William Shakespeare - Il Teatro

 

Indice Teatro

 

I due gentiluomini di Verona

(“The two Gentlemen of Verona” 1590 - 1595)

 

 

Introduzione - Riassunto

Personaggi - Atto Primo

Atto Secondo - Atto Terzo

Atto Quarto - Atto Quinto

 

 

Introduzione

da La Frusta Letteraria

 

          Opera giovanile di Shakespeare, I due gentiluomini di Verona  preannuncia temi e situazioni sviluppati in successivi capolavori, anch'essi ambientati in Italia. L'opera è considerata il prototipo delle commedie "romantiche" che coniugano felicemente la fantasia e l'inventiva con la riflessione sulla complessità e l'ambiguità delle azioni umane. Incentrata sulla rivalità di due amici per ottenere i favori della stessa donna, la commedia è ambientata tra Milano e Verona nelle corti principesche dell'epoca. Si intrecciano tre temi: l'amore, l'amicizia e l'educazione del gentiluomo. Per The two Gentlemen of Verona, Shakespeare si volse, anziché a schemi classici, medievali o rinascimentali, a motivi contemporanei, al senso dell’avventura, al vagheggiamento del romanzesco ch’era nei drammi del Greene. Taluni commentatori, come J. M. Robertson - campione estremo della critica cosiddetta disintegratrice, perché tende a distribuire l’opera giovanile, e in genere le parti fiacche dei drammi shakespeariani, di volta in volta, a tutti i drammaturghi contemporanei cui paion somigliare - sostennero addirittura che il dramma era dello stesso Greene, e che Shakespeare fu appena chiamato a riveder qualche scena.

          Il soggetto dei Two Gentlemen, non è tra i più cattivanti cui abbia inteso dar credito il drammaturgo: Valentine e Proteus, i due gentiluomini veronesi del titolo, sono entrambi innamorati di Silvia, figlia del duca di Milano. Proteus, a sua volta, è amato da Julia. Valentine decide di rapire Silvia, ma, tradito dall’amico che svela il complotto al duca, è bandito e si mette a capo d’una accolta di masnadieri, lasciando campo libero in tal modo a Proteus, che insidia, respinto tuttavia, Silvia. Julia si traveste da paggio e, senza esser da lui riconosciuta, si mette al servizio di Proteus. Silvia, intanto, onde sfuggire alle nozze con Thurio, decise dal padre, fugge in cerca di Valentine, ma è catturata dai masnadieri e, a sua volta, liberata da Proteus. Sopraggiunge Valentine e, al veder Proteus sinceramente pentito della sua slealtà, lo perdona e sta per cedergli Silvia, allorché lo svenimento del falso paggio, e cioè Julia, che aveva seguito l’amato, non rivela la costanza e l’abnegazione della giovane, che riconquista, cosìi, il cuore di Proteus. Il duca consente alle nozze di Silvia con Valentine e la commedia termina felicemente, per tutt’e due le coppie.

          Anche dal riassunto tentato di sopra si può misurare l’incongruenza psicologica, in specie della soluzione, che vizia la commedia: di quella, del resto, si avranno esempi altrettanto cospicui e sconcertanti in altre commedie della maturità del drammaturgo, come The Twelfth Night e Measure for Measure. L’anticipare motivi e soluzioni cui l’opera futura vorrà dare una coloritura più intensa e conseguente è, del resto, una delle caratteristiche dei Two Gentlemen e, insieme, una delle ragioni principali dell’interesse che riesce ancora a suscitare. La lista dei pretendenti in I, II, ad esempio, è una sorta di annunzio d’un analogo motivo inThe Merchant of Venice; la scena di Julia travestita da paggio che richiede a Silvia un suo ritratto, e fin certa materiale giacitura della frase (cfr. IV, Iv, 100-2 e 153-55) la ritroveremo, nella Twelfth Night, nel rapporto Viola-Olivia, senza contare che anche qui abbiamo una scala di corda e un incontro di innamorati nella cella d’un frate, come in Romeo and Juliet. Il dramma ha anche trovato ammiratori entusiastici, come Swinburne, ma si crede d’esser nel giusto se ci s’accontenta di concedergli, invece, soltanto un luogo di fianco nel novero delle opere sperimentali. Al suo attivo si potranno mettere qualche momento poetico che tenta di mascherare, con la delicatezza e la grazia dell’invenzione stilistica, l’intrinseca artificialità dell’impostazione psicologica, e almeno un personaggio schietto, il clown Launce, preraffigurazione, anch’esso, del Launcelot Gobbo del Merchant of Venice.

          The two Gentlemen of Verona fu pubblicata per la prima volta nell’in-folio del 1623, e pertanto questo costituisce l’unica fonte del testo, e una fonte, purtroppo, parecchio inquinata. Così come il testo, ad esempio, di The Tempest o di Antony and Cleopatra offerto dall’in-folio è dei migliori, quello dei The two Gentlemen è di gran lunga dei peggiori. Mentre, in quei casi, si poteva pensare a una copia del manoscritto originale o addirittura all’originale medesimo, proprio per la cura delle didascalie, e delle entrate e delle uscite dei personaggi, nei Gentlemen of Verona ci si trova di fronte a un testo privo affatto di didascalie, cosi come quasi del tutto privo anche delle entrate e delle uscite dei personaggi. Un elenco di questi, alla rinfusa, si trova segnato all’inizio di ciascuna scena, senza tuttavia che sia nemmen rispettato l’ordine dell’entrata di ognuno.

          Tale caratteristica ha portato a congetturare che la stampa non avvenisse su di un copione dell’opera per uso teatrale, ma sulle parti dei singoli personaggi, ordinate mediante l’aiuto del plot, ovvero riassunto schematico dell’azione con le indicazioni, per l’appunto, della partecipazione dei vari attori. Tali plots erano usati, da costoro e dal direttore di scena, durante la rappresentazione. Questa spiegazione, tuttavia, non appare del tutto soddisfacente e si presta a obiezioni, anzitutto perché dovette essere piuttosto difficile che tali materiali fossero disponibili tutti insieme, e in specie dopo quasi un trentennio dalle prime rappresentazioni: ché, a quanto ne sappiamo, la commedia non dovette contare su un particolare successo e quindi su molte riprese. Il dramma ètra i più brevi del canone, e questo ha fatto sospettare che l’in-folio ne riproduca solo una parte. La diversa sostenutezza del tono letterario — e talvolta degli scarti stilistici piuttosto bruschi, come tra le parti di Julia e Silvia e quelle di Speed e Launce che a volte si trovano gomito a gomito — han fatto anche pensare che alla stesura quale ci è tramandata dall’in-folio mettessero mano dei collaboratori men qualificati di Shakespeare. Le obiezioni a questa teoria sono, naturalmente, molto più gravi e in certo modo definitive: la mano maestra, infatti, si riconoscerebbe proprio per quegli scarti stilistici che poterono essere intesi a distaccare e distinguere e quindi rilevare i diversi piani dell’azione e della dipintura di caratteri, piani insieme sociali e drammatici: e del resto l’intensità dei ritratti è spesso pari in entrambe le sfere: la stilizzazione di Sir Eglamour non è men sapida e cosciente, ad esempio, che quella di Launce. E quanto ai tagli è difficile riconoscerne traccia, così com’è difficile immaginare quali svolte dell’azione siano andate smarrite: tutto quel che sarebbe stato necessario trovare nella commedia sembra che, per l’appunto, ci sia. L’unica obiezione alla coerenza dell’azione si può muovere riguardo a uno degli ultimi scarti di questa, nella scena, cioè, in cui Valentine cede a Proteus la giovane di cui è innamorato («Tutto quel che m’apparteneva in Silvia io te lo dono»). La battuta e l’intera situazione risultano audaci fino a essere improbabili. Ma si tratterebbe, pur sempre, d’una obiezione di natura psicologica, e non testuale, e per la quale si può anche trovare una spiegazione, per esempio, nel concetto dell’amicizia quale si trova espresso nella letteratura romanzesca nella cui aura va intesa la commedia. Le reazioni del pubblico che per primo assistette ai Two Gentlemen of Verona furono probabilmente molto diverse dalle nostre.

          La commedia non è facile da datare. Si tratta, con ogni probabilità, di un’opera giovanile, e sebbene sia affine per molti aspetti anche a taluni dei romances dell’ultima fase, e vi ricorrano con curiosa insistenza, com’è stato già osservato, motivi e situazioni che poi ritroveremo al centro di Twelfth Night eAsYou Like It, pure, per una manifesta immaturità che è insieme della psicologia edello stile, che tanto più da quegli inevitabili confronti appare sottolineata, ci si accorda per solito ad assegnare i Two Gentlemen proprio agli esordii dell’attività drammatica del poeta. Elementi esterni per la datazione, comunque, non se ne posseggono all’infuori della menzione della commedia in Palladis Tamia, opera, com’è noto, pubblicata nel 1598. La commedia, quindi, esisteva già prima di quella data: ma questo ci aiuta poco perché si deve riconoscere che, comunque, la commedia doveva esistere già molto tempo prima. Confronti con lo stile e la versificazione di altri drammi giovanili, farebbero assegnare i Two Gentlemen allo stesso periodo cui si assegnano gli Errors e The Taming of the Shrew (La bisbertica domata), ma un rapporto cronologico esatto tra questi tre drammi è impossibile a stabilirsi per l’ambiguità dei dati. Gli anni 1594-95 proposti dal Chambers, pertanto, vanno calcolati soltanto come una indicazione. Personalmente, sarei favorevole a una datazione precedente.

 

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RIASSUNTO

da Teatro di corte.it

 

          Commedia in cinque atti in prosa e in versi, scritta all'inizio della sua carriera (circa 1594), pubblicata nell'infolio del 1616. Da parecchi segni si potrebbe concludere che l'opera fosse stata scritta in fretta; per esempio l'indicazione delle località è erronea (Verona e Padova sono date in luogo di Milano); ma il porre Verona su un corso d'acqua che subisce gli effetti dell'alta e della bassa marea, e il farla comunicare con Milano per acqua può spiegarsi supponendo che in tal caso lo Shakespeare pensasse a Londra e usasse i nomi di Milano e di Verona come semplici etichette: nelle scene comiche del dramma appaiono altre incongruenze che non possono altrimenti spiegarsi, e del resto le figure dei due buffoni Launce e Speed spirano l'ambiente londinese.L'intreccio è modellato su quello d'una tipica commedia dell'arte, sicchè o Shakespeare usò come fonte un dramma di carattere italiano, quale avrebbe potuto essere La storia di Felice e Filomena (1584 - 85), o sviluppò in modi derivati da esso una tenue trama quale si trova nella Diana innamorata di Jorge de Montemayor (1521 - 1561), che di solito si dà come fonte.Valentino (Valentine) e Proteo (Proteus) sono legati da intima fraterna amicizia, ma la vista di Silvia, figlia del duca di Milano, amata da Valentino, agisce sì fortemente sull'animo di Proteo, che costui dimentica l'amore della propria fidanzata, Giulia (Julia), e tradisce l'amico rivelando al duca l'intenzione di Valentino di rapire Silvia, dal duca destinata al goffo Turio (Thurio). Il generoso Valentino viene sorpreso dal duca e bandito, e nel fuggire da Milano s'imbatte in una banda di Masnadieri che, impressionata favorevolmente da lui e dalla sua posizione, lo elegge suo capitano. Proteo intanto, sotto specie di persuadere Silvia a dimenticare Valentino in favore di Turio, ottiene, grazie al duca, accesso alla fanciulla, e tenta di corteggiarla per proprio conto, venendone ignominiosamente respinto: a un episodio del corteggiamento assiste Giulia che frattanto, travestita da paggio, è venuta a Milano in cerca del suo amante che la tradisce. Silvia, per evitare le nozze con il detestato Turio, fugge da Milano assistita da Eglamour, un cavaliere che ha fatto voto di castità in seguito alla perdita della sua amata; ma è catturata dai masnadieri (mentre Eglamour si dà poco cavallerescamente alla fuga), e condotta dinanzi al loro capo. Frattanto Proteo giunge per liberarla, e insiste di nuovo nel suo corteggiamento, e, di nuovo respinto, vorrebbe ricorrere alla violenza, quando Valentino, che ha assistito non visto, si fa innanzi e smaschera l'indegno amico. Questi si pente e chiede perdono, e Valentino, nella sua magnanimità, non solo lo perdona ma gli cederebbe Silvia, allorchè lo svenimento del paggio rivela Giulia, che con tal prova di costanza riconquista il cuore di Proteo. Finalmente il duca concede la figlia a Valentino, e le due coppie promettono di sposarsi lo stesso giorno.

 

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I due gentiluomini di Verona

(“The two Gentlemen of Verona” 1590 - 1595)

 

PERSONAGGI

 

DUCA di Milano, padre di Silvia
VALENTINO e PROTEO, i due Gentiluomini [di Verona]
ANTONIO, padre di Proteo
TURIONE, uno sciocco [rivale di Valentino]
AGLAMORO, che aiuta Silvia a fuggire
SVELTO, servo [buffone] di Valentino
LANCIOTTO, [idem] di Proteo
PANTINO, famiglio di Antonio
OSTE della locanda che ospita Giulia
FUORILEGGE capitanati da Valentino
GIULIA, [gentildonna di Verona] amata da Proteo
SILVIA, [la figlia del Duca] amata da Valentino
LUCETTA, cameriera di Giulia

Persone del seguito, ancelle, musici, servitori

 


 

 

atto primo - scena PRIMA

 

Entrano Valentino e Proteo.

 

VALENTINO
Non farla tanto lunga, Proteo, amico mio caro: il giovane che in casa si chiude avrà mente chiusa. Se la passione non incatenasse la tua verde età ai dolci sguardi di colei che tu ami ed onori, sarei tentato d'indurti a venire con me a scoprire le meraviglie del vasto mondo, per non lasciarti a casa, stoltamente infiacchito, a dissipare la tua giovinezza in trastulli senza senso. Ma poiché ami, continua ad amare e sii fortunato quanto vorrei esser io, fossi anch'io innamorato.

PROTEO
Te ne vai, allora? Buon Valentino, addio. Pensa al tuo Proteo, se mai ti accadrà di vedere cose rare e inconsuete nel corso dei tuoi viaggi. Immagina ch'io sia con te, compagno del tuo piacere, ogni volta che incapperai in qualcosa di buono; e nel pericolo (se mai dovessi rischiare di trovarti in pericolo)  affida la tua pena alle devote mie preci, ché sarò io, Valentino, a sgranarti il rosario.

VALENTINO
E a pregare per me su un breviario d'amore?

PROTEO
A pregare per te su di un libro che amo.

 

VALENTINO
Vuoi dire, su qualche effimera storia d'amore eterno: il giovane Leandro che si fa l'Ellesponto...

PROTEO
Ma quella è una storia eterna, di un amor senza fondo: tant'è che lui, per amore, rimase un'eternità a mollo.

VALENTINO
È vero. Mentre tu, per amore, ti sei rammollito, senza mai aver nuotato l'Ellesponto.

 

Entrano Turione, Proteo e Giulia.

 

TURIONE
Ser Proteo, che dice Silvia del mio corteggiamento?

PROTEO
Beh, signore, la trovo più ben disposta che in passato; ma trova ancora da ridire sulla vostra persona.

TURIONE
Perché? Ho le gambe troppo lunghe?

PROTEO
No, semmai troppo striminzite.

TURIONE
Mi metterò gli stivali, per rimpolparle un po'.

GIULIA (a parte)
Ma l'amore non puoi spronarlo a ciò che aborre.

TURIONE
Del mio volto che dice?

PROTEO
Dice ch'è luminoso.

 

PROTEO
Rammollito? Suvvia, non mi dare del molle!

VALENTINO
No, non lo farò: la mollezza non fa per te.

PROTEO
Che intendi?

VALENTINO
L'essere innamorato: per cui lo spregio lo paghi gemendo, la freddezza con sospiri dolenti, il piacere effimero d'un istante con chissà quante veglie notturne, ansiose e defatiganti. Se mai hai fortuna, potrai ben dirti sfortunato; se perdi, beh, potrai dir tua un'improba fatica. Come che vada, è una follia pagata con la ragione, se non è la ragione a cedere alla follia.

PROTEO
Così, a rigor di logica, mi definisci un folle.

VALENTINO
Temo che la tua logica mi dia in questo ragione.

PROTEO
Stai cavillando sull'amore. Ma io non sono Amore.

VALENTINO
Amore è il tuo padrone, visto che è lui a dominarti; e chi si sottomette al giogo di un folle non passerà alla storia, penso, come uomo saggio.

PROTEO
Eppure è scritto: come nel più tenero boccio si annida, avido, il verme, così l'avido Amore s'insedia negli spiriti più eletti.

VALENTINO
Ma è anche scritto: come il bocciolo più precoce dal verme è roso prima di fiorire, così gli spiriti più giovani ed ingenui son volti dall'Amore alla follia e, devastati in boccio, a primavera perdono le foglie e ogni bella speranza o promessa di futuro. Ma a che pro perdo tempo a consigliarti, votato come sei a dissennata passione? Addio di nuovo. Mio padre, all'imbarcadero, attende il mio arrivo per vedermi salpare.

PROTEO
Ti accompagno, Valentino.

VALENTINO
No, mio buon Proteo: salutiamoci adesso. Mandami tue notizie, per lettera, a Milano: delle tue fortune amorose, e d'ogni altro evento che qui abbia luogo, in assenza dell'amico; ed io del pari ti manderò mie nuove.

PROTEO
Che a Milano t'arrida ogni fortuna!

VALENTINO
Ed altrettanto a te che resti. Addio.

 

Esce.

PROTEO
Lui va a caccia d'onore, ed io d'amore. Lui lascia perder gli amici per meglio onorarli, ed io per amore perdo me stesso, gli amici e tutto. Tu, Giulia, tu mi hai metamorfosato, mi hai fatto trascurare gli studi, perdere il mio tempo, far guerra al buon consiglio, far del mondo uno zero, fiaccar cuore e intelletto, confondere il pensiero.

Entra Svelto.

SVELTO
Salute a voi, Ser Proteo. Avete visto il mio padrone?

PROTEO
È partito un momento fa: s'imbarca per Milano.

SVELTO
Scommetto venti a uno che è già salito a bordo, e a farmelo scappare sono stato un balordo.

PROTEO
Sicuro: anche una pecora si rende latitante se il pecoraio la molla, sia pure un solo istante.

SVELTO
Volete dire che il padrone è il pecoraio, e io sono un pecorone?

PROTEO
Esatto.

SVELTO
Allora, che io sia vigile oppure dormiglione, le corna sono mie, quanto del mio padrone.

PROTEO
Una risposta sciocca, ben degna d'un montone.

SVELTO
Ciò prova che son sempre un pecorone.

PROTEO
Giusto: e il tuo padrone un pecoraio.

SVELTO
No, questo posso negarlo a fil di logica.

PROTEO
Sarà difficile che, a fil di logica, non sia io a provarlo.

SVELTO
Il pecoraio corre appresso alla pecora, non la pecora al pecoraio; ma io corro appresso al mio padrone: non è il padrone che corre appresso a me. Laonde io non sono un pecorone.

PROTEO
La pecora, per trovar pascolo, tien dietro al pecoraio; se il pecoraio ha fame, non tien dietro alla pecora. Tu tieni dietro al padrone per via della paga, non è mica lui a tener dietro a te. Laonde tu sei un pecorone.

SVELTO
Un'altra dimostrazione come questa, e mi metto a belare!

PROTEO
Dammi retta, piuttosto: gliel'hai data la mia lettera, a Giulia?

SVELTO
Sissignore. Io, il pecorone sperduto, ho dato la lettera a lei, la pecorella smarrita; ma lei, la pecorella smarrita, a me, pecorone sperduto, non ha dato nulla in cambio di tale servizio.

PROTEO
Non c'è pascolo che basti, per un gregge così numeroso!

SVELTO
Se il pascolo è troppo sfruttato sarà bene sbatter fuori lei.

PROTEO
No, qui sei fuori strada: sarà meglio sbatter dentro te.

SVELTO
Via, signore! Sbattermi dentro per avervi recapitato una lettera?

PROTEO
Non c'intendiamo. Voglio dire, dentro a uno stabbio, a un ovile.

SVELTO
Un ovile, o uno vile? Avete voglia di girar la frittata! Un compenso tre volte vile, per una lettera alla donna amata.

PROTEO
Ma lei ha detto qualcosa?

SVELTO (scuote il capo prima di parlare)
Ah, sì.

PROTEO
Ah sì? No? Insomma, a-si-no.

SVELTO
Vi sbagliate, signore. Vi dico che lei ha scosso il capo, voi mi chiedete se ha detto "Sì" e io vi dico di "No".

PROTEO
Il che, tirando le somme, equivale a "A-si-no".

SVELTO
Giacché vi siete preso la briga di tirare le somme, il totale spetta a voi di diritto.

PROTEO
No, no, spetta a te, che hai portato la lettera.

SVELTO
E va bene. Mi rendo conto che con voi occorre portare pazienza.

PROTEO
Come osi, messere? Cos'è che occorre portare?

SVELTO
Diamine, signore, la lettera: recapitata come di dovere, e solo per sentirmi dare dell'asino pel mio disturbo.

PROTEO
Ch'io sia dannato se non hai la battuta facile.

SVELTO
Non tanto facile da indurvi ad aprire la borsa.

PROTEO
Via, via, fuori le notizie e alla svelta. Che cosa t'ha detto?

SVELTO
E voi, fuori la borsa. Quattrini contro notizie. Ci sentiremo tutti e due più leggeri.

PROTEO
E va bene, messere, ecco qua, pel disturbo. Che risposta ti ha dato?

SVELTO
In fede mia, signore, penso che la conquista sarà tutt'altro che facile.

PROTEO
Perché? Da cosa lo percepisci?

SVELTO
Signore, da lei non ho percepito un bel nulla, no, nemmeno l'ombra di un ducato per averle consegnato la vostra missiva. E poiché è stata così dura con me che le ho portato il vostro cuore, temo sarà altrettanto dura con voi che gliel'avete messo a nudo. Non datele altri pegni che selci: quella lì è dura come l'acciaio.

PROTEO
Ma cos'ha detto? Proprio nulla?

SVELTO
Nulla, nemmeno un "Prendi, per il tuo disturbo". E grazie a voi: siete generoso, mi avete assoldato per un soldone. Se tanto mi dà tanto, le lettere, d'ora in poi, portatevele da voi. E così, signore, vi raccomando al mio padrone.


Esce.

PROTEO
Va', va', sparisci, e salva la tua nave dal naufragio: non può colare a picco, con te a bordo! Il tuo destino è a terra: una morte secca... Dovrò trovarmi un corriere un po' migliore. Temo che Giulia reagirà con sdegno a versi inviati con un messo indegno.

 

Esce.

 

 

atto primo - scena seconda

 

Entrano Giulia e Lucetta.

 

GIULIA
Dimmi, Lucetta - ora che siamo sole: me lo consiglieresti tu d'innamorarmi?

LUCETTA
Certo, madonna: ma attenta ai passi falsi.

GIULIA
Di tutta la lieta brigata di gentiluomini che ogni giorno vengono a rendermi omaggio chi, secondo te, è il più degno di amore?

LUCETTA
Vogliate, di grazia, ripeterne i nomi: vi dirò quel che penso con quel po' di modesto buonsenso di cui sono capace.

GIULIA
Cosa ne pensi del bel Ser Aglamoro?

LUCETTA
Un fine dicitore, elegante e compito cavaliere; ma, fossi in voi, non ne vorrei sapere.

GIULIA
E di Mercazio cosa ne pensi? È ricco.

LUCETTA
Gran bella cosa. Lui però è un po' micco.

GIULIA
E il gentil Proteo? Ti par poco attraente?

LUCETTA
Siamo impazzite? Che vi salta in mente!

GIULIA
Com'è che adesso reagisci con veemenza?

LUCETTA
Madonna, chiedo scusa. È un'indecenza che io, creatura indegna come sono, censuri questo o quel bel gentiluomo.


GIULIA
Ma Proteo non l'hai messo in discussione.

LUCETTA
Ebbene, sì: fra tutti, è l'eccezione.

GIULIA
E per quale ragione?

LUCETTA
Nient'altro che la ragione di una donna: credo sia lui, perché credo sia lui.

GIULIA
E vorresti che a lui facessi dono del mio amore?

LUCETTA
Sì, se non pensate di gettarlo al vento.

GIULIA
Ma è l'unico, fra tutti, che mai si è dichiarato.

LUCETTA
Pure, fra tutti, è l'unico davvero innamorato.

GIULIA
Un ben povero amore, se è tanto reticente.

LUCETTA
Se ben coperto il fuoco arde più intensamente.

GIULIA
Non ama veramente chi occulta la passione.

LUCETTA
Oh, ama ancora meno chi ne fa esibizione.

GIULIA
Se almeno lo sapessi, cosa gli frulla in mente!

LUCETTA
Leggete questo foglio, madonna, immantinente.

GIULIA
"A Giulia". - Ma di', chi l'ha mandata?

LUCETTA
Lo dice il contenuto. Voi dateci un'occhiata.

GIULIA
Ma insomma, dimmi, chi è che te l'ha data?

LUCETTA
Di Valentino il paggio; e Proteo l'ha vergata. Doveva darla a voi, ma mi sono intromessa - scuserete l'ardire - per consegnarla io stessa.

GIULIA
Sul mio onore di donna, e brava la ruffiana! Tu osi dar ricetto a scritti licenziosi? Brigare e cospirare ai danni della mia innocenza? Davvero, dai retta a me, hai scelto un gran bel mestiere, e fatto su misura per una come te. Ecco, prendi la lettera. Fa' di rimandarla al mittente, oppure non farti rivedere mai più.

LUCETTA
La causa dell'amore non merita la vostra esecrazione.

GIULIA
Te ne vai o no?

LUCETTA
Sol per lasciarvi alla meditazione.

 

Esce.

GIULIA
Eppure avrei voluto leggerla, la missiva. Sarebbe una vergogna richiamarla di nuovo e indurla a commettere l'indiscrezione per cui l'ho sgridata. Che sciocca è costei! Sa bene che sono vergine: doveva forzarmi a prender visione di quella lettera, dal momento che le vergini, per pudore, dicon di no a chi le corteggia, sperando che lui intenda "Sì". Che disdetta! Com'è imprevedibile questo assurdo amore che, come un bimbo bizzoso, si mette a graffiare la balia e un attimo dopo si fa piccolo piccolo, e bacia la sferza. Ho sgridato Lucetta, scacciandola in malo modo, quando ben  volentieri l'avrei tenuta con me. Con quale sforzo mi sono imposta le mie occhiatacce quando un'intima gioia voleva  indurmi al sorriso! Dovrò far penitenza, e richiamare Lucetta, e chiederle perdono per la follia di poc'anzi.

Ehilà, Lucetta!

Rientra Lucetta

LUCETTA
Vossignoria comanda?

GIULIA
Non è già ora di cena?

LUCETTA
Fosse vero! Così sarebbero le vivande a guastarvi il fegato, e non la vostra ancella.

GIULIA
Cos'è che hai raccolto, facendo finta di niente?

LUCETTA
Nulla.

GIULIA
E allora perché ti sei chinata?

LUCETTA
Per raccattare un biglietto cadutomi di mano.

GIULIA
E quel biglietto è un nulla?

LUCETTA
Nulla che riguardi me.

GIULIA
Allora lascia perdere, se non riguarda te.

LUCETTA
Però potrebbe perdere colei cui è indirizzato, per poco che il messaggio sia mal interpretato.

GIULIA
Qualche tuo innamorato ti ha scritto dei versi.

LUCETTA
Perch'io li canti, madonna, a suon di musica. Datemi il "la": vossignoria sa comporre.

GIULIA
Appena un po': delle ariette da nulla. Meglio cantare al suon di "Levità d'amore".

LUCETTA
Un'aria troppo lieve per un qualcosa di basso.

GIULIA
Basso? Non ci vorrà un bell'organo per suonarla?

LUCETTA
Sì: ma se foste voi a cantare, sarebbe una bella musica.

GIULIA
E perché non tu?

LUCETTA
Le note alte non fanno per me.

GIULIA
Vediamola, la canzone. Suvvia, colombella!

LUCETTA
La stessa solfa di prima: cantiamola fino in fondo... (Giulia la colpisce e le strappa la lettera di Proteo) Eppure questa musica non mi piace.

GIULIA
Non ti piace?

LUCETTA
No, madonna: è una brutta stecca.

GIULIA
E tu, colombella, sei troppo sfrontata.

LUCETTA
No, siete voi che siete stonata e guastate l'armonia con brusche variazioni: al vostro canto mancan le note alte.

GIULIA
Le note alte sono sommerse da un basso sfrenato.

LUCETTA
Se son caduta in basso, l'ho fatto per Proteo.

GIULIA
Non perderò altro tempo con tali corbellerie. La fa ben lunga, con le dichiarazioni. (Fa a pezzi la lettera) Va', sparisci, e lascia stare quei pezzi di carta. Ti piacerebbe metterci mano, sol per farmi arrabbiare.

 

LUCETTA
Si finge indifferente, ma cosa non darebbe per arrabbiarsi così per un'altra lettera!

 

Esce.

GIULIA (raccattando i frammenti della lettera)
No, è proprio per questa che vorrei arrabbiarmi. Oh mani detestabili, che han fatto a brani parole tanto amorose! Oh, perniciose vespe! Nutrirvi d'un miele sì dolce e uccidere le api che l'han prodotto coi vostri pungiglioni! Voglio baciare ogni frammento per fare ammenda. Guarda, qui è scritto, "soave Giulia". Altro che soave! Per vendicare la tua ingratitudine scaglio il tuo nome contro la ruvida pietra per calpestare, sdegnosa, il tuo disdegno. E qui c'è scritto, "Proteo d'amor ferito". Povero nome ferito! Il mio seno, come un'alcova, ti accoglierà finché la ferita non guarisca del tutto: e così io lo esploro con un bacio sovrano. Ma "Proteo" l'ho visto scritto due o tre volte. Sta' calmo, vento benigno, non involarti con una sola parola, fammi prima trovare ogni lettera della lettera, eccezion fatta per il mio proprio nome: che un mulinello l'involi su una scogliera aspra, scoscesa, incombente, da cui scagliarlo nel mare procelloso! Ecco, in una sola riga due volte ricorre il suo nome: "Il povero, derelitto Proteo, Proteo l'appassionato alla soave Giulia". Questa la strapperò. Eppure no, giacché con tanta grazia tal nome accoppia ai nomi suoi dolenti. Così, li piegherò l'un sull'altro: ora baciatevi, stringetevi, urtatevi, fate quel che vi pare.

Rientra Lucetta.

LUCETTA
Madonna, la cena è pronta, e vostro padre vi attende.

GIULIA
Orbene, andiamo.

LUCETTA
Ma come, questi pezzi di carta restano qui a tradirci?

GIULIA
Se li tieni così da conto, fai meglio a raccattarli.

LUCETTA
No, mi avete già ripresa per non averli presi. Pure, non resteran qui a prender freddo.
(Li raccoglie)

GIULIA
Vedo che ti ci sei proprio fissata.

LUCETTA
Sissignora: ditelo pure, quel che vedete. Voi mi credete orba, ma ho anch'io la vista buona.

GIULIA
Su, andiamo, ti vuoi muovere o no?

 

Escono.

 

 

atto primo - scena TERZA

 

Entrano Antonio e Pantino.


ANTONIO
Dimmi, Pantino, di quali gravi cose ti parlava mio fratello, trattenendoti nel chiostro?

PANTINO
Di suo nipote Proteo, il figliol vostro.

ANTONIO
Perché, che diceva di lui?

PANTINO
Si stupiva che Vossignoria gli lasciasse sprecare a casa la sua giovinezza mentre altri, di assai minor reputazione, mandano i loro rampolli a far carriera lontano:  chi in guerra, a tentarvi la fortuna,chi alla scoperta di isole remote,  chi in università di chiara fama. In ciascuno di questi campi, se non in tutti - diceva lui - il vostro Proteo potrebbe farsi onore; per cui mi ha chiesto di sollecitarvi  a non lasciarlo più starsene a casa: ché, grave d'anni, assai nuocerebbe al suo prestigio il non aver mai viaggiato in gioventù.

ANTONIO
Non occorre che ti dilunghi tanto su questo punto: è da un mese che mi ci sto arrovellando. Ho a lungo meditato  sulla dissipazione del suo tempo, e so che mai potrà dirsi uomo completo senza lo studio e l'esperienza delle vie del mondo.  L'esperienza si acquista con una vita attiva, per poi affinarsi nel rapido corso del tempo. E allora dimmi, dove farei meglio a mandarlo?

PANTINO
Penso che Vossignoria non ignori che il suo amico del cuore, il giovane Valentino, si trova a corte, al servizio dell'Imperatore.

ANTONIO
Lo so bene.

PANTINO
Credo sia bene Vossignoria mandi a corte anche lui: colà farà pratica di giostre e tornei, presterà orecchio a eletti conversari, s'intratterrà coi nobili, e si cimenterà in ogni esercizio che ben si addica ai suoi anni e al suo alto lignaggio.

ANTONIO
Apprezzo il tuo consiglio, ch'è saggio e ponderato; e, a che tu sappia quanto esso m'aggrada, ti dico subito come lo metto in pratica. Con tutta la speditezza e l'urgenza del caso, lo mando alla corte dell'Imperatore.

 

PANTINO
Domani - con vostra licenza - Don Alfonso, con altri gentiluomini di gran conto, si reca a rendere omaggio all'Imperatore e a offrire i lor servigi al suo volere.

ANTONIO
Ottima compagnia: e Proteo se ne andrà con loro.


Entra Proteo.


Ah, giusto in tempo! Adesso glielo diciamo.

PROTEO (a parte)
Dolce amore, dolci parole, dolce vita! Ecco la sua scrittura, tramite del suo cuore; eccone il giuramento d'amore, a pegno del suo onore. Oh, che i nostri padri plaudano all'amor nostro, e il loro assenso suggelli la nostra felicità! Sublime Giulia!

ANTONIO
Che c'è? Che lettera mi stai leggendo?

PROTEO
Con vostra licenza, mio signore, solo qualche parola di convenevoli, da parte di Valentino, recatami da un amico inviato da lui.

ANTONIO
Passami la lettera: vediamo che novità.

PROTEO
Novità nessuna, mio signore: dice soltanto che fa una vita felice, è quanto mai benvoluto, non passa giorno senza un segno del favore imperiale, e mi vorrebbe con sé, a condividere la sua fortuna.

ANTONIO
E tu? Come lo prendi questo suo desiderio?

PROTEO
Come uno che è ligio al volere di Vossignoria, e non dipende dal desiderio dell'amico.

ANTONIO
Il mio volere coincide, più o meno, con tal desiderio. Non farti l'idea ch'io ora agisca così, per impulso: so quel che voglio e lo voglio, punto e basta. Ho deciso che per qualche tempo tu dovrai soggiornare alla corte dell'Imperatore, insieme con Valentino. La stessa rendita che lui riceve dai familiari  tu avrai da me, con pari elargizione. Tieniti pronto a partire domani, e niente storie: qui son categorico.

PROTEO
Mio signore, non posso equipaggiarmi su due piedi. Vi prego, temporeggiate un giorno o due.

ANTONIO
Qualunque cosa ti manchi, te l'invieremo dopo. Bando agli indugi: partirai domani. Vieni, Pantino: tu ti adoprerai ad affrettare questa sua partenza.


Escono Antonio e Pantino.

PROTEO
Così, per tema di bruciare, ho scansato il fuoco tuffandomi nel mare, e adesso affogo. Avevo paura di mostrare a mio padre la lettera di Giulia per tema che si opponesse all'amor mio, e proprio la mia scusa gli offre il destro di ostacolare al massimo il mio amore. Oh, come questa primavera amorosa è tal quale l'incerta gloria d'un giorno d'aprile, che ora proclama la beltà del sole, e in un istante l'offusca poi di nubi!

Entra Pantino.

PANTINO
Ser Proteo, vostro padre vi chiama. Ha molta fretta, perciò vi prego di andare.

PROTEO
Ci siamo! In fondo, il cuor dice, "Ci sto", eppur risponde mille volte, "No!".

 

Escono.

 

Indice Teatro

Inizio pagina

 


 

I due gentiluomini di Verona

(“The two Gentlemen of Verona” 1590 - 1595)

 

 

atto secondo - scena prima

 

Entrano Valentino e Svelto.

 

SVELTO
Signore, il vostro guanto.

VALENTINO
Ne ho già due: mio non è.

SVELTO
Allora è vostro: non c'è due senza tre.

VALENTINO
Ehi, fa' vedere! Ma certo, m'appartiene: da creatura divina esso proviene. Ah, Silvia, Silvia!

SVELTO
Madonna Silvia! Madonna Silviaaa!

VALENTINO
Che ti prende, gaglioffo?

SVELTO
Non è a portata di voce, signore.

VALENTINO
Dico, messere, chi vi ha detto di chiamarla?

SVELTO
Voi, Vostro Onore - se non vi ho frainteso.

 

VALENTINO
Siamo alle solite: sei sempre troppo svelto.

SVELTO
L'ultima volta mi avete dato del posapiano.

VALENTINO
Ma va' là! Dimmi, conosci Madonna Silvia?

SVELTO
La donna amata da Vostro Onore?

VALENTINO
E come sai che sono innamorato?

 

SVELTO
Perbacco! Da questi segni particolari: primo, avete imparato, tale e quale Ser Proteo, a starvene a braccia conserte come un ipocondriaco; ad abbandonarvi a canti d'amore come un pettirosso; a camminare solo soletto come un appestato; ad ansimare come uno scolaretto che si è perso l'abbecedario; a lacrimare come una ragazzotta appena tornata dal funerale della nonna; a digiunare come se vi foste messo a dieta; a star sul chi vive come chi teme d'essere rapinato; a snocciolar piagnistei come un mendico ad Ognissanti. Un tempo il vostro riso faceva pensare al "chicchiricchì" di un gallo; quando camminavate, avevate l'incedere d'un leone; se non toccavate cibo, avevate appena finito di pranzare; se avevate un'aria mesta, era solo per mancanza di quattrini. E adesso, per via di un'incantatrice, vi siete talmente metamorfosato che, ogni volta che vi guardo, a malapena vi riconosco pel mio padrone.

VALENTINO
Si notano tutte, le cose che mi porto dentro?

SVELTO
Si notano tutte: non dentro, ma fuori.

VALENTINO
Fuori di me? Impossibile!

SVELTO
Fuori di voi? Eccome! Sicuramente, fuori di voi chi altro sarebbe così ingenuo? Nessuno! Ma voi siete così al di fuori di queste follie, che tali follie ve le portate dentro, cosicché si vedono in trasparenza come il liquido in un contenitore d'urina: e chiunque vi osserva è tal quale un dottore che vi diagnostica la malattia.

VALENTINO
Ma dimmi, Madonna Silvia la conosci?

SVELTO
Colei che vi mangiate con gli occhi quando siete a tavola?

VALENTINO
Anche questo hai notato? Proprio lei intendevo.

SVELTO
Allora, signore, non la conosco.

VALENTINO
La riconosci quando me la mangio con gli occhi, e adesso non la conosci?

SVELTO
È tutt'altro che bella, vero, signore?

VALENTINO
Ancor più che bella, ragazzo, è affascinante.

SVELTO
Signore, questo lo so bene.

VALENTINO
Cos'è che sai?

SVELTO
Che tanto bella non è, ma che vi ha affascinato.

VALENTINO
Intendevo dire che la sua beltà è raffinata, ma il suo fascino incomparabile.

SVELTO
Solo perché l'una è dipinta, e l'altro è inestimabile.

VALENTINO
Come sarebbe, "dipinta"? E perché "inestimabile"?

SVELTO
Diamine, signore! Per farsi bella si dipinge tanto che nessun uomo la fa degna di stima.

VALENTINO
È questa la stima che hai di me? Io la stimo e la trovo bella.

SVELTO
Ma non l'avete più vista da che si è deteriorata.

VALENTINO
E da quand'è, che si è deteriorata?

SVELTO
Da quando avete preso ad amarla.

VALENTINO
L'ho amata dal momento che l'ho vista, e ai miei occhi è sempre bella.

SVELTO
Se l'amate, non potete vederla.

VALENTINO
E perché?

SVELTO
Perché l'Amore è cieco. Oh, se voi aveste i miei occhi! O se gli occhi vostri avessero la vista buona d'un tempo, quando facevate la predica a Ser Proteo che andava in giro senza giarrettiere!

VALENTINO
E cosa vedrei allora?

SVELTO
La vostra stessa temporanea follia, e le infinite magagne di lei: visto che lui, innamorato com'era, non aveva occhi per le sue brache slacciate; e voi, innamorato come siete, non sapete nemmeno se ve le siete infilate, le brache.

VALENTINO
Giovanotto, non sarai per caso innamorato anche tu? Ieri mattina non hai visto le scarpe che mi dovevi lustrare.

SVELTO
Vero, signore, ero innamorato: del mio letto. Devo ringraziarvi: per quest'amore mi avete dato la striglia, e questo mi dà l'ardire di rinfacciarvi il vostro.

VALENTINO
Per farla breve, mi fa ribollire il sangue.

SVELTO
Dovreste darvi una calmata, e farvelo sbollire.

VALENTINO
L'altra sera m'ha ingiunto di scriver dei versi per l'uomo che ama.

SVELTO
E voi?

VALENTINO
L'ho fatto.

SVELTO
E non son versi zoppi?

VALENTINO
Per nulla, ragazzo mio: ho fatto del mio meglio. Zitto! Eccola che arriva.

Entra Silvia.

SVELTO (a parte)
Oh, che burattinata coi fiocchi! Che favolosa marionetta! Adesso sarà lui a farla parlare.

VALENTINO
Mia signora e padrona, mille volte buongiorno.

SVELTO (a parte)
Buonanotte! Ci siamo: un milione di salamelecchi...

SILVIA
Ser Valentino, mio fedelissimo, a voi due volte mille.

SVELTO (a parte)
Gl'interessi li dovrebbe lui a lei, ma qui è tutto all'inverso.

VALENTINO
Poiché me l'avete ingiunto, vi ho scritto la lettera per quell'innominato vostro amico segreto: cosa che ho fatto con la più gran riluttanza, sol perché assai devoto a Vossignoria.

SILVIA
Grazie del cortese servigio: è scritta con mano esperta.

VALENTINO

Credetemi pure, madonna, non è stato facile, poiché, ignorandone il destinatario, procedevo a tentoni, tra mille esitazioni.

SILVIA
Forse pensate di aver faticato un po' troppo?

VALENTINO
No, madonna: pur d'esservi d'aiuto, son pronto a scriverne, se tale è il piacer vostro, altre mille così.
Eppure...

SILVIA
Sospensione eloquente! Il resto lo indovino, eppure non ve lo dico, eppure non me ne importa, eppure riprendetevela, eppure ve ne ringrazio, eppure intendo non disturbarvi mai più.

SVELTO (a parte)
Eppure lo farete - sia pure con un altro "eppure".

VALENTINO
Che intendete, mia signora? Non vi è piaciuta?

SILVIA
Sì, sì: i versi son scritti con briosa eleganza, ma a malincuore: e allora fate meglio a riprenderveli. Suvvia, riprendeteli.

VALENTINO
Madonna, sono per voi.

SILVIA

Certo, certo: li avete scritti a mia richiesta, signore, ma non li voglio più. Teneteli per voi. Avreste dovuto comporli con più sentimento.

VALENTINO
Sol che vi aggradi, signora, ve ne scriverò altri.

SILVIA
Dopodiché, per amor mio, rileggeteli, e se vi piaceranno, bene; e se no, tanto peggio.

VALENTINO
E se mi piaceranno, madonna, cos'accadrà?

SILVIA
Ne avrete tratto piacere: è questo il premio di tali fatiche. E così, buona giornata, mio cavalier servente.

 

Esce.

SVELTO
O scherzo impercettibile, invisibile e arcano! Banderuola sulla torre, naso su volto umano! Il padrone la corteggia, lei insegna al corteggiatore - lui, l'allievo di lei! - a farle il precettore. Quale miglior trovata, qual sublime invenzione far scrivere a se stesso lo scriba mio padrone!

VALENTINO
Ehi tu, messere: di che vai ragionando?

SVELTO
Ma no, stavo rimando; siete voi a sragionare.

VALENTINO
E perché dovrei?

SVELTO
Per far da portavoce a Madonna Silvia.

VALENTINO
E per conto di chi?

SVELTO
Di voi stesso. Insomma, lei vi corteggia in codice.

VALENTINO
Ma quale codice?

SVELTO
Dovrei dire, per lettera.

VALENTINO
Andiamo! Mica mi ha scritto.

SVELTO
E perché dovrebbe, dal momento che vi ha indotto a scrivervi da voi stesso? Ma come, non vi accorgete dello scherzo?

VALENTINO
No, credimi.

SVELTO
Roba da non crederci. E voi credevate che facesse sul serio? Eppure vi ha dato l'imbeccata.

VALENTINO
Non mi ha dato un bel nulla: solamente un rabbuffo.

SVELTO
Ma se vi ha dato una lettera!

VALENTINO
Quella l'ho scritta io per il suo amico.

SVELTO
Ed è giunta a destinazione: tutto qui.

VALENTINO
E se ci fosse sotto qualcos'altro?

SVELTO
Ve lo garantisco, tanto meglio così. Le avete scritto spesso, ma lei, tra il suo riserbo e il poco tempo libero, non vi ha risposto verbo. E così, non fidandosi del tramite di un messo, a scrivere all'amata portò l'amante stesso. Vi parlo come un libro stampato perché tutto questo l'ho trovato su di un libro stampato. Cosa state a rimuginare, signore? È ora di cena.

VALENTINO
Ho già cenato.

SVELTO
Sì, ma datemi ascolto, signore: Amore, come il camaleonte, può vivere d'aria, ma io son uno che per vivere ha bisogno di mangiare, e avrei una gran voglia i metter qualcosa sotto i denti. Oh, non siate come la vostra bella: lasciatevi commuovere - e datevi una mossa.

 

Escono.

 

 

atto secondo - scena seconda

 

Entrano Proteo e Giulia.

PROTEO
Fatti coraggio, gentile Giulia.

GIULIA
Dovrò per forza, se non c'è rimedio.

PROTEO
Appena posso, farò ritorno.

GIULIA
Se resterete mio, tornerete anche prima. Serba questo ricordo, per amor della tua Giulia.
(Gli dà un anello)

PROTEO
Quand'è così, facciamo cambio: ecco, prendete il mio.
(Le dà un anello)

GIULIA
E dello scambio un bacio sia sacro suggello.

PROTEO
A te la mano, a pegno di fedeltà costante; e se nell'arco d'un giorno mi sfuggirà un'ora sola senza ch'io, o Giulia, sospiri per te, che un'ora dopo qualche brutta sventura venga a punirmi d'aver obliato il mio amore. Mio padre è lì che aspetta. No, non dirmi nulla. Siamo all'alta marea - no, non la marea delle tue lacrime: tale marea mi fa indugiare oltre il lecito.

 

Esce Giulia.


Addio, Giulia. Cosa? Mi lasci senza dirmi nulla? Ma sì: la fedeltà d'amor tacer si vuole. Nobili azioni esige, e non parole.

Entra Pantino.

PANTINO
Ser Proteo, vi stanno aspettando.

PROTEO
Vengo subito, andate! Ahimè, il congedo ci rende muti, a noi poveri amanti.


Escono.

 

 

atto secondo - scena TERZA

 

Entra Lanciotto col suo cane Cànchero.


LANCIOTTO
Ma sì, mi ci vorrà un'ora buona, per smetterla di piangere - tutta la razza dei Lanciotti ha questo difettaccio. Io ne ho ereditato la mia parte, come il figliol prodigio, e ora sto per accompagnare Ser Proteo alla corte imperiale. Credo che il mio Cànchero sia il cane più carogna di questo mondo. Mia madre giù a piangere, mio padre a far lagne, mia sorella a frignare, la fantesca a ululare, la gatta a contorcersi, e tutta la casa nella più gran fermentazione, e con tutto questo 'sto cagnaccio crudele manco una lacrima ha versato! È un cuore di selce, un sasso nato e sputato, assolutamente spietato: che gran figlio di cane! Pure un ebreo avrebbe pianto, nel vederci partire. Diavolo, persino mia nonna - che già era cieca, notate bene - si è fatta accecare dalle lacrime alla mia partenza. Insomma, adesso vi faccio vedere. Diciamo che questa scarpa è mio padre. Anzi, quest'altra, la sinistra, è mio padre. No, no, la scarpa sinistra è mia madre. No, manco questo va bene. Ma sì, è così, proprio così: la più scalcagnata. Questa scarpa, col suo bravo buco, è mia madre, quest'altra mio padre. Accidenti a loro, stavolta ci siamo. Ora, signori, questa bacchetta è mia sorella: difatti - notate bene - è bianca come un giglio e secca come uno stecco. Questo cappello è Annetta, la serva, e io sono il cane. Voglio dire, il cane è lui, e io sono il cane. Che dico? Il cane sono me, e io sono me stesso. Sì, certo, è così. A questo punto io vado da mio padre: "Beneditemi, padre". E la scarpa non riesce a spiccicar parola, e giù a piangere. A questo punto dovrei baciarlo, mio padre: e lui, dàlli a piangere. Allora mi rivolgo a mia madre. Se solo potesse parlare come lei, la vecchia ciabatta! Fa lo stesso: io la bacio. Ecco, ci siamo, tale e quale mia madre: la riconosco all'odore. E ora tocca a mia sorella: sentitela, che lagna! E per tutto il tempo 'sto cane non versa manco una lacrima, non dice una parola. Guardate me, invece, come innaffio la polvere col mio pianto!

Entra Pantino.

PANTINO
Via, via, Lanciotto! A bordo! Il tuo padrone si è già imbarcato: dovrai inseguirlo a forza di remi. Ma che ti succede? Che hai da piangere, amico? Muoviti, somaro! Se aspetti ancora un po', perderai la marea.

LANCIOTTO
Non importa se perdo la marea, giacché è la marea più crudele che mai si porti via un uomo.

PANTINO
Qual è la marea più crudele?

LANCIOTTO
Quella che mi porta via con questo Cànchero d'un cane.

PANTINO
Uffa! Ti ripeto, amico, che perderai la marea, e se perdi la marea perdi anche l'imbarco, e se perdi l'imbarco perdi il padrone, e se perdi il padrone perdi il lavoro, e se perdi il lavoro... Perché mi tappi la bocca?

LANCIOTTO
Perché sennò tu mi perdi la lingua.

PANTINO
E dove me la perdo, la lingua?

LANCIOTTO
In questi discorsi del cànchero.

PANTINO
Senti chi parla di Cànchero!

LANCIOTTO
Perdere la marea, e l'imbarco, e il padrone, e il lavoro, e tenermi 'sto Cànchero! Accidenti, compare, se l'estuario fosse a secco ce la farei a colmarlo con un mare di lacrime. Se poi calasse il vento, manderei avanti la barca a forza di sospiri.

PANTINO
Su, adesso muoviti, amico. Mi han detto di chiamarti.

LANCIOTTO
Messere, chiamami come ti pare.

PANTINO
Ti decidi o no?

LANCIOTTO
E sia, mi decido.

 

Escono.

 

 

atto secondo - scena Quarta

 

Entrano Valentino, Silvia, Turione e Svelto.


SILVIA
Mio cavaliere...

VALENTINO
Madonna?

SVELTO
Padrone, c'è Ser Turione che vi guarda storto.

VALENTINO
Sì, ragazzo: lo fa per amore.

SVELTO
Non certo per amor vostro.

VALENTINO
Della mia bella, allora.

SVELTO
E voi dovreste dargli una bella legnata.

SILVIA
Mio cavaliere, vi vedo triste.

VALENTINO
E in apparenza lo sono davvero.

TURIONE
Allora sembrate quel che non siete.

VALENTINO
Qualche volta capita.

TURIONE
Capita agli impostori.

VALENTINO
Capita anche a voi.

TURIONE
E cosa sembro, che invece non sono?

VALENTINO
Un uomo saggio.

TURIONE
E cosa prova il contrario?

VALENTINO
La vostra follia.

TURIONE
E da che si nota la mia follia?

VALENTINO
Dal vostro farsetto.

TURIONE
È un farsetto imbottito.

VALENTINO
Appunto: siete imbottito di follia.

TURIONE
Come osate!

SILVIA
Via, Ser Turione! In collera? Mi cambiate colore?

VALENTINO
Dategliene facoltà, madonna: è un po' un camaleonte.

TURIONE
Più pronto a bere il vostro sangue che a viver della vostra aria.

VALENTINO
Vi prendo in parola, signore.

TURIONE
E fate bene, signore. E per oggi può bastare.

VALENTINO
Lo so bene, signore: finite sempre prima di cominciare.

SILVIA
Gran bella salva di parole, signori; e subito esaurita.

VALENTINO
Proprio così, madonna. E grazie a chi l'ha innescata.

SILVIA
E chi, mio cavaliere?

VALENTINO
Voi stessa, dolce signora: voi avete fatto da esca. Ser Turione prende a prestito la scintilla dalle occhiate di Vossignoria, e com'è giusto restituisce il fuoco in vostra compagnia.

TURIONE
Signore, provate a far fuoco su di me, a botta e risposta, ed io vi ridurrò alla bancarotta.

VALENTINO
Lo so bene, signore, che di parole ne avete un forziere. Ma non avete nient'altro da dare, credo, a chi è al vostro servizio: si direbbe, dalle lor logore livree, che sian ridotti a vivere di logore promesse.

Entra il Duca di Milano.

SILVIA
Basta così, signori, basta! Viene mio padre.

DUCA
Silvia, figlia mia, questo è un assedio in piena regola! Ser Valentino, vostro padre è in buona salute. E che ne direste d'una lettera di vostri amici piena di buone nuove?

VALENTINO
Mio signore, sarò assai grato a chi da casa mi porti buone nuove.

DUCA
Il vostro conterraneo Don Antonio, lo conoscete?

VALENTINO
Sì, mio buon signore: è un gentiluomo assai facoltoso e di tutto riguardo, e non senza motivo universalmente stimato.

DUCA
Vi risulta abbia un figlio?

VALENTINO
Sì, mio signore, un figlio in tutto meritevole dell'onore e della stima che circondano il padre.

DUCA
Lo conoscete bene?

VALENTINO
Quanto me stesso: dalla prima infanzia ci siamo frequentati, da amici inseparabili. E mentre io ho fatto il perdigiorno, mancando di far tesoro del mio tempo per adornare i miei anni di angeliche perfezioni, Ser Proteo, invece - tale infatti è il suo nome - ha fatto buon uso e tratto alto profitto dai suoi. Giovane d'anni e maturo d'esperienza, di fervido intelletto e sicuro giudizio, in una parola - e inadeguate ai suoi meriti son tutte le lodi che gli sto tributando - egli è perfetto nel corpo e nello spirito, con tutte le doti che in dote ha un gentiluomo.

DUCA
Diamine, signore! Se è all'altezza di quanto dite, costui par degno dell'amore d'un'imperatrice, e ad un imperator  d'esser ministro. Orbene, signore: cotesto gentiluomo è venuto da me commendato da personaggi d'alto rango, e qui egli intende restar per qualche tempo. Penso che queste non sian per voi cattive nuove.

VALENTINO
Se mi restava un desiderio, era proprio questo.

DUCA
Dategli dunque il benvenuto che merita. Silvia, parlo anche a voi, e a voi, Ser Turione: Valentino non abbisogna d'altri inviti. Ve lo manderò qui tra pochi istanti.

 

Esce.

VALENTINO
È lui il gentiluomo - come narrai a Vossignoria - che sarebbe venuto con me se la sua bella non ne avesse incatenato gli sguardi ai suoi occhi di cristallo.

SILVIA
Può darsi che ora li abbia liberati contro un qualche altro pegno di fedeltà.

VALENTINO
No, son certo che tuttora lei li tiene in ostaggio.

SILVIA
Ma allora sarebbe cieco e, essendo cieco, com'è riuscito a trovare la strada per venirvi a vedere?

VALENTINO
Andiamo, madonna! L'Amore ha cento occhi.

TURIONE
Però si dice che l'Amore è cieco!

VALENTINO
Ma con soggetti noiosi, oppure ottusi, caro Turione, lui tiene gli occhi chiusi.

Entra Proteo.

SILVIA
Su, fatela finita! Ecco il gentiluomo.

VALENTINO
Benvenuto, caro Proteo! Madonna, ve ne prego, conferite a tal benvenuto un segno di speciale favore.

SILVIA
I suoi meriti sono il pegno del benvenuto che gli diamo, se è lui la persona di cui sì spesso volevate notizia.

VALENTINO
È lui, madonna. Dolce signora, accogliete anche lui con me, come vassallo di Vossignoria.

SILVIA
Troppo umile padrona per un sì nobile vassallo.

PROTEO
Al contrario, dolce signora: troppo umile vassallo per meritare uno sguardo di sì nobile padrona.

VALENTINO
Lasciamo perdere le gare di modestia: amabile signora, prendetelo a vostro servente.

PROTEO
Potrò vantare la mia devozione, e nient'altro.

SILVIA
A devozione non mancò mai guiderdone. Servente, la vostra indegna padrona vi dà il benvenuto.

PROTEO
Mi batterò a morte con chiunque dica una cosa simile.

SILVIA
Che siete il benvenuto?

PROTEO
Che voi siete indegna.

Entra un servo.

SERVO
Madonna, il Duca vostro padre desidera parlarvi.

SILVIA
Ai suoi comandi. Suvvia, Ser Turione, venite con me. Di nuovo benvenuto, mio novello servente: vi lascio a conversare delle vostre faccende e, quando avrete finito, sarò lieta di darvi udienza.

PROTEO
Verremo entrambi a riverire Vossignoria.


Escono Silvia, Turione, Svelto e il Servo.

VALENTINO
E ora dimmi, come stanno i nostri amici di laggiù?

PROTEO
I tuoi stan bene, e t'inviano i loro omaggi.

VALENTINO
E i tuoi?

PROTEO
Li ho lasciati tutti in buona salute.

VALENTINO
Come sta la tua bella, e come va il vostro amore?

PROTEO
Le mie storie d'amore un tempo le avevi a noia. Lo so che i discorsi d'amore non ti vanno a genio.

VALENTINO
È vero, Proteo; ma ora la mia vita è cambiata: ora pago lo scotto del mio dispregio per l'Amore, i cui alti e imperiosi richiami mi hanno punito con amari digiuni, gemiti di penitenza, lacrime notturne e diuturni, strazianti sospiri. Ché a far vendetta della mia indifferenza all'amore, Amore ha scacciato il sonno dai miei occhi asserviti, e li costringe a vegliare sulle pene di questo mio cuore. Oh, gentil Proteo, Amore è un tiranno possente, e m'ha così umiliato da farmi confessare che non esiste dolore più grande d'un suo castigo, né al mondo gioia più grande dello starlo a servire. Ora, nessun discorso che d'amor non sia; ora ci faccio colazione, pranzo e cena, e pur ci dormo, col nome nudo e crudo dell'Amore.

PROTEO
Basta così: ti leggo la tua sorte negli occhi. È costei l'idolo che così tu adori?

VALENTINO
Lei in persona: non è creatura celestiale?

PROTEO
No, ma un'impareggiabile visione terrena.

VALENTINO
Proclamala divina!

PROTEO
Non intendo adularla.

VALENTINO
Oh, adula me piuttosto: l'amore ama le lodi.

PROTEO
Quand'ero io il malato, mi davi pillole amare: devo somministrartene di eguali.

VALENTINO
Allora di' di lei la verità: se non la fai divina, contala almeno fra gli angeli del cielo, a ogni creatura terrena superiore.

PROTEO
Esclusa la mia donna.

VALENTINO
Bello mio, nessuna esclusa: se non hai da ridir sulla mia amata.

PROTEO
Non ho ragione di preferir la mia?

VALENTINO
Beh, voglio aiutarti ad esaltare anch'ella: la potremo innalzare all'alto onore  i reggere lo strascico alla mia, sì che alla vile terra non capiti di carpire un bacio alla sua veste, e insuperbita da sì gran favore sdegni di dar ricetto al fiore estivo e un aspro inverno prolunghi all'infinito.

PROTEO
Via, Valentino, che spacconata è questa!

VALENTINO
Scusami, Proteo: tutto quel che dico è nulla rispetto a lei; il suo pregio annulla quello d'ogni altra. Ella è unica e sola.

PROTEO
E tu lasciala sola!

VALENTINO
Per nulla al mondo! Amico mio, ella è mia; ed io, nel posseder tale gioiello, son ricco  uanto venti mari che abbian perle per sabbia, nettare per acqua e, per scogli, oro zecchino. Perdonami se non mi son dato gran pensiero di te: lo vedi che stravedo pel mio amore. Il mio sciocco rivale, gradito al di lei padre sol perché ha un patrimonio così vasto, se n'è uscito con lei; devo andar loro appresso. Sai bene che l'amore è geloso all'eccesso.

PROTEO
Ma lei ti ama?

VALENTINO
Certo: siamo promessi, ed anzi l'ora delle nozze ed i dettagli della nostra fuga son già decisi: come dovrò scalar la sua finestra con una scala di corda, e come usare gli altri mezzi pensati e concertati per farmi felice. Buon Proteo, vieni con me in camera mia per aiutarmi coi tuoi consigli nell'impresa.

PROTEO
Va' avanti tu, che presto ti raggiungo. Devo correre al molo, a scaricare quel tanto di corredo che mi occorre, per poi venire subito da te.

VALENTINO
Saprai sbrigarti?

PROTEO
Ma certo.

 

Esce Valentino.


Come la fiamma espelle un'altra fiamma
o un chiodo scaccia a forza un altro chiodo,
così del primo amor la rimembranza
da nuovo oggetto è affatto obliterata.
Son gli occhi miei o le lodi di Valentino,
la nobile perfezione di lei o la mia ignobile defezione,
che, sragionando, mi portano a ragionare così?
Costei è assai bella: altrettanto è la Giulia che amo -
o meglio, amavo. Ché ora l'amore mio si sta liquefacendo
e, come immagine di cera accanto al fuoco,
non reca più l'impronta ch'era sua.
Temo che la mia devozione a Valentino si stia freddando,
che più non mi sia caro come un tempo.
Ah, io l'amo, la sua bella, ed anche troppo:
per questo amo lui, ora, tanto poco.
Lei amerò follemente, e con ragione,
se ora senza ragione ho preso ad amarla!
Sinora non ne ho visto che un ritratto,
che di ragione il lume mi ha sottratto;
ma quando le sue grazie avrò adocchiato
non c'è ragion ch'io non ne sia accecato.
Se all'incostanza mi dovrò piegare
ogni mia arte a lei vo' dedicare.

 

Esce.

 

 

atto secondo - scena QuINta

 

Entrano Svelto e Lanciotto.


SVELTO
Lanciotto! Sull'onor mio, benvenuto a Milano.

LANCIOTTO
Non spergiurare, bel giovane, ché benvenuto non sono. Son convinto da sempre che un uomo non può dirsi finito finché non lo impiccano, né mai benvenuto prima di aver saldato il conto: soltanto allora ha il benvenuto dell'ostessa.

SVELTO
Andiamo, zuzzurellone: difilato all'osteria. Là, per un conto di cinque soldi, di benvenuti ne avrai cinquemila. Ma di', compare, com'è che il tuo padrone s'è separato da Madonna Giulia?

LANCIOTTO
Beh, le gran promesse le han scambiate sul serio, e gli addii per celia.

SVELTO
Ma lei lo sposerà?

LANCIOTTO
No.

SVELTO
E allora? Sarà lui a sposare lei?

LANCIOTTO
Nemmeno.

SVELTO
Perché? Si son guastati?

LANCIOTTO
Macché: son tutti e due sani come pesci.

SVELTO
E allora, cos'è questo va e vieni?

LANCIOTTO
Cos'è? Quando lui viene, viene anche lei...

SVELTO
Razza di somaro! Non ti seguo.

LANCIOTTO
Hai la testa di legno e non mi segui! Ma se mi segue anche il mio bastone!

SVELTO
Come dici?

LANCIOTTO
Come faccio, vuoi dire. Guarda: io lo impugno, e lui viene.

SVELTO
È vero, lui viene.

LANCIOTTO
Ebbene, se lui viene, vengo anch'io con lui.

SVELTO
Ma dimmi la verità, si farà il matrimonio?

LANCIOTTO
Chiedilo al cane. Se dice "Sì" si farà, se dice "No" si farà, se scuote la coda e non dice nulla, si farà.

SVELTO
In conclusione, dunque, si farà.

LANCIOTTO
Non mi caverai fuori un tal segreto se non per parabole.

SVELTO
Tanto meglio così. Ma, Lanciotto, come fai a dire che il mio padrone, come corteggiatore, è da tutti stimato?

LANCIOTTO
Da che lo conosco è così.

SVELTO
Vale a dire?

LANCIOTTO
L'hai detto: è da tutti stimato un imbranato.

SVELTO
Ma va'! Gran figlio di puttana, non m'intendi.

LANCIOTTO
Scemo che sei, non te intendevo, ma il tuo padrone.

SVELTO
Ti dico che il mio padrone è innamorato cotto.

LANCIOTTO
E io ti dico che me ne infischio, se lui è cotto o stracotto. Se ti va, vieni con me all'osteria. Se no, sei un ebreo, e un giudeo, e non puoi dirti cristiano.

SVELTO
E perché?

LANCIOTTO
Perché non hai carità bastante a darla a bere a un cristiano. Allora, vieni?

SVELTO
Ai tuoi ordini.

 

Escono.

 

 

atto secondo - scena SESTA

 

Entra Proteo solo.

PROTEO
Lasciare la mia Giulia è da spergiuro. Amar la bella Silvia è da spergiuro. Fare torto a un amico è ancor più da spergiuro. E lo stesso potere che prima m'indusse a giurare mi provoca a tale triplice spergiuro: Amore mi fece giurare, Amore mi fa spergiurare. O Amore, tentatore insinuante, se in questo hai peccato, trovagli tu una scusa, al suddito tentato! Dapprima adoravo una tremula stella, ma ora mi prostro ad un astro solare. Un uomo sensato fa bene a infrangere un voto insensato: e peggio per chi non è abbastanza sveglio da voler trasmutare il peggio in meglio. Vergogna a te, lingua irriverente, a definire "il peggio" colei che tanto spesso hai eletto a tua sovrana, con ventimila giuramenti dal profondo dell'anima. Non so cessare d'amare, eppure lo faccio, ma cesso d'amare laddove amare dovrei. Se perdo Giulia, perdo Valentino; se li conservo, dovrò perder me stesso; se poi li perdo, perdendoli ritrovo non Valentino, ma me stesso, non Giulia, ma Silvia. A me stesso io son più caro d'un amico: l'amor di sé resta il valore più prezioso; e Silvia - lo sa il cielo, che l'ha fatta bella e bionda - mi oscura Giulia, mi fa di lei una nera Etiope. Voglio dimenticar che Giulia è viva, e ricordare che quell'amore è morto, e Valentino me lo farò nemico mirando a Silvia, ben più dolce amica. Ora non posso restar fedele a me stesso senza tradire in parte Valentino. Stanotte intende, con una scala di corda, dar la scalata al verone della sublime Silvia, con me nel ruolo di complice e rivale. Avvertirò senza indugio il padre di lei della fuga che tramano in segreto; e lui, furente, bandirà Valentino, poiché a Turione vuol dar la figlia in sposa. Partito Valentino, senza por tempo in mezzo, con qualche abile mossa metterò fuori gioco l'ottuso Turione. Amore, dammi le ali per dar corso al mio intento, tu che mi hai messo in mente l'idea del tradimento.

Esce.

 

 

atto secondo - scena settima

 

Entrano Giulia e Lucetta.
 

GIULIA
Consigliami, Lucetta; gentile ancella, assistimi e, in nome d'un tenero amore, ti scongiuro - tu che sei la tavoletta su cui tutti i miei pensieri si posson leggere, incisi con nitida scrittura - d'istruirmi e suggerirmi un buon mezzo di farmi mettere in viaggio - fatto salvo l'onore - per ritrovare il mio diletto Proteo.

LUCETTA
Ahimè, la via è ben lunga e faticosa!

GIULIA
Un pellegrino devoto e sincero non sente la fatica nel misurare interi reami con piede malfermo. Molto meno la sente colei che s'invola sulle ali d'Amore, tanto più se il suo volo la porta verso un essere amato che ha la divina perfezione d'un Proteo.

LUCETTA
Meglio aspettare che lui faccia ritorno.

GIULIA
Oh, non sai che dei suoi sguardi si nutre l'anima mia? Abbi pietà dell'astinenza in cui mi son macerata, tanto a lungo anelando a tal nutrimento. Se solo tu conoscessi gl'intimi moti dell'amore preferiresti dar esca al fuoco con la neve che estinguere a parole dell'amore la fiamma.

LUCETTA
Non tento di estinguere la fiamma ardente del vostro amore, ma di mitigare gli eccessi del suo furore, che non divampi da farvi uscir di senno.

GIULIA
Più barriere le opponi, più essa divampa. La corrente che scivola via con lieve mormorio, lo sai, se tu l'arresti, turbolenta ribolle; ma se il suo giusto fluire non viene intralciato essa trae dolce musica dai ciottoli smaltati, sfiorando d'un lieve bacio canne e giunchi ch'essa oltrepassa nel suo peregrinare; e con molte sinuose anse si perde come per gioco, nel mare in tumulto. Perciò lasciami andare, non intralciare il mio corso. Sarò paziente quanto un quieto ruscello, e d'ogni stanco passo avrò diletto, sino a che l'ultimo mi avrà reso al mio amore; là troverò riposo, dopo tanto penare: come le anime benedette nell'Eliso.

LUCETTA
Ma in che veste ci andrete?

GIULIA
Non vestita da donna, al fine di evitare rischiosi approcci di uomini lascivi. Gentil Lucetta, approntami degli abiti di foggia adatta a un paggio di buon rango.

LUCETTA
In tal caso Vossignoria dovrà tagliarsi i capelli.

GIULIA
No, mia cara: li intreccerò con fili di seta con tanti eccentrici nodi d'amore: un che di stravagante ben si attaglia a un giovane di età ancor meno acerba della mia.

LUCETTA
Di che modello vorreste poi le brache?

GIULIA
Che è come dire: "Dite, signor cortese, di che circonferenza il guardinfante?" Scegli, Lucetta, quel che più ti aggrada.

LUCETTA
Dovrete portarle con tanto di braghetta.

GIULIA
Ma sarà sconveniente, via, Lucetta!

LUCETTA
Le brache a sbuffo non valgono due spilli, oggi, senza braghetta portaspilli.

GIULIA
Lucetta, se mi vuoi bene, fammi avere ciò che ti sembra più adatto e decoroso. Ma, bella mia, che penserà di me la gente se ora intraprendo gl'incerti di un tal viaggio? Temo di dare esca alle malelingue.

LUCETTA
Se la pensate così, restate a casa e non partite.

GIULIA
No, questo poi no.

LUCETTA
Allora andate, e non pensate alle malelingue. Se Proteo approva l'impresa nel vedervi arrivare, che importano i malumori di chi vi vede partire? Temo però che lui non sarà proprio entusiasta.

GIULIA
Questo, Lucetta, è l'ultimo dei miei timori. I mille giuramenti, quel suo mare di lacrime, ed altre prove di amore sconfinato son pegno certo del benvenuto di Proteo.

LUCETTA
Son proprio queste le armi dei seduttori.

GIULIA
Di uomini ignobili, se usate a fini ignobili. Stelle ben più veraci han governato la nascita di Proteo. La sua parola è impegno solenne, se poi giura è un oracolo, il suo amore è sincero, i suoi pensieri immacolati, le sue lacrime sono i messaggi di un cuore puro, il suo cuore è lontano da inganni quanto la terra dal cielo.

LUCETTA
Pregate il cielo che sia proprio così, una volta da lui.

GIULIA
Ora, se mi vuoi bene, non fargli il torto di pensar male della sua lealtà. Meriterai il mio affetto solo se saprai amarlo. E ora vieni subito con me nella mia stanza a prender nota di ciò che mi abbisogna per affrontare il mio pellegrinaggio d'amore. Potrai disporre di ogni cosa mia - i miei beni, le mie terre, la mia reputazione - purché tu in cambio mi aiuti a ben partire. Su, niente storie, all'opera, e di lena! Son qui che mi trattengo a malapena.

 

Escono.

 

Indice Teatro

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I due gentiluomini di Verona

(“The two Gentlemen of Verona” 1590 - 1595)

 

atto terzo - scena prima

 

Entrano il Duca, Turione e Proteo.

 

DUCA
Ser Turione, di grazia, lasciateci soli per qualche istante: abbiamo qualche segreto di cui parlare.

 

Esce Turione.
 

Ora ditemi, Proteo, in che posso aiutarvi?

PROTEO
Mio nobile principe, ciò che vorrei svelarvi le leggi dell'amicizia m'impongono di tacere; ma se ripenso ai graziosi favori che mi avete concesso, per quanto immeritevole, il senso del dovere mi pungola a riferire cose che niente al mondo potrebbe altrimenti cavare da me. Sappiate, nobile principe, che Ser Valentino, il mio amico, stanotte intende involarsi con vostra figlia. Soltanto io sono al corrente della trama. So che avete deciso di darla in sposa a quel Turione che vostra figlia detesta: dovesse ella venirvi così sottratta, sarebbe un gran tormento, alla vostra età. Pertanto, in nome del dovere, scelgo piuttosto di ostacolare l'amico nel progettato intento, che di serbare il segreto, gettandovi fra capo e collo un cumulo di dolori che potrebbero schiacciarvi, non prevenuti, e portarvi anzitempo alla tomba.

 

DUCA
Proteo, ti rendo grazie della tua onesta dedizione. Per ricompensa, finché vivrò potrai disporre di me. Il loro amore, in più occasioni, l'avevo io stesso notato, mentre loro, guarda caso, mi credevano immerso nel sonno; e mi ero spesso ripromesso di proibire a Ser Valentino la sua compagnia e la mia corte. Ma temendo che ansie e sospetti m'inducessero a errore, facendolo immeritatamente cadere in  disgrazia -ché sempre ho saputo evitare le azioni impulsive - l'ho sempre accolto con volto benigno, con l'idea di scoprire ciò che tu stesso m'hai or ora svelato. Tanto perché tu sappia che son già sul chi vive, sapendo che una giovane inesperta si fa presto a sedurla, la notte la metto a dormire in cima a una torre di cui io stesso ho sempre tenuto la chiave: e da lassù non c'è modo di venirla a rapire.

PROTEO
Sappiate, nobile principe, che han trovato il sistema: lui darà la scalata al balcone di lei e con una scala di corda la farà venir giù, scala che il giovane amante è già andato a cercare: e tra non molto lui, con essa, ripassa di qui. E qui, se lo vorrete, si potrà intercettarlo. Ma, mio buon Duca, fatelo con prudenza, che mai sospetti che l'ho tradito io: l'amore che vi porto, non l'odio per l'amico, mi ha indotto a rivelare quest'inganno.

 

DUCA
Sull'onor mio, costui non saprà mai che fosti tu a mettermi sull'avviso.

PROTEO
Addio, mio Duca. Arriva Valentino.

 

Esce.
Entra Valentino.

DUCA
Ser Valentino, dove andate così di fretta?

VALENTINO
Con licenza di Vostra Grazia, c'è un corriere in attesa di certe lettere da portare ai miei, e sto andando a consegnargliele.

DUCA
Sono molto importanti?

VALENTINO
Il loro tenore non fa che dar contezza della mia salute e della mia felicità d'essere a corte.

DUCA
Oh, allora non c'è fretta. Resta un po' con me. Ti voglio rivelare alcune faccende che mi toccano da vicino e che dovrai tener segrete. Non puoi ignorare quant'io mi sia sforzato di far sposare a mia figlia l'amico Ser Turione.

VALENTINO
Lo so bene, mio Duca, e certo tale unione sarebbe colma di ricchezze e d'onori; senza contare che quel gentiluomo è virtuoso, facoltoso, munifico, pieno di qualità ben confacenti a una sposa bella quanto vostra figlia. E Vostra Grazia non può indurla a farglielo amare?

DUCA
No, credimi: è permalosa, petulante e riottosa, altera, disobbediente, cocciuta e irrispettosa; fa come se non fosse figlia mia, e non mi teme come si teme un padre. E - posso confidartelo - codesta sua protervia le ha alienato, non senza motivo, l'amore che le portavo; ed io che m'illudevo che gli anni che mi restano sarebbero stati allietati dalla sua filiale devozione,  sono ora ben deciso a risposarmi e a darla via al primo che se la prenda. Che s'abbia in dote la sola sua bellezza, se tanto in spregio ha me e la mia ricchezza.

VALENTINO
Ma, Vostra Grazia, che c'entro in tutto questo?

DUCA
C'è qui una gentildonna di Verona che assai mi è cara: ma è riservata e contegnosa e poco apprezza la mia eloquenza d'altri tempi. Vorrei perciò che fossi tu il mio precettore (da troppo tempo ho obliato l'arte del corteggiare, e ben altre son le mode d'oggigiorno): su come e in che modo debba comportarmi per trovare favore ai suoi occhi radiosi.

VALENTINO
Conquistatela coi doni, se le parole ha a noia. Spesso un monile muto, un silenzioso oggetto fa colpo su una donna, più d'ogni frase a effetto.

DUCA
Ma se lei ha disdegnato il dono che le ho inviato...

VALENTINO
La donna spregia, a volte, l'oggetto più apprezzato. Mandategliene un altro, non mollatela mai: il disdegno iniziale l'amore accende assai. S'ella vi tiene il broncio, non per ciò vi detesta: vuol solo che l'amore vi vada un po' alla testa. Se ve ne dice quattro, non è per farvi andare: da sole, le sciocchine, si metton poi a smaniare. Non subite ripulse, qualunque cosa sia: l'"Andatevene!", per lei, non è un "Andate via!". Lusingate, lodate, vantate e idolatrate e, per brutte che siano, ditele angelicate. Non è un uomo quell'uomo, dotato di favella, che conquistar non sappia, parlando, la sua bella.

DUCA
Ma quella che dico io è promessa dai suoi a un giovane gentiluomo d'un certo rango, e ben segregata da compagnie maschili: nessun uomo la può accostare alla luce del giorno.

VALENTINO
In tal caso, beh, ci proverei di notte.

DUCA
Sì, coi lucchetti alle porte e le chiavi al sicuro! Non c'è uomo che possa accostarla, nemmeno di notte.

VALENTINO
Ma che impedisce di entrare dalla finestra?

DUCA
La sua stanza è su in alto, distante dal terreno, e sporge in modo che non si può scalare senza rischiare di perdere la vita.

VALENTINO
E allora una scala di corda intrecciata a dovere, da gettar su, ancorata a un paio di rampini, ce la farebbe a scalare un'altra torre di Ero sol che ci fosse un ardito Leandro a tentare la sorte.

DUCA
Ebbene, com'è vero che sei nato gentiluomo, dimmi come trovare una scala siffatta.

VALENTINO
Per quando vi serve? Potete dirmelo, signore?

DUCA
Per questa stessa notte: l'Amore è come un bimbo, che vuol far suo tutto ciò che può toccare.

VALENTINO
Per le sette vi farò avere quella scala.

DUCA
Ma, ascolta: mi recherò da lei da solo. Qual è il modo migliore di portarla sul posto?

VALENTINO
Sarà leggera, mio Duca, e potrete portarla sotto un mantello appena un po' ampio.

DUCA
Un mantello come il tuo farebbe alla bisogna?

VALENTINO
Certo, buon Duca.

DUCA
Allora fammi dare un'occhiata al tuo: ne voglio uno della stessa taglia.

VALENTINO
Ma, mio Duca, qualsiasi mantello serve allo scopo.

DUCA
E come dovrei portarlo poi, il mantello? Ti prego, fammi un po' provare il tuo. (Solleva il mantello di Valentino e scopre una lettera e una scala di corda.) Che lettera è mai questa? Come! "A Silvia"! E qui è l'arnese adatto alla mia impresa. Per una volta sarò indiscreto e romperò il sigillo. (Legge)

"A notte, presso a Silvia volano i pensier miei,

E schiavi umili e fidi si prostran sempre a lei.
Ire e redir potessi, lieve del pari anch'io,
Colà dove s'annida l'insensibìl desìo!
Sovra il tuo puro seno riposa il mio pensiero,
Ma il suo signor non viene, seguace al messaggero.
A maledir rimango la grazia a lui concessa,
E il cor segreto invidia cotesta grazia istessa.
E contro a me rivolgo l'odio del cenno mio:
Perch'esso alberga dove posar vorrei sol io."

E qui che leggo?
"Silvia, stanotte ti vengo a liberare."
Benone! E qui è la scala per l'impresa. Bravo Fetonte! Tal come il figlio di Merope, vorresti guidar tu il carro del cielo e con folle temerità bruciare il mondo! Vorresti attingere alle stelle perché ti brillano sul capo! Via, vile intruso, schiavo presuntuoso! I tuoi accattivanti sorrisi dispensali ai tuoi pari, e sappi che non i tuoi meriti ma la mia indulgenza ti offrono il destro di andar via sano e salvo. Dovresti essermi grato, più che d'ogni altro favore di cui ti ho fatto smodata elargizione. Ma se rimani nei miei possedimenti un attimo di più di quanto occorra a lasciare a spron battuto la nostra reggia,  per tutti i santi! la mia collera travolgerà ogni affetto ch'io porti alla mia figlia, oppure a te. Sparisci! A vane scuse io non do retta. Va', se hai cara la vita, e in tutta fretta!


Esce.

VALENTINO
E perché non la morte, in luogo d'una vita di tormento? Morire è esser banditi da se stessi, e Silvia sono io stesso: bandito da lei l'io è bandito da me. Un esilio di morte! Qual luce è luce, se Silvia non appare? Qual gioia è gioia, se Silvia non è lì? A men d'immaginarla a me vicina e far mia una parvenza di perfezione. Se nella notte mi trovo accanto a Silvia non sento più nemmeno l'usignolo. A men di contemplar Silvia di giorno non c'è più giorno ch'io voglia contemplare. Non vivo più se lei - di me l'essenza - mi toglie la benigna sua influenza che mi dà vita, cibo, luce e affetto. Non evito la morte, se sfuggo a tal verdetto: se qui m'attardo, corteggio certa morte,

ma dalla vita fuggo, se fuggo dalla corte.

Entrano Proteo e Lanciotto.

PROTEO
Corri, ragazzo, corri, e vedi di stanarlo!

LANCIOTTO
A-ho! A-hooo!

PROTEO
Cosa vedi?

LANCIOTTO
Colui che cerchiamo: non ha un capello in testa che non sia un Valentino.

PROTEO
Valentino?

VALENTINO
No.

PROTEO
Chi allora? Il suo spirito?

VALENTINO
Neppure.

PROTEO
Che cosa allora?

VALENTINO
Nessuno.

LANCIOTTO
Può un nessuno parlare? Padrone, gliele suono?

PROTEO
A chi vorresti suonarle?

LANCIOTTO
A nessuno.

PROTEO
Fermati, mascalzone!

LANCIOTTO
Ma, signore, io non le suono a nessuno. Vi prego...

PROTEO
Falla finita, mariolo! Amico Valentino, una parola.

VALENTINO
Le mie orecchie son sorde a ogni buona novella, tante brutte notizie le hanno già possedute.

PROTEO
Allora in muto silenzio seppellirò le mie: notizie amare, cattive, spiacevoli.

VALENTINO
È morta Silvia?

PROTEO
Mai più, Valentino!

VALENTINO
Già, mai più Valentino, per l'adorata Silvia! Mi è stata infedele?

PROTEO
Mai più, Valentino!

VALENTINO
Mai più Valentino, se Silvia m'ha tradito! Insomma, che notizie?

LANCIOTTO
Signore, c'è un editto che fa di voi un poscritto.

PROTEO
Che fa di te un proscritto - Sì, è questa la notizia! - Dalla città, da Silvia, da me che ti sono amico.

VALENTINO
Oh, di questa pena mi son già nutrito, ma questo è troppo, ne farò indigestione. Silvia lo sa che mi hanno messo al bando?

PROTEO
Sì, sì; ed ella ha offerto alla condanna - che, se non revocata, resta valida a tutti gli effetti - un mare di perle liquefatte che i più chiamano lacrime: queste ella ha offerto, ai piedi del burbero padre suo. E inginocchiata e in lacrime, la sua umile persona si torceva le mani, di un accattivante candore, come se appena le avesse sbiancate il dolore. Ma né le genuflessioni, né la purezza di quelle mani protese, né mesti sospiri, cupi gemiti o argentei rivoli di pianto valsero a far breccia in quel genitore inflessibile. Se Valentino si farà prendere, dovrà morire. Inoltre, l'intercessione di lei l'ha tanto irritato quando lei lo  supplicava di farti la grazia - che l'ha relegata in un'angusta prigione con molte aspre minacce di tenercela a lungo.

VALENTINO
Basta così: a meno che la prossima parola che ti esce di bocca non abbia un effetto letale sulla mia vita. Se è così, ti prego, sussurramela all'orecchio come lamento funebre pel mio dolore infinito.

PROTEO
Smetti di lamentare ciò a cui non c'è rimedio, e sforzati di trovare rimedio a ciò che lamenti. È il tempo che genera e fa progredire ogni cosa buona. Se resti qui, non potrai vedere il tuo amore, e per di più, restare ti accorcerà la vita. Sostegno degli amanti è la speranza: portala via con te, fattene un'arma, contro i pensieri disperati. Le tue missive  giungeranno qui, pur se sarai lontano  , inviate a me, saranno recapitate nel seno candido dell'amor tuo. Ora non è il momento di recriminare. Vieni, ti accompagnerò oltre la porta della città; e prima di dirci addio discuteremo con calma tutto ciò che riguarda i tuoi affari di cuore. Per l'amore che porti a Silvia - se non a te stesso - bada ai rischi che corri, e vieni ora con me.

VALENTINO
Ti prego, Lanciotto, se vedi il mio ragazzo, digli di far presto: mi troverà alla porta di settentrione.

PROTEO
Va', giovanotto, cerca di trovarlo. Vieni, Valentino.

VALENTINO
Oh mia diletta Silvia! Infelice Valentino.


Escono Valentino e Proteo.

LANCIOTTO
Io non sarò che un ingenuo - dico bene? - ma ho sale in zucca bastante da pensare che il padrone è uno che vuol fare il furbo: ma fa tutt'uno, visto che come furbo è veramente unico. Non c'è al mondo chi sappia che sono anch'io innamorato, eppure lo sono; ma nemmeno due pariglie di cavalli mi strapperebbero un tal segreto, e nemmeno il nome di colei che amo. Eppure è una donna, ma quale donna sarò il primo a non dirlo, anche se è la serva del lattaio, anche se non serve più, visto che l'han bella e servita le comari, anche se resta a servizio perché è pur sempre la serva del suo padrone e si fa pure pagare. Ha più qualità d'un cane maltese: più che abbastanza per una cristiana nuda e cruda. (Legge da un foglio) Ecco il catalogo delle sue qualità. Imprimis: sa prelevare e trasportare. Beh, un cavallo non sa far di meglio; anzi, un cavallo non sa prelevare ma solo trasportare, e quindi lei va anche meglio d'una giumenta. Item: sa mungere. Gran bella virtù - dico bene? - in una serva dalle mani pulite.

Entra Svelto.

SVELTO
Ehilà, messer Lanciotto! Qual buon vento vi mena?

LANCIOTTO
Buon vento? Se per questo, la nave ha già preso il largo.

SVELTO
Eh sì, il tuo viziaccio di sempre: prendi fischi per fiaschi. Che novità, in quella carta?

LANCIOTTO
Le novità più nere che tu abbia mai sentito.

SVELTO
Come sarebbe, amico? Nere come?

LANCIOTTO
Nere come l'inchiostro, perdinci!

SVELTO
Fammi un po' leggere.

LANCIOTTO
Accidenti a te, cetriolo! Non sai mica leggere.

SVELTO
Menti. So farlo.

LANCIOTTO
Ti faccio l'esame. Di' un po': chi t'ha generato?

SVELTO
Diamine, il figlio di mio nonno.

LANCIOTTO
O illetterato buono a nulla! Il figlio di tua nonna. Il che dimostra che non sai leggere.

SVELTO
Dài, scemo che sei! Su, carta alla mano, mettimi alla prova.

LANCIOTTO
A te. E per San Nicola, sii svelto.
(Gli dà il foglio)

SVELTO
Imprimis: sa mungere.

LANCIOTTO
Sì, certo che sì.

SVELTO
Item: sa far dell'ottima birra.

LANCIOTTO
Donde il proverbio, "Chi beve birra campa cent'anni".

SVELTO
Item: sa cucire.

LANCIOTTO
Che è come dire: "È questo il punto!".

SVELTO
Item: sa scopare.

LANCIOTTO
Scopare? Niente male, la ragazza! e senza manco usare la ramazza...

SVELTO
Item: sa usare il ranno ed il sapone.

LANCIOTTO
Una virtù tutta speciale: così risparmia le strigliate.

SVELTO
Item: sa filare.

LANCIOTTO
Allora potrei filare a divertirmi, mentre lei fila per mantenersi.

SVELTO
Item: ha molte virtù senza nome.

LANCIOTTO
Che è come dire, virtù bastarde, che non conoscendo i loro padri, restano senza nome.

SVELTO
Ora vengono i vizi.

LANCIOTTO
Alle calcagna delle virtù.

SVELTO
Item: non va baciata a digiuno, visto l'alito cattivo.

LANCIOTTO
Beh, un difetto a cui si rimedia con una colazione. Continua.

SVELTO
Item: è di bocca buona.

LANCIOTTO
Il che compensa l'alito cattivo.

SVELTO
Item: parla dormendo.

LANCIOTTO
Oh, non importa: purché non dorma parlando.

SVELTO
Item: è di poche parole.

LANCIOTTO
Oh disgraziato, chi ha messo questo fra i suoi vizi! L'esser di poche parole è l'unica virtù di una donna. Ti prego, depenna, e mettilo al primo posto tra le virtù.

SVELTO
Item: va in calore.

LANCIOTTO
Via anche questo: è il retaggio di Eva, non si può mica toglierglielo.

SVELTO
Item: le mancano i denti.

LANCIOTTO
Neanche questo mi tocca: a me piacciono le croste.

SVELTO
Item: è mordace.

LANCIOTTO
Meno male: senza denti c'è poco da mordere.

SVELTO
Item: si attacca alla bottiglia.

LANCIOTTO
Se il vino è buono, fa bene; e se non lo fa lei lo farò io: bisogna pur attaccarsi alle cose buone.

SVELTO
Item: è prodiga.

LANCIOTTO
Di parole non può essere, visto ch'è scritto che è di poche parole. Di denaro non può essere, visto che i cordoni della borsa li tengo chiusi io. Beh, potrebbe esserlo di quell'altra cosa, e lì posso farci ben poco. Su, va' avanti.

SVELTO
Item: ha più capelli che sale in zucca, più difetti che capelli, e più soldi che difetti.

LANCIOTTO
Alto là: me la sposo! Quest'ultimo articolo me l'ha fatta prendere e lasciare almeno due o tre volte. Vuoi ricapitolare?

SVELTO
Item: ha più capelli che sale in zucca.

LANCIOTTO
Più capelli che sale in zucca? Provo a dimostrarlo: il coperchio della saliera sta sopra il sale, e quindi val più del sale; i capelli che copron la zucca valgono più del sale in zucca, ché il più sta sempre sopra al meno. Che c'è ancora?

SVELTO
Ha più difetti che capelli...

LANCIOTTO
Questo sì è mostruoso! Vorrei che non ci fosse!

SVELTO
E più soldi che difetti.

LANCIOTTO
Beh, la cosa rende appetibili i difetti. Bene, la faccio mia e, se si arriva a combinare, dato che nulla è impossibile...

SVELTO
Ebbene?

LANCIOTTO
Ebbene, allora te lo devo dire: il tuo padrone ti attende alla porta di settentrione.

SVELTO
Me?

LANCIOTTO
Proprio te! Ma sì, chi credi di essere? Ha atteso uomini ben superiori a te.

SVELTO
E devo andar da lui?

LANCIOTTO
E anche di corsa: ti sei fatto attendere tanto che la tua solita andatura non fa più al caso.

SVELTO
Perché non me l'hai detto subito? Un cànchero, alle tue lettere d'amore!

 

Esce.

LANCIOTTO
Adesso sarà strigliato a dovere per aver letto la mia lettera. Un tanghero e un cialtrone, a ficcare il naso nei segreti altrui! Gli terrò dietro, voglio godermela, la punizione del giovanotto.

 

Esce.

 

 

atto terzo - scena seconda

 

Entrano il Duca e Turione.

 

DUCA
Ser Turione, non temete, ella vi amerà, ora che Valentino è bandito dal suo cospetto.

TURIONE
Dacché è in esilio lei mi disprezza più che mai: ha ricusato la mia compagnia, e se l'è presa con me, tanto che ormai dispero di farla mia.

DUCA
Questo labile stampo dell'amore è una figura intagliata nel ghiaccio, che in un'ora di calore in acqua si dissolve e perde i suoi contorni. Ci vorrà un po' di tempo a sciogliere il gelo dei suoi pensieri, ma poi l'indegno Valentino sarà dimenticato.


Entra Proteo.


Ehilà, Ser Proteo! Il tuo concittadino è poi partito, secondo il nostro editto?

PROTEO
Partito, mio buon Duca.

DUCA
Mia figlia si affligge molto per la sua partenza?

PROTEO
Un po' di tempo, mio Duca, ne estinguerà l'afflizione.

DUCA
Lo credo anch'io, ma Turione non la pensa così. Proteo, la buona opinione che ho di te - e dei tuoi meriti mi hai dato qualche prova - mi rende ben disposto a consultarti.

PROTEO
Se mai verrò meno alla lealtà che devo a Vostra Grazia, possa cessare di vivere, e mai più rivedervi.

 

DUCA
Tu sai quanto sarei felice di combinare il matrimonio fra Ser Turione e la mia figliola.

PROTEO
Lo so, mio signore.

DUCA
Ed anche, credo, non ti giunge nuovo che lei non fa che opporsi al mio volere.

PROTEO
Certo, mio Duca: finché c'era Valentino.

DUCA
Sì, ma lei è tanto perversa da perseverare. Che si può fare per indurla a dimenticare l'amore di Valentino, e farla amare Ser Turione?

PROTEO
La cosa migliore è diffamare Valentino, tacciarlo di malafede, viltà, bassi natali: tre cose che le donne altamente hanno in spregio.

DUCA
Sì, ma lei penserà che lo si dica in odio a lui.

PROTEO
Certo, se a diffamarlo è un suo nemico: per cui è d'uopo che a parlare, con cognizione di causa, sia uno da lei stimato amico suo.

DUCA
Allora dovrete farlo voi, il calunniatore.

PROTEO
È questo, mio Duca, che mi ripugna di fare: è un tristo ufficio per un gentiluomo, specie se ai danni del suo migliore amico.

DUCA
Laddove una buona parola non lo può aiutare, una vostra calunnia non potrà fargli altro danno: tal vostro ufficio è moralmente neutro, ed il mandante vuol esser vostro amico.

PROTEO
L'avete vinta, mio signore. Se riesco nell'intento di dir qualcosa che sia a suo detrimento, lei non continuerà ad amarlo a lungo.  Ma se l'amore per Valentino ne sarà sradicato, non ne consegue che lei s'innamori di Turione.

TURIONE
Pertanto, se sdipanate il suo amore da lui per non ingarbugliarlo - il che non serve a nessuno - badate bene a riavvolgerlo su di me: il che va fatto sia tessendo le mie lodi che disfacendo l'onor di Valentino.

DUCA
Proteo, osiamo affidarvi tale impresa poiché sappiamo - l'ha detto Valentino - che siete già fermamente  votato ad Amore e non potete, lì per lì, cambiare idea e ad esso ribellarvi. Questa è la garanzia che vi dà accesso a Silvia, a conferire con lei liberamente. Ella è plumbea, depressa, malinconica e, per amore dell'amico vostro, sarà lieta di vedervi: e qui  potrete indurla, eloquente come siete, a odiare il giovane Valentino e amare il mio protetto.

PROTEO
Farò tutto quel che posso. Ma voi, Ser Turione, mancate di mordente: dovreste adescarla con del vischio, impaniarne i desideri con dolenti sonetti, le cui rime ben limate sian ben ricolme di voti e di promesse.

DUCA
Vero. Dono del cielo è la poesia, e grande il suo potere.

PROTEO
Ditele che sull'altare della sua beltà sacrificate lacrime, sospiri, affetti. Scrivete fino a prosciugar l'inchiostro, che poi torni a fluire diluito nel pianto, e componete i versi con  sentimento tale da illuminare la vostra dedizione. Il liuto d'Orfeo aveva per corde i nervi d'un poeta, ed il suo aureo tocco inteneriva acciaio e selce, rendeva mansuete le tigri, faceva sì che immensi leviatani, lasciassero abissi insondabili per danzar sulle spiagge. Dopo qualche elegia soffusa di mestizia, recatevi la notte sotto il verone della vostra bella  con dolci musicanti, i cui strumenti dian voce a lacrimevoli lamenti: il silenzio profondo della notte si addice a dolci note sì struggenti. Questo, e nient'altro, potrà mai conquistarla.

DUCA
Questi precetti dimostrano che sai cos'è l'amore.

TURIONE
Stanotte metterò in pratica il consiglio. Pertanto, Proteo, dolce mio istruttore, rechiamoci subito in città a cercare dei gentiluomini che sian musici esperti. Con me ho un sonetto che servirà allo scopo, per dar l'avvio al tuo saggio consiglio.

DUCA
All'opera, signori!

PROTEO
Resteremo con Vostra Grazia sino a dopo cena per poi dar corso ai piani progettati.

DUCA
No, adesso! Vi ritengo esonerati.

 

Escono.

 

Indice Teatro

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I due gentiluomini di Verona

(“The two Gentlemen of Verona” 1590 - 1595)

 

 

atto quarto - scena prima

 

Entrano diversi Fuorilegge.

 

PRIMO FUORILEGGE
Nervi a posto, ragazzi: ho avvistato un viandante.

SECONDO FUORILEGGE
Fossero dieci, niente paura: diamogli addosso!

Entrano Valentino e Svelto.

TERZO FUORILEGGE
Alto là, messere! Gettateci quanto avete, o vi gettiamo a terra per depredarvi.

SVELTO
Signore, siamo rovinati. Son questi i malfattori di cui tanta paura han tutti i viaggiatori.

VALENTINO
Amici miei...

PRIMO FUORILEGGE
Non siamo amici, signore: siamo nemici.

SECONDO FUORILEGGE
Zitti! Lasciamolo parlare.

TERZO FUORILEGGE
Certo, per la mia barba! È uno come si deve.

 

VALENTINO
Sappiate allora che ho ben poco da perdere. Sono un uomo colpito dalle avversità: i poveri abiti che indosso son tutto il mio avere, e se qui voi me ne spogliate vi prendete l'intero ammontare di ciò che possiedo.

SECONDO FUORILEGGE
Dove siete diretto?

VALENTINO
A Verona.

PRIMO FUORILEGGE
Da dove venite?

VALENTINO
Da Milano.

TERZO FUORILEGGE
Vi avete soggiornato a lungo?

 

VALENTINO
Sedici mesi, più o meno, e avrei prolungato il soggiorno se non ci si fosse messo di mezzo un destino maligno.

PRIMO FUORILEGGE
Perché, siete stato bandito?

VALENTINO
È così.

SECONDO FUORILEGGE
E per quale reato?

VALENTINO
Uno che molto mi affligge dover raccontare. Ho ucciso un uomo, della cui morte sono assai pentito - anche se l'ho ucciso da uomo, in duello, ad armi pari e senz'ombra di slealtà o tradimento.


PRIMO FUORILEGGE
Beh, non c'è da pentirsi, se è andata così. Ma vi han messo al bando per tanto poco?

VALENTINO
Sì, e fui pure lieto di uscirne con tale sentenza.

SECONDO FUORILEGGE
Conoscete le lingue?

VALENTINO
I miei viaggi giovanili me ne han dato l'opportunità: altrimenti mi sarei spesso trovato nelle peste.

TERZO FUORILEGGE
Sulla tonsura del fratacchione di Robin Hood, costui sarebbe un capo ideale, per la nostra masnada.

PRIMO FUORILEGGE
Sarà dei nostri. Signori, una parola.

SVELTO
Padrone, siate dei loro: son malviventi, ma uomini d'onore.

VALENTINO
Taci, screanzato!

SECONDO FUORILEGGE
Ma dite un po': davvero non sapete a che santo votarvi?

VALENTINO
Soltanto alla mia buona stella.

TERZO FUORILEGGE
Sappiate allora che alcuni di noi sono gentiluomini, che l'irruenza di una gioventù intemperante strappò al consorzio delle persone dabbene. Io stesso fui esiliato da Verona per aver tramato il rapimento d'una dama: un'ereditiera, più o meno imparentata con il Duca.

SECONDO FUORILEGGE
Ed io da Mantova, per via d'un gentiluomo che, in un impeto d'ira, ho pugnalato al cuore.

PRIMO FUORILEGGE
E io per reati minori della stessa natura. Ma veniamo al sodo... Noi si cita queste colpe in parte per giustificare un'esistenza senza legge, e in parte perché, nel vedervi dotato di sì bella presenza e - per vostra stessa ammissione - versato nelle lingue, ed in possesso di quei raffinamenti che a noi, in questa professione, fan difetto...

SECONDO FUORILEGGE
Invece è perché vi hanno bandito, soprattutto per questo, che veniamo a patti con voi. Volete essere il  nostro generale, e fare di necessità virtù e vivere come noi in queste plaghe selvagge?


TERZO FUORILEGGE
Cosa ne dici? Vorrai far parte della banda? Di' "Sì", e sarai il capitano di noi tutti. Ti renderemo omaggio, resteremo ai tuoi ordini, ti avremo caro, da capo e condottiero.

PRIMO FUORILEGGE
Ma se hai in spregio la nostra cortesia, morrai.

SECONDO FUORILEGGE
Non vivrai tanto da vantarti di tale offerta.

VALENTINO
Accetto l'offerta, e vivrò con voi, a patto che non rechiate oltraggio alcuno a donne indifese o poveri viandanti.

TERZO FUORILEGGE
No, noi detestiamo sì turpi vigliaccate. Su, dagli altri della banda: vieni con noi. Vedrai le ricchezze rastrellate: di noi e di esse, disponi come vuoi.

 

Escono.

 

 

atto quarto - scena seconda

 

Entra Proteo.

PROTEO
Ho già tradito l'amico Valentino: dovrò fare altrettanto con Turione. Con il pretesto di tesserne gli elogi coglierò il destro di corteggiarla io stesso; ma Silvia è troppo onesta, troppo sincera e pura per farsi sedurre dalle mie indegne profferte. Quando protesto la mia assoluta sincerità lei mi rinfaccia d'aver tradito l'amico;  quando consacro i miei voti alla sua beltà lei mi fa ricordare che fui spergiuro perché ho tradito l'amor della mia Giulia. Ma nonostante le impennate sarcastiche - l'ultima delle quali basterebbe a soffocare ogni mia speranza - pure, a mo' di cane fedele, più lei spregia il mio amore più questo cresce e le si accuccia ai piedi.


Entrano Turione e i musici.

Ma ecco, arriva Turione. Andiamo al balcone di lei a gratificarne l'orecchio con una serenata.

TURIONE
Ebbene, Ser Proteo, ci avete preceduto di soppiatto?

PROTEO
Sì, nobile Turione: sapete bene che l'amore agisce di soppiatto, se gli sbarran la strada.

TURIONE
Sì, ma spero, signore, che non sia qui la vostra bella.

PROTEO
Signore, è proprio qui: o sarei da un'altra parte.

TURIONE
Chi è mai? Silvia?

PROTEO
Sì, Silvia: e la corteggio per voi.

TURIONE
Grazie di tanta corte. E ora, signori, accordate, e poi suonate a tutto spiano.

Entrano l'Oste e Giulia travestita.

OSTE
Mi sa tanto, giovin signore, che siete un po' condriaco: e come mai, se è lecito?

GIULIA
Beh, caro il mio oste: ho poco da stare allegro.

OSTE
Via, ci pensiamo noi a farvi stare allegro; ora vi porto dove c'è della musica, e là vedrete il gentiluomo di cui avete chiesto.

GIULIA
Ma lo sentirò parlare?

OSTE
Sì, certamente.

GIULIA
Quella sì, sarà musica!

OSTE
Sentite, sentite!

GIULIA
Lui è tra costoro?

OSTE
Sì. Ma tacete! Ascoltiamoli.

Canzone.
Chi mai è Silvia? chi è costei
Cui s'inchina ogni pastore?
Bella e saggia, e santa sei,
E al tuo viso ed al tuo cuore
Le sue grazie il ciel versò.

Tu sei buona al par che bella,
Ché saggezza a leggiadria
S'accompagna; e amor novella
Luce a chiederti venìa:
Ne' tuoi sguardi amor brillò.

Così a te risuoni il canto
Non mortal, divina cosa!
Sovra ogni altra ha Silvia il vanto;
E la terra, ov'ella posa
De' suoi fior la coronò.

OSTE
Che vi succede? Siete più triste di prima? Come mai, giovanotto? Non vi garba la musica?

GIULIA
Vi sbagliate: è il musico che non mi garba.

OSTE
E perché, mio bel giovane?

GIULIA
Mi suona falso, vecchio mio.

OSTE
Come? Le corde non son accordate?

GIULIA
Non è questo, è il canto: un falsetto da straziarmi fin le corde del cuore.

OSTE
Avete un orecchio sensibile.

GIULIA
Sì, e vorrei esser sordo: fa perdere colpi al mio cuore.

OSTE
Mi par di capire che non amate la musica.

GIULIA
Neanche un poco, quando è tanto stonata.

OSTE
Udite, che fine variazione sul tema!

GIULIA
È proprio la variazione a offendermi.

OSTE
Vorreste suonassero sempre la stessa solfa?

GIULIA
Vorrei che ciascuno suonasse sempre la stessa musica. Ma, oste, codesto Ser Proteo di cui si parla si reca spesso da questa gentildonna?

OSTE
Vi dico quel che il suo uomo, Lanciotto, ha detto a me: lui l'ama a dismisura.

GIULIA
Dov'è Lanciotto?

OSTE
È andato in cerca del suo cane, che domani, per ordine del padrone, dovrà portare in dono alla signora.

GIULIA
Zitto! Fatevi da parte: la compagnia si scioglie.

PROTEO
Ser Turione, non temete: perorerò così bene da farvi dire che l'astuta mia trama è impareggiabile.

TURIONE
Dove ci ritroviamo?

PROTEO
Al Pozzo di San Gregorio.

TURIONE
Addio.


Escono Turione e i Musici.
Entra Silvia, al balcone.

PROTEO
Buonasera a Vossignoria, madonna.

SILVIA
Grazie della serenata, signori. Chi era a parlare?

PROTEO
Uno, signora, che se ne conosceste il cuore puro e fedele, imparereste subito a riconoscere dalla voce.

SILVIA
Volete dire Ser Proteo.

PROTEO
Ser Proteo, nobile dama: al vostro servizio.

SILVIA
Il vostro desiderio?

PROTEO
Che il mio coincida col vostro.

SILVIA
Sarete soddisfatto: il mio desiderio è sempre lo stesso, che ve ne torniate difilato a casa e a letto. O uomo astuto, spergiuro, mendace, sleale, tu mi pensi così sciocca e sprovveduta da esser sedotta dalle tue lusinghe? Tu che giurando ne hai ingannate tante? Torna, sì, torna in patria a fare ammenda alla tua donna. Quanto a me - lo giuro su questa pallida regina della notte - son così lungi dall'accordarti ciò che desideri che ti disprezzo per la tua colpevole corte; e per cominciare me la prendo con me stessa per tutto il tempo sprecato a parlare con te.

PROTEO
Lo ammetto, dolce amore, ho amato un'altra donna: ma è morta.

GIULIA (a parte)
Sarebbe falso, se fossi io a dirlo: sono ben sicura che non è sepolta.

SILVIA
Quand'anche fosse, il tuo amico Valentino è sempre in vita; e a lui - ne sei tu stesso testimone - io son promessa. E non hai vergogna di fargli torto con la tua insistenza?

PROTEO
Ma ho anche sentito che Valentino è morto.

SILVIA
E allora immagina che sia morta anch'io: nella sua tomba, puoi starne certo, è sepolto anche il mio amore.

PROTEO
Dolce madonna, lasciatemelo strappare alla terra.

SILVIA
Corri alla tomba della donna amata, e strappale il suo. O quantomeno seppellisci in essa il tuo.

GIULIA (a parte)
Da quell'orecchio non ci sente.

PROTEO
Madonna, se tanto indurito è il vostro cuore, concedete all'amor mio almeno il vostro ritratto, il quadro appeso nella vostra stanza: ad esso io parlerò, ad esso andran pianti e sospiri. Se la sostanza della vostra mirabile persona è votata ad altri, io non son che il simulacro d'un amante,  e al vostro simulacro farò dono verace del mio amore.


GIULIA (a parte)
Se fosse sostanza, certo la tradiresti per farne il simulacro che son io.

SILVIA
Son quanto mai riluttante a farvi da idolo, signore; ma poiché alla vostra falsità bene si addice riverir simulacri e adorare fantasmi, domattina mandatemi qualcuno, e ve lo farò avere. E ora, buonanotte.

PROTEO
Sì, la notte dei poveri condannati che attendon l'esecuzione mattutina.


Escono Proteo e Silvia.

GIULIA
Oste, volete venire?

OSTE
O santi numi! Dormivo della grossa.

GIULIA
Di grazia, dove abita Ser Proteo?

OSTE
Diavolo, a casa mia. Ma guarda! dev'esser quasi giorno.

GIULIA
Non ancora, ma è stata la notte più lunga da me trascorsa in veglia, e la più tormentosa.

 

Escono.

 

 

atto quarto - scena terza

 

Entra Aglamoro.


AGLAMORO
È questa l'ora che Madama Silvia m'indicò, per farle visita e appurarne gl'intenti. Avrà da darmi qualche grossa incombenza. Madonna, madonna!

Entra Silvia, in alto.


SILVIA
Chi chiama?

AGLAMORO
Il servo vostro, e vostro amico: e sempre agli ordini di Vossignoria.

SILVIA
Ser Aglamoro, mille volte buongiorno.

AGLAMORO
O nobile signora, altrettante a voi. Secondo le istruzioni di Vossignoria sono venuto così di buon'ora per sapere a quale servizio il vostro piacere ambisce a destinarmi.

SILVIA
O Aglamoro, tu sei un gentiluomo - non credere lo dica per adularti, ti giuro, non è così - ardito, savio, compassionevole, compìto. Tu non ignori qual profondo affetto io porti all'esiliato Valentino; né che mio padre vorrebbe forzarmi a sposare il vanesio Turione, ch'io aborro dal profondo dell'anima. Tu stesso hai amato, e ti ho anche udito dire che mai dolore ti è giunto dritto al cuore quanto la morte della dama che tanto amavi, sulla cui tomba giurasti eterna castità. Ser Aglamoro, vorrei andar da Valentino a Mantova, ove mi han detto che dimora; e poiché le strade son piene di pericoli vorrei che mi facessi degnamente compagnia: del tuo onore e della tua fedeltà posso fidarmi. Non farti schermo dell'ira di mio padre, Aglamoro, ma pensa al mio dolore, al dolore d'una donna, al buon diritto che ho di fuggir via per salvarmi da una di quelle unioni disgraziate, che cielo e sorte da sempre ripagano con mille guai. Io ti scongiuro - e lo faccio con cuore pieno di angustie, come il mare di sabbia - di farmi da cavaliere e partire con me. Se no, di tacere su quanto t'ho confidato, così da poter rischiare di partire da sola.

AGLAMORO
Madonna, assai mi dolgo delle vostre pene, e poiché so che hanno un virtuoso oggetto acconsento ad accompagnarvi, senza far conto delle conseguenze: tanto mi sta a cuore la vostra buona fortuna. Quando intendete partire?

SILVIA
Stasera stessa.

AGLAMORO
Dove potrò incontrarvi?

SILVIA
Alla cella di Fra' Patrizio, dove farò la santa confessione.

AGLAMORO
Non deluderò Vossignoria. Buongiorno, nobile dama.

SILVIA
Buongiorno, Ser Aglamor cortese.

 

Escono.

 

 

atto quarto - scena quarta

 

Entra Lanciotto con il cane.


LANCIOTTO
Quando un servo si comporta da cane col padrone - dico bene? - son grane: uno che mi son tirato su sin da cucciolo, uno che ho salvato dall'annegare quando tre o quattro dei suoi fratellini e sorelline, ancora ciechi, fecero quella fine. L'ho ammaestrato proprio a regola d'arte, come si suol dire: "Così andrebbe ammaestrato un cane". Mi hanno mandato a consegnarlo in dono a Madonna Silvia, da parte del mio padrone: e manco arrivo nella sala da pranzo che lui salta sul vassoio di lei e le fa fuori la coscia di cappone. Oh, gran brutta rogna quando un figlio di cane non sa ben comportarsi in società! Io vorrei avere, tanto per dire, uno che si accolli la responsabilità di fare il cane per davvero, di essere, insomma, cane in tutto e per tutto. Se non avessi avuto più cervello di lui, ad addossare a me stesso le sue malefatte, credo davvero che me l'avrebbero impiccato. Com'è vero che sono vivo, gliel'avrebbero fatta pagare. Giudicate voi stessi: mi s'intrufola in compagnia di tre o quattro cani di razza superiore sotto la tavola del Duca. Non ci rimane, con licenza parlando, il tempo d'una pisciata, che tutta la sala lo sentiva all'odore. "Fuori quel cane!" dice uno. "Che razza di bastardo è quello?" dice un altro. "Cacciatelo via a frustate!" dice il terzo. "Impiccatelo!" dice il Duca. Io, che quell'odoraccio lo conosco bene, sapevo che era Cànchero, e allora corro da quello che frusta i cani. "Amico", gli faccio, "hai mica in mente di frustarlo, il cane?". "Sì, perdiana", fa lui. "Gli fate un grave torto", faccio io, "son stato io a far quella cosa". Lui non sta a far cerimonie, ma mi caccia dalla stanza a frustate. Quanti padroni farebbero ciò per un loro servo? Eh sì, ve lo giuro, sono stato messo ai ferri per le salsicce che aveva rubato lui, altrimenti me lo giustiziavano. Sono stato messo alla gogna per delle oche che aveva ucciso lui, altrimenti gliel'avrebbero fatta pagare. Adesso tu a questo non ci pensi. Ma sì, mi ricordo lo scherzo che mi combinasti quando mi congedai da Madonna Silvia. Non te l'avevo detto di tenermi d'occhio, e fare come facevo io? Quando mai mi hai visto alzare la gamba e far pipì sul guardinfante d'una gentildonna? Mi hai mai visto fare uno scherzo del genere?

Entrano Proteo e Giulia travestita.

PROTEO
Ti chiami Sebastiano? Mi vai a fagiolo, e ti darò pronto impiego in qualche servizio.

GIULIA
Ai vostri comandi: farò del mio meglio.

PROTEO
Lo spero. (A Lanciotto) E allora, tanghero, figlio di puttana! dove sei stato a vagabondare questi due giorni?

LANCIOTTO
Diamine, signore, ho portato il cane a Madonna Silvia, come m'avete ordinato.

PROTEO
E lei che dice di quel piccolo tesoro?

LANCIOTTO
Diavolo, dice che quel vostro cane è una bestiaccia, e vi manda a dire che per un tal presente vi ringrazia ringhiando.

PROTEO
Ma il cane se l'è tenuto?

LANCIOTTO
No, in verità, non se l'è tenuto. Eccolo qui, l'ho riportato indietro.

PROTEO
Cosa? Le hai portato questo da parte mia?

LANCIOTTO
Sì, signore. L'altro, quella specie di scoiattolo, me l'han rubato al mercato quei ragazzacci scavezzacolli; e allora le ho offerto il mio, di cane, che è grande quanto dieci dei vostri, e perciò è un dono tanto più grande.

PROTEO
Filatene di qui e ritrova il mio cane, o non far più ritorno al mio cospetto. Fuori, ti dico! Che aspetti, di farmi andare in bestia?


Esce Lanciotto.

Un manigoldo, che mi fa fare eterne figuracce! Sebastiano, t'ho assunto al mio servizio un po' perché ho bisogno d'un giovane come te, che sappia con discrezione attendere ai miei affari (c'è poco da fidarsi di quello scriteriato), ma soprattutto per le tue fattezze e il tuo contegno che - se l'istinto non m'inganna - dicon che sei ricco, bene educato e leale. Sappi pertanto che proprio per questo ti prendo con me. Va' senza indugio, prendi con te quest'anello, consegnalo a Madonna Silvia... Mi amava molto, chi me ne fece dono.

GIULIA
Si direbbe che non l'amavate, se date via il suo pegno. È forse morta?

PROTEO
No, credo che sia viva.

GIULIA
Ahimè!

PROTEO
Perché gridi "Ahimè"?

GIULIA
Non posso far altro che compiangerla.

PROTEO
E perché dovresti compiangerla?

GIULIA
Perché mi pare che lei doveva amarvi quanto voi amate la vostra dama, Silvia. Ella sogna di un uomo dimentico del suo amore, voi vi struggete per una donna che ha in spregio il vostro. È un guaio che quest'amore sia un tal bastian contrario, e se ci penso mi vien da dire "Ahimè!".

PROTEO
Bene, dalle l'anello e, giacché ci sei, questa lettera. Quella è la sua stanza. Dite alla mia dama che le ricordo la promessa di quel ritratto celestiale. A missione compiuta, torna in camera mia, e là mi troverai, triste e solitario.

 

Esce.

GIULIA
Quante donne si accollerebbero una tale ambasciata? Ahimè, povero Proteo, tu hai arruolato una volpe, a far la guardia ai tuoi agnellini. Ahimè, povera sciocca, perché mi muovo a pietà di colui che mi disprezza dal profondo del cuore? Poiché lui ama lei, di me lui non si cura, e poiché io amo lui, devo averne pietà! Questo è l'anello che gli affidai nel separarmi da lui, per vincolarlo alla memoria del mio affetto; e ora son io, infelice messaggero, a invocare ciò che mai vorrei ottenere, a portare ciò che vorrei veder respinto, a lodare una fede che vorrei screditare. Io sono il vero amore del mio padrone, a lui consacrata, ma non posso essere il suo fedele servitore, a costo di essergli infedele, tradendo me stessa. Corteggerò per lui, ma lo sa il cielo che farà fiasco: ché io sarò di gelo.


Entra Silvia.


Gentildonna, buongiorno. Vi prego, siatemi d'aiuto: portatemi a parlare con Madonna Silvia.

SILVIA
Che avreste mai da dirle, foss'io colei?

GIULIA
Se foste voi, vi chiederei, con pazienza, di ascoltare il messaggio di cui sono latore.

SILVIA
Da parte di chi?

GIULIA
Del mio padrone Ser Proteo, madonna.

SILVIA
Ah, t'ha mandato a prendere il ritratto.

GIULIA
Sì, signora.

SILVIA
Orsola, portami il ritratto. Va', consegnalo al tuo padrone. Digli, da parte mia, che una tal Giulia, obliata dai suoi volubili pensieri, meglio si converrebbe alla sua stanza di questa mia parvenza.

GIULIA
Signora, vi prego, leggete questa missiva... Oh, chiedo venia, signora: per distrazione vi ho consegnato il foglio sbagliato. Questa è la lettera per Vossignoria.

SILVIA
Ti prego, fammi dare un'occhiata anche a quell'altra.

GIULIA
Meglio di no, signora. Vogliate scusarmi.

SILVIA
Ecco, tieni!
Non li voglio vedere, gli scritti del padron vostro. So che sono farciti di invocazioni e lardellati di giuramenti di nuovo conio, che infrangerà con la facilità con cui gli strappo la sua lettera.
(Strappa la lettera)

GIULIA
Signora, egli vi manda quest'anello.

SILVIA
A sua maggior vergogna se lo manda a me, poiché gli ho udito dire mille volte che glielo dette Giulia, alla partenza. E se il suo dito infedele ha profanato l'anello Il mio non farà un tal torto alla sua Giulia.

GIULIA
Ed ella ve ne ringrazia.

SILVIA
Che hai detto?

GIULIA
Vi ringrazio, madonna, di preoccuparvi di lei. Povera gentildonna! Il mio padrone le fa gran torto.

SILVIA
La conosci?

GIULIA
Quasi quanto me stesso. Quando penso alle sue pene, posso giurarvi che ho pianto cento e più di cento volte.

SILVIA
Forse lei crede che Proteo l'abbia lasciata.

GIULIA
Credo di sì; ed è questa la causa del suo dolore.

SILVIA
Non è donna di eccezionale bellezza?

GIULIA
È stata più bella, signora, che non sia ora. Quando credeva che il mio padrone l'amasse davvero ella era, a mio giudizio, bella quanto voi. Ma da allora ella ha messo da parte lo specchio e gettato il velo che la proteggeva dal sole sì che l'aria  ha avvizzito le rose delle sue gote e illividito il candore di giglio del suo volto, il quale adesso si è oscurato, ed è come il mio.

SILVIA
È alta?

GIULIA
Più o meno quanto me. Tant'è vero che a Pentecoste - tempo di recite e liete mascherate - i nostri giovani mi fecero impersonare una donna e fui abbigliato nella gonna di Madonna Giulia: la quale, a detta di tutti, mi stava a pennello, quasi che l'indumento l'avessero fatto su misura.
Per questo so che è alta quanto me. E in quell'occasione la feci piangere sul serio, visto che recitavo una parte assai commovente. Signora, si trattava di Arianna, in preda alla passione pel tradimento di Teseo e la sua fuga crudele;  ed io recitai con tale slancio e tante lacrime che la mia povera padrona, commossa com'era, ne pianseamaramente; e vorrei esser morto se non provai, intimamente, la sua stessa pena.

SILVIA
Dovrebbe esserti grata, paggio cortese. Ah, la povera signora, sola e abbandonata! Viene anche a me da piangere, se penso alle tue parole. A te, bel giovane: eccoti la mia borsa. Te ne faccio dono in onore della tua padrona, giacché le vuoi tanto bene. Addio.

 

Esce.

GIULIA
Ella ve ne ringrazierà, se mai la conoscerete. Una gentildonna virtuosa, bella e gentile. La corte che le fa il mio padrone la lascerà, spero, fredda, tale è il rispetto ch'ella nutre per la mia padrona. Ahi, come l'amore sa illudere se stesso! Ecco il suo ritratto: guardiamolo da vicino. Io credo che, con la sua pettinatura, questo mio volto apparirebbe in tutto e per tutto leggiadro quanto il suo: eppure il pittore l'ha un tantino abbellita sempre che non sia io a lusingare me stessa. I suoi capelli sono fulvi, i miei di un biondo perfetto. Se tutta qui è la differenza, per il suo amore, dovrò portare una parrucca di quel colore. I suoi occhi sono cerulei come il vetro, e così i miei; vero, ma la sua fronte è bassa, la mia alta. Ma cos'è mai che lui può  ammirare in lei e ch'io non possa fargli ammirare in me, se questo folle Amore non fosse una divinità cieca? Vieni, o parvenza, vieni a confrontarti con quest'altra parvenza: è lei la tua rivale. Oh, tu forma insensibile, tu sarai venerata, baciata, amata, adorata! E se ci fosse un senso nella di lui idolatria la mia sostanza sarebbe l'idolo, e non tu. Ti tratterò bene, per riguardo alla tua padrona che così mi ha trattato; non fosse stato così, giuro, per Giove, ti strapperei questi occhi senza vista pur di strapparti dal cuore al mio signore.

 

Esce.

 

Indice Teatro

Inizio pagina

 


 

I due gentiluomini di Verona

(“The two Gentlemen of Verona” 1590 - 1595)

 

 

atto quinto - scena PRIMA

 

Entra Aglamoro.

 

AGLAMORO
Il sole comincia a indorare il cielo a ponente, e questa è proprio l'ora stabilita da Silvia per incontrarmi nella cella di Fra' Patrizio. Non verrà meno all'impegno: gli amanti non sbagliano i tempi, se non per arrivar con bell'anticipo, spronati come son dall'impazienza.


Entra Silvia.
 

Eccola, arriva! Madonna, sarete felice stasera.

SILVIA
Amen, amen... Di corsa, buon Aglamoro! Alla postierla, nel muro dell'abbazia: temo mi venga dietro qualche spia.

AGLAMORO
C'è una foresta dove rifugiarci: è a meno di tre leghe. Il più è arrivarci.

 

Escono.

 

 

atto quinto - scena SECONDA

 

Entrano Turione, Proteo e Giulia.

 

TURIONE
Ser Proteo, che dice Silvia del mio corteggiamento?

PROTEO
Beh, signore, la trovo più ben disposta che in passato; ma trova ancora da ridire sulla vostra persona.

TURIONE
Perché? Ho le gambe troppo lunghe?

PROTEO
No, semmai troppo striminzite.

TURIONE
Mi metterò gli stivali, per rimpolparle un po'.

GIULIA (a parte)
Ma l'amore non puoi spronarlo a ciò che aborre.

TURIONE
Del mio volto che dice?

PROTEO
Dice ch'è luminoso.

 

TURIONE
No, la civetta mente. Se ho la faccia d'un moro!

PROTEO
Ma le perle son luminose e - dice l'antico adagio - "i mori sono perle agli occhi delle belle".

GIULIA (a parte)
Vero: perle così fan perdere il lume degli occhi. Preferisco chiuderli, che aprirli su di loro.

TURIONE
Le piace la mia conversazione?

PROTEO
Poco, se le parlate di guerra.

TURIONE
Ma molto, se le parlo di pace e d'amore.

GIULIA (a parte)
E ancora di più se non le parlate affatto.

TURIONE
Del mio valore cosa dice?

PROTEO
Oh, signore, quello è fuori discussione.

GIULIA (a parte)
Per forza. Lei lo sa che lui è un codardo.

TURIONE
Che dice lei del nobil mio casato?

PROTEO
Che siete un gentiluomo assai bennato.

GIULIA (a parte)
Ma anche scimunito: che peccato!

TURIONE
Ha preso in considerazione le mie proprietà?

PROTEO
Oh sì, le fanno una gran pena.

TURIONE
E come mai?

GIULIA (a parte)
Perché sono di proprietà d'un tal somaro.

PROTEO
Perché sono in gran parte ipotecate.

GIULIA
Arriva il Duca.

Entra il Duca.

DUCA
Salve, Ser Proteo! E voi, Ser Turione! Chi di voi due ha visto Aglamoro ultimamente?

TURIONE
Io no.

PROTEO
Io nemmeno.

DUCA
E mia figlia, l'avete vista?

PROTEO
Neppure lei.

DUCA
Allora è fuggita da quel tanghero di Valentino ed Aglamoro è il suo accompagnatore. È vero: Fra' Lorenzo li ha visti entrambi mentre da penitente errava per la foresta. Lui l'ha riconosciuto con certezza, di lei era quasi certo ma, mascherata com'era, non n'era del tutto sicuro. Inoltre lei intendeva confessarsi stasera, nella cella di Fra' Patrizio: e invece non c'è andata. Questi elementi confermano che si è trattato di fuga; per cui vi prego, non state qui a far salotto ma balzate in sella d'urgenza e venite a raggiungermi ai piedi di quelle alture che portano in quel di Mantova, verso cui son fuggiti. Sbrigatevi, amabili signori, e tenetemi dietro.

 

Esce.

TURIONE
Perbacco, questa sì è una ragazza indocile, che fugge la fortuna quando questa l'insegue! Lo seguirò, più per vendicarmi di Aglamoro che per amore della sventata Silvia.

 

Esce.

PROTEO
E io lo seguirò, più per amore di Silvia che in odio ad Aglamoro ch'è in fuga con lei.

 

Esce.

GIULIA
E anch'io, ma più per intralciare lui che in odio a Silvia, fuggita per amore.

 

Esce.

 

 

atto quinto - scena TERZA

 

Entrano Silvia e dei Fuorilegge.


PRIMO FUORILEGGE
Su, su, fate la brava: dobbiam portarvi dal nostro comandante.

SILVIA
Mille calamità peggiori di questa mi hanno insegnato a far buon viso a cattivo gioco.

SECONDO FUORILEGGE
Dài, portala via!

PRIMO FUORILEGGE
Dov'è il gentiluomo che era qui con lei?

TERZO FUORILEGGE
Agile com'è, ce l'ha fatta a scappare, ma Valerio e Mosè gli stanno alle costole. Tu va' con lei a ponente, al limitar del bosco: il comandante è là. Noi inseguiremo il fuggiasco. Il bosco è circondato: non ha via di scampo.

PRIMO FUORILEGGE
Suvvia, devo portarvi alla grotta del comandante. Non abbiate timore: è un vero gentiluomo, e ad una donna lui non farà mai torto.

SILVIA
O Valentino, è per te ch'io sopporto!

 

Escono.

 

 

atto quinto - scena QUARTA

 

Entra Valentino.

 

VALENTINO
Come l'uso nell'uomo tende a farsi costume! Questo deserto ombroso, i boschi disabitati li preferisco a fiorenti città popolose. Qui posso sedere da solo, non visto da alcuno, e alle dolenti melodie dell'usignolo intonare le mie pene e affidar le mie ansie. O tu che alberghi nel mio petto non lasciar così a lungo inabitata la tua casa, se non vuoi che, ridotto a rudere, l'edificio non crolli senza lasciare ricordo alcuno di quel ch'è stato. Puntellami, Silvia, con la tua presenza! Ninfa gentile, conforta il derelitto tuo pastore!


Rumori da dentro.
 

E adesso, cos'è questo vociare? Questo tumulto? Sì, sono i miei compagni, per cui l'arbitrio è legge, che dan la caccia a qualche disgraziato viandante. Mi son devoti, eppure devo faticare un bel po' per trattenerli da selvaggi eccessi. Nasconditi, Valentino! Chi hanno portato qui? (Si nasconde)


Entrano Proteo, Silvia e Giulia

PROTEO
Madonna, questo è il servizio che vi ho reso (anche se voi non vi curate di quanto fa chi vi serve): ho rischiato la vita per sottrarvi a colui che vi avrebbe violata nell'onore e negli affetti. Concedetemi la mercede di un solo sguardo benevolo: un più modesto favore non posso implorare, e meno di tanto, ne son certo, non potete dare.

VALENTINO (a parte)
È questo un sogno? Ma io vedo e sento... Amore, dammi la forza di pazientare un po'.

SILVIA
O misera e infelice che sono!

PROTEO
Madonna, eravate infelice prima del mio arrivo; ma col mio arrivo potete dirvi felice.

SILVIA
L'averti vicino mi rende infelicissima.

GIULIA (a parte)
Anche me, quando lui vi si avvicina.

SILVIA
Mi avesse ghermito un leone affamato, avrei preferito far da pasto alla belva che esser salvata da un traditore come Proteo. Oh, il cielo m'è testimone, io amo Valentino, la cui vita mi è cara quanto l'anima mia; ed altrettanto - che di più non si può - io detesto Proteo, l'infedele spergiuro. Per cui vattene, e cessa d'importunarmi!

PROTEO
Quale azione rischiosa, d'un rischio anche mortale, non saprei affrontare per un solo sguardo benigno? Oh, è la dannazione d'amore, sempre riconfermata, che una donna non sappia amare quanto più è amata.

SILVIA
Che Proteo non sappia amare quanto più è amato! Leggi in cuore a Giulia, tuo primo e grande amore, lei per la quale hai poi frantumato la tua fede in mille giuramenti: tutti quei giuramenti che degradasti a spergiuro per amare me. Ora non t'è rimasta alcuna fede: o forse ne hai due, il che è assai peggio che nessuna. Meglio averne nessuna che non una duplice fede, di cui una è di troppo. Tu ingannatore del tuo fedele amico!

PROTEO
In amore chi rispetta un amico?

SILVIA
Tutti, tranne Proteo.

PROTEO
Beh, se lo spirito gentile di parole suadenti non può indurvi a più miti consigli, vi farò una corte da soldato, in punta di spada, e vi amerò a forza - contro ogni principio d'amore.

SILVIA
Oh cielo!

PROTEO
Ti forzerò a cedere alle mie voglie!

VALENTINO
Farabutto! Giù quelle mani barbare e incivili! Tu, bell'amico della peggior risma!

PROTEO
Valentino!

VALENTINO
Tu, amico senz'arte né parte, senza fede né amore -  tale è oggi un amico - uomo infido, tu hai illuso le mie speranze! Solo i miei occhi potevano convincermi. Ora non oso più dire di avere un amico al mondo: ché ci sei tu a smentirmi. Di chi fidarsi adesso, quando la mano destra è all'animo spergiura? Proteo, mi duole non potermi mai più fidare di te, e per causa tua sentirmi estraneo al mondo. La pugnalata d'un amico ferisce più a fondo. O tempi scellerati, quando fra i tuoi nemici il peggiore è un amico!

PROTEO
Vergogna e rimorso mi attanagliano. Valentino, perdono! Se una sentita contrizione basta come riscatto dell'offesa, te ne faccio qui offerta: il tormento che provo è pari al male perpetrato.

VALENTINO
Allora mi ritengo ripagato, e di bel nuovo ti reputo uomo onesto. Chi del pentimento non si appaga non sta in cielo né in terra: ché questi si ritengon soddisfatti. La penitenza placa l'ira dell'Eterno. E, a che il mio amore appaia libero e schietto, tutto ciò ch'era mio di Silvia a te lo dono.

GIULIA
O me infelice!

Sviene.

PROTEO
Soccorrete quel paggio!

VALENTINO
Ehi, paggio! Su, birbante, che mi combini? Cosa ti prende? Apri gli occhi, di' qualcosa!

GIULIA
Oh, buon signore, il mio padrone mi aveva incaricato di consegnare un anello a Madonna Silvia; ed io, per mia negligenza, non l'ho fatto.

PROTEO
Dov'è l'anello, ragazzo?

GIULIA
Eccolo, è questo.

PROTEO
Ehi, fa' vedere! Ma è l'anello che detti a Giulia!

GIULIA
Perdonatemi, signore: ho sbagliato, questo è l'anello che mandaste a Silvia.

PROTEO
Ma come l'hai avuto? Questo lo detti a Giulia, alla partenza.

GIULIA
Giulia in persona me l'ha affidato, Giulia in persona l'ha portato qui.

PROTEO
Cosa? Giulia?

GIULIA
Guardala bene, colei che bersagliavi di giuramenti che lei serbava nel profondo del cuore. Quante volte i tuoi spergiuri l'han colpita al centro! Oh, Proteo, devi arrossire per questo mio costume! Vergogna a te, se ho dovuto indossare tale abito immodesto... ammesso ch'io mi debba vergognare d'essermi, per amore, travestita. Peccato è assai minore, agli occhi del pudore, mutar di donna l'abito, che non dell'uomo il cuore.

PROTEO
Che non dell'uomo il cuore? È vero. Oh cielo! Se la costanza fosse dell'uomo, sarebbe egli perfetto! Quest'unica magagna lo colma di difetti, gliene fa fare di tutti i colori: l'incostanza, prima di andare a segno, fa cilecca. Che c'è nel volto di Silvia, ch'io non scorga più fresco in Giulia, con l'occhio della costanza?

VALENTINO
Su, su, datemi entrambi la mano. Concedetemi la grazia di portarvi al lieto fine: che peccato, due amici che restano a lungo nemici!

PROTEO
Sii testimone, o cielo, che i miei voti si avverano per sempre.

GIULIA
Ed anche i miei.

Entrano i Fuorilegge, con il Duca e Turione.

I FUORILEGGE
Dài, dài! Una preda, una preda!

VALENTINO
Alto là!
Fermatevi, vi dico! È il Duca mio signore. A Vostra Grazia il benvenuto d'un uomo in disgrazia: Valentino, il bandito.

DUCA
Ser Valentino?

TURIONE
Ma quella è Silvia! E Silvia m'appartiene!

VALENTINO
Indietro, Turione! O abbraccerai la morte. Non venire a portata della mia collera, non chiamar Silvia tua! Se ci riprovi Verona non ti riavrà mai più. Eccola lì: prova solo a sfiorare con un dito, od anche solo un alito, il mio amore. Ti sfido!

TURIONE
Ser Valentino, no, non mi sta poi così a cuore. Lo considero un folle, chi mette a repentaglio la sua pelle per una donna che nemmeno l'ama. Rinuncio a farla mia: pertanto è tua.

DUCA
Tanto più vile e degenere sei tu, che per lei hai prima mosso mari e monti, per poi lasciarla col più lieve dei pretesti. Ed ora, sull'onor dei miei antenati, io plaudo al tuo coraggio, Valentino: ti penso degno dell'amore d'una imperatrice. Sappi pertanto che qui dimentico ogni passata offesa, cancello ogni rancore, ti richiamo a corte, ti elevo a nuova dignità: i tuoi meriti non hanno rivali. E questo ora proclamo: Ser Valentino, sei un vero gentiluomo, e d'ottimo lignaggio. Prenditi la tua Silvia, che ben l'hai meritata.

VALENTINO
Ringrazio Vostra Grazia, felice di tanto dono. Ma ora v'imploro, per amore di vostra figlia, di accordarmi di chiedervi un unico favore.

DUCA
Te l'accordo, per amor tuo, qualunque esso sia.

VALENTINO
Questi banditi, a cui mi sono aggregato, son uomini dotati di degne qualità. Perdonateli per quanto han qui commesso, e revocate il bando che li esilia. Essi son ravveduti, rinciviliti, pieni di buoni propositi e degni di alti incarichi, mio nobile signore.

DUCA
L'hai avuta vinta: perdono te e anche loro. Decidi tu cosa farne, tu che sai quanto valgono. Su, andiamo: dissolveremo ogni risentimento in feste, tornei e solennità eccezionali.

VALENTINO
E cammin facendo mi concederò l'ardire di far sorridere Vostra Grazia coi miei racconti. Che ne pensate, mio Duca, di questo paggio?

DUCA
Mi pare un paggio di non poca grazia. Toh, arrossisce.

VALENTINO
Parola mia, mio Duca: è più la grazia che il paggio.

DUCA
Che intendete dire?

VALENTINO
Con vostra licenza, ve lo dirò strada facendo; vi stupirete ai casi della sorte. Vieni, Proteo: per sola penitenza dovrai udire la storia dei tuoi amori, palesata. Ciò fatto, i nostri sponsali saranno anche i tuoi: una sola festa, una sola dimora, una sola e reciproca felicità.


Escono.

 

 

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