progettano di fingersi precettori per poter corteggiare Bianca, e decidono di allearsi nella difficile impresa di trovare un marito alla sorella. Lucenzio, che insieme a Tranio ha assistito a tutta la scena, è invaghito di Bianca. I due progettano questo piano: Lucenzio, indossando i panni di Tranio, si fingerà un precettore, di nome Cambio, e Tranio interpreterà la parte di Lucenzio.

 

Scena II

Petruccio, amico di Ortensio, accompagnato dal servitore Grumio, è giunto a Padova da Verona perché, morto il padre, vuole trovare una moglie, all’unica condizione che sia ricca. Ortensio gli propone Caterina, avvisandolo del suo carattere ribelle. Petruccio non sembra preoccupato, ma anzi attirato dalla ricca dote della ragazza. Ortensio si offre di portarlo in casa di Battista in cambio facendosi presentare come precettore, per poter corteggiare Bianca. Tutti i pretendenti, ognuno con il suo piano e il suo travestimento, si incontrano davanti alla casa di Battista.

 


ATTO II 


Scena I 
Caterina tormenta Bianca e la accusa in mille modi, pensando che il padre abbia un debole per lei. Arrivano alla casa tutti i vari pretendenti e i finti “precettori”. Questi ultimi vanno ad istruire le ragazze (Caterina spacca il liuto in testa all’insegnante di musica) e intanto Petruccio, dopo essersi messo d’accordo con Battista per la dote, va a conoscere Caterina. I due hanno un dialogo molto acceso, ma alla fine lui, un po’ con l’inganno un po’ con la forza, la convince a sposarlo.

 


ATTO III 


Scena I 

Lucenzio e Ortensio, entrambi travestiti d precettori, litigano per chi può passare più tempo con Bianca, e ognuno dei due con un messaggio in codice, le svela il proprio amore. Si capisce che Bianca preferisce Lucenzio. Bianca si ritira per prepararsi alle nozze della sorella.

 

Scena II

Tutti sono pronti davanti alla chiesa per celebrare il matrimonio, ma Petruccio, suscitando l’ira di Caterina e lo scandalo generale, si presenta in ritardo e vestito in modo rozzo e ridicolo. Alla fine, racconta Gremio, le nozze, in un modo o nell’altro si sono celebrate. Intanto Tranio e Lucenzio progettano di far arrivare un uomo che si finga il padre di Lucenzio per rendere la storia più credibile al banchetto di nozze, a un certo punto Petruccio dichiara di avere degli affari da sbrigare e se ne va abbandonando gli invitati e portandosi di peso Caterina.

 


ATTO IV 


Scena I

Petruccio e Caterina arrivano, dopo un lungo viaggio al freddo, alla cascina di Petruccio, annunciati da Grumio. Vengono accolti da un branco di servitori sgangherati. Grumio racconta che durante il viaggio P. ha fatto in modo che Caterina cadesse nel fango e si insozzasse tutti i vestiti. P. tratta i servitori a suon di insulti, si lamenta per la cena e così fa in modo che Caterina vada a letto a stomaco vuoto. Poi in un monologo, dichiara le sue intenzioni di renderle la vita impossibile per riuscire ad ammansirla.

 

Scena II 
A casa di Battista, Ortensio ha scoperto la tresca di Bianca col suo rivale Cambio ( in realtà Lucenzio) e la svela anche a Lucenzio (in realtà Tranio) . I due decidono di rinunciare entrambi al corteggiamento della fanciulla; così Lucenzio si è tolto di mezzo un rivale. Tranio intanto convince ingannandolo un viaggiatore appena arrivato da Mantova a presentarsi a casa di Battista fingendosi suo padre ( cioè il padre di Lucenzio). 


Scena III 
Con delle scuse che maschera per premura, Petruccio fa sì che Caterina soffra la fame e il sonno. Per andare al casa del padre fa chiamare un sarto e un merciaio che portano vestiti bellissimi e poi li rifiuta senza ascoltare le repliche di Caterina che li vorrebbe a tutti i costi. Infine la costringe a partire a un orario assurdo solo per far valere la sua autorità. 


Scena IV 
Il finto padre di Lucenzio giunge a casa di Battista e i due accordano per le nozze dei figli. Per firmare le carte si spostano a casa di Lucenzio lasciando il tempo al vero Lucenzio di andare in chiesa con Bianca dove un prete li aspetta per celebrare nascostamente le loro nozze. 


Scena V 
Petruccio a suon di minacce e ricatti comincia a “ domare” Caterina, se lui dice le cose più assurde e improbabili, come che la luna è il sole e il sole è la luna, lei concorda sottomettendosi totalmente alla sua volontà, pur di raggiungere la casa del padre. Per strada incontrano intanto Vincenzo, padre di Lucenzio, che sta arrivando a Padova e trovare il figlio; quando si presenta, Caterina e Petruccio si congratulano per le nozze del figlio, di cui egli naturalmente è inconsapevole, e pensa ad uno scherzo.

 


ATTO V 


Scena I 

Vincenzo arriva, accompagnato da P. e C., alla casa di Lucenzio, dove però lo accolgono il finto Lucenzio e il finto Vincenzo, accusandolo di essere un imbroglione. Scatta una lite, e Vincenzo sta per essere portato via dalla polizia, quando il vero Lucenzio, ormai sposo di Bianca, arriva e svela l’imbroglio, rincuorando gli animi. 


Scena II 
Tutti i personaggi si trovano ad un banchetto a casa dei novelli sposi Lucenzio e Bianca. Tutti lanciano frecciatine alla strana coppia Petruccio e Caterina. Petruccio propone allora una scommessa: cento corone a colui la cui moglie, mandata a chiamare, arriverà prima dal marito. Bianca non si presenta e nemmeno la moglie di Ortensio. L’unica a presentarsi è proprio Caterina, che sotto l’ordine dal marito, va a chiamare anche le altre due e ricorda loro i propri doveri di moglie: obbedire, essere sempre gentili e premurose, trattare il marito come un sovrano, un principe, rispondere a tutte le sue esigenze e richieste senza contraddire e ribellarsi, perché questo è lo scopo per cui la natura a creato la donna con un corpo così delicato e morbido, e a questo scopo deve attenersi sempre. Petruccio soddisfatto vince la scommessa, e l’ammirazione degli altri uomini a tavola, esterrefatti dal cambiamento di Caterina, la bisbetica domata.

 

 

          PERSONAGGI PRINCIPALI

 

Caterina: Sorella di Bianca e figlia di Battista Minola, un ricco mercante di Padova. La sua reputazione è di bisbetica, ma in realtà lo è solo all’apparenza. Caterina è la prima fra le brillanti ed argute protagoniste dei brani di Shakespeare. Essa ha scoperto che l’unica soluzione che possa preservare la sua integrità è di opporsi a ciò che gli altri dicono. Ella possiede un modesto senso dell’umorismo ed un carattere irascibile e scontroso.

 

Petrucchio: È un giovane uomo proveniente da Verona, che dice di essere venuto a Padova per sposarsi con una ragazza ricca e benestante. È un uomo allegro, impaziente e molto soddisfatto di Caterina. Egli possiede una corporatura robusta ed un’altezza considerevole. All’inizio è scontroso ed anche un po’ brutale nei confronti di Caterina, ma in seguito, dopo averla conquistata, si rivela invece egli “bisbetico” e scherzoso.

 

Bianca: All’inizio è una ragazza dolce, tranquilla, gentile ed obbediente; in seguito, però, in contrapposizione all’addolcimento di Caterina, diventa scontrosa e disobbediente al padre. Bianca funge da esempio a Caterina, mostrando i suoi punti deboli, ma alla fine dimostra di possederne alcuni lei stessa.

 

Lucenzio: È il tipico innamorato, che si infuoca a prima vista.

Come personaggio, egli è dipinto molto vivacemente e possiede una corporatura snella e minuta.

 

Battista: È il tipico padre, il quale vuole niente meno che la completa obbedienza delle sue due figlie; egli spera di organizzare le loro vite definitivamente. Esso è anche occupato a sposare le sue figlie per soldi e spinge spesso i corteggiatori di esse a farlo. È un uomo di mezz’età e di corporatura bassa.

 

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La bisbetica domata

(“The Taming of the Shrew” 1590 - 1593)

 

PERSONAGGI

 

Prologo 

CHRISTOPHER SLY, calderaio

Ostessa

Un Signore

Paggio, Cacciatori e Servi al seguito del Signore

Una compagnia di attori

 

La bisbetica domata 

BATTISTA MINOLA, ricco cittadino di Padova

CATERINA, la bisbetica, figlia maggiore di Battista

PETRUCCIO, gentiluomo di Verona, corteggiatore di Caterina

GRUMIO, servo personale di Petruccio

CURZIO, capo-servitore di Petruccio nella casa di campagna

NATANIELE, servo di Petruccio

FILIPPO, servo di Petruccio

Un Sarto, Un Merciaio

GIUSEPPE, servo di Petruccio

NICOLA, servo di Petruccio

PIETRO, servo di Petruccio

BIANCA, figlia minore di Battista

GREMIO, vecchio e abbiente cittadino di Padova, pretendente di Bianca

ORTENSIO, gentiluomo di Padova, pretendente di Bianca

LUCENZIO, gentiluomo di Pisa, pretendente di Bianca

TRANIO, servo personale di Lucenzio

BIONDELLO, servo di Lucenzio

VINCENZO, ricco cittadino di Pisa, padre di Lucenzio

 

Un Pedante di Mantova

Una Vedova

Servi al seguito di Battista.

 

 

PRologo - scena PRIMA

 

Entrano Christopher Sly e l'Ostessa.

 

SLY

Ti faccio fuori, parola.

 

OSTESSA

I ceppi, per te, manigoldo!

 

SLY

Donnaccia, gli Sly non sono manigoldi. Guarda nelle Cronache, siamo venuti con Riccardo Conquistatore. Perciò paucas pallabris, lascia che il mondo giri. Sciò!

 

OSTESSA

Non vuoi pagarmi i bicchieri che hai rotto?

 

SLY

No, neanche un soldo. Dai, dai, San Geronimo, vatti a scaldare nel tuo letto freddo.

 

OSTESSA

Conosco il rimedio, vado a chiamare l'appuntato.

 

Esce.

 

SLY

Appuntato, spuntato o strapuntato, gli risponderò a termini di legge. Non mi sposterò di un dito, to'! Se viene, benvenuto. Si addormenta.

 

Corni da caccia.

Entrano un Signore di ritorno da una battuta, con il suo Seguito.

 

SIGNORE

Capocaccia, ti raccomando, bada bene ai cani. Fa' rifiatare Merriman, povera bestia, è esausta, e metti Clowder con la bracca che abbaia roca. Hai visto com'è stato bravo Silver, ragazzo, all'angolo della siepe, quando s'era perso l'usta? Quel cane non lo darei via per venti sterline.

 

PRIMO CACCIATORE

Be', Belman vale quanto lui, signore. Ha abbaiato quando la traccia era proprio persa, e due volte oggi ha fiutato un minimo sentore. Io lo valuto più dell'altro, fidatevi di me.

 

SIGNORE

Sei scemo. Se Echo fosse svelto come lui, lo stimerei pari a una dozzina di loro. Ma nutrili bene e controllali tutti. Domani voglio fare un'altra battuta.

 

PRIMO CACCIATORE

Sì, signore.

 

SIGNORE

Chi c'è qui? Morto o ubriaco? Guarda se respira.

 

SECONDO CACCIATORE

Respira, signore. Non fosse scaldato di birra sarebbe un letto freddo su cui dormir così.

 

SIGNORE

Oh, bestia immonda, steso per terra come un porco! Morte tetra, com'è brutta e ripugnante la tua immagine! Signori, voglio fare uno scherzo a questo ubriaco. Che ne direste se lo portassimo a letto con lenzuola profumate, anelli al dito, dei rinfreschi imbanditi al capezzale, e servi in livrea pronti quando si sveglia; il pezzente non perderebbe la testa?

 

PRIMO CACCIATORE

Non avrebbe scelta, credetemi, signore.

 

SECONDO CACCIATORE

Quando si sveglierà gli parrà impossibile.

 

SIGNORE

Come un sogno allettante o un'evanescente fantasia. Tiratelo su, e organizzate bene lo scherzo. Portatelo pian piano nella mia stanza più bella, e abbia intorno tutti i miei quadri più lascivi. Versategli sul capo sozzo tepide acque balsamiche e bruciate legno aromatico per profumar l'ambiente. Procurate che quando si sveglia ci sia musica che dia un suono melodioso e celestiale. E se parla, state subito pronti a dire, con un profondo inchino deferente, "Che cosa comanda Vostra signoria?" Che uno gli porga un bacile d'argento colmo d'acqua di rose e cosparso di fiori, un altro la brocca, un terzo la salvietta, e dica;"Vossignoria vuol rinfrescarsi le mani?" Qualcuno sia pronto con un abito lussuoso, e gli chieda che vestito vuole mettersi. Un altro gli parli dei suoi cani e cavalli,e della sua signora, afflitta pel suo male. Persuadetelo che era in preda alla follia, e se dice che gli par di sì, dite che sogna, perché non è altri che un potente signore. Fate così, e con tatto, amici miei. Sarà un passatempo fuor dell'ordinario, se condotto con mano leggera.

 

PRIMO CACCIATORE

Signore, vi assicuro che faremo la nostra parte con tanta diligenza, che crederà di essere proprio quel che gli diremo.

 

SIGNORE

Alzatelo piano e portatelo a letto, e ciascuno al suo compito, quando si sveglia.

 

Sly viene portato fuori.

Suon di trombe.

 

Ehi, tu, va' a vedere perché suonano...

 

Esce il Servo.

Magari è un nobile gentiluomo in viaggio che vuol fermarsi qui.

 

Entra il Servo.

 

Ebbene Chi è?

 

SERVO

Con licenza di Vossignoria, comici che offrono i loro servigi.

 

SIGNORE

Fateli entrare.

 

Entrano gli Attori.

 

Benvenuti, amici.

 

ATTORI

Ringraziamo Vossignoria.

 

SIGNORE

Volete restare da me questa notte?

 

PRIMO ATTORE

Se Vossignoria si degna di accettare i nostri servigi.

 

SIGNORE

Di tutto cuore. Questo qui me lo ricordo, una volta recitò il primogenito d'un fittavolo... corteggiavi così bene la gentildonna. Non ricordo il tuo nome, ma certo quella parte era adatta a te, e recitata con naturalezza.

 

SECONDO ATTORE

Credo che Vossignoria intenda Soto.

 

SIGNORE

Già, è vero, la facevi benissimo. Bene, capitate proprio a proposito, tanto più che ho per le mani uno scherzo nel quale la vostra arte può essermi d'aiuto. C'è un signore che stasera vuol vedervi recitare; ma non so se fidarmi del vostro ritegno, ché occhieggiando il suo contegno balzano - finora Sua signoria non ha mai visto una commedia - non vi prenda uno scoppio di risa e l'offendiate; perché vi avverto, se solo sorridete, quello va in bestia.

 

PRIMO ATTORE

Non temete, signore, sapremo contenerci, fosse il più scatenato stravagante del mondo.

 

SIGNORE

Va', messere, portali nella dispensa, e da' a tutti un amichevole benvenuto.

Non gli manchi nulla di quanto offre la casa.

 

Esce uno con gli Attori.

 

Tu, messere, va' dal mio paggio Bartholomew e fallo vestire di tutto punto come una dama. Fatto questo, conducilo alla stanza dell'ubriaco e chiamalo "signora", rendendogli omaggio. Digli da parte mia, se gli preme il mio affetto, di comportarsi con lo stesso nobile contegno che ha visto tenere dalle gentildonne nei riguardi dei loro mariti. Tal deferenza mostri all'ubriacone, con dolci paroline e profondi inchini, dicendo"Cosa comanda Vossignoria, col che la vostra signora e umile sposa possa compiacervi e dimostrare il proprio amore?" E poi con teneri abbracci, baci tentatori, reclinando il capo sul suo petto, digli di versar lacrime sopraffatto dalla gioia nel veder rinsavito il suo nobile signore, che per sette anni. si è creduto null'altro che un misero e ripugnante pezzente. E se il giovane non ha il dono femminile di versare una pioggia di lacrime a comando, una cipolla servirà a questo scopo, che avvolta di nascosto in un fazzoletto sarà giocoforza gli inondi gli occhi. Fallo eseguire con la massima urgenza, fra poco ti darò altre istruzioni. Esce un Servo. So che il ragazzo sfoggerà la grazia, la voce, il passo e i modi di una signora. Non vedo l'ora di sentirlo chiamare "marito" l'ubriacone, e i miei uomini soffocare le risa rendendo omaggio a quest'umile bifolco. Vado a istruirli. Magari la mia presenza servirà a contenere gli eccessi d'allegria che altrimenti passerebbero il segno.

 

Escono.

 

 

prologo - scena seconda

 

Entrano Christopher Sly e l'Ostessa.

 

Entrano in alto Sly, col Seguito; alcuni con abiti, bacile e brocca, e altri oggetti; e il Signore

 

SLY

Per amor di Dio, una birretta.

 

PRIMO SERVO

Vossignoria vorrebbe una coppa di vin di Spagna?

 

SECONDO SERVO

Vostra eccellenza vuol gustare delle confetture?

 

TERZO SERVO

Che abito vuole indossare oggi Vostro onore?

 

SLY

Io sono Christophero Sly, non chiamatemi"Vostro onore" o "Vossignoria". Mai bevuto vin di Spagna in vita mia. E se mi date confetture, datemele di manzo. Mai chiedermi che abito metterò, perché ho tanti farsetti quante schiene, tante calze quante gambe e tante scarpe quanti piedi - anzi, talvolta più piedi che scarpe, o scarpe che le dita spuntano dalla tomaia.

 

SIGNORE

Il cielo liberi Vossignoria di questa ubbia!

Oh, che un potente di sì alto lignaggio,

con un tal patrimonio e di tal reputazione,

sia invaso da uno spirito così maligno!

 

SLY

Cosa, volete farmi ammattire? Non sono Christopher Sly, figlio del vecchio Sly di Burton Heath, di nascita straccivendolo, di mestiere cardaiuolo, per trasmutazione guardiano d'orsi da circo, e adesso di professione calderaio? Chiedete a Marian Hacket, la birraia cicciona di Wincot, se non mi conosce. Se dice che non mi ha marcato a debito quattordici pence di birretta, marcatemi come il furfante più bugiardo della Cristianità. (Un Servo gli porta un boccale di birra.) Cosa! mica sono uscito di senno. Ecco...

 

TERZO SERVO (Beve.)

Oh, è questo che fa piangere la vostra signora.

 

SECONDO SERVO

Oh, è questo che fa languire i vostri servi.

 

SIGNORE

Ecco perché i vostri parenti evitano la vostra casa, come scacciati dalla vostra singolare follia.

O nobile signore, rammentati della tua nascita, richiama i tuoi antichi pensieri dal bando, e bandisci invece questi vili e abbietti sogni. Guarda come i tuoi servi ti accudiscono, ciascuno al suo compito, pronti ad un tuo cenno. Vuoi dellamusica? Ascolta, Apollo suona, Musica.

e venti usignoli in gabbia cantano.

O vuoi dormire? Ti condurremo a un giaciglio più morbido e dolce del voluttuoso letto preparato allo scopo per Semiramide. Se vuoi camminare, spargeremo stuoie per terra. O vuoi cavalcare? Barderemo i tuoi cavalli coi finimenti incastonati d'oro e di perle. Ti piace falconare? Hai falconi che s'impennano sovra l'allodola mattutina. O vuoi cacciare? I tuoi segugi faranno risonare il firmamento ed echeggiare di latrati la terra cava.

 

PRIMO SERVO

Se vuoi cacciare la lepre, i tuoi levrieri sono veloci come i cervi dal fiato lungo, più svelti del capriolo.

 

SECONDO SERVO

Ti piacciono i quadri? Ti porteremo subito Adone dipinto presso ad un ruscello, e Citera nascosta nei falaschi, che sembrano muoversi e palpitare al suo respiro, così come quando ondeggiando scherzano col vento.

 

SIGNORE

Ti mostreremo Io quand'era vergine e come venne allettata e sorpresa, vividamente dipinta come se fosse vero.

 

TERZO SERVO

O Dafne che vaga in una selva spinosa graffiandosi le gambe che si giurerebbe sanguini, e a quella vista Apollo triste piangerà, con tanta maestria sono ritratti sangue e lacrime.

 

SIGNORE

Tu sei un signore, nient'altri che un signore. Tu hai una moglie assai più bella d'ogni donna in quest'epoca in declino.

 

PRIMO SERVO

E prima che le lacrime per te versate come fiotti invidiosi le inondassero il bel viso, era la creatura più leggiadra del mondo; ed è ancora non inferiore a nessuna.

 

SLY

Sono un signore, con una dama così? O sogno? O ho sognato fino adesso? Non dormo. Vedo, sento, parlo. Fiuto soavi profumi e tocco cose morbide. Per la mia vita, sono davvero un signore, e non un calderaio o Christophero Sly. Bene, portatemi quivi al mio cospetto la mia signora, e un'altra birretta.

 

SECONDO SERVO

Vostra potestà desidera lavarsi le mani? Oh, che gioia vedervi restituita la ragione, e che sappiate di nuovo quel che siete! Da quindici anni siete stato in un sogno, o anche da sveglio sembrava che dormiste.

 

SLY

Da quindici anni! Affè mia, bel sonnellino. Ma non ho mai parlato tutto questo tempo?

 

PRIMO SERVO

Oh sì, signore, ma vaneggiavate; pur essendo in questa bella stanza dicevate che vi avevano buttato in strada sbraitando contro l'ostessa della taverna, e dicendo che l'avreste tratta in giudizio perché vi dava brocche di terraglia e non quarti col sigillo. Altre volte chiamavate a gran voce Cicely Hacket.

 

SLY

Ah sì, la cameriera dell'osteria.

 

TERZO SERVO

Ma signore, voi non conoscete l'osteria o la cameriera, né gli uomini che nominavate, come Stephen Sly e il vecchio John Naps di Greete, oppure Peter Turph e Henry Pimpernell, né altri venti tipi e nomi come questi, mai esistiti o che nessuno ha mai visto.

 

 

SLY

Dio sia ringraziato per la mia guarigione.

 

TUTTI

Amen.

 

Entra il Paggio vestito da signora col Seguito.

Uno dà a Sly un boccale di birra.

 

SLY

Ti ringrazio, non ci rimetterai.

 

PAGGIO

Come se la passa il mio nobile Signore?

 

SLY

Santo cielo, bene, perché c'è ogni ben di Dio. Dov'è mia moglie?

 

PAGGIO

Qui, nobile signore, che vuoi da lei?

 

SLY

Sei mia moglie, e non mi chiami marito? I servi mi chiameranno "signore", io son tuo sposo.

 

PAGGIO

Mio marito e mio signore, mio signore e marito; sono tua moglie in tutta obbedienza.

 

SLY

Lo so bene. Cosa devo chiamarla io?

 

SIGNORE

"Madama".

 

SLY

"Madama Alice" o "Madama Joan"?

 

SIGNORE

"Madama" e basta, così fra dame e gentiluomini.

 

SLY

Madama moglie, dicono che ho sognato e dormito per quindici anni o anche più.

 

PAGGIO

Sì, e a me sembrano trenta, bandita per tutto questo tempo dal vostro letto.

 

SLY

È tanto. Servi, lasciate me e lei soli.

 

Escono i Servi.

 

Signora, spogliatevi e venite a letto.

 

PAGGIO

Tre volte nobile signore, vi supplico di esentarmi ancora per una notte o due; o almeno finché il sole non tramonti. I vostri medici hanno ingiunto espressamente, per paura d'una ricaduta nella vecchia malattia, che mi assenti ancora un po' dal vostro letto. Spero che il motivo si erga a buon diritto.

 

SLY

Sì, si erge così dritto che quasi non resisto più. Ma non mi va di ricadere ancora nei miei sogni.

Perciò aspetterò, nonostante la carne e il sangue.

 

Entra un Messo.

 

MESSO

I comici di Vossignoria, saputo della guarigione, sono venuti a recitare un'allegra commedia. I vostri medici lo trovano molto opportuno, visto che troppa mestizia vi ha raggelato il sangue, e la malinconia fa da nutrice alla follia. Perciò ritengono vi farà bene sentire una recita e disporre la mente a letizia e allegria, che scacciano mille mali e allungano la vita.

 

SLY

Sì, diamine. Che recitino. La commedia non è un trescone natalizio o un numero da saltimbanchi?

 

PAGGIO

No, mio buon signore, è roba più piacevole.

 

SLY

Cosa, roba da mangiare?

 

PAGGIO

È una specie di storia.

 

SLY

Bene, la guarderemo. Vieni, madama moglie, siediti vicino a me; che il mondo giri, tanto noi non saremo mai più giovani.

 

Siedono.

Uno squillo di tromba annuncia l’inizio della rappresentazione nel piano inferiore, dove entrano i commedianti.

 

Indice Teatro

Inizio pagina

 


 

 

La bisbetica domata

(“The Taming of the Shrew” 1590 - 1593)

 

 

atto primo - scena PRIMA

 

Squilli di tromba.

Entrano Lucenzio e il suo servo Tranio.

 

LUCENZIO

Tranio, poiché per il gran desiderio di vedere la bella Padova, culla delle arti, sono giunto nella ferace Lombardia, ameno giardino della grande Italia, e l'amore e il consenso di mio padre m'assicurano il suo benvolere e la tua compagnia come fido servitore a tutta prova, fermiamoci qui e vediamo di intraprendere un corso di dottrina e studi appropriati. Pisa, rinomata per la serietà dei cittadini, ha dato i natali a me e a mio padre, mercante molto attivo in tutto il mondo, Vincenzo, discendente dei Bentivoglio. E suo figlio, cresciuto a Firenze, è giusto che ripaghi le speranze in lui riposte arricchendo d'atti virtuosi la sua sorte. Perciò, Tranio, io ora studierò la virtù e applicherò quella parte della filosofia che tratta della felicità che va raggiunta grazie in particolare alla virtù. Dimmi che pensi, perché ho lasciato Pisa e son venuto a Padova come chi abbandona una pozza paludosa per tuffarsi in alto mare e con la sazietà vuol spegnere la sete.

 

TRANIO

Perdonatemi, gentile mio padrone, io ho in tutto le vostre stesse inclinazioni, felice che confermiate la vostra decisione di suggere il dolce miele della filosofia. Solo, buon padrone, mentre ammiriamo questa virtù e disciplina morale, non siamo stoici né stolidi, vi prego, né così devoti ai dettami di Aristotele da sconfessare e rinnegare in toto Ovidio. Dibattete di logica coi vostri conoscenti, usate la retorica nel parlare quotidiano, per allietarvi ricorrete a musica e poesia, datevi alla matematica e alla metafisica tutte le volte che ne avrete inclinazione. Non c'è profitto dove non si trae diletto. In breve, studiate quel che più vi aggrada.

 

LUCENZIO

Grazie tante, Tranio, consigli proprio bene. E se fosse approdato anche Biondello potremmo metterci subito a trovare un alloggio adatto a intrattenere gli amici che ci faremo stando a Padova. Ma aspetta; chi è che sta arrivando?

 

TRANIO

Padrone, verranno a darci il benvenuto.

Lucenzio e Tranio si fanno da parte. 

Entrano Battista con le due figlie Caterina e Bianca, Gremio, un pantalone, e Ortensio, pretendente di Bianca.

 

BATTISTA

Signori, smettete di importunarmi; sapete che sono fermamente deciso a non maritare mia figlia minore prima d'aver trovato marito alla maggiore. Se uno di voi due ama Caterina, poiché ben vi conosco e ben vi stimo, ha licenza di corteggiarla a piacimento.

 

GREMIO

Meglio scarrettarla. È troppo ruvida, per me. Ecco, Ortensio, volete voi una moglie?

 

CATERINA

Di grazia, signor padre, voi volete espormi al ludibrio di questi lestofanti?

 

ORTENSIO

Fanti, fantina? Cosa dici? Ve li sognate, se non sarete di pasta più molle e malleabile.

 

CATERINA

In fede, signore, non avrete da temere. Non è certo idea che le sfiori l'animo. E se la sfiorasse, procurerebbe di sicuro di strigliarvi la crapa con il suo sgabello, rigarvi il viso e far di voi uno zimbello.

 

ORTENSIO

Da tutti tali diavoli, liberaci o Signore!

 

GREMIO

Liberaci o Signore!

 

TRANIO

Sssh, padrone, qui c'è in vista uno spasso; quella è matta da legare, o un satanasso.

  

LUCENZIO

Ma il silenzio dell'altra dà l'impressione di mitezza di vergine e moderazione. Zitto, Tranio.

 

TRANIO

Ben detto, padrone. Zitto, e riempitevi gli occhi.

 

BATTISTA

Signori, vorrei poter presto mantenere quel che ho promesso... Bianca, tu rientra. E non ti dispiaccia, Bianca, da brava; ti vorrò bene lo stesso, mia cara.

 

CATERINA

Povera piccina, meglio mettersi a frignare, lei sa come fare.

 

BIANCA

Sorella, contentati del mio scontento. Padre, umilmente mi adeguo al vostro volere. Libri e strumenti mi terranno compagnia, che studierò ed eserciterò tutta da sola.

 

LUCENZIO

Ascolta, Tranio, par di sentire Minerva!

 

ORTENSIO

Signor Battista, sarete così duro? Mi spiace che la vostra benevolenza faccia patire Bianca.

 

GREMIO

Volete chiuderla in gabbia, signor Battista, per questa diavolessa, e farle pagare il fio della sua linguaccia?

 

BATTISTA

Signori, rassegnatevi. Ho deciso. Rientra, Bianca.

 

Esce Bianca.

E poiché so che molto si diletta di musica, di strumenti e di poesia, prenderò in casa dei precettori in grado di istruirla. Se voi, Ortensio, o voi, signor Gremio, ne conoscete, portateli da me; a uomini d'ingegno mi mostrerò benevolo, e liberale per dare un'istruzione alle mie figlie. E con ciò addio. Caterina, tu resta pure, perché ho altre cose da dire a Bianca.

 

Esce.

 

CATERINA

Ah sì Allora posso andarmene anch'io, no? Ma guarda, mi si fissano le ore, come se non sapessi cosa prendere e lasciare? Eh?

 

Esce.

 

GREMIO

Vattene a casa del diavolo. Hai tante qualità, che qui nessuno ti trattiene. L'amore non è poi così forte, Ortensio, che non ci si possa soffiare sulle dita e aspettar che passi. Non tutte le ciambelle riescono col buco. Addio. Comunque, per l'amore che ho per la mia dolce Bianca, se mi capiterà di trovare uno adatto a istruirla in ciò che predilige, lo raccomanderò a suo padre.

 

ORTENSIO

Lo farò anch'io, signor Gremio. Ma una parola, vi prego. Sebbene la natura della nostra rivalità non abbia consentito negoziati, ora, a guardar bene, conviene a entrambi - per riottenere accesso alla nostra bella e ritrovarci felici rivali per l'amore di Bianca - adoperarci per ottenere una cosa specialmente.

 

GREMIO

E quale, di grazia?

 

ORTENSIO

Diamine, trovare un marito a sua sorella.

 

GREMIO

Un marito? Un diavolo!

 

ORTENSIO

Io dico un marito.

 

GREMIO

E io dico un diavolo. Pensate, Ortensio, che per quanto ricco sia suo padre, qualcuno sia tanto sciocco da sposare l'inferno?

 

ORTENSIO

Sssch, Gremio. Benché sopportare le sue sfuriate superi la vostra pazienza e la mia, ci saranno pure, amico mio, dei bravi ragazzi al mondo - se solo riusciremo a scovarli - disposti a prendersela con tutti i suoi difetti, visti i soldi che ha.

 

GREMIO

Non saprei; io preferirei beccarmi la sua dote a questa condizione - farmi frustare ogni mattina alla croce del mercato.

 

ORTENSIO

In effetti, come voi dite, c'è ben poco da scegliere fra mele marce. Ma via, dato che questa proibizione inappellabile ci rende amici, la rispetteremo amichevolmente finché, avendo aiutato la figlia maggiore di Battista a trovare un marito, non avremo messo la minore in condizione di averne uno, e allora di nuovo battaglia. Dolce Bianca! Vinca il migliore. Il più veloce infilerà l'anello. Che ne dite, signor Gremio?

 

GREMIO

Per me va bene, e darei il miglior cavallo di Padova come incoraggiamento a chi la corteggiasse a fondo, la sposasse e coricasse, liberando la casa di lei. Andiamo.

 

Escono Gremio e Ortensio.

 

TRANIO

Vi prego, signore, ditemi, è possibile che l'amore di colpo prenda così a fondo?

 

LUCENZIO

Oh, Tranio, finché non l'ho sperimentato, non lo credevo possibile o probabile. Ma vedi, mentre guardavo lì oziosamente, ho scoperto che nell'ozio fiorisce l'amore, e ora a te lo confesso apertamente, che mi sei intimo e caro come lo era Anna per la regina di Cartagine. Tranio, io brucio, languo, muoio, Tranio, se non conquisto questa pudica giovinetta. Consigliami, Tranio, che te ne so capace; assistimi, Tranio, che te ne so disposto.

 

TRANIO

Padrone, questo non è il momento di sgridarvi; la passione non si scaccia dal cuore coi rimbrotti.

Se l'amore vi ha toccato, altro dire non so; Redime te captum quam queas minimo.

 

LUCENZIO

Grazie, ragazzo. Continua, mi rasserena. Il resto mi consolerà, tu dai buoni consigli.

 

TRANIO

Padrone, avete tanto guardato la fanciulla che forse vi è sfuggito il punto principale.

 

LUCENZIO

Oh, sì; ho visto la bellezza sul suo volto, pari a quella della figlia di Agenore, per la cui mano il gran Giove si umiliò baciando la spiaggia di Creta con le ginocchia.

 

TRANIO

Non avete visto altro? Come sua sorella prese a sbraitare e sollevò un frastuono che orecchio mortale può a stento sopportare?

 

LUCENZIO

Tranio, l'ho vista muovere le labbra coralline e col suo alito profumava l'aria. Sacro e soave è quanto vidi di lei.

 

TRANIO

Allora è il caso di scuoterlo dal sogno. Sveglia, signore, sveglia. Se amate la fanciulla dovrete ingegnarvi a conquistarla. Così stanno le cose; sua sorella maggiore è tanto indemoniata e bisbetica che finché il padre non se ne sbarazza la vostra amata starà in casa da zitella; perciò l'ha strettamente chiusa in gabbia, perché non sia importunata da corteggiatori.

 

LUCENZIO

Ah, Tranio, che padre crudele! Non sai se si è preoccupato di trovarle esperti precettori per istruirla?

 

TRANIO

Sì, certo, signore... E qualcosa ho in mente.

 

LUCENZIO

Ho capito, Tranio.

 

TRANIO

Padrone, ci scommetto, abbiamo in mente qualcosa che concorda.

 

LUCENZIO

Di' tu prima.

 

TRANIO

Farete da precettore e darete voi lezioni alla ragazza. Ecco il vostro intento.

 

LUCENZIO

Già. Si può fare?

 

TRANIO

Non credo. Chi infatti farà la vostra parte impersonando qui a Padova il figlio di Vincenzo, tenendo casa e studiando, accogliendo gli amici, visitando i compaesani e intrattenendoli?

 

LUCENZIO

Basta, sta' buono; ho escogitato tutto. Non ci hanno ancora visti in nessuna casa, né possono distinguerci dal viso per servo o padrone. Ne consegue questo; tu farai il padrone, Tranio, al posto mio, terrai casa, modo di vita e servi come farei io; io sarò qualcun altro, un fiorentino, napoletano o pisano di più bassa condizione. È ben pensata, e l'attueremo. Svelto, Tranio, svestiti; prenditi il mio cappello colorato e il mio mantello. Quando arriva Biondello servirà te, dopo che l'avrò istruito a tener la bocca chiusa.

 

TRANIO

Sarà bene. In breve, signore, se volete così, ed essendovi io tenuto dall'obbedienza - così mi ha comandato alla partenza vostro padre; Renditi utile a mio figlio, mi disse, anche se credo avesse in mente altro - acconsento a far la parte di Lucenzio visto l'affetto che nutro per Lucenzio.

 

LUCENZIO

Fallo, Tranio, perché Lucenzio ama; servirò, per conquistar quella fanciulla la cui vista improvvisa ha soggiogato l'occhio mio ferito. Ecco quel furfante.

 

Entra Biondello.

 

Dove sei stato, messere?

 

BIONDELLO

Dove sono stato? Ma come, dove siete voi, piuttosto? Padrone, Tranio vi ha rubato i vestiti, o voi i suoi, o tutt'e due? Qual nuova è questa?

 

LUCENZIO

Vieni qua. Non è il momento di scherzare, perciò adegua i tuoi modi alle circostanze. Per salvarmi la vita, il tuo collega Tranio ha assunto i miei panni e la mia identità ed io, per scamparla, ho preso i suoi. Poiché in una lite dopo essere sbarcato ho ucciso un uomo, e temo che mi cerchino. Tu servi lui, te l'ordino, come si conviene, mentre io scappo di qui per mettermi al sicuro. Mi capisci?

 

BIONDELLO

Io, signore? Manco per niente.

 

LUCENZIO

E non ti esca di bocca il nome Tranio. Tranio si è tramutato in Lucenzio.

 

BIONDELLO

Buon per lui. Fosse capitata a me!

 

TRANIO

E se metti anche il mio desiderio nella lista, Lucenzio avrebbe la figlia minore di Battista. Non per me, ma per il tuo padrone, ti consiglio, comportati avvedutamente in ogni frangente. Quando sono da solo, allora sono Tranio, ma in tutti gli altri casi sono padron Lucenzio.

 

LUCENZIO

Andiamo, Tranio. Ti resta da eseguire solo un'altra cosa, entrare anche tu nel novero dei pretendenti. E se mi chiedi perché, ti basti sapere che ho buone ragioni da far valere.

 

Escono. 

Parlano i Presentatori in alto.

 

PRIMO SERVO

Mio signore, dormite; non badate alla recita.

 

SLY

Altroché, per Sant'Anna. Bella rappresentazione. Durerà ancora?

 

PAGGIO

È appena cominciata, mio signore.

 

SLY

Gran bel lavoro, madama signora. Magari fosse finito!

 

Restano seduti a guardare.

 

 

atto primo - scena seconda

 

Entrano Petruccio e il suo servo Grumio.

 

PETRUCCIO

Verona, mi sono accomiatato per un po', per vedere gli amici di Padova, e soprattutto il più amato e fidato di loro, Ortensio; questa sembra la sua casa. Su, Grumio, bussa.

 

GRUMIO

Bussare, signore? E perché? Qualcuno ha forse 'busato di Vossignoria?

 

PETRUCCIO

Zotico, bussami qui, e forte, ti dico.

 

GRUMIO

Bussarvi qui, signore? E chi son io, signore, per bussarvi qui?

 

PETRUCCIO

Bussami a questa porta ti dico, lestofante, picchia bene, o ti busso io la crapa di furfante.

 

GRUMIO

Il padrone vuol questionare. Se vi dovessi bussare so bene chi poi il peggio dovrà assaggiare.

 

PETRUCCIO

Ti vuoi decidere? Se non mi bussi, gaglioffo, te le suono io; ti farò solfeggiare e anche cantare, vivaddio.

Gli torce l'orecchio.

 

GRUMIO

Aiuto, aiuto! Il mio padrone è ammattito.

 

PETRUCCIO

Adesso busserai quando te l'ordino, ribaldo.

 

Entra Ortensio.

 

ORTENSIO

Ehi, ehi, che succede? Il mio vecchio amico Grumio, e il mio buon amico Petruccio? Come mai tutt'e due a Verona?

 

PETRUCCIO

Signor Ortensio, vieni a sedare la contesa? Con tutto il cuore ben trovato, posso dire.

 

ORTENSIO

Alla nostra casa ben venuto, molto onorato signor mio Petruccio. Su, alzati, Grumio, in piedi; comporremo questa lite.

 

GRUMIO

No, non importa, signore, quel che accampa in latino. Se questo non è motivo legale per lasciare il suo servizio, decidete voi, signore. Mi ordina"bussami qui, e picchia bene", signore. Ebbene, era giusto che un servo trattasse così il suo padrone, che per quanto ne so era magari fuor di testa, sballato? Dio volesse che prima l'avessi ben bussato, così poi il peggio non avrei assaggiato.

 

PETRUCCIO

Che stupido buzzurro. Buon Ortensio, al manigoldo ho detto di bussare alla porta e non ci fu verso di farglielo fare.

 

GRUMIO

Bussare alla porta? Santo cielo! Non mi avete detto chiaro e tondo"Messere, bussami qui e picchia qui, bussami forte e picchiami bene"? E adesso ve ne venite fuori con "bussare alla porta"?

 

PETRUCCIO

Vattene, gaglioffo, o taci, per il tuo bene.

 

ORTENSIO

Abbi pazienza, Petruccio, me ne faccio io garante. Be', è brutta questa storia fra te e lui, il tuo vecchio, fidato e sapido servo Grumio. Ed ora dimmi, caro amico, qual buon vento ti spinge qui a Padova dalla vecchia Verona?

 

PETRUCCIO

Il vento che sparpaglia i giovani pel mondo, a cercare fortuna lontano da casa, dove non attecchisce l'esperienza. In breve, Ortensio, così stanno le cose; mio padre Antonio è deceduto, ed io mi sono gettato in questo labirinto per ammogliarmi e prosperare al meglio. Ho soldi nella borsa e beni a casa, ed eccomi quindi in cerca di fortuna.

 

ORTENSIO

Petruccio, allora posso parlar chiaro e prospettarti una moglie bisbetica e sgraziata? Avresti poco da ringraziarmi per il mio consiglio, eppure ti prometto che sarà ricca, anzi molto, molto ricca. Ma tu mi sei troppo amico, e come posso augurarti di sposarla?

 

PETRUCCIO

Signor Ortensio, fra amici come noi, poche parole; perciò, se ne conosci una abbastanza ricca da essere moglie di Petruccio - e la ricchezza fa da bordone alla mia danza nuziale - fosse brutta come l'amata di Florenzio, vecchia come la Sibilla, indemoniata e bisbetica come la Santippe di Socrate, o peggio, la cosa non mi muove, o non rimuove il mio trasporto, foss'anche agitata come i marosi in piena dell'Adriatico. Vengo a far ricche nozze a Padova, e ricche vuol dir felici, a Padova.

 

GRUMIO

Eh, badate, signore, come vi spiattella quel che ha in mente. Dategli oro a sufficienza e potrete sposarlo a un fantoccio o a una pupattola, o a una vecchia megera senza un dente in bocca, anche se impestata di malattie come cinquantadue cavalli. Be', non manca niente, se ci sono i soldi.

 

ORTENSIO

Petruccio, arrivati a questo punto, continuerò quel che ho avviato per scherzo. Posso procacciarti una moglie, Petruccio, ricca a sufficienza, giovane e bella, allevata come si confà a una gentildonna. Il suo unico difetto, ma basta e avanza, è che è un'intollerabile bisbetica, riottosa e indemoniata, così spropositata, che se fossi in acque ben peggiori delle mie non la sposerei neanche per una miniera d'oro.

 

PETRUCCIO

Basta, Ortensio. Non conosci gli effetti dell'oro. Dimmi il nome di suo padre e non occorre altro.

Perché l'abborderò se anche strepitasse come il tuono quando d'autunno si squarciano le nubi.

 

ORTENSIO

Suo padre è Battista Minola, un signore affabile e cortese. Lei si chiama Caterina Minola, ben nota a Padova per la sua linguaccia.

 

PETRUCCIO

Conosco suo padre, anche se non lei; lui conosceva bene il mio defunto padre. Non chiuderò occhio finché non l'avrò vista. Consentimi perciò la sfrontatezza di lasciarti al nostro primo incontro, a meno che non m'accompagni tu da lei.

 

GRUMIO

Vi prego, signore, fatelo andare finché gli dura l'estro. Parola mia, se quella lo conoscesse come lo conosco io, capirebbe che gli strepiti servono poco con uno come lui. Potrà magari dargli del ribaldo una mezza dozzina di volte, ma sarà come niente. E se ci si mette lui, la subisserà di roboanti improperi. Ve lo dico io, signore, se appena prova a tenergli testa, le getterà in faccia tante di quelle figure rettoriche da sfigurargliela, e non avrà più occhi per vedere di un gatto. Voi non lo conoscete, signore.

 

ORTENSIO

Aspetta, Petruccio, verrò con te, perché Battista custodisce il mio tesoro. Lui ha in serbo la gemma della mia vita, sua figlia minore, la bella Bianca, e la segrega da me e da altri pretendenti miei rivali in amore, supponendo impossibile, per i difetti che vi ho prima elencato, che Caterina trovi mai un corteggiatore.Perciò Battista ha dato l'ordine che nessuno abbia accesso a Bianca finché non si sposi l'indemoniata Caterina.

 

GRUMIO

L'indemoniata Caterina; l'epiteto peggiore per una signorina.

 

ORTENSIO

Ora il mio amico Petruccio mi farà grazia di presentarmi sobriamente travestito al vecchio Battista come precettore versato nella musica, per istruire Bianca, che almeno grazie a questo stratagemma abbia modo e agio di parlarle d'amore e corteggiarla senza sospetti da vicino.

 

GRUMIO

Nessun trucco, eh? Guarda come i giovani uniscono i cervelli per ingannare i vecchi! Occhi aperti, padrone. Ehi, chi va là?

 

Entrano Gremio e Lucenzio travestiti.

 

ORTENSIO

Buono, Grumio. È il mio rivale in amore. Petruccio, fatti da parte un momento.

 

GRUMIO

Che giovanottino dabbene e galante!

 

GREMIO

Oh, benissimo; ho esaminato l'elenco. Sentite, signore, li farò rilegare bellamente - che sian tutti libri d'amore, mi raccomando - e badate di non impartirle altre lezioni. Voi mi intendete. E in aggiunta alla liberalità del signor Battista contate sulla mia. Rieccovi l'elenco, e fateli ben profumare, ché la destinataria è più soave d'ogni profumo. Cosa le leggerete?

 

LUCENZIO

Qualunque cosa le legga, state sicuro, perorerò per voi, mio mecenate, come se voi stesso foste al mio posto, anzi, con parole forse più efficaci delle vostre, anche se foste un dotto, signore.

 

GREMIO

Oh, la cultura, che gran cosa!

 

GRUMIO

Oh, il beccafico, che gran somaro!

 

PETRUCCIO

Zitto, stupido.

 

ORTENSIO

Taci, Grumio! Dio vi guardi, signor Gremio.

 

GREMIO

E ben trovato a voi, signor Ortensio. Sapete dove sono diretto? Da Battista Minola. Ho promesso di cercare con cura un precettore per la bella Bianca, e per fortuna sono cascato bene su questo giovanotto, che per cultura e modi fa al caso suo, esperto di poesia e di altri buoni libri, vi assicuro.

 

ORTENSIO

Bene. E io ho incontrato un gentiluomo che mi ha promesso di trovarne un altro, un bravo musicista per istruire la ragazza. Così non resterò indietro nei servigi resi alla bella Bianca, che tanto amo.

 

GREMIO

Che io amo tanto, come proverò coi fatti.

 

GRUMIO

Come proveranno i suoi quattrini.

 

ORTENSIO

Gremio, non è il momento di sbandierare il nostro amore. Ascoltatemi bene, e se sarete leale con me, vi darò una buona notizia per entrambi. Qui c'è un signore incontrato per caso, che se troviamo un accordo di suo gradimento farà la corte all'indemoniata Caterina, sì, per sposarla, se approverà la dote.

 

GREMIO

Già, detto fatto... Ortensio, gli avete detto tutti i suoi difetti?

 

PETRUCCIO

So che è una megera, proterva e rissosa. Se è tutto qui, signori, niente da ridire.

 

GREMIO

Davvero, amico? Di che paese siete?

 

PETRUCCIO

Sono di Verona, figlio del vecchio Antonio.

Morto mio padre, dispongo della mia fortuna e spero di veder tanti bei giorni.

 

GREMIO

Oh, signore, vivere con una tale moglie sarebbe un prodigio. Ma se vi va così, sotto, in nome di Dio; io vi offrirò ogni assistenza. Ma davvero corteggerete quella gatta selvatica?

 

PETRUCCIO

Come no?

 

GRUMIO

La corteggerà? Se no la strozzo io.

 

PETRUCCIO

E per che altro son venuto qui? Credete che un po' di strepito mi turbi le orecchie? Ai miei tempi non ho udito ruggire i leoni? Non ho udito il mare gonfiato dai venti infuriare come un cinghiale schiumante di rabbia? Non ho udito le cannonate sul campo di guerrae tuonare dall'alto l'artiglieria del cielo? Nel pieno della battaglia non ho udito allarmi, nitriti di destrieri, fragor di trombe? E voi mi parlate d'una lingua di donna che a sentirla fa meno rumore d'una castagna che scoppietti nel fuoco di un contadino? Via, via, spaventate i bambini col babau!

 

GRUMIO

Ah, lui non teme nessuno.

 

GREMIO

Sentite, Ortensio. Questo signore è capitato a proposito, vorrei dire, per il suo bene e il vostro.

 

ORTENSIO

Ho promesso che gli daremo un contributo accollandoci le spese del corteggiamento, quali che siano.

 

GREMIO

Sì se la conquista il ganzo.

 

GRUMIO

Vorrei essere tanto sicuro d'un buon pranzo.

 

Entrano Tranio in ghingheri e Biondello.

 

TRANIO

Dio vi guardi, signori. Se posso osare, ditemi, vi prego, qual è la via più spiccia per la casa del signor Battista Minola?  

 

BIONDELLO

Quello con due belle figlie; è lui che intendete?

 

TRANIO

Proprio lui, Biondello.

 

GREMIO

Sentite, signore, non intendete anche lei?

 

TRANIO

Forse lui e lei, signore. Vi riguarda, costei?

 

PETRUCCIO

Non quella che sbraita, ad ogni modo, vi prego.

 

TRANIO

Non amo chi sbraita, signore. Andiamo, Biondello.

 

LUCENZIO

Buon inizio, Tranio.

 

ORTENSIO

Prima una parola, signore. Siete un pretendente della ragazza in questione, sì o no?

 

TRANIO

E se lo fossi, signore, sarebbe un'ingiuria?

 

GREMIO

No, se ve ne andrete di qui in fretta e furia.

 

TRANIO

Di grazia, signore, le strade non sono libere

per me come per voi?

 

GREMIO

Ma lei non lo è.

 

TRANIO

Per qual motivo, vi prego?

 

GREMIO

Questo, se volete saperlo,

che lei è la prescelta del signor Gremio.

 

ORTENSIO

Che lei è la prescelta del signor Ortensio.

 

TRANIO

Un momento, signori miei. Se siete gentiluomini fatemi la grazia di ascoltarmi con pazienza. Battista è un nobile gentiluomo al quale mio padre non è del tutto sconosciuto, e se sua figlia fosse ancor più bella di quant'è potrebbe avere altri pretendenti, e me fra loro. La figlia della bella Leda ne aveva mille, quindi la bella Bianca può averne ancora uno. E infatti; Lucenzio sarà quell'uno in più, venisse anche Paride, sperando d'esser solo lui.

 

GREMIO

Ueh, questo vuol superarci tutti a ciance!

 

LUCENZIO

Signore, dategli corda, e vedrete che ronzino.

 

PETRUCCIO

Ortensio, a che mirano tutte queste parole?

 

ORTENSIO

Signore, permettetemi di chiedervi, avete mai visto la figlia di Battista?

 

TRANIO

No, signore, ma sento che ne ha due; l'una famosa per la sua linguaccia, quanto l'altra per bellezza e modestia.

 

PETRUCCIO

La prima è per me, signore, lasciatela fuori.

 

GREMIO

Sì, lasciate quella fatica al grande Ercole, sarà più delle dodici da lui affrontate.

 

PETRUCCIO

Signore, occorre che vi dica in verità che la più giovane di cui chiedete il padre la segrega da ogni corteggiatore e non vuole prometterla a nessuno finché non si sarà sposata la maggiore. Allora la minore sarà libera, non prima.

 

TRANIO

Se è così, signore, che voi siete l'uomo destinato a toglierci tutti d'impiccio, e me fra gli altri, a rompere il ghiaccio e compiere questa impresa, conquistar la maggiore e a noi sgombrare il campo per la minore, chi avrà la ventura di ottenere costei non sarà tanto sgarbato da mostrarsi ingrato.

 

ORTENSIO

Dite bene, signore, e ragionate bene. E visto che vi professate un pretendente, dovete, come noi, compensare questo gentiluomo al quale noi tutti restiamo debitori.

 

TRANIO

Non mancherò, signore. E per suggellarlo, compiacetevi di passare insieme il pomeriggio a tracannare alla salute della nostra amata, e come i contendenti in un giudizio, lottiamo strenuamente, ma mangiamo e beviamo da amici.

 

GRUMIO E BIONDELLO

Ottima proposta! Andiamo, compagnoni.

 

ORTENSIO

Sì, ottima proposta, ne sono compiaciuto.

Petruccio, sarò io il tuo ben venuto.

 

Escono.

 

Indice Teatro

Inizio pagina

 


 

 

La bisbetica domata

(“The Taming of the Shrew” 1590 - 1593)

 

 

atto secondo - scena prima

 

Entrano Caterina e Bianca.

 

BIANCA

Buona sorella, non far torto a me e a te stessa, legandomi e trattandomi da schiava. A me ripugna. E per quest'altri fronzoli, slegami le mani, li toglierò da sola, sì, quello che indosso, fino alla sottanella, oppure farò ciò che mi ordini di fare, sapendo bene il mio dovere verso i maggiori.

 

CATERINA

Di tutti i tuoi pretendenti ti ordino di dirmi chi preferisci. Guarda di non mentire.

 

BIANCA

Credimi, sorella, fra tutti gli uomini al mondo non ho mai visto finora quel volto speciale che potrebbe piacermi più di tutti gli altri.

 

CATERINA

Menti, civetta. Non è Ortensio?

 

BIANCA

Se piace a te, sorella, ecco ti giuro che io stessa perorerò perché l'abbia tu.

 

CATERINA

Allora magari preferisci i soldi. Vorrai Gremio per tenerti in ghingheri.

 

BIANCA

È per lui che mi detesti tanto? Ma allora scherzi, e adesso capisco che finora hai soltanto scherzato. Ti prego, sorella Kate, slegami le mani.

 

CATERINA

È stato tutto uno scherzo, come questo. La percuote.

 

Entra Battista.

  

BATTISTA

Ehi, ehi, damigella, cos'è quest'insolenza? Scostati, Bianca. Poverina, piange. Va' a cucire; gira alla larga da lei. Vergogna, creatura d'animo diabolico, perché maltratti chi non ti ha fatto nulla? Quando mai ti ha presa a male parole?

 

CATERINA

Mi rode il suo silenzio, e mi vendicherò. Insegue Bianca.

 

BATTISTA

Come, sotto i miei occhi? Bianca, va' di là.

 

Esce Bianca.

 

CATERINA

Ah, ce l'avete con me? Adesso lo vedo, è il vostro tesoro, deve avere un marito, e io ballare scalza il giorno delle nozze, guidar scimmie all'inferno per come l'amate. Non parlatemi, mi siederò a piangere finché non trovi il modo di fargliela pagare.

 

Esce.

 

BATTISTA

Ci fu mai padre di famiglia così afflitto? Ma chi arriva?

 

Entrano Gremio, Lucenzio, travestito da Cambio, vestito da povero, Petruccio con Ortensio travestito da Licio e Tranio travestito da Lucenzio col suo paggio, Biondello, con un liuto e dei libri.

 

GREMIO

Buon giorno, caro Battista.

 

BATTISTA

Buon giorno, caro Gremio. Salute a voi, signori.

 

PETRUCCIO

E a voi, signore. Di grazia, non avete una figlia di nome Caterina, bella e virtuosa?

 

BATTISTA

Ho una figlia, signore, di nome Caterina.

 

GREMIO

Siete troppo brusco, andate per gradi.

 

PETRUCCIO

Voi mi fate torto, signor Gremio; permettete. Io sono un gentiluomo di Verona, signore, che udendo della sua bellezza e del suo spirito, della sua affabilità e timorosa modestia, delle sue doti eccelse e mansuetudine, osa sfacciatamente presentarsi come ospite a casa vostra, per verificare coi suoi occhi ciò che ha così spesso udito decantare. E per guadagnarmi la vostra accoglienza io qui vi offro uno dei miei uomini, (Presenta Ortensio.) conoscitore di musica e di matematica, per rifinirne l'istruzione in quelle scienze delle quali so che non è a digiuno. Accettatelo, o mi farete torto. Si chiama Licio, nato a Mantova.

 

BATTISTA

Siete il benvenuto, signore, e pure lui, per amor vostro. Ma quanto a mia figlia Caterina, ahimè, so che non fa per voi.

 

PETRUCCIO

Vedo che non intendete separarvi da lei, o che la mia compagnia non vi è gradita.

 

BATTISTA

Non fraintendetemi; dico le cose come stanno. Di dove siete, signore? Come posso chiamarvi?

 

PETRUCCIO

Mi chiamo Petruccio, figlio di Antonio, uomo ben noto in tutta Italia.

 

BATTISTA

Lo conosco bene. Benvenuto in grazia sua.

 

GREMIO

Con tutto il rispetto, Petruccio, vi prego, fate parlare anche noi poveri questuanti. Sgomberare! Siete quanto mai invadente.

 

PETRUCCIO

Scusatemi, signor Gremio, io miro al sodo.

 

GREMIO

Non dubito, signore, che poi maledirete il nodo. Buon vicino, questo è un dono da apprezzare, ne sono sicuro. Per manifestare analoga cortesia, anch'io, che vi sono più debitore di ogni altro, vi faccio omaggio di questo giovane studioso (presenta Lucenzio) che ha a lungo studiato a Reims, conoscitore di greco, di latino e di altre lingue quanto l'altro lo è di musica e di matematica. Si chiama Cambio. Vi prego di accettare i suoi servigi.

 

BATTISTA

Mille ringraziamenti, signor Gremio. Benvenuto, buon Cambio. (A Tranio.) Ma, gentile signore, dall'aspetto vi direi straniero. Posso ardire di sapere il motivo della vostra venuta?

 

TRANIO

Perdonate, signore, ma l'ardire è mio, ché, essendo straniero in questa città, mi faccio pretendente di vostra figlia, di Bianca, la bella e virtuosa. Né mi è ignota la vostra risoluzione di far prima sposare la maggiore. Io non chiedo che questa libertà, una volta accertati i miei natali, d'essere accolto fra gli altri pretendenti e avere accesso e favore al par di loro. E per l'educazione delle vostre figliuole io qui vi offro un modesto strumento, e questo pacchetto di libri greci e latini. Se li accettate, ne aumenterà il valore.

 

BATTISTA

Vi chiamate Lucenzio? E di dove, vi prego?

 

TRANIO

Di Pisa, signore, figlio di Vincenzo.

 

BATTISTA

Un uomo di peso a Pisa. Per fama lo conosco bene. Siete il benvenuto, signore. (A Ortensio.) Prendete il liuto, e voi (A Lucenzio.) i libri. Andrete subito dalle vostre allieve. Ehi, di casa!

 

Entra un Servo.

 

Tu conduci questi signori dalle mie figlie, e di' a entrambe che sono i loro precettori, e li trattino bene.

 

Escono il Servo, Ortensio, Lucenzio, Biondello.

 

Noi andremo a fare due passi nel giardino, e poi a pranzo. Siete più che benvenuti, e così vi prego di considerarvi tutti.

 

PETRUCCIO

Signor Battista, il mio affare urge, e mica posso venire ogni giorno a far la corte. Conoscevate bene mio padre, e in lui me, unico erede delle sue terre e dei suoi beni, che ho accresciuto e non depauperato. Allora ditemi, se otterrò l'amore di vostra figlia, quale dote mi spetterà sposandola?

 

BATTISTA

Metà delle mie terre alla mia morte, e ventimila zecchini all'atto delle nozze.

 

PETRUCCIO

E per questa dote io le garantirò, in caso di vedovanza, se mi sopravvive, tutte le mie terre e ogni altra rendita. Stendiamo perciò i contratti, che i patti sian mantenuti da entrambe le parti.

 

BATTISTA

Sì, appena ottenuta la cosa basilare, ossia il suo amore; ché sta tutto lì.

 

PETRUCCIO

Allora è niente. Perché vi dico, padre, ch'io sono perentorio quanto lei è fiera; e quando due fuochi furiosi s'incontrano, consumano ciò che alimenta la lor furia. Un focherello ingrossa con un alito di vento, ma le folate violente estinguon fuoco e tutto. Così farò con lei, e così lei mi cederà; io sono rude e non corteggio da bambino.  

 

BATTISTA

Corteggiala pure, e buona fortuna. Ma armati contro le male parole.

 

PETRUCCIO

Sì, sarò impervio come le montagne contro i venti, che non vacillano anche se quelli soffiano in eterno.

 

Entra Ortensio con la testa rotta.

 

BATTISTA

Che c'è, amico mio, perché sei così pallido?

 

ORTENSIO

È per paura, vi assicuro, se sono pallido.

 

BATTISTA

Ebbene, mia figlia riuscirà buona musicista?

 

ORTENSIO

Penso che riuscirebbe meglio come soldato. Il ferro può resistere con lei, non i liuti.

 

BATTISTA

Come, non l'hai rotta all'arte del liuto?

 

ORTENSIO

No, lei ha rotto il liuto in testa a me. Le avevo solo detto che sbagliava i tasti e piegato la mano per insegnarle la diteggiatura, e lei con spirito impazientissimo e diabolico "Tasti, li chiami", mi dice,"ti faccio tastar io". E a quelle parole me lo sbatté sul capo, e la mia crapa s'infilò nello strumento, e restai lì imbambolato per un po' come alla gogna, guardando di tra il liuto mentre mi dava dello strimpellatore da strapazzo e musico stonato, con mille altri improperi come se se li fosse studiati per maltrattarmi.

 

PETRUCCIO

Caspita, parola mia, una ragazza in gamba. L'amo dieci volte più di prima. Oh, non vedo l'ora di far due chiacchiere con lei.

 

BATTISTA

Su, vieni con me e non ti abbattere. Continua gli esercizi con mia figlia minore; lei è pronta ad apprendere e grata pei favori. Signor Petruccio, volete venire con noi, o che mandi da voi mia figlia Kate?

 

PETRUCCIO

Mandatela, vi prego. Escono tutti tranne Petruccio. L'aspetterò qui, e quando arriva la corteggerò con un certo estro. Mettiamo che sbraiti, io le dirò imperterrito che canta con la soavità d'un usignolo. Se fa il cipiglio, dirò che ha il viso luminoso come le rose mattutine fresche di rugiada. Se sta zitta e non spiccica parola, allora loderò la sua loquacità e dirò che la sua eloquenza mi commuove. Se mi manda a quel paese, la ringrazierò come se m'invitasse a star da lei per un mese. Se rifiuta di sposarsi, non vedrò l'ora di pubblicare i bandi e celebrar le nozze. Ma eccola che viene. E ora a te, Petruccio.

 

Entra Caterina.

 

Buon giorno, Kate - così vi chiamate, sento dire.

 

CATERINA

L'avrete sentito, ma siete duro d'orecchio; chi parla di me mi chiama Caterina.

 

PETRUCCIO

Mentite, in fede; vi chiamano solo Kate, e la gagliarda Kate, talvolta l'indemoniata Kate; ma Kate, la più vezzosa della Cristianità, Kate di Castel Kate, la mia squisitissima Kate, ché tutte le squisitezze sono Kate, ecco, Kate, vi dico questo, Kate, consolazione mia, sentendo lodare la tua mitezza in ogni città, decantare le tue virtù e proclamar la tua beltà, anche se non così a fondo come meriti, son mosso di persona a chieder la tua mano.

 

 

atto secondo - scena seconda

 

CATERINA

Mosso, alla buon'ora! Che chi ti ha mosso qui ti rimuova di qui. Ho subito capito che eravate un mobile.

 

PETRUCCIO

Cosa sarebbe, un mobile?

 

CATERINA

Uno sgabello.

 

PETRUCCIO

Hai azzeccato. Su, sieditici sopra.

 

CATERINA

I somari son fatti per portare, e così voi.

 

PETRUCCIO

Le donne son fatte per portare, e così voi.

 

CATERINA

Mica uno sfiancato par vostro, se alludete a me.

 

PETRUCCIO

Ahimè, buona Kate, io non voglio gravarti! sapendoti così giovane e leggera...

 

CATERINA

Troppo leggera per un tanghero come voi, e tuttavia ponderata quanto il mio peso.

 

PETRUCCIO

Quanto il tuo peso? Bzz!

 

CATERINA

Giusto, calabrone.

 

PETRUCCIO

O tortora lenta, se ti aggiusta un calabrone.

 

CATERINA

Sì, una tortora che si mangia il calabrone.

 

PETRUCCIO

Su, su, vespaccia; siete troppo rabbiosa.

 

CATERINA

Se sono una vespa, attento al pungiglione.

 

PETRUCCIO

Il semplice rimedio è di strapparlo.

 

CATERINA

Sì, se lo sciocco trovasse dove sta.

 

PETRUCCIO

Chi non sa dove la vespa ce l'ha? Nella coda.

 

CATERINA

Nella lingua.

 

PETRUCCIO

Quale lingua?

 

CATERINA

La vostra, che cianciate di coda; vi saluto.

 

PETRUCCIO

Che, la mia lingua in coda a voi? Avanti, buona Kate. Io sono un gentiluomo...

 

CATERINA

Vediamo. Lo colpisce.

 

PETRUCCIO

Giuro che ve le suono, se ci riprovate.

 

CATERINA

E così resterete senza blasone. Se mi colpite, non siete un gentiluomo, e se non lo siete, non avete blasone.

 

PETRUCCIO

Araldica, Kate? Oh, mettimi nel tuo albo d'oro.

 

CATERINA

Con che cimiero, la cresta di gallo del buffone?

 

PETRUCCIO

Un gallo senza cresta, se Kate sarà la mia gallina.

 

CATERINA

Non il mio gallo, gracchiate troppo da cappone.

 

PETRUCCIO

Su, avanti, Kate; non storcere la faccia.

 

CATERINA

La storco quando vedo dell'agro.

 

PETRUCCIO

Be', qui non ce n'è, perciò non storcerla.

 

CATERINA

C'è, c'è.

 

PETRUCCIO

Mostramelo.

 

CATERINA

Ci vorrebbe uno specchio.

 

PETRUCCIO

Vuoi dire la mia faccia?

 

CATERINA

Ci coglie, il giovinetto.

 

PETRUCCIO

Sì, per San Giorgio, troppo giovane per te.

 

CATERINA

Ma avete le rughe.

 

PETRUCCIO

Per le troppe cure.

 

CATERINA

Io non me ne curo.

 

PETRUCCIO

Su, ascolta, Kate... così non te la scampi.

 

CATERINA

Se resto vi faccio infuriare. Lasciatemi andare.

 

PETRUCCIO

Neanche per sogno. Vi trovo gentilissima. Vi avevan descritto ruvida, scontrosa, musona, e ora scopro quelle voci menzognere; perché sei ilare, allegra e cortesissima, lenta di lingua ma soave come i fior primaverili. Non sai accigliarti, guardare di traverso, né morderti il labbro come fan le riottose, né trovi gusto a contrariare quando parli. Intrattieni i corteggiatori con mitezza, con conversari gentili, affabili e garbati. Perché si dice in giro che Kate zoppica? Mondo calunniatore! Kate è dritta e snella come il rametto di nocciolo, e scura di colore come le noci, e più dolce dei gherigli. Fa' veder come cammini; tu non claudichi.

 

CATERINA

Gli ordini, scemo, dalli a chi comandi.

 

PETRUCCIO

Ha mai Diana adornato un boschetto come Kate questa stanza col suo passo regale? Oh, sii tu Diana, e lei sia Kate, così che Kate sia casta e Diana licenziosa!

 

CATERINA

Dove avete studiato questi bei discorsi?

 

PETRUCCIO

Sono estemporanei, dal senno di mia madre.

 

CATERINA

Madre assennata, ma figlio scimunito.

 

PETRUCCIO

Non sono saggio?

 

CATERINA

Sì, tenetevi al caldo.

 

PETRUCCIO

Dolce Caterina, lo voglio fare nel tuo letto. Perciò, mettendo da parte tutte queste ciance, ed in parole povere; tuo padre ha acconsentito a che tu sia mia moglie; la dote è concordata; e che tu voglia o non voglia, io ti sposerò. Io sono il marito, Kate, che fa per te; per questa luce che illumina la tua beltà - quella beltà che mi ti fa apprezzare - tu non dovrai sposare altri che me. Io sono quello nato per domarti, Kate, e cambiarti da gatta selvatica in una Kate remissiva come tutte le altre della casa.

 

Entrano Battista, Gremio, Tranio.

 

Ecco che viene tuo padre. Niente dinieghi; io devo e voglio avere per moglie Caterina.

 

BATTISTA

Ebbene, signor Petruccio, com'è andata con mia figlia?

 

PETRUCCIO

Benissimo, signore, benissimo; come altro? Era impossibile che andassi a vuoto.

 

BATTISTA

E quanto a te, figliola? Sei di malumore?

 

CATERINA

Mi chiamate figlia? Mi avete mostrato un tenero riguardo paterno, vi assicuro, a volermi sposare a un mezzo matto, un ribaldo svitato che fa la voce grossa, e crede di averla vinta a forza di improperi.

 

PETRUCCIO

Ecco, padre; voi e tutti gli altri che sparlavano di lei, sbagliavate di grosso. Se è indiavolata, lo fa per calcolo, non è riottosa, ma mite come una colomba. Non è focosa, ma temperata come il mattino. Per pazienza risulterà una seconda Griselda, e per castità come Lucrezia romana. E per concludere, ci siamo accordati così bene, che domenica è il giorno fissato per le nozze.

 

CATERINA

Prima vorrò vederti impiccato, domenica.

 

GREMIO

Senti, senti, Petruccio, dice che prima vuol vederti impiccato.

 

TRANIO

E sarebbe andata bene? Allora buonanotte per noi.

 

PETRUCCIO

Abbiate pazienza, signori, io la scelgo per me; se lei ed io siamo contenti, voi che c'entrate? Abbiamo pattuito a quattr'occhi fra noi due che in compagnia farà ancora la bisbetica. Vi dico che è incredibile credere quanto mi ama. Oh, garbatissima Kate! Mi si attaccava al collo e mi tempestava di baci su baci, e promesse su promesse, che in un baleno ha conquistato il mio amore. Oh, voi siete dei novizi! È strabiliante vedere come un poveretto sprovveduto può domare la più diabolica bisbetica quando un uomo e una donna restano soli. Dammi la mano, Kate, andrò a Venezia a comprare i vestiti pel giorno delle nozze. Provvedete alla festa, padre, e agli inviti. Vorrò che la mia Caterina sia uno splendore.

 

BATTISTA

Non so cosa dire, ma datemi la mano. Dio vi renda felici; Petruccio, affare fatto.

 

GREMIO, TRANIO

Amen, diciamo noi; faremo da testimoni.

 

PETRUCCIO

Padre, moglie, signori miei, addio, vado a Venezia; domenica arriva presto. Avremo anelli, addobbi e belle cose, e baciami, Kate; domenica saremo sposi.

 

Escono Petruccio e Caterina.

 

GREMIO

Si è mai concluso matrimonio così in fretta?

 

BATTISTA

Signori, io ora faccio la parte del mercante che si avventura in un affare azzardato.

 

TRANIO

Era merce che ferma si deteriorava, ora vi frutterà, o si perderà in mare.

 

BATTISTA

Il guadagno che cerco è un'unione pacifica.

 

GREMIO

Senza dubbio lui ha fatto una pesca pacifica. Ma ora, Battista, vostra figlia minore; questo è il giorno che noi tanto aspettavamo. Io sono vostro vicino e il primo pretendente.

 

TRANIO

E io sono uno che ama Bianca più di quanto possan testimoniare parole o pensieri concepire.

 

GREMIO

Sbarbatello, tu non puoi averla cara come me.

 

TRANIO

Barbagrigia, il tuo amore gela.

 

GREMIO

Ma il tuo frigge. Fatti in là, sventatello, è l'età che nutrisce.

 

TRANIO

Ma agli occhi delle dame, la gioventù fiorisce.

 

BATTISTA

Calma, signori, comporrò questa contesa. Il premio si conquista coi fatti, e chi di voi può assicurare a mia figlia la dote maggiore avrà la mano di Bianca. Signor Gremio, dite, voi che cosa potete assicurarle?

 

GREMIO

Intanto, come sapete, la mia casa di città è fornitissima d'oro e d'argenteria, di bacili e brocche per lavar le sue manine; tutte le mie tappezzerie sono di Tiro. Ho forzieri d'avorio stipati di zecchini, e in cassoni di cipresso trapunte di Arras, costosi arredi, tendaggi e baldacchini, panni fini, cuscini turchi tempestati di perle, sontuosi drappi di Venezia ricamati d'oro, peltro e ottone, e tutto ciò che compete al governo d'una casa. Inoltre alla fattoria ho cento mucche da latte per la mungitura, centoventi buoi grassi nelle stalle, e tutto in proporzione a questa dote. Io sono d'età avanzata, devo ammetterlo, e se morissi domani tutto questo è suo, se lei sarà solo mia finché vivrò.

 

TRANIO

Quel "solo" viene a puntino. Sentite me, signore; io sono l'erede e il solo figlio di mio padre. Se mi è data vostra figlia per moglie, le lascerò tre o quattro case equivalenti, entro le mura della ricca Pisa, a qualsivoglia il vecchio signor Gremio possieda a Padova, inoltre, duemila ducati l'anno di terra fertile;tutto ciò sarà suo appannaggio vedovile. Be', vi ho messo alle strette, signor Gremio?

 

GREMIO

Duemila ducati l'anno di terra! (A parte.) Tutta la mia non ammonta a tanto. - Avrà anche questo, e inoltre una ragusea che è ora alla fonda nella rada di Marsiglia. Be', vi ho tolto il fiato con la ragusea?

 

TRANIO

Gremio, è noto che mio padre possiede non meno di tre grosse ragusee, due galeazze e dodici galee calafatate. Le garantirò queste, e il doppio di qualsiasi altra cosa tu le offra.

 

GREMIO

Io ho offerto tutto, non ho altro, e non può avere più di tutto quel che ho. Se io vi vado bene, avrà me e il mio.

 

TRANIO

Allora la ragazza è mia e solo mia in forza della vostra promessa. Gremio è battuto.

 

BATTISTA

Devo ammettere che la vostra offerta mi batte; vostro padre le dia la garanzia e sarà vostra. Altrimenti, perdonatemi, se moriste prima di lui, dov'è la dote?

 

TRANIO

È un puro cavillo. Lui è vecchio, io giovane.

 

GREMIO

E i giovani non possono morire, come i vecchi?

 

BATTISTA

Orbene, signori, così ho deciso; sapete che domenica prossima si sposerà mia figlia Caterina; Bianca sposerà voi la domenica dopo, se avrò la garanzia; se no sarà del signor Gremio. E con ciò mi congedo e vi ringrazio entrambi.

 

GREMIO

Addio, buon vicino.

 

Esce Battista.

 

Ah, io non ti temo. Bamboccio, giocator d'azzardo, che sciocco sarebbe tuo padre a darti tutto, e in età matura sedersi alla tua tavola. Ah, è una fanfaluca! Una vecchia volpe italiana è più avveduta.

 

Esce.

 

TRANIO

Un canchero alla tua vizza pellaccia di birba! Pure ti ho tenuto testa con un dieci. Ho in mente di avvantaggiare il mio padrone. Non vedo perché il supposto Lucenzio non si trovi un padre, un supposto Vincenzo. Ed è un bel prodigio; di solito i padri generano i figli; ma in questo corteggiamento figlio genererà padre, se regge il mio talento.

 

Esce.

 

Indice Teatro

Inizio pagina

 


 

 

La bisbetica domata

(“The Taming of the Shrew” 1590 - 1593)

 

 

atto terzo - scena prima

 

Entrano Lucenzio, Ortensio e Bianca.

 

LUCENZIO

Basta, menestrello. Vi fate troppo audace, signore. Avete già scordato il benvenuto che vi ha dato sua sorella Caterina?

 

ORTENSIO

Ma, pedante attaccabrighe, questa qui è la patrona delle armonie celesti. Concedetemi perciò la precedenza e quand'avremo passato un'ora di musica avrete altrettanto per la vostra lezione.

 

LUCENZIO

Strampalato somaro, che neppure sapete il motivo per cui la musica fu inventata! Non fu per rinfrescare la mente umana dopo gli studi o le fatiche quotidiane? Lasciatemi perciò istruirla in filosofia e dopo, ammannitele la vostra armonia.

 

ORTENSIO

Messere, non tollero queste tue bravate.

 

BIANCA

Ma signori, mi fate doppiamente torto litigando su quanto è di mia scelta. Non sono una scolaretta che si sculaccia, non mi farò legare a orari e imposizioni, ma studierò le lezioni come piace a me.E per troncare ogni contesa, sediamoci qui. Voi prendete lo strumento, e intanto suonate; la sua lezione finirà prima che sia accordato.

 

ORTENSIO

Smetterete quando avrò il tono giusto?

 

LUCENZIO

Questo non sarà mai. Intonate lo strumento.

 

BIANCA

Dov'eravamo rimasti?

 

LUCENZIO

Qui, signora; Hic ibat Simois, hic est Sigeia tellus, Hic steterat Priami regia celsa senis.

 

BIANCA

Fate la traduzione.

 

LUCENZIO

Hic ibat, come vi ho detto prima - Simois, io sono Lucenzio - hic est, figlio di Vincenzo di Pisa - Sigeia tellus, così travestito per ottenere il vostro amore - Hic steterat, e quel Lucenzio che viene a corteggiarvi - Priami, è il mio servo Tranio - regia, assumendo le mie vesti - celsa senis, per ingannare il vecchio pantalone.

 

ORTENSIO

Madama, il mio strumento è accordato.

 

BIANCA

Sentiamo. Ma no! Il sol stona.

 

LUCENZIO

Sputate nel foro, e accordate ancora.

 

BIANCA

Adesso vediamo se lo so tradurre io; Hic ibat Simois, io non vi conosco - his est Sigeia tellus, non mi fido di voi - Hic steterat Priami, attento che non ci senta - regia, non fatevi illusioni - celsa senis, non disperate.

 

ORTENSIO

Madama, adesso è accordato.

 

LUCENZIO

Ma non il basso.

 

ORTENSIO

Il basso va bene, ma non quel basso furfante. (A parte.) Com'è focoso e audace quel pedante. Sulla mia vita, fa la corte alla mia amata. Pedascule, guarda che ti tengo d'occhio.

 

BIANCA

Col tempo potrò credervi, ma non mi fido.

 

LUCENZIO

Non diffidate... di certo l'Eacide era Aiace, così chiamato dal nonno.

 

BIANCA

Devo credere al mio maestro; se no, v'assicuro, starei ancora a discutere su questo dubbio. Ma lasciamo stare. Ora, Licio, a voi. Buon maestro, non prendetevela, vi prego, se ho scherzato così con tutti e due.

 

ORTENSIO

(A Lucenzio.) Potete far quattro passi, e darmi agio. Non so dare lezioni di musica a tre.

 

LUCENZIO

Siete così puntiglioso, signore? Bene, aspetterò... (A parte.) E ad occhi aperti perché, se non mi sbaglio, il nostro bel musico si sta innamorando.

 

ORTENSIO

Madama, prima che tocchiate lo strumento per apprendere l'ordine della mia diteggiatura, devo cominciare con i rudimenti dell'arte, per insegnarvi la scala nel modo più rapido, più piacevole, preciso ed efficace che sia mai stato usato da un mio pari. Ed eccolo bene esposto per iscritto.

 

BIANCA

Ma io ho imparato la scala già da tanto.

 

ORTENSIO

Leggete comunque la scala di Ortensio.

 

BIANCA

"Do, sono la base di ogni accordo;

Re, per perorare d'Ortensio la passione;

Mi, Bianca, prendi lui come tuo marito;

Fa, che ti ama con grande trasporto;

Sol, una chiave, due note compone;

La, abbi pietà o sono finito."

La chiamate una scala? Bah, non mi piace! Preferisco quella vecchia. Non sono tanto sventata da cambiar buone regole con bislacche trovate.

 

Entra un Servo.

 

SERVO

Padrona, vostro padre vi prega di lasciare i libri e aiutare a decorare la stanza di vostra sorella. Sapete che domani è il giorno delle nozze.

 

BIANCA

Addio, cari maestri, devo andarmene.

 

Escono Bianca e il Servo.

 

LUCENZIO

In tal caso, signora, non ho motivo di restare.

 

Esce.

 

ORTENSIO

Ma io ho motivo di spiare questo pedante. Mi pare che abbia l'aria dell'innamorato. Ma se i tuoi pensieri, Bianca, volan così bassi da volger lo sguardo peregrino ad ogni specchietto, che ti si prenda chi vuole. Se vai allo sbando allora Ortensio ti ripagherà... cambiando.

 

Esce.

 

 

atto terzo - scena seconda

 

Entrano Battista, Gremio, Tranio, Caterina, Bianca, Lucenzio e altri del Seguito.

 

BATTISTA

Signor Lucenzio, questo è il giorno fissato per le nozze di Petruccio e Caterina, eppure non si sa nulla di nostro genero. Che dirà la gente? Sarà una burla l'assenza dello sposo col prete che aspetta di celebrare i riti della cerimonia nuziale! Che dice Lucenzio di questa nostra onta?

 

CATERINA

L'onta è solo mia. Io sono forzata a dare la mia mano, controvoglia, a un buzzurro scapestrato, stravagante, uno che a corteggiare va di fretta ma per sposarsi se la prende comoda. Ve lo dicevo che era un matto da legare, che coi modi bruschi celava brutti scherzi. E per passare da buontempone, ne corteggia a migliaia, fissa il giorno delle nozze, organizza la festa, invita gli amici, espone i bandi, senza sognarsi di sposare chi ha corteggiato. Ora tutti segneranno a dito la povera Caterina, e andran dicendo "To', ecco la moglie di quel pazzo di Petruccio, se mai avrà voglia di venirsela a sposare!"

 

TRANIO

Pazienza, buona Caterina, e anche voi, Battista. In fede mia, Petruccio ha buone intenzioni, qualunque caso gli faccia mancare di parola. Anche se è brusco, so che è molto saggio; anche se allegro, nella sostanza è onesto.

 

CATERINA

Ah, ma se Caterina non l'avesse mai visto!

 

Esce in lacrime con Bianca e il Seguito.

 

BATTISTA

Va', figliola, non posso biasimarti se ora piangi, una tale offesa farebbe stizzire una santa, figuriamoci una bisbetica impaziente come te.

 

Entra Biondello.

 

BIONDELLO

Padrone, padrone, ecco le nuove! E nuove così vecchie che non ne avete mai sentite.

 

BATTISTA

Nuove e anche vecchie? Come può essere?

 

BIONDELLO

Be', non sono nuove sentire dell'arrivo di Petruccio?

 

BATTISTA

È arrivato?

 

BIONDELLO

Ma no, signore.

 

BATTISTA

E allora?

 

BIONDELLO

Arriva.

 

BATTISTA

Quando sarà qui?

 

BIONDELLO

Quando starà dove sono io e vi vedrà lì.

 

TRANIO

Ma dimmi, e le tue nuove così vecchie?

 

BIONDELLO

Be', Petruccio se ne viene con un cappello nuovo e un vecchio farsetto; un paio di brache vecchie rivoltate tre volte; un paio di stivali che son serviti da portacandele, uno con fibbia e l'altro coi lacci; una vecchia spada rugginosa presa dall'armeria del paese, con l'elsa spezzata e il fodero senza puntale; due bretelline rotte; su un cavallo sfiancato, con una vecchia sella mangiata dalle tarme e staffe scompagnate, in preda al cimurro e con la schiena rotta, afflitto dal lamprasco, infettato di ulcere, coperto di galle, spacciato dallo spavenio, sfigurato dall'itterizia, stralunato dagli stranguglioni, stravolto dalle vertigini, mangiato dai vermi, sciancato a tergo e slogato alle spalle, con le anteriori storte e un morso malmesso, con una cavezza di pelle di pecora che a forza di strappi per non farlo inciampare si è rotta infinite volte ed è tenuta assieme coi nodi; con un sottopancia rabberciato sei volte e una groppiera da donna di velluto con su bellamente imbullettate le iniziali del suo nome e qua e là rammendata con lo spago.

 

BATTISTA

E chi viene con lui?

 

BIONDELLO

Oh, signore, il suo lacchè, bardato in tutto e per tutto come il suo cavallo; con una calza di lino su una gamba e un calzerotto di lana grossa sull'altra, e giarrettiere di cimosa rossa e blu, un vecchio cappello col vezzo di quaranta infiorettature infilate a mo' di piuma; un mostro, un vero mostro dall'abito, non certo un paggio cristiano o il lacchè di un gentiluomo.

 

TRANIO

È un umore balzano che lo induce a questo. Spesso però va in giro mal vestito.

 

BATTISTA

È un sollievo che venga, comunque sia.

 

BIONDELLO

Ma, signore, non viene mica.

 

BATTISTA Non avevi detto che veniva?

 

BIONDELLO

Chi? Che Petruccio veniva?

 

BATTISTA

Sì, che Petruccio veniva.

 

BIONDELLO

No, signore. Ho detto che veniva il suo cavallo, con lui sopra.

 

BATTISTA

Ma è tutt'uno.

 

BIONDELLO

No, per Santiago, scommetto un baiocco cavallo e cavaliere son più di uno ma non troppo.

 

Entrano Petruccio e Grumio.

 

PETRUCCIO

Su, dove sono questi galanti? Chi ci riceve?

 

BATTISTA

Siete il benvenuto, signore.

 

PETRUCCIO

Eppur non vengo bene.

 

BATTISTA

Eppur non zoppichi.

 

TRANIO

E non siete ben vestito come vorrei.

 

PETRUCCIO

Non è meglio che mi affretti anche così? Ma dov'è Kate? Dov'è la mia bella sposa? Come sta mio padre? Gentili, sembrate accigliati. E perché questa bella accolta sbarra gli occhi come davanti a chissà qual portento, a una cometa o a un insolito prodigio?

 

BATTISTA

Ma è il giorno delle nozze, signore, lo sapete. Prima ci rattristava il timore che non veniste, e ora ancor più vedervi così malmesso. Vergogna, via quest'abito, un'onta al vostro rango e un pugno nell'occhio in questa nostra solenne cerimonia!

 

TRANIO

E diteci quale importante circostanza vi ha fatto ritardare così a lungo mandandovi qui così diverso da voi stesso.

 

PETRUCCIO

È tedioso narrarlo, e duro udirlo. Basti che son venuto a mantener la parola sebbene costretto a deviare in qualche punto, del che mi scuserò con maggior agio in modo da soddisfarvi tutti quanti. Ma dov'è Kate? Da troppo le sto lontano. La mattina passa, dovremmo essere in chiesa.

 

TRANIO

Non presentatevi alla sposa così conciato, andate nelle mie stanze, mettetevi un mio abito.

 

PETRUCCIO

No, credetemi; mi presenterò così.

 

BATTISTA

Ma non vorrete sposarla così, spero.

 

PETRUCCIO

Affè mia, proprio così. Basta perciò parole; è me che sposa, non i miei vestiti. Potessi restaurare ciò che di me consumerà come posso cambiare queste povere bardature, sarebbe bene per Kate e meglio per me. Ma che sciocco sono a cianciare con voi invece di dare il buongiorno alla mia sposa e suggellare quel nome con un bacio d'amore.

 

Escono Petruccio e Grumio.

 

TRANIO

Ha un intento col suo folle abbigliamento. Lo convinceremo, se sarà possibile, a mettersi meglio prima d'andare in chiesa.

 

BATTISTA

Lo seguo per vedere come va a finire.

 

Escono Battista, Gremio, Biondello, il Seguito.

 

TRANIO

Ma all'amore di lei occorre aggiungere l'approvazione di suo padre, e per ottenerla, come ho già prima detto a Vostra signoria, mi procurerò un uomo - chiunque sia, non importa molto, lo addestreremo noi - che faccia la parte di Vincenzo di Pisa e qui a Padova dia garanzie di somme anche superiori a quelle già promesse. Così vi godrete in pace quel che sperate e sposerete la dolce Bianca col consenso.

 

LUCENZIO

Se non fosse che il mio collega precettore sorveglia strettamente i passi di Bianca, forse sarebbe meglio sposarsi di nascosto; fatte le nozze, dicano pure tutti di no, mi terrei il mio a dispetto di tutti.

 

TRANIO

Questo dovremo valutarlo con calma, stando all'erta per l'occasione favorevole.

Metteremo nel sacco Gremio barbagrigia, il padre ficcanaso, Minola, l'esperto musico, l'amoroso Licio; e tutto per amore del mio padron Lucenzio.

 

Entra Gremio.

 

Signor Gremio, venite dalla chiesa?

 

GREMIO

Con tanta gioia quanta lasciando la scuola.

 

TRANIO

E la sposa e lo sposo tornano a casa?

 

GREMIO

Lo sposo, dite? Uno stalliere, meglio, e ringhioso, e la ragazza se ne accorgerà.

 

TRANIO

Peggio di lei? Andiamo, è impossibile.

 

GREMIO

Sì, è un diavolo, un diavolo incarnato.

 

TRANIO

Lei è un diavolo, anzi, una diavolessa.

 

GREMIO

Macché È una pecorella, una colomba, una povera innocente, al suo confronto. Vi dico, signor Lucenzio, quando il prete chiese se Caterina voleva esser sua moglie, "Sì, sacraboldo", disse lui, con un moccolo così forte che il prete esterrefatto lasciò cadere il libro, e mentre si chinava per raccoglierlo, lo sposo stralunato gli appioppò un tal ceffone che giù caddero prete e libro, libro e prete. "E adesso li tiri su chi vuole", fa quello.

 

TRANIO

E la ragazza che ha detto quando si rialzò?

 

GREMIO

Tremava tutta, e lui pestava e bestemmiava come se il parroco volesse abbindolarlo. Ma dopo molte altre sceneggiate chiede del vino e "Un brindisi!", urla, come se fosse stato a bordo a tracannare con gli altri marinai dopo una tempesta; butta giù il moscato, e le sopette le getta in faccia al sacrestano sol perché aveva una barbetta rada da affamato e pareva chiedergliele mentre lui beveva. Fatto questo, prende la sposa per il collo e la bacia in bocca con uno schiocco così forte che al distacco tutta la chiesa ne riecheggia. A questa vista venni via per la vergogna, e dietro di me se ne viene tutta la congrega. Non s'è mai visto un matrimonio così pazzo. Udite, udite! Sento suonare i menestrelli. Suon di musica.

 

Entrano Petruccio, Caterina, Bianca, Battista, Ortensio, con Grumio e il Seguito.

 

PETRUCCIO

Signori e amici, vi ringrazio per il disturbo. So che oggi pensate di pranzare con me, e avete preparato un gran banchetto nuziale, ma il fatto è che devo andarmene di fretta e perciò qui intendo prendere congedo.

 

BATTISTA

Possibile che vogliate partire questa sera?

 

PETRUCCIO

Devo partire prima che faccia sera. Non stupitevi; se sapeste i miei impegni insistereste ch'io vada, e non che resti. Onesti compagni, ringrazio tutti voi che mi avete visto donare me stesso a questa moglie così paziente, dolce e virtuosa. Pranzate con mio padre, bevete alla mia salute, io devo andarmene; dico addio a tutti voi.

 

TRANIO

Vi preghiamo di restar fin dopo il pranzo.

 

PETRUCCIO

Non è possibile.

 

GREMIO

Ve ne prego.

 

PETRUCCIO

Non è possibile.

 

CATERINA

Ve ne prego io.

 

PETRUCCIO

Mi compiaccio.

 

CATERINA

Vi compiacete di restare?

 

PETRUCCIO

Mi compiaccio che mi preghiate di restare; ma non di restare, per quanto mi preghiate.

 

CATERINA

Se mi amate, rimanete.

 

PETRUCCIO

Grumio, i cavalli.

 

GRUMIO

Sì, signore, son pronti; la biada se li è pappati.

 

CATERINA

Quand'è così, tu fa' come vuoi, ma io oggi non vengo. No, neanche domani, finché non mi garba. La porta è aperta, signore, quella è la strada, puoi andartene finché hai le scarpe nuove. Quanto a me, non andrò finché non mi garba. Mi figuro che risulterai un marito scorbutico, se ti impunti così fin dall'inizio.

 

PETRUCCIO

Oh, Kate, fa la brava, ti prego, non ti arrabbiare.

 

CATERINA

Invece mi arrabbierò; tu che c'entri? Padre, state calmo; resterà finché voglio io.

 

GREMIO

Ahimè, signore, adesso cominciano le storie.

 

CATERINA

Signori, procediamo al banchetto nuziale. Vedo che la donna vien resa uno zimbello se lei non ha la forza di resistere.

 

PETRUCCIO

Loro procederanno, Kate, al tuo comando. Obbedite alla sposa, voi del seguito. Andate al banchetto, fate baldoria,trincate a piena gola alla sua verginità, impazzate e gioite, o impiccatevi pure. Ma la mia bella Kate se ne viene con me. No, non gonfiate il petto, non pestate i piedi, non sgranate gli occhi, non inquietatevi; sarò ben padrone di quel che è mio. Lei è roba mia, mia proprietà, mia casa, mie masserizie, mio campo, mio granaio, mio cavallo, mio bue, mio asino, mio tutto; eccola lì. La tocchi chi ne ha il coraggio! Procederò contro chi sia tanto temerario da bloccarmi la strada a Padova. Grumio,snuda la spada, siamo assaliti da predoni, salva la tua padrona se sei un uomo. Non temere, dolcezza mia, non ti toccheranno, Kate. Ti farò da scudo contro un milione.

 

Escono Petruccio, Caterina e Grumio.

 

BATTISTA

Sì, lasciateli andare, una coppia di tranquilli!

 

GREMIO

Se non se ne andavano, sarei morto dalle risa.

 

TRANIO

Non s'è mai visto matrimonio più balzano.

 

LUCENZIO

E voi che pensate di vostra sorella, signora?

 

BIANCA

Che matta com'è, fa coppia con un matto.

 

GREMIO

Vi assicuro, Petruccio s'è Kattizzato.

 

BATTISTA

Amici e vicini, benché sposa e sposo manchino d'occupare i loro posti a tavola, sapete che leccornie non mancano al banchetto. Lucenzio, voi occuperete il posto dello sposo, e Bianca prenda il posto di sua sorella.

 

TRANIO

La dolce Bianca farà pratica da sposa?

 

BATTISTA

Certo, Lucenzio. Su, signori, andiamo.

 

Escono.

 

Indice Teatro

Inizio pagina

 


 

 

La bisbetica domata

(“The Taming of the Shrew” 1590 - 1593)

 

 

 

atto quarto - scena prima

 

Entra Grumio.

 

GRUMIO

All'inferno tutti i cavalli sfiancati, tutti i padroni pazzi e tutte le strade infangate! C'è mai stato uno più malridotto? C'è mai stato uno più inzaccherato? C'è mai stato uno più stanco? Mi mandano avanti ad accendere il fuoco e loro vengono dopo per scaldarsi. Be', se non fossi un piccoletto che si scalda subito, le labbra mi si congelerebbero ai denti, la lingua al palato e il cuore alla pancia, prima che arrivi a un fuoco che mi scongeli. Ma io mi scalderò soffiando sul fuoco, visto che con questo tempo uno più grande di me si raggelerebbe. Ehilà, Curzio!

 

Entra Curzio.

 

CURZIO

Chi è che chiama così freddamente?

 

GRUMIO

Un pezzo di ghiaccio. Se non ci credi, per scivolarmi dalla spalla al calcagno ti basterebbe la rincorsa fra la testa e il collo. Un fuoco, buon Curzio.

 

CURZIO

Vengono il padrone e sua moglie, Grumio?

 

GRUMIO

Sì, Curzio, sì - perciò fuoco, fuoco, e non buttarci su acqua.

 

CURZIO

È una bisbetica così bollente come dicono?

 

GRUMIO

Lo era, Curzio, prima di questa gelata. Ma sai che l'inverno doma uomini, donne e bestie, e infatti ha domato il mio vecchio padrone, la mia nuova padrona e anche me, collega Curzio.

 

CURZIO

Ma va là, pollicino. Io non sono una bestia.

 

GRUMIO

E io sarei un pollicino? Le tue corna sono lunghe un piede, e io non sono da meno. Ma vuoi fare questo fuoco, o dovrò lamentarmi di te con la padrona, la cui mano, visto che ora è a portata di mano, assaggerai presto, con fredda consolazione, per la lentezza con cui ci riscaldi?

 

CURZIO

Ti prego, buon Grumio, dimmi, come va il mondo?

 

GRUMIO

Gelidamente, Curzio, in ogni lavoro tranne il tuo; fuoco, perciò. Fa' il tuo dovere e avrai il dovuto, perché il padrone e la padrona sono quasi morti gelati.

 

CURZIO

Il fuoco è già pronto; allora, le notizie, buon Grumio.

 

GRUMIO

Be',"Ehi, Jack, ecco le nuove", la conosci, no? Tutte le notizie che vuoi.

 

CURZIO

Dai, sempre colle tue birbonerie.

 

GRUMIO

Il fuoco, il fuoco, perché ho preso un gran freddo. Dov'è il cuoco? La cena è pronta, la casa riassettata, avete steso le canne, spazzato le ragnatele, i servi hanno i nuovi abiti di fustagno, le calze bianche, e sono tutti vestiti a nozze? Garzoni e bicchieri sono puliti di dentro, servette e boccali puliti di fuori, messe le tovaglie, e tutto in ordine?

 

CURZIO

È tutto pronto; perciò, ti prego, le notizie.

 

GRUMIO

Prima sappi che il mio cavallo è stanco, e il padrone e la padrona sono tombolati.

 

CURZIO

Come?

 

GRUMIO

Giù di sella nel fango, ed è una storia lunga.

 

CURZIO

Raccontala, buon Grumio.

 

GRUMIO

Porgi l'orecchio.

 

CURZIO

Ecco.

 

GRUMIO

To'.

(Lo colpisce.)

 

CURZIO

Questo è sentire una storia, non udirla.

 

GRUMIO

E infatti è una storia tutta da sentire; e la mia botta solo per bussare al tuo orecchio e implorare ascolto. Adesso comincio. Imprimis, scendevamo da una collina tutta fangosa, col padrone che cavalcava dietro la padrona...

 

CURZIO

Tutti e due su un cavallo?

 

GRUMIO

A te che ti frega?

 

CURZIO

Ma il cavallo.

 

GRUMIO

E allora raccontala tu. Ma se non mi avessi contrariato, avresti sentito come il cavallo di lei è caduto, con lei sotto; avresti sentito in che pantano, come si è tutta inzaccherata, come lui l'ha lasciata col cavallo sopra, come mi ha picchiato perché il cavallo era inciampato, come lei si è trascinata nel fango per togliermi il padrone di dosso, come lui imprecava, e lei implorava come non aveva mai fatto prima, come io piangevo, come i cavalli sono scappati, come la sua briglia si è spezzata, come io ho perduto la groppiera - con molte altre cose degne di memoria che ora moriranno nell'oblio, e tu scenderai senza il loro beneficio nella tomba.

 

CURZIO

A sentir questa, lui è più bisbetico di lei.

 

GRUMIO

Sì, e lo scoprirete tu e tutti i temerari come te appena arriverà a casa. Ma perché parlo di questo? Chiama Nataniele, Giuseppe, Nicola, Filippo, Walter, Giulebbe e gli altri. Che abbiano i capelli ben pettinati, le giacche blu ben spazzolate e le giarrettiere non scompagnate; che facciano l'inchino con la gamba sinistra, e non si azzardino a toccare un pelo della coda del cavallo del padrone senza essersi prima baciate le mani. Sono tutti pronti?

 

CURZIO

Sì.

 

GRUMIO

Chiamali.

 

CURZIO

Ehi, mi sentite? Dovete venire incontro al padrone per far buon viso alla padrona.

 

GRUMIO

Ma un viso ce l'ha anche lei.

 

CURZIO

E chi non lo sa?

 

GRUMIO

Tu, a quanto pare, che chiami la gente a farle buon viso.

 

CURZIO

Li chiamo perché le prestino omaggio.

 

GRUMIO

Ma lei non viene a chieder nulla in prestito.

 

Entrano quattro o cinque Servi.

 

NATANIELE

Bentornato, Grumio.

 

FILIPPO

Come va, Grumio?

 

GIUSEPPE

Ehilà, Grumio.

 

NICOLA

Amico Grumio.

 

NATANIELE

Come andiamo, vecchio.

 

GRUMIO

Bentrovato, tu. Come va, tu. Ehilà, tu. Amico, tu. E basta coi saluti. Allora, elegantoni, è tutto pronto, tutte le cose a posto?

 

NATANIELE

Tutte le cose a posto. Quant'è vicino il padrone?

 

GRUMIO

È già qui, ormai sceso da cavallo. Perciò non... Zitti, sacraboldo. Sento il padrone.

 

Entrano Petruccio e Caterina.

 

PETRUCCIO

Dove sono quei ribaldi? Nessuno alla porta a tenermi le staffe e prendermi il cavallo? Dove sono Nataniele. Gregorio, Filippo?

 

TUTTI I SERVI

Qui, qui, signore, qui signore.

 

PETRUCCIO

Qui signore, qui signore, qui signore! Teste di rapa e zotici screanzati! Come, nessuna accoglienza? Nessun riguardo? Nessun omaggio? Dov'è quel furfante scervellato che ho mandato avanti?

 

GRUMIO

Qui, signore, scervellato come prima.

 

PETRUCCIO

Razza di bifolco! Figlio di puttana d'un mulo da mulino. Non ti ho ordinato di venirmi incontro nel parco e di portare con te questi furfanti?

 

GRUMIO

La giacca di Nataniele, signore, non era pronta, e gli scarpini di Gabriele non erano impuntati nel tacco; non c'era il nero per tingere il cappello di Pietro, e il pugnale di Walter non usciva dal fodero. Nessuno era a posto tranne Adamo, Raffo e Gregorio. Il resto eran sbrindellati, vecchi, degli straccioni; così come sono, vi son però venuti incontro.

 

PETRUCCIO

Andate, ribaldi, e portatemi la cena.

 

Escono i Servi.

 

(Canta.)

Dov'è la vita che una volta vivevo? Dove sono quelle...

Siediti, Kate, e benvenuta. Cibo, cibo, cibo, cibo!

 

Entrano i Servi con la cena.

 

Ah, era ora! Su, allegra, cara e dolce Kate. Toglietemi gli stivali, malnati! Forza, farabutti!

 

(Canta.)

Con questa pioggia e con questo vento chi è che bussa al mio convento?

Ah, malnato! Mi sradichi il piede. To', (Lo picchia.) e sta' più attento quando togli l'altro.

Allegra, Kate. Dell'acqua qui. Uelàaa!

 

Entra uno con l'acqua.

 

Dov'è il mio spaniel Troilo? Via, sciagurato. E dite a mio cugino Ferdinando di venir qui. Uno, Kate, che devi baciare e conoscere bene. Dove sono le mie pantofole? E mi date dell'acqua? Vieni, Kate, lavati, e benvenuta di cuore. Porco figlio di puttana, vuoi farlo cadere? (Picchia il Servo.)

 

CATERINA

Pazienza ti prego, non l'ha fatto apposta.

 

PETRUCCIO

Zuccone, bastardo, furfante senza testa. Vieni, Kate, siediti, so che hai fame. Dici tu la preghiera, dolce Kate, o devo farlo io? Cos'è questo? Montone?

 

PRIMO SERVO

Sì.

 

PETRUCCIO

Chi l'ha portato?

 

PIETRO

Io.

 

PETRUCCIO

È bruciato, e anche tutto il resto. Che cani siete! Dov'è quel furfante del cuoco? Come osate, farabutti, portarlo dalla dispensa e servirlo così a me che lo detesto? Ecco, prendetevelo voi, piatti, tazze e tutto. (Getta il cibo e i piatti su di loro.) Idioti scriteriati e schiavi villanzoni! Cosa, borbottate? Vi farò vedere io.

 

Escono i Servi.

 

CATERINA

Ti prego, marito, non t'inquietare così. La carne era buona, se ti accontentavi.

 

PETRUCCIO

Ti dico, Kate, era bruciata e rinsecchita e mi è espressamente vietato di toccarla, perché ingenera bile e innesca l'ira; e faremmo meglio a digiunare entrambi, perché già di natura siamo collerici, senza alimentarla con carne stracotta. Abbi pazienza, domani si rimedierà, e per stasera ci faremo compagnia digiunando. Vieni, ti porto alla tua stanza nuziale.

 

Escono. 

Entrano Servi da varie parti.

 

NATANIELE

Pietro, hai mai visto niente di simile?

 

PIETRO

La uccide con le sue stesse armi.

 

Entra Curzio.

 

GRUMIO

Dov'è?

 

CURZIO

In camera sua, a farle una predica sulla continenza, e sbraita, e smoccola, e sgrida, che lei, poveretta, non sa da che parte stare, guardare, parlare, e pare una appena risvegliatasi da un sogno. Via, via, ché sta venendo qui.

 

Escono. 

Entra Petruccio.

 

PETRUCCIO

Così ho cominciato da politico il mio regno, e spero di concluderlo con successo. Ora la mia falchetta è affamata e a pancia vuota, e finché non si piega non verrà saziata, ché se no non guarda più al suo specchietto. Ho un altro modo per ammaestrare la mia selvaggia, perché risponda e venga al richiamo del padrone, ed è di tenerla sveglia, come si fa coi falchi che frullano e sbattono le ali senza obbedire. Oggi non ha toccato cibo, e non ne toccherà; iernotte non ha dormito, e stanotte non dormirà; come col cibo,qualche difetto immaginario troverò su come è stato fatto il letto, e butterò qua il guanciale, là il capezzale, da una parte la coperta, dall'altra le lenzuola. Sì, e in mezzo allo sconquasso farò credere che sia per la cura premurosa che ho di lei. In conclusione, veglierà tutta la notte, e se appena si appisola, io sbraito e strillo, e col fracasso la terrò costantemente sveglia. Ecco come uccidere una moglie con le gentilezze, così stroncherò il suo umor pazzo e caparbio. Chi sa modo migliore di domare una bisbetica parli adesso; è una questione d'etica.

 

Esce.

 

 

atto quarto - scena seconda

 

Entrano Tranio e Ortensio.

 

TRANIO

È possibile, amico Licio, che madonna Bianca si sia invaghita d'altri che Lucenzio? Vi dico, signore, che mi prende per il naso.

 

ORTENSIO

Signore, per convincervi di quanto vi ho detto, state da parte e osservate come l'ammaestra.

 

Entrano Bianca e Lucenzio.

 

LUCENZIO

Ebbene, signora, profittate di quel che leggete?

 

BIANCA

E voi che leggete, maestro? Prima chiarite questo.

 

LUCENZIO

Leggo quel che professo; L'arte di amare.

 

BIANCA

E possiate riuscir padrone della vostra arte.

 

LUCENZIO

E voi, mia cara, padrona del mio cuore.

 

ORTENSIO

Caspita, che progressi. Che ne dite, vi prego, voi che giuravate che madonna Bianca non amava nessuno al mondo come Lucenzio.

 

TRANIO

O amor sprezzante, donne incostanti! Vi dico, Licio, che è incredibile.

 

ORTENSIO

Basta equivoci, io non sono Licio, né un musicista come sembro, ma uno che spregia di vivere camuffato così per una donna che lascia un gentiluomo e fa un dio di un tale miserabile. Sappiate, signore, che io mi chiamo Ortensio.

 

TRANIO

Signor Ortensio, ho sentito spesso del vostro sincero amore per Bianca, e poiché i miei occhi sono testimoni della sua leggerezza, se voi acconsentite rinnego con voi per sempre l'amore di Bianca.

 

ORTENSIO

Guardate come si baciano e amoreggiano! Signor Lucenzio, ecco la mia mano; qui giuro di non corteggiarla più, e la ripudio come indegna di tutti i passati favori che le ho stupidamente tributato.

 

TRANIO

E qui io faccio lo stesso sincero giuramento di non sposarla mai, anche se m'implorasse. Puah! In che modo bestiale amoreggia con lui.

 

ORTENSIO

La ripudiassero tutti, tranne lui! Io, per mantenere fermamente il voto, sposerò entro tre giorni una ricca vedova che mi ama fin da quando io ho amato questa falchetta altera e disdegnosa. Con questo, addio, signor Lucenzio. La bontà delle donne, non il bel sembiante, conquisterà il mio amore; così mi congedo risoluto a tener fede al mio giuramento.

 

Esce.

 

TRANIO

Signora Bianca, vi benedica la grazia che spetta al caso beato d'una innamorata! Ah, vi ho colta sul fatto, signora mia, e vi ho ripudiata assieme a Ortensio.

 

BIANCA

Tranio, scherzate; ripudiata da entrambi?

 

TRANIO

Sì, signora.

 

LUCENZIO

Eccoci sbarazzati di Licio.

 

TRANIO

Già, adesso si prende una vedova allegra, da corteggiare e sposare in un sol giorno.

 

BIANCA

Dio gli conceda felicità.

 

TRANIO

Sì, e la domerà.

 

BIANCA

Lo dice lui, Tranio.

 

TRANIO

Be', è andato alla scuola per domatori.

 

BIANCA

La scuola per domatori? Esiste un posto simile?

 

TRANIO

Sì, signora, e Petruccio è il maestro, che insegna a puntino come si faccia a domare una bisbetica e stregarne la linguaccia.

 

Entra Biondello.

 

BIONDELLO

Padrone, padrone, sto all'erta da tanto che sono stanco morto; ma alla fine ho scorto un galantuomo di vecchio stampo scendere il colle che farà al caso nostro.

 

TRANIO

Che cos'è, Biondello?

 

BIONDELLO

Un mercante, padrone, o un pedante, non so bene; ma ben vestito, dall'incedere e dal portamento proprio come un padre.

 

LUCENZIO

Che ne facciamo, Tranio?

 

TRANIO

Se è credulone e si beve la mia storia lo renderò felice di impersonare Vincenzo e dare garanzie a Battista Minola come se fosse il vero Vincenzo. Rientrate con l'amata e lasciate fare a me.

 

Escono Lucenzio e Bianca. 

Entra un Pedante.

 

PEDANTE

Dio vi salvi, signore.

 

TRANIO

E voi, signore. Benvenuto. Andate lontano, o siete giunto alla meta?

 

PEDANTE

Alla meta per una settimana o due, signore. Ma poi proseguirò fino a Roma e di lì a Tripoli, se Dio mi darà vita.

 

TRANIO

Di che paese siete, di grazia?

 

PEDANTE

Di Mantova.

 

TRANIO

Di Mantova? Santo cielo, Dio ci scampi! E venite a Padova, incurante della vita?

 

PEDANTE

Della vita? Come, di grazia? È una cosa seria.

 

TRANIO

C'è la morte per chiunque di Mantova venga a Padova. Non ne sapete il motivo? Le vostre navi sono bloccate a Venezia, e per una bega personale col vostro Duca, il Doge l'ha pubblicamente proclamato. È strano, ma se non foste appena arrivato lo avreste sentito proclamare dappertutto.

 

PEDANTE

Ahimè, signore, per me è ancora peggio! Perché io ho delle lettere di cambio da Firenze, e le devo incassare qui.

 

TRANIO

Be', signore, per farvi una cortesia posso far questo, darvi un buon consiglio; ma prima ditemi, siete mai stato a Pisa?

 

PEDANTE

Sì, signore, sono stato spesso a Pisa, rinomata per la serietà dei cittadini.

 

TRANIO

Conoscete uno di loro, un certo Vincenzo?

 

PETRUCCIO

Non lo conosco, ma ne ho sentito parlare, un mercante di incomparabile ricchezza.

 

TRANIO

È mio padre, signore, e a dire il vero, d'aspetto vi assomiglia parecchio.

 

BIONDELLO

(A parte.) Come una mela a un'ostrica, stessa cosa.

 

TRANIO

Per salvarvi la vita in questo frangente, vi farò questo favore per amor suo, e non considerate vostra minor fortuna assomigliare tanto al signor Vincenzo. Assumerete il suo nome e il suo rango e alloggerete amichevolmente a casa mia. Badate di recitare la parte come si conviene. Voi mi capite, signore. Resterete così finché avrete sbrigato gli affari in città. Se è una cortesia, signore, accettatela.

 

PEDANTE

Oh, signore, accetto, e vi terrò in eterno patrono della mia vita e della mia libertà.

 

TRANIO

Allora venite con me ad attuare il piano. Questo, intanto, vi rendo noto; mio padre è atteso da un giorno all'altro a Padova per garantire una dote matrimoniale fra me e la figlia qui di un certo Battista. Di tutte queste circostanze vi darò conto. Venite con me, vi abbiglierò come si deve.

 

Escono.

 

 

atto quarto - scena terza

 

Entrano Caterina e Grumio.

 

GRUMIO

No, no, davvero, non ho il coraggio.

 

CATERINA

Più mi maltratta, più mostra malvolere. Ma come, mi ha sposata per affamarmi? I mendicanti che alla porta di mio padre chiedono l'elemosina, la ricevono subito, o trovano altrove chi gli fa la carità. Ma io, che non ho mai saputo implorare, né ho mai avuto bisogno d'implorare, sono morta di fame, barcollo dal sonno, tenuta sveglia a improperi e nutrita di strilli. E quel che mi rode più di queste privazioni, è che lo fa spacciandolo per perfetto amore, come se a dormire o a mangiare incorressi in malattia mortale o morte immediata. Ti prego, va' a prendermi qualcosa da mangiare, non importa cosa, basta che sia roba sana.

 

GRUMIO

Che ne direste di un piede di bue?

 

CATERINA

Ottimo, ottimo. Ti prego, portamelo.

 

GRUMIO

Ho paura che sia cibo che infiamma la bile. Che ne direste di trippa alla graticola?

 

CATERINA

Mi piace, mi piace. Portamela, buon Grumio.

 

GRUMIO

Non so, ho paura che infiammi la bile. Che ne direste del manzo con la senape?

 

CATERINA

Un piatto che mangio proprio volentieri.

 

GRUMIO

Sì, ma la senape riscalda un po' troppo.

 

CATERINA

E allora il manzo, senza la senape.

 

GRUMIO

No, così no. O prendete la senape o Grumio non vi darà neanche il manzo.

 

CATERINA

Allora tutt'e due, o solo una, quel che vuoi.

 

GRUMIO

Be', allora la senape senza manzo.

 

CATERINA

Via, vattene, falso gaglioffo ingannatore, (lo picchia.) che mi nutri di cibo solo a parole. Un canchero a te e a quelli come te, che esultano della mia disgrazia! Va', vattene, ti dico.

 

Entrano Petruccio e Ortensio con del cibo.

 

PETRUCCIO

Come sta la mia Kate? Giù di corda, tesoro?

 

ORTENSIO

Come va, signora?

 

CATERINA

A bocca asciutta, ecco.

 

PETRUCCIO

Su con la vita, fammi buon viso. Ecco, guarda, amore, con quanta cura ti preparo io stesso da mangiare e te lo porto. Sono sicuro, dolce Kate, che questa cortesia merita un grazie. Come, neanche una parola? Ah, allora non ti piace, e tutto il mio daffare non è servito a nulla. To', porta via il piatto.

 

CATERINA

No, vi prego, lasciatelo qui.

 

PETRUCCIO

Il servizio più umile merita un grazie, e così il mio, prima che tu tocchi cibo.

 

CATERINA

Vi ringrazio, signore.

 

ORTENSIO

Signor Petruccio, vergogna! Siete da biasimare. Venite, signora Kate, vi terrò compagnia.

 

PETRUCCIO

(A parte.) Mangialo tutto tu, Ortensio, se mi ami. - Buon pro ti faccia al tuo cuore gentile. Kate, sbrigati a mangiare. E ora, dolcezza mia, ce ne ritorneremo a casa di tuo padre a far festa agghindati come i migliori, con vesti e cappelli di seta, preziosi anelli, collari e polsini e gonne a sboffo e orpelli, scialli e ventagli e doppi cambi di crinolina, bracciali d'ambra, collane, e roba sopraffina. Allora, hai mangiato? Il sarto aspetta fuori, per agghindarti coi suoi splendidi tesori.

 

Entra il Sarto.

 

Entra, sarto, vediamo questi ornamenti. Sciorina la veste.

 

Entra il Merciaio.

 

Tu che porti, messere?

 

MERCIAIO

Ecco il cappello ordinato da Vossignoria.

 

PETRUCCIO

Ma come, è stato modellato su una ciotola! Una terrina di velluto! Puah! È uno schifo. È una conchiglia, un guscio di noce, una burla, una baia, una bolla, una cuffia da neonato. Portalo via! Su, dammene uno più grande.

 

CATERINA

Non lo voglio più grande. Questo è di moda, e le gentildonne portano cappelli così.

 

PETRUCCIO

Quando sarai gentile, ne avrai uno anche tu, ma non prima.

 

ORTENSIO (A parte.)

Non sarà tanto presto.

 

CATERINA

Ma signore, confido d'aver licenza di parlare, e parlerò. Non sono una bimba, una poppante.

Gente meglio di voi m'ha lasciato dir la mia, e se voi non volete, tappatevi le orecchie. Sfogherò con la lingua l'ira che ho nel cuore, o soffocandola il mio cuore si spezzerà, ed io piuttosto che si spezzi darò sfogo, pieno sfogo alle parole, come voglio.

 

PETRUCCIO

Sì, hai ragione, che schifo di cappello, una crostina, un nulla, una frittella di seta; che non ti piaccia fa crescere il mio amore.

 

CATERINA

Amore o non amore, il cappello mi piace, e avrò quello, oppure nessun altro.

 

PETRUCCIO

E la veste? Già. Su, sarto, faccela vedere.

 

Esce il Merciaio.

O santo cielo! Che mascherata è questa? E questa, cos'è? Una manica? Ma è un cannoncino. Con gli spacchi su e giù come una torta di mele? E tagli, tagliuzzi, crepe, squarci e sbreghi, come un braciere bucherellato da un barbiere. Che nome del diavolo, sarto, dai a questo?

 

ORTENSIO (A parte.)

Vedo che non avrà né cappello né veste.

 

SARTO

Mi avete ordinato di fare un lavoro a puntino, secondo gli ultimi dettami della moda.

 

PETRUCCIO

Sì, caspita. Ma se ti ricordi, non ti ho ordinato di sfigurarlo coi dettami. Va', vattene a casa saltando tutti i fossi, ché salterai il mio ordine, messere. Non lo voglio. Fila! Fanne quel che vuoi.

 

CATERINA

Non ho mai visto una veste meglio tagliata, più elegante, più graziosa o più ammirevole. Forse volete far di me una pupattola.

 

PETRUCCIO

Giusto, lui vuol far di te una pupattola.

 

SARTO

Lei dice che Vossignoria vuol far di lei una pupattola.

 

PETRUCCIO

O che mostruosa arroganza! Tu menti, gomitolo di filo, ditale, metro, tre quarti. mezzo metro, quarto di metro, due pollici, pulce, pidocchietto, grillo d'inverno, tu! Mi sfidi a casa mia con una matassa di refe? Vattene, straccetto, scampolo, sbrendolo, o ti misurerò io con il tuo metro, e in vita tua ci penserai prima di cianciare. Io ti dico che hai sfigurato quella veste.

 

SARTO

Vossignoria si sbaglia; la veste è fatta proprio come il mio padrone ha specificato. Grumio ha dato l'ordine come andava fatta.

 

GRUMIO

Io non gli ho dato l'ordine, ma la stoffa.

 

SARTO

Ma come avevate detto che andava fatta?

 

GRUMIO

Perbacco, signore, con ago e filo.

 

SARTO

Ma non avevate richiesto di tagliarla?

 

GRUMIO

Tu hai foderato molte cose.

 

SARTO

Sì.

 

GRUMIO

Non sfoderar con me. Tu hai misurato molti uomini; non misurarti con me. Meglio non sfoderare e misurarsi con me. Ti dico che ho detto al tuo padrone di tagliare la veste, ma non di tagliarla a pezzi. Ergo, tu menti.

 

SARTO

Ma questa è la nota che lo comprova.

 

PETRUCCIO

Leggila.

 

GRUMIO

La nota mente nella strozza se dice che ho detto così.

 

SARTO (Legge.)

"Imprimis, una veste aperta sulla sottana."

 

GRUMIO

Padrone, se ho mai detto una veste aperta sulla sottana, cucitemi nella sottana e bastonatemi a morte con un rocchetto di filo marrone. Io ho detto una veste.

 

PETRUCCIO

Procedi.

 

SARTO

"Con una mantellina a campana."

 

GRUMIO

Ammetto la mantellina.

 

SARTO

"Con la manica a sboffo."

 

GRUMIO

Ammetto due maniche.

 

SARTO

"Le maniche fantasiosamente tagliate."

 

PETRUCCIO

Ah, ecco l'infamia.

 

GRUMIO

Errore di procedura, signore, errore di procedura! Io ho ordinato che le maniche fossero tagliate, e poi ricucite; e lo proverò in singolar tenzone, anche se hai il mignolo armato di ditale.

 

SARTO

Quello che dico è vero; e se tu fossi dove dico io, te la farei vedere.

 

GRUMIO

Sono a tua disposizione. Prenditi l'asta, dammi il tuo metro, e non risparmiarmi.

 

ORTENSIO

Bontà del cielo, Grumio, non avrà scampolo.

 

PETRUCCIO

Be', signore, in breve, la veste non fa per me.

 

GRUMIO

Avete ragione, signore, è fatta per la mia padrona.

 

PETRUCCIO

Su, levala di torno, che ne disponga il tuo padrone.

 

GRUMIO

Non ti azzardare, gaglioffo! Levare la veste della mia padrona perché ne disponga il tuo padrone!

 

PETRUCCIO

Qual è l'insinuazione in questo, messere?

 

GRUMIO

Ah, signore, l'insinuazione è più profonda di quanto pensiate. Levare la veste della mia padrona perché ne disponga il suo padrone? Oh, vergogna, vergogna!

 

PETRUCCIO (A parte.)

Ortensio, di' che salderai tu il conto. - Via, vattene via, non voglio più sentirti.

 

ORTENSIO (A parte.)

Sarto, ti pagherò la veste domani. Non offenderti per le sue sfuriate. Via, ti dico, e salutami il tuo padrone.

 

Esce il Sarto.

 

PETRUCCIO

Be', vieni, Kate, andremo da tuo padre con questi umili ma onesti vestiti. Avremo la borsa piena e le vesti povere, perché è l'animo che arricchisce il corpo, e come il sole sbuca tra le nuvole più cupe, così l'onore spunta sotto l'abito più vile. Forse la ghiandaia vale meno dell'allodola perché questa ha le penne molto più belle? O la vipera è migliore dell'anguilla perché la sua pelle maculata appaga l'occhio? Oh no, buona Kate; né tu sei sminuita da questi poveri vestiti e umile arnese. Se lo ritieni una vergogna, da' la colpa a me. E dunque, allegra! Partiremo subito per far festa e banchettare da tuo padre. (A Grumio.) Va' a chiamare gli uomini, partiamo subito; e conduci i nostri cavalli in fondo al viale, monteremo là, fin lì andremo a piedi. Vediamo, penso che saranno le sette, dovremmo arrivare per l'ora di pranzo.

 

CATERINA

Vi assicuro, signore, sono quasi le due, e sarà ora di cena prima che ci si arrivi.

 

PETRUCCIO

Saranno le sette prima che monti a cavallo. Qualunque cosa dica o faccia o intenda fare, continui a contrariarmi. Sospendete, signori, oggi non partirò, e quando lo farò sarà l'ora che dirò io.

 

ORTENSIO

Di questo passo questo prode vorrà comandare al sole.

 

Escono.

 

 

atto quarto - scena quarta

 

Entrano Tranio, e il Pedante vestito da Vincenzo.

 

TRANIO

Signore, ecco la casa. Volete che bussi?

 

PEDANTE

Sì, che altro? E se non m'inganno Il signor Battista si ricorderà di me quasi vent'anni fa a Genova dove alloggiavamo al Pegaso.

 

TRANIO

Bene, e in ogni caso comportatevi con l'austerità che compete a un padre.

 

PEDANTE

State sicuro.

 

Entra Biondello.

 

Qui c'è il vostro servo, signore. Sarebbe bene che venisse istruito.

 

TRANIO

Non temete per lui. Messer Biondello, ora fa' bene il tuo dovere, ti consiglio. Fa' conto che sia il vero Vincenzo.

 

BIONDELLO

Ah, non temete per me.

 

TRANIO

Ma hai fatto la commissione a Battista?

 

BIONDELLO

Gli ho detto che vostro padre era a Venezia, e che lo aspettavate a Padova quest'oggi.

 

TRANIO

Bravo. Prendi e fatti un goccetto. Arriva Battista. Datevi contegno, signore.

 

Entrano Battista e Lucenzio.

 

Signor Battista, sono felice di incontrarvi. - Signore, ecco il gentiluomo di cui vi parlavo. Vi prego, siate un buon padre per me ora, datemi Bianca in cambio dei miei beni.

 

PEDANTE

Piano, figliolo. Con vostra licenza, signore, giunto a Padova per incassare dei debiti, mio figlio Lucenzio mi ha informato d'un'importante questione d'amore fra vostra figliola e lui. E per il bene che sento dire di voi e per l'amore che lui ha per vostra figlia, e lei per lui, per non tardare troppo, con sollecitudine paterna do il mio consenso alle sue nozze; e se voi approvate non meno di me, pattuiti certi accordi, mi troverete pronto e disposto a concordare sulla conclusione. Perché non posso far difficoltà con voi, signor Battista, di cui sento dire tanto bene.

 

BATTISTA

Signore, perdonatemi quel che ho da dire. La vostra schiettezza e brevità mi piacciono. È vero che vostro figlio qui Lucenzio ama mia figlia, e lei ama lui, oppure dissimulano entrambi bene i loro sentimenti. Perciò se voi vi limitate a dire che lo tratterete come un padre passando a mia figlia una congrua dote, affare fatto, tutto è sistemato, vostro figlio avrà mia figlia col consenso.

 

TRANIO

Vi ringrazio, signore. Dove pensate sia meglio che ci fidanziamo e scambiamo garanzie che vengano approvate da entrambi i contraenti?

 

BATTISTA

Non a casa mia, Lucenzio, perché sapete che i muri hanno orecchie, e io ho molti servi. Inoltre, il vecchio Gremio sta sempre all'erta e potremmo anche venire interrotti.

 

TRANIO

Allora nel mio alloggio, se preferite. Mio padre abita là; e là, questa sera, concluderemo l'affare in privato e bene. Mandate il vostro servo a chiamare vostra figlia. Il mio andrà subito a cercare lo scrivano. Purtroppo, con un preavviso così breve, mi sa che avrete magro e inadeguato desinare.

 

BATTISTA

Per me va bene. Cambio, corri a casa e di' a Bianca di prepararsi subito. Dille, ti prego, quello che è successo; che il padre di Lucenzio è giunto a Padova e lei potrebbe diventare moglie di Lucenzio.

 

Esce Lucenzio.

 

BIONDELLO

Prego Dio che sia così con tutto il cuore.

 

TRANIO

Lascia stare Dio, e corri via subito.

 

Esce Biondello.

Entra Pietro, un Servo.

 

Signor Battista, faccio strada? Benvenuto! Mi sa che a tavola avrete solo una pietanza. Venite, signore, ci rifaremo a Pisa.

 

BATTISTA

Vi seguo.

 

Escono.

Entrano Lucenzio e Biondello.

 

BIONDELLO

Cambio.

 

LUCENZIO

Cosa dici, Biondello?

 

BIONDELLO

Avete visto il mio padrone ammiccare e ridere?

 

LUCENZIO

E allora, Biondello?

 

BIONDELLO

Be' niente. Ma mi ha lasciato qui a spiegarvi il significato o la morale dei suoi segni e accenni.

 

LUCENZIO

Ti prego di moralizzarmeli.

 

BIONDELLO

Ecco qua; Battista è al sicuro, sta parlando col falso padre d'un falso figlio.

 

LUCENZIO

Ebbene?

 

BIONDELLO

Voi condurrete a cena sua figlia.

 

LUCENZIO

E allora?

 

BIONDELLO

Il vecchio prete alla chiesa di San Luca è a vostra disposizione a tutte le ore.

 

LUCENZIO

E tutto questo che significa?

 

BIONDELLO

Non saprei, tranne che sono indaffarati a stipulare una garanzia fasulla. Voi garantitevi lei, cum privilegio ad imprimendum solum. Alla chiesa! Portate il prete, il chierico e dei testimoni abbienti e onesti. Se non è quel che cercate, non ho altro da dire, ma dite addio a Bianca per l'avvenire.

 

LUCENZIO

Ascolta, Biondello...

 

BIONDELLO

Non posso trattenermi. Conoscevo una ragazza che si sposò un pomeriggio andando in giardino a raccogliere prezzemolo per farcire un coniglio. Potrebbe capitare anche a voi; e così vi saluto, signore. Il mio padrone mi ha incaricato di andare a San Luca e di avvisare il prete di tenersi pronto per quando arriverete voi con la vostra appendice.

 

Esce.

 

LUCENZIO

Posso e voglio, se lei è d'accordo. Ma sarà contenta, perché allora dubitare? Accada quel che accada, la prenderò di petto; se Cambio non me la porta, sarà una disdetta.

 

Esce.

 

 

atto quarto - scena quinta

 

Entrano Petruccio, Caterina, Ortensio (e Servi).

 

PETRUCCIO

Forza, per Dio, si rivà da nostro padre. Santo cielo, guarda come splende la luna!

 

CATERINA

La luna? Il sole! Non è la luna che splende.

 

PETRUCCIO

Io dico che è la luna che splende.

 

CATERINA

E io so che è il sole che splende.

 

PETRUCCIO

Per il figlio di mia madre, e cioè me, sarà luna, stella o quel che voglio io, prima ch'io parta per andare da tuo padre. (Ai servi.) Avanti, riportate a casa i cavalli. Sempre contraddetto e contraddetto, non fa altro.

 

ORTENSIO

Dite come dice lui, o non andremo mai.

 

CATERINA

Avanti, prego, visto che siamo arrivati fin qui, e sia luna, o sole o quel che voi volete. E se volete chiamarla candeletta di sego, d'ora in poi vi giuro che lo sarà per me.

 

PETRUCCIO

Io dico che è la luna.

 

CATERINA

Io so che è la luna.

 

PETRUCCIO

Ma no, tu menti. È il sole benedetto.

 

CATERINA

Allora, Dio benedetto, è il sole benedetto. Ma non è il sole, quando dite che non lo è, e la luna cambia quando cambiate parere. Quello che vorrete chiamarlo esso sarà, e giusto quello sarà per Caterina.

 

ORTENSIO

Va' là, Petruccio, hai vinto la battaglia.

 

PETRUCCIO

Bene, proseguiamo. Così deve rotolare la boccia, e non in modo snaturato contro l'inclinazione. Ma zitti, arriva della gente.

 

Entra Vincenzo.

 

(A Vincenzo.) Buon giorno, gentile signora, dove andate? Dimmi, cara Kate, e dimmi sinceramente, hai mai visto più avvenente gentildonna? Che contrasto di bianco e rosso sulle sue guance! Quali stelle ravvivano il cielo con una bellezza pari a quegli occhi su quel viso celestiale? Vezzosa damigella, ancora una volta buon giorno. Cara Kate, abbracciala per la sua bellezza.

 

ORTENSIO

Farà infuriare quell'uomo, farlo passare per donna.

 

CATERINA

Bella, fresca, soave e fiorente verginella, dove te ne vai, o qual è la tua dimora? Felici i genitori d'una bimba così bella, e più felice colui a cui la buona stella ti assegnerà come amabile sposa.

 

PETRUCCIO

Ma come, non sarai impazzita, Kate. Questo è un vecchio grinzoso, sfiorito, e non una fanciulla come dici tu.

 

CATERINA

Perdona, vecchio padre, i miei occhi fallaci, che sono stati così abbacinati dal sole da farmi apparir verde tutto quel che vedo. Ora mi avvedo che sei un vecchio venerando. Perdona, ti prego, il mio assurdo errore.

 

PETRUCCIO

Sì, buon vecchio nonno, e dicci intanto dove viaggi; se nella nostra stessa direzione, saremo felici della tua compagnia.

 

VINCENZO

Bel signore, e voi, mia gaia signora, che con la vostra strana accoglienza mi avete assai stupito, mi chiamo Vincenzo, abito a Pisa e mi reco a Padova, a visitare un mio figliolo che non vedo da tempo.

 

PETRUCCIO

Come si chiama?

 

VINCENZO

Lucenzio, gentil signore.

 

PETRUCCIO

Felice incontro; e ancor più per tuo figlio. Ora per legge, oltre che per la veneranda età, posso chiamarti mio riverito padre. La sorella di mia moglie (questa signora) a quest'ora ha sposato tuo figlio. Non stupirti, e non affliggerti; ella è di buona reputazione, ha una ricca dote ed è di nobile lignaggio; inoltre ha tutte le qualità che si confanno alla sposa d'un nobile gentiluomo. Lascia che abbracci il vecchio Vincenzo e andiamo dal tuo onesto figliolo che si rallegrerà molto del tuo arrivo.

 

VINCENZO

Ma è vero, oppure vi divertite, da allegri viandanti, a fare uno scherzo a chi incontrate lungo la strada?

 

ORTENSIO

Ti assicuro, padre, che è così.

 

PETRUCCIO

Su, vieni con noi e accertatene tu, il nostro primo scherzo ti ha reso sospettoso.

 

Escono tutti meno Ortensio.

 

ORTENSIO

Be', Petruccio, tutto questo mi incoraggia. Dalla mia vedova! E se fa la riottosa, hai insegnato a Ortensio come si soggioga.

 

Esce.

 

Indice Teatro

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La bisbetica domata

(“The Taming of the Shrew” 1590 - 1593)

 

 

 

atto quinto - scena prima

 

Entrano Biondello, Lucenzio, e Bianca.

Gremio è già in scena.

 

BIONDELLO

Zitto e svelto, signore, il prete è pronto.

 

LUCENZIO

Volo, Biondello. Ma potrebbero aver bisogno di te a casa, perciò va'.

 

Esce con Bianca.

 

BIONDELLO

No, perbacco, voglio vedere la chiesa dietro le vostre spalle; poi tornerò dal mio padrone più svelto che posso.

 

Esce.

 

GREMIO

Mi meraviglio che Cambio non sia già qui.

 

Entrano Petruccio, Caterina, Vincenzo, Grumio col Seguito.

 

PETRUCCIO

Signore, ecco la porta e la casa di Lucenzio. Quella di mio padre è più verso il mercato. Io devo andar là, voi vi lascio qui, signore.

 

VINCENZO

Non potete non bere qualcosa prima. Credo che potrò farvi invitare qui, ed è probabile che preparino una festa.

Bussa.

 

GREMIO

Dentro han da fare, meglio bussar più forte.

 

Il Pedante si affaccia alla finestra

 

PEDANTE

Chi è che bussa come se volesse abbattere il portone?

 

VINCENZO

Il signor Lucenzio è in casa, signore?

 

PEDANTE

Sì, signore, ma non gli si può parlare.

 

VINCENZO

E se uno gli portasse cento o duecento sterline per farci festa?

 

PEDANTE

Tenetevi pure le cento sterline. Non ne avrà bisogno finché vivrò io.

 

PETRUCCIO

Be', vi avevo detto che vostro figlio è benvoluto a Padova. Sentite, signore? Ma lasciando perdere le sciocchezze, vi prego di dire al signor Lucenzio che suo padre è arrivato da Pisa ed è al portone per parlargli.

 

PEDANTE

Tu menti. Suo padre è arrivato da Mantova, ed è affacciato a questa finestra.

 

VINCENZO

Saresti tu suo padre?

 

PEDANTE

Sì, signore, così dice sua madre, se posso crederle.

 

PETRUCCIO (A Vincenzo.)

Be', be', signore! È una gran mascalzonata assumere il nome di un altro.

 

PEDANTE

Arrestate quel mascalzone. Credo sia un trucco per gabbare qualcuno in questa città assumendo la mia identità.

 

Entra Biondello.

 

BIONDELLO

Li ho visti insieme in chiesa. Dio gli mandi la buona ventura! Ma chi c'è qui? Il mio vecchio padrone Vincenzo! Siamo scoperti e rovinati.

 

VINCENZO (A Biondello.)

Vieni qua, pendaglio da forca.

 

BIONDELLO

Spero d'avere una scelta, signore.

 

VINCENZO

Vieni qua, furfante. Ti sei scordato di me?

 

BIONDELLO

Scordato di voi? No, signore. Come potrei scordarvi, se non vi ho mai visto prima in vita mia?

 

VINCENZO

Come, furfante matricolato, non hai mai visto il padre del tuo padrone, Vincenzo?

 

BIONDELLO

Chi, il mio vecchio e riverito padrone? Sì, caspita, signore. Eccolo là affacciato alla finestra.

 

VINCENZO

Ah, è così? Picchia Biondello.

 

BIONDELLO

Aiuto, aiuto, aiuto! C'è un pazzo che mi vuole ammazzare.

 

Esce.

 

PEDANTE

Aiuto, figliolo! Aiuto, signor Battista!

(Lascia la finestra.)

 

PETRUCCIO

Ti prego, Kate, mettiamoci da parte e vediamo come va a finire questa contesa.

 

Entrano il Pedante con Servi, Battista e Tranio.

 

TRANIO

Signore, chi siete voi che vi azzardate a picchiare il mio servo?

 

VINCENZO

Chi sono io, signore? No, chi siete voi, signore? Oh, dei immortali! Oh, che razza di furfante! Farsetto di seta, brache di velluto, mantello scarlatto e cappello a pan di zucchero. Oh, sono rovinato, rovinato! Mentre io economizzo a casa, mio figlio e il suo servo dilapidano tutto all'università.

 

TRANIO

Ma insomma, che succede?

 

BATTISTA

Quest'uomo è uscito di senno?

 

TRANIO

Signore, dall'aspetto sembrate un sobrio vegliardo, ma dalle vostre parole vi si direbbe un pazzo. Che cosa importa a voi, signore, se indosso perle e oro? Ringrazio il mio buon padre, me lo posso permettere.

 

VINCENZO

Tuo padre? Che furfante! È un velaio a Bergamo!

 

BATTISTA

Vi sbagliate, signore, vi sbagliate. Di grazia, come credete che si chiami?

 

VINCENZO

Come si chiama? Come se non lo sapessi! L'ho tirato su da quando aveva tre anni, e si chiama Tranio.

 

PEDANTE

Via, via di qui, mattoide. Si chiama Lucenzio, ed è mio figlio unico, erede delle terre mie, del signor Vincenzo.

 

VINCENZO

Lucenzio? Oh, ha assassinato il suo padrone! Arrestatelo, ve l'ordino, in nome del Duca. Oh, mio figlio, mio figlio! Dimmi, mascalzone, dov'è mio figlio Lucenzio?

 

TRANIO

Chiamate una guardia.

 

Entra una Guardia.

Portate questo furfante pazzo in prigione. Padre Battista, vi incarico di farlo mettere sotto processo.

 

VINCENZO

Portarmi in prigione?

 

GREMIO

Ferma, guardia. Non andrà in prigione.

 

BATTISTA

Zitto, signor Gremio. Dico che andrà in prigione.

 

GREMIO

Attento, signor Battista, a non farvi gabbare in questa storia. Giurerei che questo è il vero Vincenzo.

 

PEDANTE

Giuralo, se osi.

 

GREMIO

No, non oso giurarlo.

 

TRANIO

Allora ti converrebbe anche dire che non sono Lucenzio.

 

GREMIO

Sì, so che sei il signor Lucenzio.

 

BATTISTA

Portate via questo rimbambito, in prigione!

 

VINCENZO

Così si possono strattonare e maltrattare gli stranieri! Che mostruoso farabutto!

 

Entrano Biondello, Lucenzio e Bianca.

 

BIONDELLO

Oh, siamo rovinati, eccolo lì. Rinnegatelo, smentitelo, o siamo rovinati tutti.

 

LUCENZIO (S'inginocchia.)

Perdono, caro padre.

 

VINCENZO

Mio figlio dunque vive?

 

Escono Biondello, Tranio e il Pedante in tutta fretta.

 

BIANCA

Perdono, caro padre.

 

BATTISTA

In che hai offeso? Dov'è Lucenzio?

 

LUCENZIO

Ecco Lucenzio, il vero figlio del vero Vincenzo, che con le nozze ha fatto sua tua figlia mentre falsi supposti ti ottenebrano la vista.

 

GREMIO

Quest'è un complotto, è chiaro, per ingannarci tutti.

 

VINCENZO

Dov'è quel maledetto furfante di Tranio che mi ha così sfidato e cimentato?

 

BATTISTA

Ma, ditemi, questo non è il mio Cambio?

 

BIANCA

Cambio s'è cambiato in Lucenzio.

 

LUCENZIO

L'amore ha operato questi miracoli. L'amore di Bianca mi ha fatto cambiare il mio stato con Tranio, mentre lui assumeva il mio aspetto in città, e elicemente ho raggiunto alla fine il porto desiato della mia beatitudine. Quel che Tranio ha fatto, gliel'ho ordinato io; perciò perdonatelo, caro padre, per amor mio.

 

VINCENZO

Taglierò il naso a quel ribaldo che voleva mandarmi in prigione.

 

BATTISTA

Ma sentite, signore. Avete sposato mia figlia senza chiedere la mia benedizione?

 

VINCENZO

Non temete, Battista, vi soddisferemo, state tranquillo. Ma io entro in casa, per vendicarmi di questa furfanteria.

 

Esce.

 

BATTISTA

Ed io per sondare il fondo di questa birbanteria.

 

Esce.

 

LUCENZIO

Non impallidire, Bianca; tuo padre non disapproverà.

 

Escono Lucenzio e Bianca.

 

GREMIO

o fatto fiasco, ma entro anch'io col resto; persa ogni speranza, parteciperò alla festa.

 

Esce.

 

CATERINA

Marito, seguiamoli per vedere come va a finire.

 

PETRUCCIO

Prima baciami, Kate, e poi andremo.

 

CATERINA

Come, in mezzo alla strada?

 

PETRUCCIO

Perché, ti vergogni di me?

 

CATERINA

No, signore, Dio ne scampi; ma di baciare.

 

PETRUCCIO

E allora si torna a casa. Su, messere, andiamo.

 

CATERINA

No, ti darò un bacio. Ora ti prego, amore, restiamo.

 

PETRUCCIO

Non va bene così? Vieni, dolce Caterina, meglio tardi che mai, meglio ora di prima.

 

Escono.

 

 

atto quinto - scena seconda

 

Entrano Battista, Vincenzo, Gremio, il Pedante, Lucenzio e Bianca, Petruccio e Caterina, Ortensio e la Vedova; i Servi con Tranio, Biondello, Grumio che portano rinfreschi.

 

LUCENZIO

Alla fine, dopo tanto, le nostre note discordi trovano un accordo, ed è ormai tempo, finita la furia della guerra, di sorridere delle traversie e dei pericoli scampati. Mia bella Bianca, da' il benvenuto a mio padre, mentre con lo stesso affetto io accolgo il tuo. Fratello Petruccio, sorella Caterina, e tu, Ortensio, con la tua vedova affettuosa, godetevi il meglio, e benvenuti a casa mia. Questo rinfresco serve a chiudere lo stomaco dopo il gran banchetto. Sedetevi, prego, ora c'è da chiacchierare oltre che mangiare.

 

PETRUCCIO

Sempre seduti, e sempre a mangiare!

 

BATTISTA

Padova offre queste amenità, figlio Petruccio.

 

PETRUCCIO

Padova offre soltanto ciò che è buono.

 

ORTENSIO

Per noi due vorrei che questo fosse vero.

 

PETRUCCIO

Parola mia, Ortensio paventa la sua vedova.

 

VEDOVA

Figuratevi se sono una che si spaventa.

 

PETRUCCIO

Siete molto sensata, ma fraintendete il senso. Voglio dire che Ortensio ha paura di voi.

 

VEDOVA

Chi ha la testa che gira crede che il mondo giri.

 

PETRUCCIO

Ben rigirata...

 

CATERINA

Che volete dire, signora?

 

VEDOVA

Così m'ha fatto concepire.

 

PETRUCCIO

Io concepire? E Ortensio come la prende?

 

ORTENSIO

La mia vedova dice che così ha concepito le parole.

 

PETRUCCIO

Ben rimediata... Merita un bacio, buona vedova.

 

CATERINA

"Chi ha la testa che gira crede che il mondo giri" ... Vi prego, ditemi che intendete con questo.

 

VEDOVA

Vostro marito, da una bisbetica angustiato, il cruccio di mio marito sul suo ha misurato. Adesso sapete quel che intendo.

 

CATERINA

Meschino intendimento.

 

VEDOVA

Giusto, intendo voi.

 

CATERINA

Meschina me davvero, se do retta a voi.

 

PETRUCCIO

Addosso, Kate!

 

ORTENSIO

Addosso, vedova!

 

PETRUCCIO

Cento marchi che Kate la mette sotto.

 

ORTENSIO

Questo compete a me.

 

PETRUCCIO

Detto da competente. Alla tua salute, ragazzo.

Brinda a Ortensio.

 

BATTISTA

Vi piacciono, Gremio, questi begli spiriti?

 

GREMIO

Credetemi, signore, si scozzonano bene.

 

BIANCA

Sopra e sotto! Uno con la battuta pronta direbbe che cozzano di testa e corna.

 

VINCENZO

Ah, signora sposa, questo vi ha svegliata?

 

BIANCA

Sì, ma non spaventata, quindi torno a dormire.

 

PETRUCCIO

No, non potete. Ora che avete cominciato disponetevi a una frecciata o due.

 

BIANCA

Sarei un uccello? Ma io cambio cespuglio, e voi inseguitemi tendendo il vostro arco. Siete tutti benvenuti.

 

Escono Bianca con Caterina e la Vedova.

 

PETRUCCIO

Mi ha prevenuto. Signor Tranio, questo è l'uccello a cui miravate, ma non avete preso; un brindisi a tutti quelli che han tirato e fatto cilecca.

 

TRANIO

Oh, signore, Lucenzio mi ha sguinzagliato come il suo segugio, che corre lui, e cattura per il suo padrone.

 

PETRUCCIO

Lesta similitudine, ma un po' da cani.

 

TRANIO

Beato voi, che avete cacciato di persona. Ma la vostra cerva sembra vi tenga a bada.

 

BATTISTA

Oh, oh, Petruccio! Ora Tranio vi ha centrato.

 

LUCENZIO

Grazie per questa frecciata, buon Tranio.

 

ORTENSIO

Su, ammettetelo; non ha fatto centro?

 

PETRUCCIO

Un po' toccato, lo ammetto; e rimbalzando dieci a uno la battuta ha stracciato voi due.

 

BATTISTA

Be', seriamente, Petruccio, figlio mio, penso che tu abbia la peggior bisbetica di tutte.

 

PETRUCCIO

Be', io dico di no. E per averne conferma, che ciascuno mandi a chiamare sua moglie, e quello che la troverà più obbediente, la prima a venire quando sarà chiamata, vincerà la scommessa che proporremo.

 

ORTENSIO

D'accordo. Quanto scommettiamo?

 

LUCENZIO

Venti corone.

 

PETRUCCIO

Venti corone? Le rischio sul mio cane o il mio falcone, ma venti volte tanto su mia moglie.

 

LUCENZIO

Allora cento.

 

ORTENSIO

Va bene per me.

 

PETRUCCIO

Concluso!

 

ORTENSIO

Chi comincia?

 

LUCENZIO

Comincio io. Va', Biondello, di' alla tua padrona di venire da me.

 

BIONDELLO

Vado.

 

Esce.

 

BATTISTA

Figliolo, metà ce li metto io che Bianca viene.

 

LUCENZIO

Non faccio a metà; ce li metto tutti io.

 

Entra Biondello.

 

Ebbene, che dice?

 

BIONDELLO

Signore, la padrona vi manda a dire che è occupata e non può venire.

 

PETRUCCIO

Come? È occupata e non può venire? È una risposta?

 

GREMIO

Sì, e anche gentile. Pregate Iddio che quella di vostra moglie non sia peggio.

 

PETRUCCIO

Io spero meglio.

 

ORTENSIO

Biondello, va' a pregare mia moglie che venga subito da me.

 

Esce Biondello.

 

PETRUCCIO

Oho, pregarla!

Dovrà per forza venire.

 

ORTENSIO

Temo, signore. che per quanto facciate, alla vostra non basterà farsi pregare.

 

Entra Biondello.

 

Be', dov'è mia moglie?

 

BIONDELLO

Dice che avete voglia di scherzare.  on vuol venire. Dice che andiate voi da lei.

 

PETRUCCIO

Di male in peggio, non vuol venire! Ah, vile, intollerabile, insopportabile! Ehi, Grumio, va' dalla tua padrona, dille che le ordino di venire da me.

 

Esce Grumio.

 

ORTENSIO

So già la risposta.

 

PETRUCCIO

Quale?

 

ORTENSIO

Non verrà.

 

PETRUCCIO

Tanto peggio per me, finirà lì.

 

Entra Caterina.

 

BATTISTA

O Santa Vergine, qui arriva Caterina.

 

CATERINA

Che comandate, signore, per avermi chiamata?

 

PETRUCCIO

Dov'è tua sorella, e la moglie di Ortensio?

 

CATERINA

In salotto a chiacchierare accanto al fuoco.

 

PETRUCCIO

Va' a prenderle. Se si rifiutano di venire portamele a sonore frustate dai loro mariti. Va', ti dico, e conducile qui subito.

 

Esce Caterina.

 

LUCENZIO

Ecco un prodigio, se si parla di prodigi.

 

ORTENSIO

Lo è davvero. Chissà cosa presagisce.

 

PETRUCCIO

Ma presagisce pace, amore e vita tranquilla, un regime di soggezione, giusta supremazia, e in breve, tutto quanto c'è di dolce e di felice.

 

BATTISTA

Ti arrida ogni fortuna, buon Petruccio! Hai vinto la scommessa, e io aggiungerò ventimila corone a quel che han perso loro, un'altra dote per un'altra figlia, che è cambiata, come mai era stata prima.

 

PETRUCCIO

Ah, la scommessa voglio vincerla ancor meglio, e mostrarvi altri segni della sua obbedienza, della sua nuova virtù e obbedienza.

 

Entrano Caterina, Bianca e la Vedova.

 

Eccola che viene, con le vostre mogli riottose, prigioniere della sua persuasione femminile. Caterina, quel cappellino non ti sta bene, togliti quella bolla, pestala sotto i piedi. (Obbedisce.)

 

VEDOVA

Dio, non darmi mai motivo di crucciarmi finché non mi portino a tal stupido passo.

 

BIANCA

Puah, come chiami questa sciocca devozione?

 

LUCENZIO

Vorrei la tua fosse altrettanto sciocca. La saggezza della tua devozione, bella Bianca, mi è costata cento corone dall'ora di cena.

 

BIANCA

Sciocco sei stato tu, a scommetterci su.

 

PETRUCCIO

Caterina, ti ordino, di' a queste testarde il dovere che hanno verso i loro signori e mariti.

 

VEDOVA

Su, via, scherzate. Non vogliamo sentire.

 

PETRUCCIO

Invece avanti, dico, e comincia da lei.

 

VEDOVA

Non lo farà.

 

PETRUCCIO

Io dico di sì. E comincia da lei.

 

CATERINA

Su, su, vergogna! Spiana quella fronte truce e minacciosa, non dardeggiare sprezzante da quegli occhi per ferire il tuo signore, tuo re, tuo governatore. Sfigura la tua bellezza come il gelo sconcia i prati; distrugge la tua reputazione come il turbine scuote i bei boccioli, e in nessun senso è amabile od acconcia. Una donna irosa è come una fontana intorbidita, fangosa, brutta a vedersi, opaca, priva di bellezza, e finché è così, nessuno, per quanto a gola secca o assetato, si degna di sorbirne o toccarne una goccia. Tuo marito è il tuo signore, la tua vita, il tuo custode, il tuo capo, il tuo sovrano; uno che ha cura di te e del tuo mantenimento, che si sottopone a laboriose fatiche per mare e terra, a vegliare di notte, durante le tempeste, di giorno al freddo, mentre tu stai calda e al sicuro in casa; e non brama da te altro tributo che amore, affabilità, e sincera obbedienza; ben piccol pagamento per sì grande debito. Il dovere che lega il suddito al suo principe lega ugualmente una moglie a suo marito. E quand'è riottosa, petulante, imbronciata, acida e disobbediente al suo onesto volere, non è forse una trista ribelle contenziosa, una sgraziata traditrice del suo signore? Mi vergogno che le donne siano così sciocche da far guerra invece di pregare per la pace, o cerchino autorità, supremazia, dominio, mentre dovrebbero servire, amare, obbedire. Non abbiamo il corpo debole, liscio e tenero, inadatto alla fatica e alle cure del mondo, perché le nostre qualità e i nostri cuori ben si adattino alle nostre doti esteriori? Su, su, riottosi e impotenti serpentelli, il mio animo è stato altero come il vostro, così il mio cuore e forse più la mia ragione, tanto da ribattere parola per parola e cipiglio a cipiglio. Ora capisco però che le nostre lance non sono che pagliuzze, debole la nostra forza, senza confronto le nostre debolezze, tanto più deboli là dove vogliono apparire più forti. Abbassate allora la cresta, non c'è scopo, e mettete le mani sotto il piede dello sposo. In segno di tal dovere, se così gli aggrada, la mia è pronta ad alleviargli la strada.

 

PETRUCCIO

Questa è una donna! Su, baciami, Kate.

 

LUCENZIO

Va' là, marpione, la palma tocca a te.

 

VINCENZO

È un bel sentire, quando son figlie ossequiose.

 

LUCENZIO

E un brutto sentire, quando son donne riottose.

 

PETRUCCIO

Su, Kate, andiamo a letto. In tre siamo sposati, ma voi due siete spacciati. (A Lucenzio.) Tu hai colto il bersaglio, ma io ho vinto la scommessa in pieno, e così; Dio vi mandi un riposo sereno!

 

Escono Petruccio e Caterina.

 

ORTENSIO

Va' là, tu hai domato una bisbetica indemoniata.

 

LUCENZIO

Meraviglia, se permettete, che sia così domata.

 

Escono.

 

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