William Shakespeare - Il Teatro

 

Indice Teatro

Enrico VI, Parte II - Enrico VI, Parte III

 

Enrico VI - Parte I

(“King Henry the Sixth, part 1” - 1588 - 1590)

 

 

Introduzione - Riassunto

Personaggi - Atto Primo

Atto Secondo - Atto Terzo

Atto Quarto - Atto Quinto

 

Introduzione

 

da Wikipedia

 

Con quest'opera si apre, anche da un punto di vista semplicemente cronologico (la sua stesura è fatta risalire dagli studiosi agli anni 1588-1592), la lunga e complessa produzione shakespeariana.
Il dramma storico, basato sulla vita del monarca Enrico VI d'Inghilterra, si compone di altre due parti: l'Enrico VI, parte II e l'Enrico VI, parte III; ma allo stesso tempo è il primo capitolo della tetralogia minore del bardo assieme a Riccardo III.
È il dramma del potere, indagato nei suoi aspetti più torbidi e oscuri, vissuto come fatalità e maledizione - come testimonia la maledizione contro gli inglesi di Giovanna d'Arco sul rogo, nella quarta scena del V atto - che incombe come una cappa asfissiante non solo su chi se lo ritrova a gestire senza averlo cercato (come appunto Enrico VI) ma anche su coloro la cui vita è presentata invece come un’interminabile sforzo per raggiungerlo, agguantarlo e mantenerlo. Il tema del peso del potere è un elemento centrale, che continua a svilupparsi nelle successive parti dell'opera.

« Ci fu mai monarca che occupasse un trono in terra e fosse meno felice di me? Appena uscito di culla fui fatto re all’età di nove mesi; e non vi fu mai suddito che desiderasse di essere sovrano quanto io desidero di essere suddito »
(Enrico VI, parte II - Atto 4, scena 9)

Shakespeare, non ancora trentenne, dimostra di ben conoscere gli arcana imperii, i meccanismi segreti del governo e delle lotte di potere, le logiche spietate che presiedono alle alleanze e ai tradimenti, alle promesse di fedeltà eterna e ai repentini spergiuri, alle richieste di perdono o di pietà da parte dei vinti e alle sete di vendetta dei vincitori.
Il sottofondo di ogni vicenda è quello eterno della lotta fratricida di Caino che colpisce suo fratello Abele (evocata esplicitamente da Winchester nella scena terza del primo atto) e delle inevitabili tristi conseguenze che questo delitto originario riproduce nella storia senza mai trovare redenzione, come un veleno versato alla sorgente di un fiume e che mai si diluisce o dissolve durante il suo corso, mantenendo intatti nel tempo il suo potere letale e la sua capacità di infettare le valli che attraversa; forse, soltanto quando le acque sfoceranno e si disperderanno nel mare aperto, alla fine della storia umana, questo veleno perderà la sua concentrazione mortale.

 

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Riassunto

da Wikipedia

Nella prima parte assistiamo alle celebrazioni per la morte prematura di Enrico V (padre di Enrico VI), grande re e condottiero, che con la battaglia di Azincourt (1415) aveva piegato a sé la Francia e poi riconquistato alla corona inglese tutta la Normandia. L'evento inatteso inaugura per l’Inghilterra un periodo di incertezza e di torbidi politici.

« Ora che Enrico è morto, o generazioni future, attendetevi anni di dolore: i bambini suggeranno agli umidi occhi materni, quest’isola diverrà nutrice di amaro pianto, e non resteranno che donne a piangere i morti »
(Atto I, Scena 1)

Ma la ribellione e la riscossa delle forze francesi, (“Tristi notizie vi porto dalla Francia, di perdite, di stragi e di sconfitte; la Guienna, la Sciampagna, Reims, Orléans, Parigi, Guysors, Poitiers, sono tutte perdute”, Atto I, Scena 1) alla cui guida vediamo una figura di Giovanna d'Arco stranamente non valorizzata da Shakespeare (che peraltro scriveva per un uditorio inglese, certamente non ben disposto verso la pulzella d'Orléans), sono solo la conseguenza esteriore, non la causa del problema; questa infatti va individuata in un fattore interiore, cioè nelle discordie, nell’odio, nelle rivalità meschine che crescono come una tumore negli animi della nobiltà inglese e da qui si trasmettono nel popolo.

Storicamente, questi torbidi sono rappresentati dalla cosiddetta Guerra delle due rose, e appunto nella scena 4 del secondo atto viene descritta plasticamente l’origine di tale rivalità tra le opposte fazioni degli York e dei Lancaster, in una contesa che si protrarrà sanguinosamente per oltre trent’anni:

« E qui faccio una profezia: questa contesa fra rosa bianca e rosa rossa, divenuta oggi fazione nel giardino del Tempio, manderà mille anime nelle tenebre della morte.
[...]
Sì, marciamo pure in Inghilterra o in Francia, senza capire quello che probabilmente seguirà. Questa discordia nata da poco fra i pari cova sotto le ceneri fallaci di un amore simulato, e da ultimo eromperà in fiamma: come le membra infette imputridiscono a poco a poco finché ossa e carne e muscoli cadono in disfacimento, tali saranno i frutti di questa vile discordia nata dalla rivalità. Ed ora temo quella fatale profezia che al tempo di Enrico V correva persino sulle bocche dei lattanti: che Enrico di Montmouth avrebbe conquistato tutto e Enrico di Windsor tutto avrebbe perduto »
(Atto II, scena 4 e Atto III, scena 1)

Sullo sfondo di questa crisi drammatica, Enrico VI è il re, ma la sua figura è quella di chi il potere regale lo subisce invece che esercitarlo. Già la sua ascesa al trono d’Inghilterra all’età di appena nove mesi aveva qualcosa di innaturale; la sua incoronazione a re di Francia (procuratagli da un’accorta politica dinastica predisposta da suo padre Enrico V, che aveva sposato Caterina di Valois figlia di Carlo VI di Francia, Delfino e poi re di Francia) era avvenuta quando aveva 9 anni (nel 1430 a Parigi) e il regno di Enrico VI fu necessariamente un lungo periodo di reggenza, di governo per interposta persona (quella dei Lord Protettori); e Shakespeare fa commentare ad uno dei suoi personaggi: “ grave quando lo scettro è in mano di un fanciullo”.
Enrico VI è giovane e non ama la guerra; la sua indole meditativa ed introversa, come egli stesso ammette lo rende inadatto al suo ruolo, dati i tempi; la sua figura tragica è quella di chi vive credendo nella buona fede di quelli che lo circondano, sicuro che tutti siano come lui e quindi vogliano indefettibilmente il bene e rifiutino sempre e comunque il male. Ma il mondo non funziona così. Persino la sua intimità, la sua vita sentimentale è pregiudicata dall’inganno, quando il conte Suffolk gli propone in matrimonio la bella Margherita, di cui però egli stesso è invaghito e di cui si propone di fare la sua amante nonché la leva del suo potere, una volta condottala alla corte d’Inghilterra dalla nativa Francia.

 

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Enrico VI - Parte I

(“King Henry the Sixth, part 1” - 1588 - 1590)

 

 

Personaggi

 

RE ENRICO VI
DUCA DI BEDFORD
, Reggente di Francia, terzo figlio di Enrico IV, zio del Re
DUCA DI GLOUCESTER, Lord Protettore,

quarto figlio di Enrico IV
DUCA DI EXETER, Thomas Beaufort, prozio del Re
VESCOVO DI WINCHESTER, Henry Beaufort, fratello minore di Exeter, poi Cardinale
DUCA DI SOMERSET, Edmund Beaufort, nipote di Exeter
RICCARDO PLANTAGENETO, figlio di Riccardo, già Conte di Cambridge; poi Reggente di Francia e Duca di York
CONTE DI WARWICK
CONTE DI SALISBURY
CONTE DI SUFFOLK,
William De La Pole
LORD TALBOT, poi Conte di Shrewsbury
JOHN TALBOT, suo figlio
EDMUNDO MORTIMER, Conte di March
SIR JOHN FASTOLF
SIR WILLIAM GLANDSALE
SIR THOMAS GARGRAVE
SIR WILLIAM LUCY

WOODVILLE, luogotenente della Torre di Londra

SINDACO DI LONDRA

VERNON, seguace della fazione degli York, detta della Rosa Bianca

BASSET, seguace della fazione dei Lancaster, detta della Rosa Rossa

AVVOCATO del Temple
LEGATO DEL PAPA
CARCERIERI
di Mortimer
CARLO, il Delfino, in seguito Re di Francia
REIGNIER, Duca d'Angiò, detentore del titolo di Re di Napoli
DUCA D'ALENÇON
BASTARDO D'ORLÉANS
DUCA DI BORGOGNA
GENERALE
dell'esercito francese a Bordeaux
GOVERNATORE DI PARIGI
COMANDANTE DELL'ARTIGLIERIA
a Orléans
FIGLIO del Comandante dell'Artiglieria, un ragazzo

GIOVANNA LA PULZELLA, detta anche Giovanna d'Arco
PASTORE, padre della Pulzella
MARGHERITA, figlia di Reignier
CONTESSA D'AUVERGNE
CUSTODE
del castello della Contessa d'Auvergne
SERGENTE francese
SENTINELLA francese
SOLDATO francese
ESPLORATORE francese
DEMONI, che appaiono alla Pulzella
Signori al seguito, guardiani della Torre, araldi, soldati, cortigiani sia inglesi che francesi, domestici di Gloucester e di Winchester, funzionari del Sindaco di Londra.

 

 

atto primo - scena prima

 

Marcia funebre.

Entra il funerale di Re Enrico Quinto, a cui prendono parte il Duca di Bedford, Reggente di Francia, il Duca di Gloucester, Protettore del Regno, il Duca di Exeter, il Conte di Warwick, il Vescovo di Winchester, e il Duca di Somerset, assieme ad araldi e ad altri.

 

BEDFORD
Un drappo nero copra il nostro cielo! Giorno, cedi all'arrivo della notte! Comete, voi che annunciate il mutamento dei tempi e degli stati, nel firmamento agitate le trecce di cristallo, flagellate con esse le inique stelle che, ribelli, hanno favorito la morte di Enrico: Re Enrico Quinto, troppo famoso per vivere a lungo! Mai Inghilterra perse un re di tanto pregio.

GLOUCESTER
Prima di lui mai l'Inghilterra ebbe vero re: il suo valore meritava il comando; la sua spada sguainata accecava radiosa; le braccia si stendevano più vaste delle ali del drago, gli occhi fulgidi, gonfi d'ira fiammante, abbagliavano i nemici in rotta, più del sole a mezzogiorno a picco sul loro viso. Cos'altro dire!
Le sue imprese sono superiori a ogni discorso. Quando alzava la mano, era sempre vincitore.

 

EXETER
Lo piangiamo vestiti di nero; perché non si tinge di sangue il nostro lutto? Enrico è morto, né più egli rivive.
Siamo schierati attorno a un feretro di legno a celebrare, con la nostra presenza solenne, la vittoria senza onore della morte come prigionieri legati al carro del trionfo. Dunque malediremo i pianeti sciagurati che tramarono il rovescio della nostra sorte? Oppure crederemo che furono subdoli incantatori e stregoni francesi a provocare, per paura, con le formule magiche, la sua fine?

WINCHESTER
Era un sovrano benedetto dal Re dei re: per i Francesi il giorno del Giudizio terribile non sarà com'era la sua vista. Combatteva le battaglie del Signore degli eserciti. Le preghiere della Chiesa gli furono propizie.

GLOUCESTER
La Chiesa? Dov'è mai la Chiesa? Se gli ecclesiastici non avessero pregato, il filo della sua vita non si sarebbe estinto così prematuramente. A voi tutti piaceva soltanto un principe effeminato, uno scolaretto da terrorizzare.

 

WINCHESTER
Gloucester, che ci piaccia o meno, tu sei il Protettore e ti prepari a comandare il principe e il regno. Tua moglie è altera e ti tiene in soggezione più di Dio e dei religiosi della Chiesa.

GLOUCESTER
Non menzionare la religione; tu ami la carne e non ti rechi mai in chiesa neppur una volta all'anno, se non per pregare contro i tuoi nemici.

BEDFORD
Basta con i litigi. Liberate la mente dalle offese. Avanziamo verso l'altare. Seguiteci, araldi. Non offriamo oro, ma le nostre armi, poiché le armi non servono, ora che è morto Enrico. Posteri, aspettatevi anni disgraziati quando gli infanti succhieranno gli occhi inumiditi della madre, e la nostra isola si farà palude nutrimento di lacrime salate, e solo donne rimarranno a piangere i defunti. Enrico Quinto, il tuo spirito invoco: rendi prospero il regno, allontana le discordie civili. Combatti in cielo i pianeti ostili. La tua anima diverrà una stella assai più gloriosa di quella che fu di Giulio Cesare o del luminoso...

Entra un Messaggero.

MESSAGGERO
Onorati signori, a tutti voi, salute! Dalla Francia porto tristi nuove, che annunciano perdite, massacri, sconfitte. Guyenne, Compiègne, Reims, Rouen, Orléans, Parigi, Gisors, Poitiers, tutte perdute.

BEDFORD
Cosa dici, davanti al cadavere di Enrico? Parla piano, o il Re, a sentire della perdita di quelle grandi città, infrangerà il piombo e, di sicuro, sorgerà da morte.

GLOUCESTER
Parigi è perduta? E Rouen s'è arresa? Se Enrico ritornasse in vita, a queste nuove, renderebbe l'anima un'altra volta ancora.

EXETER
Come furono perdute? Per quale tradimento?

MESSAGGERO
Nessun tradimento. Sono mancati uomini e denaro. Tra i soldati corre voce che qui si alimentano fazioni avverse e invece di mandare truppe in campo, voi litigate sui vostri generali. C'è chi vorrebbe protrarre un conflitto sporadico con poche spese; chi piombare veloce sul nemico, ma gli mancano le ali per il volo; un terzo pensa di ottenere la pace senza spesa. con belle ed abili parole. Su, risvegliati, nobiltà d'Inghilterra! Non offuscate, per pigrizia, onori ancora freschi. Il fiordaliso è reciso dai vostri blasoni. Lo stemma inglese è troncato per metà.

 

Esce.

EXETER
Se fossimo sprovvisti di lacrime funebri, ci travolgerebbe questa piena di notizie.

BEDFORD
Me esse riguardano. Sono io il Reggente di Francia. Datemi l'armatura d'acciaio. Andrò a combattere per la Francia. Via gli obbrobriosi vestiti del lutto! (Si toglie il mantello funebre) Ai Francesi presterò ferite, in luogo di occhi, perché piangano sciagure ricorrenti.

Entra un altro Messaggero.

SECONDO MESSAGGERO
Signori, leggete queste lettere foriere di sventura. Ormai tutta la Francia si ribella agli Inglesi, salvo in alcune cittadine senza peso. A Reims il Delfino Carlo è incoronato re; a lui s'è unito il Bastardo d'Orléans; del suo partito è Reignier, Duca d'Angiò, e il Duca d'Alençon vola al suo fianco.

 

Esce.

EXETER
Il Delfino incoronato re! E tutti corrono da lui? E noi, dove corriamo, a evitare il biasimo?

GLOUCESTER
Corriamo solo ad avventarci alla gola dei nemici. Bedford, se tu indugi, io mi scatenerò in battaglia.

BEDFORD
Gloucester, perché dubiti del mio ardore? Nella mente ho radunato un esercito, con esso la Francia è già occupata.

Entra un terzo Messaggero.

TERZO MESSAGGERO
Miei graziosi signori, ad aggiungere nuovi lamenti a quelli che versate sul feretro di Enrico, devo informarvi d'un infausto combattimento tra il risoluto Talbot e i Francesi.

WINCHESTER
Allora? Talbot ha prevalso, non è vero?

TERZO MESSAGGERO
No davvero. Prevalso hanno i Francesi. Vi racconterò il preciso corso degli eventi. Il dieci agosto, quel temuto signore in ritirata dall'assedio d'Orléans assieme a seimila uomini scarsi, venne preso in mezzo e assalito da ventitremila Francesi, né tempo gli fu dato di serrare le fila. Senza picche a difesa degli arcieri dovettero piantare nel terreno paletti appuntiti, strappati alla rinfusa dalle siepi circostanti,per impedire ai cavalieri di sfondare, Più di tre ore durò lo scontro, e intanto il coraggioso Talbot compiva con spada e lancia prodigi sovrumani. Centinaia ne spedì all'inferno, nessuno osava a lui porsi di fronte. Qui, là, ovunque uccideva inferocito. I Francesi strillavano d'aver contro il demonio. L'esercito intero fissava su di lui gli occhi sbalorditi. I suoi soldati, scorgendone l'indomito valore, "Per Talbot!" gridarono a pieni polmoni, "Per Talbot!". E si precipitarono nelle viscere della battaglia. Qui la vittoria sarebbe stata suggellata se John Fastolf non avesse agito da codardo. Posto a rincalzo dell'avanguardia, al fine di seguirla e sostenerla, fuggì vilmente, senza menare un colpo. Ne derivò rovina e gran massacro: furono stretti in mezzo ai nemici. Per ingraziarsi il Delfino, uno spregevole Vallone con la lancia colpì alle spalle Talbot, quel Talbot che l'intera schiera dei Francesi non aveva osato guardare solo una volta in viso.

BEDFORD
Talbot ucciso? Allora ucciderò me stesso, che vivo qui, ozioso, nel lusso e nella pompa, mentre un condottiero così degno, senza aiuto, è consegnato al suo vile nemico.

TERZO MESSAGGERO
No, egli vive, è fatto prigioniero, e con lui Lord Scales e Lord Hungerford. Quasi tutti gli altri sono stati trucidati, o presi anch'essi prigionieri.

BEDFORD
Non c'è riscatto che non tocchi a me pagare. Scaraventerò il Delfino giù dal trono, la sua corona sarà il riscatto dell'amico. Per ogni nobile inglese ne scambierò quattro di Francesi. Addio, signori, al compito mi accingo. Vado ad accendere in Francia i falò per celebrare la festa del nostro gran San Giorgio. Prenderò con me diecimila soldati le cui imprese sanguinarie scuoteranno l'intera Europa come un terremoto.

TERZO MESSAGGERO
Questo è da farsi. Davanti a Orléans assediata l'esercito inglese è fiacco e indebolito, il Conte di Salisbury implora rinforzi e a malapena impedisce la rivolta dei suoi uomini, che, ridotti in così pochi, tengono a bada la marea nemica.

 

Esce.

EXETER
Nobili signori, ricordate i giuramenti a Enrico: eliminare il Delfino totalmente, o ridurlo a obbedienza, sotto il giogo.

BEDFORD
Sì, li ricordo, e qui vi lascio per affrettare i preparativi.

 

Esce Bedford

GLOUCESTER
Vado alla Torre con la massima urgenza, a controllare l'artiglieria e le munizioni. Poi proclamerò re il giovane Enrico.


Esce Gloucester.

EXETER
Io corro a Eltham, dov'è il giovane sovrano, la cui custodia a me fu affidata, per meglio provvedere alla sua sicurezza.

 

Esce.

WINCHESTER
A ciascuno è assegnata carica e sede. lo sono escluso. A me nulla rimane. Ma non a lungo starò fuori dal gioco. Il re da Eltham intendo trafugare, e il gran timone dello stato pilotare.

 

Esce.

 

 

 

atto primo - scena seconda

 

Squilli di tromba.

Entrano Carlo, il Delfino (il Duca d'Alençon,) e Reignier (il Duca d'Angiò), che marciano con i soldati al suono dei tamburi.


CARLO
Lassù in cielo e qui in terra ancora non è noto il vero movimento di Marte. Di recente rifulse sulle schiere inglesi, ora siamo noi i vincitori: su di noi Marte sorride. Quale città d'importanza non è nostra? A piacer nostro ce ne stiamo presso Orléans, e ogni tanto, gli Inglesi affamati, come pallidi spettri, ci fanno debole assedio; un'ora al mese.

ALENÇON
La minestra d'avena e una bistecca di manzo bella grassa - ecco cosa gli manca. Devono nutrirsi come i muli, con il sacco della biada legato al muso, o avranno un aspetto penoso, da topi affogati.

REIGNIER
Spezziamo l'assedio. Perché rimaniamo qui in ozio? Abbiamo preso Talbot, che ci incuteva tanta paura. Non rimane che quello scervellato di Salisbury, che si consumi la bile dalla rabbia: senza uomini e denari non può fare la guerra.

CARLO
Suonate, suonate la carica! Diamogli addosso. Ora, per l'onore derelitto dei Francesi! Perdonerò la mia morte a chi mi uccide vedendomi retrocedere d'un sol passo o fuggire.

 

Escono.
Suona l'allarme. I Francesi sono respinti dagli Inglesi con gravi perdite.

Entrano Carlo, Alençon e Reignier.

CARLO
Chi ha mai visto una cosa simile? E io, che uomini ho? Cani! Codardi! Vili! Non sarei mai fuggito, non mi avessero lasciato tra i nemici.

REIGNIER
Salisbury è un omicida scatenato: combatte come se fosse stanco della vita. Gli altri nobili, simili a famelici leoni, balzano su di noi, preda da divorare.

ALENÇON
Froissart, un nostro connazionale, racconta che l'Inghilterra nutriva tanti Olivieri e Orlandi durante il regno di Edoardo Terzo. Ora questo risulta ancora più vero, poiché essa invia nella mischia solo Golia e Sansoni, uno contro dieci! Furfanti tutti pelle e ossa! E chi pensava che avessero tale coraggio e ardimento?

CARLO
Abbandoniamo la città a questi pezzenti, matti come cavalli, che la fame renderà più accaniti. Ormai li conosco bene: piuttosto che mollare l'assedio butteranno giù le mura con i denti.

REIGNIER
Penso che le loro braccia siano caricate con strane leve e congegni, come gli orologi, giù a battere colpi; altrimenti non potrebbero resistere così. Consiglio di lasciarli stare.

ALENÇON
E così sia.

Entra il Bastardo d'Orléans.

BASTARDO
Dov'è il Principe, il Delfino? Ho notizie per lui.

CARLO
Bastardo d'Orléans, tre volte benvenuto.

BASTARDO
Che sguardo triste e che cera livida. L'ultimo rovescio ti ha recato un tale affronto? Non scoraggiarti, il soccorso è in arrivo: porto con me una vergine santa. Una visione inviatale dal cielo le ha ordinato di spezzare il monotono assedio e di cacciare gli Inglesi fuori dai confini di Francia. Ella possiede lo spirito d'una grande profetessa, superiore alle nove sibille dell'antica Roma. Può discernere le cose passate e a venire. Parla: la faccio entrare? Credi alle mie parole, poiché sono certe e infallibili.

CARLO
Va' a chiamarla;

 

(Esce il Bastardo.)


ma prima, per mettere alla prova la sua perizia, Reignier, fa' la parte del Delfino in vece mia. Interrogala con arroganza, assumi un aspetto severo. Con questi mezzi misureremo la sua perizia.

Entrano il Bastardo e Giovanna la Pulzella, in armi.

REIGNIER (nella parte di Carlo)
Bella fanciulla, sei tu colei che vuole compiere imprese straordinarie?

PULZELLA
Reignier, sei tu che pensi d'ingannarmi? Dov'è il Delfino? (A Carlo) Su, forza, vieni avanti; ti conosco bene, anche se non t'ho mai visto. Non sbalordirti: nulla mi è nascosto. Parlerò a te in grande segretezza. Signori, indietro. Per un po' lasciateci da soli.

REIGNIER (ad Alençon e al Bastardo.)
Centro alla prima botta.


I nobili si ritirano.

PULZELLA
Delfino, di nascita sono la figlia d'un pastore, la mia mente era priva d'ogni rudimento. Piacque al cielo e alla nostra Signora delle Grazie di rifulgere sulla mia miseranda condizione. Ed ecco, mentre custodivo i teneri agnelli e porgevo le guance al rovente calore del sole, la Madre di Dio si degnò d'apparirmi e, in una visione piena di maestà, m'ingiunse di lasciare la mia bassa occupazione, di liberare il mio paese dalle sventure. Promise aiuto e un successo assicurato. Si rivelò in tutta la sua gloria: io ero scura e nera di capelli, coi chiari raggi che Ella infuse in me la beltà che tu vedi mi fu donata. Fammi qualunque domanda che tu voglia, e io risponderò senza alcuna esitazione. Prova il mio coraggio in un duello, se ne hai l'ardimento, e scoprirai di quanto supero il mio sesso. Abbi questa certezza: sarai fortunato, poiché un simile guerriero tu hai trovato.

 

CARLO
I tuoi alti accenti mi hanno sbalordito. Farò solo una prova del tuo valore: in singolar tenzone a me ti stringi, e se prevali, le tue parole sono vere. Altrimenti, ti nego ogni fiducia.

PULZELLA
Sono pronta. Ecco la mia spada affilata, la lama adorna di cinque fiordalisi su ogni lato. (A parte) L'ho scelta nel cimitero di Santa Caterina, a Touraine, in mezzo alla ferraglia arrugginita.

CARLO
Fatti sotto, in nome di Dio. Non temo donna.

PULZELLA
lo, mentre vivo, non rifuggo da nessun uomo. Combattono, e Giovanna la Pulzella ha la meglio.

CARLO
Ferma, ferma le tue mani. Sei un'Amazzone e combatti con la spada di Debora.

PULZELLA
Mi aiuta la Madre di Cristo, è Lei che soccorre la mia debolezza.

CARLO
Chiunque ti aiuti, sei tu che devi aiutare me. Per te brucia impaziente il mio desio: cuore e mani hai insieme sottomesso. Nobilissima Pulzella, se così è il tuo nome, lascia che io sia il tuo servo, non il tuo re. È il Delfino di Francia che ti implora.


PULZELLA
Non devo cedere ad alcun rito d'amore, la mia missione dall'alto è consacrata. Quando avrò scacciato i tuoi nemici, allora penserò alla ricompensa.

CARLO
Intanto guarda benignamente al tuo schiavo prosternato.

REIGNIER (ad Alençon)
Come conversa a lungo monsignore.

ALENÇON
Senza dubbio le mette a nudo la coscienza, altrimenti non si spiega la durata del colloquio.

REIGNIER
Dobbiamo disturbarlo, visto che è così preso?

ALENÇON
Forse è più preso di quanto non si sappia noi poveretti. Certe donne sono astute tentatrici con la lingua.

REIGNIER (a Carlo)
Mio signore, dove sei? Qual è la decisione? Abbandonare Orléans o no?

PULZELLA
No davvero. Infidi codardi, combattete fino all'ultimo respiro. Ci sarò io, a vostra difesa.

CARLO
Ribadisco ciò che dice. Combatteremo.

PULZELLA
Il mio compito è di essere il flagello degli Inglesi. Stanotte di sicuro spezzerò l'assedio. Ora che sono entrata in queste guerre, attendete i giorni radiosi dell'estate di San Martino. La gloria è come un cerchio nell'acqua, che si allarga e s'allarga, finché, sempre più esteso, non scompare. Con la morte di Enrico si dissolve il cerchio inglese. Svaniscono i momenti di gloria che racchiude. Ora sono come quella nave superba che portava, orgogliosa, Cesare e la sua sorte.

CARLO
Non fu Maometto ispirato da una colomba? Tu, invece, sei ispirata da un'aquila. Né Elena, la madre del grande Costantino, né le figlie di San Filippo furono a te pari. Lucente stella di Venere, caduta sulla Terra, come posso reverente adorarti a sufficienza?

ALENÇON
Basta con gli indugi, spezziamo l'assedio.

REIGNIER
Donna, fa' quel che puoi per salvare il nostro onore. Cacciali da Orléans e diverrai immortale.

CARLO
Ci proviamo subito. Forza, diamoci sotto. Se lei si rivela falsa, non crederò più a nessun profeta.

 

Escono.

 

 

 

atto primo - scena terza

 

Entrano Gloucester e i suoi domestici, in divisa blu.


GLOUCESTER
Oggi sono venuto a ispezionare la Torre; dopo la morte di Enrico temo traffici illeciti. Dove sono i guardiani? Non sono al loro posto.


(I domestici bussano alla porta.)
 

Aprite le porte; è Gloucester che lo chiede.

PRIMO GUARDIANO (da dentro)
Chi bussa con tanta autorità?

PRIMO DOMESTICO
Il nobile Duca di Gloucester.

SECONDO GUARDIANO (da dentro)
Chiunque sia, non potete entrare.

PRIMO DOMESTICO
Bifolchi, rispondete così al signor Protettore?

PRIMO GUARDIANO (da dentro)
Lo protegga il Signore. Questa è la risposta. Eseguiamo soltanto gli ordini impartiti.

GLOUCESTER
E chi li ha dati? Chi ordina in mia vece? C'è un solo Protettore del regno: sono io. (Ai domestici) Sfondate la porta. Vi faccio da garante. Sarò irriso da stallieri sudici di sterco?

Gli uomini di Gloucester si scagliano contro le porte della Torre.

Da dentro si ode la voce del luogotenente Woodville.

WOODVILLE (da dentro)
Cos'è questo baccano? Chi sono i traditori?

GLOUCESTER
Luogotenente, odo la tua voce? Apri la porta, sono Gloucester, e vorrei entrare.

WOODVILLE (da dentro)
Abbi pazienza, nobile duca; non m'è possibile aprirti. Lo vieta il Cardinale di Winchester. Da lui ho la disposizione tassativa di non ammettere né te né alcuno dei tuoi.

GLOUCESTER
Pusillanime Woodville, stimi più di me l'arrogante Winchester, quell'altezzoso prelato che il nostro defunto re Enrico non riuscì mai a sopportare? Non sei amico né di Dio né del sovrano. Apri la porta, o tra poco ti farò sloggiare.

DOMESTICI
Aprite la porta davanti al Protettore, e senza indugio; altrimenti la sfondiamo.

Alla porta della Torre, Winchester e i suoi uomini in divisa marrone avanzano verso il Protettore.

WINCHESTER
Ebbene, ambizioso Humphrey, cosa significa questo?

GLOUCESTER
Prete testapelata, tu mi comandi di restare fuori?

WINCHESTER
Oh sì, usurpatore proditorio, non 'Protettore', del re e del regno.

GLOUCESTER
Fatti indietro, tu che cospiri apertamente, che complottasti l'assassinio del nostro morto signore, che dai l'indulgenza alle puttane peccatrici: ti concio io col tuo capace cappello cardinalizio, se non la pianti con le tue insolenze.

WINCHESTER
Fatti indietro tu. Non cederò d'un passo, fosse questa Damasco e tu Caino il maledetto, pronto a uccidere il fratello Abele.

GLOUCESTER
Non t'ammazzo, ma ti caccio via. Le tue vesti scarlatte, adatte al battesimo d'un bimbo, le uso per trascinarti fuori.

WINCHESTER
Fa' ciò che vuoi, e io te lo sbatto in faccia.

GLOUCESTER
Cosa? Devo subire questa faccia tosta? Mano alle armi, uomini, senza badare ai privilegi del luogo - divise blu contro le marroni.

 

(Tutti estraggono la spada.)


Prete, attento a non perdere la faccia. Adesso ti afferro la barba e te le suono. Calpesto sotto i piedi il tuo cappello di cardinale senza curarmi del papa o dei dignitari della chiesa, ti afferro per le guance e ti malmeno.

WINCHESTER
Gloucester, di questo risponderai dinnanzi al sinodo.

GLOUCESTER
Cappone d'un Winchester, io grido, "Un nodo! Un nodo!" Ora buttateli fuori; perché sono ancora qui? A te ti caccio io, lupo in veste d'agnello. Fuori, divise marroni! Fuori, ipocrita scarlatto.

Qui gli uomini di Gloucester allontanano con la forza quelli del Cardinale,

mentre nel trambusto entrano il Sindaco di Londra e i suoi funzionari.

SINDACO
Vergogna, signori! Proprio voi, supremi magistrati infrangete la pace con tanta acrimonia?

GLOUCESTER
Pace, sindaco! Ben poco sai dei torti da me subiti. Ecco Beaufort, né a Dio né al re devoto, che ha sequestrato la Torre per suo uso.

WINCHESTER
Ed ecco Gloucester, nemico ai cittadini, sempre pronto a reclamare guerra, mai la pace, mungendo le vostre borse liberali con una scarica di tasse. È lui che cerca di abbattere la religione, perché è il Protettore del regno, e vorrebbe portare le armi qui, fuori dalla Torre, per incoronarsi re e sopprimere il principe.

GLOUCESTER
Non ti risponderò con le parole, ma con i colpi.


Riprende la zuffa.

SINDACO
In tale contesa tumultuosa non mi resta che promulgare un pubblico bando. Su, funzionario, grida a squarciagola.


(Porge una carta al funzionario.)

FUNZIONARIO
Uomini d'ogni rango, qui adunati in armi in questo giorno contro la pacifica legge di Dio e del re, noi vi ingiungiamo e vi comandiamo nel nome di sua maestà, di cercare riparo nelle vostre diverse abitazioni, e di non portare, maneggiare o utilizzare d'ora innanzi, spade, armi o pugnali, sotto pena di morte.

La rissa si placa.

GLOUCESTER
Cardinale, non infrangerò la legge; in un incontro ci chiariremo le idee per bene.

WINCHESTER
Gloucester, di quell'incontro farai tu le spese. Per le azioni di questo giorno avrò il tuo sangue.

SINDACO
Se non te ne vai, ti prendo a bastonate. (A parte) Questo cardinale è più altero del demonio.

GLOUCESTER
Addio, sindaco. Hai fatto quello che potevi.

WINCHESTER
Abominevole Gloucester, bada alla tua testa, perché intendo impadronirmene presto.


Escono, separatamente, Gloucester e Winchester con i rispettivi domestici.

SINDACO
Controllate che la piazza sia sgombra, e poi ce ne andiamo. (A parte) Dio, mai in quarant'anni ho fatto a bòtte, ma questi nobili ne combinano di danni!


Escono.

 

 

 

atto primo - scena quarta

 

Entrano il Comandante dell'Artiglieria d'Orléans e il figlio.


ARTIGLIERE
Giovanotto, lo sai che Orléans è assediata e che gli Inglesi ne hanno occupato i sobborghi.

FIGLIO
Lo so, padre, e ho sparato spesso contro di loro, sfortunatamente senza cogliere il bersaglio.

ARTIGLIERE
Adesso ti andrà meglio. Esegui i miei ordini: sono il comandante dell'artiglieria di questa città e devo fare qualcosa per procurarmi merito. Le spie del principe mi hanno informato che gli Inglesi, ben trincerati nei sobborghi, attraverso le sbarre di un'inferriata segreta, si recarono su quella torre, a scrutare la città e per scoprire da lì, come, col massimo vantaggio, aprire il fuoco su di noi o lanciare l'attacco. Per eliminare questo inconveniente, ho puntato contro di loro un fusto di cannone. Da tre giorni li tengo sotto mira. Ora è il tuo turno, non posso più aspettare. Se scorgi qualcuno, corri ad avvertirmi. Mi troverai dal governatore.

 

Esce.

FIGLIO
Padre, te lo prometto: sii tranquillo. Mentre li osservo, non ti do nessuna noia.

 

Esce.
Salisbury e Talbot entrano sui torrioni, con Sir William Glansdale, Sir Thomas Gargrave e con altri.

SALISBURY
Talbot, mia vita, mia letizia, sei tornato! Come ti hanno trattato, da prigioniero? In che modo sei stato rilasciato? Ti prego, parlamene qui, in cima a questa torre.

TALBOT
Il Conte di Bedford aveva un prigioniero, di nome Signor Ponton de Santrailles, un valoroso. Sono stato scambiato con lui, e riscattato; ma prima volevano barattarmi, per disprezzo, con un soldato di più basso grado. Con sdegno rifiutai: volevo la morte piuttosto che accettare una stima da pezzente. Per farla breve, il riscatto fu di mio gradimento. Però, quel traditore di Fastolf mi ferisce al cuore. Coi pugni nudi mi farei giustizia su di lui, se solo l'avessi in mio potere.

SALISBURY
Tuttavia non mi racconti come t'hanno trattato.

TALBOT
Con scherni, insulti, contumelie, mi hanno esibito all'aperto, in un mercato, per fare di me pubblico spettacolo alla gente. "Eccolo qui", dicevano, "il terrore dei Francesi, lo spaventapasseri che spaventa i nostri bimbi". Allora sfuggii alla consegna degli ufficiali e con le unghie sterrai pietre dal suolo, per scagliarle contro i testimoni dell'obbrobrio.Alcuni il mio aspetto sinistro mise in fuga, nessuno osò farsi vicino per timore d'una morte improvvisa. Neppure tra pareti di ferro mi ritenevano al sicuro: tanta paura s'era diffusa tra di loro,che mi credevano capace di spezzare sbarre d'acciaio, e di infrangere pilastri di diamante. Perciò avevo a guardia tiratori scelti, ogni minuto mi giravano d'attorno, e appena facevo una mossa fuori dal letto, erano pronti a tirare al cuore.

Entra il ragazzo con una miccia.

SALISBURY
M'addolora udire i tormenti che hai patito, ma ci prenderemo una vendetta conveniente. A Orléans adesso è l'ora del pranzo. Qui, da questa inferriata, li conto ad uno ad uno, e spio come si fortificano i Francesi. Osserviamoli e rallegrati la vista. Sir Thomas Gargrave e Sir William Glansdale, datemi un vostro parere preciso: dove sarà il posto migliore contro cui puntare le nostre batterie?

GARGRAVE
Penso alla porta Nord, perché là stanno i nobili.

GLANSDALE
Io dico qui, ai bastioni del ponte.

TALBOT
Da quel che vedo, la città va presa per fame, o indebolita con leggere scaramucce.

 

Parte un colpo. Salisbury cade assieme a Gargrave.
Esce il ragazzo.

SALISBURY
Signore, abbi pietà di noi, miseri peccatori!

GARGRAVE
Signore, abbi pietà di me, nel mio dolore!

TALBOT
Quale sventura s'è abbattuta d'improvviso su di noi? Parla, Salisbury - parla, se ancora puoi! Come stai, specchio di tutti i combattenti? Uno degli occhi e la guancia squarciati? Maledetta la torre, maledetta la mano fatale, che hanno macchinato questa tragedia dolorosa! Salisbury sopravvisse a tredici battaglie, egli per primo addestrò alla guerra Enrico Quinto; finché non cessava suono di tromba o rullo di tamburo, sul campo la sua spada colpiva inesorabile. Ancora vivi, Salisbury? Se non riesci a parlare, hai però un occhio per cercare grazia in cielo: con un solo occhio il sole scruta il mondo intero. Dio del cielo, nega la tua grazia a ogni essere vivente, se Salisbury non otterrà pietà dalle tue mani. Sir Thomas Gargrave, c'è un po' di vita in te? Parla a Talbot, anzi fissalo negli occhi. Portate via il corpo; aiuterò nella sepoltura.


(Alcuni escono con il corpo di Gargrave.)

 

Salisbury, risolleva il tuo spirito con questa consolazione. Non morirai finché... fa un cenno con la mano, mi sorride come per dirmi, "morto e scomparso, ricordati di vendicarmi sui Francesi". Sì, Plantageneto; e come te, Nerone, suonerò il liuto, osservando la città in fiamme. Basterà il mio nome a devastare la Francia. Suona un allarme. Tuoni e fulmini. Cos'è questa agitazione? Che tumulto è in cielo? Da dove viene l'allarme e il rumore?

Entra un Messaggero.

MESSAGGERO
Signore, signore, i Francesi si sono ammassati: il Delfino, unitosi a una certa Giovanna, la Pulzella, una santa profetessa appena apparsa, avanza con grandi forze per rompere l'assedio. Qui Salisbury si solleva dal suolo e geme.

TALBOT
Udite, udite, come geme Salisbury morente, soffre il suo cuore per la vendetta negata. Francesi, sarò per voi un altro Salisbury. Pulzella o puttanella, Delfino o pescecane, calpesterò i vostri cuori sotto le zampe del cavallo e farò poltiglia dei vostri cervelli sfracellati. Trasportiamo Salisbury nella sua tenda, e poi mettiamo alla prova l'ardire dei Francesi.


Allarme.

 

Escono.

 

 

 

atto primo - scena quinta

 

Un nuovo allarme.

Talbot insegue il Delfino e lo incalza.

Poi entra Giovanna la Pulzella, che incalza alcuni Inglesi ed esce dietro di loro.

Quindi entra Talbot.


TALBOT
Dove sono in me forza, coraggio, vigore? Si ritirano le truppe inglesi e non riesco a trattenerle. Una donna con l'armatura mette in fuga gli uomini.


Entra la Pulzella, con i soldati.


Eccola qui che arriva. Facciamo la lotta noi due. Diavolo o genitrice di diavoli, ti esorcizzo. Ti caverò il sangue, sei una strega, e renderò la tua anima di corsa al tuo padrone.

PULZELLA
Vieni, vieni: ti darò io una bella lezione.


Combattono.

TALBOT
Dio del cielo, puoi consentire la vittoria dell'inferno? Mi scoppierà il petto gonfio per la furia, e dalle spalle le braccia mi si svelleranno, ma punirò questa sgualdrina insolente.

Combattono ancora.

PULZELLA
Addio, Talbot, la tua ora non è ancora giunta. Devo portare subito a Orléans le vettovaglie.


Un breve allarme, poi si ferma prima di entrare nella città, con i soldati.

Se ci riesci, sconfiggimi: disprezzo la tua forza. Su, vattene a rallegrare i tuoi uomini affamati, ad aiutare Salisbury a fare testamento. Questa giornata è nostra, e così molte altre in futuro.


Esce.

TALBOT
Mulinano i miei pensieri come la ruota di un vasaio; dove sono non so, né quel che faccio. Come già Annibale, una strega respinge con la paura, non con il vigore, le nostre truppe, e trionfa con la sua sola presenza. Così sono stanate con il fumo le api dall'arnia, e le colombe dalla piccionaia con un puzzo disgustoso. Per la nostra ferocia fummo chiamati cani d'Inghilterra. Ora scappiamo come cuccioli uggiolanti.


Un breve allarme.


(Grida)
Udite, compatrioti, o persistete nella lotta, o dallo stemma inglese strappate via i leoni. Rinunciate al vostro suolo, sventolate pecore al posto dei leoni. Assai meno sleale fugge la pecora dal lupo, o il cavallo o i buoi davanti al leopardo, di quanto non facciate voi di fronte ai vostri schiavi, tante volte sottomessi.

Allarme.

Qui i soldati ingaggiano un'altra scaramuccia.


Nulla da fare. Ritiratevi in trincea. Avete dato tutti quanti il consenso alla morte di Salisbury, perché nessuno ha voluto restituire i colpi in sua vendetta. La Pulzella è entrata dentro Orléans, malgrado tutti i nostri tentativi.


Escono i soldati.


Con Salisbury fossi morto anch'io! Per la vergogna andrò a nascondermi la testa.


Esce.

Allarme.

Ritirata.

 

Indice Teatro

Inizio pagina

 


 

Enrico VI - Parte I

(“King Henry the Sixth, part 1” - 1588 - 1590)

 

 

atto secondo - scena prima

 

Entrano, sugli spalti, un ufficiale francese con due sentinelle.

 

UFFICIALE
Signori, prendete posizione e vigilate. Se udite un suono, o se scorgete un soldato presso le mura, con un segnale ben chiaro dateci l'allarme al corpo di guardia.

PRIMA SENTNELLA
Signorsì.

 

Esce l'ufficiale.


E così, noi poveri servi, mentre gli altri dormono in placidi letti, siamo costretti a montare la guardia nelle tenebre, sotto la pioggia, al gelo.

Entrano Talbot, Bedford, Borgogna e soldati, con scale d'assalto, mentre i tamburi battono una marcia funebre.

TALBOT
Lord reggente e temutissimo Borgogna, grazie al cui arrivo sono a noi amiche le regioni di Artois, di Vallonia e di Piccardia, in questa notte propizia i Francesi si sentono al sicuro, dopo aver gozzovigliato tutto il giorno. Abbranchiamo questa occasione per dare ottima quietanza al loro inganno perpetrato con sortilegi e magie funeste.

 

BEDFORD
Quel vigliacco di un Francese, come danneggia la sua reputazione, diffidando della forza del suo braccio per entrare in combutta con le streghe, e i ministri dell'inferno!

BORGOGNA
I traditori non hanno mai altra compagnia. Ma chi è la Pulzella, colei che da tutti viene proclamata tanto pura?

TALBOT
Dicono sia vergine.

BEDFORD
Una vergine? Così bellicosa?

BORGOGNA
Preghiamo Dio che ella non neghi a lungo la sua natura femminile, visto che continua a portare il peso dell'asta francese inalberata.

TALBOT
Lasciamoli a praticare e a trafficare con gli spiriti. Dio è la nostra fortezza e nel suo nome vindice apprestiamoci a scalare i bastioni di pietra.

BEDFORD
Sali, coraggioso Talbot. Noi ti stiamo dietro.

TALBOT
Non tutti assieme; meglio distanti, credo, così da irrompere in più direzioni, e se per caso uno di noi fallisce, un altro può superare le difese.

 

BEDFORD
D'accordo. Tento da quel lato.

BORGOGNA
E io da questo.

TALBOT
Qui salirà Talbot, o scenderà nella tomba. Adesso, Salisbury, per te e per l'onore d'Enrico d'Inghilterra, questa notte mostrerò il legame che a voi mi unisce nel dovere supremo.


Avendo scalato le mura, gli Inglesi gridano, "San Giorgio!", "Per Talbot!".

SENTINELLE
All'armi, all'armi! Il nemico ci assale!

 

Allarme.
Le sentinelle francesi balzano sulle mura in maniche di camicia ed escono.

In alto escono gli Inglesi.

Da diversi ingressi, in basso, entrano il Bastardo, Alençon e Reignier, semisvestiti.

ALENÇON
E adesso, miei signori? Cosa? Così svestiti?

BASTARDO
Svestiti? Sì, e lieti d'esserne usciti al meglio.

REIGNIER
Era tempo davvero di svegliarci e lasciare il letto; l'allarme si udiva sulla porta della camera.

ALENÇON
Di tutte le imprese militari che conosco, da quando seguo la sorte delle armi, nessuna mai ho udito più audace e disperata di questa.

BASTARDO
Quel Talbot dev'essere un demonio dell'inferno.

REIGNIER
Se non l'inferno, di sicuro lo protegge il cielo.

ALENÇON
Arriva Carlo. Mi chiedo come se l'è cavata.

Entrano Carlo e Giovanna la Pulzella.

BASTARDO (a parte)
E sì, Giovanna era a santa difesa del suo corpo.

CARLO
È questa la tua magia, ingannatrice? Dapprima come lusinga ci hai concesso un guadagno meschino, così che ora dieci volte più grande sia la nostra perdita?

PULZELLA
Perché Carlo è irritato con l'amica? In ogni ora, con uguale potere, che io dorma o vegli, mi vuoi sempre attiva, oppure mi getti addosso il biasimo, la colpa? Soldati imprevidenti, se aveste fatto buona guardia, mai ci sarebbe capitato questo rovescio improvviso.

CARLO
Duca d'Alençon, la mancanza è tua; tu, che comandavi la guardia questa notte, non hai saputo eseguire meglio un compito così importante.

ALENÇON
Se i vostri alloggiamenti fossero stati tutti tenuti saldamente come quello di cui avevo la responsabilità, avremmo evitato l'onta della sorpresa.

BASTARDO
Il mio era sicuro.

REIGNIER
E anche il mio, signore.

CARLO
In quanto a me, la notte l'ho passata quasi tutta a fare avanti e indietro tra l'alloggio di lei e il mio comando per provvedere al cambio della guardia. Dunque, come e dove sarebbe iniziata l'irruzione?

PULZELLA
Non discutete più a lungo la questione, miei signori, di come e dove. Quello che è indubbio è che hanno fatto breccia dopo aver scoperto un luogo debolmente sorvegliato. Non resta che raccogliere le truppe sparpagliate e disperse, e fare un nuovo piano per colpirli.


Si dirigono verso una porta.
Suona l'allarme.

Entra un soldato inglese gridando "Per Talbot! Per Talbot!".

I Francesi fuggono per il palcoscenico lasciandosi dietro i vestiti, ed escono.

SOLDATO
Sarò così impertinente da prendergli la roba. Il grido "Talbot" funziona come una spada, perché mi sono caricato di un bel po' di spoglie usando come arma solo il suo nome.

 

Esce.

 

 

 

atto secondo - scena seconda

 

Entrano Talbot, Bedford, Borgogna, un Capitano e altri.


BEDFORD
Il giorno aggredisce e mette in fuga la notte, il cui mantello di pece ricopriva la terra come un velo pesante. Suonate la ritirata e la fine del nostro accanito inseguimento.


Viene suonata la ritirata.

TALBOT
Portate fuori il corpo del vecchio Salisbury e deponetelo sulla piazza del mercato, nel recinto che è al centro di questa città maledetta.


Marcia funebre.

Avanza il corteo con il corpo di Salisbury.


Ora il mio voto è reso all'anima sua: per ogni goccia di sangue a lui spillata almeno cinque Francesi sono morti questa notte. E perché possano scorgere le epoche future la gran rovina provocata a sua vendetta, dentro il tempio maggiore del nemico erigerò una tomba, dove il suo corpo sarà tumulato. Sopra di essa verrà inciso, affinché ognuno possa leggere, il sacco d'Orléans, la maniera proditoria della sua morte luttuosa, e quale terrore egli incuteva alla Francia.

 

Esce il funerale.
 

Ma, signori, in tutto il cruento massacro mi chiedo perché nessuno di noi abbia incontrato sua grazia, il Delfino, ovvero il suo recente campione di virtù, Giovanna d'Arco, né il resto della sua banda di impostori.

BEDFORD
Si pensa, Lord Talbot, che, scoppiata la battaglia, di colpo svegli, i letti sonnolenti abbandonati, essi siano balzati, tra le schiere in armi, dalle mura, per cercare riparo tra i campi.

BORGOGNA
In quanto a me, se bene ho intravisto tra il fumo e i foschi vapori della notte, di certo ho scorto il Delfino e la puttana mentre a braccetto correvano a perdifiato come un paio di tortore amorose che non potrebbero staccarsi giorno e notte. Dopo che qui le cose sono sistemate, li inseguiremo con tutte le nostre forze.

Entra un Messaggero.

MESSAGGERO
Salute a tutti, miei signori! In questa eletta schiera, chi chiamate Talbot, il guerriero, applaudito per le sue gesta in tutto il regno di Francia?

TALBOT
Sono io Talbot. Chi vorrebbe parlargli?

MESSAGGERO
La Contessa d'Auvergne, mia virtuosa signora, con pudicizia ammirando la tua fama, per mio tramite, grande Lord, ti rivolge la preghiera di concederle una visita nel povero castello sua dimora, per potersi vantare d'aver posato lo sguardo sull'uomo la cui gloria riempie il mondo con voce fragorosa.

BORGOGNA
Ma davvero? Dunque le nostre guerre, m'avvedo, diverranno gioiose pacifiche tenzoni se le dame ambiscono a prender parte alla contesa. Non puoi, mio signore, rifiutare il gentile invito.

TALBOT
Altrimenti, non merito da voi nessuna fiducia, poiché, laddove una massa di uomini non avrebbe eloquenza sufficiente, trionfa invece una dolcezza muliebre. (Al messaggero) Dalle perciò caldi ringraziamenti: mi sottometto al suo volere. Andrò. Le vostre grazie mi terranno compagnia?

BEDFORD
No, né lo suggerisce il galateo. Gli ospiti non richiesti, a quanto ho udito, ricevono i saluti più cordiali alla partenza.

TALBOT
Va bene, andrò solo. Non c'è rimedio. Metterò alla prova la cortesia della signora. Vieni qui, capitano. Bisbiglia. Mi hai inteso?

CAPITANO
Sì, mio signore, e mi comporterò di conseguenza.

 

Escono.

 

 

 

atto secondo - scena terza

 

Entra la Contessa d'Auvergne assieme al custode del suo castello.


CONTESSA
Custode, rammenta l'incarico a te affidato, e quando l'hai eseguito, riportami le chiavi.

CUSTODE
Sì, signora.

 

Esce.

CONTESSA
La trama è ordita; se tutto va per il verso giusto, io sarò famosa per questa impresa come la scita Tomiri, che a Ciro diede la morte. Grandissima è la fama di questo temibile cavaliere, e i suoi successi anch'essi rinomati. Vorrei testimoni occhi e orecchie per valutare queste novelle eccezionali.

Entrano il Messaggero e Talbot.

MESSAGGERO
Signora, secondo i desideri di vostra grazia, eccovi il nobile Talbot, implorato dal messaggio.

CONTESSA
Sia benvenuto. Cosa? È lui quell'uomo?

MESSAGGERO
Sì, signora.

CONTESSA
Lui il flagello di Francia? Costui è Talbot, tanto temuto in ogni luogo che col suo nome le mamme zittiscono i bambini? Favola vuota è la sua fama, vedo. Pensavo che avrei visto uno come Ercole, un secondo Ettore, dall'aspetto torvo gagliardo di membra, nerboruto.
Ahimè, questo è un fanciullo, uno sciocco nano! Questo fiacco granchietto raggrinzito non può incutere tale terrore ai nemici.

TALBOT
Signora, fui così temerario da recare disturbo, ma poiché vossignoria non è a suo agio, rinvio la visita a un'altra occasione.

 

Fa per andarsene.

CONTESSA
Cosa gli salta in mente? Chiedigli dove va.

MESSAGGERO
Fermo, Lord Talbot, perché la mia padrona desidera sapere la causa della vostra brusca partenza.

TALBOT
Madre mia, poiché sta facendo un grosso errore, me ne vado per informarla che Talbot è qui.

Entra il custode con le chiavi

CONTESSA
Se tu sei Talbot, allora ti dichiaro prigioniero.

TALBOT
Prigioniero? E di chi?

CONTESSA
Mio prigioniero, Lord sanguinario, e per questo motivo ti ho adescato dentro la mia casa. Da molto la tua immagine è stata in mio possesso, perché nella mia galleria è appeso il tuo ritratto; ora la tua sostanza materiale farà la stessa fine, e io metterò in ceppi gambe e braccia del tiranno che da molti anni devasta il nostro paese, ne uccide i cittadini, tiene segregati i nostri figli e mariti.

 

TALBOT
Ah, ah, ah!

CONTESSA
Ridi, infame? La tua allegria si muterà in lamento.

TALBOT
Rido a vedere vossignoria che s'illude di avere qualcosa di più dell'immagine di Talbot su cui fare violenza.

CONTESSA
Be'? Non sei tu l'uomo?

TALBOT
Oh sì, davvero.

CONTESSA
Allora io ho anche la tua sostanza.

TALBOT
No, no, io sono solo un'immagine di me: ti sei ingannata, poiché tu vedi solo la porzione più minuta di me, l'infima particella della forma d'un uomo. Ti dico, signora, che se l'intera sostanza di cui dispongo fosse qui, sarebbe di tali dimensioni che, a contenerla, non basterebbe il tuo tetto.

CONTESSA
Costui è un venditore di indovinelli d'occasione. E qui, eppure non c'è; come si spiegano tali contraddizioni?

TALBOT
Te lo mostrerò immediatamente.


Suona il corno, rulli di tamburi; una scarica di cannoni.

Entrano i soldati.
 

Che ne dici, signora, sei convinta ora che Talbot è solo l'immagine di sé? Ecco le sue sostanze: muscoli, braccia, il vigore con cui egli soggioga il vostro collo ribelle, rade al suolo le vostre città, distrugge i borghi, e in un istante fa terra bruciata.

CONTESSA
Vittorioso Talbot, perdona il mio tranello; mi accorgo che sei come la fama ha divulgato, e più di quanto non esprima il tuo aspetto. La mia arroganza non provochi la tua ira, poiché mi dolgo di non averti accolto con riverenza per quel che sei.

TALBOT
Non affliggerti, bella dama, e non fraintendere il pensiero di Talbot, così come errasti nel calcolare l'involucro esteriore del suo corpo. Ciò che tu hai fatto, non mi ha recato offesa, né altra riparazione io ambisco se non, col tuo permesso, di poter gustare il tuo vino e provare le tue leccornie. Poiché i soldati hanno sempre grandi appetiti.

CONTESSA
Con tutto il cuore, considerami onorata di festeggiare un così grande guerriero a casa mia.


Escono.

 

 

 

atto secondo - scena quarta

 

Entrano Riccardo Plantageneto, Warwick, Somerset, Pole Conte di Suffolk, Vernon e un avvocato.


PLANTAGENETO
Nobili lord e signori, perché questo silenzio? Nessuno osa rispondere a difesa della verità?

SUFFOLK
Dentro le aule del Temple abbiamo gridato troppo. Meglio si prestano questi giardini.

PLANTAGENETO
E allora di' se non ho affermato verità, o se non sbagliava il capzioso Somerset?

SUFFOLK
Parola mia, ho studiato poco la legge, mai ho potuto adattarla al mio volere e dunque adattare il mio volere alle sue norme.

SOMERSET
Allora giudica tu, mio signore di Warwick chi tra noi due abbia ragione.

WARWICK
Tra due falchi, quello che vola più alto;
tra due cani, quello che ringhia più forte,
tra due lame, la più temprata;
tra due cavalli, quello che si porta meglio;
tra due ragazze, quella che ha l'occhio più vispo.
Il mio giudizio è forse poco profondo, ma in questi begli arzigogoli legali, in fede, non sono più saggio d'una taccola.

PLANTAGENETO
Suvvia, questa è cortese reticenza. La verità appare così nuda al mio fianco che anche un occhio miope la può scorgere.

SOMERSET
E al mio fianco è tanto bene adorna, così chiara, scintillante, nitida, da risplendere tra le palpebre d'un cieco.

PLANTAGENETO
Dacché tenete la bocca serrata, né vi azzardate a proferire parola, con segni silenziosi mimate il vostro pensiero: colui che è un gentiluomo tutto d'un pezzo e saldo sta sull'onore del suo lignaggio, se ritiene che io abbia affermato la verità, colga con me tra questi rovi una rosa bianca.

SOMERSET
E chi non è né un codardo né un adulatore, ma osa schierarsi con il partito della verità, colga con me tra quelle spine una rosa rossa.

WARWICK
Non mi piacciono i colori, né il colore dell'adulazione bassa, insinuante: colgo col Plantageneto questa rosa bianca.

SUFFOLK
Con il giovane Somerset colgo la rosa rossa, e dico inoltre che ritengo egli abbia ragione.

VERNON
Fermi, lord e gentiluomini, non cogliete altre rose, finché non avrete stabilito che la fazione che ha strappato meno rose dalla pianta concederà il verdetto ai suoi rivali.

SOMERSET
Una valida obiezione, mio buon signore; se ne avrò meno, sottoscriverò in silenzio.

PLANTAGENETO
Anch'io.

VERNON
Allora, per la verità e l'evidenza del caso, colgo questo bocciolo pallido e virginale: A mio giudizio va a favore della rosa bianca.

SOMERSET
Non pungerti le dita, mentre lo cogli; altrimenti, con il tuo sangue dipingerai di rosso la rosa bianca, senza averne l'intenzione, e ti schiererai dalla mia parte.

VERNON
Mio signore, se sanguinerò per la mia opinione, la buona opinione che gli altri hanno di me farà da chirurgo alla mia ferita e mi terrà dalla parte dove sono ora.

SOMERSET
Ma bene: su, coraggio; chi altri?

AVVOCATO
Se i miei studi e i miei libri non dicono il falso, le vostre argomentazioni sono sbagliate di fronte alla legge. In segno di ciò anch'io colgo la rosa bianca.

PLANTAGENETO
Allora, Somerset, dove sono i tuoi argomenti?

SOMERSET
Qui nel mio fodero, a ragionare sulla vostra rosa bianca, tinta di rosso sangue.

PLANTAGENETO
Intanto, le vostre guance imitano le nostre rose, poiché appaiono bianche di paura, a testimonianza che la verità è dalla nostra parte.

SOMERSET
No, Plantageneto, non è per la paura, ma per la rabbia, che le tue guance arrossiscono di vergogna sfacciata, imitando le nostre rose, e la tua lingua non vuole confessare l'errore.

PLANTAGENETO
Somerset, non nutre un verme la tua rosa?

SOMERSET
E la tua rosa, Plantageneto, non ha spine?

PLANTAGENETO
Sì, aguzze e laceranti, per sostenerne la verità, mentre il tuo verme divoratore mangia il falso.

SOMERSET
Ebbene, troverò amici pronti a indossare le mie rose sanguinanti, che sosterranno quel che dico, mentre il falso Plantageneto non oserà mostrarsi.

PLANTAGENETO
Ora, con questo bocciolo virgineo in mano, tengo in disprezzo te e le tue maniere, ragazzaccio.

SUFFOLK
Risparmiaci il tuo disprezzo, Plantageneto.

PLANTAGENETO
Arrogante d'un Pole, invece lo rivolgo contro di lui e anche contro di te.

SUFFOLK
Quel che mi dai, te lo ricaccio in gola.

SOMERSET
Via, andiamo, buon William de la Pole; diamo credito a questo villanzone conversando con lui.

WARWICK
Ora, per Dio, gli fai torto, Somerset. Il suo nonno era Lionel, Duca di Clarence, terzo figlio di Edoardo Terzo d'Inghilterra. Da radici così fonde spuntano villani spennacchiati?

PLANTAGENETO
Approfitta dei privilegi del luogo; non oserebbe altrimenti parlare così con il suo ignobile cuore.

SOMERSET
Nel nome del Creatore, sosterrò le mie parole su ogni lembo di suolo cristiano. Non fu Riccardo, conte di Cambridge, tuo padre, giustiziato per alto tradimento nei giorni del defunto re Enrico? E, per quel tradimento, non sei anche tu reo, degradato, escluso dal rango della nobiltà? Il crimine della sua disobbedienza vive dentro il tuo sangue. Sei un villano qualunque finché non verrai riabilitato.

PLANTAGENETO
Mio padre fu arrestato, incriminato illegalmente, e condannato a morte per tradimento, senza aver tradito. Questo proverò contro uomini migliori di Somerset, quando i tempi saranno maturi al mio volere. In quanto al tuo compare Pole, e a te stesso, vi segnerò nel mio libro della memoria, per farvi pagare la vostra malafede. Fate tesoro di questo avvertimento.

SOMERSET
Ah, ci troverai sempre a tua disposizione, ci riconoscerai come nemici dal colore della rosa, un colore che indosseranno i miei amici, tuo malgrado.

PLANTAGENETO
Per la mia anima, questa rosa pallida, irosa, come emblema del mio odio assetato di sangue, sempre indosserò assieme alla mia fazione, finché essa non appassisca sulla mia tomba, o non fiorisca fino all'altezza del mio rango.

SUFFOLK
Va' pure avanti, e ti strozzi l'ambizione! Addio, dunque, fino al prossimo incontro.

 

Esce.

SOMERSET
Vengo con te, Pole. Addio, ambizioso Riccardo!

 

Esce.

PLANTAGENETO
Quanti insulti mi tocca sopportare!

WARWICK
La macchia rinfacciata al tuo casato sarà cancellata dal prossimo parlamento, convocato a sancire la tregua tra Winchester e Gloucester. Se non sarai fatto York, io non vivrò per fregiarmi del titolo di Warwick. Intanto, come pegno del mio amore, contro l'altero Somerset e William Pole, indosserò questa rosa cara al tuo partito, e profetizzo qui che la contesa odierna, trasformata in lotta di fazioni nei giardini del Temple, spedirà anime a migliaia, le rose rosse e le bianche, verso la morte e la notte spietata.

PLANTAGENETO
Mio buon Vernon, ti sono obbligato, perché hai colto un fiore in mio appoggio.

VERNON
In tuo appoggio lo indosserò sempre.

AVVOCATO
Anch'io.

PLANTAGENETO
Grazie, nobile signore. Andiamo a pranzo: in quattro facciamo una bella tavolata. Questa contesa berrà sangue un'altra giornata.

 

Escono.

 

 

 

atto secondo - scena quinta

 

Entrano Mortimer, trasportato su una seggiola, e i carcerieri.

 

MORTIMER
Gentili custodi della mia età, fiacca, declinante, lasciate riposare qui Mortimer morente. Come in un uomo appena uscito dalla tortura le mie membra soffrono la lunga prigionia, e queste chiome grigie, messaggere di morte, proclamano la fine di Edmund Mortimer, un vecchio Nestore carico d'affanni. Simili a lampade il cui olio è consumato, questi occhi s'offuscano, già spenti. Schiacciate dal fardello del dolore, le deboli spalle, le braccia smidollate, assomigliano a una vite inaridita, coi tralci secchi penzolanti verso terra. Eppure a questi piedi, paralitico sostegno incapace di reggere questo mucchietto di  creta, mette ali il desiderio di una tomba, perché sanno che non ho altro conforto. Ma dimmi, carceriere, verrà mio nipote?

PRIMO CARCERIERE
Riccardo Plantageneto verrà, mio signore: lo abbiamo mandato a chiamare al Temple, nelle sue stanze, e ci fu confermata la sua venuta.

MORTIMER
Tanto mi basta. La mia anima avrà soddisfazione. Povero gentiluomo! I suoi torti sono pari ai miei. Da quando salì al trono Enrico Monmouth, prima della cui gloria ero un grande guerriero, io subisco quest'orribile sequestro. E da allora Riccardo è messo in ombra, depredato degli onori e dell'eredità. Ma ora, il giudice conciliatore degli afflitti, la giusta Morte, arbitro imparziale d'ogni miseria umana, mi affranca da questo luogo con un gradito congedo. Vorrei che anche i suoi guai fossero in procinto di scomparire, così che egli possa recuperare ciò che fu perso.

Entra Riccardo Plantageneto.

PRIMO CARCERIERE
Mio signore, il tuo affezionato nipote è giunto.

MORTIMER
Riccardo Plantageneto, amico mio, sei giunto?

PLANTAGENETO
Sì, nobile zio, tanto maltrattato; ecco tuo nipote Riccardo, di recente altrettanto oltraggiato.

MORTIMER
Levate le mie braccia verso il suo collo, che lo possa stringere, ed esalargli sul petto l'ultimo rantolo. Oh, ditemi quando le mie braccia sfiorano le sue guance, che gli possa dare un amorevole bacio prima della fine.

Lo abbraccia. Dolce ramo del gran ceppo di York, dimmi ora il fresco oltraggio che hai subito.

PLANTAGENETO
Prima, poggia la tua vecchia schiena contro il mio braccio, così che, a tuo agio, ti possa raccontare del mio disagio. Oggi, mentre discutevo d'una questione legale, scoppiò una lite tra Somerset e me, e, nello scambio di insulti, quella sua lingua spudorata mi rinfacciò la morte di mio padre. Quell'accusa m'inceppò la lingua, altrimenti avrei ribattuto alle sue offese. Perciò, buon zio, per amore di mio padre, in onore di un vero Plantageneto, in considerazione del legame di parentela, dimmi la causa che costò la testa a mio padre, il Conte di Cambridge.

MORTIMER
La stessa causa che, caro nipote, ha consumato dentro un odioso carcere, in agonia, tutta la mia fiorente giovinezza, fu il dannato strumento della sua dipartita.

PLANTAGENETO
Dischiudimi più in dettaglio tale causa, perché io la ignoro e non riesco a immaginarla.

MORTIMER
Così sarà, se lo consente il mio fioco respiro e se la morte attende la fine del racconto. Enrico Quarto, il nonno del presente re, depose suo cugino Riccardo, figlio d'Edoardo, il primogenito e il legittimo erede di Re Edoardo, il terzo di sua stirpe. Durante il suo regno, i Percy del Nord, ritenendo l'usurpazione atto assai ingiusto, appoggiarono la mia candidatura al trono. La ragione che spinse quei bellicosi lord fu che (una volta eliminato il giovane Riccardo senza ch'egli avesse generato alcun erede) ero io il successore per nascita e lignaggio. Infatti, per parte di madre, io provengo da Lionel, Duca di Clarence, terzo figlio di Re Edoardo Terzo, mentre il re vanta discendenza da Giovanni di Gaunt, soltanto il quarto di quella eroica schiatta. Ma prendi nota: mentre erano impegnati nel poderoso e nobile sforzo di radicare il legittimo erede, io persi la libertà, loro la vita. Molto tempo dopo, durante il regno di Enrico Quinto (succeduto a suo padre Bullingbrook), tuo padre, allora Conte di Cambridge, discendente dal celebre Edmund Langley, Duca di York, sposando mia sorella, e cioè tua madre, preso da pietà per la mia dura sorte, arruolò un nuovo esercito, con l'intenzione di reclamare la corona e pormi sul trono. Ma come gli altri, quel nobile conte fu sconfitto e decapitato. Così i Mortimer a cui apparteneva il titolo, vennero liquidati.

PLANTAGENETO
Tu, mio signore, sei l'ultimo di loro.

MORTIMER
È vero, e vedi che sono senza discendenza e che le mie parole, sempre più deboli, sono garanti di morte. Tu sei il mio erede. il mio auspicio è che tu ti riprenda tutto; però sii cauto e accorto nei tuoi progetti.

PLANTAGENETO
Mi farò guidare dai tuoi voti solenni. Eppure, credo, l'esecuzione di mio padre non fu altro che un atto di sanguinaria tirannia.

MORTIMER
Nipote, il silenzio è prudenza politica. La casa di Lancaster ha salde fondamenta, che, come una montagna, non possono essere smosse. Ma ora è tuo zio a muoversi di qui, come i principi abbandonano la corte quando hanno a noia una protratta e fissa residenza.

PLANTAGENETO
Se solo potessi riscattare la tua vecchiaia, zio, con una porzione dei miei giovani anni!

MORTIMER
Mi faresti torto, come chi massacra infliggendo molte ferite, quando una sola uccide. Niente lutto, a meno che non ti dolga per il mio bene. Da' solo disposizione per il funerale, e, dunque, addio. Tutte le tue speranze siano esaudite e prospera la tua vita in pace e in guerra. Muore.

PLANTAGENETO
E si diparta in pace, non in guerra, la tua anima!
In prigione compisti un lungo pellegrinaggio, consumando da eremita i tuoi giorni. Bene, serro i suoi consigli nel mio petto, e quello che mi passa per la mente, tengo in serbo. Carcerieri, portatelo via: io stesso provvederò a funerali migliori della sua vita.
 

Escono i carcerieri con il corpo di Mortimer.


Qui si spenge la tenue fiaccola di Mortimer, soffocata dall'ambizione di gente meschina. In quanto ai torti, agli amari insulti che Somerset ha elargito alla mia casata, sono certo di saldare il conto con onore. Perciò mi affretto verso il parlamento, per essere reintegrato nel mio lignaggio, o perché dalle mie disgrazie possa trarre vantaggio.
 

Esce.

 

Indice Teatro

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Enrico VI - Parte I

(“King Henry the Sixth, part 1” - 1588 - 1590)

 

 

atto terzo - scena prima

 

Squilli di tromba.

Entrano il Re Enrico, Exeter, Gloucester, Winchester, Warwick, Somerset, Suffolk, Riccardo Plantageneto e altri. Gloucester cerca di presentare una lista di accuse. Winchester afferra il foglio e lo fa a pezzi.

 

WINCHESTER
Vieni con le tue righe premeditate, con libelli congegnati ad arte? Humphrey di Gloucester, se tu hai accuse o colpe da addebitarmi qui davanti, fallo senza sotterfugi, senza indugio. Io, senza indugio o perdita di tempo, risponderò alle tue insinuazioni.

GLOUCESTER
Prete strafottente, questo luogo mi impone la pazienza, o tu vedresti come so reagire alle tue azioni disonorevoli. Non pensare, se pure ho messo per iscritto le modalità dei tuoi crimini oltraggiosi, che perciò si tratti di falsificazioni, o che a viva voce non sia capace di recitare gli argomenti della penna. No, prelato, tanto ardisce la tua malvagità, la perfidia dei tuoi imbrogli audaci,  esiziali e seminatori di zizzania, che perfino gli infanti balbettano della tua arroganza. Sei un usuraio micidiale, perverso per natura, nemico della pace, lussurioso e corrotto ben più di quanto non s'addica a un uomo del tuo rango e della tua professione.
E il tuo tradimento non s'è manifestato apertamente quando mi hai teso un agguato, per togliermi la vita, ora presso il Ponte di Londra, ora alla Torre? Inoltre, temo che, se i tuoi pensieri fossero passati al setaccio, neppure il re, tuo sovrano, sarebbe immune dall'invido rancore del tuo cuore, gonfio di superbia.

 

WINCHESTER
Gloucester, ti sfido, - Signori, chiedo grazia: date udienza a quello che ho da dire. Se fossi avido, ambizioso e perverso come mi raffigura, com'è che sono povero? E com'è che non cerco promozioni o avanzamenti di carriera, ma mi contento del mio usuale ministero? Quanto alla zizzania, chi agogna alla pace più di me? - Solo se provocato... No, miei buoni signori, non questo offende, non questo ha reso il duca furibondo. È che vuole essere solo lui a comandare, solo lui dovrebbe stare accanto al re; è questo che produce tuoni nel suo petto, che gli fa ruggire accuse a squarciagola. Ma sappia che io valgo quanto...

GLOUCESTER
Quanto chi? Tu, nato bastardo di mio nonno!

WINCHESTER
Sì, signor prepotente; e tu, scusa, chi sei? Uno che vuol comandare sul trono altrui?

GLOUCESTER
Non sono il Protettore, prete insolente?

 

WINCHESTER
E io non sono un prelato della chiesa?

GLOUCESTER
Sì, come un fuorilegge dentro un castello, che adopera a protezione delle sue rapine.

WINCHESTER
Gloucester irriverente!

GLOUCESTER
E tu, reverendo nelle funzioni spirituali, non nella tua vita.

WINCHESTER
Roma porrà rimedio a questo.

WARWICK
E tu rimedia un viaggio a Roma, allora. (A Gloucester) Signore, sarebbe vostro dovere essere tollerante.

SOMERSET
Sì, che il vescovo non venga sopraffatto. (A Winchester) Il mio signore dovrebbe essere pio e conoscere le responsabilità di cui è investito.

WARWICK
Vossignoria dovrebbe essere più umile; non si addice a un prelato il battibecco.

SOMERSET
Invece sì, se si contesta la sua sacra funzione.

WARWICK
Funzione o finzione sacra, cosa importa? Forse che sua grazia non è Protettore del re?

PLANTAGENETO (a parte)
Plantageneto, m'avvedo, deve frenare la lingua, affinché non gli si dica: "Parla, signore, quando viene il tuo turno; il tuo giudizio presuntuoso deve interferire con i lord?" Altrimenti scambierei due battute con Winchester.

RE ENRICO
Zio Gloucester e zio Winchester, speciali tutori dello stato d'Inghilterra, vi do il comando, se le preghiere hanno forza di comando, di unire i vostri cuori nell'amore e nell'amicizia. Quale scandalo, per la nostra corona, che due nobili Pari, come voi, siano in aspro conflitto! Credetemi, signori, i miei teneri anni possono già dire che la discordia civile è un verme viperino, che rode le budella della comunità.


Si ode un rumore fuori scena: "Abbasso le divise marroni!".


Cos'è questo baccano?

WARWICK
Un tumulto è facile arguire, iniziato a bella posta dagli uomini del vescovo.


Altri rumori: "Alle pietre! Alle pietre!".
Entra il Sindaco di Londra, con il suo seguito.

SINDACO
O miei buoni signori, e virtuoso Enrico, pietà per la città di Londra, pietà per noi! Gli uomini del vescovo e del Duca di Gloucester, a cui fu proibito di recente di portare armi, hanno riempito le tasche di ciottoli, e dopo essersi organizzati, si prendono con tanta foga a sassate sulla testa, che molti hanno il cervello balordo sfracellato. Le nostre imposte sono spaccate in ogni strada, e abbiamo dovuto chiudere i negozi per paura.

Entrano dei domestici con le teste insanguinate e si azzuffano.

RE ENRICO
Per l'obbedienza a noi dovuta, vi ordiniamo d'arrestare la mano assassina, e far pace.
Ti prego, zio Gloucester, placa la rissa.

PRIMO DOMESTICO
No, se ci proibite le pietre, ci sbraneremo coi denti.

SECONDO DOMESTICO
Provateci: siamo altrettanto risoluti.

 

Riprende la zuffa.

GLOUCESTER
Voi della mia casa, smettete quest'insulsa gazzarra e ritiratevi da questo scontro illegale.

TERZO DOMESTICO
Mio signore, conosciamo vostra grazia come uomo giusto e tutto d'un pezzo, per nascita regale inferiore a nessuno, solo al re. Prima di acconsentire che un principe tale, un padre così buono dello stato, venga insultato da un imbrattacarte, combatteremo tutti, noi, le mogli, i figli, finché il nemico farà scempio dei nostri corpi.

PRIMO DOMESTICO
Sì, e con frammenti d'unghia, da morti, fortificheremo il campo di battaglia.


Ricomincia la zuffa.

GLOUCESTER
Fermi, fermi, vi dico; se mi amate davvero, lasciatevi convincere alla tregua.

RE ENRICO
Oh, come questa discordia affligge l'anima mia. E tu, signore di Winchester, puoi scorgere le mie lacrime, i sospiri, senza intenerirti? Se non hai misericordia, chi l'avrà? E chi s'ingegnerà a favorire la pace, se i santi uomini di chiesa traggono piacere dalle risse?

WARWICK
Piégati, Lord Protettore; anche tu, Winchester, se non intendete opporvi al sovrano con ostinati dinieghi, e distruggere il regno. Vedete il male, e che crimini sono stati compiuti a causa della vostra inimicizia. Fate pace, dunque, se non avete sete di sangue.

WINCHESTER
Tocca a lui sottomettersi, o io non mi piego.

GLOUCESTER
La compassione per il re mi impone di umiliarmi; o gli strapperei il cuore al prete piuttosto che concedergli un tale privilegio.

WARWICK
Osserva, signore di Winchester, il duca ha bandito il suo furioso e altero malcontento, come appare dal viso rilassato: perché tu hai ancora quella faccia da tragedia?

GLOUCESTER
Ecco, Winchester, ti offro la mano.
(Winchester gli volge le spalle.)

RE ENRICO
Vergogna, zio Beaufort! Ti udii predicare che il rancore era peccato grave, atroce; non vuoi rispettare i tuoi insegnamenti? Preferisci essere il primo che li infrange?

WARWICK
Dolce re! Il vescovo s'è preso un bel rimprovero. Vergogna, signore di Winchester, smettila! Dunque, andrai a lezione da un fanciullo?

WINCHESTER
Ebbene, Duca di Gloucester, mi piegherò a te. Scambio amore per amore, mano per mano.

GLOUCESTER (a parte)
Sì, ma temo con un cuore falso. Ecco, amici e cari concittadini, questo gesto è il pegno della tregua tra di noi due e tra tutti i nostri seguaci, e Dio m'assista, non c'è simulazione.

WINCHESTER
Anche me assista Iddio! (A parte) Perché non ho intenzione.

RE ENRICO
Caro zio, gentile Duca di Gloucester, quanta gioia c'è in me per questo patto! Suvvia, brava gente, non dateci più pena, ma unitevi in amicizia come i vostri padroni.

PRIMO DOMESTICO
D'accordo, vado dal dottore.

SECONDO DOMESTICO
Io pure.

TERZO DOMESTICO
Io cercherò una medicina alla taverna.


Escono i servi, il Sindaco e gli altri.

WARWICK
Mio grazioso signore, accettate questa pergamena, che porgiamo a vostra maestà, in nome dei diritti di Riccardo Plantageneto.

GLOUCESTER
Una supplica ben presentata, signore di Warwick, perché, dolce principe, se vostra grazia soppesa ogni circostanza, ci sono forti ragioni per rendere giustizia a Riccardo; specie per i motivi di cui informai vostra maestà a Eltham Place.

RE ENRICO
E quei motivi, zio, erano assai solidi. Perciò, miei cari lord, a noi piace che Riccardo sia reintegrato nel suo sangue.


WARWICK
Venga Riccardo reintegrato nel suo sangue, e risarcito il torto fatto al padre.

WINCHESTER
Winchester si associa alla volontà altrui.

RE ENRICO
Se sarai leale, Riccardo, ti concedo non solo questo, ma l'intera eredità che appartiene alla casata degli York da cui tu discendi in linea diretta.

PLANTAGENETO
Il tuo umile servo ti giura obbedienza e in umiltà servizio fin che non giunga morte.

RE ENRICO
Piega il tuo ginocchio, allora, e poggialo contro il mio piede.

(Plantageneto si inginocchia.)
A guiderdone del dovere compiuto, ti cingo con la spada valorosa degli York. Alzati, Riccardo, da vero Plantageneto, alzati, Duca di York, principe regale.

YORK
Prosperità a Riccardo, rovina ai tuoi nemici! E come si manifesta il mio dovere, (alzandosi) perisca chi nutre un solo pensiero ostile a tua maestà!

TUTTI
Sii il benvenuto, grande principe, potente Duca di York!

SOMERSET (a parte)
Perisci, spregevole principe, ignobile Duca di York!

GLOUCESTER
Ora meglio converrà alla maestà vostra di varcare il mare per essere incoronato in Francia. La presenza del re genera amore tra i sudditi e gli amici fedeli, quanto essa scoraggia gli avversari.

RE ENRICO
Basta che Gloucester dica una parola ed Enrico è in viaggio. Contro i nemici, un consiglio d'amico è di vantaggio.


GLOUCESTER
Le tue navi sono già pronte a partire.
 

Marcia regale. Squilli di tromba.

Escono tutti eccetto Exeter.

EXETER
Ma sì, marciamo in Inghilterra o in Francia, senza vedere ciò che potrebbe capitare presto. Quest'ultimo dissidio, nato tra i Pari, brucia sotto le ceneri infide d'un amore simulato, ed eromperà alla fine in una gran fiammata. Come le membra in suppurazione marciscono grado a grado, finché ossa, carne, giunture, cadono a brandelli, così spargerà il suo contagio questa discordia spregevole e odiosa. Adesso temo la fatale profezia che al tempo di Re Enrico Quinto era sulla bocca d'ogni poppante, vale a dire, che Enrico nato a Monmouth avrebbe vinto tutto, ed Enrico nato a Windsor, perso tutto. Così palese è il corso degli eventi che Exeter spera di finire i suoi giorni prima che giunga quel tempo sciagurato.

 

Esce.

 

 

 

atto terzo - scena seconda

 

Entra la Pulzella travestita, assieme a quattro soldati con dei sacchi sulle spalle.

PULZELLA
Ecco le porte cittadine, le porte di Rouen, dove il nostro tranello deve aprire un varco. Attenti, abbiate cura di usare con astuzia le parole, parlate come i soliti contadini che al mercato vengono a prender soldi per il loro grano. Se abbiamo accesso, come è mia speranza, e se troviamo poche guardie distratte, manderò un segnale al nostri amici, così che Carlo il Delfino possa aggredirle.

PRIMO SOLDATO
Coi nostri sacchi metteremo a sacco la città, e saremo signori e padroni di Rouen. Perciò bussiamo.

Bussano.

GUARDIA (da dentro)
Qui là?

PULZELLA
Paysans, la pauvre gent de France: poverelli che vanno al mercato a vendere il grano.

GUARDIA (aprendo la porta)
Dentro. Andate: la campana del mercato è già suonata.

PULZELLA
Ora, Rouen, raderò al suolo i tuoi bastioni.


Escono.
Entrano Carlo, il Bastardo, Alençon, Reignier e le truppe.

CARLO
San Dionigi benedica questo fausto stratagemma e di nuovo dormiremo al sicuro dentro Rouen.

BASTARDO
La Pulzella e i suoi attori sono entrati di qui.
Ora che è dentro, come ci avvertirà se qui è il passaggio migliore e più propizio?

REIGNIER
Agitando una fiaccola da quella torre; una volta avvistata, sapremo che ci indica che questa porta, da cui è entrata, è la più sguarnita.

Entra la Pulzella, in alto, agitando una fiaccola accesa.

PULZELLA
Osservate la lieta fiaccola nuziale che congiunge Rouen ai suoi connazionali, ma brucia fatale a Talbot e ai suoi seguaci.

BASTARDO
Guarda, nobile Carlo, il segnale luminoso dell'amica. La fiaccola accesa, là, su quella torre.

CARLO
Ora, che risplenda come una cometa di vendetta, profetessa di rovina ai nostri nemici!

REIGNIER
Non perdete tempo; il ritardo arreca pericolose conseguenze. Entrate subito al grido "Per il Delfino!" e passate le guardie a fil di spada.
 

Suona l'allarme.

Escono.
Allarme.

Entra Talbot che compie una sortita.

TALBOT
Francia, pagherai col pianto il tradimento, se solo Talbot soppravvive all'imboscata. La Pulzella, la strega, la dannata fattucchiera, ha combinato di sorpresa quest'imbroglio infernale, e a stento siamo sfuggiti all'arroganza francese.

 

Esce.
Suona l'allarme. Incursioni.

Bedford, malato, trasportato su una seggiola.

Entrano Talbot e Borgogna.

Da dentro, sulle mura appaiono la Pulzella, Carlo, il Bastardo, Alençon e Reignier.

PULZELLA
Buondì, valorosi. Volete grano per il pane? Credo che il Duca di Borgogna farà digiuno, prima di comprare ancora a questo prezzo. Era pieno di loglio: vi piace il suo sapore?

BORGOGNA
Sbeffeggia pure, infame demonio, spudorata cortigiana! Confido di soffocarti presto col tuo grano e di farti maledire il suo raccolto.

CARLO
Vostra grazia potrebbe crepare di fame, prima che giunga quel momento.

BEDFORD
Non le parole, ma le azioni vendichino un tale tradimento.

PULZELLA
Tu cosa farai, mio buon barbagrigia? Spezzi una lancia e carichi contro la morte su una sedia?

TALBOT
Sconcio demonio di Francia, strega nefasta, circondata dai tuoi amanti lussuriosi, ti conviene schernire il suo valore antico e fare il verso, da codarda, a un uomo moribondo? Damigella, farò la lotta con te un'altra volta, o altrimenti perisca Talbot di vergogna.

PULZELLA
Hai i bollori, mio signore? Ma sta' calma, Pulzella. Se Talbot appena tuona, seguirà un acquazzone.
 

Gli Inglesi si consultano a bassa voce.
 

Salute al parlamento! Chi fa da portavoce?

TALBOT
Ardisci di uscire e di incontrarci in campo aperto?

PULZELLA
Mi sa che vostra signoria ci prende per pazzi, a provare nostro o meno ciò che già ci appartiene.

TALBOT
Non parlo a quell'Ecate farneticante, ma a te, Alençon, e a tutti gli altri. Verrete fuori a combattere da soldati?

ALENÇON
Signornò.

TALBOT
Signor si impicchi. Quei vili mulattieri di Francesi, simili a rustici scudieri, rimangono sulle mura e non osano prendere le armi come gentiluomini.

PULZELLA
Andiamo, capitani. Lasciamo le mura, gli sguardi di Talbot non promettono nulla di buono. Addio, mio signore: siamo venuti soltanto a dirti che siamo qui. Si allontanano dalle mura.

TALBOT
E ci saremo anche noi, lì, tra non molto, o il biasimo sarà la fama più grande di Talbot. Fa' voto, Borgogna, sull'onore della tua casata, pungolato dai torti pubblici subiti in Francia, di riprendere la città, oppure di morire. E io, quanto è vero che vive Enrico d'Inghilterra, e che suo padre fece qui il conquistatore, quant'è vero che in questa città or ora tradita fu sepolto il cuore del gran Coeur-de-lion, così io giuro di prendere la città o di morire.

BORGOGNA
I miei voti fanno stretta compagnia ai tuoi.

TALBOT
Ma prima di attaccare, riguardo a questo principe che muore, il prode Duca di Bedford. Vieni, signore, ti tradurremo in un posto migliore, più adatto alla malattia e alla fragile età.

BEDFORD
Lord Talbot, non arrecarmi disonore. Qui starò seduto, davanti alle mura di Rouen, Vi sarò compagno nella buona o nella mala sorte.

BORGOGNA
Valente Bedford, lasciati convincere da noi.

BEDFORD
Di non andarmene da qui; poiché lessi una volta che il prode Pendragon, malato, sulla sua lettiga, si spinse fin sul campo e sconfisse i nemici. Io dovrei, credo, rinvigorire il cuore dei soldati, poiché l'ho sempre trovato uguale al mio.

TALBOT
Spirito indomito in un petto moribondo. Così sia; che il cielo protegga il vecchio Bedford! E ora basta con la confusione, valoroso Borgogna, ma raccogliamo le forze all'istante e diamo addosso al nemico insolente.
 

Esce (dentro la città con Borgogna e le truppe).
Suona l'allarme. Incursioni.

Entrano Sir John Fastolf e un Capitano.

CAPITANO
Dove correte, Sir John Fastolf, tanto in fretta?

FASTOLF
Dove corro? A salvarmi con la fuga. È probabile che ce le suonino un'altra volta.

CAPITANO
Ma come? Fuggite abbandonando Lord Talbot?

FASTOLF
Sì, tutti i Talbot del mondo, per salvarmi la pelle.

 

Esce.

CAPITANO
Cavaliere codardo, che ti segua la scalogna.


Esce (dentro la città).
Ritirata. Incursioni.

La Pulzella, Alençon e Carlo entrano in fuga dalla città, allontanandosi.

BEDFORD
Ora, anima placata, quando piaccia al cielo, compi il tuo viaggio, perché ho visto in rotta i nemici. Quale fiducia, quale forza ha lo sciocco? Chi prima si divertiva a sbeffeggiare, adesso è ben felice di mettersi in salvo con la fuga.


Bedford muore ed è portato fuori sulla sedia da due soldati.
Suona l'allarme.

Entrano Talbot, Borgogna e gli altri.

TALBOT
In un giorno perduta e riconquistata! Questo raddoppia l'onore, Borgogna; eppure questa vittoria va a gloria del Cielo.

BORGOGNA
Bellicoso e marziale Talbot, Borgogna ti racchiude nel tempio del suo cuore, e lì innalza un monumento al valore delle tue alte gesta.

TALBOT
Grazie, nobile duca. Ma dov'è ora la Pulzella?
Credo che sia addormentato quel suo vecchio compare. E dove sono ora le vanterie del Bastardo? I lazzi di Carlo? Come? Silenzio di tomba? Rouen china il capo addolorata che la balda compagnia si sia involata.
Ora faremo un po' di ordine in città, collocandovi funzionari competenti, e poi torneremo dal re, a Parigi, poiché là il giovane Enrico risiede con i nobili.

BORGOGNA
Piace a Borgogna ciò che Lord Talbot vuole.

TALBOT
Tuttavia, prima di andare, non dimentichiamo il nobile Duca di Bedford, appena defunto, e provvediamo alle sue esequie qui a Rouen. Un soldato più prode mai impugnò lancia, un cuore più nobile mai s'impose a corte, ma i re e i capi supremi non sfuggono alla morte, perché dell'uomo questa è la misera sorte.

 

Escono.

 

 

 

atto TERZO - scena terza

 

Entrano Carlo, il Bastardo, Alençon, la Pulzella e i soldati.


PULZELLA
Non scoraggiatevi, principi, per questo imprevisto, né addoloratevi per la riconquista di Rouen: una situazione senza rimedio viene aggravata, non alleviata, dall'eccessivo affanno. Che quell'esaltato di Talbot abbia un breve trionfo, e come un pavone faccia la sua ruota: noi gli strapperemo le piume e gli mozzeremo la coda, se il Delfino e gli altri si faranno guidare.

CARLO
Finora siamo stati diretti da te, né abbiamo provato diffidenza per le tue arti. Un improvviso rovescio non provocherà sfiducia.

BASTARDO (alla Pulzella)
Col tuo ingegno progetta un piano segreto e ti renderemo famosa in tutto il mondo.

ALENÇON
Innalzeremo la tua statua in un luogo sacro e sarai venerata come una santa benedetta. Adoperati, dolce vergine, per il nostro bene.

PULZELLA
Che sia così. Ecco il piano di Giovanna: con parole belle e persuasive, di zucchero, alletteremo Borgogna ad abbandonare Talbot, e a passare dalla nostra parte.

CARLO
Ma sì, dolcezza, se si potesse fare, la Francia non sarebbe un posto accogliente per i guerrieri di Enrico, né quella nazione avrebbe tanto da vantarsi con noi, ma verrebbe estirpata dalle nostre province.

ALENÇON
Per sempre sarebbero espulsi dalla Francia senza aver qui neppure il diritto a una contea.

PULZELLA
Le vostre signorie mi ammireranno all'opera per portare la faccenda all'agognato compimento.
 

In lontananza rulla il tamburo.
 

Udite! Il suono del tamburo ci avverte che le loro forze marciano verso Parigi.


Risuona una marcia inglese.

Talbot se ne va con gli stendardi dispiegati e tutte le truppe inglesi gli stanno dietro.

Marcia francese.


Adesso avanzano il duca e i suoi in retroguardia: il destino propizio lo rallenta dietro agli altri. Chiedete un colloquio e con lui parleremo.

 

Le trombe suonano la richiesta di parlamentare.

CARLO
Un colloquio col Duca di Borgogna!

Entra Borgogna con i suoi soldati.

BORGOGNA
Chi vuole parlamentare con Borgogna?

PULZELLA
Il maestoso Carlo di Francia, tuo compatriota.

BORGOGNA
Cos'hai da dire, Carlo? Sono in marcia da qua.

CARLO
Parla, Pulzella, e gettagli il tuo incantesimo.

PULZELLA
Prode Borgogna, speranza indubitabile di Francia, rimani, lascia che la tua umile serva ti parli!

BORGOGNA
Parla, allora, ma non farla troppo lunga.

PULZELLA
Guarda il tuo paese, guarda la fertile Francia,e osserva le città e i borghi annientati dalle devastazioni del nemico crudele. Così guarda la madre il suo bambino che si spenge quando la morte gli chiude i teneri occhi sbarrati. Osserva, osserva il morbo della Francia in agonia, posa gli occhi sulle ferite - ferite disumane! - che proprio tu hai inferto nel suo petto addolorato. Oh, volgi altrove la tua spada affilata: colpisci chi le fa del male, non chi le è d'aiuto. Una goccia di sangue estratta dal seno della patria dovrebbe addolorarti più che un fiume di sangue straniero. Torna dunque con un diluvio di lacrime a cancellare le macchie che deturpano la tua patria.

BORGOGNA (a parte)
O lei mi ha stregato con le sue parole, o di colpo mi intenerisce un istinto naturale.

PULZELLA
Inoltre, tutti i Francesi, e la Francia intera lanciano contro di te gravi accuse, dubitando della tua nascita e del tuo legittimo lignaggio. Di chi sei alleato? Di una nazione superba che non si fida di te, se non per interesse. Una volta che Talbot avrà occupato la Francia, avendoti plasmato come strumento del male, chi se non Enrico d'Inghilterra sarà padrone, mentre tu, derelitto, verrai scacciato? Ci sovviene - e considera solo questa prova: non ti era nemico il Duca d'Orléans? E non era egli prigioniero in Inghilterra? Ma quando seppero che era tuo rivale, lo liberarono senza esborso del riscatto, malgrado Borgogna e tutti i suoi amici. Dunque lo vedi, tu combatti i tuoi connazionali e stringi alleanza con i tuoi carnefici. Su, su, ritorna, signore errabondo! Carlo e gli altri ti accoglieranno a braccia aperte.

BORGOGNA (a parte)
Mi ha conquistato: le sue alte parole hanno infranto tutte le mie difese, come rombanti colpi di cannone, e quasi mi hanno piegato le ginocchia. Perdono, patria, e dolci compatrioti! Signori, accettate questo abbraccio cordiale. Le mie forze, gli uomini a mia disposizione sono vostri. Addio, Talbot. Non ti credo più.

PULZELLA (a parte)
Da buon Francese, davvero un gran girella.

CARLO
Benvenuto, prode duca, la tua amicizia ci dà vigore.

BASTARDO
E sprigiona nuovo coraggio nel nostro petto.

ALENÇON
La Pulzella ha recitato la sua parte assai bene, e merita un diadema d'oro.

CARLO
Orsù, adesso, miei signori, uniamoci alle nostre forze e sforziamoci di arrecare offesa al nemico.

 

Escono.

 

 

 

atto TERZO - scena quarta

 

Squilli di tromba.

Entrano il Re, Gloucester, Winchester, Riccardo Plantageneto ora Duca di York, Suffolk, Somerset, Warwick, Exeter, Vernon, Basset e altri.

A essi si fa incontro Talbot con i suoi soldati.


TALBOT
Mio grazioso principe, e onorevoli pari, udendo del vostro arrivo in questo regno, ho dato per il momento tregua alla guerra, per rendere l'omaggio dovuto al mio sovrano. A prova di ciò, questo braccio che ha imposto per voi obbedienza a cinquanta fortezze, a dodici borghi e sette città circondate da potenti mura, e inoltre a cinquecento prigionieri d'alto rango, lascia cadere la spada ai piedi di vostra altezza, e con una leale sottomissione che viene dal cuore ascrive la gloria delle conquiste ottenute prima a Dio, e poi a vostra grazia.

 

(Si inginocchia.)

RE ENRICO
È costui quel Lord Talbot, zio Gloucester, che da tanti anni ha dimora in Francia?

GLOUCESTER
Sì, mio signore, a vostra maestà piacendo.

RE ENRICO
Benvenuto, prode capitano e vittorioso lord! Quand'ero giovane (non che ora sia vecchio), ricordo dire da mio padre che mai campione più valente aveva impugnato la spada. Da tempo eravamo convinti della tua sincerità, dei tuoi fedeli servigi, delle tue fatiche in guerra; tuttavia, non hai gustato ricompensa, neppure un grazie ti è stato elargito, perché non avevamo mai visto prima il tuo volto. Alzati, dunque. Per i tuoi meriti qui ti creiamo Conte di Shrewsbury, e ti invitiamo a prender posto nella cerimonia dell'incoronazione.

 

Marcia trionfale. Squilli di tromba.

Escono tutti eccetto Vernon e Basset.

VERNON
Ora, signore, tu che, in mare, t'accanivi a insultare le insegne che io porto in onore del nobile Duca di York, osi confermare le parole allora pronunciate?

BASSET
Sissignore, così come tu osi dar manforte al latrato maligno della tua lingua che insolentisce il Duca di Somerset, mio padrone.

VERNON
Messere, il tuo lord lo onoro per quel che è.

BASSET
Be', e cos'è? Vale quanto York!

VERNON
Non è mica vero, sai. Ecco la prova: tieni!

Lo colpisce.

BASSET
Malvagio, tu conosci la legge sull'uso delle armi: a chi sguaina la spada, morte immediata, altrimenti questo colpo farebbe zampillare sangue prezioso. Mi recherò da sua maestà, a supplicarlo che mi si dia licenza di vendicare questo torto. Vedrai, la prossima volta che ti incontro, ne farai le spese.

VERNON
Ah sì, codardo? Ci vengo anch'io con la tua stessa fretta. Poi, prima che tu lo voglia, ti faccio la festa.

 

Escono.

 

 

Indice Teatro

Inizio pagina

 


 

Enrico VI - Parte I

(“King Henry the Sixth, part 1” - 1588 - 1590)

 

 

atto quarto - scena prima

 

Squilli di tromba.

Entrano il Re, Gloucester, Winchester, York, Suffolk, Somerset, Warwick, Talbot, il Governatore di Parigi, Exeter e altri.

 

GLOUCESTER
Potente vescovo, poni la corona sul suo capo.

WINCHESTER
Dio salvi Re Enrico, sesto di tale nome!


(Winchester incorona Re Enrico.)

GLOUCESTER
Ora, Governatore di Parigi, presta giuramento: (Il Governatore si inginocchia.) non avrai altro re fuori di lui, reputa amici solo coloro che gli sono amici, nemici solo coloro che tesseranno trame oscure contro il suo governo. Così farai, e che t'aiuti la giustizia di Dio!

Entra Fastolf.

FASTOLF
Mio grazioso sovrano, mentre mi precipitavo, al galoppo, da Calais per assistere all'incoronazione, una lettera mi fu consegnata tra le mani, scritta a vostra grazia dal Duca di Borgogna.

 

TALBOT
Disonore al Duca di Borgogna e a te! Ho fatto voto, vile cavaliere, che avrei strappato, al nostro primo incontro, la giarrettiera dalla tua gamba di codardo. (Gliela strappa.) Ora l'ho fatto, perché indegnamente tu fosti ammesso a quell'alto grado. Perdono, Re Enrico, e tutti gli altri: questo cialtrone, alla battaglia di Patay, quando disponevo appena di seimila uomini, ed i Francesi combattevano dieci contro uno, prima dello scontro, prima che un sol colpo fosse infetto, fuggì, proprio un fidato scudiero. In quell'assalto ne perdemmo milleduecento, io stesso e con me parecchi gentiluomini fummo là sopraffatti e presi prigionieri. Giudicate, allora, grandi lord, se ho esagerato o se simili vigliacchi dovrebbero indossare questa onorificenza cavalleresca.

Dite sì o no!

GLOUCESTER
A dire il vero, quell'azione fu infame, tale da screditare un normale cittadino, molto di più un cavaliere, un capitano, un capo.

 

TALBOT
Signori, quando in origine l'ordine fu fondato, i Cavalieri della Giarrettiera erano di nascita nobile, valorosi e virtuosi, pieni di superbo coraggio, promossi per i meriti militari. Non timorosi della morte, né sprezzanti del rischio; sempre risoluti di fronte ai pericoli più estremi. Dunque colui che non possiede tali qualità, usurpa il sacro nome di cavaliere, profanando quest'ordine così onorato, e dovrebbe, se io fossi degno di far da giudice, essere degradato, alla stregua d'un bifolco nato ai bordi della strada, tanto sfacciato da vantarsi d'aver sangue nobile.


RE ENRICO
Sei un'onta per i tuoi compatrioti; ecco il tuo destino! Sloggia; tu che fosti cavaliere, d'ora in avanti, sotto pena di morte, sei bandito.


Esce Fastolf.
 

E ora, Lord Protettore, esamina la lettera inviataci dal Duca di Borgogna, nostro zio.

GLOUCESTER
Cosa intende sua grazia, a mutar stile? Niente più che un semplice brusco: "Al re"! Ha dimenticato che egli è il suo sovrano, o questo indirizzo villano comporta una modifica nella sua buona volontà? Cos'è questo? (Legge) "Per motivi particolari, mosso da compassione per la rovina della patria, e dai pietosi lamenti di coloro di cui si ciba il tuo regime autoritario, ho abbandonato la tua fazione nefasta, e mi sono unito a Carlo, legittimo re di Francia." O tradimento mostruoso! Può accadere questo? Che alleanza, amicizia, giuramenti nutrano tali inganni fraudolenti?

RE ENRICO
Cosa? Mio zio Borgogna si ribella?

GLOUCESTER
Proprio così, signore, ed è diventato tuo nemico.

RE ENRICO
È questo il peggio che quella lettera contiene?

GLOUCESTER
Il peggio, signore, e tutto quello che scrive.

RE ENRICO
Ebbene, allora Lord Talbot parlerà con lui e lo castigherà per questa slealtà. - Cosa dici, mio signore, non sei soddisfatto?

TALBOT
Soddisfatto, mio re? Sì, se non fossi stato prevenuto, avrei sollecitato io l'incombenza.

RE ENRICO
Dunque raccogli le truppe e marcia dritto su di lui. Fagli capire che mal tolleriamo il suo tradimento e quale offesa è insultare gli amici.

TALBOT
Vado, signore, e nel mio cuore porto il desiderio che tu possa scorgere i tuoi nemici in confusione.

 

Esce.
Entrano Vernon e Basset.

VERNON
Concedetemi il duello, grazioso sovrano.

BASSET
Anche a me, mio signore, concedete di combattere.

YORK
Costui è un mio servo: ascoltalo, nobile principe.

SOMERSET
E questi è mio; dolce Enrico, favoritelo.

RE ENRICO
Siate pazienti, signori, e fateli parlare. Dite, gentiluomini, cosa vi fa alzare così la voce? E perché agognate di combattere, e con chi?

VERNON
Con lui, mio signore, perché mi ha fatto torto.

BASSET
E io con lui, perché mi ha fatto torto.

RE ENRICO
Di quale torto ognuno di voi si lamenta? Prima fatevi capire, e poi vi darò risposta.

BASSET
Nel valicare il mare da Inghilterra a Francia, questo individuo mi ha rinfacciato, con la sua mala lingua, la rosa che io indosso dicendo che il colore sanguigno dei suoi petali rappresentavano le guance rosse di vergogna del mio padrone, quando ostinato si oppose al vero su una certa questione legale discussa tra di lui e il Duca di York; e questo accompagnato da vili epiteti ingiuriosi. A confutare quei rozzi rimproveri e a difesa della nobiltà del mio signore supplico il beneficio del codice d'arme.

VERNON
Questa è anche la mia petizione, nobile signore; poiché sebbene sembri che egli dia lustro al suo scopo sfrontato con astuti e subdoli argomenti, tuttavia sappiate, mio signore, che da lui fui provocato, che lui per primo obiettò a questo segno, proclamando che il pallore del fiore rivelava il pavido cuore del mio padrone.

YORK
Quando finiranno, Somerset, queste perfidie?

SOMERSET
Monsignore di York, il tuo astio prorompe anche se con tanta furberia lo soffochi nel petto.

RE ENRICO
Buon Dio, che follia governa cervelli malati, se un motivo così frivolo e insignificante innesca rivalità tanto settarie! Cari cugini entrambi, York e Somerset, calmatevi, vi prego, e fate pace.

YORK
Venga prima risolta con le armi questa lite e poi vostra altezza comanderà la pace.

SOMERSET
La disputa riguarda solo noi due, tra noi due soli deve essere risolta.

YORK
Ecco il mio pegno; accettalo, Somerset.

VERNON
No, la questione rimanga dove ebbe inizio.

BASSET
Date il vostro consenso, onorato signore.

GLOUCESTER
Ma quale consenso? Siano maledette le vostre risse, crepate voi e le vostre ciarle insolenti! Vassalli boriosi, non provate vergogna a disturbare e a preoccupare il re e noi con lo strepito delle vostre beghe presuntuose? E voi, signori, non mi pare bello che tolleriate le loro accuse pervicaci, e ancora meno che approfittiate degli insulti, per scatenare tra voi stessi una contesa. Fatevi guidare a più mite consiglio.

EXETER
Ciò addolora sua altezza; siate amici, buoni signori.

RE ENRICO
Venite qui voi che vorreste affrontarvi in duello. V'impongo, da ora in poi, se non volete perdere il mio favore, di scordare del tutto questa lite e i suoi motivi. Invece voi, miei lord, ricordatevi dove siamo: in Francia, una nazione volubile e ondeggiante. Se nel nostro  aspetto essi scorgono il dissenso, e che non andiamo d'accordo tra di noi, come sarà pronto il loro spirito scontento alla disobbedienza caparbia, alla rivolta! Inoltre, quale ignominia subiremoquando ai principi stranieri sarà noto che per un gioco, per una cosa senza peso, i Pari di Re Enrico, l'antica nobiltà, da sé si sono distrutti,perdendo il regno di Francia? Oh, pensate alle conquiste di mio padre, ai miei teneri anni; non facciamoci strappare per un nonnulla ciò che fu comprato con il sangue! Farò io da arbitro in questa lite fastidiosa. Non vedo motivo, se indosso questa rosa, (si mette una rosa rossa) che per ciò si sospetti una mia predilezione per Somerset piuttosto che per York: entrambi mi sono consanguinei, entrambi io amo. Sarebbe come se mi rimproverassero la corona, perché, invero, anche il re di Scozia è coronato. Ma vi convincerà il vostro discernimento più di quanto possa io istruirvi o educarvi. Pertanto, poiché qui in pace siamo giunti, proseguiamo in pacifica armonia. Cugino di York, Vostra Grazia è nominata nostro reggente nelle province della Francia; e tu, mio buon signore di Somerset, unisci i tuoi squadroni di cavalleria ai suoi reparti di fanteria. Come sudditi sinceri, figli dei vostri progenitori, procedete assieme in allegria e scaricate la bile rabbiosa sui nemici. In quanto a noi, al Lord Protettore e agli altri, dopo una sosta torneremo a Calais; e da lì in Inghilterra, dove spero che, presto, con le vostre vittorie, mi farete dono di Carlo, d'Alençon, e di tutta quella marmaglia sediziosa.


Squilli di tromba.

Escono tutti eccetto York, Warwick, Exeter, Vernon.

WARWICK
Monsignore di York, di sicuro il re ha mostrato grandi doti da oratore.

YORK
Altroché, però non ho apprezzato Il fatto che egli porti l'insegna di Somerset.

WARWICK
Via, è solo un capriccio. Non biasimatelo. Oso ritenere, dolce principe, che egli non avesse cattivi pensieri.

YORK
Se pensassi il contrario... ma lasciamo perdere. Altre questioni vanno affrontate.


Escono tutti eccetto Exeter.

EXETER
Hai fatto bene, Riccardo, a frenare la lingua; perché, se fossero esplose le passioni del tuo cuore, credo che vi avremmo letto i segni cifrati di una rabbia ancora più gonfia di rancore, e d'un tumulto di liti ancora più furiose, di quanto si possa già immaginare o supporre. Comunque sia, anche l'uomo più ingenuo, nel vedere gli stridenti contrasti nobiliari, le gomitate che si scambiano a corte, i seguaci che si organizzano in bande rivali, scorgerebbe il presagio di qualche infausto evento. È già un bel guaio, quando lo scettro è posto nelle mani di un bimbo. Peggio quando la perfidia crea fratture innaturali nell'aristocrazia. Giunge allora la rovina, comincia un periodo d'anarchia.


Esce.

 

 

 

atto quarto - scena seconda

 

Talbot entra con trombe e tamburi davanti a Bordeaux.


TALBOT
Trombettiere, va' alle porte di Bordeaux, convoca il loro generale sulle mura.


Suona la tromba.

In alto entra il Generale con altri.
 

Capitani, vi manda a chiamare Talbot l'inglese, che serve in armi Enrico d'Inghilterra, e così vi impone: aprite le porte cittadine, sottomettetevi a noi, chiamate vostro il mio sovrano e rendetegli omaggio come sudditi obbedienti; io ritirerò me stesso e il mio esercito cruento. Ma se v'infischiate delle mie profferte di pace, attizzate la furia dei miei tre seguaci, la scarna carestia, l'acciaio squartatore, il fuoco guizzante: essi, in un momento, raderanno al suolo le vostre torri maestose e svettanti, se rifiutate l'offerta della loro indulgenza.

GENERALE
Tu, lugubre e pauroso gufo annunciatore di morte, terrore della nostra nazione, suo cruento flagello, la conclusione della tua tirannia s'avvicina. Tu non puoi giungere fino a noi, se non con la tua morte; poiché io dichiaro che noi siamo ben protetti dalle mura, e abbiamo forze a sufficienza da uscirne fuori per dare battaglia. Se ti ritiri, il Delfino, ben attrezzato, è pronto a intrappolarti nei laccioli. Gli squadroni sono schierati da ogni parte a ostacolarti ogni possibilità di fuga. Ovunque ti volti a cercare aiuto, solo la morte t'attende, per spartire la preda, e la pallida Distruzione si para davanti alla tua faccia. Diecimila Francesi hanno fatto giuramento,  con la comunione, di scaricarei cannoni micidiali solo su Talbot l'inglese, fra tutte le anime cristiane. Ecco, tu te ne stai palpitante di coraggio, con uno spirito indomito invincibile. Questo è l'ultimo omaggio alla tua gloria che io ti devo, da nemico. Infatti, prima che la clessidra, che da adesso comincia a misurare la sua ora, esaurisca la caduta del suo rivolo di sabbia, questi occhi, che adesso ti vedono in salute, scorgeranno il tuo corpo insanguinato, rigido, cadaverico, abbandonato.


Rulla un tamburo in lontananza.
 

Ascolta, ascolta il tamburo del Delfino, una campana che suona a martello, lugubre musica per la tua anima impaurita; la mia squillerà per la tua fine orrenda.


Escono, in alto, il Generale e gli altri.

TALBOT
Non racconta frottole: odo il nemico. Fuori, la cavalleria leggera vada in ricognizione, a esplorare i loro fianchi.


Escono uno o più soldati.
 

O disciplina negligente e sbadata! Siamo rinchiusi e stretti in un recinto, esiguo branco di tremanti cervi d'Inghilterra, storditi da una muta ringhiante di cagnacci francesi! Se dobbiamo essere cervi inglesi, lottiamo con la loro vigoria senza cedere al primo beve morso, simili a cerbiatti, ma, piuttosto, furibondi; e come i maschi dei cervi, imbizzarriti, volgiamo la testa d'acciaio contro i segugi assetati di sangue, e teniamo quei vili alla larga, impotenti. Che ogni uomo venda cara la vita come faccio io. E si accorgeranno, amici, quanto è cara la carne di cervo. Dio e San Giorgio, Talbot e i diritti d'Inghilterra, sostengano i nostri colori in questa guerra!

 

Escono.

 

 

 

atto quarto - scena terza

 

Entra un Messaggero che va incontro a York.

Entra York con un trombettiere e molti soldati.

YORK
Non sono ancora tornati i veloci esploratori sulle tracce del potente esercito del Delfino?

MESSAGGERO
Sono tornati, mio signore, a riferire che egli si dirige a Bordeaux con le sue truppe a combattere Talbot; mentre era in marcia, i nostri osservatori hanno individuato due schiere ancora più forti, che si sono unite al Delfino, per convergere assieme su Bordeaux.

YORK
La peste colga quel malvagio di Somerset che ritarda tanto i rifornimenti promessi di cavalieri arruolati per questo assedio! L'illustre Talbot si attende un mio aiuto, e io vengo beffato da un dannato traditore e non posso soccorrere il nobile campione. Dio l'assista in questo momento di bisogno. Se fallisce, addio campagna di Francia!

 

Entra un altro messaggero, Sir William Lucy.

LUCY
Tu, augusto comandante delle forze inglesi, mai così necessario in terra di Francia, a spron battuto corri a salvare il nobile Talbot, che ora è stritolato da una cintura di ferro, e incalzato dalla truce distruzione.
A Bordeaux, duca marziale! A Bordeaux, York! Sennò, addio Talbot, Francia e onore d'Inghilterra!

YORK
O Dio, se Somerset, che con la sua arroganza blocca i miei cavalieri, fosse al posto di Talbot! Così salveremmo un valoroso gentiluomo scambiandolo con un traditore, un vigliacco. Piango di rabbia funesta, d'ira furibonda: perché noi periamo in questo modo, mentre i traditori dormono sodo.

LUCY
Oh, inviate soccorsi al disgraziato lord!

YORK (a parte)
Egli muore, noi perdiamo. Io infrango la mia parola di guerriero; noi siamo in lutto, la Francia sorride; noi perdiamo, loro guadagnano ogni giorno, e tutto questo per colpa di quel vile traditore di Somerset!

LUCY
Allora Dio abbia pietà dell'anima del prode Talbot, e di suo figlio, il giovane John, che due ore fa ho incrociato mentre era in viaggio per raggiungere il bellicoso padre. Da sette anni Talbot non lo vede, ora si incontrano dove sono disfatte le loro vite.

YORK
Ahimè, quale gioia proverà il nobile Talbot a salutare il suo ragazzo sulla tomba? Andiamo! L'angoscia quasi mi soffoca il respiro, al pensiero che amici separati si riabbracciano nell'ora della morte. Addio, Lucy, mi è concesso soltanto di maledire la causa dell'insuccesso. Maine, Blois, Poitiers e Tours ci sono tolte, e tutto per il ritardo di Somerset, per le sue colpe.

 

Esce con i suoi soldati.

LUCY
Così, mentre l'avvoltoio della rivolta si nutre nel seno dei sommi condottieri, la negligenza infingarda ci sottrae le conquiste di Enrico Quinto, il conquistatore, colui il cui ricordo è ancora caldo nella mente. Mentre essi a turno si ricoprono di fango, vite, onori, lodi, tutto mandano a ramengo.

 

Esce.

 

 

 

atto quarto - scena quarta

 

Entra Somerset con il suo esercito e con lui un capitano di Talbot.


SOMERSET
È troppo tardi. Ormai non posso mandarli. Questa spedizione fu progettata da York e da Talbot con troppa fretta. Una sortita dei nemici fuori città potrebbe impegnare il grosso delle nostre forze. Quell'imprudente di Talbot ha infangato il lustro della fama precedente con un'azione impulsiva, disperata, folle. È stato York a spingerlo all'attacco verso una morte disdicevole. Morto Talbot, York potrà diventarne il successore.

Entra Sir William Lucy.

CAPITANO
Ecco Sir William Lucy, inviato con me a chiedere soccorso per le nostre truppe soverchiate.

SOMERSET
Ebbene, Sir William, donde vieni?

LUCY
Donde vengo, signore? Dalla compravendita di Lord Talbot, il quale, circondato dai nemici imbaldanziti, chiama a gran voce i nobili York e Somerset, per respingere l'assalto mortale al suo debole corpo; e mentre quell'onorato comandante versa sudore insanguinato dalle membra logorate dalla guerra, e attende aiuto in una fragile posizione di vantaggio,voi, sue false speranze, depositari dell'onore d'Inghilterra, vi tenete alla larga, indegnamente gareggiando fra di voi. I vostri litigi personali non trattengano i soccorsi arruolati per portargli aiuto, mentre egli, nobile celebrato gentiluomo, cede la sua vita in un mondo sventurato.

 

Il Bastardo d'Orléans, Carlo, Borgogna, Alençon e Reignier lo stringono in un cerchio:


Talbot muore per la vostra defezione.

SOMERSET
York l'ha sguinzagliato; York doveva provvedere ai rinforzi.

LUCY
York se la prende con vostra grazia con uguale prontezza, e giura che tu gli hai sottratto la schiera arruolata per questa missione.

SOMERSET
York mente; avrebbe potuto chiedere i cavalieri, e li avrebbe ottenuti. Nei suoi confronti ho pochi doveri e ancora meno amore. Proverei un bello schifo per me, se, per adularlo, glieli mandassi io.

LUCY
La frode inglese, non la forza della Francia, ha ormai intrappolato il generoso Talbot. Non tornerà mai più vivo nel suo paese. Muore tradito dalla sorte per le vostre contese.

SOMERSET
Su, va': invierò subito i cavalieri. Entro sei ore saranno al suo fianco.

LUCY
I rinforzi arrivano troppo tardi. Verrà catturato o ucciso. Neppure a volerlo, poteva fuggire, e Talbot non fuggirebbe mai, neppure a poterlo.

SOMERSET
Se muore, tanti saluti al prode Talbot!

LUCY
La sua fama vivrà nel mondo, in te la vergogna.

 

Escono.

 

 

 

atto quarto - scena quinta

 

Entrano Talbot e il figlio John.


TALBOT
O giovane John Talbot, t'avevo voluto con me per addestrarti ai tranelli della guerra, ché in te potesse rivivere il nome di Talbot quando l'età smidollata e le membra impotenti avrebbero relegato tuo padre cadente su una poltrona. Ma - o stelle maligne e nefaste - tu sei giunto a una cerimonia di morte, in un pericolo terribile, ineluttabile. Perciò, caro ragazzo, monta sul cavallo più veloce e io ti indirizzerò verso la salvezza con celere fuga. Su, non indugiare, sparisci.

JOHN
Mi chiamo Talbot o no? Sono tuo figlio? E devo scappare? Oh, se tu ami mia madre, non disonorare il suo nome illibato facendo di me un bastardo e uno schiavo! Il mondo dirà, non è sangue di Talbot colui che scappò come un ribaldo mentre il nobile Talbot rimase saldo.

TALBOT
T'invola, a vendicare la mia morte, se cadrò ucciso.

JOHN
Chi s'invola così mai più farà ritorno.

TALBOT
Se entrambi stiamo, entrambi siamo sicuri di morire.

JOHN
Allora che io resti, e tu t'invola, padre. Grave sarebbe la tua perdita, e dunque dovresti meditarvi; nulla si perde in me. Della mia morte misero vanto meneranno i Francesi, della tua sì, poiché in essa è persa ogni speme. La fuga non può macchiare l'onore da te accumulato, ma l'onore mio sì; perché non ho compiuto alcuna impresa. Tu fuggi per trarne abile vantaggio, ognuno sarà felice di giurarlo, ma se io cedo, diranno che fu la paura. Non v'è speranza che mai possa resistere se alla prim'ora m'arresto e fuggo via. Qui, in ginocchio, ti imploro la buona morte piuttosto che una vita conservata nell'infamia.

TALBOT
Tutte le speranze di tua madre saranno conservate in una tomba?

JOHN
Sì, piuttosto che arrecare vergogna al suo grembo.

TALBOT
Se ci tieni alla mia benedizione, va', te lo ordino.

JOHN
Voglio combattere, non fuggire il nemico.

TALBOT
Con te si può salvare una parte di tuo padre.

JOHN
Nessuna parte di lui se non con mia vergogna.

TALBOT
Non puoi perdere una fama mai avuta.

JOHN
Il tuo nome celebrato devo diffamare con la fuga?

TALBOT
L'ordine di tuo padre cancellerà la macchia.

JOHN
Una volta ucciso, non puoi esser testimone. Se la morte è sicura, fuggiamo assieme.

TALBOT
Per lasciare qui i miei fidi a pugnar fino alla morte? Una simile onta mai insozzerà la mia vecchiaia.

JOHN
E la mia giovinezza si macchierà d'una simile colpa? Non posso essere reciso dal tuo fianco come tu non puoi spaccarti in due. Resta, va', fa' come vuoi, io farò come te, non voglio vivere se mio padre muore.

TALBOT
Allora qui mi congedo da te, figlio leale, nato per oscurare la tua vita in questo meriggio. Andiamo insieme, fianco a fianco, a vivere e morire, così è deciso: anima con anima, dalla Francia ci involeremo verso il Paradiso.

 

Escono.

 

 

 

atto quarto - scena sesta

 

Suona l'allarme.

Incursioni durante le quali John, il figlio di Talbot, è stretto in un angolo.

Talbot lo libera.

TALBOT
San Giorgio e la vittoria! Combattete, soldati, combattete. Il Reggente ha rotto la parola data a Talbot e ci ha lasciato in balia della rabbia delle spade di Francia. Dov'è John Talbot? Fermati, prendi fiato: t'ho dato vita, e alla morte io t'ho strappato.

JOHN
O due volte padre mio, due volte ti son figlio. La vita, che mi desti un dì, ormai era perduta, finché con la tua spada guerriera, tenendo il fato in gran dispetto, hai conferito un nuovo termine al tempo a me assegnato.

TALBOT
Quando dall'elmo del Delfino la tua spada trasse scintille, si scaldò il cuore di tuo padre nell'attesa orgogliosa  d'una ardita vittoria.Allora questa età pesante come il piombo, attizzata dal coraggio d'un giovane, dalla sua furia bellicosa, indietroricacciò Alençon, Orléans, Borgogna, e dalla superba Gallia ti ha salvato. L'iroso Bastardo d'Orléans, che cavò sangue da te, ragazzo mio, e si prese la verginità del primo scontro, presto affrontai, e, nello scambio dei colpi, tosto sparsi un po' del suo sangue bastardo, e con sdegno così lo apostrofai: "Sangue contaminato, vile e malcreato, io ti faccio sgorgare, mediocre e impoverito, a risarcire il sangue puro di Talbot che hai sottratto a Talbot, il mio ragazzo coraggioso". Qui, mentre ero intento a distruggere il Bastardo, gli arrivò gran copia di rinforzi. Parla, protetto di tuo padre, non sei stanco, John? Come stai? Lascerai adesso la battaglia? Fuggirai ora che hai avuto l'investitura cavalleresca? T'invola, a vendicare la mia morte, se cadrò ucciso. L'aiuto di uno solo poco mi giova. Oh, è follia troppo grande, lo so bene, rischiare in un piccol guscio le nostre vite. Se non perisco oggi sotto la furia francese, morrò domani per l'età avanzata. Nessun vantaggio da me avranno, e, se io resto, accorcio d'un giorno appena la mia vita. In te muore tua madre, il nome della nostra casata, la vendetta per la mia morte, la tua giovinezza, e la fama d'Inghilterra. Tutto questo e altro  la tua presenza mette a repentaglio.Se tu t'involi, tutto questo è salvo.

JOHN
La spada d'Orléans non mi ha dato sofferenza; le tue parole cavano linfa vitale dal mio cuore. Per un tale vantaggio, comprato a mia vergogna, a salvare una vita oziosa, a sopprimere una fama luminosa, prima che il giovane Talbot lasci il vecchio, stramazzi e crepi il cavallo codardo che mi porta! O che io sia paragonato ai contadinelli di Francia, oggetto di obbrobrio e vittima della sventura! Di sicuro, per tutta la gloria da te raggiunta, non sono il figlio di Talbot, se m'involo. Dunque non parlare più di fuga, a nulla giova; ai piedi di Talbot, il figlio di Talbot muoia.

TALBOT
Allora, Icaro, segui il tuo disperato signore di Creta; dolce mi è la vita tua. Se vuoi pugnare, pugna al fianco di tuo padre. Nel compimento d'una gloriosa sorte, superba sarà la nostra morte.

 

Escono.

 

 

 

atto quarto - scena settima

 

Suona l'allarme. Incursioni.

Entra Talbot padre sorretto da un servo.

 

TALBOT
Dov'è l'altra mia vita? La mia è alla fine. Oh, dov'è il giovane Talbot, il valente John? Morte trionfante, lorda di prigionieri, il valore del giovane Talbot mi fa sorridere di te. Quando egli mi vide indietreggiare, in ginocchio, sopra di me brandì la spada insanguinata, e, come un leone affamato, riversò la sua violenza in azioni aggressive, cariche di rabbia. Ma quando il mio iroso difensore si trovò solo, a proteggere la mia rovina, da nessuno assalito, la furia che emanava dagli occhi roteanti, il cuore sconvolto dalla rabbia, all'improvviso da me lo spinsero lontano, nel fitto della mischia, tra i Francesi; e in quel mare di sangue il mio ragazzo annegò il suo spirito sublime. Là è morto il mio Icaro, il mio virgulto, nel fiore degli anni.

Entrano dei soldati e trasportano il corpo di John Talbot.

SERVO
Mio amato signore, ecco dov'è portato tuo figlio!

TALBOT
Tu, Morte, vestita da pagliaccio, che te la spassi a ridere di noi, ora, via dalla tua insultante tirannia, uniti dal vincolo dell'eternità, i due Talbot, elevandosi nel cielo ospitale a tuo dispetto sfuggiranno al destino mortale. O tu le cui ferite abbelliscono i rozzi lineamenti della Morte, parla a tuo padre, prima di esalare l'ultimo respiro! Sfida la Morte, che lo voglia o no con le tue parole. Immaginala francese, una nemica. Povero ragazzo, sorride, quasi a dire, "Se la Morte fosse stata francese, oggi era morta". Su, su, deponetelo tra le braccia di suo padre. Il mio spirito non può più a lungo sopportare queste ferite. Addio, soldati! Ho ottenuto ciò che volevo. Ora le mie vecchie braccia fanno da sepolcro al giovane John Talbot.

 

Muore.


Suona l'allarme.

Escono i soldati, abbandonando i due corpi.
Entrano Carlo, Alençon, Borgogna, il Bastardo e la Pulzella, con le loro truppe.

CARLO
Se York e Somerset avessero recato i soccorsi, oggi per noi ci sarebbe stato un bagno di sangue.

BASTARDO
Con quale furia il cucciolo di Talbot ficcava la sua spadina nel sangue dei Francesi.

PULZELLA
A un tratto l'ebbi davanti. Gli dissi: "Tu, giovane puro, fatti prendere da una vergine"; ma egli mi rispose altero, con sovrano disprezzo: "Il giovane Talbot non è nato per finire tra le spoglie di una fanciulla licenziosa". Così, precipitandosi nel fitto dei Francesi, mi piantò in asso, come indegna d'una lotta.

BORGOGNA
Senza dubbio sarebbe diventato un nobile cavaliere. Guardate dove giace, inumato tra le braccia di chi più d'ogni altro ci ha procurato offese di sangue.

BASTARDO
Fateli a pezzi! Spaccategli le ossa a questi due, che furono in vita la gloria d'Inghilterra, lo smarrimento della Gallia.

CARLO
O no, trattenetevi! Chi fuggimmo in vita non subisca, da morto, il nostro oltraggio.

Entra Lucy scortato, e preceduto da un araldo francese.

LUCY
Araldo, portami alla tenda del Delfino, per sapere chi ha ottenuto oggi il trionfo.

CARLO
Con quale messaggio di resa sei inviato?

LUCY
Resa, Delfino? Questa parola esiste solo in francese. Noi, guerrieri inglesi, ne ignoriamo il significato. Vengo per sapere che prigionieri hai preso e per esaminare i corpi dei caduti.

CARLO
Chiedi i prigionieri? Il nostro carcere è l'inferno. Ma, dimmi, chi cerchi?

LUCY
Dov'è il grande Alcide del campo, il valoroso Lord Talbot, Conte di Shrewsbury, creato per i suoi straordinari successi militari gran Conte di Washford, Waterford, Valence, Lord Talbot di Goodrich e Urchinfield, Lord Strange di Blackmere, Lord Verdon di Alton, Lord Cromwell di Wingfield, Lord Furnival di Sheffield, Lord di Falconbridge, tre volte vittorioso, Cavaliere del nobile ordine di San Giorgio, del degno San Michele e del Toson d'Oro, Gran Maresciallo di Enrico Sesto in tutte le sue guerre nel regno di Francia?

PULZELLA
Questo è davvero uno sciocco stile paludato. Il Turco che tiene cinquantadue regni, neppure lui scrive in modo così pomposo. Colui che tu esalti con tutti questi titoli giace qui ai nostri piedi, puzzolente, col corpo tumefatto dalle mosche.

LUCY
Ucciso Talbot, unico flagello dei Francesi, terrore del vostro regno e nera Nemesi? I miei bulbi oculari divenissero pallottole che la mia rabbia spara contro il vostro viso! Se solo potessi richiamare in vita questi morti, basterebbe a terrorizzare il reame di Francia! Se qui tra voi rimanesse solo il suo ritratto, farebbe paura al più orgoglioso di voi tutti. Datemi i cadaveri, che li porti via, e dia loro sepoltura degna del loro valore.

PULZELLA
Questo sbruffone deve essere lo spettro di Talbot, parla con tale foga altezzosa e prepotente. Per amore di Dio, che se lo prenda; a tenerli qui, renderebbero solo l'aria puzzolente e greve.

CARLO
Vattene con i corpi.

LUCY
Li porterò via. Ma dalle loro ceneri sorgerà una fenice terrificante per l'intera Francia.

CARLO
Basta che ce ne liberi, fanne ciò che vuoi. Ora a Parigi, sull'onda delle nostre conquiste: tutto sarà nostro, ora che il truce Talbot più non esiste.
 

Escono.

 

Indice Teatro

Inizio pagina

 


 

Enrico VI - Parte I

(“King Henry the Sixth, part 1” - 1588 - 1590)

 

 

atto quinto - scena prima

 

Squilli di tromba.

Entrano il Re, Gloucester ed Exeter, con il seguito.

 

RE ENRICO
Avete letto con attenzione le missive del Papa, dell'Imperatore e del Conte d'Armagnac?

GLOUCESTER
Sì, mio signore, e questo è il loro intento: umilmente supplicano l'Eccellenza Vostra di concludere una pace timorata tra i regni d'Inghilterra e di Francia.

RE ENRICO
Cosa pensa vostra grazia della richiesta?

GLOUCESTER
Ebbene, mio buon signore, è l'unico modo per fermare lo spargimento del nostro sangue cristiano e ristabilire l'ordine su ogni fronte.

RE ENRICO
Sì, davvero, zio, perché ho sempre pensato come cosa empia e innaturale, che una simile strage, una contesa cruenta, regnasse tra i credenti d'una sola fede.

 

GLOUCESTER
Inoltre, mio signore, per raggiungere prima e vincolare di più questo legame d'amicizia, il Conte d'Armagnac, parente stretto di Carlo, un uomo assai autorevole in Francia,  promette la sua unica figlia in matrimonioa Vostra Grazia, con una dote ampia e sostanziosa.

RE ENRICO
In matrimonio, zio? Ahimè, sono così giovane. I miei studi, i miei libri sono a me più adatti che i giochi sensuali con un'amante. Tuttavia, convoca gli ambasciatori e, come a te piace, che ognuno di essi abbia risposta.


Esce un cortigiano.


Sarò assai felice d'ogni decisione, che miri alla gloria di Dio, al benessere del mio paese.

 

Entrano Winchester, in abiti cardinalizi, e tre ambasciatori, uno Legato del Papa.

EXETER
Come! Lord Winchester s'è insediato con la promozione al rango cardinalizio? Allora capisco che si sta avverando la vecchia profezia di Re Enrico Quinto: "Se mai gli accadrà d'esser fatto cardinale, indosserà il cappello all'altezza della corona".

RE ENRICO
Signori ambasciatori, le vostre varie richieste sono state valutate e dibattute. Il vostro scopo è buono e ragionevole: quindi è nostra ferma intenzione di attuare le condizioni di una pace amichevole, che affidiamo a Lord Winchester, affinché egli le rechi subito in Francia.

GLOUCESTER (all'ambasciatore del Conte d'Armagnac)
In quanto alla proposta del conte tuo signore, ho informato sua altezza con tale dovizia che, apprezzando i doni virtuosi della dama, la bellezza e il valore della sua dote, egli intende crearla Regina d'Inghilterra.

RE ENRICO
Come testimonianza e prova del contratto, portale questo gioiello, segno della mia devozione. Dunque, Lord Protettore, fateli scortare per bene e mettere in salvo fino a Dover, dove, imbarcati, li affiderai alle sorti del mare.

 

Escono tutti eccetto Winchester e il Legato.

WINCHESTER
Aspettate, monsignor Legato, e, per prima cosa, riceverete la somma di denaro che ho promesso a sua santità, per avermi concesso di vestire questi severi paramenti.

LEGATO
Rimango a disposizione di Vostra Eminenza.

 

Esce.

WINCHESTER
Ora Winchester non cederà più a nessuno, e non sarà inferiore al Pari più superbo. Humphrey di Gloucester, ti renderai ben conto che né per nascita, né per autorità, il vescovo sarà un tuo sottoposto. O ti farò in ginocchio piegare la testa o scatenerò in questo paese una tempesta.

 

Esce.

 

 

 

atto quinto - scena seconda

 

Entrano Carlo, Borgogna, Alençon, il Bastardo, Reignier e Giovanna (la Pulzella, con le truppe).


CARLO
Queste notizie, miei signori, possono sollevare il nostro spirito depresso. Si dice che i valenti Parigini siano in rivolta, e che ingrossino le file dei bellicosi Francesi.

ALENÇON
Allora marciamo su Parigi, reale Carlo di Francia, non tratteniamo nell'ozio le nostre schiere.

PULZELLA
Che abbiano la pace se passano con noi; altrimenti, che la rovina si abbatta sui loro palazzi!

Entra un esploratore.

ESPLORATORE
Buona fortuna al nostro valoroso generale e prosperità ai suoi seguaci!

CARLO
Quali notizie inviano i nostri esploratori? Parla, ti prego.

ESPLORATORE
L'armata inglese, prima divisa in due, ora s'è riunita e intende dare subito battaglia.

CARLO
Quest'avvertimento, signori, è un po' brusco, ma ci occuperemo di loro senza indugio. Confido che tra di essi non vi sia lo spettro di Talbot.

BORGOGNA
Ora che non c'è più, mio signore, non c'è d'aver paura.

PULZELLA
Di tutte le emozioni degradanti, la più maledetta è la paura. Lancia l'attacco vittorioso, Carlo, e vincerai. Che sia Enrico a preoccuparsi e tutto il mondo a lamentarsi.

CARLO
Allora, avanti, miei nobili, e che alla Francia arrida la fortuna!

 

Escono.

 

 

 

atto quinto - scena terza

 

Suona l'allarme. Incursioni. Entra Giovanna la Pulzella.


PULZELLA
Il Reggente ha la meglio, fuggono i Francesi. Ora aiutatemi, formule incantate ed amuleti, e voi, spiriti scelti, che mi consigliate e mi date i segni degli eventi futuri. Si ode un tuono. Voi, solleciti aiutanti, che siete deputati dal maestoso monarca del Nord, fatevi vedere e soccorretemi in questo frangente!

 

Entrano dei Demoni.

 

Questa pronta e subitanea apparizione mi conferma il vostro zelo abituale. Ora, voi spiriti a me alleati, emissari delle potenti regioni sotterranee, questa volta aiutatemi, perché la Francia possa rimanere padrona del campo. Si muovono senza proferire parola. Oh, non opprimetemi a lungo col vostro silenzio! Se di solito vi nutrivo con il mio sangue, ora mi tronco un braccio e ve lo getto in cambio d'un nuovo beneficio. Dunque acconsentite a darmi aiuto.

 

Chinano il capo.

 

Nessuna speranza di intervento? Il mio corpo pagherà la ricompensa, se esaudite la supplica.
 

Scuotono il capo.
 

Né il mio corpo, né un sacrificio di sangue possono indurvi all'assistenza usuale? Allora prendete la mia anima - corpo, anima, tutto - prima che l'Inghilterra metta sotto i Francesi.
 

Se ne vanno.
 

Guardate, mi piantano in asso. È venuto ormai il tempo che la Francia abbassi la sua cresta altopiumata, che la sua testa cada nel grembo dell'Inghilterra. I miei antichi incantesimi sono troppo fiacchi e l'inferno è troppo forte per me da contrastare. Ora, Francia, la tua gloria si dissolve nella polvere.
 

Esce (per unirsi alle truppe francesi).
Incursioni.

Borgogna e York duellano in singolar tenzone.

I Francesi fuggono, lasciando la Pulzella in mano a York.

YORK
Donzella di Francia, ti tengo ben stretta: ora scatena i tuoi spiriti con formule magiche e cerca pure di aver da loro la libertà. Un bel premio, degno di sua grazia diabolica! Guardate come aggrotta le ciglia la brutta strega, come se, nuova Circe, volesse mutare la mia forma!

PULZELLA
A te non ti si può mutare in peggio.

YORK
Carlo il Delfino è l'uomo ideale; le sue forme soltanto deliziano il tuo occhio schizzinoso.

PULZELLA
Un morbo tremendo colga Carlo e te! E tutti e due, assopiti dentro il letto, siate di colpo ghermiti da mani sanguinarie!

YORK
Strega blasfema, fattucchiera, frena la lingua!

PULZELLA
Ti prego, lasciami almeno imprecare.

YORK
Lo farai, miscredente, quando sarai sul rogo.

 

Escono.
Suona l'allarme.

Entra Suffolk con Margherita prigioniera.

SUFFOLK
Chiunque tu sia, sei mia prigioniera.

La fissa.
O splendida bellezza, non temere e non scappare via, perché ti toccherò solo con mani rispettose. Bacio queste dita in pegno di pace imperitura e gentilmente le poso sul tuo tenero fianco. Dimmi chi sei, così che possa renderti onore.

MARGHERITA
Mi chiamo Margherita e sono figlia d'un re, il Re di Napoli, chiunque tu sia.

SUFFOLK
Io sono un conte, e ho il titolo di Suffolk. Non sentirti umiliata, miracolo di natura, se ti è capitato di essere presa da me. Così il cigno salva i piccoli quasi implumi, tenendoli prigionieri sotto le ali; ma, se ti reca offesa una condizione da schiava, va' pure e torna libera come amica di Suffolk.

 

Margherita fa per allontanarsi.
 

Oh, rimani!

(A parte) Non ho la forza di lasciarla andare.
La mia mano è disposta a liberarla, non il cuore.
Come il sole gioca sulla vitrea corrente,
che riflette e moltiplica i suoi raggi scintillanti,
così appare ai miei occhi questa bellezza stupenda.
Vorrei farle la corte, ma non oso parlare:
chiederò penna e inchiostro e metterò per iscritto quel che provo.

Vergogna, de la Pole, non disprezzarti!
Non hai una lingua? Lei non è qui ad ascoltare?
Ti intimidisce la vista di una donna?
Sì, tale è la maestà sovrana della bellezza

che essa confonde la lingua, agita i sensi.

MARGHERITA
Dimmi, Conte di Suffolk, se così ti chiami: quale riscatto devo pagare, prima di allontanarmi? Perché comprendo di essere tua prigioniera.

SUFFOLK (a parte)
Come puoi dire che rifiuterà le tue profferte se non metti alla prova il suo amore?

MARGHERITA
Perché non parli? A quanto ammonta il riscatto?

SUFFOLK (a parte)
Bellissima, perciò va corteggiata. Una donna, perciò va conquistata.

MARGHERITA
Accetterai il riscatto, sì o no?

SUFFOLK (a parte)
Sei uno sciocco, ricordati che hai moglie. Come può Margherita diventare la tua amante?

MARGHERITA
Farei meglio a lasciarlo, tanto non ascolta.

SUFFOLK (a parte)
È lì che il piano fa cilecca, e io mi trovo a perdere la posta.

MARGHERITA
Parla a vanvera, di sicuro è un demente.

SUFFOLK (a parte)
Però si può avere l'annullamento.

MARGHERITA
Però vorrei anche che tu mi dessi una risposta.

SUFFOLK (a parte)
Conquisterò questa nobile Margherita. Per chi?
Ebbene sì, per il mio re - quella testa di legno!

MARGHERITA
Parla di legno. Deve essere un falegname.

SUFFOLK (a parte)
Così potrò soddisfare il mio capriccio e riportare la pace tra questi regni. Ma anche qui rimane un ostacolo: sebbene il padre sia Re di Napoli, Duca d'Angiò e del Maine, tuttavia è povero, e la nostra aristocrazia spregerà quest'unione.

MARGHERITA
Mi senti, capitano? Ti imbarazza qualcosa?

SUFFOLK (a parte)
Sarà così, sia pur grande il loro sdegno. Enrico è giovane, farà presto a cedere.
Signora, devo rivelarti un segreto.

MARGHERITA (a parte)
Anche se egli mi tiene in suo dominio, sembra un cavaliere e in nessun modo mi disonorerà.

SUFFOLK
Ti supplico, signora, ascolta le mie parole.

MARGHERITA (a parte)
Forse sarò liberata dai Francesi, dunque non devo implorare la sua cortesia.

SUFFOLK
Dolce signora, lasciami perorare la mia causa...

MARGHERITA (a parte)
Via, le donne sono state sottomesse anche prima.

SUFFOLK
Signora, perché parli così?

MARGHERITA
Chiedo perdono, è solo un qui pro quo.

SUFFOLK
Dimmi, nobile principessa, diventare regina non renderebbe fortunata la tua prigionia?

MARGHERITA
Essere regina in prigionia è più umiliante che essere una serva in squallida schiavitù. I principi devono avere la loro libertà.

SUFFOLK
E tu l'avrai, se il sovrano della felice Inghilterra potrà prendersi la sua, di libertà.

MARGHERITA
Cosa ho a che fare con la sua libertà?

SUFFOLK
Mi impegno a farti regina di Enrico, a metterti in mano uno scettro d'oro, a porti sulla testa una corona preziosa se tu concederai a me...

MARGHERITA
Che cosa?

SUFFOLK
Il suo cuore

MARGHERITA
Sono indegna di essere la moglie di Enrico.

SUFFOLK
No, nobile signora, io sono indegno di corteggiare una dama sì bella per amor suo, senza aver alcun vantaggio nella scelta. Cosa dici, signora: vuoi dare il tuo consenso?

MARGHERITA
Se mio padre approva, io acconsento.

SUFFOLK
Allora avanti i nostri capitani e le bandiere! Signora, sotto le mura del suo castello chiederemo di parlamentare con tuo padre.


Entrano capitani, portabandiere, trombettieri.

Suona la tregua per parlamentare.

Reignier entra sulle mura.
 

Guarda, Reignier, guarda tua figlia prigioniera!

REIGNIER
Prigioniera di chi?

SUFFOLK
Mia prigioniera!

REIGNIER
Suffolk, qual è il rimedio? Sono un soldato, e non avezzo al pianto o a lamentarmi dell'incostanza del destino.

SUFFOLK
Un rimedio adeguato c'è, mio signore: approva, e conferma sul tuo onore, il matrimonio tra il re e tua figlia, che ho corteggiato intensamente e vinto. Questa sua prigionia poco opprimente le ha donato una libertà principesca.

REIGNIER
Suffolk dice ciò che ha in mente?

SUFFOLK
La bella Margherita sa che Suffolk non lusinga, non simula, non inganna.

REIGNIER
In base alla tua altissima garanzia, scendo per dar risposta alla tua leale richiesta.


Esce dalle mura.

SUFFOLK
E io aspetterò qui la tua venuta.

Suonano le trombe.

Reignier entra, in basso.

REIGNIER
Benvenuto, conte valoroso, sul nostro territorio. Vostro Onore comandi in Angiò quel che gli aggrada.

SUFFOLK
Grazie, Reignier; sei fortunato di avere una figlia così deliziosa, e adatta a diventare la compagna di un re. Quale risposta Vostra Grazia darà alla mia supplica?

REIGNIER
Dal momento che ti degni di corteggiare colei che tanto poco vale, affinché diventi la sposa regale di un tale sovrano, a condizione che io possa godermi in pace ciò che ho di mio, i territori del Maine e d'Angiò, liberi dalla tirannia e dalla violenza della guerra, mia figlia sarà di Enrico, se così a lui piace.

SUFFOLK
Questo è il riscatto; io la riconsegno e farò in modo che queste due contee Vostra Grazia se le goda in santa pace.

REIGNIER
E io ancora, nel regale nome d'Enrico, a te, come inviato di quel re grazioso, do la mano di lei, in pegno della fede promessa.

SUFFOLK
Reignier di Francia, ti do ringraziamenti regali, poiché qui trattiamo gli affari di un re. (A parte) E tuttavia, non mi spiacerebbe affatto, in questo caso, perorare la mia causa. Mi recherò dunque in Inghilterra con queste nuove, a predisporre un solenne matrimonio. Addio, Reignier, metti al sicuro, come si conviene, questo diamante in un palazzo d'oro.

REIGNIER
Io ti stringo a me, come abbraccerei, Re Enrico, il principe cristiano, se fosse qui.

MARGHERITA
Addio, mio signore: auguri, elogi, preghiere, Suffolk avrà sempre da Margherita.

Fa per andare.

SUFFOLK
Addio, dolce signora; ma, ascolta, Margherita; non mandi al mio re alcun munifico saluto?

MARGHERITA
Tutti i saluti, digli, che s'addicono a una fanciulla, a una vergine, alla sua serva.

SUFFOLK
Parole dolcemente formulate e indirizzate con pudicizia. Ma, signora, devo insistere: nessun pegno d'amore a Sua Maestà?

MARGHERITA
Sì, mio signore, invio al re un cuore puro, immacolato, non ancora sfiorato dall'amore.

SUFFOLK
E con esso, questo.

La bacia.

MARGHERITA
Questo è per te; non ho la presunzione di mandare pegni così frivoli a un re.


Escono Reignier e Margherita.

SUFFOLK
O fossi tu per me! Ma, Suffolk, aspetta: non t'è concesso di aggirarti nel labirinto, dove si annidano Minotauri e odiosi tradimenti. Alletta Enrico con le sue lodi sperticate; pensa alle sue virtù eccelse, alle sue grazie straordinarie che superano ogni artificio; in mare, evoca spesso le sue sembianze; quando sarai in ginocchio, ai piedi di Enrico, lo farai uscire di senno per la meraviglia.

 

Esce.

 

 

 

atto quinto - scena quarta

 

Entrano York, Warwick, un pastore, la Pulzella tra le guardie, e altri).

YORK
Portate avanti la fattucchiera condannata al rogo.

PASTORE
Ah, Giovanna, questo è un colpo mortale al cuore di tuo padre! In lungo e in largo ho cercato per ogni dove, e ora che m'è capitato di trovarti, devo assistere alla tua morte, crudele e prematura? Ah, Giovanna, dolce figlia, Giovanna, morirò con te!

PULZELLA
Decrepito straccione, sciagurato vile e meschino! Discendo da sangue ben più nobile: tu non mi sei né padre né amico.

PASTORE
Basta! Basta! Miei signori, a voi piacendo, non è mica così. Io l'ho generata, lo sa tutta la parrocchia. Sua madre è ancora viva e può confermarlo. È stata il mio primo frutto: quand'ero ancora scapolo.

WARWICK
Ingrata creatura, rinneghi i tuoi genitori?

YORK
Questo dimostra che razza di esistenza ha avuto, malvagia e bassa, conclusa da una tale morte.

PASTORE
Vergogna, Giovanna, non fare tante storie! Dio sa che sei carne della mia carne, e, per amore tuo, ho pianto tante lacrime. Non rinnegarmi, ti prego, Giovanna cara.

PULZELLA
Bifolco, fuori dai piedi! Avete dato l'imbeccata a quest'uomo, per occultare la mia nascita che è d'oro zecchino.

PASTORE
È vero, diedi uno zecchino al prete, la mattina che presi in sposa sua madre. Giù in ginocchio, che io ti benedica, mia brava figliola. Non ti chini? Allora, maledetto sia il tempo della tua natività! Fosse stato veleno per topi il latte che tua madre dava a te poppante. Questo ti meritavi! Sennò, quando al pascolo custodivi i miei agnelli, t'avesse divorato un lupo ingordo! Dunque, rinneghi tuo padre, donnaccia maledetta? Al rogo! Al rogo! Il nodo scorsoio è troppo poco.

 

Esce.

YORK
Portatela via, ha vissuto troppo a lungo, riempiendo il mondo con i suoi poteri nocivi.

PULZELLA
Prima, che io vi dica chi avete condannato: non una generata da un rustico padre, bensì procreata da una schiatta di re; virtuosa e santa, scelta da lassù, per ispirazione della grazia celeste, a operare miracoli eccezionali sulla terra. Mai ebbi a che fare con spiriti malvagi, ma voi che siete insozzati di lussuria, macchiati del sangue incolpevole degli innocenti, corrotti e contaminati da mille vizi, siccome vi manca la grazia che altri hanno, senza esitare reputate impossibili i miracoli, se non con l'ausilio del demonio. No, siete in errore! Giovanna d'Arco è vergine fin dalla tenera infanzia, casta e immacolata anche nei pensieri, e il suo vergine sangue, immolato con tanto rigore, alle porte del cielo griderà vendetta.

YORK
Sì, sì - che sia eseguita la sentenza.

WARWICK
E, udite, signori; poiché è vergine, non risparmiate le fascine: ne vogliamo abbastanza. Collocate dei barili di pece sul rogo fatale, in modo da abbreviarle la tortura.

PULZELLA
Nulla commuove i vostri cuori spietati? Allora, Giovanna, rivela la tua condizione, a cui la legge garantisce privilegio. Sono incinta, voi omicidi sanguinari; non assassinate il frutto del mio ventre, anche se mi trascinate a una morte violenta.

YORK
Il cielo ce ne scampi; la santa vergine incinta?

WARWICK (alla Pulzella)
Ma è il miracolo supremo da te compiuto! In questo consiste il tuo rigore morale?

YORK
Lei e il Delfino hanno fatto il saltarello. Me l'immaginavo l'ultima trovata!

WARWICK
Ma va là, non vogliamo in vita alcun bastardo, specie se Carlo gli deve fare da papà.

PULZELLA
Vi sbagliate, il figlio non è suo. Alençon s'è goduto i miei favori.

YORK
Alençon, quel rinomato Machiavelli? Che crepi, anche se avesse mille vite.

PULZELLA
Oh, datemi licenza, vi ho ingannato, non fu né Carlo né il duca menzionato, ma Reignier, il Re di Napoli, ad arrivare primo.

WARWICK
Un uomo sposato: questo è intollerabile!

YORK
Che brava ragazza! Credo non sappia bene (tanti ne ha avuti) chi accusare.

WARWICK
È segno che fu generosa e prodiga di sé.

YORK
Eppure, pensa un po', è una vergine pura! Puttana, le tue parole condannano te e il tuo marmocchio. Non supplicare. Non serve.

PULZELLA
Allora portatemi via di qui, voi a cui lascio la mia maledizione: che il sole glorioso non diriga mai i suoi raggi sopra il paese dov'è la vostra dimora. Vi avvolgano le tenebre e le cupe ombre della notte, finché i guai e le angosce non vi inducano a rompervi il collo o a impiccarvi!

 

Esce, tra le guardie.
Entra il Cardinale Beaufort, Vescovo di Winchester, con la sua scorta.

YORK
Rompiti tu, pezzo dopo pezzo, e riduciti in cenere, dannato e disgustoso ministro dell'inferno!

WINCHESTER
Lord Reggente, saluto l'Eccellenza Vostra con le credenziali controfirmate dal sovrano. Sappiate, infatti, miei signori, che gli stati della Cristianità, presi dal rimorso per queste liti vergognose, con fervore hanno implorato una pace generale tra la nostra nazione e gli ambiziosi Francesi. È in arrivo il Delfino con il seguito, per conferire sull'intera faccenda.

YORK
Tutte le nostre fatiche hanno prodotto quest'effetto? Dopo il massacro di tanti Pari, di tanti capitani, gentiluomini e soldati, che sono stati annientati in questa contesa, vendendo il proprio corpo a beneficio del paese, infine concluderemo una pace da donnicciole? Quasi tutte le città conquistate dai nostri grandi avi non le abbiamo forse perse con la frode, l'inganno, il tradimento? O Warwick, Warwick, prevedo con dolore la perdita completa di tutto il reame di Francia!

WARWICK
Sii paziente, York; se concludiamo la pace, sara con patti così rigorosi e vincolanti che i Francesi ne avranno ben piccolo guadagno.

Entrano Carlo, Alençon, il Bastardo, Reignier, e altri.

CARLO
Poiché, Lord d'Inghilterra, è stato convenuto di proclamare in Francia una pacifica tregua, veniamo per essere informati da voi stessi sulle condizioni essenziali dell'accordo.

YORK
Parla tu, Winchester, perché la bile, ribollendo ottura la cavità della mia voce, avvelenata dalla vista dei nefasti nemici.

WINCHESTER
Carlo, e voi altri, così è stabilito: poiché, per pura compassione e atto di clemenza, Re Enrico dà il suo assenso ad alleviare il vostro paese da una guerra rovinosa, e vi concede di vivere nella pace feconda, voi diverrete leali vassalli della sua corona. E, Carlo, a condizione che tu faccia giuramento di pagargli un tributo e di offrirgli la tua resa, riceverai sotto di lui la carica di viceré, potendo ancora godere delle prerogative regali.

ALENÇON
Deve essere dunque l'ombra di se stesso? Adornare le tempie con una coroncina, e, tuttavia, nella sostanza e come autorità, conservare i privilegi d'un comune cittadino? Questa offerta è assurda e irragionevole.

CARLO
È noto che io sono già in possesso di più della metà dei territori della Gallia, e in essi riverito come legittimo sovrano. Per guadagnarmi il resto che ancora non è liberato, dovrò ridurre tanto le mie prerogative, da essere chiamato solo il viceré dell'intero paese? No, signor ambasciatore, preferisco tenermi quello che è già mio, piuttosto che, per bramosia d'aver ancora di più, privarmi della possibilità d'una completa riconquista.

 

YORK
Insolente Carlo, con mezzi occulti hai trafficato per ottenere un accordo, e ora che la faccenda è negoziata, ti metti a fare confronti presuntuosi? Accetta il titolo che tu usurpi, come un beneficio emanante dal nostro re, e non come un diritto legale con cui sfidarci, o ti tormenteremo con una guerra dopo l'altra.

REIGNIER (in disparte a Carlo)
Mio signore, sbagli a fare l'ostinato; non cavillare nel corso dell'accordo. Se venisse disatteso, dieci contro uno, non troveremo un'altra occasione come questa.

ALENÇON (in disparte a Carlo)
A dire il vero, il tuo progetto politico è di salvaguardare i tuoi sudditi dai massacri e dalle stragi spietate, evidenti ogni giorno che noi proseguiamo nelle ostilità. Quindi, accogli l'intesa sulla tregua, tanto la infrangerai secondo la tua convenienza.

WARWICK
Cosa rispondi, Carlo? Restano valide le nostre condizioni?

CARLO
D'accordo, con l'unica riserva che voi non reclamiate alcun diritto su tutte le nostre città presidiate.

YORK
Allora giura di essere suddito fedele di sua maestà: in qualità di cavaliere, non disobbedirai mai, né mai ti ribellerai alla corona d'Inghilterra; né tu, né i tuoi nobili, alla corona d'Inghilterra. (Carlo e gli altri fanno voti di leale sottomissione.) Dunque, ora smobilita l'esercito a tuo piacere, appendi al muro i tuoi stendardi, fa' tacere i tamburi, perché qui celebriamo una pace solenne.

 

Escono.

 

 

 

atto quinto - scena quinta

 

Entrano Suffolk, in conversazione con il Re, Gloucester ed Exeter.
 

RE ENRICO
La tua stupefacente e singolare descrizione, nobile conte, della bella Margherita, mi ha riempito di meraviglia: le sue virtù, adorne di grazie esteriori, alimentano nel mio cuore la ferma passione dell'amore; e come la violenza delle raffiche della tempesta  spinge il vascello più possente contro la marea, così sono indotto dalla sua grande fama a patire un naufragio, o ad approdareladdove potrò saziare il mio amore.

 

SUFFOLK
Ah, mio buon signore, questo racconto banale è solo una premessa alle sue degne lodi: le qualità più perfette di quella dama stupenda (se avessi l'abilità adeguata ad esporle) formerebbero un volume di versi seducenti, capaci di incantare ogni intelletto ottuso. E, quel che è meglio, ella che è così divina, così colma d'ogni delizia prelibata, pure, con tutta l'umiltà dei suoi pensieri, è lieta di essere al tuo comando... comando, intendo, del casto e virtuoso intendimento di amare ed onorare Enrico come suo signore.

RE ENRICO
Mai altro Enrico pretenderà da lei. Perciò, Lord Protettore, da' il tuo assenso: che Margherita sia la regale sovrana d'Inghilterra.

GLOUCESTER
Sarebbe come se acconsentissi a condonare il peccato. Mio signore, Vostra Altezza sa d'essere promesso a un'altra dama d'alto rango. Come, dunque, potremo cancellare quel contratto senza macchiare l'onore in modo sconveniente?

SUFFOLK
Come fa un governante coi giuramenti illeciti, come il partecipante d'un torneo che, avendo fatto voto di misurare le sue forze, abbandona la tenzone per l'inferiorità dell'avversario. L'inferiorità della figlia d'un povero conte è manifesta, e perciò il contratto può essere rotto senza ingiuria.

GLOUCESTER
Perché, di grazia, cos'ha di più Margherita? Il padre non è meglio di un conte, sebbene grandeggi in titoli gloriosi.

SUFFOLK
Sì, mio signore, suo padre è un re, il Re di Napoli e di Gerusalemme. Tale è la sua autorità in Francia che averlo alleato sancirà la nostra pace e manterrà i Francesi in sudditanza.

GLOUCESTER
Lo stesso può fare il Conte d'Armagnac, perché è parente stretto di Carlo.

EXETER
Inoltre, i suoi beni garantiscono una dote cospicua, mentre Reignier vorrà prendere, non dare.

SUFFOLK
Una dote, miei lord! Non umiliate il vostro re da farlo così gretto, miserabile e povero, che debba scegliere in base alla ricchezza, e non alla perfezione dell'amore. Enrico è in grado di fare ricca la sua regina, non di cercare una regina che lo renda ricco;  così i contadini pezzenti contrattano la moglie,come, al mercato, i sensali buoi, pecore e cavalli. Il matrimonio è una questione delicata che  non merita di essere trattata per procura. Non colei che noi vogliamo, ma colei a cui agogna Sua Maestà, deve essere la compagna del suo letto nuziale. Perciò, signori, quanto più egli l'ama, tanto più ciò ci impone di ritenere, per il più forte dei motivi, che debba essere lei la preferita. Infatti, cos'è un'unione coatta se non l'inferno, un periodo di discordia e di litigi continui, mentre l'opposto arreca la felicità, e ha sembianza di armonia celeste? Chi dovremmo maritare a Enrico, un re, se non Margherita, che di un re è la figlia?  I suoi tratti impareggiabili, assieme alla nascita, la rendono adatta a un re e a nessun altro. Il coraggio valoroso e lo spirito indomito (maggiori di quanto non si veda in una donna), risponderanno alla nostra  speranza d'una prole da re,poiché Enrico, figlio d'un conquistatore, è probabile che generi altri conquistatori, se stabilirà vincoli d'amore con una dama così risoluta come la bella Margherita. Dunque piegatevi, signori, e, in conclusione, convenite con me che Margherita,

Margherita e non altri, sarà la regina.

RE ENRICO
Non so se questo avvenga per la forza della tua relazione, mio nobile signore di Suffolk, o perché la mia delicata giovinezza non era stata finora mai contagiata dalla passione di un amore ardente; ma di una cosa sono certo: sento un tale aspro tumulto nel mio petto, tali forti segnali d'allarme, ora di speranza,  ora di paura, che mi si arrovellano i pensieri. Pertanto imbarcati, mio signore, e corri in Francia, trova un accordo ad ogni costo, e fai in modo che Margherita accondiscenda a venire, attraversando il mare, in Inghilterra, per essere incoronata la fedele regina di Enrico, unta dal Signore. Per le tue spese, per un finanziamento idoneo, raccogli una decima tra la gente. Va', ti dico, perché, finché non torni, rimango in preda a mille inquietudini. E tu, buon zio, non provare alcuna offesa. Se tu mi giudichi per quello che sei stato, non per quel che sei, so che riuscirai  a perdonare questa miaprecipitosa iniziativa. Dunque, portatemi dove, lontano dalla compagnia, io possa meditare e macerarmi di dolore.

 

Esce.

GLOUCESTER
Sì, e temo che saran dolori dall'inizio alla fine.


Esce Gloucester assieme a Exeter.

SUFFOLK
Così Suffolk ha avuto ciò che voleva, e se ne va, come una volta il giovane Paride verso la Grecia, nella speranza di ottenere uguale successo in amore, ma miglior sorte del Troiano. Ora Margherita sarà regina, e governerà il re, ma sarò io a governare lei, il re, e il regno.

 

Esce.

 

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